GROTTESCA DIARCHIA BERGOGLIO-BERTONE ALLA GUIDA DELLA CRISTIANITA’

Infuria nelle conventicole dei letterati e nei retrobottega dei librai la zuffa, a chi spetti tra i Grandi dei generi burlesco, satirico, rozzamente fescennino, di celebrare in versi il gran fatto ìlare dell’ultima quindicina dell’anno: il cardinale Tarcisio Bertone dona centocinquantamila ducati all’Ospedale Bambin Gesù, il polo d’eccellenza della pediatria, insidiato sì dalle ruberie però salvato dalla munifica donazione. Spetterà di poetare a Plauto o a Giovenale, al Berni, a Folgore di San Gimignano che in forme vernacolari si esprimeva su toni bassi? Piuttosto a Boccaccio, al Ruzzante, al Pietro Aretino del Dialogo delle Cortigiane? All’erede di tutti, Dario Fo?

La quale munifica donazione avviene, come tutti sanno, in quanto il porporato non si era accorto che, a Sua insaputa, somma equivalente era stata trasferita dal c/c del Polo d’eccellenza alla ristrutturazione della francescana porziuncola di Sua Eminenza. Rubare a favore di Bertone corrisponde, in circostanze cambiate, al largheggiare del Cinquecento per il Quirinale e per le principesche fortune dei parenti, figli compresi, di plotoni di papi . Tutti, allora come oggi, rubarono a Cristo cioè ai poveri.

Tuttavia le potenzialità di grottesco della generosa donazione non attengono tanto ai problemi di coscienza del principe della Chiesa. Errare è umano, restituire è ammirevole. Le potenzialità carnascialesche prorompono dalle modalità della donazione: “a rate e dai miei risparmi”! A riflettere, non sarebbe stato meglio se l’Eminenenza avesse confessato e basta? ‘Dai miei risparmi’ è enorme! Se il successore di un apostolo straccione ha risparmi, vuol dire che ottiene redditi eccedenti quanto occorre per sostenersi ai livelli di sobrietà intimati dal papa argentino. Sono redditi leciti a norma di Vangelo, oppure l’arrivo di Francesco ha solo increspato in superficie le acque stagnanti della Chiesa? Il pontefice che si era annunciato come rivoluzionario, quando cancellerà il trattamento sfarzoso dei sommi prelati? Quando amputerà il benessere dei gerarchi di Curia, quando li costringerà a cristiane ristrettezze? Infine, quando lascerà Roma col suo complessivo retaggio di infamie?

Più probabilmente, il ‘nuovo corso’ di Bergoglio andrà avanti per formule vuote e per esortazioni che scorrono come acqua sul marmo. I promotori di giustizia vaticani perseguiranno solo i giornalisti sicofanti e questo o quello dei malfattori talari? non chiederanno mai conto allo stesso sovrano del male di produrre parole invece che fatti? Oggi la Chiesa storica vanta numeri mirabolanti di fedeli che fotografano coi telefonini e pregano/salmodiano in centinaia di “lingue della Cristianità” (‘dallo svahili all’idioma del

Kerala’ si compiace Aldo Cazzullo). Tuttavia c’è una minoranza di cattolici semiprotestanti, cioè ecumenici sul serio, i quali si castigano nell’attesa di una nuova Pentecoste (attesa assente dai tripudi di piazza San Pietro); ecumenici che si fanno coraggio nella ricerca di un divino ignoto e negli struggimenti della liturgia. Questa minoranza meriterebbe qualche segnale di speranza. Invece questo papa parla solo agli innocenti inconsapevoli, alle badanti, ai consumatori di prodotti mediatici, ai bisognosi di messaggi ingannevoli, tipo “Abbandoniamo ogni forma di paura perché non si addice a chi è amato”.

Cosa sanno le grandi firme atee, che quasi danno del tu al Papa ma entrano in chiesa solo per affreschi; cosa sanno i miscredenti e gli ultralaici, che vociano anzi declamano nel momentaneo inneggiare al Giubileo e al suo Promotore (così in gamba nell’abbellire il look pubblico); cosa sanno i corifei, dell’invocazione drammatica Vieni Gesù nei canti giovani d’oggi?

La realtà colpirà duro la trovata di far passare le formule per parole di vita. La Chiesa come pugno di discepoli del Nazareno sta morendo. Si mantiene in salute la Mala Ecclesia che piace agli inviati speciali, ai paparazzi, ai laudatori senza coscienza. Quando anche Bergoglio passerà, inutile come tutti i predecessori dell’ultimo paio di secoli (pur tanto migliori di quelli del Rinascimento e del Medioevo di ferro), quando anche Bergoglio sarà passato invano, irromperà lo sgomento cattolico. Si spegnerà l’illusione che sia l’Istituzione romana, con le sue gerarchie e le sue prassi proterve, a portare la Luce.

Antonio Massimo Calderazzi

DETESTATO DAL VECCHIO ORDINE, ‘SOLO AL COMANDO’ GOVERNI A FAVORE DEL POPOLO

Come stanno le cose, Solo al Comando è quanto di meglio per lo Stivale: purché egli accetti i doveri che gravavano sui tyrannoi ellenici. Tra il secolo VII e la conquista romana le tirannidi greche furono talmente numerose da configurarsi come una necessità politica. E’ significativo che gli ordinamenti monocratici più antichi sorsero nella Jonia, le colonie greche dell’Asia minore: l’Ellade allora più progredita. Il ruolo dei tiranni fu quasi sempre di abbattere le oligarchie succedute alle monarchie arcaiche. In più essi prepararono i successivi reggimenti democratici, ossia favorirono la nascita della Democrazia Diretta.

In genere, scrivono gli storici, i tiranni erano dei nobili, qualche volta dei capi carismatici di nascita umile, che si mettevano a capo delle classi oppresse e rovesciavano gli ottimati che avevano gestito le poleis oligarchicamente. Coll’andar del tempo le tirannidi erano fatte per essere soppiantate da formule più o meno vigorose di democrazia diretta. Questo dovrà fare il renzismo, se davvero si farà autocratico.

A partire dal quinto secolo, l’era di Clistene e di Pericle, le tirannidi dunque generarono le democrazie, subentrando ad esse quando erano squassate dagli scontri di fazione e dalle lotte sociali. In altre parole, l’Ellade realizzò la democrazia soprattutto attraverso l’eversione degli ordinamenti legali. Nel nostro tempo sarà logico e giusto se le oligarchie peggiori -la nostra in primis- verranno liquidate da violazioni della legalità. La legalità non può che essere conservazione.

L’esperienza ellenica insegna che per durare il governante unico, rottamatore delle oligarchie, deve mantenere il consenso delle classi più numerose. In tempi di One per Cent queste ultime sono quelle dei redditi bassi. Ciò pone limiti alla confluenza tra le scelte del governante monocratico e quelle delle oligarchie amiche dei ricchi.

Il Solo al Comando fiorentino fa benissimo a rottamare quel segmento dell’oligarchia soi-disant progressista, il cui operare nella nostra epoca è risultato il grave allargamento dei divari sociali. Egli fa la cosa giusta a vilipendere gli imperativi sinistristi e le categorie della lotta di classe. E’ benemerito il suo disdegno per la piovra sindacale. Che sia accusato di fare le cose di Berlusconi è il prezzo che non può non pagare per allargare il consenso al cosiddetto partito della nazione. Ora però decida di voltare pagina, di colpire i privilegiati. Cominci ad avocare i supercompensi e le ricchezze ereditate, oltre una certa soglia. Tagli le pensioni d’oro, in aperto disprezzo per i diritti acquisiti e per i dettami della Consulta. Confischi e venda sul mercato internazionale le barche importanti. Affronti molte altre opere di giustizia, si faccia giustizialista.

Settanta anni di egemonia culturale del sinistrismo hanno fatto più ricchi i ricchi. Renzi dimostri nelle cose che l’umiliazione del settarismo marxista giova agli svantaggiati. Come facevano i tyrannoi, parteggi per il popolo. Studi e imiti due importanti esperienze iberiche. Prima, la dittatura amica del popolo di Miguel Primo de Rivera. Generale, marchese e Grande di Spagna, tra il 1923 e il ’30 scelse e privilegiò il solo partito socialista, allora una cosa pulita, come alleato per aiutare in vari modi i proletari, cominciando da un avviamento di Welfare e da grandi opere pubbliche che davano lavoro. Logicamente, a Grande Despressione iniziata, fu abbattuto: non da un referendum come lo sarà de Gaulle, ma dai duchi latifondisti e dai banchieri che contavano a Corte nell’ultimo anno di Alfonso XIII. Seconda esperienza, in Portogallo la sollevazione degli ufficiali (Rivoluzione dei garofani) del 1974 non si limitò a cancellare gli avanzi di salazarismo ma, appoggiata dai comunisti, forzò la modernizzazione dell’assetto generale e irrobustì le provvidenze sociali. Anche qui fu necessaria l’eversione della legalità.

Un ottantennio dopo il corso filosocialista del ‘Dictador’ Primo de Rivera, un quarantennio dopo la Rivoluzione dei garofani, i tempi sono maturi perchè Solo al Comando riprenda l’opera di un tyrannos andaluso che amava i lavoratori, nonché l’attacco alla legalità compiuto dagli ufficiali lusitani.

A.M.C.

LA BISMARCKATA DI ANGELA MERKEL

Diciamo bismarckata secondo un uso della politica spagnola. Per esempio chiamarono ‘sanjurjada’ il tentativo di pronunciamiento, nel 1932 ( secondo anno della seconda repubblica di Spagna, quella prima rosea poi rossa) fatto dal generale José Sanjurjo. La sanjurjada abortì, il generale fu condannato a morte (condanna non eseguita). Nel 1936, essendo il più alto in grado dei generali africanisti, fu designato a capeggiare la ribellione militare del 18 luglio (Franco non compariva ancora). Ma Sanjurjo morì nella caduta del piccolo aereo che aveva preso per raggiungere le operazioni golpiste. Si disse che il velivolo era appesantito dal baule contenente l’alta uniforme che il Nostro, peraltro corpulento, avrebbe indossato alla sfilata della vittoria.

Dunque la bismarckata della Cancelliera. Avrà sbagliato ad annunciare ‘accogliamo tutti’, cosa impossibile.Ma non avrà creduto di compiere un atto straordinario, degno dell’alto orgoglio di Otto von Bismarck? In particolare, degno dell’irraggiungibile astuzia di quando, nel 1870, provocò la Francia col ‘dispaccio di Ems’ a dichiarare e a perdere la guerra alla Prussia?

Dicono gli storici -però non tutti- che il maestoso predecessore di Angela Merkel dovette il suo maggiore trionfo al fatto di avere manipolato un telegramma da Ems del suo sovrano, Guglielmo I re di Prussia. Il dispaccio respingeva la pretesa di Parigi che re Guglielmo si impegnasse a vietare per sempre al nipote Leopoldo di Hohenzollern-Sigmaringen di accettare la corona di Spagna ( che per poco più di un anno andò ad Amedeo di Savoia, dopo il quale venne la Prima Repubblica di Spagna).

Quasi certamente è vero che senza la prontezza di riflessi e la furbizia ulissiaca di ritoccare il dispaccio, il Secondo Impero francese non avrebbe mosso il conflitto, per essere sbaragliato e abbattuto in poche settimane. Forse il riluttante Napoleone III era in cattive condizioni di salute quando fu plagiato a ordinare una guerra che peraltro il suo primo ministro e soprattutto lo Stato Maggiore assicuravano già vinta. Non era l’Armée de Terre ‘la più potente al mondo’? Bastarono due battaglie, Reichshoffen e Sedan, e l’imperatore fu sconfitto, fatto prigioniero, deposto. Il Cancelliere poté proclamare il Secondo Reich della nazione germanica.

Teoricamente la svolta della Kanzlerin di aprire la Bundesrepublik a grandi masse potrebbe un giorno risultare un atto politico più fatidico che unificare la Germania nel 1871. Con un fiat ella è sembrata cancellare un secolo di abominio contro il suo paese: cominciando dalle menzogne della propaganda franco-britannica sulle atrocità dell’occupazione germanica del Belgio nel ’14. Per non parlare della più tremenda delle accuse: ‘i tedeschi non potevano non sapere dei forni crematori’. Per qualche giorno le sinistre e i germanofobi del pianeta hanno inneggiato ai tedeschi, forse anche a Tacito che venti secoli fa li aveva detti essenzialmente etici. Questo a Bismarck non era riuscito, pur avendo lanciato il Welfare germanico e dominato la scena europea per un trentennio.

Come tutti sanno, Bismarck cadde (1890) per aver provato ad imporsi a Guglielmo II, divenuto imperatore alla morte del padre Federico III (aveva regnato tre mesi). Qualche storico arriva a congetturare che il Cancelliere avesse concepito di poter trasformare se stesso, il figlio Herbert (suo braccio destro nel governo) e i Bismarck discendenti in una dinastia di quasi-sovrani: come i maestri di palazzo Carolingi che finirono col togliere la corona di Francia ai Merovingi. O come gli shogun nipponici che furono i sovrani di fatto del Giappone per secoli. A tanto la Merkel, nei panni di Bismarck, non sarebbe arrivata.

Il Cancelliere di ferro e principe di Schoenhausen visse i suoi ultimi otto anni da pensionato. Per buonuscita aveva ricevuto il ducato di Lauenburg, che nel lontano passato era stato un piccolo Stato sovrano. Quando nel 1892 andò a Vienna per il matrimonio del figlio Herbert di cui voleva fare un maestro di palazzo carolingio, Berlino proibì che si facessero onori al grande Otto. Il quale si vendicò facendo scrivere sulla propria tomba, sotto il nome, ‘fedele servitore di Guglielmo I’; non del Kaiser regnante. Quando uscirà di scena, forse Angela nutrirà meno rancore, ammantata come sarà nella gloria di aver tentato di “accogliere tutti”.

Molto tragica invece la fine dell’ultima principessa Bismarck a entrare nella storia: nel 1944 si tolse la vita nella sua tenuta est-tedesca, all’arrivo dell’Armata Rossa.

A.M.C.

1921: IL GRANDE GIOLITTI BATTUTO DAI LILLIPUZIANI. ACCADRA’ A RENZI, PER L’IDENTICO ERRORE

Quasi opposte come sono le figure politiche e umane di Giovanni Giolitti e di Matteo Renzi, probabilmente le loro parabole storiche risulteranno pressoché uguali. Il secondo è, tra i politici delle due/tre repubbliche dello Stivale unito, il più brillante, il più assertivo, il più rinascimentale; in ogni caso, il solo che abbia provato ad innovare. Giolitti fu il maggiore dei primi ministri del Regno tra Cavour e Mussolini. Aggiornò il sistema liberal-capitalista, scongiurando che restasse un’oligarchia di notabili reazionari e che fosse abbattuto, come altre monarchie, dalla Grande Guerra e dalle ondate rivoluzionarie che seguirono.

Tuttavia, dopo avere imperato sulla politica italiana del primo quindicennio del secolo, lo statista piemontese subì la sua più grave disfatta nel maggio 1915, quando fu soverchiato dall’infatuazione guerresca della piccola borghesia interventista stordita dai lirismi di d’Annunzio, dalle suggestioni progressiste, dal denaro della propaganda franco-britannica. Il ‘dittatore parlamentare’ della Terza Roma non riuscì a difendere la nostra sacrosanta neutralità. Risultato, seicentomila morti, tragedie smisurate, i conati di bolscevismo, dunque il fascismo; poi le sciagure del secondo conflitto mondiale, la caduta del Paese ai partiti rapinatori: masnade dei peggiori professionisti dell’impostura elettorale sulla scala dell’intero Occidente.

Giolitti sembrò rialzarsi e rifulgere con le luminose, dure verità del ‘discorso di Dronero’, il 12 ottobre 1919. Umiliato nel 1915, tornò al potere nel giugno 1920, alla caduta di F.S.Nitti. A Dronero, il suo collegio elettorale, aveva ripreso il suo ruolo di primo tra i governanti italiani pronunciando una dura requisitoria contro i responsabili della tragedia bellica, nonché contro l’aggravamento delle storture del nostro sistema. Così la riassumono gli storici francesi Pierre Milza e Serge Berstein, autori di ‘Le fascisme italien’: “Denunciando i vizi del sistema oligarchico che aveva gettato l’Italia in guerra contro la volontà del popolo, Giolitti formulò a Dronero un programma neo-liberale adatto alla situazione. Bisognava che in futuro, con una modifica dello Statuto albertino, il Parlamento potesse pronunciarsi sui trattati e sulle dichiarazioni di guerra. Bisognava liquidare il passato, aprire una ‘inchiesta solenne’ sulla guerra, sulla condotta delle operazioni, sui grandi contratti di forniture, per far sapere al Paese come erano stati sprecati miliardi. Giolitti proponeva forti tagli alle spese militari, un’imposta progressiva sui redditi e sulle successioni, un prelievo eccezionale sui patrimoni e sui profitti di guerra. Le classi privilegiate che avevano condotto l’umanità al disastro non potevano essere più sole a dirigere il mondo, i cui destini sarebbero stati ormai nelle mani del popolo”.

A destra si levò contro il Nostro l’accusa di sinistrismo: qualcuno parlò di ‘bolscevico dell’Annunziata’ (pedestre riferimento all’Ordine cavalleresco dell’Annunziata che innalzava i pochi insigniti a ‘cugini del Re’). Le elezioni del 16 novembre 1919 dettero ragione a Giolitti: vittoria incontestabile per le forze di sinistra e per gli avversari della guerra. Giolitti sembrò aver salvato la democrazia liberale. Invece fu presto abbattuto dalla vecchia politica: da quel parlamentarismo e partitismo che in passato aveva padroneggiato e fatto docile. Le elezioni del maggio 1921 tradirono in pieno le sue attese: si dimise il 1° luglio. Le divisioni tra le consorterie di notabili menomarono per sempre la fiducia del popolo nelle istituzioni. Inevitabilmente trionfò il fascismo.

Il parallelismo con la parabola di Renzi è impressionante. La logica del sistema generato dal settarismo della Resistenza e della Costituzione partitocratica farà fallire la maggior parte dei grandi progetti del Rottamatore; così come quasi un secolo fa il parlamentarismo disfece lo statista di Mondovì. Giolitti aveva sopravanzato tutti; le sue proposte erano le più idonee ad affrontare la grave crisi sociale, a sventare le minacce del bolscevismo velleitario di Gramsci e dei socialisti massimalisti, a contenere le ben più concrete violenze del fascismo. Ma fece l’errore di continuare a credere nella via legale nelle virtù delle urne, laddove i Parlamenti e il liberalismo erano morenti: non solo in Italia. Poco dopo l’avvento di Mussolini ci furono quello di Salazar in Portogallo, quello di Miguel Primo de Rivera in Spagna, entrambi accolti entusiasticamente dai cittadini. Giolitti non si era accorto di quanto cambiavano i tempi. Cominciava l’agonia di Weimar. Le soluzioni più o meno autoritarie si profilavano o prevalevano altrove: Pilsudski in Polonia, Horthy e il conte Bethlen in Ungheria, Avarescu in Romania, monsignor Seipel a Vienna.

Dunque la fase aperta dalla Grande Guerra era congeniale alle soluzioni anti-demoplutocratiche, antiparlamentari e giustizialiste. Giolitti voleva conciliarle in Italia coi giochi di un parlamentarismo che boccheggiava tra le occupazioni delle fabbriche e delle terre e le sopraffazioni squadristiche. Avrebbe dovuto puntare non su don Sturzo e su Turati, bensì sui metodi spicci dei capi militari, in quel momento circonfusi di prestigio per aver finito col vincere la guerra. Per esempio sul ruvido ligure Enrico Caviglia, che aveva comandato l’Ottava Armata e a cui Giolitti affiderà di liquidare in poche ore la sedizione di d’Annunzio a Fiume. Scelse invece, forse per una precoce senilità di settantottenne, il vecchio strumento del notabilato oligarchico: elezioni anticipate per rafforzare l’esecutivo. Invece le urne frantumarono lo schieramento rinnovatore che vagheggiava. Il ‘Dittatore parlamentare’ che non si fece Dictator vero -quello della Roma repubblicana nei momenti duri- fu annientato da un parlamentarismo che nell’emergenza del 1920-21 egli avrebbe dovuto spazzare via.

Uguale sarà il destino di Matteo Renzi. Ha creduto di poter rottamare la vecchia politica in alleanza con quest’ultima: con Montecitorio, con palazzo Madama, con la Corte costituzionale bastione del partitismo, col Quirinale pinnacolo e vertice della Casta, con le bande della cleptocrazia. Il gattamelatesco Fiorentino sta facendo a 39 anni lo stesso sbaglio del vegliardo che a Dronero era apparso un gigante (e che Georges Sorel, il teorico dello sciopero rivoluzionario, aveva immaginato volesse instaurare e capeggiare una Repubblica).

Matteo Renzi ci fece credere che volesse raddrizzare la vecchia politica. Governando ci ha chiarito che intende fare l’eversore perbene col consenso delle Istituzioni. E’ certo che si illude. Farebbe ancora in tempo a ibernare for good dette istituzioni. Come? Motivando e guidando un pugno di giovani ufficiali giustizialisti: le occasioni non mancheranno perchè, emuli dei capitani portoghesi che nel 1974 rovesciarono senza sparare il regime salazarista, ci liberino della partitocrazia ladra. Poche ore fa i furfanti del parlamento hanno votato per riprendersi un finanziamento pubblico che speravamo abolito. Il sistema non punisce quei ladri di Stato. Lo facciano i centurioni di un Renzi che apra gli occhi. Magari svegliato dalle Afroditi che illegiadriscono il governo.

A.M.C.

LE COSE GROSSE CHE RENZI NON FARA’ LE FARA’ SOLO UN EVERSORE VERO

Uno che credette in un Matteo Renzi unico potenziale demolitore e ricostruttore del nostro sistema politico, deve riconoscere d’avere sbagliato. Un anno e mezzo di governo è la prova che Egli non può e non vuole cambiare le cose grosse. Centinaia di propositi minori, qualche provvedimento apprezzabile, ma quasi tutto resta come prima, con in più la vulnerabilità del benessere consumistico. La pessima tra le Costituzioni moderne grava sempre su di noi, intatta, a organare il più intoccabile dei cattivi assetti collettivi dell’Occidente.

A valle del trionfo del Rottamatore abbiamo un capo dello Stato che incarna, come nessuno potrebbe meglio, la continuità e invincibilità del Vecchio Ordine. Abbiamo un debito schiacciante e un spesa reale che crescono invece di diminuire. La Ragioneria dello Stato sta rivedendo al rialzo le previsioni di spesa di quasi tutti i ministeri. Beninteso le maggiori uscite che si annunciano non sono richieste se non marginalmente da erogazioni virtuose, p.es. per soccorrere i veri profughi di guerra, o per investire in quelle regioni semi-desertiche dell’Africa dove in due anni è piovuto una sola volta e non sopravvivono gli uomini e il bestiame di cui campavano. Nessun programma nuovo e meritevole, invece sì il mantenimento di andazzi e di disvalori.

Fatto p.es. un piccolo taglio (25 milioni) alla vergognosa spesa per le nostre ambasciate, esse costeranno ancora, da sole, 629 milioni. Un Renzi avrebbe dovuto amputare di mezzo miliardo questo capitolo, il capitolo della vanagloria parvenue delle sedi diplomatiche tra le più chic, fatue e inutili del pianeta. Al confronto è quasi rispettabile -è tutto dire- l’incremento (450 milioni) del bilancio della Difesa; bilancio che dovrebbe essere addossato quasi per intero a quelli del Pentagono/della Nato.

Non è stato né chiuso e venduto al migliore offerente, né interamente convertito nel maggiore museo del mondo, il palazzo del Quirinale, eccessiva reggia di un caponotabile, monumento della ferocia anticristiana di alcuni papi del Rinascimento, poi dell’egoismo di quattro monarchi sabaudi. Il solo bilancio corrente della reggia, per non parlare del suo valore immobiliare, basterebbe a finanziare gli impianti solari o eolici per estrarre acqua dagli strati profondissimi di alcune terre subsahariane; o per dissalare un po’ di mare. La durezza di cuore dei nostri governanti, dal primo all’ultimo imbellettati di socialità, stupisce gli osservatori più malevoli.

Matteo Renzi non ha fatto e non farà niente per contenere l’invasione dei migranti economici, nell’unico modo che è possibile: un gigantesco, doloroso per i contribuenti, piano Marshall contro la miseria nel mondo. Troppo legato, Renzi, al concetto tradizionale secondo cui uno Stato non ha obblighi etici fuori dei propri confini. I miserabili crepino; gli elettori possidenti siano sgravati di tasse, laddove dovrebbero essere convinti/costretti ad accettare di impoverirsi.

Matteo Renzi non è nemmeno certo di riuscire a depotenziare un Senato grottescamente dannoso. In realtà esso non va depotenziato, va abolito: contestualmente alla riduzione a un terzo del numero, del costo e della nocività dei deputati (come di tutti gli altri gerarchi espressi dalle urne).

Quali siano stati nel settantennio post-fascista gli uomini e i partiti del potere, noi non abbiamo un ordine democratico, non uno preferibile ai regimi rozzamente autoritari. Abbiamo un ordine plutocratico-parlamentare nel quale gli elettori bassi sono in tutto impotenti, la ricchezza e le collusioni restano decisive, i divari sociali si allargano invece di ridursi, la corruzione e il cinismo di massa dilagano.

Sia chiaro: le grandi opere che Renzi non farà, nessun altro le farà. La nostra classe di potere è una scadente consorteria di reucci-proci, i principali tra i quali -i Prodi, i Berlusconi, i D’Alema. i Bersani, i Letta, gli improvvisati che tentano di sostituirli- hanno dimostrato ad abundantiam la loro nullità quali conduttori del Paese. Questo dà la certezza che quando Renzi cadrà, le prospettive saranno persino peggiori. La Repubblica, nata malata di partitismo ladro, non può essere riformata. Non può guarire. Va abbattuta con le sue Istituzioni da un soprassalto di consapevolezza e di vitalità.

Bisogna ripudiare la nostra legalità. E’ la legalità di uno Stato-canaglia, fondato e malversato dai peggiori tra noi.

A.M.C.

CHE PENSARE DELL’ATOMICA PAKISTANA?

Da una fonte di qualche attendibilità abbiamo appreso che il Pakistan possiede un arsenale nucleare di oltre duecento ordigni; alcuni esperti prevedono che le bombe atomiche di Islamabad supereranno di molto le trecento in un avvenire vicino. Se le cose sono veramente a questo punto, il pensiero va, intanto, alla leadership tecnologica di quel paese. Poi va alla feroce opposizione americana e israeliana al nucleare iraniano: che meriti ha il Pakistan, a parte l’antica affiliazione alle linee della Casa Bianca e del Pentagono, per vedersi riconosciuto un posto di tanto rilievo nel club nucleare?

Risulta che ‘Pakistan’ vuol dire ‘Terra dei giusti’, e che incorpora le iniziali delle tre grandi componenti del paese, Punjab, Afghania, Kashmir; il nome lo inventarono negli anni Trenta certi giovani nazionalisti indo-islamici che studiavano in Gran Bretagna. Però la storia della nazione non è rassicurante. Nacque nel 1947 dal drammatico bagno di sangue tra maggioranza hindu e minoranza islamica dell’impero britannico d’India. Un conflitto armato con New Dehli per il Kashmir durò un paio d’anni (1947-49) senza esito. Quello con la Cina per il Ladakh si situa nel 1963. Nel 1971-72 la secessione del Pakistan orientale (Bangla Desh) dalla parte occidentale del paese, distante 2000 chilometri, fu preceduta da una guerra civile.

Le compassate, uggiose istituzioni parlamentari ereditate dal Raj britannico, convenienti solo agli agrari e in genere alle classi alte, furono liquidate per qualche anno dai militari del generale Ayub. Sorto come Dominion, sovrana la Regina d’Inghilterra, il Pakistan divenne repubblica nove anni dopo. Nel 1972 il governo di Z.A. Bhutto tentò una politica di riforme a favore del popolo ma fu presto rovesciato dai militari. Non mancarono gli assassinii politici.

Le vicende del Paese dei Giusti sono state a lungo condizionate dagli sviluppi dell’Afghanistan. Sospettati da Washington di appoggiare la guerriglia antiamericana, i territori pakistani confinanti con le aree controllate dai talebani hanno subito frequenti bombardamenti USA, gravi violazioni della sovranità nazionale volte a colpire gli alleati dei guerriglieri. Finora Islamabad è riuscita a scongiurare l’esplosione antiamericana che sembrava dover seguire alle perdite umane e materiali provocate dai droni, impiegati su vasta scala dalla nuova strategia dell’amministrazione Obama.

Il crescere forse esponenziale della capacità nucleare di Islamabad avviene in un contesto né stabile né rassicurante. Getta una luce ancora più cruda sull’impotenza, ossia inutilità, di tutti gli organismi internazionali finora architettati per portare legalità e sicurezza agli scacchieri difficili. L’appartenenza stessa all’Onu dei paesi bisognosi di svilupparsi drena i loro scarni bilanci.

Peraltro i foschi conseguimenti del nucleare pakistano attestano la sofisticazione della scienza e della tecnologia del paese, stato l’Islam dell’India, parte integrante di una civiltà superiore. Anzi tra i secoli XVI e XIX i musulmani avevano dominato il subcontinente con una dinastia Moghul che fece fiorire rigogliosamente le scienze oltre che le arti. Non deve sorprendere che questo paese ancora economicamente arretrato possegga invece le risorse umane e il know-how adeguati alle ardue esigenze del settore nucleare: disonore all’Establishment che non volge a fini di pace l’intelligenza della stirpe.

Fu sintomatico che, quando il ‘re d’Italia’ Gianni Agnelli risultò affetto da una cardiopatia, egli si affidò a un chirurgo del cuore erede del ricco retaggio medico del Subcontinente indiano.

JJJ

IMPOVERIRCI PER FERMARE LE NUOVE INVASIONI BARBARICHE

Sbagliano gravemente le capitali europee a scegliere l’inazione. Sbagliano gravemente i ciambellani che hanno insediato a Bruxelles, a giudicare esigua e non catastrofica per i nostri proletari l’invasione umana dal mondo della miseria. Credendo di scegliere il male minore, o di arricchirci di lavoratori sottopagabili, o addirittura di compensare il calo delle nascite, i vari Renzi ragionano come quei governanti romani che, confrontati dalle prime invasioni barbariche, nel 375 autorizzarono uno stanziamento di Unni nella Mesia al di qua del ‘limes’ danubiano. A Roma non si immaginò che i barbari avrebbero trionfato. Che avrebbero ereditato l’impero.

I reggitori europei si comportano come si comportano perché hanno deciso che subire una serie di successi dei migranti d’attacco abbia oneri politico-economici inferiori ai duri costi della soluzione radicale, quella che un giorno si imporrà inesorabilmente: spartire in grande coi miseri la nostra ricchezza esorbitante. Accettare cioè il ritorno a come eravamo: non straccioni ma relativamente poveri, avvezzi agli stenti. Decidere di non abbassare bensì aggravare le tasse.

Decidere oggi il nostro impoverimento per combattere gli eccessi di povertà altrui significherebbe il suicidio delle attuali classi di potere. Meno traumatico, anzi accettabile -così credono- fare concessioni parziali, ammettere invasioni diluite, tollerare vittorie dell’ illegalità. Tutto fuorché proclamare alto e forte che le nostre società dovranno regredire alla parsimonia di prima dei miracoli economici post-bellici.

I governanti si sbagliano. Spartire coi poveri di altri continenti perché non arrivino, a moltiplicare i problemi della convivenza (la società multietnica è una chimera: l’America di Obama insegni) sarà inevitabile. Meglio governare il processo. Se l’Europa è sovrapopolata, se si cementifica e inquina ogni giorno di più, se gli europei non gradiscono di ammettere a decine di milioni i sottoproletari di colore, le prospettive e le ragioni dell’integrazione sono inesistenti. Zero. A non volere, com’è sacrosanto, respingere le orde coi cannoni, a non voler affondare i barconi e mitragliare le turbe che sfondano le frontiere blindate, non resta che istituire in Europa una supertassa abbastanza pesante da cancellare un terzo della miseria del mondo. Non resta che dire addio al benessere diffuso, non resta che avocare non solo l’ultraricchezza dell’One per cent ma anche il superfluo dei ceti medio-alti. Beninteso, anche il Nord America, l’Australia, la Nuova Zelanda, le oasi di ricchezza dell’Asia e del Sud America, dovranno fare come l’Europa, a costi umani pressapoco uguali.

Però la metà donatrice del mondo dovrà contestualmente imporre la limitazione delle nascite. L’esplosione demografica annullerebbe il senso dei nostri sacrifici. La Chiesa cattolica finirà col ripudiare in toto la fandonia secondo cui ogni nascita è un dono di Dio. Non lo è: l’impero religioso più vittorioso della storia dovrà rinnegare se stesso. Una volta che l’Occidente avrà accettato di sradicare la miseria altrui, la Chiesa dovrà smettere di ricattarlo con gli sterili imperativi dell’accoglienza, con le imposture dell’integrazione felice e della fiducia nella Provvidenza.

In pratica occorrerà un aggregato di piani Marshall a ns/ carico: per fermare a breve i nuovi arrivi; per imporre o incentivare i rimpatri; per soccorrere i respinti; soprattutto per avviare nei paesi poveri cantieri e iniziative economiche mammuth, tipo sfruttare il sole per generare elettricità che estragga acqua dagli strati profondi delle terre aride. Quasi mai si dovranno affidare risorse ai governi locali: saranno protette fisicamente le nostre iniziative dirette. Resistenze e suscettibilità dei governi dei paesi assistiti andranno respinte. La verità essendo che la decolonizzazione ha ingrossato la miseria -gli eritrei sarebbero prosperi se fossero rimasti con noi- le accuse di neocolonialismo meriteranno noncuranza.

Sul breve termine bisognerà trascurare non solo la ‘sovranità’ delle nazioni sciagurate e degli Stati-canaglia, anche quella di un’ONU catastroficamente dilapidatrice e inutile. Per esempio, la distruzione della flotta dei natanti negrieri nei porti andrà fatta subito, senza chiedere autorizzazioni, indennizzando i pescatori veri, non i proprietari di yacht. Costringendosi ad impoverirsi per condividere, l’Occidente acquisterà diritti e dovrà esercitarli. Per esempio, ove manchino localmente tecnici e lavoratori qualificati, imporrà i propri.

Ciò mitigherà alquanto (poco) le resistenze disperate dei nostri contribuenti/elettori.

A.M.C.

PROFEZIA: L’ALTRA DIMENSIONE DELLA POLITICA

L’analisi del presente conta meno che guardare nel futuro. Le grandi firme ci dicono quasi solo ciò che già sappiamo.

Uno che riflette sulla politica avrebbe il diritto/dovere di rifiutarsi alla convenzione che lo obbliga alle sole ‘analisi della realtà’. Di queste analisi sono pieni i fossi. La politologia si ritrova drammaticamente inutile a valle del solo realismo, del solo rigore, di una così dura costrizione al presente: come se il futuro non incombesse. Invece il futuro va pensato più che il presente stesso. I giochi di quest’ultimo sono già fatti, invece quelli del futuro dipendono da noi oltre che dalle cose, dai disegni della storia. Scrivere del futuro è al tempo stesso proiettare in avanti l’esercizio della logica e, inevitabilmente, profetizzare: senza rispetto umano. A costo di apparire lunatico ai confrères. A costo di essere di fatto espulso dalla professione. Il giornalista compiuto, il commentatore rispettato, consumerà la vita intera a studiare le mosse, motivazioni, intuizioni tattiche dei ‘leader’ di turno: anche i leader più piccoli, anche i Carneadi assoluti. Ci sono poi i grandi tenori, i prìncipi delle redazioni, che danno del tu ai baroni del potere; e in che sovrastano sui colleghi di poco nome? In questo: possono menzionare un padreterno cui danno del tu. Si veda Indro Montanelli, il decano, alcuni dicono il più bravo di tutti. Una sapienza smisurata delle cose del mondo: ma guai a chiedergli cosa vedeva nell’avvenire. Si avvaleva del diritto di ignorarlo, anzi di detestarlo. Ci spiegava magistralmente ciò che ci angustiava già.

Il Nessuno che scrive queste note ha a lungo cercato di guardare nel futuro, e non ha rimpianti per averlo fatto. Al contrario. Nell’estate del 1960, vinta da John F.Kennedy la Convenzione del partito democratico, dilagarono sul pianeta l’esaltazione della Nuova Frontiera e l’apoteosi di un nuovo presidente definito ‘grande’ prima ancora d’essere eletto. Non parliamo di quanto si nitrì quando il Divo si insediò. Invece ben presto gli americani constatarono di non avere motivi per attribuire a Kennedy né grandezza, né integrità morale e nemmeno abilità: visto che fece cadere l’America, contro i consigli di Eisenhower -che si intendeva di guerra- nella più grave delle imboscate della storia: l’impresa canagliesca del Vietnam, anzi d’Indocina.

Ebbene il Nessuno che scrive cominciò l’estate di cui parliamo a cercare di spiegare su ‘Relazioni Internazionali’, l’organo dell’Istituto per gli studi di politica internazionale, perchè la Nuova Frontiera era un abbaglio: non degli americani, abituati da sempre a votare senza illusioni, ma degli opinion makers à la page di ogni angolo del mondo. Cercò di argomentare che Kennedy era un opportunista di genio, non il Mosé della rigenerazione americana. Il sorridente cinismo di Kennedy fece prontamente perdere agli Stati Uniti buona parte dell’innocenza che loro restava. Oggi nessuno rimpiange John Kennedy.

Sempre in quegli anni, specie dopo il 1955, sostenni che per il campo comunista, allora possente, non c’era futuro. I partiti comunisti occidentali, in prima linea quello italiano, non avevano che la scelta di rompere con Mosca, di passare al riformismo e alla libertà, di ripudiare Stalin, Gramsci e Togliatti.

Nel 1966 esplose in Cina la Rivoluzione Culturale, e prontamente impazzò l’ammirazione per la creatività di Mao il quale fomentava l’insurrezione contro il suo regime. In Occidente la frenesia non trascinò solo gli intellettuali o i militanti sgrammaticati: anche molti personaggi dell’Establishment: cattedratici, ambasciatori impomatati, capitani delle Borse, ereditiere. Gente che aveva sempre seduto nei palchi di proscenio della conservazione si mise a consonare coi crimini delle Guardie rosse.

Annunciai su ‘Relazioni Internazionali’ l’esatto contrario: avrebbe vinto il Krusciov cinese, Si sarebbero imposti il revisionismo, l’economicismo, l’antirivoluzione. I cinesi si sarebbero mortalmente stancati di restare miseri, stancati di assiomi farneticanti tipo ‘meglio rossi che esperti’. Si sono stancati, of course. La Cina di oggi fa risultare perfettamente stupida l’infatuazione intellettuale d’Occidente.

Arrivarono le Gloriose giornate del Sessantotto. Il sistema apparve sul punto di darsi una civiltà e una fede alternative. Il parossismo giovanile sembrò annuncio del Tempo Nuovo, invece era una sbornia di gazosa. Ho i ritagli dei miei scritti, del tutto trascurati è ovvio, eppure anticipatori di un futuro categorico. C’è un’altra faccia o dimensione della politica, ed è la profezia.

Ecco, presentate le doverose credenziali, posso avanzare ipotesi sui prossimi venti-trenta anni. Dovranno accadere novità dirompenti, se è scritto che l’Occidente sussista. Dovremo capovolgere quasi tutti gli assetti.

* La democrazia rappresentativa finirà, le elezioni e i partiti saranno cancellati, le Carte costituzionali cestinate. Ci libereremo dei professionisti delle urne e del furto. Abolita la delega elettorale, si progetteranno congegni completamente nuovi. Ora come ora, fino al sorgere di un’idea migliore, il congegno più verosimile è la randomcrazia: selezionare per sorteggio e per turni brevissimi ( pochi mesi) un corpo di cinquecentomila ‘supercittadini una tantum’ che attuino la democrazia diretta/elettronica. Dovranno possedere qualificazioni elevate -p.es. – volontariato- per meritare di riprodurre in termini moderni la cittadinanza ristretta, diretta e sovrana della Polis ateniese.

* Il mestiere di politico sarà fatto sparire. Quella che ancora chiamiamo democrazia si è degradata da due secoli a sovranità delle oligarchie. Il sisma che abbatterà il sistema rappresentativo sarà suscitato dal disgusto della gente, tuttavia con un ruolo decisivo della rivoluzione tecnologica. La forza delle cose oggettive chiamerà i cittadini ad essere sovrani.

* Dopo essere stati aboliti ed espropriati dei beni loro e dei loro esponenti (in conto ai risarcimenti cui saranno obbligati per le rapine e il malaffare), i partiti rinasceranno come libere e innocue associazioni: cancellate le elezioni, risulteranno sdentati. Nemmeno le lobbies più gigantesche avranno interesse a comprarli. Emergerà presto il loro disinteresse alle battaglie ideali e alla germinazione di idee. Chiuderanno.

* Dunque la Repubblica che conosciamo crollerà, sostituita da altra che sarà il suo contrario. Se non crollerà, andrà male. I ritocchi cosmetici varranno zero. Questa è le pessima delle Repubbliche.

* La spesa pubblica andrà all’incirca dimezzata, ma non così le tasse. I paesi ricchi dovranno finalmente fare il loro dovere a favore dei popoli della miseria, abbassando il benessere occidentale ma non rispettando i regimi indegni sorti dalla decolonizzazione.

* Non avremo salvezza se le pubbliche amministrazioni non saranno risanate con mezzi draconiani che sospendano diritti, garanzie, prassi, conquiste, indulgenze, consuetudini, omertà. Dovrà accadere un fatto morale rivoluzionario, lacerante. Le riforme dure non possono essere né graduali, né indolori. Per esempio la burocrazia è invulnerabile se i suoi ‘diritti acquisiti’ vengono rispettati.

* Non basterà che i membri di tutte le assemblee vengano sorteggiati invece che eletti. I numeri andranno falcidiati: p.es. il parlamento centrale, dovrà scendere da mille a duecento persone, pagate un sesto di oggi.

* I lavoratori andranno associati alla gestione delle imprese, cioè ai profitti e alle perdite. Il diritto di sciopero sarà fortemente ristretto, cancellato ogni volta che danneggerà il pubblico. Cadranno le norme contro i cosiddetti comportamenti antisindacali; dovranno sparire i privilegi di alcune categorie. Andranno castigati con prelievi e con licenziamenti tutti i beneficiari di assunzioni politiche, clientelari, ecc.

* Il consumismo e il materialismo sono purtroppo i prezzi da pagare per avere il benessere diffuso. Non avremmo avuto l’elevazione delle classi umili se i supermercati non traboccassero del superfluo. Tuttavia l’iperconsumo andrà contrastato. Gli sport, la moda, le attività a prevalente contenuto edonistico e mondano andranno penalizzati dal fisco. Il servizio radiotelevisivo pubblico andrà liquidato,

* L’immigrazione clandestina dovrà essere fermata, i clandestini rimpatriati o puniti, oltre che incentivati economicamente a partire. Il diritto d’asilo dovrà essere ridotto: spetta solo ai profughi veri. Simultaneamente dovranno essere moltiplicate le risorse pubbliche a beneficio diretto dei poveri del mondo, non dei loro governi. Le attività di soccorso e i grandi cantieri di lavoro aperti dai paesi donatori andranno protette con le armi, disconoscendo la sovranità delle autorità locali e dei troppi organismi internazionali.

* La permissività generalizzata, il rispetto per le trasgressioni e le devianze andranno riconsiderati, contrastando il diritto alle ostentazioni, ridimenzionando ‘i diritti’ stessi.

* Alle persone condannate a pene detentive andrebbe offerta la scelta tra l’espiazione tradizionale ed una molto breve -per esempio un decimo delle condanne inflitte- caratterizzata da punizioni corporali o dai lavori pesanti forzati, in rapporto ai mezzi fisici dei detenuti. Nel caso di condannati ricchi, la carcerazione dovrebbe cominciare al primo grado di giudizio; oppure essere sostituita dall’ avocazione tendenzialmente totale dei beni.

Ecco, sono stati elencati alcuni tra gli aspetti sbagliati del modello occidentale. Parecchi tra essi non saranno mai affrontati. Ma in tal caso l’Occidente si degraderà. Anzi finirà male.

Antonio Massimo Calderazzi

IL POLIZIOTTO SUDISTA, ALTRO CHE UNCLE SAM, INCARNA L’AMERICA

L’agente M.T. Slager, che a North Charleston (South Carolina) ha ucciso il nero William Scott -lo voleva arrestare perché non gli funzionava il fanalino dello stop- impersona ben meglio di Zio Sam gli Stati Uniti, che in Indocina fanno morire 3 milioni di vietnamiti contro 58 mila americani; che per vincere la guerra sganciano bombe per 3 milioni di tonn, contro i 2 milioni dell’intero Secondo conflitto mondiale; e che la guerra, invece di vincerla, la perdono nella sconfitta più umiliante della storia. Spiegazione: non abbiamo potuto usare l’arma nucleare, come sarebbe stato nostro diritto.

Diciamo questo anche perché l’agente Slager ha sparato con la sua Glock calibro 45 “Not once. Not twice. Eight times” scrive TIME. E’ certo: qualunque suo collega di Scotland Yard o dell’Arma dei Carabinieri, se proprio avesse voluto ferire un contravventore del codice stradale che fuggiva disarmato, avrebbe mirato alle gambe per rallentarlo, non otto volte per ucciderlo. Quando il negro Scott è caduto, già morente, l’agente Slager lo ha ammanettato, non provato a soccorrere.

Grave com’è il profilo razzista dell’assassinio, non è quello decisivo. La compulsione omicida, nel paese che fece il Vietnam, sarebbe la stessa anche se i negri fossero bianchi. E’ invece schiacciante la presa di coscienza di una serie di realtà:

A) dalla fine di WW2 la vocazione universalistico-egemonica, suscitata dal duo guerrafondaio Woodrow Wilson-F.D.Roosevelt, condanna gli USA a guerre che ora immancabilmente perdono e a imprese fallimentari, con tutta la loro supremazia tecnologica.

B) l’ingentezza delle dimensioni e delle risorse ingigantisce le esigenze, dunque i costi materiali e morali del bellicismo ossessivo. L’invulnerabilità goduta fino al 1945 ha indotto gli americani a credersi invincibili, essendo invece vincibilissimi. Lo hanno dimostrato tutte le guerre dello scorso settantennio.

C) In termini quantitativi e qualitativi, gli USA sono il paese più militarista, cioè più condizionato dai precetti e dagli apparati bellici, della storia.

D) Il declino morale, nonché diplomatico e geopolitico, dell’America che fu la fidanzata del mondo è già cominciato da X anni, ma diverrà precipitoso se il consenso patriottico non si indebolirà sensibilmente, in rapporto ai fatti di cui sopra. Le troppa fede nella bandiera a stelle e strisce sarà più nociva della nostra quasi totale, e santa, irriverenza per il Tricolore.

Questi i contorni simbolici, storico-politici, del crimine di North Charleston. Ci sono

ovviamente quelli razzistici. Negli ultimi cinque anni tredici agenti del Law and Order hanno ucciso senza necessità dei neri: per vendita di sigarette di contrabbando, per furto da supermarket, per non essersi fermato (Levar Jones) non indossando la cintura di sicurezza, per resistere all’arresto, per guidare in modo disordinato, per vagare nudo. In nessuno dei tredici casi un poliziotto europeo avrebbe sparato per uccidere. E, sempre secondo TIME, sono state 209 in cinque anni le occasioni in cui la polizia del South Carolina ha sparato senza uccidere. E’ anìmalesca e deviata quella polizia? No, è come la vuole l’America animalesca e deviata.

Quanto al razzismo, ben poco faranno i pubblici poteri. I neri sono largamente detestati, malgrado due mandati presidenziali di un nero (il quale agisce come fosse bianco). Forse i due mandati hanno esasperato il razzismo. L’America pagherà a lungo per due secoli di importazione di schiavi; e i discendenti degli schiavi non sono la crema dei gentiluomini.

L’integrazione vera dei neri è un’ubbia: non solo in America. Discendessi da uno schiavo tornerei in Africa, congratulandomi di tornarvi, metti, con due lauree e un fondo d’investimento.

A.M.C.

FAREMO COME IL PORTOGALLO PER LIBERARCI DEL REGIME BUONO A NIENTE?

Quarantuno anni fa -25 aprile 1974- una rivolta di duecento ufficiali, quasi tutti capitani e quasi tutti trentenni, stupì il mondo liberando il Portogallo, ancora padrone di grosse colonie africane, dal regime postsalazariano dell’Estado Novo, sorto nel 1926. Il colpo di Stato volle non più di sei-sette ore, nessuno scontro e nessuno spargimento di sangue. Così andò altre volte in passato, nella tradizione portoghese. Quel 25 aprile un incidente marginale e localizzato fece quattro morti, ma era in nulla connesso col colpo di Stato.

Il Movimiento de las Fuerzas Armadas trionfò senza oppositori. Il capo del governo Antonio Caetano, successore di Salazar e come lui professore universitario, tenne a trasmettere personalmente, e urbanamente, il potere al generale Antonio de Spinola, sottocapo di Stato Maggiore, designato dai capitani trentenni. Per un biennio i nuovi gestori politici del Portogallo non furono i tradizionali personaggi di destra, ma il socialista Mario Soares e Alvaro Cunhal, capo dei comunisti portoghesi. Né l’uno né l’altro erano stati i mandanti di una rivolta scatenata invece dalle frustrazioni della guerra coloniale, costosissima anche sul piano umano. Fu dunque la volta che le sinistre plaudirono e andarono al potere: se ne ricordino quanti oggi agitano lo spauracchio della soluzione di forza, anzi ‘fascista’, cui rispondere con un’esilarante ‘Nuova Resistenza’. A loro questo Stato buono a niente va bene così.

In Portogallo si fece ricorso alla minaccia della violenza -non alla violenza effettiva-perchè la legalità era tutta dalla parte del tardo salazarismo; così come da noi essa legalità è tutta dalla parte della demoplutocleptocrazia. Più alla lontana, si ricordi che anche i titoli di gloria della nazione lusitana -le grandi scoperte geografiche, la prodigiosa espansione coloniale tra il 1415 e il 1580, in tre continenti, furono dovuti alla cosiddetta Rivoluzione armata del 1383; due anni dopo essa trionfò grazie al genio del condottiero militare Nun’Alvarez Pereira, vincitore della battaglia di Aljubarrota. La dinastia degli Aviz che si insignorì del regno lanciò con Enrico il Navigatore e con Giovanni II i viaggi di esplorazione oceanica, trasformando uno Stato marginale nel leader della conquista europea sul pianeta. Infine è bene ricordare che fu un colpo militare quello che il 5 ottobre 1910 mise fine alla monarchia, vent’anni prima che in Spagna. Ancora una volta: se avesse prevalso, la legalità avrebbe perpetuato il vecchio ordine Braganza.

La necessità di una soluzione di forza non si può escludere per lo Stivale: forse sarà il Portogallo degli anni Venti. Certo non soffre come la nazione lusitana di una dura guerra coloniale. Le guerre coloniali abbatterono la monarchia spagnola nel 1931, la Quarta Repubblica francese nel 1958. Dall’Algeria minacciarono persino il potere dell’augusto Charles de Gaulle. Il settantennale regime italiano non soffre di tumori coloniali. Tuttavia il giorno che l’economia mancasse la ripresa e che le Istituzioni repubblicane si facessero sconfiggere dalla coalizione dei tre grandi nemici -il declino economico; l’odio antipolitico del popolo; la valanga immigratoria- quel giorno la legalità cesserebbe di proteggere il regime. Dovrebbe fare luogo a una nuova, ben più reale legalità generata dalle cose, dalla minaccia della forza. Come a Lisbona, non si verserebbe una goccia di sangue. Chi si batterebbe in difesa dei cleptocrati e di uno Stato quasi-canaglia?

In due anni la ‘Rivoluzione dei garofani’ si ammorbidì e normalizzò. Però non fu soppiantata da alcuna controriforma “berlusconiana”. La bianca, affascinante Evora coronata di querce da sughero conserva il ricordo di quando l’Alentejo circostante era bastione dello stalinista PCP di Alvaro Cunhal. Con lui e grazie ai capitani trentenni i latifondi erano stati occupati dai braccianti, e le agitazioni avevano costretto all’impotenza il governo provvisorio dell’ammiraglio Pinheiro de Azavado. Coll’avvento a capo dello Stato di Ramalho Eanes, a primo ministro di Mario Soares, è sopraggiunta la normalità. Le posizioni estreme sono, o sembrano, scomparse, la svolta modernizzatrice prosegue, pur con le sue incertezze.

In Italia la partitocrazia ladra ha trovato in Matteo Renzi il Rottamatore/Restauratore. Sempre che a) l’economia si riprenda; b) si attenui il rancore del Paese nei confronti dei politici; c) si fermi l’alluvione dei migranti (quest’ultima non meno ma più pericolosa di una guerra coloniale). Se queste condizioni non si verificheranno, perché la repubblica gestita dal Partito Unico del Furto dovrebbe sfuggire all’esperimento del giustizialismo alla portoghese? Le Istituzioni rette da Mattarella e dalla Consulta sono la garanzia di un immobilismo alla Marcelo Caetano, 41 anni fa.

A.M.C.

TRA I GRANDI STATISTI MODERNI IL PIU’ BUGIARDO FU ROOSEVELT

I suoi seguaci lo identificarono col New Deal, che però fu opera assai meno rilevante del vantato. In realtà fu l’uomo del WW2; e dette a credere che prima di Pearl Harbor il suo governo, pur parteggiando per la Gran Bretagna, assolvesse largamente agli obblighi della neutralità imposti dalla maggioranza degli americani. Fu una menzogna; così come nel 1940 si fece rieleggere promettendo agli americani che avrebbe difeso la pace. Preparava attivamente l’intervento.

Nel giugno 1940, quasi un anno e mezzo prima dell’attacco nipponico alle Hawaii, il primo ministro Churchill arrivava allo scontro finale col generale (poi maresciallo) Archibald Wavell , comandante britannico nel Mediterraneo. Lo giudicava poco aggressivo nei confronti dell’Asse (Wavell non aveva ancora sloggiato gli italiani dalla Cirenaica; sarà premiato col titolo di Earl of Cyrenaica). Il Premier temeva che in tal modo Wavell confermasse l’impressione di non pochi, che la Gran Bretagna attendesse la salvezza dall’intervento degli Stati Uniti; intervento voluto da Roosevelt, non dagli americani. Roosevelt non andava indebolito: le elezioni presidenziali incombevano a novembre. Ripetiamo. Siamo 15 mesi prima di Pearl Harbor, che secondo la bugia presidenziale, determinò gli americani alla guerra.

In realtà gli incontri segreti a Washington tra gli Stati Maggiori britannico e americano -denominati in codice ABC-1 (per fissare la strategia alleata dopo l’intervento degli USA) cominciarono a fine gennaio 1941. E la Carta Atlantica sugli obiettivi della guerra fu firmata su una corazzata britannica “in navigazione nell’Atlantico” nell’agosto 1941, quando gli Stati Uniti non erano in guerra. In realtà Roosevelt prima ancora dell’accordo di Monaco aveva lanciato il piano per costruire quindicimila aerei da guerra all’anno.

In una lunga lettera dell’8 dicembre 1940 Churchill chiese apertamente a Roosevelt “un atto decisivo di non-belligeranza costruttiva” che rafforzasse la resistenza britannica contro l’Asse. In particolare, la Marina statunitense doveva proteggere contro gli U-boot i convogli britannici nell’Atlantico ( la Gran Bretagna aveva già perduto 2 milioni di tonnellate). Washington doveva fornire naviglio mercantile per 3 milioni di tonn., più 2.000 aerei al mese. Infine, i crediti in dollari del Regno Unito essendo già esauriti, gli USA dovevano entrare nel conflitto.

Una settimana dopo, per preparare gli americani alla presentazione della legge Affitti e Prestiti, il presidente mentitore si rivolse loro con la parabola dell’uomo cui la casa andava a fuoco e del vicino che gli prestava la canna dell’acqua. Churchill ringraziò enfaticamente: la Legge, cioè la canna dell’acqua, era “il più nobile atto della storia delle nazioni”.

Piuttosto il governo di Londra fu scosso dalla durezza delle condizioni finanziarie. Gli americani esigettero la revisione contabile di tutti gli attivi britannici nel mondo. E non ci sarebbero stati aiuti prima che la Gran Bretagna avesse dato fondo a tutte le sue riserve in oro e in valuta. Una nave da guerra statunitense fu mandata a Città del Capo a prendere in consegna le ultime scorte d’oro di Sua Maestà. Churchill giustificò: il Presidente voleva tutelarsi contro i circoli antibritannici di casa sua. E’ stato osservato (Max Hastings, “Finest Years”, pp.171-174) che “i britannici sottostimavano il numero di americani che li detestavano. Li consideravano imperialisti, altezzosi ed esperti nell’arte di far combattere agli altri le proprie guerre”. L’ultima vittima era stata la Francia, che si era fatta annientare dal Reich perché plagiata da Londra. Nel 1939 Parigi non aveva nessuna rivendicazione seria nei confronti della Germania, dunque nessun motivo grave per combattere un solo ventennio dopo la mattanza della Grande Guerra, se non un trattato con la Polonia, preso sul serio da nessuno, infatti non rispettato né da Parigi né da Londra.

Ad ogni modo erano stati gli acquisti britannici di armi nel 1940 ($4,5 miliardi in contanti) a lanciare il boom bellico che sollevò gli USA dalla Grande Depressione. Questo consentì a Roosevelt di difendere il montare degli aiuti a Londra: ”Dobbiamo essere il grande arsenale della democrazia”. Nella primavera 1941 Washington dichiarò l’Atlantico occidentale “zona di sicurezza panamericana”, stabilì basi in Groenlandia, ordinò il subentro in Islanda delle truppe americane a quelle inglesi, autorizzò la riparazione del naviglio britannico nei porti americani e, soprattutto, di lì a poco fece scortare dalla U.S.Navy i convogli britannici nell’Atlantico.

A fine autunno 1941 la Casa Bianca era pronta alla guerra anche col Giappone: ma erano le forze americane che non erano pronte. Quindi il finto negoziato con Tokyo, con condizioni statunitensi inaccettabili, doveva continuare. Ma il 7 dicembre venne Pearl Harbor. Roosevelt lo proclamò il giorno dell’infamia nipponica. Non disse che nell’Atlantico la guerra non dichiarata degli USA contro il Reich durava già da mesi.

Morendo improvvisamente di emorragia cerebrale a Warm Springs (12 aprile 1945) FDR mancò all’apoteosi della vittoria. Gli fu risparmiato di dover spiegare perché nel 1940 considerava vitale “per l’America” la vittoria della Gran Bretagna e invece, a guerra finita, lasciava l’impero britannico in fin di vita e in una quasi-miseria che sarebbe durata vari anni. In realtà per il geniale volere di FDR l’impero era passato agli Stati Uniti, dopo le premesse poste nel 1917-18 dalla guerra di Woodrow Wilson e dalla conferenza di Versailles da lui dominata.

La differenza rispetto all’impero britannico è che quest’ultimo era fatto di colonie, di Dominions e di pompe monarchiche; quello americano di Stati “sovrani”, magari miserabili, interamente soggetti a Washington. Gli USA promossero a pseudo-nazioni quasi tutti i possedimenti altrui; e in genere li inchiodarono alla miseria. Però Washington, specie sotto Obama, è assai meno razzista che l’impero di Albione, per mantenere il quale Churchill aveva voluto WW2 (perdendo interamente detto impero). P.es. l’Italia non è trattata molto meglio del Botswana nero.

A.M.C.

MERS EL KEBIR

Il 3 luglio di quest’anno il britannico qualsiasi, né amico né nemico dell’Europa unita, festeggia quella che fu la manifestazione più impressionante della durezza nazionale: Mers-el-Kebir.

Il 18 giugno 1940 la Francia annientata dal Terzo Reich aveva accettato la disfatta e firmato la resa. Il premier britannico Winston Churchill, non solo guerrafondaio ma anche invasato di ogni prodezza militare, non indugiò a compiangere l’alleata di due conflitti mondiali. Ordinò alla Royal Navy di impedire a qualsiasi prezzo che la flotta francese cadesse alla Germania. Il trattato d’armistizio escludeva tassativamente questa ulteriore umiliazione di Parigi, ma Churchill decise di non fidarsi. Fece ingiungere non allo sconfitto governo di Parigi, bensì all’ammiraglio Marcel Gensoul, comandante della grande squadra francese del Mediterraneo, alla fonda a Mars-el-Kebir, di consegnarsi alla Gran Bretagna o agli Stati Uniti, oppure di autoaffondarsi entro 6 ore.

Come scrisse nel 2012 l’autore britannico Antony Beevor in “La seconda guerra mondiale”, Churchill “aveva bisogno di dimostrare agli Stati Uniti e al mondo che era intenzionato a resistere senza alcun tentennamento; per dimostrare anche d’essere pronto alla spietatezza.

“Prima dell’alba del 3 luglio le navi da guerra francesi nei porti dell’Inghilterra meridionale vennero catturate da squadre di abbordaggio armate; con alcuni morti. Ad Alessandria d’Egitto l’ammiraglio britannico Cunningham adottò un approccio meno violento: bloccò nel porto le navi francesi. La grande tragedia si sarebbe consumata a Mers-el-Kebir, vicino ad Orano”.

“L’ammiraglio francese respinse per fierezza l’ingiunzione britannica. Alla scadenza dell’ultimatum, fissata alle 15, l’ammiraglio britannico Somerville ordinò ai biplani Swordfish di sganciare mine magnetiche all’imboccatura del porto. La scadenza dell’ultimatum venne allungata alle 15,30, momento nel quale le corazzate “Valiant” e “Resolution”, più l’incrociatore da battaglia “Hood” aprirono il fuoco coi loro cannoni da 375. Morirono 1297 francesi e la loro superba squadra, comprendente quattro corazzate, fu distrutta. La Royal Navy considerò con ogni ragione l’operazione come il compito più ignobile che le fosse mai stato ordinato”.

Tanto più, osserviamo noi, che la Francia non era solo l’alleata di due settimane prima. Era il paese che era entrato in guerra nel 1939 in quanto succube diplomatica di Londra. A differenza che nel 1914, Parigi e la nazione non avevano motivi per combattere. Però non avevano trovato la determinazione di sottrarsi all’egemonia britannica; di rifiutarsi ad un conflitto che avrebbe annientato la vincitrice francese della Grande Guerra e dato alla Germania il maggiore trionfo della storia fino a quel momento.

Mers-el-Kebir è il capolavoro del bellicismo di Winston Churchill, il campione della grandezza britannica e dell’intangibilità dell’impero. Egli è anche, sul piano personale, uno degli statisti più istintivamente vocati alla guerra, invasati di militarismo attivo. Da giovanissimo studia a Sandhurst, la grande accademia dell’esercito, invece che all’università. Da primo ministro veste con gusto le uniformi delle varie armi. Esordìsce intrepidamente da ufficiale in India e in Africa. Fatto prigioniero dai Boeri, riusce ad evadere. Nel 1914 ha gia fatto tutta la carriera che in un contesto oligarchico spetta al membro di una grande famiglia: discende da John Churchill duca di Marlborough, il vincitore di Blenheim col principe Eugenio. Nella Grande Guerra il Nostro è Primo Lord dell’Ammiragliato, poi ministro della Marina allora prima al mondo, poi ministro delle Munizioni, infine della Guerra.

Contro il parere dei suoi ammiragli e generali, nel 1915 riesce a realizzare l’impresa dei Dardanelli per la conquista di Costantinopoli. Dopo un anno di massacro essa si risolve in un grave insuccesso. Nel 1944, all’apice della sua gloria -lo sbarco in Normandia- tenta di prendervi parte non come sommo comandante alleato (c’è Eisenhower e ci sono vari altri condottieri) ma come semplice ufficiale di un’unità combattente. In altre parole è un guerriero nato che alla fine, arrivato al vertice politico, riesce a superare le vittorie dell’avo Marlborogh.

Mers-el-Kebir fu la possente e feroce consacrazione del Churchill guerriero. Tuttavia fu un’infamia in ultima analisi inutile. Alla guerra che egli volle fortissimamente non sopravvissero né l’impero né la grandezza nazionale. Per alcuni anni fu estromesso dal potere, per poi ritornarvi per cedere il passo a Eden. Nel settantennio seguito alla grande vittoria sulla Germania, la Gran Bretagna non ha fatto che decadere da grande potenza e ridurre l’arsenale bellico. In particolare la Royal Navy non è che un pallido ricordo della possente forza di prima del 1939 e di Mers-el-Kebir. David Cameron, come gli altri Premier conservatori, Thatcher compresa, non hanno fatto che adeguare la politica internazionale e l’apparato militare alle ridotte possibilità della potenza media, forse medio-leggera, che è oggi il Regno Unito.

La tempra guerriera di Winston Churchill è stata leonina, ma il suo effetto netto è stato l’arretramento grave della nazione. L’illustre antenato Marborough, discusso come lui, non perdette mai una battaglia o una guerra, laddove Sir Winston ha cancellato la grandezza della patria. Sir Winston sarebbe costato assai meno al suo paese, fosse stato uomo di pace, mite come una colomba, invece che quasi-dio del combattimento.

A.M.C.

LE NOSTRE OPZIONI: DRACONE (NON RENZI), LA PALUDE CIOE’ I LADRI, POI SALAZAR

I benpensanti/legittimisti temono l’antipolitica come fosse la calata degli Unni (Attila ne divenne il capo assassinando il fratello Bleda). Ma i benpensanti/legittimisti sbagliano. Lo Stivale non avrà salvezza se le Istituzioni della malarepubblica non crolleranno come le mura di Gerico.

Coi suoi difetti, Matteo Renzi è l’unica chance di qualsivoglia prospettiva di semiriformismo gradualista e legalitario. Ma egli sarà sconfitto: dalla palude, dalle sabbie mobili, dalla sua stessa furbizia, dal proprio atlantismo. Non dai lillipuziani che lo combattono. Quando egli cadrà, quel po’ di iniziativa che aveva suscitato si spegnerà e il gioco tornerà al doroteismo deteriore. Dietro la facciata forse perbene di uno o più Mattarellidi, governerà un malaffare reso più imbattibile dal fatto di allearsi con spezzoni liberi di nuovismo 5Stelle, di Podemos e simili,

Per i cambiamenti veri ma indolori non esiste alcuna possibilità. Si prenda, per dirne una, la burocrazia medio-alta che fa cerniera coi cleptocrati del potere. Quando tradisce -lo fa spesso- essa è lercia quanto la nostra politica. Ma, blindata dai diritti acquisiti, dai Tar, dai sindacati, dalle prassi, solo un Terrore alla 1793 (o alla bolscevica o alla purga staliniana) potrà sgominarla. Ora si è messa a proteggerla anche la Corte costituzionale: solo per il suo ingiungere allo Stato di fare bancarotta in pro dei burocrati la Corte andrebbe abolita; ma c’è tanto altro a suo carico. La repubblica del Malaugurio non sarebbe tanto pessima se a farla oppressiva non ci fosse la Carta stesa dai giuristi del padronato partitico. Il Quirinale poi non scherza come bastione della Casta. Mattarella si ricordi: presiede uno Stato-canaglia. Potrà costringersi a restare personalmente integerrimo: ma è proprio di un prestanome integerrimo che il Milieu marsigliese ha bisogno.

La Carta dell’impostura recita che la repubblica è fondata sul lavoro. Menzogna, è fondata sulle tangenti e sulla rapina, gestita da un monopartito di regime che, parafrasando la formula del giornalista Fabio Martini, va chiamato Partito Nazionale Unico del Furto (PNF). Ormai è dimostrato che il Settantennio ha un solo vanto rispetto al Ventennio: non muove guerre di conquista o di follia (come quella dichiarata 75 anni fa, questi giorni di giugno). Non si spinge oltre il militarismo mercenario al servizio del Pentagono. Non delinque oltre la servilità atlantista. Per tutto il resto occorre la lente d’ingrandimento, anzi il microscopio elettronico, per individuare una superiorità rispetto all’andazzo sotto Mussolini. Potevamo risparmiarci gli eroismi e gli assassinii della Guerra civile.

Questa repubblica è un organismo che non ha più anticorpi contro la corruzione. E’ come uno Zarevic emofiliaco: la Zarina può sperare solo nel fosco monaco Rasputin. Di qui la convinzione di molti: ci avviciniamo al limite estremo del declino politico. Basterà che le voci di ripresa si dimostrino fandonie perché un uomo di fegato più coerente e più duro di Renzi si faccia il nuovo Salazar: lo Stivale acclamerà, persino più che il Portogallo del 1933. Quel regime finì solo quarantuno anni dopo, e lo abbatté una congiura di ufficiali al comando effettivo di unità armate. Peggio per Renzi se non studierà il metodo Salazar.

Chi abbia orrore dei rimedi poco liberali -sennò non sarebbero giustizialisti- alle malattie dell’Italia, si convinca che le riforme allegrone di Renzi sono asini che volano. La sola alternativa al giustizialismo per le spicce è, non proprio Pol Pot ma Dracone, il governante che nel VII secolo a.C. aprì la strada alla legislazione razionalizzatrice di Clistene, l’alcmeonide che precedette il grande parente Pericle. Dracone rappresentò l’uomo della severità implacabile. Oggi Egli cancellerebbe in toto ciò che ci affligge, cominciando dal mestiere del politico, dalle assemblee elettive, dalle elezioni che confermano al potere il Partito Unico Nazionale del Furto.

Quanto ai burocrati, così facili a tradire la collettività che dovrebbero servire, per loro ci vorrà un’incruenta decimazione: uno ogni dieci, scelto dal sorteggio, vada senza processo destituito ed espropriato di quanto possiede. Così gli altri capiranno. Sarà riabilitato solo in caso di eventuale assoluzione definitiva in un processo tassativamente successivo alla decimazione. Ricorsi sabotatori al Tar o altrove, zero.

Il fatale Dracone non avrà speranze se non farà la mezza rivoluzione cui è tenuto: niente Consulta, niente Carta usbergo della cleptocrazia, niente garantismi. Non volendo Dracone tenetevi la palude, infestata dai coccodrilli e dai ranocchi della democrazia rappresentativa: Scalfari, Rodotà, Rosy Bindi, persino quel tot bamba dei 5Stelle che punta quasi tutto sul parlamento; su una legalità repubblicana che sarebbe molto piaciuta a quel nostro compaesano, Al Capone.

A.M.Calderazzi

QUANDO L’AMERICA ERA LA FIDANZATA DEL MONDO

Fino a Franklin Delano Roosevelt, il guerrafondaio che mediante l’intransigenza del negoziato con Tokyo ottenne a Pearl Harbor di arruolare il paese a difesa dell’ordine plutocratico, l’America era la fidanzata del mondo. Non si poteva non amarla, e questo in ogni caso ingiungeva Hollywood.

Oggi che l’America assomma da sola tutti i guasti delle società ricche, anziane ed egoiste, è struggente leggere certe premonizioni degli anni Ottanta di due secoli fa. “Comincia a morire la fase migliore dell’America” scrisse nel 1889 Theodore Roosevelt nel libro ‘Ranch Life’. A differenza del giovane parente che trionferà con le menzogne e le Fortezze Volanti, il primo Roosevelt era un uomo di principii. Per due anni, futuro presidente degli Stati Uniti, aveva fatto l’allevatore nel Dakota. Il suo libro additò nel cow boy il campione spavaldo e ammirevole della stirpe dominatrice del Nuovo Mondo. Chi non ne sentiva il fascino, anzi il carisma?

Nell’inverno 1886-87, mentre gli intellettuali di Londra, Parigi, Vienna (e perché no. Boston) si limavano le unghie letterarie, le tormente del West decimavano le mandrie bovine e mettevano in risalto la tempra dell’America. Era la sola giovane e vergine tra le nazioni: la Gran Bretagna troppo materialista e padrona, la Francia “corrotta fino al disgusto” secondo Henry Adams, uno Scipione del Massachusetts (pronipote del primo successore di George Washington, nipote di John Quincy Adams, presidente dopo Monroe). Contrapporre l’adolescenza americana al cinismo e alla stanchezza del Vecchio Mondo era il protoconcetto dell’identità nazionale, la ragion d’essere della Repubblica delle praterie e delle foreste.

Il presentimento dello spegnersi della virtù sorse prima del volgere del secolo della Frontiera, il diciannovesimo. Le macerie e gli strazi della Guerra di Secessione, l’eroismo della Frontiera, furono seguiti da un’età di ricchezze facili, di speculazioni gigantesche, dei fatti di corruttela della società che diventava urbana sotto il pastrano glorioso del presidente Ulysses S. Grant, il generale che aveva condotto alla vittoria l’esercito nordista. Cominciò W.D.Howells, caposcuola del realismo letterario, a lamentare la carie che coll’allargarsi della ricchezza svuotava i valori dell’America. Ciononostante scriveva da Venezia (1862): “La mia preghiera più fervida è che l’America assomigli sempre meno all’Europa, sempre più all’anima dell’Oregon”.

L’Oregon era “la foresta primigenia su cui aleggiava lo spirito dell’America”. I cacciatori e i boscaioli che si erano spinti il più lontano possibile dalle città sull’Atlantico erano gli eroi

eponimi di una stirpe pioniera che nessun Tocqueville, la mente occupata dalle illusioni della democrazia addomesticata e borghese, aveva saputo raccontare. Washington Irving, primo cantore della selva americana, incrinò le certezze intellettuali del pensiero europeo: solo la foresta americana era libera e nobile, non minacciata dai soprusi del denaro. I settlers della regione delle sorgenti dell’Ohio tentarono di chiamare Westsylvania il loro Stato che nasceva. Ci si può chiedere perché nessuno abbia pensato di dare alla nazione il nome ‘United Forests of America’.

A due secoli interi da quel tempo favoloso, lo spiritualismo che contro le apparenze acquisitive era l’essenza del messaggio americano si è completamente essiccato, anzi spento. Il Nuovo Mondo non suscita più pensieri adolescenti. Ha ripudiato l’iunnocenza: sarebbe grottesco se qualcuno sul Potomac la vagheggiasse ancora. Ciò che restava dello Spirito Americano è finito come una medusa lasciata sulla sabbia, anzi come una balena spiaggiata. Le genti che amarono la patria di Washington Irving sanno di dover guardare verso altri astri.

L’America straricca e devastata da militarismo e consumismo è talmente senile da non essere più nemmeno idonea al ruolo di Santa Alleanza voluto da George W. Bush. Non riesce più a mandare spedizioni militari che competano coll’efficienza dell’esercito dei Figli di San Luigi: lo mandò il re di Francia a reprimere i patrioti spagnoli che nel 1812 da Cadice avevano additato l’orizzonte delle libertà costituzionali. Troppo senile l’America di Obama per saper capeggiare i reazionari del pianeta. Dovranno cercarsi un altro Metternich.

E più gli States generano ricchezza e dilatano a dimensioni di firmamento gli arsenali bellici, più si fanno tutt’uno con la vecchiaia del creato. Più di ogni altra grande civiltà, l’America avrà bisogno di un big bang che ne sconvolga l’anima: come accadde all’Arabia beduina quando Maometto prese a predicare.

L’Islam, l’arcinemico odierno dell’ordine americano, aiuterà di fatto a rigenerare menti e cuori dell’America?

A.M.Calderazzi

LETTERA AD ALDO CHE ANNUNCIA IL RIMPATRIO DAGLI STATES

Oh commensale degli Dei,

mi avessero letto il tuo fax di ieri mentre ero al volante, per la felicità avrei perso il controllo del veicolo ex-US Army, sarei precipitato; mentre facevo il cardiochirurgo, mi sarei confuso al punto di amputare un braccio; mentre rubavo e mentivo (essendo un politico italiano), tramortito dalla Grazia sarei diventato onesto! Altri prodigi sarebbero stati operati da un fax così somigliante a un fiat di Jahvé!

Mettiti nei miei panni: non ti avrebbe inebriato quell’elogio ‘Vogel Prophet’, tu che nella Sala da Musica cadevi in trance ai gorgheggi dell’omonimo uccello schumaniano? E non ti travolgerebbe l’orgoglio, a venire assimilato a un ‘oscuro agente del Destino’? Peggio peggissimo, non sbigottiresti se ti dessero del vate, sia pure per scherzo? Grazie comunque per avermi riammesso, dopo decenni di cittadinanza USA, ai tuoi giochi mentali. Il senso ludico è un dono di Prometeo -il partigiano degli uomini contro gli Dei- più prezioso del fuoco che egli ci donò.

Ciò che da ieri essi Dei beati ci promettono, prima di chiamarci al tavolo del loro tressette senza fine, è di avvicinarci di più di un oceano, in modo da vivere gli ultimi (parecchi) decenni in un interminabile dialogare, Laelius de amicitia, mangiando cicerifritti. Dipenderà da te, tanto più transcontinentale di me, tanto più ammantato di credit cards, tanto più agiato grazie alle annuities di un ricco fondo dell’American Medical Association! Promettimi, per essermi più vicino, di stabilirti nel Vorarlberg, o a Danzica, o ancor meglio nella rossa Albi sul fiume Tarn, non lontano da Prades dove regnò il violoncello di Pablo Casals. Io ti visiterei spesso spessissimo, una settimana sì una no, con le bisacce colme di cacioricotte, pago strafelice di un tavolato 3×6 piedi per il mio sleeping bag.

Lo uso da innumerevoli estati, pellegrino attraverso l’Europa. Alla sera dormiamo nei caravanserragli, oggi chiamati camping. Le migliori dormite: voivodati polacchi, Aquitanie, quasi sangiaccati. Quando eravamo farmer su una sponda dell’Ontario imparammo la superfluità di quasi tutto vada oltre il più stretto francescano; oltre la botte e la ciotola di Diogene il Cinico.

Non ti rimprovero di abitare una casa hollywoodiana; ti ricordo solo che il puro indispensabile costa un trentesimo di quanto esige la benpensanza; e che nulla macht frei quanto la miniaturizzazione dei bisogni. In un villaggio moravo dove ti troverei casa vivresti delle sole royalties delle prolusioni accademiche. Quasi tutti i contorni del vivere, cominciando dai pomeriggi del fauno debussiano, sarebbero amabili nelle contrade nascoste dove converremmo spesso.

La posta ti consegnerà a giorni uno scrittarello dove cerco di annunciare, come tu dici per scherzo, un evo metapolitico. Com’è inetta e fraudolenta questa democrazia. Nulla potranno gli uomini senza un ritorno del Numinoso! Può darsi, oh sodale e condomino di Apollo, che litigheremo paonazzi sulla fallita democrazia e sul richiamo in trono del dio-re Saturno. Ma ci divertiremo, e in più ci salveremo dai principi mefitici delle Nazioni Unite, brainchild di quel patrizio briccone di Franklin Delano. Evviva quel suo cugino Theodore (anche su questo sbraiteremo, centellinando vino primitivo).

Per tua curiosità: ho tentato senza il menomo successo di congetturare che l’Occidente dovrà, nel terzo ventennio del secolo, cancellare il sistema rappresentativo, dunque le elezioni. La delega ai politici va revocata per sempre. Le differenze tra loro e tra i partiti sono imposture. Troppi i misfatti del suffragio universale. Finisca male, come a Itaca, il banchetto dei Proci. Vada al potere il Pericle elettronico.

Un computer collettivo scelga a sorte i membri pro tempore (pochi mesi) di una piccola Polis dei migliori, metti 500.000 supercittadini. Non nomi qualsiasi dell’anagrafe, sul presupposto dell’eguale e falso diritto di tutti. Al contrario, si escluda dal sorteggio chi non rappresenta niente; si ammetta solo chi ha vanti autentici: volontariato, esperienza lavorativa, cultura molto qualificata e simili. Solo tra costoro il computer sovrano estragga i supercittadini trimestrali o quadrimestrali, e tra loro sorteggi in secondo terzo quarto grado i gestori a turno del popolo. I quali governino sotto la minaccia della spada collerica di Dracone.

Ne discuteremo in Moravia. O ad Albi, all’ombra della Cathédrale fortifiée.

Tuo Massimo, arconte per un giorno