ALMENO LA RIVOLUZIONE MENSCEVICA DI AINIS

Michele Ainis, unico monocolo in terra di ciechi, preferisce chiamare la sua sacrosanta rivoluzione “pacifica, ordinata ma senza dispense e indulgenze”; e bravo. Ma rivoluzione deve essere, come si può leggere in questo Internauta nel pezzo “I Vespri Siciliani Due esigono un altro 25 luglio 1943“. Il Palazzo dovrebbe ringraziare faccia a terra questo professore che, al contrario del resto della confraternita accademica, ardisce pensare futuro, lascia perdere manuali e dispense di diritto, irride senza dirlo alla Manomorta che impone il Regolamento della peggiore delle repubbliche.

Il libro più recente di Ainis, Privilegium, investe frontalmente le lobbies e le corporazioni che avviluppano il Paese (“il potere delle corporazioni blocca ogni riforma”) e lo condannano tanto quanto la Costituzione di De Gasperi, Togliatti e Nenni. Ma l’urto scardinatore del pensiero del Nostro  è altrove, è nella proposta di togliere ai politici metà del Parlamento, quella che usurpa il nome insigne di Senato, e di consegnarla a cittadini da scegliere col sorteggio: ossia col principale degli istituti della democrazia diretta. Enuncia Ainis, che insegna diritto costituzionale a Roma III: “Serve una sede di rappresentanza degli esclusi -i giovani, le donne, i disoccupati”. Poiché pensare solo ai giovani etc. è riduttivo, Ainis aggiunge: “In fondo siamo tutti esclusi da questo parlamento. La sede di questa rappresentanza ‘rivoluzionaria’ può essere il Senato, trasformato in una ‘Camera dei cittadini’ designata per sorteggio, in modo da riflettere il profilo socio-demografico del Paese”. Domanda retorica: “Un’idea bislacca?” Mica Tanto. La risposta  ‘Mica tanto’ magari non è del professore, ma di G.A.Stella, autore della vasta presentazione dedicata dal ‘Corriere’ il 31 ottobre a “Privilegium”.

“Non resta che la rivoluzione” è il giudizio complessivo, o la premessa, di Ainis. Propone altri aspetti di innovazione spinta: “Primo: va segato il ramo su cui stanno inchiodati i professionisti del potere: due mandati e via. Secondo: va rafforzato il referendum abrogativo coll’abolizione del quorum. Terzo: va introdotto l’istituto del recall  per revocare innanzitempo gli eletti immeritevoli, come accade da un secolo in California, in altri 18 Stati dell’Unione, in Canada, Giappone, Svizzera e vari paesi sudamericani”. Quanto alla ben più dirompente proposta della Camera dei Sorteggiati, Ainis argomenta: “Era affidata anche ai sorteggi, come formula per arginare prepotenze e pressioni, la stessa composizione del Maggior Consiglio della repubblica di Venezia. E Aristotele diceva che l’elezione è tipica delle aristocrazie, il sorteggio delle democrazie”. G.A.Stella così conclude circa le tesi del Nostro: “Una forzatura, forse. Ma è (forse) più democratica l’elezione di un capobastone delle tessere o l’inserimento nel ‘listino’ di soubrette, mogliettine o condannati?”.

No che non sono più democratici, of course. Dopo sessantasette anni di partitocrazia abbiamo la certezza assoluta: nulla del nostro sistema è democratico, nel senso di voluto dal popolo e di giovevole al popolo. Tutto accade a favore dell’oligarchia. Nella nostra malarepubblica nessuno studioso ha mai avanzato una proposta dell’incisività di questa di Ainis: dimezzare il potere legislativo dei Proci e fare senatori dei cittadini estratti a sorte. Noi proponiamo cose diverse, più temerarie (v. BLUEPRINT in Internauta di ottobre) in termini di democrazia diretta (è la sola democrazia; abbiamo capito una volta per tutte quanto usurpatori e ladri sono gli eletti). Tuttavia ci inchiniamo di fronte all’estro innovativo di un ordinario di diritto delle istituzioni che non fa come i suoi colleghi: il più disinteressato dei quali evita come lebbra tutto quanto può ridurre le possibilità d’essere fatto giudice strapagato di quella Corte che fa la guardia alla Costituzione; come se quest’ultima fosse un Corano, oppure un bene di manomorta, qualcosa di imprigionato dalla rigidità del cadavere, invece che un testo pessimo da riscrivere in tutto.

Michele Ainis dovrebbe allungare il tiro, spingere più avanti la sua creatività. così insolita tra i giuristi che arano il campo della politica. E dovrebbe prefigurare quale successione di eventi potrà portare all’eversione della feudalità, anzi fecalità, oligarchica; quali Dei benigni permetteranno che sorga la Camera dei Sorteggiati. In teoria la svolta Ainis- il passaggio alla mezzadria tra Proci e cittadini- dovrebbe essere molto più facile, in quanto meno sovvertitrice, della svolta Blueprint (di cui al citato Internauta di ottobre). Io estensore di Blueprint non so immaginare altro che il colpo di Stato compiuto improvvisamente da un militare ardito, di ispirazione giustizialista cioè più amico del popolo dell’intero culturame di sinistra, buono a niente e insincero. Ma se Ainis saprà essere profeta di cose diverse e migliori, Blueprint si farà ainista entusiasta.

A.M.Calderazzi

UNO STATO BEN PIU’ FRATERNO, NON DATORE DI LAVORO FINTO

Un inviato di ‘Repubblica’, testata progressista però convinta conservatrice dell’esistente, ha descritto come epocale, o almeno illuminante, lo scritto di Luciano Gallino pubblicato da detto giornale il 2 novembre. Questo perché Gallino avanza la proposta che, nella crisi sempre più seria dell’occupazione, lo Stato si faccia ‘datore  di lavoro di ultima istanza’. Credevamo fosse un’idea molto antica, sperimentata dai faraoni e da Hammurabi re di Babilonia;  invece per ‘Repubblica’ è una svolta. Però risulta lunare che Gallino, un noto studioso, non proclami chiaro e forte che per diventare datore di lavoro per grandi masse, lo Stato potrà tassare solo i ricchi. Non riuscendovi dovrà rovesciare le scelte di spesa tradizionali, una delle quali è di avere troppi dipendenti, parte dei quali vestiti d’uniforme. Per pagare non sussidi ma stipendi a tre milioni di disoccupati oggi, ‘x’ milioni di disoccupati domani o dopodomani, occorrerà innanzitutto sventrare le spese del prestigio, da quello diplomatico a quello istituzionale e cerimoniale. Occorrerà miniaturizzare il bilancio della difesa. Il Paese non ha alcun nemico serio da cui difendersi; e da un nemico non serio può ampiamente proteggersi con gli equipaggiamenti che ha, non quelli proibitivi di ultima e penultima generazione. Gli obblighi verso NATO e USA vanno semplicemente ripudiati, senza perdere il sonno al pensiero di una vendetta di Hillary o di Panetta; non ne avrebbero la capacità. E’ ora di liberarci delle ‘alleanze’, cioè dipendenze, contratte in un sessantennio da De Gasperi a Prodi e a D’Alema, da Nenni a Berlusconi e a Terzi di Santagata.

Un processo di Norimberga del futuro condannerà severamente Monti per non avere già abbandonato l’Afghanistan, per non avere ancora azzerato quasi tutte le missioni all’estero. La condanna norimberghese sarebbe più mite se gli imputati Monti e Napolitano si ravvedessero almeno in un’altra direzione: se chiudessero il Quirinale e le troppe residenze principesche, utili solo per fare colpo sui dignitari e consorti in visita dall’Africa nera e dalla Micronesia. Perché no, andrebbe cancellata ogni visita presidenziale qua e là; e quanto si risparmierebbe sulle scorte se ai funerali di Stato, a rappresentare la nazione affranta, si mandasse l’ultimo corazziere (gli altri tutti congedati), non vestito come nelle operette ma con una divisa da vigile urbano, o con un loden made in China. Vendendo il Quirinale ed altre ex regge, si avrebbe di che sussidiare legioni di disoccupati.

C’è  un punto più sostanziale. Sfamare i senza reddito è un obbligo ineludibile. Tutt’altra cosa, assai meno onorevole, sarebbe praticare respirazione artificiale a industrie moribonde, oppure crearne nuove. Quasi tutte le imprese moribonde sono tali perché non hanno mercato, per i costi che sostengono o per i prezzi che praticano. Se gestisse lo Stato, sarebbe persino peggio. Creare nuove industrie presupporrebbe nostre conquiste tecnologiche e prodotti talmente innovativi da suscitare una domanda ora insistente. In ogni caso l’ipotetica nuova domanda andrebbe protetta dalla concorrenza globale. Altrimenti, tempo pochi mesi, i competitori dei paesi emergenti o emersi toglierebbero compratori alle fabbriche testé risuscitate o create dallo Stato imprenditore di ultima istanza. Esso Stato dovrebbe dunque sbarrare le frontiere: a riuscirci. Cos’è allora la proposta fatta fare a Gallino da ‘Repubblica’ se non un gimmick da pochi soldi, una pensata un po’ così per darsi un contegno?

Tutt’altra cosa sarebbe, e lo Stato si farebbe datore di nuovo lavoro, se si trasformasse in una comunità socialisteggiante, in un kibbuz, in un convento istituzionalmente solidale ed egualitario, persino in un accampamento militare. E’ capace Luciano Gallino di suscitare questa trasformazione? Nessuno odierebbe la trasformazione stessa  più di ‘Repubblica’: si è arricchita puntando sull’odio generale per l’uguaglianza e per la parsimonia connaturata al collettivismo:  cioè puntando sul consumismo.

A.M.C.

NOVEMBRE 2012

-INTERNAUTA esce ogni mese-

NOVITÁ: La redazione aggiornata è in

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Internauta è un’officina di ideazione, un luogo per proporre e discutere nuove forme di democrazia. Inoltre diamo spazio ad approfondimenti su fatti e idee dal mondo, arte, e diamo cittadinanza a molte opinioni assenti dalla comunicazione di massa. In INTERNAUTA, le linee politiche convivono.

Uno dei modi più vividi di trattare la politica è progettarne il futuro. In questo “Internauta” vanta una credenziale in più. Alcuni di coloro che lo redigono si concentrarono sulle prospettive: nei quotidiani “La Gazzetta del popolo” e “Corriere del Ticino”, nei periodici milanesi “IlConfronto”, “Relazioni Internazionali”, “Europa Domani” e, di recente, in “The Daily Babel” di New York. Formularono previsioni che gli eventi convalidarono:

  • Prima della Primavera praghese IlConfronto additò da posizioni amiche la strada ai comunisti: ribellarsi all’Urss, ripudiare il marxismo, l’operaismo e ogni ubbia sinistrista; convertirsi alla libertà.
  • Ai cattolici propose di disobbedire al Vaticano, nel nome della fede.
  • Nove articoli su “Relazioni Internazionali” durante la Rivoluzione culturale dimostrarono quest’ultima effimera. Mentre i politologi di mezzo modo ipotizzavano che la Cina avesse adottato per sempre la povertà proletaria, noi anticipammo il trionfo dell’economicismo.
  • Nell’estate 1960, quando J.F.Kennedy si candidava alla Casa Bianca, argomentammo quasi soli che la Nuova Frontiera non poteva non essere il vuoto slogan che risultò.
  • Per anni evidenziammo le contraddizioni nei due campi dell’Europa.
  • Mostrammo subito la perfetta inconsistenza del Maggio francese e dell’intero ribellismo studentesco, dagli USA al resto dell’Occidente.

 

Tra gli scenari che si annunciano oggi:

  • Il tramonto della democrazia rappresentativa. Si passerà dal suffragio universale, cioè dalla delega ai politici usurpatori e ladri, a una selezione dell’elettorato attivo. Sarà anche possibile la sovranità di ristretti corpi di supercittadini, sempre selezionati, sorteggiati dal computer. Aggiornata, risorgerà la Polis ateniese.
  • La partecipazione dei lavoratori, volenti o nolenti, ai profitti e alle perdite delle imprese.
  • Le società avanzate accetteranno meno sviluppo e meno benessere. Addosseranno agli alti redditi il tassativo soccorso ai disoccupati e ai precari; fermeranno le avanzate dell’ipercapitalismo; favoriranno alcune rimonte quasi-socialiste.
  • Alcuni dei modelli sociali abbattuti dalle trasgressioni torneranno a valere proprio in quanto generati dai millenni. L’umanità è composta più dei morti, coi loro valori, che dei vivi. E più dei credenti che degli atei.

Molte delle previsioni di “Internauta” non convinceranno. Perciò è probabile si avverino.


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Parliamo ai giovani e a chi non vota. I partiti, si fottano.


LOVIS: gli Ex dell’Ispi
Gli articoli sulle idee e i fatti del mondo sono prevalentemente a cura del team Lovis: amici e allievi di Giovanni Lovisetti, che a lungo diresse l’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), a Milano. Gli ex dell’Ispi sono lieti di avere tra loro la vedova di Lovisetti, Laura Fuà traduttrice letteraria, critica musicale, pronipote di Rodolfo e di Ugo Guido Mondolfo.

COME CHIAMEREMO IL NEOCOLLETTIVISMO CHE DOVREMO DARCI

Morto nel disonore il comunismo, e assodata al di là di ogni dubbio l’irrilevanza delle varie famiglie del sinistrismo gauchiste, resta che l’avvenire è di una variante migliore del collettivismo. Dovrà essere opposta a quelle leninista e maoista, dovrà ispirarsi all’egualitarismo fraterno del convento, della gilda o del kibbuz. Senza la svolta neocollettivista non è concepibile alcuna delle bonifiche e delle opere di giustizia che la società attende, in Occidente come nell’Islam e altrove: ridurre a poca cosa i divari tra i redditi e le condizioni, cioè cancellare i miserabili come i veri e propri ricchi; attaccare i privilegi della proprietà, l’idolatria della crescita, la divinizzazione dell’impresa; azzerare gli abusi dell’alto mandarinato (manager pubblici e privati, top burocrati, generali) e delle professioni indecenti (politici, sindacalisti scervellati, campioni sportivi, stilisti di moda e simili). Solo la disciplina, e anche la coercizione, di un neocollettivismo ancora da progettare realizzeranno le bonifiche e le opere di giustizia. Non farà le une e le altre la sinistra convenzionale a ‘la Repubblica’: è insincera e buona a niente.

Il problema è non solo configurare questo neocollettivismo del futuro, ma anche come chiamarlo. La categoria di comunismo è definitivamente fuori gioco. Il comunismo realizzato  e quello fantasticato dagli ultimi mohicani (intellettuali con arteriosclerosi, cineasti male aggiornati, energumeni antagonisti, etc.) darebbero la certezza assoluta che mai la giustizia trionferà (e mai si spegnerà l’odio dei popoli che provarono lo stalinismo). La parola ‘socialismo’ è usurata all’estremo e in più, specialmente in Italia, Spagna e persino Francia, è sconcia. Per poterla pronunciare a tavola o in presenza dei bambini essa va accompagnata da un altro termine, p.es. socialismo del kibbuz o del convento, guild-socialism e simili.

Al suo inizio ‘Internauta’ richiamò gli apporti di Rodolfo Mondolfo al concetto di socialismo non leninista, cioè umanistico, e quelli di Ramiro de Maeztu al Guild Socialism (sorto in Gran Bretagna quale alternativa al fabianesimo; quest’ultimo si evolse nel Labour, presto ministeriale, liberista e satellite degli USA).  Qui, un anno dopo, segnaliamo con rispetto il ‘socialismo humanista’ di Fernando De los Rìos. Egli fu personaggio storico parecchio più di Rodolfo Mondolfo, che anch’egli voleva il socialismo, anzi il comunismo, libero e amico dell’uomo. Luogotenente di Pablo Iglesias  (fondatore nel 1879 del movimento socialista spagnolo,  incarcerato otto volte, Iglesias fu socialista di una razza opposta a quella dei Craxi, Felipe Gonzales, Blair, Schroeder, Zapatero), De los Rìos fu cofondatore e ministro importante della Repubblica del 1931. Durante la Guerra civile operò quale ambasciatore a Parigi e a Washington a favore della causa repubblicana. Cattedratico di filosofia politica in vari atenei, anche americani, resse brevemente quale rettore l’università di Madrid. Con Juliàn Besteiro, fu il maggiore esponente della tendenza riformista nel partito socialista e nel governo repubblicano. Nel suo nome si riassume il ‘Socialismo Humanista’.

Come vent’anni fa scriveva Elias Diaz, cattedratico a Madrid, “nulla fu più distante dal pensiero ‘humanista’ di De los Rìos dell’economicismo e del meccanicismo derivati dalle interpretazioni positiviste del marxismo”. Rifiutava di prendere la lotta di classe -quale era  nel suo tempo, violenta e persino armata- come valore e centro dell’etica socialista. E mai ammise una proprietà sociale/statale senza libertà. Lo spirito e l’esempio di De los Rios siano, anche sul piano teorico, un modello per l’oggi”.

“El humanismo -puntualizzava il professore Elìas Diaz, se vincula a una doble participaciòn: en las decisiones y en los resultados (…) Junta al Renacimiento, y sin confusiòn con el, la Reforma religiosa del cristianismo serà otra fuente inspiradora del humanismo di De los Rìos. En alguna ocasiòn se autoconfesò ‘cristiano erasmista’ (…) Pero Fernando De los Rìos se declara, sin mas, ‘no marxista’: no acepta, en principio, a Marx, por considerarlo (via Kautsky)  positivista”.  Da ministro della Repubblica come da teorico accademico, De los Rìos avversò il massimalismo della sinistra socialista (poi passata al comunismo) e invece caldeggiò la collaborazione con le forze centriste. Mai rinunciò alla coerenza socialista: “Capitalismo e umanismo sono antitetici”.

Ecco dunque una possibilità in più per chi voglia dare un nome al corso neocollettivista che l’avvenire ci promette, e che le malazioni passate e presenti ci vietano di chiamare socialista. Alle opzioni “kibbuzsocialismo”, “guild socialism” e “socialismo del convento” si aggiunge -nel nome di Rodolfo Mondolfo e di Fernando De los Rìos- “socialismo umanista” o “social-umanismo”.

A.M.C.

IL FUTURO ANNUNCIATO DA LATOUCHE E’ GIA’ COMINCIATO

Mai come nel giorno che FIAT ha confermato l’abbandono del programma Fabbrica Italia risulterà la piena verità della profezia di Serge Latouche sulla decrescita. Una predicazione, la sua, ben più saggia che quella di Pietro l’Eremita per far partire la Prima Crociata. Più le manifatture chiudono, di norma per non riaprire, e più le tesi del filosofo francese risultano fondate. La fine dello sviluppo non è intuizione di Latouche, ma sua è la genialità di descrivere ‘felice’ la decrescita. Sua è, in parte, la coerenza di additare la frugalità come la via della salvezza. Il Nostro mette persino a punto il concetto, promettente proprio perché estroso, di ‘abbondanza frugale’. Dimostra che occorre rifiutare il discorso dello ‘sviluppo sostenibile’. A prima vista, dice, l’espressione suona bene, ma è contraddittoria: in Occidente lo sviluppo è sempre meno realizzabile, ed è bene sia così; ma là dove sembra ancora vigere aggiunge disvalori e problemi.

A parte l’originalità di aggettivazioni che è solo di Latouche, le tesi di cui sopra sono state ripetutamente enunciate da alcuni di Internauta, tra  cui chi scrive: che ha piuttosto insistito sulla meno attraente formula ‘accettare il ritorno alla povertà’, povertà anche proposta come ‘vita semplice’, fatta delle millenarie ristrettezze delle maggioranze sociologiche del pianeta intero. Mettendo l’enfasi sulla impossibilità di prolungare lo sviluppo, il nostro discorso è meno ardito di quello di Latouche, che è l’indesiderabilità del benessere.

Quanto a me, mi concentro sullo sforzo di dimostrare A) l’eticità di chiudere le imprese che esistono per produrre perdite, dunque l’assurdità e l’immoralità -nelle circostanze d’oggi- di ogni tipo di salvataggio. B) Qualsiasi ‘politica industriale’, oggi che la globalizzazione vince (anche perché è una Dea di giustizia: meno siamo ricchi noi, meno sono miseri i paesi arretrati), significa solo sovratassare per sostenere produzioni che hanno perso il mercato, oppure lo perderanno a breve perchè sarà dei produttori d’oltremare. C) L’imperativo generale non è più difendere i redditi di lavoro, ma scoprire i modi per vivere senza lavoro. La collettività deve certamente prendere a suo carico la sopravvivenza basica delle famiglie, a un livello all’incirca pari alla metà del salario del lavoratore del livello inferiore; l’altra metà devono metterla le famiglie, cambiando modi di vita quanto basta. I ceti superiori dovranno perdere i patrimoni al di sopra della media generale, ma lo stile ‘sottoborghese’ di abitare e di consumare che i proletari avevano conquistato in Occidente non è più sostenibile. I modi per reinventare la vita a redditi dimezzati esistono: Latouche, non certamente ma probabilmente, ha ragione ad annunciare che la nuova vita sarà ‘felice’. Dovrà spiegarsi meglio, e probabilmente lo farà.

Il pensatore bretone coglie nel segno quando invoca di ‘far uscire dalla testa il martello economico’ e di ‘decolonizzare l’immaginario occidentale soggiogato dall’economicismo sviluppista’. Quando si scaglia contro il nostro ‘imperialismo culturale sul pianeta’. In fasi passate collocava il suo impegno in un campo ‘marxista non leninista’. Oggi appare trascurare la pregiudiziale marxista, utile quanto una lampadina fulminata. Orienta l’analisi e, più ancora l’inventiva, sul ‘pari de la décroissance’, su come ‘sortir de la société de consommation’. Imaginosamente intitola un libro ‘La planète des naufragés: essai sur l’après-développement’. Va sottolineata ancora l’efficacia delle formule: il doposviluppo, il pianeta dei nàufraghi, persino il brillante ossimoro dell’abbondanza frugale.

La logica di Latouche non ha bisogno di difese, e nemmeno di molte chiose. I governi europei professano fede nello sviluppo perché sono ‘postdemocrazie dominate dai media e dalla finanza’. Il liberismo sociale non ha senso. Il debito di paesi come l’Italia non sarà onorato. Il capitalismo così com’è rischia di finire, ‘a vantaggio di una forma di fascismo dei ceti alti’ (ma, chiediamo noi, perché no dei ceti bassi, alla José Antonio Primo de Rivera?). Meglio la bancarotta, e poi ripartire da zero.

A parte l’esorbitanza, forse, di quest’ultima tesi, l’ardimento del lavoro di Latouche è inoppugnabile. Dando per dimostrata l’ineluttabilità della decrescita, egli dovrebbe procedere oltre e descrivere  come ci organizzeremo nel concreto quotidiano per vivere senza lavoro. Vivere che sarà arduo, non impossibile.

Antonio Massimo Calderazzi

IL PAESE SARA’ GRATO A CHI ABBATTERA’ LE CLOACALI ISTITUZIONI DELLA PEGGIOCRAZIA

Per Giampaolo Pansa (“Se continua così spuntano i colonnelli, ‘Libero’ 23 settembre) le cose dello Stivale vanno così male che la prospettiva del Putsch militare si fa realistica. Pansa ha ragione. La via legale non promette più nulla. Un generale dei carabinieri paracadutisti, anche monostella; meglio, un colonnello con ancora più fegato della monostella, col carisma di farsi seguire da altri ufficiali e sergenti maggiori, vincerebbe senza colpo ferire. Più che coordinare coll’indispensabile talento tecnico azioni disperse nel territorio, renderebbe irresistibile un colpo fulmineo su pochi, pochissimi gangli del potere: compreso lo pseudo ganglo della radiotelevisione di Stato. Non parliamo di quanto efficace sarebbe puntare a salve le bocche da fuoco sulla tribuna delle somme autorità, sparando poche raffiche verso il cielo, in una parata tipo 2 Giugno, poi trasferendo autorità e loro signore a Campo Imperatore (Aquila), dove per poche settimane il maresciallo Badoglio trattenne il Duce.

A valle di 67 anni di peggiocrazia, il repulisti e la proclamazione del Nuovo Ordine susciterebbero maremoti di entusiasmo. Protesterebbero solo i novantacinquenni che fecero la Resistenza, i cinquecentomila e passa (due milioni coi parenti stretti) che vivono di soli furti della politica, le bizzoche delle primarie, i coccodrilli delle urne, i malati delle manifestazioni urbane, gli ex-pensionati d’oro ridotti a mangiare alle mense della Caritas, i consiglieri e palafrenieri del Colle, i quirinalisti uscenti, anzi usciti; più gli impoveriti dalle patrimoniali. L’uomo della strada, cioè le grandi masse, esulterebbe in piazza. Le figlie, quasi tutte liberate, si darebbero ai paracadutisti dopo averli inghirlandati di viole. Non si è mai dato un golpe riuscito che non abbia fatto esplodere la gioia del popolo, cominciando dai proletari e/o precari. Qualche mese fa la percentuale degli estimatori della Casta si aggirava sul 3-4%, comprensiva dell’Uomo del Colle e dei parenti dei politici. Altrettanto irrisorio sarebbe il segmento umano disposto ad esigere la restaurazione della legalità. A valle di Fiorito Penati e Lusi, a valle di un covo di ratti in ciascuna delle istituzioni cloacali della repubblica, la legalità è quella cosa che permise ad Al Capone, pur finito in carcere per evasione fiscale, di non rispondere dei delitti di sangue della sua gang e suoi personali. La rottura della legalità è la costante di tutti i cambi grossi,  di tutti i rivolgimenti e le rivoluzioni della storia. Oggi, da noi, la legalità è il salvacondotto a favore dei saccheggiatori. La Costituzione è il titolo di proprietà che intesta lo Stivale ai peggiori tra noi.

I manuali di storia spiegano che nell’Ellade la tirannide frantumatrice della legalità fu la fase che liquidò i regimi aristocratici, cioè oligarchici, e preparò l’avvento della democrazia (la quale fu l’opposto della nostra partitocrazia).  Pisistrato ricevette dai cittadini la forza armata con cui si fece tiranno di Atene, e governò (considerato tutto) meglio di Solone. Se oggi due-tre miliardi di poveri del Terzo Mondo hanno qualcosa da mangiare, più qualche misura di Welfare, lo devono alla rottura delle comiche Costituzioni postcoloniali operata nei decenni dai militari detentori delle armi. Senza la minaccia della violenza, mai lo Stivale si libererà dei suoi cinquantamila Proci, o meglio capoladri.

Il vasto appoggio delle masse lavoratrici, ma non solo, è il tratto qualificante e normale dei regimi militari, oppure nati militari e poi divenuti autoritari-amici del popolo. Sorgono e si mantengono in quanto rispondono alle esigenze dei molti; e in quanto, non essendo costretti ai compromessi, ai riti e alle convenzioni del costituzionalismo, sono in grado di imporre volta per volta le soluzioni, giuste o sbagliate che siano, rispondenti alle attese popolari; perciò nell’immediato il consenso di massa si conferma e può accrescersi. Le maggioranze sociologiche non sono tenute al rigore e alla lungimiranza degli statisti alla Quintino Sella, specie di quelli cui i patrimoni ereditati consentono di pensare ai posteri affamando i viventi. Dunque, saggi o demagogici che siano, i regimi forti conservano l’appoggio maggioritario.

I legittimisti di casa nostra non facciano affidamento su una brevità dell’ipotetica gestione militare. Il potere nasserista cominciò esattamente 60 anni fa: per vari adattamenti, evoluzioni e, oggi, contrazioni, perdura. Il Terzo Mondo deve a un alto numero di regimi militari, oppure politici ma basati sull’imposizione armata, sorti dopo la decolonizzazione, se persino le società più primitive si sono alquanto modernizzate, con ordinamenti in qualche misura ispirati al Welfare: assistenza medica primordiale, pensioni (per noi) di fame,  più scuole.

Concludendo quanto alla risposta collettiva a un Putsch militare: Iberia docet.  Le dittature instaurate dall’esercito ai danni dei politicanti liberali in Spagna (1923) e in Portogallo (1926) furono abbastanza lunghe: quasi sette anni la prima, quasi  semisecolare la seconda, evolutasi nel 1933 nell’Estado Novo di Salazar (che aveva esordito come famoso economista alla Mario Monti). Quest’ultima finì, nel 1974, per un altro pronunciamento militare; e a primo capo di Stato della presente fase democratica fu eletto un generale (R.Eanes).

Quanto alla Spagna, nessuno storico nega l’eccezionale appoggio che il Paese dette per circa sei anni alla Dictadura bonaria e amica del popolo del generale filosocialista Miguel Primo de Rivera. Appartenente a un casato che vantava numerosi generali di inclinazioni progressiste, fu il più provvido e amato dei governanti spagnoli nei secoli XIX e XX.

Venisse il golpe, ormai più desiderato che temuto dai più tra gli italiani, non sarebbero le sparute cellule clandestine del sinistrismo similpartigiano, meno che mai le conventicole liberal-borghesi, ad abbattere il regime delle spalline elicotteristiche. Semmai il perbenismo nordeuropeo e, più ancora, il potere finanziario e le agenzie di rating. Nel 1930 andò così al generale Primo de Rivera, benemerito sbaragliatore dei ‘politicastros’.

A.M.Calderazzi

ORTEGA Y GASSET vs DE UNAMUNO

I due maggiori pensatori spagnoli del Novecento, Miguel de Unamuno e José Ortega y Gasset, abitano nei Campi Elisi, il primo dall’ultimo giorno del terribile 1936, il secondo dal 1955. In vita si combatterono accanitamente, incarnavano due idee e due fedi divergenti della Spagna. E oggi, dalla loro contrada di paradiso, continuano a litigare? Chi dei due aveva visto meglio il destino della loro patria, che era stata grandissima? Chi è giusto sia il riferimento ideale della nazione del 2012, spaventata dal default ma assai prospera rispetto a quella di un secolo fa?

Tutte le apparenze assegnano la Spagna dei nostri giorni a Ortega y Gasset, che fu il ‘partidario de la modernidad’, l’assertore della omogeneizzazione all’Europa, contro i miti e le eroiche fissazioni nazionali. Ortega era tutto Newton e Kant, tutto Illuminismo aggiornato, tutta fede in un progresso materiato di scienza, logica e tecnocrazia. La Spagna di oggi, lucente di grattacieli, di elettronica, alta velocità, finanza avanzata, ben più aeroporti dell’indispensabile e sperimentazioni temerarie alla Rodriguez Zapatero, sembra appartenere di diritto a Ortega, grande intellettuale madrileno, cattedratico di filosofia ma maestro di ‘filosofia pratica’, instancabile produttore di articoli giornalistici anzi comproprietario di un quotidiano, l’uomo che aveva intrapreso a lanciare un partito delle riforme liberali ed era stato nel pugno di progettisti e promotori della Repubblica del 1931.

Miguel de Unamuno- di cui ‘Internauta’ di settembre dice che “non parla alla Spagna d’oggi, di domani chissà”- fu più volte definito da Ortega ‘energùmeno espagnol’ e il suo pensiero energumenico. Per altri fu “genial tempestuoso” e “el mayor poeta romàntico de Espagna”. Il suo ‘vivir’ era ‘apasionado’ e ‘paradòjco’, la sua prosa ‘confesional’. I titoli delle sue opere maggiori erano straordinariamente intensi: Del sentimiento tràgico de la vida, Agonìa del cristianismo, Cristo de Velàzquez.  Che potrebbe avere in comune con Unamuno la Spagna di un secolo dopo, costernata sì per le vicissitudini dell’economia ed i rimorsi dell’orgia consumista-edonista ma ormai pienamente ostaggio dell’ipercapitalismo (grazie anche a Gonzales e a Zapatero), catturata da una modernità dissacratrice del retaggio?

Unamuno fu il bardo della patria prostrata e dolorosa. Invece gli spagnoli d’oggi si sentono piuttosto europei in momentanee difficoltà, più che mai protesi a rientrare nei modi della prosperità. Non sentono che un romantico estremo possa rappresentare una nazione di portatori di credit cards. I nobili miti della grandezza storica, che Unamuno aveva maledetto per amore -dunque non ripudiato- avevano staccato la Spagna dall’Europa, cioè dall’oggi. Al punto che Manuel Azagna, il demiurgo laicista della Seconda Repubblica, uno degli statisti più falliti della storia contemporanea, aveva creduto di poter scandire lo scherno finale: “Nada puede hacerse (farsi) de ùtil y valedero sin emanciparnos de la historia. Como hay personas heredo-sifilìticas, asì Espagna es un paìs heredo-històrico”. Povero Azagna: presiedeva un paese che ricordava le parole di Carlo V: “El idioma castellano ha sido hecho (fatto) por hablar con Dios”. Non poteva essere più netto il contrasto tra il rettore di Salamanca, grecista, poeta e quasi un flagellante, e l’Ortega partigiano della contemporaneità, l’Ortega che aveva proclamato “Espagna no es nada; por su alma no han pasado ni Platòn nì Newton nì Kant” e “En Espagna no hay sombra (ombra) de ciencia”.

Messa così, l’anima della Spagna passata all’economicismo e alla razionalità appartiene a Ortega y Gasset, il quale visse sì il ‘patriottismo tragico’ della Generazione del ’98, ma aveva fede nell’educazione del popolo e nelle avanzate tecnologiche. La Spagna di oggi è tecnologica professa.

Tuttavia non tutti i giochi sono stati fatti. Forse il futuro non è del capitalismo, falso moltiplicatore della ricchezza, e del progresso dispensatore di felicità. Forse potrà esserci un ritorno agli ideali derisi dal malaugurato Azagna. Forse crescerà un comunitarismo solidale e austero, che inevitabilmente riprenda gli spunti vivi del socialismo ‘humanistico’. Se questo accadesse, chi sarebbe il riferimento storico, se non Miguel de Unamuno? Il quale in gioventù fu appassionatamente socialista e profeta senza speranza di una Spagna sorella dello spirito.

A.M.C.

NACQUE IN GALIZIA IL SENTIMENTO D’EUROPA

Abbiamo l’abitudine di pensare: la Nazione continentale che dovremo a tutti i costi creare nel Vecchio Continente -in odio agli USA dovremmo chiamarlo Glorioso Continente- sorse carolingia e renana, sorse sulla volontà di due grandi popoli che si rifanno al fondatore del Sacro Romano Impero di non combattersi mai più. E’ vero, naturalmente. Tuttavia aveva ragione Manuel Fraga Iribarne -che fu presidente della Galizia dopo essere stato governante di vertice a Madrid; senza dubbio il maggiore tra gli studiosi spagnoli investito di responsabilità politiche- quando affermava che il sentimento d’Europa sorse a Compostela:

“Il Camino de Santiago nasce come una stella di orientamento nell’orizzonte dell’età carolingia, allorquando si disegnava un nuovo tipo di società. Il pellegrinaggio ‘visionaliter’ di Carlo Magno a Compostela è il preannuncio di un’Europa che si alza nell’interrelazione e l’interscambio offerti dal pellegrinaggio verso Finisterre. Assistiamo a un sorprendente risorgere del fenomeno jacobeo, a partire dagli importanti studi storici della seconda metà dell’Ottocento. Nel sec.IX Alfonso II delle Asturie non avrebbe organizzato il culto della tomba di Santiago, se non fosse stato per le antichissime tradizioni sulla presenza del primo apostolo martire negli ‘occidentalia loca’. Oggi il moltiplicarsi dei pellegrini a Santiago è un fatto. Giovani soprattutto, di tutti i paesi europei, e anche dal di là dei mari, i quali tornano a percorrere i passi del Camino antico, a vivere l’esperienza del peregrinare. E’ come rileggere la conosciuta pagina del ‘Liber Sancti Iacobi’, che elenca 74 nazionalità le quali venivano ‘en caravana y falanges, cumpliendo sus votos…Unos tocan cìtaras, otros liras, otros tìmpanos, otros flautas, caramillos, trompetas, arpas, violines, ruedas britànicas o galas, otros cantando con cìtaras, otros cantando acompagnados de diversos instrumentos, pasan la noche en vela…”.

Nel nostro contesto culturale, notava ancora il più illustre dei galiziani (Fraga era nato a Villalba presso Lugo), “la decisione di partire in pellegrinaggio esprime per di più una protesta contro le offerte della nostra società. Il Camino come un’esperienza di autenticità e liberazione”.

Il retaggio giacobeo è solo uno dei contorni internazionali della Galizia. Un altro, forse più decisivo, è che a questo antico piccolo regno dell’estremo nord-ovest della penisola iberica la primogenitura europea spetterebbe anche se a Compostela non si fossero trovate le spoglie dell’apostolo Giacomo, “l’amico di Gesù”. Anche se nell’alto medioevo Compostela non fosse stata proclamata dai papi Callisto II e Alessandro III pari a Roma e a Gerusalemme come capitale dei sentimenti cristiani. Parliamo di primogenitura perché la Patria europea ormai nata, anche se vive una fanciullezza difficile, è sorta da un nucleo strettamente occidentale. Ebbene nessuna regione d’Europa, che abbia partecipato alla storia del Continente, è più occidentale del contesto Galizia-Portogallo. Il capo Finisterre, dove in antico si credeva finisse la terra conosciuta, è a soli 60 km dalla cattedrale del Santo Jacopo.

Le risorse ambientali e il retaggio storico sono così ingenti da candidare la Galizia a polo dell’identificazione culturale e del turismo di qualità. Avremo vantaggio se scopriremo questa terra. Impareremo tra l’altro che la lingua galiziana, il gallego, ebbe fino al sec.XV una sorprendente fioritura letteraria. Si poetava in gallego: era la lingua della lirica nell’intero mondo ispano-lusitano, e persino in Sicilia e nella terra occitana. La conformazione del territorio, mentre rese difficili le comunicazioni non solo rispetto alla Meseta, il grande altopiano castigliano, ma anche tra le valli e i comprensori galiziani, facilitò invece la saldatura col nord del Portogallo. Oggi tale nord è integrato alla Galizia in una ‘Comunità internazionale di lavoro’ di diritto europeo.

A partire dall’800 molti galiziani cominciarono a lasciare la loro terra per le Castiglie, l’Andalusia e il Portogallo. Dopo il 1860 si aprì l’emigrazione per l’America latina, Cuba specialmente. La Casa de Galicia all’Avana è uno degli edifici più imponenti dell’isola. Lo Statuto della regione autonoma riconosce la ‘galeguidade’ degli emigrati: le loro rimesse hanno apportato benessere alla Galizia, pur senza stimolare una vera e propria industrializzazione.

Nell’alto medioevo questa terra fu dei re delle Asturie, per poi diventare un piccolo regno indipendente, che comprendeva anche territori poi portoghesi Col sec.XII cominciò il declino: la Galizia mantenne il rango di regno ma fu assorbita dalla monarchia di Castiglia e Leon. Dopo che verso il 1122 fu completata la costruzione della grande cattedrale voluta a Compostela da re Alfonso VI, il pellegrinaggio ai resti dell’apostolo Giacomo e dei discepoli Atanasio e Teodoro divenne il più importante dell’Europa occidentale. Una bolla di Alessandro III istituì l’Anno Santo di Santiago, con la grazia del Giubileo. Ben presto il Camino de Santiago risultò un grande tramite di civiltà grazie agli scambi culturali tra i pellegrini. A fianco della cattedrale di Compostela fiorì pure una scuola dove si traducevano soprattutto le opere del retaggio ellenico, in quella fase custodito dai dotti del mondo arabo. Si ebbe allora la straordinaria fioritura culturale della Galizia. Nella lingua gallega si redassero per un periodo la maggior parte delle creazioni letterarie ispano-portoghesi. Le Cantigas de Santa Maria composte da Alfonso X il Savio re di Castiglia e Leon, forse coll’apporto di artisti della sua corte, restano tra le maggiori cose della grande letteratura. Sono solo la maggiore delle raccolte poetiche medievali ricollegabili alla lingua gallega.

Nell’argomentare che negli anni Novanta la Galizia aveva progredito in sviluppo e in assertività più che in tutta la sua storia contemporanea, Fraga Iribarne citò tra l’altro un grado di digitalizzazione già prossimo a superare quello di Germania e Francia. E concluse: “Non ci aspetta la Terra Promessa, però certamente un tempo di opportunità uniche. Goethe lo direbbe “il presente puro della storia”.

Questo fu Fraga Iribarne, un grande spirito tradito dai propri successi di mezzo secolo fa. Avrebbe dovuto restare alla goethiana altezza del presente puro della storia. Invece fondò un partito.

A.M.C.

LA METEORA FRAGA IRIBARNE

Come capo di uno dei partiti della Spagna fattasi democratica, Manuel Fraga Iribarne fu un fallimento. Se invece si prescinde dalla sua decisione di mettersi nel gioco del parlamentarismo postfranchista, egli fu il politico più colto e significativo di Spagna nella fase tra il 1962 (ingresso nel governo di Franco) e il primo ministero (1976) svincolato dal Caudillo, presieduto dall’abile Nessuno Adolfo Suarez. Già ministro del Movimiento, cioè sahariana in chief, Suarez seppe convertirsi nel primo presidente della Transiciòn alla democrazia. Fraga, vice premier e da molti pronosticato per il posto di Suarez, non volle servire sotto il brillante giovanotto, successore di Carlos Arias Navarro, uno dei principali luogotenenti del Caudillo.

Il partito che Fraga lanciò si chiamava Popular (così si chiama oggi sotto Rajoy) ed era il contrario che popolare: voleva federare le varie destre. Fraga non fece mistero, anche a livello scientifico, di riprendere l’operazione conservatrice di Antonio Canovas del Castillo, il quale governò a lungo la Spagna dopo avere nel 1876 restaurato la monarchia. Canovas fu il Giolitti, meno aperto, del parlamentarismo iberico; fu assassinato nel 1897 dal solito anarchico. I governanti suoi successori furono talmente inefficienti o sfortunati che nel settembre 1923 fu facile al generale marchese Miguel Primo de Rivera, capitano generale della Catalogna, abbattere il regime parlamentare in poche ore, senza spargimento di sangue. Instaurò una bonaria ‘Dictadura’ legale che durò fino al 1930, sempre appoggiata da un largo consenso popolare (notabili e intellettuali a parte). Collaborarono apertamente i socialisti, allora un partito onesto, e il Dictador ricambiò attuando una parte non piccola del loro programma. Fu sul punto di fare di loro il partito unico del regime.

Quando Primo de Rivera prese il potere, il sistema politico della Spagna era un malato terminale: peggio del nostro del 2012, con in più un terribile conflitto sociale. Governava un’oligarchia di notabili liberal-conservatori, a volte corrotti, sempre tesi agli interessi che rappresentavano, tutti indifferenti alla miseria del proletariato. Nelle campagne le famiglie dei braccianti non mangiavano tutti i giorni dell’anno. Spesso non si permettevano un pasto serale. La previdenza sociale e la sanità pubblica non esistevano. Quando arrivavano le malattie e i lutti non c’era che la mendicità. Metà della popolazione era analfabeta. Lo scontro sociale non poteva che essere estremo: nel quinquennio che precedette il golpe di Primo ci furono quasi 1300 attentati, di cui 843 nell’area di Barcellona. Nel 1922 gli scioperi politici erano stati 429. Nel maggio-giugno 1923 -il golpe venne in settembre- lo sciopero generale dei trasporti aveva fatto 22 morti. Si aggiungeva un’aspra guerra coloniale in Marocco.

Dopo la tragedia del 1898 (disfatta nella guerra con gli USA, perdita dell’impero) il pensatore Joaquin Costa, iniziatore del Rigenerazionismo, aveva invocato un ‘cirujano de hierro’, un chirurgo di ferro che amputasse le cancrene. Primo de Rivera fu il chirurgo: chiuse le Cortes, cestinò la Costituzione, affidò ad ufficiali tutti gli organismi pubblici, fece gestire la politica economica a José Calvo Sotelo, un trentaduenne intelligente e molto coraggioso (infatti morì assassinato nel 1936, e la scintilla fece esplodere la Guerra civile). Il generale si applicò quotidianamente a cambiare le cose e a farne edotti gli spagnoli. Il paese, intellettuali all’inizio compresi, accettò il golpe come salutare. La Dictadura mise subito fine alla guerra coloniale. La cooperazione col partito socialista chiuse lo scontro sociale e il terrorismo.

La maggior parte degli storici riconoscono l’efficacia dell’azione economica: la Dictadura costruì strade e case popolari, allargò l’elettrificazione e l’irrigazione, promosse tutte le attività produttive, creò i primi istituti e provvidenze del Welfare (pensioni, assistenza medica, sussidi ai disoccupati e ai poveri), aprì 4.000 scuole. Tutti gli indicatori, buona congiuntura internazionale aiutando, attestarono una prosperità senza precedenti, con un tasso di sviluppo del 5,5%. Per l’aspra opposizione degli agrari Primo non riuscì a dare terra ai contadini, a parte un piccolo programma; però i braccianti miserabili cominciarono a lavorare nelle città (e questo inferocì i latifondisti: la meccanizzazione era infante, perciò l’esodo dei braccianti li danneggiava sul serio). I proletari ebbero assicurato il pane che prima era stato così precario.

L’euforia finì verso il 1929, quando la Grande Depressione si fece sentire un po’ anche in Spagna, e soprattutto diventò schiacciante un debito pubblico molto dilatato dagli ambiziosi programmi di sviluppo e sociali. Il generale, marchese e Grande di Spagna, aveva speso troppo per le plebi che amava, che aveva beneficato materialmente e di cui condivideva il temperamento e le passioni. Amave danzare coi gitani. Quando arrivava un’entrata imprevista, assegnava modeste doti nuziali alle ragazze povere. In una terra di assassinii, andava in ufficio a piedi sapendosi amato. Come massimo consigliere sulle cose del lavoro aveva preso il capo sindacale Francisco Largo Caballero, il futuro ‘lenin spagnolo’ che nel 1937 sarà il penultimo capo di governo della Repubblica ormai rossa. I latifondisti e le destre economiche non  perdonarono al Dictador di avere di fatto redistribuito parte della loro ricchezza. Minato dal diabete e assillato dalla minaccia della bancarotta, nel 1930 Primo lasciò il potere spontaneamente; morì sei settimane dopo in un modesto hotel parigino.

Gli storici concordano: fu un regime di attacco agli assetti tradizionali (del resto la famiglia dei Primo vantava vari generali che nelle guerre carliste avevano parteggiato contro i conservatori). Il Dictador fu una specie di Gracco, alto aristocratico e tribuno della plebe. Avendo neutralizzato il parlamento e i partiti -tranne quello socialista- il Tribuno/Dictador potè dall’alto modernizzare il paese e aiutare nel concreto i proletari, la borghesia minuta e la nascente tecnocrazia. Furono i privilegiati che combatterono accanitamente e poi abbatterono il Dittatore. Rifiutando il liberismo conservatore, fermando l’anarchismo e punendo l’egoismo dei ceti privilegiati, Primo fu il migliore governante spagnolo degli ultimi due secoli.

Cadde a causa del suo disprezzo per quelli che chiamava i ‘politicastros’ liberali e per gli ‘autointellectuales’ di sinistra; più ancora per le destre ottusamente reazionarie ed egoiste. I suoi oppositori non furono mai appoggiati dal popolo: il popolo aveva ricevuto molto dalla dittatura e avrebbe ricevuto assai poco dai politici progressisti quando, a partire dal 1931, instaurarono la loro repubblica. Infine la Dictadura non oppresse né perseguitò gli avversari. Quelli che si esposero più direttamente furono colpiti da multe. Le carceri non si riempirono; non fu fascismo.

Nel momento di entrare nell’agone politico -fin’allora aveva fatto il meritocrate- Manuel Fraga Iribarne avrebbe potuto avere in Primo de Rivera un precedente, un patrimonio e un retaggio di prima grandezza: l’opzione del riformismo energico, fattivo e guidato efficacemente dall’alto, senza politici professionisti. Fraga Iribarne avrebbe dovuto riprendere l’opera innovatrice e giustiziera dove il generale l’aveva lasciata, e portarla più avanti. Avrebbe dovuto proporre modernizzazione e riforme etiche, da fare assieme alla maggioranza sociologica, consonando con le istanze e i valori di quest’ultima. Oltre a tutto l’eredità del Dictador era stata rilanciata e ‘sublimata’ dall’idealismo temerario del figlio José Antonio, fucilato nel 1936, fondatore sì della Falange filofascista ma anch’egli mosso da slanci solidali e di giustizia, anch’egli spregiatore delle imposture della democrazia. Lo stesso franchismo vittorioso della Guerra civile dovette fare propri in qualche misura, attraverso il messaggio di José Antonio, i contenuti popolari del regime primorriverista. Gli spunti di retaggio e di innovazione che si offrivano a Fraga Iribarne erano abbondanti e vividi, anche a volere rinnegare in tutto l’eredità del franchismo, dal quale pure era stato catapultato al vertice. Ricordiamo: la vera Transiciòn dall’autoritarismo fu realizzata da Adolfo Suarez, ex-ministro del Movimiento. Non avrebbe potuto affrontare il futuro un Fraga continuatore di Primo de Rivera, il governante più saggio e il più sincero amico del popolo dai primi dell’Ottocento, quando la Spagna inventò a Cadice il liberalismo progressista?

Invece Fraga Iribarne scelse di lasciarsi portare dalla deriva democratica, con un partito dei banchieri e delle duchesse, senza alcun titolo di nobiltà ideale, senza una storia positiva, senza potenziale di elaborazione e immaginazione, senza candidatura a sperimentare. Fu solo una puntata legittima dal punto di vista dei professionals della politica e degli opinionisti loro soci. Fu la pessima tra le puntate, anche vista dalla sponda della Realpolitik: un paio di competizioni elettorali perdute e Fraga, che aveva titolo a succedere a Franco, si trovò ridotto a notabile della gestione periferica e dei maneggi politici minori.

Tali erano state l’intelligenza, la cultura e la creatività passate -al servizio delle svolte modernizzanti di Franco- che noi continueremo a raccontare Fraga Iribarne: l’uomo che si giocò la grandezza per adeguarsi, abbassandosi, agli altri: agli edificatori della scadente partitocrazia spagnola, solo un po’ meno ladra della nostra, figliastra di quella che Primo de Rivera aveva sbaragliato in poche mosse, per amore del popolo.

Antonio Massimo Calderazzi

SPAGNA: PRIMO TRENTENNIO DI PARTITOCRAZIA

Madrid cadde veramente ai partiti, ladri un po’ meno dei nostri e meno voraci di emolumenti, rimborsi e ricche pensioni, trent’anni fa, il 28 ottobre 1982. Quel giorno il Partito socialista (Psoe), capeggiato dall’affascinante avvocato andaluso Felipe Gonzales, stravinse le elezioni generali: oltre 10 milioni di voti, 205 seggi alle Cortes contro 106 della malaugurata Alianza Popular di Manuel Fraga Iribarne. Il Partito comunista di Santiago Carrillo -successore ragionevole del fazioso parossismo  della ‘Pasionaria’ Dolores Ibarruri (parossismo temperato dalla volpina abilità di Palmiro Togliatti)- fu sul punto di spirare: 4 seggi.

Nei sette anni trascorsi dalla morte di Franco la Transiciòn si era compiuta sotto i governi di Carlos Arias Navarro, Adolfo Suarez e Leopoldo Calvo Sotelo. Quest’ultimo, predecessore immediato di Felipe Gonzales, era nipote di José Calvo Sotelo, importante ex-ministro delle Finanze il cui assassinio nel giugno 1936, ad opera di un ufficiale di sinistra, fece scattare l’Alzamiento dei generali contro la Repubblica. Fu logico che ai socialisti andassero i voti, dato l’errore di Fraga Iribarne di creare il partito ‘grande destra’ dei banchieri e delle marchese, invece di capeggiare una forza antimarxista amica del popolo. Tale era stata, per sei anni a partire dal 1923, la (fortunata) ‘Dictadura’ filosocialista di Miguel Primo de Rivera, e tale era stato in qualche misura persino il primo franchismo, quando era ancora alquanto ispirato al falangismo sociale di José Antonio (figlio di Miguel) fucilato nel 1936 dai repubblicani.

Col 1982 cominciò il partitismo all’italiana, inevitabilmente destinato ad evolvere nella corruzione delle tangenti; infatti la prima lunga parentesi di potere socialista finì (1996) per scandali di tangenti. Ma la corruzione pervase l’intero sistema partitico: politici ed amministratori pubblici vollero incassare la percentuale sul tumultuoso sviluppo dell’economia: cominciando dall’edilizia, dove le licenze e le variazioni urbanistiche fruttavano e fruttano tangenti pronta cassa. Rinvii a giudizio e condanne sono abbastanza frequenti, ma gli scandali non accennano a ridursi. Dopo Felipe Gonzales fu la volta del governo di José Maria Aznar, brillante capo del partito creato da Fraga Iribarne; poi venne la riscossa socialista con José Luis Zapatero. Ora gestiscono i conservatori di Mariano Rajoy.

Come diversamente sarebbero andate le cose se una personalità eccezionalmente forte -in Spagna e nel mondo Fraga era apparso possibile successore di Franco- si fosse rivolto alla maggioranza sociologica invece che alle destre. L’uomo che aveva convinto il Caudillo a liberalizzare il regime fece male a non mantenere la promessa, fatta persino al carneade qui sottoscritto, di mettere il popolo, la gente, al cuore del suo manifesto politico. Disse, testualmente: “Calderazzi le prometto: nel Programma di Alleanza leggerà molto di ciò che propone”. Non andò così. Fraga mancò al suo destino.

L’avvio del partitismo integrale non fu aiutato dalla congiuntura economica. Quest’ultima era stata più favorevole all’ultima fase franchista. Nel 1970 i disoccupati non arrivavano a 200 mila; nel 1980 superavano 1,5 milioni; nel 1985 tre milioni. Tra la gente si fece frequente l’espressione “con Franco se vivìa mejor”. Se nel 1970 c’era il pieno impiego era anche in quanto un milione di spagnoli erano emigrati all’estero, e tra l’altro con le loro rimesse miglioravano la bilancia dei pagamenti. Soprattutto il lavoro c’era grazie al boom. Invece nel 1980 l’indice della borsa era sotto il 50% del valore di dieci anni prima. Come nel resto dell’Occidente si dovettero riconvertire interi comparti industriali, quali la costruzione navale e la siderurgia. A posteriori Felipe Gonzales dovette ammettere che aveva sbagliato a promettere 800 mila nuovi posti di lavoro in quattro anni. Fu il primo presidente del Governo a non farsi insignire di un grosso titolo nobiliare all’uscire di carica. Adolfo Suarez era stato fatto duca, Arias Navarro e Leopoldo Calvo Sotelo marchesi, e tutti e tre Grandi di Spagna. Franco, avendo rinunciato a diventare re, era rimasto generale.

Ma non fu il declino della congiuntura, bensì quello dell’etica pubblica a chiudere il quattordicennio di Felipe. Nel 1996 Josè Maria Aznar, brillante successore di Fraga alla testa del partito ‘popular’ (conservatore), sconfisse alle elezioni generali un governo Gonzales indebolito dagli scandali. Investito di una maggioranza larghissima il Partito socialista, erede di una tradizione onorevole, era degenerato nel felipismo, versione nazionale del craxismo, apoteosi delle tangenti. Ma la logica della democrazia partitica voleva che di corruzione si ammalassero anche gli avversari. Il sospetto cadde anche sui conservatori di Aznar, poi di nuovo sui socialisti di Zapatero. Oggi non si può dire che il malcostume macchi un partito spagnolo in particolare. Come in Italia, macchia tutti.

Hanno contribuito le autonomie regionali: la moltiplicazione dei centri di potere ha avvicinato ai decisori pubblici i detentori del denaro. Imboccata la via del partitismo amico degli affari, la Spagna ha perso la sua secolare specificità, di anteporre alla ricchezza l’onore orgoglioso. Angel Ganivet, tormentato diplomatico-scrittore, aveva definito disgustoso qualsiasi spagnolo ricco. E invece la Spagna ha imparato dall’Italia, maestra di malapolitica imbellettata di democrazia, erede di un millenario retaggio di corruttela, materna genitrice di Machiavelli e di Togliatti. Madrid e le Comunidades Autonomicas non sono arrivate al degrado di Roma e dei covi decentrati della nostra corruzione. Ma, grazie alle preclari virtù del processo democratico, sono sulla buona strada.

A.M.C.

ONIDA CONFERMA: DI QUESTO PASSO SI INVOCHERA’ L’UOMO FORTE

Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale -cioè uno degli esuberi, il giorno che la Costituzione e la Corte saranno cestinate- ha incriminato gli italiani in blocco nell’irosa risposta che ha dato (‘Corriere’ 24 settembre) a Michele Ainis; il quale aveva definito zavorra il decentramento dello Stato, e sostenuto che dalla riforma nel 2001 del titolo V della parte seconda della Costituzione sono cominciati certi nostri guai. L’Emerito ha indirizzato contro “l’amico e collega” una serie di duri ‘non è vero’: 1) che la Costituzione trasformi le Regioni in potentati (“i potentati sono dovunque, al centro e in periferia, e la Costituzione non c’entra”); 2) che la Costituzione incoraggi il ‘centralismo’ delle Regioni a scapito dei municipi e consegni il governo del territorio alle mani rapaci delle Regioni; 3) che le Regioni a statuto speciale siano anacronismi (“esse sono luoghi di esperienze (sic), come del resto le Regioni ordinarie; 4) che abbia senso chiedere che lo Stato si riappropri di competenze.

Fin qui un dissenso di dottrina tra costituzionalisti. Però Onida va oltre. Accusa Ainis di “accarezzare per il verso del pelo la demagogia imperante che cerca il colpevole di tutto nelle istituzioni (…) senza mai domandarsi se non si debba chiedere conto di ciò che ci scandalizza, non a questa o quella istituzione della Repubblica, ma ai nostri concittadini elettori, i quali col loro voto hanno mandato in parlamento e al governo i famosi ‘nominati’ che hanno approvato le peggiori leggi ed eletto e rieletto discussi presidenti e consiglieri” (N.d.R: Chi avrebbero potuto eleggere, se tutti i politici appartengono alla stessa Casta?). Infierisce sugli italiani la requisitoria: “I politici contro cui si inveisce sono quelli che gli elettori hanno scelto. Non c’entra la Costituzione”.

Vi aspettavate che fosse un pontifex maximus del culto della dea CartaCost a testimoniare le malefatte dei Nonni Fondatori, laddove congegnarono un sistema nel quale gli elettori -il popolo ‘sovrano’- non contano niente, e tutto appartiene ai farabutti insediati dalla Costituzione? Che potevano fare gli elettori se non precipitarsi come lemmings, plagiati a credere che le urne siano la democrazia, ad annegarsi nella gora del partitismo organato dalla gloriosa Carta? Forse che se gli elettori-lemmings avessero scelto la lista Y invece che la Z il risultato sarebbe stato diverso, e non saremmo dove siamo? Forse che la Carta non ha generato la peggiore politica dell’Occidente?

E’ naturale che il pontifex rivendichi le virtù della sua Dea. E’ innaturale e maramaldesco che lo faccia incolpando le vittime dell’oppressione ingegnerizzata dai Costituenti. Michele Ainis, bersaglio dell’intemerata dell’Emerito, ha buon gioco a replicare: “Se la buona democrazia dipende dalle persone e non anche dalle regole, noi costituzionalisti faremmo bene a cambiare mestiere”.

Il pontifex si riscatta in grande col concetto finale della sua argomentazione: “A furia di fare della demagogia anti-istituzionale, rischiamo di alimentare il disamore per la democrazia e di preparare la strada all’invocazione dell’Uomo forte”. Questa sì che è verità sacrosanta: rischiamo di alimentare. Due avvertenze, peraltro: 1) non di disamore occorre parlare, ma di disgusto e odio per ciò che  dobbiamo ai detti Fondatori, non per la democrazia. La democrazia, un giorno, sarà tutt’altra cosa, senza gli eletti della casta. 2) I mali dell’Uomo forte saranno poca cosa rispetto al ‘governo dei delinquenti ai sensi della Costituzione’. Chi si sente di prevedere che gli italiani offriranno i petti ai blindati dell’Uomo forte, perdipiù agitando copie della Costituzione, il ‘libretto rosso’ del misoneismo?

A.M.C.

MAI PIU’ SALVATAGGI DI INDUSTRIE FINTE

L’11 settembre, sui problemi di Alcoa e simili, ‘La Stampa’ ha pubblicato un articolo di pure verità, ‘la Repubblica’ un articolo di pure falsità. Il primo ha un titolo che dice tutto: “Perché da noi il salvataggio è impossibile”. Ha scritto l’autore, Luca Ricolfi: “Che cosa si può fare? Mi spiace essere crudo, ma la sola risposta è: niente. O meglio: molto di assistenziale, poco di industriale. Siamo in Europa e gli operai che perdono il lavoro hanno diritto a qualche forma di sostegno del reddito. Ma non raccontiamo la fiaba che spingere un’azienda straniera a produrre in perdita sul nostro suolo sia ‘politica industriale’, o sia una scelta razionale. La realtà è che produrre in Europa è sempre meno conveniente”.

Da quando Internauta esiste, alcuni di noi non fanno che dire queste cose, dire che dobbiamo accettare il ritorno alla povertà e riprogettare una vita con poco reddito, niente mutuo casa e bassi consumi. Dirlo dalla sponda opposta a quella del ‘Wall Street Journal’ e del ‘Liberista’; dirle dalla sponda del “New Collectivism”, del “Guild Socialism” e de ‘Il Confronto’, la testata milanese di cui Internauta è figlio e che tra il 1965 e il ’70 invocò -anche con la voce di Roger Garaudy, allora il maggiore teorico del PCF, e di alcuni altri grandi della sinistra umanista- un comunismo che si ribellasse a Mosca e al togliattismo, un comunismo che scegliesse la libertà. Da quando esiste Internauta  rifiuta, tra le categorie del sinistrismo tradizionale e insincero, la solidarietà meccanica alle lotte sindacal-politiche.

L’articolo di ‘Repubblica’ ha un titolo che dice ‘tutto’ e, per un altro verso, meno che niente: “I doveri di un governo”. Ecco alcuni concetti dell’autrice, Chiara Saraceno: “Nessuno, tanto meno chi governa, può permettersi di dire che non c’è nulla da fare. Il governo non può tirarsi fuori dalle proprie responsabilità di fronte a migliaia di lavoratori e lavoratrici e delle loro famiglie. Occorre, per questi operai, preparare occasioni di lavoro sostenibili. Invece di ripeterci che il lavoro non è un diritto esigibile e che il governo non può garantire il lavoro a tutti, il governo dovrebbe ricordare l’art.4 della Costituzione. Meglio se contestualmente investe e fa investire nella produzione di beni collettivi. Se non ora, quando?”

Non una di queste parole è degna di rispetto. Al contrario: la mano pubblica non dovrà fare più nulla, dopo l’orgia di elargizioni  a colpi di indebitamento, a favore di alcuna impresa rifiutata dai mercati.  Quell’impresa chiuda, qualunque il numero dei licenziamenti. La legge della caccia ai voti non consente tanta nettezza, ma è una legge putrida. Un giorno le urne elettorali andranno chiuse for good e i decisori saranno scelti dal sorteggio tra persone competenti. Tutte le vittime dei licenziamenti, anche dell’indotto, meritano un assegno di (pura) sopravvivenza, uguale per tutti; e questo è l’unico serio tra ‘i doveri del governo’ enunciati dalla Saraceno.

La più stolta delle cui asserzioni è “occorre preparare occasioni di lavoro sostenibili”. Che vuol dire ‘preparare’ se non trovare miliardi ora inesistenti per la resurrezione, vietata dall’Europa, di imprese artificiali, produttrici di merci invendibili, oppure per lavori pubblici superflui? Se trovati, non sarebbero miliardi a carico dei contribuenti, maestranze sarde comprese? E’ capace, la prof.Saraceno, di far pagare il solo ‘One per Cent’, come dicono negli USA? La Nostra deplora il governo perché ripete che il lavoro non è un diritto esigibile, e che non può garantire il  lavoro a tutti;  addita l’art.4 della Costituzione. Orbene quest’ultimo è, di una Carta lardellata di gassosità e di menzogne, uno dei precetti più vuoti, bugiardi e perfettamente ignorati. Infatti per “promuovere le condizioni che rendano effettivo il diritto al lavoro” la Repubblica può solo finanziare imprese senza senso, cioè non-imprese. Invece questo non deve farlo più. Può distribuire pane e latte, non stipendi, e meno che mai quanto serve per il mutuo e le altre voci della condizione sotto-borghese. Impagabile il botto finale della pirotecnia di ‘Repubblica’: “Meglio se contestualmente (il governo) investe e fa investire nella produzione di beni collettivi. Se non ora quando?”. A questa domanda, che in realtà è uno sciocco slogan delle lotte femministe, va risposto ‘Mai’.

Le cose affermate dalla Saraceno sono sufficientemente fallaci. Ancora più colpevoli sono le omissioni: Non ha scritto che il lavoro sarebbe un diritto se la nostra fosse una società collettivista e protesa al bene (alcuni di Internauta la amerebbero), invece che edonista-consumista? Perché Saraceno con convince il suo editore miliardario a propugnare il passaggio al collettivismo idealista del kibbuz? Né ha scritto che per  tassare i soli ricchi, compresi gli intellettuali di Capalbio, occorrerebbe quel maremoto politico che terrorizzerebbe il miliardario editore e lei stessa. E’ pronta a sborsare a favore di Sulcis Alcoa Fincantieri Irisbus Termini Imerese?

A.M.Calderazzi

BLUEPRINT PER LA DEMOCRAZIA DIRETTA NEO-ATENIESE SELETTIVA

1. Cancellata per sempre la delega elettorale, in Italia produttrice della peggiore politica d’Occidente, la sovranità del popolo non viene più ceduta ai rappresentanti espressi dalle urne: essa resta ai ‘cittadini qualificati’ -o cittadini attivi, o supercittadini- scelti per un anno dal sorteggio. Essi la esercitano direttamente in continuo, sia attraverso la consultazione e deliberazione via telematica,  sia in quanto sorteggiati in 2° grado a fare un turno breve (p.es. un semestre) negli organi deliberativi ed esecutivi, governo centrale compreso. Il sorteggio sostituisce le elezioni. La Costituzione va cambiata in toto. Lo Stato paga la consulenza informatica a chi ne necessita.

2. Il suffragio universale resta solo per i referendum, anche propositivi, tutti senza quorum e resi più facili da indire. Le decisioni referendarie sono vincolanti: le leggi e gli altri atti legislativi ed esecutivi non possono contraddirle o svuotarle. In questo senso la Democrazia Diretta acquista una fisionomia elvetica, sedici anni fa additata come esemplare ai Paesi occidentali da uno speciale di ‘The Economist’.

3. La ‘cittadinanza  qualificata’ si attribuisce a 500.000 persone per ciascun turno annuale, estratte a sorte da un computer centrale della Magistratura, sotto gli opportuni controlli e in presenza di determinati requisiti: cultura, esperienze lavorative/operative, meriti civici -volontariato, etc- pienamente documentabili. Un organo ad hoc della magistratura compila e aggiorna l’Albo dei Cinquecentomila, accogliendo o respingendo le domande d’iscrizione volontariamente presentate dai cittadini; la magistratura accerta che nessun supercittadino abbia carichi pendenti, sia inquisito o imputato.

4. Prestare il “servizio politico” da supercittadini non è obbligatorio; dà diritto a un modesto compenso di base (p.es. 1.000 euro per turno annuale) contro la disponibilità ad essere sorteggiati e sondati ufficialmente; il compenso aumenta se il sondaggio diventa molto impegnativo in termini di prestazione e studio.

5. Dopo un semestre di appartenenza all’Albo dei Cinquecentomila, i supercittadini possono essere sorteggiati in II grado al loro interno per servire un secondo semestre in uno degli organi deliberativi -consigli comunali e regionali, parlamento monocamerale di 200 membri sorteggiati- oppure esecutivi -giunte comunali e regionali; governo centrale.

6. Col salire in importanza degli uffici da ricoprire devono crescere i requisiti dei cinquecentomila supercittadini: chiunque di loro può essere sorteggiato per sedere nel consiglio di un piccolo comune; solo le 300 persone incluse per qualifiche e meriti oggettivi nella classe più alta di supercittadini possono essere estratti a sorte per un semestre nei governi regionali; solo tra i 50 supercittadini di vertice sono sorteggiati i 10 membri dell’esecutivo centrale: uno dei quali a turno presiede il governo, un altro assolve le mansioni di capo dello Stato.

7. I Cinquecentomila vengono sorteggiati per un anno tra persone in possesso di requisiti quali:

– cultura: da laurea in su, oppure meriti intellettuali dimostrabili oggettivamente: p.es. premi, concorsi vinti, altri riconoscimenti oggettivabili;

– esperienze lavorative/operative: p.es. dirigenti, imprenditori, sindacalisti da almeno 10 anni; capi-operai da almeno 15 anni;

-meriti civici: p.es. volontariato svolto full time da almeno 5 anni, part time da 10 anni.

8. I supercittadini selezionati per sorteggio a far parte degli organi deliberativi ed esecutivi del livello più alto possono, a titolo eccezionale e in presenza di meriti e requisiti straordinari, sostituirsi al sorteggio e designare a maggioranza un capo straordinario del governo. Di norma il governo è presieduto a turno da uno dei suoi Dieci membri.

9. I membri del governo svolgono a turno le funzioni di capo dello Stato, le cui attribuzioni e facoltà vengono ridotte al minimo essenziale, mentre sono rinvigorite quelle del capo a turno dell’Esecutivo (governo centrale). Sono eliminati gran parte dei ruoli cerimoniali e di rappresentanza. La reggia del Quirinale va chiusa, venduta o riutilizzata. Idem per le altre residenze presidenziali. I fondi di dotazione e i dipendenti di tutti gli organi di vertice delle  istituzioni vanno ridotti fino all’80%. Ad ogni livello, anche periferico, le sedi di prevalente prestigio vengono chiuse, oppure ridotte fortemente nel personale e nei costi.

10. La miniaturizzazione dei costi di rappresentanza e prestigio porterà qualche pregiudizio a livello diplomatico, PR e simili, ma il Paese guadagnerà reputazione se dedicherà le risorse risparmiate ad opere più importanti del protocollo e degli usi diplomatici. P.es. la Democrazia Diretta metterà fine alle consuetudini mondane onde poter cancellare indegnità quali il non assicurare automaticamente un tetto decente ai senza dimora, un pasto agli scolari poveri, un reddito di sussistenza alle famiglie senza reddito. Trascurando la riprovazione di  diplomatici e ciambellani stranieri non si destineranno risorse, p.es., a ricevimenti, parate, visite di Stato, etc.: eventi quasi sempre futili o privi di utilità. La Democrazia Diretta farà rivivere gli ideali repubblicani di sobrietà, che nella storia si contrapposero allo sfarzo e all’elitismo delle monarchie.

 A.M.Calderazzi

Ps. Di solito per le risposte utilizzo un apposito articolo, ma stavolta prendo poche righe in calce all’oggetto della mia critica, spero costruttiva. Mi pare che un problema su cui si debba riflettere sia la poca durata del mandato dei “supercittadini”, che  potrebbe essere di ostacolo alla creazione ed all’impiego di una competenza specifica nelle cose di governo. Il rischio, in parole semplici, è che quando finalmente un sorteggiato ha sviluppato le competenze per governare al meglio, il suo tempo sia scaduto. Mi pare tuttavia un problema superabile se alla “politica” lasciata in mano ai “supercittadini” si affiancasse una “burocrazia tecnica”, gestita rigidamente su criteri di neutralità e competenza, in grado di incanalare le proposte politiche ed evitare derive pericolose. Dei tecnici insomma col potere di dire “questo non si può fare” ai politici, ancorché questi ultimi fossero uomini degni e probi e selezionati con l’estrazione a sorte. Per evitare incrostazioni, anche i tecnici dovrebbero avere mandati di durata predeterminata e non rinnovabile.

Tommaso Canetta

CONTRO LA POLITICA ALLA “FIORITO”, UNA NUOVA DEMOCRAZIA

La domanda banale è, perché le prassi della Regione Lazio sarebbero peggiori di tutte le altre prassi della nostra politica? Non sono peggiori. A Roma e ad Anagni non c’è che l’accentuazione dialettale di un’identica realtà nazionale. La democrazia basata sulle urne promuove i peggiori e corrompe i pochi virtuosi, dunque lo Stivale politico è tutto Lazio. Per fare contenti gli estimatori dei costumi della politica, metti, bellunese o astigiana, diciamo che nella Polis dei discendenti dei Quiriti risaltano più che altrove i lineamenti porcini: la cosa pubblica come truogolo.  Altrove, in tradizioni meno edonistiche e più lontane dal letame, si evitano le enormità del trimalcionismo. Tuttavia è tale la normalità del male che ora si invoca l’abolizione delle Regioni, non solo delle Province: come se tale abolizione fosse cosa semplice. Aggiungiamo: c’è differenza sostanziale tra le sconcezze alla Fiorito e quelle di ogni altro livello della cleptopolitica partorita dalla Più Bella delle Costituzioni? Ci mancava il bunga bunga per sdoganare ogni possibile trasgressione.

L’Italia che soffre le patologie più gravi rispetto a ogni altra contrada della democrazia elettoralistica dovrebbe essere prima a produrre anticorpi e a concepire autoterapie. Ma ha smesso da secoli d’essere reattiva e di creare. Nei millenni aveva inventato parecchio, valori come disvalori: una tribù pastorale che diventa grande impero e plasma  l’Occidente; i Comuni faziosi e prosperi; il Papato temporale; il paganesimo rinascimentale. Poi l’estro si spense e nei successivi cinque secoli la creatività traslocò for good. L’Italia fece qualcosa di originale solo col dannunzianesimo e con la Marcia su Roma. La modernità in camicia nera fu una novità non piccola, ammirata e persino imitata. Oggi i soli creatori sono gli stilisti ermafroditi della Moda.

Eppure, se qualcosa è rimasto di quello che fu il nostro talento, non dovremmo essere noi discendenti di Scipio, Botticelli e Pico della Mirandola a inventare per primi  la cura di una lebbra partitica che devasta noi più che i nostri cugini e cognati d’Europa?

Michele Serra, scrivendo il 20 settembre sui furti orgiastici della Pisana (cui sono spettati i legislatori più sguaiati, non più ladri, dello Stivale+Isole) sostiene bugiardamente che c’è un capobastone Pdl in ciascuno di noi, che l’Italia è abitata da 60 milioni di Fioriti. E’ una scempiaggine, una manifestazione isterica, naturalmente. A parte che i tanti milioni di iscritti all’anagrafe, anche volendo, non saprebbero rubare come i ns/ politici professionisti, l’Italia ha forse il volontariato più vasto di tutti; e quelli del volontariato si sacrificano per i loro slanci come Michele Serra non immagina (deve frequentare solo politici e intellettuali progressisti). Quelli del volontariato arrivano a fare a piedi le strade della metropoli per poter pagare il tram che porta alla mensa fuori città: lì sfacchinano a servire pasti ai poveri e a nettarne i tavoli.

Ma Serra prorompe inaspettatamente  nell’esclamazione “Non mi convince la Democrazia Diretta” (perché, appunto, siamo tutti Fioriti). Dunque, nella disperazione di scoprire che la sua Repubblica è tutta Lazio, Michele Serra attesta a contrario  che la sola alternativa al male assoluto che abbiamo è la Democrazia (quasi) Diretta. Bravo Serra. ha visto la Luce! Non c’è che cestinare la Costituzione -l’Atto di proprietà che intesta il paese ai ladri- e cacciare tutti i politici, cominciando da chi non fa altro dal 1945 e ci è costato vari milioni di soli emolumenti legali. Per cacciare tutti e presto sarebbe ottimale il colpo di Stato. Però la sacrosanta Antipolitica, fattasi gigantesca, potrà forse fare da sé, senza carri armati, se accelererà un processo rivoltoso delle coscienze che è già cominciato, grazie a Dio.

Vent’anni fa l’America sembrò avere scoperto con Ross Perot che la democrazia poteva smettere d’essere rappresentativa, cioè truffaldina: “Se sarò eletto presidente governerò insieme ai cittadini, che sono the owners of America. Sottoporrò loro tutte le decisioni, risponderanno con tutti i mezzi delle tecnologie”. Perse onorevolmente e la democrazia elettronica cadde in letargo, l’America è rimasta plutodemocratica. Però la Svizzera, ufficialmente una democrazia diretta, funziona bene a referendum: su tutto l’ultima parola è dei cittadini, non dei politici.

La democrazia diretta assoluta, con 300 milioni di decisori in USA e 60 milioni in Italia non è concepibile. Però il referendum sovrano sì. E poi si potrà fare come ad Atene: lì la Polis era divisa in dieci segmenti i quali governavano e legiferavano a turno, e potevano farlo perché erano in pochi.  Destinato il suffragio universale ai soli referendum (resi agevoli, numerosi e onnipotenti) e cancellata la rappresentanza, determineremmo condizioni ateniesi ed elvetiche riducendo la Polis attiva a 300 o 500 mila super-cittadini, sorteggiati per un turno semestrale tra categorie molto qualificate, in possesso di requisiti oggettivi o meritevoli per opere svolte, con divieto di rinnovi perché non rinasca la professione politica. Tra i supercittadini si sorteggerebbero tutte le figure oggi elettive o prodotte da alleanze e maneggi. Beninteso, una sola Camera, di 100-150 sorteggiati per 6 mesi. I partiti, sciolti e costretti a restituire il maltolto. I costi complessivi, ridotti di nove decimi. Campi di lavoro coatto per quasi tutti gli ex-politici.

Col crescere in importanza degli uffici da ricoprire, il sorteggio si farebbe in segmenti di supercittadini progressivamente più qualificati e più ristretti: il ministro delle finanze sarebbe scelto, a sorte, tra i 30 o 50 più competenti delle finanze. Come in Svizzera, i ministri più importanti si alternerebbero nella guida del governo. L’imperativo assoluto: azzerare fino all’ultimo i professionisti della rappresentanza. Ad Atene si arrivava ad essere Arconti per un giorno, e il giorno dopo tornare a zappare sotto gli ulivi.

A.M.Calderazzi

UNAMUNO NON PARLA ALLA SPAGNA D’OGGI. MA A QUELLA DI DOMANI?

Un secolo fa Miguel de Unamuno fu il maggiore tra gli intellettuali di Spagna, la voce più dolorosa e lirica di quella Generazione del ’98 il cui sorgere dal Desastre di quell’anno – disfatta totale di fronte agli Stati Uniti, perdita dell’impero oceanico- testimoniò che la nazione non moriva, che esprimeva l’intenso pensiero del Regeneracionismo. La cultura spagnola non avrebbe più raggiunto le altezze di Joaquìn Costa, di Ganivet, di Ortega y Gasset e, soprattutto, di Unamuno: filosofo e poeta, anzi profeta, nel senso di sacerdote dello spirito del Paese. Come ha scritto Carlo Bo, il Nostro, “maestro del parlare tragico” e “uomo agonico” non smise mai la meditazione sul passaggio dell’uomo sulla terra e il dialogo col Dio ignoto.

Ma diversamente da Pirandello e da William Blake, cui fu spesso accostato da critici e da storici, Unamuno fu il bardo di una patria prostrata e gloriosa, l’incarnazione del sentimento nazionale. Tale era stato riconosciuto sin da giovanissimo: chiamato a 27 anni alla cattedra di letteratura greca a Salamanca, rettore a 36, un seguito proclamato rettore a vita della più illustre delle università nazionali.

Troppo poeta e troppo romantico per cogliere il potenziale progressista e umanitario del colpo di Stato militare di Miguel Primo de Rivera, che nel 1923 abbatté il morente parlamentarismo dei notabili e dei latifondisti, Unamuno si mise alla testa dell’opposizione intellettuale con tale foga che nel 1924 fu mandato al confino nelle Canarie. Pur veementemente socialista, non aveva intuito che il Dittatore avrebbe governato da amico del popolo e in collaborazione coi socialisti, a quel tempo un partito di onesti. Primo de Rivera non solo non lo sciolse, ma fu sul punto di costituirlo partito unico di regime. Suo alto consigliere fu il capo sindacale Francisco Largo Caballero, futuro capo del governo repubblicano e ‘Lenin spagnolo’. Tali erano il prestigio del rettore e la bonarietà del dittatore che a Unamuno fu permesso di ‘evadere’ in Francia, e fu anche offerta l’amnistia, che rifiutò. Va precisato che, almeno nel primo quinquennio del regime militare, gli oppositori erano un’esigua minoranza. Il colpo di stato contro i partiti e i politici aveva suscitato un consenso assai vasto. Venne meno verso il 1929, quando gli effetti, in Spagna pur non troppo violenti, della Depressione internazionale e gli oneri del grosso debito provocato dalle opere pubbliche e delle provvidenze a favore dei proletari, misero in difficoltà la Dittatura. Primo si dimise spontaneamente.

Unamuno incarnava il paese del suo tempo, povero e, nei suoi intellettuali, nobilmente allucinato. Certo non avrebbe voluto convivere con la Spagna odierna della modernità spinta, dell’omogeneizzazione capitalista,  della bolla immobiliare. E’ altrettanto certo che gli spagnoli d’oggi non possono/vogliono riconoscersi nell’uomo che aveva scritto “Del sentimiento tràgico de la vida” e “Agonìa del cristianismo’. Ma l’Unamuno del Regeneracionismo esaltante, fino a che punto aveva ripudiato i miti antichi della Spagna ‘inmortal’, i miti di Calderon e di Cervantes, che sembravano avere staccato il Paese dall’Europa?

José Luis Varela, della madrilena Universidad Complutense, provò a rispondere a questo interrogativo col saggio ‘Unamuno y la Tradiciòn espagnola’. Non dette una risposta univoca; infatti l’incipit del saggio recitava: “En 1906, todavìa inmerso Unamuno en el reino de las negaciones, considera que nada es mas engagnoso que el concepto de tradiciòn”, e che “con la voz tradiciòn puede entenderse todo, hasta la vuelta al paganismo”. Per Varela è decisivo in proposito il primo dei libri di Unamuno ‘En torno al casticismo’, del 1902 (in italiano rendiamo ‘casticismo’ come tradizionalismo; ‘casta’, a sud dei Pirenei, è la stirpe in purezza): opera che il saggista definiva “excesiva, de mocedad (prima giovinezza) beligerante”, ma in ogni modo situata “a la cabeza del ensayo moderno sobre Espagna”, venuta prima dei Ganìvet, dei Costa e dei Maeztu. In più Varela precisava anche che l’oggetto del ‘combate civil’ di Unamuno era, specificamente, il ‘narcisismo casticista’. Ma aggiungeva, a dissipare l’aspettativa di una risposta netta, che in Unamuno c’è “una palinodìa, que va de la negaciòn rotunda y global a la defensa, cautelosa y condicionada, de la grandeza pasada”. E d’altra parte il rettore di Salamanca “de entrada se declara antinacionalista, ya que sòlo el aire de fuera regenera nuestros pulmones”.

Nei 37 anni trascorsi dalla morte di Franco la Spagna ne ha respirata, di ‘aire de fuera’, persino troppa. Anzi cominciò a respirarne  negli anni Cinquanta. Fatta la scelta dell’alleanza americana, poi dell’apertura al turismo, del capitalismo liberista e della tecnocrazia, cominciò allora, per la conversione del Caudillo e anche per la spinta di Fraga Iribarne, la agognata saldatura all’Europa e al mondo. Risultati, dite voi.

La ‘palinodìa’ che Velarde attribuisce al grande bilbaino non è fatta per coinvolgere i connazionali di Rajoy e Zapatero, ostaggi dell’ipercapitalismo, della prosperità idolatrata e oggi rimpianta, della dissacrazione. Ma forse gli spagnoli di domani avranno anch’essi la loro palinodìa. per tedio della modernità. Potranno riscoprire qualche contenuto casticista, vergognarsi d’essersi troppo vergognati dei lunghi secoli di povertà gloriosa. Uno spagnolo ricco è ributtante, aveva scritto Ganìvet. Gli spagnoli di domani, a valle di una crisi purificante, potranno guardare con simpatia al fervido triennio socialista (1894-97) di Unamuno. Velarde sottolinea che il socialismo, benché ‘experiencia fugaz y juvenil, no fue superficial y literaria(…) Unamuno concibe al socialismo como una nueva religiòn, como superaciòn del egoìsmo de las clases poseedoras”.

Oggi ‘socialismo’ è parola da non pronunciare a tavola, anche in Spagna. Eppure forse il domani è di un neo-socialismo spiritualista, totalmente rigenerato, diametralmente opposto sia alla ferocia assassina del comunismo, sia alla corruzione del craxismo e del felipismo (di battesimo si chiamava Felipe, Felipe Gonzales, il primo governante socialista del post-franchismo). Ramiro de Maeztu, compagno di ‘combate civil’ di Unamuno, propose -da destra-  il Guild Socialism, un comunitarismo che oggi chiameremmo dei kibbuz invece che delle gilde.

Quello che conta, e che resterà per sempre, è l’invocazione del Rettore a favore del popolo spagnolo: “Que le dejen (lascino) vivir en paz y en gracia de Dios. Que no le sacrifiquen al progreso, por Dios, que no le sacrifiquen al progreso!”.

Antonio Massimo Calderazzi