NON HA SENSO RIMPIANGERE GLI ANNI CINQUANTA

E’ educativo rileggere due anni dopo il pezzo “I lavoratori usa e getta nel tempo del declino” di Luciano Gallino, celebrato sociologo di osservanza progressista; pezzo interamente volto a denunciare “i dirigenti confindustriali i quali riescono a dire che l’Italia è un paese in cui è difficilissimo fare impresa”. Per Gallino “più che una dichiarazione di insipienza è, da parte dei manager, un’offesa alla memoria dei loro predecessori, quelli che in meno di vent’anni fecero di un paese semidistrutto dalla guerra, che ancora nel ’51 aveva più del 40% di occupati in agricoltura, un grande paese industriale. Quegli imprenditori inventarono la Vespa e la Lambretta, fabbricarono milioni di auto utilitarie e di elettrodomestici, mentre i dirigenti pubblici quintuplicavano la produzione di acciaio, costruivano flotte di magnifiche navi e si imponevano nel mondo tra le grandi sorelle del petrolio. Tutti insieme crearono milioni di posti di lavoro stabile e decentemente retribuito. Si chiamavano, nel settore privato, Piaggio e Bassetti, Necchi e Olivetti, Pirelli e Valletta. Avevano di fronte dirigenti pubblici ed economisti come Sinigaglia, Mattei, Saraceno, Glisenti. Una generazione di grandi imprenditori e dirigenti che non sembra aver lasciato nessun discendente”.

Gallino ammette che c’è la crisi. “Tuttavia la produzione di auto e di elettrodomestici, di navi e di abbigliamento di fascia alta, non è cessata nel mondo, è cessata in Italia. Non sembra essere arrivato nulla di realmente nuovo. Le medie e le grandi aziende spendono una miseria in ricerca e sviluppo. Gli impianti sono tra i più vecchi d’Europa. Le fabbriche qua e là ci sono ancora, ma fabbricano in prevalenza disoccupati e male occupati (…) Ma piuttosto che piangere sulle supposte difficoltà di fare impresa in Italia, bisognerebbe cercare di capire perché gli imprenditori di vaglia sono diventati così pochi, i capitali si dirigono preferibilmente verso impieghi improduttivi, i brevetti scarseggiano e hanno modesti contenuti tecnologici”.

Questo tipo di analisi falso-ingenua autorizza a pensare che tra le concause del nostro declino figuri quella che potremmo chiamare l’insipienza dei sociologi di parte quali Gallino. Noi abbiamo poca simpatia per gli uomini d’impresa. Oggi l’imperativo non è di tentare di ripristinare l’impossibile, cioè le condizioni degli anni Cinquanta, bensì quello di svezzarci dalla crescita e dal benessere consumistico. E’ di convertirci alla vita semplice, senza il superfluo, col pane assicurato a tutti (a spese dei ricchi) invece che coi divari disgustosi che conosciamo.

In ogni caso, che studioso è un sociologo il quale lamenta non siano più i tempi della Vespa e della Lambretta, delle prime utilitarie e dei primi elettrodomestici, della quintuplicazione dell’acciaio, e così via? Se non sono più quei tempi è perché

è cambiato il mondo. Oggi la Cina, le Tigri asiatiche e un certo numero d’altri paesi che erano abitati quasi solo da contadini, boscaioli, manovali e pescatori, sono già in grado di produrre quasi tutti i manufatti importanti che il pianeta richiede, con una qualità crescente e prezzi spesso decrescenti. In più i nuovi produttori lontani operano in genere liberi da sindacati, partiti e parlamenti che avrebbero strozzato la rivoluzione industriale dell’Asia e che da noi hanno portato alla situazione attuale. Nelle parole di Gallino, essa è in Italia “quattro milioni di disoccupati, quattro milioni di precari che stanno invecchiando, migliaia di piccole imprese che chiudono ogni mese, milioni di vite ferite, compromesse, assediate da un futuro di disperazione”. E’ l’altra faccia del capitalismo di cui Gallino ha nostalgia, con tutta l’osservanza progressista.

Senza un ripensamento rivoluzionario, niente potrà fermare sulla distanza il declino dell’economia industriale d’Occidente, coll’eccezione temporanea di comparti futili o dannosi come la moda, il lusso, gli sport, l’entertainment, gli armamenti. Concause di questo declino sono gli eccessi della tassazione, della conflittualità, dello stesso benessere diffuso che esige retribuzioni e aspettative crescenti. Col tempo le aspettative scemeranno, ma non coll’immediatezza che i nuovi tempi esigerebbero. Dunque il nostro indebolimento competitivo non potrà che accentuarsi. Le ripresine che spunteranno qua e là incrementeranno l’automazione più che l’occupazione. Si accentueranno i mali per cui Gallino si straccia le vesti e rimpiange il miracolo economico che non verrà.

Il paragrafo conclusivo dello scritto del sociologo è anche il più indeterminato, quindi il meno utile: “Bisognerebbe cercare di capire perché gli imprenditori e i dirigenti pubblici di vaglia sono diventati così pochi, i capitali preferiscono gli impieghi improduttivi, i brevetti scarseggiano e hanno modesti contenuti tecnologici. Se non si cercherà di fare qualcosa lungo questa strada, la pratica dei lavoratori utilizzati come usa e getta continuerà a diffondersi”. Il professor Gallino non ha chiarito: “fare qualcosa” che vuol dire e a chi spetta. Un tempo a fare qualcosa era la mano pubblica, e lo faceva a debito. Oggi, se anche volessimo -e non vogliamo- dilatare ulteriormente il nostro debito, avremmo l’obbligo assoluto di astenerci. Le industrie inventate dallo Stato portano male perché sono false.

Meglio la decrescita, col rancio garantito a tutti a spese del lusso, della moda e degli sport: sono fissazioni nazionali, ingannevoli perché in qualsiasi momento gli asiatici si butteranno sui business frivoli nei quali ci crediamo imbattibili. Si dimostreranno più in gamba di noi, per di più liberi dagli impacci della sociologia.

A.M.C.

PER NON MORIRE, TUTTE, LE SINISTRE SCOPRANO LA DEMOCRAZIA DIRETTA

C’è il grande contrattacco in Francia della destra di Sarkosy. C’è in Italia il tambureggiare delle conferme che democrazia=impostura più ladrocinio, e che il Ventennio non era peggio del Settantennio. Si ingrossa nel mondo l’evidenza che tutto avanza -cominciando dalla ferocia di Boko Haram e dall’arroganza reazionaria alla Dick Cheney o alla Bibi Netanyahu- fuorché il ‘progresso senza avventure’ di Obama, Mattarella ed altri benpensanti. Che aspettiamo a ricrederci su quasi tutte le nostre certezze?

Per esempio. Che il mercato sia infallibile ed equanime nel temperare le disuguaglianze e moderare gli eccessi. Che ‘i diritti’ siano il valore dei valori. Che la democrazia liberale, pur coi suoi difetti, resti il meno peggio. Che la libertà garantisca la buona vita. Che la laicità valga più delle fedi. Siamo entrati davvero nel Terzo Millennio, ma da troppi secoli ripetiamo le stesse cose. Il capitalismo propaga benessere. Invocare la Madonna e i Santi propizia miracoli a conforto di chi soffre. Le sinistre amano il popolo.

Il più pernicioso degli inganni è quest’ultimo. Le sinistre non amano il popolo. Amano i propri miti, cominciando dalla presunzione d’essere portatrici di verità superiori. Amano praticare il settarismo, talché sono un paio di secoli che si scannano tra loro. Quando conquistano il potere il settarismo le costringe coi suoi delitti a farsi odiare: lo fecero i giacobini del Terrore 1793-94, lo fecero i bolscevichi, lo fece Stalin, lo fecero i partigiani quando prevalsero su nemici sfiniti.

Il bilancio finale per le sinistre è così disastroso che per saggezza esse dovrebbero annullarsi, ripudiare il retaggio e le glorie, sparire per rinascere totalmente cambiate. Giorgio Napolitano e Massimo D’Alema hanno sì abiurato una fede torva, ma sono passati in un campo peggiore del loro: il campo del servaggio agli USA e del liberismo immorale. D’Alema pensa addirittura da operatore vitivinicolo. In sé questa conversione al fatturato è etica calvinista in confronto alla schietta ruberia che è il credo di quasi tutti i professionisti della politica.

Orbene: per un secolo i capi del defunto Pci hanno plagiato gli intellettuali, facendo di loro dei servi sciocchi o dei maiali di Circe. Prima di esalare l’ultimo respiro, i diadochi di Berlinguer non dovrebbero indurre i residui intellettuali organici a conferire i loro cervelli (e l’istinto di sopravvivenza) alla ricerca di un’idea nuova, opposta al marxismo-leninismo da obitorio, ma opposta anche al nichilismo proditorio di Napolitano & D’Alema? Nella moria delle ideologie otto-novecentesche, l’idea di fermare la metastasi dei politici di mestiere, cioè di cancellare la delega elettorale, è destinata a vincere sulla distanza: ma ha bisogno di molto tempo per imporsi. Se i Napolitano e i D’Alema si sono bruciati definitivamente, altri ex-dirigenti del Pci non troverebbero la forza di rigenerarsi come manager di reclutatori di una verità più giovane, quella di una Polis senza politici e di un comunitarismo senza comunisti portasfortuna? I tanti cattivi maestri che ancora dominano le cattedre, le case editrici, i giornali, i media e altri pulpiti, non si riscatterebbero approdando a un pensiero bruscamente nuovo, opposto sia al loro, che è pensiero della sconfitta, sia a quello dei reazionari, falsi vincitori?

Parliamo dei pochi ex-leader rossi cui sia rimasto qualche potenziale di influenza. Non di quei politici d’oggi -la sinistra Pd- che ancora prolungano il vecchio gioco del settarismo e che in realtà sono il nulla. I pochi intellettuali che sono con loro e da cui attendersi qualcosa, hanno perso la ragione a fare e a militare come se nulla fosse cambiato?

A.M.Calderazzi

KANZLER RENZI SI AFFIANCHI UNA GIUNTA 30 CITTADINI SCELTI RANDOM DAL COMPUTER

Il Renzi riformatore delle istituzioni è un Gulliver nel paese di Lilliput. Presi singolarmente, i lillipuziani (la classe politica) sono minuscoli; ma sono tanti, e alla fine riescono a immobilizzare il gigante. Matteo Gulliver voleva fare l’audace legislatore e invece dovrà contentarsi, se gli andrà bene, di una nuova legge elettorale. Vanta che essa sarà presto imitata da altri paesi, ma sbaglia: un metodo di elezioni vale un altro. Sono le elezioni che dovrebbero sparire, sostituite dal sorteggio.

L’aspirante Kanzler dovrà anche contentarsi di rimpicciolire, e riempire di portaborse locali, un Senato che andava semplicemente abolito. Oltre a tutto, non sentiamo parlare di rendere lillipuziana la sede di tale senato, tenuto in vita per non ingrossare le armate di politicanti disoccupati/esodati. Nessuno si meraviglierà se il bilancio della futura assemblea di salvataggio, lungi dall’essere miniaturizzato, risulterà quello del Senato vecchio, sfoltito qua e là.

Che riforma è una che conferma quasi tutte le cose come sono, invece di capovolgerle? Si veda il ruolo dell’uomo del Colle. In prospettiva è doverosamente destinato ad assomigliare a un Bundespraesident cerimoniale, prezioso per non sprecare il tempo e il drive del Cancelliere, unico governante vero. Invece Gulliver mantiene il cosiddetto capo dello Stato su un trono maestoso, spropositato e preso troppo sul serio per quello che è il suo ruolo effettivo. E’ apparso sì capace di deporre Berlusca: ma Berlusca si è deposto da sé dimostrandosi pessimo tra gli statisti ed elargendo ricchezze a un corpo di ballo di troie.

Tenendo il Quirinale al vertice della Nazione, Gulliver appesantisce l’esposizione sua e dell’inquilino del Quirinale al processo di impeachment che entrambi un giorno meriteranno per avere perpetuato lo scempio di una reggia troppo costosa, fatta per i papi peggiori della storia cristiana.

La logica del Buongoverno esigerebbe la cancellazione di gran parte delle categorie almanaccate dai costituzionalisti, e la rottamazione della Costituzione stessa. Per esempio, il tempo e l’energia del Cancelliere non vanno sperperati in compiti di rappresentanza. Per questi ultimi ci vorrebbe un ciambellano ad hoc, e non uno pseudo-monarca settennale che si suppone fare il capo supremo degli eserciti, nominare i ministri e sciogliere le camere, dunque in teoria essere l’uomo di vertice. Per deporre corone al Vittoriano, ricevere boriosi ambasciatori spesso da operetta e dare un’occhiata frettolosa alle loro credenziali, basterebbe un ciambellano sorteggiato per 6/12 mesi, non rinnovabili, tra magistrati medio-alti in pensione. Basterebbe anche il titolo di Primo Cittadino e non di presidente, basterebbero poche decine di funzionari, lacché q.b. (quanto bastano) e un solo corazziere per i selfie delle ambasciatrici. I costi si nanizzerebbero e l’operato del Cancelliere migliorerebbe.

Anche perché il Cancelliere farebbe bene a farsi affiancare da una piccola giunta di una trentina di consultori/controllori, scelti a sorte da un computer centrale programmato ad hoc tra persone in possesso di requisiti particolari: culturali, professionali, di volontariato caritatevole ed altri. Nessuno di essi dovrebbe essere affiliato a partiti o a gruppi di pressione. La sperimentazione di modesti meccanismi di democrazia semidiretta consentirebbe a tempo debito di varare la partecipazione dei cittadini al governo della Polis, sempre utilizzando il procedimento randomcratico. In uno stadio finale della sperimentazione lo stesso Cancelliere, responsabile unico dell’Esecutivo, potrebbe essere sorteggiato tra i cittadini oggettivamente più qualificati di tutti.

In una fase iniziale questa giunta di ‘cittadini coinvolti’ avrebbe soprattutto la funzione di stabilire un principio: che persone scelte randomcraticamente possono dare un contributo senza essere state designate dalla classe politica e dalle urne. Gradualmente verrebbero aggiunti altri compiti, fino al giorno che la giunta dei cittadini consultori, dilatata fino a un centinaio di membri, diventasse una seconda camera, non eletta ma sorteggiata, dotata di poteri limitati. Sostituirebbe il Senato dei portaborse locali.

A.M.C.

CONTRO IL MALAFFARE E I PARTITI ROTTA GOLLISTA VERSO UNA DEMOCRAZIA MIGLIORE

Il solo aspetto d’interesse dei più recenti tra gli scandali di giornata è che nell’assetto attuale il decisionismo di Matteo Renzi -l’unico che esista- nulla potrà contro i cleptocrati. La lotta al duopolio Casta-imprenditoria tossica doveva essere la prima priorità del Rottamatore; non quelle che egli chiama riforme costituzionali e invece sono aggiornamenti cosmetici.

Che un anno dopo l’avvento del renzismo si venga a sapere di Incalza, di Lupi, del Rolex al figlio del ministro, della casa romana donata alla figlia di Incalza, ci dà la certezza che le tangenti -sostanza del regime- non saranno nemmeno scalfite dal Rottamatore. Se anche fosse ambizioso e inarrestabile come il Bonaparte primo console, Matteo sarebbe addomesticato oppure disarcionato dal Sistema Italia. Perché il Sistema Italia è corazzato dalla Costituzione manomorta, dallo stato di diritto, dai codici, dall’omertà dei mille parlamentari e del mezzo milione di parassiti e farabutti che vivono di politica.

Matteo Renzi, conclamato il più efficiente tra i nostri Proci nel perseguimento dei propri fini, sarà sconfitto dalle controffensive degli interessi, dalle prassi, dalla continuità, dalle Istituzioni, dalla Costituzione che è la fortezza inespugnabile del sopruso cleptocratico. Renzi ha scelto di agire entro la legalità, e la legalità è come l’inverno che trasforma in ghiaccio il mare di Barents. Bonificare lo Stato-canaglia fondato da De Gasperi-Togliatti-Nenni in combutta col malocapitale è di fatto impossibile. Nessuno riuscirà a cambiare le cose a termini di legge.

Per esempio. Occorrerebbe l’elettrochoc di cancellare tutte le pensioni d’oro e tutte le iperliquidazioni; di colpire forte le grosse eredità; più ancora, di destituire in tronco la maggior parte dei superburocrati, e poco male se alcuni di essi non meritassero appieno di espiare. Salus populi suprema lex esto dicono le Dodici Tavole; dunque ogni sacrificio sarebbe giusto. Per dirne una: non difettiamo di burocrati meno arrivati (tra l’altro più giovani e meno costosi) abbastanza sperimentati da saper rimpiazzare i destituiti. Ebbene il sistema vieta di potare, di destituire for good. Eppure la sola via per risanare la funzione pubblica sarebbe la decimazione: estromettere a sorte un funzionario su dieci (gli altri capirebbero), processarlo per i tipici reati dei funzionari, addossargli l’onere di dimostrarsi innocente, e si fotta lo Stato di diritto. Idem andrebbe fatto a carico degli appaltatori e dei faccendieri: non attendere che compiano i reati ma colpirli preventivamente, salva la possibilità di dimostrare infondata la misura punitiva.

In altre parole. Nel contesto italiano solo il Terrore, non cruento come nel 1793-94 però con garantismi zero, metterebbe in fuga le orche assassine della corruzione. Ma occorrerebbe una crisi prerivoluzionaria. Mancando questa e senza l’elettrochoc di misure draconiane il popolo resterà per sempre impotente.

Invece di farsi impressionare o condizionare dalle sciocchezze di alcune Vestali del parlamentarismo contro la deriva autoritaria e contro l’uomo solo al comando, Renzi dovrebbe attuare la deriva e, in larga misura, fare da solo o con gente in gamba sul serio. Meglio che queste cose le faccia lui, forzando al limite il quadro legale, che sfidanti estremi tipo i colonnelli greci del 1967 : essi non avrebbero altra risorsa che la violenza delle armi.

Sono incurabili i mali di questo regime. Il meno che occorra fare è smontare in grande la Costituzione e ricostruirla come fece Charles de Gaulle. Le cose hanno provato che egli non era né un oppressore né un tiranno; che spegnendo la cianotica Quarta repubblica prese la decisione giusta. Aveva sì molta tempra. Ma anche Renzi ha più tempra dei suoi pari. Non ha la legittimità storica di de Gaulle, anche se una modica quantità se l’è guadagnata. Dopo tutto de Gaulle non vantava alcuna gloria militare, non era nemmeno un generale vero.

Renzi rafforzi molto la sua energia, a fin di bene. Cerchi di configurare un gollismo giovane, conservatore in quasi niente. Faccia tesoro della lezione francese e di quella svizzera. La prima è che mortificare i partiti e il parlamento non è totalitarismo. La seconda, che introdurre la democrazia vera, quella semidiretta e, diciamo così, elettronica- come esige il nostro tempo- produrrà il Buongoverno.

Antonio Massimo Calderazzi

QUANDO AMENDOLA TENTAVA DI RIABILITARE STALIN

Quarant’anni dopo la pubblicazione di A conquistare la rossa primavera (libro sottotitolato romanzo autobiografico) di Davide Lajolo (“Ulisse” come comandante partigiano), rileggo la Prefazione di Giorgio Amendola. L’ultimo paragrafo fa impressione. Dice: “Ugualmente schietto e sincero risuona (nella Resistenza -n.d.r.) il grido di Viva Stalin. I combattenti cadono al grido di Viva l’Italia e di Viva Stalin. La ristampa del libro di Ulisse ci permette di recuperare un linguaggio che era politico, non economicistico, era un linguaggio nazionale e internazionalista, che esprimeva la forza dei grandi ideali nazionali ed internazionalistici, di indipendenza e di pace, che guidarono i partigiani italiani. La critica a Stalin non deve fare dimenticare quello che egli allora rappresentava: l’URSS, l’Esercito sovietico, la vittoria di Stalingrado, la grande guerra patriottica del popolo russo e la coalizione antifascista mondiale”.

Quando il Partito comunista meritava, ad ogni modo otteneva, l’amicizia di molti che comunisti non erano, io ebbi alcuni contatti sia con Lajolo, sia con Amendola. Non condividevo il concetto, i fini e i metodi della Resistenza di cui i due erano stati protagonisti. Amendola aveva ordinato a Roma l’attentato di via Rasella, antefatto delle Fosse Ardeatine. Pensavo, e tuttora penso, che per via delle inesorabili rappresaglie germaniche i partigiani uccisero in tutta Europa più concittadini che tedeschi. Via Rasella resta per me un episodio terroristico, non la ‘azione di guerra’ che ai suoi autori fruttò lodi, medaglie, seggi parlamentari e altre ricompense di regime.

Tuttavia sia Lajolo che Amendola mi erano apparsi meritevoli della mia deferenza e simpatia. Ignoro ciò che pensassero di Stalin quando li incontrai, oltre un decennio dopo che il famoso Rapporto di Krusciov al XX Congresso del PCUS aveva rivelato i crimini di Stalin e lanciato la destalinizzazione. Mi chiedo che scriverebbe oggi il capo dei miglioristi del Pci sul feroce successore di Lenin. Si è arrivati a stimare a venti e più milioni le vittime dirette o indirette degli ordini di Stalin. Le vittime possono essere state meno, ma p.es. è oggettivo che non morirono di morte naturale virtualmente tutti gli artefici della Rivoluzione d’Ottobre, Lenin a parte, più gli innumerevoli generali e gerarchi sacrificati nei grandi processi degli anni Trenta. Adolf Hitler spense meno vite di Stalin. Si oppone naturalmente che le circostanze erano diverse.

Lo erano, ma è difficile immaginare oggi un Lajolo o un Amendola che non ripudino il parossismo di delitti dell’uomo, Stalin, che contribuì in modo decisivo a uccidere l’idea comunista e a mobilitare durevolmente contro il comunismo i popoli che lo hanno sperimentato.

Giorgio Amendola suggellò la sua Prefazione sostenendo che “nel corso della Resistenza il popolo conquista la Patria e ne diviene la forza dirigente”. Ciò è naturalmente falso: il Pci e gli altri partiti dell’oligarchia cleptocratica divennero la forza dirigente. Lajolo non propone l’impostura del popolo vittorioso. Piuttosto un certo numero di volte addita le qualità e virtù dei comunisti, a quel tempo considerati schiera d’élite, falange di valorosi lottatori. In effetti i partigiani furono spesso eroi oltre che assassini. Lajolo menziona per esempio un suo zio operaio comunista di Alessandria, dove un bombardamento gli ha tolto la casa e l’unico figlio. Sostiene che lo zio operaio “lotta per attendere l’alba di un nuovo mondo”. Di un partigiano che ha avuto il braccio troncato riferisce le parole “Perdere un braccio è triste, ma sono un comunista e non ho paura”.

Ines ‘meravigliosa staffetta e telefonista partigiana che ha già sofferto la tortura dei fascisti e la prigionia’, chiama: “Il nemico ci piomba addosso da ogni lato, li ho a pochi passi. Non ho paura. Viva Stalin!” e chiude il telefono. Era assurdo che si chiamassero ‘combattenti per la libertà’ quei comunisti che inneggiavano a Stalin, arcinemico della libertà.

Ma torniamo ai (sobri) evviva di Lajolo. Entrati vittoriosi i partigiani a Torino, Ulisse nota: “Ci siamo incontrati con la classe operaia, con l’esercito possente della Fiat: Mirafiori, Lingotto, Spa, Fonderie. Ora mi accorgo che questo popolo condurrà avanti l’Italia”.

Un operaio di Mirafiori, padre di un caduto partigiano, risponde a Ulisse che cerca di consolarlo: “Non dirmi parola. Io capisco. Sono un partigiano della libertà da anni. Sono stato anche in carcere con Gramsci. Voi (della Resistenza) avete fatto avverare la profezia di Gramsci. Mentre eravamo trasferiti a un altro carcere vedemmo sfilare migliaia di giovani fascisti. Dissi a Gramsci che l’Italia di domani sarà fascista perché costoro hanno saputo avvelenarla nel sangue. E Gramsci, con voce calma: “Non sarà così. Dipenderà dal lavoro che sapremo fare. Quei giovani saranno con noi e ci aiuteranno a trasformare l’Italia”. Ne diceva e scriveva di balle, inutili quando non nocive, Antonio Gramsci!

Trascrivendo i non molti passaggi fideistici di Lajolo, il Viva Stalin della partigiana Ines è l’unico in cui mi sono imbattuto. Credo più a Ulisse che ad Amendola. Rivendicando la grandezza di Stalin il secondo esprimeva una fede avvelenata. Stalin fu, per numeri di assassinii, più spietato di Adolf Hitler. Oggi sappiamo che inneggiare a Stalin equivarrebbe a glorificare la ferocia in quanto categoria universale. I comunisti furono il nerbo e anche gli eroi di una causa sbagliata; pochi decenni l’hanno cancellata. Lajolo, più virtuoso dell’uomo che aveva voluto via Rasella, mentì a volte per amore.

Tacque, o non capì, che il sogno del comunismo fu spento già da Lenin, e assai più da Stalin. Lo ripropose menzogneramente la generazione di Gramsci e Togliatti; lo liquidò quella di Berlinguer e D’Alema; lo rinnegò in modo abietto Giorgio Napolitano, transfugo dal campo dei proletari a quello del New York Stock Exchange e dei droni di Obama.

A.M.C.

AIUTI ALLO SVILUPPO NON STANZIAMENTI BELLICI FRONTEGGERANNO LA MINACCIA ISLAMICA

Per la sfida del terrorismo odierno, assai più estesa e più minacciosa che prima delle possenti spedizioni crociate di G W Bush, “esiste una sola soluzione definitiva. Se si destineranno agli aiuti per lo sviluppo buona parte delle spese militari del mondo industrializzato, i popoli poveri ripudieranno l’estremismo, ameranno gli americani e i loro scudieri”. Questa soluzione additata da Internauta sotto il titolo La guerra obbligatoria non esiste più potrà apparire apodittica.

Allora la dimostrazione dialettica cerchiamola in uno scritto di Emanuele Severino (Corriere della Sera, “Ma l’Occidente non ha perso”, 10 gennaio): “Al centro dei fenomeni del nostro tempo c’è la fame. Fortemente cresciuta rispetto al passato: sia per il modo in cui viene distribuita la ricchezza prodotta, sia per la crescita smisurata della popolazione mondiale. Inevitabile quindi la pressione degli affamati su chi riesce a sopravvivere. Inevitabile, anche, che si facciano avanti le forze che progettano di sfruttare a proprio vantaggio la volontà degli affamati di godere anch’essi dei beni esistenti sulla terra. Ieri la maggiore di queste forze era l’Unione Sovietica. Quel progetto è stato ereditato dall’Islam, che vede nel capitalismo e nella cultura dell’Occidente il male assoluto”.

Se il nostro filosofo ha ragione, se al centro di tutto c’è la fame, ecco argomentata la tesi di Internauta: non le guerre di G W Bush e di Obama, né quelle da ridere della ministra Pinotti, ci difenderanno dalla minaccia terroristica. E qui avanziamo un’altra asserzione apodittica: la crociata vagheggiata dalla politicante ligure (una ‘signora delle tessere’ che l’Imperioso fiorentino ha voluto al comando delle nostre temibili armate) sarebbe non più ma meno ridicola da quella che i giornalisti d’attacco esigerebbero da Obama. Infatti le guerre irakene e afghane hanno mostrato che l’Iperpotenza planetaria può fare sciocchezze tali da riabilitare un po’ una colonnella del Pd. La Casa Bianca, pur avendo ben altre responsabilità e ben altri doveri che la Pinotti, e pur avendo assai più da perdere, non fa che sbagliare dal tempo della guerra di Corea, 65 anni fa, quando cominciò a fidarsi troppo dei suoi arsenali bellici. Oggi le spedizioni di conquista USA, disumanità a parte, fanno ridere come la Pinotti non riuscirebbe.

Gli oneri, innanzitutto economici, di contrastare il terrorismo erede del ruolo antagonistico che fu dell’Urss, sono incalcolabili. I costi di capovolgere la nostra strategia, di spendere in assistenza allo sviluppo invece che in cannoni, sono invece facilmente calcolabili. Vanno conteggiati algebricamente, al netto dei lutti, dei rimorsi e degli spasmodici apprestamenti difensivi che l’Occidente ricerca di continuo, sempre più futilmente.

I combattenti fondamentalisti sono spesso feroci e anche, a volte, sprezzanti della loro stessa vita. Quanti di loro direbbero no non solo a un reddito pacifico, anche alla soddisfazione di avere costretto l’Occidente a ripudiare le Crociate?

Le migliaia di miliardi che si distogliessero dai nuovi armamenti farebbero, grazie alle tecnologie più avanzate, verdeggiare i deserti che predominano nei paesi africani ed asiatici, i paesi dell’Islam. Chi di noi saprebbe dimostrare che gli attuali nostri arsenali bellici -già costruiti, già pagati, sempre utilizzabili- sarebbero inadeguati a difenderci dai più allucinati tra gli estremisti, pratici di coltellacci e di semplici mitra, non di grandi armamenti che esigano contro-panoplie atlantiche o statunitensi sempre più costose?

A.M.C.

SERGIO SI CONTRAPPONGA AI PREDECESSORI. NESSUNO ESCLUSO

“Presidente, ora apra il Quirinale”. E’ un giornalista fortunato, oltre che importante, G.A.Stella, visto che Il Corriere resta al suo fianco senza vacillare in merito al destino del Quirinale. L’11 febbraio gli ha affidato ancora il primo degli editoriali, ribadendo con quell’Apra il Quirinale di disapprovare la scelta del Primo Cittadino di insediarsi nella reggia dei papi sbagliati e dei Savoia. Disapprovazione che ovviamente è anche la nostra (v.Internauta online, “Il misfatto di metter casa al Quirinale”).

Da giornalista di talento, il Nostro esordisce additando un modello concreto e virtuoso: “Nel solo 2014 il Palazzo reale di Madrid ha avuto 1,2 milioni di visitatori, mostre temporanee e dipendenze escluse. Quanti il Quirinale in tutti gli anni di Napolitano. Il confronto dice tutto. E potrebbe spingere Mattarella a chiedersi: può essere sufficiente, come gira voce, aprire qualche sala in più, per qualche ora in più la domenica, prolungando fino alle otto di sera le visite previste ora soltanto la mattina? Può essere vantato come un grande successo l’ingresso nella “casa degli italiani”, nel 2014, di 15.400 alunni e insegnanti, pari a 42 al giorno, cioè poco più di quanti studenti visitano quotidianamente la redazione del Corriere?”

Quale membro, il più importante, della Casta, Sergio Mattarella ha certo titolo a dire no a Stella, al Corriere e ad ogni altro Internauta. La repubblica di De Gasperi, Togliatti & Partigiani si rivelò presto, ed è rimasta, uno Stato-canaglia nel quale ogni usurpazione e ruberia resta impunita se abbastanza sfrontata. L’Italia miserabile uscita dalla guerra non aveva il diritto -oltre a tutto essendosi proclamata una repubblica semiproletaria fondata sul lavoro- di alloggiare il proprio capobonzo nella reggia più sfarzosa al mondo. Non doveva permetterselo. Fu una malazione, un reato. Un giorno i responsabili della scelta, tutti coloro che hanno abitato il palazzo e tutti gli eredi degli uni e degli altri andrebbero processati da un tribunale straordinario e vendicativo; andrebbero condannati a indennizzare il Paese per un settantennio e più di abusi e di oneri. Il presidente della Casta, dicevamo, è legittimato a far male come i suoi predecessori. E un eventuale Giustiziere, un giorno, avrà il diritto a farla pagare, a lui come ai vertici della Casta. In Grecia, forse, gli oligarchi saranno improvvisamente chiamati a rispondere.

Non basterà affatto aprire sale quirinalizie a visite guidate, col probabile risultato che i suoi gestori riusciranno a farsi aumentare il bilancio. Occorrerà ripudiare in toto la reggia per il male che rappresenta da quasi mezzo millennio. E’ un simbolo di vituperio, e i simboli sono macigni. Deve smettere di costare più di ogni altra residenza di vertice sulla Terra. Deve passare a produrre un reddito adeguato alla sua importanza di reggia malfamata.

Se eretta in supermuseo, potrà risultare primo sul pianeta, col decuplo dei visitatori del palazzo reale di Madrid. Infatti occorrerà promuoverlo più e meglio di qualsiasi Expo. Occorreranno vaste campagne di lancio per fare edotto il pianeta di una risorsa senza paragoni, in una città unica al mondo. E dove vivono e scroccanooltre milleseicento cortigiani, corazzieri e lacchè, dormano altrettanti turisti paganti.

“Sono in tanti ormai, argomenta G.A.Stella, a invocare la trasformazione del Quirinale. Certo, rovesciare di colpo le scelte dei predecessori non è facile. I presidenti nei decenni hanno privilegiato il palazzo come luogo simbolo dell’eccellenza e del prestigio. C’era un senso nel vivere il Quirinale come una sorta di reggia laica. Ma oggi? Anche Francesco, scegliendo di vivere in un bilocale, aveva lo stesso problema: non sarebbe suonata, quella decisione, come una presa di distanza dai pontefici precedenti? Ha deciso la svolta. Dio sa quanto il gesto sia stato apprezzato dai fedeli”.

Neghiamo categoricamente che Mattarella debba curarsi della disapprovazione di quanti l’hanno preceduto, tutt’altro che meritevoli. Come notavamo più sopra, hanno fatto i sommi dignitari di uno stato malfattore, nel quale i cattivi comportamenti sono regola. Il Primo Cittadino, lungi dall’attenersi ai predecessori, se ne differenzi più che può. Se vuole la svolta, rinneghi in toto la reggia edificata dai papi-anticristo col denaro tolto ai poveri. Ne esca scuotendo la polvere dai calzari, come gli comanda il Vangelo. Metta fine allo sconcio del fasto anticristiano. Il presidente sembra voler imparare la lezione di Bergoglio: ebbene faccia il contrario dei predecessori.

Nessuno escluso.

A.M.C.

LA GUERRA OBBLIGATORIA NON ESISTE PIU’

A cento anni esatti dai negoziati che ci fecero precipitare nel carnaio del primo conflitto mondiale, abbiamo avuto tre dei quattro governanti teoricamente preposti alla pace e alla guerra -presidente del consiglio, ministro della Difesa, ministro degli Esteri; (il capo dello Stato taceva)- i quali annunciavano che serviva una nostra spedizione in Libia, e che eravamo “pronti a combattere”. I polli rideranno molto a lungo di questo annuncio, presto sconfessato da Renzi. Combattere è una prospettiva su cui finora avevano farneticato solo bislacchi colonnelli in pensione, i piazzisti di Finmeccanica e quelli delle industrie d’armi bresciane, più gli sparuti nostalgici di quando lo Stivale dichiarava lo stato di guerra a intervalli regolari.

Fin qui la cronaca di una ridicola sesta settimana del 2015. Ora potrà seguire sia un immediato rinsavimento dell’opinione pubblica (per un attimo essa era sembrata, grazie ad alcuni giornalisti pagliacci, bisognosa di sangue); sia, in teoria, l’esatto contrario. Non ci sono parole abbastanza sprezzanti per descrivere le enormità cui il paese potrebbe arrivare se gli toccasse quanto capitò ai nostri nonni, cento anni fa. Le città dell’Europa intera impazzirono. Non solo gli studenti e i poeti, anche tutte le altre risme di interventisti reclamarono di procombere per questa o quella causa. Molti milioni di uomini furono accontentati, e un multiplo di loro si trovarono orfani, vedove, madri e padri in pianto.

Tutto ciò, questa follia collettiva, avvenne da noi assai meno che nelle città europee più protagoniste delle nostre del delirio patriottico. Berlinesi e parigini, più controllati i londinesi, più angosciati i viennesi, più rassegnati i pietroburghesi, più pazzoidi e animaleschi i belgradesi, tutti inneggiarono a gloriose vittorie, a superlative asserzioni delle rispettive virtù guerriere. Sappiamo come andò a finire nelle mattanze di Verdun, dell’Ost-Front, del Carso. Chi voleva morire in bellezza, qualche volta riuscì. Tutti gli altri morirono come bestie da macello. E dovettero farlo for King and Country: non solo per la patria, anche per fare contenti sovrani e principessine. Le guerre giuste non esistono, non sono mai esistite: E’ esistito il feticcio King and Country. Sul Carso, nella più tragica delle guerre dello Stivale, vigeva l’insultante obbligo di gridare “Savoia!” nell’andare all’assalto. “W il Duce”, almeno questo, non fu mai obbligatorio per il grosso dei combattenti.

Alla Trimurti bellicista di cui al nostro incipit si sono aggiunti un Berlusconi fuori di testa e un tot di oligarchi ladri e di pennivendoli più patriottici degli altri. Se si cercheranno di imporre gridi di battaglia quali “Costituzione!”, “Diritti”, oppure “Nozze gay and lesbian” è certo che i nostri assalti leonini avverranno in desolato silenzio. Nessuno si avventerà sul nemico inneggiando all’uguaglianza dei sessi, alla modernità, ad altri idola tribus. E se praticamente nessuno vorrà morire a beneficio dei vignettisti blasfemi, ancora meno si vorrà morire per i supermarket kosher o per gli imperativi di Netanyau. Occorre farla finita con le faide assassine. Lo stralunato e tragico 1914 vide un intero continente, allora il continente del dominio sul pianeta, abbandonarsi all’irrazionale. Morirono per primi coloro che si dicevano innamorati della morte. Fu la più grande e la più vera delle tragedie sofferte dall’uomo.

Tuttavia la guerra non si limita a falciare i combattenti. Arriva a farli morire nel ridicolo.

Centoquarantacinque anni fa i ristretti circoli che contavano nel Secondo Impero francese si concessero il lusso di imporre la più fatua delle guerre contro la Prussia, cioè contro la Germania che andava ergendosi unita e possente. Si trattava del trono di Spagna e il candidato prussiano, Leopoldo di Hohenzollern, rinunciò a concorrere di fronte alla veemente opposizione di Parigi (non un sovrano germanico anche a sud dei Pirenei). Ma quando l’ambasciatore francese reiterò la richiesta di una rinuncia diretta del sovrano Guglielmo I°, il cancelliere Bismarck lo fece cadere nella trappola: “Sua Maestà non ha niente da aggiungere agli affidamenti già forniti”. Fu il momento che la Francia cartesiana ma chauviniste perdette il senno: esigette la guerra per difendere il prestigio di grande potenza.

Bastarono due battaglie estive per annientare la Grande Potenza. Parigi assediata soffrì la sanguinosa rivoluzione della Comune. L’imperatore fu deposto e il trattato di pace tolse alla Grande Potenza l’Alsazia e parte della Lorena, stabilendo le premesse per i due peggiori conflitti mondiali della storia dell’uomo. La Francia ha pagato fino in fondo per essersi affidata alle armi nel 1870, nel 1914 e nel 1939. Quanto agli Stati Uniti, dalla guerra di Corea non fanno che pentirsi dello stesso errore: fare guerre per perderle tutte. Oggi la sfida islamista è senza confronti più estesa e più minacciosa che prima delle irresistibili spedizioni di G W Bush.

Per questa sfida esiste una sola soluzione definitiva: se si destineranno ad aiuti per lo sviluppo buona parte delle spese militari occidentali i popoli poveri ripudieranno l’estremismo e ameranno gli americani e i loro scudieri, crociati compresi.

A.M.C.

BENGODI COME SEMPRE SUL COLLE DOPO NOVE ANNI DI PARTENOPEO

“Molto resta da fare perché i dati del Quirinale siano pubblici e facili da trovare. Come invece già accade per Buckingham Palace o per la Casa Bianca. Non sarà arrivato il momento, tanto più dopo i misteri, le nebbie, le trappole, i veleni di questi giorni di conciliaboli nelle segrete stanze, che il futuro inquilino del Quirinale spalanchi alla massima trasparenza anche il Colle? La blindatura top secret  di ogni voce di spesa quirinalizia è rimasta intatta anche negli anni di Pertini e di Cossiga; perfino di Ciampi, che pure aveva fatto del contenimento delle spese una ragione di vita”.

G.A.Stella, che il 29 gennaio scrive così sul ‘Corriere’ (titolo ‘La trasparenza necessaria al Colle’), lamenta che gli sforzi di Napolitano non abbiano prodotto risparmi di rilievo nei costi del Quirinale: “La sua ultima Nota illustrativa, il 9 gennaio, comunicò di avere deciso di autorizzare forme di pubblicità delle scelte fondamentali contenute nel bilancio interno. Però solo sulle voci  ‘compatibili con la riservatezza che caratterizza, in base alla prassi costantemente seguita dal 1948 ad oggi, una documentazione contabile sottratta a controlli esterni, in forza dell’autonomia organizzativa riconosciuta all’organo costituzionale della presidenza della Repubblica dalla Costituzione e dalla legge 9 agosto 1948, n.1077, istitutiva del Segretariato generale, come affermato dalla Corte costituzionale e dalla dottrina’”.  D’altra parte, aggiunge Stella, “il presidente fece trapelare che sarebbe stato indelicato verso i predecessori mostrare il bilancio integrale”.

Con un capo di Stato così attento alla delicatezza verso i predecessori -si sa che viviamo tempi di top priority alla delicatezza verso i semimonarchi, non verso 60 milioni di sudditi- si meraviglia G.A.Stella che Napolitano ci abbia fatto risparmiare solo gli spiccioli sui costi della sua reggia, indistinguibile per sfarzo da quella degli Zar? Fino all’ultimo, fino al momento di abdicare, re Giorgio ha ribadito il diritto del Palazzo reale di imporre ad libitum le sue spese sui contribuenti ‘in base alla prassi’. Il diritto di sbafare (=rubare) perchè si è sempre sbafato. La ‘autonomia organizzativa riconosciuta al Segretariato generale della presidenza’ è un altro dei doni elargitici dalle Istituzioni democratiche, segnatamente dalla Costituzione. Coi vizi millenari di cui soffriamo, ci meritavamo tanta benevolenza?

A questo punto G.A. Stella, constatato che nove anni dopo l’avvento di Giorgio “siamo ancora lontani rispetto  alla trasparenza di altre residenze di capi di Stato” riprende la triste geremiade dei confronti con altre regge e presidenze. “Il bilancio online di Buckingham Palace -certificato da un revisore esterno- riporta perfino la marca e l’annata delle bottiglie di vino presenti in cantina, riporta i passeggeri che erano a bordo di questo o quel volo di Stato. E’ una questione centrale la trasparenza nel mondo anglosassone. La Casa  Bianca pubblica uno per uno i nomi di tutti i 456 dipendenti. Lo stipendio (annuo) più alto, quello pagato all’assistente del Presidente per la politica economica, è di 172.200 dollari. La paga di 34 altri stretti collaboratori di Obama è di 42.420 dollari, poco più della retribuzione media di un dipendente pubblico italiano. Certo il meccanismo negli Stati Uniti è assai diverso che da noi. Resta il fatto che quei 456 del White House Office costano in tutto 37,7 milioni di dollari. E che lo stipendio massimo per i collaboratori più stretti dell’uomo più potente del mondo è poco più di metà del tetto -contestatissimo- di 242 mila euro che M.Renzi tenta di imporre ai più alti dirigenti dei nostri Palazzi. Quirinale compreso”.

G.A.Stella è certo più informato di noi su quello che sarà il vitalizio del segretario generale Donato Marra, il ciambellano sommo della Reggia. Noi siamo rimasti a un paio d’anni fa, quando quest’ultimo scriveva ai giornali che una paga di ben oltre 400 mila euro gli era pienamente dovuta, “considerato il livello delle mie responsabilità”(!) Stella, che ha ritrovato la capacità  di condurre l’opinione sui variscandali del Colle, conclude il suo articolo col mite rilievo che ”è crollata la fiducia dei cittadini nelle Istituzioni, perfino del Quirinale (calata in poco tempo dal 71 al 44 per cento di popolarità)”. Non dice il resto.

-Che la futura presidenza della repubblica, ridotta  nelle funzioni al ruolo cerimoniale della Bundespraesidenz germanica, andrà estromessa dal Quirinale, destinato a diventare il museo più importante al mondo. Per l’ufficio del Primo Cittadino basteranno 100 dipendenti invece di 1660 e le100 stanze di una palazzina decorosa invece delle 1200 della reggia pontificia-sabauda.

-Che se Renzi, di fatto già divenuto Cancelliere, non sarà capace di amputare ben più duramente di quel che oggi farfugli i costi e i furti  dell’alta burocrazia e della politica, egli Cancelliere finirà uno sconfitto totale.

-Che da Mattarella, meglio non attenderci niente di importante.

A.M.C.

PARTITO COMUNISTA BRITANNICO: QUASI UN SECOLO DI DISFATTE DA SETTARISMO

Nessuno ovviamente si cura dei comunisti inglesi, nati nel 1920 (un anno prima di quelli italiani) come aspiranti bolscevichi e mai aggiornati. Se ne parliamo è perchè la stessa fine hanno fatto  i comunisti italiani, che pure al loro confronto sono stati dei trionfatori. Muovendo dagli eroismi partigiani e dagli assassinii gappisti, i nostri raggiunsero tutti i possibili vertici del potere, pagando però i prezzi del successo, compresa l’abiura dei suoi capi, compreso l’asservimento alla Nato. Oggi sono una ‘Ditta’ fallita, gestita nella sua grossa componente prospera, da ex democristiani.

Nella guerra civile di Spagna i comunisti britannici dettero l’impressione di fare quasi tutto loro. Nel 1920 era stato fiducioso il giudizio di Mosca sulle possibilità d’azione del marxismo in Gran Bretagna, allora il capofila mondiale del capitalismo imperialista. Nell’estate di quell’anno il primo ministro Lloyd George si diceva preparato ad affrontare nel suo paese conati di rivoluzione. Ministro della Guerra era il giovane Winston Churchill, regista e condottiero dell’intervento alleato contro i bolscevichi. Egli non faceva mistero dei suoi calcoli: si augurava che l’estrema sinistra inglese uscisse allo scoperto, così i suoi reggimenti avrebbero dissolto le illusioni di Lenin.

Se molti nelle classi dirigenti inglesi si disponevano a sostenere l’assalto sovversivo, nessuno dubitava che esso sarebbe stato respinto dal fermo consenso degli inglesi sull’assetto della loro società. Non si dimentichi che l’Impero era intatto, anzi la vittoria del 1918 l’aveva appena ingrossato con le prede coloniali strappate alla Germania e alla Turchia. In questo senso l’Establishment conosceva gli inglesi ben meglio del geniale Lenin.

E’ vero, la vittoria  era stata presto seguita da disoccupazione in massa e da recessione;  già nel 1917 si erano manifestati scoramento, segni di disfattismo, episodiche rivolte nell’Esercito, agitazioni violente nei cantieri navali della Clyde, persino uno sciopero nazionale della polizia. Un morto durante gli scontri di Liverpool aveva fatto un’impressione che non si capirebbe se non si tenesse conto dell’eccezionale violenza politica del momento. Nel 1919 si era ritenuto opportuno inviare alcune cannoniere nell’estuario della Mersey. Lì era più forte il risentimento dei lavoratori di sinistra per la campagna di Churchill in Russia: sia perché diretta contro i compagni bolscevichi, sia perché prolungava una guerra atroce.

In questa fase di attesa rivoluzionaria i gruppi marxisti britannici si strinsero in unità per passare all’azione. Il I° agosto 1920 la convenzione comunista di Londra votò all’unanimità il programma massimo di instaurare in Gran Bretagna il sistema dei Soviet (dittatura del proletariato e collettivizzazioni). Scontata l’adesione alla Terza Internazionale, c’era da decidere il passo successivo:  agire nell’ambito del congegno parlamentare, a fianco del Labour opportunista e contagiato dalla democrazia borghese, oppure intraprendere il cammino della violenza. In proposito Lenin si era pronunciato con la celebre direttiva: sostenere il Labour “come la corda sostiene l’impiccato”. Col senno di poi va detto che il leader della rivoluzione mondiale non era infallibile se considerava il riformismo condannato e gli inglesi guadagnabili alla rivoluzione. In quel momento i comunisti britannici non potevano trovare facile seguire le direttive di Lenin. Egli era sì un grandissimo leader, però stava in Russia.

Un delegato alla Convenzione presentò una mozione significativa del clima che viveva l’estrema sinistra: impegnarsi nella tattica parlamentare non aveva senso, era troppo vicina la rivoluzione. Ma prevalsero punti di vista meno sconsiderati. Si ammise che abbattere il capitalismo nella sua fortezza britannica richiedeva alquanto più tempo e sforzo. Comunque la risoluzione finale della Convenzione impegnò l’esecutivo del movimento a nominare subito commissari per i viveri, gli alloggi e i combustibili nella fase rivoluzionaria.

Con scarse conseguenze. Bastarono tre mesi per dimostrare che la Gran Bretagna non era pronta per la rivoluzione. Forse, secondo una congettura fatta mezzo secolo dopo da Robin Page Arnot, uno dei leader del movimento, ‘si era perso l’autobus’. Il partito avrebbe dovuto passare all’azione immediatamente dopo l’Armistizio. Per parte sua il Labour rifiutò la parte dell’impiccato assegnatagli da Lenin. Non accettò l’affiliazione dei comunisti, e questi ultimi, impossibilitati dall’esiguità dei loro numeri ad avviare una propria azione legale, intrapresero attività più o meno clandestine che procurarono loro processi, repressioni poliziesche e la corale ostilità di stampa e opinione pubblica. I comunisti inglesi si caratterizzarono per sempre -come del resto volevano- agenti di Mosca e fautori della sovversione invece che delle riforme.

Quattro anni dopo, il governo minoritario del laburista Ramsey MacDonald perdette l’appoggio dei liberali; cadde per non avere perseguito con sufficiente rigore J.R.Campbell, direttore del foglio comunista ‘Workers’ Weekly’,  che aveva incitato i soldati a volgere le armi contro i capitalisti. La crisi portò alle elezioni generali. Quattro giorni prima del voto il quotidiano ‘Daily Mail’ pubblicò la cosiddetta ‘lettera Zinoviev’: il capo del Comintern istruiva i comunisti inglesi su come insorgere. La lettera era quasi certamente apocrifa, ma il momento era estremamente teso. I candidati comunisti furono sconfitti, a parte il seggio ai Comuni che un facoltoso oriundo indiano, Shapurji Saklatvala, riuscì a conservare ai Comuni.

Fu anche la disfatta del Labour, sospettato di indulgenza verso i rossi. Il partito conservatore andò al potere e già nell’autunno 1925 colpì duro sui comunisti, arrestandone un migliaio e sfasciandone la struttura direttiva. Tutti i candidati comunisti furono sconfitti alle elezioni politiche del 1929. Fu rafforzato il divieto di affiliazione al Labour.

Aderendo sempre più strettamente alla linea del Comintern, ormai di Stalin, i comunisti inglesi si volsero contro i “socialfascisti” del Labour. Negli anni Trenta, soprattutto dopo l’avvento di Hitler e lo scoppio della Guerra civile in Spagna, si infittirono le adesioni di manipoli intellettuali e operai; però la linea restò settaria e astratta, come settarie e astratte erano le posizioni dell’antifascismo iberico. Nessun tentativo di parlare all’uomo della strada, di assecondarlo in qualcosa pur di guadagnarlo. Alcuni decenni dopo i comunismi si sono estinti in Europa e quasi ovunque, per l’illusione d’essere migliori e più etici di tutti gli altri, più congeniali a gusti e vezzi degli intellettuali, della gente dello spettacolo, degli operai e pensionati sindacalizzati, degli studenti.

I comunisti britannici mantennero il controllo dei connazionali che combattevano in Spagna e non risulta si opponessero alle liquidazioni operate dai commissari politici. Nemmeno si dissociarono dalle purghe che in Urss decimarono i capi bolscevichi della prima ora. I due leader del Pc britannico, l’ex operaio Harry Pollitt e l’intellettuale Rajani Palme Dutt, figlio di un medico indiano e di una ricca svedese, plaudirono senza riserve ai processi e alle esecuzioni di Stalin. Tutto ciò non attenuò l’ostilità dei britannici verso un partito fanatico e asservito all’Urss. Nelle elezioni generali del 1945, nonostante la guerra vinta a fianco dei sovietici, i comunisti non ottennero che due deputati. Li persero nel voto di cinque  anni dopo.

Così accanito era lo stalinismo dei dirigenti del Pc britannico che né le rivelazioni di Krusciov al XX congresso del Pcus, né i fatti d’Ungheria determinarono un esame di coscienza. Sarà necessaria l’invasione della Cecoslovacchia perché un congresso del Pc britannico condannasse un’azione compiuta dai sovietici.

Ormai era tardi. Partiti nel 1920 nella maniera più sbagliata possibile -come movimento filobolscevico in un contesto troppo lontano da quello russo- negli anni successivi i comunisti inglesi si fecero dominare in tutto dall’Urss e persero ogni ruolo. Se qualche volta hanno potuto far sentire una propria assai fioca voce a Westminster, è stato grazie all’ereditarietà dei Lords. Lì qualche raro, eccentrico aristocratico, membro per nascita della Camera Alta, ha potuto rappresentarvi il ‘partito delle grandi masse’.

A.M.Calderazzi

IL MISFATTO DI METTER CASA AL QUIRINALE E QUALCHE SOMIGLIANZA CON LA CASTA

E’ quasi certo che tutti gli altri quirinabili sarebbero stati peggiori, per questo o quel motivo. Tuttavia taluni indizi che al momento si profilano a carico del successore del Partenopeo non sono lievi.

Fino a poche ore fa era giudice costituzionale e, con un emolumento vicino al mezzo milione -la Democrazia tratta signorilmente i suoi ciambellani- non risulta avesse imbarazzo ad abitare nella foresteria della Consulta (foresteria che non dovrebbe esistere). Saremo felici di ritrattare questo minore addebito, se emergerà che Egli pagava per l’alloggio al livello di uno degli indirizzi più costosi al mondo.

Ancora più felici se confidenti e cortigiani testimonieranno in fede che lo angustiava farsi ricompensare tanto da un consesso -la Corte, usbergo della Casta- che sarebbe  giusto soppiantare con  una sezione specializzata della Cassazione. Ovviamente non sarà soppiantato, con tutti i vanti del Rottamatore e gli aneliti umanitari di Mattarella, visto che è baluardo a difesa dei privilegi e vitalizi acquisiti, nonché uno dei fronti di saccheggio del contribuente.

Indizio numero Due, le cerimonie di insediamento, con voli dei cacciabombardieri e esibizioni dei corazzieri sabaudi. Le esibizioni erano superflue, i voli erano asserzioni militaristiche. Sembra difficile sostenere che il cattolico Mattarella abbia inteso ispirarsi alla semplicità della R4 di Bergoglio. I simboli contano molto, sono sostanza. E’ strabico, il Nostro?

C’è di peggio. Una delle veline passate ai media dalla segreteria generale della Presidenza -forse la più vorace e parassita tra le nostre burocrazie- annunciava che il capo dello Stato risiederà al Quirinale. Egli ha autorizzato? Si riserva di decidere e di traslocare? Alla consapevolezza cui siamo arrivati, dopo settant’anni di errori, abitare al Quirinale è tutt’altro che innocente. E’ una malazione, giustifica un processo di impeachment. Forse sono già maggioranza gli italiani raziocinanti per i quali il Quirinale andrà voltato a museo, o a qualcos’altro che meriti. Si stima che potrà diventare il maggiore museo al mondo, con dieci e più milioni di visitatori paganti. Quale turista rinuncerà a entrare nella reggia dei papi più peccatori della storia,  nonché di re Umberto I che faceva sparare coll’artiglieria sui popolani affamati, però l’anarchico Bresci lo fece secco? Questo a non tener conto dell’attrattiva delle millanta opere d’arte oggi non viste da alcuno per mancanza di spazi museali. La Cina istituirà speciali linee aeree e marittime per portare turisti a milioni sul solo Colle Più Alto.

Lo sfarzo del Quirinale ha dannato all’inferno turbe di papi e una manciata di monarchi, tutti, dal primo all’ultimo, ladri del denaro dei poveri. Ora la reggia del disonore deve smettere di costare 236 milioni l’anno. Deve produrre redditi adeguati a valori immobiliari e simbolici ingentissimi; oppure va venduto all’acquirente che paga di più. Coll’infamia plurisecolare che rappresenta, se diventasse il maggiore albergo a ore del pianeta non dissacrerebbe alcunché. I più tra i sudditi dei papi e dei re vivevano in miseria, tisi e pellagra, anche per lo sfarzo del Quirinale. Fu mostruoso  insozzare moralmente la Repubblica con  gli arazzi dei papi-anticristo del Cinquecento e dei gentiluomini di corte sabaudi.

Coll’occasione riferiamo che il titolo ufficiale di Louis Godart, uno dei sommi mandarini del Palazzo, è consigliere per la conservazione del patrimonio artistico “del Presidente”. Credevamo che il patrimonio fosse degli italiani, non del Presidente. E non sapevamo che la sicurezza di Sua Maestà richiedesse 765 guerrieri. Non è sicuro che ne abbia tanti la Rocca di Gibilterra.

Recentemente varie voci si sono levate a chiedere che il palazzo malfamato venga chiuso e messo a frutto. Il ‘Corriere della Sera’ ha aperto un’autentica campagna, con editoriali di G.A.Stella, E.Galli della Loggia e Paolo Conti, forse con altri interventi e  denunce. L’ex sindaco di Roma, Francesco Rutelli, ha apprestato un progetto museale importante. E’ stata proposta un’immediata task force. Il direttore di ‘Libero’ ha attaccato frontalmente il silenzio del nuovo capo dello Stato sui tagli alla spesa del palazzo e della politica.

La soluzione  non sarà affatto l’ammissione di visite guidate a talune sale, o ai giardini di Ippolito d’Este figlio di Lucrezia Borgia santa donna. Sarà il trasferimento della presidenza in una palazzina o villa da 80 stanze invece di milleduecento, nessun corazziere (vadano a dirigere il traffico, saranno fotografatissimi dalle turiste), un centinaio di dipendenti invece di 1.636, paghe allineate alle Poste e sussidi di disoccupazione uguali per tutti-700 al mese- per donne delle pulizie, cortigiani, maggiordomi, palafrenieri, consiglieri segreti.

Tra l’altro: le riforme costituzionali di Renzi non dovrebbero ridurre il ruolo del capo dello Stato a quello del Bundespraesident germanico (a non voler passare alla repubblica presidenziale)? L’obbligo di chiudere in ogni caso il Quirinale spetta anche a Matteo Renzi: ma egli, se ha tempra da vendere, è un politicante rotto a tutti i compromessi e tutti i patteggiamenti;  non il sacerdote delle virtù civiche quale il Primo Cittadino viene descritto.

Sia Mattarella a dare tra breve l’annuncio del trasloco. Altrimenti sarà continuità con la monarchia da strapazzo del Partenopeo e dei marpioni che lo precedettero. Per esempio: l’infatuazione militarista, anzi bellicista, ha segnato indelebilmente la presidenza dell’Ex Stalinista, il quale non si faceva fotografare senza un feldmaresciallo al fianco e non ha negato a nessuno F35 e spedizioni all’estero. Dio non voglia che questo accada ancora: Sergio dimentichi d’essere il comandante supremo di tutti gli eserciti.

Speriamo di risultare cattivi profeti. E tanto più ci vergogneremo d’avere sospettato, se il Nostro somiglierà davvero al santo che è stato agiografato nei suoi primi due giorni.

A.M.C.

UNA CONGIURA DI TEMERARI CONTRO LE ISTITUZIONI PER PROCLAMARE L’EUROPA NAZIONE

I sogni del passato su un’Europa migliore e unita in un solo Stato stanno morendo. Oppure no, oppure nelle coscienze sta maturando una ribellione che un giorno eromperà, e porterà a grandi cose.

Finora gli europei, ombelico del mondo, per cento ragioni si sono dimostrati ben inferiori ai nordamericani: i quali due secoli e mezzo fa decisero di volere una patria non solo indipendente, ma fusa in una nazione. Erano, è vero, soprattutto inglesi, stessa lingua, stessa cultura e storia, stesso potenziale di rivoluzione. Tuttavia se fossero stati prigionieri delle nostre abitudini e fissazioni, i coloni del Nord America avrebbero dato vita a una congerie di patrie insignificanti, ciascuna aggregata attorno a questo o quel leader, a questa o quella tribù o fascio d’interessi.

Invece nei coloni americani agirono sentimenti e volontà audacemente nuovi, dirompenti. Agì un progetto, una visione del futuro, non l’affezione al passato e alle sue glorie velenose. Oggi la patria americana è un Moloch sinistro, operatore di male. Ma due secoli e mezzo fa dette al mondo una lezione insuperata. I popoli d’Europa sono ancora un’accozzaglia informe, e solo ci sorregge la speranza misteriosa che un giorno si rivoltino contro se stessi. Che si abbandonino all’istinto di diventare stirpe e domina d’Europa.

Proponiamo di imboccare un’altra strada. Di scegliere un approccio diverso, empirico,  fattivo e al tempo stesso temerario, invece che tristemente loico e legalitario come finora.

Le istituzioni di Bruxelles e Strasburgo hanno messo sessant’anni per convincerci della loro pochezza. Intanto l’Europa ha bisogno di un’altra capitale, in un luogo diverso. Un luogo diverso: inevitabilmente più orientale delle contrade carolinge, ormai tossiche di sconfitte e di tradimenti. Lì restino -ridimensionati- gli elefanti burocratici. L’Europa si trasferisca  in Austria, a Cracovia, Praga, Bratislava, Budapest. Non in un paese baltico: troppo periferico e, nel passato, troppo sottoposto a dominatori tedeschi, scandinavi o russi.

In questo luogo, scelto per fonderci, si riunisca una Costituente illegale, malintenzionata nei confronti di Istituzioni e di trattati, la quale proclami l’abbassamento degli Stati membri a super-Laender d’Europa, e proclami la nascita della patria continentale unita.  Se la Gran Bretagna e qualche altra gamba storta non aderirà, tanto meglio. Rimpiangeranno solo gli invasati della finanza.

La Costituente si dichiari da sé, senza l’avallo delle Istituzioni destinate a morire. Disobbedisca e faccia come l’avanguardia dei francesi nel 1789. Il 4 maggio re Luigi XVI aveva convocato gli Stati Generali, tripartiti in clero, nobiltà e Terzo Stato, per  un tentativo di rito all’antica. Invece ben presto, il 17 giugno, il Terzo Stato constatò di rappresentare il 96% dei francesi e si costituì unilateralmente in Assemblea nazionale, impegnandosi a non separarsi senza aver dato una Costituzione alla Francia. Il 9 luglio il clero e la nobiltà si unirono al Terzo Stato e l’Assemblea prese il nome di Costituente. Senza il permesso delle Istituzioni.

La nostra Costituente sia fatta di un’alleanza tra protagonisti animosi, detentori di qualche potere, giovani e spicci alla Renzi o alla Tsipras, più pattuglie di uomini di pensiero e di esperti  di realismo, Un’alleanza soprattutto  con un bel po’ di cittadini che, con proposte non bislacche ma creative si offrano ad essere sorteggiati quali Costituenti e futuri governanti. Le loro deliberazioni vengano sottoposte a referendum e a sondaggi telematici, senza troppe formalità. La Costituente si appelli al popolo del continente perchè forzi le autorità costituite ad accettare la nascita di un vero governo europeo, nonché il ridimensionamento delle attuali istituzioni comunitarie a meri ingranaggi esecutivi.

Questo processo costituente vedrà contrasti seri e momentanee sconfitte. Gli egoismi nazionali sembreranno invincibili. Però sarà un movimento senza ritorno. Mancando il quale la patria europea deperirà fino a spegnersi.

A.M.C.

IMPAZZANO GLI INNI ALL’ILLUMINISMO, SI SORVOLA SULLE GHIGLIOTTINE

Riflettendo sui fatti di Parigi il teologo Vito Mancuso ha colto l’occasione per prendere alcune distanze dal retaggio illuminista. I precetti di tale retaggio -diciamo noi-non possono essere nostri, visto che fomentarono quell’esplosione di ferocia che fu il Grande Terrore. In quei mesi, secondo Mancuso, morirono sul patibolo 200 persone al giorno.  In confronto i ‘vendicatori di Maometto’ risultano misericordiosi…

Per verificare i conteggi del prof. Mancuso andrebbe assodato che si intende per Grande Terrore. “Per vari mesi, recita un manuale di storia, è tutto uno sfilare di carrette di condannati. Il Terrore provocò in Francia 16.600 vittime; gli arrestati furono mezzo milione. 2625 ghigliottinati nella sola Parigi. A Nantes i noyades  (annegamenti) del convenzionale Carrier fecero da duemila a tremila morti; altrettanti le ‘colonne infernali’ di Turreau in Vandea; altrettanti una commissione di censimento ad Anger”.

Dopo l’estate di vittorie militari nel 1794 ci si attendeva che il Terrore avesse fine. Invece le lotte all’interno del regime rivoluzionario  fecero andare al massimo le ghigliottine. Nella mitologia repubblicana la Francia era diventata la patria della tolleranza e della fraternità. Invece la menoma discordanza di linea rispetto ai momentanei detentori di potere determinava la morte: trionfava il perfetto contrario della libertà e della democrazia richiamantesi all’Illuminismo.

Tutti sanno che la Terreur  mise a morte  la maggior parte dei distruttori dell’Ancien Régime. Il triumviro Robespierre, pontefice della religione dell’Essere supremo e temporaneo conduttore del gioco politico, fu con Saint Just tra i ghigliottinati di due giorni dopo la svolta dell’8 Termidoro. Seguirono l’11 Termidoro altri settantuno decapitati,  dodici il giorno successivo.  Tra il settembre 1793 e la caduta di Robespierre

(27 luglio 1794) furono ghigliottinati, in genere coi loro seguaci, grandi capi come Hébert, Desmoulins, Couthon (che era un paralitico), Vergniaud, Danton (sua moglie pochi giorni dopo); nonché, assieme a molti qui omessi, il Carrier degli annegamenti  a Nantes.

Si usa dire, con qualche sbavatura maccheronica, che le conquiste della Più gloriosa delle rivoluzioni furono anche conquiste dell’Illuminismo. Però quelle conquiste generarono l’estremizzazione mostruosa dello scontro politico. Non per niente in altri tempi si chiamarono “Terroristi” i protagonisti della fase del Terrore. Il terrorismo dei nostri giorni è ovviamente cosa affatto diversa dal condurre una fase rivoluzionaria secondo scelte anche le più aspre. Ma le ferocie compiute prima del sopravvento di Bonaparte non furono mai moralmente superiori ai metodi dell’estremismo islamico.

Per i cantori della Democrazia, sia quella liberal-capitalista sia quella progressista, l’ultimo decennio del Secolo dei Lumi fu un tempo aurorale, un Avvento, la matrice di un’umanità migliore. Invece fu una stagione spietata, di cui nessuno meni vanto.

Tutta l’intelligenza di un’età aperta da Cartesio non seppe inventare congegni dialettici migliori degli arnesi del boia: la carretta per il patibolo, l’infallibile lama, la cesta in cui rotolavano le teste. Pochi morituri ebbero la sprezzatura elegante di Danton: “Mostra al popolo la mia testa -disse al boia salendo gli scalini- ne vale la pena”.

Nei giorni del trionfalismo républicain  –i milioni di patrioti che cantavano la Marsigliese, la vacua solidarietà dei governanti invitati, l’Occidente quasi tutto Charlie (a chiacchiere), l’apoteosi della Libertà intera, Parigi capitale del mondo, finalmente qualcosa per cui lottare- il maremoto delle fandonie è stato devastante. Solo il Maggio ’68 produsse  un’orgia di non-sense  pari all’attuale.

Repubblica, capofila del consumismo demoplutocratico, non ha esitato a scrivere a tutta pagina l’esilarante titolo “La rivolta di Parigi: Libertà”: quasi la capitale diciamo così ‘del mondo’ si fosse ribellata a re Carlo X, anzi a Napoleone guerrafondaio e distruttore di propri eserciti.

“La Francia si è risvegliata” ha scoperto un esclamativo giornalista del Corriere. “Ha ritrovato unità, passione civile, orgoglio. Ha messo nell’angolo i profeti di sventura, i teorici del declino, i predicatori dell’oscurantismo (…) I francesi, su questo terreno, sono davvero unici e impareggiabili”. Nella foga, detto giornalista si è persino permesso lo svarione di menzionare quel “No pasaran  di un’attualissima linea Maginot”; ignaro che il No Pasaran fu uno slogan madrileno della guerra civile spagnola e non c’entrava con la possente linea Maginot. Quest’ultima si rivelò perfettamente inutile, e restò simbolo di disfatta (la Wehrmacht passò!).

Presto -tempo i prossimi mesi- si confermerà che le ubriacature di retorica patriottica e politicastra portano male. Le menzogne nazionaliste apparvero funzionare nel 1914, ma costarono un milione e mezzo di morti francesi e dilazionarono di poco la fine della grandezza continentale della Francia. L’epopea antifascista del terribile Front Populaire durò pochi mesi. I gridi di battaglia del Maggio 68 sono finiti in chissà quale sciocchezzaio  o meglio dump-ground  della storia.

A.M.C.

PARIGI: LA FIERA DELLE VELLEITA’

La manifestazione monstre -un paio di milioni di parigini, capeggiati da una cinquantina di statisti- è stato un evento storico? Sì, ove si faccia finta di non aver sentito e letto un alto numero di insulsaggini. Che la Francia, colpita  al cuore, s’é desta. Che siamo in guerra e combatteremo. Che la redazione di una testata satirica era un tempio della libertà e che questo tempio è stato profanato. Che i cinquanta statisti rappresentavano un’umanità che vuole lottare per l’ideale: come se obiettivo prioritario dei liberticidi di al Qaeda e di Boko Aram fosse dare una lezione a Diderot e a Condorcet,  non di regolare i conti con il colonialismo e con le crociate. Non è facile immaginare che i tagliagole del Califfato si curino davvero di istituire processi a tesi filosofiche affiorate quasi tre secoli fa.

Doveva accadere ed è accaduto: patrioti senza numero e senza paura hanno giurato in place de la Concorde a Marianne, graziosa deità laico-repubblicana in berretto frigio, che non arretreranno,  non tradiranno le conquiste della presa della Bastiglia. Però la Bastiglia non c’entra. In un certo senso non c’entra  la Francia.

Coll’attacco alle Twin Towers, il terrorismo dichiarò guerra all’egemonia planetaria degli USA, non alla Francia. Sono passati anni e la contrapposizione di valori e di civiltà è solo apparente. Lo sgozzamento di ostaggi e di prigionieri non è più ripugnante della noncuranza americana di fronte alla morte dei civili (collateral damages). C’è un’alleanza di plebi africane ed asiatiche che tentano di scalzare l’egemonia occidentale. Che esse lo facciano nel nome di Allah è quasi irrilevante. Quello che conta è la vastità geografica della sollevazione di genti prima sottomesse, oggi prigioniere della povertà, soprattutto quando vivono nelle banlieus francesi. G.W.Bush credette di poter rispondere all’ammutinamento coi metodi tradizionali dell’imperialismo: muovendo una guerra nell’Irak, poi in Afghanistan, entrambe perdute in un disonore  che prolunga quello delle spedizioni coloniali d’Indocina, prima francesi, poi americane. Preso atto delle sconfitte, oggi gli USA si arroccano nella Fortress America, e finora sono riusciti a scongiurare l’umiliazione di altre Twin Towers. Quanto al “socialista” che governa la Francia, egli è caduto nella trappola di credere di poter ereditare impunemente una parte dell’eredità americana: conduce spedizioni in Africa, capeggia operazioni convenzionali nel Vicino Oriente. Lo scontro di civiltà coll’Islam c’è ma è marginale.

Quando i milioni di manifestanti di place de la Concorde fanno mostra di volere affrontare i nemici della libertà, dei valori francesi, di Diderot, fanno del velleitarismo. La Francia potrà riuscire a proteggersi meglio contro gli assalti del terrorismo  ma sarà impotente ad agire fuori casa. Dunque i propositi bellicosi di quanti maledicono chi respinge le avventure militari, in realtà coprono la loro impotenza. Non saranno in grado  di compiere spedizioni importanti.

La Francia e l’Europa (a parte l’appendice britannica degli Stati Uniti) hanno in realtà una sola grande opzione: staccarsi dall’America,  destinare ad aiuti economici ( con occhiuti controlli, perchè non finanzino i tagliagole) le risorse finora assorbite dalle spese militari, e rispettare il diritto delle società islamiche ad evolversi in autonomia dal pensiero unico occidentale. Non è scritto che la modernità arrogante debba trionfare dovunque sull’orbe terracqueo. Dove Washington ha tentato di imporla, ha fallito. Fallirebbero la Francia e l’Europa.

I propositi manifestati a Parigi sono velleitari. E più che mai velleitari sono i piani di riscossa dell’Illuminismo: si lasci perdere Voltaire. I  gridi di battaglia levati  sotto il monumento a Marianna -fermeremo, debelleremo, i nostri valori sono più forti delle loro minacce-sono esibizioni da Luna Park. Per dirla con più delicatezza, fanno pensare a Vanity Fair. Nel Pilgrim Progress, geniale allegoria seicentesca di John Bunyan (“What Shakespeare is to English dramatists, what Milton is to English epic poets, that Bunyan is to writers of English allegory” c’è una città che si chiama Vanity. Vi si tiene una fiera che non chiude mai e dove “vanity and ostentation obtain” (si veda la sfilata degli statisti quasi tutti bugiardi). Alla fiera di Vanity si compra e si vende di tutto, tutto l’anno: le cose serie e utili come i capricci della moda (infatti oggi un’importante testata di moda si chiama Vanity Fair). A Vanity si vendono anche piani strategici per il sicuro successo della riscossa illuminista. Per il Trionfo di Marianna. Per i grandi destini dei valori républicains.

Valori necessariamente superiori : sperando che pochi ricordino. L’8 maggio 1945, mentre le piazze e le balere di Francia festeggiavano perdutamente la vittoria “francese” su Hitler, i cacciabombardieri e i cannoni francesi fecero oltre 15.000 vittime, soprattutto morti, tra gli algerini di Costantina e dintorni, che cominciavano a chiedere l’indipendenza. Anche allora, da una parte sola, si inneggiò a Marianna.

A.M.C.

UN PRIMO CITTADINO A TURNO E NO QUIRINALE AL POSTO DEI MONARCHI DA STRAPAZZO

C’è un altro ruolo da rottamare, quello del presidente della repubblica. Lo derivammo, così spropositatamente lungo – sette anni, laddove consoli da 12 mesi fecero grande Roma e ad Atene c’erano arconti da un giorno- dalla Costituzione francese del 1875. Era stata votata da una maggioranza parlamentare monarchica, e monarchico dichiarato fu il secondo presidente della Troisième République, Mac-Mahon. L’ultimo monarca di Francia era stato Napoleone III, nipote del Grande. Eletto presidente della Seconda repubblica nel l848, si era trasformato in imperatore quattro anni dopo. Non aveva regnato male: capiva i proletari e, pur amando di più la borghesia che industrializzava il paese, li aveva qua e là sostenuti. Ebbe la sventura di farsi coartare a muovere guerra alla Prussia (in pratica alla Germania prossima ad unificarsi e a diventare possente). Fu sconfitto rovinosamente.

La repubblica che era seguita alla disfatta e alla Comune parigina si rialzò in fretta: ricca di capitali, divenne il secondo più vasto impero coloniale al mondo. Seguirono due guerre mondiali (la seconda apportatrice di una sconfitta definitiva) e venne una Quarta Repubblica con i difetti più gravi della Terza, in primis il parlamentarismo estremo. Alla fine la Francia fu salvata, per mano di un generale, da una Quinta repubblica mondata delle lebbre della Quarta e della Terza.

I Costituenti italiani del 1947, più sconsiderati di quelli domati da de Gaulle. vollero un capo dello stato apparentemente forte -in realtà comandavano i partiti prevaricatori- e per un mandato troppo lungo, laddove nel 2002 la carica del presidente francese sarà opportunamente accorciata a 5 anni. Eletto dal popolo e largamente responsabilizzato, il presidente francese è uno statista migliore del nostro, eletto dalla Casta nella più completa irrilevanza dei cittadini. Fino alla crisi del 2007-08 il nostro presidente è stato un vaso di coccio tra  ferrei vasi partitici. Fu il fallimento del governo Berlusconi a trasformare Napolitano in un decisore forte e persino arbitrario: re Giorgio.

Oggi la Casta si trova di fronte alla scelta di un capo di stato che,  secondo come evolverà la crisi dell’economia e del regime, potrà risultare o no qualcuno; oltre a tutto dipenderà dal fattore forse nuovo, forse no, rappresentato da Matteo Renzi. Il successore di Napolitano sarà probabilmente scelto perchè non intralci il Rottamatore in una fase iniziale. Dopo, potrà accadere di tutto: dalla crisi di regime acuta e duramente rinnovatrice alla ricaduta nei giochi esiziali del partitismo cleptocratico. In un caso come nell’altro il ruolo del capo dello Stato resterà scadente, bisognoso di un ripensamento integrale. L’eventuale continuità col settantennio della Casta sarà micidiale.

In un ordinamento razionale la mezzadria tra due personalità costituzionalmente forti al vertice dello Stato non avrà senso. Piuttosto dovrà rafforzarsi nettamente il capo del governo, trasformato in Cancelliere espresso dal popolo. In tal caso dovranno ridursi sia le prerogative del capo dello Stato, sia quelle del potere legislativo (il parlamentarismo è un fatto degenerativo).

Sarebbe giusto che il presidente della repubblica perdesse quasi tutti i poteri che ricordano quelli del monarca. Gli resterebbero le funzioni cerimoniali e protocollari, quelle che non meritano di impegnare il Cancelliere espresso dal popolo.  Nella regia forte di tale cancelliere, a lui spetteranno quasi tutte le funzioni assegnate al capo dello Stato da una carta statutaria oggettivamente pessima: ha fatto sorgere un ordinamento stimato solo dai farabutti che lo sfruttano. La fiducia nelle Istituzioni volute nel 1947 si è ridotta a percentuali da farsa.

Per la funzione nominale che è opportuno resti al Primo Cittadino non va cercato un protagonista, una personalità con un passato e un’ambizione importanti. Dovrebbe bastare la rotazione annuale tra personaggi degni di onorabilità, scelti per sorteggio in un ruolo di soggetti dotati di determinati requisiti oggettivi, p.es. magistrati o studiosi di alto livello, benemeriti del volontariato e simili. Il Primo  Cittadino non dovrebbe essere rieleggibile né essere prescelto per altri ruoli politici.

Dovrebbero essere imperativi l’abbandono della reggia del Quirinale e la scelta di una sede decorosa ma senza alcuno sfarzo, con un bilancio e un personale non superiori al decimo degli attuali. Tutti i presidenti repubblicani finora eletti andrebbero processati per non avere rifiutato di mettere piede in un edificio che è la negazione assoluta della sobrietà e della moralità repubblicane. I loro beni e quelli lasciati agli eredi dovrebbero essere confiscati per indennizzare i contribuenti degli oneri loro imposti dal Quirinale e sue dipendenze. Uguale procedimento dovrebbe avocare gli eccessi di reddito dei professionisti politici -e loro eredi- di carriera pubblica insolitamente lunga. Per esempio il sessantaduennio di parlamento, poi di Quirinale, originariamente imposto per Giorgio Napolitano dal Partito comunista andrebbe sanzionato come un sopruso e un sovraprofitto di regime.

A.M.C.