GLI ERRORI TOTALI SU EBREI E URSS NON I CRIMINI PERDETTERO ADOLF HITLER

Non sembra  richiedere dimostrazione l’asserire che non furono i crimini atroci ad abbattere il Führer, furono alcuni errori di fondo. Il primo e, sulla distanza, il più catastrofico, fu di odiare gli ebrei. Dal punto di vista di Hitler l’ebraismo non avrebbe dovuto essere il male assoluto da spegnere, bensì l’avversario da aggiogare al carro del trionfo germanico, poi da utilizzare. Il Faraone, i sovrani assiri e babilonesi, Ciro il fondatore dell’impero persiano, Alessandro Magno, la Roma degli imperatori Tito e Adriano, l’Islam, tutti -salvo Ciro-. oppressero e massacrarono gli israeliti; ma non valutarono di doverli far scomparire. Li assoggettarono e sfruttarono.

I regni antichi della Bibbia, comprese le ‘gloriose’ sovranità di Davide e di Salomone, nonché quella di Erode, furono vassalli di dominatori stranieri. Troppo piccola e debole la nazione degli ebrei. Nei due millenni che seguirono alla dispersione finale per mano di Tito e di Adriano, tutte le aggregazioni di ebrei nel mondo accettarono la sottomissione ai sovrani che le sovrastavano, da quelli orientali a quelli di Spagna, Francia e di ogni altro regno cristiano.

Gli ebrei non furono solo oppressi: anche valorizzati come una delle stirpi più dotate,  creative e ricattabili. Al Andalus, cioè la Spagna maomettana, accordò grande favore a tutti quegli ebrei -erano tanti- che avevano più intelligenza e denaro di altre etnie. Nella Russia meridionale l’intero regno dei Cazari si convertì nel VII secolo alla religione dei giudei. Tutta la storia dell’Occidente è stata segnata dall’oppressione e al tempo stesso dalla valorizzazione e sfruttamento della stirpe ebraica. Quest’ultima, troppo esigua per l’indipendenza, accettava il servaggio e prosperava: nonostante le vessazioni, i pogrom, persino i parziali stermini.

Se Hitler avesse fatto come tutti indistintamente i dominatori della storia, il Terzo Reich sarebbe stato rafforzato e fatto più efficiente dal vassallo ebraico: un vassallo volenteroso, assuefatto a servire. L’ elemento ebraico ai vertici della finanza della Gran Bretagna e degli Stati Uniti (qui molto influente anche in politica) avrebbe persino ostacolato, se il Führer non fosse stato accecato dall’antisemitismo, la crociata antigermanica degli angloamericani. Soprattutto nella Washington di Franklin Delano Roosevelt, tutti i Baruch e i Morgenthau e tutti i tanti intellettuali d’ingegno passati negli USA non avrebbero fomentato il bellicismo antitedesco di Woodrow Wilson e del suo discepolo demoplutocratico, l’impresario del bugiardo New Deal.

Gli ebrei di qualità avrebbero fatto come tutti i loro predecessori della storia: sarebbero stati una delle strutture portanti del Terzo Reich, e avrebbero risparmiato a Hitler l’infamia dei Lager di sterminio.

Il secondo errore assurdo di Hitler è stato, naturalmente, far guerra all’Urss. L’assalto a Cecoslovacchia, Polonia, Danimarca, Norvegia, Olanda, Belgio e Francia aveva senso, prometteva d’essere vittorioso. La Francia, unico osso duro, era stata già umiliata dai germanici nel 1870 e agli inizi della Grande Guerra. Gli altri paesi europei erano prede facili del lupo hitleriano. Invece il fango, il gelo e la vastità della Russia avevano abbattuto Napoleone. Qui Hitler sbagliò tutte le valutazioni. Tanto più in quanto sembra accertato che Stalin, mentre disprezzava i suoi futuri, implausibili alleati Churchill e Roosevelt (“Non sono che dei democratici”), ammirava con poche riserve Adolf Hitler. Dicono i libri di storia che il dittatore sovietico riluttasse a credere all’assalto germanico ancora negli ultimi giorni della pace con Berlino. Se l’ammirazione di Stalin era vera, l’Urss avrebbe dovuto essere l’alleata, non la vittima del Reich. Il patto Molotov-Ribbentrop era tutt’altro che insensato per entrambi i dittatori che lo stipularono.

La Russia rovinò il Führer come aveva rovinato Napoleone e il Primo Impero. Se il III Reich non fosse stato tramortito in Russia, è dubbio che Gran Bretagna e Stati Uniti sarebbero riusciti a battere la Germania e i suoi scadenti alleati. La guerra d’Indocina e le imprese belliche americane che ad essa sono seguite hanno distrutto la presunzione di superiorità militare degli USA, e hanno seppellito per sempre il prestigio guerresco del Regno Unito. Senza le vittorie dell’Armata Rossa e quelle del generale Inverno, non è probabile che la Seconda Guerra mondiale sarebbe finita in Europa con la disfatta e il suicidio di Hitler. Logica avrebbe voluto che i due dittatori si saldassero in vera alleanza. Nemmeno è certo che Londra avrebbe voluto la guerra ad oltranza a un Reich amico dell’Urss, ipoteticamente rafforzato dalla cooperazione del giudaismo germanico e dalla non ostilità del giudaismo del mondo.

I quadrimotori angloamericani seppero certo radere al suolo le città e le industrie del Reich. Ma se il Reich non si fosse automutilato in Russia, è dubbio che i quadrimotori l’avrebbero avuta vinta sulla Luftwaffe e sulla contraerea di Hitler.
E’ dubbio persino che la volontà di combattere di Londra sarebbe stata dell’acciaio vantato a guerra vinta. Un compromesso tra la voracità tedesca di conquista e il pragmatismo britannico sarebbe stato nell’ordine delle cose: tanto più in quanto Hitler, già nei giorni trionfali del giugno 1940, aveva dato segni di non mirare all’umiliazione della Gran Bretagna. Infine i vertici britannici non potevano ignorare che nemmeno la rovina dello sfidante germanico avrebbe scongiurato la fine della grandezza e dell’impero britannico.  Dunque una composizione con Berlino non era assurda.

Conclusione. Adolf Hitler firmò la propria condanna quando, fallito il Putsch del 1923, scrisse dalla prigione bavarese il “Mein Kampf”, mettendo l’odio agli ebrei e al comunismo al centro della sua opera. Fu allora che sbagliò le decisioni programmatiche fondamentali. Vendicare l’umiliazione di Versailles, sì. Insignorirsi del continente europeo, sì. Strappare alcune colonie alla Gran Bretagna, magari con un negoziato, sì. Invece lo sterminio degli ebrei, i quali lo avrebbero aiutato a vincere, fu illogico. Altrettanto lo fu la guerra totale all’Urss.

Antonio Massimo Calderazzi

La salvezza, solo metapolitica

“In Europa il livello di spesa degli Stati è insostenibile. A un certo punto arriverà il crollo”.

Cercheremo di mostrare, per esempio, come gli USA guidano sì le economie di mercato in una crociata antistatalista, ma le guidano verso la sconfitta. Il successo è impossibile. Valga una fosca previsione dell’olandese Jan Timmer, al tempo capo del colosso elettronico Philips: “Il futuro del nostro continente quale entità industriale fa paura”.

La malattia europea dell’assistenzialismo è così grave che già vent’anni fa un belga poteva teoricamente percepire cinquecento euro al mese come disoccupato, e questo dalla maggiore età al momento della pensione;  che un po’ dovunque gli studenti trovano inammissibili lavori manuali estivi molto ambiti dai coetanei americani; che i lavoratori non qualificati lasciano agli extracomunitari quelle mansioni umili che i loro padri accettavano pienamente; che i contribuenti mantengono i milioni di lavoratori delle aziende che producono merci rifiutate dal mercato.

Sempre un po’ dovunque le pensioni, le vacanze generose, le casse integrazione, le attività ricreative e circenses sostenute dalla mano pubblica, le burocrazie troppo vaste mettono a repentaglio la tenuta delle gestioni statali. Il Welfare va alla deriva: tuttavia è inattaccabile. Si invocano tagli, ma nessuno prevede che saranno drastici. L’ offensiva contro l’ipertrofia della spesa è destinata a spegnersi, più o meno presto. Nei contesti politici più diversi si conclude che la solidarietà è un valore irrinunciabile e un alibi perfetto; che il dissesto dei conti è un costo della democrazia avanzata.

In altre parole. La spesa sociale si può persino devastare in circostanze straordinarie, una guerra per esempio; non si può riformare. A ciò il processo politico tradizionale e la finanza ordinaria sono impotenti. Il Welfare ipertrofico lo si contiene solo nel quadro di un assalto ‘barbaro’ al treno di vita cui ci siamo avvezzi. Solo se si accetta una ragionevole regressione nella povertà. A quel punto la massa dei cittadini manterrà le coperture e i diritti per i bisogni essenziali, ma rinunzierà al di più. Per non fallire l’imprenditore svenderà la villa. Per pagarsi le stupide terme l’operaio urbano rinuncerà alla bici da corsa, ai guanti e ai caschi tecnologici che costano quanto la bici da corsa. Queste cose i sindacati gliele avevano elargite con ‘le lotte’.  Risultato, il pubblico che ragiona compra cinese.

La sola razionalizzazione possibile della spesa ha contorni comunemente giudicati irrazionali.  Esige una specie di ‘guerra santa’, né laica né garantista, su quasi tutti i fronti: contro le combutte,  gli sprechi a giustificazione sociale, le spese per il prestigio all’estero, gli obblighi da trattato, i malaffari delle campagne elettorali, la legalità della Costituzione megera imposta dai partiti tutti defunti (Pci Dc Psi Pri Democrazia del lavoro, etc),  contro la concertazione e contro il consenso.

Mancando l’emergenza spaventosa, il riformismo non ha speranze: le ha solo la brutalità, solo l’attitudine a osare l’inosabile: tagliare il 10% non si può, occorre tentare di tagliare il 50%.  Al prezzo di rinnegare i valori condivisi, la Costituzione, la modernità. Al prezzo di cambiare la vita, di tornare agli onesti stenti dei nostri nonni. Il pane quotidiano dei miseri verrebbe dagli espropri a carico delle fortune ereditate; e tutti stringeremmo la cinta, visto che molti capitali fuggirebbero e diremmo addio alla prosperità. Quando era cancelliere Helmuth Kohl infuriò i sindacati rimbrottando: “I tedeschi credono di poter vivere in un Luna Park”. Ma mettere giudizio, voltare le spalle al Luna Park, non sarebbe sufficiente. Gli USA, per esempio, dovrebbero declassarsi da superpotenza planetaria; altrimenti farebbero risparmi irrisori, oppure nessun risparmio.  Qualcosa otterrebbero sventrando il ruolo dello Stato: prospettiva ritenuta sacrilega.

Anche l’Italia, non riuscendo a fare le cose relativamente indolori, dovrebbe affrontare quelle enormi. Dovrebbe vendere il Quirinale al miglior offerente straniero, garantendogli licenza per farne un bed&breakfast da centomila letti. Dovrebbe chiudere le ambasciate e le missioni militari nel mondo, rinunciare alla flotta e all’arma aerea, sostituire i cannoni con gli idranti antisommossa e con le brande per i senzatetto. Dovrebbe miniaturizzare i costi della politica, tra l’altro sostituendo le elezioni col sorteggio e il parlamentarismo con la democrazia elettronica. Insomma bisognerebbe azzerare a centinaia i programmi che fanno il nostro orgoglio di ‘grande paese’. A quel punto si riuscirebbe a limare secondo saggezza i programmi impossibili da obliterare.

In conclusione. Si possono concepire i cataclismi, non le riforme. La spesa pubblica andrebbe abbattuta dovunque, ma le probabilità che ciò avvenga in circostanze normali sono nulle. I processi politici tradizionali non offrono alcuna soluzione, comunque si chiami il partito al potere. Occorrerebbero situazioni eccezionali quali nessuna delle formazioni e delle ideologie attuali sa o vuole determinare. Essendo arte del possibile, la politica è fuori gioco: abbassare la spesa pubblica è l’Impossibile. E la democrazia è una solfatara spenta da troppo tempo.

Non resta che l’ipotesi teorica di uno sconvolgimento delle coscienze provocato dal sorgere di una personalità ‘universale’ capace di deviare la storia ben al di là della politica. Dal sorgere di un nuovo Maometto, o Lutero, o almeno Savonarola, demiurgo metapolitico, portatore di un messaggio totale. Però Egli farebbe trionfare il fideismo, non l’agognata razionalità. Meno che mai la laicità.

L’Occidente vivrebbe un’esperienza in qualche misura analoga al fondamentalismo; ma forse la sua storia, il suo umanismo, le sconfitte stesse della modernità, della permissività e del cinismo mitigherebbero le ferocie estreme del fanatismo. Inevitabilmente fanatici sarebbero i fautori più ardenti del Demiurgo: non alcun politico ma una Grande Guida, operatrice di opere sovrumane. Sovrumano sarebbe disamorare le maggioranze dal benessere, anzi dalla crapula. Sovrumano sarebbe strappare le masse all’idolatria della ricchezza. Sovrumano farle vergognare delle cupidigie animalesche: denaro, edonismo, sport, moda, Tv, altri cascami, altre carie o lebbre dell’anima.

Questi o altri sconvolgimenti sono improbabili, dunque l’Occidente e le parti di mondo che esso ha contagiato cancellando l’aspirazione a svolte metapolitiche si terranno la spesa pubblica impazzita, assieme agli altri mali incurabili.

Tuttavia non è impossibile che le società laiche, moderne, liberaldemocratiche, fatte momentaneamente ricchissime dall’esplosione dei consumi, siano un giorno rovinate dalla globalizzazione. Come escludere in assoluto che l’intero sistema della modernità possa decadere come l’Inghilterra dell’età di Vittoria?  Com’è noto, nulla è impossibile agli Dei. Specie a quelli ancora da nascere.

Antonio Massimo Calderazzi

Spagna: l’antica sventura dei micronazionalismi

“Verso  il 1500 il miserabile, debole, arretrato popolo castigliano – una razza che decadeva – si impadronì della Catalogna, allora prospera, forte e avanzata”. Così accusava a fine Ottocento il medico Pompeu Gener, uno dei padri del catalanismo d’attacco. Peraltro attorno al 1887 un ampio settore d’opinione a Barcellona (le campagne non spasimavano per la secessione) si attestò su posizioni non separatiste.

Ma è in terra basca che nel 1839 circa prese forma l’estremismo separatista. Agustin Chahu raggiunse presto i toni più irrazionali: “I baschi sono il popolo di Dio, il popolo eletto”. Divenne ossessiva la preoccupazione di definire in termini biologici il ‘fatto differenziale’ della propria stirpe, e di qui lo svilupparsi di un nazionalismo violento, che a suo tempo diverrà terrorismo. Tra i baschi sorge il personaggio Sabino Arana, il più visionario e messianico tra i precursori del Vasquismo di lotta, morto  trentottenne nel 1903. La sua predicazione irredentista dette vita a quello che sarebbe diventato negli ultimi anni di Franco il più grave dei morbi spagnoli.

La domenica di Pasqua del 1882 Arana ricevette “direttamente da Dio” la rivelazione della causa nazionale basca. “Elevando il mio cuore a Dio, della Biscaglia eterno Signore, mi dispongo anche a dare la vita perché la nostra Patria risorga”. Arana predicava che la Spagna che aveva combattuto il Carlismo era una società empia, senza Dio, che voleva spegnere la fede in Cristo in Biscaglia. “La Passione e la Resurrezione di Gesù sono allegoria del peregrinare del popolo basco. I nemici della nazione basca sono le turbe che esigettero la crocefissione sul Golgota”. Si arrivò a definire Sabino Arana  “il Verbo basco fatto carne” e anche “El hermano de Jesucristo”.

Arana dette forma alla sua dottrina a poco più di 23 anni: “La Biscaglia è una nazione e una razza: Viva Euskeria indipendente! Muera Espagna!”. Tra i suoi primi seguaci furono i carlisti e i neo-cattolici integristi. Per coerenza anti-ispanica, il Fondatore condannò le repressioni coloniali di Madrid e acclamò il trionfo militare degli USA sulla Spagna. Questo non attirò ad Arana le simpatie del basco Miguel de Unamuno, rettore a Salamanca e aperto spregiatore di operazioni antiquarie come il disseppellimento della lingua basca, la lingua più strana d’Europa, nonché strenuo e alto assertore della grandezza spagnola.

L’identificazione basca del profeta Arana era così esclusivista che non si riferiva a tutte le province basche: Bilbao, Santander, Guipuzcoa. I matrimoni dovevano avvenire solo tra sposi baschi veri. L’autentico patriota basco doveva parlare il ‘vascuence’, ma perché quella lingua restasse pura, doveva essere parlata solo dai baschi: “Se fosse parlata da altri spagnoli sarebbe una jattura”. Il Maestro arrivò a insegnare: “Se uno spagnolo in punto di annegare in mare chiede soccorso, va risposto ‘Non capisco lo straniero’. Il Nostro sognò di epurare il vascuence da quel 75% dell’idioma che derivava dal latino. Dovette dunque inventare molte parole.

Il nazionalista di Arana doveva odiare la Spagna prescindendo dalle istituzioni che la reggevano. “La Spagna è la nazione più abietta d’Europa, è vile e spregevole. Bisogna desiderarne la distruzione. Guai se la nostra dominatrice si rafforzasse”. Tanto anti-spagnolismo era così viscerale da trascurare quale fosse l’assetto di governo del paese ‘oppressore’. “Giubileremmo se la nazione spagnola fosse devastata da un cataclisma”.

Non trascureremo l’irredentismo catalano; in questi giorni di fine 2017 si ritenta il referendum per l’indipendenza; e di nuovo Madrid minaccia “Sapremo cosa fare”. Ora segnaliamo che un po’ dopo l’apparizione del basco Arana sorse la sommessa rivendicazione di un patriottismo della Valencia, in qualche modo avvicinabile a quelli catalano, aragonese e balearico. Qui le affinità storiche sono tali che essere precisi non è facile. Le prime manifestazioni micropatriottiche furono quasi esclusivamente letterarie, vicine ai soli ambienti borghesi e urbani. Anche qui le espressioni di nazionalismo periferico, avvicinabili a quello catalano, sono fortemente minoritarie.

Anche nella Spagna medioevale, come in altri paesi, si consolidarono regni o altre entità aventi fisionomie e strutture differenziate. Si aggiunse, nei secoli XVI e XVII,  che la monarchia degli Asburgo mantenne, per un generale indirizzo conservatore, la diversità dei retaggi ereditati dal Medioevo. Così ancora nell’anno 1700 vigevano istituti, prassi e peculiarità in parte arcaici, non sopravvissuti fuori della penisola iberica. Quando giunse l’avvento del liberalismo spagnolo, all’inizio dell’Ottocento, esso conobbe innovazioni e fratture analoghe a quelle di altre nazioni contemporanee  – la Francia per prima –  nelle quali le tradizioni unitarie erano più radicate. In Spagna le novità ottocentesche “si fecero perdonare” accettando la sopravvivenza di forme superate e offrendo concessioni al passato che col tempo contribuirono al sorgere di micropatriottismi e di nazionalismi periferici,

Si succedettero epoche ed esperienze diversificanti: il gracile regno visigoto, abbattuto con singolare facilità dagli islamici all’inizio del sec. VIII; Al Andalus, cioè gli otto secoli della Spagna musulmana  (frequentemente infestata da divisioni e conflitti tra clan ed etnie: nell’anno 740 dovette accorrere un grosso esercito dalla Siria per domare una rivolta probabilmente berbera, comunque nordafricana). Il destino egemonico della Castiglia si articolò in molteplici direzioni ed esigette decine di diramazioni territoriali e politiche. Anche l ‘impero carolingio ebbe un ruolo nella costruzione dell’entità spagnola, dovendosi però misurare anch’esso con le velleità indipendentistiche di principi minori. Così la carolingia Marca Hispanica non fu omogenea come vorrebbe la mitologia catalana.

Verso l’anno Mille si parla di vari ‘Reinos de Espagna’ (uno dei quali era il Portogallo), non monolitici ma spesso cangianti in estensione e potestà secondo i diversi dinamismi tra Navarra, Asturie, Castiglia, Leon, Galicia, Guipuzcoa, Aragona. Rodrigo Diaz de Bivar – il Cid Campeador –  pur combattendo per conto del re di Castiglia e Leon, si insignorì in proprio del regno di Valencia. Si prende a parlare di Corona di Castiglia quando Alfonso X regna su metà della Spagna.

Ad Oriente l’Aragona. Barcellona e i feudi pirenaici contrappesano come possono il crescere in potenza della Castiglia. La Catalogna non è ancora un’entità imponente, mentre cominciano a intrecciarsi i cammini di Barcellona e dell’Aragona. Il conte di Barcellona, Alfonso II (1162-96) è anche re di Aragona. Jaime I il Conquistatore dà incremento all’espansione catalano-aragonese.

Attraverso le vicende dettate dalla polverizzazione feudale, nel secolo XII prende corpo il concetto di una Spagna unita. Alfonso VII si intitola già, più o meno legittimamente, “Emperador del Reino”. Si configura una ‘nacion espagnola’, pur divisa in regni. Le fonti carolingie considerano Spagna tutte le terre a sud dei Pirenei: compresa dunque la Catalogna. Ancora in pieno secolo XV ciascuno dei regni della penisola è un aggregato ‘invertebrado’ di terre, di genti, di signorie quasi sovrane, di domini degli Ordini militari, dei possessi dei grandi arcivescovi, in primis tra questi ultimi quelli di Santiago e di Toledo. Straordinaria è la varietà dei localismi giuridici, che finiscono coll’essere mitizzati come ‘fatti nazionali’.

Il primo amalgama importante tra regni avvenne faticosamente a partire dal 1250 tra la contea di Castiglia e quella d’Aragona. Ma la nobiltà difese ferocemente i fatti differenziali che materiavano i loro privilegi. Si ebbero così sviluppi diversi. Per dirne uno: nel 1370 Juan I di Castiglia fece ‘hidalgos’ tutti gli abitanti di una certa giurisdizione ex-feudale. Al contrario alcuni istituti e prassi si andavano omogeneizzando non solo nei maggiori feudi spagnoli (Castiglia, Aragona con Catalogna, Leon) ma anche in Portogallo e nei cosiddetti ‘Ultrapuertos’ (Navarra francese). Prende ad essere meno infrequente la menzione della ‘consuetudo Hispaniae’, cioè di un fondo giuridico comune come fatto unitario capace di contrastare i particolarismi locali.

Verso il 1465 sembra generalizzarsi il fatto che nelle città agisca un ‘corregidor’, difensore dei sudditi modesti contro le sopraffazioni della nobiltà. In genere fu l’area basca che restò al margine della modernizzazione giuridica, dunque degli sforzi di omogeneizzazione. V a  notato che nel regno d’Aragona il potere pubblico si rafforza meno che in Castiglia.

La imponente fase dei Re Cattolici, Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, dà naturalmente un certo impulso ai processi di unificazione.  Si profila anche il ‘castellanocentrismo’, ossia il primato della Castiglia (che allora non aveva la capitale a Madrid ma a Valladolid, Burgos o altrove). Pochi tra gli studiosi moderni condividono la pensosa visione di Ortega y Gasset: “La Castiglia ha fatto la Spagna, la Castiglia l’ha disfatta”. I processi furono più complessi, le responsabilità più sfumate. I vari ‘regni’ non avevano gli stessi retaggi. L’Aragona, retta da una dinastia barcellonese fino al 1430, era multiculturale e plurilingue sin dal Medioevo; i suoi sovrani regnavano anche su Valencia e Maiorca, nonché in Sicilia e in Sardegna. La stessa grande Castiglia non seppe realizzare un’autentica unità spagnola.

Le cose cambiarono alquanto quando il paese passò agli Asburgo, che gli dettero proiezione universale e rafforzarono la Monarchia.  Al costo naturalmente di non poche incompatibilità tra le istanze locali e la vocazione mondiale della Spagna divenuta potenza planetaria: al costo al suo interno di tensioni gravi e di vere e proprie insurrezioni sociali come quella dei ‘Comuneros’ (la ribellione delle campagne di Valencia e Majorca. Ad alcuni le rivolte apparvero fatti ‘nazionali’: così le ‘Alteraciones de Aragon’ (1591).

Fallì il tentativo unificatore attorno alla Castiglia del conte-duca d’Olivares (1624). Le resistenze dei gruppi dirigenti delle varie corone si irrigidirono. Le Cortes catalane, dopo quelle di Valencia e di Aragona si proclamarono “Un poble franc y llibert, no obligado al servir al Rey” e si negarono alle forti esigenze finanziarie della linea di governo del favorito Olivares. A quel livello non era mai accaduto. Entrò in crisi il sistema, oltretutto impegnato nel lungo conflitto con la Francia.

La Catalogna, o meglio le sue Cortes, cominciò a fare sul serio, in odio al conte-duca. Anche l’Aragona non rispose alle speranze di Olivares, laddove la Castiglia votò stanziamenti importanti. Va detto che la Spagna non fu affatto sola in Europa a vivere una crisi straordinariamente grave: nessun paese sfuggì all’uragano di quel secolo. Ad ogni modo si cominciò a parlare di ‘rebelliòn’ e persino di ‘revoluciòn nacional’  della Catalogna contro l’assolutismo centralizzatore.

Maggio 1638: la Deputazione catalana avvia negoziati diretti con Luigi XIII di Francia e quegli, con Richelieu, si impegna ad aiutare la Catalogna a farsi indipendente. Il 16 gennaio 1641 la Catalogna si costituisce in repubblica, pur sotto la sovranità di Luigi XIII, proclamato ‘conte di Barcellona’. I francesi occupano la Catalogna. Però i catalani – come oggi – non sono uniti dietro la Generalidad: dissentono molti aristocratici, i notabili di numerosi municipi, il clero che si conferma fedele a Filippo IV. Vari personaggi si esiliarono in Aragona e a Valencia. Luoghi importanti come Tortosa, Martorell, Tarragona, Reus, Lérida e Cardona si sollevarono contro i francesi. ‘El desencanto catalano’ nei confronti di Parigi fu immediato. Nel 1646 gli occupatori misero a morte vari oppositori. Insomma guerra civile tra catalani. All’inizio le leadership urbane barcellonesi parteciparono alla sollevazione antispagnola: alla fine si sottomisero.

La Guerra d’Indipendenza contro Napoleone non dà occasione di esprimersi ai nazionalismi periferici. La stessa Catalogna aderisce prontamente nel 1808 alla Giunta Centrale Suprema, proposta non dalla Castiglia ma da Valencia, una delle regioni che poi figureranno in testa al movimento per più larghe autonomie. Contro la Francia si manifesta un sentimento nazionale e patriottico che prevale su ogni pulsione indipendentista. Nel 1810 Napoleone tenta invano di staccare dalla Nazione Aragona, Catalogna, le province basche, la Navarra.

Le Cortes risorgimentali e liberali di Cadice riproposero con ulteriore forza l’ideale nazionale e l’unificazione giuridica; ci furono riserve nella giunta di Biscaglia. L’effimero re Giuseppe Bonaparte avanzò un progetto che organizzava la Spagna, alla francese, in 38 dipartimenti, da chiamare coi nomi dei fiumi locali. Conosciamo l’esito. Invece la contrapposizione tra la rivoluzione liberale di Cadice e i particolarismi ancien régime non poté non alimentare – ed essere alimentata – dalle guerre carliste della fase 1814-41. Alla fine una legge nazionale del 1839 accoglie le ambizioni autonomistiche basco-navarresi, “non a detrimento dell’unità costituzionale”. Sorge il violento nazionalismo di Sabino Arana (da noi ricordato all’inizio) e si induriscono i contrasti tra aree a vocazione industriale, tipo la Catalogna, e la Castiglia, regione leader ma economicamente debole.

La restaurazione monarchica nella persona di Alfonso XII, figlio della regina Isabella, non cancella il nazionalismo basco e non scongiura il crescere della questione catalana. Si riprende a denunciare che la “arretrata Castiglia” possa prevalere sulla Catalogna: Si riafferma che la Spagna è fatta di due popoli, uno dei quali è catalano.

Arrivati alla modernità, sappiamo che l’insurrezione militare del 1936 sorse anche in odio ai tentativi indipendentistici catalani; e sappiamo che gli ultimi anni del regime di Franco soffrirono un sanguinoso terrorismo basco che culminò nell’assassinio del presidente del governo, ammiraglio Carrrero Blanco, il più fidato luogotenente del Caudillo. Infine il grosso referendum catalano dell’estate 2017 ha fatto temere vicino lo sfasciarsi della nazione.

Morto Franco, la nuova classe dirigente spagnola si è spinta oltre i traguardi più avanzati del riformismo di tipo federalistico. Oggi tutte le regioni godono di un’autonomia decisamente larga: ma alcuni pericoli per l’unità spagnola restano. Fuori del paese le ambizioni verso l’indipendenza appaiono sostanzialmente risibili, ottocentesche anzi donchisciottesche nelle migliori delle ipotesi. Il contesto generale, europeo e internazionale, è tale che in sostanza non si giustificano più autonomie. Il quasi-federalismo risulta eccessivo, bisognevole di contenimento. Né la Spagna né l’Italia sono abbastanza vaste, popolose ed economicamente forti da richiedere ulteriori dilatazioni dei poteri decentrati. Si auspicano arretramenti delle autonomie: non foss’altro che perché queste ultime né in Spagna né in Italia hanno fatto avanzare la partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica. Al contrario, anche in Spagna le regioni (qui chiamate Comunidades autonomas) hanno aperto vasti pascoli nuovi alla corruzione e alla dispersione improduttiva della ricchezza.

Eppure le velleità micronazionalistiche non si sono spente: invece si sono ridotte a realtà relativamente modeste realtà come Francia e Gran Bretagna che furono grandi potenze. La Spagna è davvero abitata da segmenti umani insidiati da patologiche velleità di contrapposizione?

L’ipotesi non appare ammissibile. Non resta che concludere, per ora, che una parte degli spagnoli sono abbastanza ingenui da credere ai mestatori dei micronazionalismi più o meno donchisciotteschi, comunque ai professionisti dell’agitazione. Oppure concludere che parte degli spagnoli sono abbastanza scervellati da fare come i loro compatrioti del 1936: presero a sgozzarsi, persino all’interno delle famiglie, per due fedi che avrebbero meritato distacco. Anzi, salutare cinismo. Oggi Don Chisciotte si dissocerebbe.

Antonio  Massimo Calderazzi

 

Senza la pazzia della guerra, secolare longevità del Regime e dell’Impero

Il 13 giugno 1940 capovolse la Storia. In quel terzo giorno dal nostro ingresso nel Secondo conflitto mondiale un Putsch a palazzo Venezia risultò nella cattura del Duce e nel suo momentaneo internamento in un istituto psichiatrico segreto. Il colpo fu compiuto da ufficiali dei corpi d’élite -paracadutisti, assaltatori dei ‘maiali’, piloti da caccia – capeggiati da Luigi Durand de la Penne e da Junio Valerio Borghese. In un breve ma violento scontro con pugnali e altre armi bianche caddero la maggior parte dei Moschettieri del Duce. Il vuoto di potere fu provvisoriamente riempito, sotto la nominale presidenza di Donna Rachele Mussolini, da un energico maresciallo Pietro Badoglio, allora non investito da accuse per la rotta di Caporetto.

La maggiore decisione fu la revoca immediata dello stato di guerra con Francia e Gran Bretagna, seguito da un trattato d’amicizia perpetua. Il Reich minacciò di invadere la Valle Padana, ma subito prevalse il sollievo per la rinuncia italiana a combattere. L’Alto Comando germanico convinse il Führer che l’Italia era più utile come fornitrice di vettovaglie d’eccellenza: anche se le partite sarebbero andate anche agli Alleati.

La terapia psichiatrica al Duce, diretta dal magiaro Pal Attila Haitx-Equord, massimo frenologo d’Ungheria, fece miracoli: venti giorni dopo Benito Mussolini lasciò la clinica segreta completamente guarito dalle pulsioni belliciste e invece deciso a imitare l’accorta e proficua ‘non belligeranza’ del Caudillo spagnolo, Francisco Franco.

Ripreso il suo posto a palazzo Venezia il Duce espresse il suo vivo elogio (“Avete guarito me e fatto felice l’Italia”) ai congiurati del maresciallo Badoglio (dietro il quale era stato in realtà il Re e Imperatore, Vittorio Emanuele III). Solo allora la Nazione apprese l’accaduto, perciò l’ammirazione e il caldo affetto per il Duce, intensissimi dal tempo della conquista dell’Etiopia, superarono ogni livello immaginabile. Gli osservatori e gli statisti furono pressoché unanimi nel prevedere che, avendo scelto la pace, il Regime avrebbe raggiunto e agevolmente superato il secolo. L’ingresso nel secondo conflitto mondiale era -ed è- la sola colpa grave addossata dagli italiani al Fascismo.

Questo spiega che il Regime abbia già oltrepassato i novantacinque anni e che giorni fa abbia annunciato l’istituzione del ministero Millenario. Missione, celebrare nel 2022 il primo secolo dalla Marcia su Roma.

La peculiare diarchia italiana -coesistenza Dittatura del Littorio/Monarchia- vige più che mai, peraltro avendo acquistato caratteristiche innovative. Lo smisurato merito acquistato da Sua Maestà il Re Imperatore nel rovesciare il 13 giugno 1940 la storia dello Stivale si è tradotto nell’attribuzione alla Dinastia di Umberto Biancamano della facoltà di revocare lo Statuto Albertino, octroyé nel 1848 da Carlo Alberto. Inoltre tutti i maschi di Casa Savoia hanno acquisito il diritto di sposare una Mussolini di Predappio, quello di sedere nel Gran Consiglio del Fascismo; quello di capeggiare, se desiderato, i ranghi previdenziali e ricreativi del PNF. Dal canto loro i massimi gerarchi del regime sono autorizzati a istituire ordini cavallereschi parificati a quello di Malta. Altri aggiornamenti sono intervenuti nella diarchia Corona-Fasci. Saranno prossimamente passati in rassegna da Internauta.

L’uscita fulminea dell’Italia dal secondo conflitto mondiale produsse effetti portentosi. Le nostre città non furono distrutte. Mantenemmo l’Impero, Dodecanneso compreso, e lo allargammo al Kenya (lo comprammo a comode rate dal Regno Unito, ormai rassegnato a perderlo nonostante la prode resistenza della Raf contro la Luftwaffe). La nostra flotta e la nostra Aeronautica risultarono talmente superflue che ne mettemmo all’asta i tre quarti (in larga misura prenotati dalla Catalogna che intendeva fermamente dominare il Mare Nostrum), mantenendo il restante per le parate nei genetliaci dei principi del sangue e del podestà di Predappio. Il petrolio, il gas e l’uranio scoperti nelle colonie fecero dell’Italia un colosso degli idrocarburi e d’ altro. I nostri giovani trovarono eccellenti jobs permanenti nelle colonie di proprietà nazionale. Infine dopo il 13 giugno 1940 facemmo affari lucrosissimi con gli scervellati belligeranti, tutti condannati a destini infausti per non avere imitato l’Italia.

Soprattutto stupefacente il destino politico della Nazione littoria. Cessato, per la metempsicosi pacifista del Duce, il pericolo di coinvolgimenti in altri conflitti, il fascismo si confermò il credo imperituro di tutti gli italiani. Una sparuta minoranza di antifascisti -alcune dozzine di individui- si organizzò in una compagnia di comici che batté le piazze internazionali, con premi Oscar e straordinari successi di pubblico e di critica. Parte degli incassi delle tournées furono devolute ad opere irrigue nell’Acrocoro etiopico.

Gli italiani, che già avevano dato l’oro alla Patria e avevano praticato la fede fascista nel primo diciottennio del regime, decretarono l’apoteosi a Mussolini, cioè lo divinizzarono. Per la fase aperta dalla miracolosa guarigione pacifista del collega di Jupiter, i filosofi della storia hanno adattato la formula, cara a Friedrich Nietzsche, della “trasfigurazione del Nous creatore”.

Quasi tutti gli intellettuali, che fuori dell’Impero littorio sono prevalentemente di sinistra, nello Stivale & Colonie fanno propria la felice sintesi tra totalitarismo e liberalismo demoplutocratico: il tutto a valle del ripudio definitivo della guerra, anticaglia novecentesca. Gli arbori bellicisti del primo quarantennio del secolo XX si sono placati. Dal 13 giugno 1940 i Fasci non si chiamano più “di combattimento”, bensì “di intrattenimento”.

Porfirio

Manuel Azagna, paradosso della storia spagnola

Il Regno di Felipe VI e il mondo hanno assistito senza troppa angoscia all’agonia della Terza repubblica di Catalogna, uno Stato ‘sovrano’ vissuto per poche ore. La Prima, del 1931, non durò di più; la Seconda, del 1934, sopravvisse una notte e fu seguita da vari processi. Tra gli arrestati ci fu Manuel Azagna, non molto prima presidente del governo: non era stato custodito in carcere, bensì a bordo di una nave militare alla fonda. Carles Puigdemont, momentaneo padre della Catalogna, ha dovuto rassegnarsi a non fare nemmeno lo statista in esilio.

L’aspirazione ‘nazionale’ di metà scarsa dei catalani è stata liquidata dalla generale consapevolezza che né la storia, né il futuro amano i micropatriottismi. Meno che mai può amarli un paese, la Spagna, che fu grandissimo e che ottantuno anni fa fu dilaniato dalla guerra civile. Con un po’ d’ottimismo possiamo dire che il sentimento di fondo degli spagnoli è stato ipotecato ‘per sempre’ dall’orrore del 1936 e del quarantennio che gli seguì. Con le sue consegne nazionalistiche Carles Puidgemont è un ambizioso Nessuno, a confronto coi protagonisti della tremenda tragedia spagnola. Il più sfortunato, o enigmatico, o paradossale tra tali protagonisti fu Manuel Azagna, secondo e ultimo presidente della Repubblica di Spagna, nata il 14 aprile 1931 e spenta dalla vittoria militare di Francisco Franco.

La parabola di Manuel Azagna fu strana. Nato nel 1880, di famiglia agiata, al momento della fine della monarchia borbonica (1931), non dominava affatto la scena spagnola. Era uno dei molti che avevano portato avanti, più o meno efficacemente, l’opposizione ad Alfonso XIII, ai suoi ministri e notabili. Azagna si era segnalato, oltre che come drammaturgo di modico rilievo e letterato di pochi lettori, come segretario esecutivo dell’Ateneo madrileno, un organismo culturale non un’istituzione universitaria, come il nome farebbe pensare. Aveva vinto un concorso per funzionario di concetto di un ministero.

Nel 1914, esplosa la Grande Guerra, Azagna fu tra gli scervellati fautori di un intervento spagnolo a fianco dell’Intesa (fu sventato da un premier conservatore, Eduardo Dato, poco dopo ucciso da un anarchico). Azagna voleva una guerra assurda perché era un ammiratore incondizionato della Francia, in particolare delle glorie e istituzioni militari francesi. Il militarismo repubblicano d’oltre i Pirenei era per il Nostro un insuperabile modello politico e tecnico.

Non doveva avere riflettuto abbastanza sulla disastrosa sconfitta francese del 1870 per mano della Prussia di Bismarck. Bastarono due giornate campali per annientare l’esercito che, sulle glorie napoleoniche, si credeva il più potente d’Europa; per provocare la fine del Secondo Impero, la caduta del Napoleone minore, la Comune parigina coi suoi diecimila morti e infine la nascita della Troisième République, destinata a finire nel 1940 per gli sfondamenti dei feldmarescialli di Hitler.

Finita nel 1930 la dittatura di Miguel Primo de Rivera – insolitamente bonaria, popolareggiante e appoggiata dal partito socialista, allora un partito di onesti – le elezioni dell’aprile 1931 segnano la fine della Monarchia, la proclamazione della Repubblica, l’insediamento di un governo provvisorio di soli esponenti repubblicani: uno di essi è Manuel Azagna, di colpo rivelatosi oratore trascinante.  Autore di uno studio sulla politica militare francese e membro di una delegazione spagnola invitata da Parigi durante la guerra a visitare il fronte, Azagna viene catapultato a ministro della Guerra. In quella carica l’uomo di teatro e di convegni riesce a prendere misure talmente energiche -momentaneamente sottomettendo l’establishment militare- che alla prima crisi ministeriale (14 dicembre 1931) raggiunge il vertice: presidente del governo. La Spagna scopre in Azagna l’incarnazione dello spirito repubblicano e laico.

Il Nostro capeggia una compagine di radicali e di liberalprogressisti. Pur non essendo un oltranzista dell’anticlericalismo -altri esponenti lo superano in volontà di abbattere il potere sociale della Chiesa- Azagna si caratterizza come il condottiero della svolta borghese a sinistra: è sua l’affermazione “la Spagna ha cessato d’essere cattolica”.

Tuttavia ora che domina la nazione il Nostro non riesce a operare riforme e svolte di portata paragonabile a quelle attuate in ambito militare. Attua pressocché niente -con lui gli altri leader repubblicani- sul nevralgico fronte della riforma agraria, il fronte che esigerebbe le misure più audaci a favore dei contadini senza terra, proletari affamati che posseggono solo le loro braccia. Nelle regioni del latifondo e della monocoltura cerealicola, specie Andalusia ed Estremadura, i braccianti politicizzati dagli anarchici  -il loro movimento è lì il più forte al mondo- tentano di ottenere la spartizione della terra. Invece il programma avviato sotto Azagna è esiguo, lento, pressoché nullo. Esplode il ribellismo contadino, anche armato.

Ad esso il capo del governo progressista reagisce con inattesa durezza: almeno una volta autorizza le forze di repressione a sparare sui rivoltosi delle campagne: sparare ‘al ventre’, per uccidere. Le priorità di Azagna sono altre: sono il trionfo della repubblica e della laicità, sono la razionalizzazione delle strutture; non il riscatto delle plebi agricole, non la terra ai contadini. Risultato, una fase di conflitti violenti che fa scorrere molto sangue nel primo biennio repubblicano. L’immagine giacobina e radicale di Azagna si indurisce al di là delle previsioni. Il regime si dimostra incapace di difendere la pace sociale; Azagna che lascia incendiare le chiese e moltiplicarsi i conati di tipo rivoluzionario risulta la personificazione di tale inettitudine repubblicana.

Nell’autunno 1933 il governo progressista perde le elezioni politiche. Le destre, cattolici e monarchici in testa, intraprendono a disfare dal potere le riforme repubblicane. Per i progressisti respinti all’opposizione è il ‘bienio negro’. I fatti del 1934 sono particolarmente gravi: insurrezione dei minatori asturiani (che sanno adoperare la dinamite), tentativo di secessione della Catalogna. Manuel Azagna dà qualche appoggio al secessionismo, viene arrestato e processato, però assolto. La sua stella appare al tramonto.

Invece nel febbraio 1936 il letterato dell’Ateneo che è sembrato addomesticare i militari trova la forza di portare alla riscossa la coalizione progressista, ora chiamata Frente Popular: Azagna è di nuovo capo del governo. Anzi si sente abbastanza demiurgo da ottenere la deposizione del capo dello Stato, Niceto Alcalà-Zamora, e da farsi eleggere al suo posto. Ebbene da quel momento il prodigio di autoasserzione che è entrato nel palazzo dei re smette di esercitare un ruolo politico. Affida il governo a suoi fidi, Santiago Casares Quiroga prima, José Giral dopo, e si mette a fare il re merovingio, che non governa né regna. Meno che mai il capo dello Stato fa qualcosa per sventare l’insurrezione dei generali e la Guerra Civile. Dal 17 luglio 1936 al trionfo finale di Francisco Franco l’uomo che incarna la Repubblica è come inesistente. E’ il paradosso Manuel Azagna.

Al vertice della Spagna assalita dai generali agiscono i capi di governo che si succedono -Giral, Largo Cabalallero, Negrin-, agiscono personaggi politici minori, agiscono i capi comunisti, agiscono emissari e sicari di Stalin: non Manuel Azagna che era stato  il dominus della Nazione. Piuttosto Azagna scrive: scrive pagine in genere intelligenti o alate, rivolte soprattutto a un assiduissimo e penetrante diario.  Inoltre scrive quotidianamente a un suo confidente e cognato, Cipriano Rivas Cherif, uomo talmente intrinseco del presidente da suscitare una tenace leggenda su una omosessualità del capo dello Stato.

L’altro impegno grosso di Manuel Azagna mentre la Spagna si uccide è di curare i propri lavori letterari, in particolare di far rappresentare e recensire le cose per il teatro; e poi di autoanalizzarsi; di giudicare, quasi sempre sprezzantemente, altri personaggi; di ascoltare Beethoven e altri sommi; di contemplare e descrivere paesaggi; di coltivare fiori. Questo soprattutto fece il padre della Repubblica nell’intero corso della Guerra Civile.

Ecco l’enigma, o il paradosso, Manuel Azagna. Inspiegabile l’ascesa, dal modesto intellettuale che era. Inspiegabile il settarismo esasperato da capo del primo biennio del regime. Inspiegabile la nullità dell’azione politica dal momento della conquista del vertice assoluto all’epilogo drammatico di riparare sconfitto in Francia. Passò la frontiera a piedi -non era ancora dimissionario- confuso nella fiumana di fuggiaschi e di sconfitti che scampavano alla ferocia del vincitore.

E’ quasi sicuro che, insolitamente intelligente com’era, considerò persa la guerra civile sin dal primo momento; comunque dal momento del massacro della caserma madrilena della Montagna, prima delle stragi belliche compiute dalla sua parte (manco a dirlo, ci furono altrettante atrocità dei ribelli). Tuttavia, come fece zero per scongiurare lo ‘Alzamiento’ dei generali, fece poco di utile per favorire una pace di compromesso allorchè quest’ultimo era ancora possibile, cioè quando il trionfo di Franco era probabile ma non sicuro.

Negli ultimi mesi della guerra, dopo che l’esercito repubblicano si era svenato nella terribile battaglia dell’Ebro, Azagna provò a fare vane ‘avances’ diplomatiche all’estero, all’insaputa del capo del governo e dei suoi consiglieri sovietici. Il premier Juan Negrin voleva la prosecuzione ad oltranza della guerra: secondo lui le potenze occidentali sarebbero presto entrate in guerra coll’Asse, quindi “non avrebbero permesso” la vittoria finale del Caudillo. Negrin in realtà non poteva fare molto affidamento su una salvezza, ad opera delle democrazie occidentali, della repubblica amata dalla sola Urss (più il Messico per quel che valeva).

Conclamato il trionfo di Francisco Franco, Manuel Azagna deve rifugiarsi in Francia passando la frontiera a piedi, confuso tra gli sconfitti. Morirà a Montauban l’anno dopo, portando con sé il mistero del Carneade divenuto statista brillante e inutile.

A.M. Calderazzi

Mezza America seppe dire no alla Costituzione termidoriana e plutocratica

Sono considerevoli le differenze tra la nostra Corte Costituzionale e il Tribunale per la Difesa dello Stato istituito da Mussolini. Ma la funzione è la stessa: perpetuare il Regime. Noi sudditi della Repubblica dei partiti dovremmo deciderci a rifiutare la Costituzione e la sua Corte.

Dovremmo fare come l’intero schieramento riformista statunitense, che all’inizio del secolo scorso avviò una lotta “ad oltranza” – la definì così Charles Beard, uno dei maggiori storici americani di tutti i tempi (i suoi libri, soprattutto “An Economic Interpretation of the Constitution of the United States”, vendettero nel mondo undici milioni di copie e, in una definizione del nostro storico Nicola Matteucci, divennero presto “la Bibbia di tutti i progressisti che combattevano contro la Corte suprema: sabotando la legislazione sociale essa usurpava il potere legislativo”).

La battaglia contro lo strapotere del Judicial Review si aprì sotto il presidente Theodore Roosevelt; fu portata avanti nel 1924 dal senatore Robert La Follette, candidato alla Casa Bianca per il Partito Progressista; raggiunse la massima tensione nel 1937, quando il New Deal si difendeva contro la coalizione di tutti i conservatori. Per illustrare le ragioni degli avversari della Corte, Matteucci citava J. Allen Smith che nel 1907,  nel suo “Spirit of the American Government” così definiva le posizioni del progressismo americano: “Il governo direttamente responsabile nei confronti del popolo non fu l’obiettivo che i padri della Costituzione americana avevano in mente, bensì il suo contrario”. L’attacco di Robert La Follette andava nella direzione di Allen Smith: “Col potere di dichiarare incostituzionali le leggi, i giudici supremi sono divenuti il nostro effettivo organo legiferante”. Ancora Matteucci: “In questa atmosfera così intensamente politicizzata, la parola d’ordine dei liberali e dei radicali era la lotta ad oltranza contro le sentenze dovute o alla Costituzione o alla usurpazione di poteri operata dalla Corte Suprema… La tesi che dominava il famoso saggio del Beard era: nell’anno della Convenzione di Filadelfia trionfò la proprietà, cioè la controrivoluzione: il popolo venne messo da parte. Questo testo costituzionale servì solo gli interessi conservatori… Sconsacrare la Costituzione, strapparla dal mitico Olimpo in cui un’interessata agiografia l’aveva posto fu un atto di coraggio. L’opinione pubblica lesse in “An Economic Interpretation” di Beard un attacco frontale alla Corte e alla Costituzione plutocratica. L’opera colpì l’obiettivo come un siluro: si scoprì che la deriva verso la plutocrazia era conseguenza obbligata delle premesse della Costituzione stessa”.

Potremmo andare avanti parecchio a illustrare fino a che punto si spinse la contrapposizione tra i cani da guardia della Costituzione e lo Spirito dell’esperienza americana. Ma è più urgente far risultare che quanto fecero i seguaci di Jefferson, i Benjamin Franklin, i Roger Williams, i Charles Beard – denunciare il ruolo termidoriano della Costituzione e della sua Corte – dovrebbe farlo, se sorgesse, un manipolo di riformatori del sistema italiano, corrotto o marcescente senza speranza. I termini del nostro problema assomigliano a quelli di coloro che, sotto i due Roosevelt, cercavano di liberarsi dei ceppi del conservatorismo. Basterà mettere al posto della connotazione antiplutocratica dei seguaci di Jefferson l’imperativo antipartitocratico/anticleptocratico che si impone nello Stivale. Nel 1913 si prese a lottare nel nome della coerenza americana.

Se non faremo lo stesso, sarà perché non abbiamo avuto la Rivoluzione americana, lavacro lustrale della civiltà anglosassone. Quel lavacro fece reattivo, cioè vitale, gli uomini delle ex tredici colonie, rendendoli capaci di contestare i bonzi della Corte suprema. Noi che invece della rivoluzione abbiamo avuto la collusione tra i Proci della casta politica, noi che soffriamo di una lebbra assai più turpe di quella dell’America di un secolo fa, non insorgiamo mai contro gli usurpatori della partitocrazia ladra “nata dalla Resistenza”.

A.M. Calderazzi

La Frontiera e il West, sole vittorie degli USA    

L’America che in un tempo lontano fu la Fidanzata del mondo, oggi ripugna per molti suoi lineamenti: cominciando dal bellicismo, al tempo stesso permanente e frustrato. Ambirebbe a impiegare una forza che nella storia non fu mai data altrettanto smisurata. Non può perché precipiterebbe nell’abiezione, si confermerebbe il più canagliesco degli imperi. Ha il pugno proibito, come un pugile professionale.

Peraltro, da qualche anno, si dubita addirittura sia ancora un impero, con tanti fallimenti più o meno gravi. Trionfarono nel 1945; da allora non hanno più vinto un confronto militare. Nel Vietnam, in Cambogia, nel Laos non avrebbero potuto farsi sconfiggere più ignominiosamente. In più pareggiarono spesso la ferocia delle SS e dei boia di Stalin.

Tuttavia chiudere così il bilancio di un’esperienza nazionale che fu grande è una perdita netta per l’umanità. Dallo sbarco dei Pilgrim Fathers l’America visse tre secoli di avanzamenti e conquiste. Poi l’intervento nella Grande Guerra –imposto dal catastrofico Woodrow Wilson a un popolo che voleva restare coerente con se stesso e col retaggio di G. Washington e di Jefferson – dilaniò la giovinezza dell’America. Un ventennio dopo il guerrafondaio F.D.Roosevelt completò la costruzione dell’impero planetario, al tempo stesso ponendo le premesse per l’ignominia e i fallimenti in Cina, in Corea, in Indocina. Non si dimentichi che lo scontro frontale coll’espansionismo nipponico fu giustificato da FDR coll’intento di estendere l’impero alla Cina. Però l’impresa portata a termine a Hiroshima risultò inutile: la Cina passò a Mao. Hanno aggravato la disfatta le spedizioni coloniali in Somalia, Irak, Afghanistan, altrove.

Uno come me che sbarcò la prima volta a New York da uno degli ultimi transatlantici, deve cercare nella memoria lontana per trovare i bei momenti dell’America: il viaggio del Mayflower, la ribellione a Giorgio III, la conquista della Frontiera e del West. Quest’ultima certo implicò lo sterminio dei nativi. Ma non esistono nazioni che siano diventate grandi senza spargere il sangue dei vinti e quello proprio. In più le stirpi più bellicose degli Indiani furono corresponsabili con gli invasori del genocidio che subirono.

La colonizzazione bianca non era incompatibile con la sopravvivenza dei nativi. Quando potettero, le tribù indiane esercitarono ferocie estreme, che attirarono rappresaglie spietate. Le ferocie non erano obbligate; era fatale che popolazioni tanto esigue e arretrate fossero costrette a consegnare il continente agli invasori. In quel passato lontano il Nord America aveva posto anche per i conquistatori bianchi. Le stragi compiute dai pionieri, dai cowboys e dai reggimenti di cavalleria furono all’incirca come quelle delle SS, della Wehrmacht, dei russi nel Caucaso, dei turchi in Armenia: le quali sarebbero state meno atroci se non avessero agito i partigiani, i guerriglieri, gli estremisti del patriottismo. Se questi ultimi non avessero ucciso non ci sarebbero state le rappresaglie odiose, le Oradour, le Fosse Ardeatine, le Sant’Anna di Stazzema. Meglio avrebbero fatto i Sioux, gli Apache, i Comanchi ad essere pacifici.

Nonostante tutto, la conquista del West resta una pagina grandiosa.  Alla ricerca delle fasi ‘buone’ della vicenda americana, scavo nella mia memoria di farmer dodicennale di una contea ontariese confinante coll’Upstate New York – anche per la suggestione degli insegnamenti di Thomas Jefferson faceva il libero ‘yeoman – e trovo un mese da me passato a Austin, capitale del Texas, quando un rodeo era un evento ben più sentito che un’Olimpiade o che un’assemblea generale dell’ONU. Il rodeo celebrava la bravura e il coraggio del cowboy, e il cowboy era un eroe americano assai più autentico che un equipaggio di astronauti.

Nel Nord America, Canada compreso, è archeologia accademica anche lo scavo nel basement di una capanna di minatore dell’Ottocento. All’università di Austin la punta di diamante delle investigazioni storiche più originali e più convinte, è la riflessione sul grande allevamento bovino, sui ranch, sulle cavalcature degli Apache, sui pozzi per abbeverare il bestiame e gli uomini, sul filo spinato, sulle ferrovie, su tematiche affini. Gli storici “western” ancora oggi rievocano il tentativo fatto da Jefferson Davis segretario alla Guerra (il futuro presidente della Confederazione sudista), di introdurre il cammello nel Sud per i trasporti dell’Esercito.

Nel 1931 un cattedratico dell’università del Texas, Walter Prescott Webb, pubblicò un libro di 472 pagine per descrivere nel concreto più dettagliato e quotidiano “la svolta che prese la civiltà americana quando nella sua avanzata verso Ovest essa, civiltà, uscì dalla foresta e popolò le pianure”. Aveva ragione: gli Stati Uniti nacquero dai boschi come Afrodite dal mare di Cipro. Presero ad adulterarsi, a perdere innocenza, quando divennero una nazione di città, inevitabilmente corrotte. Si rigenerarono quando sboccarono nel West.

Per il nostro storico indagare su quella svolta volle dire ripensare la scure, il fucile, il cavallo, la barca, gli altri mezzi coi quali il pioniere e il cowboy conquistarono la Frontiera. Anzi, era essenziale accertare che fu il six-shooter (il revolver Colt) a trionfare nei pascoli del West.

Uno dei molti duri condizionamenti cui i pionieri dovettero adattarsi per sopravvivere furono i venti caldi: almeno una volta i treni della Southern Pacific furono fermati perché il “chinook” aveva distorto le rotaie.

Un detto comune da quelle parti recita che un jackrabbit mangia quanto un cavallo. Questo roditore faceva tanti danni alle colture che ad una delle battute contro esso parteciparono 700 persone, che uccisero o catturarono 20.000 bestie. Tra il 1888 e il 1897 le battute uccisero mezzo milione di grandi lepri. Impressionante il numero dei bisonti. Una mandria particolarmente grossa poteva contare mezzo milione di capi. Nel 1880 gli USA vantavano 40 milioni di bovini. All’Ovest un grande ranch copriva l’area di un migliaio di fattorie contadine.

Nel 1874 fu venduto il primo rotolo di filo spinato. Il filo spinato chiuse l’era della libertà assoluta: pascolare ovunque, non riconoscere diritti altrui, non rispettare leggi, non permettere l’insediamento di contadini stanziali. Condizioni dure ma seducenti, che non potevano durare. I cowboys e i ranchmen erano una genia rozza e affascinante, il cui vigore e spirito d’avventura stregava gli abitanti dell’Est.

In dieci anni una mandria di 100 vacche poteva raggiungere 1428 capi, senza contare i maschi destinati a rifornire di carne le città dell’Est. Si vendettero mandrie e diritti di pascolo a speculatori di buona parte del mondo. Un trafficante si fece ricco collocando diritti di pascolo nel New Mexico sulle sponde del Pecos River. Arrivò a sostenere che sul fiume facevano servizio regolare cinque vapori, e non era vero.

Nel 1885 venne una crisi drammatica: esaurimento dei pascoli, ondate di freddo terribile. Un solo grande ranch del Texas perdette 15 mila capi su 25 mila. Segui un decennio di sciagure, poi i tempi tornarono euforici. Il cowboy divenne una figura leggendaria: coraggio, forza, somma maestria nel cavalcare.

Sono pochi gli storici accademici del West che non abbiano dovuto indagare sugli aspetti più materiali e tecnici dell’espansione verso Occidente: da come cavalcare e come stendere recinzioni, a come costruire mulini a vento per attingere acqua, a come gestire gli ‘stampedes’ (le fughe improvvise di grandi mandrie).

Il West fu l’affermazione dell’Americano primigenio: inglese, scozzese, irlandese. I tedeschi dell’Illinois e dell’Iowa non raggiunsero le Grandi Pianure occidentali, cioè non fecero i cowboys e i ranchmen. Soprattutto nel Sud-Ovest arido si impose il primo ceppo americano – i Jones, i James, gli Smith, i McDonald. I neri non si spinsero oltre il 98° meridiano, gli esteuropei non vollero andare dove non pioveva, i cinesi restarono sulla costa del Pacifico. Gli immigrati di fine Ottocento-primo Novecento si addensarono negli slum sull’Atlantico, dunque non conobbero il West. Messa così non furono veri americani gli italiani, gli esteuropei, i neri, altri.

Theodore Roosevelt fu l’ultimo leader nazionale che, oltre a impersonare la Frontiera vera nell’immaginazione letteraria e politica – pur essendo nato in una famiglia patrizia del New York – si sforzò di difendere la vocazione Western dell’America come l’autentico e il più nobile destino nazionale. Gli succedette Woodrow Wilson, il quale rappresentò un’America catturata dall’Europa, dal suo urbanesimo, dalle sue guerre e trame diplomatiche: tutto ciò che George Washington e Thomas Jefferson avevano respinto nel nome dell’autenticità e dell’innocenza americane. L’intervento nella Grande Guerra, imposto da Wilson e dai circoli guerrafondai, snaturò la logica della Prima America, tutta vocata all’emisfero occidentale.

Wilson, antagonista simbolico di Theodore Wilson e insulso rettore di un college per ragazze ricche, fu anche il liquidatore morale dell’avventura Western, nonché dei suoi valori più alti. Con Franklin Delano Roosevelt, un protetto di Wilson, si aprì l’equivoca era imperiale dell’America, diametralmente opposta ai modelli dei Padri Pellegrini, della Frontiera e del West.

I successori di Wilson, incluso John Fitzgerald Kennedy finto campione di democrazia, in realtà condottiero della plutocrazia, del militarismo, della degenerazione dello Spirito americano, non hanno più conseguito vittorie. Hanno invece aperto l’età del disonore, non solo avviando la turpe guerra d’Indocina ma anche perdendola nella vergogna. Con Kennedy si aprì il declino americano, che mezzo secolo dopo non accenna a chiudersi.

Niente di ciò che l’America consegue oggi è paragonabile alle gesta dei pionieri e dei conquistatori del West. Quella che fu la più giovane, la più vigorosa e “morale” delle nazioni è oggi il più gigantesco degli Stati-canaglia.  Più nessuna gloria e invece odii o malanimi dal pianeta intero.

A.M. Calderazzi

Fodella sul coma della democrazia rappresentativa

Per quel che ne so, l’economista Gianni Fodella dell’università statale di Milano, autore su Internauta di “Riflessioni sull’arte di governare”, ha fatto un percorso di conversione che si avvicina a quello di Agostino, futuro vescovo di Ippona in Numidia.  Questi passò da una convinta militanza nella fede di Mani al cattolicesimo romano, anzi ambrosiano. Fu il grande Ambrogio a convincere e a battezzare Agostino. Le  spoglie del vescovo di Ippona riposano a Pavia nella chiesa, cara a Dante Alighieri, di san Pietro in Ciel d’Oro.

Non è sicuro che Ambrogio fece trionfare in toto la verità spegnendo in Agostino la fede manichea. E’ invece sicuro che l’insegnamento evangelico, così lineare, dovette imporsi per razionalità oltre che per pregnanza sugli affreschi cosmogonici del persiano Mani. L’insanabile contrapposizione manichea tra i due principi assoluti, il Bene e il Male, era molto incisiva, ispirò più di un’eresia medievale e potrebbe persino riaffiorare. Tuttavia si può capire che il figlio del decurione romano e di Monica sia rimasto incantato dalla semplicità del messaggio cristiano.

Il sistema religioso manicheo, così vicino al pensiero gnostico, la faceva un po’ troppo difficile coi tentativi della Materia di impadronirsi della Luce, coi ruoli della Madre dei Viventi, dell’Uomo primigenio, del Nous che risale in Cielo, del corpo e della psiche che restano prigionieri, del principio buono che crea l’universo per liberare le particelle celesti catturate dalla materia e per separare la luce dalle tenebre. Forse ad Ambrogio bastò leggere ad Agostino il Discorso delle Beatitudini e il futuro vescovo di Ippona diverrà il più amato tra i Dottori della Chiesa, maestro anche dei protestanti. Sarà agostiniano Martin Lutero, ricostruttore del Cristianesimo. Non per niente gli storici cattolici parlano di una “scia protestantica” dell’agostinismo.

Gianni Fodella, che c’entra? C’entra in quanto anch’egli, come Agostino, ha accettato di convertirsi. Un tempo, magari lontano, anche il nostro economista credeva che la democrazia delle urne, dei parlamenti e della naturale leadership dei politici eletti, dei professionisti della rappresentanza, fosse il Sistema obbligato per l’Occidente. Invece il suo scritto recente su Internauta segna l’elaborazione di un pensiero diametralmente opposto.

“Governare non è un mestiere” ha scritto Fodella. Può governare chiunque possegga le virtù del padre di famiglia e del buon cittadino. Il voto alle elezioni non stabilisce chi è probo e capace. Neanche gli studi fatti e il lavoro svolto sono decisivi: per rappresentare il popolo occorrono soprattutto buon senso, capacità di ascoltare e anche modestia, in una parola umanità. Bisogna diffidare della capacità di parlare in pubblico: il governante non deve possedere le doti del piazzista. Dunque il governante deve essere un cittadino indicato dal caso. La professione del politico di carriera va cancellata.

Un cittadino indicato dal caso: è il cuore della conclusione maturata da Fodella e da altri a valle della secolare appartenenza di quasi tutti al furfantesco pensiero unico della rappresentanza. La rappresentanza è il congegno che espropria la sovranità dei cittadini e la consegna ai mestieranti della politica e ai mandatari dei gruppi d’interessi. L’uguaglianza tra i cittadini e la loro sovranità si realizzano solo se si può essere sorteggiati per governare. Quando Atene era capitale della civiltà occidentale un coltivatore di ulivi veniva spesso sorteggiato a fare l’arconte.

Venticinque secoli dopo, e nelle circostanze di un mondo tiranneggiato dalla complessità, è giocoforza peraltro attenuare la purezza talebana dei principi egualitari, la quale produrrebbe guasti. Quindi è verosimile che un giorno la democrazia del sorteggio riduca drasticamente sul piano dell’operatività le dimensioni della Polis sovrana: p.es. da 60 a un milione di cittadini sovrani.

Un milione sono anche oggi in Italia i professionisti della politica, dal portaborse del consigliere di zona al notabile in chief che siede al Quirinale: ma nella democrazia del futuro saranno sorteggiati, non espressi dalla frode elettorale; più ancora, agiranno per tot mesi, senza possibilità di riconferma, non a vita.  Decisori e gestori operativi, compensati modicamente e spogliati di ogni privilegio, assiduamente controllati dagli altri cittadini sovrani pro tempore, nonché dal referendum permanente di tutti quei cittadini ‘anagrafici’ che vorranno e sapranno agire on line, potranno malversare e rubare assai meno che oggi. Avverto che le ipotesi di cui agli ultimi tre paragrafi sono mie, nell’ambito naturalmente del principio del sorteggio.

Il nostro economista riflette che passare dalla rappresentanza truffaldina al sorteggio è sì un’utopia, ma è da realizzare o almeno da avvicinare. La politica dell’Occidente si basa oggi sulla menzogna, sulle enunciazioni disoneste, su programmi sempre disattesi (anche in quanto non esistono più i progetti sociali e i partiti hanno perso ragion d’essere). Si impone il teatro della politica, e gli attori che hanno sostituito le leadership tradizionali sono, dice il Nostro, parassiti senza scrupoli, non meno rapaci e prevaricatori degli aristocratici di un tempo.

Fodella ha abiurato la fede di un tempo lontanissimo, quando il parlamentarismo era un ideale; oggi non potrebbe essere più screditato e odiato. Ma come Agostino da Ippona trovò ad accoglierlo un popolo già immenso, Fodella sa di imbattersi una miriade di volte in formulazioni tipo la sola alternativa al regime dei partiti e dei professionisti delle urne è la democrazia semi-diretta. Poiché quest’ultima è impossibile se le popolazioni sono immense, è giocoforza il sorteggio, che ridimensiona la Polis ai numeri dell’Atene del V secolo a.C.

Dunque il popolo potenziale dei fautori del sorteggio è vasto. Se il ‘ritorno ad Atene’ non appare vicino è in quanto la rappresentanza ha una magagna in più: tiene i cittadini rassegnati alla sudditanza nei confronti dei Proci usurpatori, meritevoli dell’arco possente di Ulisse.

Antonio Massimo Calderazzi

Piange il coccodrillo antimalthusiano

A metà settembre il quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, ha dominato le rassegne stampa con una denuncia, più sdegnata che mai, del dramma della fame nel mondo. Essendo tale denuncia di solito molto irrilevante, non ce ne occuperemmo. Però le notizie e le statistiche riportate da Avvenire – fonti i soliti maestosi organismi internazionali: questa volta Fao, Unicef, Ifad, Oms – ci interessano in quanto confessioni anzi autoaccuse, autoaccusa di Avvenire per cominciare.

Dunque gli affamati del pianeta sono 815 milioni (11% della popolazione mondiale): 520 in Asia, 243 in Africa, 42 nell’America latina e nei Caraibi. Rispetto al 2015 sono complessivamente 38 milioni in più (tutti gli abitanti di un paese medio), dopo dieci anni di diminuzione. La fame cresce. Secondo Avvenire i 38 milioni in più sono dovuti alla proliferazione dei conflitti violenti e agli choc climatici; i conflitti vengono detti sempre più gravi a causa dei cambiamenti climatici. 155 milioni di bambini sotto i cinque anni sono deficitari in altezza, 52 milioni soffrono di ‘deperimento cronico’. Altre edizioni di Avvenire hanno precisato che il Sud Sudan e il Sahel ‘muoiono’, e che sono molto critiche le prospettive del gigante nigeriano, con tutte le sue risorse naturali.

Il giornale assegna il debito rilievo all’autorevole e fulminante dichiarazione “Dobbiamo continuare a lanciare appelli” di un Gilbert Fossoun Houngbo, presidente dell’Ifad (Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo).  Dati i precedenti – in particolare l’eccessiva micragnosità del trattamento economico dei diplomatici e dei manager internazionali – ci chiediamo come riuscirà Houngbo a sostenere col suo reddito personale – senza dubbio lo vorrebbe, per non sfinirsi a lanciare appelli – il progresso agricolo di intere etnie di coltivatori africani.

Giganteggiano naturalmente i pensieri di papa Bergoglio sulla miseria, in particolare quelli condensati nel bronzeo messaggio a Graziano da Silva, presidente della Fao, in occasione di un 40° congresso della Federazione. Il papa dice cosa sacrosanta, benché largamente inutile, quando deplora i miliardi di humans che ‘non mettono in discussione i propri stili di vita onde condividere coi poveri e onde ridurre l’aggressione all’ambiente’. Accettare di impoverirci – diciamo noi – sarebbe persino più urgente che purificare l’atmosfera; a tal fine sarebbe  provvidenziale un tiranno beneficamente duro. Un po’ meno sacrosanto nel pontefice il salmodiare “contro l’inerzia di molti e l’egoismo di pochi”, nonché contro “l’assenza della cultura della solidarietà”.

Ancora meno significativo, nel papa, l’affermare che “i beni affidatici dal Creatore sono per tutti” e che “il costante calo, nonostante gli appelli, degli aiuti ai paesi poveri ‘è un meccanismo complesso’. Tra l’altro sembra che al Sahel non siano stati affidati molti beni. Il messaggio papale si conclude coll’annuncio che farà visita al signor presidente della Fao, e coll’auspicio che “la benedizione di Dio onnipotente e ricco di misericordia scenda sui consessi della Fao”.

Sarebbe ora, diciamo noi, che invece di far visite alle agenzie dell’Onu, Francesco proclamasse, per cominciare: la miseria del pianeta sarebbe un po’ meno grave se paghe, appannaggi e vitalizi internazionali, soprattutto agli alti livelli, fossero meno delinquenziali. Se proclamasse che l’accesso all’indipendenza delle ex-colonie ha peggiorato la loro miseria: costi, furti e ferocie della politica, della diplomazia, degli apparati militari, delle guerre, della vanagloria. La corruzione e la rapina dei governanti sono piaghe dei paesi molto avanzati. Figuriamoci il Terzo Mondo.

Altro pessimo gesto di Francesco è l’abitudinario invocare che sulle sanguisughe internazionali scenda la benedizione di Dio onnipotente e ricco di misericordia. E’ormai assodato che nei confronti sia degli 815 milioni di affamati, sia di chi morendo ha smesso di avere fame, la misericordia divina non è stata smisurata. Volendo contestare l’ateismo – giustamente, dico io che amo entrare in chiesa – il papa dica altre cose. La ricerca del Padre divino è vicenda drammatica, non tollera discorsi melensi o menzogneri. Sulle sanguisughe internazionali dovrebbe scendere la maledizione divina: come a Sodoma.

Il fatto veramente grave è che l’Avvenire come il papa con tutta la Chiesa rinviino ancora una volta la confessione/autodenuncia che un giorno non potranno non fare: per millenni si è promessa una dolcezza paterna che troppe volte non è venuta. Più ancora: nell’ultimo secolo la Chiesa ha contrastato come ha potuto il “birth control” tentato a salvezza dei miseri. Una delle malevolenze odierne di Avvenire si rivolge sempre contro i “neomalthusiani”, per i quali l’eccesso delle nascite è la causa prima della miseria. Nel settembre 2017, a valle di millenni di sconfitte contro la povertà, il quotidiano dei vescovi italiani assicura “avremmo gli strumenti per sfamare l’intera umanità. E’ l’uomo a produrre gli scenari che abbiamo sotto gli occhi”.

Dunque nel lacrimare sulla tragedia degli affamati il coccodrillo antimalthusiano accusa l’uomo di essere l’uomo. L’uomo come è, e come non vuol cambiare, non fu progettato dal Creatore?  E comunque, perché l’Onnipotente non agisce mai per correggere le malazioni dell’uomo?  Si usa sostenere che l’Onnipotente è inflessibile nel rispettare la libertà del malvagio. Ma gli affamati non preferirebbero mangiare piuttosto che essere contitolari coi malvagi del diritto di disobbedire al Creatore (Egli certamente non intendeva programmare l’umanità al male)?

Accertato che l’uomo è proprio come è – preferisce vendere il cibo invece che regalarlo, tenere la ricchezza  per sé invece che condividerla – tra non molto la Chiesa dovrà rovesciare il suo insegnamento tradizionale:  si nasce per un fatto animale e non per un dono divino. Limitare le nascite su grande scala non è un oltraggio al Creatore. Sarà obbligatorio constatare per sempre che siamo in troppi; che la Provvidenza non avrà pane e salute per tutti; che non interverrà contro l’egoismo degli agiati per rispettare la loro libertà.

Ergo birth control, e il coccodrillo antimalthusiano smetta di piangere.

Antonio Massimo Calderazzi

Quando ci convinceremo che siamo troppi e c’è quasi niente da fare?

Alcuni fiumiciattoli, il Rio Maggiore il Bisagno ed altri, esondano o fanno saltare le condotte in cui furono intubati, e la devastazione non colpisce solo i quartieri bassi e le case seminterrate. Colpisce anche il senso della realtà e delle proporzioni. La community dei giornalisti, dei candidati alle elezioni e dei frequentatori dei bar tabacchi impazzisce letteralmente. Laureati in lettere antiche emettono referti idrogeologici. Suadenti columnists sospendono lo scandaglio delle intenzioni di Bersani, posticipano  l’interpretazione degli scherni dalemiani all’indirizzo di Pisapia, per pronunciarsi sul calcestruzzo dei manufatti pubblici. Mezzi milioni di semplici abbonati alla Tv storicizzano secoli di errori edilizi. Turbe di pensionati escogitano e prezzano interventi risolutivi. Il coro del Web dà per tassative le più grandi opere, che siano senza badare a spese.

Ben pochi portano il ragionamento fino in fondo: che siamo in troppi, mica solo in Italia: dunque ci terremo  quasi tutte le esondazioni e le calamità, terremoti compresi. Molti progetti risulteranno irrealizzabili o titanicamente costosi. Lo Stivale ha spazio e ricchezza adeguati per 20 milioni di humans. Ne ospita il triplo, e quest’anno ha registrato con giusto giubilo 48 milioni di presenze turistiche.

E’ vero, Singapore e Hong Kong sono più antropizzate di noi e sembrano smentire i pessimismi. Ma la Saturnia Tellus è popolata da un’etnia a sé, meglio non stabilire raffronti. Provate a spiegare all’Etnia che per mantenere a regola d’arte i tombini e per azzerare le perdite d’acqua potabile le IMU andrebbero trentuplicate, le piacevolezze dell’edonismo cancellate, le Audi e le Bmw demolite, gli stili di vita dimenticati. Il nostro è benessere troppo recente perché possiamo permetterci plurimi mutui casa e al tempo stesso sanare il dissesto idrogeologico, nonché mettere in sicurezza il costruito. Ci sono arditi pensatori che esigono di bonificare il patrimonio dalle architetture che sanno di fascismo. Se si comminasse una frustata a chi propone programmi senza indicare risorse sicure, cioè senza quantificare la moltiplicazione delle tasse, il comparto della produzione di fruste risulterebbe deficitario.

In altre parole: chi vuole prevenire ogni crollo da sisma, chi ricostruirebbe sagrati e bargelli com’erano, chi intende restituire il futuro ai giovani, chi crede a portata di mano un aiuto agli africani che non intacchi i nostri livelli di vita, chi affronterebbe cento altre opere di progresso e di giustizia, senta l’obbligo di dettagliare con quali risorse: pena l’iscrizione nel casellario dei pagliacci, iscrizione comportante l’accessorio raddoppio di tasse e accise. Oppure ammetta che non siamo nell’isola di Utopia.

Neanche tale ammissione ci sarà mai, la nostra essendo un Narrenschiff, un vascello fantasma di soli begli spiriti, di soli commedianti di farse, fescennini e cachinni. Noi non sappiamo se gli studi di Cinecittà sono sempre la superba location delle produzioni cinematografiche e affini. Se sì, lì dovremmo trasferire dai palazzi maestosi le somme istituzioni e i vertici del potere effettivo. A Repubblica precaria, sedi di prefabbricato e di materiali leggeri. Come giorni fa scriveva Aldo Cazzullo, uno tra gli opinionisti più pervasi di fierezza nazionale, la Patria da cui ci attendiamo nuove risorgenze e nuovi saltelli in avanti è assalita “dalla crisi economica, dal disagio sociale, dalla guerra tra poveri accesa da un’immigrazione fuori controllo, dal discredito delle classi dirigenti, dalla scomparsa dei partiti tradizionali”.

Francamente non arriviamo a comprendere quest’ultimo rimpianto, che non ci siano più i partiti di una volta. Sono esse, le leadership della Fase Costituente, le mamme e le nonne della Più bella delle Carte, che hanno plasmato la realtà dei nostri giorni, realtà che non piace nemmeno a Cazzullo, il Bardo del 150° dell’Unità.

Una Polis così, sgradevole persino al Bardo, potrà disfrenare l’impetuoso Nuovo Miracolo italiano, riscossa idrogeologica e vendetta antisismica comprese, senza ricorrere alla rivoluzione culturale di Pol Pot? Senza almeno riconoscere che siamo in troppi e che non c’è posto per nuovi venuti, nemmeno uno?

 

a.m.calderazzi

LA BOLDRINI HA DIFETTI, NON QUELLO D’ESSER FIGLIA DI ARRIGO BOLDRINI

Fece bene Laura Boldrini, tempo fa, a respingere d’impeto la bufala secondo cui era figlia dell’omonimo Arrigo. Meritò la solidarietà di tutti. ‘Figlia di un mito della Resistenza’, nome di battaglia Bulow, era troppo anche per una deputata di Vendola. Tutti hanno diritto a non essere associati al capo di quel gappismo che tra l’aprile e il giugno 1945, dopo la ritirata dei tedeschi e la resa degli ultimi fascisti, passò per le armi nella sola località di Cavenigo (Padova) 136 persone: non tutti militi o brigatisti neri, anche civili e parenti.  Cavenigo è una delle pagine più infami della ferocia partigiana, e si inserì in un panorama di atrocità che non sfigura nel confronto con le stragi SS. Nell’intero padovano le esecuzioni successive alla “vittoria” dei killer di Stalin furono molte centinaia.

Il principale capo guerrigliero locale era Arrigo Boldrini: logico che nel contesto di allora venisse assolto dai tribunali. Si usava così. Non lo sappiamo che la nostra Repubblica – un settantennio dopo  riconosciuta in genere come la peggiore d’Occidente – nacque dai mitra gappisti? Allora, nella gloriosa Fase Costituente, agli autori o coordinatori dei fatti antifascisti più crudeli spettavano larghe immunità. In più ricompense, decorazioni, cariche e prove monetarie della riconoscenza di noi contribuenti. Così i responsabili di Dongo e di via Rasella (cioè delle Fosse Ardeatine) sedettero a lungo in parlamento. Così Boldrini\Bulow fu deputato, poi senatore – senza interruzioni – per undici legislature (1945-94, mezzo secolo). Il PCI esercitava i suoi diritti.

E l’interminabile opera legislativa di Nilde Iotti, consorte di Togliatti (eletta 13 volte, complessivi 51 anni), come negare che ad essa dovemmo il Miracolo economico e l’ingresso tra i Grandi del pianeta? L’ex partigiana Nilde fu acclamata tre volte presidente della Camera, un record (per me uno scandalo). Per non far mancare la sua figura all’Assemblea e alla Nazione, si dimise pochi giorni prima di morire alla clinica Luana. Di fatto agonizzava già sull’arcipoltrona presidenziale. Quando Nilde firmò le dimissioni, Giorgio Napolitano si inebriò d’ammirazione: la proclamò “splendida figura”. Anche se il popolo del PCI si era turbato quando Togliatti, per unirsi a lei, lasciò moglie legittima e un figlio. Ma Giorgio, futuro atlantista, futuro estimatore della guerra di Afghanistan pensava sub specie aeternitatis, pensava a come sarebbe stato peggiore il nostro futuro senza le tre presidenze successive e senza il tacito ripudio dello stalinismo.

Ad Arrigo Boldrini riuscì di diventare poco meno che uno statista e un ricostruttore della Patria: per esempio fu vicepresidente della Camera e incarnazione a vita della gloria guerrigliera. Tra pochi giorni nella superba Aula della Regina a Montecitorio celebreranno il centenario della sua nascita le tre somme cariche dello Stato più, per l’antica milizia comune nel nome di Stalin, Giorgio Napolitano. Il centenario, come per Garibaldi, Torquato Tasso e Tazio Nuvolari!

Non solo: decorarono Boldrini con la medaglia d’oro (!) al valor militare. Solo lui avrebbe potuto fare il conto preciso delle raffiche, proprie e altrui, che aveva sulla coscienza. Inutile dire una volta di più che l’idea e il movimento del comunismo sono stati uccisi soprattutto dalla ferocia ‘bolscevica’ del retaggio rosso.

Nell’agiografia di Arrigo Boldrini c’è anche uno spunto di comicità irresistibile. Si enfatizza infatti che il nome di battaglia Bulow se lo dette, o gli fu assegnato, per avere teorizzato la “pianurizzazione”. Che vuol dire? Vuol dire che mise a punto la strategia politico-partigiana della “pianurizzazione”: la guerriglia  poteva|doveva scendere dalle montagne alle campagne e alle città di pianura. Dunque il Nostro divenne Bulow – occorrerebbe un’Umlaut’ o metafonesi, ma la mia tastiera ne manca, oppure sono ciuccio io – e non so se Boldrini usava umlaut – con riferimento ai meriti di stratega del conte Friedrich von Bulow, dalla parte prussiana vincitore sotto Bluecher di Napoleone Bonaparte. Ha scritto il riverente storico Guido Crainz: “La pianurizzazione fu una scelta vincente. Ebbe il merito storico di dare fiducia al mondo contadino”. Ne conseguì che i contadini-assassini di Boldrini abbatterono il Terzo Reich e forzarono il Fuehrer a inghiottìre  il cianuro.

Chissà se invece Boldrini, col suo doppio diploma, di scuola media e di perito agrario, non abbia preso a modello un altro dei von Bulow: il principe Bernhard, cancelliere del Secondo Reich, marito di una principessa italiana e genero di Laura Minghetti; il barone Dietrich, teorico dell’arte tattica; il barone Hans, musicista e marito di Cosima Liszt, successivamente risposata a Richard Wagner; il diplomatico Heinrich, ministro degli Esteri di Prussia; il feldmaresciallo Karl, comandante d’armata nella Grande Guerra; oppure il conte Ludwig, fatto presidente della Slesia nel 1825. Ci avreste mai pensato: un trionfo stalinista in pianura ispirato da una dinastia di grandi prussiani, magari Junker oppure no?

Forse anche per questo Laura, pacifista/progressista intensa, si dissociò dall’Omonimo: non solo medaglia d’oro per meriti di mitra ma anche emulo del pensiero strategico prussiano.

A.M.Calderazzi

 

IL TIBET DEL FUTURO

La Cina si è fatta “quasi-massima” economia del mondo. Sentiamo dire che sta appropriandosi di ampie realtà dell’Africa, un continente mai stato suo. Possiamo dubitare che saprà lanciare in grande una propria ‘nazione’, il Tibet, sulla quale è riconosciuta sovrana nominale da almeno tre secoli?

Non è abbastanza noto che nel 1903-4 quel grande regno teocratico subì una delle ultime sopraffazioni coloniali della Gran Bretagna. Man mano che Warren Hastings si insignoriva dell’India, Londra provava a inglobare la regione tibetana. I primi esploratori britannici comparvero in Tibet verso il 1774. Nel 1903 il governatore generale Lord Curzon ruppe gli indugi e trovò il pretesto – le iniziative e infiltrazioni russe – per mandare in Tibet una spedizione armata, ricordata col nome del comandante, colonnello Francis Younghusband. Dopo pochi mesi di marcia e qualche scontro, i britannici entrarono nella capitale Lhasa: ma non raggiunsero che in parte gli obiettivi del Regno Unito. Già nel 1906 Londra dovette riconoscere con un trattato l’alta sovranità di Pechino.

Quattro anni dopo le truppe cinesi raggiunsero Lhasa e deposero il Dalai Lama, fuggito in India. Anche questa fu una conquista effimera. Nel 1911 l’Impero Manchù cadde e nacque la Repubblica di Sun Yat-Sen. Il Tibet sembrò tornare indipendente, ma questa volta i monaci che governavano il paese dei monasteri non cercarono come in passato di contrastare le influenze britanniche.  Un trattato stipulato nel 1890 con gli inglesi era stato addirittura respinto, diciamo così, dal popolo. Peraltro una parte dei gruppi dirigenti si mostrarono sensibili agli influssi e alle proposte degli agenti zaristi, tradizionali competitori dei britannici nello scacchiere. Solo la rivoluzione bolscevica farà cessare i tentativi russi.

Conosciamo gli avvenimenti che nell’ottobre 1950 realizzarono l’effettiva imposizione del dominio cinese. Un tentativo di rivolta venne spento nel 1959. Un altro Dalai Lama venne deposto e costretto all’esilio. Molte voci si levarono nel mondo contro quello che apparve il sopruso della Cina. Si sostenne che la cancellazione dell’assetto tibetano era una violenza contro una grande tradizione culturale.

Tuttavia l’alta ‘suzeraineté’, o egemonia, di Pechino è un portato della storia. Più ancora, la presa di possesso di Pechino ha chiuso la lunga fase feudale della storia tibetana e ha avviato la modernizzazione. Alcune delle tradizioni più qualificanti si sono spente, anche se le leadership monastiche hanno visto riconosciuto un proprio ruolo nelle istanze d’autonomia del paese. Comunque, ora il Tibet può affacciarsi sul futuro. I programmi di sviluppo già avviati sono imponenti. Le risorse umane di una stirpe vigorosa saranno valorizzate come nei contesti tradizionali sarebbe stato impossibile.

Con le sue caratteristiche geografiche il Tibet sembra negato ad avere un proprio miracolo produttivo (industriale). Però una parte del suo ingente territorio – il quadruplo dell’Italia – possiede un potenziale non esiguo.  Le più alte montagne del pianeta sono parte del potenziale. Le considerevoli risorse minerarie che si attribuiscono al paese non sono ben conosciute. Invece è verosimile che un retaggio culturale così inconfondibile si presterà, tra l’altro, a una valorizzazione turistica davvero sorprendente. L’Asia più vicina fornirà larghe masse di visitatori stregati dalle leggende, dal folklore, dal fascino delle cime altissime. E forse ancora più conquistabili saranno i visitatori/pellegrini dalle società occidentali fatte prospere, epperò schiavizzate, dalle tecnologie, dal capitalismo, dalla modernità.

Quando Pechino dominerà anche i voli e i soggiorni low cost, quando moltiplicherà i poli alberghieri ispirati ai monasteri vasti come palazzi reali; quando renderà raggiungibili in auto i villaggi tibetani che guardano cime oltre gli ottomila, chi vorrà rinunciare all’esperienza del Tibet, un paese come nessun altro?  Quale reame vanta un sovrano fondatore che si chiamava cNam-ri-sron-bran, padre di un conquistatore di nome Sron-brcan-sgam-po; nonché un costume sociale che ancora consente la poliandria (la donna che sposa un primogenito è moglie legittima dei fratelli minori del consorte)?

 

Beninteso, si andrà in Tibet per ben altro.

Dio forse non è morto, ma la Chiesa romana boccheggia

Il successore di papa Bergoglio non dovrà, per realismo, prendere il nome di Romolo Augustolo, ultimo imperatore d’Occidente?  E’ possibile che il papato stia vivendo l’ultima fase di una storia aperta duemila anni fa da Pietro di Betsaida. E’ da venti secoli che i cattolici convivono dolorosamente con un’istituzione che solo nelle catacombe e nei circhi dei martiri è stata all’altezza dei suoi ideali.

Ovvio, non incombe la fine del gigantesco organismo temporale chiamato Chiesa romana. Quello potrà sopravvivere a lungo senza una ragione, come fa per esempio l’Onu, inutile da un settantennio.  E’ il ruolo spirituale della Chiesa che sta finendo. A differenza che nel passato lontano, la Chiesa non riesce più a legittimarsi come “voluta da Gesù”. Cristo deve avere orrore di questo mondo che la Chiesa di Pietro ha partecipato a gestire nei secoli. Oggi forse nessuno degli assetati di Dio – il più insignificante dei quali sono io che vado alla Messa per amore – è più in grado di accettare dubbie verità quali la “infinita bontà di Dio”. Gli uomini sanno di avere adorato numerosi Iddii malvagi, non buoni. Povero Johann Sebastian Bach, il più cristiano di tutti noi, per il quale la Misericordia celeste era certezza!

Che il mondo sia sopraffatto dal Male è ciò che lamentavano gli eresiarchi del passato; che avessero ragione lo dimostrava il fatto che la Chiesa potesse mandarli al rogo. Oggi la sconfitta di Dio di fronte al Male è nozione largamente accettata, tuttavia la Chiesa continua faticosamente a parlare di onnipotenza divina. Anzi arriva a proporre un “mantello di Maria” che protegga coloro che soffrono. E’ sicuro, il Mantello non esiste.

Non sarebbe minacciata di morte, la Chiesa cattolica, se si liberasse dei miti che un tempo generò e oggi risultano menzogne. Se si proclamasse semplicemente madre degli orfani di Dio. Se dichiarasse che le sue basiliche e le sue liturgie sono luoghi per confortare quanti rimpiangono il Padre ignoto, non per prolungare speranze impossibili. Venti secoli dopo, la Chiesa non può promettere altro che affetto verso chi vorrebbe conoscere il Padre, verso chi non si contenti di ammirare all’infinito l’eroismo del Nazareno sulla croce. La Chiesa non sa perché il Cristo è comparso sulla Terra una sola volta. Non sa perché il Padre tace in eterno; anzi – recita un Vecchio Testamento feroce – fa morire chi riesca a vedere il volto divino.

Ecclesia non affermi più di conoscere le grandi verità. Venti secoli di congetture bastano. E’ tempo che la maggiore di tutte le compagini spirituali si riconosca impotente e anche bugiarda. Propalatrice di schemi, di costruzioni inventate. L’Assoluto è un padrone duro, non perdona i servitori infedeli.

Bergoglio stesso avrebbe dovuto prendere il nome di Romolo Augustolo. L’ultimo imperatore fu proclamato che era un giovinetto; suo padre, il patrizio Oreste, resse brevemente l’ultimo avanzo di impero. Dal punto di vista del futuro cattolico, anche papa Francesco è una innocente ‘non entity’.

Aveva suscitato speranze messianiche, quali nessun altro pontefice di cui si sappia. I suoi gesti iniziali avevano indotto a vagheggiare che si rivelasse ben più che il capo dei cattolici devoti: anche dei cattolici dissenzienti, anche dei protestanti, dei cristiani d’Oriente, dei credenti d’altre fedi, dei non credenti, di ogni altro uomo che viva un Avvento troppo lungo. Gli esordi di Bergoglio lo avevano proiettato come il massimo spirito del mondo. Avesse deciso di candidarsi, con scelte concretamente rivoluzionarie – non con parole –  a essere il Mosè del mondo, nessuno sul pianeta avrebbe potuto contrapporsi. Invece Bergoglio decise di essere nessuno, e tale è oggi. Logico che paghi, con un’irrilevanza quasi estrema, per essere apparso ciò che non era, l’operatore di una svolta epocale.

Che avrebbe dovuto fare per non deludere tanto gravemente?  Avrebbe dovuto compiere azioni, atti veri, da grande Giustiziere del troppo male operato dalla Chiesa, dal Medio Evo di ferro alla lunga età nepotista, dai delitti dei papi rinascimentali all’accanita opposizione, al controllo delle nascite (“ogni nascita è un dono di Dio”, “la Terra ha pane per tutti, basta che i ricchi lo donino invece di venderlo”). Si continua a riproporre la bontà della Provvidenza, quando si è certi che la Provvidenza è negata dalla realtà.

Per dimostrare d’essere distruttore per amore, Francesco avrebbe dovuto ripudiare la continuità, cominciando dall’abbandonare Roma coi suoi troppi palazzi straordinari e le sue troppe fontane: autentici corpi del reato, prove assolute del lungo tradimento del Vangelo.

A.M.Calderazzi

 

 

 

 

 

 

L’immigrazione va chiusa ma costerà carissimo

 

Perché, avendo il triplo della popolazione che sarebbe giusta per la nostra penisola, ci scoprissimo terra d’immigrazione, quante tangenti sono state pagate?  Abbiamo raggiunto la certezza di avere i politici, gli imprenditori, i faccendieri più amorali di tutti. Non veniteci a dire che abbiamo spalancato le frontiere per amore degli affamati e degli infelici. Qualcuno aveva interesse perché la Repubblica di Mameli&Ligresti avesse i suoi Bronx e le sue bidonvilles: eccoci campioni dell’accoglienza.

Ma che importa se per l’affare sporco dell’immigrazione incentivata i nostri rei risulteranno passibili, collettivamente, di molti secoli di carcere, allorquando i Tribunali hanno già gli elementi per seppellire in galera l’intera classe di potere, e si sa che non lo faranno?  Ha senso aprire nuovi filoni d’indagine quando i delitti già confessati sono così gravi che questo Stato andrebbe abbattuto, ma non possiamo permettercelo?

Detto questo, le frontiere andranno chiuse e gli illegali deportati, anche se le giornaliste della Rai faranno veglie di protesta. Non potrà restare che una modesta minoranza. Che questa posizione appaia razzista è irrilevante, quando gli antirazzisti sono coloro che, abitando e guadagnando bene, credono di alleviare la miseria del Terzo Mondo attirando miserabili nelle baraccopoli romane e nei carciofeti foggiani. Invece sia chiaro che la chiusura del buonismo punirà aspramente il nostro egoismo di benestanti. Abbiamo creduto di farla da furbi lasciando che ci lavassero i parabrezza e bivaccassero nelle periferie estreme, tanto abitiamo in centro. Ma ci siamo sbagliati. Prepariamoci ad addizionali fiscali che ci tramortiranno.

Non potremo sottrarci all’obbligo di condividere. Per cominciare, coloro che avremo espulso – viaggio a ns carico – dovranno ricevere un soccorso umanitario se dimostreranno di avere avviato un’attività produttiva – una bottega da falegname, un greggetto di pecore – oppure di soffrire gravi problemi di salute. Il denaro andrà pagato direttamente al creditore per gli attrezzi, per le pecore, per le terapie. Ma il peggio verrà quando capiremo che la soluzione della miseria sarà solo uno sforzo immenso dei paesi ricchi, a partire da un Super-Piano Marshall dell’Europa, volto a dissuadere dal partire. Simultaneo allo sforzo, un duro birth control. Il nostro è un pianeta da tre miliardi al massimo.

La difesa contro le immigrazioni future costerà l’ira di Dio: ma molto di più costerà la solidarietà long term che i prosperi dovranno offrire ai miseri. Costerà la rinuncia ai nostri livelli di vita. Non potremo non impoverirci. L’egoismo attuale di noi possessori di terze e quarte case non sarà più lecito: provvederà un Fisco inflessibile. E il bello sarà che dei sacrifici futuri non potremo incolpare i governi dei corrotti e dei faccendieri: bensì le terze e le quarte case. Gli stili di vita.

Antonio Massimo Calderazzi

Per risorgere il Papato ripudierà Roma

Sessantasei anni fa due preti operai furono arrestati a Parigi per atti di violenza durante una manifestazione contro il generale americano Ridgway. Fu forse la situazione limite dell’impegno a sinistra di un segmento del clero francese, impegno che aveva ricevuto qualche sostegno dai cardinali Suhar e Liénart, oltre che da prelati minori. Quell’anno stesso il Nunzio apostolico a Parigi notificò a ventisei vescovi il decreto di soppressione dei preti operai.

Oggi i preti operai risulterebbero mattoidi, non foss’altro perché l’operaismo è finito, trascinato nell’irrilevanza dalla morte del movimento comunista. La militanza antipadronale sussiste ma ha perso la nobilitazione ideologica e classista: gli agitatori sindacali sono mestieranti e non conduttori delle coscienze; le maestranze che si fanno condurre sono lontane dal voler lottare contro il sistema. Molti proletari posseggono seconde e terze case.

Passò una dozzina d’anni dalle intemperanze dei due preti operai e il cardinale tedesco Agostino Bea enunciò il principio che “la libertà dell’uomo vuol dire il suo diritto di decidere secondo la propria coscienza”. Gli ambienti conservatori insorsero: il porporato tedesco era andato oltre la carità verso l’errore, aveva proclamato insindacabile la coscienza individuale, laddove il cattolico aveva sempre dovuto inchinarsi alla Chiesa, interprete unica della Parola Rivelata. Il nostro cardinale andò per la sua strada. Precisò: chi erra in buona fede, anche in materia religiosa, adempie di fatto la legge morale e quindi la volontà di Dio, secondo la propria coscienza retta. Di fatto Bea rivendicava il valore universale della più alta tra le tesi di Lutero, il rifiuto dell’intermediazione ecclesiastica tra l’uomo e Dio, il rifiuto del magistero, per di più autoritario. Da allora più di un Pontefice ha ammesso che la Chiesa può sbagliare proprio là dove insegna, dove condanna, dove ha persino messo a morte uomini che erano santi, metti Hus e Savonarola.

Il cardinale Bea ha vinto. Il cristiano d’oggi che può fare se non prendere in parola sia il porporato che riabilita la conquista centrale della Riforma germanica, sia i papi che chiedono perdono per la Chiesa?  Ecco una delle conseguenze che discendono da secoli di riflessione cristiana: è giusto sostenere che il Papato deve lasciare Roma per alzare la Tenda biblica altrove. Per esempio fuori d’Italia. Che la gestione del cattolicesimo sia rimasta appaltata soprattutto all’alto clero italiano, espresso per una ventina di secoli prevalentemente dal patriziato italiano, è stato un lunghissimo misfatto che i futuri pontefici confesseranno come errori. Abbandonare Roma avrà il senso di ripudiare nel concreto una tradizione bimillenaria di Chiesa principesca, a lungo turpe, sempre mondana.

Sarà un trasloco sofferto e obiettivamente difficile. Ma dovrà accadere perché la Chiesa entri in una nuova vita. Essa dovrà vergognarsi dei palazzi, delle fontane e dei giardini che sono il vanto dell’Urbe e l’oltraggio della Cristianità. Dovrà pentirsi in particolare del nepotismo dei papi, la cui espressione ultima è dei nostri anni: Pio XII Pacelli fece principe un suo nipote, così come era stata la regola, magari senza connotazioni araldiche, per una ventina di secoli. Quasi tutti i pontefici vollero ricche e potenti le proprie famiglie; e se la potenza veniva loro dalla maestà spirituale del triregno, la ricchezza non poteva che provenire dai beni della Chiesa, saccheggiati dai papi nepotisti. I famosi palazzi e le fastose ville che fanno insuperabile Roma furono tutti finanziati da rapine sui beni che la Chiesa ottenne dalle donazioni di chi voleva salvarsi l’anima. Rapina sui beni destinati ‘a Cristo’.

Un giorno la Chiesa, anzi la Cattolicità avrà orrore di quel cognome arrogante “Burghesius” fatto incidere a lettere gigantesche da Paolo V sulla facciata di San Pietro: la meno santa di tutte le basiliche entra purtroppo ogni giorno in tutte le case e gli ambienti che abbiano un televisore.  Manco a dirlo, quasi non c’è gran palazzo romano che non abbia un cognome pontificio.

Qualunque altro angolo del mondo andrà bene per la tenda del Vicario di Cristo. Certo sarà meno indegno del colle dal meraviglioso giardino dove un papa eresse 1200 stanze per sé, e per i propri successori (poi vennero gli usurpatori sabaudi e quelli repubblicani, non meno ma più riprovevoli degli abitatori papali e di quelli di Casa Savoia).

Antonio Massimo Calderazzi