PAOLO FACCHI – IN DIFESA DEI GOVERNI TECNICI

“Keine politik mehr” (di politica non ne facciamo più)

Questa frase sbrigativa mi veniva   ripetuta da occasionali interlocutori nella ancora distrutta Germania del ’48 ‘ e ’49, fra macerie di case e mutilati. Soltanto il disegno delle strade era rimasto delle loro antiche città.

Ora che anche noi, italiani,  dobbiamo camminare fra le macerie della trista e pericolosissima vicenda berlusconiana, non si sa fino a che punto conclusa, forse soltanto sospesa; ora che gli italiani devono apprendere a non dimenticare di quanto fossimo scesi in basso; e di quanto fossimo saliti nella gerarchia dei saltimbanchi e nemmeno dei comici, ma dei commedianti che scivolano su di un palcoscenico dalle assi bagnate; ora è il caso di rivolgersi a coloro che stanno ancora lì con la bocca aperta.

Coloro che non digeriscono i sacrifici del governo Monti e rimpiangono le favole berluscon-bossiane accusano questo nuovo governo di essere soltanto tecnico e non emergente da sovranità popolare. Come se un popolo avesse il diritto di rovinare se stesso. Come se fossero valide soltanto quelle decisioni che sono state prese direttamente dal popolo in forma elettorale, nemmeno dai parlamenti e dai governi; nemmeno da quelle poche persone che hanno la competenza per prendere decisioni presumibilmente le più funzionali.

E un atteggiamento che sembra non tener conto della regola, pur riconosciuta in comune, che chi vuole uno scopo non può non volere i mezzi che ritiene adatti a raggiungerlo. E fa pensare che l’efficacia di tutti i mezzi dipenda da chi li propone,  Il decisore è colui che schiaccia il bottone, e il suo bottone sarebbe quello giusto se lui ha la posizione riconosciuta. Siamo nella suggestione, nella magia. Lo stesso bottone diventa quello sbagliato se lui si è trovato lì senza la valida autorizzazione, che è poi la veste del mago. Un modo di ragionare come questo ha i suoi presupposti ed è molto più diffuso la fra gente di quanto si creda. Fa anche ricordare proverbi come l’occhio del padrone ingrassa la  mucca: non basta la mano del contadino, che certamente meglio del padrone ne sa di fieno e di stalla. Ci sono coloro  che dicono accetteremo di fare dei sacrifici quando ce li chiederà un governo che ha i titoli per chiederceli e quei titolari siamo noi, perché quei sacrifici li dobbiamo fare noi. Soltanto la signora che apre la borsa ha la competenza per sapere se quello che sta acquistando è utile o non lo è. E’ un ragionamento che rende inutili, anche sospetti, tutti i consigli di estetisti, farmacologi, terapeuti e via di seguito. E li sostituisce con la demagogia, la suggestione, l’imbroglio, l’ignoranza saccente.

Si arriva a concludere che soltanto un governo legittimato dal popolo può prendere decisioni per il bene di quel popolo. Ma nella nostra contingenza italiana la mia opinione è che sia proprio il contrario. Perché nel valutare le decisioni di un governo legittimato, votato dalla maggiorana, bisogna vedere come è stata ottenuta questa legittimazione.

Faltar el pueblo, mi sembra si dica nella lingua spagnola. Viene da un vecchio adagio; credo che significhi non si combina niente di buono ingannando la gente. Perché un consenso ottenuto con l’inganno non dovrebbe avere credito alcuno. I signori che rimpiangono la merda berlusconiana, quella che non puzza, perché a lui basta crederlo, e rimpiangono anche quella dei suoi alleati,  perché ci hanno fatto l’abitudine a vederle assieme, si sentono gratificati e non si accorgono dell’inganno che c’era dietro.  Ma questo inganno  aveva soltanto il merito di essere  abbastanza nuovo. Ora non lo è più, e i nostri signori sparano a salve. Anche perché questo continuo parlar da stupidi genera diffidenza.

Questo inganno consisteva nel fatto che gli elettori, e ormai sono quasi tutti elettori, si sentono ripetere alcune cose che pensano loro stessi, o perlomeno che si dicono quando sono fra di loro. E se la sentono ripetere sulla carta stampata, sulla televisione, perfino su certi libri; e quindi con l’autorevolezza che da tali fonti deriva. E vengono anche allenati, incoraggiati, a ripetersele da un’osteria all’altra, magari anche in certi salotti. Certo, tutti sono capaci avere delle opinioni, e ne hanno anche il diritto. Ma  questo non dice nulla sulla qualità di quell’opinione, la quale va giudicata con i mezzi appropriati, e quasi sempre il singolo parlante questi mezzi non li ha. Non ha quello che possiedono in pochi, e che si chiama onesta  competenza. Perché le competenze sono sempre in pochi ad averle e hanno faticato nel procurarsele; e devono faticare per tenerle aggiornate. Il trucco riesce  perché c’è la convinzione che un’ opinione, da opinabile o addirittura sballata, diventa attendibile, diventa vera, se la si ripete in pubblico: se tutti la pensano così, sarà  così che bisogna fare. E si dimenticano che c’è qualcuno che ha interesse a far che tutti la pensino così ed ha anche i mezzi per ottenere quello che gli interessa: è quel qualcuno che controlla i famosi mezzi di comunicazione di massa e ci mette dentro quello che serve a lui. Ma una banalità, una sciocchezza, non diventa una verità perché la si ripete ogni sera in televisione o la si legge ogni mattino su tutti  giornali; e nemmeno se la si ripete a voce, così, distrattamente. Ripetizione, moltiplicazione infinita e incessante sono soltanto quello che sono; non inverano e non santificano nulla.

Se poi quell’opinione, quella sentenza che viene esposta in pubblico è proprio la nostra, chi resisterà alla tentazione di concludere allora avevo proprio ragione, è proprio così che bisogna fare? E la cosiddetta vanità degli ignoranti, che qualche volta sono anche proprio degli imbecilli. E proprio sfruttando questa vanità che si vincono le elezioni, si costituiscono le maggioranze parlamentari. E questi sarebbero i titoli per governare?

Al governo è meglio che ci vadano le persone di competenza, che i problemi se li sono studiati e sanno prospettare soluzioni sensate. E questo lo dovrebbero comprendere anche i parlamenti; che ripetere le banalità degli uomini qualunque è ben diverso dal sapersi orientare in mezzo ai problemi di quegli stessi uomini qualunque.

Paolo Facchi

DIALOGO SULLA GUERRA E SULLA PACE

Le tre persone che qui conversano, Candido, Cinico, Celestina, pensano, come quasi tutti i viventi, che un conflitto armato fra popoli e nazioni sia un avvenimento eccezionale. E pensano questo malgrado nei libri di storia che hanno letti i periodi di pace vengano inquadrati come poco più che intervalli fra una guerra e l’altra. C’è una storia nera e una storia bianca. E la prima, che occupa tanti anni meno, è tanto più narrata e tanto più estesa della seconda. Anche la storia bianca è zeppa di avvenimenti significativi e determinanti, e sarebbe anche possibile ricondurre ad essi le truci vicende della storia nera. Dovendo stabilire delle dipendenze si potrebbe concludere che la nera dipende dalla bianca assai più che questa da quella. Si fanno le guerre in conseguenza della pace che c’era assai più che non si faccia la pace in base alla guerra che l’ha preceduta.

“Candido”. Delle guerre si parla tanto, nella storia come nei romanzi, perché una guerra la si deve giustificare; e la giustificazione si fa in parole, che si sentono, si vedono, e non possono restare nel privato. Le guerre non si giustificano da sole. Chi va in giro con elmo e corazza ha da dire perché, diversamente dal civile che, straccione o elegante, non è tenuto a dir niente a nessuno. E se anche è un guerriero dei tempi moderni, con le sue tute a macchia e quei bizzarri segnetti, o patacche, dovunque, ha un bel dire che servono a mimetizzarlo; lo si nota molto di più.
“Celestina”. Quei tipi alteri, quel vestire insolito, alle donne fanno impressione. C’è anche, o forse c’era, più di oggi, un’eleganza militare. Quelli alti in grado dovevano far impressione, con bandoliere, coccarde, pennacchi. Dai marescialli di Napoleone a oggi, è stato tutto un semplificare.

“Cinico”. Ma non sarà stato per far impressione alle donne che ci si vestiva in quel modo. Bisognava farsi riconoscere dai sottoposti, dai soldati, i quali in battaglia potevano sbandarsi se non vedevano il superiore. C’era sempre un problema di visibilità. Il diplomatico può anche nascondersi, ma il guerriero deve farsi vedere. Lo si vede oggi anche in certe divise di certi corpi speciali. La divisa ha sempre fatto eleganza.

“Celestina”. Se però non la usi. Se sei stato in battaglia e torni a casa tutto sporco e magari anche di sangue, magari anche non del tuo sangue, non mi direte che fa un bel vedere. Ma così conciati non si fanno vedere mai. Li vedono soltanto le crocerossine.

“Candido”. Il sangue, il sangue, è proprio questo che eccita! È il “segno rosso del coraggio”, così si è detto. Ma noi sappiamo anche che è il segno rosso della morte, del dolore, della sfortuna.
“Cinico”. Sangue, sangue, sangue! E violenze, e distruzioni, e crudeltà! Tutto questo eccita, e fa sentire al centro di quello che è successo. “Una notte di Parigi rimedierà a tutto questo”, sembra abbia detto Napoleone per un momento esitante. E anche il cinico Mussolini ebbe a dire che aveva bisogno di cinquantamila morti per contare qualcosa al tavolo della pace. Dunque i morti si rimediano, o rendono, per certi tipi!

“Celestina”. Che le guerre siano violenza e crudeltà, che distruggano e impoveriscano anche i vincitori lo sanno tutti. Ma io, donna, mi chiedo “perché non se lo dicono”, i signori maschi che fanno le guerre.

“Candido”. Non se lo dicono perché molte volte non sanno immaginarsi qualcosa di diverso. E d’altra parte, quando compare uno come Hitler, che cosa vuoi fare?

“Celestina”. Se un popolo si sente superiore non troverà qualcuno che gli spiega che questa superiorità se davvero esiste, finisce per affermarsi? Furono i Greci vinti che conquistarono i Romani! Le guerre sono una scorciatoia, uno di quei sentieri che ti fanno scivolare nel fosso. La pace, la pace, è la strada maestra. Ascoltate noi donne, che non siamo gente di guerra.

“Cinico”. In questo mi piace dire che noi italiani siamo stati maestri. Passato il medio evo, passato il quattrocento, abbiamo esportato la nostra civiltà senza farla precedere da armati. Gli italiani sanno far tante cose, ma non la guerra! Così la pensava anche Churchill!

“Celestina”. Hai ragione. Anche i nostri condottieri erano più bravi a trattare che a vincere. Andrea Doria, grande ammiraglio genovese, faceva capire che avrebbe potuto vincere, ma poi trattava. Non aveva, come Napoleone, la passione della vittoria. E quando hai ben ben vinto, che fai? Ti trovi con il vinto da mantenere!

“Candido”. A molti piace fare la faccia feroce. E dopo non son più capaci di tornare quello che erano prima.

“Cinico”. E invece proprio di aver fatto la faccia feroce dovrebbero vergognarsi. Ma c’è questo culto della cattiveria, che io non comprendo. I cattivi diventano eroi. Del troiano Ettore, eroe degli eroi, non si dice che prima di sacrificarsi al suo destino ne aveva accoppati tanti, soldati e forse anche non. Se poi è stato ucciso lui pure, sarebbe da dire che ha avuto in fondo quel che si meritava. La stessa cosa io direi per Achille.

“Celestina”. Tutti maschiacci, non son questi che piacciono a noi.

“Cinico”. Gente che la guerra, prima di farla, se la inventa. Io non sono uno che ama la violenza perché la violenza sarebbe sincera. Non esiste una violenza sincera. C’è sempre la menzogna che viaggia con lei. Ho scoperto che già i re assiri giustificavano la guerra. La presentavano come un comando di Dio. Al quale poi rendevano conto con delle lettere, che erano cosa molto simile ai bollettini ufficiali delle guerre moderne, redatti per informare il popolo. Al quale veramente quel che era davvero accaduto non si poteva dire, o andava travisato; le famose “ritirate strategiche” dei bollettini tedeschi. Bisognava figurar bene con il dio che ti aveva mandato ad uccidere, non diversamente che ai popoli, sedicenti che ti hanno mandato.

“Celestina”. Già “menteur comme un bullettin” si diceva in Francia. E anche reticente; la reticenza è menzogna?

“Cinico”. Io direi di sì, se taci qualcosa che avresti il dovere di dire. Chi ha deciso una guerra non lo può certo dire. Deve presentarsi come uno che fa qualcosa che non potrebbe non fare. Ma poiché son decisioni che non si possono tenere nascoste, perché una guerra segreta non è possibile, una ragione ci vuole. I re, forse, non ne avevano bisogno, come quel Federico II di Prussia: “quando muovo i miei eserciti, il popolo non se ne deve accorgere”. Già, ma ne avrà pur subito le conseguenze! Perché la prima menzogna è quella sui costi, e quelli li pagano tutti.

“Celestina”. Si racconta della prima guerra mondiale italiana la presa di Gorizia, sottratta agli austriaci dopo lunghi e sanguinosi combattimenti. Ma non si racconta di quell’ufficiale italiano che vide un’anziana donna piangente e si prese l’iniziativa di redarguirla:

– Ma come, lei non partecipa al generale contento?
– Vede quel mucchio di mattoni e di pietre? Era la mia casa.
– Ma signora, ne faremo una di più nuova e più bella.
– E’ che sotto a quei mattoni, a quelle pietre, c’è sepolto mio figlio; e io dovrei gioire che siete arrivati voi?

Non si sa che cosa abbia risposto l’ufficiale, ma c’è da augurarsi abbia avuto la dignità di non farsi più vedere.

“Candido”. Il punto è che di una guerra non si dice mai tutto.

“Cinico”. Reticenza e menzogna. Reticenza su quello che accade, menzogna sui propositi che l’hanno fatto accadere. E tanta censura, per noi e sugli altri. La censura segue la menzogna, naturalmente, perché poi bisogna essere coerenti. Oppure è la menzogna che rende necessaria la censura.

“Candido”. L’una cosa e anche l’altra. E’ a cominciare dalle intenzioni che bisogna mentire. C’è sempre qualcuno che tira il primo colpo. Ma non vorrà mai dire che è stato lui. Fu l’artiglieria austriaca, tirando su Belgrado, che diede inizio alla prima guerra mondiale. Ma a quell’iniziativa ci si disse costretti, per difendere la dignità dell’impero dalle provocazioni di un piccolo popolo. Provocazioni che non furono mai dimostrate, come si dovette riconoscere che di armi non riconosciute non ne furono trovate in Iraq.

“Cinico”. Si inventa qualcosa che ha preceduto la tua decisione.

“Candido”. Bisogna rispondere alla domanda “perché”? Le risposte son di due tipi: Uno: “è successo qualcosa che mi ha ‘costretto’ a sparare”. Due: “se l’ho fatto avevo le mie buone ragioni”. Cause e ragioni si alternano, ma sono diverse, molto diverse l’una dall’altra.

“Cinico e Celestina”. ??? spiegati meglio.

“Candido”. Quando invoca una causa , uno si presenta come passivo. Se proprio non è come il lampo, che succede al tuono perché sono la stessa cosa, è un poco come bagnarsi quando piove e non si ha l’ombrello. La pioggia è la causa e tu con i tuoi vestiti bagnati siete l’effetto. L’azione compiuta diventa un fatto naturale, necessario.

“Cinico e Celestina”. Continua.

“Candido”. Quando presentarsi come determinati non è possibile, allora si invoca una ragione: “perdevo la faccia, non sarei più stato io se non avessi deciso di sparare”.

“Cinico e Celestina”. Che cosa significa “non sono più io”?

“Candido”. Significa che io mi sono fatto corrispondere a talune regole, o valori, non rispettando i quali non esisto nemmeno più; non sono più riconoscibile, non sono più io; io stesso non mi riconosco più. E ognuno ha bisogno di riconoscersi.

“Cinico”. Ma qui bisogna stare attenti, perché uno queste cose se le può anche inventare.

“Candido”. Ma poi se ne dimentica, e ci rimane attaccato come fossero sempre esistite prima di lui.

“Celestina”. Ma ci sarà ben qualcosa.

“Cinico”. Il guaio è che non lo sappiamo. Il sacro si traveste, è sempre un’altra cosa che ti viene incontro. E’ sempre un’altra cosa che si presenta al tuo animo.

“Celestina”. Proprio sempre sempre? Io non dispero.

“Cinico”. C’è anche una violenza individuale, fra persone singole, e questa riesce a nascondersi. Ma quando diventa pubblica, collettiva, la violenza non si può nascondere. Allora si deve giustificare. O anche, e questa è la situazione più difficile, travestire. Per esempio si traveste da eroismo, che è già qualcosa di cui ci si può vantare. Ma io vorrei sapere che eroismo c’è a montare su di un aereo carico di bombe e lasciarle cadere su di un villaggio pieno di supposti guerriglieri; semmai son quelli gli eroi. Dopo che è venuta fuori l’artiglieria era questa che faceva più danni; ma gli artiglieri eran quelli che rischiavano di meno, perché restavano indietro. Un altro bel travestimento è il sacrificio, altra parola positiva. Poi c’è il rischio. Chi rischia e si sacrifica diventa un eroe, a spese di altri, quasi sempre. Avevano ragione i fantaccini della prima guerra mondiale, che non amavano quelli che gli arrivava la medaglia; loro morivano e il capitano si prendeva la medaglia. Aggiungiamoci anche il dovere, la solidarietà e altre cose. Tutti travestimenti.

“Celestina”. Queste belle cose, e altre ancora, son fatte per quelli che non combattono, per le donne ad esempio. E se quelli che combattono avessero il coraggio di disertare farebbero un servizio a tutti. Potrà sembrare una provocazione, ma io darei un premio ai disertori. O comunque li lascerei in pace, come accade a quelli che si chiamano “obiettori”.

“Candido”. Questa sì che è un’idea brillante. Ma come la si concilia con tutto il discorso “la Patria chiama”, “il dovere impone” e cose simili?

“Cinico”. E’ appunto sul clima guerrafondaio, così penso si possa dire, che vorrei soffermarmi. A tutti quelli che in guerra non andavano, ma si chiedeva che fossero d’accordo, si rendeva più omaggio qualche guerra fa, che non nelle recentissime. Sono spariti i bollettini di guerra. Perché non ci vien detto niente di ufficiale su ciò che accade in Afghanistan, in Libia e in tanti altri luoghi?

“Celestina”. Ah! Questa sarebbe bella!

“Candido”. Le guerre di oggi son camuffate da operazioni di polizia. E la polizia non dà bollettini, semmai riferisce alla magistratura, secondo certe regole; perlopiù a cose fatte. Ma il poliziotto che insegue un malfattore non può accopparlo lui direttamente; è soltanto autorizzato ad acciuffarlo. Ma queste di oggi son guerre senza prigionieri! Si ammazza e basta.

“Cinico”. Fra le spiegazioni-giustificazioni delle quali abbiamo detto mi viene alla mente un caso particolare, che conseguenze gravissime. E’ quando si invoca una causa che non è accaduta ma si dà per certo, per scontato, che accadrà. E’ una causa possibile, data per necessaria e inevitabile. Questo atteggiamento è all’origine delle “corse al riarmo”, come vengono chiamate. Il mio vicino costruisce navi corazzate, si arricchisce di mitragliatrici e cannoni. Finirà con l’usarle, e contro di me. Allora devo essere pronto, con più corazzate, più canoni ecc. Così si è arrivati a primo conflitto mondiale, fra Germania e Inghilterra. Invece con la “guerra fredda” fra URSS e Stati Uniti uno dei due ha mollato. E così siamo tornati alla guerre locali.

“Candido”. Ma questa mania del riarmo alcune guerre, guerre locali, le ha fatte succedere. Dove si provano queste armi? Non possiamo con il grosso? Proviamo sul piccolo, vedi Vietnam, Corea, Etiopia e tante altre. Così si fanno anche soldi, perché naturalmente ai minori, ai poveri, le armi si vendono.

“Cinico”. E’ così che nascono le cosiddette “guerre legali”. Son quelle guerre che si dice di fare a vantaggio di coloro che le subiscono. Ad esempio la repressione del brigantaggio dopo l’unità d’Italia, che fu più sanguinosa delle guerre che l’avevano preceduta; ma era sangue “impuro”, sangue di fuorilegge.

“Celestina”. Le armi, gli aerei da combattimento e simili invecchiano, più rapidamente di ogni altro prodotto industriale. Però non si possono buttare, sono costati molto. E allora contro chi usarli, se non chi ne ha altri ancora più vecchi? I fucili dei briganti sparavano male, al confronto con quelli dell’esercito regolare.

“Candido”. E’ certa una cosa, che se questa storia della corsa alle armi venisse a cessare si risparmierebbero tanti soldi, da usare per l’umanità. Ci deve essere qualcosa di sbagliato in queste guerre di polizia. A proposito, il famigerato Pol Pot l’ha acchiappato qualcuno?

“Cinico”. Più che acchiapparli, isolarli si dovrebbe, fargli il vuoto attorno. Far capire alla gente che nessuna causa, anche buona, può servirsi di mezzi cattivi. Un’umanità civile è quella che sostiene le proprie cause con mezzi che consentono il rifiuto, che sono la parola, il denaro, il confronto, la persuasione. La violenza è una scorciatoia che squalifica e fa danni subito, rimandando i risultati; quando hanno capito questo anche le Chiese sono diventate non violente; non è bruciando gli eretici che si combattono le eresie.

“Candido”. La corsa agli armamenti è micidiale perché fa sentire costretti quando invece si ha scelto. L’altro ha un cannone più di te? Lascia che sua lui a tenerselo pulito. A che cosa ha servito la famosa Grosse Berte (il cannone tedesco che arrivava fino a Parigi nella prima guerra mondiale)?

Che cosa c’era nel suo passato? E’ spesso così, nelle cose germaniche; non si sa mai che passato abbiano. Non basta l’artiglieria a vincere le guerre; ci vuole la volontà degli artiglieri. A Caporetto i cannoni italiani c’erano, ma non hanno sparato; e la spiegazione c’è, ma si dovrebbe avere il coraggio di andare a cercarla nel posto giusto, nell’animo dei comandanti e degli artiglieri.

“Celestina”. Avere più armi può essere utile a far ammazzare più gente. Ma quando la mattanza è finita, restano le baionette; e su queste non ti puoi sedere. E alla fine il vincitore è quello che ti ha messo un cuscino sotto il sedere.

“Cinico”. E’ così che nascono le cosiddette “guerre contro l’altro, ma ad uso interno”. Servono a militarizzare la nazione, e la nuova disciplina militare si rimangia tutti i diritti civili faticosamente conquistati e dolorosamente concessi. L’operaio in divisa non sciopera più. Il soldato deve soltanto “krepieren”, come fa dire il soldato Sc’veik al maresciallo austriaco Conrad. Ecco un bel tema per la prossima volta.

Paolo Facchi

UNE GUERRE, POURQUOI?

Toutes les guerres qui occupent nos livres d’histoire n’ont pas empêché qu’on réagisse à un conflit armé entre peuples et Etats comme à un événement exceptionnel. Si “Guerre et paix” est le titre d’un roman célèbre, c’est “guerre et monde” qui exprimerait la véritable contraposition, la véritable antithèse. Car on peut bien penser un monde sans guerre, – et la guerre comme un refus du monde, un refus de la vie. Pourtant, si la guerre enrichit les cimetières, elle n’est pas on ne dit pas qu’elle est “un cimetière” ; on dit même souvent qu’elle “enrichit la vie”. Et c’est plutôt la paix qu’on compare à un cimetière, quand on parle de “la paix des cimetières”. Mais, bien sûr, ce n’est pas à cela qu’on pense quand on parle de la paix comme d’une manière de vivre. Une vie, en tant que vie, contient en soi la conflictualité. Mais la conflictualité n’est pas nécessairement la guerre.

C’est là le point qu’on en vient trop souvent à perdre de vue.

La conflictualité entre humains alterne avec la collaboration. C’est bien grâce à cette alternance que l’humanité a pu bâtir depuis ses origines ce progrès qui nous étonne de jour en jour. Mais collaboration et conflictualité ont chacune leur forme propre de dégénération. On pourrait appeler “omertà” la dégénération de la collaboration, et on pourrait appeler “guerre” la dégénération de la conflictualité.

Toute collaboration devient redoutable et même dangereuse quand elle s’exerce sans aucune considération du “bien commun” de la collectivité, de ses problèmes, de ses difficultés. On peut alors la désigner du mot italien “omertà” (accord tacite et solidaire). Sous cette forme, elle peut aller jusqu’à devenir destructive de l’ensemble de la collectivité “ou : de l’“ensemble” du vivre ensemble”. On peut en dire autant de la conflictualité quand elle devient “aveugle”, quand il n’y a plus de sélection portant sur les moyens, car c’est la victoire, rien d’autre que la victoire, qu’on poursuit.

Que la guerre soit une dégénération de la vie conflictuelle, on peut l’affirmer facilement du seul fait qu’on se pose à chaque fois la question de sa cause : “encore une guerre, pourquoi?” – c’est la question qui accompagne chaque début de guerre et que se posent les populations et les combattants eux-mêmes.

Il y a toujours quelqu’un qui tire le premier coup. C’est donc à lui qu’on demande “pourquoi?”. Ses réponses sont de deux types:
– J’ai été déterminé,
– Je me sentais obligé.

Quand on parle de contrainte déterminante, on se réfère à une cause, externe et déterminante nécessitante ; quand on parle de justification, on se réfère à une norme à laquelle on aurait bien pu se soustraire, mais à laquelle on a décidé d’obéir. Dans le premier cas, la contrainte, on remonte à une cause, dans le deuxième cas, la justification, on remonte à une décision.

Mais dans les deux cas, l’origine est un acte unilatéral. Et un acte unilatéral n’est jamais sans alternatives possibles. Il s’ensuit que la différence même entre cause et obligation présente une possibilité d’alternative, car elle est subjective et se réfère à la personne qui agit et non à l’action en soi. C’est le sujet qui doit expliciter s’il se sent déterminé ou obligé. Les autres, ceux qui observent sans être responsables, doivent seulement comprendre : écouter ce qu’il en dit, mais aussi faire parler ce qu’ils observent de lui, – mais écouter et observer, il arrive que ce ne soit pas suffisant. Toute détermination peut être vue comme une décision : la décision de se soumettre à une loi de la nature. Mais alors, la “loi de nature” devient une norme, dont on peut chercher l’origine historique. Et on comprend que, si on oublie cette origine historique, on ne peut subir la norme que comme une nécessité : ainsi la défense de la terre des anciens ou sa reconquête si elle a été perdue ; l’honneur de la nation qui en fait tradition. La conséquence est que les individus qui se refusent à obéir se trouvent aussitôt hors de la communié, ils en sont exclus, ils deviennent des isolés, des suspects, ils perdent tout droit à la solidarité personnelle. Un individu n’est rien s’il n’est pas dans une collectivité reconnue, quelles que soient ses décisions collectives : “right or wrong, my country”.

Une guerre est toujours cruelle et destructrice de richesse. Une guerre n’est pas une guerre s’il n’y a pas des morts, des blessés, des destructions. Les guerres sont toujours sales. Pour que la guerre soit acceptée, il faut donc mettre en œuvre un processus de nettoyage. Et les procédés de nettoyage sont en nombre infini, comme infinie est l’intelligence des hommes, surtout quand elle s’exerce dans l’art de mentir.

La plus grossière, la plus simple, des justifications est de dire qu’“on fait la guerre pour avoir la paix”. Bien sûr, “une autre paix”, car on pourrait, sinon, se dire “si tu veux la paix, préserve la paix que tu as”. Bien sûr “une autre paix”, c’est-à-dire “une paix plus juste”, elle-même le plus souvent résultat d’une “guerre juste”.

Mais pourquoi “plus juste”? Parce qu’elle correspond mieux, d’après certaines croyances et certaines valeurs, à ce que mérite son “peuple” et qu’on est en droit de réclamer pour lui ; ce peut être un port, une montagne, un territoire qui sont habités par des gens “comme nous”. Une guerre est appelée “juste” parce qu’on la commence pour se venger d’un tort.

Autres techniques de justification plus subtiles : celui qui a tiré le premier coup se présente comme l’agressé, il a simplement prévenu l’autre, qui aurait tiré le premier. “Mais il n’a pas tiré” – “Oui, mais il avait menacé de le faire”. Ici, la fantaisie est vraiment à son aise dans l’art de voir une menace dans toute parole, dans toute action de l’autre, même dans sa simple présence. Qu’on se souvienne de la fable du loup et de l’agneau : “tu bois de mon eau”.

Un troisième genre de techniques consiste à se fabriquer un idéal, un but final et suprême. Alors “le but justifie les moyens”. Dans les idéologies nationalistes, cet idéal regarde exclusivement son propre peuple, par exemple “les Serbes”. Alors, je suis serbe (italien, français…), – les problèmes des autres ne me regardent et ne m’intéressent pas. Mais on finit par en arriver à comprendre qu’une guerre unilatérale conduit nécessairement à une paix unilatérale, et donc provisoire, qui, dès son commencement, est déjà destinée à mourir. Alors surgit l’exigence d’une paix internationale, qui concerne plusieurs peuples mais est imposée par un seul. C’est la “pax romana” de l’Antiquité, c’est la “pax americana” de notre temps ; mais il y a eu aussi, en Occident, une paix espagnole, une paix anglaise, etc. Un cas original est la “paix de l’Eglise” au Moyen-âge, à laquelle les “princes chrétiens” étaient obligés de consentir sous la menace d’être exclus de la communauté chrétienne et catholique (universelle). Dans tous les cas, il y a quelqu’un qui se fait policier des autres, et le problème se pose alors de savoir s’il agit vraiment au service de la collectivité, ou de lui-même. Ses interventions perdent la qualité de guerres nationales, du moins en apparence.

Une autre justification, souvent cachée, mais pas trop tout de même, est l’unité de la nation, la cohésion interne, l’élimination des subversifs, la résolution de la lutte de classes. Il faut lui montrer un ennemi, et la nation sera compacte. Ici, l’identité de “nous” se constitue à partir de l’existence d’un autre. Si l’autre n’est pas là, il faut se le poser le poser “pour se l’opposer” : je suis occidental, je dois m’opposer à ceux qui viennent de l’Est ; je suis serbe, je ne peux pas (je ne dois pas…) être croate…; je serai toujours plus serbe en étouffant en moi ce qu’il y a de croate. L’exaspération des différences crée l’identité. Une autre justification encore, souvent cachée, est l’unité de son peuple. On se bat contre un autre peuple pour ne pas se battre entre soi. L’armée nationale pourrait être tentée de s’imposer à l’intérieur si elle n’était pas envoyée contre un ennemi extérieur ; l’armée devient une grande école, qui éduque à la discipline sociale, aux vertus du patriotisme. On observe facilement que les pays autoritaires et militaristes sont souvent les moins totalitaires, les plus libéraux à l’intérieur. Mais là, on touche à la différence entre guerre externe et guerre civile. Une opinion courante est que seules les guerres externes ont le droit d’être appelées “guerres” ; les guerres entre citoyens qui avaient un Etat en commun sont difficiles “faciles ?” à confondre avec une “révolution”. “Et, de fait,” Toute révolution aboutit à une guerre civile, ou à des guerres externes, s’il arrive un “Hercule qui sait étrangler le monstre” (Napoléon par Chateaubriand). Mais, parvenu là, le discours tend à devenir trop large…

Paolo Facchi

Ragionamento su Waterloo

Io non saprei dire se sia corretto considerare una campagna militare, una guerra combattuta fra eserciti che si muovono su di un vasto territorio come una somma di alcuni scontri chiamati “battaglie”. Di certo una battaglia è anche più facile da raccontare di una guerra, ed è anche più facile attribuire ad un evento singolo, facilmente delimitabile nello spazio e nel tempo (quasi tutte le battaglie tradizionali vanno dall’alba al tramonto, hanno un luogo e una data), un carattere decisivo per avvenimenti e vicende storiche che possono andare anche, e molto, al di là.

Se ho scelto anch’io di ragionare su una battaglia, e una fra le più celebri nella storia d’Europa, quella del 18 giugno 1815 detta di Waterloo, è perché mi sembra che in essa più che in altre si evidenzi il punto di vista opposto: una altisonante e tragica inutilità, come si potrebbe dire anche di quasi tutte le altre battaglie napoleoniche. Ma c’è in Waterloo una cosa in più, ed è che in quelle giornate, perché a mio avviso la si dovrebbe far cominciare il 16 e finire il 19, gli avvenimenti ebbero una loro autonomia, andarono per conto loro, in maniera quasi del tutto indipendente dai piani, dalle attese, dai desideri, dalle speranze dei comandanti e dei soldati. Scrivendo delle ore centrali del 18 giugno Victor Hugo affermò “ci vorrebbe uno di quei pittori che hanno il caos nel pennello” per dipingere quello che accadde; poi non so se questo sia possibile in pittura ma è indubbio che a servirsi della parola non si può metterci dentro il caos più di tanto”. Né io stesso, dopo tanto tempo e dopo tante diversità accadute, cercherò di farlo. Ma una certa ambizione a ricostruire la contingenza non la posso negare.

La mia ricostruzione della battaglia fa riferimento a quattro protagonisti: Napoleone, Wellington, che comandava le truppe inglesi e fiamminghe (belgi, olandesi), Blücher, capo dei prussiani e il maresciallo francese Grouchy, che comandava l’ala destra dello schieramento disposto da Napoleone; quest’ultimo si può chiamare protagonista per quello che non fece, ma che avrebbe potuto, o dovuto fare, se le cose fossero andate diversamente. L’inserzione dei primi tre è dovuta e necessaria, perché appunto l’incrociarsi delle loro decisioni più eventi occasionali, ritardi, errori e altro hanno fatto accadere quello che è accaduto. Il quarto, Grouchy, è un protagonista assente, è l’enigma di quegli avvenimenti. Provocò la sconfitta di Napoleone perché la sera del 18 non si presentò sul campo di battaglia; cioè con la sua assenza o, per dir meglio, mancata presenza. L’evento determinante fu qualcosa che non accadde, ma che si sperava sarebbe accaduto. Era giustificata questa speranza? È di questo che si ragiona.

E’ attraverso questo Grouchy, poco noto agli storici venuti dopo e allo stesso Napoleone, che lo aveva nominato maresciallo poco prima (il 17 aprile 1815), che il caso si insinua nella ragione napoleonica, nella tenacia e prudenza dell’inglese, nella focosa aggressività del prussiano. L’assenza di Grouchy dal campo di battaglia in quella mezz’ora decisiva fu pura contingenza? Quelli che vogliono tenacemente ricostruire una ragione storica possono sostenere che Grouchy “non poteva non essere assente”, per tutte le circostanze che esporrò; ma sarebbero a loro volta discutibili. Se c’è una ragione degli avvenimenti che si possa distinguere dalla ragione delle idee è certo che quella sera si rivelò di gran lunga la più agguerrita.

Non si potrà fare a meno, nel ricostruire questo scontro fra la ragione individuale e quella degli avvenimenti, fra le cose pensate e quello che accadde, di dare un certo posto alla fortuna. La fortuna non è altro che il caso quando ci aiuta, quindi in definitiva c’è sempre da risalire a chi ne è toccato, perché è sempre lui che giudica se la tal contingenza gli ha giovato o non gli ha giovato. Ma in un caso e nell’altro ne deve tener conto. Una ragione cui la fortuna rimanga indifferente Napoleone stesso non l’avrebbe fatta propria, e in questo era davvero l’erede di quel modo di pensare del rinascimento italiano che giudicava necessario il legame tra “virtù” (nel senso di capacità) e fortuna: “virtù e fortuna”. Era arrivata la ragione, ma una ragione cui la fortuna rimanga indifferente lo stesso Napoleone non l’avrebbe fatta propria. Aveva imparato a liberarsi dei comandanti non fortunati; perdonava più facilmente l’infedeltà che la mala sorte.

Grouchy aveva voluto non essere presente quel pomeriggio, e quindi non fu propriamente sfortuna quella di Napoleone. L’assenza fatale di quel maresciallo esige ben più solide spiegazioni. E noi dobbiamo chiederci “perché” non volle essere presente.

Se per destino si intende una contingenza che si ripete sempre in una stessa direzione, Napoleone poteva ancora credere in un proprio destino favorevole. Le precipitose sconfitte dopo le quali aveva dovuto abbandonare prima la Spagna e poi la Russia, infine il resto d’Europa e la Francia stessa e ridursi all’isola d’Elba; tutto questo li poteva giudicare come eccezioni, compensate dal suo trionfale rientro. Poteva di nuovo farsi chiamare imperatore, poteva fare assegnamento sulla sua popolarità, fra i francesi e in Europa. Si sa che Wellington temeva la popolarità di Napoleone fra i suoi stessi soldati inglesi e soprattutto fra i suoi alleati olandesi.

Questa volta il caso, le contingenze, il destino, presero una strada diversa. Passarono per la testa di Grouchy, facendogli decidere di non presentarsi sul campo di battaglia. Sembra proprio che Grouchy, quando decise di continuare a marciare dietro ai prussiani malgrado sentisse alla sua sinistra i cannoni dello scontro in atto fosse convinto che Napoleone se la sarebbe cavata da solo, che ne sarebbe venuto fuori vincente. Non era questo Wellington un mediocre generale, non erano questi inglesi gente che non sapeva combattere fuori dalle loro navi, come aveva ben spiegato l’imperatore all’ultimo incontro, per dare fiducia ai suoi, per darla a se stesso? Certo, il suo destino, lui stesso e la Francia, se lo dovevano guadagnare; ma c’era da pensare che non sarebbe stato tanto difficile, con questi signori. La lontana fortuna di Marengo era stata proprio soltanto fortuna?

Si sa che Grouchy aveva ben ricevuto i suoi ordini prima dello scontro. Ma riguardavano soprattutto l’inseguimento dell’esercito prussiano, che era stato costretto alla ritirata la sera del giorno prima; c ‘era da impedire che si unisse all’esercito anglo-olandese. Per il giorno dopo, il 18 giugno appunto, era previsto l’assalto alle truppe di Wellington, che sulla collina di Saint Jean, quella che ancora oggi si mostra ai turisti, impedivano di arrivare a Bruxelles, pochi chilometri più in là. E Napoleone aveva già pronto in tasca il suo proclama da vincitore. Ma, come vedremo , non risulta in alcun modo che Grouchy dovesse tener lontani i prussiani dal campo di battaglia e dopo arrivarci lui. Doveva tenerli lontani e basta. Come tutti sanno, i prussiano arrivarono e lui no.

E’ rimasto celebre – c’è addirittura un dipinto – lo scontro che Grouchy ebbe con i suoi generali, soprattutto con l’eroico Gérard, che sarebbe morto il giorno seguente; era il mattino di quel fatale 18 e i generali insistevano perché si dovesse correre “aux canons”, cioè là da dove si sentiva il cannone; la collina di Saint Jean. Sarebbe stata, indipendentemente da ordini e interpretazioni, la decisione ragionevole, addirittura evidente. Ma Grouchy non ne volle sapere e rimase fermo al dovere di tallonare quella parte dell’esercito prussiano che si vedeva davanti, e che egli credeva fosse il tutto. Così, insisteva, gli era stato ordinato.

Lo storico inglese Hamilton-Williams (1) riferisce che il conte di Flahault (uno dello staff napoleonico) disse di aver udito con le sue orecchie, e di poterlo riferire sul suo onore, che Napoleone disse a Grouchy, nel famoso incontro preparatorio di tutti i comandanti : “Coraggio Grouchy, tenete dietro ai prussiani, con la spada alle reni; ma comunicate sempre con me con la vostra sinistra”. Non si preoccupò che ci fossero strade laterali per questi contatti, e in effetti non ce n’erano. Ma anche se una strada e un modo di comunicare rapidamente ci fossero stati era chiaro che più i prussiani si allontanavano meno il far le due cose sarebbe diventato facile.

Comunque Grouchy non fece né una cosa né l’altra. Infatti non seguì i prussiani “con la spada alle reni” e non mantenne le comunicazioni con Napoleone. Trovandosi in una situazione contraddittoria, scelse di non scegliere. Si mosse sì, ma come un corpo si muove per inerzia, cioè linearmente davanti a sé e sempre più adagio. Continuò a seguire i prussiani tenendosi ad una certa distanza. Nella discussione con i suoi generali l’argomento di Grouchy era che lui si sentiva tranquillo soltanto se poteva riferirsi ad un comando. Così è negli eserciti, almeno in quelli centralizzati e ben tessuti, come era quello napoleonico.

Non aveva torto, perché così lo stesso Napoleone gli aveva ordinato di fare. Infatti, continua lo storico, “Grouchy non si era di molto allontanato per prendere il suo nuovo comando che Napoleone fu preso da un certo timore per queste istruzioni. … Non aveva insistito abbastanza sulla necessità di essere prudenti. Quanto era accaduto nel 1813 e nel 1814 gli aveva insegnato che i prussiani in ritirata avrebbero potuto molto abilmente girarsi all’improvviso su Grouchy, specialmente di notte, e annientarlo. Perciò Grouchy avrebbe dovuto far attenzione ai prussiani, ma sempre in condizione di non farsi coinvolgere”. Gli inviò frettolosamente un altro messaggio scritto, nel quale ripeteva quello che aveva detto, ma anche “per ogni evenienza tenete i vostri due corpi di fanteria sempre assieme; e ogni sera cercate di occupare una posizione militare favorevole, con buone vie di ritirata”. Afferma lo stesso Hamilton-Williams, in una nota, che questo documento venne fatto sparire sotto Napoleone III; lo si riporta in opere scritte prima del 1850.

Si parla anche di un altro messaggio, che avrebbe ordinato di fare quello che non fu fatto, e che probabilmente nemmeno arrivò. E il povero Grouchy, fra ordini e raccomandazioni, proseguì per inerzia, cioè rallentando, come rallenta, appunto, una biglia per l’attrito del suolo.

Una domanda che è lecito porsi è che cosa abbia portato Napoleone, proprio alla vigilia di una campagna che si annunciava difficile, a nominare maresciallo (quindi in posizione di avere un comando autonomo) un uomo che sembrava non avesse alcuna delle caratteristiche che di solito si attribuiscono a quelli che facevano carriera nella Grande Armée. Anzitutto era un aristocratico dell’Ancien Régime e figurava fra i comandanti dell’esercito del re per nascita. Era poi passato con la rivoluzione, aveva anche combattuto in Vandea per la repubblica; aveva avuto comandi con Napoleone; era stato ferito ben quattordici volte in Italia, così diceva; alla battaglia di Eylau gli avevano ucciso il cavallo e si era di nuovo fatto del male, cadendone. All’inizio dei cento giorni aveva condotto una campagna militare piuttosto fiacca contro i monarchici del duca di Angoulême (così gli aveva detto lo stesso Napoleone, si racconta, perché quel duca si era preso i gioielli della corona, utilissimi per pagare i soldati, e con lui bisognava trattare per riaverli). Era stato un valoroso, certamente, ma anche malconcio (delle sue ferite si lamenta in molti documenti) e che comunque non aveva mai compiuto azioni da protagonista. Napoleone, nel comunicargli la decisione di nominarlo maresciallo, scrive di “belle manovre, capacità e coraggio di cui aveva dato prova in altre circostanze, e particolarmente a Friedland, a Wagram e nelle pianure della Champagne”. Ma sostanzialmente Grouchy era un militare di carriera, di routine, evidentemente stanco (come lo erano tanti degli altri marescialli) e molto bravo a far domande di congedo e a chieder favori alle autorità del momento, re, regine, imperatori che fossero. E Napoleone, che non aveva più voluto Murat, che soltanto il 15 giugno aveva dato un comando a Ney, l’uno e l’altro certamente più audaci, si fidò di questo timido che non aveva ambizioni. E così lo fece divenire famoso, ma di una mala fama che lo costrinse ad emigrare in America, alla fine di quegli avvenimenti.

Una battaglia faceva parte di una campagna militare. La campagna iniziava quando gli eserciti uscivano dalle loro sedi permanenti per occupare un territorio che non era quello abituale. Benché carte topografiche ben fatte non mancassero di certo, tuttavia l’insicurezza era forte quanto alle strade, alle loro condizioni che dipendevano dal tempo e alla possibilità di varcare i corsi d’acqua; per non parlare degli umori degli abitanti, perlopiù contadini che dovevano nutrir loro questi eserciti; e poi c’era l’altro esercito, esso pure in movimento. Si sa che Napoleone, occupato un villaggio, ordinava di farsi dare la corrispondenza appena arrivata, perché se ne poteva cavare qualche indicazione sui movimenti delle altre truppe. Quando si “misero in campagna”, ciascuno dei nostri tre comandanti sapeva ben poco delle intenzioni degli altri due, alleati o nemici che fossero. Si sa che Wellington aveva ordini riservati di badare soprattutto a tenersi il porto di Anversa, perché già Nelson aveva ammonito che in condizioni di tempo favorevoli una copiosa flottiglia di piccole navi avrebbe potuto da quel porto sbarcare molti uomini sul suolo inglese; la flotta inglese era fatta di navi grandi e non sarebbe arrivata a fermarle tutte. I prussiani avevano compreso che c’era sotto qualcosa e non si fidavano molto dei loro alleati; più volte furono tentati di tornarsene in terra tedesca per farsi raggiungere da austriaci e russi. Napoleone sembrava diretto verso Bruxelles e così era. Ma Wellington, che si era studiato le sue battaglie e ne aveva cavato l’insegnamento che sovente c’era da aspettarsi qualcosa di nuovo, sospettava di una finta e che il grosso dell’esercito francese dirigesse proprio su Anversa. Si seppe più tardi che qualche anno prima, passando davanti alla fatal collina di Saint Jean, aveva detto: “se dovessi difendere Bruxelles mi metterei proprio lì”; ed è quello che fece. Ma non era certo che avrebbe dovuto difendere Bruxelles. E forse fu proprio per farsi vedere da tutti ben presente sul posto che la sera del 17 decise di partecipare con i suoi ufficiali al grande ballo della duchessa di Richmond, dal quale si allontanò a notte alta quando si cominciò a sentire il rombo dei cannoni francesi. E ci fu anche la scena, alquanto oleografica, della figlia della duchessa, una bambina di sei anni, che fu tirata fuori dal letto a mezzanotte perché baciasse la spada del generale che stava per montare a cavallo.

Lo scontro di Waterloo ebbe questo di originale, che fu la riproduzione in piccolo, cioè su di un piccolo territorio, dell’intera campagna, come l’aveva ragionata Napoleone. Hamilton-Williams1 espone così il piano di Napoleone per l’intera campagna: “Napoleone decise di assalire Wellington e Blücher mentre attendevano l’arrivo degli eserciti austriaco e russo per raggiungere insieme il confine francese. Egli sperava di sconfiggere ciascuno dei due in maniera completa, ma era pronto, come sempre, ad adattare i suoi piani alle circostanze. Egli voleva anzitutto buttare Wellington in acqua, così che l’Inghilterra si trovasse fuori dalla guerra sul continente. Se Blücher fosse stato battuto i prussiani si sarebbero tirati indietro, per raggiungere le loro comunicazioni verso oriente. Wellington, in questo caso, si sarebbe a sua volta tirato indietro a occidente, per non perdere il contatto con le coste sul Mare del Nord. A questo punto, tenendo a bada Wellington e costringendo Luigi XVIII ( il re Borbone) ad andarsene da Gand e Guglielmo d’Orange ad uscire da Bruxelles, e avendo così conseguito un enorme successo politico, egli si sarebbe ancora una volta girato sull’altro lato e occupato di Blücher (vien da pensare al batacchio di una campana) … Li avrebbe costretti l’uno e l’altro a tirarsi continuamente indietro, per evitare il rischio di non poter comunicare. Con un po’ di fortuna gli sarebbe riuscito di chiudere gli eserciti alleati tra sé e i 54.000 uomini che Suchet stava portando avanti (dalla valle del Reno; Suchet, come Grouchy, quello che arriva e decide) … Napoleone sperava che il governo inglese di lord Liverpool, messo di fronte ad un’altra guerra che andava per le lunghe e alle conseguenti difficoltà finanziarie, dal momento che gli inglesi erano quelli che sostenevano le spese per gli alleati, avrebbe rinunciato. Senza il denaro inglese gli alleati non avrebbero potuto continuare la guerra. A questo punto Napoleone era certo che si sarebbe arrivati ad un accordo”.

Conviene ora spostarsi sull’altro lato della scena europea, nelle grandi pianure orientali, per ricordarsi di quanto aveva setto Kutùzov, nella versione posteriore di Tolstoi in “Guerra e pace”: “in guerra i piani troppo complicati non riescono”. E’ difficile dire a qual punto risultino “troppo complicati”; ma è certo che, aumentando il numero delle relazioni, delle dipendenze, tra un avvenimento e l’altro, basta che una di queste non si realizzi perché tutto il sistema ne venga compromesso; e quando i legami sono numerosi e interdipendenti e più facile che se ne rompa qualcuno.

Un progetto come quello napoleonico esigeva sicurezza di informazioni e di comunicazioni, cose che il Bonaparte era ben lungi dal possedere. La trasmissione degli i ordini si faceva a quel tempo con messaggeri a cavallo, ai quali poteva succedere di dover attraversare il nemico, e quindi girargli attorno; quelle campagne non erano mai quelle di casa loro, e se incontravano qualche contadino non parlava come loro, ammesso che volesse fargli il favore di mostrargli la strada giusta. Il destinatario spesso se lo dovevano cercare, perché le truppe si spostavano. In queste condizioni non deve stupire che il fatale ordine che Napoleone avrebbe mandato a Grouchy la sera del 17, che era di convergere al centro, non sia mai arrivato. Ma Napoleone stesso dovette pensare che ci sarebbe anche arrivato da solo a questa manovra, che era poi quella consigliata dai suoi generali; non si preoccupò tanto quando la sera del 18 vide arrivare Blücher alla sua destra. “Tanto dietro di lui ci sarà Grouchy”, deve aver pensato; sembra addirittura che abbia detto: “voilà Grouchy qui arrive”, scambiando i prussiani per francesi. A questo punto si ritorna al quesito: “perché Grouchy non corresse il suo cammino”?.

Dall’altro lato Blücher, il focoso capo in testa prussiano, aveva fatto il contrario di Grouchy. Dopo la parziale sconfitta del 17 i suoi comandanti gli consigliavano di ritirarsi, di tornare a casa e di lasciar perdere quei testoni degli inglesi, che tanto loro non si sarebbero mai mossi per aiutare i loro alleati prussiani ( Wellington aveva promesso a Blücher che si sarebbe spostato per aiutarlo se non fosse stato a sua volta attaccato; in effetti era stato attaccato contemporaneamente a Blücher, lo stesso giorno 17, e non si era mosso). Invece Blücher, che nutriva per i francesi un odio primitivo, benché anziano e ferito nello scontro del giorno prima, quel giorno 18 agì di propria iniziativa; senza trasmettere ordini si mescolò ai soldati, incitandoli a trascinare i loro cannoni anche nel fango, ad andare comunque dove lui aveva deciso si dovesse andare. La comunicazione tra uomo e uomo, tra padre e figlio potremmo dire, funzionò meglio degli incerti messaggi napoleonici, anche perché lì si era certi che il messaggio arrivava. Ma possiamo noi immaginare l’aristocratico, l’elegante maresciallo Grouchy, il quale proprio la mattina del 18 si sarebbe attardato a farsi dare dai contadini fragole appena colte, rivolgersi direttamente ai soldati per portarli là dove i loro stessi comandanti avessero detto che non si doveva andare?

Nel campo inglese le disposizioni avanti lo scontro erano più semplici; sul campo Wellington i suoi ordini li dava a voce, ed erano ordini urlati, ripetuti da un reparto all’altro. Ma anche lì non mancarono incomprensioni. La complicata macchina francese esigeva invece che Napoleone si rivolgesse ad un capo di stato maggiore, il quale trascriveva e spediva; quando non c’era il capo era lo stesso imperatore che dettava, come per la lettera a Grouchy che è sparita. Nelle precedenti campagne a prendere gli ordini c’era stato Berthier, uno che trascriveva con chiarezza, redigeva in più copie e affidava a più corrieri; anche quindici. Di Berthier, considerato un mediocre dagli storici militari, fu detto che era stato lui il vero artefice di tante vittorie; ma era morto di una morte poco chiara poco prima del rientro di Napoleone. Invece a Waterloo c’era Soult, che era un comandante di truppa; trascriveva male, a quanto si disse, e soprattutto spediva un solo uomo.

Anche in altri casi le disposizioni napoleoniche non furono molto funzionali. Si sa che D’Erlon, che comandava la fanteria francese situata alla destra di Ney e alla sinistra di Napoleone, aveva ricevuto ordine di obbedire a Ney, salvo ordini contrari dello stesso Napoleone. Risulta che Napoleone non si fidasse molto di Ney – colui che l’aveva convinto ad abdicare a Fontainbleau e che aveva promesso al re borbone Luigi XVIII di portarglielo in una gabbia – e si può pensare si riservasse il diritto di intervenire personalmente sui suoi ordini. Avvenne così che la sera del 17 Ney, che fronteggiava gli inglesi sulla loro sinistra, chiese a D’Erlon di mettersi al suo fianco, cioè di spostare le sue fanterie a sinistra. Nelle stesse ore Napoleone, che aveva aggredito i prussiani e li aveva costretti a tirarsi indietro, mandò a dire a D’Erlon che corresse a dargli una mano, verso destra, perché bisognava prendere i prussiani sul loro retro, prima che fossero sgusciati via. Ma D’Erlon, che nel frattempo si era spostato a sinistra, ci mise più tempo del previsto ad arrivare sui prussiani e li prese di fianco, che ormai si erano ricompattati. La sua azione fu ugualmente efficace, ma non decisiva. Blücher poté ritirarsi e tenersi pronto per il giorno dopo.

Ci furono anche le manovre finte, di comunicazione. L’astuto Wellington aveva disposto la sua fanteria su due file una dietro l’altra, in cima a quella collina che bisognava tenere per impedire ai francesi di marciare su Bruxelles. D’un tratto diede loro l’ordine di ritirarsi, ma soltanto per qualche decina di metri, fino ad arrivare sul versante interno e lì ridisporsi nei famosi quadrati. Un ordine che apparve poco motivato agli stessi comandanti di quelle fanterie. Invece ottenne i suoi effetti. Il focoso Ney, che stava ai piedi della collina con tutta la sua terrificante cavalleria, pensò : “questi si ritirano, saltiamogli addosso”. C’era sì l’ordine di attaccare, ma quando fosse arrivata la fanteria, perché prendere una posizione con i cavalieri quando non c’erano i fanti per mantenerla lo sapevano tutti che non serve. Invece Ney attaccò ugualmente, pensando di trovare gli inglesi con le spalle girate; se li trovò davanti ben posizionati in difesa e pronti a sparare con i fucili e fu un quasi totale disastro. Non aveva chiesto al capo, e si prese del cretino. Ma c’è anche chi dice che sia stato lo stesso capo a dare quell’ordine precipitoso.

La situazione era ancora favorevole ai francesi. Sapevano usare l’artiglieria molto meglio dei loro avversari, e facevano stragi. Lo stesso Wellington, che se ne stava ben in vista a cavallo sulla cima della collina, circondato dai suoi ufficiali, pure a cavallo, se ne vide cadere alcuni al suo fianco. E quando gli chiesero “comandante, che cosa facciamo se lei dovesse morire?”, la risposta fu “crepate anche voi”. Invece se la cavò, anche se lo sentirono che invocava, shakesperianamente, “give me the night”. In quella lenta serata di giugno la sua presenza ben visibile era un costante riferimento per i soldati; significava più che una presenza: “se il capo è ancor lì, può ancora andar bene”.

I francesi attaccavano ora con la loro potente fanteria. Molti ritengono che ce l’avrebbero fatta a sloggiare quegli inglesi se avessero avuto un paio d’ore di chiaro in più. Napoleone aveva previsto che tutto l’avanzamento dell’esercito francese dovesse aver inizio alle nove di mattina. Ma la notte precedente sera piovuto e non si poteva avanzare nel fango né tirarsi dietro mi cannoni. Perciò la partenza fu rinviata alle undici, quando il terreno fu giudicato asciutto; e tutto avvenne due ore dopo. Così molti dicono che fu la pioggia a sconfiggere Napoleone. A me sembra una conferma di quanto aveva detto Kutùzov, che in guerra i piani troppo complicati non riescono. Basta che arrivi la pioggia, personificazione della sorte cieca, del caos nella natura. Ma lo fu veramente, in quelle piovose contrade?

Napoleone fece tutto come aveva previsto, soltanto due ore dopo. Non aveva più quella capacità di improvvisare che lo aveva fatto vincere da giovane; sembrava diventato un generale austriaco. La fanteria francese saliva dunque sul colle guidata da D’erlon, il quale questa volta sapeva dove aveva da portare i suoi uomini. Qui si vide qualcosa che sul momento non si capì. Si vide la fanteria francese salire disposta in colonne, con il risultato che soltanto quelli che stavano davanti potevano arrestarsi e sparare ; invece gli inglesi erano disposti in file sottili e parallele, e così sparavano tutti. Le ragioni di questa disposizione francese furono comprese soltanto quando si fece il film e si dovette ricostruire quella salita: per i soldati, se disposti in colonna, sarebbe stato più facile arrivare tutti assieme fin sulla cima. Ma allora non si sarebbe dovuto ordinargli di fermarsi e sparare! E in cima a quella collina non arrivarono perché il fuoco della fanteria inglese, ben più efficace perché gli inglesi tiravano tutti e tiravano da fermi, li disperse.

A questo punto Napoleone decise che si doveva impiegare la guardia imperiale. Era come giocare la preziosa carta tenuta in riserva. Avevano la fama di soldati terribili, questi della guardia imperiale, tanto che alcuni prussiani arrivati in anticipo si erano spontaneamente tirati da parte. Nel riferire delle gesta napoleoniche sul suolo russo, Tolstoi nota come a Borodino la guardia non sia stata impiegata; avevano questa nomea di terribiloni ma veramente la conferma non si era mai vista, almeno nella campagna di Russia; e non la si ebbe nemmeno quel pomeriggio, a Waterloo. Anzi la loro fama agì, per così dire, all’incontrario. Quando gli altri soldati francesi e gli stessi comandanti cominciarono a dirsi “la garde récule” (e in effetti si era fermata) tutti ebbero al sensazione che a questo punto non ci fosse più niente da fare. Si poteva soltanto disporsi in difesa e sperare, o aspettare, che arrivasse Grouchy.

Wellington seppe cogliere molto bene il momento. Agitando con le mani il suo berrettone alato scese dal suo punto d’osservazione e si mise a cavalcare fra i suoi per tutta la larghezza della collina. I soldati compresero “stiamo vincendo” e si buttarono sui francesi, così da impedire che si organizzassero. Dopo ci furono gli inutili quadrati della guardia, che era stata pietosamente invitata ad arrendersi. E ci fu la non riferibile “ m….” del generale Cambronne, che tutti udirono ma che egli sempre negò di aver detto. E la cosa si spiega: riavutosi dalle ferite si maritò con una inglese e non poteva di certo vantarsi, al di là della Manica, di quella parola così poco “british”. E poi ci fu l’arrivo dei prussiani, come si è detto.

Si attribuisce a Wellington di aver detto “abbiamo vinto per un pelo, ma per un pelo così piccolo che non si arriverebbe nemmeno a vederlo”. A ricostruire il pelo della vittoria ci si sono messi gli storici, numerosi e pazienti e con tante informazioni più delle nostre. Ma così si è portati a ignorare la contingenza, ad ignorare che in talune situazioni tutto si può aspettarsi che succeda; raccontano gli avvenimenti ma non sono capaci di dimenticare che sanno come sono andati a finire. E’ certamente difficilissimo, per non dire contraddittorio, narrare una serie di fatti senza farsi condizionare da un finale noto; e senza che la narrazione sia costruita per rendere necessario questo finale. Poi ci sono sempre delle ipotesi ed è quasi impossibile, inumano si potrebbe dire, non farsene condizionare; cioè raccontare quello che è accaduto pensando a quello che, secondo la propria testa, avrebbe potuto accadere.

Più bravi a portare il lettore in mezzo agli avvenimenti sono scrittori e romanzieri, certamente meno informati. In quelle sette o otto ore la frequenza dei combattimenti ravvicinati, il fango e la polvere della terra e dei proiettili, il frastuono delle cariche di cavalleria (ce ne furono molte, anche da parte inglese), il lamento dei feriti, i cavalli senza più guida che giravano da tutte le parti, intorno ad una modestissima altura che è ancora lì da vedere, impedivano a chiunque di avere una visione chiara di che cosa stesse accadendo. . Gli stessi comandanti non ne capivano molto più dei loro soldati. Stendhal descrisse l’avventura di un volontario a Waterloo nella sua “Chartreuse de Parme”; e il povero giovane che cosa vide? Una gran confusione, pochi cavalleggeri ulani che gli passano davanti, tutti che cercano di fare qualcosa (anche nascondersi), tira un colpo anche lui e gli sembra di aver accoppato qualcuno; nessuno sa se dieci minuti dopo sarà ancora al mondo. Dopo un po’ ci sono quelli che se ne vanno e quelli che restano e sono i vinti e i vincitori. Con Victor Hugo sembra di essere al cinema; la sua descrizione è più ampia, ma tutto vi succede così rapidamente che non c’è tempo di fermarsi a considerare qualcosa. Tolstoi è allo stesso tempo cinematografico e frastornato, quando narra di Austerlitze e di Borodino.

C’è da far credito al vecchio Kutùzov quando, in dissenso con lo zar ed i suoi generali pianificatori, sosteneva che in questi avvenimenti la ragione non serve tanto. Tocca ai generali farsi soldati, percepire gli avvenimenti come loro li percepiscono. Chi ha un piano nella testa finisce con il trovarsi più impacciato di chi non l’ha. Si potrebbe azzardare che se Napoleone avesse detto Grouchy: “stai attento a non farti incastrare dai prussiani e ceca di andare dove ti sembra che sarai più utile” qualche possibilità di trovarselo lì dove serviva in quel fatale pomeriggio l’avrebbe avuta.

I soldati di Napoleone, abituati alla vittoria, devoti e fedeli fino al fanatismo, appiattiti sulla personalità del loro capo, convinti della sua superiorità su qualunque altro comandante e della loro stessa superiorità sul terreno, vedendosi nel giro di poche ore da vincitori certi trasformati in vinti ebbero la più naturale delle reazioni: siamo stati traditi. Salivano dal basso, questi mormorii di tradimento, e diventavano più consistenti man mano che toccavano i gradi più alti. Di certo gli errori, i ritardi, le incertezze da parte francese furono molti, come hanno ricostruito gli storici. Ma ce ne furono tante altre fra gli stessi inglesi, fra i loro alleati scozzesi, belgi, fiamminghi, e perfino nel campo prussiano. Si insiste di più sulle deficienze francesi perché bisogna in qualche modo spiegare come hanno perduto. Ma nel campo inglese interi reparti si nascosero tra i boschi e la cavalleria scozzese si fece massacrare stupidamente esponendosi all’artiglieria; poi c’erano i belgo-fiamminghi che marciavano un passo avanti e due indietro e i prussiani che avevano una gran voglia di tornarsene a casa. Ci furono anche gli eroi, è certo, e quelli che si sacrificarono. Ma ai morti non si può credere se sono morti per vocazione o perché è loro accaduto di morire.

Ragionando in senso più ampio possiamo dire che Napoleone era ormai un uomo dal destino segnato. Le sue capacità militari, la sua stessa “grande armée”, non interessavano più. La ragione storica, la ragione degli avvenimenti, se si possono usare questi concetti, era contro di lui. Egli aveva una sua pur possente ragione umana; “ragione degli avvenimenti è una metafora”, ad uso di storici e narratori; possiamo dire che la metafora ebbe la meglio? Sempre lo Hamilton-Williams nelle ultima pagine del suo libro insiste sul fatto che Waterloo, in se stessa, avrebbe potuto essere niente di più che una battaglia perduta in una guerra che si poteva ancora continuare. Così infatti la intendeva Napoleone quando, precipitosamente ritirandosi da quel campo di battaglia, chiese il comando di altri robusti eserciti per organizzare la difesa sul suolo patrio. Questo era stato, del resto, il suo piano iniziale, poi scartato in favore di quello offensivo. Ma non trovò consensi fra i politici né fra gli stessi militari del suo Paese.

Era tornato il momento della trattativa e della diplomazia. La diplomazia di Napoleone era stata particolarmente semplice: vinco io e dopo gli dico quello che deve fare. Ma il suo decisionismo non era stato decisamente risolutore, perché lui stesso si mostrava incapace di rispettare gli accordi conclusi, e dopo una battaglia, anche vinta, si doveva sempre farne un’altra. Si stava formando dovunque, in Europa, una borghesia che aveva filtrato le forme utopiche della rivoluzione così come le certezze degli assolutismi. Ci volevano pace, commerci, rapporti liberi e sicuri, un proletariato capace di lavorare e di produrre piuttosto che di combattere e fare lunghe marce. Napoleone, che prendeva tutti nei suoi eserciti, cominciava ad ingombrare. Lo seguivano ancora i semplici soldati, onesti proletari che militando nella Grande Armée speravano in un’ascesa sociale, in condizioni di vita più facili; rischiose, certamente, ma forse non più che un lavoro in miniera o nei campi, dove per giunta c’era la fame.

Sarebbero stati loro la base d’opinione di quel conturbante fenomeno che fu il bonapartismo, in Francia e in Europa. Una malattia dello spirito europeo. Quanto a lui, poveretto, se si affidava così tenacemente alla sua ragione umana era forse perché, lui per primo, aveva perso fiducia nella fortuna e nella storia.

La sua fama rimase immensa e oscurò quella dei vincitori. Tolstoi, che considerava Napoleone poco diverso da un condottiero del rinascimento italiano (ma non sapeva che quei condottieri le battaglie molto spesso se le inventavano) e che aveva per lui il sano disprezzo di un intellettuale con principi morali, si stupiva che se ne continuasse tanto a parlare. Fu certamente la vulgata francese degli avvenimenti che fece di Wellington “quel cretino che ha vinto Napoleone”. Ma dietro c’era ben altro. Piaceva all’emergente spirito romantico l’idea che la solare razionalità mediterranea del Bonaparte fosse stata sconfitta da virtù più semplici: la tenacia inglese, la pazienza russa, l’irruenza prussiana; anche il fanatismo ispanico veniva in qualche modo recuperato e perfino il papa, in armonia con la recuperata sacralità del medio evo. E ciò malgrado fosse ben chiaro che la solida capacità di resistenza del soldato inglese aveva trovato in Wellington chi l’aveva saputa impiegare. E la bella domanda di Kutùzov “che ne sapete voi di quello che pensa Napoleone?” a Waterloo si sarebbe potuta rovesciare: “che ne sapeva quel genio dei suoi avversari?”.

Fra i vinti si venne formando il mito dell’eroe che aveva in sé un destino di caduta, perché soltanto i mediocri galleggiano in ogni situazione. C’era in quel mito niente di meno che l’idea che l’incarnazione di un dio, Apollo: Napoleone = Néoapollon. Fra tanti fratelli battezzati Giuseppe, Luigi e simili lui soltanto “Napoleone”; era stato per indicargli il suo destino. E poi c’era quel “Buonaparte” , che faceva pensare a “colui che viene dalla parte buona”, cioè dalla parte del sole, che sorge ad oriente e illumina tutto il Mezzogiorno; e poi tramonta ad occidente, dietro l’oceano, come di fatto era accaduto. Ma il sole ritorna, basta aspettare.
Per i greci di Omero Apollo era stato un dio sterminatore di soldati, come è narrato nell’Iliade. E che cosa era stato Napoleone se non il più grande sterminatore di soldati? La brillante immaginazione dei poeti greci aveva visto i raggi del sole come frecce del dio Apollo irritato. E il nuovo Apollo entrò nella mitologia solare, del resto già ricca di re e imperatori. E ne venne arricchito il bonapartismo.

Il sole è indifferente alle sciagure umane. Si sa che Napoleone era del tutto indifferente alle idee rivoluzionarie che i suoi eserciti esportavano e anche imponevano; così come era indifferente alle situazioni che trovava nei vari Paesi. Considerava il vecchio re francese come uno che aveva perso il trono perché non aveva piazzato due cannoni davanti alla folla e di ogni popolo gli interessava soltanto quanti soldati poteva fornire e che fossero bravi e pronti a morire per lui. Diceva che Dio sta sempre dalla parte di chi ha più grossi battaglioni e si racconta che alla vista di tanti morti dopo una delle sue vittorie abbia avuto un sospiro di rammarico ma poi abbia esclamato: “una notte di Parigi rimedierà a tutto questo”.

Ma proprio questa sua indifferenza favoriva il credere in lui. Tutti coloro che soffrivano e speravano, o semplicemente sognavano, uomini o popoli che fossero (polacchi, ungheresi, italiani) non faticavano a pensare che un simile “genio dell’azione”, come fu chiamato, sarebbe arrivato a cambiare qualcosa anche per loro; tanto più che dall’altra parte si predicava il puro ritorno al prima. Quanto ai privilegiati, pensavano che agisse per loro, o anche contro di loro. Lui non si pronunciava; i suoi proclami alle truppe o ai popoli erano come i raggi del sole, che non si pronunciano; il sole non sa niente di ciò che i suoi raggi illuminano o riscaldano.
Il povero generale Buonaparte (per i francesi de Bonnepart), così rapidamente diventato Napoleone I imperatore, sapeva bene di non essere il sole; e per questo si affidava tanto alla sua ragione. Ma a Waterloo la sua fu una ragione stanca, come era stanco lui stesso e quasi tutti di lui.

Paolo Facchi

Nota
1. David Hamilton-Williams, Waterloo, new prospective, Arms and Armour Press, 1993, Wellington House, 125 Strand, London WC2R

Una nuova guerra, perché?

Tutte le guerre che occupano le pagine dei nostri libri di storia e che fanno giudicare i periodi di pace niente più che intervalli fra una guerra e l’altra non hanno impedito che la gente continui a pensare che un conflitto armato fra popoli o stati sia un avvenimento eccezionale. “Guerra e Pace” è il titolo di un romanzo famoso. Ma la vera contrapposizione sarebbe – così pensano i più – “Guerra e Mondo”, perché un mondo senza guerre è nei nostri pensieri più che non sia un mondo sempre in guerra; la guerra è l’eccezione, mondo è tutto il resto.

Il mondo, la vita, contengono in sé la conflittualità. Ma il mondo come dovrebbe essere e si vorrebbe che fosse è naturale pensarlo senza crudeltà, violenze e distruzioni. E’ per questo modo di pensare che ogni volta che “scoppia” una guerra le reazioni sono due: 1. Ci si chiede che cosa l’ha fatta succedere; 2. Come si giustificano quelli che l’hanno provocata?

La prima domanda porta alla ricerca di una causa, come si fa con avvenimenti che si ritengono fuori dal comune: ci si chiede perché la superficie del pianeta, normalmente stabile, di tanto in tanto tremi (non ci si chiede perché sta ferma); ci si chiede perché i fiumi “esondano”, come ci si chiede il perché della follia e non della salute mentale; La risposta a queste domande si dice “spiegazione causale” ed è l’indicazione di una causa; se la si rimuove, quando è possibile, sparirà anche l’effetto. Se invece l’avvenimento di cui si tratta è attribuito alla decisione di qualcuno, di uno che se lo può permettere, allora si chiede a questo qualcuno di spiegarci perché ha deciso quello che ha deciso. Si parla anche questa volta di “ spiegazione” e anche di “ perché”; ma il secondo “perché” è legato ad un “affinché”, cioè ad uno scopo, che giustifichi una decisione tanto grave; si chiede una spiegazione che è una “giustificazione” e il “perché” della giustificazione è diverso dal “perché” della spiegazione; è un ricondurre ciò che si fatto a delle ragioni, non a delle cause. Le ragioni sono una faccenda personale, di chi ha deciso, le cause sono una cosa esterna, che si subisce; spiegazione causale e giustificazione razionale son due cose diverse, che quando c’è l’una diventa inutile l’altra. E se vengono attribuite allo stesso avvenimento provocano l’accusa di ridondanza e di ipocrisia. Diciamo che è un ipocrita, un impostore, chi fa passare per causa una sua decisione; si sottrae così al bisogno di dar spiegazioni. Una causa non si giustifica.

Quando ne combina qualcuna di storta, che non saprebbe giustificare, il Buon Dio cambia nome, si fa chiamare “caso”; così sembra abbia detto niente di meno che Voltaire. Non può, questo Dio, presentarsi insieme come buono e come onnipotente. Gli umani, che invece sono sempre benevoli con Lui, hanno escogitato tante soluzioni per questa convivenza impossibile. La più onesta è quella del mistero, la più radicale è il dar ogni volta la colpa a se stessi: “chissà di che cosa l’avremo offeso, e Lui ce lo fa capire con le disgrazie che ci manda, che sono delle punizioni”; ci sono anche quelli che parlano di un Dio che “permette” che certe cose accadano; ma questa volta dovrebbe essere Lui a giustificarsi. Ma poiché questo a Dio non si può chiedere, ci pensa la bonomia popolare: “in quel momento il Signore dormiva, ne ha ben diritto anche Lui”.

Per gli umani si hanno altre esigenze: se subiscono, devono dire che cosa hanno subito, se decidono, per quali ragioni hanno deciso. Fra l’enorme mucchio di guerre che la nostra memoria storica ci permette di recuperare in ogni tempo e in ogni luogo ne abbiamo estratte due che ci sembrano rappresentative della guerra decisa e della guerra subita: le crociate e la prima guerra mondiale.

Le crociate noi le potremmo mettere in relazione con la famosa “jihad” di Maometto. O perfino con le guerre sante dei re assiri. Le più antiche guerre sante, guerre giustificate, di cui si ha notizia si rintracciano nelle iscrizioni assire (1): il re è responsabile delle sue azioni verso gli dèi piuttosto che verso il popolo; “il re è addirittura tenuto ad informare gli dèi degli avvenimenti di guerra e delle loro conclusioni”. Si scrivevano addirittura “lettere agli dèi; missive che avevano lo scopo di riferire agli dèi dell’adempimento della divina missione che era imposta al re” (p. 20)”. E’ difficile non vedervi un precedente dei moderni bollettini di guerra, con i quali si informa il popolo sovrano; ed è anche difficile non chiedersi se qualche volta il re assiro non avrà condito le sue lettere con qualche menzogna o vanteria.

Poi sono venute le “guerre sante” dell’Occidente cristiano. Esse furono “bandite”, decise, dai papi i quali trovavano indecente che i luoghi sacri della cristianità fossero governati da conquistatori di un’altra religione pur essa monoteistica; tanto più che i sovrani di quelle terre si mostravano poco accoglienti e ospitali, sottoponevano i pellegrini che avevano fatto sì lungo viaggio a vessazioni, estorsioni e balzelli. Dapprima i papi si rivolsero ai loro popoli, fra i quali predicavano la necessità di partire spontaneamente; successivamente ai sovrani, con il comando e il ricatto diplomatico. Furono insomma guerre e spedizioni decise e le decisioni erano esplicite e giustificate pubblicamente; quelli che partivano erano capaci di spiegare a stessi e a chiunque “perché” partivano.

Ben al contrario, il conflitto del l915-18 fu iniziato da sovrani e ministri sotto la pressione dei comandi militari dell’Austria-Ungheria e della Germana imperiale. Si basavano sui precedenti di interventi militari poco sanguinosi e distruttivi. Quando ne venne fuori il conflitto più sanguinoso della storia cominciò il palleggio delle responsabilità. Tanto che i vinti, per avere la pace, si videro imporre di assumersi la responsabilità di tutti quei morti ammazzati.

In ogni Paese vi erano state minoranze, perlopiù di intellettuali, che avevano addotto ragioni poco comprensibili ai più: che bisognava far valere la Kultur germanica sulla civilisation francese, che bisognava proteggere gli slavi del sud, i serbi, dalla prepotenza austriaca, più in generale le piccole nazioni, come la Serbia, appunto, o il Belgio, dalle prepotenze degli Imperi centrali; nel caso dell’Italia che bisognava completare il risorgimento, facendo coincidere i confini dello stato italiano con quelli geografici della penisola. Ma queste ragioni sarebbe azzardato dire che ebbero l’efficacia che viene attribuita alle cause; esse non penetrarono mai fra le masse dei combattenti, che si massacrarono senza odiarsi, che combatterono per un dovere che era accompagnato dalla paura; e anche per un orgoglio provocato in loro; non certamente per una fede religiosa, per la voce di un dio. Se ci chiediamo un perché di tanto conflitto dobbiamo indicare della cause, non delle giustificazioni; con l’eccezione dell’intervento degli Stati Uniti d’America.

Cause e giustificazioni sono due cose diverse, come si è detto. Una causa la si subisce; una giustificazione viene da noi stessi. E’ però anch’essa il richiamo ad una forza esterna superiore. Ma accade che ci si giustifichi dicendo che si vuol anticipare una causa, un avvenimento che però è del futuro, di un futuro che si decide di non subire. Così fu per l’intervento militare germanico sul Belgio neutrale, e neutrale per accordi comuni; la giustificazione era che si temevano gli effetti dell’alleanza franco-russa; e quando l’Inghilterra decise di uscire dal proprio tradizionale isolamento la giustificazione fu che si temevano gli effetti dell’occupazione tedesca del Belgio. La miscela che ne esce, in questi casi, è micidiale, perché si compiono azioni scelte sentendosene costretti. E costretti da qualcosa che non si vede, perché non è ancora accaduto. I precedenti sono numerosi nella storia.

Una guerra non è una guerra se non provoca morti, feriti, distruzioni. Chi la decide lo sa bene e molto spesso si può dire che proprio lo voglia. Ma non può dire che lo vuole, che se lo augura e aspetta, e allora dice che ne è costretto; ma da un avvenimento che deve ancora arrivare.

In certe battaglie del rinascimento, soprattutto in Italia, armate mercenarie mostravano l’una all’altra quanti cannoni, quanti cavalli, quanti soldati e come armati ciascuna poteva mostrare, poi su questa base trattavano o si combattevano. Andrea Doria, il famoso ammiraglio genovese del cinquecento, non portò a termine nessuno degli scontri navali che ebbe con turchi, francesi, corsari; interrompeva la battaglia per trattare, e di questo fu rimproverato. Anche Machiavelli rimproverava alle truppe mercenarie di non impegnarsi veramente nel combattimento.

Anche quelli che decisero il conflitto 14-18 volevano vincere ma non distruggere i loro nemici; gli spostamenti di confine furono modesti. L’intenzione era di distruggerne la potenza militare, indebolirli di armamenti e di truppe. Ma la situazione sfuggì al loro controllo, molte di quelle sanguinosissime battaglie furono di puro sterminio.

Ma sterminio di chi? Proprio soltanto delle masse di soldati nemici? Il sospetto viene che anche le proprie masse si volesse sterminare. In tempo di guerra ci si ritiene autorizzati a mentire, molto di più che in tempo di pace. Si mente sui morti e sui vivi, sulle risorse, sulle armi e così via; ma soprattutto si mente sulle intenzioni. Nessuno dice “perché” ha iniziato una guerra e proprio per questo coloro che desiderano sapere qualcosa si sentono autorizzati a ragionare con la loro testa. E il ragionamento è molto semplice: se non mi dici “perché” hai deciso, o se mi dai risposte reticenti, evasive, pretestuose, è che quelle vere non le vuoi dire; forse nemmeno puoi dirmele, tanto ti sembrano sproporzionate alla gravità delle conseguenze; e ne sei spaventato tu stesso.

La prima guerra mondiale interruppe un periodo di pace e di prosperità nei Paesi avanzati. Le testimonianze elogiative della “belle époque” sono infinite. Ricordo soltanto lo scrittore e filosofo russo Vladimir Soloviev (2). In uno scritto “I tre dialoghi” uscito nel 1903, fa discutere fra di loro varie persone su temi di attualità. Fra di essi un politico, il quale magnifica ed esalta la qualità e la fortuna dei tempi in cui è loro toccato di vivere. Fra queste fortune c’è che non si fanno più guerre; almeno in Europa, e quelle che si combattono su altri continenti non sono poi gran che devastanti. La guerra sembra proprio una cosa dei tempi passati, o di luoghi lontani.

Quel politico non poteva immaginare, neanche appena immaginare, quanto sarebbe apparso fuori luogo tanto suo compiacimento. Nel giro di qualche settimana estiva (e viene la tentazione di dar la colpa proprio all’estate) sette Paesi d’Europa (Serbia, Austria-Ungheria, Russia, Germania, Belgio, Francia, Inghilterra) si trovarono ad affrontarsi in sanguinosissime battaglie di distruzione. Il succedersi degli avvenimenti è noto a sufficienza. Lo stupore non è finito ancor oggi. Le spiegazioni che ne diedero allora i singoli governi furono un elenco di “atti dovuti”, come conseguenza di impegni diplomatici e morali non disattendibili. Soltanto i serbi, aggrediti per primi, non diedero spiegazioni. Erano atti dovuti presentati e sentiti come irreversibili. Quindi riconosciuti come cause determinanti.

“L’irreversibilità delle mosse crea nei decisori un senso di costrizione”; così ha scritto lo storico e politologo Gian Enrico Rusconi (3). Ma dopo tanti anni che sono passati, e dopo tante letture di testi molto spesso banali, anche se complicati, noi una risposta ce la dobbiamo ancor dare. E siamo portati a pensare che dietro a questa insufficienza ci sia una insufficienza nel descrivere la situazione in cui la guerra è “scoppiata”. Ci si limitava alle cause politiche, alle rivalità fra gli stati.
Si dimentica che la prestigiosa Europa della “belle époque” poggiava su di un cuscino di paura. Era la paura delle masse che ospitava in sé: contadini, che continuavano il lavoro e la vita delle precedenti società feudali, operai delle grandi fabbriche che vivevano emarginati nelle periferie, così visibilmente diverse dai quartieri borghesi delle grandi città, lavoratori del mare, mendicanti, gente emarginata. Tutti costoro bollivano al confronto delle loro condizioni, di cui li rendevano consapevoli intellettuali socialisti, comunisti, anarchici. E la borghesia, che di loro aveva bisogno, che con loro doveva vivere, non aveva altro discorso che quello dell’attesa; attesa che il benessere proprio arrivasse anche a loro, per naturale espansione secondo le tendenze del mercato, la cui natura era di allargarsi. Che fosse un discorso in buona parte ipocrita lo si vedeva dal fatto che questo mercato tendeva sì ad allargarsi, ma per lo più all’interno delle classi che stavano bene; mentre ogni stato gonfiava il proprio bisogno di sicurezza, che conviveva con l’esigenza, ritenuta legittima, di estendere al resto del mondo la propria efficienza e prosperità. Quando la diplomazia dei partiti interni al sistema si mostrò incapace di risolvere i singoli contrasti che di volta in volta nascevano venne sostituita con le armi dei militari, cresciute in quegli anni di denaro disponibile, forse fuori dal controllo dei militari stessi. E tutto esplose con l’episodio di Sarajevo, ricostruito “sul tempo” come pochi sanno fare da Emil Ludwig (4).
Conviene ricordare che l’uccisione dell’erede al trono dell’Austria-Ungheria avvenne in territorio imperiale, sotto il controllo della polizia imperiale; che non fu mai dimostrata, né al momento, né poi, alcuna responsabilità o coinvolgimento della vicina Serbia; che gli attentatori erano serbi, questo è vero, ma erano serbi cittadini dell’impero; che l’ultimatum austriaco alla Serbia venne accolto quasi per intero; che la risposta serba non venne neppur letta dall’ambasciatore austriaco. Vicende esposte con grande capacità di ricostruire la contingenza da Emil Ludwig nel suo utilissimo libro “Luglio ‘14” (n). In perfetta malafede la Serbia venne invasa militarmente e scattarono gli obblighi internazionali di Russia, Germania, Francia, Inghilterra; era quanto bastava per scatenare un conflitto che si sarebbe esteso.

Sorprendono le somiglianze con quanto accadde dopo la distruzione delle torri gemelle di New York, poco meno di un secolo più tardi. Anche in questo caso si pensò di punire un atto offensivo compiuto su un territorio di propria competenza aggredendo uno stato indipendente, in questo caso lontano, ritenuto corresponsabile. I motivi di questa asserita corresponsabilità sono di natura etnica, religiosa, morale, non giuridica e anche questi nemmeno dichiarati in modo pubblico. Si veda l’interessante piccolo scritto di Giulietto Chiesa “La guerra come menzogna“ (5). Nell’un caso come nell’altro è stato sostenuto, con argomenti molto convincenti, che le aggressioni a questi stati di fuori erano state pensate e preparate già da prima e che si aspettasse l’episodio scatenante. E furono presentate come doverose guerre di rappresaglia aggressioni che avevano ben altre origini e motivazioni.
E’ il caso di recuperare la differenza iniziale fra guerre decise e guerre subite. La prima guerra europea del 15-18 venne presentata da tutti, anche da coloro che spararono i primi colpi di cannone, come guerra necessaria, inevitabile, subita. Senza voler escludere che ci sia qualcosa di vero in questa presentazione, perché anche gli obblighi internazionali hanno una loro forza, rimane tuttavia più che lecito pensare che si trattasse di “atti dovuti” costruiti in anticipo; ovvero, di decisioni nascoste tenute in sospeso. Un bel lavoro per storici, psicologi, economisti, sociologi e quanti altri hanno già cercato di occuparsene creando addirittura una disciplina riservata, la polemologia.

Riflettendo su questa ipotesi delle decisioni nascoste, la prima cosa da pensare è che se questa decisione si appoggiava a qualcosa che non si poteva dire bisognava costruirsi un qualcosa che si potesse dire, che fosse in linea con il pensare comune e facile da spiegare alle masse. Erano di questo tipo l’indipendenza del popolo polacco, diviso fra russi, tedeschi e austriaci e anche gli attriti linguistici e territoriali tra Francia e Germania e pure l’irredentismo italiano; c’era poi l’insoddisfazione degli slavi cui il regime di Francesco Giuseppe si era mostrato incapace di far fronte.

Dietro c’era qualcosa che proprio non si sapeva riconoscere, né all’interno dei circoli di potere né sulle piazze; era la speranza, ahinoi non consapevole, che mobilitando le masse in una guerra fra nazioni si sarebbe potuto evitare quella rivoluzione che incombeva su tutte.

In tutte le nazioni la disciplina e l’autoritarismo dei militari si sovrapposero alle differenze di regime; repressioni interne crudeli che erano pensate per terrorizzare la truppa e raramente corrispondevano ad insubordinazioni o rifiuti di combattere. I comandi militari avevano più a cuore le scorte di carburante, di munizioni, di automezzi che la vita dei loro stessi soldati.

La vita del soldato era considerata una risorsa a costo zero; era di persone senza diritti, o quei facilmente aggirabili; avevano soltanto il dovere dell’obbedienza passiva, di farsi automi (n Gemelli) al richiamo della Patria o dell’Imperatore. Era un dovere senza compensi o rivendicazioni, quindi un passo indietro ai doveri del bracciante, del contadino, dell’operaio, quello che pure erano stati quando non erano militari. Il soldato doveva soltanto “krepieren” come fa dire al maresciallo austriaco Conrad quel tragico burlone dello scrittore ceco Jaroslav Hašek al suo soldato Sc’veik (6).

La morte in battaglia era anonima e non aveva compensi. La guerra individuale, quella degli antichi eroi o cavalieri, era riservata agli assi dell’aviazione, a qualche poeta eroe scomodo o a qualche altro eroe da propaganda; gente che era meglio non tornasse a casa per fare il reduce ribelle o contestatore. Le stesse autorità religiose se c’era un sacerdote un poco riottoso e tormentato da dubbi lo preferivano come cappellano dell’esercito.

La morte in battaglia del soldato conferiva alla gloria dei comandanti e alle speranze di pace sociale ai padroni del futuro. “Sacrificio della borghesia” fu detta la prima guerra mondiale. Fu piuttosto un sacrificio dei popoli ai quali la borghesia non fu capace di sottrarsi. Più ci si allontana da quegli anni e più cadono gli ostacoli al faticoso lavoro di ricostruire la contingenza. Ed emerge l’immagine di una gran confusione della quale si avvidero scrittori come Gadda, Barbusse, Hašek, certamente altri che non conosco; una confusione delle menti penetrata dalla paura per un sommovimento sociale che si temeva più di una sconfitta. E di certo in quella contingenza non erano prevedibili i milioni di morti, di mutilati, di ammalati e l’impoverimento generale. L’Europa perse il suo primato nel mondo. Ma un rimprovero si può fare a chi prese quelle decisioni, di non aver fatto niente per evitarle, di averle vissute come cause determinanti.

Paolo Facchi

Note
1. “War, peace and empire”, justification of war in Assirian Royal Inscriptions, by Bustenny Oded, Wiesbaden, dr. Ludwig Reichert Verlag, 1992.
2. Vladimir Soloviev, “I tre dialoghi”, Marietti 1975.
3. Gian Enrico Rusconi, “Rischio 1914”, Bologna, Il Mulino 1987.
4. Emil Ludwig, “Luglio ‘14”, Milano Mondadori 1930.
5. Giulietto Chiesa, “La guerra come menzogna”, Roma Nottetempo, 2003.
6. Jaroslav Hašek, “Il buon soldato Sc’veik”, Milano Feltrinelli 2010. Si veda anche il mio racconto “Intelligenza con il nemico” in “Racconti filosofici”, Milano, Moretti Honegger, 2005.