DICEMBRE 2010

-INTERNAUTA esce il 15 di ogni mese-

Internauta è un’officina di ideazione, un luogo per proporre e discutere nuove forme di democrazia. Inoltre diamo spazio ad approfondimenti su fatti e idee dal mondo, arte, e diamo cittadinanza a molte opinioni assenti dalla comunicazione di massa.

Uno dei modi più vividi di trattare la politica è progettarne il futuro. In questo “Internauta” vanta una credenziale in più. Alcuni di coloro che lo redigono si concentrarono sulle prospettive: nei quotidiani “La Gazzetta del popolo” e “Corriere del Ticino”, nei periodici milanesi “IlConfronto”, “Relazioni Internazionali”, “Europa Domani” e, di recente, in “The Daily Babel” di New York. Formularono previsioni che gli eventi convalidarono:

  • § Prima della Primavera praghese IlConfronto additò da posizioni amiche la strada ai comunisti: ribellarsi all’Urss, ripudiare il marxismo, l’operaismo e ogni ubbia sinistrista; convertirsi alla libertà.
  • § Ai cattolici propose di disobbedire al Vaticano, nel nome della fede.
  • § Nove articoli su “Relazioni Internazionali” durante la Rivoluzione culturale dimostrarono quest’ultima effimera. Mentre i politologi di mezzo modo ipotizzavano che la Cina avesse adottato per sempre la povertà proletaria, noi anticipammo il trionfo dell’economicismo.
  • § Nell’estate 1960, quando J.F.Kennedy si candidava alla Casa Bianca, argomentammo quasi soli che la Nuova Frontiera non poteva non essere il vuoto slogan che risultò.
  • § Per anni evidenziammo le contraddizioni nei due campi dell’Europa.
  • § Mostrammo subito la perfetta inconsistenza del Maggio francese e dell’intero ribellismo studentesco, dagli USA al resto dell’Occidente.

Tra gli scenari che si annunciano oggi:

  • § Il tramonto della democrazia rappresentativa. Si passerà dal suffragio universale, cioè dalla delega ai politici usurpatori e ladri, alla sovranità di ristretti corpi di supercittadini sorteggiati dal computer. Aggiornata, risorgerà la Polis ateniese.
  • §v La partecipazione dei lavoratori, volenti o nolenti, ai profitti e alle perdite delle imprese.
  • § Le società avanzate accetteranno meno sviluppo e meno benessere. Addosseranno agli alti redditi il tassativo soccorso ai disoccupati e ai precari; fermeranno le avanzate dell’ipercapitalismo; favoriranno alcune rimonte quasi-socialiste.
  • § Alcuni dei modelli sociali abbattuti dalle trasgressioni torneranno a valere proprio in quanto generati dai millenni. L’umanità è composta più dei morti, coi loro valori, che dei vivi. E più dei credenti che degli atei.

Molte delle previsioni di “Internauta” non convinceranno. Perciò è probabile si avverino.


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Parliamo ai giovani e a chi non vota. I partiti, si fottano.


LOVIS: gli Ex dell’Ispi
Gli articoli sulle idee e i fatti del mondo sono prevalentemente a cura del team Lovis: amici e allievi di Giovanni Lovisetti, che a lungo diresse l’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), a Milano. Gli ex dell’Ispi sono lieti di avere tra loro la vedova di Lovisetti, Laura Fuà traduttrice letteraria, critica musicale, pronipote di Rodolfo e di Ugo Guido Mondolfo.

CHIUDERE E VENDERE IL QUIRINALE

Oppure affittarlo. Che i Padri della patria, il comunista Togliatti in testa, abbiano deciso 62 anni fa che la repubblica sorta -dicevano- sul sangue dei partigiani e sul sacrificio dei fuorusciti, avesse bisogno di un palazzo fastoso è paradigma della disonestà che ha trionfato. Bastava una palazzina di 50 stanze, come era a Bonn la presidenza della Bundesrepublik. Invece i virtuosi del 1948, incorruttibili solo per poco pochissimo, vollero la reggia dei papi e dei Savoia, costruita da Gregorio XIII col denaro che avrebbe dovuto soccorrere i miseri. Il sito era lo splendido giardino del cardinale Ippolito d’Este, la cui austera madre era stata Lucrezia Borgia, figlia di Alessandro VI, quest’ultimo incarnazione di virtù. Un santo.

Qualche anno fa la giovane Seconda Repubblica fece le mosse di volere riformare le sue vituperevoli istituzioni. Nessuno ci credette; ci avevano fatto più cinici i primi cinquant’anni di cleptocrazia che le dozzine di secoli. Eppure per un momento avevamo creduto di doverci disintossicare dal cinismo. Erano cinici i patrioti del Risorgimento? I volontari e i rassegnati del Carso?

Nessuno ci credeva, dicevamo. Eppure…Pensammo ci sarebbero state Bicamerali, Costituenti, Ricostituenti. Ci sarebbero stati codici, pandette e altri conati di rigenerazione istituzionale. Ci sarebbero state denunce implacabili. Sarebbe esplosa l’antipolitica. Le ruberie dei cleptocrati sarebbero state messe a nudo. Possibile che nulla sarebbe cambiato?

Possibile. Nulla è cambiato. I costi della politica erano apparsi scandalosi a tutti, persino alla gentaglia dei politici. Sono aumentati.

Allora è tempo di piantarla con la deferenza verso le istituzioni, cominciando dalla più augusta (diciamo così). La presidenza della nostra repubblica scalognata ha funzioni quasi esclusivamente cerimoniali: auguri di capodanno, salamelecchi col corpo diplomatico, esequie, ricevimenti, onorificenze, persino un sommo comando delle forze armate che prolunga il generalato supremo del fronte occidentale esercitato nel 1940 da Sua Altezza Reale Umberto, molto rimpianto dalle novantenni aristocratiche. Persino la prerogativa di sciogliere le Camere è discussa. A Londra, madre o nonna del parlamentarismo, indire nuove elezioni spetta al capo del governo quando vuole, non alla regina collega del nostro sommo sacerdote. Dunque il maremoto delle riforme che ci sono state promesse -perciò certamente verranno, che diamine!- dovrebbe cominciare dalla sommità fisica del sistema politico meno onorevole del mondo occidentale.

Dal Colle presidenziale -un tempo più prosaicamente conosciuto come Monte Cavallo- gli uffici del Primo Cittadino dovrebbero traslocare verso la summenzionata palazzina di 50 stanze, e non più. Il primo ministro Cameron, che ha portato alla vittoria il partito della conservazione, ha avuto il coraggio di tagliare di un quarto uno dei bilanci più tradizionali dello Stato britannico, quello del Foreign Office. Sacrifici più modesti a carico della superba Navy, della gloriosa RAF, del semi- invincibile Army. Ce lo imprestassero per un po’, a sostituire un Berlusconi o altri pari a lui, Cameron taglierebbe di otto decimi la spesa meno essenziale di tutte, quella dell’arcipalazzo pontificio/sabaudo. Ottima cosa sarebbe che abolisse i ricevimenti ai diplomatici, dignitari e loro signore.

Cameron licenzierebbe, oppure manderebbe a regolare il traffico all’Eur, i quasi 300 corazzieri che torreggiano coi loro inutili due metri nelle quotidiane teleriprese della Corte sorta dalla Resistenza. Se ci pensate, ad ogni giuramento di sottosegretario o di soprannumerario ministro assiste solenne, tra altri ciambellani, un generale a molte stelle, o forse ammiraglio, con uniforme assai elegante. Che ruolo ha in quel momento? Ha strategie di guerra da consigliare allorché il comandante supremo delle FF.AA prende il ‘giuramento’ di un politico dall’onore inattendibile?

Il feldmaresciallo di cui parliamo è uno dei quasi duemila cortigiani, corazzieri, lacchè o burocrati grandi e minimi che Cameron metterebbe in pensione a un quarto del vitalizio (ma su molti si potrebbe risparmiare in tutto la pensione, visto quanto superbamente sono stati pagati e alloggiati). Quanto alla squadretta di giuristi che preparano la firma di leggi e decreti, essi non hanno bisogno dei saloni di Sua Santità, dei cavalli e delle corazze delle Guardie del Presidente (ma per proteggere quest’ultimo si impiegano alcune centinaia di militari e poliziotti veri, i cui costi non figurano nei bilanci del Quirinale). Le università, i ministeri, le cassazioni, gli studi legali della capitale pullulano di giuristi, cui la telematica permetterebbe di lavorare dai loro domicili.

Dicono che il Quirinale conti 1200 stanze e in più gallerie, scuderie, portinerie. Una volta svuotate -coi metodi anglosassoni basterebbero due settimane- si può immaginare quanto si ricaverebbe a venderlo o ad affittarlo, completo di arazzi, tappeti e candelabri. I miliardari di Shanghai non baderebbero a spese. A ripensarci, potremmo cedere loro anche i corazzieri, palafrenieri e lacchè. I ciambellani, non è chiaro che se ne farebbero. Però se adibissero la reggia a grand hotel low cost, a sfilate di moda e a conventions di concessionari d’auto, qualche ruolo lo troverebbero anche per i ciambellani.

Ci divertiamo a fantasticare, ma la questione è veramente dolorosa. Si tolgono gli insegnanti di sostegno agli sventurati e agli storpi; si nega il pasto agli scolari morosi; si lasciano dormire in istrada, a volte morire d’inverno, i barboni delle metropoli; si abbandonano alle mense dei miseri i senza lavoro non organizzati né protetti. Invece si destinano. 220 e più miliardi all’anno a mantenere una reggia sfrontata e senza onore, la quale costa il quadruplo della monarchia britannica e l’ottuplo della presidenza federale, a Berlino, della nazione più stimata al mondo. Il Colle costa quanto quarantamila precari. Se il nostro non fosse uno paese-canaglia, gestito dai peggiori tra noi, il Quirinale non sarebbe stato mai aperto. Arrivasse un giorno il Giustiziere, cancellerebbe subito la più vistosa e immorale delle nostre infamie.

Abbiamo di peggio, peraltro. Che sono morti a fare, quei fucilati della Resistenza che avevano sperato in un paese migliore?

Antonio Massimo Calderazzi

NEW YC

In queste foto viene rimosso il soggetto più importante: le Torri Gemelle. Questo (e l’utilizzo del bianco e nero) ci permette di concentrarci su quanto resta. Il vuoto, che vuoto non è, se consideriamo lo skyline attuale di New York. L’ambiente che resta intorno, coinvolto ma anche indifferente alla tragedia. Il fumo, che sembra aleggiare come una sinistra presenza sulla città.

Il mito dell’inviolabilità del suolo americano è stato appena infranto. L’immagine quasi testimonia una sorta di rimozione collettiva: quanto sarebbe bello se quel fumo fossero solo nuvole basse su Manhattan, quanto sarebbe bello se quelle sagome scure nel bianco fossero uccelli in volo. Invece la tragedia è resa ancora più intensa là dove viene privata degli effetti più scenografici. Nessuno può guardare la foto e quasi esclamare di ammirazione per l’effetto visivo. L’affermazione di Stockhausen per cui l’11 settembre è l’opera d’arte più grande del mondo, qui perde di significato.

L’americano medio, e come lui qualsiasi essere umano, è costretto a guardare dritto in faccia l’accaduto, senza colori sgargianti o effetti speciali da film che possano distrarre la ragione dalla cruda realtà. Scomparso il soggetto, scomparsa l’emotività, restiamo a guardare sconcertati un’immagine che unisce il passato e il presente, il momento della tragedia e il futuro. Un modo per tornare a osservare, a distanza di anni, e con maggiore lucidità, la tragedia dell’11 settembre.

www.chrissabbatini.com

IMPERIAL PROSPECTS OF SOLAR POWER

A few months ago The Daily Babel gave me the opportunity to emphasize the vast potential of deserts in terms of solar power, and of course the Sahara is the king of deserts (approximately 9 million sq.km). But one eighth of Asia (with 44,4 million sq.km the largest among the seven parts of the world) is desert. The Tibetan Plateau is the highest and most extended upland of the planet. Consequently Tibet is going to result, after Sahara, a giant “deposit” of solar energy.

The Plateau’s climate is cold (with the exception of the Pomi district, which produces some bananas and grapefruit), a factor that does not favor the production of electricity. However its altitude, between 4,000 and 6,000 meter, is such that the Plateau seems to receive the strongest sunlight of any region of the planet other than Sahara. Add the aridity to altitude. Average rain on the Plateau is between 100 and 200 millimetres per year. Compare that with annual rain in the Indian state of Meghalaya: 12,000 millimetres. Extremely scanty rain means less clouds, therefore a lot of light, i.e. power.

The latitude of Tibet is not northern: a good part of it is not far from the latitudes of Baghdad, Cyprus and Tangier. China, to which Tibet belongs, will be the logical beneficiary of so much potential. It’s developing fast enough to absorb the solar power of the Plateau. Having other deserts, Gobi and Taklamakan in the first place, China shall one day be able to supply its many neighbors that today depend largely for hydro power from rivers fed by retreating glaciers. China will profit by selling solar power to Pakistan, Thailand, Bhutan, Indochina, possibly Japan too.

China is already the world’s most important maker of solar panels and photovoltaic cells. A big emitter of greenhouse gases, the largest nation of Asia has the money to free herself and her neighbors from addiction to fossil fuels. Tibet’s sun is the extraordinary resource which will mitigate the environmental menaces, in addition to give Peking another geopolitical advantage.

Territorial bigness will be decisive even when the mountains are “too many”. Theoretically technology may evolve in ways that allow solar plants on the slopes of high mountains. Even the extremely rugged country of non-flat districts of China will perhaps become prosperous thanks to the photovoltaic panels.

Vast and barren territories of the planet are more value than we used to believe. Will even the roofs of the three thousand monasteries of Tibet be called to fruition?

A.M.C.

ROOSEVELT ED ALTRI MACELLAI DI POPOLI

L’impostura della guerra democratica

E’ abbastanza corta la lista comunemente accettata dei guerrafondai “immediati”, cioè che presero le decisioni finali e irreparabili, nel Novecento. Guglielmo II; gli austriaci Berchtold e Conrad von Hoetzendorff, qualche altro ministro o maresciallo; i governanti giapponesi dalle guerre a Corea e Cina a Pearl Harbor; Adolf Hitler; Mussolini. Venti, trenta persone. Cento anni di conflitti fecero forse cento milioni di morti, devastazioni anche spirituali e politiche senza numero, ma gli altri responsabili, quelli non compresi nel breve catalogo di cui sopra, tutti assolti. Amnistiati. “Collocati nelle circostanze”. Legittimati dall’amor di patria che li travolgeva, dai doveri di monarchi o reggitori, dai meriti soverchianti di altre loro opere, dalla ragion di Stato. Chi coronò l’edificazione nazionale, chi respinse l’aggressore, chi costruì il socialismo, chi cercò di tenere insieme un impero, chi abbattè regimi totalitari per far trionfare la democrazia e il capitalismo, chi liquidò il colonialismo. Tutti perdonati. Guerrafondai, secondo la consuetudine, solo i Venti o Trenta: con uno smisurato sovrappiù di biasimo per coloro che vennero sconfitti.

Invece le cose non stanno così. E’ vero, quasi tutti gli statisti della storia fecero guerre, e quelli che conseguirono la gloria ne fecero più degli altri. Non possiamo considerarli tutti macellai di popoli. Solo coloro che misero tutto l’impegno di cui erano capaci, tutta l’intelligenza e l’energia, nel convogliare le masse nella mattanza dei conflitti.

Quando credevamo esistere le “guerre giuste” , esoneravamo da colpe coloro che le muovevano: per difendere la patria, per vendicare torti, per conquistare o riconquistare territori, per espandere commerci e industrie. Addirittura esaltavamo quanti bandivano crociate ideologiche: rivoluzione, conservazione, libertà, fascismo, antifascismo, i sacri destini nazionali, le conquiste proletarie, il resto.

Oggi dobbiamo rinnegare tutto ciò, senza alcuna eccezione. L’uomo individuo deve esercitare come mai in passato il diritto di vivere e di non uccidere. Deve rifiutare non solo di morire, anche di soffrire nelle trincee, per la Patria, per la Libertà, per il Socialismo, per l’Antisocialismo. Se la minaccia delle corti marziali e dei plotoni d’esecuzione continuerà a costringere l’individuo a combattere, sarà criminale sopraffazione dello Stato Moloch, non il nobile esercizio di civismo di cui si parlava in passato. La figura dell’eroe spontaneo resterà entro certi limiti ammirevole. Ma l’eroismo non dovrà più imporlo la bandiera, l’allineamento ideale, la solidarietà di classe, ogni altra impostura. Mandare in guerra chi non sia militare professionale, cioè mercenario, non è più un diritto dei governanti. Chi muoverà guerra ipso facto si macchierà facto di crimini contro l’uomo.

In queste pagine parleremo solo di alcuni tra i tanti guerrafondai inspiegabilmente assolti, nonostante il sangue che fecero scorrere. Raymond Poincaré, nel 1914 presidente della Repubblica ma in realtà dominatore della politica estera della Francia. Sergei Dimitrovic Sazonov, al momento di Sarajevo ministro degli Esteri dello Zar e anch’egli egemone, come Poincaré, delle tragiche decisioni che -nel campo dell’Intesa- fecero esplodere la Grande Guerra (senza di quella, il secondo conflitto mondiale non sarebbe venuto, o sarebbe stato un’altra cosa. Forse la Russia non sarebbe diventata bolscevica, forse l’Italia non sarebbe diventata fascista. Certo senza la sconfitta e senza Versailles mai i tedeschi si sarebbero dati a Hitler, perché Hitler non sarebbe sorto).

Parleremo anche di Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti, il quale volle la sua nazione in guerra benché nessun nemico la minacciasse. In realtà volle lanciare l’America come la superpotenza che ancora non era, e in ciò precorse i suoi successori più scopertamente imperialisti, F.D.Roosevelt e Bush junior.

Prima di raccontare il guerrafondaio peggiore e più fortunato di tutti, F.D.Roosevelt appunto, segnaleremo la malazione finale dei capi del comunismo spagnolo. A Franco saldamente insediato al potere coll’irresistibile vittoria del 1939, ritennero di lanciare una “Resistencia armada”, che come movimento guerrigliero non aveva alcuna prospettiva, e infatti non agì, ma fece alcune migliaia di morti nel nome della Rivoluzione. Man mano che lo Stato franchista si dimostrava imbattibile, i contadini e altri proletari aiutarono a sterminare i partigiani.


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In quest of an anthropological mutation

Richard Sennett is a renowned American sociologist who happens to be a leftist and the heir of a number of militant Communists. In 1936 his father went to Spain to fight the Francoist insurgents against the almost Communist Republic. Recently professor Sennett gave to an Italian Communist paper an extended interview at the London School of Economics. The core was: the international crisis will worsen soon because the ‘financial capitalism’ which started it is as unwinnable as the medieval Black Death. At being asked, what would he do to fight modern day’s Black Death, Sennett answered “I would nationalize the whole banking sector”.

Now, nobody can doubt an LSE academic’s capacity to obey to at least some logic. It’s therefore clear: Sennett implies that a true revolution would be necessary so that a strong government is able to nationalize the whole financial sector. Who will ever launch said revolution, after so many centuries of unsuccessful tries at the hegemony of money? Better, one and half century after Marx’ Manifesto and almost a century after the apparent victory of Lenin’s revolution?

Nowadays (when the typical compensation of a fair-size corporation is 500 times the one of a salaryperson, and when in special cases said compensation can be many thousand times the one of the lowest-paid, the prospect of any serious mitigation of such iniquities are chimerical) is any hope chimerical?

My answer- the calls to revolution, even to reasonable changes, come from the totally wrong persons. They come from the usual leftist intellectuals, politicians, journalists, film directors and actors. History has taken almost any credibility from this sort of people. When they speak or write, they may look or sound right. They may even be right. But most people, i.e. entire societies or masses, do not set value on them.
So, a completely different race or breed of humans is needed so that a new tiding or faith is announced. Modern history forbids that a better conception of associated existence may be called socialism. A new name must be found. Let’s temporarily call it semisocialism.

A true anthropological mutation is mandatory so that a different social ideal is conceived, a mutation away from the traditional leftist-progressive type. The missionary of a better faith than capitalism will not be the professional and the ambitious; but the Idealist, the Operator of Good. Aiming at a less-capitalist society, we must look at different purveyors of models, ideas, ends and means. If we don’t do this, we’ll die the victims of hypercapitalism. Leftists are on the payroll of conservation. A surgeon for the poor, a compassionate nurse, yes. Smart lawyers, committed literati, shrewd congressmen, no.

A.M.C.
da Daily Babel

Si tolga dai piedi questa demoplutocrazia!

Il mercatismo/consumismo che ha trionfato su tutte le rivoluzioni e tutte le cospirazioni resta spregevole. Non è scritto che le generazioni avvenire moriranno tutte capitaliste. Né è scritto che il suffragio universale e i partiti, strumenti principi delle oligarchie ladre, vigano per sempre. Ma la democrazia, dove andrà?

Muoia la democrazia che conosciamo, è la risposta di chi qui sotto si sottoscrive. Non merita di sopravvivere la democrazia che per di più è stata il pretesto fraudolento di tante guerre, da una da 15 milioni di morti per liberare l’Alsazia e Trento/Trieste, nonché per inventare nazioni false come Jugoslavia o Cecoslovacchia, a un’altra in corso per portare ‘i diritti’ alle afghanistane umiliate dai taliban. Finisca per sempre la democrazia plutocratica spacciata da due tra i peggiori bugiardi della storia, Franklin D.Roosevelt e Winston S.Churchill. Si tolga dai piedi questa democrazia che fa da alibi a Berlusconi, a Franceschini, ad ogni altro commediante del mondo libero.

In nulla dovrà assomigliare all’attuale, la democrazia di domani o dopodomani. Proviamo a scrutare insieme il futuro, senza ubbie messianiche ma non senza speranza.

AMC

UNA METAPOLITICA PER LA SPESA PUBBLICA

L’olandese Jan Timmer, capo del gigante elettronico Philips, fece anni fa la fosca previsione: “Il futuro del nostro continente quale entità industriale fa paura”. Perché? Perché la spesa assistenziale degli Stati non scende in Europa sotto il quarto del Pil; qua e là sale a quattro decimi. Non è abbassabile, anche per l’iniquità di abbassarla. Previde l’economista svedese Assar Lindbeck: “il Welfare State distruggerà le sue fondamenta economiche”.

Cercheremo di mostrare che il Welfare potrà essere un po’ meno costoso solo dopo che saranno state tagliate molto più in grande tutte le altre voci della spesa pubblica; che la politica convenzionale non sarà mai capace di tanto; che dunque dovrà diventare non-convenzionale al punto di trasfigurarsi in metapolitica.

L’assistenzialismo europeo è arrivato al punto che in questo o quel paese uno può teoricamente ricevere 500 euro al mese dal compimento della maggiore età al momento della pensione; che i lavoratori inferiori lasciano agli extracomunitari quelle mansioni umili che i loro padri accettavano pienamente; che gli studenti trovano inammissibili d’estate certi lavori manuali molto ambiti dai coetanei nordamericani; che il contribuente accetta di mantenere alcuni milioni di persone attraverso il sostegno di produzioni rifiutate dal mercato. Un po’ dovunque nel Vecchio Continente regnano le pensioni e vacanze generose, i diritti ai sussidi, le attività ricreative a spese altrui, le burocrazie troppo vaste, il resto. Frattanto milioni di posti di lavoro vengono perduti per il trasferimento di attività produttive in paesi a costi più bassi.

Quando, nella seconda metà degli anni Novanta i repubblicani americani, controllando il Congresso, tentarono di eliminare le superfetazioni del Welfare, si accorsero che il paese che li aveva votati riluttava a seguirli: pur aspirando ad alleggerirsi del peso del sostegno al segmento inferiore della popolazione, e pur avendo accertato i risultati scadenti di un centinaio di programmi sociali lanciati soprattutto (ma non solo) dalle amministrazioni democratiche.

Una volta Ralf Dahrendorf ebbe a scrivere che se in America la carità governativa dava poco e costava troppo, lo Stato assistenziale andava alla deriva ovunque: “ Sarà impossibile mantenerlo. Dovremo essere più fantasiosi di chi promette di mantenere le strutture esistenti. Abbiamo bisogno di una nuova mentalità.”Eppure nessuno prevede tagli drastici alla spesa assistenziale. Li impediranno tanti fattori, dai sentimenti umanitari alla potenza delle lobbies, dai calcoli elettoralistici alle pure e semplici abitudini. Oltre a tutto colpire solo i poveri non risanerebbe abbastanza le finanze.

Ma il Welfare è intoccabile
Si ritorna ai dilemmi di fondo. Si è tentata l’offensiva generale contro l’ipertrofia della spesa, ma è destinata a spegnersi ovunque. Tagliare il Welfare è quasi impossibile, comunque è insufficiente. Più i tentativi di economizzare si concentrano sulle spese sociali, più risultano inutili e si indeboliscono. Ben presto si conclude che la solidarietà è un valore irrinunciabile; che i disavanzi del Welfare sono un costo della società avanzata.

Per metterla in termini più chiari. Il processo politico tradizionale e la finanza normale sono impotenti. Il Welfare ipertrofico lo si attacca solo nel quadro di un assalto impetuoso, rivoluzionario, su tutti i fronti della spesa pubblica. La sola razionalizzazione possibile ha contorni irrazionali. Ha natura di insurrezione. E’ guerra ‘santa’, cioè fanatica e non laica né garantista, contro quasi tutto: il sostegno alle produzioni antieconomiche, gli sprechi, la corruzione, le spese superflue e di rappresentanza, la rapina dei politici, il parassitismo dei burocrati, le frodi dei contribuenti, tutti i mali che si riparano dietro i codici e gli statuti. Molti comportamenti andrebbero puniti coi metodi di Dracone, il terribile legislatore ateniese nel VII secolo, per esempio con le confische prima dei processi. Ma le leggi, corazze dell’esistente, non permettono, e la rapina non cessa.

Poiché il riformismo guardingo, la concertazione, gli altri congegni della società ragionevole non sapranno mai ridurre la spesa pubblica in misura percettibile, non resta che l’impensabile: dimezzarla. Delirio? Rileggiamo Dahrendorf, uno dei tanti che si interrogano su ciò che ci aspetta. ”Per restare a galla nel contesto globalizzato le imprese dovranno ridurre i costi. Molti posti di lavoro finora ben retribuiti verranno eliminati, i salari reali diminuiranno (…) Che faranno gli elettori? Cercheranno soluzioni autoritarie”.

Impotenza della politica
Un primo ministro francese, Balladur, aveva parlato di un ‘ciclo infernale’: la disoccupazione farà salire le tasse, le tasse faranno salire la disoccupazione. Valutazioni del genere, a pari livelli di autorevolezza, se ne potrebbero allineare tante e darebbero meglio la misura di ciò che attende l’assieme dei paesi di vecchia industrializzazione. Forse non saranno conflitti armati tra nazioni come nel passato; però ugualmente si imporranno le logiche e le asprezze della guerra. Sui fronti interni i sacrifici e la disciplina dovranno prevalere sulle garanzie e sulle aspettative.

Ma la previdenza sociale, affrontata da sola, è intoccabile. La si può aggredire solo sventrando il ruolo intero dello Stato. Per risparmiare sul Welfare gli USA dovrebbero preventivamente declassarsi da superpotenza planetaria. Dunque niente grandi avventure tecnologico-militari (tipo scudi stellari), meno flotte navali e aeree, innumerevoli corpi d’armata sciolti, nanizzazione di quasi tutti i costi pubblici. Gli oneri stessi della politica elettoralistica andrebbero falcidiati, rovesciando i tavoli, capovolgendo le priorità. Il Welfare potrà tagliare sul proprio superfluo solo se e quando si sarà inesorabili su tutte le altre voci di spesa. Alla fine esso non costerà meno, perché dovrà mantenere a livelli di sussistenza masse molto più vaste: quasi tutti coloro cui la globalizzazione toglierà il lavoro. Le invocazioni alla crescita saranno inutili. Nell’ultimo sessantennio le aspettative sono cresciute troppo. Il benessere traslocherà nelle società oggi povere, e sarà giusto così. Non sappiamo se avranno le crociere, le happy hours e le lauree triennali per tutti; noi le abbiamo già avute, finiranno.

Poi c’è il costo della corruzione, tutt’altro che irrisorio. Scrisse Gary S.Becker, premio Nobel per l’economia: “Sono pochi i paesi immuni. La matrice della corruzione è la stessa dappertutto: apparati pubblici che fanno troppe cose. I politici e i burocrati potrebbero non essere più venali di altre categorie; certo sono più esposti alle tentazioni. La corruzione ha una storia lunga, però è vistosamente cresciuta da quando la spesa pubblica e i poteri normativi dei vari livelli di governo si sono tanto dilatati”.

Il che è vero, ma non più morali sono le prassi del capitalismo privato. La giustizia del mercato è un modo di dire se, per esempio, esso ricompensa l’alto management a livelli parossistici. La lotta alla corruzione e ai guadagni parossistici richiede misure da giustizia di guerra quali la decimazione, incruenta ma inflessibile, dei decisori e degli operatori che fanno affari coi governi: spogliarne di tutto uno su dieci, anche se innocente, perché gli altri nove capiscano. Si griderà all’eversione dello Stato di diritto. Vero: ma di fatto il diritto difende e ingrassa i ladri.

Gli sventramenti
Prendiamo la Francia, che ha uno Stato iperdirigista/interventista. Dovrà anch’essa abbattere la spesa, cominciando dai bilanci diplomatico-militari e da ogni altra espressione del prestigio. L’Eliseo non riuscirà mai a guadagnare i sindacati, i media, in ultima analisi la gente, alla causa delle economie se non liquiderà il nucleare strategico, le spedizioni militari nelle ex-colonie e altrove, il tentativo di difendere una centralità della Francia che non esiste più. Se non dimenticherà per sempre i fasti di Versailles. Che l’imponente palazzo Farnese a Roma sia ancora la sede dell’ambasciata francese, allorquando la diplomazia dovrà sparire del tutto all’interno dell’Unione Europea, è una sopravvivenza risibile. Come vituperevoli sono, anche in Francia, i trattamenti di molte migliaia di politici, mandarini pubblici e privati, parassiti, stilisti, cineasti, teleimbonitori, campioni sportivi, eccetera.

Anche da noi si imporranno economie gigantesche. Se tutti i bilanci, salvo quelli che aiutano direttamente i veri poveri, andranno tagliati (tagliati più di quanto si è fatto nel 2010), quelli degli Esteri, del Quirinale, della Difesa, dei Parlamenti e di ogni altra assemblea elettiva andranno ridotti a proporzioni simboliche.

La Repubblica che si vuole sorta sulla Resistenza esulle macerie della guerra è, tra i paesi arricchitisi, quello che dovrebbe capovolgere per primo le priorità della spesa. Ha i politici, i burocrati, i boiardi, i fornitori meno scrupolosi in assoluto. Il nostro congegno istituzionale è tra i peggiori del pianeta. La funzione pubblica è devastata dalle metastasi. Se in alto si è malversato e rubato su scala colossale, sono centinaia di migliaia di bassi dipendenti che frodano in piccolo, coperti dall’omertà corporativa e dai ‘diritti’.

La doverosa radiazione di furbi e farabutti sarà impossibile finché non si sospenderanno le garanzie acquisite, le prassi consolidate, le fisime costituzionali, le conquiste generate dalle lotte. Molti articoli dei codici è come se siano stati stesi dagli avvocati della malavita.

Da dove la salvezza
In conclusione. La spesa improduttiva o sbagliata andrebbe abbattuta dovunque, ma le probabilità che ciò avvenga in condizioni di normalità legale sono prossime a zero. I processi tradizionali della gestione e del consenso non promettono niente, comunque si chiami il partito al potere. Occorrerebbero circostanti eccezionali quali nessuna delle formazioni e ideologie attuali sa o vuole determinare. Essendo arte del possibile, la politica è fuori gioco: dimezzare la spesa e bonificare la palude è l’Impossibile.

Non resta che l’ipotesi, teoricamente possibile, del sorgere di un Mosé capace di deviare la storia ben al di là della politica. Di un Maometto, o Lutero, portatore di un messaggio totale, dunque metapolitico. Per definizione incarnerebbe una mutazione antropologica la quale dovrebbe investire tutti i suoi discepoli. La classe dirigente di un futuro redento non sarebbe fatta di professionisti delle assemblee e delle urne, meno che mai di intellettuali, bensì di puri di cuore, portatori di ideali.

A.M.C.

NOVEMBRE 2010

Internauta è un’officina di ideazione, un luogo per proporre e discutere nuove forme di democrazia. Inoltre diamo spazio ad approfondimenti su fatti e idee dal mondo, arte, e diamo cittadinanza a molte opinioni assenti dalla comunicazione di massa.

Uno dei modi più vividi di trattare la politica è progettarne il futuro. In questo “Internauta” vanta una credenziale in più. Alcuni di coloro che lo redigono si concentrarono sulle prospettive: nei quotidiani “La Gazzetta del popolo” e “Corriere del Ticino”, nei periodici milanesi “IlConfronto”, “Relazioni Internazionali”, “Europa Domani” e, di recente, in “The Daily Babel” di New York. Formularono previsioni che gli eventi convalidarono:

  • § Prima della Primavera praghese IlConfronto additò da posizioni amiche la strada ai comunisti: ribellarsi all’Urss, ripudiare il marxismo, l’operaismo e ogni ubbia sinistrista; convertirsi alla libertà.
  • § Ai cattolici propose di disobbedire al Vaticano, nel nome della fede.
  • § Nove articoli su “Relazioni Internazionali” durante la Rivoluzione culturale dimostrarono quest’ultima effimera. Mentre i politologi di mezzo modo ipotizzavano che la Cina avesse adottato per sempre la povertà proletaria, noi anticipammo il trionfo dell’economicismo.
  • § Nell’estate 1960, quando J.F.Kennedy si candidava alla Casa Bianca, argomentammo quasi soli che la Nuova Frontiera non poteva non essere il vuoto slogan che risultò.
  • § Per anni evidenziammo le contraddizioni nei due campi dell’Europa.
  • § Mostrammo subito la perfetta inconsistenza del Maggio francese e dell’intero ribellismo studentesco, dagli USA al resto dell’Occidente.

Tra gli scenari che si annunciano oggi:

  • § Il tramonto della democrazia rappresentativa. Si passerà dal suffragio universale, cioè dalla delega ai politici usurpatori e ladri, alla sovranità di ristretti corpi di supercittadini sorteggiati dal computer. Aggiornata, risorgerà la Polis ateniese.
  • §v La partecipazione dei lavoratori, volenti o nolenti, ai profitti e alle perdite delle imprese.
  • § Le società avanzate accetteranno meno sviluppo e meno benessere. Addosseranno agli alti redditi il tassativo soccorso ai disoccupati e ai precari; fermeranno le avanzate dell’ipercapitalismo; favoriranno alcune rimonte quasi-socialiste.
  • § Alcuni dei modelli sociali abbattuti dalle trasgressioni torneranno a valere proprio in quanto generati dai millenni. L’umanità è composta più dei morti, coi loro valori, che dei vivi. E più dei credenti che degli atei.

Molte delle previsioni di “Internauta” non convinceranno. Perciò è probabile si avverino.


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Parliamo ai giovani e a chi non vota. I partiti, si fottano.


LOVIS: gli Ex dell’Ispi
Gli articoli sulle idee e i fatti del mondo sono prevalentemente a cura del team Lovis: amici e allievi di Giovanni Lovisetti, che a lungo diresse l’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), a Milano. Gli ex dell’Ispi sono lieti di avere tra loro la vedova di Lovisetti, Laura Fuà traduttrice letteraria, critica musicale, pronipote di Rodolfo e di Ugo Guido Mondolfo.

KLEIN: E SE DECIDESSE LA GENTE?

Folgorato sulla via di Atene dal sorteggio.

Joe Klein, una delle firme importanti della stampa americana, sembra galvanizzato dalla realizzazione, stranamente improvvisa, che “forse è il momento della democrazia deliberativa” (=non rappresentativa, non parlamentare, non appaltata ai politici col voto). Riportiamo largamente il suo intervento, su TIME del 13 settembre 2010, titolo (abbreviato) ‘What if we let people make decisions?”. Non è se non in parte la nostra idea di perché occorrerà a tutti i costi ‘cambiare democrazia’; però Joe Klein ha milioni di lettori. Una sola avvertenza: nel 1992, quando negli Stati Uniti divampò come un fuoco di paglia, a causa di Ross Perot, il dibattito sulla fine della delega elettorale, TIME ed altri grandi giornali, pur ammettendo che il futuro era della democrazia non delegata, considerarono ciò una sventura. Quando, col sorteggio, ridurremo all’1% la cittadinanza attiva (=sovrana), TIME e i suoi fratelli si ricrederanno. In qualche misura hanno già cominciato.

Se mi chiedete qual è stato l’atto presidenziale più deludente di Barack Obama, rispondo: sul problema dell’immenso disavanzo federale ha insediato una commissione d’alto livello. Che tedio, che cosa inutile! Quando manca la volontà politica, si nomina una commissione d’alto livello. La quale non decide nulla o quasi.

Se invece esistesse un meccanismo magico capace di cambiare a fondo il processo decisionale della democrazia, rendendolo credibile ed operante? Gli Ateniesi antichi avevano il meccanismo: il kleroterion, una specie di selettore delle palle del bingo. Ogni giorno alcune centinaia di cittadini (liberi e maschi, naturalmente) venivano scelti a sorte (randomly) e delegati a decidere per conto della Polis.

Si dirà, oggi la cosa sarebbe impossibile. E invece in Cina il distretto costiero di Zeguo (120 mila abitanti) pratica già il kleroterion sotto la regia di James Fishkin, professore a Stanford. Ogni anno 175 persone sono selezionate con criteri scientifici per rappresentare la popolazione intera. Ripetutamente sondate e documentate sulle questioni da decidere, approfondiscono intensamente discutendo in gruppi ristretti, affiancate da esperti di tendenze contrapposte. Alla fine del terzo giorno le priorità emerse vengono recepite ed attuate dalle autorità.

Il processo funziona brillantemente da 5 anni, nonostante i cittadini partecipanti non siano molto qualificati (contadini per il 60%). Il governo di Pechino è in procinto di allargare il meccanismo ad altri distretti.

Il professor Fishkin, 62 anni, conduce esperimenti di ‘democrazia deliberativa’ in vari continenti e paesi, da un ventennio. Ha raggiunto la certezza che la gente sa decidere a ragion veduta. Nel Texas ha gestito un processo di democrazia deliberativa dal 1996 al 2007. Uno dei risultati: quello Stato era ultimo nel campo dell’eolico, ora è il primo. Gli utenti disposti a pagare di più per avere energia dal vento sono passati dal 54 all’84 per cento.

Per come stanno le cose, forse è arrivato il momento della democrazia deliberativa. Quando viene messa di fronte a scelte vere e a conseguenze reali, la gente decide bene. Allora perché Obama non trasforma la sua commissione blue ribbon in un esercizio di democrazia deliberativa? I diciotto commissari stendano un rapporto per 500 Americani random scelti col metodo Fishkin. I 500 indaghino, riflettano, discutano a fondo. Io scommetto che questo kleroterion, trasmesso dalle televisioni, produrrà risultati più chiari e più credibili di qualsiasi commissione di Obama.

La gente è stanca di sentirsi dire le cose dalle élites. Forse è tempo di fare il contrario.

Controprove da Emmott e Rusconi

Teniamo a precisare che i politici di carriera non sono le élites. Con poche eccezioni, sono i peggiori. Sommi chirurghi, intensi pensatori e dolci poeti, appena eletti, diventano complici dei Proci che banchettano nella reggia di Ulisse. Ciò premesso, prendiamo atto: Il britannico Emmott, a lungo direttore dell’Economist, e il professore Gian Enrico Rusconi, entrambi editorialisti della torinese La Stampa, hanno portato anch’essi, il 14 e 16 settembre, acqua al mulino dove si vuole ‘cambiare democrazia’, rottamando le urne elettorali e cancellando i politici professionali. Non hanno, è vero, menzionato il ritorno ad Atene (alternativa unica alla dittatura militare, a volerla fare finita coll’oligarchia ladra che ci opprime). Però meglio di Joe Klein hanno diagnosticato le sindromi che condannano senza speranza la classe dei politici: non solo indegni della delega elettorale, ma anche incapaci di esercitarla (incessanti ruberie a parte). Riferiamo nell’essenziale le considerazioni di Rusconi, suscitate dal precedente editoriale di Emmott. Premessa la “certezza che il frenetico discutere di sistemi elettorali non cambierà nulla”, Rusconi afferma:

Meno male che c’è ancora un Bill Emmott che prende sul serio la situazione italiana. Nessun sistema elettorale è infallibile, quello italiano è fallimentare. Assolutamente sbagliato sarebbe pensare di migliorarlo col maggioritario puro all’inglese. La proposta pratica di Emmott è una sorta di proporzionale dal basso, con scelta diretta dei candidati, senza la mediazione partitica.

Ma osserva:

Il presupposto è che esista una Buona Italia che attende solo il sistema elettorale adeguato per esprimersi. Mi sembra una simpatica ingenuità. Quello che manca è una classe dirigente nazionale come tale, non solo in politica, che si assuma l’onere di costruire il consenso (costituzionale) sulle grandi regole.

Trovo sano che, a differenza di molti analisti stranieri, Emmott non faccia di Berlusconi l’epitome dell’Italia. Ma sbaglia a vedere il berlusconismo soltanto in chiave di una ‘coalizione artificiale’ che sta implodendo. Il Cavaliere ha realizzato il ricambio di classe politica più radicale dal dopoguerra (…), ha tentato di cancellare l’idea stessa di coalizione partitica per creare un “popolo di elettori”, un nuovo demos che rivendica addirittura il diritto di modificare le grandi regole istituzionali. In questo ha interpretato pulsioni profonde di settori importanti della società civile. Ora li lascia disillusi, frustrati per la sproporzione delle aspettative rispetto alla modestia delle cose realizzate. Ma non è ancora chiaro come finirà.

Finirà male diciamo noi per quanti, ultimi Mohicani o ultimi fantaccini giapponesi della giungla, ancora credono di far bene a difendere l’assetto cleptocratico escogitato dai Costituenti del 1947. Il peggiore in assoluto: tutto il potere ai ladri. Il ‘nuovo demos’ anti-sistema evocato da Rusconi è molto più vasto e più disgustato di quello, piccolo borghese e tacitabile con poco, messo insieme dal Cavaliere. Nascesse un eversore di genio, trionferebbe.

A.M.C.

MORBO DI METTERNICH, PATOLOGIA DEI POLITOLOGI

Sbotta Giovanni Sartori in un suo editoriale (Corriere 9.9.10): “Ma allora a che serve il sistema parlamentare?”. Appunto: di buono, quasi zero. Di pessimo, quasi tutto. Fu questo, non la Résistance, il merito imperituro dell’eversore Charles de Gaulle: aver tramortito a partire dal 1958 il parlamentarismo francese. La III Repubblica aveva avuto 69 governi e scandali senza numero. La Quarta mise 14 anni per suicidarsi. L’umiliazione del parlamento fu salvezza della Francia.

Da noi si è finalmente capito -per ora senza trarre le conseguenze- che abbiamo i politici più immorali dell’Occidente. Che compongono una ‘ndrangheta piuttosto che una casta. Che sono un tipo intermedio tra gli oligarchi (non sarebbero il peggio) e i narcos colombiani e sierraleonesi. Che in questo senso l’Italia è annoverabile tra i rogue States, le nazioni- canaglia.

Ebbene il prof.Sartori propina ancora la lezione grottesca: votando, il popolo delega il potere alle assemblee elettive le quali lo esercitano nell’interesse della nazione! Sartori sa che quanto meno dal 1789 americano il potere viene esercitato nell’interesse di chi se ne impadronisce, non del popolo. Perché finge di credere lecita la tradizionale mistificazione?
Argomenta lo stizzoso maitre à déraisonner: “Lo spettacolo della politica italiana è caotico e disperante. L’unico punto fermo che ci resta è la Costituzione”. La Costituzione, ornato copriletto che nasconde lenzuola luride! Viene in mente il 1936, quando fu proclamata la nuova Costituzione dell’Urss. Era, gorgheggiarono specialmente in Francia gli intellettuali di Stalin, la Carta più avanzata del mondo, intensissima di princìpi, garanzie, conquiste del popolo, elezioni dirette e segrete, libertà di pensiero e religione, idealità e molto di più. Peccato che furono gli anni del Grande Terrore: stermini e gulag. Le purghe raggiunsero il parossismo immediatamente dopo l’entrata in vigore del monumentale testo.

Il quale, peraltro, precisava: la dittatura è del proletariato, però la esercita il partito comunista impersonato da Stalin. Idem il regime codificato dai nostri costituenti: la sovranità è del popolo, però la esercita la partitocrazia (=l’assieme dei cleptocrati). Tangenti, usurpazioni, estorsioni quali la Troisième francese, la ‘Répubblique des voleurs’, non si sognò di conseguire. Il solo Quirinale costa quanto sussidiare 40.000 disoccupati della scuola. La sola Camera dei depu/imputati, quanto mantenerne 200 mila. E Sartori porge la Costituzione!

Il principe Clemens von Metternich-Winneburg visse la vita intera nell’apprensione del cambiamento. Detta all’inglese, a life-long hatred of political innovation. Il Sartori campa nella paura di uno specifico cambiamento (figura nell’occhiello dell’editoriale): la democrazia diretta. Non lo nasconde, e questa è un’attestazione in più che ‘il direttismo’ (così crede di esorcizzarlo o tenerlo lontano) è, dittatura militare a parte, l’unica alternativa a ciò che abbiamo. La ‘ndrangheta dei politici non farà mai riforme. Dovesse farne, sarebbero bieche. Se il morbo di Metternich è come una silicosi professionale dei politologi in cattedra, in Sartori è conclamato e aspro.

“Cominciamo -leggiamo sempre l’editoriale- da un dato incontestabile: le democrazie dei grandi Stati territoriali non possono essere dirette”. Segue la vecchia fandonia della democrazia rappresentativa, delizia del deputato La Trippa (Totò) nel film Gli onorevoli (1963). Infine, frase conclusiva: “Dicevo che l’unico punto fermo che ancora ci resta è la Costituzione e un sistema costituzionale. Che oggi è insidiato da un infantile populismo costituzionale e da un direttismo sconfitto da 2500 anni di esperienza. Sarebbe l’ultima sciagura”.

Si consoli, il paziente del morbo di Metternich, e consoli Solaro della Margarita (altro Clemente al fonte battesimale) avversario reazionario di Cavour. Se tanto insiste, il Nostro, che la democrazia diretta si addice solo ai contesti esigui (“Atene, le piccole democrazie del Medioevo, le democrazie cittadine di piccole comunità”), sappia che la democrazia diretta prossima ventura -è nelle cose- sarà selettiva, configurata a misura ateniese. P.es., non tutti gli italiani a fare sovranità, bensì 1 su 100, sorteggiatto documentato e servito dal computer per un breve turno da supercittadino.
Un giorno o l’altro, niente più delega ai cleptocrati un po’ narcos. Internet ha appena cominciato a rovesciare tavoli. Il più verrà.

Massimo Calderazzi

RODOLFO MONDOLFO, NOSTRO RIFERIMENTO

Tra le malattie che hanno ucciso l’idea socialista e quella comunista primeggiano la voracità ladra degli appaltatori della prima, la ferocia dei gestori della seconda. Sapere questo non spegne il rimpianto di quando esistevano alternative all’ipercapitalismo, oggi esso stesso in cattiva salute.

Come ci disgustano, da una parte, la disonestà e disinvoltura del craxismo, del felipismo spagnolo, del blairismo, e dall’altra l’arroganza, il settarismo, l’inumanità, l’autolesionismo praticati da Lenin a Togliatti, da Thorez e dalla Ibarruri a moltitudini di intellettuali opportunisti, così ci cresce dentro l’ammirazione per le grandi figure del socialismo umanitario. Primo, Rodolfo Mondolfo il cui magistero abbiamo evocato nelle poche righe di presentazione di “Internauta”, un mese fa.

Col fratello Ugo Guido, anch’egli lavoratore nella vigna di Critica Sociale, Rodolfo ebbe la grandezza di contrapporsi immediatamente ai campioni del marxismo autodistruttivo: non solo Lenin e Stalin, anche il falso profeta Gramsci e il serpino Togliatti, poi i centomila sicofanti che schernivano il socialismo etico dai caffè di St.Germain, dalle terrazze romane, dalle tavole rotonde e dai teleschermi del sinistrismo insincero. Nel 1920 Gramsci rimproverava a Mondolfo che il suo amore per la rivoluzione fosse ‘grammaticale’ e irrideva alla ‘pedanteria professorale e pantofolaia che pretendeva di fissare limiti alle rivoluzioni’. Non avrebbe scritto, il fondatore de “L’Unità”, che il partito comunista doveva “prendere il posto, nelle coscienze, della divinità o dell’imperativo categorico”; così allineandosi a Stalin e a Zdanov?

Decenni dopo il tardobolscevico di rito milanese Lelio Basso sosteneva ancora che la causa primordiale della dittatura leninista-stalinista era stata ‘la minaccia di schiacciamento’ da parte delle potenze capitaliste, non il feroce imbarbarimento del Partito e la sua ‘funzione dominatrice’ sulle masse. Per quasi un secolo gli intellettuali ‘di tendenza’ (compresi i tanti che si erano adattati assai bene al fascismo) avevano insultato gli assertori alla Mondolfo di un socialismo per l’uomo, non per il Partito. E insultarono ancora quando, morto Stalin, il sistema moscovita continuò a stroncare con le armi a Poznan a Berlino a Praga a Budapest la velleità delle masse di rivendicare le loro esigenze reali.

L’uomo-Comintern Palmiro Togliatti pontificò che nel campo sovietico esistevano . Legioni di scrittori pittori registi di casa nostra inneggiarono a tali ridicole fandonie e vituperarono le invocazioni umanistiche di ogni possibile Mondolfo.

Conosciamo la fine ignobile/grottesca del comunismo. Peraltro ai combattenti dell’ideale si può addebitare di non aver capito fino a che punto il trionfo del capitalismo avrebbe fatto turpe l’anima ai socialisti. Non era mai accaduto che i portatori di una grande causa si trasformassero così fulmineamente in corruttori e in ladri. Forse i boys di Craxi e di Felipe Gonzales non furono più ladri di tanti luogotenenti di Aznar e Berlusconi; ma almeno questi due ultimi condottieri dell’ipercapitalismo non avevano e non hanno alcun obbligo di moralità. E nemmeno ne ha Tony Blair con la sua ricchezza spudorata e la sua livrea di casa Bush-Cheney. I Mondolfo, i Kautsky, gli Otto Bauer non seppero misurare né la forza corruttrice del benessere consumistico, né la tenuità etica di molti che si dicevano socialisti. Ed ecco Fernando Savater, brillante intellettuale spagnolo, rivendicare oggi (come il Niccolò Machiavelli ammiratore di Cesare Borgia): “I politici non hanno bisogno della morale”.

Oggi ‘socialista’ è una parola da non pronunciare a tavola. Semmai si potrà parlare di ‘semisocialism’ o ‘halbsozialismus’, evitando la lingua italiana e quella spagnola. Resta, anzi grandeggia, la dignità del comunismo umanistico additato dal visionario-realista Rodolfo Mondolfo. Per questo andremo ripubblicando qualche scritto antico di quest’ultimo. La nostra sodale Laura Lovisetti Fuà, nipote dei fratelli Mondolfo, ci ha passato alcune loro vecchie carte.

Nato a Senigallia nel 1877, il ventiquattrenne Rodolfo Mondolfo insegnava la storia della filosofia all’università di Torino, dove restò quattordici anni. Fu poi professore a Bologna 24 anni, in Argentina 12. Morì lì nel 1976. Negò l’imperante interpretazione materialistica del marxismo, che egli invece caratterizzò come filosofia attivistica e umanistica. Questa concezione liberale mise al centro di opere quali Il materialismo storico in F. Engels, di un secolo fa, e Sulle orme di Marx, del 1919. Nella filosofia antica rilevò, al di là degli schemi tradizionali, problemi e intuizioni del mondo contemporaneo.

Già nel 1919, poco più di dodici mesi dall’Ottobre rosso, Mondolfo vide con chiarezza inesorabile che il comunismo non poteva che essere dittatura, della classe dominante non del proletariato; e che sarebbe stato odiato e abbattuto dal popolo, anzi dai popoli. Si pensi a quella forma esasperata che fu il maoismo della Rivoluzione culturale. In Cina ha avuto luogo, per reazione, la più gigantesca palingenesi della storia: dalla persecuzione di chi, contadino possessore di un bue o professore di politecnico, era un ‘capitalista da schiacciare’, all’apoteosi finanziaria di oggi, che la Cina è arbitra della solvibilità dell’America sua debitrice. Anche questo era nell’analisi-profezia di Rodolfo Mondolfo.

Vivesse oggi, il loico veggente di Senigallia, forse saprebbe dirci se moriremo di ipercapitalismo. Forse ci insegnerebbe come riproporre una prospettiva di disincantata socialità, dopo 170 anni di errori e di tradimenti che hanno stracciato il concetto stesso di sinistra. Nei suoi limiti, la dottrina sociale di Leone XIII è sopravvissuta ben meglio del marxismo-leninismo trionfatore a chiacchiere, anzi a menzogne.

A.M.C.

ITALY: WHY SO MANY SUMMONS TO DEFEND DEMOCRACY

If I were a pollster I would quiz you and me with the following riddle: “When several observers or politicians warn that an imminent danger menaces the Italian institutions, what do they mean? What are they afraid of?”

The trite answer -Berlusconi with his money, Tv channels and shady connections might make a try at dictatorship- appears kind of unplausible in view of the Premier’s difficulties after years of wear and tear. I am volunteering an answer: what the Cassandras prophesy is the coup d’état of somebody else than Berlusconi, somebody who in theory could even work for Berlusconi, but more probably would topple both the premier and his enemies.

Striking resemblances, I believe, exist between today’s Italian state of affairs and the situation of France in the twelve years of the Fourth Republic (1946-58), also the situation of Spain after the Annual (Morocco) military disaster of 1921, followed by the violent turmoil, both political and social, that tormented the domestic scene.

The health of France was restored by an illustrious physician called Charles de Gaulle. In 1923 Spain did not have such a great man; but a non-victorious general emerged, Miguel Primo de Rivera, who simply possessed the grit and the know-how to employ the customary tool of the 19th century in Spain- pronunciamiento, or military coup. For at least five years the success of Primo’s regime was strong. Even leftist historians concede that to general Primo (who assumed the official title of Dictador) went the almost unbounded consensus of the nation. Only intellectuals and militant fringes opposed the regime, until a financial crisis and the Spanish reverberations of the Great Depression erupted. F.Largo Caballero, a leading socialist who headed the nation’s most powerful unions and in 1937 will be the prime minister of the leftist Republic, supported Primo. In fact the political line and measures of the government favored the socialist movement, to the damage of the privileged classes.

Unlike past-century Spain, Italy does not have a tradition of top brass who practice politics. But her context shows some traits in common with so many emergent countries where often power struggles have been won by the sudden exercise of force by young colonels or junior generals, more or less connected with political groups but always enjoying popular support. The material, immediate tools of subversion are tanks and battalions, but the real force of the insurgents is popular dissatisfaction with civilian, normally corrupt and/or inefficient rulers.

Of course the frame of the European integration is hostile to any try at military intervention in civilian affairs. But would Brussels really mobilize international divisions to crush an hypotetical coup in a member State of the Union?

So my impression is: those who give notice of approaching danger to the Republic, really are conscious that a great many Italians are so fed-up with their politicians and institutions that they would acclaim a coup d’état. Some limited bloodshed could not be ruled out -not necessarily, though. Horse-sense would rather imply a wide and easy acceptance of new rulers. Isn’t such acceptance a millenary custom of the nation? Wasn’t Il Duce totally and willingly accepted in his first, say, 16 years in office?

A.M.C.
(da DailyBabel)

BESTSELLER SENZA OBBLIGO DI IDEE

Due giornalisti che avevano fatto sognare.

Mi imbatto in un vecchio libro di Gian Antonio Stella, Lo Spreco. Italia: come buttare via due milioni di miliardi, Baldini & Castoldi, 2^ ediz., 1998 (tutte le malefatte espresse in lire). “Il più duro atto d’accusa -recita il risvolto di copertina- mai scritto contro le scelleratezze della pubblica amministrazione. Un reportage agghiacciante”. La copertina avverte che “la composizione di una mappa dettagliata degli sprechi è temeraria, se non proprio impossibile”. Ogni riga del libro, si può dire, è uno scandalo repubblicano. A circa 33 righe per pagina, su 368 pagine, Lo Spreco potrebbe risultare il catalogo di dodicimila scandali, più o meno. Ma l’editore ha ragione, enumerare le malefatte di regime è come contare le stelle del cielo.

Non così arduo, invece, derivare un catasto delle ruberie dalle 16 pagine del capitolo XIV, “I privilegi della classe politica”. Un capitolo precursore, apre i sentieri alla “Casta”, il prodigioso bestseller di G.A.Stella e Sergio Rizzo. Qui, a differenza degli altri capitoli, il tutto è focalizzabile su pochi esempi. “Il senatore Arturo Guatelli non mise mai piede a palazzo Madama. Riceve un vitalizio di oltre 39 milioni netti all’anno, senza avere posato nemmeno per un minuto le terga sul suo seggio virtuale” (spiegazione: la legislatura finì’ poche ore dopo la nomina quale primo dei non eletti). Guatelli:”Non sono abituato a buttare i soldi dalla finestra. Capisco che si tratta di un privilegio ma la legge non l’ho inventata io”.
Giovanni Valcavi, altro peon della Camera Alta, vi sedette per tre mesi. Assegno a vita, 3 milioni al mese. Nel 1996, riferisce Stella, gli ex senatori a riposo erano 752, più 391 vedove o eredi di defunti. I pensionati d’oro della Camera, 1188. Dice la legge che un parlamentare può andare in pensione a 60 anni se ha fatto una legislatura, a 45 se ne ha fatte quattro. A tutti i non eletti viene data una ‘indennità di reinserimento’ (quasi fossero ex detenuti, nota faceto l’Autore). .

Al Parlamento europeo i nostri deputati non sfigurano: .

Il sommo bonzo repubblicano Oscar Luigi Scalfaro in gioventù fece il magistrato per quattro anni, poi passò in politica; nell’aspettativa raggiunse il massimo della carriera togata. La somma tra indennità quirinalizia, poi di senatore a vita, più i vari vitalizi, è impressionante, protetta da un velo di segreto secondo Stella. Il deputato Mirko Tramaglia tuonò: “Da 40 anni in Parlamento, Scalfaro ha continuato a percepire lo stipendio di giudice ed è andato in pensione come presidente di Cassazione” (leggiamo sempre ‘Lo Spreco’).

Il suggestivo capitolo si chiude con Affittopoli: . Manca, osserviamo noi, il principesco appartamento di Nilde Iotti. Se non ricordiamo male, superava alquanto i mq di De Mita; ma anche i suoi emolumenti e appannaggi reggono bene il confronto: eletta ventiseienne nel 1946 e sempre rieletta fino al 1992. Una vita di abnegazione e lotte proletarie.

Basta, tutti sconci ben noti. Dai giorni de “Lo Spreco” è scorso un vasto fiume, gonfio di acque, liquami e relitti della virtù repubblicana. Si diano pace coloro che morirono (e uccisero) per abbattere quell’altro regime. Poi è venuta la requisitoria terribile della “Casta” ma il male ha ulteriormente trionfato: oggi qualche politico ottiene le case in proprietà, non in affitto.

Più nessuno ignora che la ricchezza nazionale è alla mercé di politici, burocrati e boiardi mostruosamente voraci. La bulimia (=fame insaziabile) ha colpito duro: mezzo milione di persone, dai leader eccelsi all’ultimo portaborse, ultimo consigliere di zona, ultimo geometra di ufficio tecnico comunale. Mezzo milione di ladri. La libertà e la democrazia sono beni incommensurabili ma hanno un costo: les voleurs che eleggiamo o ingaggiamo, più parenti e compari. Sono i nostri narcos, solo che delinquono in modi diversi dalla Colombia e dal Messico.

Tuttavia. Chiuso “Lo Spreco”, una domanda. Perché non un rigo, nel libro, su come liberarci? Siamo condannati senza speranza? Non eravamo una nazione di intelligenti, sprizzanti genio latino? Oppure i grandi giornalisti sono esenti dall’obbligo di avere idee?
Al contrario della rassegnazione dei grandi giornalisti, affermiamo che la salvezza è possibile. La professione di politico andrà cancellata. I burocrati e i boiardi andranno “decimati”: uno ogni dieci licenziato e spogliato di tutti (gli altri nove capiranno). Beninteso, purché si cancellino i diritti acquisiti, si correggano i codici e gli stipendi tornino ai livelli di quando Giovanni Lanza, presidente del Consiglio (1869-73), andava in persona ad aprire la porta di casa.

Le leggi del mercato non permetteranno? Infatti: un po’ dovremo uscire dal mercato, svezzandoci dal benessere e dagli alti consumi.

A.M.C.

UNA RICETTA CHE AVVELENA

Due giornalisti che avevano fatto sognare.

Quel giorno di agosto un’ascoltatrice affranta telefona a Sergio Rizzo, conduttore di una rassegna dei giornali a Radio Tre: l’Italia è la sentina di tutti i mali, mai la politica è stata così costosa e sporca, dovunque guardi è desolazione, non esiste un partito o un personaggio che sia migliore degli altri, che devono fare i cittadini? Laconica risposta del celebre giornalista: “votare”. Poi, per spiegarsi meglio, “votare”.

In mancanza di interpretazioni autentiche, il ‘votare’ di Rizzo vuol dire negare il voto al partito X e darlo a quello Y. Ora, Sergio Rizzo ha conseguito fama e meriti imperituri scrivendo con G.A.Stella un libro, La Casta, che ha avuto un successo fenomenale, sbaragliando ogni record di vendita. Ingenuamente, in molti credemmo che la requisitoria di Rizzo e Stella avrebbe ferito gravemente il regime. Invece il regime ha incassato tutto senza un ematoma, senza un’escoriazione. Le ruberie si sono ingrossate.

E questo passi: con tutte le sue tabi, l’impero d’Oriente durò mille anni. La Chiesa romana, con tabi più gravi, duemila e va verso il terzo millennio. La partitocrazia/cleptocrazia italiana appartiene alla stessa categoria, organismi molto malati, però perenni. Rizzo e Stella dunque hanno tentato una missione impossibile. La Casta è stato uno sforzo prodigioso e senza speranza. Questo sì. Ma che dire di quel precetto ‘votare’ emesso nel 2010, a metastasi cancerosa conclamata? Che pensata è punire i farabutti X della Casta e premiare i farabutti Y? Cosa succede a Sergio Rizzo?

La verità è che l’intero pensare politico italiano è, ai piani alti, perfettamente incapace di concepire alternative a ciò che ci affligge, e nemmeno vie di fuga. Le analisi dei nostri mali sono realistiche, anche condivise. Soluzioni nessuna, per alto che sia il rango dei politologi. Si sentono troppo soci e mezzadri del potere. Quasi che l’Ancien Régime sorto nel 1945-47 sia una categoria eterna.

Eterna non è. Il congegno montato da De Gasperi Togliatti e Nenni è persino più precario del Muro di Berlino.

A.M.C.