NACQUE IN GALIZIA IL SENTIMENTO D’EUROPA

Abbiamo l’abitudine di pensare: la Nazione continentale che dovremo a tutti i costi creare nel Vecchio Continente -in odio agli USA dovremmo chiamarlo Glorioso Continente- sorse carolingia e renana, sorse sulla volontà di due grandi popoli che si rifanno al fondatore del Sacro Romano Impero di non combattersi mai più. E’ vero, naturalmente. Tuttavia aveva ragione Manuel Fraga Iribarne -che fu presidente della Galizia dopo essere stato governante di vertice a Madrid; senza dubbio il maggiore tra gli studiosi spagnoli investito di responsabilità politiche- quando affermava che il sentimento d’Europa sorse a Compostela:

“Il Camino de Santiago nasce come una stella di orientamento nell’orizzonte dell’età carolingia, allorquando si disegnava un nuovo tipo di società. Il pellegrinaggio ‘visionaliter’ di Carlo Magno a Compostela è il preannuncio di un’Europa che si alza nell’interrelazione e l’interscambio offerti dal pellegrinaggio verso Finisterre. Assistiamo a un sorprendente risorgere del fenomeno jacobeo, a partire dagli importanti studi storici della seconda metà dell’Ottocento. Nel sec.IX Alfonso II delle Asturie non avrebbe organizzato il culto della tomba di Santiago, se non fosse stato per le antichissime tradizioni sulla presenza del primo apostolo martire negli ‘occidentalia loca’. Oggi il moltiplicarsi dei pellegrini a Santiago è un fatto. Giovani soprattutto, di tutti i paesi europei, e anche dal di là dei mari, i quali tornano a percorrere i passi del Camino antico, a vivere l’esperienza del peregrinare. E’ come rileggere la conosciuta pagina del ‘Liber Sancti Iacobi’, che elenca 74 nazionalità le quali venivano ‘en caravana y falanges, cumpliendo sus votos…Unos tocan cìtaras, otros liras, otros tìmpanos, otros flautas, caramillos, trompetas, arpas, violines, ruedas britànicas o galas, otros cantando con cìtaras, otros cantando acompagnados de diversos instrumentos, pasan la noche en vela…”.

Nel nostro contesto culturale, notava ancora il più illustre dei galiziani (Fraga era nato a Villalba presso Lugo), “la decisione di partire in pellegrinaggio esprime per di più una protesta contro le offerte della nostra società. Il Camino come un’esperienza di autenticità e liberazione”.

Il retaggio giacobeo è solo uno dei contorni internazionali della Galizia. Un altro, forse più decisivo, è che a questo antico piccolo regno dell’estremo nord-ovest della penisola iberica la primogenitura europea spetterebbe anche se a Compostela non si fossero trovate le spoglie dell’apostolo Giacomo, “l’amico di Gesù”. Anche se nell’alto medioevo Compostela non fosse stata proclamata dai papi Callisto II e Alessandro III pari a Roma e a Gerusalemme come capitale dei sentimenti cristiani. Parliamo di primogenitura perché la Patria europea ormai nata, anche se vive una fanciullezza difficile, è sorta da un nucleo strettamente occidentale. Ebbene nessuna regione d’Europa, che abbia partecipato alla storia del Continente, è più occidentale del contesto Galizia-Portogallo. Il capo Finisterre, dove in antico si credeva finisse la terra conosciuta, è a soli 60 km dalla cattedrale del Santo Jacopo.

Le risorse ambientali e il retaggio storico sono così ingenti da candidare la Galizia a polo dell’identificazione culturale e del turismo di qualità. Avremo vantaggio se scopriremo questa terra. Impareremo tra l’altro che la lingua galiziana, il gallego, ebbe fino al sec.XV una sorprendente fioritura letteraria. Si poetava in gallego: era la lingua della lirica nell’intero mondo ispano-lusitano, e persino in Sicilia e nella terra occitana. La conformazione del territorio, mentre rese difficili le comunicazioni non solo rispetto alla Meseta, il grande altopiano castigliano, ma anche tra le valli e i comprensori galiziani, facilitò invece la saldatura col nord del Portogallo. Oggi tale nord è integrato alla Galizia in una ‘Comunità internazionale di lavoro’ di diritto europeo.

A partire dall’800 molti galiziani cominciarono a lasciare la loro terra per le Castiglie, l’Andalusia e il Portogallo. Dopo il 1860 si aprì l’emigrazione per l’America latina, Cuba specialmente. La Casa de Galicia all’Avana è uno degli edifici più imponenti dell’isola. Lo Statuto della regione autonoma riconosce la ‘galeguidade’ degli emigrati: le loro rimesse hanno apportato benessere alla Galizia, pur senza stimolare una vera e propria industrializzazione.

Nell’alto medioevo questa terra fu dei re delle Asturie, per poi diventare un piccolo regno indipendente, che comprendeva anche territori poi portoghesi Col sec.XII cominciò il declino: la Galizia mantenne il rango di regno ma fu assorbita dalla monarchia di Castiglia e Leon. Dopo che verso il 1122 fu completata la costruzione della grande cattedrale voluta a Compostela da re Alfonso VI, il pellegrinaggio ai resti dell’apostolo Giacomo e dei discepoli Atanasio e Teodoro divenne il più importante dell’Europa occidentale. Una bolla di Alessandro III istituì l’Anno Santo di Santiago, con la grazia del Giubileo. Ben presto il Camino de Santiago risultò un grande tramite di civiltà grazie agli scambi culturali tra i pellegrini. A fianco della cattedrale di Compostela fiorì pure una scuola dove si traducevano soprattutto le opere del retaggio ellenico, in quella fase custodito dai dotti del mondo arabo. Si ebbe allora la straordinaria fioritura culturale della Galizia. Nella lingua gallega si redassero per un periodo la maggior parte delle creazioni letterarie ispano-portoghesi. Le Cantigas de Santa Maria composte da Alfonso X il Savio re di Castiglia e Leon, forse coll’apporto di artisti della sua corte, restano tra le maggiori cose della grande letteratura. Sono solo la maggiore delle raccolte poetiche medievali ricollegabili alla lingua gallega.

Nell’argomentare che negli anni Novanta la Galizia aveva progredito in sviluppo e in assertività più che in tutta la sua storia contemporanea, Fraga Iribarne citò tra l’altro un grado di digitalizzazione già prossimo a superare quello di Germania e Francia. E concluse: “Non ci aspetta la Terra Promessa, però certamente un tempo di opportunità uniche. Goethe lo direbbe “il presente puro della storia”.

Questo fu Fraga Iribarne, un grande spirito tradito dai propri successi di mezzo secolo fa. Avrebbe dovuto restare alla goethiana altezza del presente puro della storia. Invece fondò un partito.

A.M.C.

LA METEORA FRAGA IRIBARNE

Come capo di uno dei partiti della Spagna fattasi democratica, Manuel Fraga Iribarne fu un fallimento. Se invece si prescinde dalla sua decisione di mettersi nel gioco del parlamentarismo postfranchista, egli fu il politico più colto e significativo di Spagna nella fase tra il 1962 (ingresso nel governo di Franco) e il primo ministero (1976) svincolato dal Caudillo, presieduto dall’abile Nessuno Adolfo Suarez. Già ministro del Movimiento, cioè sahariana in chief, Suarez seppe convertirsi nel primo presidente della Transiciòn alla democrazia. Fraga, vice premier e da molti pronosticato per il posto di Suarez, non volle servire sotto il brillante giovanotto, successore di Carlos Arias Navarro, uno dei principali luogotenenti del Caudillo.

Il partito che Fraga lanciò si chiamava Popular (così si chiama oggi sotto Rajoy) ed era il contrario che popolare: voleva federare le varie destre. Fraga non fece mistero, anche a livello scientifico, di riprendere l’operazione conservatrice di Antonio Canovas del Castillo, il quale governò a lungo la Spagna dopo avere nel 1876 restaurato la monarchia. Canovas fu il Giolitti, meno aperto, del parlamentarismo iberico; fu assassinato nel 1897 dal solito anarchico. I governanti suoi successori furono talmente inefficienti o sfortunati che nel settembre 1923 fu facile al generale marchese Miguel Primo de Rivera, capitano generale della Catalogna, abbattere il regime parlamentare in poche ore, senza spargimento di sangue. Instaurò una bonaria ‘Dictadura’ legale che durò fino al 1930, sempre appoggiata da un largo consenso popolare (notabili e intellettuali a parte). Collaborarono apertamente i socialisti, allora un partito onesto, e il Dictador ricambiò attuando una parte non piccola del loro programma. Fu sul punto di fare di loro il partito unico del regime.

Quando Primo de Rivera prese il potere, il sistema politico della Spagna era un malato terminale: peggio del nostro del 2012, con in più un terribile conflitto sociale. Governava un’oligarchia di notabili liberal-conservatori, a volte corrotti, sempre tesi agli interessi che rappresentavano, tutti indifferenti alla miseria del proletariato. Nelle campagne le famiglie dei braccianti non mangiavano tutti i giorni dell’anno. Spesso non si permettevano un pasto serale. La previdenza sociale e la sanità pubblica non esistevano. Quando arrivavano le malattie e i lutti non c’era che la mendicità. Metà della popolazione era analfabeta. Lo scontro sociale non poteva che essere estremo: nel quinquennio che precedette il golpe di Primo ci furono quasi 1300 attentati, di cui 843 nell’area di Barcellona. Nel 1922 gli scioperi politici erano stati 429. Nel maggio-giugno 1923 -il golpe venne in settembre- lo sciopero generale dei trasporti aveva fatto 22 morti. Si aggiungeva un’aspra guerra coloniale in Marocco.

Dopo la tragedia del 1898 (disfatta nella guerra con gli USA, perdita dell’impero) il pensatore Joaquin Costa, iniziatore del Rigenerazionismo, aveva invocato un ‘cirujano de hierro’, un chirurgo di ferro che amputasse le cancrene. Primo de Rivera fu il chirurgo: chiuse le Cortes, cestinò la Costituzione, affidò ad ufficiali tutti gli organismi pubblici, fece gestire la politica economica a José Calvo Sotelo, un trentaduenne intelligente e molto coraggioso (infatti morì assassinato nel 1936, e la scintilla fece esplodere la Guerra civile). Il generale si applicò quotidianamente a cambiare le cose e a farne edotti gli spagnoli. Il paese, intellettuali all’inizio compresi, accettò il golpe come salutare. La Dictadura mise subito fine alla guerra coloniale. La cooperazione col partito socialista chiuse lo scontro sociale e il terrorismo.

La maggior parte degli storici riconoscono l’efficacia dell’azione economica: la Dictadura costruì strade e case popolari, allargò l’elettrificazione e l’irrigazione, promosse tutte le attività produttive, creò i primi istituti e provvidenze del Welfare (pensioni, assistenza medica, sussidi ai disoccupati e ai poveri), aprì 4.000 scuole. Tutti gli indicatori, buona congiuntura internazionale aiutando, attestarono una prosperità senza precedenti, con un tasso di sviluppo del 5,5%. Per l’aspra opposizione degli agrari Primo non riuscì a dare terra ai contadini, a parte un piccolo programma; però i braccianti miserabili cominciarono a lavorare nelle città (e questo inferocì i latifondisti: la meccanizzazione era infante, perciò l’esodo dei braccianti li danneggiava sul serio). I proletari ebbero assicurato il pane che prima era stato così precario.

L’euforia finì verso il 1929, quando la Grande Depressione si fece sentire un po’ anche in Spagna, e soprattutto diventò schiacciante un debito pubblico molto dilatato dagli ambiziosi programmi di sviluppo e sociali. Il generale, marchese e Grande di Spagna, aveva speso troppo per le plebi che amava, che aveva beneficato materialmente e di cui condivideva il temperamento e le passioni. Amave danzare coi gitani. Quando arrivava un’entrata imprevista, assegnava modeste doti nuziali alle ragazze povere. In una terra di assassinii, andava in ufficio a piedi sapendosi amato. Come massimo consigliere sulle cose del lavoro aveva preso il capo sindacale Francisco Largo Caballero, il futuro ‘lenin spagnolo’ che nel 1937 sarà il penultimo capo di governo della Repubblica ormai rossa. I latifondisti e le destre economiche non  perdonarono al Dictador di avere di fatto redistribuito parte della loro ricchezza. Minato dal diabete e assillato dalla minaccia della bancarotta, nel 1930 Primo lasciò il potere spontaneamente; morì sei settimane dopo in un modesto hotel parigino.

Gli storici concordano: fu un regime di attacco agli assetti tradizionali (del resto la famiglia dei Primo vantava vari generali che nelle guerre carliste avevano parteggiato contro i conservatori). Il Dictador fu una specie di Gracco, alto aristocratico e tribuno della plebe. Avendo neutralizzato il parlamento e i partiti -tranne quello socialista- il Tribuno/Dictador potè dall’alto modernizzare il paese e aiutare nel concreto i proletari, la borghesia minuta e la nascente tecnocrazia. Furono i privilegiati che combatterono accanitamente e poi abbatterono il Dittatore. Rifiutando il liberismo conservatore, fermando l’anarchismo e punendo l’egoismo dei ceti privilegiati, Primo fu il migliore governante spagnolo degli ultimi due secoli.

Cadde a causa del suo disprezzo per quelli che chiamava i ‘politicastros’ liberali e per gli ‘autointellectuales’ di sinistra; più ancora per le destre ottusamente reazionarie ed egoiste. I suoi oppositori non furono mai appoggiati dal popolo: il popolo aveva ricevuto molto dalla dittatura e avrebbe ricevuto assai poco dai politici progressisti quando, a partire dal 1931, instaurarono la loro repubblica. Infine la Dictadura non oppresse né perseguitò gli avversari. Quelli che si esposero più direttamente furono colpiti da multe. Le carceri non si riempirono; non fu fascismo.

Nel momento di entrare nell’agone politico -fin’allora aveva fatto il meritocrate- Manuel Fraga Iribarne avrebbe potuto avere in Primo de Rivera un precedente, un patrimonio e un retaggio di prima grandezza: l’opzione del riformismo energico, fattivo e guidato efficacemente dall’alto, senza politici professionisti. Fraga Iribarne avrebbe dovuto riprendere l’opera innovatrice e giustiziera dove il generale l’aveva lasciata, e portarla più avanti. Avrebbe dovuto proporre modernizzazione e riforme etiche, da fare assieme alla maggioranza sociologica, consonando con le istanze e i valori di quest’ultima. Oltre a tutto l’eredità del Dictador era stata rilanciata e ‘sublimata’ dall’idealismo temerario del figlio José Antonio, fucilato nel 1936, fondatore sì della Falange filofascista ma anch’egli mosso da slanci solidali e di giustizia, anch’egli spregiatore delle imposture della democrazia. Lo stesso franchismo vittorioso della Guerra civile dovette fare propri in qualche misura, attraverso il messaggio di José Antonio, i contenuti popolari del regime primorriverista. Gli spunti di retaggio e di innovazione che si offrivano a Fraga Iribarne erano abbondanti e vividi, anche a volere rinnegare in tutto l’eredità del franchismo, dal quale pure era stato catapultato al vertice. Ricordiamo: la vera Transiciòn dall’autoritarismo fu realizzata da Adolfo Suarez, ex-ministro del Movimiento. Non avrebbe potuto affrontare il futuro un Fraga continuatore di Primo de Rivera, il governante più saggio e il più sincero amico del popolo dai primi dell’Ottocento, quando la Spagna inventò a Cadice il liberalismo progressista?

Invece Fraga Iribarne scelse di lasciarsi portare dalla deriva democratica, con un partito dei banchieri e delle duchesse, senza alcun titolo di nobiltà ideale, senza una storia positiva, senza potenziale di elaborazione e immaginazione, senza candidatura a sperimentare. Fu solo una puntata legittima dal punto di vista dei professionals della politica e degli opinionisti loro soci. Fu la pessima tra le puntate, anche vista dalla sponda della Realpolitik: un paio di competizioni elettorali perdute e Fraga, che aveva titolo a succedere a Franco, si trovò ridotto a notabile della gestione periferica e dei maneggi politici minori.

Tali erano state l’intelligenza, la cultura e la creatività passate -al servizio delle svolte modernizzanti di Franco- che noi continueremo a raccontare Fraga Iribarne: l’uomo che si giocò la grandezza per adeguarsi, abbassandosi, agli altri: agli edificatori della scadente partitocrazia spagnola, solo un po’ meno ladra della nostra, figliastra di quella che Primo de Rivera aveva sbaragliato in poche mosse, per amore del popolo.

Antonio Massimo Calderazzi

SPAGNA: PRIMO TRENTENNIO DI PARTITOCRAZIA

Madrid cadde veramente ai partiti, ladri un po’ meno dei nostri e meno voraci di emolumenti, rimborsi e ricche pensioni, trent’anni fa, il 28 ottobre 1982. Quel giorno il Partito socialista (Psoe), capeggiato dall’affascinante avvocato andaluso Felipe Gonzales, stravinse le elezioni generali: oltre 10 milioni di voti, 205 seggi alle Cortes contro 106 della malaugurata Alianza Popular di Manuel Fraga Iribarne. Il Partito comunista di Santiago Carrillo -successore ragionevole del fazioso parossismo  della ‘Pasionaria’ Dolores Ibarruri (parossismo temperato dalla volpina abilità di Palmiro Togliatti)- fu sul punto di spirare: 4 seggi.

Nei sette anni trascorsi dalla morte di Franco la Transiciòn si era compiuta sotto i governi di Carlos Arias Navarro, Adolfo Suarez e Leopoldo Calvo Sotelo. Quest’ultimo, predecessore immediato di Felipe Gonzales, era nipote di José Calvo Sotelo, importante ex-ministro delle Finanze il cui assassinio nel giugno 1936, ad opera di un ufficiale di sinistra, fece scattare l’Alzamiento dei generali contro la Repubblica. Fu logico che ai socialisti andassero i voti, dato l’errore di Fraga Iribarne di creare il partito ‘grande destra’ dei banchieri e delle marchese, invece di capeggiare una forza antimarxista amica del popolo. Tale era stata, per sei anni a partire dal 1923, la (fortunata) ‘Dictadura’ filosocialista di Miguel Primo de Rivera, e tale era stato in qualche misura persino il primo franchismo, quando era ancora alquanto ispirato al falangismo sociale di José Antonio (figlio di Miguel) fucilato nel 1936 dai repubblicani.

Col 1982 cominciò il partitismo all’italiana, inevitabilmente destinato ad evolvere nella corruzione delle tangenti; infatti la prima lunga parentesi di potere socialista finì (1996) per scandali di tangenti. Ma la corruzione pervase l’intero sistema partitico: politici ed amministratori pubblici vollero incassare la percentuale sul tumultuoso sviluppo dell’economia: cominciando dall’edilizia, dove le licenze e le variazioni urbanistiche fruttavano e fruttano tangenti pronta cassa. Rinvii a giudizio e condanne sono abbastanza frequenti, ma gli scandali non accennano a ridursi. Dopo Felipe Gonzales fu la volta del governo di José Maria Aznar, brillante capo del partito creato da Fraga Iribarne; poi venne la riscossa socialista con José Luis Zapatero. Ora gestiscono i conservatori di Mariano Rajoy.

Come diversamente sarebbero andate le cose se una personalità eccezionalmente forte -in Spagna e nel mondo Fraga era apparso possibile successore di Franco- si fosse rivolto alla maggioranza sociologica invece che alle destre. L’uomo che aveva convinto il Caudillo a liberalizzare il regime fece male a non mantenere la promessa, fatta persino al carneade qui sottoscritto, di mettere il popolo, la gente, al cuore del suo manifesto politico. Disse, testualmente: “Calderazzi le prometto: nel Programma di Alleanza leggerà molto di ciò che propone”. Non andò così. Fraga mancò al suo destino.

L’avvio del partitismo integrale non fu aiutato dalla congiuntura economica. Quest’ultima era stata più favorevole all’ultima fase franchista. Nel 1970 i disoccupati non arrivavano a 200 mila; nel 1980 superavano 1,5 milioni; nel 1985 tre milioni. Tra la gente si fece frequente l’espressione “con Franco se vivìa mejor”. Se nel 1970 c’era il pieno impiego era anche in quanto un milione di spagnoli erano emigrati all’estero, e tra l’altro con le loro rimesse miglioravano la bilancia dei pagamenti. Soprattutto il lavoro c’era grazie al boom. Invece nel 1980 l’indice della borsa era sotto il 50% del valore di dieci anni prima. Come nel resto dell’Occidente si dovettero riconvertire interi comparti industriali, quali la costruzione navale e la siderurgia. A posteriori Felipe Gonzales dovette ammettere che aveva sbagliato a promettere 800 mila nuovi posti di lavoro in quattro anni. Fu il primo presidente del Governo a non farsi insignire di un grosso titolo nobiliare all’uscire di carica. Adolfo Suarez era stato fatto duca, Arias Navarro e Leopoldo Calvo Sotelo marchesi, e tutti e tre Grandi di Spagna. Franco, avendo rinunciato a diventare re, era rimasto generale.

Ma non fu il declino della congiuntura, bensì quello dell’etica pubblica a chiudere il quattordicennio di Felipe. Nel 1996 Josè Maria Aznar, brillante successore di Fraga alla testa del partito ‘popular’ (conservatore), sconfisse alle elezioni generali un governo Gonzales indebolito dagli scandali. Investito di una maggioranza larghissima il Partito socialista, erede di una tradizione onorevole, era degenerato nel felipismo, versione nazionale del craxismo, apoteosi delle tangenti. Ma la logica della democrazia partitica voleva che di corruzione si ammalassero anche gli avversari. Il sospetto cadde anche sui conservatori di Aznar, poi di nuovo sui socialisti di Zapatero. Oggi non si può dire che il malcostume macchi un partito spagnolo in particolare. Come in Italia, macchia tutti.

Hanno contribuito le autonomie regionali: la moltiplicazione dei centri di potere ha avvicinato ai decisori pubblici i detentori del denaro. Imboccata la via del partitismo amico degli affari, la Spagna ha perso la sua secolare specificità, di anteporre alla ricchezza l’onore orgoglioso. Angel Ganivet, tormentato diplomatico-scrittore, aveva definito disgustoso qualsiasi spagnolo ricco. E invece la Spagna ha imparato dall’Italia, maestra di malapolitica imbellettata di democrazia, erede di un millenario retaggio di corruttela, materna genitrice di Machiavelli e di Togliatti. Madrid e le Comunidades Autonomicas non sono arrivate al degrado di Roma e dei covi decentrati della nostra corruzione. Ma, grazie alle preclari virtù del processo democratico, sono sulla buona strada.

A.M.C.

ONIDA CONFERMA: DI QUESTO PASSO SI INVOCHERA’ L’UOMO FORTE

Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale -cioè uno degli esuberi, il giorno che la Costituzione e la Corte saranno cestinate- ha incriminato gli italiani in blocco nell’irosa risposta che ha dato (‘Corriere’ 24 settembre) a Michele Ainis; il quale aveva definito zavorra il decentramento dello Stato, e sostenuto che dalla riforma nel 2001 del titolo V della parte seconda della Costituzione sono cominciati certi nostri guai. L’Emerito ha indirizzato contro “l’amico e collega” una serie di duri ‘non è vero’: 1) che la Costituzione trasformi le Regioni in potentati (“i potentati sono dovunque, al centro e in periferia, e la Costituzione non c’entra”); 2) che la Costituzione incoraggi il ‘centralismo’ delle Regioni a scapito dei municipi e consegni il governo del territorio alle mani rapaci delle Regioni; 3) che le Regioni a statuto speciale siano anacronismi (“esse sono luoghi di esperienze (sic), come del resto le Regioni ordinarie; 4) che abbia senso chiedere che lo Stato si riappropri di competenze.

Fin qui un dissenso di dottrina tra costituzionalisti. Però Onida va oltre. Accusa Ainis di “accarezzare per il verso del pelo la demagogia imperante che cerca il colpevole di tutto nelle istituzioni (…) senza mai domandarsi se non si debba chiedere conto di ciò che ci scandalizza, non a questa o quella istituzione della Repubblica, ma ai nostri concittadini elettori, i quali col loro voto hanno mandato in parlamento e al governo i famosi ‘nominati’ che hanno approvato le peggiori leggi ed eletto e rieletto discussi presidenti e consiglieri” (N.d.R: Chi avrebbero potuto eleggere, se tutti i politici appartengono alla stessa Casta?). Infierisce sugli italiani la requisitoria: “I politici contro cui si inveisce sono quelli che gli elettori hanno scelto. Non c’entra la Costituzione”.

Vi aspettavate che fosse un pontifex maximus del culto della dea CartaCost a testimoniare le malefatte dei Nonni Fondatori, laddove congegnarono un sistema nel quale gli elettori -il popolo ‘sovrano’- non contano niente, e tutto appartiene ai farabutti insediati dalla Costituzione? Che potevano fare gli elettori se non precipitarsi come lemmings, plagiati a credere che le urne siano la democrazia, ad annegarsi nella gora del partitismo organato dalla gloriosa Carta? Forse che se gli elettori-lemmings avessero scelto la lista Y invece che la Z il risultato sarebbe stato diverso, e non saremmo dove siamo? Forse che la Carta non ha generato la peggiore politica dell’Occidente?

E’ naturale che il pontifex rivendichi le virtù della sua Dea. E’ innaturale e maramaldesco che lo faccia incolpando le vittime dell’oppressione ingegnerizzata dai Costituenti. Michele Ainis, bersaglio dell’intemerata dell’Emerito, ha buon gioco a replicare: “Se la buona democrazia dipende dalle persone e non anche dalle regole, noi costituzionalisti faremmo bene a cambiare mestiere”.

Il pontifex si riscatta in grande col concetto finale della sua argomentazione: “A furia di fare della demagogia anti-istituzionale, rischiamo di alimentare il disamore per la democrazia e di preparare la strada all’invocazione dell’Uomo forte”. Questa sì che è verità sacrosanta: rischiamo di alimentare. Due avvertenze, peraltro: 1) non di disamore occorre parlare, ma di disgusto e odio per ciò che  dobbiamo ai detti Fondatori, non per la democrazia. La democrazia, un giorno, sarà tutt’altra cosa, senza gli eletti della casta. 2) I mali dell’Uomo forte saranno poca cosa rispetto al ‘governo dei delinquenti ai sensi della Costituzione’. Chi si sente di prevedere che gli italiani offriranno i petti ai blindati dell’Uomo forte, perdipiù agitando copie della Costituzione, il ‘libretto rosso’ del misoneismo?

A.M.C.

MAI PIU’ SALVATAGGI DI INDUSTRIE FINTE

L’11 settembre, sui problemi di Alcoa e simili, ‘La Stampa’ ha pubblicato un articolo di pure verità, ‘la Repubblica’ un articolo di pure falsità. Il primo ha un titolo che dice tutto: “Perché da noi il salvataggio è impossibile”. Ha scritto l’autore, Luca Ricolfi: “Che cosa si può fare? Mi spiace essere crudo, ma la sola risposta è: niente. O meglio: molto di assistenziale, poco di industriale. Siamo in Europa e gli operai che perdono il lavoro hanno diritto a qualche forma di sostegno del reddito. Ma non raccontiamo la fiaba che spingere un’azienda straniera a produrre in perdita sul nostro suolo sia ‘politica industriale’, o sia una scelta razionale. La realtà è che produrre in Europa è sempre meno conveniente”.

Da quando Internauta esiste, alcuni di noi non fanno che dire queste cose, dire che dobbiamo accettare il ritorno alla povertà e riprogettare una vita con poco reddito, niente mutuo casa e bassi consumi. Dirlo dalla sponda opposta a quella del ‘Wall Street Journal’ e del ‘Liberista’; dirle dalla sponda del “New Collectivism”, del “Guild Socialism” e de ‘Il Confronto’, la testata milanese di cui Internauta è figlio e che tra il 1965 e il ’70 invocò -anche con la voce di Roger Garaudy, allora il maggiore teorico del PCF, e di alcuni altri grandi della sinistra umanista- un comunismo che si ribellasse a Mosca e al togliattismo, un comunismo che scegliesse la libertà. Da quando esiste Internauta  rifiuta, tra le categorie del sinistrismo tradizionale e insincero, la solidarietà meccanica alle lotte sindacal-politiche.

L’articolo di ‘Repubblica’ ha un titolo che dice ‘tutto’ e, per un altro verso, meno che niente: “I doveri di un governo”. Ecco alcuni concetti dell’autrice, Chiara Saraceno: “Nessuno, tanto meno chi governa, può permettersi di dire che non c’è nulla da fare. Il governo non può tirarsi fuori dalle proprie responsabilità di fronte a migliaia di lavoratori e lavoratrici e delle loro famiglie. Occorre, per questi operai, preparare occasioni di lavoro sostenibili. Invece di ripeterci che il lavoro non è un diritto esigibile e che il governo non può garantire il lavoro a tutti, il governo dovrebbe ricordare l’art.4 della Costituzione. Meglio se contestualmente investe e fa investire nella produzione di beni collettivi. Se non ora, quando?”

Non una di queste parole è degna di rispetto. Al contrario: la mano pubblica non dovrà fare più nulla, dopo l’orgia di elargizioni  a colpi di indebitamento, a favore di alcuna impresa rifiutata dai mercati.  Quell’impresa chiuda, qualunque il numero dei licenziamenti. La legge della caccia ai voti non consente tanta nettezza, ma è una legge putrida. Un giorno le urne elettorali andranno chiuse for good e i decisori saranno scelti dal sorteggio tra persone competenti. Tutte le vittime dei licenziamenti, anche dell’indotto, meritano un assegno di (pura) sopravvivenza, uguale per tutti; e questo è l’unico serio tra ‘i doveri del governo’ enunciati dalla Saraceno.

La più stolta delle cui asserzioni è “occorre preparare occasioni di lavoro sostenibili”. Che vuol dire ‘preparare’ se non trovare miliardi ora inesistenti per la resurrezione, vietata dall’Europa, di imprese artificiali, produttrici di merci invendibili, oppure per lavori pubblici superflui? Se trovati, non sarebbero miliardi a carico dei contribuenti, maestranze sarde comprese? E’ capace, la prof.Saraceno, di far pagare il solo ‘One per Cent’, come dicono negli USA? La Nostra deplora il governo perché ripete che il lavoro non è un diritto esigibile, e che non può garantire il  lavoro a tutti;  addita l’art.4 della Costituzione. Orbene quest’ultimo è, di una Carta lardellata di gassosità e di menzogne, uno dei precetti più vuoti, bugiardi e perfettamente ignorati. Infatti per “promuovere le condizioni che rendano effettivo il diritto al lavoro” la Repubblica può solo finanziare imprese senza senso, cioè non-imprese. Invece questo non deve farlo più. Può distribuire pane e latte, non stipendi, e meno che mai quanto serve per il mutuo e le altre voci della condizione sotto-borghese. Impagabile il botto finale della pirotecnia di ‘Repubblica’: “Meglio se contestualmente (il governo) investe e fa investire nella produzione di beni collettivi. Se non ora quando?”. A questa domanda, che in realtà è uno sciocco slogan delle lotte femministe, va risposto ‘Mai’.

Le cose affermate dalla Saraceno sono sufficientemente fallaci. Ancora più colpevoli sono le omissioni: Non ha scritto che il lavoro sarebbe un diritto se la nostra fosse una società collettivista e protesa al bene (alcuni di Internauta la amerebbero), invece che edonista-consumista? Perché Saraceno con convince il suo editore miliardario a propugnare il passaggio al collettivismo idealista del kibbuz? Né ha scritto che per  tassare i soli ricchi, compresi gli intellettuali di Capalbio, occorrerebbe quel maremoto politico che terrorizzerebbe il miliardario editore e lei stessa. E’ pronta a sborsare a favore di Sulcis Alcoa Fincantieri Irisbus Termini Imerese?

A.M.Calderazzi

BLUEPRINT PER LA DEMOCRAZIA DIRETTA NEO-ATENIESE SELETTIVA

1. Cancellata per sempre la delega elettorale, in Italia produttrice della peggiore politica d’Occidente, la sovranità del popolo non viene più ceduta ai rappresentanti espressi dalle urne: essa resta ai ‘cittadini qualificati’ -o cittadini attivi, o supercittadini- scelti per un anno dal sorteggio. Essi la esercitano direttamente in continuo, sia attraverso la consultazione e deliberazione via telematica,  sia in quanto sorteggiati in 2° grado a fare un turno breve (p.es. un semestre) negli organi deliberativi ed esecutivi, governo centrale compreso. Il sorteggio sostituisce le elezioni. La Costituzione va cambiata in toto. Lo Stato paga la consulenza informatica a chi ne necessita.

2. Il suffragio universale resta solo per i referendum, anche propositivi, tutti senza quorum e resi più facili da indire. Le decisioni referendarie sono vincolanti: le leggi e gli altri atti legislativi ed esecutivi non possono contraddirle o svuotarle. In questo senso la Democrazia Diretta acquista una fisionomia elvetica, sedici anni fa additata come esemplare ai Paesi occidentali da uno speciale di ‘The Economist’.

3. La ‘cittadinanza  qualificata’ si attribuisce a 500.000 persone per ciascun turno annuale, estratte a sorte da un computer centrale della Magistratura, sotto gli opportuni controlli e in presenza di determinati requisiti: cultura, esperienze lavorative/operative, meriti civici -volontariato, etc- pienamente documentabili. Un organo ad hoc della magistratura compila e aggiorna l’Albo dei Cinquecentomila, accogliendo o respingendo le domande d’iscrizione volontariamente presentate dai cittadini; la magistratura accerta che nessun supercittadino abbia carichi pendenti, sia inquisito o imputato.

4. Prestare il “servizio politico” da supercittadini non è obbligatorio; dà diritto a un modesto compenso di base (p.es. 1.000 euro per turno annuale) contro la disponibilità ad essere sorteggiati e sondati ufficialmente; il compenso aumenta se il sondaggio diventa molto impegnativo in termini di prestazione e studio.

5. Dopo un semestre di appartenenza all’Albo dei Cinquecentomila, i supercittadini possono essere sorteggiati in II grado al loro interno per servire un secondo semestre in uno degli organi deliberativi -consigli comunali e regionali, parlamento monocamerale di 200 membri sorteggiati- oppure esecutivi -giunte comunali e regionali; governo centrale.

6. Col salire in importanza degli uffici da ricoprire devono crescere i requisiti dei cinquecentomila supercittadini: chiunque di loro può essere sorteggiato per sedere nel consiglio di un piccolo comune; solo le 300 persone incluse per qualifiche e meriti oggettivi nella classe più alta di supercittadini possono essere estratti a sorte per un semestre nei governi regionali; solo tra i 50 supercittadini di vertice sono sorteggiati i 10 membri dell’esecutivo centrale: uno dei quali a turno presiede il governo, un altro assolve le mansioni di capo dello Stato.

7. I Cinquecentomila vengono sorteggiati per un anno tra persone in possesso di requisiti quali:

– cultura: da laurea in su, oppure meriti intellettuali dimostrabili oggettivamente: p.es. premi, concorsi vinti, altri riconoscimenti oggettivabili;

– esperienze lavorative/operative: p.es. dirigenti, imprenditori, sindacalisti da almeno 10 anni; capi-operai da almeno 15 anni;

-meriti civici: p.es. volontariato svolto full time da almeno 5 anni, part time da 10 anni.

8. I supercittadini selezionati per sorteggio a far parte degli organi deliberativi ed esecutivi del livello più alto possono, a titolo eccezionale e in presenza di meriti e requisiti straordinari, sostituirsi al sorteggio e designare a maggioranza un capo straordinario del governo. Di norma il governo è presieduto a turno da uno dei suoi Dieci membri.

9. I membri del governo svolgono a turno le funzioni di capo dello Stato, le cui attribuzioni e facoltà vengono ridotte al minimo essenziale, mentre sono rinvigorite quelle del capo a turno dell’Esecutivo (governo centrale). Sono eliminati gran parte dei ruoli cerimoniali e di rappresentanza. La reggia del Quirinale va chiusa, venduta o riutilizzata. Idem per le altre residenze presidenziali. I fondi di dotazione e i dipendenti di tutti gli organi di vertice delle  istituzioni vanno ridotti fino all’80%. Ad ogni livello, anche periferico, le sedi di prevalente prestigio vengono chiuse, oppure ridotte fortemente nel personale e nei costi.

10. La miniaturizzazione dei costi di rappresentanza e prestigio porterà qualche pregiudizio a livello diplomatico, PR e simili, ma il Paese guadagnerà reputazione se dedicherà le risorse risparmiate ad opere più importanti del protocollo e degli usi diplomatici. P.es. la Democrazia Diretta metterà fine alle consuetudini mondane onde poter cancellare indegnità quali il non assicurare automaticamente un tetto decente ai senza dimora, un pasto agli scolari poveri, un reddito di sussistenza alle famiglie senza reddito. Trascurando la riprovazione di  diplomatici e ciambellani stranieri non si destineranno risorse, p.es., a ricevimenti, parate, visite di Stato, etc.: eventi quasi sempre futili o privi di utilità. La Democrazia Diretta farà rivivere gli ideali repubblicani di sobrietà, che nella storia si contrapposero allo sfarzo e all’elitismo delle monarchie.

 A.M.Calderazzi

Ps. Di solito per le risposte utilizzo un apposito articolo, ma stavolta prendo poche righe in calce all’oggetto della mia critica, spero costruttiva. Mi pare che un problema su cui si debba riflettere sia la poca durata del mandato dei “supercittadini”, che  potrebbe essere di ostacolo alla creazione ed all’impiego di una competenza specifica nelle cose di governo. Il rischio, in parole semplici, è che quando finalmente un sorteggiato ha sviluppato le competenze per governare al meglio, il suo tempo sia scaduto. Mi pare tuttavia un problema superabile se alla “politica” lasciata in mano ai “supercittadini” si affiancasse una “burocrazia tecnica”, gestita rigidamente su criteri di neutralità e competenza, in grado di incanalare le proposte politiche ed evitare derive pericolose. Dei tecnici insomma col potere di dire “questo non si può fare” ai politici, ancorché questi ultimi fossero uomini degni e probi e selezionati con l’estrazione a sorte. Per evitare incrostazioni, anche i tecnici dovrebbero avere mandati di durata predeterminata e non rinnovabile.

Tommaso Canetta

CONTRO LA POLITICA ALLA “FIORITO”, UNA NUOVA DEMOCRAZIA

La domanda banale è, perché le prassi della Regione Lazio sarebbero peggiori di tutte le altre prassi della nostra politica? Non sono peggiori. A Roma e ad Anagni non c’è che l’accentuazione dialettale di un’identica realtà nazionale. La democrazia basata sulle urne promuove i peggiori e corrompe i pochi virtuosi, dunque lo Stivale politico è tutto Lazio. Per fare contenti gli estimatori dei costumi della politica, metti, bellunese o astigiana, diciamo che nella Polis dei discendenti dei Quiriti risaltano più che altrove i lineamenti porcini: la cosa pubblica come truogolo.  Altrove, in tradizioni meno edonistiche e più lontane dal letame, si evitano le enormità del trimalcionismo. Tuttavia è tale la normalità del male che ora si invoca l’abolizione delle Regioni, non solo delle Province: come se tale abolizione fosse cosa semplice. Aggiungiamo: c’è differenza sostanziale tra le sconcezze alla Fiorito e quelle di ogni altro livello della cleptopolitica partorita dalla Più Bella delle Costituzioni? Ci mancava il bunga bunga per sdoganare ogni possibile trasgressione.

L’Italia che soffre le patologie più gravi rispetto a ogni altra contrada della democrazia elettoralistica dovrebbe essere prima a produrre anticorpi e a concepire autoterapie. Ma ha smesso da secoli d’essere reattiva e di creare. Nei millenni aveva inventato parecchio, valori come disvalori: una tribù pastorale che diventa grande impero e plasma  l’Occidente; i Comuni faziosi e prosperi; il Papato temporale; il paganesimo rinascimentale. Poi l’estro si spense e nei successivi cinque secoli la creatività traslocò for good. L’Italia fece qualcosa di originale solo col dannunzianesimo e con la Marcia su Roma. La modernità in camicia nera fu una novità non piccola, ammirata e persino imitata. Oggi i soli creatori sono gli stilisti ermafroditi della Moda.

Eppure, se qualcosa è rimasto di quello che fu il nostro talento, non dovremmo essere noi discendenti di Scipio, Botticelli e Pico della Mirandola a inventare per primi  la cura di una lebbra partitica che devasta noi più che i nostri cugini e cognati d’Europa?

Michele Serra, scrivendo il 20 settembre sui furti orgiastici della Pisana (cui sono spettati i legislatori più sguaiati, non più ladri, dello Stivale+Isole) sostiene bugiardamente che c’è un capobastone Pdl in ciascuno di noi, che l’Italia è abitata da 60 milioni di Fioriti. E’ una scempiaggine, una manifestazione isterica, naturalmente. A parte che i tanti milioni di iscritti all’anagrafe, anche volendo, non saprebbero rubare come i ns/ politici professionisti, l’Italia ha forse il volontariato più vasto di tutti; e quelli del volontariato si sacrificano per i loro slanci come Michele Serra non immagina (deve frequentare solo politici e intellettuali progressisti). Quelli del volontariato arrivano a fare a piedi le strade della metropoli per poter pagare il tram che porta alla mensa fuori città: lì sfacchinano a servire pasti ai poveri e a nettarne i tavoli.

Ma Serra prorompe inaspettatamente  nell’esclamazione “Non mi convince la Democrazia Diretta” (perché, appunto, siamo tutti Fioriti). Dunque, nella disperazione di scoprire che la sua Repubblica è tutta Lazio, Michele Serra attesta a contrario  che la sola alternativa al male assoluto che abbiamo è la Democrazia (quasi) Diretta. Bravo Serra. ha visto la Luce! Non c’è che cestinare la Costituzione -l’Atto di proprietà che intesta il paese ai ladri- e cacciare tutti i politici, cominciando da chi non fa altro dal 1945 e ci è costato vari milioni di soli emolumenti legali. Per cacciare tutti e presto sarebbe ottimale il colpo di Stato. Però la sacrosanta Antipolitica, fattasi gigantesca, potrà forse fare da sé, senza carri armati, se accelererà un processo rivoltoso delle coscienze che è già cominciato, grazie a Dio.

Vent’anni fa l’America sembrò avere scoperto con Ross Perot che la democrazia poteva smettere d’essere rappresentativa, cioè truffaldina: “Se sarò eletto presidente governerò insieme ai cittadini, che sono the owners of America. Sottoporrò loro tutte le decisioni, risponderanno con tutti i mezzi delle tecnologie”. Perse onorevolmente e la democrazia elettronica cadde in letargo, l’America è rimasta plutodemocratica. Però la Svizzera, ufficialmente una democrazia diretta, funziona bene a referendum: su tutto l’ultima parola è dei cittadini, non dei politici.

La democrazia diretta assoluta, con 300 milioni di decisori in USA e 60 milioni in Italia non è concepibile. Però il referendum sovrano sì. E poi si potrà fare come ad Atene: lì la Polis era divisa in dieci segmenti i quali governavano e legiferavano a turno, e potevano farlo perché erano in pochi.  Destinato il suffragio universale ai soli referendum (resi agevoli, numerosi e onnipotenti) e cancellata la rappresentanza, determineremmo condizioni ateniesi ed elvetiche riducendo la Polis attiva a 300 o 500 mila super-cittadini, sorteggiati per un turno semestrale tra categorie molto qualificate, in possesso di requisiti oggettivi o meritevoli per opere svolte, con divieto di rinnovi perché non rinasca la professione politica. Tra i supercittadini si sorteggerebbero tutte le figure oggi elettive o prodotte da alleanze e maneggi. Beninteso, una sola Camera, di 100-150 sorteggiati per 6 mesi. I partiti, sciolti e costretti a restituire il maltolto. I costi complessivi, ridotti di nove decimi. Campi di lavoro coatto per quasi tutti gli ex-politici.

Col crescere in importanza degli uffici da ricoprire, il sorteggio si farebbe in segmenti di supercittadini progressivamente più qualificati e più ristretti: il ministro delle finanze sarebbe scelto, a sorte, tra i 30 o 50 più competenti delle finanze. Come in Svizzera, i ministri più importanti si alternerebbero nella guida del governo. L’imperativo assoluto: azzerare fino all’ultimo i professionisti della rappresentanza. Ad Atene si arrivava ad essere Arconti per un giorno, e il giorno dopo tornare a zappare sotto gli ulivi.

A.M.Calderazzi

UNAMUNO NON PARLA ALLA SPAGNA D’OGGI. MA A QUELLA DI DOMANI?

Un secolo fa Miguel de Unamuno fu il maggiore tra gli intellettuali di Spagna, la voce più dolorosa e lirica di quella Generazione del ’98 il cui sorgere dal Desastre di quell’anno – disfatta totale di fronte agli Stati Uniti, perdita dell’impero oceanico- testimoniò che la nazione non moriva, che esprimeva l’intenso pensiero del Regeneracionismo. La cultura spagnola non avrebbe più raggiunto le altezze di Joaquìn Costa, di Ganivet, di Ortega y Gasset e, soprattutto, di Unamuno: filosofo e poeta, anzi profeta, nel senso di sacerdote dello spirito del Paese. Come ha scritto Carlo Bo, il Nostro, “maestro del parlare tragico” e “uomo agonico” non smise mai la meditazione sul passaggio dell’uomo sulla terra e il dialogo col Dio ignoto.

Ma diversamente da Pirandello e da William Blake, cui fu spesso accostato da critici e da storici, Unamuno fu il bardo di una patria prostrata e gloriosa, l’incarnazione del sentimento nazionale. Tale era stato riconosciuto sin da giovanissimo: chiamato a 27 anni alla cattedra di letteratura greca a Salamanca, rettore a 36, un seguito proclamato rettore a vita della più illustre delle università nazionali.

Troppo poeta e troppo romantico per cogliere il potenziale progressista e umanitario del colpo di Stato militare di Miguel Primo de Rivera, che nel 1923 abbatté il morente parlamentarismo dei notabili e dei latifondisti, Unamuno si mise alla testa dell’opposizione intellettuale con tale foga che nel 1924 fu mandato al confino nelle Canarie. Pur veementemente socialista, non aveva intuito che il Dittatore avrebbe governato da amico del popolo e in collaborazione coi socialisti, a quel tempo un partito di onesti. Primo de Rivera non solo non lo sciolse, ma fu sul punto di costituirlo partito unico di regime. Suo alto consigliere fu il capo sindacale Francisco Largo Caballero, futuro capo del governo repubblicano e ‘Lenin spagnolo’. Tali erano il prestigio del rettore e la bonarietà del dittatore che a Unamuno fu permesso di ‘evadere’ in Francia, e fu anche offerta l’amnistia, che rifiutò. Va precisato che, almeno nel primo quinquennio del regime militare, gli oppositori erano un’esigua minoranza. Il colpo di stato contro i partiti e i politici aveva suscitato un consenso assai vasto. Venne meno verso il 1929, quando gli effetti, in Spagna pur non troppo violenti, della Depressione internazionale e gli oneri del grosso debito provocato dalle opere pubbliche e delle provvidenze a favore dei proletari, misero in difficoltà la Dittatura. Primo si dimise spontaneamente.

Unamuno incarnava il paese del suo tempo, povero e, nei suoi intellettuali, nobilmente allucinato. Certo non avrebbe voluto convivere con la Spagna odierna della modernità spinta, dell’omogeneizzazione capitalista,  della bolla immobiliare. E’ altrettanto certo che gli spagnoli d’oggi non possono/vogliono riconoscersi nell’uomo che aveva scritto “Del sentimiento tràgico de la vida” e “Agonìa del cristianismo’. Ma l’Unamuno del Regeneracionismo esaltante, fino a che punto aveva ripudiato i miti antichi della Spagna ‘inmortal’, i miti di Calderon e di Cervantes, che sembravano avere staccato il Paese dall’Europa?

José Luis Varela, della madrilena Universidad Complutense, provò a rispondere a questo interrogativo col saggio ‘Unamuno y la Tradiciòn espagnola’. Non dette una risposta univoca; infatti l’incipit del saggio recitava: “En 1906, todavìa inmerso Unamuno en el reino de las negaciones, considera que nada es mas engagnoso que el concepto de tradiciòn”, e che “con la voz tradiciòn puede entenderse todo, hasta la vuelta al paganismo”. Per Varela è decisivo in proposito il primo dei libri di Unamuno ‘En torno al casticismo’, del 1902 (in italiano rendiamo ‘casticismo’ come tradizionalismo; ‘casta’, a sud dei Pirenei, è la stirpe in purezza): opera che il saggista definiva “excesiva, de mocedad (prima giovinezza) beligerante”, ma in ogni modo situata “a la cabeza del ensayo moderno sobre Espagna”, venuta prima dei Ganìvet, dei Costa e dei Maeztu. In più Varela precisava anche che l’oggetto del ‘combate civil’ di Unamuno era, specificamente, il ‘narcisismo casticista’. Ma aggiungeva, a dissipare l’aspettativa di una risposta netta, che in Unamuno c’è “una palinodìa, que va de la negaciòn rotunda y global a la defensa, cautelosa y condicionada, de la grandeza pasada”. E d’altra parte il rettore di Salamanca “de entrada se declara antinacionalista, ya que sòlo el aire de fuera regenera nuestros pulmones”.

Nei 37 anni trascorsi dalla morte di Franco la Spagna ne ha respirata, di ‘aire de fuera’, persino troppa. Anzi cominciò a respirarne  negli anni Cinquanta. Fatta la scelta dell’alleanza americana, poi dell’apertura al turismo, del capitalismo liberista e della tecnocrazia, cominciò allora, per la conversione del Caudillo e anche per la spinta di Fraga Iribarne, la agognata saldatura all’Europa e al mondo. Risultati, dite voi.

La ‘palinodìa’ che Velarde attribuisce al grande bilbaino non è fatta per coinvolgere i connazionali di Rajoy e Zapatero, ostaggi dell’ipercapitalismo, della prosperità idolatrata e oggi rimpianta, della dissacrazione. Ma forse gli spagnoli di domani avranno anch’essi la loro palinodìa. per tedio della modernità. Potranno riscoprire qualche contenuto casticista, vergognarsi d’essersi troppo vergognati dei lunghi secoli di povertà gloriosa. Uno spagnolo ricco è ributtante, aveva scritto Ganìvet. Gli spagnoli di domani, a valle di una crisi purificante, potranno guardare con simpatia al fervido triennio socialista (1894-97) di Unamuno. Velarde sottolinea che il socialismo, benché ‘experiencia fugaz y juvenil, no fue superficial y literaria(…) Unamuno concibe al socialismo como una nueva religiòn, como superaciòn del egoìsmo de las clases poseedoras”.

Oggi ‘socialismo’ è parola da non pronunciare a tavola, anche in Spagna. Eppure forse il domani è di un neo-socialismo spiritualista, totalmente rigenerato, diametralmente opposto sia alla ferocia assassina del comunismo, sia alla corruzione del craxismo e del felipismo (di battesimo si chiamava Felipe, Felipe Gonzales, il primo governante socialista del post-franchismo). Ramiro de Maeztu, compagno di ‘combate civil’ di Unamuno, propose -da destra-  il Guild Socialism, un comunitarismo che oggi chiameremmo dei kibbuz invece che delle gilde.

Quello che conta, e che resterà per sempre, è l’invocazione del Rettore a favore del popolo spagnolo: “Que le dejen (lascino) vivir en paz y en gracia de Dios. Que no le sacrifiquen al progreso, por Dios, que no le sacrifiquen al progreso!”.

Antonio Massimo Calderazzi

ALTI INSEGNAMENTI DEL PENSIERO GRAMSCISTA – CRITICA A LUCIANO CANFORA

Membro non solo di un organismo autorevole, Institute for the Classical Tradition, ma anche di un altro così così, la romana Fondazione Istituto Gramsci, il brillante filologo e storico Luciano Canfora si è lanciato tempo fa sul ‘Corriere’ in un autentico esercizio di bravura: dire e non dire, vilipendere e difendere i ‘topoi’ del presente e morente discorso politico. Una volta mi scrisse d’essere stato rallegrato da un opuscolo “il Pericle elettronico” che a lui studioso della grecità avevo mandato, opuscolo che denigrava il più accanitamente possibile le istituzioni e le idee obbligate del marasma politico a noi contemporaneo. E’ dunque certo che al prof. Canfora l’ideologia demoparlamentare piace come al cane la cipolla. Però deridere apertamente la convenzione risalente ai Padri costituenti non si usa, o costa fatica. Ed ecco che Luciano Canfora lascia che lo si pensi condividere la critica tradizionale alla  “tirannia dei molti”, cioè ad ogni possibile formula di democrazia diretta, ormai matura e attuale dopo un paio di secoli di tedio del parlamentarismo. Canfora stesso appare riferirsi più volontieri alle conquiste dell’arcontato di Solone (594/3) che a quelle della Seconda Repubblica italiana.

Il filologo della Fondazione Istituto Gramsci premette ad altri ragionamenti un plauso a Solone per avere insegnato “che non si deve rischiare di cadere in schiavitù per debiti”. Questo rischio non è oggi molto attuale, però il plauso a Solone gli viene utile per poter deplorare “i finanzieri del tempo nostro, nonché i responsabili delle strutture bancarie, che sull’altrui indebitamento prosperano”. Altra scappellata al politicamente corretto: “Una forte corrente di pensiero politico moderno nella seconda metà del sec.XX, su impulso di una figura notevole come F.Mitterrand, pose il problema della cancellazione del debito di alcuni paesi del Terzo e Quarto mondo”. Canfora sorvola sulle spese militari, sulla corruzione e sul saccheggio dei politici che hanno fatto gigantesco il debito del Terzo e Quarto mondo.

Messa a verbale la propria conformità alla “forte corrente di pensiero politico moderno”, Canfora ammette che “tirannide è parola dal significato in origine non negativo” e che era stato il demo di Atene (il popolo sovrano) “ad attribuire all’abile demagogo Pisistrato una guardia del corpo armata come strumento e garanzia di potere”. Sottolinea pure “che la tirannide nascesse da un significativo consenso popolare era però fenomeno imbarazzante”. E inoltre: “La diretta gestione del potere da parte dei detentori della piena cittadinanza è tutt’altra cosa rispetto alla procedura elettiva che .produce una rappresentanza”. E qui uno si aspetterebbe -abbiamo detto sull’esperienza di due millenni e  mezzo dopo Solone- la pura e semplice constatazione che la “procedura elettiva” perpetua l’oligarchia della Casta: il Mob o Mafia dei politici di professione. Invece il discorso di Canfora trascolora nella descrizione dei ‘doppi negativi di forme politiche positive (monarchia/tirannide, aristocrazia/oligarchia; democrazia/oclocrazia), col risultato di non dire ciò che andava detto: che il meccanismo elettorale è fraudolento,  attribuisce tutto il potere ai professionals della raccolta dei voti.

E d’altra parte Canfora riconosce che “questo arrovellarsi intorno al modo in cui la volontà popolare può lasciarsi deviare fino ad autodistruggersi è problematica nostra e sommamente moderna”. Cioè (interpretiamo noi): il congegno partitico-parlamentare non potrebbe essere più truffaldino; ma Canfora non insiste. Preferisce ricordare che “i critici della procedura decisionale a maggioranza, cioè democratica, opponevano la questione della competenza alla legge del numero”. Ecco completato così il recupero da sinistra dell’argomentazione oligarchica: dobbiamo gestire noi che sappiamo farci eleggere. Non abbiamo alcuna competenza aggiuntiva rispetto ai molti, moltissimi, che oggi studiano, viaggiano, forniscono saperi, intraprendono, dunque potrebbero esercitare la sovranità diretta; però noi sappiamo farci eleggere e sappiamo cooptare coloro che sapranno farsi eleggere. Canfora obietta qualcosa a questo autoperpetuarsi dei professionisti della rappresentanza? Sì: solo che le codificazioni costituzionali del secondo dopoguerra stiano “cedendo il passo al ritorno in grande stile al predominio di coloro che, intrinseci al mondo arduo della finanza, si pretendono competenti”.

Canfora sa benissimo che se il gioco politico tornerà presto in toto ai partitocrati, il risultato sarà ancora più cleptocrazia. Ma non lo dice: non è appropriato dirlo quando si appartiene alla Fondazione Istituto Gramsci, dove si suppone che il Profeta sardo non approverebbe il chiamare pane il pane e ladro ciascun professionista delle urne.

Che si impara infine da un maitre-à-penser gramscista? Che va bene tutto, compreso il predominio della finanza internazionale, purché non si intacchi il ruolo dei politici amici della sinistra intellettuale di Capalbio.

A.M.C.

IL CORO DEI PAROLIBERI

Le ‘parole in libertà’ furono una delle conquiste del Futurismo (=giustapporre sostantivi aggettivi avverbi secondo principi extra-sintattici). ‘Paroliberi’ furono gli scrittori e i poeti che utilizzarono la libertà conseguita dal Movimento. E paroliberi, ma insinceri, sono coloro -dalle casalinghe democratiche che inviano sms solidali ai marciatori su Roma con gli striscioni del Sulcis, all’Uomo del Colle che si è detto tutto dalla parte degli elmetti minerari: senza menzionare le circostanze che vietano di tenere in esercizio una miniera che aveva senso ai tempi dell’autarchia. E senza menzionare che la collettività ha sopportato per decenni l’onere di una produzione antieconomica. La Regione Sardegna, proprietaria al 100% dell’impianto, non ce la fa più; lo Stato ha altri obblighi verso 60 milioni di persone. Paroliberi sono quanti argomentano a favore del carbone e dell’alluminio sardo, delle auto di Pomigliano e di Torino, dell’acciaio di Taranto, di ogni altra attività in perdita o  produttrice di patologie. La collettività ha l’obbligo di dare del pane a tutti i bisognosi, non quello di difendere il benessere e il consumismo.

Le parole in libertà preferite sono ‘diritto al lavoro’, ‘dignità’, ‘non molleremo’, ‘il governo si assuma  le sue responsabilità’, ‘salvare il know how e le eccellenze’, ‘adottare una politica industriale’. Dietro tutte è il concetto più parolibero di tutti: il contribuente paghi più tasse per garantire i nostri stipendi. Belluini lottatori sindacali fanno asserzioni ancora più irragionevoli, tipo “Ciò che abbiamo lo dobbiamo alle lotte, perciò lottiamo ad oltranza”. Naturalmente i paroliberi dimenticano che in Gran Bretagna, madre della rivoluzione industriale che andava a carbone, i minatori sono scesi dal mezzo milione di prima della Thatcher ai diecimila di oggi. Che l’alluminio si produce dove l’energia costa poco. Che se l’Enel volesse dire sì al Sulcis dovrebbe dire no a un altro territorio italiano. Che le regole dell’Europa vietano gli aiuti di Stato (acquisti di favore, prezzi politici): infatti Bruxelles ha mosso contro Roma numerose procedure d’infrazione, una parte delle quali ci sono costate pesantemente.

In realtà un paese come il nostro deve convincersi d’essersi industrializzato troppo e in parte artificialmente, per i congegni dell’elettoralismo e dell’indebitamento parossistico. Un paese come il nostro deve accettare una misura di deindustrializzazione. I grandi impianti produttivi sorti nel Sud, in Sardegna e altrove hanno fatto danni gravi, sono falliti o sono in pericolo. Meglio sarebbe stato puntare sul turismo, soprattutto quello culturale, sull’agricoltura, sulle ricche risorse eolica e solare, sull’economia verde. La U.S. Navy prevede di ricavare entro il 2020 il 50% dell’energia che consuma da fonti rinnovabili.

Così come stanno le cose, sono pochi gli investimenti concepibili col denaro pubblico: in primis a) un assegno di sopravvivenza a tutte le famiglie senza reddito, quindi anche ai minatori ; b) la demolizione di una parte dei capannoni che hanno assassinato il paesaggio; c) la ristrutturazione di edifici industriali e commerciali per farne abitazioni ipereconomiche e parzialmente comunitarie per i senza lavoro; d) qualche sostegno alle piccole iniziative associate dei disoccupati che intraprendano. Di difendere veri e propri salari, veri e propri stipendi, benefits e ottime pensioni si parlerà sempre meno.

Deindustrializzazione vuol dire meno job: infatti occorre accettare, non solo in Italia, la parziale regressione negli stenti che erano la norma ancora due generazioni fa. La globalizzazione non ci consente alternative. Ricordiamo che molte crisi industriali non sono nuove -in qualche caso hanno decenni- e sono crisi di sovracapacità produttiva. In qualche misura chi promette la crescita, oggi, mente. Le parole in libertà del Futurismo erano estrose e creative. Quelle dei supporter di Sulcis Ilva Alcoa Irisbus Termini Imerese sono tristi, incapaci non solo di convincere, anche di illudere.

Antonio Massimo Calderazzi

DUE CONTRANNIVERSARI

Quest’anno abbiamo due ricorrenze meno innocue del 150.mo dell’Unità; due ricorrenze che il Colle festeggerà con meno passione. Fanno 67 anni che Napolitano entra nel Pci, diventa segretario della federazione napoletana e si identifica col togliattismo. Soprattutto fanno tre quarti di secolo che il terrore staliniano si fa estremo. Quell’anno, 1937, Palmiro Togliatti è secondo segretario del Comintern, cioè il numero Due dell’organizzazione comunista internazionale; e il capo del partito italiano identifica se stesso e i suoi seguaci con i delitti di Stalin. Quei delitti in particolare che finiscono coll’annientare fisicamente l’intera leadership espressa dalla Rivoluzione d’Ottobre e decimano i quadri direttivi del comunismo centro-europeo.

Gli storici fanno ascendere a vari milioni le vittime totali dello stalinismo. Togliatti è certo innocente della fame che sterminò i contadini e delle forzature inumane della collettivizzazione (nel 1928 le aziende collettivizzate erano l’1,7%; nel marzo 1930 erano il 58%; nel 1940, il 97%) e dell’industrializzazione accelerata. E’ innocente della schiavizzazione dei 24 milioni di russi trasferiti nelle città e delle disuguaglianze all’interno della classe operaia, superiori che in qualsiasi altro paese. Forse è innocente dell’universo dei gulag. Non è innocente delle purghe nel partito comunista tedesco e in quello polacco, quest’ultimo addirittura disciolto. E delle ferocie che seguirono fino alla morte del Hitler georgiano.

Nel giugno 1934 un decreto dispose l’arresto dell’intera famiglia nel caso uno dei suoi componenti venisse smascherato come ‘nemico del popolo’. Nel dicembre successivo, l’assassinio di Kirov, capo del partito a Leningrado, scatenò un’ondata di esecuzioni e deportazioni. Nell’agosto 1936 furono fucilati 16 nemici del popolo tra cui Zinoviev e Kamenev. Nel gennaio 1937 muoiono Radek, il maresciallo Tuchacevskij, molti generali e ventimila ufficiali. Nel 1938 l’ultimo dei grandi processi: mettendo a morte Bucharin e altri 17 dirigenti,  Stalin ha distrutto l’intero gruppo degli artefici della Rivoluzione. Un’immensa rete di gulag imprigiona milioni di persone, molte delle quali non sopravvivono. Le grandi purghe fanno morire numerosi comunisti stranieri riparati in Urss, tra i quali due-trecento italiani.

A partire dalla promozione a secondo segretario del Comintern Palmiro Togliatti è consapevole di abbastanza crimini di Stalin da risultare egli stesso un criminale. Egli non poteva non sapere, dunque era corresponsabile. Non raggiungeva gli estremi di ferocia degli Jesov e dei Manuilski: ma non rifuggiva dall’inneggiare al corso atroce dello stalinismo. L’uomo che in Occidente la cultura di sinistra ancora esalta come un raffinato intellettuale si identificava con le azioni più scellerate. Per esempio Togliatti fu presente alla riunione del Presidium che condannò Bela Kun, l’uomo della repubblica dei soviet ungheresi. Togliatti firmò col proprio nome alcune delle esaltazioni più smaccate delle atrocità staliniste. Scriveva nell’ottobre-novembre 1936: “E’ appunto perché l’Urss è il paese della democrazia più conseguente, che i partiti estremisti della reazione e della guerra  concentrano contro l’Unione Sovietica attacchi furiosi. I banditi terroristi, smascherati grazie alla vigilanza degli organi di sicurezza dello stato proletario e annientati dalla giustizia proletaria, non furono altro che lo sviluppo della lotta disperata contro l’Urss. Coloro che hanno annientato i banditi terroristi si sono resi benemeriti di fronte all’umanità intera. Il processo di Mosca è stato un atto di   difesa della democrazia, della pace, del socialismo, della rivoluzione (…) Non esiste al mondo che un solo tribunale i cui componenti e la legge cui si conforma offrano una garanzia assoluta di equità: è il tribunale proletario, opera giuridica della Rivoluzione” (Da l’Internationale Communiste , n.10-11, oct.-nov. 1936, Bureau d’Editions, Paris). La stessa crudeltà metterà il Migliore nel magnificare gli omicidi dei gappisti, specificamente quello che uccise il filosofo Giovanni Gentile.

 

Nel 1953 Palmiro Togliatti definirà Stalin “un gigante del pensiero: col suo nome sarà chiamato un secolo intero”. Fino al 1964, quando  Togliatti morì, il primo ventennio della carriera comunista di Giorgio Napolitano si svolse interamente nel quadro del togliattismo. Nel 1956 il Capo promosse il giovane deputato napoletano nel Comitato Centrale. Il 1956 fu anche l’anno in cui l'”Unità” togliattiana definì “teppisti” gli insorti ungheresi e Napolitano elogiò l’intervento dei carri sovietici (“Ha contribuito non solo a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ma anche alla pace del mondo”). Pietro Ingrao testimonierà sulla “soddisfazione” di Togliatti per l’invasione dell’Ungheria. Più tardi il Migliore proverà a scusarsi: “Si sta con la propria parte anche quando sbaglia”.

Tra cinque anni si compirà un secolo dalla Rivoluzione d’Ottobre. A Napolitano auguriamo una vita abbastanza lunga e vegeta da poter sovrintendere, da presidente rieletto oppure emerito, a un ciclo di grandi celebrazioni, adeguate alla portata decisiva dei cento anni in cui campeggiarono Stalin e Togliatti,  L’Uomo del Colle garantirà senza dubbio l’obiettività dei festeggiamenti. Henry Kissinger non lo definì “my favourite Communist”? Ed Egli stesso non usa dichiarare “giusta” la guerra dei droni americani nell’Afghanistan, altrettanto utile alla pace mondiale quanto l’intervento sovietico in Ungheria?

A.M.C.

DICTATURA LEGALE PER SCONGIURARE IL GOLPE MILITARE E PASSARE AL MODELLO SVIZZERO

Le due crisi, dell’economia e della politica, sono arrivate a un punto tale che un colpo di Stato militare, se organizzato a regola d’arte, avrebbe successo, non spargerebbe sangue e raccoglierebbe il più forte consenso popolare. Andò così in Spagna nel 1923, in Portogallo nel 1926. Il dittatore spagnolo lasciò spontaneamente al settimo anno, ma il regime portoghese durò poco meno di mezzo secolo; furono i militari stessi a mettervi fine.

Da noi la prospettiva del golpe turba i legittimisti e i benpensanti. Allora diciamo: il meno che vada fatto per scongiurare il Putsch militare è un Putsch politico e di difesa repubblicana. Vanno dati tutti i poteri a Mario Monti (con tutte le riserve che l’Uomo merita; ma almeno lo conosciamo, con le  sue qualità e i difetti). Non sarebbe un dittatore-orco. Una combinazione di fattori, che oggi non dettagliamo, dovrebbe produrre l’attribuzione al capo del governo di una dittatura ‘romana’ per 6-12 mesi, sospese tutte le altre istituzioni cominciando da quelle parlamentari. Sospesa, anzi cancellata la Costituzione e la sua Corte, dovendosi a tempo debito convocare una Costituente audace, in una prospettiva di democrazia diretta selettiva, senza delega ad alcun eletto. C’è già stato il terremoto grave, è in arrivo il maremoto, il legalismo costituzionale non ha più senso.

Nel semestre o anno della dittatura obbligata e benefica, il suo capo -meglio Monti che uno sconosciuto- dovrebbe innanzitutto dimezzare il debito con le brusche: patrimoniale pesante soprattutto ma non solo sulle grandi fortune; dismissioni in grande; ben altri tagli di spesa. Sussidi alimentari a tutti i senza reddito. In più, il Dictator dovrebbe farsi regista di una Costituente ristretta, 30 persone nient’affatto elette, la quale liquidi la Carta del 1948 e dia vita ad ordinamenti assolutamente nuovi, tesi a trasformare la democrazia, da rappresentativa (cioè gestita senza speranza  dai lestofanti dei partiti) a semidiretta all’elvetica.

Venti anni fa il sistema svizzero fu clamorosamente additato e argomentato  da ‘The Economist’, con uno speciale, come ideale modello non solo per nazioni deficitarie di buoni ordinamenti, ma anche per UK e USA. Il congegno elvetico è definito in dottrina e ufficialmente come democrazia diretta. Esistono organi di rappresentanza, c’è un esecutivo (ristretto e capeggiato a rotazione tra i suoi membri), ma l’istanza finale è il referendum senza quorum. Nessuna legge entra in vigore se respinta dal referendum. Sovrano è il popolo, non il parlamento.

Questo vorrà dire, tra l’altro, che né le nostre assemblee, finché restano, né la presidenza della Repubblica dovranno avere autonomia finanziaria. Il referendum senza quorum e non gli eletti dovrà decidere gli emolumenti di questi ultimi, emolumenti che non dovranno superare i quattro decimi degli attuali; il finanziamento dei partiti, cancellata ogni altra voce, sarà un decimo dell’attuale. Questo a breve termine, ai sensi delle riforme della Dictatura. Sulla distanza, logica vorrà che la democrazia semidiretta all’elvetica evolva verso quella obbligata del futuro: diretta, selettiva ed elettronica.

In più, la dictatura legale derivata da Roma repubblicana dovrebbe agire nel senso di qualche redistribuzione della ricchezza e del contrasto all’ipercapitalismo. Il primo impegno in queste direzioni sarebbe l’avocazione delle rendite più alte, per finanziare il sostegno elementare di base a tutte le famiglie prive di reddito. La lotta agli sprechi e la cancellazione di quasi tutti i costi della politica e degli apparati istituzionali dovrebbe consentire la riduzione di un quarto della spesa pubblica. Il prelievo fiscale non si abbasserebbe nella stessa misura: la lotta alla povertà dovrebbe includere l’aumento degli aiuti ai paesi miserabili che alimentano l’immigrazione clandestina.

Tutto ciò, ed altro, andrebbe deciso e avviato entro i 6-12 mesi della dictatura. Ammonterebbe a un cambiamento rivoluzionario e implicherebbe in ogni caso qualche utilizzo dell’esercito a difesa della fase costituente dello Stato Nuovo. Un’alternativa meno drastica non esiste. I partiti e i politici espressi dalla Casta non si autosacrificheranno mai e il Paese finirà male.

A.M.C.

L’INCUBO DEL DOPO MONTI: MEGLIO IL GOLPE

Monta l’angoscia su ciò che accadrà dopo il governo dei tecnici, discutibile com’è. C’è chi spera che la forza delle cose costringerà a prolungarne l’esistenza, cioè a rinviare le elezioni per motivi di salute pubblica, anzi dello ‘stato di guerra’. Chi assicura già aperti i cantieri per un partito montista, oppure per la ricerca di questa o quella formula di montismo dopo Monti. In questo caso l’apparato partitico fingerebbe di ripudiare se stesso, per portare avanti metodi ed obiettivi fissati nel fatale novembre 2011. Al contrario il fronte legittimista-conservatore, trasversale tra tutte le forze e gli interessi, reclama la fine dell’eccezione e il “ritorno alla democrazia”, cioè la restituzione del Paese ai partiti.

In realtà tale restituzione sgomenta persino chi la esige. Sarebbe certa la bancarotta alla greca e l’insurrezione dei ceti immiseriti. La più grave delle nostre ferite è il debito pubblico: chi ne è responsabile se non il sistema dei partiti? Se il gioco tornerà a loro la catastrofe è certa. Napolitano, sommo esponente del partitismo, dice il contrario, ma sbaglia. Propongono gli ottimisti di regime: i leader principali si impegnino inequivocabilmente a portare comunque avanti la linea Monti, e allora non saranno possibili né le astuzie, né gli scherzi.

Per parte nostra non esistono dubbi: la parola dei capipartito non vale niente, lo dicono 67 anni di potere. Ma le elezioni non potranno che reinsediare le bande partitiche, magari alquanto rimaneggiate da fattori di turbamento quali 5Stelle, oppure deformate da una più micidiale e più sacrosanta vendetta dell’antipolitica. Dunque logica vuole: o niente elezioni, e si ignorino le vestali e le prèfiche della democrazia fraudolenta, oppure elezioni sì, ma niente partiti, bando al professionismo dei politici, divieto delle loro candidature. Si sciolgano i partiti e si vigili attentissimamente perché non si ricostituiscano. Poiché è dimostrato che i partiti e i politici sono nemici del buongoverno e dell’uomo, non c’è niente di male se a) le elezioni vengono rinviate a tempi migliori, meglio sine die, oppure b) incombendo il disastro nazionale i partiti vengono obliterati.

La Costituzione vieterebbe sia queste, sia altre soluzioni appena innovative. La Costituzione è un’esiziale manomorta. Ebbene la Costituzione va disobbedita e sospesa. Quando incombe lo tsunami qualsiasi testo giuridico, per di più congegnato dai partiti, vale zero. Rispettare ancora la Carta sarebbe grottesco. Se, come ha detto Monti, “il percorso di guerra è durissimo”, se anzi incombe la sconfitta, se il prezzo della sopravvivenza è il colpo di Stato, esso va pagato. Peggio per i Costituenti, che ci imprigionarono nella Manomorta.

A.M.C.

LA TURCHIA VERSO L’ETA’ NEO-OTTOMANA

Il gigante turco di oggi ha non poco in comune con la Prussia di Bismarck al momento che cominciava l’ascesa irresistibile: alla vigilia cioè delle vittorie sulla Danimarca, sull’Austria, sulla Francia di Napoleone III. Entrambe le nazioni vaste, popolose, ricche di energie e di opere, dotate di capi insolitamente forti (Bismarck e Erdogan, quest’ultimo definito da un giornalista straniero il maggiore statista vivente). Entrambe le nazioni  animate da una missione storica, entrambe sorrette da un retaggio imperiale e giustificate da un potenziale imponente.

Conosciamo gli uomini, i von Roon, i von Moltke e gli altri che furono a fianco di Bismarck nella fondazione del Secondo Reich. Invece non conosciamo gli uomini che sotto Erdogan lavorano perché la Turchia prenda il primato sulle nazioni governate da leadership religiose più o meno moderate  (sono ormai quasi tutte, dal Maghreb all’Asia centrale ed orientale. La voga laicista è finita nel disonore: ai popoli non offriva nulla, in compenso gratificava le piccole borghesie urbane con quei ‘diritti’ ed emancipazioni che i credenti detestano). Guarderanno ad Ankara, oltre alle varie stirpi ugroaltaiche assoggettate dall’Urss, persino quei cinesi islamici, gli Uigùri, i cui progenitori fondarono nell’Anatolia conquistata (741 d.C.) il terzo degli Stati turchi. Non per niente nei villaggi albanesi come in quelli tagiki molti caffeucci hanno insegne ‘Stambul’. Appare improbabile, a parte le scaramucce di tipo siriano, che l’Ankara di Erdogan si lanci nelle imprese belliche gravi, quelle che perdettero i successori immediati e quelli lontani del Cancelliere di ferro, nonché quelle che  distrussero l’impero ottomano nella Grande Guerra.

Detto questo, i fatti e le potenzialità del Secondo Reich e della Turchia 2012 sono impressionanti. Il primo fu presto in grado di superare i record manufatturieri della Gran Bretagna, massima potenza industriale al mondo, e prima ancora di umiliare in rapida successione l’impero asburgico, onusto di storia, e la Francia che nel 1870 aveva voluto il confronto bellico per dare una lezione alla Prussia ‘ultima arrivata’ e ‘poca cosa’ rispetto alle armate di Napoleone III. Nel 1870 bastarono a Moltke due giornate campali per annientare un esercito terrestre considerato primo al mondo, così come nel 1940 basterà alla Wehrmacht uno sfondamento nelle Ardenne per azzerare in pochi giorni la capacità bellica di Parigi.

Se gli imperi turchi furono tutti costruiti con le armi -di qui l’importanza del retaggio militare e il ruolo politico dei generali, perdurato fino ad anni recenti- i conseguimenti della Turchia di Erdogan sono stati finora pacifici. Per le strade si vedono ancora i mendicanti e i marginali che vendono ai passanti umili cozze crude al limone, ma il paese è un colosso economico, con settori industriali che producono tutto ed esportano parecchio. Nei nove anni di Erdogan il reddito procapite è triplicato. Viaggiare qui significa imbattersi continuamente nelle sfide e nelle conquiste della modernità, in aggiunta a quelle di un passato pentamillenario. Gli aeroporti, gli alberghi, i grattacieli, i centri commerciali e quasi tutte le realtà urbane sono spesso più imponenti delle nostre; per non parlare delle istituzioni museali, molte delle quali sorprendenti. Un paese dalle spalle atletiche.

La Turchia del XXI secolo aggiunge alla forza economica (insidiata però anche qui dalle minacce dell’ipercapitalismo e dall’eccesso di spesa pubblica) una rivendicazione storico-culturale che investe una parte importante dell’Asia e dell’Africa, più qualche paese europeo. Il primo tra tutti i sultani fu l’afghano Mahmud, che agli inizi del secondo millennio d.C. gettò con le sue vittorie le fondamenta dell’India musulmana, quindi del Pakistan e del Bangladesh. Il sultano selgiuchide ricevette nel 1065 dal Califfo di Baghdad il titolo di ‘Sultano del Mondo’. L’aquila bicipite del Sultano del Mondo è oggi uno dei simboli ufficiali dello Stato turco. Gli eserciti selgiuchidi sbaragliarono ripetutamente gli eserciti crociati e quelli bizantini. Lo stesso fecero tra il 1250 e il 1382 quelli mamelucchi. I sei secoli dell’impero ottomano furono aperti da Osman che nel 1299 si impadronì della Tracia, poi dei Balcani. La storia moderna comincia con la caduta di Costantinopoli all’armata di Mehmed il Conquistatore. Sotto Solimano il Magnifico l’impero ottomano si estendeva dalla Crimea e dal Caspio allo Yemen, dall’interno dell’Iran all’Atlantico.

La lenta decadenza, per vecchiaia, cominciò nel secolo XVII (ma ancora nel 1683 i turchi assediavano Vienna). Nel 1919 l’ultimo sultano aveva perduto tutti i possedimenti fuori dell’Anatolia; in più i francesi si erano presi la regione attorno ad Adana; i greci sbarcati a Smirne puntavano verso il cuore della penisola turca, grande come un subcontinente; l’Italia presidiava con velleità coloniali Antalya, la fulgente metropoli che oggi d’estate attira un milione di turisti. La gloria di Mustafa Kemal Ataturk, liberatore e costruttore della patria moderna, è talmente conosciuta che non le dedicheremo una parola (a parte che a 74 anni dalla morte non c’è bottega o pensioncina che manchi del suo ritratto).

E’ previsione comune, persino con elementi di abbaglio, che nelle giuste circostanze sentiranno il richiamo della Turchia tutti i popoli del suo ecumene storico-culturale, cominciando dagli ‘Stan’ dell’Asia (Turkestan e gli altri, Pakistan compreso). Certe ‘soap operas’ della Tv turca, tradotte in arabo, hanno avuto 70 milioni di spettatori esclusivamente arabi.  Al  mausoleo di Mawlana Rumi, il filosofo e mistico afghano che ispirò il Sufismo e l’ordine dei Dervisci, vengono oggi credenti da tutto l’Islam; Konya, dove il Saggio dorme dal 1273, è una piccola Mecca. Se andrà così, se gli Stan si compatteranno poco o molto in una sorta di Commonwealth di Ankara, sarà soprattutto perché la Turchia è già uno dei massimi protagonisti del Mediterraneo e dell’Asia centrale, pari per importanza di scacchiere alle grandi potenze Germania, USA, Iran, Russia. A confronto col potenziale complessivo di Ankara impallidiscono le ambizioni diplomatiche di un tempo: Gran Bretagna, Francia, Spagna. Irrisorie sono le possibilità di influenza dell’Italia, benché tanto spesso essa si sia offerta come sponda avanzata dell’Occidente. Troppo esiguo il ricordo delle lontane presenze di Venezia e Genova, troppo esile e futile il nostro ascendente attuale, fatto quasi esclusivamente di moda, calcio e altri valori negativi.

I popoli dell’ecumene turco sentiranno probabilmente il vantaggio di ritrovare la guida un tempo rappresentata dal Sultano del Mondo. L’Urss che aveva imposto la sua egemonia non esiste più. Gli Stati Uniti contano meno. La Gran Bretagna è stata spazzata via in conseguenza delle “vittorie” di Winston Churchill, l’invasato bellicista che la Turchia umiliò a Gallipoli. Per l’Italia, così brillante nelle fatuità, non c’è che da offrirsi come fornitrice e consulente di cose costose e inutili. Però certi macchinari minori continuerà a piazzarli nelle terre del Sultano del Mondo.

Antonio Massimo Calderazzi 

ERA MALMOSTOSA, ORA STRARIPA DI ORGOGLIO L’ITALIA DI CAZZULLO E DEL COLLE

Noi studiosi del pensiero di Cazzullo e del Colle sapevamo quello che avrebbero enunciato, dopo la vittoria di una nazionale spagnola che, come con virile severità ha deplorato il Primo, “ha infierito” su di noi. Sapevamo che avrebbero alzato i ditirambi patriottici di quando compimmo i 150, un sesquisecolo articolato in quattro fasi luminose: sabauda, fascista, gappista-terrorista, demoplutocleptocratica. Citiamo Cazzullo: “Non divenne Campione d’Europa per caso l’Italia del 1968. Una grande generazione di calciatori era l’immagine dell’Italia uscita dal boom, approdata all’industria e al benessere dopo secoli di ristrettezze rurali. Una partita di calcio non cambia certo il destino (…) ma può segnare uno spartiacque”.

Cazzullo esalta la “gioia dei giorni scorsi, il senso di riscatto, l’orgoglio con cui in tanti stringevamo una bandiera a lungo dimenticata e cantavamo un inno sino a poco fa negletto. Ricorderemo queste notti come il momento in cui l’Italia cambiò umore. In cui un Paese spaventato e malmostoso ritrovò il sorriso e la fiducia in se stesso. E si rese conto che poteva riconquistare un posto tra le nazioni”. Interrompiamo brevemente per precisare: non è il figlioletto cinquenne di Cazzullo che scrive, bensì il Papà. Riprendiamo a riferire: “(E si rese conto) che poteva essere considerato per quello che è: la capitale dell’estro, della fantasia, della creatività. Ricorderemo con tenerezza e rimpianto l’estate del 2012, quando ci rendemmo conto chi siamo davvero e cosa possiamo fare. Gli italiani si riconoscono in questa Nazionale. Abbiamo ritrovato il sorriso e la fiducia in noi stessi”.

Uno che non abbia ritrovato quanto sopra si vergogni. Ma andiamo avanti a impatriottarci: “Certo, i quattro gol della Spagna bruciano. Ma prevalgono i sentimenti espressi dal Quirinale: orgoglio, fiducia in se stessi, senso ritrovato dell’unità. Non è un caso che sia di nuovo la figura di Napolitano a sintetizzare emozioni e valori comuni (…) Il principale merito della Nazionale è stato rappresentare il Paese che le sta dietro, interpretare il momento della storia dell’Italia. Avevamo davvero bisogno di un’iniezione di buonumore, ottimismo, consapevolezza di noi stessi. Ci fa bene ricordare che nel mondo globale non siamo sconfitti in partenza. Anzi la fantasia, l’estro, il genio rappresentano armi formidabili (…) Era inevitabile che da un Europeo carico di simboli uscissero significati validi anche per la nostra vita pubblica e per le nostre vite private. Possiamo andare fieri di noi stessi, di quello che sappiamo e possiamo fare”.

Difatti, diciamo noi, fu questo l’errore di Mussolini: per pervenire alla grandezza puntò su otto milioni di baionette, laddove avrebbe dovuto capitalizzare sulla Nazionale,  arma ben più formidabile delle portaerei nemiche. “Comunque vada la finale” il Bardo torinese assicurò il 29 giugno “usciamo vincitori dall’Europeo”. Precisando, profeticamente: “Nel calcio comandiamo noi”.

 

Se Cazzullo è l’aedo, il rapsodo del patriottismo (se non l’ha già fatto, il Quirinale dovrebbe assumerlo come ghost writer delle allocuzioni chauvinistes, così da alleggerire la fatica dell’insigne 87enne), Giorgio Napolitano fa sintesi più sofisticate. Però anch’egli ha un cuore, anzi è ‘cor cordium’. Secondo un cronista del ‘Corriere’, “al capo dello Stato viene un groppo in gola” nel confessare ai calciatori da lui ricevuti solennemente tra gli arazzi e i lacché “che non ha mai giocato al pallone”. Ma si discolpa: “Ho colto la passione che vi ha guidato, il senso della Nazione, l’amore per l’Italia”. La linea l’aveva tracciata il giorno fatidico che gli Azzurri avevano pareggiato a Danzica: “Nel modo in cui la Nazionale si è impegnata è una conferma dello spirito di dignità e consapevolezza nazionale che io e le istituzioni abbiamo voluto diffondere nel celebrare i 150 dell’unità d’Italia”.

Il Capo dello Stato dixit. Le Roi le veut. I valori calcistici e quelli nazionali si giustappongono, anzi sono tutt’uno. La squadra vince o pareggia, ed è la civiltà italiana che si asserisce e prorompe. La squadra perde,  e l’Italia si stringe ai ragazzi (che si immolano nelle Termopili di questo o quello stadio) e ritrova il senso della missione. Gli Undici, più il CT, le riserve, i massaggiatori e gli inservienti hanno compiuto il miracolo che proietta il Paese nella gloria. Là dove migliaia di menti creative/direttive della Penisola e delle Isole sono state umiliate e sconfitte, riescono 22 polpacci d’oro, 22 ghiandole surrenali e il genio strategico di Prandelli. Fortuna per il generale Bonaparte, poi imperatore di mezza Europa, che la coppa Europea non fosse cominciata. Quante umiliazioni si risparmiò!

Un ultimo punto. Al fischio di fine partita con la Roja i ragazzi di Prandelli non hanno tripudiato d’essere assurti alla gloria sbirciata da Cazzullo, e dunque di avere insaccato d’orgoglio 60 milioni di italiani. Si sono abbandonati ai singhiozzi, le guance rigate di lacrime, le gole strozzate dall’angoscia. Altro che Muro del Pianto! Altro che cordoglio dei nordcoreani alla morte del Caro Leader! I volti e i petti dilaniati dallo strazio hanno of course intenerito Cazzullo: “Non sono cinici miliardari”. Nostra traduzione: benché strapagati dai club, dagli sponsor e dalla pubblicità, i Lohengrin del calcio hanno un’anima, non solo le surrenali. Così non fosse, noi italiani non saremmo egemoni dell’estro, dello slancio e della creatività. Gli aveva dato di volta il cervello a Mario Monti, quando invocava un paio d’anni di sospensione del calcio plurimiliardario? Rischiò di farci cadere in depressione!

Torniamo allo Juvat vivere di Cazzullo. Abbiamo il sistema politico peggiore d’Occidente; l’etica pubblica più cariata al mondo; gli eletti quasi tutti ladri; un contesto che consente al Lubrico da Arcore, il governante più implausibile in assoluto, di “tornare”; abbiamo i corazzieri e i palazzi presidenziali più inutili; neghiamo i fondi all’oncologia pediatrica per non rinunciare agli F35; in definitiva abbiamo quasi tutte le turpitudini. Però il calcio, la dottrina Cazzullo e il Colle ci invasano di orgoglio: ci era mai capitato nei giorni di Augusto e di Nerva?

A.M.Calderazzi