UN PAPA DISTANTE DALL’EUROPA, MA QUALE?

Che fa papa Francesco? Fa e (per il momento) soprattutto dice molte cose, che riscuotono finora molti consensi e non pochi entusiasmi, di vario colore, un po’ dovunque. Fra i prevalenti applausi cominciano però ad affiorare anche dubbi, perplessità e non celate preoccupazioni. E’ il caso di Angelo Panebianco, columnist di punta del “Corriere della sera”, che giorni fa ha sentito la necessità di avvertire che qualcosa di preoccupante, appunto, sta avvenendo nella Città del Vaticano. Non per quanto riguarda il mondo cattolico e i suoi problemi interni, un terreno sul quale l’eminente politologo non si addentra perché, precisa, chi a quel mondo non appartiene può solo osservare “con rispetto” i tentativi del nuovo pontefice di riformare la Chiesa di Roma.

Non così, invece, per ciò che concerne il rapporto del pontefice con l’Europa, che interessa tutti gli europei al di là dei credi religiosi e di ogni miscredenza. Perché sarà anche vero che la Chiesa cattolica, come del resto altre, sta perdendo colpi soprattutto nel vecchio continente. Però il fatto che il papa non abbia divisioni da schierare sui campi di battaglia, come gli rinfacciava Stalin, non toglie che la sua voce non predichi nel deserto benchè insufficiente, da sola, a cambiare il mondo. La pensa così, evidentemente, l’attuale numero uno del Cremlino, Putin, che a quanto risulta ci teneva molto all’abboccamento che ha avrà in Vaticano tra qualche giorno..

L’evento, di per sé non memorabile, mette in allarme Panebianco. Il quale ignora, come tutti, che cosa i due potranno dirsi nei previsti tre quarti d’ora di tempo, ma sa bene, come tutti o quasi, a che cosa il colloquio fa seguito. L’hanno infatti preceduto sia la proposta russa riguardo alle armi chimiche di Bashar Assad che, accolta dagli Stati Uniti, ha consentito di scongiurare il ventilato intervento militare americano nel conflitto in Siria, sia il vibrante appello rivolto a Barack Obama, allo stesso scopo, dal successore di Pietro.Una spettacolare convergenza di posizioni, insomma, tra l’esponente più in vista della cristianità e il capo di un regime che ha preso il posto di quello sovietico non senza ostentare elementi di continuità con esso.

Che si sia trattato di una convergenza significativa e rilevante sotto vari aspetti non si può negare. Che preluda a chissà quali ulteriori sviluppi appare invece alquanto improbabile, tenendo conto se non altro del carattere autoritario e repressivo del regime di Putin, benchè chiamato adesso ad assumere particolari responsabilità in sede ONU per la tutela dei diritti umani, insieme ad altri di per lo meno dubbia idoneità. Per lo stesso motivo dovrebbe rivelarsi problematico anche l’avvicinamento tra la Santa Sede e il patriarcato ortodosso di Mosca, oggi più strettamente legato che mai allo Stato russo.

La convergenza comunque c’è stata e l’autorevole collaboratore del primo (o secondo) giornale italiano ne è rimasto seriamente impressionato pur cercando di contenere l’allarmismo. Il giudizio suona comunque severo. Non solo il pontefice si è “trovato in piena sintonia” con l’uomo del Cremlino contro gli Stati Uniti e la Francia. Non solo ha spinto la sua “polemica” fino ad ipotizzare che la guerra civile in Siria sia alimentata dai venditori di armi, soprattutto occidentali, assetati di profitti. Avrebbe così messo a nudo “un’inattesa distanza” dall’Europa, come recita il titolo dell’articolo, peraltro un po’ contrastante con un testo che descrive un personaggio formatosi in una terra con “una tradizione lontanissima da quella dell’Europa liberale”, un figlio di quel mondo extraeuropeo in cui la Chiesa si espande mentre nel vecchio continente deperisce, per cui non si dovrebbe parlare di sorpresa più o meno amara.

Ora si potrebbe innanzitutto obiettare che i mercanti d’armi assetati di sangue sono naturalmente anche europei, chissà quanto liberali o liberisti, e tra di loro spiccano oggi come ieri anche quelli russi, sicuramente amici di Putin con il quale Bergoglio fraternizzerebbe. Ma, ben al di là di questo dettaglio, di quale mai Europa parla, o sogna, nella fattispecie Panebianco? Una diecina d’anni fa, se non ricordo male, egli non mancò di figurare tra i corifei della “nuova Europa” esaltata da George W. Bush perché contrapposta a quella “vecchia” di ben noti illiberali come Jacques Chirac e Gerhard Schroeder, ostili (già in compagnia di Putin) alla seconda invasione dell’Irak sostenuta invece da statisti giovani e illuminati come Tony Blair, Josè Maria Aznar e Silvio Berlusconi.

Anche allora tra i complici di Putin si poteva annoverare Giovanni Paolo II, il papa polacco di sicura fede anticomunista (benchè lanciatosi dopo il trionfo sull’ “impero del male” in una forte denuncia dei mali del capitalismo) che non esitò a tuonare contro una nuova guerra ben presto rivelatasi priva di qualsiasi ragionevole giustificazione, benchè ne fossero state addotte tre, una dopo l’altra, cercandone una plausibile. Alla guerra comunque si andò, la vittoria della “coalizione dei volonterosi” fu rapida e facile ma i seguiti sono, oggi più che mai, sotto gli occhi di tutti.

Saddam, tiranno non peggiore di tanti altri (e sotto alcuni aspetti migliore) venne tolto di mezzo ma il suo paese fu devastato e dilaniato, il numero delle vittime civili enorme e di gran lunga superiore a quello dei combattenti caduti da entrambe le parti, un potere statale reso precario da inarrestabili conflitti etnico-religiosi e dal terrorismo cronico, la causa degli estremisti di Al Qaeda rafforzata in tutto il Medio Oriente e nel mondo arabo. Premuto dalla propria opinione pubblica, il governo di Washington si è visto costretto a ritirare sia pure gradualmente le truppe di occupazione rinunciando all’obiettivo, chissà quanto sincero, di instaurare la democrazia e la pace sulle rive del Tigri e dell’Eufrate.

Un esito largamente analogo (e non dissimile da quello della precedente operazione sovietica) sta avendo l’invasione dell’Afghanistan, pur legittimata in qualche misura dall’attacco alle Torri gemelle patrocinato o coperto dal regime talebano di Kabul. Un esito, se si vuole, persino più vicino ad una vera e propria resa al nemico, dal momento che il ritiro del corpo di spedizione della NATO avviene previe trattative o quanto meno sondaggi con gli stessi talebani o una parte di essi, e peraltro accompagnato da schiarite nei rapporti con l’Iran, forse recuperabile per un costruttivo dialogo con l’Occidente.

Malgrado simili esperienze, l’Europa giovane o vecchia si è lasciata tentare dal riprovarci con la Libia, stavolta addirittura nel ruolo di promotrice grazie (se così si può dire) all’iniziativa franco-britannica e solo o quasi con l’incoraggiamento degli Stati Uniti, ormai in fase di revisione delle proprie abitudini. Il risultato non è cambiato. Un altro dittatore, forse ancor meno pericoloso, ormai, per il mondo che per il proprio popolo, è stato eliminato, ma l’intervento militare “umanitario” in piena guerra civile ha contribuito a gettare il paese nel caos e in un’anarchia dalla quale, dopo due anni, non accenna ad uscire, con conseguenti incognite anche circa gli approvvigionamenti petroliferi per la cui sicurezza, secondo alcune versioni, era stata avviata l’operazione.

Con la crisi siriana, finalmente, l’accumularsi delle lezioni sembra avere dato i suoi frutti. Le tentazioni si sono ripresentate ma sono state in un modo o nell’altro respinte. Col favore, certo, dei dubbi e delle titubanze americane sfociati nella pronta adesione di Obama alle proposte russe per scongiurare l’intervento, tenendo conto dell’assodata contrarietà popolare e di quella quasi certa del Congresso. Dopo la bocciatura inflitta dalla Camera dei comuni alle recidive velleità bellicose di David Cameron, a coltivarle è rimasta la sola Francia del socialista Hollande, eletto a furor di popolo come radicale alternativa allo screditato Sarkozy ma inopinatamente rivelatosi anch’egli un aspirante guerriero,  riuscendo a rendersi ancor più impopolare del predecessore gollista.

La Germania ha tenuto fermo il suo no ad impegni militari dopo la partecipazione alla missione afgana mentre la Spagna, già ritiratasi per prima dall’Irak, aveva e ha ben altro cui pensare. Quanto all’Italia, che aveva collaborato in secondo piano all’intervento in Libia tra le lacrime di coccodrillo di Berlusconi per la pugnalata nella schiena all’amico Gheddafi, il governo delle Larghe Intese ha avuto almeno il merito di escludere sin dall’inizio anche solo un eventuale bis in Siria. La “giovane” Europa ex comunista, infine, che si era per lo più meritata gli elogi di Bush assecondandolo contro l’Irak, questa volta è rimasta molto più sulle sue.

Vecchia o giovane, insomma, il grosso dell’Europa sta ravvedendosi, con qualche eccezione forse effimera. E’ da questa Europa che Angelo Panebianco accusa papa Francesco di prendere le distanze? Evidentemente no. Dev’essere un’altra Europa che lui rimpiange e di cui sogna il ritorno, un’Europa la cui fedeltà ai valori occidentali, che dichiara di avere a cuore, si debba misurare sull’adesione o meno, che so, alla linea del Tea Party americano, indicata recentemente da un altro guru del nostro giornalismo, Giuliano Ferrara, come modello da seguire per trarre l’Italia fuori dalle secche. Che almeno questo ci venga risparmiato.

Franco Soglian

LARGHE INTESE E GRANDI COALIZIONI

Noi e gli altri. Nel momento in cui la diversità italiana minaccia di sfociare, una volta di più nella storia nazionale, in esiti catastrofici, può sembrare ozioso ovvero maniacale e persino masochistico insistere a paragonare la situazione del paese con quelle altrui. Eppure continua invece ad apparire utile, e comunque quasi obbligatorio a causa di straordinarie coincidenze temporali che propongono vistosi contrasti tra somiglianze non sempre solo esteriori e, appunto, differenze talvolta macroscopiche

Fino a non molti giorni fa, rispetto al momento in cui scrivo, si levava immancabile sui media il pianto greco per il confronto con la Spagna in fatto di spread. Il nostro tornava a salire e il loro cominciava a scendere dando luogo ad un ennesimo sorpasso ai nostri danni da parte di un paese economicamente più debole del nostro e più duramente colpito dalla crisi sotto ogni aspetto. La cugina latina, certo, pare stia già uscendo dalla recessione e riprendendo a crescere mentre per noi, nonostante i conclamati segnali di svolta, questa tarda ad avverarsi.

Ma è ancora più certo, e del resto risaputo, che la causa principale dell’incongruenza è un’altra. Con tutti gli errori anche molto gravi compiuti dai suoi governanti nel passato recente e meno recente, la Spagna beneficia di un sistema politico funzionante che non ha subito mutamenti di rilievo in tutto il tempo trascorso dalla morte del caudillo Francisco Franco e conseguente avvento di un regime democratico. In poco meno di quarant’anni si sono alternati al potere a Madrid i due partiti maggiori, più o meno di destra l’uno e di sinistra l’altro, secondo uno schema predominante da ancora più decenni quando non (Gran Bretagna) da secoli nell’Europa occidentale come negli Stati Uniti.

Qualcuno potrebbe obiettare che la stabilità troppo prolungata genera immobilismo e sclerotizzazione, ostacolando i necessari rinnovamenti. Dovrebbe però indicarci quali tangibili vantaggi l’Italia abbia ricavato dalla sua peculiare forma di creatività. Grazie ad essa neppure nella cosiddetta Seconda repubblica i governi sono riusciti a durare per intere legislature, mentre ci si accorge non senza sorpresa che il partito più anziano è la Lega Nord, peraltro puntualmente dilaniata dai contrasti intestini, già ridotta ai minimi termini e forse non lontana da un decesso relativamente precoce.

Resta naturalmente da vedere se la Spagna ben più stabile politicamente saprà davvero risollevare in modo durevole un’economia troppo presto e con troppa leggerezza coralmente esaltata come un modello, rivelatosi quasi di colpo fasullo. Un’affidabilità di base continua a meritarsela, benchè rischi di finire smentita da operazioni avventate come l’acquisto dell’italica Telecom da parte della sua ancor più indebitata Telefònica.

Il caso limite agli effetti del confronto non è però la repubblica iberica bensì, verso l’altra estremità del Mediterraneo, sofferente su ogni sua sponda, quella ellenica. Vittima di un collasso ancora peggiore di quello spagnolo, la culla della democrazia ne offre oggi una versione non certo esemplare. Tra i partiti maggiori che l’hanno interpretata non è mancata, ad Atene come a Madrid, una normale ma per nulla salutare alternanza, che non ha impedito l’accumularsi di comuni e gravi responsabilità, anche di rilevanza morale e penale, per la crisi abbattutasi sul paese.

Benchè si tratti del membro economicamente più fragile dell’Europa occidentale e sulla cui capacità di risalita dal baratro permangono forti perplessità, leggiamo adesso, per dire, sul “Wall Street Journal” che la situazione greca desta minori preoccupazioni di quella italiana. Se osservatori così competenti possono arrivare a tanto, lo si deve evidentemente al fatto che i due partiti di cui sopra si stanno sforzando di salvare il paese (e con ciò stesso, se si vuole, di redimersi) collaborando con apparente convinzione nel quadro di un’alleanza governativa pur aggressivamente contestata da robuste opposizioni di destra e di sinistra.

C’è naturalmente modo e modo di uscire dalle crisi, compreso quello di far quadrare i conti appagando Olli Rehn e Wolfgang Schäuble ma mantenendo alta o gonfiando ulteriormente la disoccupazione (in Spagna tradizionalmente almeno doppia di quella italiana), affamando grosse fette di popolazione nonchè falcidiando, come in Grecia, servizi e dipendenti pubblici e permettendo invece ai più facoltosi (neppure ad Atene e dintorni mancano i nababbi) di mettere in salvo offshore i loro capitali.

Qualche residuo credito quanto meno di buona volontà va comunque concesso ai governanti di Atene come a quelli di Madrid prima di procedere con i confronti. Mentre a Roma la coalizione delle larghe intese, claudicante da subito, ha cominciato a traballare dopo solo pochi mesi, forme analoghe di connubio tra le maggiori forze politiche sono in procinto di nascere o di prorogarsi altrove senza bisogno di gravi o gravissime emergenze nazionali. Avviene in Germania, isola di buona salute in un’Europa più o meno seriamente malata, e nella piccola Austria, che non è da meno della grande vicina settentrionale e per qualche aspetto addirittura la supera; ad esempio, con una disoccupazione e un debito pubbilco ancora più bassi.

Sono due casi parzialmente diversi. In Austria la “grande coalizione” tra socialisti e popolari presenta un carattere quasi istituzionale avendo governato, dal 1945 a oggi, per periodi più lunghi di quelli coperti da gabinetti monocolori o alleanze governative meno ampie. La sua funzione è stata, dapprima, quella di puntellare la solidarietà nazionale, dopo il ritorno all’indipendenza perduta con l’annessione al Terzo Reich, durante l’occupazione militare del paese (fino al 1955) da parte dei vincitori della seconda guerra mondiale, seguita dalla neutralità obbligatoria tra Est e Ovest durante la “guerra fredda”.

Dopo la caduta della “cortina di ferro”, che rimosse gli ostacoli all’adesione alla Comunità e poi Unione europea, una sua ragion d’essere è stata ritrovata  nell’esigenza di fronteggiare l’indebolimento di entrambi i partiti maggiori e la corrispondente ascesa di vecchie e nuove formazioni soprattutto di estrema destra all’insegna del populismo e dell’antieuropeismo, vistosamente confermata anche dalle recenti elezioni. Non manca tuttavia, né a Vienna né altrove, chi addebita almeno in parte il declino dei due grandi alleati proprio ad una consociazione logorata dal tempo e da cattive abitudini agevolate dalla detenzione troppo prolungata del potere.

A Berlino, come prima a Bonn, la risorsa della “grande coalizione” tra cristiano-democratici e socialdemocratici è stata utilizzata molto meno che a Vienna, ossia solo per periodi relativamente brevi e in fasi di particolare difficoltà interna o esterna per la Repubblica federale, prima e dopo la riunificazione nazionale. O, semplicemente, per rimediare sempre in via provvisoria a risultati elettorali tali da non consentire la conferma o la nascita di coalizioni meno ampie e più omogenee, come potrebbe accadere dopo la netta vittoria della CDU-CSU di Angela Merkel, privata però dell’appoggio del partito liberale che il voto del 26 settembre ha escluso dal Bundestag.

Simili funzioni sono state assolte in modo nel complesso soddisfacente per tutti, tanto da conferire alla Grosse Koalition il rango anche qui quasi istituzionale di carta da giocare pressocchè automaticamente quando necessario, senza entusiasmo da parte di nessuno ma neppure con soverchi patemi. La Merkel, accusata da qualche parte di essersi spostata un po’ troppo verso sinistra nel corso dell’ultima legislatura, avrebbe certamente preferito continuare con il sostegno della FDP e il conseguente vantaggio di poter scaricare su di essa la colpa, addebitatale da parti opposte, di qualche eccesso destrorso. Ma non ha fatto drammi, pronta del resto a trattare eventualmente anche con i Verdi, fino a ieri considerati quasi più a sinistra della SPD.

Non occorre abbracciare la visuale di Beppe Grillo (PD=PDL senza L) per rendersi conto che il quadro politico italiano, a ben vedere, non è poi così radicalmente diverso da quello tedesco, guardando ai programmi, alle posizioni e agli orientamenti dei partiti maggiori sulle tematiche concrete, da precludere costruttive ancorché temporanee convergenze almeno quando si tratta di scongiurare l’ennesima catastrofe nazionale. Le diversità e, se si vuole, inconciliabilità delle ispirazioni di fondo non sono verosimilmente scomparse ma non sembrano arrivare al punto da renderla più appetibile di qualche compromesso.

Assistendo (sempre più malvolentieri) allo spettacolo ormai inqualificabile dei talkshow televisivi si ha persino l’impressione, talvolta, che l’ormai abituale gazzarra nella quale affoga la stessa comunicabilità sia proprio il frutto della comune difficoltà di differenziarsi gli uni dagli altri, sui problemi di sostanza, abbastanza per guadagnarsi le preferenze degli elettori. Quando le distanze tra gli antagonisti erano molto maggiori, tra la DC di De Gasperi o di Moro e il PCI di Togliatti o di Berlinguer il confronto-scontro era più serrato ma più civile, più aspro ma più credibile, e comunque non precludeva responsabili convergenze di portata persino epocale.

Adesso succede il contrario di quanto sarebbe sensato aspettarsi. Anzichè limitarsi a fare lo stretto necessario per superare l’emergenza o lo stallo e per aggiustare le regole del gioco ci si pongono obiettivi più ambiziosi straparlando, almeno da una parte, di pacificazione nazionale dopo una guerra civile ventennale pensando sempre e solo, o soprattutto, ai consensi popolari. Ed escludendo peraltro dai programmi, qui chiaramente di comune ancorché tacito accordo (e non senza la prevalente connivenza dei media) le doverose e urgenti risposte a quanto il popolo, benchè ancora parecchio accecato, altrettanto chiaramente chiede votando in gran numero per i pentastellati: la ripulitura della politica e degli affari dopo gli scandali a valanga, la decimazione dei privilegi della casta, una lotta a fondo contro corruzione e criminalità.

Avevo cominciato questo articolo prima dell’impareggiabile sequenza di colpi di scena che ha portato al salvataggio di un governo delle larghe intese apparentemente destinato a cadere. Che si tratti di un salvataggio relativamente duraturo rimane quanto meno dubbio, e il dubbio non è dei più angosciosi dato quanto si è visto fino a ieri. Altrettanto incerto è che il massimo statista della seconda repubblica, l’uomo che per naturale generosità e puro patriottismo più fortemente di tutti ha voluto le larghe intese, sia stato messo davvero al tappeto per la conta finale dai colpi della magistratura prima che da quello di grazia infertogli, forse, dagli emuli del Gran Consiglio di 70 anni fa. Che peraltro, giova ricordarlo, disarcionò il Duce ma non al cento per cento.

Se il mago di Arcore finirà effettivamente giubilato, può darsi che il governo delle larghe intese riesca a dimostrare, come molti sperano, un minimo di credibilità e costruttività cancellando così una delle tante e più importanti anomalie della politica italiana. Beninteso, non è il caso di farsi soverchie illusioni. Sono anomalie, con le conseguenti disfunzioni e inadempienze, che hanno salde radici nel passato anche lontano e che il maggiore protagonista dell’ultimo ventennio non ha estratto dal suo cilindro ma  solo ingigantito ed esasperato. Dopotutto, era già un’anomalia che in un simile personaggio la maggioranza degli italiani abbia creduto così a lungo, pur con qualche momento di perplessità, e lo è ancor più che una parte tuttora cospicua di essi continui a credergli.

Franco Soglian

LA RISCOSSA DELLA SINISTRA

Forse Antonio Massimo, che sa essere flessibile e pragmatico, avrà già impartito il proverbiale “contrordine compagni”. Ordinato, cioè, di soprassedere per il momento al reclutamento di qualche cacciatore di teste per individuare l’alto ufficiale o prelato più idoneo a promuovere, in Italia e al limite nell’universo intero, quel rivolgimento rivoluzionario ancorchè semi-conservatore che lui auspica e che le sinistre nazionali, estreme e quindi fuori dal mondo oppure moderate e quindi abbarbicate al sistema vigente, hanno dimostrato di non sapere o volere attuare. La dimostrazione definitiva sarebbe venuta, come sanno i nostri lettori, dal decesso ormai acclarato della sinistra nostrana mainstream, ovvero il non compianto Partito democratico.

Come tutti sanno o dovrebbero sapere, invece, il presunto defunto ha dato, certo tra la sorpresa generale, uno squillante segno di vita, sia pure ricalcando se si vuole le strofe iniziali di uno storico inno nazionale: la Polonia non è ancora morta finchè noi siamo vivi. Anche il PD, infatti, sembra assomigliare tuttora ad un fantasma mentre si sono rivelati ben vivi e vegeti diecine o centinaia di suoi singoli militanti più o meno dichiarati o confessi nonchè milioni di suoi elettori. Guarda caso, incidentalmente, quello polacco è l’unico inno nazionale in cui si menziona un altro paese ossia proprio l’Italia, dalla quale mossero alla riscossa due secoli fa i legionari del generale Dombrowski.

Anche l’Italia da qualche tempo dà segni piuttosto marcati di necrosi, benchè la  salute fisica della sua popolazione risulti, dalle classifiche ufficiali, inferiore nel mondo solo a quella di Singapore e migliore rispetto a Svizzera, Finlandia, ecc. Ma la salute, com’è noto, non è tutto, sebbene la sua importanza sia primaria. Politicamente ed economicamente siamo stati peggio di adesso, dopo la seconda guerra mondiale, solo durante quest’ultima. La cui fine, però, prometteva di per sè un risollevamento che infatti, per molti versi, si realizzò, mentre adesso incombono solo una serie di incognite per nulla rassicuranti. A cominciare da quella rappresentata da una classe politica la cui inadeguatezza rispetto alle avversità del momento è solo la più banale delle sue pecche.

Può anche darsi che Antonio Massimo abbia ragione, ossia che per rimettere il paese in carreggiata si rivelino necessari estremi rimedi come il rivolgimento sopra accennato o comunque radicale. Io continuo invece a pensare che ci si debba accontentare di qualcosa di meno ambizioso ma anche meno rischioso e meno gravido di incognite. Non vedo perché proprio l’Italia, fra tutti, debba cimentarsi in salti nel buio piuttosto che insistere nello sforzo, per quanto anch’esso già arduo, di portarsi al livello di altri paesi, quelli con cui generalmente si confronta. I quali, a loro volta, si trovano di fronte a problemi più o meno seri quando non gravi ma non languono nelle condizioni del nostro, afflitto, oltre che da malanni antichi mai veramente curati, da una multiforme crisi cronica ormai ultraventennale.

Si tratta di uno sforzo che fino e ieri poteva sembrare disperato, dopo il sostanziale fiasco, politico più che economico-finanziario, del governo Monti, l’uomo che secondo qualche osservatore straniero prometteva di salvare addirittura l’Europa. Dopo l’esito disperante delle elezioni parlamentari di febbraio, utile sì a far trillare più sonoramente che mai, col clamoroso successo del movimento Cinque stelle, il campanello d’allarme per l’emergenza nazionale, ma tale da non assegnare automaticamente a nessuno il compito di affrontarla finalmente senza più indugi e remore. E dopo, naturalmente, la penosa vicenda dell’elezione presidenziale con i suoi seguiti, apparentemente rovinosi senza scampo proprio per il partito che bene o male aveva conquistato la maggioranza relativa in parlamento.

Ad una simile mazzata si è cercato di ovviare varando il governo cosiddetto delle larghe intese, fortemente voluto soprattutto dal Quirinale ma tutt’altro che equiparabile ad un’infallibile panacea, anche se il condottiero del centro-destra l’ha salutato come storica sepoltura di una lunga guerra civile. Indubbiamente, però, la sua nascita ha premiato un Silvio Berlusconi quasi universalmente ammirato per avere resuscitato un PDL in stato comatoso e inflitto invece il terzo smacco consecutivo ad un PD in piena deriva.

Che poi il governo Letta-Alfano fosse privo di alternative immediatamente praticabili dal punto di vista degli interessi, oggettivi e pressanti, del paese può essere senz’altro vero e comunque sostenibile. Non ne consegue tuttavia alcunché di rassicurante riguardo sia alla sua tenuta sia ad un minimo di adempimenti, a cominciare dalla modifica (per assurda che possa suonare nell’attuale situazione una simile priorità) la modifica di un sistema elettorale tanto grottesco quanto pesantemente condizionante.

Su questo sfondo è sopravvenuto quell’autentico colpo di scena che è stata la travolgente affermazione del PD e del centro sinistra in generale nelle recenti elezioni amministrative. Elezioni precedute dalla loro ulteriore perdita di consensi attestata dai sondaggi insieme con l’ulteriore ascesa del centro-destra. Elezioni solo parziali, certo, ma che hanno visto quello schieramento politico trionfare ovunque, dalla capitale tramortita dalle prodezze di Batman alla Siena pur macchiata da quelle di Rocca Salimbeni, dalla Treviso dello sceriffo Gentilini alla Brescia del Trota, dall’Imperia di Scajola alla Sicilia dove in passato era accaduto una volta che i berluscones sconfiggessero la concorrenza per 60 a 0.

Ciò nonostante, a livello sia politico che mediatico, compresi settori dello stesso schieramento vittorioso, è subito partita la corsa al ridimensionamento dell’evento sotto ogni possibile profilo. Un’operazione, del resto, non dissimile da quella precedentemente effettuata nell’interpretare i risultati della consultazione parlamentare di febbraio. Nella quale il partito di Bersani aveva indubbiamente patito una delusione anche cocente (quanto, inutile negarlo, meritata), ma dopotutto aveva perso un terzo dei voti ottenuti nel 2008 contro la metà perduta dal PDL, e insieme ai suoi alleati avrebbe probabilmente potuto governare, con un sistema elettorale meno folle, conquistando meno seggi alla Camera ma di più al Senato.

Di Bersani si è invece parlato a profusione come di un più o meno grande sconfitto, ignorando la legge dei numeri (che in democrazia conta) e non senza il parziale contributo dell’interessato, mentre si è celebrata da ogni parte la straordinaria bravura del suo principale rivale a rovesciare ancora una volta in extremis i pronostici risalendo la china benchè solo rispetto ai sondaggi, non a dati reali, e abbindolando nuovamente la parte più credula dell’elettorato con la promessa di sopprimere l’IMU (la cui introduzione era stata avviata dal suo stesso governo) e stavolta addirittura di restituire il malpagato. Il tutto, comunque, di nuovo senza vincere la gara, come nel 2006, pur soccombendo solo di stretta misura.

Mentre, inoltre, si sottolineava l’ennesima prova dell’incapacità del centro-sinistra di mettere fuori gioco Berlusconi con i voti popolari e senza l’aiuto della magistratura, non si risparmiavano gli elogi per il senso di responsabilità e il  patriottismo dimostrati dal Cavaliere col propugnare e consentire la formazione del governo di grande coalizione. Sorvolando, così, sull’assenza di alternative per il centro-destra e dimenticando che l’inesauribile personaggio, apparentemente orientato a congedarsi dalla politica, aveva repentinamente deciso di scendere ancora una volta in lizza all’indomani di una cocente e forse inaspettata condanna giudiziaria, dando ragione a quella giornalista americana che aveva ammonito a non considerare spacciata l’italica controfigura della “signora grassa che continua a cantare”.

Chissà se Berlusconi sarebbe stato così responsabile e patriottico se dalla lotteria dell’elezione presidenziale fosse uscito vincitore Romano Prodi, la cui candidatura aveva spaventato a morte il PDL. Giustamente, se vogliamo, e non perché il premier dell’Ulivo fosse e sia davvero quell’orco assetato di sangue che la stampa di centro-destra si è affrettata a bollare. E neanche perché si tratta dell’uomo che era riuscito nell’impresa, epica soprattutto per chi non la gradiva, di sconfiggere due volte Berlusconi alle urne. Ma perché la sua candidatura, sostenuta o accettata dalla maggioranza del PD, compreso l’astro nascente Matteo Renzi, piaceva anche ai grillini, e se avesse avuto successo avrebbe, forse se non probabilmente, aperto la strada ad una convergenza governativa tra centro-sinistra e Cinque stelle.

Una possibilità, questa, la cui comparsa veniva tra l’altro a smentire quel sempre diffuso e debolmente contrastato luogo comune dell’incrollabile, quasi genetica preponderanza in Italia del centro-destra, dal momento che il Movimento cinque stelle si dimostrava un’entità sostanzialmente di sinistra (una “costola della sinistra”, come D’Alema aveva definito, meno attendibilmente, la Lega Nord), e sia pure una sinistra alquanto anomala e con vari tratti inediti, a cominciare da un’accentuata aggressività nei confronti del sistema vigente impropriamente bollata dagli altri come “antipolitica”.

La tempra di Berlusconi non è stata tuttavia messa alla prova grazie ai franchi tiratori del PD e con grande sollievo dei “poteri forti” e della stampa ad essi più vicina, visibilmente e palpabilmente timorosi di una sterzata a sinistra del baricentro politico nazionale. La soluzione in chiave di larghe intese del problema governativo, da essi fortemente caldeggiata, li ha almeno momentaneamente tranquillizzati, al punto che anche gli osservatori più seri, da sempre vigili sul classico pericolo che le grandi coalizioni favoriscano la contestazione più radicale del sistema, in Italia appena clamorosamente esplosa, se ne erano un po’ dimenticati.

E’ andata bene anche a loro, in quanto il grillismo, anziché crescere a dismisura, ha cominciato a sgonfiarsi prima del previsto. E’ andata bene ma solo in parte e in modo effimero, perché la sua perdita di incidenza politica e di consensi, per questi ultimi ben più che fisiologica, è stata coronata da un esito delle elezioni comunali che oltre a decimare i Cinque stelle rispetto all’exploit parlamentare ha messo al tappeto anche il centro-destra, riaccendendo un allarme da poco smorzato.

Si è quindi dovuto correre di nuovo ai ripari cercando di ridimensionare e sminuire la riscossa del centro-sinistra col ricorso ad ogni possibile appiglio. Primo fra tutti, l’ulteriore calo dell’affluenza alle urne, ormai così bassa da accreditare l’immagine di una vittoria effettiva di un nuovo ed inedito partito, quello degli astenuti. Un’immagine, in realtà, di puro comodo per quanto suggestiva. Sul significato dell’astensionismo si è detto e scritto di tutto e di più, ma agli effetti concreti non vedo come si possa negare che vince chi ottiene più voti dei concorrenti, specie se sono tanti di più, e non chi diserta la gara. Gli assenti, come si sa, hanno sempre torto, anche se possono accampare qualche buona ragione per il proprio comportamento.

Di recente un nuovo sindaco è stato eletto col 19% di votanti a Los Angeles, che conta cinque volte più abitanti di Roma (e alcuni milioni più di tutta la Lombardia), dove Ignazio Marino ha spodestato Alemanno prevalendo tra il circa 50%. Nessuno, in California e negli USA, ha drammatizzato quella cifra, pur trovando necessario fornirne qualche spiegazione. Se è vero d’altronde che oltre oceano, come anche molto più vicino a noi, le usanze elettorali sono diverse dalle nostre, e altrettanto vero che da qualche tempo la diversità si andava riducendo per causa nostra senza provocare eccessiva nostalgia per i tempi della “prima repubblica”, quando l’affluenza alle urne era regolarmente massiccia ma il voto provocava mutamenti quasi sempre irrilevanti.

Altro appunto, la concorrenza. Sia i grillini sia il PDL, si è detto, sono scarsamente forti e organizzati sul territorio, dove il PD, invece, avrebbe salde radici in quanto erede del PCI e di una parte della DC. Ma come si spiega allora che sia crollata anche la Lega Nord, sempre considerata fortissima sul territorio, e che anni fa il centro-destra abbia invece stravinto certe elezioni regionali costringendo D’Alema a dimettersi da premier? E infine, collegato a questo, l’argomento principe, sulla bocca in particolare (ma non solo) dei berluscones: non c’era in campo il Cavaliere, a differenza di due mesi prima.

Se ne dovrebbe dedurre che la prossima volta, se il centro-destra intende davvero vincere, il suo leader dovrebbe candidarsi in tutti i comuni d’Italia da Roma a Trepalle, assicurando di essere deciso ad amministrarli tutti personalmente (cosa che sarebbe anche capace di dire, quanto meno), anzichè limitarsi a qualche esaltante comizio nei più grossi per sostenere seguaci che da soli, evidentemente, non sono in grado di farcela. La conclusione da trarne non suonerebbe molto lusinghiera neppure per la sua statura di capo supremo.

La conclusione mia, comunque, è che il successo del PD è dei suoi alleati è indiscutibile anche nel suo significato politico, al di là delle rituali e per la verità oziose distinzioni più o meno sottili tra consultazioni nazionali e locali. Ed è tanto più indiscutibile e significativo in quanto colto in una situazione quasi desolante in particolare del maggiore partito di centro-sinistra in fatto di orientamenti strategici e tattici come di comportamenti dei suoi dirigenti o massimi esponenti e di loro interrelazioni.

In altri termini, da un lato non è proprio il caso di interpretare il duplice voto di maggio-giugno come espressione di piena e addirittura straordinaria (date le dimensioni del successo) fiducia dell’elettorato o di una sua parte in quei dirigenti ed esponenti nonchè di approvazione del loro operato, diciamo pure per mancanza o evanescenza dell’oggetto. Dall’altro si può semmai leggervi, in aggiunta alla chiara manifestazione di sfiducia nelle controparti, un corale appello a fare di più e di molto meglio per trarre il paese fuori dalle secche in cui si trova incagliato onorando una vocazione politica e, perché no?, ideologica nella quale evidentemente molti ancora credono malgrado tutto e quasi eroicamente.

Più di un vincitore di singole tenzoni ha dichiarato o lasciato intendere di avercela fatta non grazie al partito ma nonostante il partito. Tra loro anche il più importante o più in vista di tutti, il chirurgo Marino, che ha parlato, opportunamente, di affermazione di valori più che di una compagine politica. Non si tratta di fare rivoluzioni, totali o parziali, come sembra avere capito anche il magistrato Ingroia che abbandona la toga per dedicarsi non più ad una Rivoluzione ancorché civile, visti anche certi risultati, ma ad una più modesta Azione civile. In determinate circostanze, possono promettere ed ottenere effetti rivoluzionari anche solo la difesa e la promozione di valori vecchi e nuovi, specifici di una parte politica o più largamente condivisi.

Franco Soglian 

MARIO MONTI COME JEKILL E HIDE?

Chissà se tra gli indecisi, a quanto pare ancora numerosi, sul voto da dare o non dare in questi giorni, ce ne sono pochi o molti che si domandano chi sia davvero Mario Monti nella sua fresca veste politica. Bisogna dire che lo stesso premier tecnico non ha fatto gran che, durante l’ineffabile campagna elettorale nostrana, per chiarire eventuali dubbi; semmai ha fatto non poco per sollevarne di nuovi. Chi non sembra nutrire alcun dubbio sul suo conto sono, nel loro complesso, i suoi avversari, ossia praticamente tutto il resto dello schieramento politico, a lui più o meno aspramente ostile. E da lui, certo, cordialmente ricambiato nel quadro di un rocambolesco rovesciamento all’incirca dell’80% dei rapporti parlamentari rispetto ai tredici-quattordici mesi precedenti.

Sia quanti già lo avversavano, infatti, sia i molto più numerosi che per tutto quel periodo hanno sostenuto il suo governo, sono adesso largamente concordi, pur con qualche sfumatura, nel dipingerlo come un’entità variabile tra un omuncolo (“non capisce niente di economia”, Berlusconi dixit) e un mostro, un novello dracula capace solo di dissanguare i suoi connazionali o per sadismo o per libidinoso servilismo, secondo tradizione, nei confronti dello straniero di turno. Nel mezzo si colloca una raffigurazione un po’ più benevola che lo descrive come un accademico piuttosto freddo e leggermente ottuso incapace di avventurarsi oltre la mission (italiano moderno, non dialetto veneto) di far quadrare i conti dello Stato (“per forza, è un tecnico e non un politico, non ha la visione”, Giorgia Meloni, tra gli altri visionari e veggenti). Sempre succube, comunque, della prepotenza teutonica.

Che il Professore ci abbia messo del suo, lo ripetiamo, alla creazione di una certa sua immagine, soprattutto più di recente e forse specialmente per effetto perverso di certi suoi sforzi di modificare quella iniziale, sembra evidente e va detto. Ma è fin troppo facile attribuire gli eccessi della vilificazione, denigrazione o demonizzazione del personaggio alla sua discesa o salita in campo, al timore di perdere voti a vantaggio del nuovo competitor (vedi sopra) continuando a tributargli anche solo un minimo di apprezzamento per il suo operato, naturalmente da parte di chi lo faceva. Un timore comprensibile e perfino legittimo, che però ha spinto vecchi e nuovi avversari ad esagerare contando troppo sulla credulità degli elettori e sulla opinabilità dei fatti.

Vale la pena allora di dare un piccolo contributo a chiarire un po’ i termini della questione alla luce non più del vecchio “visto da destra, visto da sinistra”, dato che destra e sinistra nostrane sono nella fattispecie in piena convergenza, bensì di un “visto da sud, visto da nord”. In un articolo intitolato “Il grande malinteso” e pubblicato un mese fa, il settimanale tedesco “Die Zeit” (liberale più di centro-sinistra che di destra) si sofferma sulla divisione dell’Europa in politica economica ricordando innanzitutto come Angela Merkel, parlando al World Economic Forum del 2010, avesse indicato la strada da seguire per rendere il vecchio continente più competitivo.

Tutti dovevano, secondo la cancelliera, imitare l’esempio dei “membri migliori” della UE in tre settori chave: l’Olanda  per le riforme del mercato del lavoro, la Germania per il freno all’indebitamento, la Scandinavia per il sistema scolastico. Lo scorso anno la Merkel ha ribadito la sua filosofia durante un’altra sessione del WEF svoltasi a Roma in ottobre, scontrandosi però con quella dei paesi dell’Europa meridionale, inclusa anche la Francia di Hollande, anelanti sì a rafforzare le loro economie più o meno sofferenti ma usando strumenti diversi, praticamente riassumibili nel “comune sostegno alla congiuntura” ossia, in parole povere, spendendo tutti più soldi per promuovere crescita, innovazione, ecc.

L’autore dell’articolo, presente per l’occasione a Villa Madama, individua proprio in Mario Monti, il padrone di casa, l’esponente più autorevole di questa filosofia meridionale. Nel suo intervento il premier tecnico avrebbe infatti additato come imperativo del momento la promozione della crescita e non il “dibattito quasi teologico sul controllo delle finanza statali”, lanciando così una prima bordata contro i tedeschi, per i quali “la crescita bisogna prima meritarsela”. Una seconda bordata sarebbe seguita raccontando di avere spiegato ad Obama che “per i tedeschi l’economia rientra sempre nella filosofia morale”. Una battuta che avrebbe suscitato l’ilarità del pubblico sudeuropeo ma fatto ridere anche i tedeschi, vittime come altri del malinteso denunciato nel titolo dell’articolo.

Monti avrebbe d’altronde reso altresì omaggio all’economia sociale di mercato, cara alla Merkel erede di Adenauer e di Ludwig Erhard, interpretandola però in modo da far rizzare i capelli in testa alla cancelliera. Ossia contrapponendo al modello anglosassone, che esalta la deregulation come fine a se stessa, un modello europeo fondato su alte tasse destinate al benessere per tutti. Infine, il premier tecnico si sarebbe spinto fino a suggerire alla Merkel di copiare in Germania alcune riforme italiane, lodate dalla stessa cancelliera, delle quali si è dichiarato particolarmente fiero. Evitando tuttavia (sempre secondo l’articolista) di precisare che molte di esse sono rimaste sulla carta e che l’Italia è ancora all’inizio e non alla fine del cambiamento di rotta, come altri italiani avrebbero invece confidato a Villa Madama.

Che dire? Se il resoconto del settimanale amburghese è esatto, il nostro premier uscente ne uscirebbe come un Giano bifronte o un Jekill-Hide, capovolgendo tuttavia il malvezzo nazionale, tradizionale anche per politici e diplomatici, di parlare in un modo in patria e in un altro all’estero e agli interlocutori stranieri, per compiacere rispettivamente i connazionali e questi ultimi. Ma è forse più verosimile che un discorso come quello di Roma Monti lo abbia fatto semplicemente perché riteneva arrivato il momento di correggere la rotta una volta raggiunto l’obiettivo di mettere relativamente al sicuro i conti pubblici e di scendere o salire in campo per gestire in un modo o nell’altro anche una nuova fase di politica economica.

Se invece il discorso riflette almeno in parte una linea seguita fin dall’inizio, il suo tenore non fa che confermare la versione già nota di almeno un paio di occasioni, nel corso del 2012, nelle quali il Professore riuscì a far prevalere le posizioni sudeuropee su quelle nordiche, indipendentemente da più o meno rigide “filosofie” contrapposte. In ogni caso, quali che siano i suoi limiti o infortuni, non meriterebbe le accuse di sistematica acquiescenza nei confronti dei diktat teutonici, specie da parte di chi implorò Bruxelles (di nascosto, a quanto pare) di inviare a Roma prescrizioni scritte di misure anticrisi per non doverne rispondere al cento per cento all’elettorato e riservandosi, un anno e passa dopo il cambio della guardia a Palazzo Chigi, di denunciare una tresca anche internazionale per silurare il governo Berlusconi. Avendo, nel frattempo, fatto fare il lavoro sporco al suo successore con i necessari appoggi parlamentari.

F.S.

PAESE RICCO E POVERO PAESE

C’è ancora qualcuno che cerchi disperatamente una buona notizia, qualcosa che possa allietare la fine d’anno e il nuovo inizio? Eppure c’è, sotto gli occhi di tutti, grossa come una casa, e neppure freschissima. Già in settembre l’”Economist” ci aveva informato che siamo ricchi, addirittura i più ricchi di tutti. Emergeva da una tabella ricavata dalle fonti più autorevoli che ci attribuiva un patrimonio familiare complessivo superiore, in percento del PIL, a quelli di Gran Bretagna, Francia, Giappone, Stati Uniti e Germania (quest’ultima umiliata da uno spread a rovescio di oltre 150 punti) nell’ordine. Niente male, per la vecchia “grande proletaria” di un secolo fa, ancora piuttosto stracciona nell’era fascista, protagonista di un miracolo economico dopo la seconda guerra mondiale ma ricacciata indietro di brutto dalla crisi generale tuttora in corso, che l’ha colpita più duramente di qualsiasi altro paese più avanzato dell’Occidente.

Una vera bomba, insomma, a malapena ridimensionata da un rapporto della Banca d’Italia a metà dicembre che ci retrocede al terzo posto, dopo (per pochissimo) Gran Bretagna e Francia ma sempre davanti a tutti gli altri. Se dobbiamo invece credere a “Die Zeit”, che quasi contemporaneamente ci ha dedicato un paginone con i nostri dati economici essenziali, saremmo soltanto settimi al mondo con un patrimonio medio pro capite di quasi 43 mila euro. Ma anche così, crediamo, c’è di che sgranare gli occhi. Lo stesso settimanale tedesco non nasconde la sua sorpresa e cerca infatti di spiegare il vistoso contrasto con la maggiore parte dei suddetti dati e i tanti altri aspetti meno o per nulla gaudiosi della nostra realtà nazionale. I quali, oltre a tutto, non sono mutati di molto rispetto a sei anni fa, quando la ricchezza smise di aumentare e cominciò invece una discesa di oltre undici punti.

Spicca notoriamente tra essi un debito pubblico tra i più alti del mondo nonché fonte recentissima, per chi non crede alle trappole e ai complotti, di gravissimi guai e tormenti. E tuttavia non si può dire che il relativo dato sia tale da svuotare di significato classifiche che dovrebbero confortarci. L’indebitamento pubblico complessivo  risulta di poco inferiore ad un quarto del patrimonio familiare, ma la quota dei corrispondenti titoli di credito detenuti da enti e privati connazionali supera la metà del totale ed è anche nettamente più elevata dell’analoga quota dei debiti esteri altrui, con la sola eccezione del Giappone tra i paesi grosso modo confrontabili.

Quanto ai debiti delle sole famiglie, quelli italiani si considerano relativamente leggeri in quanto inferiori, rispetto al reddito disponibile, di quasi un terzo a quelli francesi e tedeschi, di poco meno della metà a quelli americani e giapponesi e di tre quinti a quelli britannici. La pesantezza del debito nazionale nel suo insieme è d’altronde alleviata dalla modestia del deficit del bilancio statale che deve sostenerla e che soprattutto nel 2012 è stato ridotto ad un livello superiore solo a quello della Germania nonchè destinato ad azzerarsi prossimamente se non vi saranno mutamenti di rotta governativa e il contesto internazionale favorirà l’operazione.

La ricchezza, insomma, assoluta o relativa che sia, esiste, per cui anche dell’Italia si può parlare, come si faceva tradizionalmente per la Francia, di uno Stato povero in un paese ricco. Ma è poi davvero povero lo Stato italiano? Se lo è, chi lo amministra può sicuramente darne la colpa ad un’evasione fiscale di massa, da primato europeo se non mondiale. Gli evasori, tuttavia, possono a loro volta scaricare responsabilità dirette e indirette su gestori della cosa pubblica incapaci di estirpare o almeno ridimensionare una corruzione altrettanto radicata e diffusa e una criminalità più o meno organizzata, che gravano anch’esse sull’erario, oltre al resto. E, soprattutto, raramente capaci di usare in modo equo, oculato ed efficace i proventi del fisco quando non dediti nel loro insieme, come nella fase attuale, allo sperpero sistematico del denaro loro affidato, all’arricchimento personale e di gruppo o addirittura al ladrocinio individuale e collettivo.

Nonostante tutto, il paese ha saputo comunque accumulare nel corso dei decenni una ricchezza della quale soltanto adesso si tende a paventare la precarietà, non senza validi motivi, proprio nel momento in cui viene coralmente rivelata o riconosciuta e documentata, mentre persino la potente e prospera Germania comincia a dubitare della propria. In attesa però di vedere meglio come si vorrà o potrà reagire a simili timori, va registrato e sottolineato sin d’ora un dato che già offusca largamente un quadro che altrimenti potrebbe apparire un po’ rasserenato se non proprio luminoso.

La ricchezza, infatti, non soltanto è male gestita e utilizzata a livello collettivo, al punto da rendere fin troppo frequenti ma spesso giustificate le denunce di infrastrutture, servizi amministrativi e giudiziari, sanitari e scolastici, ecc. “da terzo mondo”. Di tutto ciò, insomma, che insieme alla qualità della rappresentanza politica poteva autorizzare il generale de Gaulle ad affermare, contraddicendo Indro Montanelli, che l’Italia non era un paese povero ma un povero paese. La ricchezza nazionale è anche assai male distribuita, al punto da rendere scarsamente o per nulla significativa la relativa media pro capite. Poco meno della metà dei patrimoni familiari è da tempo in mano al 10% più facoltoso della popolazione, mentre la sua metà meno abbiente ne detiene meno del 10%.

Nel primo caso la quota è venuta crescendo dopo il 2008, ossia negli anni della crisi, mentre nel secondo è diminuita, conformemente ad una tendenza ben diffusa in tutto l’Occidente e che in Italia si è fatta in realtà sentire un po’ meno che altrove. Ancora più squilibrata anche nel raffronto internazionale è la ripartizione dei redditi, malgrado una leggera riduzione tra il 1995 e il 2008. Il coefficiente Gini che misura il loro grado di disuguaglianza ci vede superati in Europa solo dal Portogallo e alla pari con la Gran Bretagna. Nel mondo stanno peggio gli Stati Uniti o paesi più poveri e arretrati come il Messico, per non parlare, ironia della sorte, delle grandi potenze ex comuniste, Russia e Cina.

E’ fin troppo facile prevedere che se non si correrà ai ripari in fretta e con risoluta volontà di cambiare strada sotto una moltitudine di aspetti la ricchezza si scioglierà come neve al sole e anche prima di completarsi la sua liquefazione continuerà a colpire soprattutto le masse già più indigenti. Aggravando, nel frattempo, anche un’altra forma di sperequazione: quella geografica, esemplificata tanto per citare una cifra dal fatto che tre quarti delle esportazioni nazionali provengono dalle sole regioni settentrionali. Quelle centro-meridionali stanno specializzandosi nell’export di rifiuti, a spese proprie o meglio di tutti i contribuenti, non senza la complicità delle mafie. Le quali, espandendosi, non mancano peraltro di trovare al nord non poca ospitalità.

Dopo un lungo periodo di sostanziale stagnazione l’Italia è stata, tra i paesi membri del G7, quello con la crescita del PIL più vicina allo zero anche nel 2011, sopravanzata solo dal Giappone vittima però del disastro di Fukushima, ed è l’unica a chiudere il 2012 in marcata recessione accompagnata forse, ma a distanza, dalla Gran Bretagna.

Esistono alternative credibili alla crescita ininterrotta e a tutti i costi? In linea teorica probabilmente sì. In concreto, la loro eventuale adozione non potrà certo avvenire su due piedi, sarà sicuramente laboriosissima se non dolorosissima e in ogni caso richiederà la profusione di creatività, sacrifici e compromessi per consentire l’instaurazione di inedite forme di vita e di convivenza interne e internazionali. Non tutti i paesi riusciranno nell’impresa con la stessa rapidità e lo stesso successo. Mentre in Germania il dibattito sull’opzione della crescita zero è già in fase avanzata, nell’Italia che stenta a sbarazzarsi del problema Berlusconi  non se ne trova quasi traccia.

Nel frattempo si vanno creando un po’ dovunque, nel mondo generalmente considerato più sviluppato e più progredito, ma in modo particolare in Italia, situazioni economico-sociali sempre più simili a quelle che Carlo Marx vaticinava come premessa per il salto ineluttabile dal sistema capitalista a quello comunista. Più che dal fiasco delle esperienze russa, cinese ed altre le profezie, se non le analisi, marxiste sono state smentite finora dalle contromisure che il capitalismo ha saputo porre in atto nei confronti sia delle sfide avversarie sia dei propri stessi punti deboli. Può darsi che ce la faccia anche dopo la crisi recente e tuttora non superata, della quale si continua a discutere se sia più o meno grave di quella del 1929-1932.

Il suo esito resta comunque incerto, mentre è pressocchè certo che dall’Italia non ci si potrà aspettare un grande contributo all’apertura di nuove vie su scala planetaria, o quanto meno regionale. Eppure solo un quarto degli italiani dichiarano di  apprezzare il capitalismo (e i francesi ancor meno, per la verità, sempre secondo un sondaggio del 2010) e qualcuno all’estrema sinistra ricomincia a parlare di rivoluzione sia pure “civile”. Inutile dire che in questo caso una smentita sarebbe altrettanto sorprendente e ancor più gradita della scoperta della ricchezza.

Franco Soglian 

GERMANIA NEL MIRINO SENZA PUDORE

Il mondo va spesso a mode e adesso dilaga quella di prendersela con la Germania. Cosa, beninteso, del tutto legittima (come pure va di moda dire oggi, anche nei casi più inverosimili); nessuno è perfetto, errare è umano, e così via. Cosa, peraltro, forse un po’ troppo facile perché male che vada si può sempre tirare in ballo il nazismo, l’Olocausto, ecc., per cui prendere le difese dei tedeschi, invocando un diritto che spetta a tutti, rischia di esporre il temerario all’accusa di antisemitismo o, quando si tratti di un italiano, di intelligenza col nemico secolare. Ma è proprio sul caso italiano che, essendo italiani, ci si deve soffermare, tenendo presente che altrove il fenomeno si presenta nelle forme e dosi più diverse, tra greci che dipingono Angela Merkel come un Hitler alla riscossa e americani che si accontentano di sollecitare i tedeschi, magari ruvidamente, a preoccuparsi meno dell’inflazione e dei debiti e più della crescita, propria e soprattutto altrui.

Il caso italiano, diciamolo subito, è francamente scandaloso. Anche da noi si contesta sempre più diffusamente e vivacemente per gli stessi motivi l’attuale gestione della crisi economico-finanziaria europea e in particolare dell’eurozona da parte del governo di Berlino. Non lo fa naturalmente il governo Monti, semmai accusato di essere troppo succube dei voleri teutonici o quanto meno troppo timido nel far valere contro di essi i nostri più o meno sacrosanti interessi e ragioni. Ma lo fanno in misura crescente ormai quasi tutte le forze politiche, che pur sostenendo formalmente il governo Monti trovano comodo criticarlo, pressarlo e condizionarlo accomunandolo a vari effetti a quello tedesco. E lo fanno ormai quasi coralmente i media, compresa la grande stampa.

Non più, cioè, soltanto quella vicina (altro eufemismo in voga) al precedente governo e perciò scatenata da molti mesi a denunciare il diktat o tresca di confezione o ispirazione alemanna che avrebbe provocato la caduta di Berlusconi, aliena dal perdonare i pubblici dileggi cui il cavaliere di Arcore venne sottoposto dalla Merkel duettando con l’altrettanto reietto Sarkozy e più che mai protesa ad accreditare responsabilità straniere per la situazione in cui era precipitata e tuttora versa l’Italia, in modo da scagionare per quanto possibile i governi nazionali precedenti, ex officio responsabili pro quota, e in particolare quindi quelli capeggiati dal suddetto cavaliere. Al coro tendono infatti ad unirsi anche i giornali di maggiore tiratura e prestigio, inclusi quelli non politicamente e ideologicamente schierati.

Ultimo ad alzare la voce è stato il “Sole 24 ore”, sul quale, il 17 maggio, Carlo Bastasin, ha aspramente criticato la Merkel diffidandola dal giocare d’azzardo con la Grecia e dando per scontato che il distacco di questa dall’euro sarebbe una sciagura non solo per essa ma per l’intera Europa. Un presupposto, come si sa, fors’anche giusto ma tutt’altro che unanimemente condiviso ad ogni livello. Ben più in là si era tuttavia spinto, prima ancora che la crisi ellenica precipitasse, il “Corriere della sera”. C’era da aspettarsi qualcosa da Piero Ostellino, che il 5 maggio, nella sua rubrica intitolata alquanto impropriamente “Il dubbio” (visto che il titolare professa in realtà le più incrollabili certezze), ha sparato a zero sul governo Monti, incolpato di “totale disprezzo dei diritti dei cittadini”, dispotismo e autoritarismo, distruzione in corso “di quel poco che c’era di democrazia liberale” e inclinazione verso un “fascismo di popolo”, il tutto con il sostegno dei media ovvero di un “neoMinculpop” per il quale anche il nuovo “Duce ha sempre ragione”.

La filippica dell’Ultimo Liberale (“sono rimasto il solo a dirlo”) ha sollevato l’entusiasmo del “Giornale” già di Montanelli (oppure di “Libero”, non ricordo bene, ma fa lo stesso), che ha anzi rimproverato al direttore del “Corriere” di averle negato il dovuto rilievo relegandola a pag. 58. Il buon De Bortoli è subito corso ai ripari, e così Ostellino ha sfoderato una seconda tirata (9 maggio), stavolta con la dignità dell’editoriale e prendendo di mira in prima battuta il neo presidente francese François Hollande, reo di parlare una “lingua di legno” propria del defunto socialismo reale. Ma è solo lo spunto per tornare a sparare sull’ “amico” Mario Monti, “cattolico-liberale” e “persona intellettualmente onesta” (così nell’articolo precedente), epperò traviato anche lui da una “vecchia cultura politica collettivistica e corporativa”, ferma al “carattere antagonistico della società”, che si trova riflessa tra l’altro in quell’articolo della nostra Costituzione che, orrore degli orrori, “definisce (ancora) il lavoro ‘un diritto’”.

Verosimilmente incluso anche lui nella categoria dei “nostri intellettuali…tanto incolti quanto politicamente vecchi” da non sapersi liberare da simili handicap, il professor Monti insiste tuttavia a coltivare un sogno, continua il pasdaran del liberalismo. E sapete quale? Qui veniamo finalmente al punto. Il sogno sarebbe quello di applicare all’Italia il modello tedesco incarnato dalla Merkel e imperniato sul rigore, che significa tenere i conti dello Stato in ordine, e sull’economia sociale di mercato. La quale poi non sarebbe altro che una riedizione del suo precedente bismarckiano nonchè “la versione, oggi pacifica, del nazionalismo e delle ambizioni egemoniche europee della Germania che, in passato, si erano tradotti in militarismo e avevano generato tre guerre”.

E ce n’è ancora, anzi tanto da far valere la pena di citare per esteso, a beneficio dei molti connazionali che non leggono i giornali e preferiscono la rete: “Nella Germania d’oggi, lo Stato è il direttore e, al tempo stesso, uno degli attori di una società fondamentalmente organicista, dove ogni tassello si incastra nell’altro; i sindacati non sono antagonisti, ma collaborano col mondo della produzione alla stabilità sociale e allo sviluppo economico, le banche operano in sintonia con i sindacati e il mondo della produzione, la popolazione tiene disciplinatamente il passo. Un caso unico”.Caso unico davvero, ma è quello, al limite anche clinico, dell’autore di un simile brano.

A sentir lui, l’odierna Germania, in attesa di vedere il proprio esempio seguito dall’Italia di Monti, sembra avere adottato su scala molto più vasta e con ben maggiore profitto il modello del Portogallo salazarista ovvero edificato con metodi meno drastici un sistema affine a quello dell’Italia di Mussolini se non addirittura della Russia di Stalin. Un nuovo miracolo tedesco, insomma, ben più straordinario di quello che, come generalmente si riteneva finora, ha consentito alla Germania post-nazista di dotarsi di un sistema democratico solido e funzionale, in cui il predominio dei partiti maggiori che si contendono il governo non impedisce che la dialettica politica sia arricchita dalla periodica comparsa di forze nuove espresse spontaneamente dalla società e capaci di conseguire successi non sempre effimeri. E, naturalmente, ha consentito altresì di creare un sistema economico in grado di assicurare una relativa prosperità nazionale ed equità sociale nonché di resistere meglio degli altri agli urti delle crisi di provenienza esterna.

Se qualcosa dello spirito di caserma prussiano poteva ancora ritrovarsi nella politica economico-sociale dei tempi di Bismarck, quel tanto di militarismo che minacciava di rinascere dopo la disfatta del Terzo Reich è probabilmente svanito con la fine della guerra fredda e la scomparsa dalla scena tedesca di un personaggio un po’ inquietante come il leader bavarese Franz Josef Strauss. Che la governassero i “neri” o i “rossi” la Germania pur rafforzata ed emancipata dalla riunificazione partecipa tuttora a numerose missioni militari più o meno di pace all’estero, Afghanistan compreso, ma si è dissociata dalla seconda invasione dell’Irak e dall’attacco alla Libia. Fino a pochi anni fa si parlava di lei, spesso e volentieri anche in Italia, come di un “gigante economico” ma “nano politico”, quasi incoraggiandola a farsi valere di più. Gli sviluppi dell’integrazione europea nell’ultimo ventennio l’hanno vista piuttosto trainata da altri che in un ruolo propulsivo. Più attratta come in passato da una pur pacifica, oggi, “marcia verso est”, si lasciò convincere solo a fatica a sacrificare il suo florido marco per aderire al salto nel buio dell’euro.
Con l’euro ora in crisi e Berlino ferma e dura sul “rigore” per uscirne, tra i tanti che dissentono gli italiani, in particolare, non esitano a strafare (e magari a straparlare, come nel caso di Ostellino) dipingendo un’immagine di comodo occasionale della Germania in contrasto insuperabile con la realtà. Sempre sul “Corriere” (15 maggio) anche un osservatore acuto come Antonio Polito si mostra troppo frettoloso nel minimizzare il recente voto nella Nord Renania-Vestfalia, come aveva già fatto il giorno prima Franco Venturini, ed escludere che i socialdemocratici, se tornassero in qualche modo al governo in sede federale, si comporterebbero diversamente da Frau Merkel.

E’ vero che fu proprio l’ex cancelliere Schroeder, con le sue riforme di tipo blairista del 2005, a portare il paese fuori da una fase critica inaugurando la linea portata avanti e difesa oggi dalla leader della CDU. L’uomo che insieme a Chirac disse “no” a G.W. Bush è però uscito ormai di scena dedicandosi a curare i rapporti d’affari con Putin e la SPD è passata in altre mani, rischiando prima di sprofondare nel declino ma risollevandosi ben presto con una serie di successi in sede regionale. I quali, di per sé, non preludono necessariamente ad una rivincita nelle prossime elezioni federali ma col concorso delle attuali circostanze le promettono di presentarvisi con chances in continuo miglioramento. Il tutto all’insegna di una correzione di rotta verso sinistra segnalata, ad esempio, col proporre un’imposta del 49% sui redditi superiori a 100 mila euro, ben più pesante del 75% su oltre un milione promesso o minacciato da Hollande in Francia.

In Renania-Vestfalia, d’altronde, i socialdemocratici hanno trionfato sì grazie alla popolarità del ministro-presidente Hannelore Kraft, che secondo i sondaggi potrebbe battere nettamente la Merkel se si candidasse al cancellierato, ma al tempo stesso malgrado il fatto che il Land più popoloso della Repubblica federale sia anche il più fortemente indebitato, ancorché a causa di una costosa quanto profonda ed esemplare trasformazione da mastodontico polo industriale, la mitica Ruhr, a battistrada delle produzioni ecosostenibili e del recupero agricolo. In ogni caso, il dopo voto potrebbe rivedere a Berlino una “grande coalizione” tra i due partiti maggiori, già sperimentata un paio di volte per fronteggiare temporanee situazioni di emergenza o comunque delicate, aventi poco in comune, ad ogni buon conto, con la sua versione improvvisata e scalcagnata che a Roma sostiene a suo modo il governo tecnico.

Se dunque è del tutto fuori luogo identificare il governo Merkel con uno stabile modello Germania, per di più radicato in un passato anche molto lontano, va aggiunto che la stessa gestione Merkel di questo presunto o travisato modello non sembra condannata alla più inflessibile continuità. In attesa, mentre scriviamo, di vedere l’esito del confronto in corso tra le posizioni tedesche e quelle dei soci, alleati e amici della Germania, si direbbe che tenda ad andare incontro ad essi già il cospicuo aumento dei salari ottenuto dopo molti anni dal potente sindacato IG-Metall con l’approvazione del governo e il conseguente effetto stimolante sulla domanda interna. Senza peraltro dimenticare, infine, che la linea Merkel deve fare i conti anche con correnti interne al suo partito inclini ad una durezza ancora maggiore nei confronti della porzione più debole dell’eurozona (come del resto i suoi più “virtuosi” membri centro-settentrionali) al punto da far temere possibili secessioni e nuove confluenze a destra. La SPD, intanto, si mostra ostile anch’essa agli eurobonds ma non ad altre misure a favore della crescita comportanti consistenti impegni finanziari.

Premesso tutto quanto sopra, resta da annotare che almeno sul tema Germania Ostellino non ha sofferto o goduto la solitudine neppure sulle pagine del primo o secondo giornale italiano. A distanza di quattro giorni gli è giunto alquanto inopinatamente di rincalzo Ernesto Galli della Loggia, non nuovo ad improvvise e sconcertanti illuminazioni ma generalmente non condizionato da idee fisse. L’autorevole cattedratico riconosce, bontà sua, che “il carattere assolutamente pacifico della Germania odierna non può essere messo in dubbio” e che quindi non si deve temere che essa scateni per la terza volta un conflitto mondiale pur di soggiogare l’Europa. Si spinge tuttavia anche più in là del collega giornalista partendo da due presupposti: che essa sia “destinata da oltre un secolo ad un ruolo virtualmente egemonico in Europa”, e passi; e che questo ruolo “negli ultimi venti anni si è manifestato in una germanizzazione di fatto della costruzione europea…culminata nell’adozione dell’euro”, il che, come già accennato, suona per lo meno esagerato ma diciamo pure storicamente inesatto.
Altrettanto inesatto è asserire, poi, che sia stata la Germania a fornire all’Unione europea “la sua politica economica di fondo, il suo impianto ideologico, i suoi paradigmi sociali e culturali” e persino il “suo insopportabile politicamente corretto”; significa, come minimo, ignorare il ruolo sotto molti aspetti e in varie fasi determinante della Francia e anche quello di membri minori della comunità in particolare del Nordeuropa. Non è possibile, perciò, sostenere che “la macchina di Bruxelles è sostanzialmente una macchina tedesca”, benchè ne sia “evidentemente nulla più che un simbolo” quella cancelliera Merkel contro la quale si vota oggi in modo massiccio a Parigi come ad Atene e a Palermo.

Ora questa pressocchè generale rivolta, afferma o lascia intendere Galli della Loggia, avviene, da un lato, perché comunque sotto la guida della Merkel la Germania sembra tentata di imporre la propria supremazia in Europa non più con la forza delle armi, come in passato, bensì con quella della sua preponderanza economico-finanziaria, costringendo i suoi soci della UE e in particolare dell’eurozona ad accettare le sue ricette per il superamento della crisi in atto. Ma la sua tentazione e i conseguenti sforzi sono destinati a fallire, sembra prevedere ed auspicare il Nostro, anche perché la Germania ci offre un tipo di egemonia che ha ben poco di affascinante, perché a differenza di quella americana (forte di una way of life, egli ricorda, resa gradevolmente “ariosa” dalla gomma da masticare, dalla Coca Cola e dai jeans) non ha nulla (con buona pace di Mario Monti) che faccia sognare, alimenti l’eterna illusione, vada incontro alle esigenze dell’individuo e della sua libertà, “i due massimi valori dei tempi moderni”.

Al contrario, e qui Galli della Loggia ricalca e integra il discorso di Ostellino, il modello tedesco si lega “con l’intrinseco antiindividualismo, con l’idea e l’immagine pesanti di organizzazione e autorità che emanano…dall’immagine” del paese, con “il rapporto non certo semplice, e tanto meno limpido con la libertà e i suoi istituti che storicamente ha avuto la Germania”. Un modello che ai giovani europei offre “solo” le “opportunità del mercato del lavoro” oltre allo “smagliante panorama urbano di Berlino”, e all’intero continente soltanto “burocrazia, convegni, vertici e tenuta in ordine dei conti”. Insomma un’Europa tedesca sarebbe “vuota e ripiegata su se stessa”, fatta di gente “che quando la sera si addormenta l’unico pensiero che può permettersi è quello sullo spread che l’attende l’indomani”.

Vale la pena di confutare dettagliatamente simili affermazioni? In qualche misura l’ho già fatto, e per il resto mi sembra sufficiente osservare che l’intero discorso, benchè così alato, non si chiude per caso menzionando lo spread. Tutto nasce infatti, in ultima analisi, dal rifiuto tedesco sinora fermo (ma come già accennato le cose potrebbero anche cambiare tra breve, se non stanno già cambiando) di sborsare del proprio oltre un certo limite per far quadrare i conti di paesi renitenti o riluttanti a sobbarcarsi ai necessari sacrifici e a prestare le necessarie garanzie anche per i loro comportamenti futuri. Fino a qualche mese fa nessuno o quasi si sarebbe avventurato a descrivere l’odierna Germania nei termini di cui sopra, né dopo la sua riunificazione né prima, quando si esaltava quella occidentale come “vetrina” del benessere ma anche modello di libertà e democrazia nonché solido baluardo contro il vicino e minaccioso “impero del male”. Al massimo qualcuno ironizzava, piuttosto bonariamente ancorché cinicamente, sulla preferibilità che le Germanie rimanessero due.
Se ora molti alzano la voce, ci sarebbe poco o nulla da obiettare se si limitassero a criticare sotto il profilo tecnico, ma anche politico e se si vuole persino morale, le posizioni tedesche sui temi attualmente più scottanti facendo del loro meglio per modificarle. Anche Berlino ha le sue responsabilità, le sue colpe attuali o passate, che può essere persino doveroso rinfacciarle. Come è stato fatto, ad esempio, riguardo alle scappatoie con cui tedeschi e francesi, forti del loro maggiore peso a Bruxelles, si sono impunemente sottratti qualche anno fa dall’obbligo comunitario di non superare i prescritti limiti di deficit dei loro bilanci. O come invece non è stato fatto abbastanza, che si sappia, riguardo alla semiimposizione alla Grecia già avviata verso il default di acquistare copioso e costoso materiale bellico di produzione tedesca.

Ma spingersi fino a demonizzare in blocco e gratuitamente la Germania e chi la rappresenta per raggiungere lo scopo è, oltre che insensato e indecoroso, anche inutile e semmai pericoloso. Da un lato, infatti, è molto improbabile che anatemi e denigrazioni servano di per sè a smuovere la potenza più o meno fatalmente egemone in Europa e peraltro visibilmente in grado di raccogliere e conservare intorno a sé un buon numero di paesi associati e alleati, checchè ne pensi Galli della Loggia. Dall’altro servono sicuramente a deteriorare il clima già pesante nel quale già si svolge il dibattito sulla problematica continentale e a rendere più arduo il compito di promuovere un’ulteriore integrazione europea o quanto meno salvaguardare i risultati già raggiunti, in un contesto planetario nel quale il vecchio continente nel suo complesso tende a contare sempre meno.
Infine, si deve tornare a sottolineare il carattere particolarmente scandaloso del caso italiano. Si possono capire entro certi limiti i greci, cittadini di un paese relativamente piccolo e povero che lo spettro incombente della rovina e della fame spinge a bollare come un mostro lo straniero egoista e spietato che lesina o addirittura nega la solidarietà. Tanto più che, se i discendenti (lontanini) di Pericle e Aristotele ci hanno messo parecchio del loro, e in varia forma, per ridursi sul lastrico, la bufera che li sta travolgendo è arrivata davvero da fuori, benchè non dall’Europa ma da oltre oceano.

L’Italia però non è la Grecia, come si ripete fin troppo spesso da più parti pur non completando il discorso come si dovrebbe. Le sue condizioni attuali, per quanto non rosee, sono ancora assai meno allarmanti. Resta comunque uno dei paesi più benestanti del pianeta col PIL tra i primi dieci, la seconda potenza industriale in Europa davanti a chi ha inventato l’industria (Gran Bretagna) e al colosso che l’aveva sviluppata a furia di tremendi piani quinquennali (la Russia ex sovietica). La sua crisi viene tuttavia da lontano, già preparata dall’accumularsi di un enorme debito pubblico e maturata prima dell’esplosione del credit crunch americano: la stagnazione della sua economia, senza uguali nell’Unione europea, è ormai ultradecennale.
Soprattutto, l’Italia è oberata da una micidiale miscela di corruzione, evasione fiscale e criminalità organizzata che Stato e classe politica hanno finora combattuto, o finto di combattere, con governi effimeri o paralizzati dalle faide e dalla pusillanimità e con un apparato giudiziario operante in tempi biblici per mancanza di mezzi, sperperando nel contempo le risorse sempre più scarse con elargizioni ai partiti (anche deceduti) di munifiche sovvenzioni saccheggiate senza che nessuno se ne accorga e lasciando invece inutilizzati fondi altrettanto ingenti per lo sviluppo messi a disposizione da Bruxelles.

Il rigore ad oltranza e la miope avarizia vengono ormai vivamente deplorati nella stessa Germania, e non solo da Atene, da personaggi illustri quali Günther Grass e Joschka Fischer. Che da un paese come l’Italia si possano lanciare al loro indirizzo bordate e anatemi come quelli citati a cuore così impudicamente leggero si stenta quasi a credere, e costituisce forse un ennesimo e certo non gaudioso mistero dell’anima nazionale.

Franco Soglian

LE LEZIONI DI SARAJEVO

Commemorare a distanza di vent’anni l’inizio dell’assedio e del lungo martirio di Sarajevo è doveroso, anzi sacrosanto. Insieme con il massacro di Srebrenica e con la distruzione e gli eccidi di Vukovar, anch’essi per mano serba, è stato uno degli apici delle nefandezze che hanno costellato, da ogni parte, i conflitti nel cui baratro è sprofondata e perita la Jugoslavia di Tito. Un paese fiero ma dalle fondamenta fragili, soprattutto psicologicamente, che si vantava non senza qualche ragione di essere stato l’unico in Europa, oltre all’URSS, a tenere testa alle divisioni di Hitler e a darsi un regime comunista senza l’aiuto determinante dell’Armata rossa. Un regime cui rimane comunque il merito di avere compiuto l’unico tentativo serio di unificare costruttivamente popoli molto affini ma al tempo stesso assai diversi, poco o per nulla inclini ad affratellarsi ma inestricabilmente mescolati sul comune territorio.

Nell’ostinata speranza che la storia riesca ad essere davvero maestra di vita, la tragedia dell’antico capoluogo e oggi malcerta capitale di una Bosnia-Erzegovina indipendente più sulla carta che nella realtà, una città ricca di storia, cultura e persino esperienze esemplari di convivenza interetnica, va costantemente rammentata e rievocata come una di quelle lezioni che gli europei e l’umanità in generale dovrebbero scolpire nella roccia. E che tuttavia, per essere veramente utile per il futuro, presuppone un’adeguata conoscenza dei fatti e un’attenta depurazione del loro uso da ogni partito preso e da qualsiasi tipo di strumentalizzazione. Due condizioni, queste, che non sempre, per non dire raramente, vengono rispettate, come avviene anche in questi giorni.

Le colpe serbe, dei serbi della Serbia e della Bosnia-Erzegovina, sono fuori discussione. Nell’intera vicenda dell’agonia jugoslava come in quella di Sarajevo e dintorni i peggiori crimini contro l’umanità, spinti fino al limite del genocidio, sono stati commessi soprattutto benchè non soltanto da loro. Non deve perciò stupire né indisporre che soprattutto loro capi, sottocapi e gregari siano stati chiamati a renderne conto davanti al tribunale dell’Aja per subire i meritati castighi. I comportamenti penalmente perseguibili non esauriscono però il quadro delle responsabilità anche indirette per i percorsi approdati a quegli eccessi, che sono responsabilità anche soltanto politiche e neppure ricadenti esclusivamente sui protagonisti o comprimari jugoslavi di quelle vicende. E tutte, comunque, da mettere nel conto per la comprensione di queste ultime e le lezioni, appunto, da ricavarne.

La Bosnia-Erzegovina veniva spesso chiamata “piccola Jugoslavia” perché caratterizzata anch’essa dalla multinazionalità e in particolare dalla compresenza di tre principali etnìe: musulmani, croati (cattolici) e serbi (ortodossi), questi ultimi maggioritari prima che gli islamici, promossi sotto Tito a gruppo nazionale oltre che religioso, li scavalcassero dopo il 1945 grazie al più alto tasso di natalità. Proprio per questa sua caratteristica i suoi governanti si batterono fino all’ultimo, spalleggiati per analoghi motivi dalla Macedonia, per preservare l’unità jugoslava minata dal secessionismo sloveno e croato e dal suo scontro con il centralismo ed egemonismo serbo, in qualche modo arginati dal peso delle due repubbliche settentrionali nell’assetto costituzionale adottato nel 1945.

Falliti i tentativi di trovare compromessi accettabili per tutti, come la riduzione dello Stato federale ad una meno compatta confederazione, ed avviato il processo di disintegrazione della Repubblica federativa con il distacco della Slovenia al termine di un breve conflitto armato, la Bosnia-Erzegovina venne costretta a scegliere (con l’aspro confronto bellico tra Serbia e Croazia ancora aperto) tra la permanenza in una federazione gravemente amputata e perciò dominata più che mai da Belgrado e un’indipendenza oltremodo problematica sotto vari aspetti, a cominciare dalle reazioni di due forti minoranze e in particolare di quella serba. Reazioni rese temibili in partenza da non lontani precedenti storici, che avevano visto i serbi locali soffrire le più crude vessazioni da parte degli ustascia, i fascisti  di Ante Pavelic che sotto la protezione della Germania nazista avevano incorporato il grosso del paese nell’effimero stato croato teoricamente indipendente durante la seconda guerra mondiale.

Ad infierire allora sulla popolazione serba, tra le cui numerose vittime vi fu anche la famiglia di Ratko Mladic, il futuro “macellaio di Srebrenica”, aveva collaborato almeno una parte dei musulmani, alcuni esponenti della quale, insofferenti della Jugoslavia monarchica, avevano d’altronde chiesto prima del conflitto l’annessione al Terzo Reich adducendo una fantasiosa origine tedesca del loro gruppo etnico. Alla memoria sempre viva di una simile esperienza si aggiunsero poi i timori suscitati dal fatto che il governo di Sarajevo, capeggiato dal “bosgnacco” Alja Izetbegovic, aveva manifestato nella fase terminale della crisi jugoslava la tendenza ad accentuare l’islamicità della propria repubblica federata coltivando a questo scopo anche i rapporti del caso col mondo esterno.

Nonostante tutto ciò la scelta cadde sull’indipendenza, con il solo conforto di un’adesione della componente croata inficiata peraltro da riserve mentali. Decisiva fu comunque, secondo ogni apparenza, l’entrata in scena di un nuovo protagonista: la Comunità europea, che già aveva svolto un ruolo determinante nella crisi jugoslava. Dapprima, infatti, si era adoperata per scongiurare la disintegrazione della Repubblica federativa, incoraggiando così di fatto, benchè non intenzionalmente, il tentativo serbo di impedire con la forza la secessione slovena e soprattutto quella croata. Poi invece aveva appoggiato entrambe col risultato di favorire l’esplosione del conflitto armato, rapidamente rientrato solo nel caso della Slovenia, con la quale Belgrado non aveva un problema di minoranza serba da difendere come con la Croazia.

Ancor più avventata e addirittura fatale fu la decisione della futura Unione europea di accogliere la richiesta di riconoscimento dell’indipendenza avanzata dal governo di Sarajevo nel dicembre 1991, dopo la proclamazione in ottobre della piena sovranità repubblicana cui i serbo-bosniaci di Radovan Karadzic avevano replicato disertando il parlamento e creandone uno separato. Le autorità di Bruxelles condizionarono il riconoscimento all’approvazione dell’indipendenza mediante un referendum popolare, che si svolse il 29 febbraio e 1° marzo 1992 con il boicottaggio serbo, tanto più scontato in quanto Izetbegovic lasciò cadere un progetto di divisione del paese in cantoni confederati secondo il modello svizzero.

Altrettanto scontato risultò così il verdetto delle urne, che premiò i voti favorevoli ma in misura limitata al 63%, con la contrarietà quindi di un’intera componente nazionale. Ciò bastò tuttavia all’Europa dei 12 e agli Stati Uniti per concedere il riconoscimento (6-7 aprile), e fu solo all’indomani di questo passo che scattò la reazione serba, dura e persino feroce quanto si voglia, con i primi colpi di fucile nel cuore di Sarajevo che, seguiti ben presto dalle cannonate, segnarono l’inizio dell’assedio e della guerra civile. Un conflitto inevitabilmente impari, perché, come già avvenuto in Croazia, la parte serba fruì di quanto restava (e restava parecchio) della vecchia Armata popolare di Tito, uno dei più forti e meglio attrezzati eserciti d’Europa, da sempre prevalentemente in mano a comandanti e ufficiali serbi e comunque animati da spirito “unitarista” .

Il vero o presunto maggiore rapporto di continuità della Serbia di Milosevic con il vecchio regime, comunista o socialista che fosse, rispetto alle altre repubbliche jugoslave, e la sua maggiore vicinanza alla Russia pur decomunistizzata di Elzin, sicuramente influirono non poco sulle scelte occidentali benchè la guerra fredda tra Est e Ovest fosse ormai archiviata. Poiché tuttavia Belgrado aveva ormai abbondantemente dimostrato, all’inizio del 1992, di non lasciarsi frenare da alcuna remora nel perseguire i propri obiettivi, giusti o sbagliati che fossero, l’Occidente avrebbe dovuto modulare almeno con più accortezza le proprie mosse riguardo alla Bosnia-Erzegovina. E una volta compiuta comunque la propria scelta politica, certo non doveva lasciar passare poi oltre tre anni prima di optare per l’intervento militare necessario per porre fine alla peggiore carneficina continentale del secondo dopoguerra dopo avere oggettivamente contribuito a scatenarla.

Franco Soglian

IL SUD PROPULSORE DEL RISORGIMENTO

Ma quando un nuovo scatto?

L’impegno divulgativo della produzione storiografica contemporanea profuso da Paolo Mieli sul “Corriere della sera” è sicuramente meritorio, anche e soprattutto quando dà conto (sempre ampio e accurato) di studi e ricerche italiane e straniere che mettono in discussione e magari fanno giustizia di più o meno vecchi miti,  luoghi comuni e consolidate versioni di vicende vicine e lontane nel tempo. La verità storica, ammesso che possa mai essere appurata fino in fondo, non lo è comunque mai in modo definitivo e il revisionismo di per sé non è certo  peccaminoso. A patto, naturalmente, che non lo si pratichi per partito preso, senza pezze d’appoggio adeguate e interpretando fatti e dati con troppa disinvoltura.

Ciò vale senza riserve anche per le ormai numerose opere riguardanti un tema reso ancor più delicato dalle sue connessioni con l’attuale problematica politica nazionale: quello della collocazione del Mezzogiorno nel Risorgimento e nella gestazione dell’Italia unita. Lo abbiamo già affrontato nel nostro bilancio a puntate del Centocinquantenario, ma la recensione che Mieli, appunto, ha dedicato il 10 gennaio scorso ad un saggio di recentissima pubblicazione ci induce a riparlarne. Intitolato “Il Regno delle Due Sicilie e le Potenze europee (1830-1861)” e firmato da Eugenio Di Rienzo, esso focalizza in particolare il ruolo dell’Inghilterra nella distruzione di quel regno.

Un ruolo notoriamente molto importante, che questo autore sembra ritenere addirittura determinante e del quale sottolinea e documenta le motivazioni di fondo: la difesa con ogni mezzo dell’egemonia inglese nel Mediterraneo e le conseguenti  reazioni all’ingratitudine del re Ferdinando II  per il sostegno di Londra ai Borboni nell’era napoleonica, alle sue mosse per liberarsi da ogni tutela e interferenza esterna e qualche gesto ostile compiuto dallo stesso sovrano di Napoli, prima con il rifiuto nel 1834 di accodarsi a Londra nel conflitto per la successione al trono di Spagna e poi impedendo nel 1855 la partecipazione di volontari siciliani alla guerra di Crimea in una legione anglo-italiana.

Tra le altre manifestazioni della multiforme politica antiborbonica dell’Inghilterra ancor prima dell’impresa dei Mille Di Rienzo annota l’appoggio fornito alla spedizione di Pisacane a Sapri nel 1857 e alcune pretese intimidatorie avanzate dopo il suo rapido fallimento. Non avendo ancora letto il libro non sappiamo se esso menzioni un precedente di segno opposto, ovvero le informazioni da fonte inglese che permisero al governo borbonico di stroncare su due piedi l’analogo tentativo dei fratelli Bandiera nel 1844.

Ma lasciamo da parte i dettagli e andiamo al nocciolo della questione. L’autore non manca di rilevare che la suddetta politica, legata ai nomi di Palmerston e Gladstone, venne poi apertamente criticata se non sconfessata da successivi governanti inglesi. Mostra tuttavia di escludere che fosse ispirata almeno in parte da considerazioni diverse dalla pura Realpolitik e quindi di dare poco o nessun credito alle vibranti denunce londinesi del carattere disumano del regime borbonico, stigmatizzato da Gladstone come “negazione di Dio”.

Un’apparente insensibilità, questa, che si estende al di là del rapporto Napoli-Londra. Nell’introduzione del libro il Di Rienzo si dice consapevole del rischio che il suo racconto possa essere “forse tale da portare acqua al mulino di quell’Anti Risorgimento vecchio e nuovo” contro cui ha recentemente tuonato in un altro libro anche il presidente Napolitano da lui di seguito citato. Ciò nonostante quest’acqua poi la porta eccome, e non solo oggettivamente.

Non si limita infatti a censurare il comportamento inglese nel suo complesso come “una delle prime e più gravi violazioni del Diritto pubblico europeo della storia contemporanea”. Cita altresì un collaboratore di Benjamin Disraeli secondo il quale, contribuendo all’annessione del Meridione al Piemonte, “il Regno Unito aveva prostituito la sua politica estera appoggiando un’impresa illegittima e scellerata che aveva portato all’instaurazione di un vero e proprio regno del terrore”. Tutto ciò, precisa l’autore, aiuta a “ricordare che l’unione politica del Sud al resto d’Italia avvenne senza il consenso ma anzi contro la volontà della maggioranza delle popolazioni meridionali” e che “quell’unione, che per vari decenni successivi al 1861 non fu davvero mai ‘unità’, sia stata, in primo luogo, il risultato di un complesso e non trasparente intrigo internazionale”.

E così anche lo storico serio e scrupoloso scivola nella teoria dell’intrigo, che nella fattispecie necessiterebbe di ben altri elementi probatori e, come spesso avviene in casi del genere, rimane sospesa nell’oscurità allusiva. Quale altra potenza partecipò al “complesso e non trasparente” complotto oltre all’Inghilterra? Mistero. Come può il favoreggiamento dell’impresa dei Mille da parte inglese, marginale benché non trascurabile, spiegare la conquista garibaldina di metà del regno borbonico quasi senza colpo ferire e il fatto che le camicie rosse, poco più di un’armata Brancaleone sia pure con un eccezionale condottiero, incontrò un’apprezzabile resistenza finale solo dopo la caduta anche di Napoli? Nessuno l’ha ancora spiegato, e una spiegazione alternativa è stata semmai ventilata chiamando in causa tradimenti o cedimenti interni al regno stesso.

Allo stesso modo, anziché “ricordare” che l’unione del Sud al resto d’Italia sarebbe avvenuta senza il consenso e anzi contro la volontà della maggioranza della sua popolazione, bisognerebbe dimostrare che le cose siano andate davvero così e, prima ancora, semmai, che porsi il relativo problema sia sensato. Forse che il regno delle due Sicilie era il prodotto di una consapevole scelta popolare cementata da un genuino sistema democratico? Quando fu abbattuto esso non si trovava certo all’avanguardia nel mondo, ma semmai all’estrema retroguardia, del processo evolutivo che doveva portare alla consacrazione, peraltro ancor oggi non integrale né incondizionata, del principio dell’autodeterminazione dei popoli.

Quel tanto di “diritto pubblico europeo”, ovvero diritto internazionale, di cui si poteva parlare nel cuore dell’Ottocento, conservava come soggetti predominanti monarchie ereditarie fondate su un “diritto divino” molto più che su una “volontà della nazione”, e l’ordine che regnava nel continente era ancora, in gran parte, quello dinastico-feudale della Restaurazione celebrata dal Congresso di Vienna dopo la tempestosa parentesi napoleonica. Tra le eccezioni alla regola non figurava certo lo Stato borbonico, che resisteva alle minacce anche interne solo grazie alla protezione assicuratagli dalla Santa Alleanza. E’ possibile condannare oggi il suo abbattimento in quanto “grave violazione” di quell’ordine, e quindi negare implicitamente, supponiamo in nome del legittimismo di allora, la legalità oltre che la legittimità storica di tutte le successive trasformazioni del sistema internazionale?

Nel contestare l’approccio di Di Rienzo possiamo però, anzi dobbiamo andare ben più in là. Gli si può senz’altro concedere che l’annessione del Meridione al Regno di Sardegna sia avvenuta senza il consenso della maggioranza della sua popolazione, non diversamente da altre parti d’Italia. Sappiamo da sempre che i famosi, o se si vuole famigerati, plebisciti inscenati per legittimare l’unificazione nazionale, con le loro più che “bulgare” maggioranze favorevoli, altro non furono che uno dei primi esempi di montatura democratica destinati a fare scuola su vasta scala fino a tutt’oggi. Per lo stesso motivo, tuttavia, non è neppure lecito affermare che l’unificazione sia avvenuta contro la volontà di popolazioni in gran parte analfabete e comunque incapaci di capire di cosa si trattasse e quale fosse la posta in gioco.

Ancor oggi, d’altronde, la scena mondiale continua ad offrirci esempi vistosi di grandi rivolgimenti prodottisi per scelta e per mano di minoranze persino esigue. Nella Russia del 1917 si insediò quasi senza colpo ferire un regime comunista ad opera di un minuscolo partito rivoluzionario, lo stesso che 74 anni più tardi, benché cresciuto a dismisura, venne spodestato in modo pressocchè analogo, ossia con minimo coinvolgimento popolare e nessuna tangibile espressione di volontà popolare. A provocare la svolta epocale bastò che a Mosca scendessero in piazza contro il golpe anti-Gorbaciov alcune migliaia di persone più o meno vogliose di democrazia e che Boris Elzin salisse su un carro armato per arringare la folla e rimandare i militari golpisti nelle caserme; l’appello allo sciopero generale restò praticamente inascoltato e il resto del paese rimase in attesa degli eventi.

Se questo avvenne nel 1991 in una grande potenza altamente industrializzata e culturalmente progredita, cosa ci si poteva aspettare dalle miserabili masse contadine e sottoproletarie che costituivano la schiacciante maggioranza del regno borbonico? Al massimo, quello che effettivamente avvenne: una parte di esse, specie in Sicilia, accolse Garibaldi come un messìa o un liberatore, e una parte  più numerosa si rivoltò contro lo Stato sabaudo o si diede al brigantaggio quando si accorse che il nuovo regime, ciecamente e anche brutalmente repressivo come usava allora e quanto meno maldestro, per quanto le riguardava non era migliore del vecchio e poteva apparire persino peggiore.

Di Rienzo, dunque, non va certo fuori strada allorchè afferma che l’unione non si tradusse in vera unità “per vari decenni successivi al 1861”. Forse esagera nel conteggio, perchè già con l’avvento al potere della sinistra la compartecipazione meridionale al governo dell’intero paese divenne massiccia e sistematica. Ha invece gravemente torto quando mostra di ignorare un fatto di capitale importanza e di grande rilievo storico simboleggiato, volendo, dalla stessa figura di uno dei maggiori protagonisti di questa compartecipazione. Quella cioè del marchese Antonio di Rudinì, che prima di capeggiare due volte il governo di Roma verso la fine del secolo, divenuto in giovane età sindaco di Palermo dopo l’unificazione, nel 1866 difese per tre giorni con le armi quel municipio assediato dalle bande di rivoltosi che avevano conquistato il resto della città, liberata in seguito dalle truppe di Raffaele Cadorna.

Quello del nobiluomo siculo sarà anche stato un caso limite, che tuttavia può ben considerarsi rappresentativo di una parte cospicua e probabilmente maggioritaria di un’élite socioculturale e quanto meno potenziale classe dirigente del Mezzogiorno che da vari decenni era ai ferri corti con il governo borbonico. Quando non lo combatteva apertamente con il favore delle circostanze lo sopportava sognando o lavorando per un’alternativa dentro o fuori dei confini del regno. Allo scoccare dell’ora fatidica non gli prestò alcun apprezzabile appoggio, lo tradì disertando o complottando oppure si schierò decisamente con i vincitori, magari anche solo per opportunismo, come suggestivamente raccontato da scrittori dell’epoca o più moderni quali Federico de Roberto e Giuseppe Tommasi di Lampedusa.

In attesa della pur contrastata evoluzione generale in senso democratico, accompagnata da un’altrettanto lenta ma progressiva acculturazione e presa di coscienza da parte delle masse popolari, solo una simile élite poteva avere titolo a rappresentare un popolo nelle sue aspettative e al limite nella sua volontà, nel Mezzogiorno come nel resto dell’Italia, dell’Europa e del mondo. Che essa sapesse sempre rappresentarlo in modo adeguato, al di là dei propri particolari interessi ed esigenze di classe, può certo essere contestato e spesso negato. Nella fattispecie, sono ben note sia le buone intenzioni che animarono gli sfortunati capi e sostenitori della repubblica napoletana nel periodo napoleonico sia l’autocritica di cui furono capaci quanti di loro sopravvissero alla repressione.

E’ da quel periodo, comunque, che si deve partire per mettere a fuoco il ruolo del Mezzogiorno nel Risorgimento. Finiti al patibolo nel 1799, i vari Carafa, Serra di Cassano, Caracciolo, Pagano, Fonseca Pimentel, ecc. non costituivano quella sparuta pattuglia di rivoluzionari, isolati dal popolo e forti solo delle armi francesi, di cui generalmente si parla nella vulgata della storia nazionale. Così come, all’inverso, il cardinale Ruffo, il principe di Canosa e i loro simili non possono considerarsi l’unico specchio fedele dei sudditi dei Borboni. I primi avevano invece dietro di sé un ceto neoborghese in ascesa e, nel tempo, anche il vigoroso riformismo del ministro Tanucci e l’apertura della grande cultura partenopea del Settecento.

Prima e dopo la loro sconfitta, la partita non si giocò, sul campo, solo tra opposti eserciti stranieri e le bande dei sanfedisti o lazzari antirivoluzionari, né i rivoluzionari poterono contare su un certo seguito solo nella capitale del regno. Al contrario, fu semmai in periferia e in particolare in Puglia che infuriarono aspri scontri, al limite della guerra civile, anche tra intere città schierate con i repubblicani o con i borbonici. In aggiunta ai fattori locali, il terreno era stato preparato, tra l’altro, da un’attiva propaganda massonica e da quella giansenista, di ispirazione democratica oltre che religiosa.

Quella che è stata definita la “prima sanguinosa pagina del Risorgimento italiano” poichè “una tradizione rivoluzionaria italiana del Risorgimento s’inizia proprio con i patriotti della Partenopea” (così lo storico Niccolò Rodolico), anche se in gioco non era ancora la causa nazionale, sfociò in un esodo dei vinti qualitativamente importante e non irrilevante neppure numericamente. Già nei primi anni dell’800 parecchie centinaia di esuli trovarono rifugio a Milano, e la loro stessa presenza nella capitale della Repubblica cisalpina e poi del Regno d’Italia fondati dal Buonaparte contribuì a promuovere quella causa. Un altro centro di immigrazione nonché laboratorio di italianità soprattutto, ma non solo, culturale divenne poi anche Firenze, capitale dello Stato italiano più liberale dopo la definitiva caduta di Napoleone.

Tra gli esuli napoletani a Milano spicca la figura di Vincenzo Cuoco, capostipite, si può dire, dei profeti del riscatto nazionale proprio sulla base di un’analisi critica di un’esperienza anche personale nel suo “Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli” (1801), che lo condusse a coniare il celebre motto “L’Italia farà da sé”. Il suo pensiero, diffuso anche per via giornalistica, influì su Manzoni e il giovane Mazzini. Ma il profeta si rivelò tale anche in patria. Un eminente  promotore del patriottismo italiano a Napoli durante la Restaurazione fu Basilio Puoti, famoso per la sua pedanteria non meno che per la sapienza linguistico-letteraria (pare che in punto di morte sussurrasse “me ne vo, ma si può dire anche me ne vado”), maestro di numerosi conterranei tra i quali Francesco De Sanctis e Luigi Settembrini, al quale confidava l’auspicio che gli italiani “parlassero come il Machiavelli ed operassero come il Ferruccio”.

Politicamente più diretto e attivo fu naturalmente l’impegno della Carboneria, sfociato a sua volta nel primo tentativo insurrezionale, sempre in Campania, nel 1820. Benché facilmente stroncato anche a causa della concomitante rivolta in Sicilia, ancora di tipo eminentemente separatista e quindi combattuto a mano armata dagli stessi insorti napoletani, esso servì da esempio e sprone al successivo moto dei liberali piemontesi (1821), divampato sia pure con esito ugualmente negativo in uno Stato italiano ancora più reazionario del Regno delle due Sicilie, tanto da riuscire sgradito persino a Metternich. L’animatore del moto torinese, Santorre di Santa Rosa, definì entrambi parti di un’unica rivoluzione, “la prima che si sia fatta in Italia da molti secoli senza il soccorso e l’intervento degli stranieri” ad opera di “due popoli italiani che dalle due estremità della penisola – dalla Sicilia al Piemonte – rispondono l’uno all’altro”, per concludere che nonostante la momentanea sconfitta l’Italia era “conquistata, non sottomessa”.

In realtà i tentativi e il comune insuccesso erano destinati a ripetersi nel 1848, con il là, comunque, dato nuovamente dal Sud. A muoversi per prime, stavolta, furono, anzi già nel 1847, Sicilia e Calabria (a Reggio l’ennesima richiesta di una Costituzione si levò all’insegna del tricolore), provocando un effetto domino che a ricominciare da Napoli mise a soqquadro, nell’anno fatidico per mezza Europa, l’intero paese. A Palermo, in una lezione all’università, un economista aveva lamentato alla vigilia che “oggidì è un vezzo dell’Alta Italia il raccomandare a noi moderazione e pazienza, il consigliarci di attendere; ma, oh Dio! Ho passato metà della mia vita senz’altro aver fatto che attendere”.

Malgrado il nuovo fallimento le premesse per l’affermazione, in un modo o nell’altro, della causa nazionale si stavano ormai creando anche nel Meridione oltre che sul piano internazionale. Le sollevazioni avevano assunto dimensioni e forza d’urto molto maggiori che in precedenza, come controprovato dalle varie migliaia di successive condanne a morte (peraltro commutate per lo più in ergastoli). Nel Napoletano liberali e democratici avevano fatto breccia in tutte le classi sociali, la Sicilia era stata liberata quasi interamente prima di soccombere, vittima anche della rivalità franco-britannica.

Partenopei e siculi parteciparono all’estrema difesa delle repubbliche di Roma e Venezia, alcuni perdendovi la vita. Un siciliano dei più illustri, lo storico dei Vespri Michele Amari, finì col convertirsi da un patriottismo prevalentemente insulare all’unificazione nazionale sotto la monarchia sabauda, aderendo, come altri due autorevoli liberal-democratici moderati del Sud quali Silvio Spaventa e Luigi Settembrini, all’indirizzo propugnato dal veneziano Daniele Manin. Amari, in verità, avrebbe preferito un’Italia, se non federalista, almeno con adeguate autonomie regionali, che lo Stato nato dalle annessioni del 1861 ritenne invece di non dover concedere.

Una scelta iniziale, questa, modificata molto e probabilmente troppo più tardi e che insieme con altre ma forse più di altre ha pesato sulle sorti del Mezzogiorno, non proprio “magnifiche e progressive”, fino ai giorni nostri, e quindi anche su quelle del paese nel suo complesso. Il tutto, però, a lungo andare, con preminenti, benché certo non esclusive, responsabilità delle classi dirigenti meridionali, alle quali in 150 anni non sono sicuramente mancati i modi e le occasioni per difendere i diritti e promuovere gli interessi delle loro terre e dei loro popoli anzichè privilegiare i propri come sono spesso sembrate fare. Nuovi scatti come quello di cui sono state capaci nella prima metà dell’Ottocento, insomma, sarebbero stati assai opportuni. Ma finora non ve n’è stata traccia.

Franco Soglian

BISOGNA FARE GLI ITALIANI, IN FRETTA

La lezione del centocinquantenario

COME E COSA CAMBIARE PERCHE’ QUALCOSA CAMBI

Fatta l’Italia restano da fare gli italiani. C’è quasi da vergognarsi a citare la celeberrima tra le massime del Massimo D’Azeglio, come dicevano alcuni miei antenati un po’ faceti; è infatti da sempre sulle bocche di tutti. Eppure non si riesce ad esimersene, per la buona ragione che a fare gli italiani, nell’unico significato plausibile dell’espressione, nessuno ci ha mai provato. Con una sola eccezione, forse: quella di Mussolini, che non mancò di prefiggersi l’ambizioso obiettivo ma lo perseguì a modo suo, mascherando i semi-neonati da figli della lupa, armando i più grandicelli balilla di libro e moschetto e obbligando i gerarchi con pancetta a saltare attraverso cerchi infuocati. Il tutto con i risultati ben noti.

Sarebbe perciò ora di finalmente provarci, visto che in un secolo e mezzo le cose non sono gran che cambiate. Anzi, per la precisione, moltissime cose sono cambiate in meglio, ma molte, troppe e soprattutto assai gravi, sono cambiate in peggio. Contribuendo per di più, in una misura della quale i più non sembrano o fingono di non rendersi conto, a determinare una situazione di emergenza, quella attuale, con pochi precedenti storici, come abbiamo cercato di dimostrare nei precedenti articoli (vedi parte Iparte IIparte III,parte IV parte Vparte VI e parte VII)di questa serie che ora andiamo a concludere.

Chi potrebbe infatti negare, se messo alle strette, che il rischio di default nazionale molto probabilmente non incomberebbe o potrebbe essere sventato molto più facilmente se il paese non fosse afflitto più che mai dall’evasione fiscale di massa e dall’economia sommersa, dalla corruzione dilagante e dalla criminalità organizzata? Tutte piaghe, queste, il cui enorme costo per lo Stato e per la comunità nazionale è stato evidenziato da stime più o meno approssimative alle quali viene generalmente attribuita una sufficiente attendibilità.

E quel “più che mai” non ci è sfuggito distrattamente dalla tastiera. Mentre Mario Monti e la sua squadra di tecnici, ridicolmente accusati di lentezza, sono impegnati a portare avanti un programma di misure sufficientemente meditate, coerenti e sperabilmente eque, al tirare delle somme, nella distribuzione dei sacrifici per salvare conti pubblici e banche, rilanciare una crescita che langue da lunghi anni o almeno scongiurare una recessione che potrebbe rivelarsi micidiale o addirittura letale, cosa ci dicono le cronache?

Ci dicono, spietate, che le mafie spadroneggianti del Mezzogiorno imperversano ormai anche nella capitale ufficiale (dove cresce altresì la criminalità spicciola) e dintorni dopo avere piantato le tende intorno all’ex capitale morale già ribattezzata Tangentopoli. Che nelle poche grandi imprese parastatali e private che ci rimangono persistono ad imperversare la corruzione attiva e passiva e pratiche illecite di ogni tipo, si continua imperterriti a foraggiare partiti e amministratori pubblici centrali e locali come se Mani pulite fosse stata solo uno scherzo di cattivo gusto, e grandi manager inetti, irresponsabili o semplicemente disonesti vengono regolarmente premiati con liquidazioni astronomiche.

Quanto poi all’evasione fiscale, che naturalmente si intreccia abbondantemente con la criminalità e la corruzione ma è altrettanto largamente praticata anche indipendentemente da esse, pare che da qualche tempo venga combattuta con maggior vigore e che nuovi strumenti utili al riguardo siano in via di adozione da parte del governo “tecnico”. Intanto però si deve constatare che in altri paesi più virtuosi del nostro i controlli sono di regola più rigorosi e sistematici, la penalizzazione anche detentiva degli evasori non infrequente e così pure le loro denunce da parte dei cittadini.

Da noi, invece, l’ex capo del governo e i suoi seguaci bollano la ventilata tracciabilità dei pagamenti come un sopruso da Stato di polizia, mentre un numero certamente molto elevato di potenziali contribuenti è pronto a trasferire i propri capitali in qualche paradiso offshore, quando non l’abbia già fatto, nell’eventuale imminenza di misure più drastiche. Il tutto, fra l’altro, rendendo stupefacente il candore con cui tanti sottoscrivono o caldeggiano misure fiscali di emergenza quali l’imposizione della patrimoniale o il ripristino dell’ICI sulla prima casa ma solo a partire da un certo livello di reddito e in forma progressiva. Perfetto, ovviamente, in linea teorica; peccato che, in pratica, il garzone del macellaio, l’assistente del medico privato e il cuoco di ristorante rischierebbero molto, per i ben noti motivi, di pagare più del rispettivo datore di lavoro se non addirittura di pagare solo loro, come avviene su vasta scala per l’IRPEF.

E’ giusto incolpare di tutto ciò solo la classe politica? I più continuano a farlo anche col favore del linguaggio corrente, poichè termini come appunto classe e tanto più casta possono accreditare il concetto che si tratti di un personale in qualche modo separato o distinguibile dal resto del paese. Così evidentemente non è, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, e bisognerebbe quindi trarne le debite conseguenze sia in sede di attribuzione delle responsabilità sia di proposizione dei rimedi più opportuni.

Le colpe dei politici sono incontrovertibili, ma pur ammettendo (senza concederlo) che la maggior parte di loro anelino non solo a gestire il meglio possibile la cosa pubblica ma anche, dichiaratamente o meno, a “fare gli italiani”, questa ipotetica maggioranza deve fare pur sempre i conti con una maggioranza o una forte ed agguerrita minoranza di non politici, ossia di comuni cittadini, scarsamente disposti a lasciarsi fare o rifare e forse congenitamente incorreggibili, secondo teorie o credenze in voga da tempo immemorabile. Tra di esse non manca, per contro, quella secondo cui a impegnarsi in politica sarebbero i cittadini peggiori, che ci permettiamo però di non sottoscrivere su due piedi se non altro per simmetria con l’altra ipotesi suddetta.

Non è comunque il caso di scervellarsi per assodare se gli italiani siano davvero incurabilmente individualisti ovvero anarchici per principio o non piuttosto refrattari per natura a qualsiasi disciplina, e/o litigiosi e incostanti, maleducati e cinici, frivoli e faciloni, ecc; e tanto meno, se davvero sono tutto ciò o una parte di ciò, perché lo siano. Certo è che le loro pecche non riguardano soltanto i rapporti tra cittadino e Stato ma anche quelli tra i cittadini stessi. In sintesi complessiva è lecito, senza pretesa di originalità, parlare di carente senso civico, riscontrabile sui piani più diversi e nelle forme più macroscopiche e deleterie come in quelle apparentemente meno nocive e al limite poco più che folcloristiche.

Il che sia detto, lo ripetiamo, non ignorando affatto i pregi della gens italica, che sono tanti compresi quelli tradizionalmente negati da luoghi comuni tuttora tenacemente diffusi soprattutto all’estero. Di recente un giornalista americano, congedandosi dopo anni dal paese, ha reso omaggio non solo al “vibrante istinto creativo” del suo popolo (oggi, per la verità, piuttosto appannato) ma anche, “cosa forse sorprendente per molti stranieri”, alla sua “prodigiosa etica del lavoro”, lamentando però che “le doti di fantasia e le giornate lavorative di 12 ore finiscono spesso col portare all’immobilismo”. Per produrre progresso, infatti, l’etica del lavoro o se si preferisce professionale, per quanto abbinata alla creatività, deve trascendere la sfera individuale diventando etica anche civica e sociale.

Un’etica degna di questo nome, in altri termini, deve esplicarsi a tutto campo. E’ probabile che il lavoro nobiliti l’uomo ma è certo che cessa di farlo se, ad esempio, l’imprenditore che lavora anche più di 12 ore quotidiane non applica le norme sulla sicurezza del lavoro e ritiene giusto evadere le tasse. E’ vero tuttavia che gli evasori, o almeno quelli non tali per principio, possono sentirsi in qualche modo giustificati (e anche qui non manca il nesso con la problematica più attuale) se lo Stato esattore si dimostra incapace o restìo a combattere seriamente l’evasione e nel contempo colpisce duramente i contribuenti in regola spendendo inoltre in modo dissennato, se non peggio, il loro denaro. Ciò non basta a rendere la giustificazione accettabile, ma serve ugualmente a richiamare l’attenzione su un nodo a prima vista cruciale della questione: il frequente palleggiamento delle responsabilità tra governanti e governati. Nodo però solubile, come si è detto, respingendo la distinzione tra le due parti per quanto qui ci interessa.

L’evasione fiscale, naturalmente, è solo una delle componenti sia pure più appariscenti, dibattute e oggettivamente importanti di un quadro assai ampio. Altre apparentemente minori non sono però meno significative. Si pensi al traffico automobilistico dentro e fuori delle nostre città. Qualcuno avrà ben notato che i veicoli in circolazione si dividono in tre categorie di dimensioni all’incirca uguali: quelli che rispettano l’obbligo tuttora vigente (per quanto ne sappiamo, ma già questo dubbio è eloquente) di tenere accesi giorno e notte luci di posizione e anabbaglianti; quelli che ritengono sufficiente un rispetto parziale tenendo accese solo le prime, e quelli che viaggiano a luci completamente spente anche in caso di nebbia, tempo piovoso e tenebre già calanti.

Il tutto impunemente e quindi nella presumibile convinzione che tutto sia più o meno lecito, di fatto se non di diritto, nonché con conseguente discredito delle norme in generale e non senza analogie, ad esempio, con quelle concernenti il finanziamento pubblico dei partiti. Sempre in tema di traffico, qualcuno avrà altresì notato che in autostrada quasi nessuno più segnala il passaggio sulla corsia di sorpasso, chissà se contando militarmente sul fattore sorpresa, un’ipotesi valida anche per la caduta in disuso pressocchè totale del clacson.

La sostanziale scomparsa della polizia stradale potrebbe far pensare ad una scelta strategica delle autorità competenti, apparentemente indifferenti ai primati nazionali in materia di incidenti ma in compenso ostinate nell’imporre o tollerare limiti di velocità spessissimo assurdamente bassi e semi-impraticabili e quindi, forse, considerati utili solo per consentire ai comuni di fare periodicamente cassa e a fini di eventuale risarcimento danni (che assicura miglioramenti contabili del PIL), al pari di quelli invece elevati ma altrettanto sistematicamente violati. Per fortuna qualcuno comincia ad imparare a fermarsi alle striscie pedonali, almeno quando viaggia a velocità moderata.

Le pubbliche strade, e piazze, tornano poi a proposito anche per un altro motivo. Quelle di Milano soffrono di cronica e multiforme sporcizia per la quale, secondo un articolo apparso un mese fa sul Corriere della sera a firma Andrea Bosco, “le responsabilità dell’amministrazione vanno di pari passo con l’indifferenza, la maleducazione, la mancanza di senso civico dei cittadini” (compresi tra l’altro i cosiddetti writers, nella cui produzione “la creatività è stata sostituita dallo scarabocchio”). Quanto alle strade extraurbane, lombarde e naturalmente non solo, chiunque può contemplare i loro bordi pullulanti di rifiuti di ogni genere, che contribuiscono a creare uno stridente quanto significativo contrasto con la pulizia spesso maniacale delle abitazioni private, per cui quelle italiane generalmente brillano al confronto anche con i maggiori paesi europei.

Passando a tutt’altro, ma sempre nello stesso discorso, annotiamo che Sergio Romano, ancora dalle pagine del Corriere, ha ricordato recentemente un pregio della scuola secondaria americana, per il resto (escluso forse lo sport), alquanto scadente come emerge anche dalle graduatorie PISA, peraltro ancora più severe nei confronti della scuola italiana. Si tratta della capacità che gli studenti vi acquisiscono, grazie ad un’assidua pratica, di dibattere in modo pacato, ordinato e approfondito su qualsiasi tema, mettendo a confronto anche serrato diverse opinioni e tesi. Di qui l’ascoltabilità e la presumibile costruttività dei dibattiti politici in TV o altrove, benché sembri che al riguardo le cose stiano peggiorando anche negli USA, forse sotto i colpi della crisi economica. Ma certo i talk-show d’oltre oceano non sono precipitati al livello attuale di quelli italiani, ridotti a indecorose gazzarre che vedono gareggiare in intemperanza e aggressività spesso volgari anche personaggi fino a ieri noti per i loro modi urbani. Si è arrivati così al punto che un esperto di TV come Aldo Grasso auspica l’esclusione dei politici da simili tenzoni, passando persino sopra al fatto che, a quanto purtroppo risulta, esse fanno audience.

Di scuola si deve comunque riparlare arrivando al cuore del problema. Appare chiaro, almeno al sotto- o soprascritto, che il quadro fin qui tracciato influisce in modo pesante, e al limite determinante, sul livello di governabilità del paese, fortemente abbassato non solo dalla precarietà dello Stato di diritto ma anche dalla carenza di una società civile in grado di sopperire alle inadempienze della classe dirigente. Come rimediare ad un inconveniente così grave? Massimo Calderazzi ha ragione di negare che non basta fare quadrato intorno alla bandiera della Costituzione per raddrizzare un sistema politico non funzionale, anche se, in attesa di cure più radicali, non è possibile rinunciare alla funzione regolatrice, nei limiti del possibile, di una legge fondamentale pur bisognosa di modifiche e aggiornamenti, a meno di non puntare al tanto peggio tanto meglio.

Caldeggiare cure più radicali, tuttavia, non significa necessariamente voler buttare tutto all’aria, ma neppure confidare ulteriormente in espedienti di ingegneria istituzionale ancorchè rivoluzionari la cui efficacia dipende pur sempre da chi è chiamato ad applicarli, ossia dal fattore umano, risollevando insomma una volta di più il proverbiale problema del difetto nel manico. In un paese come l’Italia, mi pare, l’introduzione della democrazia elettronica e a sorteggio proposta da Massimo rischierebbe, a dire il meno, di fare la stessa fine del sistema bipolare e di questa o quella legge elettorale. Per non parlare poi, sempre sulla base delle esperienze già fatte, dell’opportunità di ricorrere a qualche “uomo forte” per imporre al malato la ricetta miracolosa.

Optare per cure radicali significa, piuttosto, puntare proprio sulla radice del male, quella additata per primo da un altro Massimo, non D’Alema bensì il marchese D’Azeglio, anche se in tal caso l’inesistenza di toccasana ad effetto immediato può scoraggiare i più impazienti. Non si tratterebbe infatti di imitare esempi storicamente recenti di operazioni relativamente rapide e più o meno drastiche, quanto tragicamente fallimentari. Il tentativo di Stalin di forgiare con l’aiuto di svariati bagni di sangue il nuovo uomo sovietico, genialmente irriso da Michail Bulgakov nel suo esilarante, malgrado tutto, “Cuore di cane”, culminò nella catastrofe anche morale dello Stato nato nel 1917, ed esiti analoghi ebbero la Rivoluzione culturale cinese e il genocidio perpetrato dai Khmer rossi in Cambogia.

L’obiettivo da perseguire, invece, con la necessaria gradualità, continuità di impegno e l’investimento di adeguate risorse sia umane che materiali, è quello di migliorare la qualità culturale e comportamentale della popolazione, oggi per vari aspetti in regresso a cominciare dall’analfabetismo di ritorno. Con particolare riguardo, comunque, all’innalzamento del livello di coscienza e responsabilità sociale e di senso civico, al di fuori possibilmente di qualsiasi ideologia e mirando semmai ad una specifica accentuazione della capacità di confrontarsi con culture diverse dalla propria, peraltro bisognosa di rafforzamento e riscoperta.

Un compito educativo o rieducativo, dunque, ambizioso e complesso quanto indispensabile per assicurare una governabilità finora cronicamente precaria promuovendo la maturazione di una società civile all’altezza delle moderne esigenze e valorizzando le migliori tradizioni, vocazioni e potenzialità del paese. Un compito, naturalmente, che spetta innanzitutto, ma non solo, alla scuola, per quanto bisognosa anch’essa di riqualificazione e potenziamento, e quindi di una decisa  inversione di rotta nella politica nazionale più recente, che non a caso contrasta in modo stridente con le tendenze negli altri paesi più avanzati e alle prese con difficoltà economiche simili alle nostre.

Un compito, inutile dirlo, il cui svolgimento in campo scolastico richiede che si vada ben oltre lo spazio, la cura e il peso didattico ridicolmente esigui sinora riservati all’educazione civica, perciò comprensibilmente trattata dagli studenti, dalle famiglie e dagli stessi insegnanti persino peggio delle ore di religione di un tempo e dell’educazione fisica. La funzione comunque insostituibile della scuola a tutti i suoi livelli dovrebbe però essere integrata da specifiche iniziative della società civile attraverso nuove forme di volontariato impegnate in un’inedita missione nazionale di ampio respiro.

Un’impresa paragonabile, insomma, mutatis mutandis, a quella inscenata nel 19° secolo dai populisti russi nell’impero zarista per risvegliare e riscattare le masse contadine dalla loro ancestrale deprivazione e arretratezza. Oppure, per citare un altro esempio meno noto, ad un progetto a malapena avviato da Maria Montessori, profetessa poco fortunata in patria ma ancor oggi ascoltata e attivamente celebrata all’estero: quello di educare gli uomini fin da piccoli a battersi per la pace dopo la traumatica esperienza della prima guerra mondiale con le sue innumerevoli e insensate carneficine.

Due secoli fa il grande Schopenhauer interpretava una nozione alquanto diffusa all’estero definendo gli italiani gente “al di sopra di qualsiasi ambizione, al di sotto di ogni bassezza”. Meno pessimista e sbrigativo del collega (che peraltro diceva peste e corna pure di lui, neanche fosse italiano), un altro colosso del pensiero non solo teutonico come Hegel, dopo avere banalmente attribuito agli italiani un connaturato e incoercibile individualismo, ammetteva che avessero “superato l’egoismo più mostruoso, degenerato in tutti i crimini” grazie al “godimento delle arti belle, trovandovi per così dire un’unità” limitata però “solo alla bellezza, non già alla razionalità, all’unità superiore del pensiero”. E così concludeva: “gli italiani sono nature improvvisatrici, in tutto dedite all’arte e al godimento sensibile. In presenza di tale indole artistica, lo Stato deve per forza essere qualcosa di casuale”.

Dopo avere bene o male smentito il poeta francese che ci definiva “paese dei morti”, sarebbe forse ora che, passati altri 150 e più anni, si rendesse obsoleta anche l’immagine dipinta dal filosofo tedesco. Ciò, ovviamente, per quanto riguarda la sua componente negativa, perché quella positiva andrebbe possibilmente conservata, nella realtà, ancorché adeguatamente contemperata. E non è certo scontato che uno sforzo di ulteriore automiglioramento comunque da farsi debba necessariamente impedirlo.

Franco Soglian 

QUALI TERAPIE PER L’ITALIA ANORMALE

Il bilancio che abbiamo provato a tracciare dell’Italia centocinquantenne (vedi parte Iparte IIparte III,parte IV parte V e parte VI) si presta alle più diverse valutazioni a seconda dei diversi possibili angoli visuali. Nel complesso, non crediamo tuttavia che possa considerarsi soddisfacente e in ogni caso, allo stato attuale, abbastanza  rassicurante per il futuro. Il paese non è certo da buttare ma le sue pecche e carenze sono innumerevoli, gravi e, nella migliore delle ipotesi, almeno pari ai suoi pregi e potenzialità. Forte sarebbe la tentazione di definirlo malato incurabile, data appunto la sua avanzata età statuale, se non fosse che mai è stato sottoposto, o ci sbagliamo?, a terapie adeguate.

Proprio su quest’ultimo punto, d’altronde, si accentra il discorso che più ci interessa, da portare avanti e poi finalmente concludere senza allargarlo troppo. Quale che sia l’esito di un attendibile checkup nazionale, sembra comunque lecito ribadire e partire dal presupposto che il paese assai raramente sia stato governato  in modo sufficientemente oculato, responsabile e lungimirante. Che ciò possa derivare anche da difetti più meno connaturati o storicamente generati del popolo italiano, lo abbiamo già rilevato. Certamente influenti sull’insolvenza delle sue classi dirigenti, non possono essere ignorati neppure in sede di esame dei possibili rimedi alle loro conseguenze.

Guvernè bin, come diceva Giolitti, uno dei migliori o dei meno peggio, non significa soltanto amministrare il paese “con la diligenza del buon padre di famiglia”, secondo una vecchia e consacrata formula. Significa anche, all’occorrenza, andare ben oltre l’ordinaria amministrazione fronteggiando con coraggio le emergenze più critiche, perseguendo con tenacia la soluzione dei maggiori problemi di fondo, sfidando se necessario l’impopolarità e le eventuali resistenze. Tutto ciò è troppo spesso mancato, come ad esempio, in modo particolarmente vistoso, all’indomani della prima guerra mondiale e nel momento cruciale della seconda, e in generale nei confronti della corruzione, della criminalità organizzata e dell’evasione fiscale.

Quanto all’impopolarità, l’ultimo della lunga serie di nostri presidenti del Consiglio, non contento di esprimere comprensione per gli evasori, benché campione dichiarato ed esaltato della liberalizzazione ha confessato di non poter mantenere le promesse al riguardo per timore di perdere i consensi delle categorie interessate. L’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt, oggi novantenne, rivela invece di essersi trovato pronto a dimettersi in almeno tre occasioni se non fosse riuscito ad imporsi su questioni ritenute vitali, nel presupposto che “un capo di governo deve sempre accettare il rischio di venire deposto”.  E il generale de Gaulle, com’è noto, si ritirò a vita privata dopo la bocciatura per referendum della regionalizzazione della Francia da lui propugnata.

Nell’Italia prefascista le dimissioni dei governanti non erano una rarità; qualcuno persino eccedeva. Sono diventate estremamente rare negli ultimi tempi, che hanno visto casi addirittura madornali di attaccamento alla poltrona per nulla nobilitato da lotte ad oltranza per cause sacrosante, o almeno apprezzabili, ma incomprese. Quella di Massimo D’Alema, fattosi da parte dopo un’imprevista sconfitta in elezioni regionali, è rimasta un’eccezione. Silvio Berlusconi compie il suo “passo indietro” solo dopo una lunga e pervicace resistenza, ancora convinto di rappresentare il più grande statista della storia nazionale, godere un alto prestigio all’estero e cadere vittima del tradimento, esattamente come lamentava dopo il 25 luglio 1943 Benito Mussolini. Dal quale (qualcosa bisogna pure riconoscergli) il più recente ”uomo della provvidenza” si distingue almeno per avere rispettato, malgrado una certa disinvoltura interpretativa, le regole democratiche, a dispetto delle mire autoritarie addebitategli dagli avversari.

Frattanto, ha assunto dimensioni massicce e le forme più smaccate la moltiplicazione dei privilegi e delle prebende della classe politica in generale, l’ormai famigerata “casta”, in stridente contrasto con le ripercussioni della crisi economico-finanziaria sui redditi del grosso della popolazione e al punto da dare corpo all’immagine di una vera e propria deriva cleptocratica. Si è così giunti al più sconcertante tra i tanti primati negativi via via accumulati dal paese: i politici ed amministratori più pagati e tuttavia più inetti, e fors’anche più corrotti, dell’Occidente.

La crisi che fa incombere sull’ottava potenza economica mondiale lo spettro del default, avendo messo finora al tappeto solo la piccola e ben più povera Grecia,  ha messo tanto più a nudo l’irresponsabile imprevidenza e insipienza dei suoi governanti, non a caso trattati come inaffidabili e al limite minorati dai loro colleghi dell’Eurozona. I quali, sempre più preoccupati per la sorte della moneta comune, si sono visti infine costretti, insieme alle autorità di Bruxelles e Francoforte, a porre sotto umiliante tutela quelle di Roma per di più bersagliandole con una escalation di ultimatum.

Tutto ciò ha ulteriormente accentuato ed esasperato l’anomalia del caso italiano, di una nazione, cioè, appartenente per censo e lignaggio all’élite planetaria ma sempre afflitta da squilibri e piaghe secolari, da cronica inefficienza e instabilità politica e ora anche dall’inedita prospettiva del declino e del regresso. Si spiega, perciò, che da un lato abbia preso piede, in un paese che fino a poco tempo fa vantava livelli tra i più elevati di partecipazione al voto, la tendenza ad un crescente astensionismo e siano ricomparsi movimenti di tipo qualunquistico. E che, dall’altro, non manchino proposte di rinnovamento radicale di un sistema politico comprensibilmente giudicato non all’altezza di un compito che rimane comunque insostituibile.

L’amico Massimo Calderazzi e anche Gianni Fodella caldeggiano su questa rivista nientemeno che il rimpiazzo della democrazia rappresentativa, imperniata su parlamento e partiti, con un governo di tecnici eletti a rotazione da un consesso di cittadini selezionati periodicamente mediante sorteggio e con sistematico ricorso a referendum popolari per via elettronica, rispolverando così un antico modello ateniese debitamente aggiornato. L’idea è meno peregrina ovvero avveniristica di quanto possa apparire a prima vista. Qualcosa del genere è stato infatti già sperimentato in sede locale o regionale negli Stati Uniti e addirittura nella Cina ancora ufficialmente comunista, e magari si arriverà a realizzarla su scala più o meno vasta in un futuro non necessariamente lontano.

Essa solleva però due obbiezioni, pur prescindendo da un’analisi politologica che richiederebbe una specifica competenza. Entrambe riguardano specificamente proprio il caso italiano con la sua conclamata anomalia. Perché pensare, innanzitutto, a soluzioni così rivoluzionarie, ad una fuga in avanti così difficile da concepire in un paese che non brilla più da secoli per spirito innovativo e il cui unico esempio dato sinora agli altri e da non pochi altri effettivamente seguito, con i ben noti risultati, è stato quello di un regime fascista?

Nauseato per l’attuale condizione nazionale e affascinato dal modello Pericle, Massimo non esita ad auspicare la sua introduzione, se necessario, mediante un colpo di Stato e una dittatura ad hoc. Chi si sentirebbe di sottoscrivere data l’esperienza già fatta in materia? Qualcuno, oltre a tutto, ha ricordato nei giorni scorsi che anche il precedente ateniese non suona particolarmente incoraggiante in quanto il governo illuminato di Pericle spianò la strada alle molteplici malefatte del suo allievo Alcibiade, del resto guerrafondaio come il celebrato cugino.

Ma guardiamo all’oggi. Da quando è nata, o se si preferisce risorta, l’Italia si crede pari se non addirittura migliore degli altri maggiori Stati europei, indipendentemente dalla loro età per i più ben più avanzata; e anzi, per la precisione, dei più forti e progrediti tra essi. Se ciò avviene, diciamo, a livello ideale o retorico, a livello pratico sono questi paesi i nostri termini di riferimento abituali ed è ad essi (naturalmente con la più recente quanto ingombrante aggiunta degli Stati Uniti) che ci sforziamo più o meno alacremente e coerentemente di assomigliare. D’altra parte, tutti hanno avuto, hanno tuttora e continueranno ad avere i loro problemi, le loro crisi e le loro pecche. Nessuno, però, è gravato da trascorsi complessivamente paragonabili a quelli italiani, come abbiamo già cercato di chiarire; e, soprattutto, nessuno versa oggi in una situazione generale, di immagine e di sostanza, in termini quantitativi e qualitativi, anche soltanto avvicinabile a quella italiana.

Non mancano ovviamente punti sui quali possiamo vantare qualche superiorità, e che non bastano tuttavia a modificare una condizione di inferiorità quanto meno sotto il profilo della gestione politica. Fuori d’Italia, quest’ultima bene o male funziona, senza che si avverta un particolare bisogno di profondi rinnovamenti; neppure in Spagna, paese di democrazia giovane, di sviluppo economico recente e ancora fragile, e però governato meglio (malgrado una disoccupazione doppia della nostra) e comunque in modo molto più apprezzato all’estero, mercati finanziari compresi.

A questo punto conviene citare nuovamente D’Alema, non perché sia il moderno Aristotele bensì in quanto autore, qualche anno fa, di un libro intitolato “Un paese normale”. Personalmente non l’ho letto ma mi risulta abbia additato tra i primi un obiettivo ormai largamente condiviso: quello appunto di curare i mali nazionali senza perseguire palingenesi più o meno rivoluzionarie ma una più banale normalizzazione. La quale può significare soltanto portarsi ai livelli e moduli predominanti nel resto dell’Europa occidentale (senza dimenticare che anche buona parte di quella orientale sta progredendo rapidamente in tale direzione), cercando beninteso di salvaguardare le positive peculiarità nazionali che pure esistono.

Gli sforzi in questo senso, sinora, hanno dato frutti insoddisfacenti, ma nulla vieta e semmai tutto consiglierebbe di insistere, malgrado le delusioni. Resta però da vedere come, ossia giocando quali carte e scartando invece quali altre. Un dibattito nazionale al riguardo è tutt’altro che inedito e poco frequentato, ma pur rispondendo evidentemente ad un’esigenza largamente sentita si mantiene troppo spesso sulle generali oppure si concentra eccessivamente su temi di dettaglio. Da decenni si reclama, soprattutto a sinistra, un “nuovo modo di fare politica”, senza che nessuno abbia mai chiarito o capito in che cosa esattamente consista. A destra si contava molto sull’effetto B, ovvero sulla ventata d’aria fresca, creatività e capacità propulsiva apportata dall’avvento al potere di un grande imprenditore, di un “uomo del fare” in luogo dei profeti di “convergenze parallele”, “teste d’uovo” e dottori sottili di questo o quel colore. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Nel mondo politico e tra gli studiosi ed esperti, adesso, ci si confronta soprattutto,  quotidianamente e accanitamente, su come cambiare o ritoccare il sistema elettorale, nel pur giusto presupposto dell’indecenza del vigente Porcellum. Con il dovuto rispetto per la sapienza e l’autorevolezza del professor Sartori e di altri vecchi e nuovi guru, nonché per la tenacia e l’abnegazione di Mariotto Segni e di altri combattenti per la nobile causa, sembra in realtà fatica sprecata e tempo perso. Non si vede infatti cosa ci si possa aspettare da un nuovo cambiamento della legge elettorale dopo gli esiti dei precedenti, a meno di non voler provare proprio tutti i modelli esistenti al mondo prima di dichiararsi vinti, naturalmente senza alcuna garanzia di trovare quello buono. Non è comunque intellettualmente lecito sostenere oggi che i voti di preferenza siano indispensabili quando ieri li si bollava come un invito a nozze per le mafie, oppure lamentare che i deputati non siano scelti dal popolo ma dai capipartito come se nella spesso rimpianta prima repubblica avvenisse il contrario. O, ancora, stigmatizzare l’eccessivo premio di maggioranza previsto per la Camera e rivelatosi tuttavia perfettamente inutile ai fini dell’agognata governabilità.

Stupisce quindi che anche una persona di buon senso come Romano Prodi, contrario oggi ad un governo tecnico giudicato incompatibile con il bipolarismo, auspichi l’adozione di una legge elettorale che confermi quest’ultimo; e ci auguriamo anzi, questa volta, che l’ex premier smentisca una simile esternazione dichiarandosi frainteso dalla stampa, come ormai i politici nostrani fanno quasi sistematicamente. L’esperienza dimostra in modo incontrovertibile, mi sembra, che con le leggi elettorali non si confermano, almeno dalle nostre parti, né il bipolarismo, rimasto sinora una pia illusione come a maggior ragione il bipartitismo (il cui antesignano Veltroni, peraltro, dissente adesso da Prodi), né qualsiasi loro contrario.

Di qui, per concludere, la seconda obbiezione che credo di dover rivolgere alla proposta della democrazia elettronica. Tutto lascia pensare che i più brillanti ed ingegnosi ritrovati tecnici, di cosiddetta ingegneria costituzionale o altro, forse utili per risolvere al massimo qualche problema molto specifico all’interno di un determinato sistema politico, difficilmente possano rispondere all’esigenza di crearne uno nuovo, sufficientemente funzionale, per sostituirne un altro inficiato dalla prolungata e comprovata inadeguatezza delle classi dirigenti di un determinato paese. Se i tentativi di riuscirvi sono falliti su scala ridotta, come sperare che possano andare a buon fine mirando così in alto?

Siccome però il problema di un leniniano “che fare” si pone, anzi certamente si impone all’ordine del giorno, e quindi alle proposte che non convincono è quasi d’obbligo replicare avanzandone delle altre, diciamo subito che per rimediare ai gravi difetti del sistema politico e del personale politico appare necessario tenere ben presenti anche quelli del paese in generale e del suo popolo, indissolubilmente intrecciati con i primi come si è già detto e ripetuto. Ma ne riparleremo alla prossima puntata, ossia nell’ultimo articolo di questa serie.

Franco Soglian

LA CRESCITA E’ DAVVERO URGENTE (E POSSIBILE)?

Il presidente Napolitano esorta insistentemente a promuovere la crescita definendola un’esigenza nazionale “stringente e drammatica” nell’attuale situazione. Difficile obiettare, dal momento che la grande maggioranza degli economisti e, al seguito, anche dei politici premono nello stesso senso. Non manca tuttavia, anche tra gli addetti ai lavori, chi nega che la crescita sia necessaria, possibile ed auspicabile per uscire dalla crisi. E’ il caso dell’attuale presidente tedesco della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, Thomas Mirow, un socialdemocratico già collaboratore di Willy Brandt e Gerhard Schroeder e sottosegretario alle Finanze a Berlino. L’autorevole personaggio ha esposto il suo pensiero in una recente intervista al settimanale “Die Zeit” di cui riportiamo qui un’ampia parte (me. sq.).

Non vi sono molti Stati di rilevante peso economico che abbiano spazio per una politica fiscale espansiva. Di sicuro non la Germania, che ha un indebitamento superiore all’80%. Ci siamo posti un tetto al debito che considero estremamente importante. E’ vero che noi ed altri paesi stabili lo paghiamo con interessi modesti, ma nessuno sa quanto stabile sia il livello dei relativi tassi. E anche se resta basso, cresce la spesa per gli interessi che grava sul bilancio.

Non dobbiamo concentrarci troppo sulle misure a breve termine bensì affrontare i problemi strutturali, quali ad esempio le infrastrutture spesso inadeguate o la scarsità di investimenti per l’istruzione.

Quanto alle manovre per tagliare le spese, non credo che vadano abbastanza lontano. La maggioranza degli Stati dovranno prima o poi rendersi conto che abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi. Oggi assistiamo ad un fondamentale spostamento del benessere nel mondo. Non credo che nel medio periodo il tasso di crescita pro capite nei paesi industrializzati possa superare l’1,5%. Già per raggiungere questo livello dovremmo compiere ulteriori sforzi, ad esempio completando l’integrazione del mercato interno europeo.

Sarà inoltre necessario convincere la gente che si può vivere bene anche con tassi di crescita più modesti e più realistici. Dovremmo impostare su questa scorta i nostri sistemi di sicurezza sociale e i nostri bilanci pubblici anziché sperare in una crescita che probabilmente non arriverà mai. Una crescita artificiale, in quanto finanziata con debiti, non servirà a salvarci.

Il mio non è scetticismo ma realismo. Non vedo da dove potrebbe provenire un forte aumento della domanda di consumi in una società che ha già tanto. Dato l’alto indebitamento anche gli investimenti pubblici potrebbero contribuire alla crescita solo in misura limitata. Infine, non possiamo permetterci di crescere a spese dell’ambiente. Tutto ciò impone dei freni.

Il problema che dovremmo affrontare è chi pagherà i conti. Gli oneri devono essere ripartiti equamente. In molti paesi i sacrifici vengono imposti proprio a coloro che del boom non hanno beneficiato molto. Dobbiamo perciò pensare a come risparmiare determinate categorie ed esigere di più da altre.

L’economia finanziaria costituisce una fonte importante di creazione di ricchezza, perché allora non dovremmo tassarla adeguatamente? In linea generale, in molti paesi si è cercato di combinare elevate richieste di prestazioni statali con la riduzione di tasse e spese, due cose che non possono stare insieme.

In molti Stati le tasse devono aumentare. Non credo, ad esempio, che i problemi degli Stati Uniti di possano risolvere agendo solo sul lato spese. Quanto alla Germania, non riesco a vedervi lo spazio per apprezzabili riduzioni di tasse. Anche quest’anno i bilanci pubblici rimarranno sensibilmente in deficit, benché l’economia sia cresciuta in modo straordinariamente forte per il secondo anno consecutivo. In una situazione così favorevole si dovrebbe puntare piuttosto ad un saldo attivo del bilancio.

Di fronte alle richieste da parte dei mercati di nuove misure di salvataggio o di emissione di titoli comunitari non dobbiamo lasciarci mettere con le spalle al muro. Credo si possa confidare che Stati come la Spagna e l’Italia sappiano risolvere i loro problemi. Ritengo che un forte aumento del Fondo di salvataggio richiesto da alcune parti sia difficilmente sostenibile sul piano politico. Anche gli Eurobond possono essere di aiuto soltanto a lungo termine, perché un indebitamento comune presuppone un previo rafforzamento dell’integrazione della politica economica e finanziaria.

Può darsi che il nostro governo federale sia troppo esitante a questo riguardo. Però se alla fine il popolo tedesco non seguisse questo o un altro governo sulla via verso una maggiore solidarietà europea ne deriverebbero conseguenze fatali per la Germania e per l’intera Europa. Abbiamo perciò bisogno di un lavoro di persuasione, che è sempre penoso.

F.S.

MIRACOLO ADDIO? I CONTI IN ROSSO DEL 150°

Non solo quelli economici…

Conclusioni sull’Unità d’Italia (vedi parte I, parte II, parte III, parte IV e parte V)

Il cammino compiuto in 150 anni dall’Italia unita e indipendente è stato tanto e complessivamente proficuo, come abbiamo cercato di chiarire a puntate a partire dallo scorso aprile (vedi parte I, parte II, parte III, parte IV e parte V). Lo è stato sia rispetto alle condizioni in cui versava il paese prima del 1861 sia in ciascuna fase successiva dell’intero percorso rispetto alla precedente, compreso, almeno per alcuni aspetti importanti, anche il pur relativamente breve e funesto periodo fascista. Per l’ultima (o, se si preferisce, penultima) fase, quella iniziata nel 1945, si è parlato spesso e volentieri di miracolo italiano, benché con prevalente riferimento allo sviluppo economico.

Oggi però l’insieme di ogni conquista appare per la prima volta in pericolo, inclusa al limite l’unità nazionale. Possiamo perciò renderci conto più e meglio di prima che un alcunché di portentoso debba essere intervenuto davvero, e non solo per un paio di decenni dopo la seconda guerra mondiale. Al tempo stesso, l’inedito stato di pericolo avverte che sui miracoli, ovvero su quello che una volta si chiamava lo “stellone”, non si può fare assegnamento ad oltranza. Non più, d’altronde, che sull’ineluttabilità delle “magnifiche sorti e progressive” di cui già dubitava Giacomo Leopardi.

Come non definire miracolosa, comunque, l’ascesa ai più alti livelli planetari di benessere e progresso compiuta da un paese forte sì di un patrimonio culturale con pochi e forse nessun uguale al mondo ma praticamente privo di ricchezze naturali? Da uno Stato nazionale nato sì con ambizioni persino smodate (e recidive) ma anche con radicati complessi di inferiorità, semmai via via acuiti, rispetto ad altre “potenze” ben più solide? Da un popolo, soprattutto, che non ha mai mostrato soverchia fiducia ed apprezzamento verso i propri dirigenti e che, in effetti, raramente è stato governato con perizia ed efficienza dando spesso l’impressione, anzi, di avere conseguito successi più o meno mirabolanti non grazie ai suoi reggitori ma malgrado essi?

Un’impressione, questa, che potrebbe trovare qualche conforto nell’attuale esempio del Belgio, capace di resistere alla crisi mondiale meglio di altri paesi e anzi di migliorarsi rispetto al proprio recente passato pur in assenza di un vero governo da oltre un anno. Ci siamo già soffermati, tuttavia, sul fatto che la classe dirigente italiana non viene da Marte ma è espressione più o meno genuina di un popolo certamente dotato di non poche qualità e meriti ma gravato da almeno altrettanti e ben noti difetti o, meglio, vere e proprie patologie, a cominciare da una vitalità spesso rivolta al male piuttosto che a fini costruttivi e da una reattività non meno frequentemente distorta.

Indro Montanelli sosteneva che governare gli italiani non è impossibile ma è inutile. Può darsi, ma per rendere utile il possibile occorrerebbero almeno dei tentativi improntati a sufficiente coraggio, costanza e lungimiranza. Un impegno di grande respiro, cioè, mirato in modo particolare ad estirpare o quanto meno ridimensionare le manifestazioni più macroscopiche, devastanti o paralizzanti delle suddette patologie: corruzione, evasione fiscale, criminalità organizzata, illegalità pluriforme e dilagante. Un simile impegno è sinora mancato, e mentre sono svanite ben presto le illusioni che lo sviluppo economico potesse bastare ad eliminarle, di fatto è avvenuto semmai il contrario: il boom ne ha favorito l’ampliamento e l’approfondimento. Per di più mascherandole, in una certa misura, fino a quando l’accentuato peggioramento dei conti nazionali non ha richiamato l’attenzione anche su queste sue cause certo non secondarie.

Alle quali, tuttavia, vanno aggiunti la cronica litigiosità della classe dirigente, l’endemico frazionismo anche all’interno dei singoli partiti, l’incapacità di mantenere lo scontro politico entro limiti ragionevoli e di accettare l’alternanza al potere come un fatto naturale in democrazia anziché una sciagura e un torto imperdonabile, quando ai voti vince l’altro. Tutto ciò spiega una ben nota e tradizionale anomalia italiana come la cronica instabilità governativa, risalente all’unificazione e interrotta soltanto dal ventennio fascista. Nonostante la camicia di forza imposta per mezzo secolo dal contesto internazionale con conseguente esclusione dal potere del grosso dell’opposizione parlamentare, essa continuò infatti a caratterizzare anche il periodo repubblicano, con una durata media dei governi rimasta inferiore a due anni, e addirittura a uno contando i più gabinetti consecutivi capeggiati dalla stessa persona.

Nel periodo monarchico, agitato da ripetute crisi, turbolenze e cambiamenti di scena, persino uno statista di vaglia come Giolitti ricorreva all’espediente di temporanei ritiri per calcolo tattico non sempre azzeccato. Dopo il 1945, a movimentare non solo superficialmente la lunga egemonia democristiana e ad ostacolare la necessaria continuità di qualsiasi azione governativa provvidero le rivalità personali e i contrasti fra le varie correnti del partito di maggioranza relativa, che coinvolgevano anche i suoi mutevoli alleati.

Tutto ciò, a sua volta, contribuisce a spiegare l’altra e ancor più vistosa anomalia italiana, sempre rispetto ai paesi generalmente assunti come termine di paragone. Nessuno di questi ha subito, nella sua storia recente, tre tracolli del sistema politico nazionale attribuibili ad una sua fragilità di fondo e a sue disfunzionalità oltre che a cause esterne o piuttosto che ad esse. Non la Gran Bretagna, dove la continuità politico-istituzionale non è mai venuta meno malgrado la perdita dell’impero e il conseguente declassamento internazionale. Neppure la Francia, dove la terza repubblica è stata abbattuta dalle armate naziste lasciando però il posto ad una quarta largamente simile e dove la transizione alla quinta è avvenuta sì in circostanze drammatiche ma senza bruschi strappi.

La Germania, messa in ginocchio a breve distanza di tempo da due disastrose sconfitte militari inframezzate da una micidiale crisi economica, si è riscattata dall’onta di avere generato uno dei regimi più criminali della storia umana sfoderando quasi un modello di democrazia stabile ed efficiente, che non ha risentito scosse di rilievo per oltre sessant’anni. Anche la Spagna, dopo la tragedia della guerra civile, ha saputo uscire in modo indolore dalla susseguente dittatura franchista e adottare un sistema democratico funzionale, capace di modernizzare il paese promuovendone un rapido sviluppo e di padroneggiare poi con relativo successo, almeno sinora, l’attuale crisi economica.

Tutti questi paesi hanno dovuto affrontare come l’Italia, nella seconda metà del 20° secolo e all’inizio del 21°, sfide interne ed esterne più o meno temibili, comprese alcune forme di contestazione extraparlamentare. Le hanno però superate o almeno arginate senza gravi difficoltà, mantenendo fermi, a differenza dell’Italia, sistemi politici di tipo bipolare contrassegnati anzi, con la sola eccezione della Francia prima della svolta gollista, da una naturale, fisiologica e persino salutare alternanza al potere di due grandi partiti, uno più o meno conservatore, di destra o centro-destra, e l’altro più o meno progressista, di sinistra o centro-sinistra.

L’Italia, per contro, non ha visto solo la resa dello Stato liberale e almeno parzialmente democratico, all’assalto fascista, praticamente senza combattere e per di più non in seguito ad una sconfitta militare ma dopo una vittoria sia pure assai sudata e costosa; né soltanto, poi, il crollo della dittatura mussoliniana definibile, volendo, come un virtuale suicidio in quanto provocato dalla disfatta subita in un conflitto in cui quel regime si era lanciato nel più gratuito e irresponsabile dei modi. E’ stata altresì teatro di un terzo ribaltone, quello dei primi anni ’90, certo meno catastrofico dei precedenti ma ugualmente stravolgente nonchè classificabile come esito fallimentare di un’intera stagione o esperienza politica, di una certa gestione del sistema paese. Ad affossarla  concorsero, come si sa, un insieme di fattori: la fine della contesa planetaria tra Est e Ovest; l’usura del lungo predominio democristiano; l’offensiva della magistratura, finalmente risvegliatasi da un altrettanto lungo torpore, contro il malaffare che pervadeva i partiti, la pubblica amministrazione e il mondo economico; e, infine, la rivolta del Nord  contro il potere centrale.

Dalle macerie della cosiddetta prima repubblica ne è nata, sostengono i più, una seconda, diversa almeno in quanto gestita da formazioni politiche e protagonisti in gran parte nuovi ma soprattutto perché animata da diffuse aspettative di mutamenti in meglio. Di due, in particolare, apparentemente condivisi in larga misura: una gestione della cosa pubblica in generale meno infestata da abusi, pratiche illecite e affarismo dopo il drastico repulisti giudiziario, per un verso, e più stabile a livello governativo, per un altro, grazie all’instaurazione di un sistema bipolare e magari tendenzialmente bipartitico.

In entrambi i casi, sfortunatamente, le speranze si sono rivelate illusorie, al punto anzi da trovarsi di fronte a ulteriori e vistosi deterioramenti su tutta la linea. La corruzione e gli altri tipi di malaffare non hanno tardato a risollevarsi dai colpi ricevuti da Mani pulite, ad espandersi (come provato dal succedersi quasi quotidiano dei relativi scandali, utili peraltro, si direbbe, solo a confermare la diffusione del fenomeno) e ad aggravare la loro incidenza sui conti del paese. Il che non stupisce, e men che meno può stupire quanti denunciano a gran voce la cosiddetta supplenza della magistratura, ossia la sua pretesa invasione di un campo altrui. E’ vero infatti che, fermo restando il dovere di procuratori e giudici di perseguire ogni singolo reato, il compito di affrontare e se possibile risolvere il problema nel suo complesso toccherebbe alla politica. La quale, però, non ha mosso un dito, e semmai l’ha mosso in direzione opposta.

Quanto al bipolarismo, si è ben presto dimostrato precario, sterile e persino dannoso. Nel giro di 17 anni si è votato cinque volte per il rinnovo del parlamento di cui due per elezioni anticipate a causa della frana di una coalizione di centro-destra (1996) e di una di centro-sinistra (2008). Solo due legislature su cinque, insomma, hanno raggiunto la prevista durata quinquennale, e al momento attuale pare improbabile che possano diventare tre con l’arrivo di quella in corso alla normale scadenza del 2013.

Si parla spesso e volentieri di periodo complessivamente dominato dalla figura di Silvio Berlusconi, che ne sarà sicuramente stato il personaggio di maggiore spicco, in senso però anche, se non soprattutto, negativo. In realtà il Cavaliere è stato battuto due volte ai voti dal suo rivale Romano Prodi, sia pure solo di strettissima misura e con effetto effimero, la seconda volta (2006), e comunque al termine di un quinquennio, l’unico completato sinora dal governo di centro-destra, caratterizzato dall’inconcludenza e da un bilancio non meno deludente di quello dei governi di centro-sinistra nel quinquennio precedente, se si esclude l’ingresso in zona euro. In altri termini, il periodo diciamo pure berlusconiano si chiuderà, salvo sorprese, senza che il suo denominatore abbia ottenuto un solo rinnovo immediato dei propri tre mandati.

Nulla di paragonabile, quindi, alla durata in carica e alle pur sempre discutibili realizzazioni di altri mattatori della scena politica europea negli ultimi decenni, quali ad esempio Margaret Thatcher e Tony Blair in Gran Bretagna, Kohl e Schroeder in Germania, Mitterrand in Francia e lo stesso Zapatero ora dimissionario in Spagna. Tutti sostenuti, costoro ed altri, da maggioranze relativamente solide ed omogenee, che sono invece mancate a Berlusconi, al di là delle vantate apparenze numeriche, per non parlare di Prodi, prima sloggiato da un complottino paratrasversale D’Alema-Bertinotti-Cossiga e poi vanamente cimentatosi nel compito proibitivo di rendere operante e tenere insieme una coalizione superaffollata di gente di ogni colore. Il suo rivale, invece, poco dopo avere smentito le previsioni sbaragliando la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto praticamente all’indomani della propria “discesa in campo”, incassò l‘abbandono da parte della Lega Nord, che in seguito ripristinò l’alleanza iniziale avendo già dato però un primo segnale della difficoltà di contemperare il proprio particolarismo regionale con le istanze e le esigenze di un grande partito nazionale come Forza Italia.

Per alcuni anni sembrò peraltro che a questo riguardo le cose si potessero in qualche modo aggiustare, ma il peggio per il centro-destra doveva arrivare proprio col tentativo di entrambi gli opposti schieramenti di rafforzare il bipolarismo. Il buon esempio venne dal centro-sinistra con la fusione tra DS e Margherita dopo la caduta del secondo governo Prodi, ma alla pur onorevole sconfitta del neonato Partito democratico nelle elezioni del 2008 seguì la sua progressiva perdita di consensi e di credibilità a causa della manifesta e crescente disarmonia tra la componente post-comunista e quella di ispirazione cattolica.

Berlusconi si era affrettato a replicare con l’unificazione tra Forza Italia e la post-neofascista Alleanza nazionale nel Popolo della libertà, la cui prima ripercussione fu il distacco dal blocco di centro-destra dell’UDC di Casini. Due anni più tardi è stata la volta di Gianfranco Fini, presidente del Senato e già leader di AN, a rompere con il premier e a fondare un suo partitino, simmetrico a quello cui aveva appena dato vita, uscendo a sua volta dal PD, Francesco Rutelli, già candidato premier del centro-sinistra sconfitto da Berlusconi nel 2001. Nel frattempo il PD subiva una certa emorragia anche sul versante opposto a vantaggio della più forte formazione, capeggiata dal “governatore” della Puglia Nichi Vendola, emersa dall’ennesimo rimescolamento dell’estrema sinistra dopo la disfatta nelle elezioni del 2008 con conseguente esclusione dal parlamento.

La confluenza di Casini, Fini e Rutelli in un terzo polo quanto meno embrionale ridimensionava già di per sé i due maggiori, il cui concomitante indebolimento veniva messo in ulteriore risalto dal succedersi dei sondaggi d’opinione che confermavano l’avvento di un nuovissimo partito di maggioranza relativa: quello idealmente formato dalla parte più delusa dell’elettorato che si rifiutava di esprimere qualsiasi preferenza. Un’altra bocciatura, dunque, del bipolarismo, la cui crisi coincideva con quella della coalizione governativa, che la sola defezione finiana bastava a far barcollare malgrado la decantata maggioranza “bulgara” di cui godeva in parlamento. 

Berlusconi si è salvato, sinora, recuperando una parte dei seguaci di Fini e prezzolando in vario modo un certo numero di disertori di altri partiti e di deputati indipendenti, a dispetto delle promesse ed aspettative di una politica più pulita e trasparente che avevano accompagnato la discesa in campo di un imprenditore straricco anche contro i politici di professione. Aspettative analoghe sono state inoltre frustrate dalla sempre più copiosa divulgazione dei costi della politica, ossia degli spesso smisurati emolumenti e privilegi  accumulati dalla “casta” di gestori eletti e non eletti della cosa pubblica, al centro come in periferia e senza distinzioni di colore. Costi, naturalmente, tanto più ingiustificabili in una fase in cui la crisi economica impone pesanti sacrifici al comune cittadino, già colpito dal continuo aumento della pressione fiscale (anche qui, contrariamente ad enfatiche e ribadite promesse), e in particolare al contribuente onesto o senza via di scampo, vittima indiretta della massa impunita degli evasori.

Berlusconi è stato messo altresì alle strette dalla lamentata persecuzione giudiziaria, forse davvero tale in qualche misura ma pur sempre da rapportare all’eccezionalità del personaggio, con il suo plateale conflitto di interessi, impensabile in qualsiasi altro paese democratico, il suo disinvolto approccio allo Stato di diritto e i suoi comportamenti pubblici e privati. Dannosi fra l’altro, questi ultimi, per l’immagine del paese soprattutto oggi che esiste un particolare bisogno dell’altrui solidarietà e comprensione.

L’Italia politica, in verità, non ha mai goduto di molta considerazione all’estero; i suoi sforzi per farsi accettare da inglesi, francesi e tedeschi come partner paritario nella guida dell’Europa più o meno unita, ad esempio, si sono sempre scontrati con un malcelato fastidio risultando spesso patetici oltre che vani. Ma ormai si è arrivati all’emarginazione pressocchè totale, e per di più con modi bruschi, cosicchè un premier crociato dell’anticomunismo deve accontentarsi dell’amicizia del russo Putin, campione della democrazia “guidata” e un po’ nostalgico dell’URSS.

La resistenza di Berlusconi alle multiformi pressioni per un suo “passo indietro” è d’altronde agevolata dalla persistente pochezza dell’alternativa offerta dal centro-sinistra, sempre incerto innanzitutto se identificarsi più come centro oppure come sinistra. Ma anche se quelle pressioni avranno comunque successo e se, ad esempio, un eventuale governo tecnico riuscisse a sventare le minacce contingenti che incombono sul futuro del paese in campo economico-finanziario, nessuno dovrebbe illudersi e men che meno cantare vittoria: i problemi nazionali di fondo che si trascinano da un secolo e mezzo o che sono sorti più di recente resterebbero tutti sul tappeto.

Franco Soglian

SE I RICCHI NON SBORSANO TORNERA’ LA LOTTA DI CLASSE

Così la pensa un liberale tedesco

L’Occidente nel suo complesso è alquanto malmesso e minacciato persino da rivolte di tipo arabo. I moti inglesi, soprattutto, hanno suscitato forte impressione; si crede poco che si tratti di puro teppismo. Il settimanale amburghese “Die Zeit” ha recentemente pubblicato in prima pagina un articolo il cui autore, Uwe Jean Heuser, proclama la propria fede liberale contrapposta all’ideologia e alle ricette tradizionali della sinistra. Avverte tuttavia che sta riaccendendosi una lotta di classe che non ritiene immotivata bensì provocata da errori, eccessi e carenze del moderno capitalismo, ai quali si deve rimediare facendo valere le esigenze di riequilibrio economico e giustizia sociale prima che sia troppo tardi. E raccomanda, in particolare, un’adeguata tassazione dei grandi patrimoni, dei ceti più benestanti e delle transazioni finanziarie. Riportiamo qui il testo pressocchè integrale dell’articolo, per un utile confronto con proposte spesso analoghe ma dai toni ben più blandi avanzate da esponenti e ambienti moderati del nostro paese. Per non parlare, naturalmente, del nostro ineffabile premier, il cui cuore sanguina all’idea di dover chiedere un obolo a chi introita più di 150 mila euro all’anno ma rimane secco davanti ad innalzamenti dell’IVA uguali per tutti, vanificazioni di contributi pagati per uno straccio di pensione e aumenti di quelli a carico dei co.co.co. (me. sq.)

Ritorna la lotta di classe. Dovunque in Occidente la gente vuole sapere chi paga per la crisi. Erogando miliardi per i salvataggi gli Stati hanno difeso i patrimoni dei possidenti. Molti sono ora minacciati di bancarotta, può arrivare una nuova recessione ed è sempre più chiaro quanto costosa sia questa crisi. Dobbiamo ancora astenerci dal toccare i benestanti? No, gridano i poveri e con loro anche molti ricchi. E hanno ben ragione. L’Occidente non può uscire dalla crisi mantenendo inalterato il sistema con il quale vi è precipitato; deve invece correggerlo.

In realtà tutto va sempre peggio. I paesi industriali non sono alla prese soltanto con gli indebitamenti ma devono fronteggiare anche la catastrofe climatica. Collegando le due cose diventa evidente che mai i paesi ricchi erano stati così malmessi come oggi. Il dibattito su chi dovrà dare e quanto per salvare l’euro e il dollaro, per sanare i bilanci e per la svolta energetica, dominerà nelle capitali fino a che i politici non avranno trovato una risposta.

Ne consegue quasi automaticamente una domanda: la sinistra aveva dunque ragione? L’ha posta un conservatore britannico ritrattando la sua fede nel mercato. L’editore della Frankfurter Allgemeine Zeitung l’ha ora estesa alla Germania. Come tutti sanno, quando i conservatori cominciano a dubitare vuol dire che qualcosa sta per accadere. E’ importante perciò dare una risposta alla domanda sulla sinistra, e la risposta è no.
In effetti la sinistra ha ragione solo nella misura in cui ce l’ha chiunque metta in guardia contro gli eccessi. Naturalmente si finisce in rovina quando i banchieri possono fare qualsiasi cosa e i cittadini non ne guadagnano niente. E viene meno la democrazia quando, come in America, i ricchi raddoppiano la loro quota del reddito nazionale.

Non dimentichiamo però che la Germania si è rimessa in piedi solo con l’Agenda 2010 dei liberali e non con la redistribuzione di sinistra. Oggi i lavoratori dell’Occidente devono competere con un miliardo di cinesi, indiani e brasiliani, che un tempo ricavavano dai loro campi solo lo stretto necessario e oggi invece partecipano al mercato mondiale come contadini, operai industriali o addetti ai servizi informatici. Tenere duro su salari elevati e più welfare state porterebbe ben presto alla disoccupazione di massa.

Non abbiamo bisogno della sinistra neppure per capire che nel capitalismo in crisi qualcosa è finito fuori strada. Il senso della decenza e l’aspirazione ad un’economia di mercato funzionante dicono la stessa cosa: non è ammissibile che chi sta in alto giochi d’azzardo e chi sta in basso paghi.

Da tempo si avanzano a Berlino buone idee per più equità. Perché i benestanti pagano la stessa aliquota massima di imposta del 42% come i percettori di redditi medi e perché solo per i più ricchi c’è ancora un supplemento? Estendiamo dunque l’aliquota più elevata all’intera categoria. E’ altresì inspiegabile che in Germania l’imposta di successione sia così bassa rispetto al resto del mondo. Per i grandi patrimoni essa dovrebbe aumentare. E’ ugualmente necessario tassare tutte le operazioni sui mercati finanziari, a carico di chi ha molto e traffica molto. Non mancano neppure i mezzi per alleviare i meno abbienti in sede fiscale e di contributi sociali e migliorare la formazione dei figli dei poveri.

Almeno altrettanto importante è ridistribuire la responsabilità. Due anni fa la Germania ha cominciato a sottoporre ad una rigorosa normativa tutti gli istituti finanziari, ma si è fermata a metà strada. Non serve neppure denaro per mettere in regola quanti mettono in pericolo il nostro benessere e liberare dalle pastoie di legge coloro che lo creano. Occorre solo la volontà di farlo.

Rientra nelle leggi del movimento politico che nei momenti di crisi ci si rivolga ai benestanti. Però non illudiamoci: quando si dice che si batte cassa presso i ricchi, la faccenda riguarda anche il ceto medio. Il che si può giustificare soltanto se anche lo Stato si assume le sue responsabilità e frena la propria vocazione ad indebitarsi.

Dopotutto la Germania si è obbligata per Costituzione a non contrarre praticamente più debiti nel prossimo decennio. L’Europa, come Angela Merkel ha chiesto questa settimana a Parigi, deve seguire l’esempio tedesco. Anche la svolta energetica è un tentativo di mettersi in regola nei confronti del futuro.

Ma chi pagherà? Il paese deve creare un nuovo equilibrio tra denaro e responsabilità, se possibile prima che la grande ondata redistributiva investa l’Occidente; e lo farà. Resta da vedere se sapremo agire con previdenza e promuovendo il benessere oppure ci lasceremo travolgere; se sarà uno Schroeder a dare il là alla risposta oppure un Lafontaine. O, meglio ancora, la signora Merkel.

F.S.

DALLA PRIMA ALLA SECONDA REPUBBLICA

A rischio il consuntivo dei 150 anni

Dei 150 anni finora trascorsi dall’unificazione dell’Italia in uno Stato nazionale indipendente la prima metà abbondante sfociò nella catastrofe materiale e morale del secondo conflitto mondiale, la cui responsabilità ricade sul regime fascista generato dalla precedente “grande guerra” (vedi in proposito l’Internauta di luglio-agosto). Altri conflitti pur meno immani, partecipati o ingaggiati dal giovane Stato, già avevano contribuito non poco a turbarne più o meno gravemente la vita. Si può ben dire quindi che dalla cessazione di impegni bellici per di più prevalentemente fallimentari sul piano militare potevano derivare solo vantaggi, anche se i fallimenti erano a loro volta attribuibili almeno in parte a carenze di quello che oggi si chiama sistema-paese.

Non sembra comunque un caso che i progressi maggiori, veri e propri salti di qualità e conquiste storiche, come il raggiungimento di un relativo benessere e l’eliminazione dell’analfabetismo, siano stati compiuti nel periodo posteriore al 1945, caratterizzato da una lunga pace sul fronte esterno benché resa precaria e persino “calda” dalla cosiddetta guerra fredda tra Est e Ovest con annessa e costante minaccia di un apocalittico conflitto termonucleare. Questo stesso contesto internazionale, come sappiamo, era così fortemente condizionante da scoraggiare qualsiasi iniziativa e tentazione bellica anche a carattere locale o comunque limitato, che tornarono infatti ad agitare la scena europea (altrove non vi fu stasi) solo dopo la fine di quell’epocale confronto.

Altri risvolti favorevoli di un simile contesto si ritrovano nell’interesse degli Stati Uniti, leader dello schieramento occidentale, a rafforzare sotto ogni aspetto i paesi alleati, compresi quelli appena vinti in guerra, per meglio fronteggiare insieme la sfida del mondo comunista, e nell’interesse degli stessi alleati a stringere i loro legami al medesimo scopo. L’Italia potè così fruire prima degli aiuti economici e finanziari americani dispensati nel quadro del Piano Marshall ai fini della ricostruzione post-bellica e del decollo del proprio sviluppo, e poi dei molteplici vantaggi ricavati dalla partecipazione al processo di integrazione economica dell’Europa occidentale.

Non va inoltre dimenticato che in Italia, come in tutto l’Occidente, la suddetta sfida giocò un ruolo tutt’altro che secondario nel rafforzare la spinta a promuovere, insieme allo sviluppo economico, anche adeguate soluzioni dei problemi spesso gravi di giustizia sociale per non lasciare fianchi troppo scoperti alla contestazione e agli allettamenti del grande avversario politico e ideologico, reso tanto più temibile dalla potenza militare dell’Unione Sovietica almeno fino a quando le molteplici pecche del “primo Stato socialista del mondo” non divennero sempre più evidenti anche agli occhi di chi soggiaceva più ciecamente al suo fascino.

In Italia, anzi, questo fattore fece sentire il suo peso più che altrove data la complessiva, maggiore arretratezza e fragilità rispetto ai paesi con i quali essa generalmente si confrontava e si confronta, con conseguente e imponente presenza di quello che diventò e rimase per decenni il maggiore partito comunista del mondo occidentale. Naturalmente, e per contro, ciò conferiva una particolare asprezza alla dialettica politica interna, che rischiò infatti a più riprese, soprattutto nella fase iniziale del dopoguerra, di sconfinare in scontro aperto, al limite in una nuova guerra civile.

Se questo pericolo, tuttavia, fu scongiurato, lo si dovette non soltanto agli oggettivi condizionamenti di cui sopra ma anche alla capacità dimostrata dai capi degli opposti schieramenti di padroneggiare una problematica così ardua con senso di responsabilità, reciproca moderazione al di là delle violenze polemiche e una disponibilità al compromesso anche costruttivo, quando necessario, come nel caso della Costituzione democratica e repubblicana del 1947-48. La lezione di De Gasperi e Togliatti, in qualche modo emuli, nella fase più difficile, di Giolitti e Turati mezzo secolo prima, non venne dimenticata e fu semmai ulteriormente sviluppata dai rispettivi successori, però in forme e con percorsi più tortuosi ed ambigui, anche a causa della comparsa di un’aspirante terza forza rappresentata dal partito socialista di Craxi.

Il grande compromesso storico preconizzato da Gramsci e rilanciato in qualche modo da Berlinguer verso la fine degli anni ’70 non giunse comunque mai in porto anche perché se ne sentiva sempre meno il bisogno, in un contesto internazionale ormai avviato a cambiare radicalmente. Il tracollo finale del blocco orientale ebbe il duplice effetto di minare sia le fondamenta quanto meno storiche dell’egemonia democristiana sul vittorioso schieramento anticomunista sia la consistenza e il credito di un’alternativa comunista quantunque riveduta e corretta. La susseguente crociata anticorruzione di Mani pulite spazzò via il PSI e mise in ginocchio la DC fino a frantumarla ma non bastò a consegnare il potere alla sinistra, vecchia o nuova che fosse.

Nata dunque da una duplice scossa tellurica e mai riuscita poi a liberarsi da una cronica instabilità e sostanziale inconcludenza, la cosiddetta seconda repubblica doveva in realtà scontare l’eredità per molti aspetti pesante della prima oltre alle svariate asperità del nuovo ordine internazionale e, naturalmente, alle proprie carenze congenite o sopravvenute in aggiunta a tradizionali difetti o vere e proprie tare nazionali.

Difficile dire se nel bilancio consuntivo della classe politica che gestì la prima repubblica prevalsero i meriti oppure i demeriti. In testa ai primi campeggia quello di aver saputo guidare il paese in un processo di crescita senza precedenti in ogni settore malgrado la profonda spaccatura politico-ideologica della sua anima. Ma non meno meritorie furono la conduzione di una politica estera tendenzialmente equilibrata ed aperta pur nel quadro dell’appartenenza all’alleanza atlantica, la graduale benché a tratti estremamente contrastata acquisizione al gioco democratico anche della rappresentanza solo inizialmente modesta dei nostalgici del fascismo e, a cura delle intere maggioranze governative, la preservazione della laicità dello Stato malgrado la professione cattolica del partito dominante.

In campo economico, tuttavia, la crescita procedette con slancio solo finchè propiziata, insieme agli altri fattori esterni già menzionati, dal basso prezzo di una fonte energetica essenziale come il petrolio. Tenuto conto delle ingenti accise imposte sulla sua commercializzazione, non si mancò di ironizzare sulla repubblica fondata su di esso, anziché sul lavoro come voleva la Costituzione. Non a caso i dolori cominciarono negli anni ’70, quando il mondo dovette subire due crisi consecutive provocate da bruschi rincari dell’”oro nero”.

L’Italia, in particolare, le scontò con un sensibile rallentamento della crescita e il divampare di un’inflazione che giunse a superare il 20%. A smorzarla concorsero in seguito soprattutto ulteriori mutamenti esterni, che non bastarono però ad impedire un nuovo e più duraturo sbandamento, mai veramente combattuto e perciò via via aggravatosi: l’accumulazione di un gigantesco indebitamento pubblico, senza uguali tra i grandi paesi più avanzati con la sola eccezione del Giappone. Sulla scia di una crisi planetaria di cui ancora non si intravede l’esaurimento, esso fa incombere addirittura lo spettro della bancarotta di Stato.

L’aumento delle difficoltà economiche frenò, comprensibilmente ma forse non del tutto inevitabilmente, la riduzione del divario tra Nord e Sud, inizialmente agevolata dalla massiccia emigrazione interna dalle terre meridionali in concomitanza con l’imponente attività della Cassa del Mezzogiorno, uno strumento concettualmente appropriato per promuovere lo sviluppo ma usato con criteri e finalità specifiche (come l’industrializzazione indiscriminata) per lo meno discutibili quando non inficiati dal clientelismo sistematico, dalla corruzione e dai compromessi con la criminalità organizzata.

Col passare del tempo il processo si arrestò e addirittura si invertì, mentre crebbero parallelamente i traffici delle mafie, il loro controllo sul territorio e la protervia della loro sfida ad uno Stato troppo spesso, come minimo, tollerante, assente o imbelle. Da ultimo, il complessivo aggravamento della questione meridionale contribuì alla comparsa di una questione settentrionale, sollevata da una Lega nord ondeggiante tra autonomismo e separatismo ma comunque lanciata a colmare in qualche misura il vuoto lasciato dalla DC.

Un altro antico male nazionale, l’evasione fiscale, dilagata anch’essa di pari passo con la crescita economica e mai programmaticamente combattuta come del resto la corruzione, è ovviamente divenuto tanto più deleterio quando si è dovuti passare a difendere dalle successive crisi i progressi compiuti negli anni ’50 e ’60 e a parare la minaccia di ricadute all’indietro. E qui, per la verità, la classe politica, con tutte le sue manchevolezze, ha dovuto fare i conti con un paese forse complessivamente migliore di lei ma per certi aspetti o in certi momenti peggiore, al di là del fatto lapalissiano di averla espressa, ormai da molti decenni, libero da presenze e imposizioni straniere.

Quasi esplicitamente approvata dall’attuale presidente del Consiglio, l’evasione fiscale non suscita particolare scandalo presso l’italiano medio anche quando si lamentano sperequazioni tra le diverse categorie di contribuenti. Certo ne suscita meno che altrove, dove sarebbe difficile trovare equivalenti del vecchio adagio nazionale “piove, governo ladro”. Lo stesso vale, anzi vale ancor più per la corruzione, che vede l’Italia ai primissimi posti nell’Europa occidentale e che sembra attirare scarsa o nessuna attenzione anche da parte dell’opinione pubblica più o meno qualificata e dei media che denunciano quotidianamente gli inverosimili privilegi e l’insaziabilità della “casta”. E ciò mentre un paese come l’India, a proposito di caste, contro la corruzione inscena oggi una sollevazione popolare.

Si tratta di abiti ovvero storture mentali per le quali si possono trovare le più diverse spiegazioni più o meno persuasive, compresi un atavico fatalismo, la rassegnazione, il cinismo, ecc. Esistono però anche altre singolarità nazionali, ugualmente negative ma di tipo diverso se non opposto. Come spiegarsi il terrorismo di estrema sinistra scatenatosi negli anni ’70, sulla scia della contestazione giovanile del ’68, e protrattosi molto più a lungo ma soprattutto con dimensioni molto più ampie e con un bilancio di sangue molto superiore rispetto ad altri paesi occidentali? I suoi capi incitavano, invano, alla rivoluzione proletaria, proprio mentre il vituperato regime reazionario adottava uno Statuto dei lavoratori che innalzava la tutela dei loro diritti a livelli senza uguali, si scioperava sempre più senza freni, si voleva rendere il salario variabile indipendente e si discettava spesso su quello del tempo libero come un problema prioritario.

Non stupisce perciò la ricerca, peraltro vana, di ispirazioni e finalità del fenomeno diverse da quelle dichiarate, di mandanti nascosti e più o meno insospettabili; lo sforzo, insomma, di smascherare quelle “trame oscure” e quei complotti che in qualche altro caso, in effetti, furono anche appurati, ma quasi mai in misura del tutto esauriente e senza mai uscire da un clima morboso al limite della paranoia. La grande maggioranza del paese, in compenso, conservò nonostante tutto, come si usa dire, i nervi saldi, continuando anzi a dare ulteriori prove di multiforme e costruttiva vitalità e mostrandosi impermeabile alle suggestioni estremistiche di qualsiasi colore. Facilitò così la resistenza praticamente compatta e alla fine, se si vuole, vittoriosa che la classe politica riuscì ad opporre all’offensiva terroristica, pur con qualche dissenso al vertice in alcuni momenti culminanti come l’assassinio di Aldo Moro e malgrado il troppo tempo occorso per stroncarla.

Ancor più tempo dovette trascorrere, invece, affinché il governo potesse vantare successi di qualche rilievo nella repressione della criminalità organizzata. Una lotta, in verità, mai sembrata abbastanza risoluta e limpida in ogni sua fase ed aspetto (basti ricordare le ombre addensatesi sull’assassinio del generale Dalla Chiesa e dei giudici Falcone e Borsellino), e successi che mai sono parsi definitivi o anche solo tali da avvicinare la soluzione del problema. Il quale, già reso più complesso dall’apparente conversione delle mafie a pratiche più sfuggenti e sofisticate, più di recente si è semmai ampliato geograficamente, all’insegna dell’affarismo, con il loro insediamento in varie aree del Settentrione.

Confrontata anch’essa con questo autentico flagello nazionale come con gli altri, la seconda repubblica presenta un bilancio complessivo ancora provvisorio la cui voce più positiva è una pace interna pur sempre relativa ma comunque migliorata rispetto al passato ed anche in confronto ad altri paesi. Una pace, tuttavia, accompagnata da perduranti o nuove turbolenze e sulla quale soprattutto incombono una serie di minacce anche esterne. Nel ventennio a cavallo del cambio di secolo il successo più vistoso, del paese e dei suoi governanti, è stato il laborioso ingresso nella zona euro, benché vecchi vizi nazionali abbiano fatto sì che se ne sia largamente e impunemente approfittato per raddoppiare i prezzi.

L’adozione della moneta unica doveva aiutare a far quadrare i conti statali malgrado l’onere del debito pubblico ed in effetti ha assolto questa funzione ma, in modo rassicurante, solo fino a quando la bufera finanziaria ed economica scatenatasi in tutto il mondo occidentale ha finito con l’investire la moneta stessa. Il superamento della crisi tuttora in corso richiede non solo la sua tenuta, a sua volta condizionata dalla coesione dell’eurogruppo, ma anche un adeguato sforzo individuale di risanamento da parte di un paese in oggettiva difficoltà come l’Italia. Una sfida, questa, che l’attuale coalizione governativa ha affrontato sinora con determinazione e razionalità quanto meno dubbie.

Il risanamento dei conti, tra l’altro, presuppone (a quanto generalmente si sostiene e ammonisce, benchè la cosa non sia del tutto pacifica) la ripresa della crescita, che in Italia langue ormai da tempo più che altrove e per rilanciare la quale urgerebbero riforme tuttora latenti. Una prospettiva tutt’altro che implausibile resta perciò, semmai, quella di una inarrestabile decrescita, già minacciata, prima ancora dell’attuale crisi, dalla perdita di competitività del paese sull’arena internazionale.

Sarà possibile scongiurarla con una classe politica renitente a combattere la corruzione perché troppo facile essa stessa ad incapparvi? Chiaramente restìa a ridimensionare i proventi di deputati a Roma e al Lussemburgo, senatori e consiglieri regionali ecc., ingiustificabilmente superiori a quelli di quasi tutti i loro omologhi europei (per di più molto meno assenteisti di loro); a tagliare spese sontuarie come le ambasciate regionali all’estero e a sfoltire il personale spesso pletorico delle amministrazioni locali specie nel Meridione (Napoli con più dipendenti di New York ecc.)? Clamorosamente incapace di porre fine ad emergenze già di per sé inconcepibili come quella dei rifiuti a Napoli e di utilizzare i fondi per le aree più depresse stanziati dall’Unione europea? Messa in grave e multiforme difficoltà da un’immigrazione di gran lunga inferiore a quella accolta dalla Svizzera?

Qui il dubbio, ovviamente, è tanto più di rigore. Resta solo da rilevare che una larga parte delle pecche e macchie appena menzionate chiamano in causa le responsabilità sia dell’attuale maggioranza di centro-destra sia dell’opposizione di centro-sinistra. Entrambe, tra l’altro, hanno concorso a vanificare il vantaggio minimale promesso al paese dalla seconda repubblica rispetto alla prima (e anche al passato prefascista): una maggiore stabilità governativa in virtù di un bipolarismo non anomalo, ossia zoppo, come il precedente e, nelle aspettative, più funzionale di esso.

Un po’ di maggiore stabilità in effetti vi è stata (due sole elezioni anticipate in meno di un ventennio…) ma il bipolarismo non ha tardato a dimostrarsi fasullo, prima da una parte e poi dall’altra, e comunque inefficace e inconcludente. Ha persino consentito, anzi, se non favorito, il profilarsi, per la prima volta dal 1861, di un rischio di disintegrazione del paese, con l’avanzata a lungo impetuosa della Lega almeno potenzialmente e a tratti apertamente secessionista, al nord e la comparsa di speculari tentazioni al sud. Un rischio accresciuto piuttosto che allontanato, si direbbe, da quel tanto di cosiddetto federalismo sinora introdotto o messo in cantiere, anche con la collaborazione del centro-sinistra.

Franco Soglian

UNA PIETRA SULL’AGENTE ORANGE?

Il Vietnam tra Stati Uniti e Cina

Agosto è mese di molteplici anniversari, per lo più riguardanti misfatti e catastrofi del “socialismo realizzato”, ovvero del defunto mondo comunista. Siamo arrivati al cinquantenario del Muro di Berlino, innalzato per troncare le fughe in massa dalla Repubblica democratica tedesca e perciò oggetto di facili irrisioni da parte dei vignettisti, tipo “stiamo edificando il socialismo, mattone dopo mattone”. Sono appena trascorsi, poi, 43 anni dall’invasione sovietica della Cecoslovacchia, colpevole di tentata transizione ad un “socialismo dal volto umano”. E 23 anni più tardi quello dal volto non umanizzato scontava i suoi peccati con il crollo dell’URSS in seguito ad un altro tentativo riformista avviato da Michail Gorbaciov.

Va d’altronde annotato che il conseguente trionfo paneuropeo della controparte democratica e più o meno capitalista stenta a produrre frutti incondizionatamente apprezzabili nelle vaste terre già dominate direttamente o indirettamente dal Cremlino. Persino nell’ex RDT, ricongiuntasi all’altra Germania per condividere libertà e prosperità, non pochi tuttora rimpiangono (sarebbe la cosiddetta Ostalgie) il regime che si proteggeva sparando su quanti cercavano di scavalcare il Muro. E che, per la verità, si consolidò via via anche con opere più creative, trasformando la Germania-est in una sorta di vetrina del “campo socialista”.

Le suddette ricorrenze di piena estate non devono comunque indurre ad dimenticarne o ignorarne altre riguardanti invece le magagne dei trionfatori del 1989-1991. Un trionfo che, come si sa, avvenne soprattutto se non esclusivamente in Europa. Quanto all’Asia, oggi si parla spesso del Vietnam, che si riunificò ben prima della Germania e ben diversamente da essa, ossia con l’annessione della sua parte meridionale a quella settentrionale sotto regime comunista, al termine di una lunga guerra, diciamo pure di popolo, con gli Stati Uniti, uscitine perdenti nonostante la dovizia di mezzi di ogni genere impiegati per vincerla.

Tuttora ufficialmente comunista come la Cina, il Vietnam vanta una crescita economica poco meno strabiliante di quella del grande vicino e difesa efficacemente, sinora, dai contraccolpi della crisi planetaria degli ultimi anni. Il paese è ancora relativamente povero, ma la sua popolazione, un po’ più numerosa e molto più giovane di quella tedesca, sembra dotata anche in tempo di pace di energie e risorse non inferiori a quelle esibite in tempo di guerra, che consentirono tra l’altro di respingere con successo anche un violento attacco cinese dopo le vittorie militari sulla Francia e sugli Stati Uniti. Il regime non disdegna periodiche repressioni del dissenso e tende a scansare riforme troppo audaci, ma ha largamente aperto al mercato e all’iniziativa privata, al turismo e agli investimenti stranieri e, in politica estera, fa della pace e dell’amicizia con tutti, o quasi, una propria bandiera.

Anche nel cuore della vecchia Indocina francese si registra però un infausto cinquantenario. L’11 agosto 1961, infatti, l’aviazione americana cominciò ad inondare le campagne del Vietnam meridionale con l’agente Orange, un composto tossico destinato a sfoltire le foreste in cui si muovevano a loro agio i guerriglieri vietcong, tenendo in scacco anche i marines meglio addestrati, e a distruggere i raccolti che alimentavano combattenti e popolazione civile. L’Orange contiene diossina, di una varietà una cui dose di soli 80 grammi, dispersa nell’acqua potabile, basterebbe a rendere disabitata New York. Secondo dati del Pentagono, su di un’area di 2,6 milioni di ettari, pari ad un decimo del territorio sud-vietnamita, sono stati riversati a più riprese, tra il 1961 e il 1971, 170 chili di diossina; addirittura 400, invece, secondo un gruppo di ricercatori privati sempre americani.

Vittime potenziali dell’operazione (inutile, come si è visto, ai fini militari perseguiti) sono stati 4,8 milioni di abitanti di 20 mila villaggi. Di fatto, sarebbero state colpite direttamente o indirettamente, secondo la Croce rossa vietnamita, almeno un milione di persone, tra decessi, patologie di elevata gravità e malformazioni alla nascita (handicap fisici e mentali, carenza o eccesso di organi, lesioni irreversibili al sistema nervoso, ecc.). Il tutto protratto nel tempo e tuttora in corso, in quanto la diossina in questione, sostanza a lentissima degradazione, una volta inquinato l’ambiente fino ad integrarsi nella catena alimentare e a penetrare nel latte materno, continua a produrre i suoi effetti per decenni. Ammontano a circa 150 mila, oggi, i bambini e adolescenti vietnamiti gravemente menomati che sopravvivono grazie ad una costosa assistenza; e la cifra non sembra destinata a calare.

Non è il caso di parlare di genocidio? Se la parola può suonare grossa, negli ultimi tempi è stata spesa, sempre più spesso, anche per misfatti di dimensioni assai minori e di molto minore durata. Che si tratti quanto meno di crimine contro l’umanità, categoria cui gli esperti assegnano una gravità inferiore, pare difficile negare. Come tale, tuttavia, l’operazione Orange non è stata ancora classificata nelle sedi competenti a tutti i possibili effetti. Il governo americano non la smentisce e anzi fornisce dati già di per sé eloquenti benché forse riduttivi. La linea ufficiale di Washington, inalterata anche quando vittime di sostanze che dovrebbero essere bandite sono stati, secondo ogni apparenza, militari americani (nello stesso Vietnam come più di recente in Irak, Afghanistan ed ex-Jugoslavia), è però che il rapporto di causa ed effetto tra il contatto con diossina o uranio impoverito o altro ancora e certi decessi o danni fisici e mentali non sia sufficientemente provato.

Neppure da Obama, verosimilmente, ci si potrà aspettare almeno la presentazione di scuse ancorché tardive. Può invece sorprendere, piuttosto, che un gesto del genere non sia stato preteso da parte vietnamita, né al tempo dei negoziati di pace con Nixon e Kissinger né in questi ultimi anni, che hanno visto uno straordinario sviluppo dei rapporti tra i due paesi in tutti i campi; si è parlato persino di idillio e luna di miele. Sta di fatto che dopo la normalizzazione diplomatica proclamata da Bill Clinton nel 1995 Hanoi ha calorosamente accolto anche il suo successore Bush alla fine del 2006 e adesso i due ex nemici hanno effettuato manovre militari congiunte. Gli Stati Uniti sono al primo posto nelle esportazioni vietnamite (con oltre un quinto del totale) e negli investimenti diretti, e un recente accordo prevede che collaborino alla costruzione di 13 centrali nucleari.

Nel 2009 il Vietnam è stato visitato da 400 mila americani, compresi moltissimi veterani non privi di nostalgia, in un clima di amicizia turbato a tratti da qualche screzio in materia di diritti umani. Non però, a quanto sembra, dai tentativi sinora vani di un associazione di famiglie vietnamite di ottenere indennizzi per i guasti provocati dall’”erba americana” chiamando in causa una trentina di aziende USA produttrici dei relativi veleni con in testa due colossi come Monsanto e Dow Chemical. Queste hanno declinato ogni responsabilità sostenendo che per loro l’Orange era soltanto un defogliante, e due successive sentenze di tribunali americani hanno respinto la citazione in giudizio.

Il governo di Hanoi, per quanto si sappia, si è tenuto al di fuori della questione non meno di quello di Washington, dando l’impressione di voler mettere una pietra sul passato in nome di preminenti interessi economico-finanziari e, probabilmente ancor più, strategici. Il Vietnam, infatti, risente sempre più la crescente potenza di una Cina già minacciosa e aggressiva quando la comunanza politico-ideologica era molto più marcata e rilevante di adesso, tanto più che non mancano contese territoriali tra i due paesi. Con Pechino Hanoi si sforza di mantenere rapporti amichevoli, ma ad ogni buon conto si cautela coltivando alacremente anche quelli con l’altra grande vicina, l’India, oltre agli Stati Uniti.

Tutto normale, se vogliamo, e ben comprensibile. E’ altrettanto chiaro, però, che in un’era come l’attuale, ormai costellata da pesanti interventi armati in ogni parte del globo ufficialmente giustificati da finalità umanitarie, diventa inconcepibile passare sotto silenzio, e così in qualche modo legittimare, operazioni qualificabili come crimini contro l’umanità, da chiunque commessi, quanto meno allo scopo di scongiurarne il ripetersi in futuro.

Può darsi che un ulteriore indebolimento della cosiddetta superpotenza americana favorisca qualche soluzione del caso specifico di Orange. Oppure, che l’indebolimento complessivo dell’Occidente, principale se non esclusivo paladino di vere o presunte cause umanitarie, risolva il problema in generale nel senso di spazzare via solo ogni ipocrisia. Ci si deve invece augurare qualcosa di più e di meglio: che la comunità internazionale cresca davvero in quanto tale e riesca ad organizzarsi per perseguire in modo sistematico finalità indiscutibilmente nobili in linea di principio senza discriminazioni e senza guardare in faccia a nessuno. Sarà un’utopia, ma l’unica alternativa è quella minimalista della legge della giungla.

F.S.

LA DANNAZIONE BELLICA NELLA STORIA D’ITALIA

Guerre coloniali e guerre mondiali

Ripercorrendo le vicende dell’Italia unita nel suo primo mezzo secolo abbondante di vita (Vedi Internauta di aprile, maggio e giugno) abbiamo appena accennato alle imprese belliche, militarmente poco felici oppure fin troppo facili, ma comunque coronate da successo, che consentirono di estendere il giovane Stato fin quasi a quelli che vengono generalmente considerati i suoi confini naturali. Purtroppo la sua debolezza o, se si preferisce, relativa inefficienza militare doveva trovare ulteriori e penose conferme. Diciamo purtroppo non perché la potenza delle armi costituisca un valore assoluto e primario, così come non lo è il pacifismo ad oltranza, ma perché quello Stato, già nato all’insegna di ambizioni spesso smodate, ancora in tenera età non tardò a voler gareggiare con nazioni ben più consolidate e robuste sotto ogni aspetto benché non necessariamente più attempate (vedi la Germania guglielmina); e ciò con esiti puntualmente disastrosi o quanto meno deludenti e comunque a danno di altre esigenze prioritarie e semmai preliminari.

Passi per Giuseppe Mazzini, promotore di complotti e sommosse, ma profeta e precursore di un nazionalismo italiano non ostile a quelli altrui e offerto anzi come modello ad altri popoli in fase risorgimentale e anelanti ad un’emancipazione che in effetti sarebbe avvenuta guardando spesso all’esempio dato dallo Stivale. Ma che dire di un Vincenzo Gioberti, filosofo e capo di governo sabaudo, cattolico e addirittura papalino, autore di una celebre opera intitolata “Il primato civile e morale degli italiani”, in cui propugnò, prima del “tradimento” di Pio IX, una confederazione italiana presieduta dal pontefice come perno e guida di una confederazione europea? Cavour, che pensava piuttosto a costruire ferrovie e migliorare le tecniche agricole, si guardava bene dal coltivare sogni proibiti e, se fosse sopravvissuto all’unificazione, avrebbe certamente evitato passi più lunghi della gamba. Ma alla tentazione di interpretare la rinascita nazionale richiamandosi all’antica Roma, o almeno alla respublica christiana del Medioevo, molti altri cedevano con grande facilità.

 

Non riusciamo a concordare con Gianni Fodella (vedi l’Internauta dello scorso marzo) che bolla la precoce vocazione colonialista dell’”Italietta” prefascista come uno dei tanti frutti avvelenati dell’unificazione nazionale. A cimentarsi a sua volta nelle imprese coloniali il nuovo Stato fu ovviamente stimolato dagli esempi altrui, ma nulla lo obbligava a farlo per prevalenti motivi di malinteso prestigio e per di più con le conseguenze perniciose inoppugnabilmente sottolineate da Fodella.

 

Nel denunciare la recente partecipazione italiana all’intervento militare occidentale in Libia (Corriere della sera, 6 maggio) due eminenti africanisti,  Giampaolo Calchi Novati e Pierluigi Valsecchi, hanno lamentato che nelle celebrazioni del 150° sia stata trascurata un’esperienza coloniale “che ha avuto una parte così importante nel definire l’identità nazionale e a cui l’Italia dopo tutto deve il suo status di potenza”. Sembrerebbe opportuno precisare che si è trattato di una definizione in senso negativo e che quello status era in realtà fasullo.

 

In Africa, come tutti sanno, ci si dovette accontentare degli avanzi della colonizzazione altrui. La conquista dell’Eritrea, oltre a non apportare alcun vantaggio tangibile, mise l’Italia in rotta di collisione con l’Etiopia che le inflisse l’umiliante disfatta di Adua, gravida di ripercussioni anche in politica interna. Meno contrastata fu l’acquisizione della Somalia, perduta poi durante la seconda guerra mondiale, riacquistata sotto forma di amministrazione fiduciaria su mandato dell’ONU, divenuta infine indipendente ma oggi caso più unico che raro di paese incapace di reggersi come Stato e in balìa di moderni pirati.

 

Anche la conquista della Libia, strappata al decrepito Impero ottomano, fu relativamente agevole. Salutata da Giovanni Pascoli, poeta socialisteggiante, con il festoso annuncio che “la grande proletaria si è mossa”, non tardò però a rivelarsi superficiale e costosa a causa dell’accanita e prolungata resistenza delle tribù interne all’occupazione, con conseguente repressione spesso feroce. Risultò inoltre deludente sia perché le sabbie della “quarta sponda” dovevano svelare la loro ricchezza petrolifera soltanto dopo la fine del dominio italiano sia perché “Tripoli bel suol d’amore” (come si cantava allora) e dintorni non potevano proficuamente ospitare più di alcune migliaia di coloni con relative famiglie e dare quindi un contributo più che modesto allo smaltimento del surplus demografico nazionale.

 

D’altra parte, l’appropriazione della Tripolitania e della Cirenaica doveva in qualche modo compensare la “perdita” (per così dire, all’uso americano) della Tunisia, corteggiata e colonizzata da parte italiana prima che la Francia ingorda ce la soffiasse da sotto il naso con grande scandalo nazionale e, anche in questo caso, con pesanti contraccolpi in politica interna ed estera. La vicenda concorse infatti a provocare un’aspra crisi nei rapporti tra Roma e Parigi, già intensi in ogni campo, sfociata nel rovesciamento delle alleanze, mediante adesione italiana alla Triplice con gli Imperi centrali, e in una vera e propria guerra doganale con la stessa Francia inevitabilmente dannosa soprattutto per la parte più debole.

 

La vecchia collocazione internazionale del paese si ristabilì dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, che offrì l’occasione per completare l’unificazione nazionale con la “redenzione” delle due città-simbolo di Trento e Trieste. Un’occasione, peraltro, che  avrebbe potuto essere sfruttata in modo diverso dalla partecipazione al conflitto a fianco delle potenze dell’Intesa. Così la pensava, tra gli altri, lo statista più autorevole e collaudato di cui disponesse l’Italia: Giovanni Giolitti, secondo il quale dall’Austria-Ungheria si poteva ottenere “parecchio” in cambio della neutralità. Benché ancora molto influente, “l’uomo di Dronero” fu però travolto dalla cieca infatuazione bellicista che colpì il paese e che portò a preferire le munifiche ricompense territoriali (a spese e insaputa altrui) promesse dai nuovi alleati e comprendenti, oltre a mezza Dalmazia, persino un pezzo di Asia minore.

 

La guerra iniziata nelle “radiose giornate di maggio” del 1915 si protrasse molto più a lungo del previsto, costò parecchie centinaia di migliaia di morti e duri sacrifici per tutti (salvo gli immancabili speculatori) e per di più rischiò, con la rovinosa rotta di Caporetto, di risolversi in una catastrofe. Ci salvarono, certo più che il dubbio talento dei comandanti e gli stessi aiuti militari e finanziari degli alleati, l’abnegazione o quanto meno la capacità di sopportazione della truppa, per quanto mandata spensieratamente al macello, specialmente prima della resistenza sul Piave, e soprattutto il progressivo cedimento dello schieramento nemico, in crescente difficoltà sugli altri fronti e indebolito, in particolare sul nostro, dall’incipiente disintegrazione dell’Impero asburgico.

 

Ma se quella di Vittorio Veneto non fu una vittoria delle più fulgide, decisamente funesti furono i suoi seguiti. La prova comunque durissima del conflitto fece esplodere con violenza i contrasti politico-sociali interni, acuiti da influenze e suggestioni esterne a cominciare da quelle della rivoluzione bolscevica in Russia. Contrasti che, tuttavia, si sarebbero forse potuti superare, con le già sperimentate forme di mediazione e compromesso, se agli altri fattori destabilizzanti non si fosse aggiunta l’arrembante campagna soprattutto fascista, ma più in generale ultranazionalista, contro i responsabili, interni ed esterni, della “vittoria tradita”, “mutilata”, ecc.

 

I governanti stranieri, con in testa il presidente americano Wilson, vennero infatti esecrati per il mancato mantenimento di quanto promesso negli accordi di alleanza, addebitando corrispettivamente agli esponenti democratici domestici una difesa non abbastanza  ferma dei veri o presunti interessi nazionali. Si creò così un clima propizio al successo finale del partito fondato e capeggiato dall’ex socialista Benito Mussolini, ancorchè agevolato fin che si voglia dalla sua sottovalutazione anche da parte di personaggi come lo stesso Giolitti, dalle paure o dai calcoli dei ceti più abbienti e/o più reazionari, dalla pavidità di Vittorio Emanuele III, e così via.

 

Tra gli interessi nazionali propugnati dall’estrema destra poteva legittimamente rientrare la rivendicazione della città di Fiume, l’odierna Rijeka croata abitata allora da una maggioranza italiana e la cui annessione al regno non era stata tuttavia prevista dal patto segreto di Londra. Gli alleati obiettarono, non a torto, che l’Italia pretendeva qui l’applicazione del principio di nazionalità, particolarmente caro a Wilson, dopo avere chiesto ed ottenuto il Sud Tirolo o Alto Adige, a maggioranza tedesca allora schiacciante, in base al criterio del confine naturale. Il governo di Roma non insistette e stroncò con la forza, e con qualche vittima, il tentativo di Gabriele d’Annunzio e dei suoi legionari di creare il fatto compiuto occupando la città contesa.

 

Nonostante questa lacerazione intestina, Fiume finì ugualmente in mano italiana col consenso più o meno forzato della neonata Jugoslavia, che in compenso ottenne la riduzione delle acquisizioni italiane in Dalmazia alla sola città di Zara e ad un paio di isole. Ma neppure un simile frutto della vittoria, definitivamente formalizzato con il fascismo ormai al potere, parve soddisfacente agli ultranazionalisti nostrani, tanto che lo stesso governo di Mussolini fu accusato dagli irredentisti più accesi di avere tradito una causa sacrosanta. Da notare, al riguardo, che con il nuovo assetto territoriale rimasero al di là del confine solo poche diecine di migliaia di italiani, mentre vennero a trovarsi in Venezia Giulia oltre 400 mila sloveni e croati contro meno di mezzo milione di italiani. Compresa Zara, la minoranza slava sarebbe poi scesa a malapena al di sotto del 40%, secondo il censimento del 1939, malgrado le persecuzioni e la politica di snazionalizzazione.

 

Come la pensasse su tutto ciò il futuro Duce l’aveva chiarito senza mezzi termini durante una visita alle terre orientali nel settembre 1920: “Di fronte a una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo si possano sacrificare 500 mila slavi barbari a 50 mila italiani”. Dopo la Marcia su Roma il nuovo regime tenne peraltro a freno la propria vocazione espansionistica nell’area balcanica, dove imboccò anzi un indirizzo alquanto contraddittorio fomentando e sostenendo anche materialmente il nazionalismo e separatismo croato, cioè del diretto e principale antagonista, contro l’egemonismo serbo nella Jugoslavia monarchica. Certo ciò contribuì a facilitare il crollo di quest’ultima durante la seconda guerra mondiale, che vide tuttavia nascere lo Stato croato degli ustascia, satellite soprattutto del Reich nazista e pronto a sfruttare, nel 1943-1945, l’occasione sia pure effimera, per esso, di regolare i conti storici con l’Italia.

 

Artefice di una rivincita nazionale sarebbe stata invece la Jugoslavia comunista, nata da una vigorosa resistenza sul campo alle armate naziste e ben piazzata, dunque, per guadagnarsi al termine del conflitto, con l’appoggio della potenza sovietica, la restituzione, dal punto di vista dei vicini orientali, di quasi tutto ciò che l’Italia sconfitta aveva tolto loro vent’anni prima. Per non parlare, naturalmente, delle annessioni seguite all’invasione del 1941 e comprendenti persino l’odierna capitale slovena, Lubiana, ridotta a capoluogo di una nuova provincia del regno benché totalmente priva di qualsiasi presenza italiana. E qui, almeno, i facili conquistatori fascisti, a differenza di quelli tedeschi impadronitisi del grosso della Slovenia, ebbero il buon senso di lasciare municipi e scuole in mano locale, anche se ciò non bastò ad ingraziarsi una popolazione fieramente nazionalista la sua parte. Tanto nazionalista, anzi, da lamentare poi la “perdita”, per la seconda volta, di Trieste, spesso descritta anche più di recente come la propria maggiore città benché abitata solo da una minoranza slovena piccola ma superiore, un tempo, alla popolazione di Lubiana. Trieste, infatti, fu quasi tutto ciò che l’Italia post-fascista riuscì a salvare, a fatica, da rivendicazioni jugoslave a loro volta tendenzialmente insaziabili.

 

Effimera fu naturalmente anche l’annessione dell’Albania, sottomessa senza colpo ferire alla vigilia dello scoppio del conflitto mondiale e già in un clima di ansiosa competizione espansionistica con la Germania di Hitler. Alla quale l’Italia di Mussolini, peraltro, si stava via via legando a doppio o triplo filo sin dalla breve guerra coloniale con la quale, pochi anni prima, aveva conquistato l’Etiopia, vendicando così Adua, realizzando il sogno imperiale insito nell’ideologia del regime e però compromettendo i rapporti con le altre potenze europee e privandosi in tal modo della libertà di manovra vitale per una potenza che restava, malgrado le spacconate del Duce, di serie B.

 

Che quello italiano fosse un imperialismo di cartapesta, o nella migliore delle ipotesi un aspirante sub-imperialismo, lo dimostrò platealmente il fallimento dell’attacco alla Grecia (che da una efficace resistenza passò addirittura alla controffensiva penetrando in territorio albanese), giustificabile solo con l’insensato anelito ad emulare le imprese della Wehrmacht, dopo l’analogo insuccesso militare della “pugnalata alla schiena” inferta alla Francia ormai agonizzante.  Già le prime battute dello scontro bellico evidenziarono per il resto la scontata inferiorità navale ed aerea nei confronti della Gran Bretagna, che si manifestò presto anche sul fronte terrestre nordafricano, dove neppure il soccorso tedesco e le prodezze di un fulmine di guerra come il generale Rommel bastarono a scongiurare il tracollo finale.

 

Nel frattempo, qualche episodica dimostrazione di valore e capacità militari (la tenace difesa dell’Amba Alagi al comando del duca d’Aosta in Etiopia, quella dell’oasi di Giarabub in Libia,  l’ultima resistenza delle divisioni del maresciallo Messe nella ridotta tunisina contro preponderanti forze anglo-americane) non aveva potuto impedire la rapida perdita di tutte le colonie vecchie e nuove. Dal canto suo, l’inutilmente massiccia partecipazione alla campagna di Russia aveva messo nuovamente in luce, di positivo, soltanto la forte fibra e le qualità umane dei nostri soldati, alpini ma non solo, documentate nelle pagine indimenticabili di Mario Rigoni Stern. Soldati che combattevano, in condizioni estreme, non per spazzare via il bolscevismo bensì per “tornare a baita”.

 

Ogni voglia di lottare praticamente cessò, tuttavia, quando il poderoso schieramento avversario, che un Mussolini ormai vaneggiante prometteva di bloccare sul “bagnasciuga” siciliano, portò la guerra sul suolo nazionale, contrastato per quanto possibile solo da parte tedesca. E qui iniziò il capitolo finale dell’avventura bellica, rovinoso in termini materiali e ancor più indecoroso politicamente e moralmente. Nell’estate del 1943 il sovrano e la sua corte trovarono finalmente il coraggio per rovesciare la dittatura con la collaborazione dei vertici dello stesso partito fascista e delle forze armate e quindi troncare il legame con la Germania. Il modo irresponsabile in cui venne attuata la scelta armistiziale sotto ogni aspetto, compresi i comportamenti individuali quale la precipitosa fuga da Roma della famiglia reale e del maresciallo Badoglio nuovo capo del governo, lasciando esercito e marina senza direttive adeguate e abbandonando di fatto il paese alla sua sorte, mise a nudo il vuoto che si celava sotto gli orpelli del caduto regime ma squalificò in partenza anche gli uomini ed ambienti che l’avevano liquidato.

 

Fu in sostanza una rinuncia all’esercizio del potere che diede a luogo ad un generale si salvi chi può e poi alla guerra civile, nel nord in mano nazista, tra le formazioni partigiane mobilitatesi contro l’occupante e la “repubblica sociale” con cui Mussolini tentò di resuscitare il fascismo, mentre più a sud truppe italiane agli ordini del governo monarchico combattevano a fianco degli alleati lentamente avanzanti. L’epilogo era scontato, ma per arrivare alla pace e al definitivo  esaurimento dell’esperienza autoritaria e ultranazionalista, macchiata tra l’altro dall’adesione all’antisemitismo genocida del Reich, dovettero trascorrere quasi due anni di lutti e distruzioni, anche ad opera di micidiali bombardamenti anglo-americani su obiettivi civili, che colpirono duramente, ad esempio, il centro storico di Milano.

 

Una delle peggiori catastrofi della storia nazionale segnava così la conclusione di un’era ultraventennale il cui bilancio, peraltro, sarebbe stato prevalentemente negativo anche se si fosse chiuso prima della fatale estate del 1940. Il regime fascista ebbe indubbiamente la sfortuna di doversi misurare con la Grande depressione mondiale, che non poteva ovviamente risparmiare un paese economicamente fragile come l’Italia. Ma ad aggravare i danni di origine esterna sopraggiunse l’autolesionistimo di una politica autarchica che, incoraggiata quanto si voglia dal contesto internazionale, un paese privo di materie prime poteva permettersi meno di qualsiasi altro e che invece adottò anche perché consona ai suoi indirizzi di politica estera.

 

Crescita e modernizzazione, certo, proseguirono e anzi si accentuarono. L’apparato industriale si rafforzò, la rete stradale e quella ferroviaria si estesero sensibilmente e così pure l’elettrificazione. L’urbanizzazione continuò malgrado il divieto ai contadini (decretato nel 1930 quasi ad imitare l’esempio di Stalin in Russia) di abbandonare le campagne senza il permesso dei prefetti; Roma e Milano raggiunsero nel 1943 una popolazione superiore di circa sette volte a quella del 1871. Le legislazione sociale fece ulteriori progressi benché sbilanciata a favore della promozione della natalità, che rimase però deludente almeno agli occhi del Duce, convinto che il numero garantisse potenza.

 

Una delle realizzazioni più imponenti del regime furono le opere di bonifica delle terre improduttive, già in corso a partire dal 1870 ma effettuate per l’80%, fino a tutto il 1937, dopo il 1923. Ciò consentì il raddoppio della produzione di grano, tra il 1870 e il 1939, e la riduzione del 75% della sua importazione. Il tutto, però, a caro prezzo, perché il cereale domestico costava il doppio di quello americano e la priorità conferitagli danneggiò altri prodotti agricoli importanti. D’altra parte, la quota del latifondo rimase elevata, quella dei braccianti pure e le retribuzioni dei contadini in generale diminuirono analogamente ai consumi alimentari.

Nel 1936, su una popolazione attiva appena superiore al 43%, gli addetti all’agricoltura (48%) superavano ancora largamente la manodopera industriale (29%), e il divario, ormai quasi annullato nel Nord computando anche i trasporti e le comunicazioni, rimaneva invece assai ampio nel Centro e nelle isole e parecchio superiore al doppio nel Sud. I salari dei lavoratori italiani, nel 1930, risultavano essere i più bassi dell’Europa occidentale, mentre l’analfabetismo si era sensibilmente ridotto ma restava ancora ben presente.

 

Le condizioni di vita in cui l’Italia fascista e imperiale venne lanciata ad affrontare le sfide anche tecnologiche di un nuovo immane conflitto si trovano descritte nel bel libro di Marco Innocenti sull’anno 1940: “La gente, a corto di sogni,vive alla giornata, e la vita è così grama, così diversa da come la raccontano i giornali. Povera Italia di povera gente: per tanti la carne è un lusso, la frutta pure, i figli mettono gli abiti rivoltati dei genitori, cuciti di sera nelle macchine Singer a pedali, il ballo, grave peccato sociale, è proibito, il freddo delle case nelle mattine d’inverno è assassino, l’odore di minestra riempie le soffitte, la puzza di cipolla è puzza di miseria e nei campi c’è chi lavora ancora la terra con l’aratro di legno come ai tempi di Cristo”. In simili condizioni, fu già un miracolo che il paese riuscisse a risollevarsi relativamente presto dallo sfacelo in cui precipitò. Merito dello “stellone” di cui si parlava un tempo? Il miracolo, comunque, non sarebbe rimasto l’unico.

 

Franco Soglian

LE COLPE DI MLADIC E DEGLI ALTRI

IL MOSTRO ALLA SBARRA

Ratko Mladic è nelle mani della giustizia internazionale. Giustizia giusta? In partenza sicuramente sì, almeno per chi non dubita che giusti siano stati i processi e le condanne dei capi nazisti a Norimberga. Tanto più che l’ex generale serbo-bosniaco viene giudicato, appunto, da una corte internazionale credibilmente neutrale come quella dell’Aja (dove l’accusa contro Slobodan Milosevic venne sostenuta dall’elvetica Carla Del Ponte) anziché da un tribunale quasi di guerra creato su due piedi dai vincitori in un paese vinto e debellato, ossia senza più Stato, come la Germania del 1945.

La prassi ormai avviata di sottoporre a giudizio in linea di principio imparziale i responsabili di crimini imperdonabili non può che essere salutata con pieno favore, a condizione che si diffonda fino a diventare sistematica a livello planetario e senza guardare in faccia a nessuno. Naturalmente non si tratta di un obiettivo facile da raggiungere in tempi brevi, ma il suo coerente perseguimento, se non verrà meno e anzi si rafforzerà, meriterà di essere incoraggiato.

Nel caso dei crimini commessi nell’ex Jugoslavia la prova sembra destinata al superamento. Dopo il fin troppo lungo processo al defunto presidente serbo, infatti, una dura condanna è stata inflitta all’ex generale croato Gotovina, tra le proteste di molti suoi compatrioti che lo considerano un eroe nazionale e un martire, come era già avvenuto in Serbia e in Bosnia con lo stesso Milosevic e come avviene adesso con Mladic.

Se poi il processo e la probabile condanna del “mostro di Srebrenica” (sempre che sopravviva, essendo dato in pessima salute) saranno equi fino in fondo resta ovviamente da vedere. Già si contesta ad esempio la pertinenza dell’imputazione di genocidio, in testa ad altri capi di accusa, che nella fattispecie suona in effetti discutibile all’inevitabile confronto con antecedenti classici quali l’Olocausto ebraico o l’ecatombe degli armeni per mano turca. Non si annovera invece tra i genocidi quello di Katyn, dove Stalin fece trucidare 20 mila militari polacchi mentre le vittime musulmane e in gran parte civili di Srebrenica sono state, donne e bambini compresi, circa 8 mila.

Simili conteggi e sottigliezze possono disgustare, ma è presumibile che ad essi si affidi anche Mladic rifiutandosi, come ha fatto davanti ai giudici dell’Aja, di dichiararsi innocente oppure colpevole e riservandosi di studiare il dossier a suo carico. Essendo difficile negare il massacro, la sua entità e la responsabilità personale, la colpevolezza potrebbe essere ammessa ma senza raggiungere la soglia del genocidio. Da notare che contro l’applicabilità di questa qualifica al caso di Srebrenica, come ad altri analoghi, si è pronunciato il giurista canadese che presiede l’Associazione internazionale degli studiosi del genocidio; a suo avviso sarebbe preferibile quella di crimine contro l’umanità.

Per il resto, l’ex comandante dell’armata serbo-bosniaca proclama di avere agito, a Srebrenica come nel lungo assedio di Sarajevo, unicamente in difesa del suo popolo e dunque, si direbbe, escludendo pentimenti e rimorsi. Scarsamente rilevante agli effetti giudiziari, ciò basta ad assicurargli solidarietà e persino ammirazione non solo da parte di numerosi connazionali. Tra gli stranieri figura anche l’onorevole Borghezio, che senza esitare lo scagiona da ogni addebito in quanto patriota eroico e come tale irreprensibile. L’esponente leghista è notoriamente piuttosto marginale anche all’interno del suo partito, ma la sua sortita certamente ne riflette sia pure in forma estrema gli umori anti-islamici e gli ostentati atteggiamenti filo-serbi dello stesso Bossi durante i conflitti jugoslavi con relativi interventi della NATO Italia compresa.

Si tratta oggi di tendenze o pulsioni residuali analoghe a quelle ancora più sbiadite dell’estrema sinistra, dove pure prevaleva la tenerezza nei confronti della Serbia di Milosevic, tinta almeno un po’ di rosso rispetto alle altre repubbliche ex jugoslave e più vicina di loro alla Russia di Elzin, post-comunista ma pur sempre contrappeso in qualche misura allo schieramento atlantico. Parteggiare ad oltranza, e magari a prescindere, può anche andar bene per i tifosi del calcio ma in politica, crediamo, è sbagliato per principio. E lo è ancor di più, ovviamente, in casi specifici e magari personali come quello di Mladic. Per la stessa ragione, tuttavia, neanche la Serbia e i serbi meritano di vedersi assegnare sistematicamente la parte del torto, indipendentemente dal fatto che il paese segue oggi un corso filo-occidentale e filo-europeo, sia pure non saldissimo.

Nella fase iniziale, in particolare, della disintegrazione jugoslava la Serbia ebbe sicuramente meno torti delle repubbliche secessioniste. Contrastò infatti solo simbolicamente, in ultima analisi, la secessione della Slovenia etnicamente quasi omogenea. Si oppose invece con le armi a quella della Croazia e della Bosnia-Erzegovina, restìe a concedere a Belgrado adeguate garanzie per i diritti delle rispettive e cospicue minoranze serbe in sostituzione della tutela, forse fin troppa, goduta nell’ambito della Repubblica federativa fondata da Tito. Minoranze che, durante la seconda guerra mondiale, avevano subito una sanguinosa persecuzione soprattutto da parte del regime ustascia di Zagabria, satellite del Terzo Reich, ma anche dei musulmani bosniaci, in maggioranza filo-nazisti.

Non mancò al riguardo una corresponsabilità dell’Occidente e in particolare della Comunità europea, che dopo avere cercato invano di salvare la federazione con la mediazione dei propri rappresentanti favorendo di fatto Belgrado, invertì la rotta affrettandosi a riconoscere l’indipendenza croata e bosniaca (ma non quella della Macedonia, a causa delle obbiezioni greche). Alla sola condizione, nel secondo caso, di un referendum popolare dall’esito scontato ma solo per la maggioranza musulmana e croata. Ne conseguirono gli inevitabili conflitti, la condotta serba dei quali fu senza dubbio contrassegnata da non pochi eccessi, ricambiati peraltro dagli avversari.

Quanto poi al Kosovo, Milosevic ebbe il torto di annullare progressivamente l’ampia autonomia che Tito e i suoi eredi avevano concesso, entro la repubblica federata serba, alla provincia abitata in maggioranza ormai schiacciante da albanesi. I quali, a loro volta, avevano tuttavia peccato di incontentatibilità puntando, una parte di loro, alla piena indipendenza o all’unione con l’Albania e rendendo comunque la vita sempre più difficile alla sempre più esigua minoranza serba.

Il tutto sfociò in una prolungata resistenza passiva albanese, una dura repressione serba e un impari scontro armato che, drammatizzato da denunciati ma mai pienamente dimostrati massacri di kosovari, provocò infine l’intervento della NATO e l’espulsione serba della provincia soprattutto per effetto di pesanti bombardamenti aerei su Belgrado e altri obiettivi serbi. Un intervento “umanitario” dalle modalità non meno discutibili, dunque, della sua giustificabilità, anche alla luce del successivo comportamento sotto vari aspetti dei kosovari ormai padroni o quasi del campo.

Tutto ciò non può modificare in alcun modo quanto detto all’inizio sul caso Mladic. Serve però a far capire, a chi vuole capire, che gli sforzi degli Stati e delle altre componenti organizzate della comunità internazionale devono mirare ad attrezzarsi e ad operare in modo da impedire, anziché permettere o persino favorire, esasperazioni di crisi e contrasti tali da culminare in genocidi o crimini contro l’umanità. In fondo, il caso del “mostro di Srebrenica” può essere accostato almeno per un verso a quello di Hitler e del nazismo, i cui obbrobri erano pur sempre maturati nello stato di inferiorità e discriminazione nel quale la Germania era stata gettata dalla vendicativa cecità dei vincitori della prima guerra mondiale.

F.S.

NORD E SUD D’ITALIA TRA IL 1861 E IL 1915

Ancora sul bilancio del 150°

Continuando il nostro discorso sui 150 anni di indipendenza e unità nazionale (vedi Internauta di aprile e maggio) e avvicinandosi il momento di tirare le somme, è lecito anticipare una prima conclusione, ancorchè piuttosto scontata e a rischio di sembrare scarsamente significativa. E’ vero infatti che il paese assurto a Stato nel 1861 ha beneficiato di una crescita economica, sociale, culturale, civile, ecc. forse persino straordinaria ma in ogni caso incontestabile. Un testo più che rispettabile (la “Storia facile dell’economia italiana” di C. M. Cipolla) parla di “progresso tutt’altro che trascurabile e a livello mondiale tutt’altro che comune”. Un progresso quanto meno materiale che, pur con un cammino spesso stentato, tortuoso e rovinosamente accidentato a più riprese, l’ha portato dalla condizione iniziale di povertà e generale arretratezza agli onori del G7 o G8, ossia all’ammissione nel ristretto (benchè ormai in via di impetuoso allargamento) club dei paesi più ricchi del pianeta.

E’ anche vero, tuttavia, che il mondo intero ha nel contempo complessivamente progredito, chi più e chi meno, chi prima e chi dopo, il che potrebbe ridimensionare alquanto i meriti dello Stato indipendente e unitario anche alla luce dei veri e propri primati che l’Italia divisa e spesso in mano straniera aveva potuto vantare in secoli più lontani dopo le glorie della romanità. D’altra parte, sembra difficile sostenere che le cose sarebbero andate ancora meglio se il Risorgimento non ci fosse stato, se non altro per la nota impossibilità di fare la storia con i “se”, benché qualcuno ogni tanto ci provi. Conviene dunque accontentarsi di ammettere senza difficoltà, sempre con Cipolla, che l’Italia unita “si è sviluppata meno dell’auspicabile, meno del possibile”, a causa di “errori di omissione e di commissione”, magari più gravi e copiosi che in altri casi.
L’attuale stato di relativo benessere nazionale, misurato da un PIL di cui oggi giustamente si invoca il rimpiazzo con diversi e più comprensivi indici ma che finora non aveva plausibili alternative, si deve senza dubbio soprattutto al “miracolo economico” del secondo dopoguerra. Ad un balzo quantitativo e qualitativo, cioè, compiuto in un periodo nel quale si è potuto avviare la ricostruzione di un paese devastato e prostrato con aiuti esterni senza precedenti storici (Piano Marshall) e procedere oltre, con ritmi di sviluppo molto elevati, in un contesto di cooperazione internazionale ugualmente inedita (processo integrativo dell’Europa occidentale). Il tutto malgrado la guerra fredda tra Est comunista e Ovest più o meno capitalista e semmai, paradossalmente, con l’indiretto favore di essa.

Tutti ben sappiamo che solo dopo il 1945 un paese prevalentemente agricolo si è convertito in grande potenza industriale mentre veniva praticamente eliminato l’analfabetismo da sempre preponderante. Meno numerosi sono probabilmente quanti ricordano che all’indomani delle celebrazioni del centenario si potè segnalare che per la prima volta nella sua storia nessuno vi soffriva più la fame. A conseguire simili risultati contribuì sicuramente un’insolitamente lunga assenza di conflitti armati, nonostante la permanente minaccia di trasformazione in calda della suddetta guerra fredda e il peso delle conseguenti spese militari, d’altronde per certi versi stimolatrici di sviluppo economico e tecnico-scientifico ancorché malaugurate.

Neppure gli otto decenni precedenti erano tuttavia trascorsi invano. Tra il 1860 e il 1915 il reddito nazionale era aumentato più del doppio, passando da 6.250 milioni a 14.300 milioni di lire-oro. Secondo certi calcoli, tra il 1870 (anno del completamento o quasi dell’unità nazionale) e l’inizio per l’Italia della prima guerra mondiale la ricchezza privata era cresciuta del 2,25% in media annua, salendo da 36 a 51 miliardi di lire a fine secolo (una stima del 1910, questa, che porta la firma dell’economista Spectator, cioè il futuro presidente della Repubblica Luigi Einaudi) e a 90-100 miliardi nel 1915. L’incremento della popolazione, nel frattempo, era stato inferiore ad un terzo, ossia da 26 milioni nel censimento del 1861 a 28 milioni in quello del 1871 e a 36 milioni e rotti in quello del 1911.

Dietro queste cifre si celava addirittura una sorta di mutazione genetica, se si deve credere a quell’economista francese che in un articolo pubblicato dalla “Revue de Paris” nel 1901 e intitolato “La renaissance économique de l’Italie” annunciava la demolizione di un pregiudizio corrente secondo cui “se si riconoscono al popolo italiano doti di sobrietà, tolleranza e laboriosità, gli si nega generalmente il senso degli affari, non lo si stima né pratico né intraprendente”. A suo avviso, il bilancio degli ultimi trent’anni attestava invece la “conquista di uno spirito attivo e pratico da parte di quello che fu il vecchio uomo italiano, artista, leggero, un po’ indolente”, per cui si doveva “riconoscere che l’unità fu di questo rinnovamento un fattore psicologico di primo ordine”.

All’alba del nuovo secolo, peraltro, il grosso dell’avanzata era appena cominciato. La progressione più vistosa avvenne nel quindicennio antecedente la prima guerra mondiale, quando la produzione industriale e gli investimenti raddoppiarono toccando punte di eccellenza tecnologica specialmente in campo militare (esportazione di incrociatori e vendita di licenze per sommergibili Fiat a Inghilterra e Stati Uniti) ma anche civile (automobili, cavi elettrici Pirelli, primato europeo nello sviluppo dell’energia idroelettrica). Il commercio estero si triplicò pur permanendone il saldo negativo causato dall’accresciuto fabbisogno di materie prime, e proseguì a ritmo accelerato il rafforzamento delle infrastrutture. Nonostante gli oneri straordinari per una serie di catastrofi naturali, culminate nel terremoto di Messina, migliorarono persino i conti statali consentendo un secondo ripristino della convertibilità della lira, che giunse a far premio sull’oro, e l’alleggerimento del debito pubblico.

Non mancarono neppure sensibili progressi in campo sociale, sotto la crescente pressione del movimento sindacale e cooperativo, con annessi scioperi e rivolte, e del movimento socialista, avvantaggiato dalla democratizzazione del sistema elettorale coronata dall’adozione del suffragio universale maschile. Si estese la legislazione sociale e aumentò la remunerazione del lavoro compreso quello rurale; grazie ad una produzione agricola finalmente in ripresa i contadini ottennero incrementi salariali in alcuni casi da una lira al giorno fino a tre o cinque. L’agricoltura, malgrado il suo peso, rimase tuttavia la cenerentola dell’economia nazionale, con il latifondo sempre predominante al sud e una bassa produttività generale, benché non si potesse più parlare di ignoranza o trascuranza del problema. Se è vero infatti che prima i deputati si annoiavano ad occuparsene, le ormai numerose, appassionate e spesso accurate inchieste l’avevano imposto all’ordine del giorno.

Nonostante la crescita, il reddito pro capite italiano restava ancora inferiore a metà di quello francese, ad un terzo di quello inglese e di poco superiore ad un quarto di quello degli Stati Uniti. Il divario tendeva però a ridursi, mentre era certamente più grave il fatto che, pur essendo già ben aperto e vivace il dibattito nazionale sulla “questione meridionale”, tendeva semmai ad ampliarsi quello interno tra Nord e Sud. Lo sviluppo industriale privilegiava quasi esclusivamente il settentrione e in particolare il triangolo Milano-Torino-Genova, cosicchè anche quello delle comunicazioni e trasporti favoriva soprattutto lo smercio al sud della produzione manifatturiera del Nord, solo parzialmente controbilanciato dal flusso inverso di prodotti agricoli. L’industrializzazione, largamente propiziata da un protezionismo penalizzante invece per l’agricoltura del Sud, consolidava così quello che il meridionalista radicale De Viti De Marco bollava come un rapporto di tipo coloniale tra le due parti del paese.

Il Mezzogiorno, in effetti, dopo avere subito il sequestro piemontese delle cospicue risorse finanziare accumulate (e d’altronde tesaurizzate piuttosto che valorizzate) dal governo borbonico e utilizzate per riassestare l’erario del nuovo regno dissanguato dai costi delle guerre d’indipendenza, era stato danneggiato economicamente anche dall’imposizione di un sistema amministrativo e fiscale centralizzato, indiscriminatamente pesante e quindi oggettivamente vessatorio. Il conseguente deterioramento o quanto meno insufficiente miglioramento delle condizioni di vita trovava rimedio solo nell’emigrazione, inizialmente alimentata quasi per intero dai piemontesi e veneti diretti in Francia e Austria ma divenuta di massa dopo la metà degli anni ’70, quando milioni di meridionali, indigenti e per lo più illetterati, cominciarono a cercare fortuna soprattutto nelle Americhe.

Ancora nel 1909 (anno in cui, pare, aspirò a varcare l’oceano per sfuggire alla disoccupazione anche Benito Mussolini), su un totale di 625 mila emigranti in varie parti del mondo, poco meno della metà (309 mila) provenivano dalle regioni del defunto reame delle due Sicilie. Secondo qualche studioso meridionalista, questo esodo quasi biblico, e naturalmente doloroso sotto vari aspetti, contribuì in modo determinante alla scomparsa del brigantaggio (reale o cosiddetto) e quindi al miglioramento dell’ordine pubblico, con effetti benefici anche per il bilancio dello Stato. Quanto poi alla massa a lungo imponente delle rimesse degli emigrati, grazie ad esse (citiamo ancora Cipolla) non solo “l’industria del Nord fu finalmente in grado di importare le materie prime e i macchinari di cui aveva bisogno” ma esse “permisero altresì all’Italia di ricomprare quasi interamente il debito pubblico che era nelle mani degli stranieri”.

Hanno dunque ragione i meridionalisti di allora e di oggi di mettere sotto accusa lo Stato unitario per il trattamento ricevuto per molti decenni, almeno fino al 1945, dalla porzione del paese più handicappato in partenza? In parte certamente sì, ma solo in parte, perché della gestione di quello Stato, bene o male democratico, assunsero ben presto la corresponsabilità anche i rappresentanti del Meridione. In uno scritto del 1900 il lucano Francesco Saverio Nitti rilevava che, fino ad allora, dei 174 uomini che avevano esercitato una o più volte funzioni di ministro, solo 55 erano del Sud contro i 47 del Piemonte, 19 della Lombardia e 14 della Liguria. Il confronto, per la verità, non appare così sfavorevole alla rappresentanza meridionale, tenuto conto di come era nato il nuovo Stato e del progressivo aumento della quota dei ministri del Sud inclusi i presidenti del Consiglio, che sarebbero diventati 5 contro 10 del Centro-nord, dopo il 1900 e prima dell’avvento del fascismo, con l’aggiunta di Salandra, Orlando e lo stesso Nitti a Crispi e Di Rudinì.

Nitti lamentava inoltre che “il governo delle province, prefetti, intendenti di finanza, generali, ecc., è ancora adesso in grandissima parte nelle mani di funzionari del Nord”. Ma anche qui il rapporto stava rapidamente cambiando avviandosi anzi a rovesciarsi, come ben si sa, nel corso del ventesimo secolo, per ciò che riguarda, oltre all’apparato burocratico in generale, la magistratura, e in misura crescente anche altri settori chiave come quello bancario. Nitti riconosceva d’altronde che se il rapporto Nord-Sud si presentava nel suo complesso così sbilanciato e quindi insoddisfacente ciò avveniva “soprattutto per colpa stessa dei meridionali”, cioè di una loro classe dirigente priva di educazione politica, impegnata sì in politica ma nel senso deteriore di questa, dotata di una morale pubblica “molto scadente” per cui “spesso la politica voleva dire corruzione e sopraffazione”. E specificava infine che “soprattutto dopo il 1876 l’Italia meridionale è stata considerata come il paese destinato a formare le maggioranze ministeriali”: una discreta allusione, che altri meridionalisti tramutavano in aspra denuncia, alla prassi della compravendita di deputati, in largo anticipo sull’odierno scilipotismo.

Nato in Basilicata, la “più povera terra del Mezzogiorno”, Nitti scriveva che “gli abitanti di quella regione sono ritenuti abili, poiché alcuni di essi sono stati prefetti, altri ministri; si dicea che molto avessero avuto dallo Stato. Ma tutte le volte che ho traversata questa terra, triste, solenne, povera, io mi son chiesto: in che cosa ella è stata abile?” . Come dire che il fatidico ingresso nella “stanza dei bottoni” non era mancato, ma risultava deludente come sarebbe stato quello dei socialisti di Nenni nel secondo dopoguerra. Il che non impediva comunque allo statista lucano di ammettere l’impossibilità di “negare che dopo il 1860 l’Italia abbia molto progredito: le province si sono aperte alla civiltà; la coscienza generale si è elevata; il popolo soprattutto è più libero e ha sentito la possibilità di una vita migliore…la carta della civiltà avea nel Mezzogiorno grandi spazi bianchi, che si vanno sempre più riducendo”.

Il bilancio di fine secolo, malgrado tutto, non suonava dunque fallimentare, e tanto meno quello dei cinque lustri successivi, descritto anche molto più tardi, da fonte competente, in termini di “serena economia di pace, in cui si parlava di equilibrio, di rosee previsioni, di sicurezza nell’avvenire”. Un ottimismo retrospettivo, questo, sostanzialmente condiviso da Benedetto Croce, il quale, dopo avere registrato con compiacimento che “così si viveva e si lavorava e si prosperava, in Italia come in Europa”, aggiungeva però “movendosi tranquilli sopra un terreno tutto minato”. Ma della prima guerra mondiale e del fascismo ci occuperemo nella prossima puntata.

Franco Soglian

L’ITALIA DALL’UNITA’ ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE

Ancora sul bilancio del 150°

Un mese fa (vedi Internauta di aprile) ho cercato di dimostrare che la nascita dello Stato nazionale in un’Italia indipendente e unificata fu, contrariamente a quanto alcuni o molti e forse sempre più numerosi pensano, un evento positivo, legittimato a tutti gli effetti dalla storia, dalle condizioni e dalle prospettive del paese, e che quindi la celebrazione del centocinquantenario era ed è pienamente giustificata. Mi ero però affrettato a precisare che il Risorgimento così coronato fu, e rimane in retrospettiva, uno dei pochi se non l’unico momento di grazia degli ultimi quattro-cinque secoli di storia nazionale, il che già implica che ben diversa è la valutazione che si può dare dei suoi seguiti, ovvero del bilancio di questi centocinquant’anni, anche senza cedere alle tentazioni, dalle nostre parti fin troppo facili, del pessimismo e del disfattismo. Forse neppure il grande Benedetto Croce, se fosse ancora vivo, riuscirebbe a conservare in proposito l’ottimismo che continuava ad animarlo in piena era fascista.

Secondo molti gli insuccessi e le delusioni, i fallimenti e i veri e propri disastri di un secolo e mezzo erano già scritti nei vari aspetti tortuosi, rocamboleschi e fortuiti che contraddistinsero l’epopea risorgimentale, nei contrasti spesso aspri e mai del tutto sopiti tra i suoi maggiori protagonisti, nei molteplici errori commessi al raggiungimento di un obiettivo fondamentalmente comune e all’indomani di esso. Tra gli errori oggi soprattutto si indica la mancata scelta di uno Stato federale anziché unitario, in realtà dovuta, probabilmente, non tanto ad un inflessibile centralismo sabaudo o alla scarsa grinta con cui Marco Minghetti difese il suo progetto di sei grandi regioni autonome, quanto al venir meno di adeguate istanze pluralistiche e rappresentanze territoriali dopo l’effimera convergenza tra i vecchi Stati nel 1848 e al perdurante prestigio del modello francese coniato dal primo Napoleone e rinverdito dal terzo.

Prima che dallo statista bolognese, del resto, una soluzione federale o confederale era stata inizialmente vagheggiata dallo stesso Cavour suo predecessore, e qui va semmai messa naturalmente nel conto generale la sfortuna che ebbe il nuovo Stato nazionale di perdere sul nascere la capacità di visione e il talento politico del suo principale artefice. Il peso delle singole personalità nei percorsi della storia non va mai sopravvalutato; un altro grande Stato ancor più giovane, la Germania guglielmina, incappò nel suo primo disastro nazionale, la sconfitta del 1918 e il crollo dell’impero, parecchi anni dopo la giubilazione del suo fondatore, Bismarck, che però era rimasto al potere molto più a lungo di Cavour. E tuttavia, se l’unificazione italiana fu davvero un evento pressocchè miracoloso, la sua duratura fruttificazione avrebbe richiesto, in alternativa ad ulteriori miracoli, l’impegno altrettanto illuminato e lungimirante degli altri suoi artefici e dei loro eredi, accompagnato da circostanze anche esterne sufficientemente propizie. Due requisiti, questi, che non sempre, anzi di rado, vennero soddisfatti.

In realtà sulla brutta piega che presero ben presto le vicende italiane pesarono soprattutto, e non è un paradosso, quelle stesse ragioni oggettive che avevano reso necessarie l’unificazione e l’indipendenza nazionali. A cominciare, ovviamente, dalla relativa e generale arretratezza e debolezza economica al di là delle differenze regionali, rivelatesi peraltro solo dopo il 1861, e anzi non subito, in tutta la loro entità. In una breve storia dell’economia italiana coordinata da uno studioso autorevole come Carlo M. Cipolla si legge che “i protagonisti del Risorgimento erano ben consapevoli del fatto che il nuovo paese sarebbe stato poco omogeneo sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista sociale”. Risulta invece che non lo fossero per nulla, per quanto incredibile ciò possa sembrare ai giorni nostri, pur ricordando che Cavour non si spinse mai più a sud di Firenze (come del resto il ben più longevo Alessandro Manzoni, cui peraltro premeva solo sciacquare i panni nell’Arno a fini linguistici) e persino Giolitti, morto nel 1928, conosceva il Mezzogiorno quasi solo attraverso i rapporti dei prefetti.

Quintino Sella, il ministro piemontese che conseguì il pareggio del bilancio mediante la famigerata imposta sul macinato, definiva infatti “eccezionalmente cospicuo” quel Meridione che per il lombardo Agostino Depretis, a lungo capo del governo e uomo di sinistra, era “il più bello, il più fertile paese d’Europa”, mentre Minghetti esaltava le “inesauribili occulte miniere delle nostre fortune nelle campagne dell’Italia meridionale”. Aveva forse ragione il rivoluzionario e storico napoletano Vincenzo Cuoco quando, esule a Milano, scriveva molti decenni prima che “niente di più comune hanno gl’ Italiani quanto la tendenza ad ignorare se stessi e le cose proprie”? In questo caso, comunque, i politici sembravano in perfetta sintonia con i poeti, primi a decantare in generale un’immaginaria magna parens frugum e quindi ad alimentare il diffuso pregiudizio che l’Italia unita, in quanto grande potenza agricola, potesse anche fare a meno di uno sviluppo industriale.

Proprio il Meridione, invece, era il punto più debole dell’agricoltura oltre che dell’economia nazionale nel suo complesso, a causa sia di condizioni naturali sfavorevoli alle colture più importanti sia di un’arretratezza strutturale e infrastrutturale (il predominio del latifondo, in primo luogo) perdurante da secoli. Ne testimoniava ad esempio il fatto che nel Regno delle due Sicilie, nel 1860 (quando la sola Lombardia contava oltre la metà delle strade pubbliche italiane), quasi il 90% dei villaggi erano privi di collegamenti stradali. Quanto poi a quelli più moderni, è vero che lo Stato borbonico era stato il primo in Italia a costruire una ferrovia, la famosa Napoli-Portici (1839), che, però, sembra servisse più che altro per le escursioni della corte. Una ventina d’anni più tardi, comunque, le strade ferrate del regno non arrivavano al centinaio di chilometri, contro gli oltre 900 del Piemonte su un totale italiano intorno ai duemila. In campo industriale, non mancava nel Sud qualche eccellenza, come si dice oggi, ma le poche manifatture maggiori vivevano di sovvenzioni statali.

Nei primi due decenni della storia unitaria anche il Mezzogiorno trasse vantaggio dalla scomparsa delle frontiere e dalla liberalizzazione dei traffici. Lo sviluppo della sua agricoltura fu rigoglioso e le infrastrutture crebbero, benchè non così rapidamente da rimediare subito a quella carenza di vie di comunicazione e trasporto che, d’altronde, consentì ad una parte dell’industria meridionale di sopravvivere alla concorrenza del Nord. Progressi rilevanti fece altresì l’istruzione di base, mentre una metropoli europea come Napoli, tanto ricca di fasto e tesori culturali quanto afflitta da plurisecolare degrado e indigenza di massa, si avviava verso una modernizzazione che l’avrebbe resa irriconoscibile, alla fine degli anni ’80, agli occhi di William Gladstone, lo stesso uomo politico inglese che ne aveva denunciato lo stato deplorevole sotto il regime borbonico, confermando il quadro tracciato in precedenza da un altro illustre viaggiatore, letterato ma anche lui uomo di governo, quale il tedesco Goethe.

Ma c’era anche l’altra faccia della medaglia: lo sconvolgimento e deterioramento sotto vari aspetti della situazione economico-sociale non solo nel Sud del paese, la delusione di più o meno mirabolanti aspettative (Garibaldi in Sicilia era stato osannato come un santo dalle anime semplici), il malcontento provocato dallo spietato rigore fiscale imposto indiscriminatamente per risanare il bilancio statale e più in generale dagli errori e incomprensioni di un’amministrazione centralizzata, culminati nella drastica e spesso feroce repressione militare di ogni protesta e disordine e in particolare del vero o presunto brigantaggio inscenato o fomentato da nostalgici del vecchio regime. Sta di fatto che nella Palermo invasa e quasi conquistata da rivoltosi di ogni tipo nel 1866 echeggiarono grida inneggianti a Francesco II, alla religione e (in odio alla nuova monarchia) alla repubblica nonché invettive contro la “banda di ladri che ha governato l’Italia per sei anni”, mentre in Emilia e Romagna, insieme all’“abbasso il macinato”, risuonarono gli evviva all’Austria e al papa-re.

Nel frattempo il completamento o quasi dell’unità nazionale con l’annessione del Veneto e poi di Roma rappresentava ovviamente un ambito successo del giovane Stato mettendone però a nudo la debolezza militare. Nel primo caso l’alleanza con la Prussia vittoriosa sull’Austria consentiva ciò che sarebbe stato altrimenti precluso dalle pesanti sconfitte sul campo a Custoza, ancora una volta, e a Lissa sul mare, subite per vistose manchevolezze organizzative e di comando. Le doti che condottieri di nazionalità italiana (da Piccolomini a Montecuccoli, da Eugenio di Savoia allo stesso Bonaparte, prima di Garibaldi) avevano esibito anche nei secoli della decadenza al servizio di potenze straniere cominciavano così a latitare proprio nella fase risorgimentale, e se ne sarebbe avuta presto la conferma nel corso delle guerre coloniali.

Anche per l’incorporazione della Città eterna decisiva fu la vittoria prussiana sulla Francia che privò il pontefice del vitale sostegno di Napoleone III. E qui invece la pur fortunata conclusione della vicenda mise in luce la goffaggine della sua conduzione politico-diplomatica da parte del governo Rattazzi e di Vittorio Emanuele II. Il tutto preceduto dai penosi contrasti interni che avevano accompagnato l’intervento dell’esercito regio per bloccare all’Aspromonte il primo tentativo di Garibaldi di marciare per conto suo sulla futura capitale, cosicché re e governo furono poi ben contenti che a sventare il suo secondo tentativo provvedessero, a Mentana, le truppe francesi. Il seguito più rilevante dell’evento fu comunque l’inasprimento del conflitto già in atto tra Stato e Chiesa, destinato a durare almeno finchè visse l’irriducibile Pio IX contribuendo non poco a complicare la problematica interna del paese malgrado gli sforzi distensivi del governo ormai definitivamente traslocato a Roma.

Tra i problemi più scottanti spiccava naturalmente quello della crescita economica, ad arrestare bruscamente la quale sopravvenne al termine degli anni ’70 un’ondata protezionistica che investì l’intera Europa sfociando tra l’altro in una guerra commerciale tra Italia e Francia. Se ne fu avvantaggiata l’industria del nord, subì duri colpi l’agricoltura e in particolare quella meridionale. Ne conseguì una massiccia emigrazione, diretta soprattutto verso le Americhe, che proseguì del resto anche quando, verso la fine del secolo, vari mutamenti sul piano internazionale consentirono una ripresa di cui beneficiarono un po’ tutti i settori economici. La produzione industriale praticamente raddoppiò nel giro di un decennio (1899-1910) e il valore di quella agricola (compresa la quota del sud grazie anche alla realizzazione dell’acquedotto pugliese e ad altre migliorie) aumentò da 3 a 8 miliardi di lire nel quarto di secolo che precedette la grande guerra.

Tutto ciò non bastò ad impedire che i problemi sociali rimanessero acuti o addirittura conoscessero periodiche esasperazioni come i moti operai di Milano sanguinosamente stroncati dalle cannonate del generale Bava Beccaris. Della necessità di affrontare con adeguato impegno tali problemi si era però presa largamente coscienza prima ancora che a sollevarli in termini di energica contestazione politico-ideologica intervenisse un movimento socialista. Forze ed ambienti conservatori ne furono inevitabilmente allarmati, ma prevalse in definitiva, grazie anche alle divisioni che ben presto si produssero all’interno di questo movimento, un incontro tendenzialmente costruttivo tra le sue componenti moderate e quelle più aperte del vecchio liberalismo. Queste trovarono il loro maggiore esponente in Giovanni Giolitti, la cui strategia, dando spazio anche al movimento cattolico formatosi per rispondere alla sfida socialista in chiave progressista facendo uscire dall’isolamento ampie masse popolari rimaste fedeli alla Chiesa, riuscì a portare avanti un processo di democratizzazione già avviato dalla vecchia sinistra promuovendo i primi passi in direzione di un suffragio universale ancora lontano ma non più chimerico.

Il nuovo secolo iniziava quindi con prospettive apparentemente promettenti su almeno due punti fondamentali, crescita economica e progresso politico-sociale, nonostante le periodiche crisi, altri punti invece oscuri e molti aspetti senz’altro negativi del quadro generale. Dei quali dovremo comunque riparlare perché si tratta delle stesse cause che provocarono dopo pochi anni il tracollo di una certa Italia nata dal Risorgimento e perdutasi nel ciclone scatenato dalla prima guerra mondiale.

Franco Soglian

UNITA’ NAZIONALE NELLA STORIA E OGGI

Un’altra riflessione sul 150°

“Ahi serva Italia di dolore ostello
Nave senza nocchiero in gran tempesta
Non donna di provincia ma bordello”

Colgo al volo l’invito di Gianni Fodella (Internauta di marzo) a riflettere ancora per un momento sul 150° dell’unità d’Italia prendendo spunto proprio dalle sue stimolanti “note a margine”. Delle quali mi suona senz’altro condivisibile l’affermazione che una nazione italiana esiste almeno da un paio di millenni e non certo dalla nascita appena commemorata del relativo Stato. Fodella si spinge però ben oltre, sostenendo che questa nascita non sarebbe stata affatto un lieto evento bensì una iattura, perché gravida di conseguenze soltanto (pare di capire) negative che tuttora si scontano e alle quali urge rimediare con drastiche misure. 

Alla sua citazione iniziale di un celebre verso di Francesco Petrarca comincio a replicare premettendo a mia volta tre versi un tempo celeberrimi di Dante e chissà da quanti conosciuti ancora oggi. Essi non esprimono solo un comune sentire di appartenenza ad un’entità nazionale fondata su basi storiche, culturali, linguistiche (nonostante il prevalente uso di dialetti spesso assai diversi fino a tempi relativamente recenti) ed anche religiose, come molti adesso sottolineano, fino ad un certo punto giustamente. Sono, anzi, soprattutto un’accorata denuncia della soggezione del paese a potenze straniere e della carenza di una guida capace di unificarlo ed emanciparlo (anche da una condizione postribolare forse ancora più difficile da sradicare; ma non è il caso di approfondire qui questo aspetto).

Lo stesso Petrarca, che oltre a poetare faceva l’ambasciatore, dunque almeno un po’ il politico, non è facilmente riconoscibile nell’immagine riduttiva attribuitagli da Sergio Romano (Corriere della sera del 17 marzo) in quanto portavoce di un’Italia “unita soprattutto dalla sua fede, dalla presenza del pontefice, dall’orgoglioso ricordo del suo ruolo centrale nell’Impero romano”. In quella che è viene generalmente annoverata come la sua canzone politica per eccellenza (“Italia mia, ben che ‘l parlar sia indarno”) egli lancia infatti ai principi connazionali un vibrante appello a desistere dalle loro risse fratricide e a rivolgere piuttosto le armi un tempo invincibili contro i barbari invasori  e in particolare la “tedesca rabbia”.

All’epoca di Dante e Petrarca, peraltro, la già ingombrante presenza straniera era controbilanciata dalla vitalità anche politica dei comuni, principali artefici di un primato nazionale in vari campi destinato poi ad offuscarsi se non a svanire del tutto.  Tanto più si comprende, quindi, come i loro accenti sdegnati quanto dolenti abbiano potuto ispirare a distanza di secoli i cantori sette-ottocenteschi del risorgimento nazionale in chiave non puramente culturale e morale bensì anche politico-istituzionale.  Tra i successivi precursori di Alfieri e Foscolo, Leopardi e  Manzoni, ecc. spicca Niccolò Machiavelli, statista fiorentino e padre fondatore della moderna scienza politica, non poeta, che sollecitava uno dei Medici a farsi redentore della patria confidando che nessun italiano si sarebbe rifiutato di seguirlo perché “a ognuno puzza questo barbaro dominio”.  

Ma anche questo appello era destinato a restare vano, dopo il fallimento, tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, del tentativo di Lorenzo il magnifico di costruire un’unità politica sulla base di momentanee sintonie tra le signorie di Firenze, Milano, Venezia, Roma e Napoli e quello della Lega santa creata da papa Giulio II all’insegna del motto “Fuori i barbari”. Già la precedente calata in Italia di Carlo VIII, atto iniziale del rapido processo di instaurazione della dominazione straniera, aveva fatto registrare il prevalere delle voci italiane esultanti per l’arrivo del sovrano francese rispetto alle nuove grida di dolore per la sorte della patria. Quella, ad esempio, del poeta emiliano Matteo Maria Boiardo, che insieme al napoletano Jacopo Sannazzaro era stato uno dei primi ad adottare il toscano come lingua italiana. A causa di quell’evento funesto, vedendo “Italia tutta a fiamma e a foco”, l’autore dell’ “Orlando innamorato” non riuscì più a riprendere la penna e morì poco dopo.

Degli Stati italiani sostanzialmente indipendenti sarebbero ben presto sopravvissuti, senza contare il caso peculiare di quello pontificio, soltanto il Piemonte e la Repubblica veneta. Ma mentre la Serenissima, dopo secoli di multiforme gloria, si avviava verso un declino pur lento e ancora punteggiato da residui fasti, e lo smalto ritrovato dalla signorìa medicea sotto Cosimo I si rivelava effimero, il ducato di Savoia riusciva (talvolta miracolosamente) a non farsi schiacciare dalla morsa prima franco-spagnola e poi franco-austriaca, anzi a rafforzarsi e ad espandersi diventando un attore via via più importante sulla scena nazionale.

Il casato sabaudo era di origine francese, ma il suo esponente che pose le basi per la crescita di un ducato destinato a trasformarsi in regno, Emanuele Filiberto, si proclamava principe italiano, chiamava il Piemonte bastione d’Italia e cercò di stringere alleanza proprio con Venezia per salvare quanto rimaneva dell’ indipendenza nazionale. Di lui un ambasciatore veneto scrisse: “Gli Spagnoli sel credono Spagnolo; i Francesi francese; ma tutti s’ingannano, perché egli è nato italiano, e tale vuole la ragione e vuole lui che sia tenuto”. Semianalfabeta pur parlando quattro lingue, promotore di cultura, scienze e arti, volle che atti giudiziari e notarili e i nuovi statuti del ducato fossero scritti in italiano. Capo militare di grande talento, ebbe tra i suoi discendenti un condottiero ancora più illustre, che conseguì vittorie epocali al servizio degli Asburgo ma si firmava Eugenio von Savoie, in quanto principe di nazionalità italiana, cittadinanza austriaca e cultura francese.

Fatte salve queste eccezioni, la deriva della nazione politica coincise, certo non casualmente, non solo con la decadenza economica e civile della penisola nel suo insieme ma anche con la perdita del suo primato culturale. Parlare qui di declino in assoluto sarebbe forse inesatto, tenuto conto che in alcuni campi (musica, arti figurative, filosofia) la creatività italiana continuò a brillare e in quello scientifico persino crebbe come aveva vaticinato Galileo nella prefazione al suo capolavoro: “Spero che da queste considerazioni il mondo conoscerà che se le altre Nazioni hanno navigato di più, noi non abbiamo speculato meno”. Secondo il recente commento di Giulio Giorello ad uno scritto del genio di Arcetri, se nel Seicento anche a causa di una crisi morale il paese “era davvero poco più di un’espressione geografica”, sarebbe stata “la scienza a plasmare la nuova fisionomia dell’Italia non meno che le lettere e le arti”.   

Quella che nonostante la frammentazione politica e l’invadenza straniera può essere vista come la seconda età dell’oro nazionale dopo l’epoca romana era comunque giunta a termine. I poli di sviluppo e progresso su scala generale si erano ormai trasferiti o stavano crescendo altrove, di pari passo con il consolidamento dei grandi Stati nazionali o multinazionali. Come immaginare, sul piano logico innanzitutto, che l’Italia potesse risollevarsi senza imboccare la stessa strada e senza quindi che l’obiettivo dell’emancipazione e dell’unificazione statale venisse prima o poi rilanciato come scelta obbligata nel contesto entro il quale il paese si trovava?

La domanda sembra consentire una sola risposta, pur mettendo nel conto che le dominazioni straniere non meritano di essere denigrate oltre misura. Persino la gestione spagnola del ducato di Milano, a lungo simboleggiata dalle grida manzoniane, è stata alquanto rivalutata da studi recenti. Non vi è dubbio che quella austriaca del Lombardo-Veneto, come del resto della Toscana, sia stata illuminata e costruttiva sotto vari aspetti prima ancora che il vento in Europa cambiasse per impulso dei filosofi francesi e che l’epopea napoleonica minasse le fondamenta dei vecchi regimi. Ritorcendosi, poi, contro lo stesso potere di Vienna, se è vero, come è stato autorevolmente suggerito, che le Cinque giornate di Milano e le Dieci di Brescia videro una partecipazione popolare spiegabile anche con l’introduzione dell’istruzione elementare obbligatoria nel 1818, una primizia nel paese. La risposta resta tuttavia quella implicita nell’affermazione dello storico inglese Mack Smith che il “relativo torpore” in cui l’Italia era scivolata nel 16° secolo, perdendo il suo primato commerciale e culturale, “fu dovuto almeno in parte alla sua incapacità di costituirsi in Stato nazionale come la Francia e la Spagna”.

E’ sicuramente vero, d’altro canto, che il successo della causa risorgimentale non possa essere ascritto alla consapevole adesione ad essa di una maggioranza numerica delle popolazioni coinvolte. Molti furono, come si sa, i picciotti siculi che accorsero ad ingrossare le file dei Mille, ma la rapida conquista garibaldina della Trinacria e dell’intero regno meridionale, grande solo per le sue dimensioni e la pompa della sua corte, fu evidentemente agevolata soprattutto dalla fragilità e dalle molteplici carenze dello Stato borbonico; con un contributo popolare, quindi, semmai di tipo passivo. Anche altrove le masse rimasero per lo più spettatrici del rivolgimento in corso, spesso attonite come quel pastore dell’Appennino che Garibaldi cercava di smuovere dalla sua atavica diffidenza nel 1849: “Di che hai paura? Parliamo forse tedesco? Noi combattiamo per te; siamo del tuo paese!”

Ma come poteva essere altrimenti? L’Italia a metà dell’Ottocento era un paese a schiacciante maggioranza contadina, e tale sarebbe rimasta ancora a lungo. Gli abitanti delle campagne costituivano da sempre, non solo in Italia, una categoria sociale emarginata e sfruttata, vessata e comunque più o meno deliberatamente mantenuta in condizioni di inferiorità anche dopo l’emancipazione dallo stato servile. Ridotta, quindi, a oggetto anziché soggetto della storia, fatta eccezione per le sue periodiche rivolte, spesso assai violente quanto vane, contro un potere estraneo se non fondamentalmente nemico.

Un’evoluzione era in atto anche a questo riguardo, nell’orientamento delle classi dirigenti e soprattutto delle élites intellettuali, sotto la spinta sia del pensiero illuminista sia delle ideologie nazionaliste. In concreto, tuttavia, ancora poco stava cambiando rispetto a quando il cardinale Richelieu, uomo di Chiesa prima  che di Stato, paragonava i contadini a muli che “essendo avvezzi a portare fardelli, sono più danneggiati da un lungo riposo che dal lavoro”, e gli faceva eco Giuseppe Maria Galanti, economista partenopeo suo contemporaneo, definendoli “bestie da soma”, mentre in Polonia si discuteva se fossero da considerare parte della nazione, ferma restando di fatto la loro esclusione dalla “nazione politica”, tradizionale monopolio dei nobili e solo moderatamente aperta alla borghesia cittadina. Con la conseguenza, secondo alcuni, che l’insurrezione polacca del 1830 forse non sarebbe stata sconfitta dalle truppe zariste se i suoi capi avessero abolito la servitù della gleba.                                            

Malgrado la progressiva introduzione dell’obbligo scolastico, l’analfabetismo in Italia era ancora superiore al 70% nel 1861, vicino al 90% nelle regioni meridionali e pressocchè totale nelle campagne. Culturalmente sprovveduta, la popolazione rurale era altresì soggetta ad un’influenza particolarmente forte da parte della Chiesa che alimentava ulteriormente il suo istintivo conservatorismo, ispirato per secolare esperienza da sfiducia nel nuovo e timore di un peggio sempre possibile. Non diversamente, appunto, dalla Chiesa, per quanto storicamente più duttile nel sapersi adeguare sia pure con ritardi più o meno ampi ai mutamenti inizialmente osteggiati pur di mantenere le sue posizioni di potere ovvero, a seconda dei punti di vista, di poter continuare la propria missione pastorale.

Parliamo, nella fattispecie ma non solo, soprattutto della Chiesa al suo vertice, perché nel basso clero non mancarono come si sa gli appoggi alla causa risorgimentale e cattolici di grande statura e di sicura fede, benché talvolta un po’ in odore di eresia come Alessandro Manzoni e Vincenzo Gioberti, in un modo o nell’altro la sostennero. La stessa Chiesa ufficiale, d’altronde, finì col beneficiare dell’unificazione italiana in quanto premessa indispensabile del processo evolutivo che portò al graduale inserimento nella “nazione politica” di masse popolari esposte a suggestioni di segno opposto alle prescrizioni religiose. E portò altresì, ancor prima, alla liquidazione del potere temporale dei papi, fieramente combattuta e condannata da Pio IX ma riconosciuta vantaggiosa per il papato e la Chiesa in generale da Paolo VI un secolo più tardi.

Oggi la Santa Sede ribadisce tale riconoscimento e partecipa quasi ostentatamente alle celebrazioni del centocinquantenario. Il suo esempio sembra però ignorato da vari studiosi e politici anche cattolici che insistono a denunciare o addirittura riscoprono per l’occasione l’asserito carattere non democratico dell’unificazione, contestandole una legittimità certo non conferitale dai famigerati plebisciti ma  derivante dalla storia nazionale; dall’impegno o dal consenso dell’unica parte della popolazione culturalmente attrezzata e politicamente rilevante, ancorché minoritaria quanto si voglia; e, infine, dalla sua portata oggettivamente progressista, agli effetti sia della problematica nazionale sia di quella europea e mondiale, indipendentemente dai successivi sbandamenti, inadempienze e misfatti della nuova compagine statale.

Una contestazione incomprensibile, dunque, se non rispondesse, quanto meno nella maggioranza dei casi, al trasparente bisogno di strumentalizzare una certa versione della storia per promuovere interessi particolaristici attuali e al limite assecondare disegni o comportamenti disintegrativi della formazione statale nata nel 1861. La storia, insomma, politicizzata all’estremo e, diciamolo pure, irresponsabilmente, perché disfare è sempre più pericoloso che costruire e il salto nel buio sarebbe tanto più insensato in quanto si tratterebbe di operazioni in stridente contrasto con la spinta all’integrazione sovranazionale tuttora in atto nel continente europeo malgrado periodiche crisi o battute d’arresto e apparenti inversioni di tendenza.

Il che non significa, naturalmente, ostracizzare il cosiddetto federalismo come tale ovvero la causa di un decentramento equo e solidale e di autonomie regionali anche molto ampie, e neppure negare pregiudizialmente che se l’Italia fosse nata federale o confederale anziché unitaria le cose sarebbero forse andate meglio. Giova peraltro ricordare, in proposito, che l’illustre federalista Carlo Cattaneo era un patriota italiano almeno quanto devoto alla piccola patria lombarda. La storia, comunque, si può anche disfare ma non rifare, mentre tutto questo discorso riguarda soltanto la genesi e le ragioni dell’unificazione nazionale, la cui ineluttabilità, multiforme legittimità e sostanziale positività sono proclamabili senza minimamente pregiudicare un altro discorso sul dopo, ossia sul bilancio di un secolo e mezzo di vita nazionale unitaria che può anche risultare di tutt’altro segno.

Qui Fodella (che ad ogni buon conto mi guardo bene dall’accusare di voler contribuire al disfacimento dell’Italia) ha gioco fin troppo facile ad indicare alcune voci ed aspetti fra i più negativi, riconducibili o meno che siano all’evento  celebrato il mese scorso. E fa altresì benissimo a proporre drastici rimedi per le conseguenze che tuttora se ne soffrono. Ma sarà il caso di riparlarne.

Franco Soglian

POSSIBILE ANCHE IN RUSSIA UNA SIMILE RIVOLTA?

Se aumenta il prezzo della vodka…

Ancora una volta l’umanità è colta alla sprovvista da un moto tellurico non previsto dai veri o presunti esperti e dai profeti o aspiranti tali. Dopo il ribaltone del “campo socialista” e la crisi economica planetaria tuttora da digerire sono arrivate le rivolte a catena nel mondo arabo. Non stupisce perciò che da varie parti si cominci a guardarsi non solo intorno ma anche dentro casa con qualche inquietudine. E’ il caso della Russia, dove non mancano le reazioni cinicamente compiaciute: per il rincaro delle fonti di energia che avvantaggia la sua monoproduzione, per la caduta o l’indebolimento di regimi sostenuti dagli Stati Uniti, per la sperata distrazione del terrorismo islamista dal teatro russo. Ma si parla anche di “lezioni arabe” che il regime di Putin e Medvedev non dovrebbe ignorare. Il settimanale “Argumenty i fakty”, nel n.6 di quest’anno, confronta la situazione nazionale con quella dei paesi terremotati per domandarsi se un sisma analogo non potrebbe colpire la stessa Russia. Ecco quanto scrive in proposito una rivista che è stata protagonista della liberalizzazione gorbacioviana ma poi aveva ripiegato su posizioni molto cautamente critiche nei confronti del potere.
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“Fin dai primi giorni della rivoluzione in Tunisia e poi in Egitto politici ed esperti hanno cominciato a tracciare paralleli con la Russia. Che cosa ha mosso la gente in questi paesi e perché la loro esperienza può insegnare qualcosa ai nostri poteri?

1. Corruzione. La venalità dei funzionari e della polizia in vari paesi arabi è impressionante. Nella graduatoria della corruzione nel 2010 secondo “Transparency International” l’Egitto occupa nel mondo un “onorevole” 98° posto , l’Algeria il 105° e lo Yemen il 146°. Nella stessa graduatoria la Russia giace ancora più giù, al 154° posto! Più in basso si trovano soltanto la Somalia, il Burundi e un’altra dozzina di paesi.

2. Clanismo e favoritismo. In Tunisia i familiari del deposto presidente detenevano il monopolio della vendita di alcolici; non a caso i loro negozi sono stati assaltati per primi. E chi non sa delle proprietà di alcuni congiunti di sindaci o ex sindaci (basti citare il solo Luzhkov), governatori e ministri russi?

3. Divario di redditi. L’élite si arricchisce, la massa indigente della popolazione continua ad impoverirsi. Dei quasi 80 milioni di egiziani il 40% vive con due dollari al giorno. Al confronto il nostro livello di vita appare complessivamente discreto, e tuttavia il divario dei redditi cresce: in Russia il 10% dei più poveri introita 17 volte di meno del 10% più benestante, e quanto ai miliardari in dollari siamo superati solo dagli Stati Uniti. “Il regime egiziano e quello russo hanno arricchito solo un ristretto gruppo di persone”, afferma l’oppositore B. Nemzov.

4. Disoccupazione e mancanza di prospettive di carriera. In Tunisia sono senza lavoro circa il 25% dei giovani istruiti, nello Yemen la disoccupazione è al 35%. In Russia la disoccupazione ufficiale è intorno al 7%, ma il popolo è irritato dal crescente afflusso di lavoratori stranieri e dall’occupazione dei settori più importanti da parte dei connazionali rientrati dall’estero.

5. Immutabilità del potere. Il presidente tunisino Ben Ali ha governato per quasi 23 anni, l’egiziano Mubarak per 30, lo yemenita Saleh per 32, il libico Gheddafi per 41 anni. Tutti hanno cercato di predisporre la successione: Ben Ali patrocinava il genero-oligarca, i capi egiziano e yemenita i loro figli.

6. Repressione dell’opposizione e delle libertà civili. In Tunisia non si poteva apprendere la verità sullo stato delle cose dalle fonti ufficiali. Valvola di sfogo, e poi anche strumento per organizzare la protesta, è diventato Internet. In Algeria ed Egitto i governanti hanno mantenuto per decenni lo stato di emergenza per non dover allentare le briglie. In Russia le notizie diffuse dalla TV di Stato differiscono fortemente dal quadro degli eventi offerto da Internet, come ha confessato di recente lo stesso presidente della federazione. Quanto alle briglie strette la storia delle persone regolarmente bastonate dagli OMON [polizia speciale] e dei dissenzienti incarcerati è nota a tutti…

Si può sperare che l’esempio del rovesciamento dei dirigenti tunisini, egiziani, ecc. faccia rinsavire la nostra élite? E che essa capisca finalmente che lo stridente divario tra poveri e oligarchi, il monopolio di un solo partito, la persecuzione degli oppositori e dei difensori dei diritti umani e l’irresolutezza nella lotta contro la corruzione ci portano in una direzione pericolosa?”

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Lo stesso numero di “Argumenty e Fakty” ospita anche un articolo a firma di Boris Notkin, un conduttore televisivo (in Russia la TV è sotto controllo statale pressocchè totale) che descrive una situazione nazionale oltremodo insoddisfacente e si spinge fino a prospettare l’incombere di un nuovo 1917. Ecco la conclusione di tale articolo.

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“Oggi la nostra élite (scusate il termine) farebbe meglio ad incoraggiare la pubblicazione non delle malefatte degli esecrandi rivoluzionari ma degli studi su come nel 1917 le umiliazioni sociali, nazionali e morali confluirono in un torrente impetuoso che non riuscirono a fermare né la magnifica polizia segreta dello zar né l’autorevolezza della Chiesa. Sarebbe altresì auspicabile che si riflettesse sull’eventualità che nei circuiti di Internet spunti il clone di quel geniale populista che per vendicare il fratello distrusse d’un sol colpo l’intero sistema feudale del paese.

Non ci si deve poi cullare nell’illusione che il popolo rimanga inerte e passivo. La passività dipende anche dal fatto che nell’era post-Gorbaciov si è copiosamente usato il più potente sedativo delle masse: la vodka a buon mercato. Perciò la reazione alle umiliazioni sociali non ha raggiunto lo stadio della protesta organizzata ma si è riversata sugli eccessi di sbornia. Ora però il prezzo del ricorso a questo calmante, cioè il degrado umano e demografico, è diventato intollerabile. Alla fine l’hanno capito anche in alto loco e cercano di combattere il male alzando il prezzo della vodka. Ma se oltre ad aumentare i prezzi il potere tornerà a chiudere i canali dell’informazione quasi gratuita esso dovrà seriamente preoccuparsi delle cause delle trombosi che ostruiscono le arterie vitali dei singoli cittadini come dell’intera Russia”.

Franco Soglian

FERRARA RIMPIANGE BUSH

Una ricetta semplice per l’Egitto in fiamme

Di fronte all’Egitto che brucia molti trattengono il respiro e i più si interrogano perplessi sul da farsi: uomini di governo, opinionisti, uomini della strada attenti alle cose del mondo. E si spiega. La posta in gioco è alta e nessuno sa cosa ci aspetti dietro l’angolo. Tutti si affannano a consultare i veri o presunti esperti, che però raramente sono anche profeti e quindi, di regola, non azzardano pronostici circa gli ulteriori sviluppi e l’esito finale di un incendio peraltro non meno imprevisto del crollo dell’Unione Sovietica. Un autorevole settimanale tedesco assicurava, alla vigilia del suo scoppio, che quanto succedeva in Tunisia non poteva estendersi al vicino Egitto. D’altronde, gli stessi esperti dicono tutto e il suo contrario riguardo ad una delle principali incognite della crisi: chi sono e cosa vogliono i Fratelli musulmani: estremisti irrecuperabili o interlocutori accettabili per le forze democratiche locali e per l’Occidente, mosche cocchiere di Al Qaeda oppure no, ecc.

Non tutti, però, hanno solo nebbia davanti agli occhi nè tutti si scervellano per diradarla. Tra chi neppure si preoccupa di appurare come stiano veramente le cose e dove possano andare a parare, avendo già idee chiarissime e ricetta pronta, spicca Giuliano Ferrara. A differenza di Lenin, che ci aveva messo un po’ per rifinire e diffondere il suo “che fare” nella Russia del 1917, il nostro Elefantino ha fulmineamente diramato per l’occasione un ordine del giorno secco e preciso. Gioco facile, per lui, che credevamo avesse avuto almeno qualche ripensamento sugli strumenti da usare negli scontri di civiltà e quindi sull’esempio da seguire: quello di George W. Bush. Di un uomo, cioè, la cui immagine consolidata sembrava ormai quella di uno dei peggiori presidenti americani o addirittura il peggiore in assoluto; e non solo, naturalmente, per i misfatti in politica estera.

Per Ferrara, invece, GWB resta un modello ineguagliabile, protagonista di una “grandissima presidenza di guerra”, l’unico capace di “contrastare, combattendo, la deriva di una grande civiltà”, così diverso dall’imbelle Carter, da Reagan, persino da Bush papà, che colpì Saddam ma non seppe finirlo, e da Clinton, che non disdegnava il ricorso alla forza ma la usò per difendere i musulmani bosniaci e albanesi dai serbi cristiani. Senza sottilizzare troppo e apparentemente in preda a repentina angoscia (nonostante i grandi successi di GWB), Ferrara scrive che “bisogna fare in fretta perché il contagio dell’Umma islamica è frenetico, incalzante” e “nell’irresponsabilità imperiale degli USA comincerà un altro ciclo di guerre e sangue, ma stavolta con l’Occidente dialogante, a mano tesa cioè insicuro di sé, in posizione di impotenza conclamata”.

Ed ecco allora la ricetta: “bisogna sperare che Obama inverta la diplomazia della mano tesa e del ritiro dal Grande Medio Oriente, affidando al generale Petraeus, al Pentagono, al Dipartimento di Stato, al National Security Council, alla CIA la definizione immediata di una nuova proposta strategica per l’ordine internazionale minacciato”. In altri termini, predisporre un’altra bella guerra preventiva a dispetto dei conclamati fallimenti della più parte di quelle anche non preventive intraprese dagli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale; la vittoria maggiore è stata quella pacifica sull’URSS.

Mentre si apprestano ad abbandonare l’Irak ad un destino quanto mai incerto e verosimilmente anche l’Afghanistan, in mani di sicuro non amiche, gli Stati Uniti, per di più economicamente indeboliti, dovrebbero dunque innescare di propria iniziativa un nuovo “ciclo di guerre e di sangue”. La cosa sembra non ripugnare, ma è il caso di stupirsene?, neppure al Ferrara crociato sia pure poco fortunato contro l’aborto. Dopotutto, la vita umana sarà anche sacra in tutte le sue fasi, ma resta a preziosità variabile. Se in Irak la popolazione civile è stata falciata a diecine di migliaia, i boys caduti sono appena tremila.

Franco Soglian

SVOLTA AUTORITARIA IN UNGHERIA

Una storia con poca democrazia

Fino a ieri si diceva, a ragione o a torto, che nell’Europa liberata dal giogo rosso sopravviveva una sola dittatura: quella di Aleksandr Lukascenko nell’ex repubblica federata sovietica di Bielorussia, ovvero Belarus nell’idioma locale. Adesso si comincia a paventare che questa sorella minore della grande Russia possa uscire dalla sua scomoda solitudine grazie ad un’eventuale e alquanto inopinata new entry nel club dei regimi autoritari. Si tratta dell’Ungheria, il cui caso solleva tanto più scalpore e interrogativi vari perché il varo a Budapest di una legge che addomestica i media e penalizza la libertà di opinione coincide con l’assunzione da parte magiara della presidenza a rotazione semestrale dell’Unione europea a partire dal l° gennaio.

Sarebbe in realtà fuori luogo prevedere gravi ripercussioni sulle pur già tribolate sorti della comunità continentale, che oltre a tutto possiede da poco anche una presidenza meno effimera nella persona dell’ex premier belga Van Rompuy, inizialmente considerato un po’ troppo grigio ma che pare avviato a smentire gli scettici. La presidenza semestrale affidata ai singoli paesi membri, che col tempo potrebbe forse venire abolita, comporta comunque competenze e responsabilità politicamente quasi irrilevanti, tant’è vero che di recente ha potuto essere esercitata senza particolari fasti ma anche senza seri inconvenienti da un titolare di minimo peso come la Slovenia.

La duplice novità richiama semmai l’attenzione su un’evoluzione, ovvero involuzione, in corso sulla scena politica di tutta l’Europa, orientale e occidentale, che premia partiti e movimenti di ispirazione sciovinistica o xenofoba, inclini a trattare i problemi di minoranze con approcci tali da renderne più ardua la soluzione e da turbare i rapporti interstatali e quelli con la UE. L’ultima impennata magiara è stata preceduta dall’avanzata di una formazione di estrema destra oscurata poi dal trionfo elettorale e dal ritorno al potere, nello scorso aprile, del centro-destra (partito Fidesz). Il quale, però, ne ha recepito almeno in parte le posizioni concedendo la cittadinanza ungherese alle centinaia di migliaia di connazionali viventi in Romania, Slovacchia e Serbia (con conseguenti reazioni negative di questi vicini), infierendo sui rom domestici (in sfida alle direttive comunitarie) e non disdegnando accenti antisemiti altrettanto riecheggianti un disdicevole passato.

Per il momento, comunque, spicca e persino sorprende l’apparente strappo verificatosi nel sistema politico magiaro con l’adozione di norme liberticide e repressive, la collocazione di fiduciari del nuovo governo anche alla testa di organi statali che dovrebbero essere di controllo e garanzia, il depotenziamento punitivo della Corte costituzionale e così via. Il tutto sotto la guida grintosa, per usare un eufemismo, di Viktor Orban, ancor giovane tribuno già dissidente nel periodo comunista e, dopo il ribaltone, acceso contestatore dei nuovi partiti maggiori, liberal-conservatori o socialisti che fossero, rei di non distanziarsi a sufficienza dal passato regime. Abbinata ad un irruente populismo, questa linea gli ha consentito di far crescere via via l’inizialmente piccola Fidesz, portarla una prima volta al potere dal 1998 al 2002 e condurla infine, lo scorso anno, a conquistare la maggioranza assoluta dei voti e due terzi dei seggi in parlamento, spodestando i socialisti screditati da otto anni di governo all’insegna della litigiosità, inefficienza e scandali.

In realtà il PS magiaro aveva cambiato di parecchio volto e anima rispetto al partito di ex comunisti che potevano vantare il merito di avere preparato l’Ungheria ancora sotto egemonia sovietica alla svolta del 1989 meglio di qualsiasi altro paese “satellite” in campo sia economico sia politico. Come tutti ricorderanno, fu proprio il governo di Budapest a spianare la strada anche alla riunificazione tedesca aprendo la frontiera, ossia il proprio tratto della “cortina di ferro”, all’esodo dei tedeschi orientali verso la Repubblica federale. A ben guardare, proprio la seconda fase del periodo comunista, quella successiva alla repressione dell’insurrezione del 1956 contro il regime sanguinario di Rakosi e improntata alla ricerca di una versione umanizzata e più funzionale del “socialismo reale” coronata infine, sempre sotto la popolare direzione di Janos Kadar, dai primi passi verso la democratizzazione e liberalizzazione economica, è stata forse la stagione migliore nella storia moderna del paese, complessivamente povera di momenti di grazia nonostante l’ammirazione suscitata dagli emblematici eroismi del 1848-49, gli anni dell’altra rivolta (soffocata già allora dall’intervento russo) contro la soggezione all’Austria.

Quando infatti Budapest ottenne più tardi la condivisione con Vienna della gestione dell’impero asburgico trasformato in Duplice monarchia, fece cattivo uso di questo recupero del prestigio nazionale se non proprio della potenza e delle glorie dell’antico regno medievale e rinascimentale. Il paese rimase per vari aspetti arretrato e il duro trattamento delle numerose minoranze etniche al suo interno (romeni, slovacchi, croati), in spregio ai precetti del fondatore di quel regno, Santo Stefano, che considerava la multinazionalità una ricchezza e un punto di forza, contribuì a provocare il crollo del vecchio impero e la rovina della stessa Ungheria, ridotta a Stato pienamente indipendente sì, ma di dimensioni molto modeste per effetto delle fin troppo drastiche amputazioni territoriali subite dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale.

La conseguente umiliazione e frustrazione favorirono, dopo la breve esperienza di un regime bolscevico abbattuto da truppe francesi e romene, l’avvento della reggenza conservatrice-autoritaria dell’ammiraglio Horthy e l’affidamento al legame con l’Italia fascista e la Germania nazista, sfociato a sua volta in una disastrosa partecipazione al loro fianco al secondo conflitto mondiale e nella successiva caduta sotto l’indiretto dominio sovietico. Come si vede, non si può dire che nella tradizione nazionale brillasse una robusta vocazione democratica, peraltro difficile da coltivare nelle circostanze degli ultimi due secoli come pure, del resto, una felice convivenza con altri popoli.

Si deve invece considerare ingiustificata, alla luce dei precedenti, ogni sorpresa per l’impennata autoritaria di fine 2010, e prevedere semmai la conferma e il consolidamento di una nuova svolta che potrebbe anche assomigliare ad una ricaduta? Favorita, magari, da una più generale tendenza ad una sorta di “putinizzazione” che l’”Economist” crede di scorgere nell’Europa orientale? Nulla, per fortuna, è scontato in anticipo, sia perché ad ogni azione segue una reazione, sia perché le tradizioni che mancano o sono fragili possono sempre nascere o irrobustirsi.

Da rilevare, più specificamente, che il colpo di testa di Orban si colloca nel contesto di una crisi economica che in Ungheria ha infuriato come in pochi altri paesi minacciando di provocarne la bancarotta ed è stata tamponata solo con il massiccio soccorso finanziario del Fondo monetario e dell’Unione europea. Le cifre di base, per la verità, non sono particolarmente impressionanti (debito pubblico al 70% del PIL, deficit di bilancio al 3,8%, disoccupazione al 10%), per cui ha sollevato qualche scetticismo e persino sospetto, nella scorsa estate, il grido d’allarme per un asserito rischio di insolvenza lanciato da un alto esponente governativo.

Quali che siano lo stato dei conti pubblici e le prospettive dell’economia reale, Orban e i suoi collaboratori hanno ritenuto indispensabile adottare misure assai drastiche per promuovere crescita e occupazione. Al fine di creare in 10 anni un milione di nuovi posti di lavoro, molti per una popolazione di 10 milioni, si punta sulla riduzione delle imposte ma anche a spremere risorse dalle banche (comprese quelle straniere, predominanti), con le quali è stata ingaggiata una dura prova di forza, e dai redditi più elevati, senza risparmiare quelli del personale politico. Oltre a ridurre, infatti, il numero dei parlamentari da 386 a 200, sfoltendo altresì le assemblee degli enti locali, sono stati fissati tetti retributivi validi per tutti a partire dal presidente della Repubblica. Portando lo stipendio massimo a 2 milioni di fiorini, pari a circa 10 mila dollari, quello del presidente della Banca nazionale, ad esempio, è stato tagliato dell’80%.

Di regola, simili imposizioni incontrano forti resistenze capaci di provocare contraccolpi destabilizzanti. Non è perciò da scartare l’ipotesi che Orban abbia ritenuto opportuno cautelarsi disarmando le opposizioni, magari in via temporanea. Ma naturalmente il gioco sarebbe comunque pericoloso, e si sa d’altronde che le cattive abitudini attecchiscono più facilmente di quelle buone.

Franco Soglian