UNA RICETTA CHE AVVELENA

Due giornalisti che avevano fatto sognare.

Quel giorno di agosto un’ascoltatrice affranta telefona a Sergio Rizzo, conduttore di una rassegna dei giornali a Radio Tre: l’Italia è la sentina di tutti i mali, mai la politica è stata così costosa e sporca, dovunque guardi è desolazione, non esiste un partito o un personaggio che sia migliore degli altri, che devono fare i cittadini? Laconica risposta del celebre giornalista: “votare”. Poi, per spiegarsi meglio, “votare”.

In mancanza di interpretazioni autentiche, il ‘votare’ di Rizzo vuol dire negare il voto al partito X e darlo a quello Y. Ora, Sergio Rizzo ha conseguito fama e meriti imperituri scrivendo con G.A.Stella un libro, La Casta, che ha avuto un successo fenomenale, sbaragliando ogni record di vendita. Ingenuamente, in molti credemmo che la requisitoria di Rizzo e Stella avrebbe ferito gravemente il regime. Invece il regime ha incassato tutto senza un ematoma, senza un’escoriazione. Le ruberie si sono ingrossate.

E questo passi: con tutte le sue tabi, l’impero d’Oriente durò mille anni. La Chiesa romana, con tabi più gravi, duemila e va verso il terzo millennio. La partitocrazia/cleptocrazia italiana appartiene alla stessa categoria, organismi molto malati, però perenni. Rizzo e Stella dunque hanno tentato una missione impossibile. La Casta è stato uno sforzo prodigioso e senza speranza. Questo sì. Ma che dire di quel precetto ‘votare’ emesso nel 2010, a metastasi cancerosa conclamata? Che pensata è punire i farabutti X della Casta e premiare i farabutti Y? Cosa succede a Sergio Rizzo?

La verità è che l’intero pensare politico italiano è, ai piani alti, perfettamente incapace di concepire alternative a ciò che ci affligge, e nemmeno vie di fuga. Le analisi dei nostri mali sono realistiche, anche condivise. Soluzioni nessuna, per alto che sia il rango dei politologi. Si sentono troppo soci e mezzadri del potere. Quasi che l’Ancien Régime sorto nel 1945-47 sia una categoria eterna.

Eterna non è. Il congegno montato da De Gasperi Togliatti e Nenni è persino più precario del Muro di Berlino.

A.M.C.

WILL GIANT SUDAN SPLIT?

I have been listening to an African Catholic bishop narrating the modern occurrences of his country, Sudan. The very tall, forceful prelate, 60 or so, was describing the last two civil wars of Sudan with remarkable restraint, but since 1975 three and half million people lost their life. He did not really inveigh against Islamic fundamentalists, although they are there the harsh adversaries of Christians. He never mentioned Omar el Bashir, the Sudanese president whom the international Penal Court indicted for extremely grave crimes (Bashir is not universally condemned -a number of observers defend him).

So much moderation was the reason why I listened to the bishop with additional respect. Besides, if it’s written in Destiny that the Black Continent is going to have a better future, Sudan will be in the forefront of the future. Since many years its agricultural potential is estimated huge. It is already an important producer of cotton, peanuts, sugar cane, sesame. The semisocialist regime of progressive officers nationalized and developed the very fertile, Nile irrigated plains of the Northern region.

Sudan gravitated on Egypt along the millennia, and even gave a few pharaos to the Nile kingdom. Approximately two centuries ago the Egyptian sovereign, kedivé Mehmet Ali, perfected the conquest of the country and in 1823 built a capital, Khartum, at the confluence of the two Niles, Blue and White. When Egypy fell to the British, Sudan shared the fate.

But Sudan was the headstream of the Muslim revivalism and of several jiads (holy wars) in the 19th century. More exactly, it was in the second half of the 18th century that Othman dan Fodio succeeded in establishing a sort of caliphate in West Sudan. The Fodio caliphate even appeared robust enough to stop the British colonial expansion in the immense subsaharian space. In 1848 sheik Muhammad Ahmed proclaimed himself the Mahdi, the Saviour, and in 1885 his jihad defeated British general Gordon Pasha (who was slain when Khartum was conquered by the army of the Mahdi). General Kitchener vindicated Gordon in 1898. From that moment Sudan belonged to the Egyptian-British condominium. In 1956 Sudan obtained independence from Gamal Abdel Nasser.

The new nation, immediately controlled by the military class, was and is predominantly Arab and Moslem in the North; black, animist and partially Christian in the South where our bishop sits. The South has been rebellious since 1956. In 1991, when Khartum proclaimed the law of Islam, the situation of the Sudanese Catholics became extremely difficult. Missionaries were expelled and the ranks of the local Church forcibly reduced. But the Church was resilient: today there are nine Catholic dioceses and the faithfuls became more numerous. So when our Bishop announces rather emphatically that the important referendum of January 11, 2011 will probably give independence to the South, ending its multisecular subservience to the North, he speaks from knowledge and authority.

The natural objection is of course that a new sovereign state is likely to be the bane of common people. New officialdom, new burocracies, new superfluous diplomacy, new defense establishment, i.e. perpetuation of poverty and injustice. Then nobody can be sure that the bloody strife will cease simply because the independentist Blacks and Christians might win a referendum.

But who can say. Positive quirks of History are always possible. Among other things, China is increasingly involving herself in the rise of Africa as a source of raw materials, as a market, as a partner in civilization. Maybe the South Sudanese will learn from China rather than from the former colonial masters. Most African republics imitated the Western ways, and the results were far from good.

Then oil was discovered in the South. This can work both ways, giving impetus to a new State or to its enemies: will the nilotic giant gently renounce to oil?

A.M.C.
(da DailyBabel)

SE OBAMA SI RASSEGNERÁ A UN PASHTUNISTAN SOVRANO E TALEBANO

Un numero di luglio di Newsweek è, con una storia di copertina più un articolo , un De Profundis clamavi ad te, Domine (salmo CXXIX, sesto dei sette Salmi penitenziali; si canta negli uffici funebri). Un De profundis in morte delle convinzioni belliciste non tanto di Obama, quanto degli zelatori antifondamentalisti e iperlaici di casa nostra, sia conservatori sia progressisti.

Sono dieci anni che i pundit ‘democratici’, dagli editoriali della grande stampa ai pensosi oracoli di Prodi e D’Alema, ripetono “l’Afghanistan non è l’Irak, non è l’unilateralismo di Bush&Cheney americani prepotenti. E’ una battaglia di civiltà. E’ un banco di prova per l’Occidente. O sgomina o no il terrorismo. O spegne o no il focolaio di oppressione sulle donne e sui diritti. Eccetera>.

Sono dieci anni, e giusto nell’imminenza degli attesi successi del surge di Petreus l’Irakeno, Newsweek spiega ai suoi milioni di lettori “Why the U.S. should draw down in Afghanistan. We’re not winning. It’s not worth it”. Dove andranno a nascondersi i tanti predicatori della santa crociata contro i nemici del progresso, cioè della laicità? Dove andranno a parare non solo i furibondi dell’Unità, anche i posati analisti de La Stampa e del Corriere? Di quanti ‘speciali’ di Time avranno bisogno per virare dal bellicismo “siamo lì per affermare i valori dell’Occidente, dobbiamo vincere” all’auspicio che si ritiri il nostro corpo di missionari e giustizieri? A che punto ometteranno di dichiarare ‘eroi’ i nostri caporalmaggiori che lì si pagano la villetta a schiera, ma qualche volta gli va storta e costringono lo Statista del Colle a presiedere esequie e accarezzare gli orfani?

La sentenza di Newsweek l’ha firmata Richard N.Haass, presidente del Council on Foreign Relations e, nel 2001, “the U.S. Government coordinator for the future of Afghanistan”. . Ora, ha scritto Haass, forse la maggiore autorità statunitense nella materia, Obama ha scelto di fare dell’impresa afghana la sua guerra. Ma <non la stiamo vincendo e non vale la pena di vincerla. A dicembre il Presidente dovrà rivedere ancora una volta la sua politica (…) Continuarla invariata costa agli Stati Uniti 100 miliardi di dollari l’anno, per non parlare delle vite umane”.

Haass propone alternative articolate, come tali difficili da riassumere. Implicano da parte statunitense varie formule di parziale accettazione della sconfitta: non esclusa -secondo una proposta di Robert Blackwill, già ambasciatore di Washington in India, la spartizione del paese, con la nascita nel Sud di un Pashtunistan ufficialmente talebano. Altro che trionfo dei valori dell’Occidente.

Non abbiamo la competenza per analizzare le proposte di Haass e di altri. Invece segnaliamo l’articolo di supporto che Newsweek ha aggiunto alla requisitoria del presidente del Council on Foreign Relations: “Afghan about-face:an emerging GOP schism”. Si dice che i repubblicani, finora falchi, minacciano di rivoltarsi contro questa guerra. Michael Steele, chairman del partito, ha dichiarato che la guerra “of Obama’s choosing” sarà persa dagli Stati Uniti “così come hanno perso varie altre potenze”.” L’America è stanca”, ha constatato un parlamentare dello Utah. “Quasi dieci anni e nessuna fine in vista”.

Noi ci fermiamo. Aspetteremo di vedere come la metteranno, dalle loro poltrone redazionali e televisive, i Pietri gli Eremiti (quasi tutti i politici e i giornalisti) che predicarono la Crociata contro l’Islam oscurantista. Se Obama ascolterà gli Haass e i Blackwill, se farà sorgere il Pashtunistan talebano, loderanno i nostri atlantisti lo sforzo del Nobel domiciliato alla Casa Bianca per meritarsi il bizzarro premio che lo incoronò uomo di pace, oppure ne condanneranno la defezione dalla Crociata in pro dei diritti e delle afghane? Oppure ancora esigeranno che i ‘drones’ continuino a sterminare i villaggi, bambine e donne comprese?

A.M.C.

NON DAR DISPIACERI AL DOTT. VENTURINI

Accanirsi a difendere l’impresa nell’Afghanistan (=contro gli afghani) lo fanno in parecchi; ma solo l’argomentazione di Franco Venturini de “Il Corriere” è esilarante. L’ultima volta che un militare con le stellette è saltato su un ordigno esplosivo, il Nostro ha spiegato perché dobbiamo restare: “ Ancora una volta suona per noi l’ora del cordoglio, ma l’Italia non deve anticipare per conto proprio la exit strategy”. Perché non deve? “Se vuole tutelare i suoi interessi”.

Ulteriore spiegazione: “Il consenso popolare non è stato concesso a chi combatte i talebani. La guerra sembra avviata verso un’afghanizzazione della sicurezza sul terreno che fa certo comodo ai governi occidentali ma che, anche senza evocare il Vietnam, suona come una previsione di sconfitta con annesso meccanismo salva-faccia. Allora, cosa ci facciamo laggiù? Ecco: La guerra, proprio perché va male, è diventata un test per disegnare le gerarchie internazionali. Un ritiro unilaterale ci declasserebbe nel mondo, e avrebbe anche conseguenze sulla nostra economia”.

Da chi saremmo declassati, se non dai bellicisti che ragionano come Venturini, ossia come ragionavano Salandra e Sonnino nel 1915, Benito Mussolini nel 1940: tutti bisognosi di un tot di morti da contabilizzare nei negoziati della vittoria? Venturini ci vuole ai piani alti della ‘gerarchia internazionale’; in pratica, ci vuole azionisti (purtroppo di minoranza) dell’egemonia sul pianeta. Forse traballa il ‘rapporto speciale’ Londra-Washington, l’Urbe si tenga pronta.

Non altrettanto chiaro è quali conseguenze teme il Nostro sull’economia nazionale, a parte le commesse militari che Dick Cheney riuscirebbe a far togliere alle nostre industrie belliche. Senza dubbio la fine dell’impresa afghana deprimerebbe il Pil. Ma che altra disdetta? Scemerebbe il pret-à-porter? Rimini perderebbe pedalò? La vendetta di Petreus estrometterebbe Sergio Marchionne dalla Chrysler? Dr.Venturini non ci tenga in ansia!

Poi, il 2 agosto, i Paesi Bassi confermano il ritiro delle loro forze. E Venturini: .

Chissà quanto saliremmo nella gerarchia se, richiamando venti classi di leva, mandassimo a Petreus alcuni milioni di baionette! Ma Venturini non chiede tanto. Basta restare lì quanti siamo che al vertice di Yalta saremo invitati.

Riassumendo.

1) L’Olanda fa come fa perché non è una potenza come la Repubblica bipartisan di Parisi e La Russa. Ma, avesse l’orgoglio e l’ambizione di carriera della detta Repubblica, che le prometterebbe Venturini? Il recupero dell’impero indonesiano? Il ritorno a quando l’ammiraglio Marteen Harpetszoon Tromp sconfiggeva la Royal Navy? Il primato seicentesco nelle nature morte?

2) Se con noi la Nato “si facesse sentire”, quale sarebbe la nostra espiazione? L’Isaf, scornata in Afghanistan, piomberebbe tremenda sulle nostre città d’arte, così belle e fragili? Faremmo la fine dei corpi d’armata di Tblisi, o saremmo solo asserviti come l’Inguscezia? Il rating di Moody’s scenderebbe a tripla Z?

3) Infine. Cedessero Berlusconi e Frattini alla tentazione di fare come la nanopotenza batava, è chiaro che per Venturini l’ultima trincea del rango gerarchico sarebbe difesa dai finiani, dall’Udc, più ancora da D’Alema, Rosy Bindi e Vendola. Gli ultimi tre hanno saputo coniugare gli ideali di sinistra e il rimpianto di quando Roma ‘debellava superbos’. Basta piagnistei pacifisti, sosteniamo i bilanci dell’Alenia.

A.M.C.

POPULAR CULTURE

Fashionism by Chris SabbatiniConsumism by Chris Sabbatini

Queste due immagini le ho sempre trovate geniali. L’associazione dittatura-società del consumo è espressa benissimo già dal gioco di parole, ma l’immagine la rende ancora più violenta e diretta. I simboli nazista e comunista sembrano sottointendere che le nostre scelte in fatto di acquisti, moda e vestiti non sono affatto liberi, ma imposti violentemente, e quasi a nostra insaputa, da una società in cui vali per ciò che hai. Il colore fuxia e i simboli fallici rimandano alla dimensione sessuale che è sottesa alla mania della moda e del consumismo (“se sei vestito fico scopi”, per intenderci). In generale mi pare che in queste due immagini venga sintetizzata una critica aspra, intelligente e niente affatto banale.

Tommaso Canetta

Vedi PUPOLAR CULTURE su chrissabbatini.com

OTTOBRE 2010

Internauta è un’officina di ideazione, un luogo per proporre e discutere nuove forme di democrazia. Inoltre diamo spazio ad approfondimenti su fatti e idee dal mondo, arte, e diamo cittadinanza a molte opinioni assenti dalla comunicazione di massa.

Nel 1968, quando IlConfronto istigava il PCI ad insorgere contro Mosca, Rodolfo Mondolfo – il maggiore interprete del marxismo come umanesimo, prozio di una donna oggi nel nostro gruppo – così chiudeva il saggio “Uguaglianza e libertà”: ‘Ai dittatori bolscevichi possiamo opporre le parole che Marx scriveva nel 1847: ”Noi non siamo comunisti che distruggano la libertà personale e che vogliano fare del mondo una caserma e una casa di lavori forzati. Non abbiamo voglia di procacciarci l’uguaglianza a spese della libertà.” E noi infatti invocavamo un PCI liberale, non più operaista né settario, alleggerito di intellettuali togliattiani, affrancato da Mosca. Sostenevamo il dissenso cattolico.’ Schernivamo il sinistrismo, anche allora perfettamente velleitario.

Da oggi segnaleremo dall’ecumene planetario ogni spunto che aiuti a cambiare la democrazia, redimendola dall’ipercapitalismo. Al posto dell’oligarchia dei signori dei voti e delle tangenti, annunciamo una Polis gestita da segmenti sociali qualificati scelti a sorte, per turni brevi, dal computer. Suscitando la partecipazione, sarà meno inconcepibile una rimonta semisocialista.

Parliamo ai giovani e a chi non vota. I partiti, si fottano.


LOVIS: gli Ex dell’Ispi
Gli articoli sulle idee e i fatti del mondo sono prevalentemente a cura del team Lovis: amici e allievi di Giovanni Lovisetti, che a lungo diresse l’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), a Milano. Gli ex dell’Ispi sono lieti di avere tra loro la vedova di Lovisetti, Laura Fuà traduttrice letteraria, critica musicale, pronipote di Rodolfo e di Ugo Guido Mondolfo.

I PURI DI CUORE NON GLI INTELLETTUALI ‘DEMOCRATICI’

Soprattutto per ciò che tace, interessante una recente intervista/confessione al Manifesto dell’accademico comunista Richard Sennett, figlio di un comunista che nel 1936 combatté in Spagna; ‘comunisti tutti i suoi zii, si precisa’. Sua premessa: la crisi economica, che si vuole in via di superamento, riesploderà presto, perché il ‘capitalismo finanziario’ è una peste nera, non la si contiene. Su questo la sinistra di tutto il mondo non dice niente, perché vuole piacere al business. Invece è ora il tempo di riscoprire il socialismo. E lei che farebbe a questo fine? chiede l’intervistatore. ‘Nazionalizzerei l’intero settore bancario’. Purtroppo, è sempre Sennett, quando ho fatto questa proposta a un convegno, sono stati i relatori sindacalisti -‘sindacalisti’- a contestarmi: non puoi sostenere queste cose, i lavoratori non permetterebbero.

Il prof.Sennett non ha siegato come si riesce a riproporre il socialismo alla gente, intossicata per sempre dagli alti consumi elargiti in sessant’anni dal benessere, cioè dal mercato. Non ha spiegato perché sa che non saranno le enunciazioni di mille teorici come lui e di centomila attivisti di sinistra a convincere i grandi numeri. I grandi numeri ragionano: il mercato ci ha dato la seconda casa, varie automobili e le vacanze ai Caribi. La politica e la cultura democratiche, no. Le hanno date, molto più in grande, ai propri bonzi.

La gente ascolterà solo se il socialismo lo riproporranno persone all’opposto dei politici e degli intellettuali di sinistra. Persone le cui scelte etiche e i cui stili di vita saranno quelle dei veri apostoli e dei veri missionari di un tempo: abnegazione, rifiuto eroico del denaro, sobrietà ascetica, credibilità in quanto assertori della virtù; santità aggiornata, in pratica. Saranno ascoltati i soli puri di cuore: un assieme di caratteri all’esatto contrario dei giornalisti di De Benedetti e di Rai3, dei conduttori televisivi, degli scrittori progressisti delle corti di Mitterrand, Prodi e Zapatero.

Fin quando la sinistra resterà come è, coi campioni e i divi che ha, bugiardi e briganteschi quanto Berlusconi e Brancher, colleghi della stessa impostura solo molto meno bravi, il prof. Sennett perderà il fiato a invocare il socialismo. Quando predicheranno i ‘democratici’ dai loro pulpiti accademico-editoriali e dalle stesse spiagge dei ricchi, la gente capirà che mentono.

Antonio Massimo Calderazzi

PERCHÉ USCIRE DALLA NATO

Il capo dello Stato tedesco, Horst Koehler, ha dovuto dimettersi all’istante, il 31 maggio, per avere enunciato un concetto bellicista che la Germania non condivide più, dopo gli orrori di due guerre mondiali. Ecco un politico di rango che tiene al suo onore. Ecco una grande nazione che ha fatto i conti con una storia crudele, che rifiuta alcune fosche categorie del passato, che non sopporta chi le ripropone. In visita una settimana prima al contingente germanico in Afghanistan, l’allora Bundespraesident aveva detto ai militari mandati lì contro il sentimento del popolo: “Un paese delle nostre dimensioni, con il nostro orientamento verso il commercio internazionale e quindi dipendente dal commercio internazionale, deve sapere che in caso di emergenza schierare i soldati è anche necessario per proteggere i propri interessi”.

Questa riscoperta della guerra ‘giusta’, giusta non in quanto imposta dagli imperativi ‘spirituali’ del patriottismo di un tempo, bensì in quanto protegga da non è stata perdonata. Se volesse essere coerente fino in fondo, e reattiva, invece che politicamente timida com’è stata per secoli, la Germania dovrebbe uscire da una coalizione atlantica che la obbliga ad uccidere. Una coalizione che nell’interesse dei vincitori del 1945 violenta la volontà di pace che accomuna quasi tutti i tedeschi. Se così non fosse, Koehler non sarebbe stato costretto a dimettersi.

Quando, poco fa, si è dimesso il primo ministro del Giappone, Hatoyama, egli ha addotto due ragioni per il suo gesto: 1^, le accuse di corruzione venute dalla stampa, 2^, non ha tolto agli Stati Uniti la base di Okinawa, secondo una promessa elettorale. Anche questo caso attesta la diffusione e la forza dell’antiamericanismo. Quando l’infatuazione americana dei Berlusconi Prodi D’Alema Frattini Parisi -infatuazione da paesi baltici o da Georgia-che-ha-cambiato-padrone- passerà, l’Italia come la Germania dovrebbe semplicemente e subito uscire dalla Nato, senza curarsi dei pezzi di carta su cui i mandarini della diplomazia scrissero i trattati. Furono contratti leonini, dunque annullabili, che asservirono i contraenti minori agli obiettivi, cioè alle trame, di Washington. Un asservimento immorale, perché Washington usa da oltre due secoli una forza soverchiante per i fini del suo impero.

Cominciò nel 1846-48 il presidente J.K.Polk (democratico come i più tra i suoi successori guerrafondai) quando aggredì il Messico per aggiungere quattro grandi Stati alla Confederazione, tra cui California e Texas. La repressione del nazionalismo filippino, dopo la conquista seguita alla vittoria sulla Spagna (1898) fu sanguinosa (per gli insurgents, manco a dirlo). Il passaggio al bellicismo planetario fu opera di Woodrow Wilson: il presidente dei 14 nobili punti costrinse l’America ad entrare nella Grande Guerra cui era completamente estranea. Il vero fondatore dell’impero fu però Franklin Delano Roosevelt, il plutocrate trentunenne che Wilson volle nella sua Amministrazione perché moltiplicasse la potenza della US Navy. Per tutto il 1941 FDR portò all’esasperazione il Giappone perché attaccasse Pearl Harbor, in modo da scatenare lo sdegno degli americani.

Dopo le parentesi un po’ meno aggressive delle presidenze Truman e Eisenhower, J.F.Kennedy rilanciò il bellicismo in Indocina: risultati miserevoli, ma le vite americane perdute furono un ventesimo di quelle del nemico. Tutte le Amministrazioni (Obama compreso) che vennero dopo il Martire dell’idealismo Nuova Frontiera hanno portato avanti il programma imperiale. Cose che sarebbero persino perdonabili, se la macchina da guerra statunitense non avesse fatto, più o meno, i milioni di morti che attribuiamo a Hitler e a Stalin. I satelliti odierni dell’America asseriscono di difendere in Irak e Afghanistan i ‘valori dell’Occidente’; strani valori che includono la quotidiana carneficina (in Pakistan!) operata dai ‘drones’. Dov’é la differenza tra la morale della Casa Bianca e quella della Cancelleria del Fuehrer?

Oltre a tutto la soggezione al Pentagono è, oltre che immorale, superflua. Né l’Europa né i suoi paesi principali sono minacciati dai pericoli del 1949. In ogni caso Svezia e Svizzera sono occidentalissime e non hanno bisogno della Nato. Forse sopportano oneri di difesa proporzionalmente maggiori dei nostri. Ma almeno non sono coinvolte nelle guerre vituperevoli di Washington. E forse spenderebbero meno in aviogetti se valutassero con più ottimismo i pericoli che vengono dall’Iran, dalla Corea del Nord e dallo Yemen (se mai cadrà ai talebani).

Se l’asservimento a Washington è immorale ed è inutile per Italia, per Germania, per Gran Bretagna persino (dove il disgusto per le crociate yankee cresce), in realtà voltare le spalle alla Nato sarebbe imperativo per l’intera Unione Europea. Oggi è paralizzata dall’innaturale americanismo degli ex-satelliti dell’Urss. E’ però chiaro che quando si darà una propria politica estera, l’Europa disdetterà la Nato.

Post scriptum su 24 miliardi in cacciabombardieri

Il 13 giugno di quest’anno il quotidiano l’Unità, erede di mille lontane battaglie contro il militarismo, fondato da Gramsci ma fatto furibondo da una giornalista monotematica del gruppo De Benedetti, pubblicava un’intervista al più impettito tra i ministri repubblicani della Difesa. Un prodiano d’acciaio che faceva figuroni quando passava in rassegna ammiragli e generali a 4 stelle, con le loro signore. Il prof. Parisi, così si chiama il collega universitario dello statista e ulivicoltore bolognese, ha argomentato alla Clausewitz e alla Remington Rand (o altro grande fornitore del Pentagono) che i programmi d’armamento non si interrompono.

A quanti sono disgustati per l’acquisto di cacciabombardieri ed elicotteri d’attacco per 24 miliardi (acquisto che appare coevo ed equipollente alla dura manovra di Tremonti) l’Impettito ha risposto che mettono a repentaglio la posizione internazionale dell’Italia.

Perché dovrebbe ragionare diversamente, il propugnatore della nostra resurrezione guerresca, quando Prodi, il suo benefattore, mise a tacere le proteste per la megabase USA a Vicenza con un abietto “La base si fa”. O quando Massimo d’Alema confidava ai giornalisti la commozione e la gioia giacché Condoleezza Rice l’aveva chiamato per nome, lui di Gallipoli, dandogli l’equivalente del tu? La salsedine del velismo, si sa, ossida il senso del ridicolo.
Il lealismo atlantico dei condottieri del nostro progressismo è stato -è- un motivo grosso per l’indifferenza tra destra e sinistra. Berlusconi, almeno, proclama apertamente la sua scelta di campo. Prodi faceva la stessa scelta, ma la avvolgeva di farfugli. Insieme a D’Alema dovette giudicare severamente Rodriguez Zapatero, il quale nella prima ora alla Moncloa ordinò il ritiro della Spagna dall’Irak. Vuoi mettere, all’opposto, il roccioso atlantismo del prof.Romano Prodi, quello più cicisbeo del deputato di Gallipoli, quello marziale di Parisi, l’Aiace dell’Ulivo?

Si dirà, i cacciabombardieri fanno lavorare l’Alenia. Ma l’Alenia si impicchi. Faccia letti d’ospedale per l’Africa. Io li ricordo i tricicli a motore, un passeggero avanti e l’altro dietro come negli aerei stretti, che la grande Messerschmitt dei Me109 si mise a costruire nelle macerie della fabbrica, subito dopo il 1945.

A.M.C.

SETTEMBRE 2010

Nel 1968, quando IlConfronto istigava il PCI ad insorgere contro Mosca, Rodolfo Mondolfo – il maggiore interprete del marxismo come umanesimo, prozio di una donna oggi nel nostro gruppo – così chiudeva il saggio “Uguaglianza e libertà”: ‘Ai dittatori bolscevichi possiamo opporre le parole che Marx scriveva nel 1847: ”Noi non siamo comunisti che distruggano la libertà personale e che vogliano fare del mondo una caserma e una casa di lavori forzati. Non abbiamo voglia di procacciarci l’uguaglianza a spese della libertà.” E noi infatti invocavamo un PCI liberale, non più operaista né settario, alleggerito di intellettuali togliattiani, affrancato da Mosca. Sostenevamo il dissenso cattolico.’ Schernivamo il sinistrismo, anche allora perfettamente velleitario.

Da oggi segnaleremo dall’ecumene planetario ogni spunto che aiuti a cambiare la democrazia, redimendola dall’ipercapitalismo. Al posto dell’oligarchia dei signori dei voti e delle tangenti, annunciamo una Polis gestita da segmenti sociali qualificati scelti a sorte, per turni brevi, dal computer. Suscitando la partecipazione, sarà meno inconcepibile una rimonta semisocialista.

Parliamo ai giovani e a chi non vota. I partiti, si fottano.


LOVIS: gli Ex dell’Ispi
Gli articoli sulle idee e i fatti del mondo sono prevalentemente a cura del team Lovis: amici e allievi di Giovanni Lovisetti, che a lungo diresse l’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), a Milano. Gli ex dell’Ispi sono lieti di avere tra loro la vedova di Lovisetti, Laura Fuà traduttrice letteraria, critica musicale, pronipote di Rodolfo e di Ugo Guido Mondolfo.