PER UNA POLITICA ECONOMICA CHE SIA VERAMENTE TALE IN ITALIA E IN EUROPA

Le accese polemiche che si sono susseguite in questi ultimimesi intorno alla manovra economica approntata dal nostro Governo e appena approvata dalle Camere, e le serrate trattative con la Commissione europea sul livello di deficit strutturale ammissibile, ci dovrebbero indurre a compiere alcune riflessioni, innanzitutto sul ruolo della politica economica e sull’obiettivo prioritario che essa ha il compito di perseguire.

Mi sembra doveroso, a questo proposito, partire dalla lezione di Federico Caffè. Come ebbe modo di scrivere in diverse occasioni, rifacendo sia quanto aveva già messo in rilievo Gustavo Del Vecchio (1883-1972)[1], scopo precipuo della politica economica è quello di far uso della conoscenza come guida dell’azione e i soggetti destinatari di tale indirizzo non sono solo gli organi di governo, ma anche gli altri operatori economici, siano essi pubblici o privati, interni o internazionali. Occorre però un’importante precisazione: “uno studio inteso a essere di guida all’azione non può confondersi o identificarsi con l’azione stessa. Questa, mentre da un lato implica poteri di decisione che mancano di regola (e comunque non sononecessari) a chi attenda a compiti soltanto di studio, dall’altra richiedegeneralmente l’integrazione degli utili elementi per tal via ottenuti conconsiderazioni di diversa natura e provenienza, a opera appunto di chi abbia il potere e la responsabilità di decidere”[2].

In tal modo Caffè sottolineava come non potesse mai venir meno il ruolo dei responsabili politici, ai quali soltanto spetta di adottare le decisioni inerenti alle azioni di politica economica da intraprendere, assumendosene l’onere. Il compito dello studioso (o del “tecnico” se così vogliamo chiamarlo) deve limitarsi ai suggerimenti o indicazioni per i problemi concreti, con l’avvertenza che essi comunque avranno un carattere inevitabilmente parziale, non potendosi delineare “quel prolungamento della conoscenza nell’azione (…) come predisposizione di categoriche norme e di conclusivi precetti, pronti per l’uso”[3], che lungi dall’avere una valida portata sistematica si rivelerebbero soggetti ad una rapida obsolescenza. Né, tantomeno, si può identificare la scienza economica in modo esclusivo con un determinato indirizzo “attribuendo ad esso una posizione di egemonia che, di fatto, non ha[4].

Già all’epoca, infatti, Caffè metteva in guardia dal “riflusso neoliberista”, che acriticamente sottolineava “la validità del mercato, come forma organizzativa dell’assetto sociale, senza tener conto delle numerose dimostrazioni fornite, attraverso il tempo, dei «fallimenti del mercato». (…) Poiché il mercato è una creazione umana, l’intervento pubblico ne è una componente necessaria e non un elemento di per sé distorsivo e vessatorio”[5]. Ovviamente anche l’azione della mano pubblica non è esente da errori e fallimenti, ma è anacronistico trattare le imperfezioni del mercato come aventi un carattere del tutto secondario rispetto a quelle dell’intervento pubblico.

Quanto all’obiettivo generale che deve perseguire la politica economica, non vi è dubbio che esso debba risiedere innanzitutto nell’accrescere il benessere umano. Caffè, richiamando un intervento tenuto nell’aprile 1963 a Roma dall’economista olandese Jan Tinbergen (1903-1994) durante la conferenza L’organizzazione dell’attività produttiva al servizio dell’uomo[6] annotava che “assumendo il benessere umano come obiettivo generale da massimizzare con le misure di politica economica, il Tinbergen considera che ne formino elementi costitutivi non soltanto i beni materiali, ma tutti quegli elementi – ideali, educativi, culturali – che riflettono i valori umani della nostra epoca storica”[7]. Tale impostazione era pienamente condivisa da Caffè, il quale era ugualmente consapevole del fatto che i diritti fondamentali sanciti nella nostra Costituzione dovessero rappresentare il quadro di riferimento a cui si doveva conformare anche la politica economica, che deve perseguire i propri obiettivi al fine di assicurare appunto il benessere generale e non gli interessi di pochi: “quando manchi l’organizzata volontà umana programmatrice, inevitabilmente gli interessi sezionali finiscono per prevalere su quelli della collettività”[8]. Il suo impegno in questa direzione è tra l’altro testimoniato dalla partecipazione ai lavori della Commissione economica del Ministero della Costituente, presieduta da Giovanni Demaria (1899-1998), il cui Rapporto in 12 volumi rappresenta il più alto contributo degli economisti italiani dell’epoca alla formulazione della carta costituzionale repubblicana.

D’altra parte lo stesso Demaria era fermamente convinto che lo Stato dovesse farsi promotore del miglioramento sociale, essere cioè fattore di produzione ossia “attore di elevazione e felicitazione materiale e superiore, protagonista e realizzatore di quel complesso di mete ideali e materiali che gli uomini si sono sempre configurate in ogni tempo. Quando lo stato operi lungo la linea ascendente del progresso dell’umana personalità agisce certamente come fattore di produzione, perché se l’organizzazione statale produce sempre qualche cosa (…), solo quando innalza la vita privata e sociale ad un piano storicamente superiore rispetto a posizioni spirituali, economiche e politiche arretrate può dirsi fattore di produzione rilevante per il patrimonio dei valori morali e materiali”[9]. Lo stato sociale moderno avrebbe dovuto quindi agire per limitare al minimo le diseguaglianze economiche e sociali, assicurare un certo grado di “benessere organico”, costituito da tutto ciò che è necessario alla vita dei singoli per renderla anzitutto possibile e poi piacevole, dal momento che “un benessere collettivo che comportasse la povertà di una parte della popolazione degraderebbe il povero e infetterebbe con la sua degradazione l’intero ambiente in cui vive, e tutto ciò che può degradare un paese può degradare un continente”[10]. Parole quanto mai profetiche rispetto alla situazione attuale dell’Europa.

Tali premesse erano necessarie per capire di cosa dovrebbe veramente occuparsi la politica economica e non è difficile capire che in questi ultimi tre decenni poco si è fatto sia in Italia sia in Europa per avvicinarsi a questi scopi. È del tutto attuale pertanto l’amara constatazione di Tullio Bagiotti (1921-1983) riguardo alla legislazione economica del nostro paese (che si potrebbe ben estendere a quella europea): “una legislazione da bottegai (…) avversata o sostenuta da una critica economica da bottegai. I propositi della Costituzione (…) sono stati disinvoltamente pretermessi. Il tutto a pregiudizio dei diritti dell’uomo, di libertà, e opportunità, che la Costituzione formalmente garantisce. E indubbiamente a pregiudizio della società, cui i diritti individuali sono fondamento e premessa”[11].

La politica economica nell’ambito dell’Unione Europea, a partire dal Trattato di Maastricht (1992) e ancor più dopo l’inizio della crisi finanziaria del 2007-08, è stata plasmata al solo fine di perseguire il rispetto dei parametri fissati dal trattato medesimo (i valori-soglia del rapporto deficit/PIL e di quello debito/PIL[12]), una disciplina di bilancio finalizzata al pareggio[13] e il mantenimento della stabilità dei prezzi[14] (ossessione tutta tedesca). Questa tendenza si inserisce nell’alveo della tradizionale attenzione che il diritto comunitario ha sempre dedicato allo sviluppo del mercato unico e alla conseguente tutela della libertà di concorrenza e della libera circolazione delle merci, dei servizi e delle persone.

L’attuazione e la protezione dei diritti sociali è stata subordinata a questi obiettivi. Infatti, sebbene l’art. 3 del Trattato dell’Unione Europea (TUE) affermi, al paragrafo 1, che essa “si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli”, subito dopo (paragrafo 3) precisa che “si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale”. Dall’impostazione di questa norma si evince come la piena occupazione e il progresso sociale svolgano un ruolo secondario rispetto allo scopo principale della crescita equilibrata e della stabilità dei prezzi. Né deve trarre in inganno l’espressione “economia sociale di mercato”, concetto di derivazione tedesca[15], volto a precisare come l’apporto dello Stato debba limitarsi ai soli interventi strettamente indispensabili a evitare i fallimenti di mercato, cui è stato aggiunto il correttivo “fortemente competitiva” per sgombrare il campo da eventuali equivoci, ribadendo la supremazia dell’approccio liberista.

Ciò è ulteriormente confermato dalle disposizioni del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). Anche qui l’art. 9 afferma solennemente che “nella definizione e nell’attuazione delle sue politiche e azioni, l’Unione tiene conto delle esigenze connesse con la promozione di un elevato livello di occupazione, la garanzia di un’adeguata protezione sociale, la lotta contro l’esclusione sociale e un elevato livello di istruzione, formazione e tutela della salute umana” e il medesimo principio è ribadito all’art. 151, che apre il Titolo X del TFUE, intitolato “Politica sociale”, in cui si legge che “l’Unione e gli Stati Membri, tenuti presenti i diritti sociali fondamentali, (…) hanno come obiettivi la promozione dell’occupazione, il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, che consenta la loro parificazione nel progresso, una protezione sociale adeguata, il dialogo sociale, lo sviluppo delle risorse umane atto a consentire un livello occupazionale elevato e duraturo e la lotta contro l’emarginazione[16].
Ma già nel successivo comma 2 è contenuta la significativa precisazione che nel porre in atto tali scopi l’Unione deve tener conto della “necessità di mantenere la competitività dell’economia” e l’art. 119, paragrafo 2, stabilisce chiaramente che le politiche economiche generali nell’Unione sono sostenute “conformemente al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”, fatto salvo l’obiettivo del mantenimento della stabilità dei prezzi .

Consideriamo infine la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata il 7 dicembre 2000 e adottata nel 2007, e ora inserita a pieno titolo tra le fonti normative dell’Unione in virtù del richiamo operato dall’art. 6 del TUE[17]. Nonostante il notevole progresso rappresentato dal fatto che nel Preambolo si afferma che l’Unione “pone la persona al centro della sua azione istituzionale”, anteponendo tale principio alla salvaguardia della “libera circolazione delle persone, dei servizi, delle merci e dei capitali”, la tutela approntata per i diritti sociali, di cui si occupa prevalentemente il Titolo IV (Solidarietà) appare piuttosto debole e meno incisiva rispetto alle disposizioni costituzionali di molti Stati membri.

Queste sono le fondamenta su cui è stato successivamente costruito, con vari interventi regolatori tra il 1997 e il 2013[18], il Patto di Stabilità e Crescita, ossia l’edificio di controlli preventivi e interventi correttivi demandati alla Commissione europea, che ha il compito di vigilare sul rispetto dei parametri stabiliti dalle norme dell’Unione e di proporre al Consiglio l’adozione di eventuali sanzioni nei confronti degli Stati membri inadempienti[19].

Un sistema di restrizioni che si inserisce nella cornice di un’unione monetaria rimasta largamente incompleta. Come è stato sottolineato da più parti non è possibile, mediante il bilancio dell’Unione, attuare politiche di stabilizzazione anticiclica; non sono consentiti trasferimenti tra gli Stati membri per colmare differenziali di competitività, né per intervenire in caso di squilibri delle bilance commerciali (notoriamente la Germania registra consistenti avanzi nei confronti dei paesi della zona Euro con effetti negativi su questi ultimi[20]); infine la BCE non può ricoprire il ruolo di prestatore di ultima istanza, in quanto espressamente vietato dall’art. 123 TFUE[21]. Tali criticità espongono a gravi rischi tutte le economie dei paesi dell’Unione Economica e Monetaria, soprattutto di quegli Stati il cui debito pubblico è più elevato e detenuto in misura consistente da investitori stranieri. Essi sono così in balia degli umori dei mercati finanziari e delle valutazioni, tutt’altro che disinteressate, delle agenzie di rating. Il caso della Grecia è esemplare e avrebbe dovuto far riflettere i responsabili politici europei sui rimedi da adottare, ma così non è stato. Piuttosto che affrontare i problemi irrisolti dell’area valutaria europea, si è preferito ricorrere a odiosi programmi di aggiustamento macroeconomico, che hanno gravemente impoverito la popolazione[22]. È così che si persegue il benessere dei popoli?

Un respiro completamente diverso, invece, hanno le disposizioni della nostra Costituzione, ispirate ad un progetto ambizioso di Stato sociale, in cui il benessere della persona umana assume una posizione centrale e in cui, conseguentemente, il rispetto e la realizzazione dei diritti sociali hanno un ruolo preminente, a cui vanno subordinati i principi dell’organizzazione economica. Ciò si evince fin dall’art. 1, dove si proclama che “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” (si veda su questo tema quanto ho già scritto nell’articolo “Le radici della Repubblica”); dall’art. 3 che solennemente afferma che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale” e che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”; dall’art. 4 in base al quale “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Ricordiamo infine tutte le fondamentali norme contenute nel Titolo III (Rapporti economici) della I Parte della Costituzione, riguardanti sempre il lavoro (artt. 35, 36, 37), l’assistenza sociale (art. 38), l’organizzazione sindacale e il diritto di sciopero (artt. 39 e 40), l’iniziativa economica privata, la quale è libera, ma che, come sottolinea l’art. 41, comma 2, “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”, la proprietà sia pubblica che privata e i limiti di quest’ultima “allo scopo di assicurarne la funzione sociale” (art. 42), il diritto, “ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro”, dei lavoratori di collaborare alla gestione delle aziende (art. 46), l’incoraggiamento e la tutela del risparmio in tutte le sue forme, l’accesso alla proprietà dell’abitazione, e l’investimento azionario, diretto o indiretto, nei grandi complessi produttivi del paese (art. 47).

In questo quadro si innesta la recente revisione degli artt. 81, 97 e 119 Cost. (legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1), che ha introdotto il cosiddetto vincolo del pareggio di bilancio. Sono ormai note le circostanze che hanno portato tra il 2011 e il 2012, nel breve volgere di pochi mesi, senza quasi alcun dibattito, all’adozione del provvedimento. Nel clima di incertezza generale provocato dalla crisi dei debiti sovrani, sicuramente decisiva fu la lettera, del tutto irrituale, che il 5 agosto 2011 Jean-Claude Trichet e Mario Draghi (l’uno governatore uscente, l’altro entrante della BCE) indirizzarono al Governo italiano e nella quale, tra le altre cose, statuivano che “a constitutional reform tightening fiscal rules would also be appropriate”[23]. In realtà la missiva riecheggiava, anche se in maniera più drastica, quanto già stabilito dal Patto Euro Plus del marzo dello stesso anno[24], ma senza dubbio essa produsse una forte accelerazione nell’avvio dell’iter di approvazione della nuova disciplina. Nonostante le evidenti pressioni provenienti da Bruxelles, è bene sottolineare che la scelta di procedere mediante revisione della Costituzione fu squisitamente politica (pertanto non imposta dalla normativa UE come si volle far credere all’epoca[25]), giustificata dalla nostra classe dirigente con la necessità di dare un “segnale forte” ai mercati e ristabilire la “buona reputazione” del nostro Paese, che, è il caso di ricordare, fin dalla nascita dello Stato unitario nel 1861 ha sempre onorato il proprio debito pubblico, diversamente dall’ “affidabile” Germania[26].

Molti hanno contestato, a vario titolo, l’introduzione di tale principio nella nostra Costituzione. Tuttavia occorre notare che la formulazione originaria dell’art. 81 e in particolare l’ultimo comma che recitava “ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte” aveva, secondo alcuni Costituenti, proprio lo scopo di assicurare il tendenziale pareggio del bilancio[27].

La norma era stata fortemente voluta da Luigi Einaudi, il quale riteneva che l’iniziativa in materia di bilancio dovesse essere limitata al Governo, negandola ai membri delle Camere. Egli infatti temeva che i deputati, per rendersi popolari, potessero proporre “spese senza nemmeno rendersi conto dei mezzi necessari per fronteggiarle”[28]. L’on. Ezio Vanoni appoggiò questa tesi, affermando esplicitamente che essa era una garanzia della tendenza al pareggio del bilancio e che fosse opportuno che anche dal punto di vista giuridico il principio fosse sempre tenuto presente alla mente di coloro che proponessero nuove spese: “Il Governo deve avere la preoccupazione che il bilancio sia in pareggio e la stessa esigenza non può essere trascurata da una qualsiasi forza che si agita nel Paese e che avanza proposte che comportino maggiori oneri finanziari”[29].

Nella concezione di Einaudi (e di altri economisti dell’epoca) il pareggio tendenziale di bilancio era una questione di buon senso e assumeva una dimensione morale, equiparando in questo caso l’azione dello Stato a quella prudente del buon padre di famiglia che ha un dovere verso i figli, verso le generazioni future[30]. È significativo quanto egli scriveva in una lettera del 13 dicembre 1948 indirizzata al Ministro del Tesoro Giuseppe Pella: “Se si suppone che l’ultimo comma dell’art. 81 non possa disgiungersi dal bilancio, ossia dal pareggio, se ne deduce la conseguenza che il legislatore costituente abbia voluto affermare l’obbligo di governi e parlamenti di fare ogni sforzo verso il pareggio. (…) Se si suppone invece che si tratti soltanto di un divieto “di non alterare in peggio”, non si consacra quasi, almeno per l’esercizio in corso, la permanenza del disavanzo? Non si riconosce in questa maniera ai disavanzi previsti al principio dell’anno, quasi un diritto a perpetuarsi? Che cosa si direbbe di un padre di famiglia il quale, malauguratamente per lui, al principio dell’anno prevede di avere un reddito di 50000 lire al mese ed una spesa di 70000; ma, poiché durante l’anno le sue entrate crescono da 50000 a 55000 lire al mese, si dimentica delle 20000 lire di vuoto che ha nel suo bilancio ed allegramente seguita a far debiti per 20000 lire consacrando le 5000 lire di maggior reddito a portare il totale delle sue spese da 70000 a 75000 lire? Si direbbe che costui è assai imprevidente, ed un po’ per volta il credito verrebbe a mancargli, così che ben presto sarebbe costretto forzatamente a ridurre le sue spese nei limiti della disponibilità. Lo stato si può comportare diversamente? (…) Se così fosse, il valore dell’articolo 81 non si ridurrebbe a nulla?”[31].

Il dispositivo del quarto comma dell’art. 81 che, secondo l’intendimento di Einaudi, mirava a garantire l’equilibrio del bilancio con l’obbligo del pareggio della spesa incrementale, si sarebbe però presto dimostrato insufficiente a governare il complesso sistema finanziario di una democrazia sociale, che come abbiamo prima visto si era posta scopi assai ambiziosi.

Tale problema era stato invece ben compreso da Demaria e dalla già menzionata Commissione economica da lui presieduta in seno al Ministero della Costituente. Nel quinto volume del suo Rapporto, dedicato alla Finanza, sui temi relativi al bilancio aveva adottato un’altra prospettiva, ritenendo che la solidità della situazione finanziaria non potesse poggiare unicamente su un equilibrio formale tra spese ed entrate, bensì su un “più profondo e sostanziale equilibrio tra attività finanziaria e attività economica in genere”[32].

Il fenomeno finanziario doveva essere messo in relazione con l’intera attività economica del paese. Solo in tal modo sarebbe stato possibile accertare se la politica delle entrate e delle spese fosse ben indirizzata, il pareggio di bilancio effettivo e valutare le ripercussioni dell’attività finanziaria, con tutte le sue complessità, sul reddito reale della collettività. “L’attività dello Stato in materia economica ed i relativi interventi – si legge nella relazione – si svolgono non soltanto attraverso la diretta gestione statale, ma più spesso mediante enti economici, variamente organizzati sicché è indispensabile tener conto non solo direttamente delle entrate e delle spese statali, quali risultano dal bilancio, e delle relative conseguenze, ma altresì della complessa attività e della gestione di tutte queste forme di amministrazione indiretta, la cui importanza diventa di giorno in giorno più evidente. Si tratta pertanto di sostituire sempre più ad un semplice bilancio finanziario un vero e proprio bilancio economico”[33].

Nel Rapporto si faceva riferimento anche allo strumento dei bilanci pluriennali, dal momento che l’attività statale “si svolge nel tempo senza soluzione di continuità”, così che “le conseguenze della spesa pubblica impiegano un certo intervallo di tempo per spiegare i loro effetti. Da ciò deriva, secondo alcuni, che è artificioso richiedere che l’equilibrio di bilancio si consegua puntualmente in ciascuno esercizio e non piuttosto in periodi più lunghi, tanto più che la vita economica (di cui il bilancio statale è, come è noto, un fattore nello stesso tempo determinato e determinante) non si svolge come un flusso uniforme, ma è caratterizzato da ondate alterne di prosperità e di depressione”[34].

In quest’ultimo caso, in particolare, poteva essere necessario abbandonare il canone di un bilancio in equilibrio, “dovendosi rinviare a periodi più prosperi” il proposito di ristabilirlo, con l’importante precisazione che “l’entità del reddito reale collettivo costituisce il limite della politica congiunturale la quale, pertanto, mentre deve preoccuparsi di attuare una accorta redistribuzione degli oneri derivanti dalla congiuntura, deve avere come fine precipuo, attraverso la politica delle entrate e delle spese, di incrementare appunto il livello del reddito predetto”[35].

Non lontano da questa impostazione si pongono le sentenze della Corte costituzionale che, a partire dagli anni ’60, hanno definitivamente escluso che l’art. 81 potesse contenere un obbligo giuridico al pareggio di bilancio[36]. Nella famosa sentenza n. 1 del 1966 la Corte infatti stabilì che “il precetto costituzionale attiene ai limiti sostanziali che il legislatore ordinario è tenuto ad osservare nella sua politica di spesa, che deve essere contrassegnata non già dall’automatico pareggio di bilancio, ma dal tendenziale conseguimento dell’equilibrio tra le entrate e la spesa”, tenendo conto dell’ “insieme della vita finanziaria dello Stato, che (…) non può essere artificiosamente spezzata in termini annuali, ma va, viceversa, considerata nel suo insieme e nella sua continuità temporale” in un’epoca in cui “i traguardi (…) che la comunità nazionale assegna a se stessa, impongono previsioni che vanno oltre lo stretto limite di un anno e rendono palese la necessità di coordinare i mezzi e le energie disponibili per un più equilibrato sviluppo settoriale e territoriale dell’intera collettività”. Questa interpretazione “estensiva” era ritenuta maggiormente rispondente alla lettera e allo spirito della Costituzione e in ultima analisi, aggiungo, capace di garantire l’effettiva attuazione del progetto di economia autenticamente sociale disegnato dalla nostra carta fondamentale e la messa in pratica di una politica economica coerente con esso[37].

Può dirsi la stessa cosa dell’art. 81 così com’è formulato oggi? Il testo attuale, in realtà, non parla espressamente di pareggio di bilancio, bensì del fatto che “lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico”. Per capire meglio il concetto di equilibrio occorre rifarsi alla legge cosiddetta rinforzata (legge 24 dicembre 2012, n. 243), approvata ai sensi del comma 6 dell’art. 81[38]. Da essa si ricava che “l’equilibrio dei bilanci corrisponde all’obiettivo di medio termine” (art. 3, comma 2, l. 243/2012). Questo a sua volta equivale al “valore del saldo strutturale individuato sulla base dei criteri stabiliti dall’ordinamento dell’Unione europea” (art. 2, comma 1, lett. e), vale a dire al “saldo del conto consolidato corretto per gli effetti del ciclo economico al netto delle misure una tantum e temporanee” (art. 2, comma 1, lett. d). Si tratta quindi di usare un metodo di calcolo piuttosto complesso, non esente da critiche e in fin dei conti discrezionale (non sarebbe di certo piaciuto a Einaudi)[39]. La conclusione pratica è che l’equilibrio di bilancio si diversificherà a seconda che si sia in presenza di una fase avversa o favorevole del ciclo economico, e ciò ovviamente non corrisponde ad un pareggio del bilancio. Non sembra ci si discosti molto, quindi, dall’interpretazione data dalla Corte Costituzionale del testo pre-vigente dell’art. 81.

Passando al secondo comma, scopriamo che esistono solo due casi in cui è possibile ricorrere all’indebitamento (deficit di bilancio):  a) “al fine di considerare gli effetti del ciclo economico”, quindi per attuare politiche anticicliche; b) “previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei componenti, al verificarsi di eventi eccezionali”. Questi, in base all’art. 6 della legge 243/2012, la quale non fa altro che riprendere quanto già stabilito nei regolamenti UE, sono “periodi di grave recessione economica relativi anche all’area dell’euro o all’intera Unione europea” ed “eventi straordinari, al di fuori del controllo dello Stato, ivi incluse le gravi crisi finanziarie nonché le gravi calamità naturali, con rilevanti ripercussioni sulla situazione finanziaria generale del Paese”. Rimane invece vietato il ricorso all’indebitamento “per realizzare operazioni relative alle partite finanziarie[40]”, tranne nel caso in cui si verifichino gli eventi eccezionali di cui sopra (art. 4, comma 4, legge 243/2012).

Da quanto sin qui detto, dunque, anche in base all’attuale formulazione dell’art. 81 sembrano esserci sufficienti margini di flessibilità, tali da non rendere incompatibile la nuova disciplina di bilancio con l’impianto generale della nostra Costituzione e in particolare con la tutela dei diritti sociali. Tanto più che la legge costituzionale 1/2012 fa un’importante precisazione, laddove prescrive che “lo Stato, nelle fasi avverse del ciclo economico o al verificarsi degli eventi eccezionali (…) anche in deroga all’art. 119 Cost., concorre ad assicurare il finanziamento, da parte degli altri livelli di governo, dei livelli essenziali delle prestazioni e delle funzioni fondamentali inerenti ai diritti civili e sociali” (art. 5, lett. g).

Bisogna però tener presente che l’intera materia va interpretata in base al diritto UE, il quale, oltre ad operare all’interno del nostro ordinamento in virtù degli artt. 11 e 117, comma 1, della Costituzione[41], viene espressamente richiamato a più riprese dalla legge 243/2012 e soprattutto da altri due articoli della Carta costituzionale novellati dalla riforma del 2012: l’art. 97, comma 1, nel quale si legge che “le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico” e l’art. 119, comma 1, per cui Regioni, Province, Comuni e Città metropolitane “concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea”.

Tutto questo significa che gli elementi di flessibilità prima individuati in realtà vanno letti alla luce dei regolamenti e delle direttive che nell’ambito dell’UE si occupano delle politiche di bilancio, dei possibili scostamenti dai valori di riferimento e delle procedure attraverso le quali questi vanno eventualmente corretti. Tornando, ad esempio, al concetto di equilibrio di bilancio, come abbiamo visto esso corrisponde all’obiettivo di medio termine (OMT), che in base al regolamento 1466/97, è specifico per ogni Stato membro, rivisto ogni tre anni e volto a conseguire un disavanzo strutturale inferiore all’1% (art. 2-bis). Questo limite è abbassato allo 0,5% per i paesi aderenti al Fiscal Compact, tra cui il nostro. Inoltre per gli Stati che non hanno ancora raggiunto il loro OMT è previsto un percorso di avvicinamento con cadenza annuale. In tal caso “la crescita annua della spesa non supera un tasso inferiore al tasso di riferimento a medio termine del potenziale di crescita del PIL, a meno che il superamento non sia coperto da misure discrezionali sul lato delle entrate” (art. 5.1, comma 3, lett. b).  Deviazioni temporanee sono ammesse solo in caso “di importanti riforme strutturali idonee a generare benefici finanziari diretti a lungo termine, compreso il rafforzamento del potenziale di crescita sostenibile, e che pertanto abbiano un impatto quantificabile sulla sostenibilità a lungo termine delle finanze pubbliche” (art. 5.1, comma 7) oppure in caso di eventi eccezionali al di fuori del controllo dello Stato membro (art. 5.1, comma 10, e art. 6.2, comma 4).

Infine in base all’art. 4 del Fiscal Compact l’Italia, essendo uno dei paesi con rapporto debito/PIL superiore al 60%, ha l’obbligo di operare “una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo all’anno” di tale parametro. L’esistenza di un eventuale disavanzo eccessivo “dovuto all’inosservanza del criterio del debito sarà decisa in conformità della procedura di cui all’articolo 126 TFUE”.

Come si vede i vincoli per il mantenimento dell’equilibro di bilancio sono molto più rigorosi e la flessibilità che si poteva desumere dal testo dell’art. 81, reinterpretata sulla base del diritto dell’Unione, risulta fortemente ridimensionata. Occorre anche tener presente che la sorveglianza di tali parametri e il ricorso ad eventuali sanzioni rimane pur sempre affidata ad organi quali la Commissione (composta esclusivamente da tecnici) e il Consiglio (che ha natura politica e decide discrezionalmente sulle proposte della Commissione), privi entrambi di legittimazione democratica. In merito al Consiglio, inoltre, bisogna notare che l’incertezza derivante dall’arbitrarietà dei metodi con cui viene calcolato il saldo strutturale, può far sì che l’attuazione delle politiche economiche dipenda in ultima analisi da trattative che riflettono i rapporti di forza esistenti tra i paesi UE e le alleanze che si vengono a creare tra essi di volta in volta. Si potrebbe quindi verificare il caso che non sia possibile attuare politiche economiche vitali per il miglioramento del benessere della popolazione in virtù degli stringenti obblighi di rispetto dell’equilibrio di bilancio e per intervento di organi che non rispondono ad alcun corpo elettorale e agiscono su presupposti del tutto estranei al nostro ordinamento costituzionale.

Sembra quindi giustificato il sospetto che la revisione del 2012 abbia introdotto nella nostra Costituzione, per il tramite del rinvio alle norme UE, un principio in netto contrasto con lo spirito della nostra Carta fondamentale, il quale antepone le esigenze di carattere economico-finanziario a quelle della persona umana, che ci dice che il rapporto debito/PIL o deficit/PIL o l’equilibrio di bilancio sono più importanti che “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che (…) impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, che subordina ad un paradigma economico (quello liberista o neoliberale che dir si voglia) e ai rapporti di forza tra paesi europei il benessere dei cittadini, contravvenendo al volere dei nostri Costituenti. Esso non può essere accolto, in quanto stravolgerebbe la gerarchia di valori presente nel nostro ordinamento costituzionale, snaturandolo completamente[42].

L’impressione complessiva che si trae dall’analisi delle norme sin qui viste è che la classe dirigente europea abbia costruito una gabbia in cui auto-imprigionarsi, erigendo un complicato intreccio di vincoli, parametri e procedure che di fatto hanno finito per rendere asfittica la crescita economica del continente. Sembra che essendo incapaci di adottare iniziative politiche in grado di far ripartire il processo di integrazione europeo e ridare slancio alla crescita economica, i politici europei si siano affidati agli automatismi di un meccanismo perverso che sta progressivamente annientando il progetto di Europa unita, così com’era stato concepito dai suoi padri fondatori subito dopo la fine della II guerra mondiale.

L’adozione in vari paesi europei, in particolare in quelli maggiormente colpiti dalla crisi economica (i c.d. GIIPS)[43], di una politica economica ispirata al modello dell’ “austerità espansiva”, che coniuga i tagli della spesa pubblica con riforme strutturali principalmente nel campo delle pensioni e del mercato del lavoro[44], ha inciso negativamente sui consumi interni, segnato un indebolimento della protezione sociale, aumentato il numero di nuclei familiari che vivono al di sotto della soglia di povertà e determinato un peggioramento dei livelli del debito[45]. È anche importante ricordare che l’esplosione del debito pubblico di molti paesi europei dopo il 2007 non è stata certo dovuta alla spesa sociale, bensì al salvataggio delle banche, che avevano improvvidamente acquistato titoli “tossici” ed erano quindi prossime al fallimento. Come ha messo in rilievo Luciano Gallino (2013)[46] il debito aggregato dei paesi UE tra il 2007 e il 2010 è aumentato del 20%. L’Irlanda, ad esempio, in seguito agli interventi per il salvataggio delle banche ha visto quintuplicare il suo debito pubblico.

La perdita di potere d’acquisto da parte di ampi strati sociali in molti Stati europei, in seguito alla recessione e alle politiche restrittive, sta alimentando il risentimento di una quota consistente della popolazione nei confronti della classe politica al governo, ridando fiato a partiti di orientamento populista o sovranista (ma sarebbe meglio dire nazionalista). Un processo simile, sotto molti aspetti, a quello che si verificò nel primo dopoguerra e che fu all’origine del fascismo e del nazismo, con le conseguenze che ben conosciamo.

Si impone quindi un deciso cambio di rotta. Non è possibile concepire la politica economica come un mero strumento per tenere sotto controllo sterili valori numerici o, ancora peggio, per implementare teorie di dubbia efficacia. Se così fosse non sarebbe di alcuna utilità, in quanto non illuminerebbe più – utilizzando una frase di Tullio Bagiotti – “i grandi problemi dell’intelletto e della convivenza”. Essa deve primariamente rispondere ai bisogni reali delle persone. A cosa serve avere un rapporto debito/PIL prossimo al 60%, come nel caso della Germania, se poi 16 milioni di tedeschi vivono al di sotto della soglia di povertà?[47]

La lezione che una volta di più bisogna trarre da quanto detto è che quando l’economia tenta di scimmiottare le scienze esatte porta a risultati disastrosi, in particolare quando ci ammannisce previsioni e modelli che sono completamente avulsi dalla realtà. Non bisogna infatti mai dimenticare che l’economia ha a che fare con gli esseri umani e che le politiche economiche si misurano sugli effetti che esse avranno sul loro benessere. 

Il Governo e il Parlamento italiano si dovrebbero impegnare concretamente affinché questo stato di cose termini. In ambito europeo, ciò significa agire per far riemergere quelle che sono le vere priorità della politica economica e rimettere al centro dell’operato delle istituzioni europee la persona umana, arricchendo l’esperienza politica europea con il portato della nostra Costituzione. Non va dimenticato infatti che “i diritti fondamentali (…) risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, fanno parte del diritto dell’Unione in quanto principi generali” (art. 6.3 TUE) e che “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani”(art. 2 TUE). Occorre dare il giusto rilievo a queste disposizioni, anteponendole alle questioni di carattere economico.

Bisogna anche recuperare il senso della solidarietà tra gli Stati membri, i quali hanno tutti pari dignità. Non è ammissibile il preconcetto, fondamentalmente razzista, per cui ci sarebbero i “primi della classe” (tipicamente i paesi del Nord Europa) e i “cattivi” (i paesi del Mediterraneo), che vanno puniti e sottomessi. A prescindere dalle responsabilità politiche interne, non è concepibile abbandonare a se stesso un paese in forte difficoltà, come ad esempio la Grecia e, invece di alleviare le sofferenze della popolazione, aggravarle mediante l’imposizione di politiche economiche draconiane. Il mutuo aiuto dovrebbe costituire un pilastro incrollabile dell’architettura istituzionale dell’UE, gli egoismi nazionali e i pregiudizi andrebbero accantonati dal momento che nel nostro continente non hanno prodotto altro che morte e distruzione.

In ultima analisi è indispensabile muovere un passo deciso verso l’integrazione federale, se si vuole portare avanti fattivamente il progetto europeo, e completare la costruzione della moneta unica, dotando le istituzioni europee degli strumenti per governare la politica economica, dando loro la legittimazione democratica necessaria e rendendole responsabili del loro operato davanti al Parlamento europeo.

Quanto all’Italia, sarebbe opportuno un bagno di umiltà per la nostra classe politica e per tutti noi, e prendere atto che quanto sosteneva Einaudi sulle responsabilità verso le generazioni future è sacrosanto. Se da un lato quindi non è accettabile sottostare a valori confliggenti con il nostro ordinamento costituzionale, che sviliscono l’importanza della persona umana, dall’altro, nell’adottare le decisioni di spesa, si devono soppesare con attenzione i benefici che ne potranno trarre non solo coloro che attualmente vivono, ma anche coloro che verranno dopo di noi. Occorre adottare una prospettiva simile a quella delle società africane, espressa magistralmente in questa massima di un antico capo nigeriano: “Io concepisco che la terra (ossia il nostro benessere, la nostra ricchezza) appartiene ad una vasta famiglia, della quale numerosi membri sono morti, pochi sono vivi e innumerevoli non sono ancora nati”.

GIUSEPPE PRESTIA

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[1]  Gustavo Del Vecchio, Lezioni di economia politica,  2ª ed., Cedam, Padova, 1957, in particolare p. 131: “I problemi ultimi dell’economia, come di ogni scienza sociale, e in realtà di ogni scienza, si imperniano su due punti e sulle loro reciproche relazioni: primo, comprendere e spiegare determinati fenomeni, secondo, far uso della conoscenza come guida dell’azione”.

[2]  Federico Caffè, Politica economica, 1: Sistematica e tecniche di analisi, 2 ª ed., Boringhieri, Torino, 1971, p. 15.

[3] Ibidem.

[4] Federico Caffè, Lezioni di politica economica, Edizione riveduta e aggiornata a cura di Nicola Acocella, Bollati Boringhieri, Torino, 2008, p. 17. Il corsivo è dell’autore.

[5] Ivi, p. 18. Il corsivo è dell’autore.

[6] Jan Tinbergen, “Réponse et synthése générale”, in Annales de l’Ècononomie  Collective, 1963, n. 2-3, pp. 419-429.

[7] Federico Caffè, Politica economica, cit., p. 170, nota 40. Tinbergen nel suo intervento di sintesi generale seguito alla discussione del Rapporto da lui predisposto (il cui testo integrale è riportato in Annales de l’Ècononomie  Collective, 1963, n. 1, pp. 103 e ss.) aveva affermato “Le but général se traduit: porter au maximum le bien-être humain, qui doit être défini aussi largement que possible. Il y a parmi nous un accord général pour dire que ce bien-être ne dépend pas seulement  des biens matériels à notre disposition, mais également de l’éducation disponible, d’éléments de culture en général et encore de la distribution de tout cela et d’éléments comme la démocratie – bref de toutes ces valeurs humaines pour lesquelles nous avons lutté depuis un siècle ou plus” (J. Tinbergen, cit., p. 419. Il corsivo è dell’autore).

[8] Federicco Caffè, “Economia di mercato e socializzazione delle sovrastrutture finanziarie”, in Un’economia in ritardo, Boringhieri, Torino, 1976, p. 39.

[9] Giovanni Demaria, Lo stato sociale moderno, Casa editrice ambrosiana, Milano, 1946, p. 35.

[10]  Ivi, p. 299.

[11] Tullio Bagiotti, “Come un economista cresce: Giovanni Demaria”, in Giornale degli economisti e annali di economia, Anno 38, n. 9/12, 1979, p. 611.

[12] Come è noto il Protocollo n. 12 sulla procedura per i disavanzi eccessivi, allegato ai Trattati UE e TFUE, stabilisce che il rapporto fra il disavanzo pubblico, previsto o effettivo, e il PIL ai prezzi di mercato non deve eccedere il 3%, mentre il rapporto tra il debito pubblico e il PIL sempre ai prezzi di mercato non deve essere superiore al 60%. Si veda anche il regolamento 479/2009 relativo all’applicazione del protocollo in questione.

[13] La risoluzione del Consiglio europeo sul patto di stabilità del 17 giugno 1997 prevedeva al punto I l’impegno per gli Stati Membri “a rispettare l’obiettivo, indicato nei loro programmi di stabilità o di convergenza, di un saldo di bilancio a medio termine prossimo al pareggio o positivo ed ad adottare le misure correttive del bilancio che ritengono necessarie per conseguire gli obiettivi dei programmi di stabilità o convergenza, ogniqualvolta dispongano di informazioni che indichino un divario significativo, effettivo o presunto rispetto a detti obiettivi”.  Tale statuizione venne poi codificata nell’art. 3, comma 2, lett. a) del regolamento 1466/97 per cui il programma di stabilità di ogni Stato Membro avrebbe dovuto includere “l’obiettivo a medio termine di una situazione di bilancio della pubblica amministrazione con un saldo prossimo al pareggio o in attivo e il percorso di avvicinamento a tale obiettivo”. Nel 2005 la definizione venne riveduta inserendo l’indicazione che il saldo di bilancio andava considerato in termini corretti per il ciclo, al netto delle misure temporanee e una tantum (Regolamento (CE) 1055/2005 del Consiglio).

[14] In base agli artt. 127 e 282 TFUE l’obiettivo principale del Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e della Banca centrale europea (BCE) è il mantenimento della stabilità dei prezzi. Il Consiglio direttivo della BCE nel 1998 ha precisato che si deve trattare di “un aumento sui 12 mesi dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IAPC) per l’area dell’euro inferiore al 2%”. Successivamente nel maggio 2003 il medesimo organo ha stabilito che l’inflazione deve essere mantenuta su livelli inferiori ma prossimi al 2% nel medio periodo.

[15] L’espressione “economia sociale di mercato” è stata coniata dall’economista tedesco Alfred Müller-Armack (1901-78), collaboratore del ministro dell’Economia Ludiwig Erhard (si veda A. Müller-Armack, “SozialeMarktwirtschaft”, in Handwörterbuch der Sozialwissenschaften, vol. 9, Gustav Fischer Verlag, Stuttgart, 1956, pp. 390-92). I concetti che ne sono alla base risalgono alla scuola di Friburgo (detta anche ordoliberale), che si sviluppò negli ultimi anni della Repubblica di Weimar e di cui fecero parte gli economisti Walter Eucken (1891-1950), Leonhard Miksch (1901-1950), Alexander Rüstow (1885-1963), Franz Böhm (1895-1977) e Wilhelm Röpke (1899-1966). Come spiega Alessandro Somma questi studiosi “volevano che la mano visibile dei pubblici poteri intervenisse per sostenere e pacificare il mercato e dunque affermavano la supremazia della politica sull’economia, ma ritenevano anche che la prima dovesse operare per imporre le regole mutuate dalla seconda: per trasformare le leggi del mercato in leggi dello Stato” (A. Somma, “Economia sociale di mercato e scontro tra capitalismi”, in Francesco Macario, Marco Nicola Miletti (a cura di), La funzione sociale nel diritto privato tra XX e XXI secolo, Roma Tre Press, Roma, 2017, p. 190). Nell’ordinamento europeo il riferimento all’economia sociale di mercato compare per la prima volta nel Trattato di Lisbona del 2007.

[16] L’art. 151 effettua un rimando ai diritti sociali così come sono definiti nella Carta sociale europea, firmata a Torino il 18 ottobre 1961, e nella Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori, dichiarata a Strasburgo il 9 dicembre 1989. Da ultimo possiamo ricordare il Pilastro europeo dei diritti sociali, approvato il 17 novembre 2017 nell’ambito del vertice sociale europeo. Esso non è giuridicamente vincolante per gli Stati membri dell’UE, ma testimonia lo scarso equilibrio ancora oggi esistente tra diritti sociali collettivi e le libertà tutelate in ambito europeo (libera concorrenza, libera circolazione di beni, servizi, persone e capitali). Si prenda ad esempio l’art. 5 (Occupazione flessibile e sicura) in cui alla lettera b) si dice che “Conformemente alle legislazioni e ai contratti collettivi, è garantita ai datori di lavoro la necessaria flessibilità per adattarsi rapidamente ai cambiamenti del contesto economico” oppure l’art. 6 (Retribuzioni), lettera b) che recita “Sono garantite retribuzioni minime adeguate, che soddisfino i bisogni del lavoratore e della sua famiglia in funzione delle condizioni economiche e sociali nazionali, salvaguardando nel contempo l’accesso al lavoro e gli incentivi alla ricerca di lavoro”.

[17] Esso stabilisce al suo primo paragrafo che “L’Unione riconosce i diritti, le libertà e i principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 7 dicembre 2000, adottata il 12 dicembre 2007 a Strasburgo, che ha lo stesso valore giuridico dei trattati”.

[18] Nel 1997 sono stati adottati i due atti costitutivi del Patto di Stabilità e Crescita, i regolamenti 1466/97 e 1467/97, emendati una prima volta nel 2005. Nel 2011 sull’onda della crisi dei debiti sovrani è stato adottato il cosiddetto Six pack, un pacchetto di 5 regolamenti (1173/11, 1174/11, 1175/11, 1176/11, 1177/11) e una direttiva (2011/85/UE), che hanno sostanzialmente allargato le competenze delle istituzioni europee in materia di politiche economiche e finanziarie. Nel 2013 è stato varato il Two pack (regolamenti 472/13 e 473/13) che ha ulteriormente compresso le prerogative in materia di bilancio degli Stati membri. A tale quadro normativo si affianca il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria (c.d. Fiscal Compact) sottoscritto nel marzo 2012 ed entrato in vigore nel gennaio 2013. Esso detta disposizioni ancora più stringenti in materia di bilancio ma, come espressamente previsto dall’art. 2, riveste una posizione subordinata rispetto ai Trattati e alla legislazione derivata dell’UE. A questo proposito l’art. 16 dispone che “al più tardi entro cinque anni dalla data di entrata in vigore del presente trattato, sulla base di una valutazione dell’esperienza maturata in sede di attuazione, sono adottate (…) le misure necessarie per incorporare il contenuto del presente trattato nell’ordinamento giuridico dell’Unione europea”. La Commissione europea ha quindi presentato una proposta di direttiva a tale scopo (COM(2017) 824 final 2017/0335) che è stata però rigettata dalla Commissione problemi economici e monetari del Parlamento europeo nella seduta del 27 novembre 2018.

[19] Senza scendere troppo nei particolari si può distinguere: a) una disciplina preventiva, incentrata sull’art. 121 TFUE, sul regolamento 1466/97 e successive modificazioni e sul Fiscal Compact, volta a prevenire il formarsi di deficit eccessivi; b) una disciplina correttiva, disciplinata dall’art. 126 TFUE e dal regolamento 1467/97 e modificazioni successive che ha il compito di contrastare e correggere i deficit eccessivi qualora si siano formati. Si noti che per entrambe le discipline, le decisioni inerenti interventi correttivi, raccomandazioni e sanzioni sono adottate sempre dal Consiglio, organo eminentemente politico, su proposta della Commissione. Tuttavia il Six Pack ha introdotto il voto a maggioranza qualificata inversa (reverse majority voting) per cui le proposte della Commissione in materia di bilancio si intendono adottate a meno che il Consiglio non le respinga a maggioranza qualificata. Per approfondimenti si vedano Renzo Dickmann, “Le regole della governance economica europea e il pareggio di bilancio in Costituzione”, in Federalismi.it, n. 4/2012 e Gian Luigi Tosato, La riforma costituzionale del 2012 alla luce della normativa dell’Unione: l’interazione tra i livelli europeo ed interno, relazione presentata al Seminario “Il principio dell’equilibrio di bilancio secondo la riforma costituzionale del 2012”, Roma, Palazzo della Consulta, 22 novembre 2013.

[20] La Germania registra da molti anni consistenti avanzi della bilancia commerciale. Questo perché i suoi prodotti sono più competitivi grazie alla politica di moderazione salariale attuata internamente e alla svalutazione del tasso di cambio dell’Euro avvenuta negli ultimi anni. Ciò non consente ad altri paesi europei della zona Euro di essere altrettanto competitivi, a causa dei differenziali salariali, ed essi sono così indotti ad importare prodotti dalla Germania, indebitandosi. Da parte sua la Germania, dati i deboli consumi interni e il basso livello di investimenti, non utilizza i consistenti surplus accumulati, ad esempio, per importare di più dagli altri paesi europei, riequilibrando la bilancia commerciale. In sostanza il modello di crescita tedesco basato sulle esportazioni avviene a spese degli altri Stati Membri dell’area Euro. La Commissione europea, per evitare questi inconvenienti, nell’ambito della procedura per la sorveglianza macroeconomica, istituita dal regolamento 1176/2011, ha chiesto alla Germania di intervenire per ridurre il surplus della bilancia commerciale, ma senza ottenere alcun risultato. Tra i parametri della procedura, infatti, le partite correnti sono oggetto di segnalazione se nei 3 anni precedenti la media mobile del loro saldo supera la soglia superiore del + 6% in rapporto al PIL o quella inferiore del -4%. La Germania, da parecchi anni, supera costantemente il limite superiore (+8%). Nella medesima situazione si trovano i Paesi Bassi e la Danimarca (che non fa parte dell’Eurozona).

[21] L’art. 123, comma 1, TFUE dispone che “sono vietati la concessione di scoperti di conto e qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri (…) a istituzioni, organi od organismi dell’Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali”. Il divieto è ribadito dall’art. 21.1 dello Statuto del SEBC e della BCE, che però all’art. 18.1 stabilisce che “al fine di perseguire gli obiettivi del SEBC e di assolvere i propri compiti, la BCE e le banche centrali nazionali hanno la facoltà di: operare sui mercati finanziari comprando e vendendo a titolo definitivo (a pronti e a termine), ovvero con operazioni di pronti contro termine, prestando o ricevendo in prestito crediti e strumenti negoziabili, in euro o in altre valute, nonché metalli preziosi”. È sulla base di tale disposizione che la BCE ha potuto fare ricorso alle cosiddette misure non convenzionali, tra cui l’alleggerimento quantitativo (quantitative easing).

[22]  È bene ricordare che la crisi greca prese avvio dalla scoperta nel 2009 della falsificazione dei dati di bilancio ad opera del Governo greco, con la complicità di Goldman Sachs (sul punto si veda Mauro Megliani, “Verso una nuova architettura finanziaria europea: un percorso accidentato”, in Diritto del commercio internazionale, I, 2013, pp. 67-108). Per evitare la bancarotta furono negoziati a più riprese una serie di prestiti sia da parte dell’UE che del FMI sottoposti ad una rigorosa ed inflessibile condizionalità. I consistenti tagli alla spesa pubblica (tra cui, ad esempio, la riduzione delle pensioni e i licenziamenti di dipendenti pubblici) e l’aumento della tassazione determinarono un netto peggioramento delle condizioni di vita della popolazione, che perdura ancora oggi. L’ultima parte dei finanziamenti alla Grecia è stata gestita a partire dal 2012 dal Meccanismo europeo di stabilità (MES), istituito nel 2011. Si tratta di un trattato intergovernativo, esterno rispetto ai Trattati UE, anche se collegato con essi (come il Fiscal Compact), che affida alla Commissione europea, alla BCE e al FMI (la c.d. troika) la gestione dei finanziamenti concessi ai paesi che ne fanno richiesta. È affatto singolare che il MES possa acquistare titoli del debito pubblico del paese in difficoltà anche sul mercato primario, stante il divieto di queste operazioni per la BCE, come visto poc’anzi.

[23] Il testo completo della lettera si può leggere in Elisa Olivito, “Crisi economico-finanziaria ed equilibri costituzionali. Qualche spunto a partire dalla lettera della BCE al Governo italiano”, in Rivista AIC, n. 1, 2014 (https://www.rivistaaic.it/images/rivista/pdf/1_2014_Olivito.pdf).

[24] Nel Patto Euro Plus (Allegato I alle Conclusioni del Consiglio europeo del 24-25 marzo 2011) si stabiliva infatti che “Gli Stati membri partecipanti si impegnano a recepire nella legislazione nazionale le regole di bilancio dell’UE fissate nel patto di stabilità e crescita. Gli Stati membri manterranno la facoltà di scegliere lo specifico strumento giuridico nazionale cui ricorrere ma faranno sì che abbia una natura vincolante e sostenibile sufficientemente forte (ad esempio costituzione o normativa quadro)”.

[25] A parte la lettera Trichet-Draghi, che ovviamente non poteva essere giuridicamente vincolante per il nostro Paese, né il Patto Euro Plus, come visto nella precedente nota, né il Fiscal Compact (il quale all’art. 3.2 stabilisce che “le regole enunciate al paragrafo 1 producono effetti nel diritto nazionale delle parti contraenti (…) tramite disposizioni vincolanti e di natura permanente – preferibilmente costituzionale – o il cui rispetto fedele è in altro modo rigorosamente garantito lungo tutto il processo nazionale di bilancio”) imponevano l’adozione del procedimento di revisione costituzionale.

[26] La Germania è andata in default tre volte nel secolo scorso, nel 1932, nel 1939 e nel 1948.

[27] La norma in questione non era una novità nel nostro ordinamento giuridico. Essa fu introdotta con la legge 22 aprile 1869 n. 5026 (c. d. legge Cambray Digny), che costituisce la prima normativa organica sulla contabilità dello Stato. Successivamente venne trasfusa nel r. d. 18 novembre 1923 n. 2443 (legge sulla contabilità generale dello Stato) il cui art. 43 prevedeva appunto che “nelle proposte di nuove e maggiori spese occorrenti dopo l’approvazione del bilancio, devono essere indicati i mezzi per far fronte alle spese stesse”.

[28] Assemblea Costituente, Commissione per la Costituzione, Seconda Sottocommissione, Resoconto sommario della seduta del 24 ottobre 1946, p. 419. Questo punto specifico era stato dibattuto anche dalla Commissione economica del Ministero della Costituente presieduta da Demaria, giungendo alla medesima conclusione, per cui si riteneva “indispensabile prescrivere nella carta costituzionale (…) che le nuove o maggiori spese debbono essere fronteggiate con determinati cespiti di entrata, in modo che l’attività parlamentare trovi un qualche freno all’allargamento delle spese” (Ministero della Costituente, Rapporto della Commissione economica, vol. V, Finanza, I. Relazione, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1946, p. 61).

[29] Assemblea Costituente, cit., p. 420. La formulazione originaria dell’ultimo comma dell’art. 81, proposta da Vanoni e da Costantino Mortati, aveva una formula più drastica, prevedendo che “le leggi le quali comportino maggiori oneri finanziari devono provvedere ai mezzi necessari per fronteggiarli”. Ritenuta troppo rigida dall’on. Tomaso Perassi, ne fu scelta una in cui più genericamente si parla di indicare i mezzi, parafrasando la norma contenuta nel r. d 2443/1923.

[30] Nella prefazione del libro intitolato Prediche, Einaudi aveva scritto: “La scienza economica è subordinata alla legge morale e nessun contrasto vi può essere tra quanto l’interesse lungi veggente consiglia agli uomini e quanto ad essi ordina la coscienza del proprio dovere verso le generazioni venture” (L. Einaudi, Prediche, Bari, Laterza, 1920, p. VII)

[31] Luigi Einaudi, “Sulla interpretazione dell’articolo 81 della Costituzione”, in Id., Lo scrittoio del Presidente, Einaudi, Torino, 1956, pp. 205-206.

[32] Ministero della Costituente, Rapporto della Commissione economica, cit. p. 34.I corsivi sono nel testo originale.

[33] Ivi, p. 36.

[34] Ibidem.

[35] Ivi, p. 38.

[36] In questo senso si era espressa anche la dottrina prevalente. Per Valerio Onida, per esempio, “tutto il sistema del nostro bilancio prescinde da un ipotetico vincolo giuridico al pareggio, che è sempre stato considerato un fatto di natura politica, il quale investe la responsabilità essenzialmente politica dei massimi organi che intervengono nell’elaborazione e approvazione del bilancio, Governo e Parlamento” (V. Onida, Le leggi di spesa nella Costituzione, Giuffrè, Milano, 1969, p. 458).

[37] Più recentemente nella sentenza n. 250/2013 la Corte ha ribadito che “il principio dell’equilibrio tendenziale del bilancio, già individuato da questa Corte come precetto dinamico della gestione finanziaria, consiste nella continua ricerca di un armonico e simmetrico bilanciamento tra risorse disponibili e spese necessarie per il perseguimento delle finalità pubbliche. (…) Il principio dell’equilibrio di bilancio, infatti, ha contenuti di natura sostanziale: esso non può essere limitato al pareggio formale della spesa e dell’entrata”. L’orientamento della Corte non sembra essere mutato neanche in seguito alla novella costituzionale del 2012, con particolare riferimento ai diritti sociali. Nella sentenza 275/2016 la Corte ha infatti stabilito che “è la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”.

[38] L’art. 81, comma 6, stabilisce che “il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei principi definiti con legge costituzionale”.  In virtù della particolare maggioranza richiesta, la legge 243/2012 attuativa di tale comma è detta per l’appunto rinforzata.

[39] Per un approfondimento sui metodi di calcolo del saldo strutturale dei bilancio si veda Andrea Boitani, Lucio Landi, “Regole europee: la lunga strada per uscire dalla stupidità”, in lavoce.info, 22/6/2014 (disponibile al seguente link: https://www.lavoce.info/archives/20661/regole-europee-bilancio-psc-output-gap/).

[40] Le partite finanziarie comprendono acquisizioni o cessioni di partecipazioni al capitale di società, concessioni o rimborsi di prestiti, aumenti o diminuzioni di depositi bancari.

[41]Con l’art. 11 l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. L’art. 117, comma 1, prevede invece  che “la potestà legislativa è esercitata dallo Stato nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”.

[42] Su questo punto si veda anche Daniela Mone, “La costituzionalizzazione del pareggio di bilancio ed il potenziale vulnus alla teoria dei controlimiti”, in Rivista AIC, n. 3/2014 (https://www.rivistaaic.it/images/rivista/pdf/3_2014_Mone.pdf).

[43] GIIPS è l’acronimo per indicare i cinque paesi dell’UE ritenuti economicamente più deboli: Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna. Questi sono spesso denotati con l’abbreviazione PIIGS, ritenuta da molti offensiva in quanto rimanda al vocabolo inglese “pigs” (maiali).

[44] Secondo i teorici di questo modello, sviluppato a partire dagli anni ’90 (soprattutto ad opera di economisti italiani come Francesco Giavazzi e Alberto Alesina), le aspettative giocano un ruolo importante. Infatti se i tagli della spesa pubblica sono sufficientemente ampi e persistenti, gli individui, che hanno aspettative razionali, li intenderanno come il segnale di un futuro abbassamento delle imposte. I consumatori si aspetteranno quindi in futuro un reddito più elevato e tenderanno ad aumentare i consumi correnti e futuri. Inoltre se si verifica un miglioramento dei conti pubblici (riduzione del disavanzo e del debito pubblico) i tassi di interesse si ridurranno e ciò stimolerà gli investimenti delle imprese e conseguentemente cresceranno reddito e occupazione. Infine le riforme strutturali, tramite la deflazione interna (riduzione dei salari) serviranno a far recuperare competitività al paese. Per una rassegna su queste teorie si vedano Carmelo Petraglia, Francesco Purificato, “Moneta unica e vincoli sovranazionali alle politiche fiscali nell’Eurozona alla prova della crisi”, in Rivista economica del Mezzogiorno, XXVII, 4, 2013, pp. 1065-1090; Sebastian Dellepiane Avellaneda, “The Political Power of Economic Ideas. The Case of ‘Expansionary Fiscal Contraction’ ”, in British Journal of Politics and International Relations, vol. 17, n. 3, 2014; Suzanne J. Konzelmann, “The political economics of austerity”, in Cambridge Journal of Economics, 38, 2014, pp. 701-41.

[45] Per un’analisi in questo senso si veda Luigi Campiglio, La teoria dell’austerità nel sistema economico europeo, Quaderno n. 77, febbraio 2016, Istituto di Politica economica, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano. Di segno contrario invece Alberto Alesina, Omar Barbiero, Carlo Favero, Francesco Giavazzi, Matteo Paradisi, The Effects of Fiscal Consolidations; Theory and Evidence, Working Paper, 2017. Il dibattito tra i sostenitori dell’austerità e i suoi detrattori è ancora molto acceso e non esistono evidenze empiriche certe. Gran parte della diatriba si è consumata sui valori del moltiplicatore, che misura gli effetti delle politiche di consolidamento fiscale sul reddito. Ad esempio un moltiplicatore uguale a 1,5 vorrebbe dire che un aggiustamento fiscale pari all’1% del PIL provocherebbe una riduzione dello stesso dell’1,5%. Secondo uno studio del FMI il moltiplicatore ha valori superiori a 1 per cui le politiche di austerità sono sicuramente dannose (Olivier Blanchard, Daniel Leigh, Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers, IMF Working Paper 13/1, IMF, Washington, 2013). Secondo altri lavori esso è invece inferiore all’unità per cui gli effetti dell’austerità sarebbero molto meno negativi (Lucyna Gornicka, Christophe Kamps, Gerrit Koester, Nadine Leiner-Killinger, Learning about fiscal multipliers during the European sovereign debt crisis: evidence from a quasi-natural experiment, ECB Working Paper Series, No. 2154, ECB, Frankfurt am Main, 2018).

[46] Luciano Gallino, Il colpo di stato di banche e governi, Einaudi, Torino, 2013.

[47] Sulla povertà in Germania si veda Der Paritätische Gesamtverband, Wer die Armen sind. Der Paritätische Armutsbericht 2018, Berlin, 2018 (il rapporto è scaricabile dal sito del Paritätische Gesamtverband al seguente link: https://www.der-paritaetische.de/fileadmin/user_upload/Schwerpunkte/Armutsbericht/doc/2018_armutsbericht.pdf). È interessante notare che tra coloro che rientrano nella categoria dei poveri, ben il 41% sono persone che hanno un lavoro a tempo pieno (i c.d. working poors), mentre il 25% sono pensionati.

LE RADICI DELLA REPUBBLICA

“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Come molti sanno o dovrebbero sapere, questo è l’incipit della Costituzione della Repubblica italiana (art. 1, 1° comma). Esso offre molti spunti di riflessione ed è stato, nel corso dei decenni successivi all’approvazione della nostra carta costituzionale, al centro di numerosi commenti da parte di una vasta platea di studiosi.

Vorrei soffermarmi su alcuni aspetti particolari del contenuto di questa norma, così importante per il nostro Stato, tanto da costituirne il principio fondante. Prendo le mosse da quanto disse, durante i lavori dell’Assemblea Costituente, l’on. Amintore Fanfani (1908-1999), uno dei proponenti[1] della formulazione attuale del primo comma dell’art. 1: “La dizione «fondata sul lavoro» vuol indicare il nuovo carattere che lo Stato italiano, quale noi lo abbiamo immaginato, dovrebbe assumere. Dicendo che la Repubblica è fondata sul lavoro, si esclude che essa possa fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui, e si afferma invece che essa si fonda sul dovere, che è anche diritto ad un tempo per ogni uomo, di trovare nel suo sforzo libero la sua capacità di essere e di contribuire al bene della comunità nazionale. Quindi, (…) affermazione del dovere d’ogni uomo di essere quello che ciascuno può, in proporzione dei talenti naturali, sicché la massima espansione di questa comunità popolare potrà essere raggiunta solo quando ogni uomo avrà realizzato, nella pienezza del suo essere, il massimo contributo alla prosperità comune. L’espressione «fondata sul lavoro» segna quindi l’impegno, il tema di tutta la nostra Costituzione” (Atti dell’Assemblea Costituente, seduta pomeridiana del 22 marzo 1947, p. 2369).

Da queste osservazioni discendono due principi. Il primo è che lo Stato deve realizzare le condizioni che consentano ad ogni cittadino di contribuire al bene comune attraverso il proprio lavoro. Ciò si ricollega a quanto stabilisce l’art. 3, 2° comma, per cui “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. A tal fine, nel successivo art. 4, 1° comma, si afferma che “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”[2].

Da ciò consegue che è compito dello Stato (in tutte le sue articolazioni, sia a livello centrale che locale) agire per combattere ed eliminare la disoccupazione, realizzando uno dei grandi interessi pubblici che dovrebbe perseguire uno “Stato sociale moderno”, come lo intendeva l’economista Giovanni Demaria (1899-1998), ossia uno Stato “attore di elevazione e felicitazione materiale e superiore, protagonista e realizzatore di quel complesso di mete ideali e materiali che gli uomini si sono sempre configurate in ogni tempo”, uno Stato la cui funzione sia “di sprone, di eccitamento e di costruzione per attuare un tipo di società sempre più alto” (G. Demaria, Lo stato sociale moderno, Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 1946, p. 35 e 279).

L’on. Meuccio Ruini (1877-1970), presidente della Commissione per la Costituzione, la cosiddetta Commissione dei 75[3], nella Relazione al progetto di Costituzione precisò che “l’affermazione al diritto al lavoro, e cioè ad una occupazione piena per tutti” rappresenta l’enunciazione “di un diritto potenziale” che la nostra legge fondamentale può indicare “perché il legislatore ne promuova l’attuazione secondo l’impegno che la Repubblica nella Costituzione stessa si assume” (Commissione per la Costituzione, Progetto di Costituzione della Repubblica italiana. Relazione del Presidente della Commissione, presentata all’Assemblea il 6 febbraio 1947, p. 7). Nel medesimo senso si espresse l’on. Gustavo Ghidini (1875-1965), anch’egli membro della Commissione dei 75 e presidente della III sottocommissione, il quale osservò che “Il diritto al lavoro[4] è un diritto potenziale, in base al quale si vuole impegnare vivamente lo Stato ad attuare l’esigenza fondamentale del popolo italiano di lavorare” (Atti dell’Assemblea Costituente, seduta pomeridiana del 7 maggio 1947, p. 3704).

Pur avendo il richiamo al diritto al lavoro natura potenziale, nondimeno la norma impone allo Stato[5] un preciso impegno programmatico in materia di politica economica. Come scrisse il giurista Costantino Mortati (1891-1985) ciò costituisce un “vero e proprio obbligo giuridico dello Stato”, che presuppone “la convinzione che l’equilibrio nel mercato del lavoro non si possa attendere dallo spontaneo giuoco dei fattori che operano a determinarlo, poiché questi possono in determinate circostanze porsi essi stessi come causa di disoccupazione, e perché in ogni caso l’esperienza mostra come la riequilibrazione successiva alle crisi si effettui lentamente, lasciando per lunghi periodi di tempo vaste masse di cittadini privi di lavoro” (C. Mortati, “Il diritto al lavoro secondo la Costituzione della Repubblica (Natura giuridica, efficacia, garanzie)”, in Commissione parlamentare d’inchiesta sulla disoccupazione, La disoccupazione in Italia. Studi speciali, Atti della Commissione, Roma, Camera dei deputati, 1953, vol. IV, t. I, pp. 85-86).

Quanto scrive Mortati riecheggia le affermazioni dell’economista Federico Caffè (1914 – ?), che fu chiamato a collaborare con la Commissione economica, istituita presso il Ministero della Costituente nel 1945, e presieduta da Demaria[6]: “le decisioni economiche rilevanti non sono il risultato dell’azione non concordata delle innumerevoli unità economiche operanti nel mercato, ma del consapevole operato di gruppi strategici in grado di limitare l’offerta ed influire sulla domanda, orientandola a loro piacimento. Il mercato è tanto onesto nel riflettere le decisioni dei singoli quanto può esserlo una votazione in cui alcuni elettori abbiano una sola scheda e altri ne abbiano più d’una” (Federico Caffè, “‘Bilancio economico’ e ‘Contabilità sociale’ nell’economia britannica”, in Id., Annotazioni sulla politica economica britannica in ‘un anno di ansia’, Tecnica Grafica, Roma, 1948). “La forza contaminante del denaro e del potere – scriveva alcuni anni dopo il grande studioso di economia – non crea meramente problemi di «imperfezioni» del mercato, ma ne influenza l’intero funzionamento. Poiché il mercato è una creazione umana, l’intervento pubblico ne è una componente necessaria e non un elemento di per sé distorsivo e vessatorio”[7] (F. Caffè, “Problemi controversi sull’intervento pubblico nell’economia”, in Id., L’economia contemporanea. I protagonisti e altri saggi, Ed. Studium, Roma, 2013, p. 166).

Sulla base di queste considerazioni, l’intervento statale non può essere improvvisato, ma deve “formare il contenuto di una vera e propria politica dell’occupazione, di una predisposizione di mezzi di azione da inserire come parte costitutiva nella politica generale e con essa armonizzata” (C. Mortati, cit., p. 86)[8]. La logica conclusione del ragionamento è che “una politica che non si indirizzasse verso il pieno impiego si porrebbe (…) in contrasto con l’esigenza fondamentale della costituzione, si risolverebbe in un disconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo che l’art. 2 impone alla Repubblica di garantire, dell’essenza più intima che anima questi diritti: la libertà e dignità della persona” (C. Mortati, cit., pp. 132-133).

Il secondo principio che si desume dall’enunciato dell’art. 4, e che fa da contraltare al primo, è espresso nel comma 2, nel quale si stabilisce come “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Con questa previsione si realizza “la sintesi fra il principio personalistico (che implica la pretesa all’esercizio di un’attività lavorativa) e quello solidarista (che conferisce a tale attività carattere doveroso)” (C. Mortati, “Art. 1”, in Giuseppe Branca (a cura di), Commentario della Costituzione, Art. 1-12. Principi Fondamentali, Zanichelli – Soc. Ed. del Foro Italiano, Bologna-Roma, 1975, p. 12). Assume così rilievo la dimensione etica del lavoro: se da una parte lo Stato si deve impegnare per rendere effettivo, attraverso gli strumenti della politica economica, il diritto al lavoro, e assicurare diritti e servizi ai cittadini, dall’altra il singolo col proprio lavoro deve contribuire al progresso della comunità sociale. In tal modo il lavoro costituisce, sempre secondo Mortati, “un valore da assumere come fattore necessario alla ricostituzione di una nuova unità spirituale, richiedente un processo di progressiva omogeneizzazione della base sociale, presupposto pel sorgere di una corrispondente struttura organizzativa, di un nuovo collegamento fra comunità e Stato” (C. Mortati., “Art. 1”, cit., p. 10), per approdare, avrebbe aggiunto Demaria, ad una sempre maggiore “affezione” dei cittadini a quest’ultimo, in modo che essi ne “vadano superbi e alteri” (Demaria, cit., p. 279), tanto da immolarsi in suo nome.

Sebbene quest’ultimo punto possa sembrare esagerato, la storia della nostra Repubblica è costellata da esempi di uomini e donne per i quali la dimensione etica del lavoro ha assunto le forme del sacrificio estremo per lo Stato. Tali sono tutti i magistrati, i politici, i componenti delle forze dell’ordine e i privati cittadini, che non venendo meno ai loro compiti, in nome dei principi affermati nella nostra Costituzione, hanno perso la vita nella lotta contro le organizzazioni criminali e terroristiche, che hanno tentato e tentano tuttora di sovvertire il nostro ordinamento. Ma non bisogna dimenticare tutti quei lavoratori, sia nel settore pubblico che in quello privato, e imprenditori, che ogni giorno combattono per svolgere la loro attività lavorativa, per affermare attraverso di essa i principi di libertà ed eguaglianza di cui si sostanzia la nostra democrazia.

Lo Stato, pertanto, che per sua intima natura si fonda sul lavoro, è vincolato ad attuare una politica economica in grado non solo di tutelare chi è già occupato, ma di promuovere al massimo grado la creazione di nuovi posti di lavoro[9]. Le strutture pubbliche devono essere capaci di mettere il cittadino in condizione di poter trovare occasioni di impiego, di incrementare la propria professionalità, di aiutarlo in caso di perdita del posto di lavoro a trovarne un altro adeguato alle capacità possedute. Questi compiti non possono essere demandati in toto ai privati, lo Stato si deve impegnare in prima persona per adempiere ad uno dei suoi più alti fini.

Parafrasando una dichiarazione di Federico Caffè, a settant’anni precisi dalla firma della carta costituzionale, ci si può chiedere se i responsabili della politica economica, nelle loro scelte quotidiane, abbiano imparato a ricordare che è “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini”[10], anche nell’ambito degli interventi riguardanti il mondo del lavoro.

La risposta è che, negli ultimi decenni, i governi italiani si sono dati da fare davvero poco su questo fronte[11], svilendo quanto la Costituzione prescrive, tradendo i fini che i costituenti vollero assegnare alla Repubblica, e non onorando la memoria e l’impegno di tutti coloro che hanno ottemperato al dovere al lavoro talvolta fino al sacrificio della propria vita. Come scriveva ancora una volta Mortati “ciò che tiene unite le varie fila in cui si snodano le statuizioni costituzionali è uno stesso spirito informatore. Spirito consacrato nell’art. 1 che, come si è detto, esprime l’accoglimento di una concezione generale della vita secondo la quale deve vedersi nel lavoro la più efficace affermazione della personalità sociale dell’uomo, il suo valore più comprensivo e significativo perché nel lavoro ciascuno riesce ad esprimere la potenza creativa in lui racchiusa, ed a trovare nella disciplina e nello sforzo che esso impone, insieme allo stimolo per l’adempimento del proprio compito terreno di perfezione, il mezzo necessario per soddisfare al suo debito verso la società con la partecipazione all’opera costitutiva della collettività in cui vive” (C. Mortati, “Il lavoro nella Costituzione”, in Il diritto del lavoro, 1954, p. 152). Sono queste le radici della nostra Repubblica.

Giuseppe Prestia

 

[1] Gli altri proponenti furono i democristiani Aldo Moro (1916-1978), Egidio Tosato (1902-1984), Pietro Bulloni (1895-1950), Giovanni Ponti (1896-1961) ed Edoardo Clerici (1898-1975) e Giuseppe Grassi (1883-1950) dell’Unione Democratica Nazionale.

[2] La stretta connessione tra l’art. 3, comma 2, e l’art. 4, comma 1, è ben sottolineata dal giurista Alberto Predieri (1921-2001), il quale scrive: “Si constata che di fatto ostacoli di ordine sociale, pertinenti alla società così com’è, impediscono lo sviluppo della personalità umana e ai cittadini che lavorano l’effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale. In conseguenza, la Repubblica esige dai cittadini l’adempimento dei doveri di solidarietà sociale, prende l’impegno di rimuovere gli ostacoli d’ordine economico e sociale, riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo il diritto, onde tutti i cittadini possano rivendicare l’effettiva partecipazione all’organizzazione sociale” (A. Predieri, Pianificazione e Costituzione, Edizioni di Comunità, Milano, 1963, p. 193).

[3] La Commissione per la Costituzione, composta da 75 deputati (e quindi detta “Commissione dei 75”), fu creata allo scopo di redigere un progetto di Costituzione da sottoporre all’esame dell’Assemblea Costituente. Presieduta da Meuccio Ruini, era suddivisa in 3 sottocommissioni: Diritti e doveri dei cittadini (I sc.), Ordinamento costituzionale della Repubblica (II sc.), Diritti e doveri economico-sociali (III sc.).

[4] Lo stesso Ghidini definì il diritto al lavoro come “quel diritto che splende, direi, nella nostra Costituzione come una stella fulgidissima” (Atti dell’Assemblea Costituente, p. 3704).

[5] Molti hanno sostenuto che alcune norme della Costituzione, tra cui quella dell’art. 4, avrebbero solo uno scopo programmatico e sarebbero quindi prive di carattere vincolante. Contro questo indirizzo si espresse, già negli anni ’50, Vezio Crisafulli (1910-1986), il quale notava che “tutte le (…) disposizioni di principio formulate nella Costituzione vigente pongono vere e proprie norme giuridiche” (La Costituzione e le sue disposizioni di principio, Giuffrè, Milano, 1952, p. 37). Costantino Mortati da parte sua osservava che “la ragion d’essere delle costituzioni sta proprio nell’esigenza di mantenere un dato ordinamento dei pubblici poteri fedele, sia pure con i necessari adattamenti alle varie situazioni concrete, ad un fine generale e quindi impegnare i futuri detentori della sovranità al suo rispetto” e in riferimento all’art. 4 specificava che l’efficacia ne era anzi potenziata dalla sua inclusione tra i principi fondamentali, “fra quelli cioè che sono intesi a caratterizzare il tipo di Stato, ad esprimere quello che si suol chiamare «lo spirito del sistema»” (C. Mortati, “Il diritto al lavoro secondo la Costituzione della Repubblica (Natura giuridica, efficacia, garanzie)”, in Commissione parlamentare d’inchiesta sulla disoccupazione, La disoccupazione in Italia. Studi speciali, Atti della Commissione, Camera dei deputati, Roma, 1953, vol. IV, t. I, p. 128 e 132).

[6] La Commissione economica iniziò i suoi lavori il 29 ottobre 1945 ed era suddivisa in 5 sottocommissioni. Caffè era membro della sottocommissione “Problemi monetari e commercio estero”, per la quale stese una relazione intitolata “Risanamento monetario”, inserita come Cap. I del rapporto della Commissione economica all’Assemblea Costituente (Ministero per la Costituente, Rapporto della Commissione economica, III, Problemi monetari e Commercio estero. I-Relazione, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1946, pp. 5-57). Collaborò strettamente anche con Meuccio Ruini, presidente della già ricordata Commissione dei 75 e prima ancora Ministro dei Lavori Pubblici e poi della Ricostruzione nei governi Bonomi e Parri (1944-45), e con Giuseppe Dossetti (1913-1996) e il gruppo che a lui faceva capo in seno alla Democrazia Cristiana (molti contributi di Caffè furono pubblicati sulla rivista dossettiana Cronache sociali).

[7] Il corsivo è dell’autore.

[8] Un altro eminente giurista, Giuseppe Federico Mancini (1927-1999), qualifica il diritto al lavoro come un “diritto sociale”, in quanto ad esso corrisponde la “pretesa dei cittadini a un comportamento dei pubblici poteri che, svolgendo il programma previsto dalla norma, realizzi condizioni di pieno impiego” (G. F. Mancini, “Art. 4”, in G. Branca (a cura di), Commentario della Costituzione, Art. 1-12. Principi fondamentali, Zanichelli – Soc. Ed. del Foro Italiano, Bologna – Roma, 1975, p. 209). Tale pretesa si sarebbe dovuta tradurre “da un canto, in una serie di misure intese a realizzare un efficiente servizio di collocamento e a migliorare la formazione professionale della manodopera (…); dall’altro, secondo la classica ricetta keynesiana, nell’adozione di un programma di spesa in investimenti sociali idonei a espandere la domanda aggregata” (G. F. Mancini, cit., p. 220). L’autore non concorda invece nel far rientrare il diritto al lavoro nell’ambito dei diritti di libertà che come “tutti sanno (…) hanno di mira la determinazione di una sfera entro cui l’individuo possa operare autonomamente; da ogni altro soggetto essi esigono un atteggiamento di astensione e, se richiedono un facere della pubblica autorità, questo consiste in definitiva nell’imporre obblighi di non facere e nel reprimerne l’inadempimento” (G. F. Mancini, cit., p. 209).

[9] Già G. F. Mancini sottolineava come “con risolutezza, con incisività e con una ragionevole misura di successo lo Stato ha agito (…) soprattutto a tutela degli occupati. (…) Questa attitudine dello Stato, energico nella difesa dell’occupazione, debole nell’attacco della disoccupazione, questa tendenza a privilegiare la garanzia anziché l’incremento dei posti di lavoro, costituiscono un fenomeno di grande rilievo” (G. F. Mancini, “Art. 4”, in G. Branca, Commentario alla Costituzione, cit., p. 230. I corsivi sono dell’autore).

[10] La frase originale era la seguente “A trenta anni precisi dalla firma della carta costituzionale si può chiedere ai responsabili della politica economica che, nelle loro scelte quotidiane, ricordino più spesso (in verità imparino a ricordare) che è ‘compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini’ ”, in Lettere di Fabbrica e Stato, Cendes, n. 14-17, ottobre-novembre 1977.

[11] Da ultimo occorre ricordare i recenti interventi normativi, adottati in seguito all’approvazione della legge 10 dicembre 2014 n. 183 (il cosiddetto Jobs Act), che hanno modificato anche il sistema di collocamento (già profondamente cambiato dalla revisione legislativa del 1997) e di tutele per i disoccupati. Si tenga presente che i decreti delegati approvati in base alla legge 183/2014 in molti punti prevedono, per la loro concreta applicazione, l’emanazione di ulteriori decreti ministeriali o interministeriali, per cui non è ancora possibile una valutazione precisa degli effetti di tale riordino del mercato del lavoro.

CONTRO OGNI FONDAMENTALISMO da uno scritto di Jan Potocki (1761-1815)   

Titolo suggerito da Gianni Fodella per lo scritto di Jan Potocki che segue:

 

Lettera settima (scritta alla madre da Costantinopoli nella seconda metà del giugno 1784) Il processo di Draco (Racconto)

 

Draco, primo dragomanno della Porta, si era reso famoso nella capitale degli ottomani per la gran conoscenza che aveva acquisito della Legge musulmana. I commentatori gli erano familiari quanto gli scritti rivelati ai profeti, e i testi di questi libri sacri, che a ogni proposito sapeva citare, gli davano un tale vantaggio nelle dispute da attirargli inevitabilmente dei nemici. Il più pericoloso di tutti era il shaykh al-islam. Quest’uomo, giunto grazie all’intrigo all’eminente posto che occupava, s’indignava nel vedere un infedele possedere la scienza che per negligenza lui stesso non aveva acquisito. Divorato dalla gelosia andò dal visir e gli parlò così: “Onnipotente ministro, che godi senza riserve del favore del nostro sublime sultano, ascolta i consigli della religione, è lei che ti parla con la mia voce. Hai dato la tua fiducia a Draco, lo so. Ma non ti rendi conto che l’indulgenza con cui trattiamo i ciechi cristiani non può valere per questo infedele che pur conoscendo la nostra legge non la segue affatto? Da molto tempo l’ulema è ferito da questo scandalo, e io che ne sono il capo e l’organo mi sento costretto a chiederti la sua testa. Fai venire Draco, chiedigli quale sia la religione che crede migliore! Se decide per la nostra, obbligalo a seguirla. Se sceglie il partito contrario, profferisce una bestemmia e merita la morte”.

 

Il visir acconsentì, anche se con rammarico, a quel che si esigeva da lui. Fece venire il suo interprete. “Dragomanno” gli disse, “so che conosci altrettanto bene la legge rivelata al Santo Profeta quanto quella che Issa dettò un tempo ai suoi seguaci. A quale delle due dài la tua preferenza?”. Draco capì facilmente il tranello che gli si tendeva e chiese il permesso di raccontare questa storia:

 

“All’epoca” disse, “in cui comandavo a nome di Sua Altezza nella provincia allora affidata alle mie cure, alcuni sudditi avevano creduto di scoprire una miniera di metalli preziosi. Scavandosi ognuno una via differente, speravano tutti di poterne diventare un giorno proprietari. Dopo un lungo e assiduo lavoro le lampade si erano spente, ma il loro ardore era tale che lungi dall’accorgersene continuavano a gridare: “Sono stato io a trovare l’oro, gli altri non hanno che rame e stagno”.

 

“Colui che dall’alto dei cieli vede in fondo all’abisso la formica e sente il rumore delle sue zampe, vedeva anche quei disgraziati nei loro oscuri sotterranei. Senza dubbio avrebbe potuto riaccendere le loro lampade spente; avrebbe potuto far scendere su di loro qualche raggio della luce eterna che lo circonda. Ma non lo fece, accontentandosi di lasciare a ognuno la speranza e la sicurezza sufficienti ad assicurare la loro felicità”.

 

Qui finì il racconto di Draco. Il visir lo applaudì, e l’ipocrita uscì umiliato.

 

tratto da:

Jan Potocki Viaggio in Turchia, in Egitto e in Marocco 

Edizioni e/o, Roma 1990, pp.18-20.

LE MACERIE DELL’EUROPA

Nell’ormai lontano 1941, quando il secondo conflitto mondiale era in pieno svolgimento e la Germania hitleriana sembrava vicina alla vittoria, Altiero Spinelli (1907-1986) ed Ernesto Rossi (1897-1967), all’epoca confinati nell’isola di Ventotène, dopo una lunga detenzione in carcere per la loro attività antifascista, scrissero un breve opuscolo dal titolo Per un’Europa libera ed unita. Progetto d’un Manifesto. Lo scritto circolò dapprima clandestinamente in ciclostilato e venne infine pubblicato a Roma nel gennaio 1944, su iniziativa di un altro noto antifascista, Eugenio Colorni (1909-1944)*, il quale redasse una breve ed incisiva prefazione†. Colorni, che viveva nascosto nella capitale sotto falso nome, morì pochi mesi dopo ad opera di alcuni militi della banda Koch.

Il volumetto, oggi comunemente noto come Manifesto di Ventotène, partiva dalla constatazione dei guasti prodotti in Europa dalle idee di nazione (“un’entità divina, un organismo che deve pensare solo alla propria esistenza ed al proprio sviluppo, senza in alcun modo curarsi del danno che gli altri possano risentirne. La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio di ciascuno di essi […]. Questa volontà di dominio non potrebbe acquetarsi che nella egemonia dello stato più forte su tutti gli altri asserviti”) e di razza (“Quantunque nessuno sappia che cosa sia una razza, e le più elementari nozioni storiche ne facciano risultare l’assurdità, si esige dai fisiologi di credere, dimostrare e convincere che si appartiene ad una razza eletta, solo perché l’imperialismo ha bisogno di questo mito per esaltare nelle masse l’odio e l’orgoglio.”). Le devastazioni generate da queste ideologie aberranti erano sotto gli occhi di tutti e avrebbero continuato a produrre i loro nefandi effetti ancora per diversi anni, provocando la morte di decine di milioni di persone.

L’unico modo per evitare che anche in futuro in Europa si potessero ripetere simili tragedie era di giungere finalmente all’unione degli Stati europei in una federazione: “Il problema che in primo luogo va risolto e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani”. Dalle macerie del secondo conflitto mondiale avrebbe dovuto sorgere una nuova entità politica, “un saldo stato federale”, i cui principi basilari avrebbero dovuto essere un “esercito unico federale, unità monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni all’emigrazione tra gli stati appartenenti alla Federazione, rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali, politica estera unica” (così scriveva Colorni nella Prefazione).

Ma di primaria importanza era anche che nella nuova federazione venisse assicurato il benessere dei futuri cittadini europei. Per i due autori, infatti, “le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma — come avviene per forze naturali — essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime”. La realizzazione di condizioni di vita più umane avrebbe creato “intorno al nuovo ordine un larghissimo strato di cittadini interessati al suo mantenimento, […] per dare alla vita politica una consolidata impronta di libertà, impregnata di un forte senso di solidarietà sociale. Su queste basi, le libertà politiche potranno veramente avere un contenuto concreto, e non solo formale.”
Questa premessa era necessaria per capire in quale direzione sta veramente andando l’Europa oggi. Indubbiamente dalla fondazione della CECA nel 1957 con i Trattati di Roma sono stati fatti progressi incredibili nel processo di integrazione europea, ma a partire dai primi anni ’90 e in particolar modo dall’istituzione della moneta unica, gli avvenimenti hanno preso una piega che non va nel senso prefigurato da Spinelli e Rossi.

Si è infatti completamente perso di vista quale deve essere lo scopo principale della progressiva unificazione europea, ossia assicurare la libertà dei cittadini europei e il rispetto dei loro diritti inalienabili, allontanando per sempre lo spettro della guerra, e offrire loro condizioni di vita rispettose della dignità umana. L’Unione europea avrebbe dovuto promuovere e diffondere questi valori sia al suo interno sia nel resto del continente, tra gli Stati che non ne erano ancora parte.

Di fatto questi obiettivi sono stati accantonati e lo dimostrano l’incapacità dell’Unione di arginare il rigurgito di odio razziale e nazionalistico sfociato nella guerra jugoslava, che tra il 1991 e il 1995 provocò, nel cuore della “pacifica” Europa, circa 100.000 vittime (bilancio ancora non definitivo), e le assurde regole di politica economica improntate ad un rigore cieco, che hanno impedito di affrontare in modo appropriato la grave crisi finanziaria iniziata nel 2007/08 e di cui ancora oggi subiamo gli effetti negativi. Le tristi vicende della Grecia ne sono la prova evidente.

E le cose non sembrano cambiare nel presente. Mentre gli inglesi, grazie ai loro inetti governanti, si apprestano a lasciare la barca che affonda, le istituzioni europee sono allo sbando di fronte agli imponenti flussi migratori provenienti dalle sponde dell’Africa e del Medio Oriente; si ergono muri dalla Manica ai Balcani, in un quadro di crescente intolleranza, favorendo così ulteriormente il terrorismo; e in alcuni paesi (Ungheria e Polonia) si riaffacciano tendenze illiberali, tollerate in spregio ai principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Di fronte a tutto ciò, nei consessi di Bruxelles non si fa altro che parlare di rapporto debito/PIL o di pareggio di bilancio. Ma il pareggio di bilancio non salverà l’Unione dal naufragio.

Nell’Europa attuale si ripropone lo scontro che già anticipavano Spinelli e Rossi nel Manifesto tra le forze “che concepiscono come fine essenziale della lotta quello antico, cioè la conquista del potere politico nazionale — e che faranno, sia pure involontariamente, il gioco delle forze reazionarie lasciando solidificare la lava incandescente delle passioni popolari nel vecchio stampo, e risorgere le vecchie assurdità — e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopreranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale”.

Occorre ritornare allo slancio ideale di Spinelli e Rossi, fatto proprio in passato da altri “padri fondatori” dell’Europa come Alcide De Gasperi, Robert Schuman, Jean Monnet, Konrad Adenauer, per rilanciare il progetto di progressiva unificazione dell’Europa. Bisogna riportare l’uomo e la sua dignità al centro dell’azione politica europea. Non può l’economia dominare e sopprimere l’uomo, non si può in nome del rigore nei conti pubblici far morire di fame un intero paese come è accaduto con la Grecia.

Continuare su questa strada porterà alla fine dell’Unione, favorirà quelle forze, già presenti in Europa in molti paesi, che ripropongono i vecchi temi del nazionalismo e dell’intolleranza. Nonostante coloro che vogliono farci credere ancora oggi all’esistenza di popoli europei divisi e addirittura in contrapposizione tra loro, bisogna riaffermare la profonda unità che è alla base della cultura e della civiltà europea, che ha saputo conciliare e intrecciare nel corso dei secoli tradizioni di pensiero, modi di vita, religioni, arti e letterature di popoli diversi ponendo le basi per una convivenza pacifica tra comunità assai eterogenee. Un patrimonio culturale in molti casi comune anche con le sponde dell’Africa e del Medio Oriente che si affacciano sul Mediterraneo e che dovrebbe costituire la base di partenza per l’integrazione di quanti lasciano i loro paesi a causa della fame, della guerra o delle persecuzioni politiche, cercando un porto sicuro in Europa, e per combattere i germi del terrorismo, che nascono in gran parte dal risentimento e dall’odio per essere stati rifiutati e discriminati.

Dall’attuale crisi delle istituzioni europee, dalle macerie di quest’Europa di oggi, bisogna ripartire per dare un nuovo senso alla costruzione dell’Unione europea. Si deve ripensare ai motivi fondanti di questo progetto, recuperare l’idealità che ne fu all’origine. Come scrivevano Spinelli e Rossi alla fine del loro Manifesto “Oggi è il momento in cui bisogna saper gettare via vecchi fardelli divenuti ingombranti, tenersi pronti al nuovo che sopraggiunge, così diverso da tutto quello che si era immaginato, scartare gli inetti fra i vecchi e suscitare nuove energie fra i giovani. Oggi si cercano e si incontrano, cominciando a tessere la trama del futuro, coloro che hanno scorto i motivi dell’attuale crisi della civiltà europea, e che perciò raccolgono l’eredità di tutti i movimenti di elevazione dell’umanità, naufragati per incomprensione del fine da raggiungere o dei mezzi come raggiungerlo.
La via da percorrere non è facile, né sicura. Ma deve essere percorsa, e lo sarà!”.

Giuseppe Prestia

*Anche Colorni era stato confinato a Ventotène dal 1939 al 1941. Trasferito poi a Melfi, riuscì a fuggire nel maggio 1943 e a raggiungere Roma.

†Il volume venne pubblicato clandestinamente dalle Edizioni del Movimento Italiano per la Federazione Europea (ne furono stampate 500 copie numerate) con le sole iniziali degli autori, A. S. e E. R., e il titolo Problemi della Federazione Europea, in quanto comprendeva altri due saggi di Spinelli (Gli Stati Uniti d’Europa e le varie tendenze politiche, scritto nella seconda metà del 1942, e Politica marxista e politica federalista, scritto tra il 1942 e il 1943).

TERRORISMO: L’UTOPIA DEI PROFETI MEGLIO CHE IL REALISMO DEGLI STATISTI-NULLITA’

Forse non sarebbe questo il momento per fare il Misogallo. Per chi non ha fatto il classico bensì lo scientifico o l’informatico: si intitolò Misogallo lo scritto con cui Vittorio Alfieri esplicitò il suo sdegno per quel che facevano i giacobini francesi nei pochi anni che la Rivoluzione borghese degenerò in quotidianità della ghigliottina. E sì che nelle famiglie piemontesi del suo ceto la Francia era quasi patria. I nobili, se non usavano il dialetto, erano francoparlanti. E lui, il nostro sommo tragico, andò a Firenze non solo per ‘lavare in Arno’ il suo scrivere, anche per prendere assidue lezioni di lingua italiana.

Il qui sottoscritto non è disgustato come l’Alfieri. Però certi recenti casi d’oltralpe gli sembrano rotondamente ridicoli. L’aggressione del terrorismo è cosa troppo seria per legittimare le trasferte patriottiche dei politicanti a Versailles, con obbligate allusioni alle grandi vittorie del Re Sole. Lì la nomenclatura, facce compunte e labbra modellate dai melismi della Marsigliese, ha recitato un copione eroico (con venature comiche): siamo in guerra, nessun compromesso, saremo spietati, orgoglio nazionale, valori laici, République, Liberté, diritti ai concerti rock e alle nozze gay, altri emozionanti gridi di battaglia. La Francia magari si rialzerà, come scrivono gli editorialisti cesarei. Ma è in grado di vincere solo un modico di vittorie di consolazione.

Gli arcicomandi di Hollande hanno fatto salpare la portaerei De Gaulle, e il gesto piace ancora agli épiciers che, a stare al Generale che dà il nome alla superba ammiraglia, fanno il grosso della nazione vittoriosa a Valmy e a Jemappes. Una portaerei fa effetto, avvicina un po’ chi ce l’ha alla Home Fleet e alla U.S.Navy. Però nell’ultima guerra mondiale il compianto guerrafondaio F.D.Roosevelt ne aveva un centinaio di portaerei (di varia stazza). Vinse, e dopo di lui i successori hanno perso tutte le guerre che hanno intrapreso. Non bastano le portaerei.

Per parlar chiaro: il fiammeggiare a Versailles dello spirito militare -quello della Francia ufficiale come quello degli épiciers- ricorda i nostri Otto milioni di baionette e le nostre Otto corazzate. E il presidente Hollande non dimentichi che molti statisti compaesani sono caduti nei trabocchetti della Storia. Per sprovvedutezza.

1870: Emile Ollivier, capo dell’ultimo governo del Second Empire, e l’Alto Comando assicurano Napoleone III che sbaraglierà la Prussia di Bismarck. 1914: il presidente Poincaré, giunto a Pietroburgo sulla maestosa corazzata “France”, accompagnato dall’innocuo primo ministro Viviani, convince lo Zar a dare il via alla Grande Guerra (distruggerà lo Zar, la sua larga famiglia e molti milioni di uomini; darà la Russia ai bolscevichi). 1918: Georges Clemenceau è certo d’avere meritato l’Eliseo in quanto il Tigre de la Victoire; e invece no. 1919: il trattato di Versailles, troppo punitivo per la Germania, crea le premesse per il trionfo di Hitler. 1939. Edouard Daladier entra in guerra per onorare un impegno con Varsavia (che non onorò). L’impegno era stato assunto per comprare la sudditanza di una Polonia fatta artificialmente grande a Versailles. 1940: Paul Reynaud, capofila dei pochi che vogliono la guerra ad oltranza da una colonia africana, deve umiliarsi a guidare in chiesa una delegazione di ministri, tutti atei o ultra-laici, che fingono di implorare Santa Genoveffa perché salvi Parigi dalla Wehrmacht così come la salvò da Attila. 1957: il premier socialista Guy Mollet crede di schiacciare con le armi la rivolta d’Algeria e partecipa alla ‘vittoriosa’ spedizione di Suez.

Insomma Hollande è montato a cavallo, ma è difficile che torni vincitore. Con gli altri condottieri della Francia ha dato al tremendo problema del terrorismo la risposta più banale di tutte; quasi certamente la più inutile, avendo a che fare con un avversario che sembra non scarseggiare mai di kamikaze volontari. Le armi e le coalizioni potrebbero persino sconfiggere momentaneamente l’Isis territoriale. E dopo? L’estremismo esasperato è diffuso nei continenti. Si possono bombardare e conquistare tutti i continenti?

Se la soluzione militare non esiste, meno che mai esiste quella diplomatica. Non resta che l’utopia, ancora una volta più realista del realismo dei generali e degli statisti. L’utopia che sorga un pugno di uomini veramente grandi, grandi come il Nazareno e come Maometto, i quali sciolgano le rispettive Chiese ed eserciti di clero, e fondino l’Ecumene dei credenti. L’utopia, inoltre, che il mondo dei ricchi accetti di impoverirsi, di cambiare stili di vita e di consumi, per condividere ciò che hanno con le masse che oggi sperano nell’Isis.

Questo avvento della Più Grande Pace profetizzò Isaia (19, 18-24): “Il Signore percuoterà ancora gli Egiziani, ma poi li risanerà. In quel giorno l’Assiro andrà in Egitto e l’Egiziano in Assiria e gli Egiziani renderanno culto insieme con l’Assiria. In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra”. Cose troppo immense per i semplici inconcludenti Bergoglio e per una turba di imam, muftì e capirabbini.

Eppure invocare che avvengano promette assai più che confidare negli Hollande e nei Cameron, nei loro marescialli, diplomatici e altri co-protagonisti del Nulla.

Jone

SANTITA’, SONO VANI ANGELUS E GIUBILEI. ABBANDONA ROMA, ASCOLTA I CRISTIANI DELLE PARROCCHIE

Quando apparve J.M.Bergoglio, uno di Internauta sostenne, nella sua nullità, che un papa col suo profilo aveva il potenziale da una parte, l’obbligo dall’altra, di andare ben oltre il ruolo dei suoi predecessori: di diventare il conduttore del mondo, il Mosè della rigenerazione non solo cristiana. A condizione che facesse il rivoluzionario vero, il distruttore nei fatti e non nelle enunciazioni. Il più convincente degli atti che gli spettavano era ripudiare Roma, col suo retaggio e il suo presente. Abbandonare l’Urbe fisicamente. Portare il vertice della Chiesa e una Curia umiliata e ridotta ai minimi termini in un monastero di montagna. Viene in mente l’abbazia di Montecassino, oggi quasi vuota di monaci. E’ sì aperta ai visitatori, ma che senso c’è a visitarla se così poche delle sue pietre scamparono alla polverizzazione bellica? E se a un suo ex-abate è stato sequestrato mezzo milione?

Abbandonare Roma per rifiutare venti secoli di continuità quasi tutta antievangelica. L’avesse fatto, Bergoglio avrebbe coll’esaltante novità della sua azione folgorato il pianeta intero, non la sola Cristianità. Sarebbe stato accettato come Guida e Maestro da gran parte dei viventi. Ovviamente non l’ha fatto, ed ecco oggi Bergoglio incatenato al male di Roma come Prometeo alla montagna. Però egli è immeritevole di tanta espiazione, non avendo fatto molto a favore degli uomini, che Prometeo amò al punto di sfidare gli Dei.

Il male di Roma, solo in apparenza è Mafia capitale, è migliaia di burocrati cariati, di politici e faccendieri che delinquono ogni giorno, è caput della oligarchia/cleptocrazia nazionale. E’ più ancora una Curia verminosa: farabutti con o senza porpora che agiscono come quei predecessori di cinquecento anni fa, quando a Lutero fu facile dimostrare che il papa era l’Anticristo. E si prese l’Europa del nord, che aveva la coscienza più pulita.

Oggi i credenti dovrebbero essere primi, ben avanti agli anticlericali e agli atei, ad esigere che Francesco sia spietato, non misericordioso, con quanti fanno del Vaticano una sentina.

Se non sarà spietato, risulterà in combutta con quelli. Non ci sono parole per dire la sozzura di successori degli Apostoli che rubano ai poveri e ai malati. Lo faceva quel papa che volle il Quirinale così sfarzoso.

Giorni fa il Pontefice ha creduto di ribadire che la Chiesa non può vendere i palazzi e le opere d’arte perché sovvengono ai bisogni delle Missioni, nonché alle “necessità della struttura”. Ebbene, la struttura dovrebbe abbatterla. I cardinali andrebbero aboliti e i prelati che maneggiano il denaro, sostituiti con quelle suore arcigne che gestiscono oscuri economati conventuali e ospedalieri. La Curia è un pozzonero da sigillare con cemento e catrame. La Chiesa si monderà, risorgerà, se volterà le spalle a un’Urbe che era malata già sotto gli Scipioni, figuriamoci dopo secoli di basso impero e dopo così lungo papato temporale. Duemila anni di nequizie.

Nell’immediato, quanto meno Francesco faccia fare gli straordinari alla Gendarmeria, indaghi e metta in carcere i mariuoli. Appena possibile, venda i Palazzi apostolici, offra all’asta San Pietro (non mancano le basiliche sane) , ascolti noi cristiani delle parrocchie che ancora prendiamo alla lettera il Vangelo. Il suo gregge è minacciato da grossi branchi di lupi affamati.

E per salvare vite umame disdica questo vano Giubileo.

Jone

PRESENTIAMO DI D. REYBROUCK “CONTRO LE ELEZIONI. VOTARE NON E’ PIU’ DEMOCRATICO” (FELTRINELLI)

Il recente saggio del belga David Reybrouck -la cui opera precedente “Congo” è stato un bestseller- reca ad epigrafe un pensiero di J.J.Rousseau la cui verità quasi nessuno più contesta: “Il popolo inglese crede di essere libero, ma si sbaglia di grosso. Lo è soltanto nell’elezione dei membri del Parlamento; appena questi sono eletti esso torna schiavo, non è più niente”. Peccato che Jean-Jacques attribuì l’illusione di libertà al ‘popolo inglese’ invece che alla sua esigua minoranza aristocratica e altoborghese, che verso la metà del Settecento era sola a votare.

Qui riportiamo, riassumendo o spesso citando testualmente, i concetti essenziali del libro.

La prima parte, davvero incontrovertibile, di ‘Contro le elezioni’ argomenta che il metodo elettorale fu introdotto quale strumento elitista/classista, dunque non democratico. Ragiona l’Autore: “Ogni sistema politico deve trovare un equilibrio tra due parametri fondamentali, legittimità ed efficienza. Oggi però le democrazie occidentali si confrontano con la necessità di scegliere altro. La crisi della legittimità si manifesta anzitutto nel fatto che sempre meno persone si prendono la briga di andare a votare. L’astensionismo sta diventando la maggiore delle forza politiche. In questo stato di cose le istituzioni espresse dalle urne non si possono più considerare rappresentative”.

“In secondo luogo il voto è quanto mai volubile: i risultati elettorali sono i più instabili nella storia dell’Europa occidentale. Sempre meno gente aderisce a un partito, di conseguenza la militanza diminuisce”. Oltre a conoscere una grave crisi di legittimità, la democrazia basata sulle elezioni è sempre meno capace di azione. I parlamenti impiegano fino a una quindicina d’anni per riuscire a votare certe leggi. I governi fanno crescente fatica a formarsi: nel 2010 il paese di Van Reybrouck è restato un anno e mezzo senza Esecutivo. Inoltre i partiti di governo sono sempre più spesso puniti dagli elettori.

Dunque l’azione politica, per esempio riforme e grandi opere, richiede sempre tempi lunghi per le tante febbri elettorali e per i contrasti tra partiti e tra altri attori. L’Autore: “La politica è sempre stata l’arte del possibile, ma oggi diventa l’arte del microscopico”. L’operato dei partiti suscita sistematicamente disprezzo. Cresce la difficoltà di coinvolgere uomini nuovi e capaci di entusiasmo. Ha osservato Van Rompuy, presidente del Consiglio Europeo fino al dicembre 2014: “Il funzionamento delle nostre democrazie logora la gente a ritmo spaventoso”.

Invece di andare alla ricerca di nuove forme di governo, il politico è costretto a partecipare al vecchio, estenuante gioco mediatico-elettorale. ”Si delinea così la sindrome della stanchezza democratica. Una conseguenza esasperata del professionismo politico è la formazione di vere e proprie dinastie familiari. E il Parlamento non è più la sede di processi costruttivi o virtuosi. A esaminare più da vicino movimenti come Occupy Wall Street e Indignados si è colpiti dalla virulenza del loro antiparlamentarismo. Quei movimenti propongono invece una deep democracy: orizzontale, diretta, partecipativa. Insomma la true democracy. Per loro i parlamenti e i partiti hanno FATTO IL LORO TEMPO.

La Grande Guerra viene attribuita da molti agli eccessi della democrazia borghese del XIX secolo; è per questo che Lenin, Mussolini e Hitler riuscirono ad annientare il sistema parlamentare. Si dimentica che alle origini sia il comunismo, sia il fascismo erano tentativi di dinamizzare la democrazia. Nel suo celebre “Stato e rivoluzione” (1918) Lenin teorizzò la sparizione del parlamentarismo: ”Nei parlamenti si turlupina il popolo”.

Come guarire una democrazia così malata? Sicuramente NON mandando in parlamento persone diverse, come sostengono i populisti (e come fanno le Cinque Stelle). Una trasfusione di sangue in un corpo gravemente malato non promette guarigione. La promette un approccio drasticamente nuovo: abolire le elezioni, le quali cancellano la sovranità del popolo; passare al sorteggio, strumento di democrazia diretta. Cioè passare alla casualità della scelta, alla rotazione rapida dei sorteggiati, alla non rinnovabilità dei mandati. In altre parole alla Randomcrazia, che uccide il professionismo castale dei politici. La democrazia ateniese, sottolinea van Reybrouck, era contraddistinta dalla successione rapida dei mandati, attribuiti quasi tutti dal sorteggio. Si era membri della Eliea (tribunale del popolo) per un solo giorno (si è sostenuto che almeno in alcune fasi si poteva essere arconti per un giorno!). Aristotele scriveva senza mezzi termini: “Il sorteggio è democratico, l’elezione è oligarchica”. In effetti il tratto distintivo della libertà è l’essere a turno governati e governanti. Oggi invece imperversa l’oligarchizzazione della democrazia.

L’ipotesi della convivenza sorteggio-elezioni

Ammette però Van Reybrouck: “Se ci si accontenta di far regredire la partitocrazia invece di eliminarla, può essere saggio far coesistere la rappresentanza tradizionale con una formula di democrazia diretta. I grandi partiti, che hanno in mano lo Stato, fanno di tutto per difendere il fondamentalismo elettorale: per loro le elezioni sono sacre.

Il secolo XIX fu l’era del trionfo liberal-costituzionale, cioè del passaggio più o meno largo del potere dall’aristocrazia all’alta borghesia. L’una e l’altra si allearono stabilmente per sventare l’affermazione politica delle classi inferiori. Lo strumento di questa asserzione oligarchica fu il parlamentarismo. La rivoluzione europea si aristocratizzò. Per esempio in Belgio il diritto di votare per la Costituente del 1830 fu limitato a 46.000 cittadini maschi e possidenti, ossia a meno dell’1% della popolazione nazionale. Risultò un’assemblea di 200 membri così composta: 46 nobili, 38 avvocati, 21 magistrati, 13 ecclesiastici. Essa istituì una Seconda Camera (Senato) estremamente elitaria: erano eleggibili poche centinaia di persone, tutte della classe alta. E sì che la Costituzione belga era per così dire democratica: votava un belga su 95 cittadini, contro uno su 160 in Francia. Quasi tutte le Costituzioni europee, comprese alcune che vennero dopo la Grande Guerra, assomigliarono a quella belga. Il sorteggio ateniese, che nel Medioevo delle città-stato italiane si era notevolmente affermato, capitolò di fronte alle urne elettorali. Eppure le elezioni non erano state concepite come strumento di democrazia.

Il quarto e ultimo capitolo del libro di Van Reybrouck è dedicato alle numerose alternative alla democrazia rappresentativa che vengono avanzate dai politologi, specialmente accademici. Finora tutte le formule hanno mancato di cogenza di fronte al monolitismo dell’assioma secondo cui senza elezioni non c’è democrazia.

L’autore data al 1988 la riscoperta del sorteggio: a un articolo di James Fishkin, giovane professore dell’università del Texas, su “The Atlantic Monthly”, e al saggio “Strong Democracy” del politologo Benjamin Barber. Fishkin proponeva che un corpo di 1500 sorteggiati si pronunciasse con effetti significativi sui candidati alla Casa Bianca e sui loro programmi. Naturalmente Fishkin sottolinea che la sua ‘democrazia deliberativa’ risaliva ad Atene “dove le decisioni cruciali venivano prese da alcune centinaia di cittadini estratti a sorte. Oggi nessun ricercatore serio mette in discussione l’impulso che la democrazia deliberativa può dare al risanamento della rappresentanza”. Il dinamico impegno di Fishkin promosse una serie di iniziative popolari, a valle delle quali p.es. il Texas risultò nel 2007 primo tra gli Stati dell’Unione ad installare turbine eoliche.

Al lavoro pionieristico di Fishkin seguirono nel mondo centinaia di progetti partecipativi, in ambiti diversificati: Irlanda del Nord, Germania, Danimarca, Gran Bretagna, Cina e ancora USA. Furono sperimentate le formule più varie, dai ”Town Hall meetings’ al ‘Conclave democratico’ di migliaia di cittadini programmato per il 2020 dal primo ministro australiano Kevin Rudd. Più ambiziosi e ancora più ufficiali gli esperimenti avviati in Canada, Olanda e Islanda. Tuttavia, a poco meno di un trentennio dalla comparsa di Fishkin, i movimenti orientati verso la democrazia diretta hanno portato a poche realizzazioni. Le urne elettorali continuano a dominare le democrazie.

Eppure nel 1992 era avvenuto negli Stati Uniti un fatto talmente sintomatico da suscitare senzazione nel mondo intero. Un imprenditore di successo che aspirava alla Casa Bianca, Ross Perot, ottenne metà dei voti andati al presidente Bush padre con una proposta dirompente. Pur non abolendo l’istituzione parlamentare di vertice (Congresso), la proposta Perot la superava o esautorava. “Gli Americani sono i proprietari del paese. Se mi eleggeranno presidente, io esporrò loro i termini dei problemi principali, ed essi mi faranno conoscere il loro giudizio con tutti i mezzi di una tecnologia in fase di esplosione, il Congresso non oserà contraddire il popolo. Le volontà dei cittadini diverranno leggi o azioni esecutive”.

Lo scalpore fu straordinario. Per vari mesi la dirompente proposta Perot fu discussa dai commentatori del pianeta intero. Si parlò di fine del parlamentarismo e di ‘ritorno ad Atene’. Il vice presidente Al Gore mostrò di condividere l’auspicio di “a new Athenian democracy”. Tuttavia passate le elezioni presidenziali lo scalpore finì, non si parlò più di svolte. Oggi gli americani non sono affatto ‘i proprietari degli Stati Uniti’, bensì’ un popolo di sudditi dei politici. La sovranità la esercitano solo il giorno delle elezioni, quando danno delega, anzi procura generale non revocabile, ai politici. Le prospettive di democrazia diretta più o meno selettiva restano lontane. La fiducia dei cittadini nel sistema rappresentativo si assottiglia fortemente, ma il monopolio delle urne tiene.

In Italia gli studiosi accademici sanno che i loro colleghi stranieri, soprattutto negli Stati Uniti, lavorano a sviluppare alternative alle urne, senza che ciò li induca a fare altrettanto. A questo fine, gli accademici italiani è come non esistessero.

Verso la randomcrazia

Le ultime pagine di “Contro le elezioni” sono dedicate ai dettagli dei progetti d’innovazione affiorati in vari paesi, specialmente Canada (British Columbia e Ontario), Olanda, Islanda, Irlanda. In vari casi si propongono sistemi misti elezioni/sorteggio: cioè co-sovranità di una Camera eletta e l’altra sorteggiata. In Islanda il testo di una nuova Costituzione è stato elaborato da vari organismi della società civile. Il referendum svolto nel 2012 lo ha approvato coll’80% dei voti popolari. Anche l’Irlanda ha affidato (2013) a una Convenzione di cittadini scelti a sorte la stesura di una nuova Carta fondamentale.

E’ giusto evidenziare che in cinque paesi -British Columbia, Ontario, Olanda, Islanda, Irlanda- le iniziative d’innovazione sono state fatte proprie ufficialmente, e supportate con finanziamenti, dai rispettivi Governi o Parlamenti. E che sono in corso d’elaborazione almeno una ventina di formule che negli assetti bicamerali prevedono il sorteggio per una delle assemblee. Già nel 1985 gli studiosi statunitensi E. Callenbach e M,Phillips previdero il sorteggio per la House of Representatives nazionale. Una delle loro argomentazioni: il sistema elettivo puro è troppo esposto alla corruzione, mentre col sorteggio il potere del denaro è minimo. Non può comprare tutti i cittadini.

Il sorteggio di una Camera su due è stato proposto in Gran Bretagna da Barnett e Carty (sorteggiare i Lords) oppure sorteggiare i Comuni (Sutherland, 2011). In Francia il progetto di Yves Sintomer istituisce una Terza assemblea sorteggiata. Per l’Unione Europea il professore tedesco Hubert Buchstein prevede una Camera di 200 sorteggiati che si aggiunga al Parlamento di Strasburgo, con competenze uguali. Van Reybrouck osserva che queste ultime proposte riguardano paesi molto grandi (USA, UK, Francia, Unione Europea): “E’ passato il tempo che il sorteggio appariva adatto solo alle città-stato e ai microstati”.

Nella primavera 2013 la rivista specialistica “Journal of Public Deliberation” pubblicò il progetto di Terril Bouricius, per 20 anni parlamentare del Vermont. Rifacendosi alla logica del sistema ateniese, che ripartiva il processo deliberativo tra diverse istanze della democrazia diretta, Bouricius proponeva un multi-body sortition (sorteggio a più istanze). Reybrouck espone in molti dettagli -e appare far proprio- un sistema di sorteggio composto di sei organismi, tutti sorteggiati. E commenta: “La elitista distinzione tra governanti e governati sparisce completamente. Torniamo all’ideale aristotelico d’essere alternativamente governati e governanti”.

Secondo lui, è ancora presto perché in un sistema bicamerale si arrivi a sorteggiare una Camera: ”A meno che non minacci una rivoluzione, i partiti non vorranno consegnare al sorteggio metà di un parlamento bicamerale. Però ci siamo quasi”. In effetti, aggiunge, se abbiamo fiducia nel sorteggio che sceglie i giurati di un processo penale, perché non dovremmo averla anche per la funzione legislativa?” E poi: “il sistema bi-rappresentativo è il miglior rimedio alla sindrome di stanchezza democratica di cui soffriamo. Il sorteggio è una formidabile scuola di democrazia. Sarebbe interessante applicare il modello bi-rappresentativo in Belgio prima che altrove. Il Belgio ha accusato i sintomi più acuti della sindrome di stanchezza democratica. Dopo le elezioni del 2010 ci vollero 541 giorni perché si costituisse un governo: record mondiale.”.

Secondo il Nostro autore una fase pilota può immaginarsi in Irlanda,Islanda, Portogallo, Estonia, Croazia. Olanda. Del resto, secondo lui, i cittadini presi casualmente già partecipano di fatto al potere attraverso i sondaggi d’opinione, sempre più decisivi: “Le proposte di passare al sorteggio non hanno altro obiettivo che rendere trasparente un processo che esiste già.

Ecco le ultime righe del coraggioso libro belga: “Dobbiamo decolonizzare la democrazia. Dobbiamo democratizzare la democrazia. Che aspettiamo?”.

Internauta coglie questa occasione per segnalare che il proprio iniziatore, A.M.Calderazzi, è stato oltre trentanni fa verosimilmente primo nello Stivale ad auspicare a livello non accademico la fine del suffragio universale e della democrazia rappresentativa, cioè l’avvento di una democrazia semidiretta interamente basata su vari gradi di sorteggio. Sulla premessa che il sistema ateniese fu possibile perchè c’era una Polis sovrana di circa cinquantamila cittadini di diritto pieno, Calderazzi argomentava che un paese come l’Italia dovrà sostituire alle elezioni una Polis attiva di ‘supercittadini sovrani’, sorteggiati per turni di pochi mesi, non rinnovabili. L’Italia è in Occidente il sistema più corrotto e più colonizzato dai partiti. Dunque merita d’essere prima a chiudere le urne elettorali e a cancellare la casta dei politici.

Quindici anni fa -tre lustri prima di ‘Tegen verkiezingen’ (titolo originale del lavoro di Van Reybrouck) la Research Unit on Randomcracy e A.M.Calderazzi pubblicarono a Bath/Ontario e a Milano “Il Pericle elettronico: dossier sulla tecnocrazia selettiva. Materiali anglo-americani sulla superfluità delle urne e dei politici professionisti”. Internauta ha ripubblicato il dossier, pertanto esso è scaricabile gratuitamente dalla sezione Archivio.

Internauta online

A RENZI NON SERVIRA’ INSIGNORIRSI DELLA PIU’ TARLATA DELLE REPUBBLICHE

Si è forse placato lo sdegno di Geova (Genesi, XIX,24) per le turpitudini di Sodoma&Gomorra, che poi saremmo noi sudditi del peggiore dei sultanati?

A dire il vero sono apparsi segni che fanno sperare in un ritorno alla misericordia del Signore della Bibbia. Crescono un po’ le assunzioni a tempo indeterminato. Lampeggiano alcuni barlumi di ripresa. Lo sconcio indecente del bicameralismo perfetto, concepito (un paio di secoli fuori tempo) dagli usurpatori Costituenti, mentre si trovavano in stato di confusione etilica: lo sconcio, dicevamo, promette di finire. Hanno le ossa rotte le schiere petulanti di Gotor e quasi tutte le préfiche che singhiozzavano per gli attentati alla democrazia rappresentativa (quando Eugenio Scalfari si vergognerà per avere piagnucolato su quest’ultima?).

Ancora. Matteo Renzi, solo tra i Proci a meritare di scampare all’arco terribile di Ulisse, appare intenzionato a perseguitare un po’ la genìa che ci opprime e deruba, perseguitarla anche con allegri e benemeriti affronti alla Più Bella delle costituzioni. Uno di detti affronti e derive autoritarie potrebbe, a Dio piacendo, portare al top del potere i chiari occhi e gli ancor più dolci lombi di Maria Elena Boschi, perfetta antitesi dello spirito e della carne di Nilde Iotti, l’espiazione inflittaci dal fosco duo Togliatti-Stalin. Dunque, se gli Dei beati vorranno, potremo più in là riciclare al macero la Carta fondamentale redatta dagli Antilicurghi dei Comitati di Liberazione (è noto che a Sparta il legislatore Licurgo finì coll’ottenere onori divini, tanto migliori essendo le sue norme rispetto a quelle oggi imposteci dalla Consulta oligarchica).

Dunque non tutti i presagi sono funesti. Però non illudiamoci più di un tot. A valle degli sviluppi che potranno esserci nel quadro della legalità truffaldina, la Repubblica nata dagli eroismi e dai delitti della resistenza resterà uno Stato-canaglia, gestito da malfattori. Intanto lo Stivale è più che mai asservito a Washington, un padrone che non solo manca dell’antica benevolenza di affrancare lo schiavo, ma gli impone nuovi gravami di servaggio (ultimo, la partecipazione ai voli di guerra contro gli avversari degli USA).

Lo Stivale resta infangato di corruzione. La morte della DC e del PCI, lo sputtanamento di tutti gli altri partiti, la bufera di Mani Pulite, il seppellimento della repubblica del 1948 non hanno fermato le tangenti. Nella sua “Storia della Prima Repubblica” Aurelio Lepre mette in evidenza che i mali della partitocrazia farabutta si profilarono già nell’immediato dopoguerra e continuarono ad aggravarsi prima e dopo Mani Pulite. Oggi che quei mali sono diventati metastasi, non esiste alcuna terapia di tipo tradizionale. Le travi marce si possono solo demolire.

E’ vero, c’è il renzismo, estremo tentativo di conservazione del sistema. Ma durerà relativamente poco: anche perché Renzi traligna in grande. Detassa ville e castelli dell’One per Cent invece che aprire dormitori per chi non ha casa, e invece che sussidiare le famiglie senza reddito. Non chiude il Quirinale finto palazzo di prestigio, in realtà sozza porcilaia di sprechi camuffata da Casa degli Italiani. Non fare di questo showroom di arazzi, tappeti e colossali fannulloni in elmo e corazza il più grosso museo del mondo risulterà una malazione imperdonabile. Inoltre Renzi fa zero per contenere l’invasione dei clandestini (siriani e veri profughi di guerra a parte).

Peggio ancora. Si proclama banditore del futuro, ma non fa nulla per avvicinare di almeno un po’ l’avvento dell’inevitabile Randomcrazia: non una lunare democrazia diretta di 60 milioni di legislatori, bensì una Polis sovrana di centomila supercittadini deliberanti e governanti, selezionati per sorteggio dal computer per turni di pochi mesi, non rinnovabili. Abolite le elezioni, tutti gli altri iscritti all’anagrafe si pronunceranno nei referendum, frequenti quasi come in Svizzera.

Ha scritto sull’Espresso un recensore (Giuseppe Berta) del libro di David Van Reybrouck, “Contro le elezioni. Perché votare non è più democratico”, ed.Feltrinelli: “Giunti alla fine del libro, ci si accorge che il suo non è un discorso paradossale, ma una lucida riflessione. Van Reybrouck propone di tornare, attualizzandolo, al metodo della democrazia ateniese: il SORTEGGIO”. Il sorteggio è il portato ovvio della democrazia integrale: dove tutti sono uguali, non resta che sorteggiare.

Matteo Renzi risulterà un altro degli sconfitti se non si convertirà in demolitore di questa repubblica verminosa. In edificatore di tutt’altra democrazia.

Porfirio

La Terra, Il Sangue, le Parole: intervista con il Generale Pietro Pistolese sulla situazione in Israele e Palestina

Internauta intervista il Generale di corpo d’Armata dei Carabinieri Pietro Pistolese, autorevole voce per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese, ultimamente di nuovo oggetto di preoccupazione da parte della comunita’ internazionale. Il generale Pistolese ha guidato diverse missioni di pace in Isaele e Palestina: a Hebron e’ stato due volte vicecomandante della Temporary International Presence in Hebron (TIPH) e ha concluso la sua carriera come comandante della Missione di pace per conto dell’Unione Europea (EUBAM) al valico di Rafah (Gaza) fra il 2005 e il 2008.

Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia, Commendatore della Repubblica Italiana, é membro dell’Istituto di Diritto Internazionale Umanitario di San Remo e del Consiglio Direttivo della Società di Letture e Conversazioni Scientifiche di Genova. Ha pubblicato numerosi articoli sulla situazione internazionale e il libro Il Forte di S. Giuliano edito da ECIG nel 1995. Recentemente ha pubblicato, a quattro mani con il Professor Petermann, La Terra, il Sangue e le Parole, edito da Termanini, sulla sua personale esperienza in Israele. Un libro documentato, vivo e concreto che riesce a rimanere neutrale sul conflitto israelo-palestinese, forse il più complesso della storia moderna, dando al lettore una chiara, a tratti scioccante testimonianza della difficolta’ sul campo che incontrano Israeliani e Palestinesi nella loro vita quotidiana e dei numerosi, imprevedibili ostacoli al processo di pace nell’ultimo ventennio.

Il libro bene rende la complessità del problema israelo-palestinese dove psicologia, storia, demografia e religione si intrecciano in un contesto in cui lo Stato sembra solo uno degli attori, spesso incapace di controllare i propri cittadini. Questa terza intifada ne e’ un’ ulteriore conferma. Ecco la nostra intervista al Generale Pistolese.

1. Generale, un articolo pubblicato dal Jerusalem Post il 31 marzo 2007, quando Lei era a capo della missione EUBAM, la definiva un ottimista: ancora credeva che la pace fosse possibile. Il vostro libro invece da una conclusione piuttosto pessimista. La pace in Israele e Palestina viene paragonata ad un “Sisifo felice”. Cosa e’ cambiato dal 2007 ad oggi? Cosa pensa di questa terza intifada?

Mai nella storia uno stato di guerra è rimasto tale per sempre. Inevitabilmente si arriverà ad una soluzione. Rimango perciò sempre ottimista, come nel 2007. Ho usato nella conclusione del libro il mito di Sisifo, condannato per l’eternità a spingere fino alla cima di un monte un masso che raggiunta la vetta rotola inesorabilmente a valle, come similitudine con il processo di pace. Con questo mi sono voluto riferire ad un passato in cui tutte le volte che era sembrato poter agguantare la pace, inevitabilmente si era verificato un evento che, azzerati i progressi raggiunti, faceva tornare indietro il negoziato.

Esiste però un presente e un futuro. L’operazione militare del luglio 2014, Margine di Protezione, (pag. 260) ha inflitto ad entrambi i contendenti pesanti perdite senza risolvere nulla. Israeliani e palestinesi ora sanno che ripetere azioni consimili non migliorerà la situazione anzi, la devastazione siriana e la presenza di un nuovo elemento, l’ISIS, nello scacchiere mediorientale, alle frontiere settentrionali d’Israele, dovrà comportare maggiore cautela. La via del negoziato che potrebbe essere promossa dal Quartetto (ONU, UE, USA e Russia), ancora una volta, si presenta come l’unica praticabile.

2. Generale, Lei hai guidato delle missioni in Israele e Gaza per conto dell’Unione Europea ed ha una conoscenza concreta dell’organizzazione e efficacia degli interventi occidentali nella regione.

Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua in un’intervista su La Stampa ha definito recentemente le politiche degli Stati Uniti nella zona «criminali», inutili anzi dannose per favorire davvero la pace e ha detto che l’Europa é “una delusione”. Cosa ne pensa lei? Quanto sarebbe auspicabile ed efficace oggi l’intervento dell’occidente per guidare delle eventuali trattative di pace? Quanto invece potrebbero essere le potenze regionali, penso per esempio, oltre a Israele, a Egitto e Giordania a guidare il processo di pace?

Non credo che il processo di pace possa essere guidato da alcuno tranne che dagli stessi israeliani e dai palestinesi. Il Quartetto, e nel suo ambito gli europei, possono favorire il dialogo, finanziarne le iniziative (la ricostruzione dell’aeroporto e il famoso porto a Gaza) ma soltanto le due parti possono decidere quando e come riavviare il processo. Nel frattempo la situazione di stallo e i clamori del conflitto nella confinante Siria e in Iraq favoriscono autonome spinte estremiste e terroristiche. Netanyahu dovrebbe comprenderlo e, di conseguenza, assumere iniziative politicamente valide. L’attuale situazione di stallo non favorisce Israele e i palestinesi non si rassegneranno mai a non avere un loro stato indipendente. La storia ce lo insegna: noi stessi, italiani, quando abbiamo deciso di essere uno stato unitario abbiamo combattuto quattro guerre d’indipendenza contro uno dei più forti imperi del mondo, l’Austria – Ungheria, ma alla fine abbiamo vinto.

Il vero problema è la mancanza di una vera leadership nell’ambito delle due parti e la totale sfiducia tra di loro.

Per quanto riguarda un possibile maggiore ruolo delle potenze regionali, Egitto e Giordania, che verrebbero così a costituire il cosiddetto “Quartetto allargato”, ritengo che possa essere un’opzione meritevole di essere esplorata malgrado le difficoltà presenti.

3. Netanyahu sembra rifiutare la soluzione dei due stati e Israele sta diventando, per molti osservatori, sempre più simile ad uno stato di apartheid. In Cisgiordania ci sono tre zone di cui una, la zona C, completamente sotto il controllo di Israele, eppure i palestinesi ivi residenti non hanno diritto di cittadinanza. Netanyahu ha recentemente rifiutato gli osservatori internazionali in Israele e ha accusato il gran Muftì di Gerusalemme di essere stato la vera mente dell’Olocausto. Sarà possibile una pace duratura con Netanyahu al potere?

Se non si attuerà la soluzione di due stati per i due popoli dovrà adottarsi quella di uno stato solo per israeliani e palestinesi. In tal caso, come ha così bene evidenziato l’esperto demografico e statistico israeliano, Sergio Della Pergola (pag. 173), l’incremento demografico palestinese, più dinamico di quello israeliano, finirà per mettere questi ultimi in minoranza. Nell’ambito di un unico stato i palestinesi non potranno restare troppo a lungo privi di diritti civili e chiusi nell’apartheid dei loro territori. Alla fine prevarrà il principio dell’uguaglianza. E’ una storia già vista di recente in Sud Africa. Forse allora chi verrà al posto di Netanyahu dovrà chiedere di gran fretta l’intervento degli osservatori internazionali e la manipolazione di antiche quanto inutili rievocazioni storiche, come quello del Gran Muftì palestinese che avrebbe suggerito a Hitler di sterminare gli ebrei, non sarà certo d’aiuto. Quanto all’Europa non possiamo farci illusioni: un’Europa cosiffatta non sarà mai in grado di esprimere una politica estera e neanche di difesa accettabili. Forse tra qualche generazione gli europei riusciranno a fare quello che è stato realizzato per la moneta unica alla quale, comunque, non tutti i ventotto hanno aderito.

4. La Russia sta tornando protagonista nella scena globale ed ha scelto il Medio Oriente come porta privilegiata. La Russia é l’unica potenza che può vantare un saldo amicizia con Israele, Iran, Egitto, Giordania Siria e Iraq allo stesso tempo mentre si sta riavvicinando all’Arabia Saudita. Gli Stati Uniti invece, dopo anni di attivismo, si dimostrano sempre più incerti nelle scelte da fare nella regione. Potrebbe, secondo Lei, la Russia cominciare a giocare un ruolo chiave nel processo di pace israelo-palestinese e sostituire magari l’Occidente?

La Russia è una potenza di gran lunga ridimensionata rispetto alla dissolta URSS. Vuole tuttavia mantenere la base navale di Tartus ed aerea di Hmeymim (Latakia) per cui continua a sostenere l’alleato siriano Bashar al Assad. Si è dunque inserita nel gioco mediorientale contro l’ISIS preoccupata anche delle influenze che quest’ultimo potrebbe suscitare sugli oltre 16 milioni di musulmani russi in particolare nel Caucaso e nell’Asia centrale.

A mio parere, dunque, non si tratta di un rientro sulla scena politica internazionale globale ma soltanto di una riaffermazione dei suoi interessi regionali. In tale prospettiva la Russia é in buoni rapporti con Israele, ma anche con i suoi nemici, Siria e Iran. E questo è fondamentale per Mosca se vorrà essere tra coloro che decideranno il futuro assetto della regione, per questo ha bisogno di allacciare forti e buone relazioni con Israele. Quest’ultima, d’altro canto ha accolto oltre un milione e mezzo di ebrei russi. In Israele ci sono reti televisive e giornali in lingua russa, spesso si notano insegne di negozi scritte in russo e la presenza di questi nuovi cittadini che continuano a esprimersi in russo è più che evidente. E’ questa una fase politica molto intrigante, i russi la chiamano pluridirezionale: avere molte controparti con cui parlare e proporsi come mediatore nei conflitti. Dopo le primavere arabe, però, anche i russi si sono dovuti schierare prevedendo un irrobustimento dell’islam radicale e dunque un aumento dell’instabilità. E’ per questo che la Russia ha scelto un campo: si è schierata con gli sciiti contro i sunniti.

Quanto agli Stati Uniti, la cui supremazia non appare in discussione, dopo molte incertezze sembrano ormai convinti ad avviare anche operazioni terrestri con forze limitate per combattere l’ISIS ed abbattere Assad al quale il sostegno russo sembra cominci a vacillare.

In tale contesto non va dimenticato l’Iran che in virtù dell’accordo recentemente sottoscritto con il “5+1” (USA, Francia, Regno Unito, Germania, Cina e Russia) sul nucleare ha rinforzato le sue ambizioni di potenza regionale, leader dei paesi musulmani di confessione sciita.

5. Nel libro emergono aspetti molto affascinanti legati alle percezioni psicologiche delle due parti che si mescolano a fattori religiosi e storici. E possibile una dialogo “laico” fra Israele e Palestina e un dibattito soltanto su concreti interessi strategici?

In Israele la componente religiosa è attualmente molto forte e dunque condizionante per la politica dell’intero stato. Non a caso nell’attuale governo, uscito dalle elezioni dello scorso marzo e dopo 42 giorni di trattative condotte da Benjamin Netanyahu, figurano i partiti religiosi schierati più a destra come i religiosi dello “Shas” e della “’Unione per il Giudaismo nella Torà”. Ma Netanyahu ha potuto raggiungere alla Knesset la tanto sospirata quanto risicata maggioranza di 61 seggi su 120 solo grazie all’intesa con Naftali Bennett, leader della destra nazionalista dei coloni del partito “Bayt Hayehudi” ( Focolare Ebraico ).

E’ evidente che un Primo Ministro che ha condotto una campagna elettorale all’insegna della minaccia alla sicurezza dello stato ebraico rappresentata dal programma nucleare iraniano e dall’avanzata dello jihadismo di Isis e delle altre sigle del terrorismo islamico e che si poggia su una maggioranza siffatta, non potrà mai allacciare un dialogo puramente “laico”.

Questa ipotesi potrebbe verificarsi soltanto se un futuro leader israeliano fosse capace di raggiungere una forte maggioranza con il “Fronte Sionista” ( partito laburista di Isaac Herzog ), che ora ha raggiunto solo 24 seggi, i centristi di Yar Lapid (11 deputati, sensibilmente diminuiti rispetto ai 19 di due anni fa), il “Kuluna”, movimento centrista, fondato lo scorso novembre da Moshe Khalon, con 10 seggi, il partito “Meretz” ( 4 seggi) e, forse, con l’appoggio esterno della lista dei “Partiti Arabi Uniti” (raggruppa gli arabi-israeliani) che ha raggiunto ben 14 seggi e potrebbe essere l’ago della bilancia. Naturalmente gli israeliani dovrebbero conferire a ciascuna formazione politica, in una futura ipotetica elezione, un numero maggiore di voti.

Da parte palestinese il perdurare del dualismo Fatah – Hamas malgrado la conclamata riconciliazione e l’atteggiamento fortemente ostile del regime di Haniye nella Striscia di Gaza non consentono alcun passo avanti nel processo di pace da tempo interrotto.

I commenti da parte palestinese sul nuovo governo Netanyahu sono stati molto negativi. Il segretario generale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Yasser Abed Rabbo ha detto con durezza: “Israele ha scelto la via dell’occupazione e della colonizzazione e non del negoziato e della collaborazione”. Gli Hamas molto spicciamente si sono così espressi per bocca di Izzat al-Rishq: “Terroristi Netanyahu e chi lo ha votato”.

Pare infine che il capo negoziatore dell’Autorità Nazionale Palestinese, Saeeb Erekat, avrebbe intenzione di tentare di ottenere dall’ONU il riconoscimento unilaterale dello stato palestinese. Non solo ma avrebbe accennato alla possibilità di procedere alla denunzia di Israele al tribunale internazionale dell’Aja per crimini di guerra.

Raimondo Lanza di Trabia

Per la lettura: La Terra, Il Sangue, le Parole di Pistolese, P. e Petermann, S. ed. Termanini 2015 p.302

PIUTTOSTO CHE L’OLIGARCHIA DEI PROCI UN TIRANNO DEL BUONGOVERNO

La presente democrazia -a stare ai gridi ‘all’armi’, ai singhiozzi, ai lai delle scorse settimane- deve avere salute cagionevolissima. Non c’è corrente d’aria che non produca polmonite. Questa democrazia non cammina, barcolla. Ancora un po’ e stramazza. Un Jobs Act, una Buona Scuola, qualche paletto sul diffamare a mezzo stampa, qualche mortificazione di una seconda Camera inutile anzi nociva però costosa; soprattutto l’andare per le spicce di Renzi la tramortiscono e pugnalano. Credevamo che le vittorie della Resistenza (che abbatterono il Terzo Reich), e in più un paio di repubbliche da essa nate, avessero edificato un sistema più perenne del bronzo.

Al contrario. I toscani liberticidi del Giglio Magico congiurano contro la Più Bella delle Costituzioni. Addirittura non c’è odalisca fatta ministra da Matteo che non sia sospettata di cospirare contro la libertà in combutta con Alfredo Rocco, il capogiurista di Mussolini. E non parliamo del Sultano dell’odalisca, il Fiorentino (forse reincarnazione di Catilina, o del duca Valentino, o di Valerio Borghese principe della Decima Mas). E’ chiaro che Egli si sta insignorendo della Patria cara a Mattarella e ad Aldo Cazzullo. Forse si proclamerà Autocrate dello Stivale. Magari Pantocratore.

Persino una legittima assemblea dei dipendenti del Colosseo è stata, per gli spietati bravi di palazzo Chigi, un’altra occasione per menomare le lotte dei lavoratori. Col pretesto, oggettivamente bieco, che migliaia di turisti aspettavano ai cancelli dei Beni Culturali, i liberticidi hanno stilato un decreto che immiserisce la democrazia. Che paese è questo -ha bonariamente sbraitato Camussa- che proibisce le Pallacorde nell’orario d’apertura del Patrimonio storico? La regina Taitù dei dipendenti&pensionati avrebbe potuto ricordare che quando Franz Schubert compose quel più doloroso dei Lieder, ‘La morte e la fanciulla’, in realtà profetò la fine straziante della democrazia nel Lombardo-Veneto e nel resto dell’ Espressione Geografica (proprio così ci definì il principe Metternich, Italien ein geographischer Begriff).

Ma un momento! Di che parliamo? Nell’Espressione Geografica la democrazia (che si dice morente) è ancora da nascere. Il regime che la Costituzione dei partiti ci impose è un’oligarchia, non una democrazia. Per di più ha vocazione pluto-cleptocratica. La democrazia nascerà quando i partiti saranno aboliti, il sorteggio sostituirà le urne elettorali, il popolo conterà qualcosa più dello zero d’oggi.

Allora i gridi d’allarme, i singhiozzi e i lai di cui all’incipit riguardano l’oligarchia degli impostori e dei plutocrati, non noi. Le Istituzioni rappresentative sono quella cosa in cui, oltre a rubare tutto il possibile, si volta allegramente gabbana e si vendono voti e votanti.. Nella legislatura precedente cambiarono gruppo parlamentare 261 lestofanti. In quella presente addirittura 308, e siamo ancora a metà legislatura. Mani Pulite dimostrò che la nostra classe di potere è la peggiore d’Occidente. Da allora la corruzione risulta cresciuta, non diminuita. Dunque i pericoli che si additano incombono sui clepto-oligarchi, non sul popolo. Il popolo, se troverà un ty’rannos in gamba, farà un affare.

Direte, sdegnati: Renzi pratica il cesarismo. Ebbene, meno male! Le riforme vere, quelle che cancellino l’oligarchia, esigono Cesare. Più ancora lo esige l’avvento di questa o quella formula di democrazia diretta. Lo sanno tutti che la grande democrazia ateniese fu gestita da un principe, l’alcmeonide Pericle, che tra gli antenati vantava un re d’Atene.

Ora come ora, questo Renzi che dicono voglia farsi monarca risulta il più efficiente degli oligarchi, avendo saputo surclassare tutti. Ebbene rafforzi il suo potere. Altrimenti sarà abbattuto dai lillipuziani di Bersani e Gotor, dai moschettieri di Arcore, dai cagnaristi di Beppe, da Salvini.

Non soltanto nell’antichità greco-romana, un tiranno che sapeva il fatto suo faceva meglio di un’intera casta di difensori della legalità di comodo. Nel caso nostro la legalità della Costituzione partitica è una iattura, è nemica del Buongoverno. Se un giorno, caduto Matteo Renzi, le Cinque Stelle vorranno provare a schiodare le assi e le travi tarlate di questa repubblica, dovranno ripudiare la via parlamentare finora battuta a vuoto. Dovranno aggredire il parlamento e la Carta con tutte le Istituzioni.

Porfirio

L’ITALIA DI MARC LAZAR SI SALVERA’ SOLO IN QUANTO LABORATORIO DEL NUOVO

Lazar, il noto professore al parigino Istituto di studi politici, è l’autore di “Stanchi di miracoli. Il sistema politico italiano in cerca di normalità”. Conclude un suo altro lavoro sullo Stivale (“Democrazia alla prova”, Laterza, 2007) con l’inquietante asserzione, all’ultima riga, ‘Il Sisifo moderno è indubbiamente italiano’. Siamo condannati all’infinito come Sisifo, figlio di Eolo fondatore di Corinto?

Non è detto. Non manca di significato la dedica di quest’ultimo lavoro: “Per Julie e Anna, che impareranno a conoscere e amare questo paese”. Uno degli studiosi stranieri che più sanno di noi (collabora regolarmente a ‘Repubblica’) sembra non nascondere qua e là che si attende dallo Stivale più innovazione che dalla sua Francia, con tutta la ‘mission exemplaire’ di un retaggio che risale all’Illuminismo, alla Rivoluzione e al titanico Bonaparte. “Democrazia alla prova” è soprattutto dedicato al moment Berlusconi, cioè a una parentesi sciaguratamente lunga, ma se Dio vuole quasi spenta. Non per questo il lavoro è obsoleto. Offre significative intuizioni e constatazioni, le più importanti delle quali trascriviamo qui di seguito.

Uscito all’indomani delle elezioni dell’aprile 2006, vinte per un pelo dal centro-sinistra, il libro di Lazar addita il pericolo che ‘la banalizzazione democratica’ produca delusione. “La democrazia liberale e rappresentativa ha cercato di difendersi, ma sbocciavano forme di democrazia partecipativa che hanno preteso di sostituirsi ai partiti. Le loro taglienti critiche al centro-sinistra hanno avuto il merito di costringerlo a muoversi. Esso commetterebe un grave errore se desse la sensazione di ridursi a un’oligarchia divisa in fazioni che si battono per spartirsi le poltrone e i palazzi della Repubblica (…) I cittadini non si accontentano più d’essere convocati alle elezioni ogni cinque anni. Il centro-sinistra sembra disarmato nel dibattito culturale, ma “è paradossale: la sinistra italiana è andata molto oltre la sinistra francese nel rivedere le proprie posizioni”.

Per Lazar il tema del declino (=’della decadenza’) dell’Italia “rafforza la propensione nazionale ad autodenigrarsi.. Anche Francia e Germania sono ‘grandi malati d’Europa’. I pericoli per la democrazia minacciano l’assieme dei paesi occidentali. Sempre più indifferenti alla politica, maldisposti nei confronti delle istituzioni, delusi dai politici tradizionali, ostili alle elite, i popoli sembrano pronti a consegnarsi a demagoghi volti a rovesciare la democrazia”. Inoltre: “La Costituzione italiana è quasi impossibile da emendare ma presenta un carattere incompiuto. E’ un documento sacro per la sinistra, che ne difende con intransigenza la lettera, i valori e le promesse (…) Si sviluppa così la partitocrazia, il potere quasi illimitato dei partiti. Pur essendo antifascisti, essi prolungano l’impronta del fascismo. Sottomettono e colonizzano lo Stato”.

Di conseguenza, la democrazia italiana “ha cominciato a oscillare nella banda della democrazia in qualche modo diretta, con una lunghezza di vantaggio sui suoi vicini europei. L’Italia entra nella ‘terza età della democrazia’, caratterizzata tra l’altro dallo scemare del ruolo dei partiti. Così la democrazia è in prova, alla deriva, mentre sperimenta vie diverse. L’italia è insieme in crisi e in corso d’ innovazione. Si è immersa brutalmente nella società dell’abbondanza e dell’opulenza, mentre agli inizi degli anni Cinquanta aveva ancora fame.”

Tuttavia il godimento consumistico “è solo uno degli elementi della società italiana. Il suo rovescio, pur minoritario, associa moralità economica e pubblica, ripensa l’etica, coltiva una certa austerità e frugalità. Addirittura pratica intensamente il volontariato. E’ favorevole alle esperienze di democrazia partecipativa. Si colloca a sinistra ma appare deluso dalla politica: tendenzialmente é astensionista, molto critico nei confronti del governo, scettico sull’opposizione”.

In economia, constata Lazar, “i ritmi della crescita sono rimasti mediocri, le imprese perdono competitività, il potere d’acquisto delle famiglie scende, la distanza tra ricchi e poveri si allarga. Il quadro è nero”. Dimentichiamo, esorta l’Autore, il fascino quasi leggendario dell’Italia: “0ra è il momento della povertà che erode l’assetto sociale. In breve, siamo al disagio collettivo. La forte diffidenza dei cittadini verso la maggior parte delle istituzioni e dei politici alimenta il dubbio e lo scetticismo diffusi.”.

Tutto questo non significa che l’Italia è condannata a vacillare, persino a crollare. La storia dimostra: “Ogni volta che il paese si è trovato in ginocchio, ha saputo rimettersi in piedi in modo spettacolare. Sarà così in questo inizio di millennio?”. Risposta: la salvezza non verrà soltanto dalla società civile, come pretende una vulgata assai diffusa. L’abilità di cavarsi d’impaccio, il dinamismo e l’ingegnosità non basteranno. Occorreranno, più ancora che nel passato, politiche pubbliche efficaci. “Questo suppone che le elite sappiano rifondare la propria legittimità e che la crisi della rappresentanza venga risolta”.

Segnalavamo nell’incipit il referto riassuntivo: “Il Sisifo moderno è indubbiamente italiano”. Tuttavia resta valida l’impressione: questo qualificato conoscitore delle nostre cose si attende che presto o tardi il Laboratorio Italia produca una formula radicalmente nuova rispetto ai logori congegni del partitismo/elettoralismo.

Jone

Intervista al Duo PERSONИE dopo il successo al premio di Poggio Bustone

Grazie alla liberalità di questo giornale, dove si discute di tutto, sono felice poter pubblicare la mia prima intervista al duo musicale PERSONИE. Sul loro profilo facebook, si definiscono così: PERSONИE è ognuno, quindi nessuno, in ognuno siamo maschera in persona. Siam PERSONИE (in francese “nessuno” nda).

Internauta li ha invece scovati e ha dato loro un volto e un nome: Andrea Astolfi, voce e Manuel Borgia che scrive i testi (d’ora in avanti essenzializzati ad A e M). A e M sono una vera promessa della musica italiana: il 4 Settembre 2015 si classificano secondi al prestigioso premio di Poggio Bustone, città che ha dato i natali a Lucio Battisti. Dopo le interviste rilasciate a 4arts, e a Yeah, una piattaforma online per artisti emergenti, è la volta di Internauta. Il loro primo singolo, Signore e Signora, (quasi 3.000 visualizzazioni su YouTube) con il quale si sono classificati secondi è misterioso, mistico, nuovo…

Ascoltarli è davvero interessante: i testi, come la voce, sono cangianti, a volte seri, a volte surreali, divertenti, dissacranti ma mai, mai noiosi o già sentiti. Per questo auguriamo loro ogni successo.

Voi siete intellettuali a tutto tondo. Perché vi esprimete in musica e non in altre forme?

A: A tutto mondo più che altro, “la dismisura della dismisura”.
Non c’è confine.
Il perché della musica si risolve nel come: lo facciamo bene, nevvero?
Il cantautorato elettronico entro cui grosso modo ci muoviamo – aborriamo l’idea esclusivista di “genere” e chi ne fa motivo d’orgoglio – ha dei metri molti diversi dalla poesia e dalla letteratura.
Di certo ci sono dei rimandi e rimbalzi da entrambi le parti. Ma più per affezione che per altro.
Lavorare con le lettere è un altro discorso.
C’è chi scrive canzoni e chi scrive poesie. Son 2 cose estremamente diverse. Direi quasi opposte.
La trita retorica del cantautore-poeta è chiacchiera da giornalettisti.
E poi a scriver poesie non si parla troppo alla gente. Si ri-parla ad un pubblico di – passatemi il termine – già inziati o curiosi.
La poesia è un linguaggio. Qualche sera fa se ne parlava a riguardo, proprio con un mio caro amico poeta – è considerato uno dei più importanti poeti italiani contemporanei degli anni ’80 – e si diceva:
I poeti scrivono per i morti. I parolieri per i vivi.
E si sente. con le canzoni si canta la vita, si canta la gente, alla gente.
Noi proviamo a fare questo, e bene.

M: Noi “intellettuali a tutto tonto”!
No, no, io personalmente non mi ritengo un intellettuale, semmai un “curioso”…
Comunque, abbiamo scelto la Musica, in particolare la musica leggera, perché ti permette di arrivare davvero ad un pubblico più ampio e in maniera più diretta.
E soprattutto sincera.
Questo si sa.
Inoltre la Musica è il linguaggio artistico (ma anche oltre l’Arte) che più abbiamo a cuore, credo.
Ci siamo scelti spontaneamente. Come Io e Andrea…
E sia…

Definitevi in 3 aggettivi

A: indefinibili³ = PERSONИE

M: pazzi – sinceri – brillanti

Che rapporto c’è fra musica e testo?

A: L’uno porta all’altro vicendevolmente, in ogni testo c’è già dentro una melodia.
Ed ogni melodia, detiene in sé un dettato, una grammatica, è come se si ergessero assieme, mano a mano.
Io person(n)almente poi, credo che oggidì, il testo non sia così preminente come poteva esserlo negli anni addietro.
Ovvero, il testo è importante di certo, ma in un certo senso è come se fosse un pre-testo (non pretestuoso).
Io credo che il grosso stia nell’intenzione, nell’interpretazione del cantato e nella musica.
Composizione musicale che non deve essere complicata. Anzi, se non lo è, è meglio.
Devi farti viaggiare, questo sì.
Ecco: musica e interpretazione nella giusta intenzione.
Il testo come pre-testo, inteso come già detto, inteso viene rielaborato, ri-scandito.
Le canzoni appunto sono il canto della vita nella vita: non sono così lontane quindi.
E poi il gigantissimo Lucio Dalla cantò in un canzone – nell’album “Anidride Solforosa” – pure i valori di borsa.
Lì c’era lo zampino del poeta Roversi, come si sa. Ecco: si possono cantare e musicare pure i valori di borsa. Credo sia indicativo, anzi infinito. Lucio Dalla lo è .Noi vogliamo declinarci al presente: siamo ora.

M: Basta pensare che la voce, ovvero Andrea, si muove all’interno del brano come uno strumento e non solo come Qualcuno che parli di Qualcosa.
Musica e parole devono crescere insieme perfettamente per il senso ultimo da raggiungere.
E’ questa la formula più efficace nella Canzone.
Le note portano le parole, e queste le note..
Quali sono i vostri prossimi obiettivi professionali?

A: Vogliamo partecipare a qualche altro concorso nazionale destinato alla canzone d’autore e far bene anche lì. Poi, entro dicembre 2015, uscirà il nostro primo E.P. “IN VERSO”.

M: Emergere e farci conoscere.. nella maniera più dignitosa e giusta per noi.
E per loro.

Quando uscirà il vostro primo album e come si potrà entrarne in possesso?

A: il nostro primo E.P. in uscita entro la fine del 2015 si chiamerà “IN VERSO” e conterrà in totale 5 canzoni più una traccia sui generis.
6 tracce dunque.
2 già pubblicate: “Signore, Signora” e appunto “IN VERSO” e altri 4 inediti.
il titolo è indicativo.
“IN VERSO” difatti significa naturalmente “al contrario” “all’opposto”.
tuttavia gergalmente la parola “inverso” in alcune zone del nord-Italia significa anche arrabbiato o meglio, incazzati!, nonostante non sia un album incazzato, ma di certo cazzuto: l’incazzatura, il nervosismo ci appartengono abbastanza e credo appartenga anche a quella che è la nostra generazione. La rabbia nei confronti d’un mondo – in parte – allo sfacelo e soprattutto la difficoltà a partecipare – almeno in Italia – al nuovo scenario, al nuovo mondo che si sta iniziando.
Ecco, “IN VERSO” è anche questo: cantare in parte lo sprofondamento del vecchio mondo e la sconfitta d’un certo modo di pensare (borghese? sempre coi borghesi ce la prendiamo) che noi detestiamo fino al midollo (troppo crudele? Beh, beh…)
Porsi altrove. Porsi in altro senso. Sbandare.
Se vuoi, dislocarsi. E senza romanticismi, né paradisi tropicali. Ma con un fortissimo tentativo di autenticità, di veridicità.
“IN VERSO” si potrà acquistare in tutti i migliori e-stores e si potrà ascoltare sulle piattaforme di Spotify e Youtube. sarà anche su iTunes.
Stiamo pensando di stampare anche qualche copia cartacea e con una certa cura.
Pensiamo di stamparne poche copie. Per i più affezionati. Per i curiosi. Per le teste matte, a noi simili.

M: L’album si chiamerà “Inverso” e sarà disponibile in tutti i distributori digitali (You Tube, iTunes, Spotify, ecc..), naturalmente verranno stampate le copie..
Sarà un EP che presenterà innanzitutto il nostro modo di concepire oggi la musica leggera e così anche la poesia “mainstream”.
Comincerà con una preghiera e si concluderà con un monologo interiore.
Certo.
Ma nell’intermezzo si esplode.

…buon ascolto!

Raimondo Lanza di Trabia

Un saggio inedito di Tolstoj invita all’insubordinazione politica. Anche oggi.

Guerra e Rivoluzione, un saggio di Lev Tolstoj del 1906 ancora praticamente inedito, è stato recentemente pubblicato, a cura di Roberto Coaloa, da Feltrinelli. Sarebbe più giusto definirlo un pamphlet per la forza e rilevanza sociale dei temi trattati. Le estreme riflessioni politiche di un Tolstoj ormai vicino alla morte, hanno lasciato all’umanità una visione di pace, di fratellanza e insieme di insubordinazione verso il potere politico che resta, più di un secolo dopo, inattuata e magnifica.

Di che Guerra e di che Rivoluzione si parla? La guerra è la sanguinosa ed inutile guerra russo-giapponese del 1905 e la rivoluzione è la prima delle tre rivoluzioni russe che si aprì con la cosiddetta krovavoe voskressen’ie, la domenica di sangue: il 22 gennaio 1905 un’intera piazza che manifestava pacificamente si lasciò mitragliare e sciabolare senza alzare un dito.

Tolstoj, profondamente scosso dagli eventi, affida alla penna le sue ardenti verità. Si tratta di un Tolstoj estremista, pacifista non violento, vegetariano, lo stesso che ingaggiava profondi dialoghi epistolari con Gandhi-al Mahatma proprio l’ultima lettera mai scritta da Tolstoj- e che si opponeva alla violenza persino sugli animali, figlia, come la violenza sugli uomini, della stessa perversione: “finche ci saranno mattatoi, ci saranno campi di battaglia”.

Nell’ottobre del 1905 scrive sul suo diario: “la rivoluzione è al suo culmine. Si uccide da entrambe le parti. La contraddizione, come sempre sta nel fatto che con la violenza l’uomo vuole frenare, arrestare la violenza”. Questa è la summa dell’etica tolstoiana, che tanto influenzò lo stesso Gandhi. Lo scrittore austriaco Stefan Zweig riassume l’etica di Tolstoj dicendo che egli riformula la parola evangelica “non resistere al male” e le dà questa interpretazione creativa “non resistere al male con la violenza”. Solo così il messaggio cristiano potrà davvero venir realizzato, spezzando, come dice René Girard, il meccanismo mimetico che obbligherebbe l’uomo a rispondere a violenza con altra violenza.

Il mondo non è come dovrebbe essere, questo è il punto di partenza di Tolstoj in questo inedito saggio. Uomini che non si conoscono e che non hanno motivo di farlo si massacrano, spinti a farlo da istituzioni fittizie quando, nella realtà, non esiste alcun buon motivo per compiere alcuna guerra. Come Rousseau, Tolstoj sembra chiedersi come sia possibile che l’uomo, nato libero, ovunque sia in catene, oppresso da forme di potere di volta in volta più diverse, più sottili, ipocrite, invisibili. Non importa che abito si metta il potere, assoluto, democratico, teocratico o laico: nulla di buono per i popoli potrà mai uscirne. Le forme sociali cambiano ma i rapporti fra gli uomini restano invariati “come un corpo che nella sua caduta cambia la sua posizione, mentre la linea che segue il baricentro, il centro di gravità resta invariabile”. E ancora insiste Tolstoj: “lanciate un gatto da un’altezza: può rigirarsi su se stesso, avere la testa in alto o in basso, il suo centro di gravità non uscirà dalla linea di caduta. E la stessa cosa dei cambiamenti delle forme esteriori della violenza governativa”.

Evidente lungo tutto il saggio è la profonda avversione che Tolstoj nutre verso i governi e l’autorità politica in qualsiasi forma essa si manifesti. Secondo il grande romanziere russo, l’umanità è talmente avvezza all’errore, a pensare che i governi come gli stati siano necessari che non s’accorge che da tempo, forse da sempre, essi sono un superfluo male:“…lavorando essi stessi alla loro servitù, poiché credono alla necessità dello stato, gli uomini fanno come gli uccelli che, davanti alla porta aperta delle loro gabbie, restano dentro le loro prigioni, un po’ per abitudine e un po’ per conoscenza della libertà”.

Le sue riflessioni sull’irredimibile ingiustizia di ogni autorità e della necessaria perversione di chi possiede ed esercita il potere restano questioni fondamentali. Le tante, articolate autorità che governano oggi il mondo, sono esse legittimate? Sono addirittura necessarie? E come fare per portare a termine quello che Locke chiamò l’appello al cielo, come liberarsi dal tiranno ingiusto, corrotto, incapace e tornare allo stato di natura? Non con la violenza ci dice Tolstoj, né, tantomeno, con vani tentativi di riforma: ogni uomo che dovesse toccare la mela d’oro del potere si corromperebbe. Solo l’unione pacifica ed egualitaria dell’umanità, che Tolstoj vede come il vero destino del mondo, potrà restituire l’uomo al proprio cammino cristiano.

Il rifiuto di obbedire al governo e di riconoscere i raggruppamenti artificiali in stati deve portare l’uomo “alla vita naturale piena di gioia e tutta morale delle comunità agricole sottomettendosi ai loro regolamenti, comprensibili a tutti e risultanti dal mutuale consenso e non dalla costrizione”. Non è un caso che la comunità agricola, su cui Tolstoj insiste con forte commozione, in russo si dica mir, che vuol dire anche mondo e, ancor più importante, vuol dire pace. Allora, tornati allo stato di natura, nessuna autorità e nessuna violenza sarà più necessaria poiché l’autorità deriva dal peccato originario (stavolta terrestre), e cioè l’appropriazione della terra con le differenze economiche –e quindi i conflitti- che ne sono derivati: “Colui che da solo possiede delle decine di migliaia di ettari in foreste ha bisogno di protezione quando vicino a lui milioni di uomini non hanno la legna per scaldarsi”.

Lo stato e l’autorità sono insomma ontologicamente ingiusti, perché nati e strutturati per assoggettare tanti a vantaggio di pochi. Sembra di sentire Marx, ma Tolstoj va oltre le classi e parla all’umanità intera.

Libertà, Uguaglianza e Fratellanza, valori cosi miseramente calpestati dalla storia, sono ancora gli ideali giusti e lo resteranno fino a che non verranno realizzati, ma, insiste Tolstoj, realizzarli con la violenza renderà vano, un’altra volta, il tentativo.

I potenti di oggi sono immuni da quest’errore? La presunzione dell’occidente di aver raggiunto la migliore forma di gestione del potere, dei soldi, della terra, degli uomini ci pone di fronte alla solita domanda scomoda: davvero si può esportare un modello, anche il migliore modello politico ed economico, senza compiere violenza sul prossimo? Chi dà il diritto ad una fittizia struttura statale di violare una reale libertà e una vita, di imporle tasse ingiuste, spesso di rubare, di condannare a morte? Quale meccanismo perverso autorizza, giustifica e addirittura loda un sistema di questo tipo? La salvaguarda della vita e dei diritti fondamentali secondo la classica letteratura politica da Hobbes in poi. Per Tolstoj invece queste sono menzogne colossali e la necessità dello stato è una superstizione fasulla. “Come vivremmo-si chiede- senza essere assoggettati a nessun governo?”

“Come viviamo oggi ma senza le bassezze che commettiamo a cagione di questa orribile superstizione. Noi vivremmo lo stesso ma senza togliere alla nostra famiglia il prodotto del nostro lavoro; non più sotto forma di tasse di diritti di dogana che servono solo alle cattive azioni; noi non parteciperemmo più agli arresti della giustizia, alla guerra, né a qualsiasi altra violenza che commette della gente completamente sconosciuta a noi”.

Il libro di Tolstoj, che copre, oltre all’analisi politica riportata, temi morali religiosi e storici, colpisce per la grandezza del pensiero, anche se a tratti risulta impossibile, estremo, utopico.

Ma l’utopia è necessaria per qualsiasi progetto umano e politico, come ricorda lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano con queste belle parole:

“Lei è all’orizzonte. […] Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare.”

Tolstoj ci aspetta, secoli davanti nel nostro cammino comune e questo libro ne è una fortissima, vivida testimonianza.

Raimondo Lanza di Trabia

Per la lettura: Guerra e Rivoluzione di Lev Tolstoj, (2015 Feltrinelli, p.177)

LE AUTOBIOGRAFIE POSSONO SERVIRE POCO MA AL PEGGIO INCURIOSISCONO

Se un bello spirito si metta in testa di argomentare contro il genere dell’autobiografia, è possibile che scelga come bersaglio “Confronting History- A Memoir” di George L. Mosse, pubblicata nel 2000 dall’Università del Wisconsin, tradotta da Laterza col titolo “Di fronte alla storia”. Secondo il suo seguace Emilio Gentile, autore di una Premessa all’edizione italiana, Mosse fu “uno dei più originali e innovativi storici dell’età contemporanea. Renzo De Felice molto lo ammirava. Credo si possa parlare, senza esagerazione, di una ‘rivoluzione mossiana’ nella storiografia sul fascismo e sul nazionalismo. Mosse sfidava gli approcci e le interpretazioni storiche convenzionali, operando da ‘agente provocatore’ per sfidare e violare pregiudizi, tabù, conformismi; convinto che la storia deve demistificare la realtà, indagare e penetrare i miti di cui gli esseri umani vivono.

Mosse, continua il professor Gentile, ha studiato il fascismo il nazionalismo il razzismo sforzandosi di situarsi all’interno di questi movimenti. Mosse:”Sono fermamente convinto che per comprendere il passato uno storico debba empatizzare con esso, in modo da vedere il mondo attraverso gli occhi dei suoi attori”.

Dal canto suo Walter Laqueur, che ha scritto la prefazione a “Di fronte alla storia”, sottolinea che Mosse divenne una leggenda quando era ancora in vita (morì nel 1996). Lacqueur vanta di avere cofondato e codiretto con Mosse il ‘Journal of Contemporary History’: ‘George era per temperamento un radical, ma in lui c’era uno spirito di tolleranza raro tra i ribelli. Incoraggiava i suoi studenti a leggere Marx in un’epoca in cui questo era nettamente fuori moda, ma pretendeva che leggessero anche i pensatori della destra. Non aveva la minima simpatia per gli atteggiamenti radical chic e per la correttezza politica.

Abbiamo azzardato che queste Memorie di Mosse facciano il gioco di chi voglia sconsigliare qualsiasi autobiografia, in quanto esse spronano sì a leggere le due dozzine di lavori di Mosse, ma non informano sui suoi particolari contributi alla storia del fascismo e del nazismo. Piuttosto “Di fronte alla storia” racconta, fin troppo, la storia interiore di George Mosse attraverso le vicende e le occasioni, grandi e spesso piccole, della sua esistenza quale individuo. Come malignerebbe un immaginario avversario di tutte le memorie, la ‘storia di se stesso’ è troppo poco per conoscere il concreto pensiero di uno storico.

Per esempio: Mosse racconta per filo e per segno il suo girovagare nel mondo, il suo cambiare alloggio; il suo ascendere in dettaglio nelle comunità accademiche delle università dell’Iowa, del Wisconsin e della Hebrew University di Gerusalemme; chi erano e come erano gli uomini e le donne- soprattutto docenti ma anche consorti, bibliotecarie, segretarie- che punteggiarono il suo gradus ad Parnassum. Ci descrive affettuosamente gli alloggi che abitò. Soprattutto ci informa spesso, quasi incessantemente, che è ebreo, che è omosessuale, di come evolvettero nei decenni la condizione e la psicologia di lui accademico, omosessuale ed ebreo.

Tutto questo non manca di un certo interesse; ma non ci aiuta in modo diretto e aperto a pensare meglio il fascismo, il nazismo, le società guadagnate al fascismo, la natia Germania e quello che Mosse chiama il pensiero ‘voelkisch”.

Le circostanze della sua vita sono certamente insolite. Nato nel 1918, rampollo di una famiglia molto ricca dell’alta borghesia ebraica, negli anni di Weimar fu educato nel rigido collegio Schloss Salem, talmente esclusivo da avere tra i discepoli il principe Filippo, futuro consorte della regina Elisabetta. Oltre a possedere tenute, grandi case e complessi immobiliari nel centro della capitale guglielmina, il padre del Nostro, Rudolf Markus Mosse, fondò la più grossa azienda pubblicitaria del Secondo Reich; in più un impero editoriale il cui fiore all’occhiello era il ‘Berliner Tageblatt’. All’avvento di Hitler la famiglia Mosse era già riparata a Parigi; il quindicenne Georg viaggiò da solo per raggiungerla. Seguirono gli studi a Cambridge, Harvard e altrove, poi l’emigrazione negli Stati Uniti e l’avvio di una carriera di didatta universitario molto dotato. Gli studenti accorrevano in massa alle sue lezioni, gli allievi migliori pubblicavano e ottenevano cattedre. L’evento più singolare, per un intellettuale ‘liberal’ sfuggito per un soffio al campo di sterminio, fu che alla caduta del comunismo si vide restituire gran parte dell’ingente fortuna dei Mosse.

L’Italia è stato il paese nel quale il Nostro si è affermato di più: anche se, all’inizio, la sua interpretazione del fascismo come manifestazione di una “nuova politica” (il suo libro più noto fu “Nazionalizzazione delle masse”) fu unanimemente respinta dalla storiografia progressista nostrana. Poi il perbenismo antifascista è molto cambiato: oggi pochi collocherebbero a destra George Mosse, come fecero i censori allineati.

Jone

JULIAN HUXLEY: LA SALVEZZA VERRA’ DA UN TIRANNO, SOLO OPERATORE DEL BENE

Questo Huxley, biologo di rango e in quanto tale primo direttore dell’Unesco, fu fratello di Andrew, premio Nobel 1963 per la fisiologia; e di Aldous, divo dell’intellettualità progressista britannica tra le due guerre. Aldous divenne famoso per romanzi- “Brave New World”; “Time must have a stop”- che denunciavano deviazioni e miserie della modernità. Successivamente Aldous additò le risorse spirituali che venivano dal misticismo orientale; per ripiegare infine nel buio pessimismo degli esordi. Thomas Huxley, biologo e nonno dei tre fratelli, fu rettore universitario e presidente della Royal Society. Sir Julian, il Nostro, professore a Oxford, apparve concentrarsi sulla biologia generale, mai trascurando però le implicazioni etico-sociali della sua scienza.

Ed ecco che nel 1934 scandalizzò i benpensanti della cultura ufficiale e del democratismo d’obbligo con un libriccino la cui traduzione italiana (Hoepli 1935) recava il titolo “Se io fossi dittatore…”. Un sasso nello stagno: Julian Huxley teorizzava che anche nelle società occidentali solo un tiranno benefico, un dittatore d’utopia, opererà il cambiamento: manco a dirlo, per la via autoritaria. Le democrazie sono negate alle riforme tempestive.

Dal pamphlet di Sir Julian riportiamo le enunciazioni più ardite, operando i tagli e i riassunti imposti dall’ esigenza di brevità: riportando dove possibile il testo; oppure parafrasandolo con onestà.

“L’era dell’industrialismo individualista e democratico, nella cui fase declinante viviamo noi inglesi e qualche altra nazione, fu incline a un’illusione di libertà. Oggi alcuni di noi abbiamo compreso che quella libertà era solo apparente. La libertà di voto della democrazia risulta la semplice facoltà di scegliere tra due partiti politici nei quali il votante non ha parte alcuna.

“Un miglioramento effettivo della qualità della vita è al di là del raggio d’azione della politica. Il libero mercato del lavoro ha fatto una commodity del lavoro stesso. Sono derivati: la distruzione degli antichi valori corporativi e dei rapporti organici tra le classi; l’ingrossarsi di una massa di proletari schiavi del salario; l’incertezza dell’occupazione; l’impossibilità di progettare il futuro. L’economia capitalistica del passato sta morendo. E’ imperativo decidere quale sistema possiamo sostituire a quello attuale.

“Come dittatore intendo fondare una comunità organica, equilibrata, stabilmente progressiva. Non voglio una nazione di bottegai né una di possidenti. Non voglio fluttuazioni improvvise e disastrose nell’economia. Non voglio l’individualismo liberista perché non è organico.

“Devo avere il mio popolo dietro di me. Il mondo può essere cambiato per il meglio, se lo vogliamo. Dovrò cancellare tutte le opinioni contrarie? Francamente prenderò ogni misura possibile per diffondere il mio modo di vedere e per ostacolare, non con la violenza, le opinioni contrarie. Studierò i vari sistemi per produrre l’entusiasmo delle masse e l’unità di fede che negli ultimi anni sono stati sperimentati in Italia, Germania, Russia e Stati Uniti.

“Il mio popolo sarà libero di professare ciò che vuole, dall’islamismo al marxismo. Nel mio Stato l’unica metafisica della sua filosofia è il ripudio delle metafisiche. Il mio Stato ha fini eminentemente pratici.

“Siccome l’economia sarà ristrutturata per corporazioni, automaticamente la pubblicità dovrà deperire. Il mio sistema agirà per plasmare il pensiero e i gusti del pubblico. I sociologi dimostrano che la completa libertà individualista finisce per generare il proprio crollo: un caos di gruppi dal quale sorge una reazione in favore del principio d’autorità.

“Se l’economia fosse gestita meglio che nel capitalismo, essa non sarebbe più in balìa della finanza. Sotto il mio governo sarà ristrutturata per corporazioni, il che faciliterà l’eliminazione delle aziende superflue e dei metodi inefficaci. Sperimenterò la limitazione dei profitti. Spero di erigere lo Stato socializzato senza passare per il socialismo.

“Per andare verso il disarmo e la fine delle guerre, comincerò coll’abolizione dell’aeronautica militare e con la rinuncia alla piena sovranità da parte degli Stati nazionali.

“Un tempo il sistema parlamentare e le elezioni furono abbastanza utili. Ma stanno morendo. Per accertare o saggiare la volontà del popolo sono sorti nuovi metodi. Forse il più pittoresco è lo ‘straw vote’ sperimentato negli Stati Uniti: un campionamento dell’opinione pubblica, una specie di referendum facoltativo prima delle elezioni vere e proprie. Mi trovavo negli USA e ricavai l’impressione che con lo straw vote procedere alle elezioni tradizionali fosse completamente inutile.

“Nella mia filosofia di dittatore la scienza e i suoi metodi sono i soli mezzi per conseguire vasti progressi in poco tempo. Nella storia i dittatori hanno perlopiù incarnato l’azione piuttosto che il sapere. Ma i tempi sono maturi per spronare il popolo a entrare nelle terre nuove dell’umanesimo scientifico. L’Inglese genuino è orgoglioso di riluttare agli esperimenti: ma ciò è stupido. Essere scelti come oggetti di esperimenti tesi al progresso dovrebbe essere un onore.

“Nello spazio di una generazione il mio governo dittatoriale riuscirebbe ad attuare le grandi riforme oggi impossibili. Creerebbe un nuovo spirito comunitario. Un buon dittatore deve essere non solo pragmatico, ma anche in un certo senso visionario. Soltanto la sua visione del futuro può condurre il popolo a destini migliori.

Julian Huxley, annotiamo noi, fu una delle non poche personalità che nell’Europa degli Anni Venti-Trenta (Gran Bretagna e Francia in testa, ma Spagna, Portogallo, Polonia e altri paesi al seguito) ammirarono le soluzioni autoritarie, fasciste e comuniste, alla crisi terminale del parlamentarismo e della democrazia elettorale. Il secondo conflitto mondiale sembrò salvare per sempre gli assetti d’anteguerra. Ma oggi che tutti i nodi sono tornati al pettine, ora che da noi non più dell’uno per cento ha rispetto per la partitocrazia, l’anelito di Sir Julian a un tiranno benefico, unico operatore di cambiamento, risulta profetico. Stimola al pensare coraggioso. Almeno ogni due o tre secoli occorrono le revisioni generali e i franchi ribaltamenti. Continuità e moderatismo sono nemici del bene.

Questo Huxley non poté non tener conto anche delle recenti esperienze iberiche: in particolare, tra il 1923 e il ’30 lo spagnolo Miguel Primo de Rivera risultò il ‘chirurgo di ferro’ invocato da Joaquin Costa. Fu il Dictador che amava il popolo invece che l’aristocrazia egoista cui apparteneva (e che lo fece cadere). Non poche delle riforme razionalizzatrici dell’Utopia di Sir Julian furono attuate con metodi spicci -ma senza spargimento di sangue e senza metodi oppressivi- da Primo de Rivera. Alla sua ‘modernizzazione autoritaria’ la Spagna dovette l’uscita dal coma in cui era caduta per la disfatta del 1898, per la perdita dell’impero e per la necrosi del parlamentarismo liberal-conservatore. Primo fu un dittatore filo-socialista, sostenuto da un partito socialista allora rispettabile.

Ottant’anni fa Julian Huxley, membro dissidente dell’Alto Establishment britannico, di fatto anticipò il non-conformismo di J.M.Bergoglio, il papa che i suoi nemici attaccano oggi come ‘il capo della sinistra mondiale’. Probabilmente sbagliano, ma è significativo che lo pensino. Anche Sir Julian mosse da una certezza: la politica della democrazia partitica è negazione del progresso e della giustizia; in più è inefficienza estrema. Realizza, a volte, in mezzo secolo ciò che questo Huxley voleva fare in una settimana. Precisò: tutto il potere non a un re-filosofo: a un re-scienziato.

Jone