RIFLESSIONI SULL’ARTE DI GOVERNARE

Governare – un Paese (uno Stato), un paese (una città o un borgo), oppure una famiglia – è una funzione che non può – né deve – diventare un mestiere. La funzione di governo della cosa pubblica può essere esercitata da chiunque abbia quei requisiti di onestà e probità che contraddistingue l’azione prudente del buon padre di famiglia in ogni circostanza. Il possesso di questi requisiti non può essere stabilito con un esame (neppure quello dei cittadini che periodicamente votino a suffragio universale), né garantito dall’appartenenza a un partito o ad una associazione, o dall’adesione a una fede religiosa o laica che sia.

Gli studi fatti e le attività o i mestieri esercitati, purché leciti, non hanno grande importanza per essere qualificati a tale funzione, poiché per governare occorre soprattutto buon senso, modestia, capacità di ascoltare i problemi degli altri e prendersene cura, in una parola occorre umanità. Sarebbe meglio chiamarla bontà, dato che caratteristica soltanto umana è quella di generare sofferenze ingiustificate da infliggere ad altri, e le persone buone tendono a non vederne la necessità, come del resto fanno gli animali grazie alla naturale saggezza dei loro comportamenti, dettati da ciò che erroneamente chiamiamo istinto mentre sono in buona parte frutto delle condizioni nelle quali l’animale ha vissuto; proprio come accade per gli esseri umani.

La capacità di parlare in pubblico dovrebbe essere guardata con sospetto, dato che ci attendiamo che chi ci governa non sia un piazzista che ci propone di comprare la sua merce, come quasi ovunque invece accade. Dovrebbe invece essere un cittadino indicato dal caso, onorato di essere stato scelto dalla sorte per servire la comunità alla quale appartiene e nella quale vive. Il suo mandato non dovrebbe accompagnarsi a un trattamento economico di particolare privilegio, né prevedere in seguito, al termine del mandato, emolumenti o privilegi di alcun tipo. Chi governa dovrebbe essere soltanto desideroso di fare bene ed essere di ciò orgoglioso, non tanto per meritare la gratitudine dei suoi simili, quanto per essere soddisfatto di sé per il lavoro utilmente svolto.

Sembra utopia, ma in realtà si tratta semplicemente di una prassi da instaurare, differente da quella in uso oggi nei Paesi democratici. Se la prassi dominante si fonda sulla menzogna e sulla sostanziale disonestà delle enunciazioni e dei comportamenti, non sarà facile mutare le cose, anzi sarà pressoché impossibile. Qualsiasi decisione e misura venga intrapresa non potrà cambiare la situazione. Chi sta in alto nella gerarchia ha bisogno del sostegno di coloro che ne hanno fatto la loro creatura e questi potenti (nell’ombra o allo scoperto) non sono disposti a rinunciare ai loro privilegi per mettere in pratica ciò che è stato deciso dagli ingenui cittadini che si sono recati alle urne nell’illusione di eleggere persone degne di governarli, ma che troveranno invece dei politicanti che hanno ben altri obiettivi.

Occorre osservare che, come si è detto, l’azione di governo non può essere esercitata come un mestiere, né come una vocazione. A differenza del mestiere, che presuppone la capacità di essere esercitato dopo un ragionevole periodo di studio e di tirocinio, e della vocazione per la quale nutriamo uno speciale trasporto (purché non animato dal desiderio di schiacciare gli altri per raggiungere i propri fini esclusivi), governare è per sua natura alla portata di chiunque. Si tratta di una funzione e come tale non è diversa dalla capacità di gestire, con gli altri membri, una famiglia.

Dar vita a una famiglia – il nucleo, il ganglio sociale di base della società, per definizione il più importante che vi sia – non richiede doti particolari, possedute da alcuni esseri umani soltanto. Non occorre superare un esame o fare un concorso. Eppure con questo gesto, con l’azione di formare una famiglia, sia essa allietata o afflitta dalla prole, contribuiamo alla natura che la società, della quale condividiamo il destino, andrà assumendo. Il modo di vivere in una famiglia, di governarla per la massima soddisfazione dei suoi componenti (o per l’egoismo di uno solo), può variare moltissimo ed essere influenzato non soltanto dalla probità o dalla disonestà dei suoi componenti, ma anche da circostanze fortuite di carattere negativo o positivo che per la loro natura non possono essere previste.

L’incertezza è e resta l’elemento dominante. Per questa ragione la famiglia non può fare veri programmi, costruire piani da seguire rigidamente per conseguire gli obiettivi che si propone. Potrà programmare di raggiungere una certa meta (comprarsi l’abitazione) o conseguire un certo risultato (far diplomare o laureare un figlio), ma questi obiettivi, sia pure programmati e perseguiti con tenacia, riguarderanno sempre un campo d’azione molto limitato e anch’esso ricco di incertezze nonostante la fermezza dei propositi e la perseveranza nell’agire. Non occorre dire di più perché l’esperienza di vita parla a ciascuno in modo diverso nel particolare, ma identico sul piano generale.

Perché dunque governare una collettività locale o nazionale o internazionale dovrebbe avere caratteri diversi? Così come non esiste il mestiere di capofamiglia (non sempre il marito, talvolta la moglie o un figlio), il rappresentante della collettività dovrebbe essere sorteggiato, non eletto. L’elezione – questo ormai lo sappiamo da tempo – non può che favorire i peggiori membri della società, quelli che si mettono in mostra perché desiderano il potere politico e che per ottenerlo e farlo durare sono pronti a realizzare la volontà di chi ha facilitato la loro elezione o rielezione.

Il sorteggio, la durata dell’incarico per un numero limitato di anni, gli emolumenti adeguati ma contenuti, gli scarsi vantaggi aggiuntivi, l’impossibilità di avere una “pensione” o un “vitalizio” sarebbero tutti elementi tali da rendere il ruolo di parlamentare o di membro del governo poco allettante per chi miri ai privilegi o al denaro. In compenso il sorteggiato o la sorteggiata che non rifiutasse l’incarico avrebbe l’onore e la responsabilità di poter fare qualche cosa di utile per la comunità alla quale appartiene.

Le etichette costituite dai partiti non hanno più ragion d’essere in un contesto dove i progetti sociali non esistono più (“cos’è la destra cos’è la sinistra”, cantava Giorgio Gaber) o sono divenute finzioni, e dove il confronto è tra chi ha una sua moralità, e chi invece non ne ha alcuna ma si batte soltanto per soddisfare i propri egoismi ed è, senza alcun freno, homo homini lupus.

Attraverso i media – sembrerebbe più adeguato alla realtà che rappresentano chiamarli mezzi di disinformazione di massa – il “teatro” della politica assume una rilevanza che travalica i fatti concreti che dovrebbero essere legati all’azione di governo, limitandosi a sempre ottimistiche dichiarazioni di intenti. Il tempo necessario per una incisiva azione di governo si riduce enormemente, dato che prevale la narrazione degli eventi, meglio se fatta da chi ha la lingua sciolta e il piglio del venditore, non importa se di fumo.

A ben riflettere si potrà ricordare che i programmi di governo non hanno mai avuto un senso concreto, prova ne sia che sono sempre stati disattesi, come è logico attendersi dato che il governo deve affrontare i problemi giorno per giorno, man mano che questi si presentano, e trovare una soluzione avendo chiaro sempre l’obiettivo della propria azione: operare a beneficio della collettività governata, presente e futura.

Malgrado le grandi speranze riposte nella democrazia rappresentativa basata sul suffragio universale, ai ceti parassitari dominanti in ragione della posizione nella gerarchia sociale e del censo, si sono sostituiti individui di ogni estrazione sociale accomunati dal desiderio di esercitare il potere politico con ogni mezzo al fine di avvantaggiarsene personalmente. Grazie a questi nuovi, ma non meno avidi parassiti, il regime democratico è stato snaturato, svuotato della sua essenza, ed è divenuto una maschera dietro la quale interessi privati di ogni tipo prevalgono sostanzialmente su quelli pubblici, e vengono create situazioni di privilegio la cui vera natura si nasconde dietro all’omertà dei privilegiati, qualunque possa essere il partito o la fazione di appartenenza.

L’amico Enrico Fucini di Marta (Viterbo) si rivolge ai governanti con poche fulminanti parole (“Il libero arbitrio in comodato d’uso lo avete trasformato in libero abuso”) nella scia di ciò che Vittorio Alfieri scriveva nel suo imperituro lavoro “Della tirannide”:

Tirannide indistintamente appellare si deve ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzione delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto eluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono o tristo, uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammetta, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Gianni Fodella

CONTRO OGNI PREVISIONE

L’illusione di poter prevedere ciò che più ci interessa permea da sempre la psiche umana e ha dato vita a credenze di ogni tipo e livello: dagli oracoli agli indovini, dagli stregoni agli astrologi, dai sommi sacerdoti e profeti agli esponenti di spicco di ogni religione. A questi sono succeduti gli “scienziati sociali” come i sociologi e soprattutto gli economisti che – tra l’incredulità generale e la ferma convinzione degli addetti ai lavori – si sono cimentati in quest’arte senza speranza. Gli economisti in particolare sono stati spesso (e giustamente) dileggiati dai demografi che ritengono di avere basi fattuali più solide per formulare previsioni o avanzare ipotesi su struttura e dinamiche di una popolazione.

Dobbiamo tuttavia constatare che anche gli studi demografici non sfuggono al destino degli studi fatti in qualsiasi altra disciplina concernente l’uomo e i suoi comportamenti: non portano a risultati esatti, né le deduzioni che in materia possono essere fatte si rivelano a posteriori fondate. Per amore di verità può essere utile mostrare l’imperfezione delle deduzioni e l’erroneità delle estrapolazioni delle tendenze demografiche in atto, che finiscono per essere interpretate come tentativi di previsione, che i fatti inevitabilmente smentiranno.

Consideriamo dunque i dati apparsi in due importanti documenti ufficiali che nessuno consulta più perché “datati”, quindi per definizione (errata!) obsoleti. Nella Table 17: Historical and Projected Population Growth, and Hypothetical Stationary Population (pp.158-159) del World Development Report 1979 della Banca Mondiale e nella Table 19. Population growth and projections (pp.254-255) del World Development Report 1984 sempre della Banca Mondiale (The World Bank, abbreviato WB, ufficialmente chiamata IBRD International Bank for Reconstruction and Development) vengono indicati l’ipotetica dimensione stabile della popolazione in milioni (Hypothetical Size of Stationary Population) e l’anno nel quale il tasso di riproduzione sarà eguale a 1 (Assumed year of reaching net reproduction rate of 1). Vediamo ora se le ipotesi avanzate in questi due autorevoli studi, pubblicati rispettivamente 37 e 32 anni or sono, reggono il confronto con la realtà per la quale disponiamo dei dati 2016.

Concentriamo la nostra attenzione su 35 Paesi – sul totale dei 233 Paesi del mondo – che al 1° luglio 2016 avevano una popolazione di almeno 40 milioni di abitanti (un aggregato fortemente rappresentativo della situazione demografica mondiale) e dividiamoli in 4 gruppi caratterizzati da una certa omogeneità derivante da ragioni culturali o del loro retaggio storico.

Consideriamo per ciascun Paese:

1) la popolazione N in milioni di abitanti nel 1960 e nel 2016;

2) di quante volte è aumentata la popolazione in questo arco temporale;

3) a quanti milioni dovrebbe stabilizzarsi l’ammontare della popolazione N (e in quale anno) secondo gli studi della World Bank (WB) del 1979 e del 1984.

In sintesi:

PAESI N 1960 N 2016 N stabile (anno) WB 1979  WB 1984
ESTASIA
CINA 658 1382 (2,10 volte) 1538 (2005) 1461 (2000)
COREA del Sud 25 51 (2,04 volte) 64 (2005) 70 (2000)
GIAPPONE 94 126 (1,34 volte) 133 (2005) 128 (2010)
INDONESIA 96 261 (2,72 volte) 370 (2010) 357 (2020)
THAILANDIA 26 68 (2,62 volte) 105 (2005) 111 (2010)
VIETNAM 35 94 (2,69 volte) 149 (2015) 171 (2015)
EUROPA
FRANCIA 46 65 (1,41 volte) 61 (2005) 62 (2010)
GERMANIA 73 81 (1,11 volte) 79 (2005) 72 (2010)
ITALIA 50 60 (1,20 volte) 63 (2005) 57 (2010)
REGNO UNITO 52 65 (1,25 volte) 60 (2005) 59 (2010)
RUSSIA 120 143 (1,19 volte) (dati per l’URSS non utilizzabili)
SPAGNA 31 46 (1,48 volte) 50 (2005) 51 (2000)
TURCHIA 28 80 (2,86 volte) 98 (2010) 111 (2010)
UCRAINA 43 45 (1,05 volte) (dati per l’URSS non utilizzabili)
EX-COLONIE EUROPEE DI POPOLAMENTO
ARGENTINA 21 44 (2,10 volte) 41 (2005) 54 (2010)
BRASILE 73 210 (2,88 volte) 341 (2015) 304 (2010)
COLOMBIA 16 49 (3,06 volte) 55 (2005) 62 (2010)
MESSICO 37 129 (3,49 volte) 204 (2015) 199 (2010)
SUDAFRICA 17 55 (3,24 volte) 107 (2030) 123 (2020)
USA 186 324 (1,74 volte) 271 (2005) 292 (2010)
EX-COLONIE EUROPEE DI SFRUTTAMENTO
ALGERIA 11 40 (3,64 volte) 94 (2040) 119 (2025)
BANGLADESH 51 163 (3,20 volte) 334 (2035) 454 (2035)
CONGO R. D. 15 80 (5,33 volte) 122 (2045) 172 (2030)
EGITTO 28 93 (3,32 volte) 90 (2010) 114 (2015)
ETIOPIA 23 102 (4,43 volte) 136 (2045) 231 (2045)
FILIPPINE 28 102 (3,64 volte) 128 (2015) 127 (2010)
INDIA 442 1327 (3 volte) 1643 (2020) 1707 (2010)
IRAN 22 80 (3,64 volte) 101 (2015) 159 (2020)
KENYA 8 47 (5,88 volte) 94 (2045) 153 (2030)
MYANMAR 22 54 (2,45 volte) 92 (2020) 115 (2025)
NIGERIA 42 187 (4,45 volte) 435 (2040) 618 (2035)
PAKISTAN 50 193 (3,86 volte) 335 (2035) 377 (2035)
SUDAN 11 41 (3,73 volte) 89 (2045) 112 (2035)
TANZANIA 10 55 (5,50 volte) 94 (2045) 117 (2030)
UGANDA 7 40 (5,71 volte) 58 (2035) 89 (2035)

Il divario tra la realtà del 2016 e l’immaginazione degli studiosi che allora hanno prodotto questi dati è stupefacente. Naturalmente nulla possiamo dire nel caso della decina di Paesi per i quali si indica l’ipotetica stabilizzazione della popolazione in anni compresi tra il 2025 e il 2045 (il 2020 è troppo vicino al 2016 perché non lo si consideri), sebbene si possano già intravedere gli immancabili errori.

Sorprende non poco che i dati esposti nel 1984 non siano più corretti di quelli del 1979; in molti casi è vero proprio il contrario. Soltanto in pochissimi casi le “previsioni” coincidono (quasi) con i fatti, ma spesso con i dati 1979, mentre le discrepanze tra realtà e fantasia sono quasi sempre abissali.

Probabilmente la ragione per la quale tendiamo a prendere per buoni questi (inutili?) esercizi è dovuta a due ragioni: 1) l’autorevolezza della fonte, 2) il fatto che gli studi pubblicati vengono presto dimenticati perché sostituiti da altri più aggiornati, ma che si rivelano poi quasi sempre errati purché ci si prenda la briga di fare il noioso lavoro appena esposto. Dobbiamo quindi concludere che fino a prova contraria i fatti indicano che la fonte, per quanto autorevole, non merita il credito di cui gode.

               Il sempre ignoto futuro riguarda un altro elemento di carattere demografico del quale è prudente dubitare: l’andamento della speranza di vita alla nascita. Si tratta di un dato ipotetico ricavato da un dato certo (la durata media della vita di coloro che sono morti in un certo anno). Precisiamo che questa media è semplicemente la somma della durata della vita di ciascuno divisa per il numero dei defunti in un certo anno. Così se il Paese considerato avesse in un certo anno sofferto la perdita di un milione di cittadini defunti all’età di 101 anni e un altro milione fossero morti prematuramente all’età di un anno, la vita media in quel Paese sarebbe di 51 anni (101 milioni di anni più 1 milione di anni uguale a 102 milioni di anni diviso 2 milioni di abitanti). Da ciò si deduce che una vita media di modesta entità può essere dovuta soprattutto ad una mortalità infantile molto elevata, fenomeno frequente nei Paesi dalla diffusa povertà come molti di quelli africani, dove si riscontra la presenza di persone anche molto longeve che tuttavia non contribuiscono in modo significativo ad elevare il dato numerico della vita media proprio perché la mortalità infantile è ancora molto diffusa.

Ovunque nel mondo (specie nei Paesi dove la maggioranza della popolazione non soffre di privazioni) la mortalità infantile si è enormemente ridotta e anche questo fenomeno ha contribuito ad innalzare la durata media della vita. Si afferma quindi che i nati in quello stesso anno potranno avere una vita media di analoga durata, sempre che le condizioni di vita prevalenti non mutino; ed è proprio questo il punto cruciale da esaminare.

Nel mezzo secolo compreso tra il 1960 e il 2009 la durata della vita media è risultata ovunque in crescita, con punte elevatissime rappresentate da Vietnam (da 43 a 75), Indonesia (da 41 a 71), Bangladesh (da 37 a 67), Corea del Sud (da 54 a 80), e con poche eccezioni negative come nel caso della Federazione Russa (da 68 a 67) e del Sudafrica (da 53 a 52). Apro una parentesi per osservare che questi sono due dei 5 Paesi etichettati come BRICS, e cioè dall’economia più promettente del mondo, secondo un personaggio degno della stampa anglo-americana che ha divulgato la buona novella, accolta subito ovunque come una rivelazione geniale lungamente attesa. Per noi è invece soltanto un’altra prova del valore e del livello dell’informazione economica.

Torniamo al tema demografico, a proposito del quale sono opportune alcune riflessioni: 1) le coorti composte dai nati nella prima metà del secolo XX i cui individui sono ancora in vita, sono frutto di una severa selezione naturale dovuta all’assenza di farmaci per la cura di malattie dall’esito infausto e alle condizioni igienico-sanitarie non ideali allora ovunque prevalenti; 2) il crescente uso di sostanze non biodegradabili prodotte dall’uomo si è notevolmente espanso nel corso degli ultimi decenni; 3) le specie vegetali e animali delle quali si nutre l’uomo sono state cresciute e allevate facendo un largo uso di sostanze chimiche (da Justus von Liebig 1803-1873 in poi) derivanti dalla petrolchimica e facendo quindi uso di sostanza organica fossile non assimilabile senza conseguenze dagli organismi viventi. L’intera catena alimentare risulta quindi alterata nei suoi aspetti essenziali, con ormai poche eccezioni. Persino i frutti della pesca in mare e in acque dolci ha queste caratteristiche dovute agli inquinanti versati nelle acque di ogni tipo, comprese quelle provenienti dalla falda acquifera e dalle risorgive, forse domani persino dalle sorgenti.

La crescente diffusione di tumori e leucemie (unite ad alcolismo e tabagismo che non accennano a diminuire) indicano che le cellule del corpo umano sono sempre più influenzate da stili di vita malsani, legati anche all’uso dell’automobile. Non soltanto si diffondono così le neoplasie ma il dilagante fenomeno delle allergie indica che le naturali barriere immunitarie di cui gode la specie umana rivelano una crescente fragilità che si manifesta in modo preoccupante con patologie prima inesistenti o soltanto latenti, come mostra il caso dell’AIDS Acquired Immune Deficiency Syndrome, malattia del sistema immunitario diffusasi a partire dal XX secolo, probabilmente causata dalla mutazione genetica di un virus legato ai primati (SIV) trasformatosi poi in un virus trasmissibile in ambito umano (HIV).

Tenendo conto di questi aspetti della realtà nulla si può affermare circa le prossime tendenze della durata media della vita, e sarebbe imprudente pensare che una tendenza alla crescente longevità sia destinata a durare nel tempo. L’ottimismo in materia sarebbe comunque fuori luogo. Ciò che serve davvero sarebbe una presa di coscienza della necessità di adoperarsi in ogni modo mettendo in atto una serie di azioni concrete dirette a migliorare le condizioni di vita contrastando i fenomeni illustrati dei quali siamo vittime. Le conseguenze sulla durata e la qualità della vita potrebbero essere positive.

Tuttavia è sempre bene non dimenticare che yesterday is history, tomorrow is mystery …

Gianni Fodella

 

A CHE SERVE LA POLITICA ECONOMICA INTERNAZIONALE?

Dopo i ripetuti tentativi di dirlo nelle pagine precedenti, si potrebbe concludere almeno provvisoriamente (tenendo conto che nulla dura di più del provvisorio) che la politica economica internazionale riguarda gli Stati, e anche se di questa impostazione non si può fare a meno, il vero e sostanziale risultato al quale deve tendere ogni azione di politica economica non può che essere il bene degli individui, delle famiglie e delle imprese.
Le collettività umane si sono raggruppate nel passato in vari modi: intorno a un capo il cui potere era conferito direttamente dalla comunità, oppure era ereditario, oppure era esercitato da una autorità religiosa che assommava in sé le credenze ed esprimeva l’autorità nel nome della divinità, e che in qualche modo governava i cuori e le menti degli uomini. Questi capi non sono sempre stati degni della carica ricoperta e spesso hanno agito per favorire sé stessi e i loro accoliti e sodali, parenti e amici della loro ristretta cerchia. Ma tanto più piccola era la dimensione della popolazione del loro dominio, tanto maggiore era in qualche modo possibile la conoscenza di ciò che davvero accadeva entro i suoi confini; quindi la comunità poteva esercitare un certo controllo su chi era deputato a governarla e trarne le debite conseguenze per agire, cercando di cambiare le cose se necessario.
Anche i governi di questi piccoli Stati hanno talvolta arrecato danni al loro popolo e spesso anche ad altri popoli, essendo gli umani caratterizzati dall’essere una specie zoologica predatrice gregaria, come lupi e iene. Abbiamo in più abitudini alimentari onnivore e la capacità (in ciò siamo unici tra le specie viventi) di commettere crimini efferati. Tuttavia la dimensione di questi danni era proporzionata alla scala del luogo degli accadimenti, al numero degli individui coinvolti e alla tecnologia in uso. Grazie al progresso tecnologico, il passaggio dalle armi bianche a quelle da fuoco sempre più micidiali, contribuiva poi a ingigantire le conseguenze negative dei conflitti.
Col trascorrere degli anni le comunità soggette a un capo si sono estese per territorio e popolazione con conseguenze sempre più gravi per il genere umano e sempre più a beneficio dei capi cui erano soggette, qualunque fosse la forma di governo assunta. Si veda in proposito il brano seguente tratto dall’opera Della tirannide di Vittorio Alfieri 1749-1803:
Tirannide indistintamente appellare si deve ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzione delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto eluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono o tristo, uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammetta, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.
Oggi sappiamo che esistono forme di tirannide – come quella esercitata dal potere economico e finanziario incontrollato di cui siamo divenuti vittime e dalle burocrazie sovranazionali che tutto decidono per noi come quelle del Fondo Monetario Internazionale o della Commissione Europea dell’UE o della BCE Banca Centrale Europea – che non esistevano ai tempi dell’Alfieri, ma che sono comunque riconducibili alla sua classificazione in categorie. Possono cambiare i mezzi attraverso i quali esercitare il potere a proprio beneficio, ma ciò che anima questa volontà è insito nella natura umana nella sua accezione peggiore.
Contrariamente a quanto normalmente si pensi e si dica, la natura umana è soggetta agli istinti più che alla ragione, e soltanto in parte modestissima questi sono controllati negli effetti più distruttivi per la comunità da norme e regole sociali che, quando pienamente condivise e osservate, paiono aver mutato in senso positivo ciò che sembrava immutabile. Ma anche piccoli sconvolgimenti dell’ordine sociale possono far dimenticare all’umanità quanto di buono era stato conquistato con le istituzioni più appropriate.
I conflitti tra piccole comunità arrecavano lutti e rovine ai popoli coinvolti, i danni erano tuttavia limitati dal numero degli individui e dalle condizioni delle tecnologie belliche portatrici di morte e distruzione allora disponibili. Questa situazione è andata costantemente peggiorando con il progredire delle tecnologie civili (navi a vapore e ferrovie, veicoli a motore e strade, progressi nella chimica, nella fisica, nella metallurgia) e soprattutto militari (armi da fuoco ed esplosivi fino alle armi chimiche e batteriologiche, alla bomba atomica e all’idrogeno) e ha raggiunto il suo acme con le cosiddette guerre mondiali, scatenate per volontà di dominio, cupidigia e dissidi tra i despoti e le famiglie che comandavano gli imperi e le repubbliche. Questi dissidi potevano sembrare di natura religiosa o ideologica e, nel nome di queste, i popoli impotenti e indifesi venivano condotti al macello da chi, al sicuro, li comandava e ne indirizzava per ambizione personale la forza bruta e la violenza suscitata dai germi di nazionalismo, razzismo e fondamentalismo inoculati nei più per la sete di dominio dei pochi.
La scienza e la tecnica – universalmente considerate doni scaturenti dall’intelligenza umana, venerate come di origine divina – facevano ampliare le conoscenze e davano origine a tecnologie prima inesistenti, ma quasi sempre a discapito dei veri interessi e della serenità del genere umano, dato che sfortunatamente poche di queste tecnologie rendevano gli uomini meno privi di ciò che serve davvero a condurre una vita per quanto possibile confortevole e sana. Così, grazie a scoperte e invenzioni, la capacità distruttiva dell’uomo si è ampliata a dismisura arrecando ferite sempre più irreparabili alla Natura dalla quale soltanto nasce la vita in tutte le sue forme e i beni di cui si serve l’uomo per vivere.
Dobbiamo riconoscere che la comunità degli scienziati, e soprattutto quella dei governanti, sembra aver dedicato ben poche attenzioni alla vita dei più se acqua potabile e cibo adeguato non sono disponibili oggi in misura sufficiente per centinaia di milioni di persone. Non dovrebbero essere queste le priorità alle quali indirizzare pensieri e sforzi da parte di chi ha una più alta responsabilità sociale?
Per contro una piccola parte di governanti – coadiuvati per gli aspetti tecnici da sapienti privi di saggezza e moralità (troppi sono gli esempi ai quali attingere: da chi ha studiato come costruire le camere a gas a chi ha progettato la bomba atomica o si è arricchito con la dinamite) – è ora più che mai in grado di arrecare offesa e morte agli umani appartenenti a culture diverse e perciò caratterizzati da lingue, abitudini e stili di vita differenti, e talvolta reciprocamente inintelligibili, decretandone nei fatti l’inferiorità e la scomparsa.
Anziché generare interesse come sarebbe in linea con la naturale curiosità dell’uomo, queste differenze – in chi è preda di nazionalismo, razzismo e fondamentalismo – suscitano sentimenti di repulsione, sono sfruttati per dividere e suscitare ostilità, causare conflitti funzionali agli interessi di pochi. La guerra – ma anche soltanto il timore della guerra – porta l’economia di un Paese a crescere, ma a favore di chi fabbrica le armi o ricostruisce ciò che è andato distrutto, usando come carburante esseri umani immolati, sacrificati nel nome della patria e dell’ideologia totalizzante che li ha travolti per interessi a loro estranei e contrari a una vita pacifica alla quale tutti aspirano.
Che fare per migliorare la situazione e lenire i guasti dell’agire umano perverso (quello di pochi potenti) in modo da rendere le condizioni di vita più tollerabili per tutti? Per rispondere abbiamo bisogno di pensare di più, di informarci di meno, di riflettere per davvero sui problemi che ci assillano come membri della società umana.

Tratto dal libro pubblicato il 16 dicembre 2016: Gianni Fodella, MATERIALI per una introduzione allo studio della Politica economica internazionale, LUMI Edizioni Universitarie, seconda edizione riveduta e corretta 2016

PER CHI LAVORA IL TESORO DEL NOSTRO PAESE

PER CHI LAVORA IL TESORO DEL NOSTRO PAESE?
di Gianni Fodella

A giudicare da quanto è accaduto nella composizione del debito pubblico italiano nella prima metà dell’ottobre 2016, sarebbe lecito chiedersi ancora una volta nell’interesse di chi operi il Tesoro del Paese chiamato Italia.
Nel mercato secondario dei 72 Buoni del Tesoro Poliennali (BTP) oggi in essere se ne trova uno di durata cinquantennale, il BTP 1 marzo 2067 al 2,80% emesso a 99,194 all’inizio di ottobre e che nel mercato secondario era quotato 96,9 il 14 ottobre, 95 tondo il 17 ottobre e 90,9 il 28 ottobre 2016.
L’importo dell’emissione annunciata in settembre è stato di 5 miliardi di euro, e non è bastato a soddisfare le prenotazioni che ammontavano a ben 18,5 miliardi. Per collocare questo BTP il Tesoro ha affidato l’operazione a un gruppo di istituzioni finanziarie soprattutto internazionali tra le quali figurano in posizione preminente Goldman Sachs e JpMorgan.
Il primo quesito che dobbiamo porci riguarda quindi la ratio, la ragionevolezza, l’opportunità di questo modo di agire, che può indicare come il Tesoro non sia in grado di collocare questo BTP tramite le istituzioni italiane, e come non pensi ai cittadini italiani quali naturali sottoscrittori del debito pubblico del proprio Paese. Invece dovrebbe, se non altro per risparmiare sul servizio del debito, dato che incamerando l’erario il 12,50% di imposta cedolare secca, l’esborso per interessi diventa del 2,45% e non del 2,80%, come accadrebbe nel caso l’acquirente cadesse sotto una differente giurisdizione tributaria. A questo notevole beneficio per il Paese se ne aggiungerebbe un altro non trascurabile: gli interessi pagati agli italiani si tradurrebbero in una accresciuta domanda aggregata per beni e servizi e in risparmio che potrebbe essere destinato all’acquisto di nuovi BTP.
Tenendo conto dei fatti si può poi osservare che in generale le istituzioni straniere comprano questi titoli per usarli in modo speculativo (anche se non sono le sole), provocando una alta “volatilità” di questi titoli che a sua volta genera – circa il sistema economico italiano e la gestione del suo debito pubblico – un’impressione di intrinseca instabilità in realtà provocata dall’esterno, alla quale contribuiscono pesantemente i giudizi delle Rating Agencies. Queste agenzie di valutazione emettono quasi sempre dei verdetti superficiali, spesso infondati e talvolta espressi per motivi dettati dagli interessi delle grandi società finanziarie loro azioniste. A ciò si aggiunga l’atteggiamento poco benevolo nei confronti degli italiani da parte della stampa internazionale, soprattutto anglosassone, generalmente considerata “autorevole e neutrale” ma che in realtà si adegua alle direttive della proprietà o dei loro fiancheggiatori per ragioni di puro interesse di parte.
Alla diffusa opinione negativa sull’Italia (infondata quando si consideri l’insieme della sua popolazione, distinta quindi dai Governi che solitamente la meritano), fa da contraltare l’aura luminosa che circonda la Germania, un Paese che gode di una grande reputazione di serietà e determinazione nel rispettare le regole, nel tener fede alla parola data e agli obblighi sottoscritti. Questa benevola e positiva opinione sulla Germania non tiene tuttavia minimamente conto della realtà e di alcuni accadimenti concreti del passato e del presente che stanno sotto gli occhi di tutti coloro che volessero aprirli, anche per ricordare ciò che non si può dimenticare.
Ora che è la prima potenza economica d’Europa, la Germania ci sta nuovamente trascinando nel baratro, anche grazie all’operato della Commissione Europea sempre più incline a proporre ai governi dei Paesi membri dell’UE linee di condotta assurdamente rigide ma tese a realizzare le politiche economiche e sociali volute dai potentati economici e accettate da governi disattenti o complici.
Tradotte in “riforme” queste linee di condotta hanno finito per impoverirci. Inaridendo la nostra enorme capacità di risparmio (tradizionalmente seconda soltanto al Giappone), causando con le politiche dettate dalla Germania la disoccupazione della nostra forza lavoro e facendo così diminuire la domanda aggregata che danneggia anche sé stessa, dato che finirà per avere un effetto negativo sulla nostra domanda di prodotti tedeschi. I titoli del debito pubblico tedesco (Bund) comprati in abbondanza dagli italiani ignari e creduloni permettono alla Germania di finanziare la mano pubblica a costo zero e di pavoneggiarsi per l’aiuto dato alla Grecia in verità con i frutti del nostro risparmio.
Ma entriamo ora nei dettagli. Se passiamo in rassegna i titoli emessi dal Tesoro di vari Paesi che ci sono vicini per condizioni economiche, non possiamo fare a meno di notare delle discrepanze che si risolvono sempre in un vero e proprio danno per i nostri concittadini e per il Tesoro italiano.
Esaminiamo alcuni buoni del Tesoro trentennali a tasso fisso dai rendimenti compresi tra il 2% e il 3,75% e che verranno rimborsati tra il 2042 e il 2047 (in parentesi indichiamo la quotazione di borsa al 21 ottobre 2016 e la valutazione della rating agency Standard & Poor’s sull’affidabilità del Paese debitore) emessi in questi ultimi anni dai governi di:
Irlanda 2045 al 2% (115 A+)
Germania 2044 al 2,50% (150 AAA)
Germania 2046 al 2,50% (152 AAA)
Italia 2047 al 2,70% (105 BBB-)
Paesi Bassi 2047 al 2,75% (157 AAA)
Austria 2012-2044 al 3,15% (156 AA+)
Germania 2012-2042 al 3,25% (165 AAA)
Francia 2045 al 3,25% (151 AA)
Italia 2046 al 3,25% (117 BBB-)
Regno Unito 2044 al 3,25% (132 AA)
Belgio 2013-2045 al 3,75% (165 AA).
Salta subito all’occhio che, pur essendo durata e tassi analoghi, i valori più bassi per quelli che rendono tra il 2 e il 3% sono quelli italiani: il BTP 2047 al 2,70% costa 105; quelli della Germania 2044 e 2046 entrambi al 2,50% sono quotati rispettivamente 150 e 152; quello dei Paesi Bassi al 2,75% costa 157 e persino quello al 2% dell’Irlanda 2045 quota 115. Analogamente per i titoli che rendono il 3,25%: il corso più basso è quello del BTP italiano (117) seguito da Regno Unito (132), Francia (151) e Germania (165). Davvero sorprendente è il fatto che a parità di rendimento vi sia una differenza di prezzo così enorme. Evidentemente conta molto – o forse soltanto – il giudizio di una società privata (S&P) della quale sono azionisti le maggiori società finanziarie americane e che guida il mercato secondo i desideri di chi detta i comportamenti e ha un considerevole potere che può esercitare senza esporsi a sgradevoli sorprese.
Negli ambienti finanziari si afferma che la durata, essendo direttamente correlata al rischio, abbia una forte influenza sulle quotazioni nel mercato secondario dei titoli del debito pubblico. Sarà vero? A giudicare dal caso tedesco indicato sopra accade il contrario: il titolo tedesco al 2044 costa 150 e quello al 2046 costa 152. Se poi consideriamo il caso di quei titoli del debito pubblico con scadenza a cinquanta e più anni vediamo che vi sono in circolazione da qualche tempo (nell’area euro e non), titoli della durata di mezzo secolo (e anche di più) che hanno avuto un’ottima accoglienza e che godono di quotazioni estremamente interessanti. Ecco alcuni esempi di titoli pubblici con scadenze comprese tra il 2055 e il 2068, indicando in ordine alfabetico i sei Paesi emittenti considerati:
AUSTRIA emesso nel 2012 al 3,80% scadenza 2062, venduto all’asta a 204, 09 e quotato 190,1 l’11 ottobre 2016;
BELGIO 2016-2066 al 2,15% venduto all’asta a 130,90 l’1 agosto 2016 e quotato 120,65 l’11 ottobre 2016;
FRANCIA 2055 al 4% emesso a 95,632 e quotato 192;
FRANCIA 2060 al 4% emesso a 96,34 e quotato 187,86 il 6-X-2016;
ITALIA 2067 al 2,80% emesso a 99,194 e quotato 90,90 il 28-X-2016;
REGNO UNITO (UK TREASURY) denominati in sterline
2013-2068 al 3,50% emesso a 96,426 quotato 164,78;
al 4% scadenza 22-1-2060 emesso a 96,258 quotato 174,36;
2005-2055 al 4,25% quotato 175,23;
SPAGNA al 4% scadenza 31-X-2064 emesso a 99,602 quotato 133,38.
Anche per questi titoli, che vanno oltre la speranza di vita della maggioranza di coloro che sono ora adulti, il Buono del Tesoro Poliennale 2067 al 2,80% ha la quotazione di quasi 9 punti sotto la pari, ma è uno dei più interessanti sotto il profilo dell’investimento, come si vede nell’elenco e nei rendimenti dei 72 BTP in essere che si trova in http://www.rendimentibtp.it/quotazione-btp. Eppure questo BTP è preceduto nella quotazione dal Belgio il cui titolo al 2066 – sebbene renda soltanto il 2,15% – era quotato 14 punti sopra la pari il 28 ottobre. Si può infine osservare che tra i titoli cinquantennali al 4% la quotazione più bassa è quella della Spagna, penalizzata dal giudizio di S&P con BBB+, comunque più benevolo di quello riservato all’Italia: BBB-.
Per chi governa la finanza mondiale a proprio beneficio col manipolare i giudizi per poi agire di conseguenza e facendo credere ciò che più conviene, è evidente che i tanto decantati “fondamentali” (fundamentals) che dovrebbero essere alla base dei giudizi sul sistema macro economico di un Paese, sono irrilevanti frottole ad uso degli incompetenti (che siamo noi cittadini it’s the economy, stupid) e dei collusi con il vero potere finanziario, quello in grado di mettere i suoi uomini chiave nelle maggiori istituzioni politiche ed economiche internazionali, e in quelle di qualsiasi Paese.
V’è dunque da chiedersi in nome di cosa il Tesoro italiano compri a caro prezzo da Standard & Poor’s giudizi di affidabilità sul nostro Paese che si rivelano sempre ingiustamente lesivi. Conferendo questo incarico il governo italiano appoggia di fatto chi contribuisce indirettamente alla speculazione finanziaria su scala mondiale che ha sovente per oggetto i nostri BTP. A ciò si aggiunga, per le imprese finanziarie coinvolte, il beneficio di godere di una buona remunerazione per l’onere di “piazzare” i nostri titoli pubblici. Emblematico è il caso già citato concernente il BTP 2067 al 2,80% che non è stato venduto all’asta, ma gestito su mandato del Tesoro italiano da una cordata di istituzioni capeggiata da Goldman Sachs e JpMorgan.
Standard & Poor’s è nata nel 1941 e quasi nessuno al di fuori degli Stati Uniti si era mai accorto della sua esistenza prima che la finanza mondiale cominciasse ad avvantaggiarsi della libera circolazione dei capitali, e che gli istituti di credito cessassero di dividersi in banche di credito ordinario (commercial banks) e banche d’affari (investment banks) come era accaduto in seguito agli eventi finanziari sfociati nella Grande crisi (Great Crash) del 1929 e che negli Stati Uniti diedero origine al Glass-Steagall Act (1933) e in Italia alla Legge bancaria (1936). Grazie alle modifiche apportate alla normativa durante la presidenza Clinton (1993-2001) – su pressione delle lobby finanziarie – le istituzioni creditizie tornarono ad essere banche miste, quindi con le stesse caratteristiche che avevano portato alle sofferenze e privazioni di milioni di individui rimasti senza lavoro a causa del disastro generato da Wall Street e tradottosi poi nella Grande depressione. Sui costi umani di questo immane disastro varrebbe la pena rileggere The Grapes of Wreath (in italiano Furore) del 1939, scritto da John Steinbeck. Dalla Great Depression gli Stati Uniti uscirono soltanto grazie ai “benefici effetti” della seconda guerra mondiale.
Così, invece di dedicarsi come prima della guerra alla loro funzione tradizionale di raccolta del risparmio e della sua erogazione mediante il credito a famiglie e imprese per le loro esigenze, le banche ricominciarono a spingere i depositanti loro clienti verso il mercato finanziario convincendoli a comprare azioni e obbligazioni di ogni tipo, incluse le proprie.
Questa situazione “nuova” dal sapore antico, poteva apparire più conveniente in termini di profitti aziendali ma le banche, trasformate in rivendite al dettaglio di carta finanziaria e inaridito in buona parte il flusso dei depositi, non furono più in grado di svolgere bene le funzioni per le quali erano nate. Così il danno per l’economia reale divenne sempre più grande. Si veda in proposito il magistrale saggio Il colpo di Stato di banchieri e governi (Einaudi, Torino 2013) di Luciano Gallino.
Esaminiamo ora alcuni fatti concreti relativi alla solidità economica del sistema che poggia sulle imprese italiane e sulla loro competitività. Circa la fragilità del sistema economico italiano si può osservare che l’Italia come Paese industriale manifatturiero si colloca in Europa, in base ai dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale (FMI o IMF), subito dopo il sistema economico tedesco e ben prima di quelli di Francia, Regno Unito e Russia.
Negli anni tra il 2012 e il 2015 la bilancia commerciale dell’Italia è sempre stata attiva, così come quelle di Cina, Corea, Germania, Paesi Bassi, Russia, Svizzera, Taiwan; a differenza di quanto è accaduto per Canada, Giappone, India, Messico, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti, Turchia le bilance commerciali dei quali hanno sempre segnato un disavanzo.
I primi dieci Paesi esportatori del mondo sono stati nel 2015 (qui ordinati secondo l’ammontare delle esportazioni): Cina, Stati Uniti, Germania, Giappone, Corea, Francia, Paesi Bassi, Hong Kong, Italia, Regno Unito; insieme essi hanno rappresentato il 52,43% delle esportazioni mondiali.
Circa la competitività a livello mondiale delle imprese manifatturiere italiane potrebbero bastare alcuni dati che i governi italiani succedutisi nel tempo non sembrano avere pienamente compreso, e che non sono comunque mai stati in grado di far conoscere. Forse perché i politici leggono soltanto i giornali (scritti dalle agenzie di stampa e da giornalisti quasi mai competenti in materia, oppure collusi con chi intende denigrare il sistema produttivo italiano) che consapevolmente o meno fanno il gioco della stampa anglosassone, ritenuta “seria” ma a sua volta guidata dalle imprese multinazionali e dalla finanza internazionale che hanno in mano i governi di Stati Uniti e Inghilterra (che sono sempre stati soltanto dei comitati d’affari), nonché dei loro satelliti, e tra questi – forse il più obbediente e soggetto – il governo italiano.
Come ci ricorda Marco Fortis (Marco Fortis e Alberto Quadrio Curzio L’Europa tra ripresa e squilibri il Mulino, Bologna 2014) la manifattura italiana è la seconda d’Europa e la quinta del mondo per valore aggiunto, preceduta soltanto da Cina, Germania, Giappone e Stati Uniti, anche se, con l’impetuosa ascesa della Corea, siamo di recente retrocessi al sesto posto come Paese manifatturiero. Quello che più ha sofferto – a causa della crisi innescata nell’autunno 2006 dai mutui subprime negli Stati Uniti e proseguita con effetti devastanti sull’economia reale a partire dall’autunno del 2008 (si veda in proposito I padroni del mondo. Come la cupola della finanza mondiale decide il destino dei governi e delle popolazioni di Luca Ciarrocca, Chiarelettere, Milano 2013) – è il mercato interno italiano dove la domanda di manufatti è precipitata a causa delle prospettive sempre più incerte per le imprese italiane costrette a licenziare. La crescente disoccupazione ha fatto ristagnare e poi diminuire la domanda aggregata all’interno del Paese con gravi conseguenze per le imprese di ogni tipo e, riflettendosi anche sul gettito fiscale che è andato diminuendo, ha impedito di ridurre il debito pubblico come sarebbe stato possibile fare senza incidere sulla spesa sociale.
Anche se al debito pubblico italiano contribuiscono pesantemente gli errori di politica economica dei governi nazionali e locali che lo sprecano in vari modi per incompetenza o lo sperperano per ragioni clientelari – oltre che a causa della corruzione/concussione dei funzionari preposti alla spesa e ai loro interlocutori che ne beneficiano – non vi è dubbio che al concetto di debito pubblico dovrebbe accompagnarsi un atteggiamento fortemente positivo, e ciò per ragioni di grande importanza non soltanto economica.
Infatti, le esigenze di spesa della mano pubblica per migliorare le condizioni economico-sociali dei cittadini, possono essere coperte soltanto in due modi: aumentando la pressione fiscale oppure ricorrendo all’indebitamento. Contribuendo volontariamente alle esigenze di spesa, l’acquirente dei titoli pubblici contribuisce ad evitare che la pressione fiscale per famiglie ed imprese aumenti, arrecando così un beneficio diretto alla collettività. Inoltre, i titoli acquistati divengono parte del patrimonio di individui e istituzioni. Se i titoli sono tutti sottoscritti dai soggetti residenti nel Paese vi è una perfetta identità quantitativa tra il debito pubblico nazionale e la ricchezza privata dei cittadini. Tenendo presente questi fatti concreti diviene insensato e privo di ogni significato logico il lamento che secondo molti (per ignoranza o dolo) dovrebbe levarsi dai “giovani” che saranno costretti a ripagare il debito pubblico che non hanno contribuito a creare.
Perché allora un sistema economico come quello italiano che ha dei solidissimi fondamenti non riscuote la fiducia che meriterebbe? Non siamo veramente in grado di dirlo, ma nelle poche righe che precedono ci abbiamo provato.

Gianni Fodella

CIBO PER TUTTI? Un obiettivo lontano. Per ora soltanto food for thought …

L’antropologo americano Marvin Harris afferma, nel suo affascinante, profondo e divertente libro (1), che noi appartenenti al genere umano condividiamo le nostre abitudini alimentari con maiali, scarafaggi e ratti: infatti siamo tutti onnivori. Potremmo aggiungere che con iene e lupi condividiamo invece la caratteristica di essere mammiferi e predatori gregari.

Questa seconda caratteristica è assai più importante della prima, al fine di capire perché alcuni di noi posseggono più cibo di quanto ne potranno mai consumare, mentre altri più sfortunati o meno rapaci (anche se non meno capaci) vedranno i loro figli crescere deboli, menomati nel fisico e nelle facoltà mentali, e in alcuni casi morire di fame e di stenti. Tutti i popoli rischiano grosso – ci ricordano con i loro scritti Schumacher (2), Steinbeck (3) e d’Eramo (4) – quando i governi sono chiamati a fronteggiare eventi che richiedono di operare scelte che peseranno come macigni sulla vita di ciascuno.

In un’opera autobiografica (5), l’autore de La fattoria degli animali (Animal Farm, 1947) ci racconta che cosa accadeva tra i poveri che vagabondavano negli anni Trenta per le strade di Londra, la capitale dell’impero più vasto e potente del mondo, quando egli ne condivideva la vita.

Ecco il ritratto di Paddy: Da due anni aveva perso il posto. Si vergognava moltissimo di essere un vagabondo, ma del vagabondo aveva assunto tutte le caratteristiche. … Probabilmente sarebbe stato in grado di lavorare, se per qualche mese si fosse nutrito a dovere. Ma due anni di pane e margarina avevano infirmato senza rimedio le sue possibilità. Era vissuto di quella sozza imitazione di cibo finché anche la qualità del suo spirito e del suo corpo non si era deteriorata. Era la denutrizione e non qualche deficienza congenita ad aver distrutto il suo vigore. Un’altra sua testimonianza: Qua e là c’erano impiegati disoccupati, smunti e malinconici. In mezzo a un gruppo di loro un giovanotto alto, magro e mortalmente pallido parlava con eccitazione. Batteva il pugno sul tavolo e faceva lo spaccone con strano nervosismo. … Lo osservai, colpito dal suo modo impulsivo e agitato di parlare; sembrava isterico, o forse un po’ ubriaco. Un’ora dopo entrai in una saletta che avrebbe dovuto essere adibita alla lettura. Non c’erano libri né giornali, perciò ci andavano in pochi. Quando aprii la porta vidi che c’era il giovane impiegato, solo; era in ginocchio e pregava. Prima di richiudere la porta feci in tempo a vedergli la faccia: sembrava in preda agli spasimi della agonia. Capii a un tratto, da quell’espressione, che stava morendo di fame.

George Orwell era nato a Motihari, una cittadina dello stato indiano del Bihar a 55 km da Birgunj, la seconda città più popolosa del Nepal, dove sono stato nel 1971 quando lavoravo per l’UNDP. In questo distretto, a Champaran, era andato il Mahatma Gandhi (1869-1948) per protestare contro gli inglesi per le miserevoli condizioni dei contadini che erano stati costretti a coltivare l’indaco (pianta dalla quale si estrae l’omonima tintura per i tessuti) invece dei cereali che servivano per la loro sussistenza. Un fenomeno questo che si ripeteva in tutte le colonie di sfruttamento, ma che in quelle più densamente popolate aveva effetti disastrosi per l’alimentazione soprattutto dei poveri. Ne sono testimonianza le devastanti carestie che hanno colpito varie zone dell’India nel corso del dominio britannico.

Il ricco e popoloso Bengala è stato colpito da varie carestie. Prima di farne cenno occorre ricordare che il 31 dicembre 1600 veniva fondata con Royal Charter (patente o decreto reale) della regina Elisabetta (la prima monarca inglese ad appoggiare incondizionatamente i mercanti e i corsari, che erano di fatto pirati, predoni e avanguardie della colonizzazione) una società per azioni, la East India Company, alla quale veniva conferito per 21 anni il monopolio del commercio nell’Oceano Indiano, come se quei territori fossero stati soggetti all’Inghilterra. Ne erano azionisti mercanti e aristocratici inglesi.

Con l’inganno, la corruzione e l’azione militare gli inglesi avevano finito per ottenere il monopolio sul commercio e nel 1757 erano divenuti i padroni del Bengala fino al punto di razziarne il tesoro. Nel 1764 ottennero i diritti di tassazione ed esazione fiscale e la East India Company divenne così il potere dominante del Bengala. Nel 1768 i raccolti furono scarsi e nel 1769 ancora più scarsi, anche a causa della siccità del settembre 1769. Le autorità britanniche, al corrente della situazione, non presero alcuna misura per sostenere la popolazione colpita dalla carestia nei primi mesi del 1770. A metà dell’anno i morti per carestia aumentarono a due milioni, e non c’erano le risorse per seppellirli. Le piogge nella seconda parte dell’anno permisero un buon raccolto e la carestia diminuì, ma per riprendere negli anni successivi. Vaste aree coltivate tornarono giungla per decenni, poiché i sopravvissuti avevano abbandonato i territori più colpiti.

La East India Company aumentò il peso della tassazione sulla terra e sui commerci portandola dal 10% al 50% sul valore dei prodotti agricoli; l’imposta fondiaria raddoppiò e anche questo gettito andò alla madrepatria inglese. Nell’aprile 1770, quando la carestia stava raggiungendo il suo apice, la East India Company decise che l’imposta fondiaria sarebbe aumentata del 10% nel 1771. La crescente diffusione della coltivazione del papavero da oppio ridusse le aree coltivate per produrre alimenti e aggravò la già cattiva situazione. Occorre osservare in proposito che l’oppio serviva agli inglesi per pagare le loro importazioni dalla Cina, dato che i cinesi non avevano alcun interesse per i prodotti inglesi. La carestia del periodo 1769-1773 causò dieci milioni di vittime e la popolazione del Bengala passò da 40 a 30 milioni.

Grazie al nazionalismo (appreso dagli inglesi e poi usato contro di loro) e al fondamentalismo religioso (incoraggiato dagli inglesi secondo il principio del divide et impera) il Bengala è oggi diviso in due entità politiche distinte: il Bangladesh (già East Pakistan tra il 1947 e il 1971) con circa 155 milioni di abitanti per il 90% musulmani e per il 9,5% induisti; e lo stato indiano del West Bengal con circa 95 milioni di abitanti e la capitale del Bengala, Kolkata o Calcutta, la città più intellettuale del sub-continente indiano. Questi 250 milioni di persone condividono la lingua e le tradizioni, mentre la religione è diventata un elemento di insanabile divisione soltanto con la dominazione britannica (British Raj). Il bengalese (bengali) è una lingua di altissimo valore letterario, usata da 300 milioni di persone, la settima lingua parlata nel mondo.

Altre carestie hanno colpito varie zone dell’India tra il Settecento e la metà del Novecento. A spiegarle non bastano le cause naturali, è l’intervento (o il non intervento) dei dominatori a peggiorare e a rendere catastrofica la situazione. Gli inglesi disprezzavano i sudditi delle loro colonie di sfruttamento perché li consideravano esseri inferiori e idolatri. Alla base di questo atteggiamento vi erano (e vi sono) il razzismo, il nazionalismo e il fondamentalismo religioso, come prova anche il caso dell’Irlanda, dove la forzata sostituzione dei cereali (alimento base) con la patata, creò una situazione che si tradusse in carestie ricorrenti. La più grave, dovuta alla peronospora (blight) della patata, nell’autunno del 1845 distrusse circa un terzo del raccolto della stagione e l’intero raccolto del 1846. Una recrudescenza dell’infezione distrusse gran parte del raccolto del 1848.

Incuranti della sicurezza alimentare degli irlandesi, i proprietari terrieri inglesi avevano destinato alla vendita tutti i cereali prodotti, dando in cambio ai loro contadini la possibilità di coltivare la patata, tubero di una pianta americana molto produttiva ma di cui si sapeva poco o niente. Gli irlandesi poterono così contare soltanto sulla patata per sfamarsi, ma non ne conoscevano i sistemi di conservazione nella forma disidratata o liofilizzata (chuño), come accadeva invece nelle zone di origine situate nelle Ande centrali.

La trasformazione in farina di pochi quantitativi non bastò ad evitare la grande carestia (Great Famine), che avrebbe potuto essere meno disastrosa se la cupidigia e le motivazioni degli inglesi – desiderosi non soltanto di impadronirsi degli averi degli irlandesi, ma di sterminarli una volta per tutte – fossero state meno radicate e ingigantite dai pregiudizi nei loro confronti dato che erano papisti, pigri e ubriaconi, e perciò soggetti alla punizione divina della carestia (6).

Concludiamo queste brevi note con una parola di speranza. Nel giuramento di Mandé rivolto alle orecchie del mondo intero proclamato nel 1222 dinanzi al re del Mali – al tempo di Francesco d’Assisi (1182-1226) e della sua Regola non bollata composta nel 1221 dopo l’incontro con il sultano d’Egitto al-Malik al-Kaamil (1219) – e tramandato oralmente di generazione in generazione dai cantori africani, si dice: L’uomo in quanto individuo (…), la sua anima, il suo spirito vive di tre cose: vedere ciò che ha voglia di vedere, dire ciò che ha voglia di dire e fare ciò che ha voglia di fare. Ciascuno risponde della sua persona, ciascuno è libero nei suoi atti, nel rispetto delle leggi della sua Patria. (7) Non si parla qui di diritto al cibo ma di ciò che rende la vita degna di essere vissuta.

Nella vita delle comunità di villaggio era cosa naturale, da parte dei vicini, coltivare il campo della vedova e dell’orfano o del malato e consegnare i frutti ai titolari dei diritti di coltivazione perché potessero nutrirsi. Da allora di passi indietro ne sono stati fatti tanti, sebbene qualcuno sia stato fatto anche in avanti.

Come può oggi la vita – per i più poveri – essere degna di essere vissuta, quando sono circondati dall’indigenza e dalla miseria materiale che riduce i componenti di una gran parte dei loro fratelli allo stato di bruti? Cosa possiamo fare noi, che siamo nati e cresciuti nell’abbondanza? …..

Gianni Fodella

Note bibliografiche:

(1) Marvin Harris (1922-2001), Buono da mangiare. Enigmi del gusto e consuetudini alimentari, (Good to Eat. Riddles of Food and Culture, Simon and Schuster, New York 1985) Einaudi, Torino 1990 e 1992, pagine 251

(2) Ernst Friedrich Schumacher (1911-1977), PICCOLO E’ BELLO L’economia come se la gente contasse qualcosa, (SMALL IS BEAUTIFUL Economics as if People Mattered, Harper & Row, 1973), Oscar Saggi Mondadori, Milano 1978, pagine 249

(3) John Steinbeck (1902-1968), FURORE (The Grapes of Wrath, 1939), RCS Bompiani, Milano 1940-2010, pagine 478

(4) Marco d’Eramo (1947), Il maiale e il grattacielo. Chicago: una storia del nostro futuro, Feltrinelli, Milano 2004, pagine 482

(5) George Orwell (1903-1950), Senza un soldo a Parigi e a Londra, (Down and Out in Paris and London, 1939) Oscar Mondadori, Milano 1981, pagine 257

(6) Redcliffe N. Salaman (1874-1955), Storia sociale della patata (The History and Social Influence of the Potato, Cambridge University Press 1948, edited by J.G. Hawkes in 1985), Garzanti, Milano 1989, pagine 434

(7) Citato a p. XIII da Giuseppe Prestìa (1971), LA CENTRALITÀ DELL’AGRICOLTURA NELLO SVILUPPO ECONOMICO E NELLA CRESCITA L’ignorata eredità africana e alcune delle esperienze agricole più significative del mondo, LUMI Edizioni Universitarie, Milano, II edizione luglio 2014, pagine XIV+805

NOTA DELL’AUTORE

Si stima che nel 1801 la popolazione irlandese fosse pari alla metà di quella inglese; sulla base dei censimenti la popolazione dell’Irlanda è passata tra il 1841 e il 2011 da 1/3 a 1/14 di quella della Gran Bretagna.

Irlanda in milioni di abitanti: 8,18 (1841), 6,55 (1851), 4,46 (1901), 4,23 (1926), 2,98 (1971), 4,59 (2011);

Regno Unito in milioni di abitanti: 26.71 (1841), 41,46 (1901), 63,18 (2011).

L’equivoco della lotta ai “cambiamenti climatici”

Chi, come me, è nato prima della guerra (quale guerra – chiederà qualcuno – dato che l’unico periodo di relativa pace tra il 1945 e oggi è stato quello della “guerra fredda”) ha personalmente sperimentato il cambiamento climatico.

In ogni inverno a Vercelli (dove sono nato) nevicava, e non era raro avere un metro di neve nelle strade. La fioca dicembri(g)na la sta tre meis an’sla casi(g)na dice un eloquente proverbio locale in uso fino a 60-70 anni fa, oggi quasi certamente dimenticato e comunque privo di relazioni con la realtà delle cascine di oggi. Queste, del resto, sono in buona parte scomparse o divenute – come dice il mio amico Piero Morseletto – dei deposti (parola da lui coniata da tradursi displaces in inglese) edifici abbandonati nelle campagne e pian piano riconquistati dalla natura.

In una grande tela ad olio – ospitata nel ristoro (ora sostituito da un bar con le macchinette mangiasoldi o slot machines) della stazione ferroviaria – si vedevano i pesanti carri da trasporto trainati da una o due pariglie di cavalli che attraversavano la Sesia completamente ghiacciata.

Da non molto tempo si è constatato (forse sarebbe meglio dire scoperto) che – grosso modo tra la metà del XIV e la metà del XIX secolo – ha avuto luogo una piccola età glaciale la cui esistenza è stata indirettamente provata dalla variazione nell’estensione delle terre coltivate e dalle colture ivi praticate. Ma pochi storici (per non dire degli economisti che poco o nulla sanno di storia) ancora oggi ne tengono conto per interpretare i fatti accaduti nel passato.

Che sia in atto un riscaldamento dovuto ai naturali (ancorché misteriosi) cicli climatici della Terra non soltanto è probabile, ma è addirittura certo. Se così è l’azione umana non ha modo di mutare le cose. Tuttavia, le esperienze vissute dal genere umano (non accumulate dall’uomo, dato che non siamo in grado di farlo se non per la durata della nostra vita e in parte per quella dei nostri genitori e nonni) che possiamo verificare grazie ai resti degli insediamenti umani che siamo andati scoprendo con l’archeologia, mostrano che i nostri progenitori (tutti analfabeti perché la scrittura era di là da venire) si comportavano in modo molto più razionale di noi.

Prova ne sia che non costruivano abitazioni nei fondivalle, o su pendii scoscesi, o sulla riva dei fiumi, dei laghi e del mare. Talvolta le abitazioni stavano su palafitte costruite nei laghi, spesso non lontane dalla costa, ma normalmente erano situate in luoghi naturalmente protetti e avevano caratteristiche legate al clima del luogo sia per i materiali naturali impiegati sia per l’orientamento delle aperture di accesso. Quindi le tecnologie usate erano tutte legate a ciò che la natura offriva localmente e alle condizioni concrete dell’ambiente circostante.

Così le abitazioni delle zone calde e umide erano diverse da quelle costruite nelle zone calde e secche, per non parlare delle abitazioni di pianura o di montagna delle zone temperate fredde. I cambiamenti climatici, per loro natura lenti, non trovavano mai impreparati i nostri progenitori: le abitazioni si adeguavano alle trasformazioni dell’ambiente e così le abitudini alimentari. Anche le credenze religiose mutavano pian piano nei contenuti. Quando i comportamenti degli uomini non erano più in linea con i mutamenti dell’ambiente circostante il gruppo umano era costretto a migrare oppure si estingueva. Abbiamo di tutto ciò prove evidenti anche relativamente recenti, per esempio riguardanti alcune popolazioni dell’America pre-colombiana.

Come ci comportiamo invece noi, che crediamo di essere “evoluti”? Fidando nella tecnologia – che reputiamo sempre positiva per il genere umano – costruiamo ormai lo stesso tipo di abitazione ovunque nel mondo, con conseguenti enormi sprechi di materiali ed energia.

Per fare un piccolo esempio concreto prendiamo il Polo di Sesto San Giovanni dell’Università degli studi di Milano. Esso è stato costruito di recente, con edifici che devono essere riscaldati o raffrescati per tutto l’anno, come se non fossimo a Milano ma a Chicago, dove le temperature invernali possono superare i 30° sotto lo zero e quelle estive i 35° con un tasso di umidità molto elevato. In California, dove gli inverni sono miti e le estati asciutte, si sono costruiti edifici identici a quelli di Chicago (e di Milano). Costruendo in modo appropriato, in California (e a Milano) si potrebbe fare a meno dell’aria condizionata, dato che esiste già quella incondizionata, che la natura ci offre in abbondanza illimitata e dal costo nullo. A Milano, con edifici costruiti con criteri appropriati, basterebbe il riscaldamento per pochi mesi invernali.

Le sponde e le aree golenali dei fiumi, i terreni in pendio, le rive di laghi e mari, le aree interessate da eruzioni vulcaniche, hanno visto sorgere nel corso del XX secolo edifici di ogni tipo e dimensione. In questo modo anche i movimenti orogenetici, che non interessavano i ritmi di vita dell’uomo “primitivo” e non lo danneggiavano, finiscono per avere oggi in quelle aree degli effetti catastrofici permanenti.

In Giappone la “fragilità” di montagne e colline di formazione geologica relativamente recente (come le nostre Alpi e Prealpi), unita alle precipitazioni piovose periodiche (tsuyu) e intense, hanno contribuito alla “sacralità” delle alture più impervie impedendo di fatto gli insediamenti umani. Ciò ha evitato che questi fossero danneggiati da frane e smottamenti provocati da colline e montagne private del manto forestale. Inoltre, i villaggi costieri venivano costruiti sulle alture rocciose prospicienti il mare, non in prossimità della spiaggia; così non ci si curava dei maremoti (tsunami = onda di porto) dato che non mettevano in pericolo persone e cose non provocando disastri.

Quando tutto ciò – nella felice e progredita era tecnologica che stiamo vivendo – è stato dimenticato nel Paese ritenuto il più “tecnologico” del mondo, le conseguenze veramente disastrose dello Hanshin jishin, terremoto che ha interessato l’area di Osaka-Kobe, verificatosi il 17 gennaio 1995 alle ore 5:46 e della durata di 20 interminabili secondi, sono state raccapriccianti. Il terremoto ha fatto 6434 vittime (secondo la stima definitiva di 11 anni dopo, il 22 dicembre 2005), anche per la chiara incompetenza e disorganizzazione dei giapponesi ritenuti a torto in grado di far fronte a questi fenomeni, così frequenti nel loro arcipelago, nel modo più appropriato. In termini economici il valore dei danni subiti è stato pari al 2,5% – e cioè a un quarantesimo – del Prodotto Interno Lordo giapponese.

Considerazioni analoghe devono essere fatte circa le conseguenze catastrofiche (ancora più gravi) del maremoto di Fukushima dell’11 marzo 2011: almeno 15.700 i morti, oltre 4.600 i dispersi (quindi un totale di oltre 20mila morti), 130mila gli sfollati, 332mila gli edifici distrutti, nonché innumerevoli strade, ponti e ferrovie distrutte dalla forza dell’onda. I giapponesi – facendo uso della saggezza derivante dall’esperienza dei loro antenati – avrebbero dovuto evitare di costruire edifici e vie di comunicazione sulla costa, per non parlare delle centrali nucleari, che allora non esistevano essendo una felice invenzione dei nostri tempi.

Infatti, ad aggravare il bilancio del maremoto (la parola tsunami è divenuta di uso corrente per qualsiasi cosa, disastrosa o sorprendente che sia), alla centrale nucleare Fukushima Dai-ichi si è verificato il peggiore incidente nucleare mai verificatosi fino ad ora (di livello 7, come quello di Chernobyl, Ucraina, del 26 aprile 1986, che ha portato all’evacuazione di 336mila persone e che ha fatto aumentare di molto i casi di tumore alla tiroide). Conseguenze analoghe, sia detto per inciso, ha avuto l’incidente nucleare di Three Mile Island (Pennsylvania, USA, 28 marzo 1979) in seguito al quale il tasso di mortalità tra i bambini sotto l’anno di età è cresciuto del 28% rispetto al 1978, mentre per gli infanti sotto il mese di età l’aumento è stato del 54%. Tornando a Fukushima (significa Isola della Buona Sorte) un bilancio delle vittime potrà essere fatto soltanto tra alcuni decenni, e comunque molto tempo ci vorrà per capire quanto già è stato osservato circa l’aumento dei tumore alla tiroide e la virulenza di altri effetti imputabili alle radiazioni.

E’ quindi importante riflettere su ciò che sta accadendo ora, ma partendo da un momento preciso della nostra storia recente: gli albori della cosiddetta rivoluzione industriale. Nonostante sia ancora oggi indicato come un fenomeno positivo, si è trattato di uno dei periodi più bui della storia umana, nel corso del quale la maggioranza della popolazione che viveva in un determinato territorio interessato da questo fenomeno ha conosciuto livelli di vita così miserabili da non avere eguali nella storia umana di cui ci sia giunta notizia. Almeno ai nostri giorni – non più offuscati dalla cieca fede nel “progresso” – dovremmo prenderne atto, ma così non è.: storici ed economisti perseverano nell’errore, non avendo probabilmente mai letto le grandi opere letterarie dell’Ottocento.

In conseguenza della cosiddetta rivoluzione industriale si è avviato da circa due secoli un processo di avvelenamento dell’atmosfera e (più di recente) delle terre coltivabili, dei fiumi, delle acque interne e dei mari che è andato aggravandosi sempre più con il trascorrere del tempo. Il progresso tecnologico che ha interessato la produzione ha ingigantito questi effetti perniciosi fino al punto da renderli forse irreversibili.

L’uso del carbone, del petrolio e del gas naturale nei processi produttivi e distributivi ha riversato nell’atmosfera masse crescenti di anidride carbonica e di ossido di carbonio che prima si trovavano imprigionati nella sostanza organica che, fossilizzatasi in milioni di anni, si era trasformata in idrocarburi. Le necessità di legna da ardere e di legname da opera ha poi ridotto – e riduce ogni giorno di più – il patrimonio forestale del Pianeta ignorando nei fatti e nei comportamenti ciò che sappiamo benissimo dagli studi (palesemente inutili) che ci dicono come sia la fotosintesi clorofilliana a fissare il carbonio liberato nell’atmosfera grazie agli alberi.

Non sono quindi i cambiamenti climatici – che non possiamo in alcun modo impedire o regolare perché insiti nella natura dinamica del Pianeta sul quale viviamo – ma è soltanto l’azione dell’uomo che oggi sempre più avvelena l’atmosfera e – attraverso la tecnologia universalmente lodata come benefica – anche la terra coltivabile e l’aria che respiriamo ormai ricca di sostanze nocive che provengono dal degrado fisico delle materie di ogni tipo create artificialmente dall’uomo e che il sia pur grande potere della natura non riesce a trasformare in qualcosa di utile alla vita.

L’aumento delle neoplasie e delle allergie di ogni tipo è una eloquente avvisaglia del futuro che ci attende e che è già cominciato, di ciò che ormai consapevolmente, perché scientificamente provato, ci stiamo preparando da soli. Un futuro caratterizzato da una vita sempre più impoverita e dove la malattia sarà per gli uomini la norma e la salute, per pochi e sempre meno numerosi, l’eccezione.

Sarebbe un gravissimo errore ritenere che la crescita della speranza di vita alla nascita – e cioè della vita media – che ha caratterizzato gli ultimi decenni, sia una tendenza destinata a durare nel tempo. Infatti, coloro che raggiungono oggi la tarda età sono nati e cresciuti in un ambiente fatto esclusivamente di sostanze naturali, privo di materie plastiche di ogni tipo create dall’uomo con la petrolchimica. A ciò si aggiungano le conseguenze dell’estrazione dei materiali fossili (non soltanto combustibili) giacenti nel sottosuolo da milioni di anni. Stiamo riversando nella biosfera tutta l’anidride carbonica fissatasi nella sostanza organica fossile durante i 60 milioni di anni del Carbonifero.

Si tratta di frutti che hanno cominciato ad avvelenarci subdolamente già quando i miei nonni erano giovani. Ci sono poi volute due generazioni per capirne la gravità e la portata. Perché nei miei anni giovanili la parola allergia era sconosciuta? Ora non vi è quasi più famiglia nella quale almeno un membro non sia colpito da questo tipo di per ora blanda anomalia, ma che prelude a ulteriori cadute delle naturali difese immunitarie degli organismi umani. Il passo di questi tipi di patologie che divengono generalizzate sembra ancora lento, ma tutti i processi patologici hanno questa caratteristica: dalla latenza in casi sporadici si passa alla generalizzazione del fenomeno che assume poi rapidamente una diffusione di massa irreversibile.

Dobbiamo renderci conto che siamo entrati in una fase che anticipa la prospettiva ormai tangibile di una accelerazione catastrofica per la nostra salute. La crescita delle neoplasie di ogni tipo che denota questo stato non può essere combattuta con i farmaci, ma deve essere affrontata dagli economisti affinché suggeriscano metodi produttivi che ripristino condizioni di vita dove l’uso di sostanze e di materiali creati dall’uomo sia bandito e siano invece impiegati soltanto materiali naturali sani e innocui per l’uomo, per le piante e per gli animali dei quali si ciba.

Le costruzioni, la fabbricazione e l’uso di mezzi di trasporto voraci di energia derivante da risorse finite non rinnovabili è il vero punto nodale che richiede non l’approfondimento di un’analisi che chiunque di noi è in grado di fare, ma l’attuazione di MISURE CONCRETE E NON UTOPISTICHE per poter fin da subito ridurre e poi annullare questi effetti che in breve tempo non potranno portare che all’estinzione di ogni forma di vita sulla Terra.

Riflettiamo sul fatto che, senza i comportamenti concreti dei nostri simili (ignoranti e primitivi) nell’era pre-tecnologica, il genere umano forse si sarebbe già estinto.

Un CITLUVIT (Cittadino Luna in visita d’istruzione sulla Terra espressione coniata da Fosco Maraini), guardando a ciò che sta accadendo da noi, non sarebbe ottimista. Abbiamo un arsenale nucleare che ci può annientare in un momento, stiamo riempiendo il suolo degli impalpabili e invisibili frammenti delle sostanze che abbiamo estratte dalla terra o che abbiamo creato con la chimica e le inaliamo quotidianamente in misura più o meno grande a seconda di dove trascorriamo i nostri giorni …

L’importante dunque è cominciare, al più presto sebbene con cautela. Anche in questo caso tuttavia, e nonostante l’urgenza, la fretta può essere cattiva consigliera e non deve dare origine a misure affrettate delle quali ci si potrebbe pentire. I governi nazionali hanno dimostrato di non essere in grado di attuare misure efficaci, di non essere in alcun modo all’altezza del compito. Ci si è limitati a convegni e a raccomandazioni. Nulla di concreto è stato fatto.

Se il compito venisse affidato alle comunità locali forse si potrebbero ottenere in tempi brevi dei risultati. Non si è ancora fatto, ma si potrebbe provare.

Gianni Fodella

AGENZIE DI RATING? NO GRAZIE!

Sul Corriere della Sera del 19 febbraio 2014 (p.47) appare il testo di Sergio Romano “AGENZIA DI RATING NELL’UNIONE Le perplessità di Bruxelles” in risposta a una lettrice sul rinvio al 2016 della discussione su un’agenzia di rating europea. Premesso che condivido la documentata, saggia e corretta risposta data alla lettrice che lo interrogava, vorrei fare alcune osservazioni.

Le agenzie di rating che “dominano in questo momento il mercato” NON HANNO “un gran numero di economisti e ricercatori in grado di leggere e verificare attentamente i bilanci degli Stati e di migliaia di aziende” ma evidentemente – a giudicare dalla qualità dei loro giudizi e dalle conseguenze del loro operato sui risparmi investiti dalle famiglie – possono contare su un personale forse numeroso ma sicuramente poco informato e inesperto, sebbene indubbiamente devoto alle ragioni dei proprietari delle suddette agenzie di valutazione che fanno capo ai più potenti gruppi che dominano la finanza mondiale.

A questa devozione, unita a disinformazione, va forse attribuito il giudizio sui titoli italiani del debito pubblico, che mette in dubbio la capacità dello Stato italiano di far fronte ai propri impegni. Quando mai tale impegno è venuto meno?

In economia vigono due regole:

1) possiamo ipotizzare che accada soltanto ciò che è già accaduto,

2) il futuro non è prevedibile, e per questo mai previsioni economiche di una certa rilevanza si sono verificate.

Gli economisti dovrebbero smetterla di fare previsioni che puntualmente non si realizzano e dovrebbero invece proporre misure di politica economica che creino un clima favorevole all’occupazione, e quindi alla crescita della domanda aggregata, unico pilastro sul quale si reggono le sorti di tutti i sistemi economici contemporanei.

Questa semplice verità, che è sotto gli occhio di tutti, è oggi ignorata e forse non inspiegabilmente …

L’operato di queste tre agenzie di rating non causerebbe i danni che provoca sull’economia di coloro (e sono di solito le famiglie, i piccoli e grandi risparmiatori) che incautamente si avvicinano ai mercati finanziari senza essere degli “insider traders” (e perciò passibili dell’accusa di “insider trading” o aggiotaggio, turbativa dei mercati prevista dall’art.501 del Codice penale italiano e punita come attività criminosa) se non avvenisse una capillare diffusione delle notizie da esse emanate attraverso organi di stampa, radio e televisione.

Sembra paradossale che tale diffusione avvenga senza oneri per le agenzie di rating, il cui potere di convincimento è proprio commisurato alla conoscenza e influenza di quelli che sono proposti come “fatti” mentre si tratta in realtà di illazioni, deduzioni, talvolta addirittura di invenzioni, ma di grande utilità se credute fondate e perciò divenute miracolosamente vere dopo essere state enunciate.

Vi è infatti una sola LEGGE ECONOMICA, che i manipolatori del mercato conoscono sin troppo bene e della quale non si dimenticano mai, neppure per un istante:

CIO’ CHE E’ CREDUTO VERO DIVENTA VERO SE CI SI COMPORTA DI CONSEGUENZA.

Non è quindi l’esistenza delle agenzie di rating a provocare un danno ai cittadini italiani e non soltanto, ma lo è invece sicuramente la diffusione (capillare e reiterata ad ogni pié sospinto anche nella miriade degli inutili dibattiti dai quali siamo quotidianamente afflitti) delle notizie divulgate ad arte da tali istituzioni.

Perché mai dunque si dovrebbe dare vita a una agenzia di valutazione europea che – oltre ad essere sicuramente costosa come tutte le istituzioni che siamo andati creando negli ultimi decenni per sistemare i “clientes” dei vari potentati non soltanto italiani – potrebbe essere facilmente asservita agli interessi di qualcuno?

Si dovrebbe invece operare altrimenti: NON DIVULGANDO i giudizi delle agenzie di rating, dato che essi si sono rivelati dannosi perché distorti, mendaci e comunque inutili o errati.

Sta quindi a quelli che vorremmo fossero davvero mezzi di informazione – e non di disinformazione, strumenti asserviti a interessi economici che ci sono estranei – ignorare l’esistenza delle agenzie di rating e dei loro giudizi, creando così una cortina di silenzio che isolerebbe e proteggerebbe i risparmiatori, annullando, e così opportunamente vanificando, l’influenza di chi vuole indirizzare le scelte economiche degli inermi cittadini a proprio esclusivo vantaggio e a danno delle famiglie e delle imprese italiane.

Non stare al gioco di chi impunemente si serve della cassa di risonanza di radio, televisione e stampa, per non parlare di internet, per raggiungere i propri fini e fare i propri esclusivi interessi, potrebbe essere un segnale – di cui per ora purtroppo non vi è traccia – di vera maturità nella gestione dell’INFORMAZIONE nel nostro Paese.

In proposito non sarebbe male rileggere (o leggere, se ancora non lo si è fatto) un aureo libretto del giurista Vincenzo Zeno Zencovich intitolato “Alcune ragioni per sopprimere la libertà di stampa” uscito nel 1995 …

Gianni Fodella   

docente di Politica economica internazionale presso l’Università degli Studi di Milano

GIANNI FODELLA: LA RAZZA NON ESISTE

Anche se il razzismo esiste, vi faccio osservare che è scientificamente appurato che le razze umane non esistono: apparteniamo tutti alla stessa razza, per l’appunto umana.

Parlare di “parità di trattamento e rimozione delle discriminazioni fondate sulla razza o sull’origine etnica” fa invece pensare che le razze e le etnie (un pietoso quasi sinonimo) esistano. La razza umana è composta di persone con gli occhi tondi o a mandorla, dalla pelle più o meno scura, con capelli che variano dal nero, al rosso, al biondo e che parlano le lingue più diverse avendo abitudini alimentari diverse e professando religioni e credenze differenti.

Il fatto che i serbi e i croati si combattano pur parlando la stessa lingua (che scrivono con i caratteri cirillici o latini)e professando il cristianesimo(cattolico od ortodosso) non li fa diventare razze o etnie diverse. La razza juventina è sicuramente diversa dalla razza interista, ma soltanto sulla base dei pregiudizi calcistici. Non esistono quindi “discriminazioni fondate sulla razza o sull’origine etnica” ma soltanto discriminazioni sulla base di credenze infondate.

Contribuiamo a chiarire questo punto. Scusate la pedanteria e cordiali saluti.

Gianni Fodella

GIANNI FODELLA: QUANDO LE CALUNNIE SERVONO LA CAUSA DEI “MERCATI”

Nel commentare un recente articolo del quotidiano Washington Post sulla situazione economica del nostro Paese, Marco Fortis (economista e vicepresidente della Fondazione Edison) in un’intervista del 3 luglio – fattagli da Paolo Vites per “il sussidiario.net”, sottolinea come il fosco quadro dell’economia italiana dipinto dal quotidiano americano sia privo di fondamento quando parla del “crollo di competitività” nei confronti della Germania.

Quanto al nostro “modello culturale” (evasione fiscale e scarso spirito civico) potremmo ribattere discutendo delle ruberie fatte dai banchieri inglesi e americani (speculazione contro la lira, freno a una politica energetica indipendente dalle “7  sorelle”) e non soltanto negli ultimi anni caratterizzati dai titoli tossici e dai mutui subprime che hanno innescato la crisi finanziaria che ha ormai contagiato l’economia reale in quasi tutto il mondo.

In nome di quali principi morali le banche inglesi sono venute a proporre “investimenti” a enti pubblici italiani che la legge inglese proibisce di proporre a enti pubblici inglesi? Per il solito motivo che ha sempre guidato le azioni del governo britannico fin dagli albori: se all’interno del Paese vi sono regole cui attenersi, nel resto del mondo prevale il solo imperativo degli interessi inglesi, a qualunque costo.

Come illustra con dovizia di particolari Il Golpe Inglese di M. J. Cereghino e G. Fasanella pubblicato nel settembre 2011 da Chiarelettere, gli inglesi hanno sempre cercato di mantenere l’Italia nella loro orbita di influenza, mal tollerando che cercasse di svincolarsene e facendo uso della loro stampa (Economist, Financial Times), reputata “seria e indipendente” ma in verità sempre asservita agli interessi finanziari anglosassoni. Del resto la finanza, che quando opera sola è distruttiva dell’economia reale, è rimasta con il commercio quasi la sola fonte di reddito in un Paese che non ha artigianato e piccola impresa, che non ha quasi più industria manifatturiera e che ha condotto la propria agricoltura a generare il morbo della mucca pazza.

Le calunnie del Washington Post non sono un segnale di giornalismo superficiale e disinformato, ma fanno parte di una ben precisa strategia attuata dai più potenti mezzi di disinformazione di massa (quelli di lingua inglese) utile ai “Mercati”. Serve a gettare il discredito sull’Italia, e a far diventare vero ciò che si afferma essere vero, anche quando così non è.

Premesso che – come osserva Marco Fortis, “l’Italia ha oggi il miglior avanzo primario non dell’Europa ma dell’intero mondo avanzato. È un Paese che negli ultimi due anni ha aumentato il debito pubblico di 4 punti di Pil, mentrela Germanialo ha aumentato del doppio ela Gran Bretagnadel triplo. Per non parlare poi degli Usa.”- i titoli del debito pubblico di un Paese sono emessi per raccogliere quei mezzi finanziari che servono gli scopi della mano pubblica e che si rivelerebbero insufficienti se si facesse ricorso alla sola imposizione fiscale.

Se il gettito derivante da imposte e tasse non basta per far fronte alla spesa pubblica che serve i cittadini non vi sono che due vie: aumentare la pressione fiscale o chiedere la collaborazione dei cittadini facendo in modo che sottoscrivano il debito pubblico. Gli interessi che remunerano questi prestiti dei cittadini allo Stato devono essere adeguati, altrimenti i titoli rimarrebbero senza compratori.

Gli italiani hanno sempre sottoscritto per intero il debito pubblico italiano, a differenza di quanto è accaduto in quasi tutti i Paesi che ci vengono oggi additati come esempi da seguire. Questi hanno invece dovuto far ricorso al risparmio estero perché quello nazionale era insufficiente.

Gli italiani poi, quando hanno avuto la possibilità di investire anche all’estero i loro risparmi, lo hanno fatto contribuendo a finanziare il debito pubblico di molti Paesi, anche se spesso con esiti non molto felici per il loro patrimonio privato a causa della disonestà dei Paesi emittenti e dei loro consulenti e intermediari.

I problemi per noi sono nati quando i titoli del debito pubblico italiano sono finiti nei portafogli delle grandi società finanziarie che, lungi dall’accontentarsi degli interessi regolarmente pagati, hanno preso a speculare sempre più avidamente sui corsi di questi titoli pubblici e contro la moneta nella quale erano denominati, l’euro.

Forti del loro enorme potere di mercato, le più potenti banche d’affari come Goldman Sachs (si vedano in proposito http://www.ultimenotizie.we-news.com/politica/estera/6231-goldman-sachs-ha-causato-la-crisi-di-grecia-e-italia-e-ora-impone-la-soluzione e anche http://www.lapennadellacoscienza.it/goldman-sachs-teoria-del-complotto-tra-leggenda-e-verita/) sono state in grado di indirizzare i corsi dove volevano facendo uso delle agenzie di rating, della stampa economica anglosassone e dei loro uomini di ogni nazionalità che ricoprono cariche politiche, economiche e burocratiche nelle più importanti istituzioni internazionali e di ciascun Paese. Così hanno spinto i corsi di questi titoli al ribasso per comprarne quote sempre più ampie e lucrare interessi sempre più elevati.

Ora la posta in gioco è ancora più alta: scompaginare le economie dei paesi che hanno adottato l’euro e impadronirsi per lo meno dei loro patrimoni, se non sarà possibile farli tornare alle valute di origine per completare poi l’opera contro ogni singola valuta.

Per risalire alle origini di tutto ciò si può ricordare che in questi giorni ricorre il XX anniversario di un importante evento: nel giugno 1992 si insediò il governo di Giuliano Amato, un personaggio in armonia con gli speculatori che ambivano ad appropriarsi dell’Italia attraverso le privatizzazioni.

Il 2 giugno 1992 al largo di Civitavecchia, ma in territorio inglese dato che siamo sul Britannia (panfilo della regina Elisabetta scortato dalla nave da guerra Battleaxe) si discute delle privatizzazioni e vengono prese decisioni di grande portata per le sorti economiche dell’Italia. Mario Draghi, Direttore Generale del Tesoro dal 1991, è uno dei convitati e presiederà dal 1993 il Comitato per le Privatizzazioni.

Amato, avvalendosi del decreto Legge 386/1991, e con l’appoggio del Fondo Monetario Internazionale, che spingeva ovunque nel mondo per le privatizzazioni delle imprese pubbliche, trasforma gli enti statali in Società per Azioni in modo tale che l’élite finanziaria anglosassone interessata a comprarsi l’Italia a prezzi convenienti (tra queste le banche d’affari Goldman Sachs, Merrill Lynch e Salomon Brothers) li possa controllare e poi rilevare.

La svalutazione della nostra moneta avrebbe reso meno costose le acquisizioni derivanti dalle privatizzazioni, e così l’abbassamento dei corsi delle azioni. Nel settembre 1992, a causa di forti pressioni speculative sul mercato dei cambi, la lira esce temporaneamente dal sistema.

La guerra contro la lira e contro la borsa italiana ebbe un protagonista: l’americano di origine ungherese George Soros che con le informazioni ricevute dai Rothschild e da altri banchieri anglo-americani, per tacere della complicità italiana ai massimi livelli, riuscì a far crollare la nostra moneta (nel novembre 1993 la lira perse il 30% del suo potere d’acquisto internazionale) e le azioni di quasi tutte le aziende italiane.

Con la nascita della Banca Centrale Europea non abbiamo più un prestatore di ultima istanza, mentre il nostro istituto di emissione ha cessato di esserlo. L’attuale natura della Banca d’Italia divenuta una SpA (la sola tra i soci della BCE le cui quote sociali sono detenute soltanto da alcuni gruppi bancari e assicurativi privati) è qui delineata.

Ma come è potuto accadere tutto ciò? Dov’erano i nostri politici e i nostri tecnici come Giuliano Amato, Beniamino Andreatta, Piero Barucci, Carlo Azeglio Ciampi, Lamberto Dini, Mario Draghi, Mario Monti, Romano Prodi? Proprio tutti complici nel distruggere l’economia del Paese? E l’opinione pubblica dov’era, mentre gli incompetenti – forse prezzolati, forse soltanto stupidi – consegnavano il Paese nelle mani di altri, interessati soltanto a denigrarci e a sfruttarci?

Perché continuiamo a invocare gli investimenti esteri e a implorare gli stranieri perché vengano ad investire in Italia? Quando arrivano, sulla base dell’esperienza fin qui fatta, non si tratta di un buon affare per noi: chiedono facilitazioni, licenziano e alla prima difficoltà (ma soltanto dopo aver incassato i contributi incautamente elargiti loro dalla mano pubblica) se ne vanno lasciando l’inquinamento che ci hanno portato, le famiglie dei dipendenti sul lastrico e tenendosi le quote di mercato di cui nel frattempo si sono impadroniti.

Anche se la capacità di risparmio delle famiglie italiane si è ridotta (perché si sono ridotti i redditi medi) siamo ancora capaci di generare investimenti, se soltanto lo volessimo e se il nostro sistema bancario finanziasse le imprese e le famiglie continuando a funzionare con le regole della Legge Bancaria del 1936, presa ad esempio in tutto il mondo.

Se non abbiamo bisogno che altri vengano a portarci i loro capitali ancora meno ci servono le capacità imprenditoriali altrui. L’Italia ne ha da vendere. Gli strumenti che governano l’economia e la sua gestione contabile hanno avuto origine tutti nel Mediterraneo, la maggior parte nel nostro Paese. Il contributo della finanza anglosassone è stato nullo o negativo, e ne paghiamo da tempo le conseguenze.

Quando impareremo a difenderci? Dobbiamo deciderci a dichiarare a chiare lettere che determinate attività che riducono il potere d’acquisto dei cittadini o che vanificano i loro patrimoni sono attività criminose che vanno perseguite; chi se ne macchia va punito.

Costringere il Tesoro italiano a indebitarsi pagando interessi sei volte superiori rispetto a quelli tedeschi o inglesi è semplicemente criminoso, ma poiché non esiste crimine se non sia giudicato tale dalle legge (nullum crimen sine lege) è ora che i nostri tecnici mostrino il loro valore e chiariscano la natura criminosa di quei comportamenti fraudolenti che sottraggono ai cittadini italiani incolpevoli i frutti del proprio lavoro nella forma di reddito, o di ricchezza lecitamente accumulata.

Gianni Fodella

DEBITO E PATRIMONIO

di Gianni Fodella, docente universitario di Economia all’Università statale di Milano

Per una rettifica dei termini

Siamo immersi nel disordine e a questa confusione contribuiscono potentemente giornali, radio e televisione, i mass media che sarebbe più corretto chiamare mezzi di disinformazione di massa.

Molto di ciò che è accaduto a danno dell’umanità deriva dalla mancanza di una vera comprensione della realtà di cui è in buona parte colpevole l’uso irresponsabile della lingua. Le parole vaghe e imprecise sono fonte di confusione, nascono da concetti sbagliati e perpetuano l’errore nel quale si dibatte l’umanità quando si propone di analizzare un problema per risolverlo.

Come sarebbe bello invece, nello scrivere e nel parlare, impiegare soltanto parole che abbiano un significato preciso e univoco facendo uso di termini che non diano origine a equivoci. Per un grande pensatore del remoto passato nel “rettificare i nomi”, nell’usare i “nomi con il loro significato vero” – in cinese zhen ming (zhen = vero, reale, genuino, giusto; ming = nome) – consiste precisamente l’arte di governare. Quando le parole hanno significati ambigui non può esserci buongoverno e si rischia che a dominare sia invece il malgoverno.

 

La prima importante distinzione da fare è quella tra REDDITO e RICCHEZZA

Accade infatti spesso che venga usata a torto la parola RICCHEZZA come sinonimo di REDDITO per indicare il REDDITO NAZIONALE, l’insieme dei redditi a qualsiasi titolo percepiti in un certo anno dai cittadini del sistema economico del Paese.

 

Il termine RICCHEZZA – sinonimo di PATRIMONIO o di CAPITALE – appartiene alla categoria dei concetti “fondo” e non può assolutamente essere considerato sinonimo di REDDITO o PIL, che appartengono invece al novero dei concetti “flusso”.

Infatti il REDDITO o PIL non può che essere misurato in relazione al tempo trascorso; per questo quando si parla del PIL o del REDDITO NAZIONALE ci si riferisce a questa grandezza prodotta in un certo lasso di tempo, normalmente l’anno solare o fiscale.

La RICCHEZZAo PATRIMONIO o CAPITALE invece può essere misurata non soltanto relativamente a un anno, ma anche in relazione a un dato momento preciso, mentre il REDDITO o PIL “istantaneo” sarebbe un non senso dal punto di vista logico, e quindi anche economico.

 

DEBITO e PIL: entità non confrontabili tra loro

Alla luce di quanto detto, risulta chiaro che non ha senso paragonare il DEBITO PUBBLICO al REDDITO NAZIONALE o PIL, come incautamente stabilito dai parametri di Maastricht e come ci viene continuamente ribadito in ogni resoconto giornalistico e in ogni dibattito al quale partecipano persone che dovrebbero sapere di cosa parlano. Non è infatti ragionevole e razionale confrontare una grandezza appartenente al novero dei concetti fondo a una grandezza appartenente al novero dei concetti flusso.

Se questa correlazione viene invece fatta, ne nasce una confusione concettuale che porta ad essere in errore nell’analisi della situazione e a prendere decisioni di politica economica errate perché basate su presupposti privi di coerenza logica ed economica.

E’ sorprendente constatare come persino gli economisti e i giornalisti specializzati in materia economica che partecipano agli innumerevoli dibattiti dai quali siamo quotidianamente afflitti non sentano il bisogno di chiarire come stiano veramente le cose.

In verità, la ragione di tale imprecisione e sciatteria terminologica fonte di confusione, nasce dal fatto che gli economisti non si sono mai veramente interessati della RICCHEZZA o PATRIMONIO del Paese, ma sempre e soltanto del REDDITO e del suo andamento. E’ soltanto da qualche anno, da quando la consapevolezza della distruzione e della menomazione dell’ambiente risulta ormai evidente ai cittadini (ma a quanto pare non alla maggioranza degli economisti), che il problema della depauperazione della RICCHEZZA o PATRIMONIO del Paese comincia ad essere percepito.

Se consideriamo poi il DEBITO PUBBLICO dei vari Paesi, è evidente che il problema per i governi non è stato tanto quello della sua entità in termini assoluti, quanto piuttosto quello della gestione nel tempo del DEBITO stesso.

 

SERVIZIO DEL DEBITO e PIL

L’ammontare del DEBITO PUBBLICO che si è venuto formando nel corso degli anni dà annualmente origine al SERVIZIO DEL DEBITO PUBBLICO costituito da:

1) pagamento degli interessi sui titoli in essere in quell’anno;

2) rimborso dei titoli che giungono a scadenza in quello stesso anno.

 

Ed è il valore del SERVIZIO DEL DEBITO che può essere utilmente correlato al valore del PIL, che dà origine al debt service ratio o tasso del servizio del debito, e che permette di valutare l’onere che comporta il livello di indebitamento del Paese per il bilancio pubblico.

 

DEBITO e RICCHEZZA

A quale grandezza correlare il DEBITO PUBBLICO (concetto fondo) accumulato? Non si può confrontare con il REDDITO o PIL (concetto flusso) ma più ragionevole sarebbe compararlo alla RICCHEZZA NAZIONALE o PATRIMONIO (concetto fondo), una grandezza la cui misurazione non è tuttavia facile per la presenza di beni che non hanno prezzi di mercato. Anche da ciò nasce il disinteresse degli economisti per la misura del PATRIMONIO.

Ma questa mancanza di interesse risulta sempre più colpevole man mano che scopriamo di depauperare il CAPITALE o PATRIMONIO o RICCHEZZA NAZIONALE nei processi produttivi che accelerano l’entropia e che consumano, senza badare agli sprechi, le risorse non rinnovabili del pianeta Terra.

La RICCHEZZA NAZIONALE, soprattutto in Paesi di antica civiltà e popolosi come l’Italia, favorita da un clima mite adatto alla vita del genere umano, è di dimensioni straordinariamente grandi e comprende il PATRIMONIO NATURALE e il CAPITALE SOCIALE FISSO.

Il PATRIMONIO NATURALE è l’insieme dei beni di cui la natura ha dotato il Paese; gli economisti hanno parlato (soprattutto in passato) delle risorse naturali in termini di dotazione dei fattori (factor endowment) e hanno attribuito importanza soprattutto a quelle risorse naturali di rilevanza economica come terra coltivabile, pascoli, foreste e giacimenti minerari, ma dobbiamo tener presente che di questo  PATRIMONIO NATURALE fanno parte anche cespiti appartenenti al demanio quali laghi, lagune, fiumi, monti, spiagge, giacimenti di acque dolci di falda e acque territoriali marittime che normalmente non sono oggetto di valutazione economica né di compravendita.

Le condizioni climatiche, la piovosità e la collocazione geografica, e quindi la distribuzione del territorio in base a latitudine/longitudine e all’altitudine, sono tutti elementi che permettono di valutare il PATRIMONIO NATURALE di un Paese e di cui sarebbe importante una stima condotta periodicamente, anche al fine di accertare in che misura esso sia rimasto inalterato nel tempo o si sia ridotto minando in maniera più o meno rilevante le condizioni di vita della popolazione insediata nel territorio di quel sistema economico, e compromettendo o meno le possibilità di vita delle generazioni future.

Per esempio, i terreni agricoli coltivati a mais in Italia stanno facendo diminuire il valore economico di questa porzione di PATRIMONIO NATURALE sia perché ne viene ridotta la fertilità naturale, sia per l’introduzione di elementi inquinanti, sia infine per il depauperamento della falda acquifera alla quale si attinge per irrigare il mais, una coltura cerealicola altamente sfruttante dei terreni.

Se la falda acquifera della Pianura Padana è stata inquinata dall’uso industriale di prodotti chimici non biodegradabili come la trielina e dai residui dei fertilizzanti chimici, dei pesticidi e dei diserbanti usati nella coltivazione del riso, una stima della riduzione di questa porzione di PATRIMONIO NATURALE sarebbe opportuna in modo da porvi rimedio, ma anche perché si potrebbe così scoprire che una parte del reddito o PIL prodotto dal Paese annualmente con l’esercizio dell’attività agricola, non è vero reddito o PIL ma proviene dal depauperamento del CAPITALE o PATRIMONIO NATURALE; scambiare per reddito il patrimonio che si riduce è una pratica lesiva delle condizioni di vita e delle generazioni future. A livello microeconomico questo errore non viene compiuto: i saggi amministratori delle imprese sanno che il patrimonio dell’azienda va protetto, mantenuto, sostituito facendo uso dei fondi di ammortamento.

Il PATRIMONIO di un Paese non è costituito soltanto della sua componente naturale, ma a questa deve essere aggiunto il CAPITALE SOCIALE FISSO (social overhead capital), quella parte del PATRIMONIO costruita dall’azione dell’uomo. Ne fanno parte i terrazzamenti di colline e montagne per rendere possibile, più agevole e produttiva l’agricoltura, i canali per irrigazione e navigazione, le strade, le ferrovie, i porti, le dighe, le reti idriche elettriche telefoniche fognarie e le costruzioni di ogni tipo dalle scuole agli ospedali, dagli stadi alle caserme, dalle fabbriche alle banche, dai palazzi pubblici e per abitazioni private ai luoghi di culto.

Che le varie componenti del CAPITALE SOCIALE FISSO siano di proprietà pubblica o privata non è poi così rilevante come si potrebbe credere, quello che conta è la sua entità, la sua regolare periodica manutenzione e il suo grado di utilizzo.

Un capannone costruito su un terreno coltivabile pianeggiante che non venga utilizzato a fini produttivi porta alla riduzione sia del CAPITALE SOCIALE FISSO sia del PATRIMONIO NATURALE costituito dalla terra resa incoltivabile dalla presenza del capannone. Se un edificio viene abbandonato o un ramo ferroviario dismesso, significa che è venuta meno una porzione di CAPITALE SOCIALE FISSO, non importa se di proprietà pubblica o privata. Tuttavia, ragioni di prudenza vogliono che almeno una parte di esso sia o rimanga di proprietà pubblica.

 

DEBITO PUBBLICO  e  PATRIMONIO PRIVATO

Veniamo ora alle ragioni che hanno portato alla nascita del DEBITO PUBBLICO, quello che lo Stato contrae con i risparmiatori, e all’esame dei suoi precisi connotati.

Si tratta di quell’ammontare di risorse liquide che la mano pubblica – emettendo Titoli di Stato (in Italia BOT, CCT, CTZ, BTP, BOC e assimilati) – ha nel corso del tempo incamerato per poter far fronte alle proprie esigenze di spesa senza dover ricorrere all’allargamento dell’imposizione fiscale diretta o indiretta.

Attraverso la fiscalità i governi impongono ai cittadini di cedere allo Stato una parte non irrilevante dei redditi da loro prodotti nel corso dell’anno; non è possibile sottrarsi a questa imposizione senza violare le norme e divenire evasore fiscale.

L’evasione fiscale non è purtroppo sempre combattuta con i metodi e gli strumenti più idonei e nel nostro Paese rimane un problema parzialmente irrisolto. Un incentivo all’elusione e all’evasione fiscale è la pressione fiscale, soprattutto quando essa diviene molto pesante e addirittura intollerabile quando le imprese rispettose delle norme fiscali si trovino come oggi a competere con imprese che evadono il fisco o il cui capitale non costa nulla perché ha origini criminose ed è frutto di attività illegali.

Gli introiti per l’erario grazie alle vendite dei Titoli di Stato italiani, acquistati dai privati e dalle istituzioni, vanno visti come preziose fonti complementari delle entrate fiscali e in qualche modo anche come un surrogato delle imposte evase o eluse.

 

Il DEBITO PUBBLICO è quindi una benedizione, uno dei capisaldi che permettono alla macchina amministrativa dello Stato di perseguire meglio le proprie finalità e di svolgere fino in fondo le proprie funzioni riducendo al minimo le sofferenze della popolazione.

Chiedere ai cittadini i loro risparmi, remunerandoli adeguatamente, per svolgere compiti di interesse nazionale ai quali si potrebbe adempiere soltanto con un’imposizione fiscale aggiuntiva, è un comportamento degno di un governo giusto ed equo.

In quest’ottica l’obiettivo del pareggio di bilancio – considerato da alcuni un obiettivo così importante da dover essere perseguito ad ogni costo e da essere inserito addirittura nella carta costituzionale dello Stato – si rivela come riduttivo, poco lungimirante e lesivo dei veri interessi dei cittadini.

Esaminiamo ora come si configuri quella parte del PATRIMONIO PRIVATO che non è costituito da attività reali (abitazioni, terreni, oggetti di valore, fabbricati non residenziali, impianti, macchinari, attrezzature, scorte e avviamento) ma da valori mobiliari che rappresentano potere d’acquisto (denaro contante, depositi bancari e del risparmio postale, titoli pubblici italiani e stranieri, obbligazioni private, azioni e partecipazioni in società di capitali, fondi comuni d’investimento, porzioni di beni “cartolarizzati” espressi in certificati di proprietà, polizze di assicurazione per fondi pensione e ramo vita, crediti commerciali).

Isoliamo per i nostri scopi i soli titoli pubblici italiani e soffermiamoci sugli aspetti più importanti da sottolineare, e precisamente sui connotati che i Titoli di Stato assumono quando passano di mano dall’ente emittente che si indebita ai sottoscrittori che li acquistano accrescendo per questa via il loro PATRIMONIO PRIVATO:

– per lo Stato emittente assume grande rilevanza il pagamento degli interessi sul totale del debito in essere e la restituzione di quella parte del debito che ogni anno giunge a scadenza, problema denominato della gestione del “servizio del debito” il cui onere annuo rispetto al PIL (tasso di servizio del debito = debt service ratio) implica come già detto una stretta correlazione con il reddito prodotto annualmente;

– per il cittadino sottoscrittore gli interessi derivanti dal pagamento delle cedole annesse ai titoli, rappresentano un flusso di reddito da destinarsi a consumo o a risparmio/investimento, mentre i titoli del DEBITO PUBBLICO posseduti sono parte del suo PATRIMONIO o ricchezza o capitale che dir si voglia.

 

Questo duplice aspetto che assume il DEBITO PUBBLICO, di essere al contempo un obbligo di segno negativo per la mano pubblica e nello stesso tempo parte della RICCHEZZA NAZIONALE posseduta dai privati, è una caratteristica essenziale e trascurata della sua vera natura.

Quindi, lungi dall’essere un onere intollerabile che grava sul futuro dei nostri figli e nipoti, e pur costituendo un’obbligazione della mano pubblica, i titoli rappresentativi del DEBITO PUBBLICO divengono contestualmente parti del PATRIMONIO PRIVATO, familiare o societario, di coloro che li hanno acquistati e tali rimarranno, pur potendo essere negoziati in qualsiasi momento, per tutto il tempo della loro durata o vita residua, fino alla naturale scadenza.

E’ sempre stato difficile immaginare uno strumento di investimento altrettanto sicuro, semplice da usare e flessibile quanto i titoli del DEBITO PUBBLICO; per questo i risparmiatori italiani li hanno sempre apprezzati e favoriti nelle loro scelte di investimento dei risparmi, anche quando erano consapevoli che gli alti tassi di remunerazione non sarebbero bastati a coprire la crescita dei prezzi al dettaglio di beni e servizi, e consci dei rischi, dato che il variare dei tassi avrebbe reso instabili i corsi dei titoli a più lunga scadenza.

Questa instabilità (oggi si preferisce chiamare questo andamento erratico volatility) potrebbe tradursi talvolta in perdite per chi abbia urgente necessità di vendere, ma anche permettere di realizzare guadagni in conto capitale sfruttando i momenti favorevoli.

 

DEBITO PUBBLICO  e  DEBITO ESTERO

Ridottosi con l’avvento dell’euro il rischio di cambio che caratterizzava la lira, i titoli pubblici italiani hanno cominciato ad essere acquistati anche da investitori esteri, molti dei quali desiderosi non tanto di goderne regolarmente i frutti dati dai rendimenti, quanto di dedicarsi alla compravendita speculativa ad alta frequenza.

Alla base della speculazione contro i titoli italiani del debito pubblico vi è la diffusione di notizie che creano un clima d’incertezza (sulla solvibilità degli Stati e sulla tenuta dell’euro) attuato con metodi che dovrebbero portare alcuni protagonisti come le agenzie di rating (ma non soltanto) a essere incriminati per aggiotaggio, e agevolato da comportamenti inadeguati delle autorità europee (Commissione, BCE Banca Centrale Europea, EBA European Banking Authority/Agency) e di alcuni Governi che si avvantaggiano dei più bassi tassi ai quali possono indebitarsi.

Anche se la quantità dei titoli oggetto di speculazione può essere relativamente modesta, l’elevato numero e la velocità delle transazioni telematiche danno ai movimenti speculativi un “potere di mercato” determinante che li rende protagonisti senza rivali dell’andamento dei corsi che determinano i tassi reali di remunerazione dei titoli.

Per creare un argine, se non porre termine, a una situazione che danneggia quei sottoscrittori che acquistano i titoli pubblici italiani senza intenti speculativi ma con l’obiettivo di crearsi una rendita sicura, non vi è che un rimedio: ricomprare i titoli del debito pubblico italiano facendoli ritornare in patria.

Far tornare nelle nostre mani almeno una parte del debito pubblico italiano detenuto all’estero, e che attraverso la speculazione di cui è oggetto contribuisce a perpetuare un clima di sfiducia nei confronti dei titoli pubblici italiani e dei titoli denominati in euro in generale, può essere non soltanto un gesto patriottico, ma anche una mossa che nello stesso tempo può contribuire a sanare una situazione di palese ingiustizia, a favore di Paesi dell’area euro in condizioni simili o addirittura peggiori della nostra. Se non è equo che l’Italia sia costretta ad indebitarsi al 7% mentrela Germaniapossa farlo a meno del 2%,la Franciaa poco più del 3% e anchela Spagnaa tassi inferiori ai nostri di quasi due punti percentuali, l’aspetto positivo di questa situazione che penalizza i conti pubblici italiani è che con interessi così elevati pagati dai titoli pubblici italiani le famiglie che li detengono possano godere di rendite consistenti che non sarebbe agevole istituire altrimenti.

Diventa quindi urgente passare a misure concrete senza attendere oltre. Nell’esempio fatto in APPENDICE* si mostra come spendendo oggi 113.930 euro, si potrebbe ottenere una rendita mensile netta di 656 euro per circa 12 anni (94.464 euro) ricevendo poi alla scadenza del BTP (1 novembre 2023) il rimborso di 100mila euro.

Tuttavia, perché il sistema economico ne tragga davvero vantaggio, occorre che beneficino della creazione di queste consistenti rendite i residenti in Italia che le potranno così destinare a consumi o a investimenti tali da permettere all’economia del Paese di beneficiarne.

C’è chi sostiene che in Italia non vi siano più le risorse patrimoniali per comprare una parte consistente del DEBITO PUBBLICO italiano detenuto da investitori esteri. Ma è giustificato questo pessimismo? Non lo è per diverse ragioni, ma soprattutto per i fatti concreti descritti e analizzati in vari studi l’ultimo dei quali ad opera della BANCA D’ITALIA “La ricchezza delle famiglie italiane  Anno 2010” Nuova serie  Anno XXI – Numero 64, pubblicato il 14 Dicembre 2011 http://www.bancaditalia.it/statistiche/stat_mon_cred_fin/banc_fin/ricfamit/2011/suppl_64_11.pdf

 

PATRIMONIO e DEBITO PRIVATO in Italia

Alla fine del 2010 la ricchezza lorda delle famiglie italiane, sostanzialmente invariata rispetto alla fine del 2009, era pari a circa 9.525 miliardi di euro, corrispondenti a poco meno di 400mila euro in media per famiglia. Le attività reali rappresentavano il 62,2% della ricchezza lorda (5925 miliardi di euro), le attività finanziarie il 37,8% (3600 miliardi di euro).

Tenendo conto che alla data dell’1-1-2011 la popolazione residente in Italia era secondo l’ISTAT di 60.626.442 individui, la ricchezza media impiegata in attività reali era pari a 97.730 euro pro-capite mentre quella impiegata in attività finanziarie era di 59.380 euro pro-capite.

Poiché le passività finanziarie ammontavano a 887 miliardi di euro, dalla ricchezza finanziaria pro-capite andavano dedotti mediamente 14.630 euro, portando la ricchezza finanziaria netta pro-capite a 44.750 euro, quindi 2713 miliardi di euro in totale, somma alla quale potrebbe, e dovrebbe, essere correlato l’intero ammontare del DEBITO PUBBLICO italiano, pari a 1.843.015 milioni di euro (30.400 euro pro-capite) nel 2010, composto per oltre tre quarti da passività a medio lungo termine (1.418.737 milioni) quasi completamente a tasso fisso.

Il 46,15% del debito pubblico è detenuto dalla Banca d’Italia o da istituzioni finanziarie italiane, il 9,58% è posseduto da altri residenti, mentre il restante 44,27% (816 miliardi di euro) è allocato all’estero (fonte: Banca d’Italia, Finanza pubblica, fabbisogno e debito, maggio 2011).

Se per evitare pericolose speculazioni da parte dei mercati esteri ci impegnassimo ad acquisire i due terzi del DEBITO PUBBLICO italiano allocato all’estero (per fare in modo che ne rimanga all’interno almeno l’85%) dovremmo sborsare 544 miliardi di euro, una somma grande ma relativamente modesta in termini pro-capite (8.973 euro) che riporterebbe la quota di titoli pubblici italiani detenuti da residenti ai valori percentuali di alcuni anni fa, prima dell’allontanamento dai nostri titoli a favore di carta finanziaria italiana ed estera (azioni, obbligazioni, fondi) rivelatasi nel tempo molto deludente sul piano dei rendimenti annui, ma soprattutto in termini di guadagni attesi in conto capitale.

Per esempio nel 1995 il valore dei titoli pubblici italiani che erano nel portafoglio degli italiani e quindi parte del loro PATRIMONIO, era equivalente a 326,7 miliardi di euro correnti e le obbligazioni private italiane (quasi tutte bancarie) ammontavano a 40,7 miliardi di euro.

Nel 2010 i due dati (sempre in euro correnti) erano divenuti rispettivamente 181,4 e 366,7 miliardi di euro. I depositi su conto corrente bancario sono passati nello stesso periodo da193,8 a494,4 miliardi di euro correnti. I fondi comuni d’investimento sono passati da 67,4 (1995) a 238,2 (2010) miliardi di euro correnti dopo essere stati ben più cospicui nel 1998 (369,1), 1999 (470,5), 2000 (475,4), 2001 (408,9), 2002 (373,2) ed essere rimasti su questi livelli fino al 2006 (367); salvo precipitare poi a 190,6 nel 2008 dopo essere stati 320 miliardi di euro nel 2007 e 221 nel 2009.

Per acquistare dunque i due terzi del DEBITO PUBBLICO italiano allocato all’estero pari a 544 miliardi di euro, basterebbe ridurre l’entità di alcune voci, a cominciare dai depositi bancari (non soltanto quelli in conto corrente) che ammontavano nel2010 a657,3 miliardi di euro, dato che i titoli del debito pubblico italiano sono facilmente ri-trasformabili in depositi bancari. A questi si potrebbero aggiungere i parziali smobilizzi delle obbligazioni private italiane (366,7 miliardi di euro) e i titoli esteri (165,1 miliardi di euro) che, godendo di rendimenti modesti e di corsi superiori a 100, potrebbero essere utilmente venduti.

La crescente domanda di titoli italiani ne farebbe aumentare il prezzo e ridurre i rendimenti, ma probabilmente senza cambiare radicalmente la situazione se non nella natura della proprietà, da estera a italiana.

Come si vede non soltanto esistono margini tali da consentire spostamenti piuttosto ampi nel portafoglio finanziario dei risparmiatori, ma si sta facendo sempre più strada la consapevolezza degli errori commessi dalle banche e dai promotori finanziari che  hanno spinto, senza sufficiente riflessione e ponderazione e badando al loro immediato tornaconto, i risparmiatori a mutare il quadro operativo nel quale veniva gestito quella parte del reddito non consumato chiamato risparmio.

Persino le passività finanziarie di cui gli italiani sono titolari (e che nel 2010 ammontavano a 887 miliardi di euro, e cioè 14.630 euro pro-capite), indicano che la situazione è sotto controllo.

Infatti, la voce principale del debito privato degli italiani (367,6 miliardi) si riferisce a prestiti per l’acquisto della casa; il credito al consumo (120,3 miliardi) è cresciuto molto in questi ultimi anni ma resta relativamente modesto indicando che gli italiani non vivono ancora al di là dei propri mezzi, come si fa invece in Paesi considerati a torto virtuosi e come mostrano i seguenti confronti internazionali dai quali appare inequivocabilmente che le famiglie italiane risultano le meno indebitate, dato che l’ammontare dei debiti è in Italia pari all’82% del reddito disponibile mentre in Francia e in Germania è di circa il 100%, negli Stati Uniti e in Giappone è del 130%, nel Regno Unito del 170%.

Inoltre, per finire, occorre sapere che le famiglie italiane dispongono di una RICCHEZZA elevata e pari nel2009, a8,3 volte il REDDITO disponibile, contro 8 volte nel caso del Regno Unito, 7,5 volte della Francia, 7 del Giappone, 5,5 del Canada e 4,9 volte degli Stati Uniti.

Dov’è allora tutta questa virtù dei nordici e dei Paesi che indichiamo come modelli ai quali guardare con ammirazione?

Non soltanto quindi le risorse finanziarie per ricomprare una fetta importante del nostro DEBITO PUBBLICO ora all’estero ci sarebbero, date le dimensioni del PATRIMONIO PRIVATO di cui gli italiani dispongono – e osservando che i debiti si ripagano attingendo al patrimonio più che al reddito – ma approfittando per una volta della cattiva stampa di cui l’Italia soffre sempre, potremmo ricomprarlo a prezzi convenienti, se ci affrettiamo a farlo concretamente.

I tempi che stiamo attraversando consigliano prudenza, e non soltanto in materia finanziaria. La linfa vitale costituita dal lavoro si inaridisce ogni giorno di più e al risparmio si chiede sempre meno di restare negletto o mettersi pericolosamente in gioco per accrescersi e moltiplicarsi con rapidità.

Più modestamente dovremmo desiderare che il risparmio potesse venire in aiuto al reddito decrescente, o addirittura che potesse fare le veci di un reddito che, mancando il lavoro, non siamo più in grado di generare in modo sufficiente a mantenere il livello di vita al quale siamo abituati.

 

APPENDICE*

UN ESEMPIO DI INVESTIMENTO IN BTP-BUONI DEL TESORO POLIENNALI

Può essere importante che le famiglie procedano al più presto a questo investimento a sostegno del Paese consapevoli dei rischi (modesti) ma anche della possibilità che, abbassandosi i tassi di interesse ai quali l’Italia oggi si indebita, i corsi crescano permettendo dei sostanziosi guadagni in conto capitale in caso sia necessario vendere i BTP prima della scadenza naturale.

E’ lecito chiedersi di che dimensioni siano questi rischi, che abbiamo etichettato come modesti perché perfettamente consapevoli che la loro entità verrà ridotta o ingigantita dall’opinione che se ne faranno i protagonisti concretamente operanti nel mercato, dato che, come recita l’unica vera legge riguardante il funzionamento dell’economia: “ciò che è creduto vero diventa vero se ci si comporta di conseguenza”. La nostra fiducia nel Paese e nella solidità dei suoi titoli sarà determinante se li acquisteremo, riducendo i nostri investimenti in carta finanziaria estera e attingendo ai depositi in conto corrente, dato che i titoli sono facilmente ritrasformabili in denaro.

Ci siamo resi conto a nostre spese di ciò che i Paesi poveri sapevano da tempo, e cioè quanto sia pericoloso avere un DEBITO PUBBLICO che sia anche soltanto in parte DEBITO ESTERO, trasformazione che nel caso nostro è avvenuta come un fatto naturale quando l’euro è divenuta la moneta dell’Italia ed è quindi cresciuto l’interesse degli investitori esteri per i nostri titoli.

Inoltre, avendo data la possibilità agli italiani di investire in carta finanziaria (obbligazioni e azioni) di emissione estera, ciò ha implicato un calo d’interesse degli italiani per i titoli nazionali al punto che da 326,7 miliardi di euro investiti in titoli pubblici italiani nel 1995 si è passati a 181,4 nel 2010: è ora di correre ai ripari.

 

Prendiamo – come esempio di titolo pubblico su cui riflettere per fare un oculato investimento e creare così una rendita per la propria famiglia – il BTP trentennale al 4,50% semestrale che, emesso l’1 novembre1993 a93,75 (invece che a 100), rende ai suoi sottoscrittori non il 9% ma il 9,60% annuo per tutti i 30 anni della sua vita, fino al rimborso dell’1 novembre 2023, indipendentemente dall’andamento dei tassi e da ogni altra variabile.

Pur essendo questo tipo di investimento in un titolo pubblico certo nelle sue premesse e sicuro nelle sue conclusioni, sono i tassi ai quali lo Stato si indebita durante la vita del BTP che possono influenzare il corso di ciascuno dei BTP in essere, e cioè il prezzo al quale può essere venduto e comprato nel mercato secondario dei titoli prima della data del rimborso a scadenza. Così, continuando nell’esempio, chi avesse voluto vendere questo BTP poco più di un anno dopo la sua emissione sarebbe incorso in gravi perdite in conto capitale.

Infatti, nella primavera del 1995, quando a causa dell’aumento dei tassi dovuto all’inflazione erano in circolazione BTP a 2-3 anni al 14,50%, il corso del BTP novembre 2023 al 9% era sceso a circa 77,80 procurando, a chi l’avesse comprato nel mercato secondario, una rendita dell’11,57% circa per i restanti 28 anni e più di vita del titolo, ma causando una perdita sostanziosa (circa il 17%) in conto capitale per chi l’avesse sottoscritto all’emissione e poi venduto dopo poco più di un anno.

Ma la situazione muta ancora, e radicalmente, in pochi anni e al 6 maggio 1998, sui 42 Buoni del Tesoro Poliennali in vita a quella data, vi erano 25 BTP con rendimenti compresi tra 9% e 12,50% e 17 BTP con rendimenti compresi tra 4,75% e 8,75%. Tenendo conto dei corsi ai quali tali titoli venivano scambiati, i tassi di rendimento erano più bassi di quelli nominali e così per esempio il BTP maggio 2003 al 4,75% era quotato 99,49 (il solo sotto la pari), mentre il BTP novembre 2023 al 9% era quotato 145,38 (il corso più elevato di tutti i 42 BTP perché a scadenza più lontana tra quelli a tasso di interesse elevato).

Al 6-1-2004 erano in vita nove BTP con rendimenti annui compresi tra l’8,50% e il 10,50% i cui corsi erano tutti sopra la pari e il più alto dei quali era sempre il BTP 1 novembre 2023 al 9% quotato quel giorno 151,15. Si noti che su questi andamenti non ha inciso il fatto che le emissioni fossero state denominate in lire fino al 1998 e poi dall’1-1-1999 anche in euro, e soltanto in euro dall’1-1-2002.

er completare l’esempio guardiamo infine alla situazione odierna, caratterizzata dai tassi modesti generati dall’avvento dell’euro che ha portato a un abbassamento generalizzato dei tassi di interesse.

Sui 63 BTP in essere al 12 gennaio 2012 (e 7 di questi BTP scadranno tra l’1 febbraio e il 15 dicembre 2012) ve ne sono 26 con rendimenti compresi tra l’1,85 e il 3,75%, 34 con rendimenti compresi tra il 4 e il 6,50% e soltanto tre titoli con rendimenti superiori: i BTP 2023 al 9% e all’8,50% e il BTP 2026 al 7,25%. Questi ultimi sono quotati sopra 100, mentre gli altri 60 BTP sono quasi tutti sotto la pari (salvo 9 quotati circa 100), con il risultato di dare, come per i BTP di nuova emissione, rendimenti lordi medi che si aggirano intorno al 7%.

Ciò significa che comprando 100mila euro nominali di questo BTP (quotato il 18 gennaio113,93 inchiusura) che richiede un investimento di 113.930 euro, si otterrebbe una rendita annua netta di 7.875 euro (9.000 euro lordi meno l’imposta cedolare secca del 12,50%) pari a 656 euro al mese fino al novembre 2023, quando si riceverebbe il rimborso di 100mila euro alla scadenza del BTP.

 

NOTE

Diamo allora inizio alla rettifica di pochi nomi – REDDITO o PIL e RICCHEZZA o PATRIMONIO o CAPITALE – ma oggi essenziali per la civile convivenza e perché siano evitati errori gravidi di conseguenze negative per la vita dei singoli e dei popoli.

Accade infatti spesso che, volendo parlare del REDDITO NAZIONALE (l’insieme dei redditi a qualsiasi titolo percepiti in un certo anno dai cittadini del sistema economico del Paese) o del PRODOTTO INTERNO LORDO (PIL, il valore della produzione di beni e servizi realizzati all’interno del Paese in un certo anno), venga spesso usata a torto la parola RICCHEZZA come se si trattasse di un sinonimo di REDDITO o PIL.

Il termine RICCHEZZA – sinonimo di PATRIMONIO o di CAPITALE – appartiene alla categoria dei concetti “fondo” e non può assolutamente essere considerato sinonimo di REDDITO o PIL, che appartengono invece al novero dei concetti “flusso”.

Il REDDITO o PIL non può che essere misurato in relazione al tempo trascorso; per questo quando si parla del PIL o del REDDITO NAZIONALE ci si riferisce a questa grandezza prodotta in un certo lasso di tempo, normalmente l’anno solare o fiscale.

A quanto ammontava il PATRIMONIO di Caio alle ore 12 del 18 gennaio 2012? E’ una domanda alla quale è possibile rispondere tenendo conto dei corsi dei titoli (azioni, obbligazioni, ecc.) posseduti da Caio e della stima del valore di mercato degli immobili e oggetti di valore che egli possedeva in quel momento. Nel caso Caio abbia dei debiti si dovrà sottrarne l’ammontare per avere il valore (stimato ai prezzi di mercato di quel momento) del suo PATRIMONIO al netto dei debiti.

Il debt service ratio o tasso del servizio del debito nasce da:

SERVIZIO DEL DEBITO diviso PIL moltiplicato per 100,

che ci dice quanto pesa in termini percentuali sul PIL la gestione del DEBITO PUBBLICO accumulato nel corso degli anni.  Non sembra equo che vi siano Paesi dell’area euro gravati da un servizio del debito molto più oneroso di quello di altri Paesi della stessa area.

Gianni Fodella

DIO PIL

Scrive il grande economista Giorgio Fuà nell’introduzione al suo “CRESCITA ECONOMICA Le insidie delle cifre” (il Mulino 1993): “Le cifre del reddito nazionale – che cinquant’anni fa interessavano solo uno sparuto numero di specialisti – sono oggi argomento quotidiano per il grande pubblico. E’ divenuto uso comune riferirsi ai livelli di reddito pro capite per giudicare se e quanto un paese “stia meglio” di un altro; e guardare il tasso di crescita (in termini reali) del reddito stesso come indicatore della rapidità con cui un paese riesce ad avanzare sulla via del “Progresso”. Il successo di popolarità ottenuto da queste misure statistiche della crescita è tuttavia inquinato dal fatto che in molti casi coloro che ne fanno uso attribuiscono a tali dati un significato ed una validità diversi da quelli che realmente possiedono. Ne consegue un duplice danno, perché con l’impiego acritico delle statistiche si acquista un patrimonio di certezze vasto bensì ma falso, mentre si perdono di vista le indicazioni – limitate ma comunque utili – che si potrebbero ricavare utilizzando con discernimento le statistiche stesse.”

Così il PIL è diventato una divinità di cui siamo bigotti adoratori, ma sarebbe ora di dire basta.

Il livello del PIL pro capite e il suo tasso di variazione nel tempo sono dati importanti per le imprese produttrici di beni e servizi, e a queste soprattutto dovrebbero interessare. Infatti, se il PIL pro capite avrà raggiunto determinate dimensioni, si potrà verificare in quel sistema economico la domanda di certi beni e servizi; se il PIL pro capite crescerà a ritmi elevati questo crescente potere d’acquisto si rivolgerà a beni e servizi nuovi o si tradurrà in una domanda più sostenuta dei beni e servizi già esistenti. Questo è ciò che accade nei sistemi economici ricchi; ma un più alto livello di PIL pro capite e un sostenuto tasso di crescita non indicano affatto che nel sistema economico dove ciò si verifica le condizioni di benessere materiale stiano migliorando, potrebbe anzi essere vero il contrario. Ed è precisamente ciò che sta accadendo nella maggior parte dei sistemi economici ricchi.

Se nel nostro sistema economico si mangia più del necessario, e il cibo non indispensabile così consumato ci costringerà a ricorrere al medico per avere cure e medicine per rimediare ai danni di questa eccessiva alimentazione, l’intera operazione avrà provocato un aumento del PIL pur avendo causato inutili sprechi e danni alla salute. Infatti le spese per il consumo di alimenti eccedente il necessario, per le cure mediche, per le medicine, saranno conteggiate come altrettante voci positive nel calcolo del PIL (e quindi anche del PIL pro capite).

Se l’efficienza dei trasporti pubblici si riducesse ulteriormente anche a causa del crescente traffico automobilistico privato, non resterebbe che aumentare la densità degli autoveicoli circolanti in rapporto alla popolazione. I maggiori acquisti di auto e carburanti farebbero crescere il PIL, e indurrebbero una ulteriore crescita del PIL anche le più frequenti malattie legate all’inquinamento, attraverso maggiori spese mediche, più frequenti degenze ospedaliere, maggiori spese per medicine e protesi legate alle conseguenze del maggior numero di incidenti causati dall’accresciuto numero di autoveicoli circolanti.

Per contro, in un Paese molto povero, politiche agricole appropriate per far uscire il Paese dall’estrema povertà potrebbero far aumentare la produzione dell’alimento base facendone scendere il prezzo. Così, la famiglia che avesse ricavato dalla coltivazione del suo campo 10 quintali di alimento base (pari a un reddito monetario di 1000), nell’ipotesi che potesse produrne 15 quintali (e il prezzo di mercato scendesse da 100 a 60-70 al quintale) potrebbe trovarsi con un reddito monetario addirittura inferiore o di poco superiore (900-1050) pur essendo le condizioni di vita di tutti sicuramente migliorate perché tutti nella nuova condizione potranno mangiare di più di ciò che avranno coltivato e chi non lo coltiva potrà comprarne di più grazie alla diminuzione del prezzo indotta dalla maggior quantità prodotta.

Che cosa significa tutto ciò? Semplicemente che dobbiamo cessare di considerare i dati relativi al PIL i soli rilevanti per capire le condizioni di vita dei cittadini, ma guardare ad altri indicatori che ci permettano di farlo meglio liberandoci dall’asservimento al Dio PIL. Eccone un esempio:

Tabella 1 Mutamenti nelle condizioni di vita e della capacità competitiva dei principali Paesi

Popolazione in milioni di abitanti negli anni:

1960 2009

I 32 PAESI del mondo con almeno 40 milioni di abitanti nel 2009 Durata vita media in anni

(maschile più femminile : 2)

1960(+)=2009

Adulti alfabetizzati:

valori in % (anno)

1960 2009

Quote percentuali (miliardi di $ correnti) delle ESPORTAZIONI mondiali detenute da ciascun Paese nell’anno:

1950 1970 1990 2009

(59,9) (298,8) (3405) (12378,5)

658 1346 CINA 64 (1980) 74 66 (1977) 94 0,92 0,77 1,82 9,71
96 231 INDONESIA 41 (+ 30) = 71 39 91 1,34 0,37 0,75 0,97
94 128 GIAPPONE 68 (+ 15) = 83 98 100 1,38 6,46 8,45 4,69
35 86 VIETNAM 43 (+ 32) = 75 87 (1977) 92 0,13 — — 0,46
26 68 THAILANDIA 52 (+ 17) = 69 68 94 0,51 0,24 0,68 1,23
25 48 COREA del Sud 54 (+ 26) = 80 71 100 0,02 (1955) 0,28 1,91 2,92
934 1907       4,30 totale ESTASIA 19,98
120 142 RUSSIA 68 (- 1) = 67 99 99 URSS fino al 1991 1,12 (1992) 2,45
28 73 TURCHIA 51 (+ 22) = 73 38 89 0,44 0,20 0,38 0,82
73 82 GERMANIA 70 (+ 10) = 80 99 (1977) 100 3,33 11,46 12,04 9,05
46 65 FRANCIA 70 (+ 12) = 82 99 (1977) 100 5,15 5,98 6,36 3,84
52 62 REGNO UNITO 71 (+ 9) = 80 99 (1977) 100 10,56 6,50 5,44 2,88
50 60 ITALIA 69 (+ 12) = 81 91 99 2,01 4,42 5,00 3,29
31 47 SPAGNA 69 (+ 12) = 81 87 98 0,65 0,80 1,63 1,78
43 46 UCRAINA 68 (+ 1) = 69 99 100 URSS fino al 1991 0,21 (1992) 0,32
443 577       22,14 (*) totale EUROPA 24,43
186 307 USA 70 (+ 10) = 80 98 99 17,17 14,28 11,56 8,54
73 191 BRASILE 55 (+ 18) = 73 61 90 2,27 0,92 0,92 1,24
37 110 MESSICO 58 (+ 19) = 77 65 93 0,89 0,47 1,20 1,86
17 49 SUDAFRICA 53 (- 1) = 52 57 89 1,93 1,12 0,69 0,51
16 45 COLOMBIA 53 (+ 21) = 74 63 93 0,66 0,24 0,20 0,26
21 40 ARGENTINA 65 (+ 11) = 76 91 98 1,97 0,59 0,36 0,45
350 742       24,89 totale COLONIE BIANCHE 12,86
442 1161 INDIA 43 (+ 22) = 65 28 66 1,91 0,68 0,53 1,33
50 181 PAKISTAN 43 (+ 24) = 67 15 54 0,82 0,13 0,16 0,14
51 162 BANGLADESH 37 (+ 30) = 67 22 55 con PAKISTAN fino al 1971 0,05 0,10
28 92 FILIPPINE 53 (+ 19) = 72 72 94 0,55 0,35 0,24 0,31
22 74 IRAN 50 (+ 22) = 72 16 82 1,17 0,80 0,57 0,63
22 50 MYANMAR 44 (+ 18) = 62 60 92 0,23 0,036 0,0095 0,05
42 155 NIGERIA 39 (+ 10) = 49 15 60 0,42 0,41 0,40 —
23 79 ETIOPIA 36 (+ 20) = 56 15 (1977) 36 0,06 0,04 0,0088 0,012
28 78 EGITTO 46 (+ 25) = 71 26 66 0,84 0,26 0,08 0,19
15 66 CONGO (Zaire) 40 (+ 8) = 48 31 67 0,44 0,09 0,03 —
10 44 TANZANIA 42 (+ 15) = 57 10 73 0,11 0,09 0,012 0,019
11 43 SUDAN 40 (+ 19) = 59 13 69 0,16 0,10 0,011 0,06
744 2185       6,71 totale AFRO-ASIATICI 2,84
2471 5411 Popolaz. totale     58,04 (*) TOTALE ESPORTAZIONI 60,11
3024 6792 Pop. mondiale     100,00 ESPORTAZIONI MONDO 100,00
        (*) URSS esclusa (stima del 2,5% circa)

Fonte dei dati: Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, vari anni

I 32 sistemi economici più popolosi della Terra (che contano per i quattro quinti della popolazione mondiale e i tre quinti delle esportazioni mondiali) sono fortemente rappresentativi della totalità dei Paesi del mondo e sono stati raggruppati in quattro aree relativamente omogenee suddividendoli in:

– ESTASIA sistemi economici che promettono bene quindi CRESCENTI (con l’eccezione dell’Indonesia che produce ed esporta soprattutto materie prime), che fino a ieri furono poverissimi o relativamente poveri; la sua popolazione è più che raddoppiata passando da 934 a 1907 milioni;

– EUROPA sistemi economici ricchi o non troppo poveri ma STAGNANTI, con l’eccezione di quelli “mediterranei” (Italia, Spagna, Turchia) che denotano un superiore dinamismo rispetto agli altri; la sua popolazione è aumentata soltanto del 30% passando da 443 a 577 milioni;

– COLONIE di popolamento bianco economicamente DECLINANTI, alcune fino a ieri tra i sistemi economici più ricchi del mondo o comunque ricchi, domani chissà; la sua popolazione è quasi raddoppiata passando da 350 a 742 milioni;

– AFRO-ASIATICI sistemi economici poveri o poverissimi CON MODESTE SPERANZE DI RISCATTO, forse con l’eccezione del “mediterraneo” Egitto, dell’Iran e delle Filippine; la sua popolazione è quasi triplicata in Asia passando da 615 a 1720 milioni e quasi quadruplicata in Africa passando da 129 a 465 milioni.

Una prima osservazione che si può fare riguarda le dinamiche demografiche: anche con una popolazione crescente – ci dicono i dati relativi ai Paesi dell’Estasia – le condizioni di vita possono migliorare, sebbene una crescita prorompente come quella asiatica, e soprattutto quella africana, possa essere causa di seri problemi e costituire un freno alla diffusione in quei Paesi del benessere materiale.

La speranza di vita alla nascita (durata media della vita), pur essendo ovunque migliorata (con le vistose eccezioni di Russia, Sudafrica e Ucraina), ha conosciuto i maggiori miglioramenti in Estasia, avvicinandosi ai dati dell’Europa, che erano tuttavia molto favorevoli già nel 1960.

Anche i paesi afro-asiatici hanno conseguito notevoli miglioramenti, ma partendo da dati molto più sfavorevoli nel 1960.

Il progresso nell’alfabetizzazione degli adulti è stato ovunque notevole, ma il fatto che vi siano Paesi dove gli adulti analfabeti superino ancora il 40% della popolazione – come in Pakistan, Bangladesh, Nigeria ed Etiopia (64%) – li rende poco permeabili alla diffusione di qualsiasi misura tesa a diffondere tecnologie più produttive e abitudini di vita più salubri.

La capacità concorrenziale dispiegata dai Paesi dell’Estasia non ha avuto eguali: la quota delle esportazioni mondiali detenuta dai soli 6 paesi elencati è quasi quintuplicata passando dal 4,30% del 1950 al 19,98% del 2009. L’Europa ha mantenuto le proprie già rilevanti posizioni (un quarto delle esportazioni mondiali), mentre le colonie di popolamento europee hanno dimezzato il loro peso passando da un quarto a un ottavo delle esportazioni mondiali. I Paesi più poveri, pur partendo da posizioni modestissime (6,71% nel 1950), le hanno ulteriormente peggiorate (2,84% nel 2009).

Un dato importante per capire quali possano essere le capacità produttive potenziali di un Paese è dato dalla sua capacità di produrre energia elettrica; occorre quindi per questo esaminare in primo luogo la potenza elettrica installata in termini assoluti (in milioni di kW) e pro capite (kW/abitante). Il numero degli utenti, l’estensione territoriale, la fascia climatica e i livelli di vita prevalenti sono gli elementi che ne giustificano e determinano la dimensione quantitativa.

Tabella 2 Classificazione dei Paesi in base alla potenza elettrica installata in milioni di kW Dati relativi al 2009. Vengono poi indicati in termini pro-capite:

potenza elettrica installata in kW/ab. e consumo annuo medio in kWh/abitante

1 USA 995      3,241       13616

2 CINA 716     0,532      2328

3 GIAPPONE 279 2,180 8475

4 RUSSIA 221 1,556 6338

5 INDIA 159 0,137 543

6 GERMANIA 133 1,622 7185

7 Canada 125 3,676 16995

8 FRANCIA 116 1,785 7573

9 ITALIA 105 1,750 5718

10 BRASILE 100 0,524 2154

11 SPAGNA 89 1,894 6296

12 REGNO UNITO 84 1,355 6142

13 COREA del SUD 73 1,521 8502

14 MESSICO 56 0,509 2028

15 Australia 54 2,425 11216

16 UCRAINA 54 1,174 3539

17 IRAN 47 0,635 2325

18 SUDAFRICA 43 0,878 5013

19 TURCHIA 41 0,562 2210

20 Taiwan 41 1,773 10216

21 Arabia Saudita 37 1,439 7236

22 Svezia 34 3,637 15238

23 Polonia 32 0,839 3662

24 Norvegia 30 6,175 24997

25 ARGENTINA 29 0,725 2658

26 THAILANDIA 28 0,412 2157

27 INDONESIA 28 0,121 564

28 Paesi Bassi 24 1,448 7099

29 Venezuela 23 0,798 3078

30 EGITTO 23 0,295 1468

33 PAKISTAN 19 0,105 475

42 FILIPPINE 16 0,174 592

45 COLOMBIA 13,242 0,297 940

46 VIETNAM 12,637 0,147 728

…………………………..

?? BANGLADESH 5,245 0,032 144

?? MYANMAR 1,413 0,028 95

?? NIGERIA 5,898 0,038 137

?? CONGO 2,443 0,037 97

?? SUDAN 1,061 0,025 94

?? TANZANIA 0,957 0,022 83

?? ETIOPIA 0,814 0,010 40

Guardando con attenzione questi dati si potrebbero fare molte utili considerazioni, che tuttavia esulerebbero dal tema di questo breve scritto.

Vorrei soltanto osservare che comparando i consumi elettrici degli Stati Uniti a quelli della Germania (Paesi dove le condizioni di vita materiale sono mediamente simili) è legittimo sospettare che vi sia negli Stati Uniti uno spreco energetico che caratterizza gli stili di vita di quel sistema economico, incurante dei danni provocati all’ambiente e irrispettoso dei diritti delle generazioni future.

Inoltre, può essere sorprendente constatare che Paesi così diversi come IRAN (0,635), TURCHIA (0,562), CINA (0,532), BRASILE (0,524), MESSICO (0,509), THAILANDIA (0,412) possano essere posti quasi sullo stesso piano in termini di dotazioni energetiche – ben lontani da COLOMBIA (0,297) o EGITTO (0,295) e ancora di più dall’INDIA (0,137) – ma basterà guardare gli altri dati proposti nella Tabella 1 per constatarne la coerenza.

Vorrei quindi limitarmi a dire che i dati espressi in quantità fisiche o comunque non monetarie sono sempre più significativi e preferibili a quelli di natura monetaria, con una possibile eccezione relativa ai dati sul commercio con l’estero, perché soggetti a un duplice controllo, essendo le esportazioni di un Paese pari alle importazioni da quel Paese di tutti gli altri Paesi del mondo; vi è quindi la possibilità di controllare due volte lo stesso dato che diviene così più sicuro e fondato.

Per giudicare l’andamento delle economie di questi 32 Paesi così rappresentativi nel corso di mezzo secolo non abbiamo quindi fatto ricorso ai soliti dati economici, quali ad esempio i livelli di spesa rappresentati dal reddito nazionale e dai suoi tassi di crescita in termini assoluti e pro capite, ma abbiamo invece considerata la durata della vita media (dato sintetico che racchiude e riassume in sé una quantità di altri indicatori economici e sociali come meglio non si potrebbe) e un importantissimo “consumo” sociale che è nel contempo il più importante investimento nelle risorse umane di ciascun Paese, e cioè il grado di alfabetizzazione degli adulti.

Come si può vedere, non occorre fare ricorso ai dati relativi al DIO PIL per capire quali siano le condizioni di vita e di benessere materiale prevalenti in un Paese e le sue potenzialità produttive …

Gianni Fodella

L’ITALIA NON HA 150 ANNI

Note a margine di un anniversario sul quale riflettere

………………… il bel paese

Ch’ Appennin parte e ‘l mar circonda e l’Alpe.

Così Francesco Petrarca definiva l’Italia sette secoli fa. Ha senso celebrare l’unità della nazione (unità comunque parziale, dato che la nazione italiana sta in parte anche in Corsica, nel Canton Ticino, in Slovenia, in Croazia, ecc.) il 17 marzo 2011?

Ma il 150° anniversario della proclamazione a Torino del Regno d’Italia non va confuso con la celebrazione dell’Unità d’Italia, dato che la nazione italiana esiste da molto più tempo e la sua unità (nonché la sua unicità) in termini di cultura, sia pure nelle sue molteplici sfaccettature, prescinde dalle forme di governo che l’hanno dominata o che può avere assunto nel corso dei molti secoli della sua storia millenaria.

Un piccolo libro pubblicato nel 2004 – Fabrizio Coppola, Breve storia del nome Italia dall’antichità al Risorgimento, Istituto Scientia (69 pagine in http://italia.onwww.net/italia/testocompleto.htm) – ci ricorda che il nome Italia venne usato già nel VI secolo a.C. (anche se riferito alla Calabria); nel V secolo a.C. Antioco di Siracusa scrisse un saggio sull’Italia che ne comprendeva tutte le regioni meridionali; nel III secolo a.C. il nome Italia comprendeva l’intera penisola e nel II a.C. anche le regioni del Nord; nel 90 a.C. venne coniata dagli alleati della confederazione antiromana nell’attuale Corfinio (Abruzzo) una moneta dove la parola ITALIA appariva in caratteri lapidari romani; Publio Virgilio Marone (Mantova 70-Brindisi 19 a.C.) celebrava l’Italia nel poema Eneide che tanta influenza avrà su Dante, Petrarca, Boccaccio e poi su Tasso e Leopardi. Nel 27 a.C. l’Italia, territorio metropolitano di Roma, è divisa in 11 regioni che non comprendono ancora Sicilia, Sardegna e Corsica (province esterne fino al III secolo d.C.).

Da queste epoche remote in poi l’Italia (anche al tempo del crollo dell’impero romano, del dominio longobardo, del sacro romano impero, dei liberi comuni e delle repubbliche marinare) non ha mai cessato di esistere nel comune sentire delle popolazioni che ne hanno abitato i territori come imprescindibile e centrale per la civiltà fiorita sulle sponde del Mediterraneo, indipendentemente da chi vi esercitasse il dominio politico, e presso tutti coloro che sono venuti in contatto con la cultura italiana.
Non si può dimenticare che la prima scuola poetica in lingua italiana nasce nel XIII secolo a Palermo, alla corte di Federico II di Svevia, luogo di incontro tra le culture greca, latina e araba. Tra il 1300 e il 1500 l’italiano comincia a sostituire il latino come lingua ufficiale dei vari stati italiani e non vi è persona colta in Europa che non sia in grado di comprendere e di esprimersi nella lingua di Dante, e anche per la musica l’italiano è da sempre la lingua di espressione ovunque nel mondo
L’enorme influenza esercitata dall’Italia su poeti, scrittori, artisti di ogni campo è testimoniata da troppi autori di tutta Europa per poterli elencare. Basterà citare l’ammirazione per l’Italia di Montaigne (1533-1592) e il debito contratto da Shakespeare (1564-1616) che non a caso ha ambientato in Italia e in altri paesi mediterranei la maggior parte dei suoi più grandi lavori, commedie o tragedie che fossero, e ha dato spesso ai personaggi creati dalla sua fantasia nomi e caratteri italiani.

Quando l’Italia era frammentata in piccole unità politicamente divise, o parte di grandi imperi, i suoi figli hanno dato il meglio di sé. Non così quando, seguendo le tendenze promosse da Illuminismo e Romanticismo, il malinteso amor di patria, e cioè il desiderio di rinchiudersi entro confini dai quali escludere tutti coloro che parlavano lingue o professavano religioni diverse, ha assunto i connotati odiosi del nazionalismo (da non confondersi con il vero amor di patria, che si può esercitare anche nei confronti del proprio villaggio) e poi della xenofobia e del razzismo.

Non ha giovato all’Italia porsi nella scia di paesi come Spagna, Francia, Inghilterra dai quali non aveva nulla da imparare. Questi paesi unificati da tempo, e quindi potenti e aggressivi al di fuori dei loro confini, e prevaricatori al loro interno, avevano represso le differenze locali di ogni genere, ignorando che la varietà è ricchezza culturale, oltre che fonte di bellezza e di pensiero.

Anche l’Italia è divenuta così un paese coloniale e dispotico che ha causato lutti e rovine a popoli vicini e lontani, oltre che al proprio.

L’ideale dello stato-nazione è stato perseguito senza osservare la realtà che stava sotto gli occhi di tutti: gli stati-nazione hanno dato vita all’imperialismo colonialista, al razzismo, al nazionalsocialismo, al fascismo, al socialismo reale dominato dall’egemonia grande-russa, alle pulizie etniche reciproche tra serbi e croati, tra tutsi e hutu, ecc. Ciò che sta avvenendo in Palestina e in Israele ricalca lo stesso copione: fare posto a NOI a scapito degli ALTRI, mentre nel Mediterraneo popoli di tradizioni, lingue, religioni e stili di vita diversi hanno sempre convissuto.

Gli imperi invece, a differenza degli stati nazionali – idealisti nei propositi e autoritari e repressivi nei fatti – sono sempre stati più realisti e i loro comportamenti sono stati i più diversi oscillando tra la repressione più bieca e la tolleranza più aperta e generosa. Anche l’Unione Europea ha la struttura e i propositi di un impero e a questo è in qualche modo assimilabile. Le sue incertezze, che la rendono debole come capacità d’imperio, sono il suo pregio perché si traducono in azioni che non uccidono e reprimono come fanno altri imperi che sopravvivono: quello russo o quello americano, che invece mostrano ogni giorno ancora oggi il volto odioso del nazionalismo anche quando vorrebbero mascherarne i connotati con ideali che hanno cessato da un pezzo di essere nobili.

Sarebbe quindi insensato celebrare i simboli nazionali e gli anniversari di eventi che hanno portato, dopo la creazione del Regno d’Italia, il nostro Paese sul malsano esempio di altri stati nazione ad attaccare popoli inermi per colonizzarli e ad essere parte attiva nello scatenamento delle due guerre mondiali. A ben vedere l’Italia unita degli ultimi 150 anni ha ben poco di cui gloriarsi. Tuttavia, i tempi potrebbero essere maturi per una riflessione che portasse a un vero decentramento amministrativo dove le funzioni di governo a tutti i livelli non dovrebbero essere svolte da professionisti del potere, ma da semplici cittadini scelti dalla sorte e non dalla finzione che chiamiamo “volontà popolare” e che oggi si traduce in un voto dato agli attori che recitano meglio la loro parte e che dispongono dei finanziamenti e dei mezzi in grado di influenzare gli incauti che li voteranno.

Gianni Fodella

STILI DI VITA MEDITERRANEI

Si può prescindere dal petrolio?

Le genti che popolano i paesi del Mediterraneo hanno soprattutto a che fare con le terre che da esso sono bagnate. I paesi sono da millenni arroccati sui monti, difesi dalla natura e dalle mura. Un bel giorno (o forse brutto) in queste terre e in queste strette strade hanno cominciato ad arrivare le automobili: una grande comodità per i privilegiati che le possedevano e potevano usarle, una grande curiosità e un po’ di invidia per (quasi) tutti gli altri. Pochi coloro che, come i veneziani, potevano ignorare questa innovazione avendo un sistema per muovere persone e cose semplicemente perfetto e quindi soltanto peggiorabile, come è avvenuto con la motorizzazione della navigazione e la quasi scomparsa dai canali di un gioiello tecnologico insuperato come la gondola.

Quando le auto sono diventate numerose, sempre più numerose, e infine troppo numerose, facendo cambiare gli stili di vita (accade oggi che si accompagni persino il feretro di una persona cara alla sepoltura usando l’automobile …), una parte di noi ha cominciato a chiedersi se avere la macchina era stato davvero un desiderabile privilegio. Mentre ci chiedevamo se ne fosse valsa veramente la pena i negozi familiari e le botteghe artigiane hanno cominciato a chiudere e a scomparire. Si è dovuto cercare il lavoro più lontano da casa e anche la spesa ha cominciato ad essere fatta nei supermercati e nei centri commerciali costruiti fuori dal tradizionale centro abitato e raggiungibili soprattutto con l’automobile. Più cresceva il numero degli automobilisti e meno frequenti diventavano le corse dei mezzi di trasporto pubblici. Così, gradualmente, per schiere sempre più nutrite l’automobile è divenuto un indispensabile strumento di lavoro e di vita, una spesa obbligatoria e tutt’altro che modesta per produrre il reddito necessario a vivere. Molti hanno cominciato a rendersi conto che il cambiamento era stato in peggio, ma che si poteva ormai fare?

Nel frattempo quasi ovunque nei piccoli centri abitati una voce positiva per il reddito familiare veniva gradatamente meno: i prodotti degli orti e degli alberi da frutto dei negozianti o dei contadini loro fornitori non hanno più avuto acquirenti. Così, mentre nelle campagne la frutta marciva sugli alberi e gli orti divenivano incolti o si limitavano alla produzione per la famiglia del proprietario, si era costretti a consumare la frutta e la verdura venduta dai supermercati, che proveniva dai mercati generali e che arrivava da paesi sempre più lontani; ottenuta da un numero limitato di specie vegetali e preparata per il viaggio e per l’intervallo che separa la raccolta di frutta e verdura dal consumo con additivi che, insieme ai residui e ai derivati degli idrocarburi, una volta entrati nella catena dell’alimentazione umana, hanno contribuito a determinare la caduta delle barriere immunitarie e l’insorgere di allergie e neoplasie di ogni tipo.

Questa importante parte della nutrizione umana è da tempo totalmente dipendente dal petrolio: la petrolchimica fornisce gli oli minerali e i carburanti per far funzionare le macchine agricole, i fertilizzanti, i diserbanti, gli anticrittogamici che vengono sparsi nei campi con mezzi meccanici dopo essere stati trasportati in contenitori fatti di sostanze plastiche create dall’uomo e non biodegradabili, i cui residui polverizzati finiamo per inalare quando attraversiamo la campagna. L’aria che respiriamo in città ha un analogo contenuto di derivati del petrolio, cambia soltanto la composizione degli ingredienti: più residui di gomma e asfalto e meno residui di prodotti chimici impiegati nei campi coltivati. Tuttavia, le sostanze usate per combattere i parassiti degli alberi in parchi e giardini, i prodotti per il diserbo chimico delle aree urbanizzate e anche quelli usati nei vasi sulle terrazze mantengono comunque intollerabilmente alto il livello delle sostanze ingerite e inalate dai nostri figli semplicemente vivendo, in campagna o in città. Si salvano dall’inquinamento ambientale, almeno in parte, ormai soltanto gli abitanti delle montagne, dove sarebbe inutilmente dispendioso, e quindi economicamente poco razionale, usare queste sostanze velenose su piccola scala. Perché, a quanto pare, la razionalità soltanto a questo serve: a vedere se i conti tornano dal punto di vista economico, non a indirizzare la nostra esistenza verso abitudini più consone alla vita e alla salute.

Mentre tutti sappiamo che il petrolio (una materia prima di origine organica formatasi nel corso di milioni di anni) presto o tardi finirà, il prezzo del petrolio in termini di qualsiasi merce ha continuato a diminuire grazie all’aumento dell’offerta consentita dalla scoperta di sempre nuovi giacimenti e alle tecnologie di prospezione e coltivazione mineraria sempre più perfezionate e sempre più pericolose per gli uomini e per l’ambiente. Ma a queste tecnologie sofisticate non ha fatto riscontro un maggiore discernimento nelle scelte di fondo fatte dai rappresentanti del popolo e dai membri del governo per indirizzare i cittadini verso stili di vita sani e lungimiranti. Al contrario sono stati privilegiati i miopi interessi di pochi a scapito dei più. L’industria automobilistica è stata al centro dell’attenzione di ciascun governo in ogni paese, e non soltanto in quei paesi a bassa densità demografica come le ex-colonie di popolamento dell’Europa (Stati Uniti in testa) ma anche di quei paesi densamente popolati dell’Europa e dell’Estasia come Italia, Inghilterra, Germania, Francia, Giappone, Corea, Cina, Vietnam, che non avrebbero avuto ragioni per promuovere la motorizzazione di massa, ma che al contrario, avrebbero avuto ogni motivo per ostacolarla potendone fare tranquillamente a meno e risparmiando in tal modo ai loro cittadini dolori e delusioni, oltre che elevatissimi costi economici. Così, nel corso degli anni, il giocattolo che tutti volevano si è pian piano trasformato in un accessorio imprescindibile della vita moderna e quel mammifero predatore gregario che è l’uomo ha accentuato grazie all’uso dell’automobile le sue caratteristiche negative rivelate quotidianamente da comportamenti abituali sempre meno “civili” e che mostrano un sostanziale disprezzo per la vita, propria e altrui.

Per tutte queste ragioni confusamente sentite serpeggia un clima di crescente insofferenza per l’automobile, che si accompagna però al senso di ineluttabilità della sua sempre più massiccia presenza. La natura dell’automobile come “status symbol” è destinata a cambiare? Forse. Se non altro già oggi i meno sprovveduti si rendono conto di quanto “avere la macchina” – lungi dall’essere una condizione di privilegio come accadeva ormai molti anni fa – sia fonte di tensioni e preoccupazioni che purtroppo non si possono evitare qualora non si abiti in una zona ben servita dai mezzi pubblici di una grande città. Chiunque abbia riflettuto sull’utilità dell’auto propria sa quanto sia meno oneroso usare taxi, sistemi di car-sharing o auto di noleggio quando occorra anziché la propria auto. NON avere la macchina sarà forse presto un desiderabile “status symbol” lasciando a chi vive isolato, oltre che ai parvenus e agli incolti, la prerogativa di viaggiare in auto: con rammarico se si è costretti, con orgoglio e pericolosamente per tutti se si hanno turbe psichiche e si è quindi felici in una “cassa” (poco importa se da vivo o da morto) con 4 ruote motrici adatte al deserto e alle catene montuose per intimidire i poveri travet motorizzati che non possono permettersi il SUV di cui è ormai infestato ogni paese e non soltanto l’Italia.

Ma se l’enorme numero di vittime (morti, invalidi permanenti e feriti) e i costi spropositati in termini di sofferenza che le si accompagnano, uniti alla consapevolezza dell’impoverimento economico causato dall’automobile si faranno strada nelle menti dei cittadini, vi sono poche aree del mondo più adatte del Mediterraneo per arrestare questa corsa insana e trarre dall’automobile ciò che ha di buono abbandonando le aberrazioni che ne hanno fatto uno strumento di dolore e di inciviltà.

Nei paesi del Mediterraneo le strutture urbane sono molto antiche, le cosiddette “new towns” quasi non esistono, le città sono nate per i pedoni e per questo la presenza dell’automobile le ha snaturate, sconvolte, imbruttite. Le parti nuove che sono state costruite sotto la spinta della motorizzazione sono generalmente brutte e spesso fonte di degrado sociale. Se scomparissero non verrebbero rimpiante. Non è troppo tardi per ripensare a un ruolo diverso per l’automobile e in quasi nessun’altra parte del mondo avviare questo ripensamento può essere più indolore che nei paesi del Mediterraneo. Qui inoltre il clima è generalmente clemente, con inverni miti, estati asciutte, mezze stagioni particolarmente gradevoli per la specie alla quale apparteniamo, il genere umano. Il sole splende ovunque per molte ore all’anno. Il riscaldamento delle abitazioni può contare su combustibili locali come la legna da ardere e sui pannelli solari che producono acqua calda. La geotermia, troppo trascurata, potrebbe dare una mano. Nei paesi del Mediterraneo non occorre l’aria condizionata prodotta con grande dispendio di energia elettrica. Tutti questi paesi hanno l’aria “incondizionata” che è disponibile quasi ovunque e che oltretutto è gratuita. Le tecniche costruttive tradizionali del Mediterraneo, soprattutto quelle di origine araba, unite alle moderne tecniche di costruzione degli edifici energy-conscious, sono comunque in grado di rendere confortevole in qualsiasi stagione ogni abitazione opportunamente progettata e di adattare in modo appropriato buona parte, se non tutte, quelle esistenti la cui ristrutturazione non potrebbe che essere fatta da imprese piccole e medie che darebbero lavoro a molti che ne hanno bisogno.

Per l’industria meccanica ed elettromeccanica si aprirebbero nuovi orizzonti non soltanto nel cominciare a progettare autobus, camion, furgoni, autoambulanze, taxi e autovetture tutti dotati di motori elettrici, ma anche nelle nuove apparecchiature energetiche ormai ben sperimentate in Paesi meno dotati di ore di insolazione e suscettibili di perfezionamenti incrementali che aprirebbero alle imprese nuovi mercati: può essere l’avvio di una nuova era, mentre anche le costruzioni ferroviarie e tranviarie conoscerebbero un nuovo impulso.

Se l’auto cessasse di essere una imprescindibile necessità e se ne potesse fare a meno perché il posto di lavoro potrebbe essere più vicino oppure meglio servito dai mezzi pubblici di trasporto, si avrebbe un vantaggio apparentemente di natura non monetaria, ma che nella sostanza si tradurrebbe in un maggior potere d’acquisto del proprio reddito. Per i redditi minori non sarebbe azzardata l’ipotesi di un raddoppio del potere d’acquisto del proprio reddito, o della crescita di almeno un terzo. Il reddito non destinato all’auto e ai costi da essa indotti potrebbe divenire un motore di crescita economica tutt’altro che indifferente e indirizzarsi all’acquisto dell’abitazione o alla sua trasformazione e miglioramento sotto vari profili incluso quello energetico, foriero di ulteriori risparmi per la famiglia e per il Paese. L’industria automobilistica dovrebbe mirare a prodotti diversi dagli attuali. Dai costosi giocattoli inutilmente veloci e voraci consumatori di carburante proposti ad automobilisti sempre più indisciplinati e inadeguati a una guida sicura perché soggetti a turbe psichiche, con tendenza all’alcolismo e all’uso di droghe, si dovrebbe passare a mezzi di trasporto elettrici a bassa velocità pensati per il trasporto pubblico urbano. Per le medie distanze e fino a un migliaio di chilometri le esigenze di trasporto di persone e cose dovrebbero essere soddisfatte dalle ferrovie, il mezzo di trasporto più sicuro e affidabile, almeno fino a qualche decennio fa quando erano ovunque in Europa e nel Mediterraneo gestite dalla mano pubblica.

Nelle città meravigliose di Roma, Napoli, Palermo, Siena, Vicenza, Il Cairo, Istanbul, Beirut, Marsiglia, Barcellona e mille altre del Mediterraneo, anche se non sempre baciate da un sole sfolgorante, non occorre ripararsi nelle automobili dalle intemperie, non occorre il petrolio per la trazione e il riscaldamento.

Chissà che questi sparsi pensieri, che frullano ormai nelle teste di molti, con la spontanea diffusione di queste considerazioni, non ci portino a desiderare stili di vita più sani dove l’auto, almeno nei paesi del Mediterraneo, torni ad essere al servizio dell’uomo e il petrolio una sostanza puzzolente da usarsi con parsimonia e un po’ di ribrezzo …

Gianni Fodella

CONSEGUENZE NEFASTE DI POLITICHE ECONOMICHE BEN INTENZIONATE

Il caso del Giappone

Giusto al tempo della nascita dell’Italia unitaria che stiamo ricordando il Giappone, dopo quasi tre secoli di isolamento dal resto del mondo, temendo di perdere la propria indipendenza nel vedere che cosa era accaduto alla Cina che si era opposta alle prepotenze degli inglesi (guerre dell’oppio del 1839-42), decise di porre le basi industriali necessarie a dotarsi delle armi moderne che non possedeva. Così, dal 1868 si industrializzò per armarsi, si mascherò da paese europeo imitando spesso in modo ridicolo Inghilterra, Francia e Germania dalle quali prese esempio in molti campi: marina, esercito, industria manifatturiera moderna, siderurgia, cantieristica. Anche la costituzione fu di matrice bismarckiana mentre l’inno nazionale Kimi ga Yo veniva musicato dal tedesco Franz Eckert. Vinte tre guerre (sino-giapponese 1894-95, russo-giapponese 1904-05, prima guerra mondiale), a imitazione delle potenze europee e dell’America pose le basi della sua dominazione sui paesi vicini, più che colonizzati resi schiavi. Le vittorie e le conquiste lo spinsero a immaginarsi il dominatore dell’intera Asia attraverso la creazione della Sfera di Co-prosperità della Grande Asia Orientale (Dai Tôa Kyôeiken) che avrebbe avuto come capofila e paese egemone il Giappone. Queste ambizioni smisurate lo porteranno alla disastrosa sconfitta del 1945.

Tuttavia, questo paese prostrato, il cui popolo è stato ancora una volta ingannato dai suoi governanti, saprà cogliere l’occasione per mostrare la sua capacità di risorgere dalle ceneri. Con tenacia e volontà i giapponesi si dedicheranno alla ricostruzione post-bellica che vedrà alleati banche, imprenditori privi di mezzi e parecchi ex-criminali di guerra. Uno degli strumenti importanti usati saranno i prestiti bancari concessi alle imprese senza garanzie reali (overloaning prestare al di là di quanto lecito o consentito), basati sulla fiducia e sulla convinzione di successo da parte degli imprenditori condivisa dalle banche.

A questi overloans – che furono nella stragrande maggioranza dei casi onorati – si unirà la pratica dei Circoli per il Controllo della Qualità (Q. C. Circles) che organizzano e riuniscono i lavoratori al fine di studiare i metodi più idonei per introdurre nell’impresa tutti quegli elementi tesi a migliorare le condizioni del lavoro e della produzione; e ancora una volta sarà la determinazione e la tenacia del popolo giapponese ad avere la meglio. La nascita di nuove imprese, soprattutto piccole e medie (il Giappone è, con l’Italia, il paese del mondo con il più alto numero di imprese piccole e medie), ma anche grandi come la Sony, assorbe gradualmente la forza lavoro in gran parte disoccupata. L’aumento della produttività del lavoro (a differenza che in Italia) si traduce in sostanziosi aumenti salariali che fanno crescere quella domanda interna che la guerra e la povertà post-bellica avevano grandemente ridotto. Così, un paese dalla bilancia commerciale cronicamente passiva e i cui prodotti erano noti per il loro basso prezzo e la qualità scadente, ma dove il costo del danaro è sempre stato basso, ribalta i termini del problema in vent’anni di duro lavoro da parte di tutti: la bilancia commerciale diventerà attiva dalla metà degli anni Sessanta e i prodotti giapponesi diventeranno pian piano noti soprattutto per la loro qualità, anche se questa opinione diffusa non sarà sempre fondata sui fatti e suffragata dalla diretta esperienza.

Le azioni delle imprese giapponesi quotate in borsa vengono sottoscritte e acquistate soprattutto dai risparmiatori giapponesi, non da investitori esteri. I dividendi che le imprese giapponesi destinano agli azionisti sono modestissimi e questo elemento le rende poco attraenti per gli investitori americani che contano sui dividendi delle azioni come parte del loro reddito spendibile, a differenza dei risparmiatori giapponesi che contano soltanto sulla rivalutazione in conto capitale del loro “giardinetto” di azioni di imprese nazionali.

Queste aspettative si rivelano per un lungo lasso di tempo perfettamente fondate: le quotazioni crescenti delle azioni, dovute in parte alla forte inflazione che caratterizza l’economia giapponese (il tasso medio annuo di crescita dei prezzi al consumo dell’Italia e del Giappone sarà eguale per trent’anni tra il 1945 e il 1974), ne mantengono alta e crescente la domanda. Un fenomeno analogo caratterizza il mercato immobiliare: i terreni (e anche le case) vedono crescere costantemente i loro prezzi di mercato. Ma la continuazione di questa tendenza negli anni Settanta e Ottanta comincia a preoccupare il governo, e cioè l’apparato rappresentato dai pubblici funzionari (non dai membri del gabinetto in carica) che hanno una tradizione di modus operandi diretto al bene del “paese-famiglia” (kokka) da parte della pubblica amministrazione giapponese, e che troviamo quasi sempre nelle misure e nelle politiche adottate dal governo. (*)

Alla fine degli anni Ottanta la mano pubblica decide di frenare l’ascesa dei prezzi di case e terreni e dei valori mobiliari, riflettendo sui seguenti fatti:
a) quando buona parte del reddito delle famiglie è assorbito dal costo dell’affitto o del mutuo per l’acquisto dell’abitazione, l’economia rischia di ristagnare per la caduta della domanda di altri beni e servizi;

b) quando i corsi delle azioni divengono troppo elevati producono un effetto di spiazzamento (crowding out) che danneggia le società di nuova formazione che non riescono ad approvvigionarsi facilmente dei capitali di cui hanno bisogno per nascere, vivere e prosperare.

Poiché questi fatti si stavano verificando in Giappone già da alcuni anni, occorreva escogitare politiche tali da mitigarne o annullarne le implicazioni negative, o addirittura nefaste, per l’economia. Così, per ovviare a questa situazione che stava diventando sempre più pericolosa per il Paese e preoccupante perché fonte di sperequazione sociale, i funzionari governativi decisero di attuare misure e politiche appropriate per raggiungere questi obiettivi, e cioè di far “sgonfiare” queste due bolle speculative. Le misure restrittive del credito e di natura fiscale adottate nel maggio e nel dicembre del 1989 fecero sì che questi obiettivi venissero raggiunti. I corsi delle azioni giapponesi quotate alla borsa di Tôkyô cessarono di crescere invertendo la tendenza dal gennaio 1990. Lo stesso accadde nel mercato immobiliare, anche se l’industria edilizia non si fermava e continuava a costruire sempre oltre un milione di abitazioni l’anno (tra 1.707.000 del 1990 e 1.094.000 del 2008). Un vero declino si è verificato soltanto nel 2009 (788.000 abitazioni) ed è continuato nel 2010 quando la quota mensile delle abitazioni costruite ha oscillato tra le 57.000 di febbraio e le 73.000 di novembre.

L’indice della Borsa di Tôkyô “Nikkei 225” aveva raggiunto il livello più alto in assoluto di 38.957,44 punti il 29 dicembre 1989 e poi aveva cominciato a scendere costantemente attestandosi negli anni Duemila su livelli che non hanno mai superato i 18.300 punti, mentre nel 2010 il valore ha oscillato tra 10662 di gennaio e i 9268 punti di agosto; in ottobre il valore di 9455 punti è stato pari a un quarto del valore storico massimo. Nel mercato immobiliare i prezzi si sono sensibilmente ridotti dal 1992 e poi si sono sostanzialmente dimezzati rimanendo su questi bassi livelli. Un appartamento per il quale nel 1992 si chiedevano 110 milioni di yen poteva essere comprato per 75 e rivenduto anni dopo a 55 milioni, il nuovo prezzo di mercato, rimasto poi fermo fino ai nostri giorni.

Questi fenomeni sono stati percepiti negativamente: le famiglie hanno ritenuto di aver subito una perdita nella consistenza del loro patrimonio poiché il valore di mercato delle loro proprietà (case, terreni e azioni) si era ridotto. Hanno quindi preso a risparmiare di più per ricostituire il patrimonio depauperatosi in termini monetari e a prezzi correnti (ma non in termini reali: una casa fornisce lo stesso servizio, un’azione rappresentava sempre lo stesso frammento della proprietà dell’impresa quotata in borsa), con la conseguenza di ridurre le proprie abitudini di consumo e di trascinare l’economia giapponese nella “trappola della liquidità” foriera della recessione dalla quale il Giappone non si è ancora risollevato.

Ciò non sarebbe forse accaduto se i pubblici funzionari artefici di queste politiche fossero stati in grado di farsi ascoltare per spiegare in modo adeguato al popolo giapponese quanto positivo fosse per il Giappone la caduta dei prezzi nel mercato mobiliare e immobiliare. Mantenendo inalterate le abitudini di consumo e di risparmio (e non vi era alcun motivo che impedisse di farlo) la situazione generale sarebbe migliorata perché la capacità di spesa dei cittadini per altri beni e servizi sarebbe aumentata grazie alla diminuzione di questi prezzi. Il fatto che i valori di mercato correnti delle azioni e degli immobili fossero scesi avrebbe danneggiato soltanto gli speculatori, una esigua minoranza, e i risparmiatori più ricchi che non ne avrebbero troppo sofferto. Questi ultimi, avendo investito parte dei loro redditi in azioni dalle quali non si attendevano dividendi, avevano implicitamente mostrato di non avere bisogno di questi dividendi per mantenere il loro tenore di vita.
Inoltre, le famiglie proprietarie di azioni e di immobili avrebbero continuato a possedere gli stessi “pezzi” delle imprese delle cui azioni erano proprietarie, mentre il servizio fornito dall’abitazione non si sarebbe ridotto a causa del suo più basso prezzo di mercato. Chi avesse desiderato vendere la propria casa per comprarne un’altra più grande sarebbe stato avvantaggiato dai prezzi dimezzati degli immobili, e non svantaggiato come poteva sembrare a un osservatore superficiale. (**)

Il fatto che i funzionari pubblici non siano riusciti a spiegare in modo adeguato che i risultati sperati e raggiunti avrebbero avvantaggiato tutti e rafforzato il sistema economico giapponese, indicando nello stesso tempo come ciascuno avrebbe dovuto conseguentemente comportarsi in linea con l’adozione di queste politiche, può forse essere visto come un segnale preoccupante e negativo della minore capacità delle nuove leve di pubblici amministratori di fronteggiare con la necessaria determinazione gli eventi.

Così è stata innescata la crisi economica, che si è tradotta in un tasso di disoccupazione della forza lavoro che – oscillante tra l’1,1% del 1970 e il 2,1% del 1990 – è salito dal 2,2% (1992) al 5,1% (2010), indicatori non trascurabili di malessere sociale tuttavia ben lontani da quelli registrati in quasi tutti gli altri sistemi economici ricchi. Il cammino fin qui fatto dall’economia giapponese – divenuta negli anni Ottanta e Novanta, anche grazie alla costante tendenza alla rivalutazione dello yen, la seconda economia mondiale – è stato prodigioso. I passi giganteschi fatti sono innegabili e ben illustrati dal paragone con un’altra economia estremamente dinamica, quella italiana. Basti pensare che nel 1953 il reddito pro-capite giapponese espresso in dollari era pari alla metà di quello italiano (essendo la popolazione giapponese doppia di quella italiana i due prodotti nazionali si eguagliavano), ma già nel 1969 il Giappone aveva, come oggi, un prodotto nazionale lordo (oggi si preferisce il PIL) più che doppio di quello italiano: 171 miliardi di dollari rispetto agli 83 miliardi di dollari dell’Italia. Così in un breve lasso di tempo le posizioni relative si erano ribaltate grazie al maggiore dinamismo dell’economia giapponese.

Questi stessi zelanti e attivi amministratori pubblici che hanno fatto crescere l’economia giapponese ne hanno generato la crisi, non essendo stati in grado di spiegare al popolo giapponese che essa non è priva di aspetti positivi. I giapponesi non si rendono conto come questo “rallentamento” della loro economia possa essere visto in fondo come una benedizione, dato che riduce l’inquinamento e gli sprechi, e rende meno frenetica la rat-race e le nevrosi che vi sono associate.
Analogamente, nella loro smania di efficienza, e vittime del desiderio di primeggiare sempre e ad ogni costo, questi stessi pubblici amministratori hanno suggerito al Paese l’opzione energetica nucleare della quale forse non si pentiranno mai abbastanza.

Il Giappone non è il paese modello che viene presentato dai mezzi di disinformazione di massa ovunque nel mondo. I giapponesi sono bravissimi e zelanti nelle esercitazioni, ma quando l’evento per il quale si esercitano accade davvero, terremoto o incendio che sia, nessuno sa più che cosa fare, dato che l’evento reale si presenta sempre – è la perfidia del destino – con delle anomalie non previste.

Il terremoto con epicentro sotto l’isola di Awajima (“Isola dei Disastri”) del 17 gennaio 1995 nell’area di Osaka-Kobe (HanShin jishin) ha causato 6.434 morti, buona parte dei quali arrostiti dal gas la cui erogazione non era stata tempestivamente interrotta per l’inadeguatezza delle azioni umane seguite al sisma.
Le sue costruzioni antisismiche lasciano molto a desiderare se le case unifamiliari di legno, vetro e plastica con il tetto di travi ricoperte di tegole di maiolica hanno schiacciato sotto il loro peso chi ci abitava. I palazzi di 10-15 piani costruiti con criteri anti-sismici sono collassati schiacciando chi abitava ai piani intermedi e inferiori, rivelando così che i criteri antisismici erano stati applicati in modo solamente virtuale. Le strade sopraelevate si sono inclinate, ostacolando i soccorsi, perché i piloni su cui poggiavano avevano armature in ferro inadeguate oppure perché alcune strutture non erano di ferro ma di legno. Più che i veri criteri antisismici in quelle costruzioni avevano prevalso la speculazione e la disonestà. I dettagli in materia non hanno circolato molto e i nostri disattenti maestri della cosiddetta “informazione” hanno continuato a lodare un paese dove un terremoto importante ma non catastrofico può fare oltre sei mila morti.

Il maremoto, come si diceva una volta (ora si preferisce la terminologia più esotica: onda di porto o tsunami, tidal wave), che in pochi minuti l’11 marzo ha spazzato la costa giapponese del Pacifico per molti chilometri e penetrando all’interno quanto l’altitudine dei rilievi costieri consentiva, avrebbe fatto meno danni se gli insediamenti urbani non fossero stati così vicini alla costa, edifici spesso costruiti su terra strappata al mare, ma fossero stati più rispettosi della tradizione costruttiva dei giapponesi del passato che voleva le abitazioni il più in alto possibile e non al livello del mare. Mentre piangiamo le migliaia di morti inghiottiti dal mare, dobbiamo essere consapevoli che il vero danno di questo terremoto non viene dalla natura, ma dalla incauta azione umana che ha portato a localizzare impianti elettronucleari potenzialmente fragili in prossimità del mare.

Nessun Paese al mondo dovrebbe poter decidere autonomamente di produrre energia elettrica con l’uranio facendo uso della tecnologia basata sulla FISSIONE nucleare, la sola attualmente disponibile. Infatti, questo metodo produce le indesiderate scorie radioattive di cui ciascun Paese non sa come liberarsi in modo sicuro e la cui esistenza può mettere seriamente in pericolo la vita sull’intero pianeta Terra.

Ove si tenga conto che le riserve mondiali di uranio sono limitate (come del resto quelle di qualsiasi altro minerale e con l’aggravante che l’uranio, a differenza di quasi tutti gli altri metalli, non può essere recuperato neppure parzialmente), il suo uso dovrebbe perciò essere proibito e rinviato a quando si potrà disporre della tecnologia basata sulla FUSIONE nucleare, allo studio da anni e non lontana dal conseguire risultati pratici positivi. Una tecnica questa che non produrrà scorie radioattive e che permetterà di produrre energia elettrica senza quegli effetti collaterali indesiderati che dovrebbero portare gli scienziati a convincere i popoli e a spingere i governi ad abbandonare il nucleare, come del resto ha fatto la Germania la quale, dopo aver avviato un vasto programma di costruzioni di centrali nucleari, accortasi dell’errore commesso, non ne ha più costruite. Fatto questo che si preferisce tacere, e che non viene divulgato dai mezzi di disinformazione di massa, che citano invece continuamente paesi moderni, ricchi e progrediti come gli Stati Uniti, la Francia e la Svizzera fautori convinti della produzione di energia elettrica mediante il nucleare “sporco” ora in uso.

Fino a ieri in questo elenco di Paesi eletti da imitare vi era anche il Giappone, un paese densamente popolato e fortemente sismico dove mai si sarebbe dovuta costruire una centrale elettrica a combustibile nucleare …

Gianni Fodella

(*) Nelle prassi giapponesi consolidate sono i rispettati e rispettabili pubblici funzionari a prendere le decisioni di politica economica, mentre i ministri si limitano ad apporre la loro firma. In questo modo le politiche economica, fiscale, industriale, energetica, ecc. del Giappone sono caratterizzate da una continuità e coerenza sconosciute altrove, specie in Italia dove ad ogni cambio di governo (e la frequenza dei cambiamenti di governo è sostanzialmente identica a quella del Giappone) il ministro in carica vuole far sentire il proprio peso e il segno della sua volontà, con la conseguenza che è praticamente impossibile dar vita a politiche pluriennali coerenti per conseguire obiettivi utili al Paese. Naturalmente il metodo italiano è migliore se le politiche suggerite sono dannose per il Paese.
(**) Basterà un semplice esempio. Prima della caduta dei prezzi degli immobili, chi avesse desiderato vendere una casa del valore di 1 oku (cento milioni) di yen per comprarne una del valore di 2 oku yen, avrebbe dovuto risparmiare cento milioni di yen. Dopo la crisi che aveva portato i prezzi a dimezzarsi, il risparmio necessario sarebbe stato di soli 50 milioni di yen. Ma tutto ciò non è stato considerato dai giapponesi con la dovuta ponderazione. Se avessero riflettuto, e se il governo li avesse invitati a riflettere in modo corretto, avrebbero capito che il ridotto prezzo delle abitazioni avrebbe permesso loro di comprare case più grandi alle quali destinare risparmi minori rispetto alla situazione precedente.

LAVORO E’ IL NOME DELLA VITA

L’Egitto e la Tunisia configurano e rappresentano forse il futuro dell’Italia?

Non è escluso, se si tiene conto che il sommovimento (in inglese shaking off, in arabo intifada) che scuote oggi questi paesi trova la sua base soprattutto in un dato, essenziale per il genere umano: la mancanza di lavoro e quindi di reddito.

In Italia la situazione non è arrivata al punto di rottura per tre importanti ragioni: livelli di reddito, sistema pensionistico, dinamiche demografiche.

Non soltanto il tenore di vita medio è qui molto più elevato, ma la previdenza sociale garantisce oggi agli anziani pensioni sufficienti ad aiutare economicamente figli e nipoti. Per questo in Italia non ci rendiamo ancora conto di quanto grave sia la situazione di pericolo che sovrasta il nostro Paese. Se i figli tra i 40 e i 50 anni perdono il lavoro, o ne hanno uno precario e sottopagato, i genitori possono ancora aiutarli, e su questo aiuto possono contare anche i nipoti tra i 20 e i 30 anni. Ma fino a quando? Ancora non per molto, dato che abbiamo dato vita alla previdenza sociale quando eravamo poveri e, ora che siamo ricchi (forse ancora per poco), la stiamo smantellando dicendoci che costa troppo.

E veniamo alla terza ragione, quella demografica. Nel 1963 la popolazione italiana (52,2 milioni) era quasi pari a quella delle popolazioni di Egitto (27,3 milioni) e Turchia (27,8 milioni) messe insieme. La situazione in questi decenni è radicalmente mutata: le popolazioni di Egitto (78) e Turchia (73) messe insieme contano oggi per oltre due volte e mezza la popolazione dell’Italia (60). Si tratta di una massa di persone nel fiore degli anni alla quale non è bastata l’emigrazione per alleviare il carico della disoccupazione in patria. La previdenza sociale inesistente o scarsa e i redditi medi modesti non permettono agli anziani, che sono comunque una
minoranza, di aiutare i giovani. Questi si trovano senza lavoro e non hanno modo di gettare le basi per una vita dignitosa delle loro famiglie. Eppure hanno spesso studiato, con grandi sacrifici loro e delle famiglie di origine, e questo accresce il rancore verso i pochi privilegiati.

Hanno pazientato fin troppo per sfogare la loro rabbia nei confronti di chi li ha governati, e mal governati per giunta. Ma la democrazia, parola che sono costretto mio malgrado ad usare (non ostante abbia ormai perso ogni significato proprio poiché ogni forma di governo si arroga il diritto di dirsi democratica), non basta ad affrontare il vero problema che sta alla base del desiderio in atto di scrollarsi via, di sbarazzarsi (shaking off, intifada) di ciò che non si sopporta più. Ma purtroppo non basta cambiare il governo, dar vita a un altro meno oppressivo per risolvere il problema della mancanza di lavoro.

Nel 1944 W. H. Beveridge definiva l’obiettivo del pieno impiego come “having always more vacant jobs than unemployed men, not slightly fewer jobs” e da qualche decennio i governi hanno di fronte il ben più serio
problema della disoccupazione strutturale di massa. Tuttavia nessun governo ha avanzato serie proposte per farvi fronte, men che meno per risolverlo.

Nel frattempo, avviata silenziosamente ma apertamente da alcuni decenni, la diffusione della microelettronica nella produzione di beni e servizi ha cambiato radicalmente il quadro sociale.

Oggi la ripresa dell’occupazione non può avvenire come in passato grazie ad investimenti adeguati; e se nuovi investimenti vi saranno l’occupazione non potrà che soffrirne, e non invece tornare a crescere come dicono di sperare i nostri politici e come vorremmo credere noi cittadini.

Si incoraggiano i giovani a studiare nelle istituzioni scolastiche fino ai gradi più elevati e molti di noi (quasi tutti) pensano che occorrerà maggiore istruzione per trovare più facilmente lavoro, per essere più
produttivi e quindi meglio remunerati come lavoratori. Il risultato di queste credenze e di questa spinta a privilegiare l’istruzione formale è non soltanto la scomparsa dei mestieri artigiani (una strada segnata
da un lungo e faticoso apprendistato di cui i giovani percepiscono la durezza e che perciò rifuggono) ma anche la formazione di schiere di giovani frustrati nelle loro illusioni di promozione sociale.

La scolarizzazione di base di massa – quella che ha portato la quasi generalità degli abitanti dell’Europa a saper leggere, scrivere e far di conto – è divenuta oggi l’istruzione universitaria di massa. Ma questo vasto e generalizzato consumo di istruzione fino ai livelli più alti non ha portato i benefici sperati. La trasmissione di ogni tipo di conoscenza, fatta in modo che chi la riceve sia poi in grado di applicarla nella sua vita di lavoro, avviene sempre attraverso un apprendistato che può essere più o meno severo. La società di oggi sembra chiedere di meno anche al medico, all’ingegnere, all’architetto, al tecnico di qualsiasi settore. Tutte queste figure possono contare, oggi molto più di prima dell’avvento della microelettronica, su prassi sempre più consolidate che non richiedono scelte individuali, e sull’aiuto di macchine che sembrano in grado di fare tutto da sole. Sembra essere una situazione migliore di quella di prima, dato che richiede molto meno impegno. Tuttavia, l’altro lato della medaglia è rappresentato dallo scarso utilizzo di quelle doti di creatività insite in ogni essere umano e dalla frustrazione che ne consegue.

Che fare? Occorre in primo luogo analizzare seriamente e a fondo la realtà del mondo del lavoro di oggi, che accomuna tutti i sistemi economici, ricchi e poveri. Dobbiamo rassegnarci all’evidenza che mostra come sarà necessario sempre meno lavoro umano per produrre i beni e i servizi che le macchine sfornano, ma vi sono i servizi alla persona di cui vi è un crescente bisogno e che le macchine non possono soddisfare.
Accettare che la formazione non sia delegata alle sole istituzioni scolastiche. Riconoscere apertamente e con i fatti che l’era del mestiere che condiziona per la vita chi lo pratica non ha più ragione di essere e rivedere quindi come complementari i ruoli della formazione scolastica, del tirocinio e del lavoro.

Se la normale giornata di lavoro fosse di 4 ore anziché di 8, la quasi totalità dei posti di lavoro sarebbe alla portata anche dei giovanissimi e delle casalinghe, che potrebbero così contribuire al reddito della famiglia, alleviando nel contempo le responsabilità del capofamiglia, la figura tradizionale intorno alla quale ha sempre orbitato il mondo del lavoro. Si aprirebbero così nuovi orizzonti che permetterebbero agli individui di apprendere e praticare mestieri che non ne condizionerebbero la collocazione nella gerarchia sociale. Tutti potrebbero studiare e lavorare allo stesso tempo, creando così le basi per rendere ciascuno padrone della propria vita e del proprio destino, realizzando così ciò che, con linguaggio non più consono ai tempi, veniva chiamata una vera DEMOCRAZIA.

I popoli del Mediterraneo, per la civiltà di cui si sono nutriti e che hanno donato a una parte rilevante del mondo, per le sofferenze che hanno patito, per le esperienze che hanno accumulato nei millenni, dovrebbero – spinti dalla necessità ma anche dalla volontà – essere i primi a indicare una nuova strada che non si trova nel programma politico di alcun partito ma che i popoli che hanno dato al mondo (e cito soltanto alcune delle arti e delle scienze) l’architettura egizia, la filosofia greca, la matematica e l’astronomia arabe, la musica, la cucina e l’urbanistica italiane sono in grado di percorrere con la tenacia e la determinazione che l’urgenza del problema richiede.

Gianni Fodella
docente
Università degli studi di Milano