COI VOTI E CON LE DONAZIONI LA PLEBE USA REINVENTA LA MEZZADRIA SOTTOMESSA

Le stime che si fanno sui costi totali delle consultazioni 2020 – le presidenziali più centinaia di elezioni politiche e locali – variano al momento tra 11 e 14 miliardi di dollari. Tante risorse e tanti sforzi per conseguire poco più che alcune sostituzioni di cognomi, facce, portaborse e notabili. Il sistema non offre di meglio. Si veda p.es. l’euforia del progressismo planetario dopo l’apoteosi di Obama. A valle della cui presidenza non risultano innovazioni tali da giustificare tanti corpo a corpo nel mondo tra sinistra e destra. Non c’è angolo del pianeta le cui generazioni giovani (o rimaste giovanili) non abbiano esultato sulla vittoria del senatore dell’Illinois. Oggi la presidenza Obama appare, nei fatti, più o meno come le altre.

Contrariamente alle aspettative di quanti credono il partito Democratico intrinseco ai lavoratori e quello Repubblicano tutt’uno col denaro, nel 2020 il primo ha raccolto e speso sensibilmente più che il partito di Trump: 54% contro 39%. Nel 2016 Trump spese meno della metà dei 521 milioni di Hillary Clinton (dei quali 237 milioni andarono in pubblicità televisiva). Quest’anno la sconfitta dell’incumbent era prevista: troppo eccentriche le sue posizioni per meritare il tradizionale secondo mandato dei presidenti in carica. E la bonanza di fondi a favore di Biden si spiega abbastanza agevolmente: i finanziamenti elettorali preferiscono andare dove le possibilità di vittoria sono maggiori.
E’ tipico degli USA che il grosso delle donazioni politiche venga dai sostenitori individuali piuttosto che da quelli ‘corporate’.
Una notazione particolare: le offerte delle donne hanno largamente superato quelle maschili. Il fatto non attesta una particolare acutezza critica delle elettrici, anche se i portavoce del femminismo garantiscono che Biden ricambierà signorilmente l’entusiasmo delle donne inclini all’ottimismo.

Gli undici o quattordici miliardi cui i costi delle ultime elezioni, probabilmente i più alti della storia, sono cresciuti fanno impressione.
Ma non sono l’errore più grave della società statunitense.
Il più grave è la mastodontica, pleistocenica spesa militare.
La più giovane delle grandi nazioni si svena per mantenere una superiorità bellica (potenziale di overkill) oggi parossistica, forse persino illusoria.
La voracità delle spese elettorali americane fa più scandalo all’estero che in patria. Un titolo del britannico The Guardian ha constatato: ‘La politica intera è in vendita’. Non è detto che i suoi compratori siano soprattutto i grandi gruppi. Le grandi masse impararono presto a contrattare con la politica, cioè a forzare col voto i candidati.
Per esempio i dipendenti di aziende o enti sostenuti dalla mano pubblica donano largamente ai politici tutte le volte che il sostegno del governo viene revocato in dubbio. Si è accertato che nella presidenza Clinton il Dipartimento di Stato approvò un discusso programma in materia di uranio per l’imponenza delle donazioni venute ai Democratici dai dipendenti e operatori dei comparti interessati.

Il discorso deve spostarsi all’origine: nessuno in USA può entrare in politica senza disporre di fondi imponenti. Molti politici li posseggono e, se vogliono, possono entro limiti precisi agire liberamente. Tutti gli altri candidati devono procurarsi i vasti fondi dal mercato, ossia offrendosi innanzitutto ai grossi finanziatori che esigeranno contropartite precise. Sempre di più, tuttavia, gli aspiranti all’elezione si rivolgono alle masse per chiedere non solo il voto, anche le elargizioni. Nel caso dei cittadini più modesti, è evidente l’immoralità di mungerli. Così come è evidente il calcolo opportunistico dei ceti bassi: sacrifici monetari per garantirsi pensioni, polizze assicurative e più ancora paghe di datori di lavoro o organismi sostenuti tutti dal denaro del contribuente.

Tirando le somme: un tempo c’erano i monarchi e i loro aristocratici. L’America del 1776 si liberò di un re, non dei proprietari di terre e di schiavi. Presto, coll’industrializzazione e coll’urbanesimo, i patrizi delle piantagioni furono sostituiti nel Sud dai politici carpet baggers, nel Nord dagli industriali, banchieri e affaristi. In entrambi i modi il suffragio universale è divenuto componente grossa del ‘nuovo feudalesimo’ che governa sia le società liberiste in Occidente, sia quelle simil-democratiche dei continenti ex colonizzati. I Nuovi Feudatari sono dunque il denaro, i cerchi organizzati del potere e il suffragio universale che dal basso dà l’investitura ai suddetti cerchi.

L’Europa è assuefatta da millenni alla sottomissione nei confronti delle gerarchie. L’America credette di affrancarsi quando stava per impadronirsi di un continente. Poi sopraggiunsero le manifatture e i grandi centri urbani. Le une e gli altri hanno trasformato le masse lavoratrici nei ‘mezzadri’, cioè soci, del sistema delle urne che promuove i gestori politici dell’esistente. L’eversione del Nuovo Feudalesimo non potrà che passare per la chiusura delle urne, cioè per l’avvento del sorteggio.

Antonio Massimo Calderazzi

LA DEMOCRAZIA DEL SORTEGGIO, COME CI SALVERA’

All’inizio d’autunno alcuni personaggi della consorteria di regime hanno portato inattesa testimonianza: il rifiuto della rappresentanza elettorale è, a questo punto, la sola via di fuga dalla catastrofe di una Repubblica che speravano capace di sopravvivere al Covid, alla disoccupazione, allo spegnersi dell’economia. Beppe Grillo, autentico genio della creatività a perdere -era riuscito a far occupare dai suoi quella istituzione, il parlamento, che a fil di logica avrebbe dovuto tentare di dinamitare – ha annunciato di non credere più nella rappresentanza; occorre il sorteggio della democrazia diretta. Meno clamoroso ma forse più significativo è il fatto che Enrico Letta (Marco Tullio Cicerone lo avrebbe descritto ‘homo consularis’, cioè uno dei motori della repubblica imperiale romana) abbia teorizzato: un uomo di scienza non può prescindere dalla possibilità che il sistema della rappresentanza deperisca fino a finire. Letta non è solo un pensoso ex-presidente del Consiglio; è un accademico di rango a Parigi, direttore di una Grande Ecole; laddove da noi i gazzettieri e i megafonisti del pensiero unico usavano – un tempo, ora meno- prendere sul serio la scomunica e gli insulti del caparbio papa dell’elettoralismo Giovanni Sartori nei confronti dell’eresia del “direttismo”.

Se i Grillo e i Letta si fanno miscredenti della fede che imperversava dal 25 luglio 1943 all’arrivo della pandemia è anche in quanto non possono ignorare il grido di dolore che si leva ormai da quasi tutti gli orizzonti dell’opinionismo e del mestiere partitico: spentisi comunismo e liberismo, la nostra politica “non ha più idee”. Persino il pensiero unico non è più un’idea.

Tra il 1992 e il 1995 The Economist, il maggiore tra i settimanali politici non solo britannici, condusse quasi una campagna per proporre il passaggio, ponderato e lento, alla democrazia diretta. “Il grande balzo in avanti dell’elettronica -prevedeva il 17 giugno 1995 l’editorialista- finirà coll’impedire al sistema democratico di restare allo stadio della locomotiva a vapore. Per qualche secolo il nostro sistema ha lasciato tutte le decisioni agli eletti. Ma gli eletti hanno perso il rispetto”. Un paio d’anni prima The Economist aveva sostenuto: “Il deperimento delle ideologie lascia il campo a quell’autentico pirata e corruttore della politica moderna che è il lobbista. L’indebolimento dei partiti ideologici fa venir meno quasi tutti gli ostacoli al cambiamento. L’esempio della democrazia diretta elvetica insegna che le scelte dei cittadini comuni possono essere meditate e responsabili. E la democrazia diretta è più capace di quella rappresentativa di resistere alle lobbies, massimo tra i mali moderni del parlamentarismo. Con le lobbies il denaro dei gruppi di pressione oltrepassa il confine tra persuadere e comprare i politici. La logica dei nostri tempi non può essere l’apertura al popolo solo il giorno delle elezioni”.

Esperienza elvetica a parte, in Occidente sono fiorite numerose ipotesi di democrazia diretta. Ma chiudere le urne e abolire le assemblee elettive appare ancora una rivoluzione utopica. Non lo è: è la via obbligata, vista l’inesistenza di alternative (un tempo c’erano le dittature). Chi scrive, già numero Due della ricerca all’Ispi di Milano, è uno dei non pochi progettisti specifici che hanno riflettuto (noi a partire dal 1974) sulle vie per liberare l’Occidente dai politici, lobbisti e sindacalisti del malaugurio. Ecco la formula, concepita sulla scorta delle analisi del segmento più innovativo della ricerca internazionale. Nell’anno 2000 raccogliemmo in un opuscolo, “Il Pericle elettronico”, i risultati delle elaborazioni, proprie e altrui, compiute nel trentennio precedente.

La democrazia quasi-diretta sarà selettiva o non sarà. La sovranità non potrà passare alle multitudini sterminate degli iscritti all’anagrafe. La cittadinanza attiva (=sovrana, esercitante il potere effettivo) va ristretta alle micropercentuali imposte dalla realtà: 1% , anche meno. In un paese di 60 milioni come il nostro, 500 mila cittadini attivi, supercittadini, che si turnano continuamente per sorteggio ogni anno o semestre, fanno un corpo politico consistente ma agile. Fanno la Polis. Del resto tanti, circa mezzo milione, sono oggi gli addetti al lavoro politico ai vari livelli, dagli attacchini di manifesti e attivisti di quartiere, a quanti riescono a farsi eleggere, ai sommi dignitari dei palazzi. Solo che tali addetti non sono scelti dal sorteggio, non fanno turni annuali o semestrali. Si impongono a vita come una camorra.

La democrazia più celebrata della storia, quella di Atene e della costellazione di città che si modellavano su Atene, era ‘diretta’ in quanto si basava su una cittadinanza molto esigua: per l’intera Attica si stimano quarantamila uomini. Così a ciascun cittadino elitario, pur se semplice coltivatore della terra, spettava il diritto d’essere sorteggiato almeno una volta in vita come arconte, il diritto di fare un turno al vertice dell’Esecutivo. E tutti i cittadini veri, quelli di pieno diritto, potevano/dovevano partecipare alle istanze deliberative e giudiziarie.

Nella futura Polis liberata dai politici e dalle urne, chi sceglierebbe i supercittadini sovrani a turno? Risposta: un computer centrale controllato in via permanente dall’intera rete (addirittura mondiale) selezionerebbe i Migliori, possessori dei requisiti dovuti. Il computer sarebbe programmato per sorteggiare solo all’interno di determinate categorie e in rapporto a qualificazioni specifiche. Per esempio: lavoratori esperti, coltivatori indipendenti, artigiani con x anni di esperienza, professionisti, laureati o diplomati, imprenditori da x anni, magistrati, funzionari e altre figure legali, operatori con esperienze oggettivabili, insegnanti, operatori del volontariato da x anni, altre categorie qualificate in rapporto alla pubblica utilità; persino gli ex politici e gli ex sindacalisti. In ogni caso, i padri e madri di famiglia, come invocava Thomas Mann
un secolo fa (‘Considerazioni di un impolitico’, 1918).

A quel tempo il pontefice lubecchese aborriva il suffragio universale: “Solo superficialmente la democrazia ha a che fare col diritto di voto (…) Chi in Germania parla il linguaggio della demoretoricrazia non pensa ai difetti della plebe, alla corruzione, alla mafia dei partiti (…) In fondo si potrebbe andare avanti senza politica”. E infine: “Chi aspirasse a fare della Germania una semplice democrazia borghese la defrauderebbe di quanto ha di meglio e di più faticoso. Tedesco vuol dire abisso”.
Nel 1918 Thomas Mann non poteva sapere degli orrori dei lager e dei gulag. Non doveva nutrire complessi nel rifiutare il culturame, l’internazionalismo, i diritti dell’uomo, il radical-illuminismo, l’deologia del benessere, l’apoteosi della socialità, la sceneggiata sentimental-rivoluzionaria. Prima di andare a servizio in casa F.D. Roosevelt, Mann aveva fatto constatazioni politicamente assai scorrette: “Nel nome del popolo spadroneggia l’oligarchia. Il gran trafficare dei partiti appesta di politica la vita. Il suffragio non dovrebbe essere universale, bensì articolato secondo il merito, il grado di cultura, il livello spirituale, l’età, e anche l’avere figli. Se il parlamentarismo è ciarpame, se non si riesce ad escogitare niente di meglio, allora la politica è ciarpame”.

La selezione operata dal computer centrale di cui sopra lascerebbe fuori della Nuova Polis tutti i mancanti dei requisiti voluti: i semplici iscritti all’anagrafe, gli studenti, apprendisti e lavoratori molto giovani, le casalinghe senza figli e senza arte né parte, gli artisti improvvisati, i creativi all’ esordio. gli stilisti di moda, gli ‘intellettuali’ senza fatiche dimostrabili, gli sportivi di mestiere, quanti svolgono attività illegali; altri superflui o inutili. In una parola, la plebe che Mann detestava. Poco male: nemmeno oggi la plebe e gli inutili contano. Votano, cioè non contano. Gli elettori sono masse di pesci, molluschi e plancton che le reti dei politicanti e i fanoni del mercato rastrellano il giorno delle elezioni. La Polis dei Cinquecentomila governerà anche per conto dei semplici iscritti all’anagrafe. Per gli altri, resteranno i referendum.

I supercittadini sarebbero sorteggiati dal computer centrale a turno, p.es. un anno; una seconda e ultima nomina avverrebbe solo trascorso un quinquennio. Va reso impossibile il formarsi di un ceto di professionisti degli affari politici. I supercittadini riceverebbero via computer interattivo ogni documentazione sugli affari pubblici. Verrebbero molto modestamente retribuiti in rapporto all’entità delle prestazioni. All’interno della Polis dei Cinquecentomila il computer sorteggerebbe tutte le cariche pubbliche, cominciando dai componenti degli organi di approfondimento e definizione finale delle leggi, organi sostitutivi delle attuali assemblee elettive. All’interno dei Cinquecentomila il computer aggregherebbe un certo numero di classi, in rapporto alle qualificazioni richieste. Nella classe inferiore sarebbero p.es. i membri pro tempore delle amministrazioni locali e degli organismi minori. Nella classe più alta verrebbero sorteggiate persone di qualifiche ed esperienze eccezionali, per un turno da ministro o da titolare di funzioni di vertice. I ministri e altri membri della categoria massima servirebbero a turno come capi del governo centrale.
L’attuale capo dello Stato, espresso dagli accordi e dagli interessi dei partiti, sarebbe sostituito per sorteggio, a turni annuali, da uno dei supercittadini in possesso dei requisiti più opportuni. Tassativamente costui non siederà al Quirinale, bensì in una palazzina senza fasto e senza corazzieri, palafrenieri, cortigiani e lacché. Sarà il primo dei presidenti repubblicani del settantennio a meritare rispetto.

Una delle tante obiezioni alla democrazia diretta intesa in senso tradizionale – non
nel senso selettivo di cui sopra- è che, eliminati assieme alle urne i professionisti della politica, diverrà troppo potente la fascia alta della burocrazia. Risposta: intanto parte dei supercittadini avranno preparazione ed esperienze pari, magari superiori, a quelle degli alti burocrati. In ogni caso occorrerà destituire, espropriare dei beni e chiudere in campi di rieducazione i burocrati che tenteranno di plagiare i supercittadini. Nell’ambito della rivoluzione giuridica che dovrà ridurre a livelli modesti le possibilità di ricorsi, ostruzionismi, sabotaggi operativi, contestazioni, scioperi e conflitti, non sarà difficile ridurre all’impotenza i nemici della democrazia dei sorteggiati.

Nulla di tutto ciò sarà fatto dalla classe politica che abbiamo. Dovrà sorgere un Distruttore/Ricostruttore che abbatta le Istituzioni e la loro grottesca Carta. Oggi il congegno delle urne e dei partiti domina intero l’Occidente. Appare imperituro. Ma nel passato anche il socialismo reale (il comunismo al potere) e il gioco dei partiti ideologici e dei sindacati di controllo sembravano intramontabili. Invece sono collassati, più o meno di colpo. Potrebbero restare immutabili congegni sempre meno efficienti, sempre più obsoleti, come la delega elettorale e le consorterie dei Proci?

L’assetto che abbiamo sperimentato dal 1945 non merita di sopravvivere. Occorrerà quel magistrato straordinario, a tempo, che la Roma repubblicana antica, prima delle guerre di fazione, chiamava ‘Dictator’.

Oggi il Pensiero Unico dice no, dunque il Dictator serve davvero.
Alla fine del 2007 ci fu una riflessione perforante di Michele Salvati: un editoriale del Corriere della Sera intitolato ‘L’illusione del dittatore’ (il titolo attestava che l’aspirazione era diffusa). Il deputato e accademico rifletteva: “Esistono problemi difficilmente trattabili in democrazia, e proprio da questi dipendono il declino del Paese e la sfiducia che lo pervade (…) Ogni tanto gli scienziati sociali fanno l’ipotesi del ‘benevolent dictator’. Occorrono misure ispirate a imperativi di legalità, efficienza, concorrenza, merito; un’impresa impopolare e di lunga lena, due caratteri che rendono l’impresa difficile in ogni democrazia, perché i voti arrivano se si assecondano gli interessi e le mentalità prevalenti (…). La conclusione di Salvati: “Ai tanti ingegneri costituzionali che si affannano al capezzale della seconda repubblica l’arduo compito di inventare un equivalente democratico del ‘benevolent dictator'”.
Dette dal maggiore politologo del Partito democratico, anzi dal suo progettista concettuale, sono verità aspre, durezze salutari, vaticini di un futuro già cominciato. Ne dette la prova ‘a contrario’ un esilarante numero di ‘Liberazione’ (23 dicembre ’07) largamente dedicato a maledire Salvati.

Un dittatore benevolo modellerà (gestirà all’inizio) la repubblica del sorteggio, senza le urne vecchi utensili dei politici. La storia ha conosciuto non pochi reggitori-a-fin-di-bene. Tali furono molti dei tiranni che nel mondo greco liquidarono gli assetti aristocratico-oligarchici spianando la strada, almeno nell’assetto ateniese, alla democrazia diretta (nella cui fase migliore Pericle fu di fatto il ‘benevolent dictator’). Il più recente dittatore indispensabile fu, nella Spagna 1923-30, Miguel Primo de Rivera, definito bonario anche dagli storici di sinistra.
A lui, come a Bismarck in Germania, si dovettero in Spagna i passi iniziali del Welfare State. In più, il Dictador chiuse la rovinosa guerra in Marocco e avviò nel concreto la modernizzazione: strade, ferrovie, telefoni, industrie pubbliche e, soprattutto, quegli aiuti ai poveri di cui la repubblica sinistrista di Manuel Azagna fu perfettamente incapace (ad Azagna premeva la laicità e l’alfabetizzazione). Infatti il dittatore ottenne la piena collaborazione dei sindacati di Francisco Largo Caballero, il futuro ‘Lenin spagnolo’ e il capo di uno dei governi repubblicani. Primo de Rivera non impose un vero partito di regime, non liquidò fisicamente né incarcerò gli oppositori. Li lasciò emigrare o, secondo quanto reddito avevano, li multò. Appena gli eccessi della spesa pubblica e la Depressione del ’29 misero in difficoltà il suo potere, nel giro di ore si dimise e andò a morire a Parigi. Resuscitasse, però nello Stivale!

Antonio Massimo Calderazzi

AI POPOLI I GRANDI STATISTI PORTARONO SCIAGURE (MANNERHEIM UN PO’ MENO)

Questo è un compianto per le nazioni che furono governate da grandi uomini (a volte però i grandi uomini non erano molto potenti, non ebbero modo di compiere abbastanza crimini: per esempio quanti morti, mutilati, vedove e orfani fece Camillo Benso di Cavour con la sua Crimea e con le campagne estive tra Ticino e Mincio?) Ci sono dunque due-tre genìe di grandi uomini. Quelli davvero micidiali, autentici macellai di popoli, dominarono vasti imperi, e li coprirono di abbastanza glorie da distruggerli; si veda Hitler. A cavallo tra i secoli XVIII e XIX operatore insuperato di sciagure fu Napoleone. Il suo effimero impero fu soprattutto battaglie, cioè stragi. Quanto più clemente sarebbe stata la storia di Francia e d’Europa se il Corso e il suo clan isolano di parenti non si fossero immaginati dinasti da soppiantare Capetingi, Valois, Borboni e Orleans?

Tacendo dunque sui malfattori supremi, sui Satana che fecero le due guerre mondiali (non solo gli ovvi imperatori e i loro consiglieri e marescialli; ci furono purtroppo i farabutti espressi dal basso, dalle urne e dalle cloache parlamentari). Nel campo occidentale i peggiori operatori del male furono, tra il 1914 e il 1919, i francesi Raymond Poincaré e Georges Clemenceau. Il primo volle fortissimamente le ecatombi, per abbietto revanscismo; il secondo allungò deliberatamente la strage (nel momento che Berlino e Vienna andavano rassegnandosi a non vincere, Clemenceau proclamò che rifiutava la pace se essa non portava la Victoire). Ai due francesi si allineò Woodrow Wilson, campione delle nobili cause ma primo artefice dell’eccidio che riprese nel 1939. Mai Hitler avrebbe trionfato in Germania se Wilson e Clemenceau non avessero tramato il trattato di Versailles. Non avremmo avuto la seconda guerra mondiale.

Non potrebbe suscitare più orrore la gloria che si usa tributare a Winston S. Churchill. Sul pianeta non c’è manuale della scuola dell’obbligo, non c’è racconto d’intrattenimento, non c’è agiografia, non c’è telefilm che non incoroni l’antico condottiero dell’impresa dei Dardanelli: il Leone del rifiuto al Reich. Eppure la realtà è inesorabile: a valle dell’opera di Churchill il primato mondiale della Gran Bretagna e il suo impero smisurato si spensero. Sopravvivono i difetti e i limiti dei britannici: nostalgia della grandezza e mania delle tradizioni.
E’ certo che il Führer tentò in più modi di raggiungere un compromesso con Londra. E’ verosimile che il conflitto tra Berlino e Londra si sarebbe fermato se il Churchill ultrabellicista non si fosse considerato l’incarnazione dell’onore e della maestà della Gran Bretagna. L’onore fu salvato (soprattutto per gli apporti colossali di Unione Sovietica e Stati Uniti), il primato imperiale no. L’intransigenza di Churchill cancellò quasi tutto. Restò, odiosa, l’aureola dell’accanimento guerrafondaio.

Diverso sarebbe il discorso su Churchill se davvero egli fosse venuto a sapere con certezza, e per tempo, dell’Olocausto e degli altri orrori dei campi di sterminio. In tal caso Churchill meriterebbe una parte di tanta gloria. Invece, per quel che sappiamo, non possiamo che concludere: nell’estate 1940 lo Hitler trionfatore a occidente e volto a gettarsi sull’Urss si sarebbe contentato, per allontanare il calice velenoso del conflitto coll’intero pianeta anglosassone, di un paio di colonie ex germaniche. Per quel che sappiamo, Winston Churchill non si votò ad esigere la guerra per l’imperativo morale di fermare il Male. Lo fece perché la Germania si era eretta a sfidante del mondo demoplutocratico, in particolare perché col Giappone minacciava l’Impero britannico.
Churchill, discendente del più celebrato tra i generali britannici del passato, il duca di Marlborough, portò agli estremi la logica del bellicismo, o dell’intransigenza. Il suo fondamentalismo patriottico fu micidiale per l’impero e per la grandezza.

Pochi altri statisti costarono ai propri popoli quanto il Nostro. Tuttavia è sostenibile che altrettanto danno fece alla Francia il corteggio di governanti guerrafondai del Novecento, escluso De Gaulle. Il corteggio: Raymond Poincaré (nel 1914 coronò il proprio sogno di una guerra atroce per recuperare una regione e mezza perduta per l’insipiente bellicismo della Parigi del 1870); Georges Clemenceau (nel 1917 allungò di un anno il conflitto mondiale, laddove Berlino e Vienna erano sul punto di accettare la fine delle proprie ambizioni del 1914. Nel 1919 Clemenceau fu, col maresciallo Foch, il più oltranzista dei fautori della vendetta antitedesca, vendetta che consegnerà la Germania a Hitler. Chiudono il corteggio gli scervellati governanti parigini che nel 1939 valutarono di dover seguire Londra in una guerra al Terzo Reich che in pochi mesi azzererà la Francia.

Due statisti statunitensi furono divinizzati per aver fondato l’impero degli USA grazie a due grandi conflitti. Sono tuttora esaltati dall’ecumene planetario dei progressisti per avere, l’uno nel 1912 l’altro nel 1932, sgominato in patria i repubblicani biechi conservatori e ciechi isolazionisti. Ma il Vietnam, più altre imprese post-colonialistiche, più i cronici tumulti neri, hanno dimostrato che l’Impero americano è nato Basso, cioè condannato a finire.

Esiste una vasta letteratura in merito all’assenza di motivazioni umanitarie nell’azione del Premier britannico. Risulta sicuro che volle abbattere il Reich da ben prima che l’infallibile Intelligence britannica informasse i vertici del governo sull’avvio dei crudeli programmi nazisti. Le atrocità finali non cominciarono prima che Hitler occupasse le regioni polacche assegnategli dall’accordo con Stalin, Una parte della letteratura storica verte in particolare sul cosiddetto “silenzio degli Alleati” su sterminio degli ebrei e altri grandi crimini nazisti. Silenzio che cessò solo nel 1945, quando i Lager di Hitler furono occupati dagli alleati, soprattutto dall’Armata rossa, un buon dieci anni che a Londra Churchill si mettesse a capo del partito della guerra. Tra altre congetture c’è che la propaganda alleata -inglese in particolare- intese non incorrere nelle deformazioni nella Grande Guerra a proposito dei cosiddetti crimini germanici in Belgio e in Francia.

Non necessita di altre parole il bellicismo degli altri ‘Grandi’ del Novecento: Hitler, Stalin, Mussolini, i capi del Sol Levante, Mao Tse Tung, Chang Kai Shek, e degli altri protagonisti di ogni altra guerra o rivoluzione del secolo XX e del primo ventennio del Duemila. P.es., quanto costò ai cinesi la gloria -pur maculata dalla dura carnevalata della Rivoluzione Culturale- di Mao Tse Tung? Quest’ultima domanda vale anche per Ho Chi Min, padre del moderno Vietnam, il cui insegnamento generò il trionfo sui ciclopici USA.

Questo per i fini di Londra e Berlino, i due antichi egemoni della scena europea (la Francia finita). Alla ricerca di uno statista che non abbia fatto troppo male al proprio paese, meglio andare (con circospezione) in Finlandia. La nazione dei lamenti sinfonici di Jan Sibelius ha avuto la sua parte di combattimenti, più o meno epici. Ma sotto il maresciallo Gustav Mannerheim poteva andarle peggio. Mannerheim, nobile di ceppo svedese o meglio svevo-tedesco, capeggiò il passaggio all’indipendenza al crollo dell’impero zarista (gli zar erano granduchi di Finlandia).

Un gruppo di fautori tentò di fare Mannerheim ‘Re in Helsinki’; il Nostro, che era stato il massimo generale della cavalleria russa, si contentò d’essere Reggente tra il dicembre 1918 e il luglio 1919. Senza successo provò a realizzare una ‘fusione militare’ con la Svezia. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre Mannerheim avversò la fazione finnica dei bolscevichi: senza legarsi troppo ai Bianchi russi (i quali negavano l’accesso all’indipendenza dell’ex granducato). Mannerheim, già reggente, mantenne di fatto, con qualche parentesi, il potere. Coagulò attorno a sé le forze di destra; mai si proclamò dittatore; promosse lo sviluppo economico e una modernizzazione che avvicinerà la Finlandia ai livelli scandinavi.

Quando nel 1939 l’Urss mosse la ‘guerra d’inverno’ per togliere territori all’ex-granducato soprattutto in Carelia, Mannerheim comandò il suo piccolo esercito con risultati che suscitarono vasta ammirazione: per un po’ Londra e Parigi giocarono a studiare un intervento armato contro i sovietici. Quando però la disfatta finnica apparve ineluttabile, il maresciallo non si ostinò: chiese l’armistizio. Riprese le armi contro Mosca quando il Reich invase l’Urss; peraltro non integrò le sue poche divisioni nella possente macchina della Wehrmacht. E’ molto noto che quando il maresciallo compì 75anni, il Führer si presentò in persona, col suo stato maggiore, al quartier generale finnico, il finlandese gli fece fare anticamera per due intere ore. Poi declinò la richiesta che stava a cuore a Hitler: che le forze di Mannerheim affiancassero la Wehrmacht nello sforzo per conquistare Leningrado. Nel 1945 la disfatta germanica non travolse il maresciallo: le condizioni di pace di Mosca furono relativamente benigne. Nel tardo 1945 Mannerheim fece come il collega Badoglio: volse le armi contro i tedeschi che si ritiravano verso Nord. Fu la terza ‘piccola’ guerra (denominata ‘di Lapponia’) di Mannerheim. Divenuto nel frattempo presidente ufficiale della repubblica, il maresciallo accolse nel suo governo un ministro comunista, così sanzionando una lunga, dignitosa sottomissione a Mosca. Poco dopo (marzo 1946) Mannerheim si dimise per motivi di salute.
Morì nel 1951: per la Finlandia aveva più volte perseguito il male minore.

Antonio Massimo Calderazzi

 

UNA VOLTA ALLA CASA BIANCA IL GRANDE GRANT LA DETTE VINTA AL MALAFFARE

Riflettendo sui due mandati compiuti da presidente degli Stati Uniti (1868-76) Ulysses S. Grant, supremo comandante di quell’esercito nordista che vinse la Guerra di Secessione, confessò che agli inizi ignorava tutto del mestiere di governare. Immaginò che gli elettori lo avessero votato in quanto uno che aveva trionfato in un conflitto così aspro (620 mila caduti) era affidabile come gestore della cosa pubblica. E invece Ulysses S. Grant non risultò molto meritevole del pregiudizio benigno.
Per cominciare, gli storici Ernest R.May di Harvard e John W. Caughey di UCLA scrissero che alla Casa Bianca il generale si fece catturare dalla mala logica dello ‘spoils system’: “Si circondò di amici, parenti e professionisti della bassa politica (a parte Hamilton Fish, un segretario di Stato di prim’ordine). Gli bastò che i collaboratori lo ubbidissero alla lettera come facevano gli ufficiali durante la guerra, mentre era chiaro che non pochi della sua Amministrazione agivano male”.

A sette mesi dall’insediamento, un suo cognato aiutò due finanzieri senza scrupoli, Jay Gould e James Fiske, a fare insider trading in grande. Quando se ne rese conto il presidente reagì, ma il male era fatto e un Black Friday restò come una macchia. Anche perchè in quei giorni un’inchiesta del New York Times mise a nudo la corruzione nelle autorità di New York City: con altri malfattori di Tammany Hall il boss William Marcy Tweed “sifonò 200 milioni di dollari dal Tesoro municipale” (a quell’epoca la terra nel West si poteva comprare a 1,5 dollari l’acro- n.d.r.). Qualche tempo dopo (1870) i magnati del business ricorsero a Grant perché scongiurasse un verdetto della Corte Suprema pregiudizievole per certe loro operazioni; il generale presidente li accontentò nominando due nuovi giudici supremi, due grossi avvocati delle onnipotenti ferrovie. ‘Packing the Court’ si chiama così la dubbia consuetudine della Casa Bianca di fare infornate di amici nel sommo palladio della democrazia. Nei suoi quattro mandati il patrizio Franklin Delano Roosevelt si avvalse largamente della singolare prerogativa di ‘equipaggiare’ la massima magistratura.
Non ci fosse stata la prerogativa, il New Deal avrebbe fatto ben poca strada.

Grant non esitò a tentare di annettere la Repubblica Dominicana utilizzando per il negoziato un suo emissario, dunque ignorando il prestigioso segretario di Stato. Invece Hamilton Fish riuscì a trattenere il marziale presidente dall’anticipare di vari anni la guerra con la Spagna (la quale verrà nel 1898). Gli spagnoli avevano catturato la nave corsara ‘Virginius’ fucilando 53 pirati, alcuni dei quali americani di cittadinanza.
Il signorile Hamilton Fish si contentò di un indennizzo ( 80 mila dollari) a favore di vedove e orfani dei fucilati. Invece il generale presidente ce la fece ad ottenere una specie di diritto d’opzione sulle isole Hawaii: non sarebbero mai state cedute ad altra potenza.
Altri scandali: personaggi dell’Esecutivo e del Congresso si compromisero col Crédit Mobilier, chief contractor per la Union Pacific Railroad, nonché con distillatori clandestini di whiskey che avevano frodato il Fisco per milioni di dollari. E nel 1876 il Segretario alla Guerra accettò tangenti per assegnare un ‘trading post’ in territorio indiano controllato dal’Esercito. Nel giudizio degli storici succitati, l’unico merito della tarda presidenza Grant fu che ridusse le prepotenze dell’occupazione militare nel Sud sconfitto: soprusi ai danni dei bianchi umiliati.

Messa così, va detto che un secolo fa l’istituzione monarchica salvò forse lo Stivale da una presidenza del maresciallo Cadorna che magari sarebbe piaciuta al parlamentarismo repubblicano. E’ vero che le vittorie di Luigi Cadorna e di Pietro Badoglio furono meno smaglianti di quelle di Ulysses S.Grant. In realtà probabilmente nessuno dei detti marescialli avrebbe abbagliato le menti e i voti degli italiani.
Oggi poi non rischiamo un capo con molte stelle: come condottieri non abbiamo che un Armani, un Carlo DeBenedetti e un supermanager calcistico di cui ignoro il nome.

Antonio Massimo Calderazzi

LE OPERE LE CIFRE DI UN DRACONE SPAGNOLO DEL ‘900 CHE AMAVA I POVERI

Noi che annunciamo la venuta di Dracone -affronterà le sfide dell’economia e della società; libererà lo Stivale dall’usurpazione dei Proci di regime- ricordiamo che poco meno di un secolo fa, tra il 1923 e il ’30, la Spagna ebbe un ‘Dictador’ benevolo, Miguel Primo de Rivera. Compì grandi realizzazioni, risultò nei fatti il miglior governante spagnolo dal faticoso riformismo di Carlo III di Borbone (1716-88) e dei ministri riformisti alla Campomanes.

Si tratta tra l’altro di intenderci sul significato di dittatura. Juan Pablo Fusi, cattedratico dell’università complutense a Madrid, si è preso la briga di contare quante erano nel mondo le democrazie tra il 1922 e il 1942.
Il loro numero scese da 29 a 12. Solo in Europa sorsero dittature in Russia, Ungheria, Italia, Spagna, Portogallo, Polonia, Lituania, Jugoslavia, Germania, Austria, Lettonia, Estonia, Bulgaria, Grecia, Romania.
In questa sede non ci soffermiamo sul bene e sul male delle dittature.
Per la Spagna menzioniamo solo che il suo ‘miracolo economico’ avvenne tra gli anni Cinquanta e il 1975 sotto il caudillo Francisco Franco. Ma che le premesse di esso miracolo e la nascita del Welfare State sorsero a partire dal 1923 per volontà di Miguel Primo de Rivera.

Quanto ai fatti concreti e misurabili della fase Primo, meglio lasciare la parola a Ramon Tamames, cattedratico dell’università di Madrid, un economista che ha anche insegnato alla Sorbona e che, come parlamentare dell’arco costituzionale, ha firmato la Costituzione antifranchista del 1978. Per Tamames il primo dei conseguimenti economici della Dittatura fu il deciso abbandono della guerra coloniale in Marocco. Quella guerra era il principale dei costi, finanziari politici umani.
Il secondo grande conseguimento fu l’avvio della riforma generale, riforma di quasi tutto. Tamames mette in rilievo che il miglioramento del ‘marco general macroeconomico’ fu premessa di ogni avanzamento. Le innovazioni compresero esperimenti corporativi, affrontati in collaborazione coi sindacati socialisti. Aiutati dal largo protezionismo doganale, gli esperimenti realizzarono grossi incrementi produttivi. I risultati più vistosi furono conseguiti nelle infrastrutture e nella creazione di imprese pubbliche. “La Dittatura, scrive Tamames, fu un laboratorio permanente di riforme. Decisivo il lavoro in materia di politica sociale, merito di Eduardo Aunos, un interessante trentenne deluso dal parlamentarismo.
Con la collaborazione del movimento socialista, Aunos concretò il nuovo ruolo dello Stato come intermediario tra capitale e lavoro. Il Dittatore tentò addirittura di costruire un assetto di regime comprendente il partito socialista e la sua Unione patriottica.

Nasce il Welfare State

Tamames storico dell’economia ha confrontato la spesa dello Stato tra il 1920 e il ’30: per l’istruzione pubblica risulta un aumento del 50%; per provvidenze benefiche del 98%; per la sanità del 200%; per la protezione dell’infanzia del 2.246%; per sussidi e pensioni ai lavoratori agricoli tra 700 e 800%. Il numero degli insegnanti passò in quattro anni da 30 a 34 mila. Le scuole elementari crebbero da 27 mila nel 1922 a 32 mila nel 1929. Tra il 1913 e il ’23 l’investimento dello Stato in case popolari era stato in media annuale di 7,8 milioni di Pesetas, passò alla media di 261 milioni tra il 1923 e il ’29 (tale ritmo, così eccedente le risorse disponibili, dovette essere ridotto nel 1928). I conflitti di lavoro quasi sparirono: da 3 milioni di giornate perse nel 1923 a 313 mila nel 1929: ma la condizione proletaria migliorò fortemente, anche grazie al taglio delle spese militari. P.es. i cadetti delle accademie militari scesero da 1192 nel 1922 a 200 nel 1929. All’avvento della Dittatura 150 generali vennero accertati eccedenti. La fine delle operazioni militari in Marocco dilatò la spesa civile.
Quando nel 1926 fu emesso un prestito di 3540 milioni di Pesetas, il grosso fu destinato a nuove opere pubbliche. Il fatto rilevante fu che con Primo de Rivera -‘un keynesiano prima di Keynes secondo il prof. Juan Velarde’- si utilizzò il debito non per la spesa corrente, ma per opere idrauliche, strade e ferrovie e molto altro. Importante fu l’aumento del prelievo fiscale. La buona risposta del pubblico ai prestiti si spiegava con la fiducia nel regime.

Tamames sottolinea un titolo apparso nella stampa britannica e in alcune delle principali guide turistiche dell’epoca: le nuove strade spagnole erano “le migliori del mondo”. Qualcosa di simile andava detto delle nuove ferrovie. Il corso caratterizzato dagli indirizzi protezionisti e corporativi incrementò l’industrializzazione, grazie agli interventi pubblici che negli Usa qualificheranno il New Deal. In agricoltura si allargarono i comparti intensivi (cotone agrumi). Crebbero gli investimenti dall’estero e si diede impulso alle infrastrutture di base. I critici obiettano che i successi economici della Dittatura furono favoriti dal boom mondiale degli anni Venti; peraltro l’ultima fase di Primo coesistette con l’inizio della Grande Depressione. Il corporativismo del Dictador fu influenzato dal pensiero sociale cattolico, teso ad armonizzare capitale e lavoro e a valorizzare gli indirizzi di Welfare State del tardo bismarckismo. Gli avversari di Primo dettero il massimo rilievo a vari episodi discutibili -scandali- nelle transazioni economiche della Dittatura, p.es. le grandi concessioni ferroviarie. Tuttavia, rileva Tamames, è un fatto che il Dittatore morì, circa due mesi dopo il volontario abbandono del potere, in un modesto albergo parigino. L’ex dittatore, generale e Grande di Spagna era in ristrettezze.

Quando si istituirono i coraggiosi comitati paritari tra proprietari e lavoratori, si osservò giustamente che il Dittatore e la UGT (centrale sindacale socialista) provavano ad innalzare le sorti del proletariato attraverso la Gazzetta Ufficiale. I comitati li creò il ministro del Lavoro Eduardo Aunos; tentò persino di estenderli al settore agricolo, ma ‘la mano onnipotente dei grandi proprietari riuscì a frenare i propositi di fermare la lotta di classe nelle campagne’. Quando venne la Repubblica del 1931, fermare la lotta di classe nelle campagne fu quello che tentò il ministro del Lavoro socialista Largo Caballero, il quale era stato membro di un organo di vertice della Dittatura, anzi era stato amico di Primo de Rivera. I capi della repubblica, partendo dal presidente Azagna, non assegnavano abbastanza priorità alla giustizia sociale nelle campagne. Su scala generale i ‘comités paritarios’ consentirono ai socialisti di moltiplicare le loro organizzazioni di base. Al termine della Dittatura gli iscritti alla UGT erano aumentati del 50% rispetto al 1923; i sindacati anarchici praticamente sparirono,

Il regeneracionismo di Joaquin Costa, il maggiore tra gli intellettuali della generazione del ’98, ispirò l’azione di Primo nelle campagne: opere irrigue e riforestazione innanzitutto, incremento della zootecnia e delle colture intensive, crediti agevolati per sconfiggere l’usura che strozzava i coltivatori. Nel paese la produzione di energia elettrica, soprattutto da salto d’acqua, più che raddoppiò: da 1040 milioni di kwh del 1923 a 2433 milioni nel 1929. Sorsero dal nulla quattro comparti produttivi: carbone. nitrogeno, fibre artificiali, auto. L’attività delle banche di proprietà pubblica esplose. Primo de Rivera riuscì a guarire l’indolenza degli spagnoli nel campo delle infrastrutture. Fecero lunghi passi avanti i programmi d’irrigazione, si ammodernarono le ferrovie e le strade, nacque una rete di distributori di carburanti; si migliorarono porti, nacquero aeroporti e alcune linee dell’aviazione civile. Le opere pubbliche ebbero un piano organico. Si suscitò una domanda formidabile per le materie prime. La ‘politica hidraulica’ si configurò, in armonia con Joaquin Costa, come la massima espressione dell’azione economica della Dittatura. Le realizzazioni che si fecero in Spagna servirono nel New Deal di Roosevelt come modelli per la Tennessee Valley Authority, nonché per i piani dei grandi bacini fluviali: del Missouri, del Columbia, etc. Manuel Lorenzo Pardo, il principale artefice di questi programmi, portò avanti la sua opera in stretta collaborazione col socialista Indalecio Prieto, che sarà tra i principali ministri della Repubblica.

Nella fase Primo de Rivera ci si impegnò a difendere le prospettive di crescita della rete ferroviaria di fronte al maggiore dinamismo del trasporto su strada. Si può dire che il turismo spagnolo, così ricco di futuro, nacque sotto la Dittatura. Fu creata la Red de Paradores, unica al mondo in quanto iniziativa statale. Prima della Red varie città mancavano in tutto di hotel. Nel 1929 si tennero le Esposizioni universali di Siviglia e di Barcellona. Nel 1923 il settore petrolifero, in crescita spettacolare, era monopolizzato dai trust Standard Oil e Royal Dutch Shell, più la società ispano-francese Porto Pi. La Dittatura creò il Monopolio de Petroleos e la compagnia statale Campsa.

Dighe, irrigazioni, ferrovie, strade, porti, cantieri, arsenali, iniziative imprenditoriali di vario genere, case popolari, pace nel Marocco, soprattutto moltiplicazione della spesa sociale e delle provvidenze a favore dei ceti popolari e degli ultimi. Sono elencazioni da rileggere attentamente: furono le opere più concrete di tutte. Siamo sfidati a trovare nel mondo un sistema democratico-liberale che negli anni Venti del Novecento abbia saputo fare quanto Miguel Primo de Rivera: senza ferocie, senza violenze poliziesche. “Dittatore senza morti” lo chiamò il socialista Indalecio Prieto, leader di primo piano dell’esperienza dell’infelice Repubblica. Molti studenti e gli intellettuali politicizzati denunciarono le violazioni alla Costituzione. I ceti bassi furono beneficati nel concreto, abbastanza in grande.

Antonio Massimo Calderazzi

NON UNA QUARTA REPUBBLICA MA LA POLIS RIGENERATRICE DI DRACONE

 
Il 25 luglio 1943 Mussolini e il regime furono abbattuti senza che un gerarca o un ‘Moschettiere del Duce’ fiatasse.  Andò così perché il colpo di stato venne dall’alto, dal re e dall’esercito di Badoglio.  Allora il paese era  devastato dai quadrimotori. Oggi esso vive l’attesa di un evento fosco: le conseguenze saranno aspre, e quello sarà il momento di Dracone, legislatore, giustiziere, demolitore del cattivo esistente.  Anch’egli come Badoglio prevarrà in modo incruento e indiscusso, perché otterrà l’appoggio immediato del Paese.
Le città non saranno state distrutte ma agirà, oltre al naufragio economico, il disgusto dei troppi anni di regime. Dopo tanta e generale acquiescenza, Dracone si insedierà chiudendo ‘manu militari’ le Istituzioni e confinan-done i capi in un albergo di montagna, o in un campo di lavoro, o nella stiva di un mercantile.  Dracone non avrà bisogno d’essere sanguinario o  feroce, avrà il Paese dalla sua. Chiusi i palazzi delle Istituzioni, messine in vendita alcuni, Dracone si farà legislatore come il suo predecessore di ventisei secoli fa. Farà di meglio: abolirà  le urne, i partiti e la loro Costituzione truffaldina. Darà la sovranità al popolo, togliendola alla classe politica.
Ma il popolo dovrà tornare alle dimensioni gestibili, cioè esigue, della Polis ateniese. Non i 46 milioni degli elettori d’oggi, i quali non hanno una sola molecola della loro teorica sovranità. Non hanno una molecola perché un sovrano fatto di 46 milioni di persone non è  concepibile.  I quarantasei milioni resteranno per le necessità dell’anagrafe e per rari referendum.
Per un popolo sovrano basterà una persona su mille, per un turno (p.es.  un anno) non rinnovabile.  Cinquantamila persone comporranno un corpo politico sovrano perfettamente congeniale all’età telematica, soprattutto a valle degli straordinari esperimenti imposti dalla pandemia 2020. 
Un giorno forse si dirà che l’età della randomcrazia, della democrazia semidiretta comincia nel 2020.  E’ legittimo, ed è possibile, che lo Stivale si faccia laboratorio di un grande esperimento di democrazia senza delega, una volta che Dracone avrà demolito la repubblica dei partiti e dei ladri.
Nei millenni lo Stivale ha inventato di tutto. Con Dracone potrà inventare  un popolo sovrano dei Cinquantamila – ‘i migliori’- sorteggiati per un anno.
Dracone farà programmare un cervello elettronico centrale perché ogni anno scelga i Cinquantamila in rigida funzione di requisiti, qualifiche e meriti superiori a quelli medi dei 46 milioni di elettori.  ‘Migliori’ potranno essere, scelti random, lo scienziato ‘comprovabile’, il pompiere coraggioso, l’imprenditore che si è fatto da sé,  la madre che ha allevato bene, il magistrato di esperienza, il medico eroico, qualunque operatore del bene: sempre che convinca il software del cervellone.
Tutti puri di nequizie (= condanne), tutti scelti a sorte per un solo anno. Chiunque autocertifichi (con prove) di meritare, sia tra i sorteggiabili.
I grandi tecnici, gli studiosi specializzati troveranno le vie per programmare in modi ineccepibili e sicuri il computer centrale, in modo che ogni anno scelga i cinquantamila Migliori.  Cancellata per sempre la professione di politico, dai Cinquantamila saranno sorteggiati per un anno tutti i detentori di una funzione politica specifica: i due-trecento membri temporanei di un organismo centrale che stenda nel dettaglio le leggi (coll’assistenza di tecnici responsabilizzati in modi, appunto, draconiani); i quattro-cinquecento membri degli organismi regionali e locali; i titolari e vicetitolari per un anno dei dicasteri centrali.
Dracone non sarà un despota: semmai un capo morale, un sommo arconte, mallevadore supremo del primo esperimento di democrazia randomcratica selettiva (semidiretta).  Se da qualsiasi direzione, nazionale o estera, verranno formule migliori della randomcrazia, esse prevarranno, a tutto vantaggio del Buongoverno, sogno impossibile del sistema demoliberale d’Occidente. Questo è il punto: il Buongoverno è ancora da nascere -non solo per lo Stivale- dopo il centinaio di secoli della storia umana di cui sappiamo.
Cento secoli di aneliti per un governo che non sia oligarchia, o tirannia, o dispersione di apparenza iperdemocratica (cioè ingiusta).  Si è provato con le rivoluzioni cruente, i risultati furono tutti pessimi.  Il fluire della storia portò alterazioni che i loro fautori chiamarono progressi. Ma dopo i conati razionalizzatori del sistema ateniese, mai si è riusciti ad affidare il governo ai pochi che siano oggettivamente migliori della media statistica. 
La democrazia parlamentare che ha afflitto le nostre parti di mondo, ora sì che la sappiamo scadente.  Scadente prima di tutto nelle società anglosassoni e negli inerti banchi di prova della Scandinavia.  Sola isola di buonsenso, la democrazia elvetica, che alcuni chiamano ‘diretta’. 
Alla nostra leva, nata a cavallo dell’anno Duemila, spetta di fare un tentativo in più di autogoverno razionale.  Ma di farlo subito, irridendo alle Costituzioni deteriori quali la nostra.
Antonio Massimo Calderazzi

TRE DISREPUBBLICHE: 2 DI SPAGNA, E LA NOSTRA MALNATA DALLA RESISTENZA

Le disrepubbliche odiano gli ideali grazie ai quali sorsero, e operano la loro rovina.  La prima delle disrepubbliche spagnole, quella stranamente denominata “Gloriosa”, durò undici mesi dal febbraio 1873, nei quali si dette quattro  presidenti (Figueras, Castelar, Salmeron, Py y Margall).
Non merita  particolari menzioni, a parte i contrasti tra unitari e federalisti e non pochi tentativi di ribellione sociale. Nel dicembre 1874 fu agevole al generale Martinez Campos restaurare la monarchia borbonica nella persona di Alfonso XII, figlio della regina Isabella II, che le Cortes avevano deposto nel 1868.

La lunga fase che seguì fu sempre più travagliata. Ai problemi di sempre – guerre carliste, lotte tra fazioni partitiche e militari, contrasti tra ricchi e miserabili- si aggiunsero il disastroso conflitto con gli Stati Uniti, la perdita dell’impero, i rovesci nella colonia marocchina. Nel 1923 la situazione del Paese era drammatica al punto che non solo la maggioranza dell’opinione pubblica ma anche i circoli intellettuali capeggiati dal filosofo Ortega y Gasset invocarono l’avvento di un dittatore militare. Nei primi anni il generale Miguel Primo de Rivera governò meglio di tutti i predecessori di due secoli: ripristinò la pace che le violenze nelle strade, gli scioperi, lo scontro tra le classi avevano distrutto.  Il dittatore volle redimere i ceti  umili dagli aspetti più neri della miseria, istituendo  varie provvidenze da Stato sociale, mediando nei conflitti tra capitale e lavoro, modernizzando, dando impulso con le opere e gli interventi pubblici alla crescita.
Nel 1930 il dittatore fu costretto a volontarie dimissioni dall’ostilità di vari gruppi di potere. L’anno dopo una consultazione elettorale dette la vittoria ai candidati di fede repubblicana. Re Alfonso XIII andò in esilio e la Seconda Repubblica fu proclamata il 14 aprile senza contrasti gravi, anzi in un clima di esultanza. La politica spagnola sembrò avere scelto di razionalizzarsi, dopo le convulsioni e le contraddizioni dell’intero Ottocento.

L’euforia passò presto. Dopo pochi mesi le violenze settarie esplosero furibonde e presto si disamorarono della Seconda repubblica quei conduttori dell’opinione pubblica che la avevano additata come l’ineluttabile destino della Spagna. Anche a volere ridimensionare le turbolenze, gli assassinii, gli scontri armati nelle strade, gli incendi di chiese e di conventi, va detto che la Seconda repubblica si consegnò subito a gruppi di potere sorprendentemente incapaci.  Manuel Azagna, massimo regista della nuova fase in quanto presidente del governo, poi in quanto capo dello Stato, si rivelò del tutto inferiore alle sfide del suo tempo. Un letterato fattosi uomo d’azione, Azagna fu posseduto come pochi dagli imperativi settari. A tutti i costi volle far trionfare la laicità, di fatto l’anticlericalismo, in ogni piega del tessuto nazionale in quanto, proclamò, “la Spagna ha cessato d’essere cattolica”.  Mostrò di non sentire i problemi sociali, tralasciò i termini economici della dialettica politica. La priorità di Azagna non era di organizzare una società operosa ed equa, era di farla razionale e laica. Capo di un piccolo partito radical-progressista, non provò nemmeno a coinvolgere i grandi numeri  nel disegno suo e delle minoranze che lo fiancheggiavano.

Nei primi anni Trenta del ‘900 il popolo spagnolo voleva anzitutto la riforma agraria. La classe politica capeggiata da Azagna non tentò seriamente di dare la terra ai braccianti e ai contadini minimi.
Quei politici che avevano dietro di sé le masse -innanzitutto i socialisti, i  comunisti, gli agitatori anarchici- non ebbero la saggezza di impostare programmi che convincessero il popolo. Nel frattempo lo scontro politico-sociale si infiammò al punto di suscitare la reazione estrema dei nemici della repubblica, della laicità, del progressismo neoilluminista.  Quando la militanza sinistrista superò i livelli che nel passato i gruppi di destra avevano tollerato, quando in particolare i delitti politici e i conati rivoluzionari si ingigantirono, i settori più combattivi dell’esercito e della politica trovarono il nerbo di insorgere con le armi.
La Seconda repubblica perdette quasi metà del suo territorio sin dai primi giorni della Guerra Civile. Da quel momento l’impegno dei suoi governanti si concentrò nel vano conato di abbattere il nemico con le armi: dopo aver tentato di repubblicanizzare   la società e le istituzioni, con gli schemi e con gli slogan, si dettero la missione di vincere la guerra contro avversari meglio organizzati e meglio aiutati dall’estero. Tra l’altro la maggior parte dei professionisti delle armi si erano uniti all’Alzamiento dei generali.
I governanti di Madrid credettero di supplire coi consiglieri sovietici, coi commissari politici, con gli esponenti soprattutto letterari delle sinistre internazionali.  Forse i governanti furono galvanizzati -meglio, storditi- dall’iniziale successo della difesa di Madrid e dall’afflusso di molti volontari stranieri.

Risultato, per tre anni i capi repubblicani forzarono a combattere le loro forze per farle sterminare da un nemico più potente e meglio motivato.
A partire dal 1937 i nazionalisti vinsero, magari per tappe, quasi tutte le prove sul campo. La battaglia dell’Ebro, sforzo militare  supremo della Repubblica, si risolse in una sconfitta totale che cancellò la capacità bellica della Repubblica. I fondatori della Repubblica fallirono nello sforzo di edificare una società repubblicana;  fallirono nel tentativo di sopravvivere. Abbiamo visto che Azagna fu il più rappresentativo e il più insipiente tra i gestori. Dopo avere sorpreso gli spagnoli, anzi il mondo, coll’unilaterità e l’arroganza del suo agire, il Capo dello Stato dovette riparare in Francia a piedi, confuso nelle centinaia di migliaia di profughi e di sconfitti.
Il capo del governo Juan Negrìn agì con più realismo, ma i suoi risultati furono altrettanto disastrosi.  L’idea-madre di Negrìn fu che se l’esercito e ciò che restava della repubblica fossero stati capaci di resistere alquanto più a lungo, il secondo conflitto mondiale avrebbe salvato la repubblica: le democrazie occidentali non avrebbero permesso a Franco di vincere.

Sappiamo che Londra e Washington mai concepirono di abbattere Franco per amore della repubblica amata da Stalin. L’idea-madre di Negrìn era insensata. Le ultime settimane della sciagurata repubblica videro lo scontro armato tra repubblicani: tra i reparti del colonnello Casado -con lui tutti coloro che volevano la resa immediata- e le residue milizie comuniste. Forti delle forniture belliche dell’Urss, i comunisti della Ibarruri e di Togliatti avevano di fatto governato ciò che restava della nazione e delle sue milizie. Da quando nacque, la Seconda repubblica non fu che una successione di errori. I rari successi sul campo non furono mai decisivi, e le glorie della difesa di Madrid furono spazzate via nel momento stesso che Franco risultò miglior interprete del Paese.

La terza delle Disrepubbliche, la Nostra, è stata senza confronti meno bislacca e più vitale. Vive ed è uno Stato considerevole. Considerevole è anche la Spagna, ma è di nuovo una monarchia: con tutta l’euforia dell’aprile 1931 e con tutta l’allucinazione ‘costituzionalista’ di Manuel Azagna. Da noi per fortuna non esistono le condizioni perché una delle dinastie estinte venga restaurata, come accadde in Spagna.  Invece esistono le condizioni perché la Nostra resti disrepubblica.

Essa nacque sull’impulso e sulla fede che ‘res publica’ fosse la forma di governo ideale.  Ma gli ingegneri, i geometri e i giuristi di questa repubblica le assegnarono una fisionomia monarchica: un’immagine cinica quale non dispiacesse ai peggiori dei papi e ai Savoia. I Padri fondatori non vollero che la repubblica incarnasse le essenziali virtù repubblicane: sobrietà, semplicità come rifiuto dello sfarzo e del superfluo, onestà.  In quanto fondata sul malaffare, la Nostra non è onesta. Dove è possibile sprecare e malversare, essa spreca e malversa. E non è votata alla semplicità, non le repelle lo sfarzo: con le sue due regge estive, il Quirinale divinizza il superfluo anche quando il Paese boccheggia come oggi.
Centinaia di istituzioni e di residenze pletoriche torreggiano sullo Stivale.
La Nostra incarna al meglio il rifiuto dei valori che nei millenni proiettavano la repubblica come reggimento superiore alla monarchia.
La Nostra è un repubblica spergiura e transfuga: una disrepubblica, appunto.

Antonio Massimo Calderazzi

IL CAUDILLO DA GIOVANE E IL BUONGOVERNO DI MIGUEL PRIMO DE RIVERA

Non è universalmente noto che Francisco Franco – il Caudillo che vinse la Guerra Civile, che non ebbe misericordia per i vinti e che per un quarantennio governò la Spagna con mano di ferro- fu autore di quattro libri di tipo politico e a partire dal 1946 firmò con uno pseudonimo una serie di quarantanove articoli, anch’essi intesi a denunciare i fallimenti in Spagna della monarchia costituzionale gestita dai liberali.
Il primo dei libri -“Marruecos. Diario de una bandera” era del 1922.
Allora Franco, che poco dopo, a 33 anni, sarebbe divenuto per meriti di guerra il più giovane generale di brigata in Europa, aveva solo il grado di maggiore. La Guerra Civile era lontana 14 anni. Il Nostro enfaticamente condivideva con la maggioranza degli spagnoli (compreso il più autorevole dei loro intellettuali, José Ortega y Gasset cattedratico di filosofia, e non compreso Miguel de Unamuno) l’attesa di un governante militare, capace di far uscire il Paese dalla crisi estrema della pace interna, della politica e dell’economia. Scriveva il maggiore dell’esercito coloniale, per sua dichiarazione “drasticamente convinto delle disfatte del regno costituzionale, cioè del sistema liberal-parlamentare, a partire dal 1876 (Costituzione liberale dopo il tracollo della Prima repubblica spagnola):
“Fu il liberalismo dell’Ottocento a propiziare il tramonto della Spagna.
In trentacinque anni (1833-1868) la nazione ebbe 41 governi, due guerre carliste, due reggenze, tre Costituzioni, 15 sollevamenti militari.
Tra il 1868 (deposizione di Isabella di Borbone, la regina accesa fautrice dei liberali) e il 1902 (salita al trono del nipote Alfonso XIII) si succedettero 27 governi, due monarchie (una fu l’infelice regno di Amedeo di Savoia, figlio di Vittorio Emanuele II), una repubblica, una guerra civile e si perdettero gli ultimi resti dell’Impero. Sotto Alfonso XIII (1902-31) la Spagna ha conosciuto un paio di dozzine di governi; due presidenti del Consiglio sono stati assassinati”.

Nel 1923, un anno dopo il libro del pluridecorato eroe delle guerre in Marocco, Miguel Primo de Rivera, capitano generale a Barcellona, fece, d’intesa col Re e coi principali comandanti militari, il colpo di stato che instaurò la Dictadura: sette anni fino all’avvento della Seconda Repubblica. Non ci risultano scritti di Franco specificamente dedicati alla dittatura di Primo, ma il futuro Caudillo non poté non approvarli senza riserve: nella prima lunga fase di de Rivera approvarono quasi tutti gli spagnoli.
Si opposero, a parole, un certo numero di intellettuali, gli agrari più oltranzisti e gli anarchici (peraltro resi inoffensivi).
Il partito socialista, unica sinistra seria del tempo, fu apertamente privilegiato dal dittatore (progettò di fare di esso il partito unico di regime). L’allora leader socialista Largo Caballero fu immesso nel maggiore organismo di vertice del regime; più tardi egli sarà proclamato ‘il Lenin spagnolo’ e capeggerà il governo della Repubblica prima di Juan Negrin.
Si mobiliteranno contro la Dittatura esigui gruppi di studenti. Col tempo si infittirono le critiche della vecchia classe dirigente (nella maggior parte delle cariche i politici di carriera erano stati sostituiti da ufficiali.
La Depressione internazionale cominciata nel 1929 investì la Spagna meno aspramente che altri paesi: però le conseguenze non mancarono, e indebolirono seriamente il regime del Generale, fortemente indebitato per le vaste opere pubbliche e per i numerosi programmi di provvidenze sociali, i quali fondarono il Welfare State. Primo de Rivera si dimise nel 1930 e poco dopo morì a Parigi.

Gli storici sono abbastanza concordi: Primo de Rivera non fu fascista (anche se Alfonso XIII nella sua bonaria fatuità amava presentare il generale come ‘il mio Mussolini’). Il Dictador fu un governante autoritario, ma né repressore né crudele. In pratica non imprigionò né perseguitò; al contrario fu coerentemente posseduto da buoni propositi. I fatti dicono che fu il migliore governante che la Spagna abbia avuto dal riformismo settecentesco di Carlo III. Primo de Rivera compì una parte non piccola delle opere auspicate dal movimento del Regeneracionismo, il prodotto più alto dell’intelligenza spagnola moderna, e dal suo profeta Joaquin Costa.
Il crollo e il caos della Spagna dopo l’umiliante sconfitta nella guerra contro gli USA (1898) e dopo la perdita dell’impero erano talmente gravi che Joaquin Costa dovette invocare, oltre al rovesciamento dell’intero pensiero valoriale -non guerrieri ma ingegneri e agronomi- anche l’avvento di un ‘chirurgo di ferro’ dall’energia imperiosa al posto dei politici rotti a tutti i compromessi e cautele.

La dittatura di Miguel Primo de Rivera, oltre a restaurare l’ordine e la legge che le violenze e gli assassini di fazione avevano sconvolto, aprì la modernizzazione e immise la Spagna sulla strada dello sviluppo.
Seguirono, a partire dai tardi anni Cinquanta del Novecento, le svolte tecnocratiche e liberiste del regime franchista, le quali anticiparono l’attuale rigoglio dell’economia spagnola, di recente accertata più vitale di quella italiana. Primo de Rivera fu populista in senso letterale.
Innanzitutto per indole e convinzioni, egli parteggiò per il popolo di cui a volte condivise le ingenuità. Antagonizzò frontalmente le cosiddette élites politiche, i ‘politicastros’, professionisti dei parlamenti e delle urne.
Ma contrastò anche gli agrari aristocratici che ai suoi tempi dominavano le campagne, affamando letteralmente i braccianti e i contadini senza abbastanza terra. Per la verità Primo fece assai meno del dovuto in termini di riforma agraria, così come altrettanto poco fece la repubblica nata nel 1931: e quest’ultima fu la fatale inadempienza del regime progressista e iperlaico. Tra il 1931 e la rivolta dei generali lo scontro di classe divampò nelle campagne prima che nelle città, con episodi molto sanguinosi.
I fucili della repressione repubblicana spensero numerose vite di braccianti, resi ribelli dalla predicazione anarchica.

Le opere più qualificanti di Primo de Rivera furono quelle che eressero le prime istituzioni e provvidenze del Welfare State: pensioni, miglioramenti salariali, scuole, ospedali, case popolari, soccorsi ai più umili (quando c’era un’eccedenza di bilancio Primo elargiva o tentava di elargire (contro i logici veti dell’alta burocrazia) doti e corredi nuziali alle ragazze povere.
Al tempo stesso la Dictadura affrontò concretamente la modernizzazione: strade, ferrovie, dighe, centrali elettriche, incentivi persino esagerati alle iniziative manufatturiere e ai programmi d’autarchia. I risultati furono pronti e in parte vistosi. La Spagna divenne un paese industriale: a ciò i governi liberali avevano costantemente fallito. Le classi alte tradizionali avrebbero dovuto apprezzare i meriti di Primo: attenuazione dello scontro sociale, cancellazione del caos, impulso alle produzioni.
Prevalse invece il rancore degli ottimati per le intenzioni popolaresche e per taluni stili ‘patriarcali’ o ‘folcloristici’ del Dictador.
Sta di fatto che nacquero i primi esperimenti di “cogestione” delle fabbriche e di equidistanza dello Stato tra capitale e lavoro. Primo forzò il partito socialista ad assumere un ruolo nella regìa economica e politica.
Alla fine la Dictadura fu messa in crisi dalla combinazione tra i gruppi d’interessi (in prima fila i datori di lavoro) e alcuni capi delle Forze armate, quelli più vicini alle classi alte e più critici della spesa sociale ‘facile’. Primo simpatizzava per i proletari (e volentieri si univa alle danze dei gitanos…). Gli altri padroni del vapore no.

La Dictadura fu dunque una fase di esperimenti sia pure paternalistici quali la Repubblica non ne fu all’altezza e si condannò a soccombere.
Primo, uomo d’azione, seppe imboccare la via delle provvidenze dall’alto. Anche perché gli assetti liberalcostituzionali scelti dalla Restaurazione borbonica non esistevano più: la Spagna del 1923 era una nave alla deriva. Nella sostanza le valutazioni del libro del maggiore Francisco Franco erano fondate. A Guerra Civile vinta, il Caudillo si espose ai giudizi più crudi per avere infierito sugli avversari. Al contrario di Primo de Rivera, Franco fu incapace di compassione. Primo invece di incarcerare gli avversari importanti li multava, riducendo gli ammontari a favore dei meno ricchi. Tuttavia, tra la vittoria del 1939 e la morte (1975) il Caudillo godé dell’indiscusso e universale consenso della nazione.
La tardiva mobilitazione dei gruppi antifranchisti fu completamente inefficace. La liquidazione del regime fu voluta e organizzata dall’alto: dagli uomini di Franco.

Antonio Massimo Calderazzi

ARRIVA LA DEMOCRAZIA SENZA ELEZIONI – SARA’ SELETTIVA E RANDOMCRATICA

Sotto un titolo insignificante (‘Votare non è un gioco’) l’editoriale del Corriere 2 settembre firmato Angelo Panebianco elenca alcune dolorose constatazioni che per l’immobilismo costituzional-conservatore dell’A. sono devastanti.
La prima: “Non c’è stato un momento, in tutta la sua storia, in cui la democrazia rappresentativa abbia subito attacchi come nella fase attuale, non solo in Italia”.
La seconda: “Il Parlamento è oggetto di derisione e disprezzo”.
La terza: “Stiamo squalificando in un colpo solo Parlamento, elezioni, principio rappresentativo”.
Quarta: “Si sono fatti molti ragionamenti tesi a rafforzare, in chiave antiparlamentare, il ruolo del referendum popolare”.
Quinta: “A certe condizioni la proposta di ridurre il numero dei parlamentari può essere una buona idea nel quadro di una complessiva revisione costituzionale.  Altrimenti è solo un attacco, simbolico e pratico, alla democrazia rappresentativa.  In nome ovviamente della democrazia diretta, alla quale la Rete ha offerto opportunità storicamente inedite”.

Dalla democrazia diretta imposta dal futuro il prof. Panebianco teme  “cittadini disinformati che dicono la loro su cose di cui nulla sanno, manipolati dal primo demagogo che passa”. Egli vuole il contrario del principio ‘uno vale uno’, e  ‘di ciò che da quel principio consegue: i ‘ ludi elettronici’.

Tuttavia sbaglia  Panebianco a sminuire quelle che chiama ‘certe proposte che circolano fra gli studiosi occidentali’.  Esse  significano una cosa precisa e determinante: fra gli studiosi occidentali non ci sono quasi più difensori (come lui e come Giovanni Sartori, lo scomparso teologo del  ‘doppio turno alla francese ‘)  del parlamentarismo/partitismo/professionismo dei politici a vita.  Invece proliferano le proposte e le ipotesi di democrazia diretta le quali escludano che uno valga uno.  Le preoccupazioni di Panebianco hanno perso fondamento.

Una delle opzioni di democrazia diretta-ma-selettiva è stata formulata nell’anno 2000 da chi scrive, di concerto con una ‘unità di ricerca sulla randomcrazia’: un gruppo di giovani italiani e canadesi.
Quell’anno  compilarono un  ‘Dossier sulla tecnocrazia selettiva’, titolato ‘Il Pericle elettronico,  sottotitolato “Materiali anglo-americani sulla superfluità dei politici professionisti. La soluzione randomcratica: una Nuova Polis sovrana di supercittadini scelti a turno dal sorteggio”.
Il profilo randomcratico  del dossier fu il particolare contributo di un giovane ingegnere, oggi cattedratico in un’importante università di Olanda. Produsse idee il tecnico pugliese Gabriele Stecchi.

La democrazia diretta sarà l’opposto della sovranità “di  tutti gli aventi diritto”,  cioè dell’intera Anagrafe.  L’Anagrafe farà altro.
Abolite le elezioni, spariranno gli ‘aventi diritto ad eleggere’.  Nascerà un corpo politico ristretto , una nuova Polis sovrana, p.es. mezzo milione di italiani, fatta di “cittadini attivi” o supercittadini, selezionati dal sorteggio per un turno di sovranità -p.es. una volta all’anno- SE saranno in possesso di qualificazioni oggettive fissate dalla legge: chi proverà una laurea, oppure avere esercitato un’attività legale per abbastanza anni.
Naturalmente  saranno sorteggiati coloro che faranno risultare qualificazioni superiori al minimo.

In conclusione saranno scelti random come supercittadini le persone che risulteranno ‘migliori’ degli altri iscritti all’anagrafe. La democrazia dei migliori, visto che la democrazia dei tutti (dogma delle sinistre buone a niente) ha avuto come risultato che i ricchi sono più ricchi di prima.

Inevitabilmente saranno escluse vaste categorie: la maggioranza dei lavoratori manuali dipendenti, delle  casalinghe, degli inattivi, dei pensionati, degli studenti che non hanno completato gli studi, degli sportivi di mestiere, di coloro che svolgono attività non dimostrabili come socialmente utili.  Mezzo milione, non 60 milioni, di cittadini sovrani. Queste ed altre esclusioni non faranno danno se non a quanti assegnano i loro voti in cambio di contropartite.  Ai giovani non in possesso di particolari qualifiche basterà impegnarsi per conseguire queste ultime al più presto.  Nel frattempo troveranno compensi, p.es. ludici, al fatto che la nuova Polis ateniese non potrà non essere fatta di piccoli numeri.  Le decine di milioni di votanti non sono una Polis, sono una massa soggetta alle manipolazioni dei politici di mestiere. La Nuova Polis nascerà quando sarà fatta dei pochi, i migliori.

Che le società avanzate si tengano ancora un congegno di delega concepito nel secolo XVIII è un enigma, un’apoteosi dell’irrazionale.
Andiamo su Marte, creiamo la vita in laboratorio, pratichiamo la comunicazione istantanea e planetaria, diamo uno smartphone alle moltitudini, ma affidiamo il governo dei tutti ai furfanti espressi dalle urne e dai partiti. Anche gli avversari dell’innovazione, i misoneisti alla Solaro della Margarita, ammettono che la tecnopolitica selettiva cancellerà il vecchiume degli ordinamenti imposti dal passato e ribaditi dalle Costituzioni come la nostra, redatta dai giuristi dell’oligarchia pervenuta al potere grazie al crimine bellico del Duce, il 10 giugno 1940.

Antonio Massimo Calderazzi

PER FARE GRANDE L’EUROPA, UN CONDOTTIERO NON UNA COMMISSIONE

Nessuno di Quei Due, il presidente francese e la cancelliera tedesca, ha fatto qualcosa di importante per rigenerare e unire il Continente.
Per uno statista europeo del XXI secolo, la misura della grandezza è l’azione realizzata per far nascere la Nazione dei cinquecento milioni che dominarono il mondo e crearono la civiltà occidentale.

Al momento sia Emmanuel Macron, sia Angela Merkel risultano meno gloriosi di De Gaulle e di Adenauer che ‘misero la faccia’ per sopprimere il miserabile odio tra i loro popoli. Meno gloriosi, Quei Due, di costruttori di regni minori quali Cavour, Kemal Ataturk, Horthy, Pilsudski, Mannerheim, Masaryk e, perché no, Salazar e Franco.

Troveranno Macron e Merkel la tempra per non sfigurare, addirittura per non risultare insignificanti, a confronto di personaggi di secondo piano che hanno agito in alcune situazioni del Terzo Mondo?
La cancelliera ha governato il suo paese con competenza e mani ferme, ma potrà non avere più l’occasione giusta: per quanto da pensionata gli Dei la vorranno -chissà- profetessa, Pizia o Sibilla del regno continentale che nascerà.
L’uomo dell’Eliseo ha forse recuperato il terreno politico perduto nell’Esagono, ma sul fronte dell’Europa gli occorreranno risorse di genialità finora non esibite. A Macron si attribuiscono propositi sui dossier che confrontano Bruxelles: però non ancora configurati in modo da annunciare svolte. E non di misure tecnicamente ben congegnate l’Europa ha bisogno: all’opposto di un clamoroso appello alle armi, del lancio di una crociata rischiosa ma risolutiva.
Gli europei vogliono essere elettrizzati, non solo persuasi.

Se, per esempio, Macron vorrà far nascere un esercito europeo, dovrà rompere con la Nato ed emanciparsi sul serio dagli USA. Macron non si limiti a fare il governante cartesiano e preparato; non gli basterà far meglio degli eurocrati. Si imponga anche come ideologo visionario, come apostolo di una grande missione, come annunciatore di un vangelo sovvertitore: l’unità e la grandezza di un Continente pari e idealmente superiore agli Stati Uniti. Magari un’unità e una grandezza dominate da poche capitali e da poche avanguardie temerarie. I governi lillipuziani obbediscano.
Se vorrà fare la storia, Macron dovrà offrire ai governanti e ai governati del Vecchio Mondo l’esempio di una forte cessione di sovranità.
Venendo da una Francia erede di retaggi nazionali orgogliosi, questo esempio renderà grottesco il sovranismo di capitali sostanzialmente secondarie quali Varsavia, Roma, Malta o mezza Cipro.

Sarà vano migliorare giuridicamente “i dossier”: il bilancio comunitario, le ‘diverse velocità’, un po’ meno (assurdi) voti all’unanimità, l’unione bancaria, il regolamento di Dublino.
Sarà epocale se Macron, eventualmente rimasto solo coll’obbligo di fare il leader, annuncerà le cose grandi: la fine della sudditanza a Washington, un esercito davvero unito e poco costoso, la cancellazione effettiva delle frontiere per i cittadini europei veri, la trasformazione delle bandiere da nazionali a sezionali (il nostro tricolore guadagnerà se il bianco sarà dominato da un simbolo continentale, uguale per tutti i labari).
La Francia sciovinista dovrà ridimensionare i suoi miti iperpatriottici (Marianna, il 14 luglio, les enfants de la Patrie). Dovrà persino accettare nei suoi dipartimenti prefetti lituani e intendenti lusitani. Per importanti che siano le misure concrete, promettono di più le iniziative cariche di simboli.

Quanto poi a chi diverrà cancelliere a Berlino, egli/ella dovrà inventare azioni anche più impegnative. L’Europa si unirà solo se la conduzione germanica si farà assertiva in pieno: la Germania merita di condurre parecchio più della Francia.

A. M. Calderazzi

LE MASCHERE DELLA COMMEDIA DELL’ARTE ELEVATE A GIORNALISTI DEMOCRATICI

Il 25 Aprile festa grande in casa di Antonio Lotito, il più grande Pulcinella di tutti i tempi. Risorto dal suo loculo (morì nel 1876) Lotito ha invitato a pranzo le quattro maggiori maschere di essa Commedia: Pantalone, Arlecchino, Brisighella e l’irraggiungibile Policinella.
Cosa festeggiano i Quattro e il padrone di casa?
Festeggiano il momento quando, settantaquattro anni fa, la professione di maschera comica, per secoli spregiata come produttrice di sole risate, sghignazzi, cachinni, farse atellane e fescennini, fu equiparata dal CLN vincitore a quella dei giornalisti e degli intellettuali democratici. L’equiparazione convenne anche a questi ultimi: mentre molti avevano e hanno bassa opinione del mestiere pennivendolo, chi dubita della rispettabilità di quello della Commedia dell’Arte?

Dunque quel giorno di primavera, annunciatore di libertà demoplutocratica e generatore di diritti ai diversi, la corporazione dei pagliacci fu innalzata ad alto sacerdozio laico, impegnato a fianco dei giornalisti e dei personaggi del cinema per riscattare lo Stivale dalle vergogne del Ventennio; per fondare la Repubblica delle virtù.

Prima di quel giorno d’aprile i giornalisti ora convertiti alla libertà avevano fatto cose di cui arrossire: avevano imitato i Pantaloni, gli Arlecchini, i Brisighella, i Pulcinella nel loro quotidiano entusiasmo per Mussolini. Praticando ruoli e regole del teatro di popolo, le Maschere avevano incarnato i sentimenti della nazione, quasi tutta fascista tra il 1922 e il 10 giugno 1940, quando la lue mentale di Mussolini, signore dei cuori italiani, si manifestò nella dichiarazione di guerra a Francia e Regno Unito.
Il fondatore del fascismo e dell’Impero cessò d’essere idolatrato dagli italiani, in particolare da quelli che scrivevano. Uno di questi ultimi, Giorgio Bocca, contribuirà col suo mitra, assieme alla Brigata Ebraica, a scacciare Kesselring dal suolo italiano, da millenni perpetuamente assetato di libertà e di diritti ai diversi.

Il 25 Aprile di allora gli innumerevoli Pulcinella assursero alla dignità di cantori della Resistenza: quella che, oltre ad abbattere il Reich, mondò lo Stivale dai suoi mali millenari e lo consegnò vergine agli idealisti senza macchia che gestirono le prime due Repubbliche cleptocratiche. Nell’intimità del banchetto in casa Lotito, i personaggi che grandeggiarono sulle scene e nelle piazze hanno dialogato distesamente come nei convivi etruschi. Sono stati anche autocritici, e hanno gareggiato in onestà intellettuale.

Pantalone, maschera focalizzata sulla saggezza dei vecchi, esortò a ricordare anche i delitti della Resistenza: “Ci furono troppi assassinii di fascisti e loro parenti; ma soprattutto ci furono varie vergognose via Rasella.

Riconosciamo che con le loro azioni pseudo-militari (il valore militare della Resistenza fu basso) i partigiani fecero morire ben più italiani che tedeschi. Arlecchino, pur non lesinando inchini e salamelecchi ai nuovi padroni dell’antifascismo, conferma: “I partigiani vollero le rappresaglie tedesche”. Brisighella dice pensoso: “Chi potrebbe negare la realtà dell’entusiasmo littorio dello Stivale tra il 1922 e il 1940?”.

Forte d’essere lo storico dominatore della Commedia dell’Arte, Pulcinella non esita a suggerire ai buffoni suoi colleghi di prendere le distanze dal Pensiero Unico di oggi: “Gli italiani figurano quasi tutti devoti e fermi democratici, ma se comparirà un uomo forte, un generale capace senza sparare di chiudere il Parlamento, il Quirinale e la Corte Costituzionale, noi Maschere, i giornalisti e il grosso degli italiani approveremo.
I 25 Aprile saranno soppiantati dalle festose celebrazioni del Putsch.
Noi Pulcinella, così come i giornalisti, non ci metteremo contro il consenso nazionale”. Però l’umile Brisighella dissente: “L’Italia democratica non si farà travolgere così facilmente. Ha vinto troppe vittorie, ha conseguito troppi diritti, ha persino inventato diritti che non andavano concepiti.

Oggi gli invertiti sono coccolati e si sposano tra maschi o tra femmine. Lesbiche e ricchioni indossano brillanti divise di trasvolatori atlantici e di addetti navali. Quale golpista fascista può promettere cose così grandi?”
Il banchetto delle Maschere si conclude con un riverente indirizzo al Badante della Repubblica, quell’Inquilino del Quirinale che è difensore di ogni virtù progredita, amato dalle scolaresche in visita come dalle Guardie Rosse marxiste, come dalle consorti degli amministratori delegati, come infine dai commodori di sinistra che introdussero nella Marina le nozze tra sommozzatrici innamorate.

La Commedia dell’Arte vigilerà perché The Spirit of April 25th viga x sempre!

Porfirio

NIENTE CAMBIERA’ SENZA LA DUREZZA DI DRACONE

Un anno fa un pezzo di Internauta si intitolava “Cambiare non basta. Passare alle demolizioni”.
Di fatto il cambiamento è stato accennato qua e là, ma i risultati sono irrisori. Al momento sono stati estromessi dal potere oligarchi e gerarchi del Settantaquattrennio. Però i nuovi detentori sono impotenti, bloccati nella loro avanzata dalle mura inviolabili della Costituzione, una vendicativa manomorta che serra tutto quanto afferrò.
La Costituzione è una rocca formidabile a difesa dell’immobilità.

Le opere che il cambiamento esigerebbe sono tutte vietate dalla Carta costituzionale, dai suoi tribunali e dai liberti (idealmente ex schiavi del Ventennio) che signoreggiano nei grandi media coi loro editoriali faziosi. Per esempio, occorrerebbe tagliare i costi improduttivi della collettività al decuplo di quanto è immaginabile a termini di Costituzione.
Andrebbero aboliti tutti i “diritti acquisiti” al di sopra di livelli modesti, i livelli della borghesia minuta; i diritti acquisiti, tipo le pensioni delle vedove degli ammiragli, degli alti burocrati e, perché no, dei magistratide, che imperversano blindati dalla Costituzione, e svenano gli erari. A dette vedove, redditi di cittadinanza.

Andrebbero respinti gli andazzi millenari in materia del cosiddetto “prestigio delle Istituzioni”. Andrebbe ripudiata la conformità agli usi tradizionali della diplomazia, quali lo scambiare ricevimenti mondani tra ambasciate, presuntuose e inutili. Anzi andrebbero chiuse tante, quasi tutte, le ambasciate. Hanno senso oggi, all’interno dell’ Unione Europea?
E abbiamo abbastanza nemici sul pianeta da dover mantenere Forze Armate? Tra l’altro la Patria dovrebbe perdere per sempre il diritto di chiamare a combattere in guerra; e il mestiere volontario delle armi andrebbe scoraggiato, e tra le donne vietato.
Comunque non merita protezione una malarepubblica fondata dai mitra partigiani ma gestita alla monarchica, cioè soprattutto nell’interesse dei privilegiati. Le istituzioni e le regole del gioco dovrebbero cambiare tutte.

Sembra certo che il nostro Debito diverrà schiacciante, ma non si pensa a rimedi che non aggravino le tasse dei più. L’alternativa, ovvia e giusta, sarebbe che vendessimo tutto quel superfluo che il mercato internazionale accettasse di comprare, dalle partecipazioni pubbliche alle opere d’arte e ai palazzi dello sfarzo.
La collettività sopporta per esempio i costi di centinaia di immobili di prestigio: dovrebbe liberarsene, traslocando istituzioni, dicasteri, presidenze cominciando dalla più “alta” di tutte, in edifici senza vanagloria, semplicemente funzionali e all’occorrenza in periferia.
Trasformati in poli museali e perchè no in grandi alberghi o in B&B smisurati, il Quirinale e molte dozzine di iperpalazzi darebbero di che ridurre in fretta l’indebitamento.

Ma occorrerebbe una volontà e una razionalità cui la Repubblica demoplutocratica non è all’altezza. Essa figura ancora sinistrista, ma ha istinti pressocché monarchici. In più soffre della stessa paralisi delle decisioni forti che colpisce tutte le democrazie rappresentative.
Finchè non creeremo qualcosa di diverso dalla democrazia rappresentativa, le svolte vere le faranno solo i colpi di stato. La legalità è troppo dalla parte della conservazione. Le realtà negative, cominciando dalla Costituzione, vanno eliminate con la scure dell’arconte Dracone, il primo e il più energico dei legislatori di Atene.

A.M.Calderazzi

QUALCHE (SCANDALOSO) RIMPIANTO PER LA DDR – NON FU SOLO MURO E VOPO (Volkspolizei)

Nel 1967 e 1968 viaggiai per alcuni giorni nella Germania Est, e vidi cose che si impressero. Cose che per una volta impongono si dica una parola buona su quella che fu la parte di Reich soggiogata dall’Armata Rossa, poi governata in ultima istanza dai diadochi di Stalin (uno non molto meglio di Hitler).

La DDR (Deutsche Demokratische Republik) non poteva che durare poco.
Si coprì di difetti e di colpe, compresa la morte per i mitra delle guardie di frontiera est-tedesche di alcuni cittadini insensibili alla douceur de vivre nell’ordine sovietico. Si coprì di colpe, dicevamo. Eppure fu una parentesi di protezione dalle malefatte dell’ipercapitalismo. Avrebbe trionfato la Germania voluta da Adenauer e dalla Nato, com’era logico.
Ma non era un paradiso in terra, non una patria angelicata.

La DDR fu il tentativo di costruire una società in qualche misura livellata. Fu una sortita per provare a rompere l’assedio del liberalismo estremo. Visitando Leuna, allora il più gigantesco complesso industriale della DDR, feci molte domande di dettaglio a un non elevato funzionario di direzione. Le risposte furono un misto di sufficienza e di scoperta rassegnazione. Appresi che se lo stipendio di un operaio semplice era di 500 marchi al mese, quello del direttore generale era di 7.000 marchi: “Poi è stato nominato ministro e il suo successore prende 5.000 marchi.
Però le direttive sarebbero per 3.000 marchi, e appena possibile ci arriveremo”. Quale il motivo di queste riduzioni: demeriti, rivalutazione della moneta, svilimento dei compiti del direttore generale? No. “Costruito il Muro a Berlino, spiegò il sottomanager, sono venute meno le ragioni competitive per tenere piuttosto alte le retribuzioni dei tecnici molto qualificati, e più in generale di quanti potevano essere attratti a fuggire nella Bundesrepublik”.

Un ragionamento da regime poliziesco, senza dubbio: c’è il Muro, non si passa là dove si è coperti d’oro. Ma oggi, cinquantadue anni da quelle domande al manager allineato, sappiamo molto bene il prezzo delle libertà garantite dalle demoplutocrazie: le distanze tra i ceti sono astrali, che continuano ad allargarsi. Persino i sommi bonzi del liberismo riconoscono che i nostri divari sociali sono indifendibili, spregevoli diciamo noi.
A Leuna la paga di un operaio qualificato ed esperto si avvicinava a mille marchi. Con la stessa anzianità un ingegnere laureato prendeva duemila, più compensazioni non monetarie (che ai livelli di vertice potevano essere alquanto vistose). Dunque il rapporto tra gli umili e i capi era infinitamente più giusto, più umano, di quello imperante nel “mondo libero” (la cui libertà stava a cuore solo agli intellettuali).

In Occidente i percettori di alti redditi godono in più dei proletari dei vantaggi degli investimenti, dei matrimoni di interesse, di relazioni utili alla carriera, di altre felicità elitarie.

Nel taglio delle sovraretribuzioni dei manager nella massima industria della Germania comunista c’era un’affermazione di valori umani che il sistema del mercato non concepiva. Quando si parli di illibertà e di altri dolori del regime di Ulbricht sarebbe giusto non sorvolare sulle buste-paga al vertice della chimica est-germanica: semplici cose, però maestose come piramidi. Tante colpe nel comunismo reale e in tutti i partiti del movimento, culminate nel suicidio generale per cieco conservatorismo settario; ma anche molte lezioni all’egoismo dei ceti privilegiati che ci opprimono, feudatari del nostro tempo.

Mezzo secolo fa la Germania orientale si sforzava, non senza successo, perché le famiglie non pagassero per la casa oltre il decimo delle entrate del capofamiglia. Da molti altri conseguimenti come questo non si può, non si deve, prescindere nel ragionare sui sistemi politici.
Nella DDR la possibilità per i bassi redditi di portare i figli alla laurea era effettiva. Per esempio la cinquantina di marchi in più corrisposti ogni mese per ogni figlio scolaro medio superiore aiutava a resistere alla tentazione di chiudere la fase scolastica. E i 200 marchi mensili passati agli studenti universitari o assimilati non erano pochi nel paese in cui parecchie mense sussidiate davano pasti ragionevoli per 1 marco, i libri si prendevano in prestito e i teatri erano affollati di gente ‘del popolo’.
Era un segno eccellente che nei foyers le dattilografe in abitini a buon mercato si cambiassero le scarpe poggiandosi agli stucchi dorati delle sale settecentesche dove ascoltavano Mahler; infilavano negli zainetti le calzature feriali. Il Mahler delle impiegatine era una lezione severa per noi, che alle impiegatine assegnamo al meglio Sanremo.
La DDR aveva elevato le menti delle figlie degli operai, avvicinandole ai livelli della bella gente dai modi sapienti e dalla coscienza cariata.

Beati i popoli che non la danno vinta alla bella gente che non cambia le scarpe nei foyers ma tiene gli inferiori nell’ignoranza. Nelle fattorie collettive dalle parti di Naumburg vidi garzoni e studenti che in tuta da lavoro imparavano a montare a cavallo in maneggi che erano tettoie per la paglia. I loro genitori potevano fare le ferie balneari a Cuba.

Tante altre cose andrebbero dette sul tentativo di socialismo che fu avviato dagli stolidi burocrati di Berlino Est. Il loro paternalismo kossighinista era certo angusto, però non immemore degli impeti dello spartachismo e delle celle della Gestapo. I conati di socialismo delle cose piccole e vere era nei bonifici dimezzati ai grandi capi, nelle impiegatine che si facevano belle nei teatri, nei maneggi ricavati nei capannoni del fieno. Nella DDR difettava la libertà, e l’economia non era competitiva, mancando il turbocapitalismo. Però la sua società, prevalentemente industriale, non ignorava in tutto gli aneliti umanistici.

Io, che pure sapevo fino a che punto la libertà è un’impalcatura fittizia e persino un bene non prioritario, andai nella Germania Est rassegnato a trovare il buio dell’ultimo stalinismo, a trovare un paese pattugliato dai Vopo e dai commissari politici in pastrano di pelle. Mi aspettavo una società prostrata dagli stenti, dilaniata dall’invidia verso l’opulenza dell’Ovest delle Mercedes. Consideravo con mestizia la condizione del povero cittadino di Magdeburgo, del depresso chimico di Halle, del contadino di Cottbus: tutti impegnati a nascondere pensieri di libertà ai poliziotti e ai commissari di rione. Tuttavia constatai pure che la maggior parte dei tedeschi dell’Est, esattamente come i tedeschi dell’Ovest, erano attenti alle circostanze economiche, non a quelle politiche: dunque non alla democrazia rappresentativa.

La DDR tentava di costruire il socialismo, non poteva arricchire la gente. Se Parigi valeva bene una Messa, la relativa uguaglianza delle condizioni valeva la perdita della democrazia liberale. Non è la sede per altre considerazioni sui contenuti effettivi della democrazia.
La nostra arte è libera, ma i suoi prodotti li consumano quasi solo le élites. La nostra cultura è libera, ma utilizza la libertà per vendersi all’industria culturale e al mercato pubblicitario. Le nostre elezioni sono libere, ma ci teniamo un assetto sociale ingiusto e delle istituzioni irrilevanti, meritevoli della ruspa. Al mattino possiamo comprare sette giornali diversi, una soddisfazione che interessa a pochissimi fissati. Il tentativo socialista non poteva non esigere una disciplina scomoda, scomoda anche per le maggioranze che beneficiavano dei risultati.

Il visitatore della Germania orientale constatava inoltre che il regime faceva il possibile per non antagonizzare o traumatizzare la gente con troppe alterazioni al volto tradizionale delle cose. Non sentiva il bisogno di cambiare faccia a tutto. Le grandi aquile Hohenzollern le cui ali di ferro o di ghisa facevano sotto Ulbricht da parapetti ai ponti sulla Sprea, attorno al Pergamonmuseum, simboleggiavano la prudenza dei gerarchi comuninisti, alcuni dei quali avevano conosciuto i carceri guglielmini prima dei lager di Himmler. La DDR aveva persino rinunciato a simboli comunisti come la falce e la stella rossa. Al martello aveva aggiunto un compasso incoronato di spighe di grano. Il comunismo tedesco, pur non ignorando le atroci lotte del passato, dove poteva dimenticava, o aggirava le posizioni. Quando facciamo i difficili sugli aspetti di regime che imperversavano oltrecortina, dovremmo ricordare che non arriveremo mai a liberarci del nostro vituperevole ipercapitalismo. Se mai riuscissimo, probabilmente copriremmo anche noi i muri delle fabbriche di inni alla nostra conquista. Lo faceva la DDR, con prudenza.

Un elemento della realtà est-tedesca che colpiva per la sua oggettività anche il visitatore maldisposto: le chiese. Era impressionante la generosità, veniva da dire la pietà, con cui le chiese storiche erano state restaurate dai marchi comunisti. Monumenti, si dirà; patrimonio di una nazione colta e fiera delle sue tradizioni; da queste parti Lutero aveva rifondato il cristianesimo. Vero: ma il regime avrebbe potuto trascurare le chiese per concedere più consumi al suo popolo.

I teatri e le sale da concerto mi apparvero specialmente guadagnati all’uomo. Le loro porte erano state aperte quasi gratis alla gente che un tempo si chiamava “di modesta condizione” ed essa, che in Germania è da sempre più colta che altrove, accorreva; i prezzi erano popolari.
Veniva alla prosa, veniva ai concerti di livello vestita di panni decorosi, seria, piena di garbo, come a ricevere l’investitura della nuova dignità conferita da un sistema orientato all’uguaglianza. Oh, la gioia di quei palchetti, platee e ridotti affollati di impiegatine, di mogli e figli di vigili e di capistazione. Da noi la lower class è stregata dalla Tv e dal calcio, i nostri teatri e auditorium sono riserve della mondanità, in un curioso blend di fauna intellettuale, di mogli e vedove benestanti e di tizi che si immaginano sofisticati perché orecchiano Ionesco e parteggiano a chiacchiere per le avanguardie, così rifacendosi del tanfo del denaro.

Nei teatri e negli auditorium di Lipsia come di Naumburg avvertii la forza morale, il rigore, la tensione ideale ignorate dalle nostre temperie incarognite, schiacciate dallo snobismo, dal classismo, dalle lebbre dell’anima. Da noi vinceva e sempre più vince la disgustosa etica delle prime della Scala, fatte nauseabonde dagli abiti costosi e dalla vanità. Confesso: rinuncerei alle libertà all’occidentale pur di vedere la Scala bonificata dal pubblico che conosciamo.
Cose del genere accaddero nella DDR.

Antonio Massimo Calderazzi

USA: IL POPULISMO DI RIVOLTA AGRARIA NELLA CRISI DI FINE OTTOCENTO

L’ultimo decennio del sec. XIX fu la fase populista della storia americana. La Guerra di secessione e il completamento della conquista dell’Ovest
avevano spento la fiabesca adolescenza degli Stati Uniti, quando gli uomini e le donne migliori erano pionieri, e quando le città erano piccole, culturalmente omogenee e virtuose. La sottomissione e poi la ricostruzione del Sud prostrato avevano scatenato tutte le cupidigie. Trionfavano la corruzione dei politici e il commercialismo. Dimenticati gli ardimenti della Frontiera, le circostanze idilliche dell’esistenza scomparvero nelle terre messe a coltura e cominciarono le difficoltà: le ‘bolle’ che si sgonfiavano, trasporti ardui, caduta dei corsi dei prodotti, siccità, solitudine. Cominciò lo scontento agrario, che era disagio grave della classe maggioritaria del Paese.

I due partiti tradizionali, non sapendo rappresentare i bisogni reali della gente, negli anni Novanta dell’Ottocento dovettero fronteggiare il Partito del Popolo, che per un momento apparve poter prevalere sui gruppi e sugli interessi che avevano fatto l’Indipendenza e che gestivano il potere. In qualche misura il Populismo era anti-politico e anti-intellettuale, ma era soprattutto anti-Establishment. Nelle elezioni del 1892 i candidati populisti non raccolsero abbastanza voti, ma nel 1896 il generale James Weaver, distintosi nella Guerra Civile, credette di presentarsi per la Casa Bianca. Come esponente di un ‘third party’ fu naturalmente sconfitto, ma attestò che le campagne più svantaggiate inclinavano ad insorgere. I farmer che si erano indebitati per creare le loro aziende, o per resistere alla caduta di valore dei loro raccolti, si consideravano vittime dei banchieri, delle ferrovie che trasportavano i prodotti, e dei gruppi della East Coast che dominavano i mercati. L’euforia dei decenni passati era sparita travolta dal collasso di vari mercati. Il movimento populista, piuttosto che un vero fatto insurrezionale, fu un episodio anti-sistema, e più ancora un convulso tentativo di far tornare il dinamismo, i redditi e la fiducia del passato. In parte fu rivolto contro la classe politica, molto contro i ‘poteri forti’.

In quanto scontento del proletariato agrario non abbastanza scolarizzato, le espressioni, proposte e formule d’azione del movimento populista furono spesso ingenue, rozze, estreme, quando non semplicemente bizzarre e risibili. Campeggiavano, oltre al rimpianto dei tempi aurorali e gloriosi dell’America, le denuncie delle ‘congiure antipopolari’ dei finanzieri di Wall Street e di Londra, le requisitorie contro tutti gli altri ‘nemici’ delle campagne. Le formule e le parole d’ordine più irrazionali indussero lo storico Richard Hofstadter a intitolare ‘Il folklore del Populismo’ un capitolo del suo importante testo “The Age of Reform: from W. Bryan to F.D.Roosevelt” (1956). Esordiva Hofstadter: “Per tutta una generazione dopo la Guerra Civile, in un’epoca di intenso sviluppo economico, la nota dominante della vita politica americana fu una soddisfatta tranquillità. L’agitazione populista, mossa dall’indignazione, vi mise fine (….). Le proteste, le rivendicazioni, le denuncie e le profezie dei populisti risvegliarono in molti americani lo spirito del progresso collettivo”.
Citiamo altri libri significativi sul populismo: J.D. Hicks, “The Populist Revolt”, 1931; S.J.Buck, “The Agrarian Crusade”, 1920; Martin Ridge, “Ignatius Donnelly”, 1962. Ma la bibliografia è parecchio più nutrita.

Furono innegabili nel populismo gli aspetti di provincialismo, nativismo, irrazionalità. Per la maggioranza dei seguaci del movimento, la vicenda del loro tempo si riassumeva nella lotta tra i predoni (i monopoli, i trust, le banche, le ferrovie, i profittatori) e i predati: farmer e tutti i produttori manuali di ricchezza, che il fisco perseguitava. Il popolo doveva ribellarsi e vincere: se ciò non accadesse, i portavoce del movimento annunciavano il trionfo del male, la fine delle istituzioni democratiche, forse anche l’anarchia e il sangue. Nel manifesto populista per le presidenziali del 1892 era scritto: “Ci avviciniamo a una crisi grave. Se la lotta tra possessori e produttori di ricchezza dovesse protrarsi molto andremmo a un disastro spaventoso. La Nazione è sull’orlo della rovina morale, politica e materiale. La corruzione domina le urne, gli organi legislativi e il Congresso; lambisce persino l’ermellino dei tribunali. I frutti della fatica di milioni di lavoratori sono sfacciatamente rubati da pochi individui che ammassano fortune colossali. Si avvicina la distruzione della civiltà”.

L’attesa di un’apocalisse ebbe espressione letteraria nel romanzo fantapolitico di Ignatius Donnelly “Caesar’s Column”. In esso la feroce lotta sociale negli Stati Uniti trovava scampo in un paese d’utopia situato in Africa, forse in Uganda. In patria i plutocrati ingaggiavano ‘uno stuolo di demoni’ che, dai dirigibili che pilotavano, minacciavano il popolo americano con le loro bombe a gas velenoso. Le lotte sociali erano accanite. Persino i virtuosi contadini di un tempo erano divenuti spietati selvaggi per la durezza della loro esistenza, tra avversità della natura e dei mercati, oppressione delle tasse e concorrenza dei proletari urbani, immigrati soprattutto dai paesi miseri del mondo. Il romanzo narrava che verso la fine del XIX secolo i lavoratori americani si erano ribellati e per piegarli i loro sfruttatori avevano fatto ricorso ai ‘demoni’. Le ferocie e le ghigliottine della Rivoluzione francese venivano superate dalla carneficina statunitense.
Gli oppressori erano bruciati sul rogo. I cadaveri coperti di cemento formavano piramidi gigantesche. Gli scampati da tante ferocie fuggivano in dirigibile sulle montagne dell’Africa; lì fondavano uno Stato socialista e cristiano nel quale il programma giustiziero dei populisti diveniva realtà. Commenta lo storico Hofstadter: “La fantapolitica di Donnelly è puerile, ma non risibile. Descrive l’orribile potenziale della rivolta di grandi masse. Il libro arrivò nel momento in cui molti attendevano un’Apocalisse. In passato molte vicende della storia americana stimolarono le menti degli eccentrici e dei fachiri politici”.

La vulgata di una cospirazione dei malvagi contro il popolo americano suscitò nello scorcio dell’Ottocento un’immensa letteratura di pamphlet. Tipico il fortunato libro della signora S.E.V. Emery, titolo “Sette cospirazioni della finanza che hanno schiavizzato gli americani”. L’opera era dedicata “al popolo asservito di una repubblica morente”. Secondo l’autrice, prima della Guerra Civile, gli Stati Uniti erano un Eden. In seguito, specialmente nel 1873, Wall Street decise una serie di perfide azioni per strangolare la circolazione monetaria attraverso la demonetizzazione dell’argento. Dietro Wall Street c’era la Banca d’Inghilterra, monopolista dell’oro. Il ‘Panico del 1873’ produsse bancarotte e drammi umani, dai suicidi agli assassinii, all’alcoolismo, ai divorzi.

Nel romanzo “The Two Nations” si raffigura il potente barone Rothe, grande della finanza londinese, intento a conseguire la demonetizzazione dell’argento negli USA allo scopo di impedire che l’America sorpassase la Gran Bretagna. Sullo sfondo della corrotta aministrazione Grant (il presidente Grant era stato il comandante supremo dell’esercito nordista che aveva piegato il Sud sul campo di battaglia), un emissario del barone riesce a comprare in massa l’intero Congresso di Washington perché legiferi contro l’argento. Anche gli economisti più prestigiosi vengono guadagnati alla causa dell’oro, metallo monopolizato da Londra. Grover Cleveland, uno dei successori di Grant alla Casa Bianca, è rappresentato come agente dei banchieri ebrei e dell’oro londinese. Il movimento populista si caratterizzò anche attraverso numerose posizioni antisemite. Secondo lo storico Hofstadter, quel po’ di antisemitismo moderno negli Stati Uniti risale al Populismo e si spiega in rapporto alla credulità, al provincialismo, all’innata diffidenza dei farmer. Inutile dire che il movimento populista denunciava i finanzieri e gli industriali per la loro insaziabile voglia di immigrati stranieri a buon mercato, la ‘feccia del Creato’.

Mary E. Lease, altra accanita esponente populista, divenne famosa per avere consigliato agli agricoltori di ‘coltivare la rivolta, non il grano’. Visto che non c’erano più terre vergini da distribuire gratis nell’Ovest, gli USA dovevano organizzare l’emigrazione dei farmer nelle repubbliche sudamericane da essi controllate, nonché nei paesi da annettere: Canada, Cuba, Haiti, Santo Domingo, Hawaii. Abbiamo visto che gli anni del populismo, ultimo decennio del secolo, videro una straordinaria fortuna della fantapolitica catastrofista. Proliferarono gli scenari apocalittici e i progetti di dominazione mondiale. L’Inghilterra, sola superpotenza planetaria, andava combattuta con ogni mezzo, e preferibilmente annessa.

Con tutti i suoi limiti -il provincialismo, l’ingenuità, la credulità- e con tutte le sue sconfitte (passato l’ultimo decennio del secolo non si parlò quasi più del Partito del Popolo), il populismo agì nella realtà americana ben al di là delle apparenze. Scrive lo storico Hofstadter: “Se gli intellettuali del tempo prestarono ai populisti un’attenzione disdegnosa e superficiale, gli storici posteriori hanno apertamente riconosciuto i loro meriti, spesso trascurando i loro difetti…. Il populismo fu il primo movimento politico di qualche rilievo a sostenere la responsabilità del governo federale nella gestione delle risorse collettive, nonché ad affrontare seriamente i problemi creati dall’industrializzazione e dall’immigrazione in massa. Discutere le generalità ideologiche dei populisti porta a far loro qualche ingiustizia: fu con le iniziative concrete che presero, non con le formule ideologiche, che essi contribuirono costruttivamente alla nostra vita politica”.

Lasciamo ad altra occasione qualche rilievo sul populismo, sia americano sia europeo, dei nostri giorni.

Antonio Massimo Calderazzi

PER UNA POLITICA ECONOMICA CHE SIA VERAMENTE TALE IN ITALIA E IN EUROPA

Le accese polemiche che si sono susseguite in questi ultimi mesi intorno alla manovra economica approntata dal nostro Governo e appena approvata dalle Camere, e le serrate trattative con la Commissione europea sul livello di deficit strutturale ammissibile, ci dovrebbero indurre a compiere alcune riflessioni, innanzitutto sul ruolo della politica economica e sull’obiettivo prioritario che essa ha il compito di perseguire.

Mi sembra doveroso, a questo proposito, partire dalla lezione di Federico Caffè. Come ebbe modo di scrivere in diverse occasioni, rifacendo sia quanto aveva già messo in rilievo Gustavo Del Vecchio (1883-1972)[1], scopo precipuo della politica economica è quello di far uso della conoscenza come guida dell’azione e i soggetti destinatari di tale indirizzo non sono solo gli organi di governo, ma anche gli altri operatori economici, siano essi pubblici o privati, interni o internazionali. Occorre però un’importante precisazione: “uno studio inteso a essere di guida all’azione non può confondersi o identificarsi con l’azione stessa. Questa, mentre da un lato implica poteri di decisione che mancano di regola (e comunque non sononecessari) a chi attenda a compiti soltanto di studio, dall’altra richiedegeneralmente l’integrazione degli utili elementi per tal via ottenuti conconsiderazioni di diversa natura e provenienza, a opera appunto di chi abbia il potere e la responsabilità di decidere”[2].

In tal modo Caffè sottolineava come non potesse mai venir meno il ruolo dei responsabili politici, ai quali soltanto spetta di adottare le decisioni inerenti alle azioni di politica economica da intraprendere, assumendosene l’onere. Il compito dello studioso (o del “tecnico” se così vogliamo chiamarlo) deve limitarsi ai suggerimenti o indicazioni per i problemi concreti, con l’avvertenza che essi comunque avranno un carattere inevitabilmente parziale, non potendosi delineare “quel prolungamento della conoscenza nell’azione (…) come predisposizione di categoriche norme e di conclusivi precetti, pronti per l’uso”[3], che lungi dall’avere una valida portata sistematica si rivelerebbero soggetti ad una rapida obsolescenza. Né, tantomeno, si può identificare la scienza economica in modo esclusivo con un determinato indirizzo “attribuendo ad esso una posizione di egemonia che, di fatto, non ha[4].

Già all’epoca, infatti, Caffè metteva in guardia dal “riflusso neoliberista”, che acriticamente sottolineava “la validità del mercato, come forma organizzativa dell’assetto sociale, senza tener conto delle numerose dimostrazioni fornite, attraverso il tempo, dei «fallimenti del mercato». (…) Poiché il mercato è una creazione umana, l’intervento pubblico ne è una componente necessaria e non un elemento di per sé distorsivo e vessatorio”[5]. Ovviamente anche l’azione della mano pubblica non è esente da errori e fallimenti, ma è anacronistico trattare le imperfezioni del mercato come aventi un carattere del tutto secondario rispetto a quelle dell’intervento pubblico.

Quanto all’obiettivo generale che deve perseguire la politica economica, non vi è dubbio che esso debba risiedere innanzitutto nell’accrescere il benessere umano. Caffè, richiamando un intervento tenuto nell’aprile 1963 a Roma dall’economista olandese Jan Tinbergen (1903-1994) durante la conferenza L’organizzazione dell’attività produttiva al servizio dell’uomo[6] annotava che “assumendo il benessere umano come obiettivo generale da massimizzare con le misure di politica economica, il Tinbergen considera che ne formino elementi costitutivi non soltanto i beni materiali, ma tutti quegli elementi – ideali, educativi, culturali – che riflettono i valori umani della nostra epoca storica”[7]. Tale impostazione era pienamente condivisa da Caffè, il quale era ugualmente consapevole del fatto che i diritti fondamentali sanciti nella nostra Costituzione dovessero rappresentare il quadro di riferimento a cui si doveva conformare anche la politica economica, che deve perseguire i propri obiettivi al fine di assicurare appunto il benessere generale e non gli interessi di pochi: “quando manchi l’organizzata volontà umana programmatrice, inevitabilmente gli interessi sezionali finiscono per prevalere su quelli della collettività”[8]. Il suo impegno in questa direzione è tra l’altro testimoniato dalla partecipazione ai lavori della Commissione economica del Ministero della Costituente, presieduta da Giovanni Demaria (1899-1998), il cui Rapporto in 12 volumi rappresenta il più alto contributo degli economisti italiani dell’epoca alla formulazione della carta costituzionale repubblicana.

D’altra parte lo stesso Demaria era fermamente convinto che lo Stato dovesse farsi promotore del miglioramento sociale, essere cioè fattore di produzione ossia “attore di elevazione e felicitazione materiale e superiore, protagonista e realizzatore di quel complesso di mete ideali e materiali che gli uomini si sono sempre configurate in ogni tempo. Quando lo stato operi lungo la linea ascendente del progresso dell’umana personalità agisce certamente come fattore di produzione, perché se l’organizzazione statale produce sempre qualche cosa (…), solo quando innalza la vita privata e sociale ad un piano storicamente superiore rispetto a posizioni spirituali, economiche e politiche arretrate può dirsi fattore di produzione rilevante per il patrimonio dei valori morali e materiali”[9]. Lo stato sociale moderno avrebbe dovuto quindi agire per limitare al minimo le diseguaglianze economiche e sociali, assicurare un certo grado di “benessere organico”, costituito da tutto ciò che è necessario alla vita dei singoli per renderla anzitutto possibile e poi piacevole, dal momento che “un benessere collettivo che comportasse la povertà di una parte della popolazione degraderebbe il povero e infetterebbe con la sua degradazione l’intero ambiente in cui vive, e tutto ciò che può degradare un paese può degradare un continente”[10]. Parole quanto mai profetiche rispetto alla situazione attuale dell’Europa.

Tali premesse erano necessarie per capire di cosa dovrebbe veramente occuparsi la politica economica e non è difficile capire che in questi ultimi tre decenni poco si è fatto sia in Italia sia in Europa per avvicinarsi a questi scopi. È del tutto attuale pertanto l’amara constatazione di Tullio Bagiotti (1921-1983) riguardo alla legislazione economica del nostro paese (che si potrebbe ben estendere a quella europea): “una legislazione da bottegai (…) avversata o sostenuta da una critica economica da bottegai. I propositi della Costituzione (…) sono stati disinvoltamente pretermessi. Il tutto a pregiudizio dei diritti dell’uomo, di libertà, e opportunità, che la Costituzione formalmente garantisce. E indubbiamente a pregiudizio della società, cui i diritti individuali sono fondamento e premessa”[11].

La politica economica nell’ambito dell’Unione Europea, a partire dal Trattato di Maastricht (1992) e ancor più dopo l’inizio della crisi finanziaria del 2007-08, è stata plasmata al solo fine di perseguire il rispetto dei parametri fissati dal trattato medesimo (i valori-soglia del rapporto deficit/PIL e di quello debito/PIL[12]), una disciplina di bilancio finalizzata al pareggio[13] e il mantenimento della stabilità dei prezzi[14] (ossessione tutta tedesca). Questa tendenza si inserisce nell’alveo della tradizionale attenzione che il diritto comunitario ha sempre dedicato allo sviluppo del mercato unico e alla conseguente tutela della libertà di concorrenza e della libera circolazione delle merci, dei servizi e delle persone.

L’attuazione e la protezione dei diritti sociali è stata subordinata a questi obiettivi. Infatti, sebbene l’art. 3 del Trattato dell’Unione Europea (TUE) affermi, al paragrafo 1, che essa “si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli”, subito dopo (paragrafo 3) precisa che “si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale”. Dall’impostazione di questa norma si evince come la piena occupazione e il progresso sociale svolgano un ruolo secondario rispetto allo scopo principale della crescita equilibrata e della stabilità dei prezzi. Né deve trarre in inganno l’espressione “economia sociale di mercato”, concetto di derivazione tedesca[15], volto a precisare come l’apporto dello Stato debba limitarsi ai soli interventi strettamente indispensabili a evitare i fallimenti di mercato, cui è stato aggiunto il correttivo “fortemente competitiva” per sgombrare il campo da eventuali equivoci, ribadendo la supremazia dell’approccio liberista.

Ciò è ulteriormente confermato dalle disposizioni del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). Anche qui l’art. 9 afferma solennemente che “nella definizione e nell’attuazione delle sue politiche e azioni, l’Unione tiene conto delle esigenze connesse con la promozione di un elevato livello di occupazione, la garanzia di un’adeguata protezione sociale, la lotta contro l’esclusione sociale e un elevato livello di istruzione, formazione e tutela della salute umana” e il medesimo principio è ribadito all’art. 151, che apre il Titolo X del TFUE, intitolato “Politica sociale”, in cui si legge che “l’Unione e gli Stati Membri, tenuti presenti i diritti sociali fondamentali, (…) hanno come obiettivi la promozione dell’occupazione, il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, che consenta la loro parificazione nel progresso, una protezione sociale adeguata, il dialogo sociale, lo sviluppo delle risorse umane atto a consentire un livello occupazionale elevato e duraturo e la lotta contro l’emarginazione[16].
Ma già nel successivo comma 2 è contenuta la significativa precisazione che nel porre in atto tali scopi l’Unione deve tener conto della “necessità di mantenere la competitività dell’economia” e l’art. 119, paragrafo 2, stabilisce chiaramente che le politiche economiche generali nell’Unione sono sostenute “conformemente al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”, fatto salvo l’obiettivo del mantenimento della stabilità dei prezzi .

Consideriamo infine la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata il 7 dicembre 2000 e adottata nel 2007, e ora inserita a pieno titolo tra le fonti normative dell’Unione in virtù del richiamo operato dall’art. 6 del TUE[17]. Nonostante il notevole progresso rappresentato dal fatto che nel Preambolo si afferma che l’Unione “pone la persona al centro della sua azione istituzionale”, anteponendo tale principio alla salvaguardia della “libera circolazione delle persone, dei servizi, delle merci e dei capitali”, la tutela approntata per i diritti sociali, di cui si occupa prevalentemente il Titolo IV (Solidarietà) appare piuttosto debole e meno incisiva rispetto alle disposizioni costituzionali di molti Stati membri.

Queste sono le fondamenta su cui è stato successivamente costruito, con vari interventi regolatori tra il 1997 e il 2013[18], il Patto di Stabilità e Crescita, ossia l’edificio di controlli preventivi e interventi correttivi demandati alla Commissione europea, che ha il compito di vigilare sul rispetto dei parametri stabiliti dalle norme dell’Unione e di proporre al Consiglio l’adozione di eventuali sanzioni nei confronti degli Stati membri inadempienti[19].

Un sistema di restrizioni che si inserisce nella cornice di un’unione monetaria rimasta largamente incompleta. Come è stato sottolineato da più parti non è possibile, mediante il bilancio dell’Unione, attuare politiche di stabilizzazione anticiclica; non sono consentiti trasferimenti tra gli Stati membri per colmare differenziali di competitività, né per intervenire in caso di squilibri delle bilance commerciali (notoriamente la Germania registra consistenti avanzi nei confronti dei paesi della zona Euro con effetti negativi su questi ultimi[20]); infine la BCE non può ricoprire il ruolo di prestatore di ultima istanza, in quanto espressamente vietato dall’art. 123 TFUE[21]. Tali criticità espongono a gravi rischi tutte le economie dei paesi dell’Unione Economica e Monetaria, soprattutto di quegli Stati il cui debito pubblico è più elevato e detenuto in misura consistente da investitori stranieri. Essi sono così in balia degli umori dei mercati finanziari e delle valutazioni, tutt’altro che disinteressate, delle agenzie di rating. Il caso della Grecia è esemplare e avrebbe dovuto far riflettere i responsabili politici europei sui rimedi da adottare, ma così non è stato. Piuttosto che affrontare i problemi irrisolti dell’area valutaria europea, si è preferito ricorrere a odiosi programmi di aggiustamento macroeconomico, che hanno gravemente impoverito la popolazione[22]. È così che si persegue il benessere dei popoli?

Un respiro completamente diverso, invece, hanno le disposizioni della nostra Costituzione, ispirate ad un progetto ambizioso di Stato sociale, in cui il benessere della persona umana assume una posizione centrale e in cui, conseguentemente, il rispetto e la realizzazione dei diritti sociali hanno un ruolo preminente, a cui vanno subordinati i principi dell’organizzazione economica. Ciò si evince fin dall’art. 1, dove si proclama che “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” (si veda su questo tema quanto ho già scritto nell’articolo “Le radici della Repubblica”); dall’art. 3 che solennemente afferma che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale” e che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”; dall’art. 4 in base al quale “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Ricordiamo infine tutte le fondamentali norme contenute nel Titolo III (Rapporti economici) della I Parte della Costituzione, riguardanti sempre il lavoro (artt. 35, 36, 37), l’assistenza sociale (art. 38), l’organizzazione sindacale e il diritto di sciopero (artt. 39 e 40), l’iniziativa economica privata, la quale è libera, ma che, come sottolinea l’art. 41, comma 2, “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”, la proprietà sia pubblica che privata e i limiti di quest’ultima “allo scopo di assicurarne la funzione sociale” (art. 42), il diritto, “ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro”, dei lavoratori di collaborare alla gestione delle aziende (art. 46), l’incoraggiamento e la tutela del risparmio in tutte le sue forme, l’accesso alla proprietà dell’abitazione, e l’investimento azionario, diretto o indiretto, nei grandi complessi produttivi del paese (art. 47).

In questo quadro si innesta la recente revisione degli artt. 81, 97 e 119 Cost. (legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1), che ha introdotto il cosiddetto vincolo del pareggio di bilancio. Sono ormai note le circostanze che hanno portato tra il 2011 e il 2012, nel breve volgere di pochi mesi, senza quasi alcun dibattito, all’adozione del provvedimento. Nel clima di incertezza generale provocato dalla crisi dei debiti sovrani, sicuramente decisiva fu la lettera, del tutto irrituale, che il 5 agosto 2011 Jean-Claude Trichet e Mario Draghi (l’uno governatore uscente, l’altro entrante della BCE) indirizzarono al Governo italiano e nella quale, tra le altre cose, statuivano che “a constitutional reform tightening fiscal rules would also be appropriate”[23]. In realtà la missiva riecheggiava, anche se in maniera più drastica, quanto già stabilito dal Patto Euro Plus del marzo dello stesso anno[24], ma senza dubbio essa produsse una forte accelerazione nell’avvio dell’iter di approvazione della nuova disciplina. Nonostante le evidenti pressioni provenienti da Bruxelles, è bene sottolineare che la scelta di procedere mediante revisione della Costituzione fu squisitamente politica (pertanto non imposta dalla normativa UE come si volle far credere all’epoca[25]), giustificata dalla nostra classe dirigente con la necessità di dare un “segnale forte” ai mercati e ristabilire la “buona reputazione” del nostro Paese, che, è il caso di ricordare, fin dalla nascita dello Stato unitario nel 1861 ha sempre onorato il proprio debito pubblico, diversamente dall’ “affidabile” Germania[26].

Molti hanno contestato, a vario titolo, l’introduzione di tale principio nella nostra Costituzione. Tuttavia occorre notare che la formulazione originaria dell’art. 81 e in particolare l’ultimo comma che recitava “ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte” aveva, secondo alcuni Costituenti, proprio lo scopo di assicurare il tendenziale pareggio del bilancio[27].

La norma era stata fortemente voluta da Luigi Einaudi, il quale riteneva che l’iniziativa in materia di bilancio dovesse essere limitata al Governo, negandola ai membri delle Camere. Egli infatti temeva che i deputati, per rendersi popolari, potessero proporre “spese senza nemmeno rendersi conto dei mezzi necessari per fronteggiarle”[28]. L’on. Ezio Vanoni appoggiò questa tesi, affermando esplicitamente che essa era una garanzia della tendenza al pareggio del bilancio e che fosse opportuno che anche dal punto di vista giuridico il principio fosse sempre tenuto presente alla mente di coloro che proponessero nuove spese: “Il Governo deve avere la preoccupazione che il bilancio sia in pareggio e la stessa esigenza non può essere trascurata da una qualsiasi forza che si agita nel Paese e che avanza proposte che comportino maggiori oneri finanziari”[29].

Nella concezione di Einaudi (e di altri economisti dell’epoca) il pareggio tendenziale di bilancio era una questione di buon senso e assumeva una dimensione morale, equiparando in questo caso l’azione dello Stato a quella prudente del buon padre di famiglia che ha un dovere verso i figli, verso le generazioni future[30]. È significativo quanto egli scriveva in una lettera del 13 dicembre 1948 indirizzata al Ministro del Tesoro Giuseppe Pella: “Se si suppone che l’ultimo comma dell’art. 81 non possa disgiungersi dal bilancio, ossia dal pareggio, se ne deduce la conseguenza che il legislatore costituente abbia voluto affermare l’obbligo di governi e parlamenti di fare ogni sforzo verso il pareggio. (…) Se si suppone invece che si tratti soltanto di un divieto “di non alterare in peggio”, non si consacra quasi, almeno per l’esercizio in corso, la permanenza del disavanzo? Non si riconosce in questa maniera ai disavanzi previsti al principio dell’anno, quasi un diritto a perpetuarsi? Che cosa si direbbe di un padre di famiglia il quale, malauguratamente per lui, al principio dell’anno prevede di avere un reddito di 50000 lire al mese ed una spesa di 70000; ma, poiché durante l’anno le sue entrate crescono da 50000 a 55000 lire al mese, si dimentica delle 20000 lire di vuoto che ha nel suo bilancio ed allegramente seguita a far debiti per 20000 lire consacrando le 5000 lire di maggior reddito a portare il totale delle sue spese da 70000 a 75000 lire? Si direbbe che costui è assai imprevidente, ed un po’ per volta il credito verrebbe a mancargli, così che ben presto sarebbe costretto forzatamente a ridurre le sue spese nei limiti della disponibilità. Lo stato si può comportare diversamente? (…) Se così fosse, il valore dell’articolo 81 non si ridurrebbe a nulla?”[31].

Il dispositivo del quarto comma dell’art. 81 che, secondo l’intendimento di Einaudi, mirava a garantire l’equilibrio del bilancio con l’obbligo del pareggio della spesa incrementale, si sarebbe però presto dimostrato insufficiente a governare il complesso sistema finanziario di una democrazia sociale, che come abbiamo prima visto si era posta scopi assai ambiziosi.

Tale problema era stato invece ben compreso da Demaria e dalla già menzionata Commissione economica da lui presieduta in seno al Ministero della Costituente. Nel quinto volume del suo Rapporto, dedicato alla Finanza, sui temi relativi al bilancio aveva adottato un’altra prospettiva, ritenendo che la solidità della situazione finanziaria non potesse poggiare unicamente su un equilibrio formale tra spese ed entrate, bensì su un “più profondo e sostanziale equilibrio tra attività finanziaria e attività economica in genere”[32].

Il fenomeno finanziario doveva essere messo in relazione con l’intera attività economica del paese. Solo in tal modo sarebbe stato possibile accertare se la politica delle entrate e delle spese fosse ben indirizzata, il pareggio di bilancio effettivo e valutare le ripercussioni dell’attività finanziaria, con tutte le sue complessità, sul reddito reale della collettività. “L’attività dello Stato in materia economica ed i relativi interventi – si legge nella relazione – si svolgono non soltanto attraverso la diretta gestione statale, ma più spesso mediante enti economici, variamente organizzati sicché è indispensabile tener conto non solo direttamente delle entrate e delle spese statali, quali risultano dal bilancio, e delle relative conseguenze, ma altresì della complessa attività e della gestione di tutte queste forme di amministrazione indiretta, la cui importanza diventa di giorno in giorno più evidente. Si tratta pertanto di sostituire sempre più ad un semplice bilancio finanziario un vero e proprio bilancio economico”[33].

Nel Rapporto si faceva riferimento anche allo strumento dei bilanci pluriennali, dal momento che l’attività statale “si svolge nel tempo senza soluzione di continuità”, così che “le conseguenze della spesa pubblica impiegano un certo intervallo di tempo per spiegare i loro effetti. Da ciò deriva, secondo alcuni, che è artificioso richiedere che l’equilibrio di bilancio si consegua puntualmente in ciascuno esercizio e non piuttosto in periodi più lunghi, tanto più che la vita economica (di cui il bilancio statale è, come è noto, un fattore nello stesso tempo determinato e determinante) non si svolge come un flusso uniforme, ma è caratterizzato da ondate alterne di prosperità e di depressione”[34].

In quest’ultimo caso, in particolare, poteva essere necessario abbandonare il canone di un bilancio in equilibrio, “dovendosi rinviare a periodi più prosperi” il proposito di ristabilirlo, con l’importante precisazione che “l’entità del reddito reale collettivo costituisce il limite della politica congiunturale la quale, pertanto, mentre deve preoccuparsi di attuare una accorta redistribuzione degli oneri derivanti dalla congiuntura, deve avere come fine precipuo, attraverso la politica delle entrate e delle spese, di incrementare appunto il livello del reddito predetto”[35].

Non lontano da questa impostazione si pongono le sentenze della Corte costituzionale che, a partire dagli anni ’60, hanno definitivamente escluso che l’art. 81 potesse contenere un obbligo giuridico al pareggio di bilancio[36]. Nella famosa sentenza n. 1 del 1966 la Corte infatti stabilì che “il precetto costituzionale attiene ai limiti sostanziali che il legislatore ordinario è tenuto ad osservare nella sua politica di spesa, che deve essere contrassegnata non già dall’automatico pareggio di bilancio, ma dal tendenziale conseguimento dell’equilibrio tra le entrate e la spesa”, tenendo conto dell’ “insieme della vita finanziaria dello Stato, che (…) non può essere artificiosamente spezzata in termini annuali, ma va, viceversa, considerata nel suo insieme e nella sua continuità temporale” in un’epoca in cui “i traguardi (…) che la comunità nazionale assegna a se stessa, impongono previsioni che vanno oltre lo stretto limite di un anno e rendono palese la necessità di coordinare i mezzi e le energie disponibili per un più equilibrato sviluppo settoriale e territoriale dell’intera collettività”. Questa interpretazione “estensiva” era ritenuta maggiormente rispondente alla lettera e allo spirito della Costituzione e in ultima analisi, aggiungo, capace di garantire l’effettiva attuazione del progetto di economia autenticamente sociale disegnato dalla nostra carta fondamentale e la messa in pratica di una politica economica coerente con esso[37].

Può dirsi la stessa cosa dell’art. 81 così com’è formulato oggi? Il testo attuale, in realtà, non parla espressamente di pareggio di bilancio, bensì del fatto che “lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico”. Per capire meglio il concetto di equilibrio occorre rifarsi alla legge cosiddetta rinforzata (legge 24 dicembre 2012, n. 243), approvata ai sensi del comma 6 dell’art. 81[38]. Da essa si ricava che “l’equilibrio dei bilanci corrisponde all’obiettivo di medio termine” (art. 3, comma 2, l. 243/2012). Questo a sua volta equivale al “valore del saldo strutturale individuato sulla base dei criteri stabiliti dall’ordinamento dell’Unione europea” (art. 2, comma 1, lett. e), vale a dire al “saldo del conto consolidato corretto per gli effetti del ciclo economico al netto delle misure una tantum e temporanee” (art. 2, comma 1, lett. d). Si tratta quindi di usare un metodo di calcolo piuttosto complesso, non esente da critiche e in fin dei conti discrezionale (non sarebbe di certo piaciuto a Einaudi)[39]. La conclusione pratica è che l’equilibrio di bilancio si diversificherà a seconda che si sia in presenza di una fase avversa o favorevole del ciclo economico, e ciò ovviamente non corrisponde ad un pareggio del bilancio. Non sembra ci si discosti molto, quindi, dall’interpretazione data dalla Corte Costituzionale del testo pre-vigente dell’art. 81.

Passando al secondo comma, scopriamo che esistono solo due casi in cui è possibile ricorrere all’indebitamento (deficit di bilancio):  a) “al fine di considerare gli effetti del ciclo economico”, quindi per attuare politiche anticicliche; b) “previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei componenti, al verificarsi di eventi eccezionali”. Questi, in base all’art. 6 della legge 243/2012, la quale non fa altro che riprendere quanto già stabilito nei regolamenti UE, sono “periodi di grave recessione economica relativi anche all’area dell’euro o all’intera Unione europea” ed “eventi straordinari, al di fuori del controllo dello Stato, ivi incluse le gravi crisi finanziarie nonché le gravi calamità naturali, con rilevanti ripercussioni sulla situazione finanziaria generale del Paese”. Rimane invece vietato il ricorso all’indebitamento “per realizzare operazioni relative alle partite finanziarie[40]”, tranne nel caso in cui si verifichino gli eventi eccezionali di cui sopra (art. 4, comma 4, legge 243/2012).

Da quanto sin qui detto, dunque, anche in base all’attuale formulazione dell’art. 81 sembrano esserci sufficienti margini di flessibilità, tali da non rendere incompatibile la nuova disciplina di bilancio con l’impianto generale della nostra Costituzione e in particolare con la tutela dei diritti sociali. Tanto più che la legge costituzionale 1/2012 fa un’importante precisazione, laddove prescrive che “lo Stato, nelle fasi avverse del ciclo economico o al verificarsi degli eventi eccezionali (…) anche in deroga all’art. 119 Cost., concorre ad assicurare il finanziamento, da parte degli altri livelli di governo, dei livelli essenziali delle prestazioni e delle funzioni fondamentali inerenti ai diritti civili e sociali” (art. 5, lett. g).

Bisogna però tener presente che l’intera materia va interpretata in base al diritto UE, il quale, oltre ad operare all’interno del nostro ordinamento in virtù degli artt. 11 e 117, comma 1, della Costituzione[41], viene espressamente richiamato a più riprese dalla legge 243/2012 e soprattutto da altri due articoli della Carta costituzionale novellati dalla riforma del 2012: l’art. 97, comma 1, nel quale si legge che “le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico” e l’art. 119, comma 1, per cui Regioni, Province, Comuni e Città metropolitane “concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea”.

Tutto questo significa che gli elementi di flessibilità prima individuati in realtà vanno letti alla luce dei regolamenti e delle direttive che nell’ambito dell’UE si occupano delle politiche di bilancio, dei possibili scostamenti dai valori di riferimento e delle procedure attraverso le quali questi vanno eventualmente corretti. Tornando, ad esempio, al concetto di equilibrio di bilancio, come abbiamo visto esso corrisponde all’obiettivo di medio termine (OMT), che in base al regolamento 1466/97, è specifico per ogni Stato membro, rivisto ogni tre anni e volto a conseguire un disavanzo strutturale inferiore all’1% (art. 2-bis). Questo limite è abbassato allo 0,5% per i paesi aderenti al Fiscal Compact, tra cui il nostro. Inoltre per gli Stati che non hanno ancora raggiunto il loro OMT è previsto un percorso di avvicinamento con cadenza annuale. In tal caso “la crescita annua della spesa non supera un tasso inferiore al tasso di riferimento a medio termine del potenziale di crescita del PIL, a meno che il superamento non sia coperto da misure discrezionali sul lato delle entrate” (art. 5.1, comma 3, lett. b).  Deviazioni temporanee sono ammesse solo in caso “di importanti riforme strutturali idonee a generare benefici finanziari diretti a lungo termine, compreso il rafforzamento del potenziale di crescita sostenibile, e che pertanto abbiano un impatto quantificabile sulla sostenibilità a lungo termine delle finanze pubbliche” (art. 5.1, comma 7) oppure in caso di eventi eccezionali al di fuori del controllo dello Stato membro (art. 5.1, comma 10, e art. 6.2, comma 4).

Infine in base all’art. 4 del Fiscal Compact l’Italia, essendo uno dei paesi con rapporto debito/PIL superiore al 60%, ha l’obbligo di operare “una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo all’anno” di tale parametro. L’esistenza di un eventuale disavanzo eccessivo “dovuto all’inosservanza del criterio del debito sarà decisa in conformità della procedura di cui all’articolo 126 TFUE”.

Come si vede i vincoli per il mantenimento dell’equilibro di bilancio sono molto più rigorosi e la flessibilità che si poteva desumere dal testo dell’art. 81, reinterpretata sulla base del diritto dell’Unione, risulta fortemente ridimensionata. Occorre anche tener presente che la sorveglianza di tali parametri e il ricorso ad eventuali sanzioni rimane pur sempre affidata ad organi quali la Commissione (composta esclusivamente da tecnici) e il Consiglio (che ha natura politica e decide discrezionalmente sulle proposte della Commissione), privi entrambi di legittimazione democratica. In merito al Consiglio, inoltre, bisogna notare che l’incertezza derivante dall’arbitrarietà dei metodi con cui viene calcolato il saldo strutturale, può far sì che l’attuazione delle politiche economiche dipenda in ultima analisi da trattative che riflettono i rapporti di forza esistenti tra i paesi UE e le alleanze che si vengono a creare tra essi di volta in volta. Si potrebbe quindi verificare il caso che non sia possibile attuare politiche economiche vitali per il miglioramento del benessere della popolazione in virtù degli stringenti obblighi di rispetto dell’equilibrio di bilancio e per intervento di organi che non rispondono ad alcun corpo elettorale e agiscono su presupposti del tutto estranei al nostro ordinamento costituzionale.

Sembra quindi giustificato il sospetto che la revisione del 2012 abbia introdotto nella nostra Costituzione, per il tramite del rinvio alle norme UE, un principio in netto contrasto con lo spirito della nostra Carta fondamentale, il quale antepone le esigenze di carattere economico-finanziario a quelle della persona umana, che ci dice che il rapporto debito/PIL o deficit/PIL o l’equilibrio di bilancio sono più importanti che “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che (…) impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, che subordina ad un paradigma economico (quello liberista o neoliberale che dir si voglia) e ai rapporti di forza tra paesi europei il benessere dei cittadini, contravvenendo al volere dei nostri Costituenti. Esso non può essere accolto, in quanto stravolgerebbe la gerarchia di valori presente nel nostro ordinamento costituzionale, snaturandolo completamente[42].

L’impressione complessiva che si trae dall’analisi delle norme sin qui viste è che la classe dirigente europea abbia costruito una gabbia in cui auto-imprigionarsi, erigendo un complicato intreccio di vincoli, parametri e procedure che di fatto hanno finito per rendere asfittica la crescita economica del continente. Sembra che essendo incapaci di adottare iniziative politiche in grado di far ripartire il processo di integrazione europeo e ridare slancio alla crescita economica, i politici europei si siano affidati agli automatismi di un meccanismo perverso che sta progressivamente annientando il progetto di Europa unita, così com’era stato concepito dai suoi padri fondatori subito dopo la fine della II guerra mondiale.

L’adozione in vari paesi europei, in particolare in quelli maggiormente colpiti dalla crisi economica (i c.d. GIIPS)[43], di una politica economica ispirata al modello dell’ “austerità espansiva”, che coniuga i tagli della spesa pubblica con riforme strutturali principalmente nel campo delle pensioni e del mercato del lavoro[44], ha inciso negativamente sui consumi interni, segnato un indebolimento della protezione sociale, aumentato il numero di nuclei familiari che vivono al di sotto della soglia di povertà e determinato un peggioramento dei livelli del debito[45]. È anche importante ricordare che l’esplosione del debito pubblico di molti paesi europei dopo il 2007 non è stata certo dovuta alla spesa sociale, bensì al salvataggio delle banche, che avevano improvvidamente acquistato titoli “tossici” ed erano quindi prossime al fallimento. Come ha messo in rilievo Luciano Gallino (2013)[46] il debito aggregato dei paesi UE tra il 2007 e il 2010 è aumentato del 20%. L’Irlanda, ad esempio, in seguito agli interventi per il salvataggio delle banche ha visto quintuplicare il suo debito pubblico.

La perdita di potere d’acquisto da parte di ampi strati sociali in molti Stati europei, in seguito alla recessione e alle politiche restrittive, sta alimentando il risentimento di una quota consistente della popolazione nei confronti della classe politica al governo, ridando fiato a partiti di orientamento populista o sovranista (ma sarebbe meglio dire nazionalista). Un processo simile, sotto molti aspetti, a quello che si verificò nel primo dopoguerra e che fu all’origine del fascismo e del nazismo, con le conseguenze che ben conosciamo.

Si impone quindi un deciso cambio di rotta. Non è possibile concepire la politica economica come un mero strumento per tenere sotto controllo sterili valori numerici o, ancora peggio, per implementare teorie di dubbia efficacia. Se così fosse non sarebbe di alcuna utilità, in quanto non illuminerebbe più – utilizzando una frase di Tullio Bagiotti – “i grandi problemi dell’intelletto e della convivenza”. Essa deve primariamente rispondere ai bisogni reali delle persone. A cosa serve avere un rapporto debito/PIL prossimo al 60%, come nel caso della Germania, se poi 16 milioni di tedeschi vivono al di sotto della soglia di povertà?[47]

La lezione che una volta di più bisogna trarre da quanto detto è che quando l’economia tenta di scimmiottare le scienze esatte porta a risultati disastrosi, in particolare quando ci ammannisce previsioni e modelli che sono completamente avulsi dalla realtà. Non bisogna infatti mai dimenticare che l’economia ha a che fare con gli esseri umani e che le politiche economiche si misurano sugli effetti che esse avranno sul loro benessere. 

Il Governo e il Parlamento italiano si dovrebbero impegnare concretamente affinché questo stato di cose termini. In ambito europeo, ciò significa agire per far riemergere quelle che sono le vere priorità della politica economica e rimettere al centro dell’operato delle istituzioni europee la persona umana, arricchendo l’esperienza politica europea con il portato della nostra Costituzione. Non va dimenticato infatti che “i diritti fondamentali (…) risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, fanno parte del diritto dell’Unione in quanto principi generali” (art. 6.3 TUE) e che “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani”(art. 2 TUE). Occorre dare il giusto rilievo a queste disposizioni, anteponendole alle questioni di carattere economico.

Bisogna anche recuperare il senso della solidarietà tra gli Stati membri, i quali hanno tutti pari dignità. Non è ammissibile il preconcetto, fondamentalmente razzista, per cui ci sarebbero i “primi della classe” (tipicamente i paesi del Nord Europa) e i “cattivi” (i paesi del Mediterraneo), che vanno puniti e sottomessi. A prescindere dalle responsabilità politiche interne, non è concepibile abbandonare a se stesso un paese in forte difficoltà, come ad esempio la Grecia e, invece di alleviare le sofferenze della popolazione, aggravarle mediante l’imposizione di politiche economiche draconiane. Il mutuo aiuto dovrebbe costituire un pilastro incrollabile dell’architettura istituzionale dell’UE, gli egoismi nazionali e i pregiudizi andrebbero accantonati dal momento che nel nostro continente non hanno prodotto altro che morte e distruzione.

In ultima analisi è indispensabile muovere un passo deciso verso l’integrazione federale, se si vuole portare avanti fattivamente il progetto europeo, e completare la costruzione della moneta unica, dotando le istituzioni europee degli strumenti per governare la politica economica, dando loro la legittimazione democratica necessaria e rendendole responsabili del loro operato davanti al Parlamento europeo.

Quanto all’Italia, sarebbe opportuno un bagno di umiltà per la nostra classe politica e per tutti noi, e prendere atto che quanto sosteneva Einaudi sulle responsabilità verso le generazioni future è sacrosanto. Se da un lato quindi non è accettabile sottostare a valori confliggenti con il nostro ordinamento costituzionale, che sviliscono l’importanza della persona umana, dall’altro, nell’adottare le decisioni di spesa, si devono soppesare con attenzione i benefici che ne potranno trarre non solo coloro che attualmente vivono, ma anche coloro che verranno dopo di noi. Occorre adottare una prospettiva simile a quella delle società africane, espressa magistralmente in questa massima di un antico capo nigeriano: “Io concepisco che la terra (ossia il nostro benessere, la nostra ricchezza) appartiene ad una vasta famiglia, della quale numerosi membri sono morti, pochi sono vivi e innumerevoli non sono ancora nati”.

GIUSEPPE PRESTIA

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[1]  Gustavo Del Vecchio, Lezioni di economia politica,  2ª ed., Cedam, Padova, 1957, in particolare p. 131: “I problemi ultimi dell’economia, come di ogni scienza sociale, e in realtà di ogni scienza, si imperniano su due punti e sulle loro reciproche relazioni: primo, comprendere e spiegare determinati fenomeni, secondo, far uso della conoscenza come guida dell’azione”.

[2]  Federico Caffè, Politica economica, 1: Sistematica e tecniche di analisi, 2 ª ed., Boringhieri, Torino, 1971, p. 15.

[3] Ibidem.

[4] Federico Caffè, Lezioni di politica economica, Edizione riveduta e aggiornata a cura di Nicola Acocella, Bollati Boringhieri, Torino, 2008, p. 17. Il corsivo è dell’autore.

[5] Ivi, p. 18. Il corsivo è dell’autore.

[6] Jan Tinbergen, “Réponse et synthése générale”, in Annales de l’Ècononomie  Collective, 1963, n. 2-3, pp. 419-429.

[7] Federico Caffè, Politica economica, cit., p. 170, nota 40. Tinbergen nel suo intervento di sintesi generale seguito alla discussione del Rapporto da lui predisposto (il cui testo integrale è riportato in Annales de l’Ècononomie  Collective, 1963, n. 1, pp. 103 e ss.) aveva affermato “Le but général se traduit: porter au maximum le bien-être humain, qui doit être défini aussi largement que possible. Il y a parmi nous un accord général pour dire que ce bien-être ne dépend pas seulement  des biens matériels à notre disposition, mais également de l’éducation disponible, d’éléments de culture en général et encore de la distribution de tout cela et d’éléments comme la démocratie – bref de toutes ces valeurs humaines pour lesquelles nous avons lutté depuis un siècle ou plus” (J. Tinbergen, cit., p. 419. Il corsivo è dell’autore).

[8] Federicco Caffè, “Economia di mercato e socializzazione delle sovrastrutture finanziarie”, in Un’economia in ritardo, Boringhieri, Torino, 1976, p. 39.

[9] Giovanni Demaria, Lo stato sociale moderno, Casa editrice ambrosiana, Milano, 1946, p. 35.

[10]  Ivi, p. 299.

[11] Tullio Bagiotti, “Come un economista cresce: Giovanni Demaria”, in Giornale degli economisti e annali di economia, Anno 38, n. 9/12, 1979, p. 611.

[12] Come è noto il Protocollo n. 12 sulla procedura per i disavanzi eccessivi, allegato ai Trattati UE e TFUE, stabilisce che il rapporto fra il disavanzo pubblico, previsto o effettivo, e il PIL ai prezzi di mercato non deve eccedere il 3%, mentre il rapporto tra il debito pubblico e il PIL sempre ai prezzi di mercato non deve essere superiore al 60%. Si veda anche il regolamento 479/2009 relativo all’applicazione del protocollo in questione.

[13] La risoluzione del Consiglio europeo sul patto di stabilità del 17 giugno 1997 prevedeva al punto I l’impegno per gli Stati Membri “a rispettare l’obiettivo, indicato nei loro programmi di stabilità o di convergenza, di un saldo di bilancio a medio termine prossimo al pareggio o positivo ed ad adottare le misure correttive del bilancio che ritengono necessarie per conseguire gli obiettivi dei programmi di stabilità o convergenza, ogniqualvolta dispongano di informazioni che indichino un divario significativo, effettivo o presunto rispetto a detti obiettivi”.  Tale statuizione venne poi codificata nell’art. 3, comma 2, lett. a) del regolamento 1466/97 per cui il programma di stabilità di ogni Stato Membro avrebbe dovuto includere “l’obiettivo a medio termine di una situazione di bilancio della pubblica amministrazione con un saldo prossimo al pareggio o in attivo e il percorso di avvicinamento a tale obiettivo”. Nel 2005 la definizione venne riveduta inserendo l’indicazione che il saldo di bilancio andava considerato in termini corretti per il ciclo, al netto delle misure temporanee e una tantum (Regolamento (CE) 1055/2005 del Consiglio).

[14] In base agli artt. 127 e 282 TFUE l’obiettivo principale del Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e della Banca centrale europea (BCE) è il mantenimento della stabilità dei prezzi. Il Consiglio direttivo della BCE nel 1998 ha precisato che si deve trattare di “un aumento sui 12 mesi dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IAPC) per l’area dell’euro inferiore al 2%”. Successivamente nel maggio 2003 il medesimo organo ha stabilito che l’inflazione deve essere mantenuta su livelli inferiori ma prossimi al 2% nel medio periodo.

[15] L’espressione “economia sociale di mercato” è stata coniata dall’economista tedesco Alfred Müller-Armack (1901-78), collaboratore del ministro dell’Economia Ludiwig Erhard (si veda A. Müller-Armack, “SozialeMarktwirtschaft”, in Handwörterbuch der Sozialwissenschaften, vol. 9, Gustav Fischer Verlag, Stuttgart, 1956, pp. 390-92). I concetti che ne sono alla base risalgono alla scuola di Friburgo (detta anche ordoliberale), che si sviluppò negli ultimi anni della Repubblica di Weimar e di cui fecero parte gli economisti Walter Eucken (1891-1950), Leonhard Miksch (1901-1950), Alexander Rüstow (1885-1963), Franz Böhm (1895-1977) e Wilhelm Röpke (1899-1966). Come spiega Alessandro Somma questi studiosi “volevano che la mano visibile dei pubblici poteri intervenisse per sostenere e pacificare il mercato e dunque affermavano la supremazia della politica sull’economia, ma ritenevano anche che la prima dovesse operare per imporre le regole mutuate dalla seconda: per trasformare le leggi del mercato in leggi dello Stato” (A. Somma, “Economia sociale di mercato e scontro tra capitalismi”, in Francesco Macario, Marco Nicola Miletti (a cura di), La funzione sociale nel diritto privato tra XX e XXI secolo, Roma Tre Press, Roma, 2017, p. 190). Nell’ordinamento europeo il riferimento all’economia sociale di mercato compare per la prima volta nel Trattato di Lisbona del 2007.

[16] L’art. 151 effettua un rimando ai diritti sociali così come sono definiti nella Carta sociale europea, firmata a Torino il 18 ottobre 1961, e nella Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori, dichiarata a Strasburgo il 9 dicembre 1989. Da ultimo possiamo ricordare il Pilastro europeo dei diritti sociali, approvato il 17 novembre 2017 nell’ambito del vertice sociale europeo. Esso non è giuridicamente vincolante per gli Stati membri dell’UE, ma testimonia lo scarso equilibrio ancora oggi esistente tra diritti sociali collettivi e le libertà tutelate in ambito europeo (libera concorrenza, libera circolazione di beni, servizi, persone e capitali). Si prenda ad esempio l’art. 5 (Occupazione flessibile e sicura) in cui alla lettera b) si dice che “Conformemente alle legislazioni e ai contratti collettivi, è garantita ai datori di lavoro la necessaria flessibilità per adattarsi rapidamente ai cambiamenti del contesto economico” oppure l’art. 6 (Retribuzioni), lettera b) che recita “Sono garantite retribuzioni minime adeguate, che soddisfino i bisogni del lavoratore e della sua famiglia in funzione delle condizioni economiche e sociali nazionali, salvaguardando nel contempo l’accesso al lavoro e gli incentivi alla ricerca di lavoro”.

[17] Esso stabilisce al suo primo paragrafo che “L’Unione riconosce i diritti, le libertà e i principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 7 dicembre 2000, adottata il 12 dicembre 2007 a Strasburgo, che ha lo stesso valore giuridico dei trattati”.

[18] Nel 1997 sono stati adottati i due atti costitutivi del Patto di Stabilità e Crescita, i regolamenti 1466/97 e 1467/97, emendati una prima volta nel 2005. Nel 2011 sull’onda della crisi dei debiti sovrani è stato adottato il cosiddetto Six pack, un pacchetto di 5 regolamenti (1173/11, 1174/11, 1175/11, 1176/11, 1177/11) e una direttiva (2011/85/UE), che hanno sostanzialmente allargato le competenze delle istituzioni europee in materia di politiche economiche e finanziarie. Nel 2013 è stato varato il Two pack (regolamenti 472/13 e 473/13) che ha ulteriormente compresso le prerogative in materia di bilancio degli Stati membri. A tale quadro normativo si affianca il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria (c.d. Fiscal Compact) sottoscritto nel marzo 2012 ed entrato in vigore nel gennaio 2013. Esso detta disposizioni ancora più stringenti in materia di bilancio ma, come espressamente previsto dall’art. 2, riveste una posizione subordinata rispetto ai Trattati e alla legislazione derivata dell’UE. A questo proposito l’art. 16 dispone che “al più tardi entro cinque anni dalla data di entrata in vigore del presente trattato, sulla base di una valutazione dell’esperienza maturata in sede di attuazione, sono adottate (…) le misure necessarie per incorporare il contenuto del presente trattato nell’ordinamento giuridico dell’Unione europea”. La Commissione europea ha quindi presentato una proposta di direttiva a tale scopo (COM(2017) 824 final 2017/0335) che è stata però rigettata dalla Commissione problemi economici e monetari del Parlamento europeo nella seduta del 27 novembre 2018.

[19] Senza scendere troppo nei particolari si può distinguere: a) una disciplina preventiva, incentrata sull’art. 121 TFUE, sul regolamento 1466/97 e successive modificazioni e sul Fiscal Compact, volta a prevenire il formarsi di deficit eccessivi; b) una disciplina correttiva, disciplinata dall’art. 126 TFUE e dal regolamento 1467/97 e modificazioni successive che ha il compito di contrastare e correggere i deficit eccessivi qualora si siano formati. Si noti che per entrambe le discipline, le decisioni inerenti interventi correttivi, raccomandazioni e sanzioni sono adottate sempre dal Consiglio, organo eminentemente politico, su proposta della Commissione. Tuttavia il Six Pack ha introdotto il voto a maggioranza qualificata inversa (reverse majority voting) per cui le proposte della Commissione in materia di bilancio si intendono adottate a meno che il Consiglio non le respinga a maggioranza qualificata. Per approfondimenti si vedano Renzo Dickmann, “Le regole della governance economica europea e il pareggio di bilancio in Costituzione”, in Federalismi.it, n. 4/2012 e Gian Luigi Tosato, La riforma costituzionale del 2012 alla luce della normativa dell’Unione: l’interazione tra i livelli europeo ed interno, relazione presentata al Seminario “Il principio dell’equilibrio di bilancio secondo la riforma costituzionale del 2012”, Roma, Palazzo della Consulta, 22 novembre 2013.

[20] La Germania registra da molti anni consistenti avanzi della bilancia commerciale. Questo perché i suoi prodotti sono più competitivi grazie alla politica di moderazione salariale attuata internamente e alla svalutazione del tasso di cambio dell’Euro avvenuta negli ultimi anni. Ciò non consente ad altri paesi europei della zona Euro di essere altrettanto competitivi, a causa dei differenziali salariali, ed essi sono così indotti ad importare prodotti dalla Germania, indebitandosi. Da parte sua la Germania, dati i deboli consumi interni e il basso livello di investimenti, non utilizza i consistenti surplus accumulati, ad esempio, per importare di più dagli altri paesi europei, riequilibrando la bilancia commerciale. In sostanza il modello di crescita tedesco basato sulle esportazioni avviene a spese degli altri Stati Membri dell’area Euro. La Commissione europea, per evitare questi inconvenienti, nell’ambito della procedura per la sorveglianza macroeconomica, istituita dal regolamento 1176/2011, ha chiesto alla Germania di intervenire per ridurre il surplus della bilancia commerciale, ma senza ottenere alcun risultato. Tra i parametri della procedura, infatti, le partite correnti sono oggetto di segnalazione se nei 3 anni precedenti la media mobile del loro saldo supera la soglia superiore del + 6% in rapporto al PIL o quella inferiore del -4%. La Germania, da parecchi anni, supera costantemente il limite superiore (+8%). Nella medesima situazione si trovano i Paesi Bassi e la Danimarca (che non fa parte dell’Eurozona).

[21] L’art. 123, comma 1, TFUE dispone che “sono vietati la concessione di scoperti di conto e qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri (…) a istituzioni, organi od organismi dell’Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali”. Il divieto è ribadito dall’art. 21.1 dello Statuto del SEBC e della BCE, che però all’art. 18.1 stabilisce che “al fine di perseguire gli obiettivi del SEBC e di assolvere i propri compiti, la BCE e le banche centrali nazionali hanno la facoltà di: operare sui mercati finanziari comprando e vendendo a titolo definitivo (a pronti e a termine), ovvero con operazioni di pronti contro termine, prestando o ricevendo in prestito crediti e strumenti negoziabili, in euro o in altre valute, nonché metalli preziosi”. È sulla base di tale disposizione che la BCE ha potuto fare ricorso alle cosiddette misure non convenzionali, tra cui l’alleggerimento quantitativo (quantitative easing).

[22]  È bene ricordare che la crisi greca prese avvio dalla scoperta nel 2009 della falsificazione dei dati di bilancio ad opera del Governo greco, con la complicità di Goldman Sachs (sul punto si veda Mauro Megliani, “Verso una nuova architettura finanziaria europea: un percorso accidentato”, in Diritto del commercio internazionale, I, 2013, pp. 67-108). Per evitare la bancarotta furono negoziati a più riprese una serie di prestiti sia da parte dell’UE che del FMI sottoposti ad una rigorosa ed inflessibile condizionalità. I consistenti tagli alla spesa pubblica (tra cui, ad esempio, la riduzione delle pensioni e i licenziamenti di dipendenti pubblici) e l’aumento della tassazione determinarono un netto peggioramento delle condizioni di vita della popolazione, che perdura ancora oggi. L’ultima parte dei finanziamenti alla Grecia è stata gestita a partire dal 2012 dal Meccanismo europeo di stabilità (MES), istituito nel 2011. Si tratta di un trattato intergovernativo, esterno rispetto ai Trattati UE, anche se collegato con essi (come il Fiscal Compact), che affida alla Commissione europea, alla BCE e al FMI (la c.d. troika) la gestione dei finanziamenti concessi ai paesi che ne fanno richiesta. È affatto singolare che il MES possa acquistare titoli del debito pubblico del paese in difficoltà anche sul mercato primario, stante il divieto di queste operazioni per la BCE, come visto poc’anzi.

[23] Il testo completo della lettera si può leggere in Elisa Olivito, “Crisi economico-finanziaria ed equilibri costituzionali. Qualche spunto a partire dalla lettera della BCE al Governo italiano”, in Rivista AIC, n. 1, 2014 (https://www.rivistaaic.it/images/rivista/pdf/1_2014_Olivito.pdf).

[24] Nel Patto Euro Plus (Allegato I alle Conclusioni del Consiglio europeo del 24-25 marzo 2011) si stabiliva infatti che “Gli Stati membri partecipanti si impegnano a recepire nella legislazione nazionale le regole di bilancio dell’UE fissate nel patto di stabilità e crescita. Gli Stati membri manterranno la facoltà di scegliere lo specifico strumento giuridico nazionale cui ricorrere ma faranno sì che abbia una natura vincolante e sostenibile sufficientemente forte (ad esempio costituzione o normativa quadro)”.

[25] A parte la lettera Trichet-Draghi, che ovviamente non poteva essere giuridicamente vincolante per il nostro Paese, né il Patto Euro Plus, come visto nella precedente nota, né il Fiscal Compact (il quale all’art. 3.2 stabilisce che “le regole enunciate al paragrafo 1 producono effetti nel diritto nazionale delle parti contraenti (…) tramite disposizioni vincolanti e di natura permanente – preferibilmente costituzionale – o il cui rispetto fedele è in altro modo rigorosamente garantito lungo tutto il processo nazionale di bilancio”) imponevano l’adozione del procedimento di revisione costituzionale.

[26] La Germania è andata in default tre volte nel secolo scorso, nel 1932, nel 1939 e nel 1948.

[27] La norma in questione non era una novità nel nostro ordinamento giuridico. Essa fu introdotta con la legge 22 aprile 1869 n. 5026 (c. d. legge Cambray Digny), che costituisce la prima normativa organica sulla contabilità dello Stato. Successivamente venne trasfusa nel r. d. 18 novembre 1923 n. 2443 (legge sulla contabilità generale dello Stato) il cui art. 43 prevedeva appunto che “nelle proposte di nuove e maggiori spese occorrenti dopo l’approvazione del bilancio, devono essere indicati i mezzi per far fronte alle spese stesse”.

[28] Assemblea Costituente, Commissione per la Costituzione, Seconda Sottocommissione, Resoconto sommario della seduta del 24 ottobre 1946, p. 419. Questo punto specifico era stato dibattuto anche dalla Commissione economica del Ministero della Costituente presieduta da Demaria, giungendo alla medesima conclusione, per cui si riteneva “indispensabile prescrivere nella carta costituzionale (…) che le nuove o maggiori spese debbono essere fronteggiate con determinati cespiti di entrata, in modo che l’attività parlamentare trovi un qualche freno all’allargamento delle spese” (Ministero della Costituente, Rapporto della Commissione economica, vol. V, Finanza, I. Relazione, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1946, p. 61).

[29] Assemblea Costituente, cit., p. 420. La formulazione originaria dell’ultimo comma dell’art. 81, proposta da Vanoni e da Costantino Mortati, aveva una formula più drastica, prevedendo che “le leggi le quali comportino maggiori oneri finanziari devono provvedere ai mezzi necessari per fronteggiarli”. Ritenuta troppo rigida dall’on. Tomaso Perassi, ne fu scelta una in cui più genericamente si parla di indicare i mezzi, parafrasando la norma contenuta nel r. d 2443/1923.

[30] Nella prefazione del libro intitolato Prediche, Einaudi aveva scritto: “La scienza economica è subordinata alla legge morale e nessun contrasto vi può essere tra quanto l’interesse lungi veggente consiglia agli uomini e quanto ad essi ordina la coscienza del proprio dovere verso le generazioni venture” (L. Einaudi, Prediche, Bari, Laterza, 1920, p. VII)

[31] Luigi Einaudi, “Sulla interpretazione dell’articolo 81 della Costituzione”, in Id., Lo scrittoio del Presidente, Einaudi, Torino, 1956, pp. 205-206.

[32] Ministero della Costituente, Rapporto della Commissione economica, cit. p. 34.I corsivi sono nel testo originale.

[33] Ivi, p. 36.

[34] Ibidem.

[35] Ivi, p. 38.

[36] In questo senso si era espressa anche la dottrina prevalente. Per Valerio Onida, per esempio, “tutto il sistema del nostro bilancio prescinde da un ipotetico vincolo giuridico al pareggio, che è sempre stato considerato un fatto di natura politica, il quale investe la responsabilità essenzialmente politica dei massimi organi che intervengono nell’elaborazione e approvazione del bilancio, Governo e Parlamento” (V. Onida, Le leggi di spesa nella Costituzione, Giuffrè, Milano, 1969, p. 458).

[37] Più recentemente nella sentenza n. 250/2013 la Corte ha ribadito che “il principio dell’equilibrio tendenziale del bilancio, già individuato da questa Corte come precetto dinamico della gestione finanziaria, consiste nella continua ricerca di un armonico e simmetrico bilanciamento tra risorse disponibili e spese necessarie per il perseguimento delle finalità pubbliche. (…) Il principio dell’equilibrio di bilancio, infatti, ha contenuti di natura sostanziale: esso non può essere limitato al pareggio formale della spesa e dell’entrata”. L’orientamento della Corte non sembra essere mutato neanche in seguito alla novella costituzionale del 2012, con particolare riferimento ai diritti sociali. Nella sentenza 275/2016 la Corte ha infatti stabilito che “è la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”.

[38] L’art. 81, comma 6, stabilisce che “il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei principi definiti con legge costituzionale”.  In virtù della particolare maggioranza richiesta, la legge 243/2012 attuativa di tale comma è detta per l’appunto rinforzata.

[39] Per un approfondimento sui metodi di calcolo del saldo strutturale dei bilancio si veda Andrea Boitani, Lucio Landi, “Regole europee: la lunga strada per uscire dalla stupidità”, in lavoce.info, 22/6/2014 (disponibile al seguente link: https://www.lavoce.info/archives/20661/regole-europee-bilancio-psc-output-gap/).

[40] Le partite finanziarie comprendono acquisizioni o cessioni di partecipazioni al capitale di società, concessioni o rimborsi di prestiti, aumenti o diminuzioni di depositi bancari.

[41]Con l’art. 11 l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. L’art. 117, comma 1, prevede invece  che “la potestà legislativa è esercitata dallo Stato nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”.

[42] Su questo punto si veda anche Daniela Mone, “La costituzionalizzazione del pareggio di bilancio ed il potenziale vulnus alla teoria dei controlimiti”, in Rivista AIC, n. 3/2014 (https://www.rivistaaic.it/images/rivista/pdf/3_2014_Mone.pdf).

[43] GIIPS è l’acronimo per indicare i cinque paesi dell’UE ritenuti economicamente più deboli: Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna. Questi sono spesso denotati con l’abbreviazione PIIGS, ritenuta da molti offensiva in quanto rimanda al vocabolo inglese “pigs” (maiali).

[44] Secondo i teorici di questo modello, sviluppato a partire dagli anni ’90 (soprattutto ad opera di economisti italiani come Francesco Giavazzi e Alberto Alesina), le aspettative giocano un ruolo importante. Infatti se i tagli della spesa pubblica sono sufficientemente ampi e persistenti, gli individui, che hanno aspettative razionali, li intenderanno come il segnale di un futuro abbassamento delle imposte. I consumatori si aspetteranno quindi in futuro un reddito più elevato e tenderanno ad aumentare i consumi correnti e futuri. Inoltre se si verifica un miglioramento dei conti pubblici (riduzione del disavanzo e del debito pubblico) i tassi di interesse si ridurranno e ciò stimolerà gli investimenti delle imprese e conseguentemente cresceranno reddito e occupazione. Infine le riforme strutturali, tramite la deflazione interna (riduzione dei salari) serviranno a far recuperare competitività al paese. Per una rassegna su queste teorie si vedano Carmelo Petraglia, Francesco Purificato, “Moneta unica e vincoli sovranazionali alle politiche fiscali nell’Eurozona alla prova della crisi”, in Rivista economica del Mezzogiorno, XXVII, 4, 2013, pp. 1065-1090; Sebastian Dellepiane Avellaneda, “The Political Power of Economic Ideas. The Case of ‘Expansionary Fiscal Contraction’ ”, in British Journal of Politics and International Relations, vol. 17, n. 3, 2014; Suzanne J. Konzelmann, “The political economics of austerity”, in Cambridge Journal of Economics, 38, 2014, pp. 701-41.

[45] Per un’analisi in questo senso si veda Luigi Campiglio, La teoria dell’austerità nel sistema economico europeo, Quaderno n. 77, febbraio 2016, Istituto di Politica economica, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano. Di segno contrario invece Alberto Alesina, Omar Barbiero, Carlo Favero, Francesco Giavazzi, Matteo Paradisi, The Effects of Fiscal Consolidations; Theory and Evidence, Working Paper, 2017. Il dibattito tra i sostenitori dell’austerità e i suoi detrattori è ancora molto acceso e non esistono evidenze empiriche certe. Gran parte della diatriba si è consumata sui valori del moltiplicatore, che misura gli effetti delle politiche di consolidamento fiscale sul reddito. Ad esempio un moltiplicatore uguale a 1,5 vorrebbe dire che un aggiustamento fiscale pari all’1% del PIL provocherebbe una riduzione dello stesso dell’1,5%. Secondo uno studio del FMI il moltiplicatore ha valori superiori a 1 per cui le politiche di austerità sono sicuramente dannose (Olivier Blanchard, Daniel Leigh, Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers, IMF Working Paper 13/1, IMF, Washington, 2013). Secondo altri lavori esso è invece inferiore all’unità per cui gli effetti dell’austerità sarebbero molto meno negativi (Lucyna Gornicka, Christophe Kamps, Gerrit Koester, Nadine Leiner-Killinger, Learning about fiscal multipliers during the European sovereign debt crisis: evidence from a quasi-natural experiment, ECB Working Paper Series, No. 2154, ECB, Frankfurt am Main, 2018).

[46] Luciano Gallino, Il colpo di stato di banche e governi, Einaudi, Torino, 2013.

[47] Sulla povertà in Germania si veda Der Paritätische Gesamtverband, Wer die Armen sind. Der Paritätische Armutsbericht 2018, Berlin, 2018 (il rapporto è scaricabile dal sito del Paritätische Gesamtverband al seguente link: https://www.der-paritaetische.de/fileadmin/user_upload/Schwerpunkte/Armutsbericht/doc/2018_armutsbericht.pdf). È interessante notare che tra coloro che rientrano nella categoria dei poveri, ben il 41% sono persone che hanno un lavoro a tempo pieno (i c.d. working poors), mentre il 25% sono pensionati.