Piange il coccodrillo antimalthusiano

A metà settembre il quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, ha dominato le rassegne stampa con una denuncia, più sdegnata che mai, del dramma della fame nel mondo. Essendo tale denuncia di solito molto irrilevante, non ce ne occuperemmo. Però le notizie e le statistiche riportate da Avvenire – fonti i soliti maestosi organismi internazionali: questa volta Fao, Unicef, Ifad, Oms – ci interessano in quanto confessioni anzi autoaccuse, autoaccusa di Avvenire per cominciare.

Dunque gli affamati del pianeta sono 815 milioni (11% della popolazione mondiale): 520 in Asia, 243 in Africa, 42 nell’America latina e nei Caraibi. Rispetto al 2015 sono complessivamente 38 milioni in più (tutti gli abitanti di un paese medio), dopo dieci anni di diminuzione. La fame cresce. Secondo Avvenire i 38 milioni in più sono dovuti alla proliferazione dei conflitti violenti e agli choc climatici; i conflitti vengono detti sempre più gravi a causa dei cambiamenti climatici. 155 milioni di bambini sotto i cinque anni sono deficitari in altezza, 52 milioni soffrono di ‘deperimento cronico’. Altre edizioni di Avvenire hanno precisato che il Sud Sudan e il Sahel ‘muoiono’, e che sono molto critiche le prospettive del gigante nigeriano, con tutte le sue risorse naturali.

Il giornale assegna il debito rilievo all’autorevole e fulminante dichiarazione “Dobbiamo continuare a lanciare appelli” di un Gilbert Fossoun Houngbo, presidente dell’Ifad (Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo).  Dati i precedenti – in particolare l’eccessiva micragnosità del trattamento economico dei diplomatici e dei manager internazionali – ci chiediamo come riuscirà Houngbo a sostenere col suo reddito personale – senza dubbio lo vorrebbe, per non sfinirsi a lanciare appelli – il progresso agricolo di intere etnie di coltivatori africani.

Giganteggiano naturalmente i pensieri di papa Bergoglio sulla miseria, in particolare quelli condensati nel bronzeo messaggio a Graziano da Silva, presidente della Fao, in occasione di un 40° congresso della Federazione. Il papa dice cosa sacrosanta, benché largamente inutile, quando deplora i miliardi di humans che ‘non mettono in discussione i propri stili di vita onde condividere coi poveri e onde ridurre l’aggressione all’ambiente’. Accettare di impoverirci – diciamo noi – sarebbe persino più urgente che purificare l’atmosfera; a tal fine sarebbe  provvidenziale un tiranno beneficamente duro. Un po’ meno sacrosanto nel pontefice il salmodiare “contro l’inerzia di molti e l’egoismo di pochi”, nonché contro “l’assenza della cultura della solidarietà”.

Ancora meno significativo, nel papa, l’affermare che “i beni affidatici dal Creatore sono per tutti” e che “il costante calo, nonostante gli appelli, degli aiuti ai paesi poveri ‘è un meccanismo complesso’. Tra l’altro sembra che al Sahel non siano stati affidati molti beni. Il messaggio papale si conclude coll’annuncio che farà visita al signor presidente della Fao, e coll’auspicio che “la benedizione di Dio onnipotente e ricco di misericordia scenda sui consessi della Fao”.

Sarebbe ora, diciamo noi, che invece di far visite alle agenzie dell’Onu, Francesco proclamasse, per cominciare: la miseria del pianeta sarebbe un po’ meno grave se paghe, appannaggi e vitalizi internazionali, soprattutto agli alti livelli, fossero meno delinquenziali. Se proclamasse che l’accesso all’indipendenza delle ex-colonie ha peggiorato la loro miseria: costi, furti e ferocie della politica, della diplomazia, degli apparati militari, delle guerre, della vanagloria. La corruzione e la rapina dei governanti sono piaghe dei paesi molto avanzati. Figuriamoci il Terzo Mondo.

Altro pessimo gesto di Francesco è l’abitudinario invocare che sulle sanguisughe internazionali scenda la benedizione di Dio onnipotente e ricco di misericordia. E’ormai assodato che nei confronti sia degli 815 milioni di affamati, sia di chi morendo ha smesso di avere fame, la misericordia divina non è stata smisurata. Volendo contestare l’ateismo – giustamente, dico io che amo entrare in chiesa – il papa dica altre cose. La ricerca del Padre divino è vicenda drammatica, non tollera discorsi melensi o menzogneri. Sulle sanguisughe internazionali dovrebbe scendere la maledizione divina: come a Sodoma.

Il fatto veramente grave è che l’Avvenire come il papa con tutta la Chiesa rinviino ancora una volta la confessione/autodenuncia che un giorno non potranno non fare: per millenni si è promessa una dolcezza paterna che troppe volte non è venuta. Più ancora: nell’ultimo secolo la Chiesa ha contrastato come ha potuto il “birth control” tentato a salvezza dei miseri. Una delle malevolenze odierne di Avvenire si rivolge sempre contro i “neomalthusiani”, per i quali l’eccesso delle nascite è la causa prima della miseria. Nel settembre 2017, a valle di millenni di sconfitte contro la povertà, il quotidiano dei vescovi italiani assicura “avremmo gli strumenti per sfamare l’intera umanità. E’ l’uomo a produrre gli scenari che abbiamo sotto gli occhi”.

Dunque nel lacrimare sulla tragedia degli affamati il coccodrillo antimalthusiano accusa l’uomo di essere l’uomo. L’uomo come è, e come non vuol cambiare, non fu progettato dal Creatore?  E comunque, perché l’Onnipotente non agisce mai per correggere le malazioni dell’uomo?  Si usa sostenere che l’Onnipotente è inflessibile nel rispettare la libertà del malvagio. Ma gli affamati non preferirebbero mangiare piuttosto che essere contitolari coi malvagi del diritto di disobbedire al Creatore (Egli certamente non intendeva programmare l’umanità al male)?

Accertato che l’uomo è proprio come è – preferisce vendere il cibo invece che regalarlo, tenere la ricchezza  per sé invece che condividerla – tra non molto la Chiesa dovrà rovesciare il suo insegnamento tradizionale:  si nasce per un fatto animale e non per un dono divino. Limitare le nascite su grande scala non è un oltraggio al Creatore. Sarà obbligatorio constatare per sempre che siamo in troppi; che la Provvidenza non avrà pane e salute per tutti; che non interverrà contro l’egoismo degli agiati per rispettare la loro libertà.

Ergo birth control, e il coccodrillo antimalthusiano smetta di piangere.

Antonio Massimo Calderazzi

Quando ci convinceremo che siamo troppi e c’è quasi niente da fare?

Alcuni fiumiciattoli, il Rio Maggiore il Bisagno ed altri, esondano o fanno saltare le condotte in cui furono intubati, e la devastazione non colpisce solo i quartieri bassi e le case seminterrate. Colpisce anche il senso della realtà e delle proporzioni. La community dei giornalisti, dei candidati alle elezioni e dei frequentatori dei bar tabacchi impazzisce letteralmente. Laureati in lettere antiche emettono referti idrogeologici. Suadenti columnists sospendono lo scandaglio delle intenzioni di Bersani, posticipano  l’interpretazione degli scherni dalemiani all’indirizzo di Pisapia, per pronunciarsi sul calcestruzzo dei manufatti pubblici. Mezzi milioni di semplici abbonati alla Tv storicizzano secoli di errori edilizi. Turbe di pensionati escogitano e prezzano interventi risolutivi. Il coro del Web dà per tassative le più grandi opere, che siano senza badare a spese.

Ben pochi portano il ragionamento fino in fondo: che siamo in troppi, mica solo in Italia: dunque ci terremo  quasi tutte le esondazioni e le calamità, terremoti compresi. Molti progetti risulteranno irrealizzabili o titanicamente costosi. Lo Stivale ha spazio e ricchezza adeguati per 20 milioni di humans. Ne ospita il triplo, e quest’anno ha registrato con giusto giubilo 48 milioni di presenze turistiche.

E’ vero, Singapore e Hong Kong sono più antropizzate di noi e sembrano smentire i pessimismi. Ma la Saturnia Tellus è popolata da un’etnia a sé, meglio non stabilire raffronti. Provate a spiegare all’Etnia che per mantenere a regola d’arte i tombini e per azzerare le perdite d’acqua potabile le IMU andrebbero trentuplicate, le piacevolezze dell’edonismo cancellate, le Audi e le Bmw demolite, gli stili di vita dimenticati. Il nostro è benessere troppo recente perché possiamo permetterci plurimi mutui casa e al tempo stesso sanare il dissesto idrogeologico, nonché mettere in sicurezza il costruito. Ci sono arditi pensatori che esigono di bonificare il patrimonio dalle architetture che sanno di fascismo. Se si comminasse una frustata a chi propone programmi senza indicare risorse sicure, cioè senza quantificare la moltiplicazione delle tasse, il comparto della produzione di fruste risulterebbe deficitario.

In altre parole: chi vuole prevenire ogni crollo da sisma, chi ricostruirebbe sagrati e bargelli com’erano, chi intende restituire il futuro ai giovani, chi crede a portata di mano un aiuto agli africani che non intacchi i nostri livelli di vita, chi affronterebbe cento altre opere di progresso e di giustizia, senta l’obbligo di dettagliare con quali risorse: pena l’iscrizione nel casellario dei pagliacci, iscrizione comportante l’accessorio raddoppio di tasse e accise. Oppure ammetta che non siamo nell’isola di Utopia.

Neanche tale ammissione ci sarà mai, la nostra essendo un Narrenschiff, un vascello fantasma di soli begli spiriti, di soli commedianti di farse, fescennini e cachinni. Noi non sappiamo se gli studi di Cinecittà sono sempre la superba location delle produzioni cinematografiche e affini. Se sì, lì dovremmo trasferire dai palazzi maestosi le somme istituzioni e i vertici del potere effettivo. A Repubblica precaria, sedi di prefabbricato e di materiali leggeri. Come giorni fa scriveva Aldo Cazzullo, uno tra gli opinionisti più pervasi di fierezza nazionale, la Patria da cui ci attendiamo nuove risorgenze e nuovi saltelli in avanti è assalita “dalla crisi economica, dal disagio sociale, dalla guerra tra poveri accesa da un’immigrazione fuori controllo, dal discredito delle classi dirigenti, dalla scomparsa dei partiti tradizionali”.

Francamente non arriviamo a comprendere quest’ultimo rimpianto, che non ci siano più i partiti di una volta. Sono esse, le leadership della Fase Costituente, le mamme e le nonne della Più bella delle Carte, che hanno plasmato la realtà dei nostri giorni, realtà che non piace nemmeno a Cazzullo, il Bardo del 150° dell’Unità.

Una Polis così, sgradevole persino al Bardo, potrà disfrenare l’impetuoso Nuovo Miracolo italiano, riscossa idrogeologica e vendetta antisismica comprese, senza ricorrere alla rivoluzione culturale di Pol Pot? Senza almeno riconoscere che siamo in troppi e che non c’è posto per nuovi venuti, nemmeno uno?

 

a.m.calderazzi

LA BOLDRINI HA DIFETTI, NON QUELLO D’ESSER FIGLIA DI ARRIGO BOLDRINI

Fece bene Laura Boldrini, tempo fa, a respingere d’impeto la bufala secondo cui era figlia dell’omonimo Arrigo. Meritò la solidarietà di tutti. ‘Figlia di un mito della Resistenza’, nome di battaglia Bulow, era troppo anche per una deputata di Vendola. Tutti hanno diritto a non essere associati al capo di quel gappismo che tra l’aprile e il giugno 1945, dopo la ritirata dei tedeschi e la resa degli ultimi fascisti, passò per le armi nella sola località di Cavenigo (Padova) 136 persone: non tutti militi o brigatisti neri, anche civili e parenti.  Cavenigo è una delle pagine più infami della ferocia partigiana, e si inserì in un panorama di atrocità che non sfigura nel confronto con le stragi SS. Nell’intero padovano le esecuzioni successive alla “vittoria” dei killer di Stalin furono molte centinaia.

Il principale capo guerrigliero locale era Arrigo Boldrini: logico che nel contesto di allora venisse assolto dai tribunali. Si usava così. Non lo sappiamo che la nostra Repubblica – un settantennio dopo  riconosciuta in genere come la peggiore d’Occidente – nacque dai mitra gappisti? Allora, nella gloriosa Fase Costituente, agli autori o coordinatori dei fatti antifascisti più crudeli spettavano larghe immunità. In più ricompense, decorazioni, cariche e prove monetarie della riconoscenza di noi contribuenti. Così i responsabili di Dongo e di via Rasella (cioè delle Fosse Ardeatine) sedettero a lungo in parlamento. Così Boldrini\Bulow fu deputato, poi senatore – senza interruzioni – per undici legislature (1945-94, mezzo secolo). Il PCI esercitava i suoi diritti.

E l’interminabile opera legislativa di Nilde Iotti, consorte di Togliatti (eletta 13 volte, complessivi 51 anni), come negare che ad essa dovemmo il Miracolo economico e l’ingresso tra i Grandi del pianeta? L’ex partigiana Nilde fu acclamata tre volte presidente della Camera, un record (per me uno scandalo). Per non far mancare la sua figura all’Assemblea e alla Nazione, si dimise pochi giorni prima di morire alla clinica Luana. Di fatto agonizzava già sull’arcipoltrona presidenziale. Quando Nilde firmò le dimissioni, Giorgio Napolitano si inebriò d’ammirazione: la proclamò “splendida figura”. Anche se il popolo del PCI si era turbato quando Togliatti, per unirsi a lei, lasciò moglie legittima e un figlio. Ma Giorgio, futuro atlantista, futuro estimatore della guerra di Afghanistan pensava sub specie aeternitatis, pensava a come sarebbe stato peggiore il nostro futuro senza le tre presidenze successive e senza il tacito ripudio dello stalinismo.

Ad Arrigo Boldrini riuscì di diventare poco meno che uno statista e un ricostruttore della Patria: per esempio fu vicepresidente della Camera e incarnazione a vita della gloria guerrigliera. Tra pochi giorni nella superba Aula della Regina a Montecitorio celebreranno il centenario della sua nascita le tre somme cariche dello Stato più, per l’antica milizia comune nel nome di Stalin, Giorgio Napolitano. Il centenario, come per Garibaldi, Torquato Tasso e Tazio Nuvolari!

Non solo: decorarono Boldrini con la medaglia d’oro (!) al valor militare. Solo lui avrebbe potuto fare il conto preciso delle raffiche, proprie e altrui, che aveva sulla coscienza. Inutile dire una volta di più che l’idea e il movimento del comunismo sono stati uccisi soprattutto dalla ferocia ‘bolscevica’ del retaggio rosso.

Nell’agiografia di Arrigo Boldrini c’è anche uno spunto di comicità irresistibile. Si enfatizza infatti che il nome di battaglia Bulow se lo dette, o gli fu assegnato, per avere teorizzato la “pianurizzazione”. Che vuol dire? Vuol dire che mise a punto la strategia politico-partigiana della “pianurizzazione”: la guerriglia  poteva|doveva scendere dalle montagne alle campagne e alle città di pianura. Dunque il Nostro divenne Bulow – occorrerebbe un’Umlaut’ o metafonesi, ma la mia tastiera ne manca, oppure sono ciuccio io – e non so se Boldrini usava umlaut – con riferimento ai meriti di stratega del conte Friedrich von Bulow, dalla parte prussiana vincitore sotto Bluecher di Napoleone Bonaparte. Ha scritto il riverente storico Guido Crainz: “La pianurizzazione fu una scelta vincente. Ebbe il merito storico di dare fiducia al mondo contadino”. Ne conseguì che i contadini-assassini di Boldrini abbatterono il Terzo Reich e forzarono il Fuehrer a inghiottìre  il cianuro.

Chissà se invece Boldrini, col suo doppio diploma, di scuola media e di perito agrario, non abbia preso a modello un altro dei von Bulow: il principe Bernhard, cancelliere del Secondo Reich, marito di una principessa italiana e genero di Laura Minghetti; il barone Dietrich, teorico dell’arte tattica; il barone Hans, musicista e marito di Cosima Liszt, successivamente risposata a Richard Wagner; il diplomatico Heinrich, ministro degli Esteri di Prussia; il feldmaresciallo Karl, comandante d’armata nella Grande Guerra; oppure il conte Ludwig, fatto presidente della Slesia nel 1825. Ci avreste mai pensato: un trionfo stalinista in pianura ispirato da una dinastia di grandi prussiani, magari Junker oppure no?

Forse anche per questo Laura, pacifista/progressista intensa, si dissociò dall’Omonimo: non solo medaglia d’oro per meriti di mitra ma anche emulo del pensiero strategico prussiano.

A.M.Calderazzi

 

IL TIBET DEL FUTURO

La Cina si è fatta “quasi-massima” economia del mondo. Sentiamo dire che sta appropriandosi di ampie realtà dell’Africa, un continente mai stato suo. Possiamo dubitare che saprà lanciare in grande una propria ‘nazione’, il Tibet, sulla quale è riconosciuta sovrana nominale da almeno tre secoli?

Non è abbastanza noto che nel 1903-4 quel grande regno teocratico subì una delle ultime sopraffazioni coloniali della Gran Bretagna. Man mano che Warren Hastings si insignoriva dell’India, Londra provava a inglobare la regione tibetana. I primi esploratori britannici comparvero in Tibet verso il 1774. Nel 1903 il governatore generale Lord Curzon ruppe gli indugi e trovò il pretesto – le iniziative e infiltrazioni russe – per mandare in Tibet una spedizione armata, ricordata col nome del comandante, colonnello Francis Younghusband. Dopo pochi mesi di marcia e qualche scontro, i britannici entrarono nella capitale Lhasa: ma non raggiunsero che in parte gli obiettivi del Regno Unito. Già nel 1906 Londra dovette riconoscere con un trattato l’alta sovranità di Pechino.

Quattro anni dopo le truppe cinesi raggiunsero Lhasa e deposero il Dalai Lama, fuggito in India. Anche questa fu una conquista effimera. Nel 1911 l’Impero Manchù cadde e nacque la Repubblica di Sun Yat-Sen. Il Tibet sembrò tornare indipendente, ma questa volta i monaci che governavano il paese dei monasteri non cercarono come in passato di contrastare le influenze britanniche.  Un trattato stipulato nel 1890 con gli inglesi era stato addirittura respinto, diciamo così, dal popolo. Peraltro una parte dei gruppi dirigenti si mostrarono sensibili agli influssi e alle proposte degli agenti zaristi, tradizionali competitori dei britannici nello scacchiere. Solo la rivoluzione bolscevica farà cessare i tentativi russi.

Conosciamo gli avvenimenti che nell’ottobre 1950 realizzarono l’effettiva imposizione del dominio cinese. Un tentativo di rivolta venne spento nel 1959. Un altro Dalai Lama venne deposto e costretto all’esilio. Molte voci si levarono nel mondo contro quello che apparve il sopruso della Cina. Si sostenne che la cancellazione dell’assetto tibetano era una violenza contro una grande tradizione culturale.

Tuttavia l’alta ‘suzeraineté’, o egemonia, di Pechino è un portato della storia. Più ancora, la presa di possesso di Pechino ha chiuso la lunga fase feudale della storia tibetana e ha avviato la modernizzazione. Alcune delle tradizioni più qualificanti si sono spente, anche se le leadership monastiche hanno visto riconosciuto un proprio ruolo nelle istanze d’autonomia del paese. Comunque, ora il Tibet può affacciarsi sul futuro. I programmi di sviluppo già avviati sono imponenti. Le risorse umane di una stirpe vigorosa saranno valorizzate come nei contesti tradizionali sarebbe stato impossibile.

Con le sue caratteristiche geografiche il Tibet sembra negato ad avere un proprio miracolo produttivo (industriale). Però una parte del suo ingente territorio – il quadruplo dell’Italia – possiede un potenziale non esiguo.  Le più alte montagne del pianeta sono parte del potenziale. Le considerevoli risorse minerarie che si attribuiscono al paese non sono ben conosciute. Invece è verosimile che un retaggio culturale così inconfondibile si presterà, tra l’altro, a una valorizzazione turistica davvero sorprendente. L’Asia più vicina fornirà larghe masse di visitatori stregati dalle leggende, dal folklore, dal fascino delle cime altissime. E forse ancora più conquistabili saranno i visitatori/pellegrini dalle società occidentali fatte prospere, epperò schiavizzate, dalle tecnologie, dal capitalismo, dalla modernità.

Quando Pechino dominerà anche i voli e i soggiorni low cost, quando moltiplicherà i poli alberghieri ispirati ai monasteri vasti come palazzi reali; quando renderà raggiungibili in auto i villaggi tibetani che guardano cime oltre gli ottomila, chi vorrà rinunciare all’esperienza del Tibet, un paese come nessun altro?  Quale reame vanta un sovrano fondatore che si chiamava cNam-ri-sron-bran, padre di un conquistatore di nome Sron-brcan-sgam-po; nonché un costume sociale che ancora consente la poliandria (la donna che sposa un primogenito è moglie legittima dei fratelli minori del consorte)?

 

Beninteso, si andrà in Tibet per ben altro.

Dio forse non è morto, ma la Chiesa romana boccheggia

Il successore di papa Bergoglio non dovrà, per realismo, prendere il nome di Romolo Augustolo, ultimo imperatore d’Occidente?  E’ possibile che il papato stia vivendo l’ultima fase di una storia aperta duemila anni fa da Pietro di Betsaida. E’ da venti secoli che i cattolici convivono dolorosamente con un’istituzione che solo nelle catacombe e nei circhi dei martiri è stata all’altezza dei suoi ideali.

Ovvio, non incombe la fine del gigantesco organismo temporale chiamato Chiesa romana. Quello potrà sopravvivere a lungo senza una ragione, come fa per esempio l’Onu, inutile da un settantennio.  E’ il ruolo spirituale della Chiesa che sta finendo. A differenza che nel passato lontano, la Chiesa non riesce più a legittimarsi come “voluta da Gesù”. Cristo deve avere orrore di questo mondo che la Chiesa di Pietro ha partecipato a gestire nei secoli. Oggi forse nessuno degli assetati di Dio – il più insignificante dei quali sono io che vado alla Messa per amore – è più in grado di accettare dubbie verità quali la “infinita bontà di Dio”. Gli uomini sanno di avere adorato numerosi Iddii malvagi, non buoni. Povero Johann Sebastian Bach, il più cristiano di tutti noi, per il quale la Misericordia celeste era certezza!

Che il mondo sia sopraffatto dal Male è ciò che lamentavano gli eresiarchi del passato; che avessero ragione lo dimostrava il fatto che la Chiesa potesse mandarli al rogo. Oggi la sconfitta di Dio di fronte al Male è nozione largamente accettata, tuttavia la Chiesa continua faticosamente a parlare di onnipotenza divina. Anzi arriva a proporre un “mantello di Maria” che protegga coloro che soffrono. E’ sicuro, il Mantello non esiste.

Non sarebbe minacciata di morte, la Chiesa cattolica, se si liberasse dei miti che un tempo generò e oggi risultano menzogne. Se si proclamasse semplicemente madre degli orfani di Dio. Se dichiarasse che le sue basiliche e le sue liturgie sono luoghi per confortare quanti rimpiangono il Padre ignoto, non per prolungare speranze impossibili. Venti secoli dopo, la Chiesa non può promettere altro che affetto verso chi vorrebbe conoscere il Padre, verso chi non si contenti di ammirare all’infinito l’eroismo del Nazareno sulla croce. La Chiesa non sa perché il Cristo è comparso sulla Terra una sola volta. Non sa perché il Padre tace in eterno; anzi – recita un Vecchio Testamento feroce – fa morire chi riesca a vedere il volto divino.

Ecclesia non affermi più di conoscere le grandi verità. Venti secoli di congetture bastano. E’ tempo che la maggiore di tutte le compagini spirituali si riconosca impotente e anche bugiarda. Propalatrice di schemi, di costruzioni inventate. L’Assoluto è un padrone duro, non perdona i servitori infedeli.

Bergoglio stesso avrebbe dovuto prendere il nome di Romolo Augustolo. L’ultimo imperatore fu proclamato che era un giovinetto; suo padre, il patrizio Oreste, resse brevemente l’ultimo avanzo di impero. Dal punto di vista del futuro cattolico, anche papa Francesco è una innocente ‘non entity’.

Aveva suscitato speranze messianiche, quali nessun altro pontefice di cui si sappia. I suoi gesti iniziali avevano indotto a vagheggiare che si rivelasse ben più che il capo dei cattolici devoti: anche dei cattolici dissenzienti, anche dei protestanti, dei cristiani d’Oriente, dei credenti d’altre fedi, dei non credenti, di ogni altro uomo che viva un Avvento troppo lungo. Gli esordi di Bergoglio lo avevano proiettato come il massimo spirito del mondo. Avesse deciso di candidarsi, con scelte concretamente rivoluzionarie – non con parole –  a essere il Mosè del mondo, nessuno sul pianeta avrebbe potuto contrapporsi. Invece Bergoglio decise di essere nessuno, e tale è oggi. Logico che paghi, con un’irrilevanza quasi estrema, per essere apparso ciò che non era, l’operatore di una svolta epocale.

Che avrebbe dovuto fare per non deludere tanto gravemente?  Avrebbe dovuto compiere azioni, atti veri, da grande Giustiziere del troppo male operato dalla Chiesa, dal Medio Evo di ferro alla lunga età nepotista, dai delitti dei papi rinascimentali all’accanita opposizione, al controllo delle nascite (“ogni nascita è un dono di Dio”, “la Terra ha pane per tutti, basta che i ricchi lo donino invece di venderlo”). Si continua a riproporre la bontà della Provvidenza, quando si è certi che la Provvidenza è negata dalla realtà.

Per dimostrare d’essere distruttore per amore, Francesco avrebbe dovuto ripudiare la continuità, cominciando dall’abbandonare Roma coi suoi troppi palazzi straordinari e le sue troppe fontane: autentici corpi del reato, prove assolute del lungo tradimento del Vangelo.

A.M.Calderazzi

 

 

 

 

 

 

L’immigrazione va chiusa ma costerà carissimo

 

Perché, avendo il triplo della popolazione che sarebbe giusta per la nostra penisola, ci scoprissimo terra d’immigrazione, quante tangenti sono state pagate?  Abbiamo raggiunto la certezza di avere i politici, gli imprenditori, i faccendieri più amorali di tutti. Non veniteci a dire che abbiamo spalancato le frontiere per amore degli affamati e degli infelici. Qualcuno aveva interesse perché la Repubblica di Mameli&Ligresti avesse i suoi Bronx e le sue bidonvilles: eccoci campioni dell’accoglienza.

Ma che importa se per l’affare sporco dell’immigrazione incentivata i nostri rei risulteranno passibili, collettivamente, di molti secoli di carcere, allorquando i Tribunali hanno già gli elementi per seppellire in galera l’intera classe di potere, e si sa che non lo faranno?  Ha senso aprire nuovi filoni d’indagine quando i delitti già confessati sono così gravi che questo Stato andrebbe abbattuto, ma non possiamo permettercelo?

Detto questo, le frontiere andranno chiuse e gli illegali deportati, anche se le giornaliste della Rai faranno veglie di protesta. Non potrà restare che una modesta minoranza. Che questa posizione appaia razzista è irrilevante, quando gli antirazzisti sono coloro che, abitando e guadagnando bene, credono di alleviare la miseria del Terzo Mondo attirando miserabili nelle baraccopoli romane e nei carciofeti foggiani. Invece sia chiaro che la chiusura del buonismo punirà aspramente il nostro egoismo di benestanti. Abbiamo creduto di farla da furbi lasciando che ci lavassero i parabrezza e bivaccassero nelle periferie estreme, tanto abitiamo in centro. Ma ci siamo sbagliati. Prepariamoci ad addizionali fiscali che ci tramortiranno.

Non potremo sottrarci all’obbligo di condividere. Per cominciare, coloro che avremo espulso – viaggio a ns carico – dovranno ricevere un soccorso umanitario se dimostreranno di avere avviato un’attività produttiva – una bottega da falegname, un greggetto di pecore – oppure di soffrire gravi problemi di salute. Il denaro andrà pagato direttamente al creditore per gli attrezzi, per le pecore, per le terapie. Ma il peggio verrà quando capiremo che la soluzione della miseria sarà solo uno sforzo immenso dei paesi ricchi, a partire da un Super-Piano Marshall dell’Europa, volto a dissuadere dal partire. Simultaneo allo sforzo, un duro birth control. Il nostro è un pianeta da tre miliardi al massimo.

La difesa contro le immigrazioni future costerà l’ira di Dio: ma molto di più costerà la solidarietà long term che i prosperi dovranno offrire ai miseri. Costerà la rinuncia ai nostri livelli di vita. Non potremo non impoverirci. L’egoismo attuale di noi possessori di terze e quarte case non sarà più lecito: provvederà un Fisco inflessibile. E il bello sarà che dei sacrifici futuri non potremo incolpare i governi dei corrotti e dei faccendieri: bensì le terze e le quarte case. Gli stili di vita.

Antonio Massimo Calderazzi

Per risorgere il Papato ripudierà Roma

Sessantasei anni fa due preti operai furono arrestati a Parigi per atti di violenza durante una manifestazione contro il generale americano Ridgway. Fu forse la situazione limite dell’impegno a sinistra di un segmento del clero francese, impegno che aveva ricevuto qualche sostegno dai cardinali Suhar e Liénart, oltre che da prelati minori. Quell’anno stesso il Nunzio apostolico a Parigi notificò a ventisei vescovi il decreto di soppressione dei preti operai.

Oggi i preti operai risulterebbero mattoidi, non foss’altro perché l’operaismo è finito, trascinato nell’irrilevanza dalla morte del movimento comunista. La militanza antipadronale sussiste ma ha perso la nobilitazione ideologica e classista: gli agitatori sindacali sono mestieranti e non conduttori delle coscienze; le maestranze che si fanno condurre sono lontane dal voler lottare contro il sistema. Molti proletari posseggono seconde e terze case.

Passò una dozzina d’anni dalle intemperanze dei due preti operai e il cardinale tedesco Agostino Bea enunciò il principio che “la libertà dell’uomo vuol dire il suo diritto di decidere secondo la propria coscienza”. Gli ambienti conservatori insorsero: il porporato tedesco era andato oltre la carità verso l’errore, aveva proclamato insindacabile la coscienza individuale, laddove il cattolico aveva sempre dovuto inchinarsi alla Chiesa, interprete unica della Parola Rivelata. Il nostro cardinale andò per la sua strada. Precisò: chi erra in buona fede, anche in materia religiosa, adempie di fatto la legge morale e quindi la volontà di Dio, secondo la propria coscienza retta. Di fatto Bea rivendicava il valore universale della più alta tra le tesi di Lutero, il rifiuto dell’intermediazione ecclesiastica tra l’uomo e Dio, il rifiuto del magistero, per di più autoritario. Da allora più di un Pontefice ha ammesso che la Chiesa può sbagliare proprio là dove insegna, dove condanna, dove ha persino messo a morte uomini che erano santi, metti Hus e Savonarola.

Il cardinale Bea ha vinto. Il cristiano d’oggi che può fare se non prendere in parola sia il porporato che riabilita la conquista centrale della Riforma germanica, sia i papi che chiedono perdono per la Chiesa?  Ecco una delle conseguenze che discendono da secoli di riflessione cristiana: è giusto sostenere che il Papato deve lasciare Roma per alzare la Tenda biblica altrove. Per esempio fuori d’Italia. Che la gestione del cattolicesimo sia rimasta appaltata soprattutto all’alto clero italiano, espresso per una ventina di secoli prevalentemente dal patriziato italiano, è stato un lunghissimo misfatto che i futuri pontefici confesseranno come errori. Abbandonare Roma avrà il senso di ripudiare nel concreto una tradizione bimillenaria di Chiesa principesca, a lungo turpe, sempre mondana.

Sarà un trasloco sofferto e obiettivamente difficile. Ma dovrà accadere perché la Chiesa entri in una nuova vita. Essa dovrà vergognarsi dei palazzi, delle fontane e dei giardini che sono il vanto dell’Urbe e l’oltraggio della Cristianità. Dovrà pentirsi in particolare del nepotismo dei papi, la cui espressione ultima è dei nostri anni: Pio XII Pacelli fece principe un suo nipote, così come era stata la regola, magari senza connotazioni araldiche, per una ventina di secoli. Quasi tutti i pontefici vollero ricche e potenti le proprie famiglie; e se la potenza veniva loro dalla maestà spirituale del triregno, la ricchezza non poteva che provenire dai beni della Chiesa, saccheggiati dai papi nepotisti. I famosi palazzi e le fastose ville che fanno insuperabile Roma furono tutti finanziati da rapine sui beni che la Chiesa ottenne dalle donazioni di chi voleva salvarsi l’anima. Rapina sui beni destinati ‘a Cristo’.

Un giorno la Chiesa, anzi la Cattolicità avrà orrore di quel cognome arrogante “Burghesius” fatto incidere a lettere gigantesche da Paolo V sulla facciata di San Pietro: la meno santa di tutte le basiliche entra purtroppo ogni giorno in tutte le case e gli ambienti che abbiano un televisore.  Manco a dirlo, quasi non c’è gran palazzo romano che non abbia un cognome pontificio.

Qualunque altro angolo del mondo andrà bene per la tenda del Vicario di Cristo. Certo sarà meno indegno del colle dal meraviglioso giardino dove un papa eresse 1200 stanze per sé, e per i propri successori (poi vennero gli usurpatori sabaudi e quelli repubblicani, non meno ma più riprovevoli degli abitatori papali e di quelli di Casa Savoia).

Antonio Massimo Calderazzi

 

 

 

 

 

 

Georges Clemenceau o l’inutilità di vincere Grandi Guerre

 

Il Tigre Clemenceau merita d’essere primo della lista di quei sommi bellicisti che le nuove generazioni non conoscono e dunque hanno perdonato col fatto stesso di ignorarli. Vedremo che fu direttamente responsabile di centinaia di migliaia di morti che si potevano scongiurare, visto che verso la fine del 1917  gli Imperi centrali si dichiararono disposti a negoziare una fine della strage. ‘Il Tigre’ non fu la sola caratterizzazione di cui si compiacque. Fu anche chiamato Clemenceau-la-Guerre e Clemenceau-la-Victoire. Forse gli piacque meno l’essere definito “vieilliard sanguinaire”: era un implacabile ottantenne nel 1917, quando tornò al potere (era stato presidente del Consiglio nel 1906-09).

A dire l’uomo basterebbe ‘Il Tigre’. Le tigri sono i più feroci tra i grandi carnivori. Il Nostro fece in modo di personificare la Grande Guerra, anche se fu Poincaré, non lui, a volere il più sanguinoso conflitto della storia. Clemenceau dominò, con Woodrow Wilson e con David Lloyd George, la conferenza di Versailles, sciaguratamente chiamata ‘di pace’: in realtà fu l’antefatto del Secondo conflitto mondiale. Mai Adolf Hitler si sarebbe alzato come fondatore del Terzo Reich, conquistatore di un continente, se Versailles non avesse addossato alla sola Germania la responsabilità e l’espiazione della Grande Guerra. uella di Versailles andava chiamata Versailles andava chiamata “conferenza  di Tregua ventennale, 1919-39”.

La Francia non premio’ Clemenceau per i suoi ferrigni conseguimenti. Nel 1920 era il più logico dei candidati alla presidenza della repubblica. Gli preferirono l’incolore Paul Duchanel: una specie di Mattarella, sventurato al punto da doversi dimettere dopo otto mesi per avere perso la ragione (morì nel 1922, caduto da un treno in corsa). Va ripetuto che Clemenceau  non fu l’artefice della guerra alla Germania. Il colpevole fu Raymond Poincaré, capo dello Stato nel 1914, il lorenese invasato della Revanche contro la Prussia di Bismarck, la quale in un paio di settimane del 1870 aveva inflitto al Secondo Impero di Napoleone III la più grave sconfitta della storia, tra l’altro strappandogli l’Alsazia e parte della Lorena.

Nel 1917, dopo un triennio di carneficina – solo a Verdun erano caduti un milione tra francesi e tedeschi –  si profilava una concreta prospettiva di pace, con non pochi segni di una disponibilità di Vienna e Berlino.  Poincaré, dovendo scegliere un nuovo presidente del Consiglio tra Joseph Caillaux, fautore della fine della mattanza, e Clemenceau, l’uomo della vittoria a qualunque costo, decise per quest’ultimo. Da quel momento il Tigre fu il più intransigente tra i governanti del conflitto nel proibire ogni iniziativa di negoziato.

Clemenceau ottenne la sua “vittoria” quando (novembre 1918) Hindenburg e Ludendorff, i due massimi capi militari germanici, costrinsero il loro governo a dichiararsi sconfitto. Da quando era tornato al vertice il Tigre non aveva mancato un’occasione per affermare che la Victoire valeva più che le molte vite che si potevano salvare: forse un milione sui vari fronti del mondo. Quasi ogni giorno, di fatto, faceva questa asserzione, e quasi ogni giorno sosteneva che ‘les enfants de la Patrie’ dovevano sacrificarsi. Tra l’altro fu il governante che, ottantenne, visitò più trincee per galvanizzare i combattenti ad amare il sacrificio patriottico della vita.

Ebbe la fortuna di morire diciotto anni prima del 1940, quando la disfatta totale e non onorevole della sua Grande Vittoriosa avrebbe insegnato, a lui come a Poincaré, la fallacia del loro bellicismo estremo. Oggi la Germania, non la Francia, è domina d’Europa.

In vita una feroce soddisfazione la ebbe prima di ‘trionfare’ coll’Armistizio e con Versailles: riuscì a far arrestare e processare Joseph Caillaux, che nel 1917, se fosse tornato a guidare il governo, avrebbe messo fine alla guerra con un accomodamento, senza pretendere la dubbia Victoire. Caillaux languì in carcere un anno e mezzo, sotto il peso di un’accusa che poteva portarlo alla fucilazione. La Corte lo condannò a cinque anni per un reato meno grave del ‘tradimento’ di cui lo accusava il Tigre. Nel 1925 Caillaux beneficò di un’amnistia. Il suo persecutore era morto tre anni prima, quando ancora era possibile che il maggiore assertore della riconciliazione franco-germanica fosse condannato a morte. Per il Tigre cercare le vie di una pace era ‘disfattismo’: tra i politici di rango che minacciò di portare davanti all’Alta Corte non mancò Aristide Briand, undici volte presidente del Consiglio e futuro premio Nobel per la pace.

A Clemenceau fu risparmiato lo “scempio” compiuto da de Gaulle e Adenauer, quando decisero che Francia e Germania sarebbero state amiche per sempre. Oggi non c’è scolaro dodicenne che non sappia quanto antistorica e futilmente belluina fosse la vocazione antigermanica del Tigre. Peraltro c’è stato, una guerra mondiale dopo, un bellicista più accanito di Clemenceau: Winston Churchill. Iperbellicista fu anche Franklin Delano Roosevelt: ma almeno fondò l’egemonia planetaria degli USA. Invece le vittorie di Churchill fecero sparire l’impero britannico.

Antonio Massimo Calderazzi

Per il partito dell’accoglienza, coerenza fino in fondo

 

Non uno degli opinion leader -Grandi Firme, Vip dello spettacolo, altri conduttori e registi dei sentimenti- non uno si astiene dal singhiozzare ogni giorno sui barconi che si rovesciano nel Mediterraneo. Però non uno sente di dover enunciare le verità inconfessabili, scandalose. Sono le seguenti.

Se l’Italia, cor cordium, è sola nell’Unione, nell’Onu, nel pianeta e nel Creato a non tollerare le immagini dei naufragi, l’Italia non può non istituire traghetti gratuiti e scali attrezzati per aspiranti europei. Onde risparmiare loro i disagi e le rudezze dei centri d’accoglienza, non può non investire in villette e hotel ad hoc.

Al fine di cancellare gli stress dei futuri cittadini, Roma deve reclamizzare a scala d’emisfero che il diritto di sbarcare e di installarsi in perpetuo, spetta dal momento stesso dell’imbarco sui traghetti gratuiti di Stato. Per scongiurare che gli arrivati, potenzialmente vari milioni, si sentano lumpenproletari, Roma deve assegnare a ogni nuovo venuto un reddito d’integrazione pari a quello medio tra le classi sociali della Penisola. Nel contempo deve istituire automatiche, ovvie esenzioni da quote qui dovute per nidi, mense e gite scolastiche; anche da tasse, affitti, bollette e contributi pensionistici.

Perché i ‘diversamente agiati’ oriundi del Continente nero, del Sud del mondo e di paesi oppressi da regimi totalitari non si addensino in ghetti, banlieus e slums, potenziali vivai di radicalizzazione, la nostra mano pubblica deve -a norma del precetto enunciato anni fa dal noto editorialista G.A. Stella, “sparpagliare, sparpagliare” gli immigrati poco abbienti tra i quartieri delle metropoli, quadrilateri della moda e degli affari compresi. Poiché immobili e suoli dei buoni indirizzi, degli stessi vasti rioni dei ceti medi e dei popolani benestanti, appartengono ai proprietari catastali e sono costosi, i prefetti procedano d’urgenza ai necessari espropri a prezzi d’imperio. Gli espropriati, vengano sistemati decorosamente in caserme e fabbrichette ristrutturate (all’uopo utilizzando in  parte gli indennizzi degli espropri).

Affinché i neo-italiani non incontrino ostacoli nel lavorare e nell’ascendere nelle carriere, vanno loro attribuiti speciali punteggi preferenziali; nonché ogni opportuno bonus, oculatamente commisurato ai bisogni dei nuclei familiari. Se quanto sopra, più ogni ulteriore provvidenza imposta dai valori del Welfare evoluto, richiederà alcune migliaia di miliardi, e se la ripresa non sarà abbastanza impetuosa, giocoforza dovranno provvedere i contribuenti, previo il rinvio sine die della riduzione del debito pubblico. Il popolo d’Occidente dovrà accettare di arretrare non poco nel benessere. Va da sé: per attuare i programmi qui sommariamente descritti occorrerà accantonare i tradizionali ordinamenti capitalistici e le aspre logiche del Mercato.

Quanto sopra è naturalmente bieca concatenazione di sofismi. Oppure è improvvida proposta di anteporre il giocolare (dizionario Devoto: “giocorellare, trastullarsi”)  al pensare coscienzioso raccomandato dai presidenti Mattarella e Boldrini; nonché da Bergoglio quando gli capitano per le mani Trump o i governanti d’Ungheria e di altre repubbliche ex-comuniste. Venendo a Mattarella etc., non sarebbe ben più seria la proposta di sventare le partenze dei barconi con un gigantesco Super-Piano Marhall dell’Europa, o dell’Occidente, o del mondo ricco per intero?

Certamente il Super-piano impoverirebbe tutti i contribuenti. Ma sarebbe meno sofistico delle proposte giocose vedi sopra. In ogni caso si imporrebbero meno espropri nei centri storici e nei quadrilateri del lusso; servirebbero patrimoniali meno feroci. Il vasto potenziale umano cui, secondo i demografi e i pensatori progressisti, rinunceremmo fermando gli sbarchi, verrebbe valorizzato nel Sud del mondo. I problemi di coscienza delle nostre anime belle si attenuerebbero. Coll’enorme dilatazione dei consumi a sud del mondo, la globalizzazione passerebbe a Due Vie.

Incidentalmente: se una parte del terrorismo, quella che trova volontari suicidi, è invincibile -checché proclamino Teresa May e ogni altro emulo della fermezza churchilliana-  il Super Piano Marshall di cui sopra non scongiurerebbe un tot di stragi? Agli occhi di chi ci odia, non risulterebbe un risarcimento per le  Crociate e il colonialismo?

Antonio Massimo Calderazzi

E’ ancora magica la provincia boemo-morava

Dovendo scegliere se salvare dal Diluvio Universale,  Praga la regina o i villaggi castelli stagni e cittadine della Boemia-Moravia  profonda, andrebbero salvati questi ultimi.  Praga ha perduto un pò il fascino di un tempo, quando alcuni la vagheggiavano miglior capitale europea rispetto a Bruxelles. E poi oggi ha i grattacieli dei conglomerati. La Boemia-Moravia minore è, forse per poco, l’ultimo paradiso. Ha le contrade più euritmiche dell’ex campo socialista. Qui ci si dimentica dei tradimenti anti-europei del suddetto ex-campo socialista.

A una trentina di km dal confine coll’Austria comincia la Selva Boema, quelle basse montagne boscose che qui chiamano Sumava. La sua minuscola metropoli Ceske Budejovice, alla confluenza della Moldava e della Malse, ha meno abitanti di Barletta, ma alla fine del Medioevo era una capitale commerciale. I monumenti, le piazze ariose e gli spunti sono bizzeffe. A un tiro di schioppo sorge lo sconcertante castello di Hluboka nad Vltavou. Nel 1840 i proprietari principi Schwarzenberg, stufi di possedere decine di fortezze e di manieri sorti nel medioevo, vollero qui una casa moderna, stranamente ispirata al castello di Windsor. Otto anni dopo uno dei principi, Felix, era cancelliere dell’impero asburgico, domava coll’artiglieria la rivolta a Vienna e insegnava il mestiere di regnare a Francesco Giuseppe, imperatore giovanottino. Un Karl dello stesso casato aveva addirittura sconfitto Napoleone (battaglia di Lipsia, 1813). Va a capire perché questa colossale copia di Windsor su un’altura che domina la Moldava, copia voluta da gran signori che un secolo e mezzo dopo, finito il comunismo, per poco non si facevano re della Cekia.

Nel 1992 il capo della casata, ancora un Karl, era alla corte del presidente Havel come capo della cancelleria. Un quotidiano di New York lo presentò come ‘pretendente al trono cecoslovacco’, ovviamente dimenticando che una monarchia dei cechi e degli slovacchi -così come l’infausto regno dei serbi croati e sloveni- non è mai esistita. Entrambe le nazioni furono inventate dall’insulso arbitrio dei pacificatori di Versailles, i peggiori della storia, visto ciò che seguì alla Grande Guerra: Hitler, un’altra guerra ancora più mondiale, l’Olocausto e il resto.  Il principe ‘cancelliere’ di Havel sbagliò ad assicurare che gli slovacchi non avrebbero fatto secessione. Però la sua famiglia se la cava bene, per essere scampata al comunismo. Io entrai non visto in un superbo palazzo moravo: erano gli uffici che amministravano le sole proprietà forestali Schwarzenberg.

Non lontana da queste armonie è la piccola Trebon, con una piazza di sole case rinascimentali e un vasto castello, naturalmente Schwarzenberg per secoli ma in origine dei Rozmberk, allora massimi feudatari della Boemia. Ma va fatto pellegrinaggio a Tabor, uno dei pochi luoghi tragici della regione sud-boema. Fu fondata nel 1419 dal capo degli Ussiti, Jan Zizka, come città ideale e come possente roccaforte della sua fede. La città era organizzata in forma comunitaria, senza proprietà privata. Quindici anni dopo gli Ussiti furono annientati nella battaglia di Lipany e l’utopia di Tabor fu schiacciata. Qui tutto ricorda questa pagina di comunismo cristiano, militante anticipazione della Riforma protestante.

Zizka non dovette praticare mai la mansuetudine evangelica. E’ dovunque raffigurato come un duro soldato, orbo di un occhio, tratti fieramente marziali, membra vaste e armi micidiali. Il regime socialista dette molto risalto allo specifico comunitario (e nazionale antitedesco) del movimento ussita. Jan Hus, prete eroico e giovane rettore dell’università di Praga, infiammò il popolo contro la corruzione del clero e contro lo strapotere tedesco. Volle difendere le sue tesi di fronte al concilio di Costanza, ma il salvacondotto imperiale non lo salvò. Fatto arrestare da un cardinale francese appena arrivato a Costanza, fu bruciato vivo (1415).  Le guerre hussite condotte dal grande Zizka durarono fino al 1434, ma i fermenti non si spensero: tra il 1458 e il 1471 il trono di Boemia fu occupato da un nobile ussita, Giorgio di Podebrady. La rivolta attiva degli ussiti finì solo nel 1620, nella crudelissima guerra dei Trent’anni, per una vittoria campale dell’imperatore asburgico.

Trionfarono e si arricchirono le grandi famiglie cattoliche dell’impero: Schwarzenberg, Lobkowitz, Starhemberg, Windischgraetz, Liechtenstein. Insieme avevano decine di migliaia di servi; tra essi era la famiglia di Christoph Willibald Gluck, che col suo Orfeo e la sua Euridice ringiovanì la musica del mondo.

Ribadiamo una volta di più che Praga, con tutti i suoi tesori, non vale più che il resto della Boemia (e Moravia). La capitale è ormai meta di gite operaie, certo merita d’essere amata dai gentiluomini. Ma la Boemia meridionale sia prediletta da questi ultimi; sempre che preferiscano gli itinerari minori, accettando al limite qualche esiguo tratto cilindrato invece che asfaltato. Solo così si attraversano i villaggi, qui molto spesso incontaminati e qualche volta belli di armonie assolute. In Germania e in Austria i villaggi sono risorti a migliaia dalle macerie della guerra. Ma sono troppo moderni, opulenti, imitatori delle città, piagati dalle urbanizzazioni dei pendolari. Dicono troppo chiaro l’apporto di prosperità venuto dagli stipendi delle metropoli e dai margini del terziario.

 

Nella Boemia-Moravia profonda le case le stalle i fienili le cappelle le peschiere sono ancora autentici in larga misura, incredibilmente aggraziati. Anche perché la guerra risparmiò parecchio questo reame di contrade deliziose, il lineamento più raffinato del continente.  La regola sia: tra la grande arteria e la strada dei villaggi, scegliere la seconda. La prima, quella che fa andare veloci, taglia fuori da troppi stati di grazia.

 

Un po’ fuori della Boemia meridionale c’è Telc, affascinante cittadina morava, la cui piazza interamente circondata da portici e il cui castello sono forse i più eleganti della nazione. Nel 1541 il feudatario Rozmberk (Rosenberg) capeggiò una delegazione di 50 gran signori cechi che a Genova ricevevano l’imperatore Massimiliano II (un mezzo protestante come non pochi boemi semi-ussiti) di ritorno dalla Spagna. In Italia i Cinquanta si stordirono di Rinascimento e, rincasati, misero al lavoro nei loro castelli gli architetti italiani o italianizzanti. Più che altrove, qui il Rinascimento nacque principesco. Quanto al capodelegazione Rosemberg, allora primo tra i feudatari boemi, egli fu ospite di Andrea Doria per undici lunghissimi anni, dunque non avrebbe potuto assorbire più Rinascimento.

 

A giudicare dalle folle di turisti, Cesky Krumlov sarebbe da evitare in agosto. Ma è città d’arte come poche e la sua dura fortezza (ai primi del Seicento l’imperatore Rodolfo II vi rinchiuse il figlio naturale don Giulio d’Austria, personaggio dalla fama inquietante) fu ingentilita dai geniali interventi di Baldassarre Maio de Vomio, il maggiore degli architetti italiani operanti qui (però qui era nato). La parte residenziale della fortezza ha trecento stanze. I giardini, il maneggio d’inverno e il palazzetto di piacere detto Bellaria sono degni di una reggia. Manco a dirlo, finì agli Schwarzenberg.

 

In questo paese il problema per il viaggiatore è di scegliere tra le bellezze del paesaggio e i manufatti dell’uomo: non solo i castelli e le case, anche i vecchi ponti, le stradine che servivano le miniere d’oro e d’argento, le dighe antiche in legno, le molte altre tracce del lavoro. Dalle parti di Trebon i 270 o più stagni, che un tempo erano paludi, danno migliaia di quintali di carpe in pochi giorni. Sono collegati tra loro da canali medievali, spesso ancora muniti di sbarramenti in tronchi di quercia.

 

La Boemia e Moravia è forse la macrocontrada più fine del Continente più colto del pianeta. Questo finché riuscirà a contenere le aggressioni della ricchezza: capisaldi dello shopping, grattacieli, autostrade, arredi urbani in plastica, vucumprà, drogati e altri parossismi. Il comunismo, cancellando la proprietà privata e mortificando lo sviluppo economico, aveva miracolosamente protetto centri storici che ancora oggi sembrano bozzetti di scenografi. Il trionfale ritorno della proprietà non promette niente di buono. Però la Germania, qui antica dominatrice, insegna che col tempo la ricchezza si addomestica e in parte espelle il rozzo e il banale.

La Ruhr non è verdissima? La Baviera straricca non è anche raffinata?

Antonio Massimo Calderazzi

Appendice a Goencz: il pensiero salvifico dei Cainiti

Ventiquattro anni fa partecipavo a Budapest a una riunione non molto importante, che però vantava la presenza del Presidente della repubblica ungherese. In attesa di fare lo scontato interventicchio, ripassavo mentalmente le frasi fatte e gli altri farfugli che sono d’obbligo davanti a un microfono. D’un tratto feci una constatazione che mi tramortì: dopo Mani Pulite gli stranieri, quindi anche i magiari, ci consideravano ladri in blocco. Dunque gli astanti avrebbero riprovato me, unico italiano nella saletta, non i politici e gli imprenditori subalpini, vesuviani, salentini, etc. Anche il Successore di Stefano re e santo mi avrebbe riprovato: come avrebbe potuto sapere al momento che non avevo frodato, voltato gabbana, mangiato nel truogolo, insozzato valori, ceduto l’anima in leasing, come i più eminenti degli italiani?

Dal giorno che Mario Chiesa irruppe nella storia, mi chiedevo come se la cavavano i miei connazionali che ogni giorno avevano a che fare con gli stranieri? Beninteso dei diplomatici, degli europarlamentari, di altre non entities non mi curavo. Mi curavo di me carneade. Sarebbero bastati i panni andanti che indossavo a convincere il Presidente a non accostarmi agli eleganti impostori, prediletti di Moda Uomo, che derubavano la Penisola? P. es. il presidente della Camera era un maestro di cravatte.

Trafitto da queste apprensioni presi a leggere i foglietti al microfono, ma soprattutto sbirciai meglio lo Statista: sollievo, appariva assente, forse non si era accorto del compaesano di Craxi! Il sollievo durò poco, perché Egli guardò nella mia direzione: forse avrebbe messo insieme il canovaccio di un lavoro sull’Italia,  lo avrebbe intitolato “L’aggiornato piacere dell’onestà”. Obbedendo a faziosità danubiane, dunque un po’ calviniste, mi avrebbe messo nella trama pirandelliana come reggi sacco di un portaborse craxiano o finiano. Non c’era scampo per me. E se permettete, neanche per voi bellimbusti e femministe d’Italia.

Ripiegati i foglietti tornai sconsolato alla mia sedia, dietro un attaccapanni che mi proteggeva dalla riprovazione del discendente degli Unni. Ma dopo il pathos tragico venne la Catarsi. Dalla fossa della disperazione ai cieli alti della speranza: mi ricordai dei Cainiti. Setta gnostica del II secolo, divinizzava Caino figlio di Adamo, tanto più energico del fratello Abele; onorava Giuda: aveva tradito perché Cristo potesse compiere la sua missione.

Ecco la prospettiva salvifica che mi venne dalla filosofia cainita della storia! Se la Repubblica nata dai mitra del colonnello Valerio e di Giorgio Bocca era il peggio d’Occidente, era per rigenerare quest’ultimo. Aveva il più fetido degli assetti demo-plutocratici, affinché Lettonia e Bundesrepublik si disgustassero dei loro partiti e delle stesse urne. I misfatti di Montecitorio e di Montemadama mettevano a nudo l’insipienza finale della democrazia rappresentativa: allora addirittura avrebbero persuaso gli inglesi, ex padroni del mondo, a disfarsi di Queen Insulsa e ad affittare Buckingham Palace ai turisti asiatici. Insomma l’interpretazione cainita della storia ci avrebbe messi in onore, noi contigui di Mafia Capitale e dei Tulliani di Montecarlo. Non ci saremmo vergognati, bensì vantati, del DNA cainita. Saremmo tornati The Best, come nel Rinascimento.

Furono questi i pensieri, quando aspettavo di porre domande ad Arpàd Goencz, ex aiuto manovale e successore di Stefano, santo e re.

A.M.C.

Arpad Goencz come Havel: padri mancati di un’Europa più grande

 

“Non fosse mai giunta la nave da Argo

nella Colchide e uomini gagliardi

non avessero mai recato con essa

il Vello d’oro…La mia principessa,

Medea, navigando lungo la costa non sarebbe giunta

mai nella città turrita di Colchide, con il cuore infiammato, seguendo Giasone”

 

Il coro apre così, come nelle tragedie greche, uno dei lavori teatrali di Arpàd Goencz, “Magyar Médea”, prima rappresentazione avvenuta a Budapest nel 1976. Seguirono nel 1980 altre due tragedie, dai titoli evocatori della perennità delle vicende umane dai tempi mitici ai nostri giorni. Si chiamavano ‘Pesszimista Komédia’  e ‘Perszephoné’.  La Medea ungherese era ambientata nella Budapest del 1975.

Goencz fu il primo presidente della Repubblica magiara dopo la caduta del comunismo. Il comunismo lo aveva condannato all’ergastolo, poi tenuto sei anni in carcere fino a un’amnistia del 1963.  Il suo reato, aver fatto trapelare fuori del paese un progetto di mitigazione del regime imposto di nuovo nel 1956 dai mezzi corazzati sovietici.

Anni prima (1948) il dissidente Goencz era stato estromesso da ogni incarico pubblico. Rimasto senza lavoro aveva fatto l’aiuto manovale. Imparato in carcere l’inglese , aveva intrapreso l’attività di traduttore letterario: nel venticinquennio che precedette l’elezione a capo dello Stato tradusse un centinaio di lavori soprattutto  americani: Truman Capote, James Baldwin, Faulkner, Hemingway, Salinger, Updike, Wolfe.  Vari i premi letterari, a partire dal ‘Jozsef Attila’ del 1976.

Io, AMC che scrivo, ebbi l’occasione di intervistarlo a due nel 1993, non nella presidenza della Repubblica ma in un angolo appartato dell’Associazione degli Scrittori al 18 di Baiza utca, a pochi passi dall’ambasciata del Vietnam. Nessun capo di Stato aveva indossato panni più dimessi dell’ex-ergastolano ed ex-aiuto-manovale. Nessun capo di stato forse aveva trattato con più gentilezza l’oscuro intervistatore italiano: “Per parlare le va bene se ci sediamo in queste poltroncine?”

In quella poltroncina sedetti soprattutto per capire perché vari paesi dell’ex campo socialista avevano affidato cariche somme a uomini che non venivano dalla carriera politica. Il commediografo Vaclav Havel, capo dello Stato a Praga, era più noto di Goencz, suo confratello in quanto scrittore per il teatro. Il filosofo Zhelyn Zhelev era stato fatto presidente della Bulgaria. Almeno un presidente baltico era venuto dalla milizia culturale. Per non parlare di Ignaz Paderewski, il grande pianista messo a capo della neonata repubblica di Polonia.

Anche Tomas Masaryk era un importante intellettuale. Fu artefice di una nazione cecoslovacca, fin troppo fortunato divulgatore della sua invenzione: guadagnò l’appoggio di Parigi e di Washington per il sorgere di uno Stato cuscinetto talmente improbabile da perdere  presto la componente slovacca.  Però, più che strappato dalla Storia agli studi, Masaryk era stato brillante macchinatore del proprio successo. Aveva fatto nascere, non una Heimat nazionale, secondo lo spirito “wilsoniano” dei suoi tempi, ma una piccola potenza prevaricatrice di altre nazionalità, cominciando dai Sudeti e dagli Slovacchi.

Su Havel e sul suo carisma sappiamo molto. Claudio Magris esaltò l’inclinazione del presidente ceco per le birrerie e le ‘vinarne’, locali di popolo dove si beve il vino, in danno dei castelli maestosi, delle cancellerie, dei picchetti d’onore. Sottolineò che il suo Havel era anche immune dal narcisismo e dalla carica contestativa dei poeti- governanti, spesso inclini a proclamare l’immaginazione al potere. Accettava gli impegni prosaici della carica.

Arpàd Goencz, morto nel 2015,  era per molti aspetti l’omologo di Havel: stessa qualità creativa, stessa dedizione al teatro, stesso prestigio e fascino. Come Havel, il Nostro si impegnò nella fatica di raddrizzare un governo e una società snaturati dall’oppressione, nello sforzo di comporre interessi e conflitti, nel suo caso rinunciando agli agi psicologici d’essere ‘super partes’.  Il presidente ungherese si gettò più volte nella mischia. Le sue posizioni erano quelle di una sinistra liberale. Contrastò le decisioni esecutive che non condivideva. Respinse un decreto che metteva sotto processo i capi del regime crollato. Non si rinchiuse nell’innocenza dell’artista. Nella primavera del 1992 rischiò l’impeachment: l’organo ufficiale del Forum democratico lo accusò di volersi impossessare di potere a beneficio della sinistra. Accusa fuori tempo massimo: chi si appassionava più ai manicheismi destra-sinistra?

La carriera del presidente ungherese è stata tutta una testimonianza, toccando i livelli dell’eroismo. Noi che siamo abituati a governanti di tutt’altra pasta -alcuni solo contigui al malaffare, altri ad esso associati in pieno, tutti ugualmente espressi dall’oligarchia ladra-  non possiamo sognare di farci guidare da un poeta. Noi, un popolo di soli machiavelli, abbiamo acclamato condottieri di nome Togliatti, Berlusconi o Craxi. Perché noi idolatriamo il realismo. I poeti in trono e i re-filosofi li compiangiamo: non lasciano nemmeno una fortuna a parenti e a compari. Ingenui, i re-filosofi.

Arpàd Goencz fu, con poco esito, alla testa di qualche iniziativa mitteleuropea volta a far avanzare l’unità del Vecchio Continente, cominciando appunto dalla vocazione continentale della Zwischeneuropa, le terre poste tra i due imperi storici, germanico e russo. Al Presidente avevo chiesto cos’era veramente Mitteleuropa: dove cominciava, dove finiva, a cosa si contrapponeva. Rispose: ”Ci facciamo questa domanda da secoli, e continueremo a interrogarci chissà fino a quando. L’importante è fare qualcosa, non limitiamoci a passarci il dubbio. Siano le opere a rispondere a domande come questa. Se vivremo nel concreto la realtà centro-europea, magari le definizioni sull’identità risulteranno meno difficili”.

Io insistetti: perché Goencz, perché Havel, perché Paderewski, perché i poeti-presidenti in quel momento dell’Europa di mezzo? Osservò che i professionisti della politica suscitavano antagonismi e sospetti che in una fase di passaggio, di caduta degli assetti -il crollo del comunismo- trovarono una forza eccezionale. In quel momento nemmeno l’autore di “Pesszimista Komédia” e di “Magyar Médea” arrivò a vedere le involuzioni, le cadute e le bassezze che sarebbero seguite al crollo delle illusioni, al sopravvento dei carrieristi dell’impostura che si appaltarono la transizione alla (dubbia) democrazia all’occidentale. “Quando il professionismo delle urne minacciava troppo, quando la politica era inerme, ci si rivolse ai poeti, ai tempi di Paderewski, come oggi. In più nella parte ex-comunista dell’Europa occorre parlare di un ruolo particolare della letteratura. Essa  ha parlato assieme al popolo, ha avvicinato la società alla politica. Al vertice dello Stato bulgaro c’è Zhelev, un filosofo”.

Io: e Goencz è alla testa degli ungheresi? “Mah, sono uno scrittore che ha combattuto sia il fascismo, sia il regime imposto dall’Armata rossa. In una situazione d’eccezione acquistare un ruolo speciale è stato comprensibile. Ma attenzione: nell’Europa di mezzo il capo dello Stato ha una funzione di testimonianza che non si addice ai politici di carriera”.

Né Lui, né ovviamente l’improvvisato intervistatore furono capaci, ventiquattro anni fa, di scorgere i mostri e i veleni che nei paesi ex-comunisti avrebbero sopraffatto i propositi virtuosi, gli idealismi, gli aneliti europei. Invece di volere l’unità e la grandezza del Continente, i conduttori di Zwischeneuropa si sono consegnati agli USA come vassalli. Con ben meno dignità di Trieste che fece la ‘Dedizione’ all’Impero asburgico. Le aspirazioni e gli scenari sorti nel Continente dopo la Brexit e dopo l’avvento di Trump devono prescindere dai partner ex-comunisti. La prospettiva di un’Europa più degna della sua storia di ombelico del mondo non include Zwischeneuropa. Forse non è solo colpa dei popoli che ancora consideriamo fratelli. E’ colpa dell’oppressione stalinista che ha durevolmente deformato le coscienze: un altro dei misfatti del socialismo realizzato.

E’ anche colpa della scomparsa nel nulla dei re-filosofi. Morto nel 2015, Arpàd Goencz non poté fuggire all’angoscia per la sconfitta dei sogni a sud del Baltico e della Vistola.

Antonio Massimo Calderazzi

Macron per ripudiare i troppi errori del patriottismo  

 

Scegliendo Macron, la Francia ha fatto come cinquantanove anni fa, quando dette mandato a de Gaulle di liquidare la Quarta Repubblica agonizzante. Anche la Quinzième rischia di tirare le cuoia, minata dall’inconcludenza e dalla sgradevolezza della vecchia politica, molto più che dal fondamentalismo lepenista. In pratica Macron è l’ipotesi di una ripartenza, innanzitutto fuori della stantia dialettica destra-sinistra e fuori del patriottismo republicain. La destra all’antica è un’opzione inesistente. La sinistra che conosciamo è un esercito da ritirata di Russia o da velleità di riscossa a Waterloo, a Sedan (1870), alla Comune parigina (1871), alle Ardenne (1940), a Nanterre  (“formidabile Maggio rivoluzionario”  1968).  I conati a sinistra non meritano che preci di suffragio.

Oggi centellinare le promesse elettorali di Macron, cercare di individuarne i propositi realistici, è esercizio vano. Si vedrà. L’importante, il fatto nuovo, è che il presidente provi a non essere come gli altri maggiorenti di successo d’oltralpe. Questo, non essere come gli altri, fece un secolo e mezzo fa Adolphe Thiers quando tentò di scongiurare la follia della guerra alla Prussia, poi quando spense senza pietà l’insurrezione dei Communards parigini, detestati dal resto del paese. Macron proverà a insegnare alla ‘Patrie’ il realismo.

Ha cominciato a farlo proclamando che il futuro è l’Europa, non la Exception francese, meno che mai la Grandeur. Che da sola, la Francia non ha più senso. E che dovrà imparare a evitare gli errori catastrofici. Cominciò con gli errori il Superman Corso quando credette di poter soggiogare la nazione germanica, poi quella spagnola, poi l’impero zarista. Decenni dopo quel suo nipote, geniale inventore di un Second Empire improvvisato, si lasciò ingannare da cortigiani, marescialli e ministri che gli garantivano una superba vittoria sulle divisioni di Bismarck.

Peggio, nel 1914 la doviziosa Terza repubblica borghese subì il plagio di Raymond Poincaré e si fece svenare dalla Grande Guerra: un milione e mezzo di morti francesi per recuperare una provincia e mezza dove la maggior parte dei nomi erano e sono tedeschi. A disastro avvenuto i francesi applaudirono il forsennato bellicista Clemenceau quando incarcerò Joseph Caillaux, che era stato presidente del  Consiglio nel 1911, per il delitto di aver tentato di avviare un negoziato di pace col nemico. Caillaux meritava la gloria di avere anticipato la riconciliazione franco-germanica un trentennio prima di de Gaulle e di Adenauer. Invece l’ex-presidente del Consiglio languì in prigione un anno e mezzo, fu processato dalla Alta Corte, condannato a cinque anni, amnistiato solo nel 1925. L’arcipatriottismo nazionale gli aveva fatto rischiare la condanna a morte per avere invocato ciò che oggi è l’aria che respiriamo.

Nel 1939 Parigi credette di poter negare al feroce cane rotweiler Adolph Hitler il boccone di carne di un paio di colonie africane – destinate ad essere perdute comunque – e si fece trascinare da Londra in un conflitto mondiale-Due che avrebbe cancellato la grandezza britannica e umiliato i francesi con la peggiore disfatta militare della storia planetaria. In seguito il nazionalismo francese si illuse di trovare il riscatto in un Maquis che gratificò (provvisoriamente) solo la puntata di Stalin sull’Europa occidentale. Ai troppi errori di due secoli rimediò Charles de Gaulle sotterrando la fissazione antigermanica e inventando coi tedeschi il progetto europeo.

Questo è forse Macron: l’ipotesi che rifiuti per sempre il retaggio di Poincaré, Clemenceau e Paul Reynaud per mettersi finalmente al lavoro per costruire un’Europa vera. L’ipotesi che si proponga di emulare Adolphe Thiers, primo artefice di una Francia ricca di oro e, fino al 1914, di buon senso. Questo farebbero i Thiers e i Caillaux di oggi: aprire il cantiere dell’Europa giusta; concorrente, non satellite degli USA.

A,M.Calderazzi

Etiopia: 76 anni di indipendenza, sciagure e grandi occasioni mancate

Parlavo ieri con una persona di qualità che conosce sul campo anche l’Etiopia: poche ore dopo il nostro fortuito incontro avrebbe preso l’aereo per la parte grossa del nostro ex-impero, Africa Orientale Italiana. Il mio interlocutore, settantenne, geologo e nipote di uno dei maggiori geologi italiani, è alto consulente di un’impresa etiopico-indiana che opera nella valorizzazione mineraria di marmi e altre pietre nobili.

Appena menzionata l’Abissinia, il geologo non ha descritto giacimenti e cave. Ne ha evocato, nell’ordine: la povertà, la vastità (più di quattro volte l’Italia), e il clima, che in certe regioni può essere eccellente: altitudine della capitale: 2640 metri. Da quel livello fino ai 4600 metri del massiccio di Ras Dascian il clima etiopico è classificato ‘alpino’. Mentre il discorso del geologo prendeva altre direzioni, io restavo al suo spunto iniziale: uno dei redditi più bassi al mondo, laddove il paese è talmente vario e vasto che le potenzialità sarebbero importanti. Rimane misero per varie ragioni, cominciando dall’arretratezza culturale.

Mi venivano pensieri ribaldi, politicamente scorretti anzi blasfemi. Se una Provvidenza fosse esistita, reggitrice benefica e diretta del Creato, avrebbe fatto nascere un Mosè etiopico, capace di trascinare il suo popolo. Il colonialismo fu pessima cosa. L’oppressione altezzosa dei bianchi su almeno una parte dei conquistati fu infame. Particolarmente sbagliato, anche perché fuori tempo massimo, fu il nostro colonialismo contro la nazione più avanzata, più fiera e meno nera del Continente Nero. Persino copta, cioè cristiana delle origini.

Tuttavia, se un Mosè degli Etiopi fosse nato, nel 1936, a conquista italiana avvenuta (81 anni fa in maggio) avrebbe persuaso la nazione a prendere per un verso opposto il nostro dominio. Avrebbe immunizzato gli etiopici contro il miraggio indipendentista. La decolonizzazione ha gratificato tutti gli africani con lo sventolio di propri rettangoli di stoffa colorata, ma è stata anche una sciagura grave, come molti altri prodotti dei patriottismi: i quali sono nobili esclusivamente nei manuali di educazione civica e nei discorsi di afflato umanitario. L’indipendenza ha perpetuato la povertà, ha moltiplicato le stragi con le guerre intestine (tribali e settarie), ha bloccato il riscatto dalla miseria.

L’Italia, grazie alla fase sabauda e fascista, poi a quella antifascista, è uno degli Stati politicamente meno fortunati e meno inclini al buongoverno. Una mala repubblica tra le più scadenti. Però per un miracolo è anche una società ricca, edonista e buonista. Se il 10 giugno 1940 il Fondatore dell’Impero non avesse deciso di consegnare quest’ultimo all’avversario britannico, in quello scacchiere allora invincibile, forse oggi l’Etiopia godrebbe in grande dei sottoprodotti della ricchezza italiana. Avrebbe il suo prodigio economico, sarebbe un gigantesco e semiprospero ‘territorio oltremare’ del secondo paese manifatturiero d’Europa, della prima potenza calcistica, modaiola, gastronomica e ludica del mondo. Tra le ripide ambe e gli altipiani dei Negus Neghesti si diramerebbero le superstrade, gli acrocòri sarebbero punteggiati dalle seconde case dei lombardi e dei pugliesi, il turismo tripudierebbe, si scierebbe a quattromila metri, rigoglierebbero le lavorazioni locali dei prodotti agro-zootecnici: e fermiamoci qui.

Tutto ciò, e molto altro, se dal balcone di palazzo Venezia il Duce non avesse annunciato la guerra – guerra a perdere sicuramente nella ‘Africa Orientale Italiana’- e comunque se ad Addis Abeba l’ipotetica Provvidenza benefica avesse fatto nascere il Mosè nazionale, capace di distogliere il popolo dall’ubbia del nazionalismo.

Questi scenari fantasiosi sono vietati dal realismo dell’obbligo. Ma chi si sentirebbe di confutare il felice Bengodi degli Amhara, Tigrini, Galla, Dancali e Sidami, se l’Abissinia fosse restata a noi furbastri, goderecci, dominatori coloniali ben più piacioni e buonisti dei belgi di re Leopoldo, il proprietario catastale del Belgio, e degli inglesi del generale Gordon, trucidato per odio dai tagliagole del Mahdi il Profeta del Sudan?

Il politically correct e il troppo savio possono inebetire.

A.M.Calderazzi

Montanelli non si tura più il naso

Mi sono veramente reso conto della gloria che spetta a Indro Montanelli, per onestà intellettuale, a rileggere una sua “stanza” di sedici anni fa, dal titolo “Il nostro intervento nella Grande Guerra”.

Scriveva: ”Come non smetterò mai di ripetere, se nel 1915 avessi avuto vent’anni senza dubbio sarei stato un interventista come furono mio padre e i miei zii, i quali poi partirono volontari per il Carso (e ne tornarono, quelli che tornarono, con idee del tutto diverse)”.
“Ciò posto per dovere di sincerità, devo subito aggiungere che anch’io, come loro, mi sarei presto accorto dell’errore commesso, e commesso contro la volontà della maggioranza, per una volta mostratasi più saggia delle minoranze che tenevano in subbuglio la piazza, e che non erano soltanto, come qualcuno ha scritto, quelle della destra nazionalista. Fu questa minoranza rumorosa e manesca ad avere il sopravvento su una maggioranza moderata e benpensante, ma pavida, e la cui rappresentanza parlamentare non trovò il coraggio di reagire alla manovra chiaramente truffaldina con cui i nostri governanti Salandra e Sonnino condussero l’azione diplomatica per sottrarsi agli impegni della Triplice Alleanza e trasferirci nel campo dell’Intesa.

“Questa manovra valse all’Italia la fama di Paese che non termina mai le sue guerre dalla parte in cui le ha cominciate, definizione che sarà poi ribadita e confermata dal voltafaccia dell’8 settembre 1943. Alla fine il Parlamento si ribellò, esigette d’essere informato, e siccome non lo fu, rovesciò il governo Salandra-Sonnino.  Poi il Re, invocando lo stato di necessità ma violando la Costituzione, confermò il ministero Salandra.  Il quale troncò definitivamente le trattative con l’Austria che si dichiarava pronta a darci gratis, cioè in cambio della nostra neutralità, il Trentino, l’autonomia di Trieste, alcune isole della Dalmazia e mano libera in Albania: cioè tutto quello che poi avemmo come compenso di una guerra di tre anni e mezzo che ci costò 500 mila morti, un’inflazione che si mangiò tutto il risparmio degli italiani e la crisi del regime parlamentare per il discredito in cui il Parlamento era caduto.

“Nota bene: nessuno, o quasi nessuno, trovò il tempo di chiedere il parere del comandante effettivo dell’Esercito, il capo di S.M. Cadorna, come se le condizioni di armamento e di preparazione fossero un dettaglio di poco conto. Uomo di inflessibile carattere, Cadorna era l’autore della pubblicazione “Attacco frontale e ammaestramento tattico”,  che rappresentava la summa del suo pensiero strategico, e di cui il critico militare Valori, anni dopo, scriveva: “ E’ terrorizzante pensare  che esso abbia sul serio servito di base alle  operazioni offensive di un esercito in una guerra moderna”. E’ qui che rifulge la gloria di Montanelli: “L’intervento dell’Italia nella prima guerra mondiale fu peggio che un errore. Fu un delitto, dal quale presero avvio tutte le disgrazie di cui ci proclamiamo le vittime”.

Un delitto. Non hanno scritto così gli altri scrittori di successo, interpreti del nostro tempo, a proposito  della più sanguinosa delle nostre carneficine.  Si sono impegnati a presentare meno rivoltante,  meno feroce e inutile, la decisione di fare guerra, ripudiando la parola data.  Nella sostanza gli altri scrittori hanno farneticato di anelito a completare il Risorgimento, laddove è certo che le carogne sulle pietraie del Carso non si curavano del Risorgimento. Pochi uomini senza cuore, uno dei quali era il Re, condannarono a una terribile sventura un popolo ancora povero, perseguitato dalle malattie della miseria. In spirito di verità, quella guerra Montanelli non poteva non chiamarla un delitto.

Con tutta l’ammirazione per Lui, non è possibile sostenere che Montanelli sia stato sempre adamantino quanto nel testimoniare sulla Grande Guerra. La vita, il mestiere, la politica gli imposero compromessi, mai veramente disonorevoli ma nemmeno veniali. E tuttavia: Indro Montanelli non si turerebbe il naso, oggi che ha la prova provata che la Repubblica cosiddetta figlia della Resistenza è stata appaltata alla classe politica peggiore d’Occidente, meno sanguinaria ma ancora più spregevole dei Salandra, dei Sonnino e delle altre canaglie del 1915.

Nelle sue memorie Antonio Salandra disonore della Puglia arrivò a lagnarsi amaramente di non aver ricevuto un titolo nobiliare, nonostante tante vite da lui falciate. Chi si sente di sostenere che il medio politico italiano d’oggi sia migliore del momentaneo premier del maggio 1915?  Non credo che Indro oggi troverebbe l’indulgenza di convivere con gentaglia come i professionisti della nostra politica.

a.m.c.