ALTI INSEGNAMENTI DEL PENSIERO GRAMSCISTA – CRITICA A LUCIANO CANFORA

Membro non solo di un organismo autorevole, Institute for the Classical Tradition, ma anche di un altro così così, la romana Fondazione Istituto Gramsci, il brillante filologo e storico Luciano Canfora si è lanciato tempo fa sul ‘Corriere’ in un autentico esercizio di bravura: dire e non dire, vilipendere e difendere i ‘topoi’ del presente e morente discorso politico. Una volta mi scrisse d’essere stato rallegrato da un opuscolo “il Pericle elettronico” che a lui studioso della grecità avevo mandato, opuscolo che denigrava il più accanitamente possibile le istituzioni e le idee obbligate del marasma politico a noi contemporaneo. E’ dunque certo che al prof. Canfora l’ideologia demoparlamentare piace come al cane la cipolla. Però deridere apertamente la convenzione risalente ai Padri costituenti non si usa, o costa fatica. Ed ecco che Luciano Canfora lascia che lo si pensi condividere la critica tradizionale alla  “tirannia dei molti”, cioè ad ogni possibile formula di democrazia diretta, ormai matura e attuale dopo un paio di secoli di tedio del parlamentarismo. Canfora stesso appare riferirsi più volontieri alle conquiste dell’arcontato di Solone (594/3) che a quelle della Seconda Repubblica italiana.

Il filologo della Fondazione Istituto Gramsci premette ad altri ragionamenti un plauso a Solone per avere insegnato “che non si deve rischiare di cadere in schiavitù per debiti”. Questo rischio non è oggi molto attuale, però il plauso a Solone gli viene utile per poter deplorare “i finanzieri del tempo nostro, nonché i responsabili delle strutture bancarie, che sull’altrui indebitamento prosperano”. Altra scappellata al politicamente corretto: “Una forte corrente di pensiero politico moderno nella seconda metà del sec.XX, su impulso di una figura notevole come F.Mitterrand, pose il problema della cancellazione del debito di alcuni paesi del Terzo e Quarto mondo”. Canfora sorvola sulle spese militari, sulla corruzione e sul saccheggio dei politici che hanno fatto gigantesco il debito del Terzo e Quarto mondo.

Messa a verbale la propria conformità alla “forte corrente di pensiero politico moderno”, Canfora ammette che “tirannide è parola dal significato in origine non negativo” e che era stato il demo di Atene (il popolo sovrano) “ad attribuire all’abile demagogo Pisistrato una guardia del corpo armata come strumento e garanzia di potere”. Sottolinea pure “che la tirannide nascesse da un significativo consenso popolare era però fenomeno imbarazzante”. E inoltre: “La diretta gestione del potere da parte dei detentori della piena cittadinanza è tutt’altra cosa rispetto alla procedura elettiva che .produce una rappresentanza”. E qui uno si aspetterebbe -abbiamo detto sull’esperienza di due millenni e  mezzo dopo Solone- la pura e semplice constatazione che la “procedura elettiva” perpetua l’oligarchia della Casta: il Mob o Mafia dei politici di professione. Invece il discorso di Canfora trascolora nella descrizione dei ‘doppi negativi di forme politiche positive (monarchia/tirannide, aristocrazia/oligarchia; democrazia/oclocrazia), col risultato di non dire ciò che andava detto: che il meccanismo elettorale è fraudolento,  attribuisce tutto il potere ai professionals della raccolta dei voti.

E d’altra parte Canfora riconosce che “questo arrovellarsi intorno al modo in cui la volontà popolare può lasciarsi deviare fino ad autodistruggersi è problematica nostra e sommamente moderna”. Cioè (interpretiamo noi): il congegno partitico-parlamentare non potrebbe essere più truffaldino; ma Canfora non insiste. Preferisce ricordare che “i critici della procedura decisionale a maggioranza, cioè democratica, opponevano la questione della competenza alla legge del numero”. Ecco completato così il recupero da sinistra dell’argomentazione oligarchica: dobbiamo gestire noi che sappiamo farci eleggere. Non abbiamo alcuna competenza aggiuntiva rispetto ai molti, moltissimi, che oggi studiano, viaggiano, forniscono saperi, intraprendono, dunque potrebbero esercitare la sovranità diretta; però noi sappiamo farci eleggere e sappiamo cooptare coloro che sapranno farsi eleggere. Canfora obietta qualcosa a questo autoperpetuarsi dei professionisti della rappresentanza? Sì: solo che le codificazioni costituzionali del secondo dopoguerra stiano “cedendo il passo al ritorno in grande stile al predominio di coloro che, intrinseci al mondo arduo della finanza, si pretendono competenti”.

Canfora sa benissimo che se il gioco politico tornerà presto in toto ai partitocrati, il risultato sarà ancora più cleptocrazia. Ma non lo dice: non è appropriato dirlo quando si appartiene alla Fondazione Istituto Gramsci, dove si suppone che il Profeta sardo non approverebbe il chiamare pane il pane e ladro ciascun professionista delle urne.

Che si impara infine da un maitre-à-penser gramscista? Che va bene tutto, compreso il predominio della finanza internazionale, purché non si intacchi il ruolo dei politici amici della sinistra intellettuale di Capalbio.

A.M.C.

IL CORO DEI PAROLIBERI

Le ‘parole in libertà’ furono una delle conquiste del Futurismo (=giustapporre sostantivi aggettivi avverbi secondo principi extra-sintattici). ‘Paroliberi’ furono gli scrittori e i poeti che utilizzarono la libertà conseguita dal Movimento. E paroliberi, ma insinceri, sono coloro -dalle casalinghe democratiche che inviano sms solidali ai marciatori su Roma con gli striscioni del Sulcis, all’Uomo del Colle che si è detto tutto dalla parte degli elmetti minerari: senza menzionare le circostanze che vietano di tenere in esercizio una miniera che aveva senso ai tempi dell’autarchia. E senza menzionare che la collettività ha sopportato per decenni l’onere di una produzione antieconomica. La Regione Sardegna, proprietaria al 100% dell’impianto, non ce la fa più; lo Stato ha altri obblighi verso 60 milioni di persone. Paroliberi sono quanti argomentano a favore del carbone e dell’alluminio sardo, delle auto di Pomigliano e di Torino, dell’acciaio di Taranto, di ogni altra attività in perdita o  produttrice di patologie. La collettività ha l’obbligo di dare del pane a tutti i bisognosi, non quello di difendere il benessere e il consumismo.

Le parole in libertà preferite sono ‘diritto al lavoro’, ‘dignità’, ‘non molleremo’, ‘il governo si assuma  le sue responsabilità’, ‘salvare il know how e le eccellenze’, ‘adottare una politica industriale’. Dietro tutte è il concetto più parolibero di tutti: il contribuente paghi più tasse per garantire i nostri stipendi. Belluini lottatori sindacali fanno asserzioni ancora più irragionevoli, tipo “Ciò che abbiamo lo dobbiamo alle lotte, perciò lottiamo ad oltranza”. Naturalmente i paroliberi dimenticano che in Gran Bretagna, madre della rivoluzione industriale che andava a carbone, i minatori sono scesi dal mezzo milione di prima della Thatcher ai diecimila di oggi. Che l’alluminio si produce dove l’energia costa poco. Che se l’Enel volesse dire sì al Sulcis dovrebbe dire no a un altro territorio italiano. Che le regole dell’Europa vietano gli aiuti di Stato (acquisti di favore, prezzi politici): infatti Bruxelles ha mosso contro Roma numerose procedure d’infrazione, una parte delle quali ci sono costate pesantemente.

In realtà un paese come il nostro deve convincersi d’essersi industrializzato troppo e in parte artificialmente, per i congegni dell’elettoralismo e dell’indebitamento parossistico. Un paese come il nostro deve accettare una misura di deindustrializzazione. I grandi impianti produttivi sorti nel Sud, in Sardegna e altrove hanno fatto danni gravi, sono falliti o sono in pericolo. Meglio sarebbe stato puntare sul turismo, soprattutto quello culturale, sull’agricoltura, sulle ricche risorse eolica e solare, sull’economia verde. La U.S. Navy prevede di ricavare entro il 2020 il 50% dell’energia che consuma da fonti rinnovabili.

Così come stanno le cose, sono pochi gli investimenti concepibili col denaro pubblico: in primis a) un assegno di sopravvivenza a tutte le famiglie senza reddito, quindi anche ai minatori ; b) la demolizione di una parte dei capannoni che hanno assassinato il paesaggio; c) la ristrutturazione di edifici industriali e commerciali per farne abitazioni ipereconomiche e parzialmente comunitarie per i senza lavoro; d) qualche sostegno alle piccole iniziative associate dei disoccupati che intraprendano. Di difendere veri e propri salari, veri e propri stipendi, benefits e ottime pensioni si parlerà sempre meno.

Deindustrializzazione vuol dire meno job: infatti occorre accettare, non solo in Italia, la parziale regressione negli stenti che erano la norma ancora due generazioni fa. La globalizzazione non ci consente alternative. Ricordiamo che molte crisi industriali non sono nuove -in qualche caso hanno decenni- e sono crisi di sovracapacità produttiva. In qualche misura chi promette la crescita, oggi, mente. Le parole in libertà del Futurismo erano estrose e creative. Quelle dei supporter di Sulcis Ilva Alcoa Irisbus Termini Imerese sono tristi, incapaci non solo di convincere, anche di illudere.

Antonio Massimo Calderazzi

DUE CONTRANNIVERSARI

Quest’anno abbiamo due ricorrenze meno innocue del 150.mo dell’Unità; due ricorrenze che il Colle festeggerà con meno passione. Fanno 67 anni che Napolitano entra nel Pci, diventa segretario della federazione napoletana e si identifica col togliattismo. Soprattutto fanno tre quarti di secolo che il terrore staliniano si fa estremo. Quell’anno, 1937, Palmiro Togliatti è secondo segretario del Comintern, cioè il numero Due dell’organizzazione comunista internazionale; e il capo del partito italiano identifica se stesso e i suoi seguaci con i delitti di Stalin. Quei delitti in particolare che finiscono coll’annientare fisicamente l’intera leadership espressa dalla Rivoluzione d’Ottobre e decimano i quadri direttivi del comunismo centro-europeo.

Gli storici fanno ascendere a vari milioni le vittime totali dello stalinismo. Togliatti è certo innocente della fame che sterminò i contadini e delle forzature inumane della collettivizzazione (nel 1928 le aziende collettivizzate erano l’1,7%; nel marzo 1930 erano il 58%; nel 1940, il 97%) e dell’industrializzazione accelerata. E’ innocente della schiavizzazione dei 24 milioni di russi trasferiti nelle città e delle disuguaglianze all’interno della classe operaia, superiori che in qualsiasi altro paese. Forse è innocente dell’universo dei gulag. Non è innocente delle purghe nel partito comunista tedesco e in quello polacco, quest’ultimo addirittura disciolto. E delle ferocie che seguirono fino alla morte del Hitler georgiano.

Nel giugno 1934 un decreto dispose l’arresto dell’intera famiglia nel caso uno dei suoi componenti venisse smascherato come ‘nemico del popolo’. Nel dicembre successivo, l’assassinio di Kirov, capo del partito a Leningrado, scatenò un’ondata di esecuzioni e deportazioni. Nell’agosto 1936 furono fucilati 16 nemici del popolo tra cui Zinoviev e Kamenev. Nel gennaio 1937 muoiono Radek, il maresciallo Tuchacevskij, molti generali e ventimila ufficiali. Nel 1938 l’ultimo dei grandi processi: mettendo a morte Bucharin e altri 17 dirigenti,  Stalin ha distrutto l’intero gruppo degli artefici della Rivoluzione. Un’immensa rete di gulag imprigiona milioni di persone, molte delle quali non sopravvivono. Le grandi purghe fanno morire numerosi comunisti stranieri riparati in Urss, tra i quali due-trecento italiani.

A partire dalla promozione a secondo segretario del Comintern Palmiro Togliatti è consapevole di abbastanza crimini di Stalin da risultare egli stesso un criminale. Egli non poteva non sapere, dunque era corresponsabile. Non raggiungeva gli estremi di ferocia degli Jesov e dei Manuilski: ma non rifuggiva dall’inneggiare al corso atroce dello stalinismo. L’uomo che in Occidente la cultura di sinistra ancora esalta come un raffinato intellettuale si identificava con le azioni più scellerate. Per esempio Togliatti fu presente alla riunione del Presidium che condannò Bela Kun, l’uomo della repubblica dei soviet ungheresi. Togliatti firmò col proprio nome alcune delle esaltazioni più smaccate delle atrocità staliniste. Scriveva nell’ottobre-novembre 1936: “E’ appunto perché l’Urss è il paese della democrazia più conseguente, che i partiti estremisti della reazione e della guerra  concentrano contro l’Unione Sovietica attacchi furiosi. I banditi terroristi, smascherati grazie alla vigilanza degli organi di sicurezza dello stato proletario e annientati dalla giustizia proletaria, non furono altro che lo sviluppo della lotta disperata contro l’Urss. Coloro che hanno annientato i banditi terroristi si sono resi benemeriti di fronte all’umanità intera. Il processo di Mosca è stato un atto di   difesa della democrazia, della pace, del socialismo, della rivoluzione (…) Non esiste al mondo che un solo tribunale i cui componenti e la legge cui si conforma offrano una garanzia assoluta di equità: è il tribunale proletario, opera giuridica della Rivoluzione” (Da l’Internationale Communiste , n.10-11, oct.-nov. 1936, Bureau d’Editions, Paris). La stessa crudeltà metterà il Migliore nel magnificare gli omicidi dei gappisti, specificamente quello che uccise il filosofo Giovanni Gentile.

 

Nel 1953 Palmiro Togliatti definirà Stalin “un gigante del pensiero: col suo nome sarà chiamato un secolo intero”. Fino al 1964, quando  Togliatti morì, il primo ventennio della carriera comunista di Giorgio Napolitano si svolse interamente nel quadro del togliattismo. Nel 1956 il Capo promosse il giovane deputato napoletano nel Comitato Centrale. Il 1956 fu anche l’anno in cui l'”Unità” togliattiana definì “teppisti” gli insorti ungheresi e Napolitano elogiò l’intervento dei carri sovietici (“Ha contribuito non solo a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ma anche alla pace del mondo”). Pietro Ingrao testimonierà sulla “soddisfazione” di Togliatti per l’invasione dell’Ungheria. Più tardi il Migliore proverà a scusarsi: “Si sta con la propria parte anche quando sbaglia”.

Tra cinque anni si compirà un secolo dalla Rivoluzione d’Ottobre. A Napolitano auguriamo una vita abbastanza lunga e vegeta da poter sovrintendere, da presidente rieletto oppure emerito, a un ciclo di grandi celebrazioni, adeguate alla portata decisiva dei cento anni in cui campeggiarono Stalin e Togliatti,  L’Uomo del Colle garantirà senza dubbio l’obiettività dei festeggiamenti. Henry Kissinger non lo definì “my favourite Communist”? Ed Egli stesso non usa dichiarare “giusta” la guerra dei droni americani nell’Afghanistan, altrettanto utile alla pace mondiale quanto l’intervento sovietico in Ungheria?

A.M.C.

DICTATURA LEGALE PER SCONGIURARE IL GOLPE MILITARE E PASSARE AL MODELLO SVIZZERO

Le due crisi, dell’economia e della politica, sono arrivate a un punto tale che un colpo di Stato militare, se organizzato a regola d’arte, avrebbe successo, non spargerebbe sangue e raccoglierebbe il più forte consenso popolare. Andò così in Spagna nel 1923, in Portogallo nel 1926. Il dittatore spagnolo lasciò spontaneamente al settimo anno, ma il regime portoghese durò poco meno di mezzo secolo; furono i militari stessi a mettervi fine.

Da noi la prospettiva del golpe turba i legittimisti e i benpensanti. Allora diciamo: il meno che vada fatto per scongiurare il Putsch militare è un Putsch politico e di difesa repubblicana. Vanno dati tutti i poteri a Mario Monti (con tutte le riserve che l’Uomo merita; ma almeno lo conosciamo, con le  sue qualità e i difetti). Non sarebbe un dittatore-orco. Una combinazione di fattori, che oggi non dettagliamo, dovrebbe produrre l’attribuzione al capo del governo di una dittatura ‘romana’ per 6-12 mesi, sospese tutte le altre istituzioni cominciando da quelle parlamentari. Sospesa, anzi cancellata la Costituzione e la sua Corte, dovendosi a tempo debito convocare una Costituente audace, in una prospettiva di democrazia diretta selettiva, senza delega ad alcun eletto. C’è già stato il terremoto grave, è in arrivo il maremoto, il legalismo costituzionale non ha più senso.

Nel semestre o anno della dittatura obbligata e benefica, il suo capo -meglio Monti che uno sconosciuto- dovrebbe innanzitutto dimezzare il debito con le brusche: patrimoniale pesante soprattutto ma non solo sulle grandi fortune; dismissioni in grande; ben altri tagli di spesa. Sussidi alimentari a tutti i senza reddito. In più, il Dictator dovrebbe farsi regista di una Costituente ristretta, 30 persone nient’affatto elette, la quale liquidi la Carta del 1948 e dia vita ad ordinamenti assolutamente nuovi, tesi a trasformare la democrazia, da rappresentativa (cioè gestita senza speranza  dai lestofanti dei partiti) a semidiretta all’elvetica.

Venti anni fa il sistema svizzero fu clamorosamente additato e argomentato  da ‘The Economist’, con uno speciale, come ideale modello non solo per nazioni deficitarie di buoni ordinamenti, ma anche per UK e USA. Il congegno elvetico è definito in dottrina e ufficialmente come democrazia diretta. Esistono organi di rappresentanza, c’è un esecutivo (ristretto e capeggiato a rotazione tra i suoi membri), ma l’istanza finale è il referendum senza quorum. Nessuna legge entra in vigore se respinta dal referendum. Sovrano è il popolo, non il parlamento.

Questo vorrà dire, tra l’altro, che né le nostre assemblee, finché restano, né la presidenza della Repubblica dovranno avere autonomia finanziaria. Il referendum senza quorum e non gli eletti dovrà decidere gli emolumenti di questi ultimi, emolumenti che non dovranno superare i quattro decimi degli attuali; il finanziamento dei partiti, cancellata ogni altra voce, sarà un decimo dell’attuale. Questo a breve termine, ai sensi delle riforme della Dictatura. Sulla distanza, logica vorrà che la democrazia semidiretta all’elvetica evolva verso quella obbligata del futuro: diretta, selettiva ed elettronica.

In più, la dictatura legale derivata da Roma repubblicana dovrebbe agire nel senso di qualche redistribuzione della ricchezza e del contrasto all’ipercapitalismo. Il primo impegno in queste direzioni sarebbe l’avocazione delle rendite più alte, per finanziare il sostegno elementare di base a tutte le famiglie prive di reddito. La lotta agli sprechi e la cancellazione di quasi tutti i costi della politica e degli apparati istituzionali dovrebbe consentire la riduzione di un quarto della spesa pubblica. Il prelievo fiscale non si abbasserebbe nella stessa misura: la lotta alla povertà dovrebbe includere l’aumento degli aiuti ai paesi miserabili che alimentano l’immigrazione clandestina.

Tutto ciò, ed altro, andrebbe deciso e avviato entro i 6-12 mesi della dictatura. Ammonterebbe a un cambiamento rivoluzionario e implicherebbe in ogni caso qualche utilizzo dell’esercito a difesa della fase costituente dello Stato Nuovo. Un’alternativa meno drastica non esiste. I partiti e i politici espressi dalla Casta non si autosacrificheranno mai e il Paese finirà male.

A.M.C.

L’INCUBO DEL DOPO MONTI: MEGLIO IL GOLPE

Monta l’angoscia su ciò che accadrà dopo il governo dei tecnici, discutibile com’è. C’è chi spera che la forza delle cose costringerà a prolungarne l’esistenza, cioè a rinviare le elezioni per motivi di salute pubblica, anzi dello ‘stato di guerra’. Chi assicura già aperti i cantieri per un partito montista, oppure per la ricerca di questa o quella formula di montismo dopo Monti. In questo caso l’apparato partitico fingerebbe di ripudiare se stesso, per portare avanti metodi ed obiettivi fissati nel fatale novembre 2011. Al contrario il fronte legittimista-conservatore, trasversale tra tutte le forze e gli interessi, reclama la fine dell’eccezione e il “ritorno alla democrazia”, cioè la restituzione del Paese ai partiti.

In realtà tale restituzione sgomenta persino chi la esige. Sarebbe certa la bancarotta alla greca e l’insurrezione dei ceti immiseriti. La più grave delle nostre ferite è il debito pubblico: chi ne è responsabile se non il sistema dei partiti? Se il gioco tornerà a loro la catastrofe è certa. Napolitano, sommo esponente del partitismo, dice il contrario, ma sbaglia. Propongono gli ottimisti di regime: i leader principali si impegnino inequivocabilmente a portare comunque avanti la linea Monti, e allora non saranno possibili né le astuzie, né gli scherzi.

Per parte nostra non esistono dubbi: la parola dei capipartito non vale niente, lo dicono 67 anni di potere. Ma le elezioni non potranno che reinsediare le bande partitiche, magari alquanto rimaneggiate da fattori di turbamento quali 5Stelle, oppure deformate da una più micidiale e più sacrosanta vendetta dell’antipolitica. Dunque logica vuole: o niente elezioni, e si ignorino le vestali e le prèfiche della democrazia fraudolenta, oppure elezioni sì, ma niente partiti, bando al professionismo dei politici, divieto delle loro candidature. Si sciolgano i partiti e si vigili attentissimamente perché non si ricostituiscano. Poiché è dimostrato che i partiti e i politici sono nemici del buongoverno e dell’uomo, non c’è niente di male se a) le elezioni vengono rinviate a tempi migliori, meglio sine die, oppure b) incombendo il disastro nazionale i partiti vengono obliterati.

La Costituzione vieterebbe sia queste, sia altre soluzioni appena innovative. La Costituzione è un’esiziale manomorta. Ebbene la Costituzione va disobbedita e sospesa. Quando incombe lo tsunami qualsiasi testo giuridico, per di più congegnato dai partiti, vale zero. Rispettare ancora la Carta sarebbe grottesco. Se, come ha detto Monti, “il percorso di guerra è durissimo”, se anzi incombe la sconfitta, se il prezzo della sopravvivenza è il colpo di Stato, esso va pagato. Peggio per i Costituenti, che ci imprigionarono nella Manomorta.

A.M.C.

LA TURCHIA VERSO L’ETA’ NEO-OTTOMANA

Il gigante turco di oggi ha non poco in comune con la Prussia di Bismarck al momento che cominciava l’ascesa irresistibile: alla vigilia cioè delle vittorie sulla Danimarca, sull’Austria, sulla Francia di Napoleone III. Entrambe le nazioni vaste, popolose, ricche di energie e di opere, dotate di capi insolitamente forti (Bismarck e Erdogan, quest’ultimo definito da un giornalista straniero il maggiore statista vivente). Entrambe le nazioni  animate da una missione storica, entrambe sorrette da un retaggio imperiale e giustificate da un potenziale imponente.

Conosciamo gli uomini, i von Roon, i von Moltke e gli altri che furono a fianco di Bismarck nella fondazione del Secondo Reich. Invece non conosciamo gli uomini che sotto Erdogan lavorano perché la Turchia prenda il primato sulle nazioni governate da leadership religiose più o meno moderate  (sono ormai quasi tutte, dal Maghreb all’Asia centrale ed orientale. La voga laicista è finita nel disonore: ai popoli non offriva nulla, in compenso gratificava le piccole borghesie urbane con quei ‘diritti’ ed emancipazioni che i credenti detestano). Guarderanno ad Ankara, oltre alle varie stirpi ugroaltaiche assoggettate dall’Urss, persino quei cinesi islamici, gli Uigùri, i cui progenitori fondarono nell’Anatolia conquistata (741 d.C.) il terzo degli Stati turchi. Non per niente nei villaggi albanesi come in quelli tagiki molti caffeucci hanno insegne ‘Stambul’. Appare improbabile, a parte le scaramucce di tipo siriano, che l’Ankara di Erdogan si lanci nelle imprese belliche gravi, quelle che perdettero i successori immediati e quelli lontani del Cancelliere di ferro, nonché quelle che  distrussero l’impero ottomano nella Grande Guerra.

Detto questo, i fatti e le potenzialità del Secondo Reich e della Turchia 2012 sono impressionanti. Il primo fu presto in grado di superare i record manufatturieri della Gran Bretagna, massima potenza industriale al mondo, e prima ancora di umiliare in rapida successione l’impero asburgico, onusto di storia, e la Francia che nel 1870 aveva voluto il confronto bellico per dare una lezione alla Prussia ‘ultima arrivata’ e ‘poca cosa’ rispetto alle armate di Napoleone III. Nel 1870 bastarono a Moltke due giornate campali per annientare un esercito terrestre considerato primo al mondo, così come nel 1940 basterà alla Wehrmacht uno sfondamento nelle Ardenne per azzerare in pochi giorni la capacità bellica di Parigi.

Se gli imperi turchi furono tutti costruiti con le armi -di qui l’importanza del retaggio militare e il ruolo politico dei generali, perdurato fino ad anni recenti- i conseguimenti della Turchia di Erdogan sono stati finora pacifici. Per le strade si vedono ancora i mendicanti e i marginali che vendono ai passanti umili cozze crude al limone, ma il paese è un colosso economico, con settori industriali che producono tutto ed esportano parecchio. Nei nove anni di Erdogan il reddito procapite è triplicato. Viaggiare qui significa imbattersi continuamente nelle sfide e nelle conquiste della modernità, in aggiunta a quelle di un passato pentamillenario. Gli aeroporti, gli alberghi, i grattacieli, i centri commerciali e quasi tutte le realtà urbane sono spesso più imponenti delle nostre; per non parlare delle istituzioni museali, molte delle quali sorprendenti. Un paese dalle spalle atletiche.

La Turchia del XXI secolo aggiunge alla forza economica (insidiata però anche qui dalle minacce dell’ipercapitalismo e dall’eccesso di spesa pubblica) una rivendicazione storico-culturale che investe una parte importante dell’Asia e dell’Africa, più qualche paese europeo. Il primo tra tutti i sultani fu l’afghano Mahmud, che agli inizi del secondo millennio d.C. gettò con le sue vittorie le fondamenta dell’India musulmana, quindi del Pakistan e del Bangladesh. Il sultano selgiuchide ricevette nel 1065 dal Califfo di Baghdad il titolo di ‘Sultano del Mondo’. L’aquila bicipite del Sultano del Mondo è oggi uno dei simboli ufficiali dello Stato turco. Gli eserciti selgiuchidi sbaragliarono ripetutamente gli eserciti crociati e quelli bizantini. Lo stesso fecero tra il 1250 e il 1382 quelli mamelucchi. I sei secoli dell’impero ottomano furono aperti da Osman che nel 1299 si impadronì della Tracia, poi dei Balcani. La storia moderna comincia con la caduta di Costantinopoli all’armata di Mehmed il Conquistatore. Sotto Solimano il Magnifico l’impero ottomano si estendeva dalla Crimea e dal Caspio allo Yemen, dall’interno dell’Iran all’Atlantico.

La lenta decadenza, per vecchiaia, cominciò nel secolo XVII (ma ancora nel 1683 i turchi assediavano Vienna). Nel 1919 l’ultimo sultano aveva perduto tutti i possedimenti fuori dell’Anatolia; in più i francesi si erano presi la regione attorno ad Adana; i greci sbarcati a Smirne puntavano verso il cuore della penisola turca, grande come un subcontinente; l’Italia presidiava con velleità coloniali Antalya, la fulgente metropoli che oggi d’estate attira un milione di turisti. La gloria di Mustafa Kemal Ataturk, liberatore e costruttore della patria moderna, è talmente conosciuta che non le dedicheremo una parola (a parte che a 74 anni dalla morte non c’è bottega o pensioncina che manchi del suo ritratto).

E’ previsione comune, persino con elementi di abbaglio, che nelle giuste circostanze sentiranno il richiamo della Turchia tutti i popoli del suo ecumene storico-culturale, cominciando dagli ‘Stan’ dell’Asia (Turkestan e gli altri, Pakistan compreso). Certe ‘soap operas’ della Tv turca, tradotte in arabo, hanno avuto 70 milioni di spettatori esclusivamente arabi.  Al  mausoleo di Mawlana Rumi, il filosofo e mistico afghano che ispirò il Sufismo e l’ordine dei Dervisci, vengono oggi credenti da tutto l’Islam; Konya, dove il Saggio dorme dal 1273, è una piccola Mecca. Se andrà così, se gli Stan si compatteranno poco o molto in una sorta di Commonwealth di Ankara, sarà soprattutto perché la Turchia è già uno dei massimi protagonisti del Mediterraneo e dell’Asia centrale, pari per importanza di scacchiere alle grandi potenze Germania, USA, Iran, Russia. A confronto col potenziale complessivo di Ankara impallidiscono le ambizioni diplomatiche di un tempo: Gran Bretagna, Francia, Spagna. Irrisorie sono le possibilità di influenza dell’Italia, benché tanto spesso essa si sia offerta come sponda avanzata dell’Occidente. Troppo esiguo il ricordo delle lontane presenze di Venezia e Genova, troppo esile e futile il nostro ascendente attuale, fatto quasi esclusivamente di moda, calcio e altri valori negativi.

I popoli dell’ecumene turco sentiranno probabilmente il vantaggio di ritrovare la guida un tempo rappresentata dal Sultano del Mondo. L’Urss che aveva imposto la sua egemonia non esiste più. Gli Stati Uniti contano meno. La Gran Bretagna è stata spazzata via in conseguenza delle “vittorie” di Winston Churchill, l’invasato bellicista che la Turchia umiliò a Gallipoli. Per l’Italia, così brillante nelle fatuità, non c’è che da offrirsi come fornitrice e consulente di cose costose e inutili. Però certi macchinari minori continuerà a piazzarli nelle terre del Sultano del Mondo.

Antonio Massimo Calderazzi 

ERA MALMOSTOSA, ORA STRARIPA DI ORGOGLIO L’ITALIA DI CAZZULLO E DEL COLLE

Noi studiosi del pensiero di Cazzullo e del Colle sapevamo quello che avrebbero enunciato, dopo la vittoria di una nazionale spagnola che, come con virile severità ha deplorato il Primo, “ha infierito” su di noi. Sapevamo che avrebbero alzato i ditirambi patriottici di quando compimmo i 150, un sesquisecolo articolato in quattro fasi luminose: sabauda, fascista, gappista-terrorista, demoplutocleptocratica. Citiamo Cazzullo: “Non divenne Campione d’Europa per caso l’Italia del 1968. Una grande generazione di calciatori era l’immagine dell’Italia uscita dal boom, approdata all’industria e al benessere dopo secoli di ristrettezze rurali. Una partita di calcio non cambia certo il destino (…) ma può segnare uno spartiacque”.

Cazzullo esalta la “gioia dei giorni scorsi, il senso di riscatto, l’orgoglio con cui in tanti stringevamo una bandiera a lungo dimenticata e cantavamo un inno sino a poco fa negletto. Ricorderemo queste notti come il momento in cui l’Italia cambiò umore. In cui un Paese spaventato e malmostoso ritrovò il sorriso e la fiducia in se stesso. E si rese conto che poteva riconquistare un posto tra le nazioni”. Interrompiamo brevemente per precisare: non è il figlioletto cinquenne di Cazzullo che scrive, bensì il Papà. Riprendiamo a riferire: “(E si rese conto) che poteva essere considerato per quello che è: la capitale dell’estro, della fantasia, della creatività. Ricorderemo con tenerezza e rimpianto l’estate del 2012, quando ci rendemmo conto chi siamo davvero e cosa possiamo fare. Gli italiani si riconoscono in questa Nazionale. Abbiamo ritrovato il sorriso e la fiducia in noi stessi”.

Uno che non abbia ritrovato quanto sopra si vergogni. Ma andiamo avanti a impatriottarci: “Certo, i quattro gol della Spagna bruciano. Ma prevalgono i sentimenti espressi dal Quirinale: orgoglio, fiducia in se stessi, senso ritrovato dell’unità. Non è un caso che sia di nuovo la figura di Napolitano a sintetizzare emozioni e valori comuni (…) Il principale merito della Nazionale è stato rappresentare il Paese che le sta dietro, interpretare il momento della storia dell’Italia. Avevamo davvero bisogno di un’iniezione di buonumore, ottimismo, consapevolezza di noi stessi. Ci fa bene ricordare che nel mondo globale non siamo sconfitti in partenza. Anzi la fantasia, l’estro, il genio rappresentano armi formidabili (…) Era inevitabile che da un Europeo carico di simboli uscissero significati validi anche per la nostra vita pubblica e per le nostre vite private. Possiamo andare fieri di noi stessi, di quello che sappiamo e possiamo fare”.

Difatti, diciamo noi, fu questo l’errore di Mussolini: per pervenire alla grandezza puntò su otto milioni di baionette, laddove avrebbe dovuto capitalizzare sulla Nazionale,  arma ben più formidabile delle portaerei nemiche. “Comunque vada la finale” il Bardo torinese assicurò il 29 giugno “usciamo vincitori dall’Europeo”. Precisando, profeticamente: “Nel calcio comandiamo noi”.

 

Se Cazzullo è l’aedo, il rapsodo del patriottismo (se non l’ha già fatto, il Quirinale dovrebbe assumerlo come ghost writer delle allocuzioni chauvinistes, così da alleggerire la fatica dell’insigne 87enne), Giorgio Napolitano fa sintesi più sofisticate. Però anch’egli ha un cuore, anzi è ‘cor cordium’. Secondo un cronista del ‘Corriere’, “al capo dello Stato viene un groppo in gola” nel confessare ai calciatori da lui ricevuti solennemente tra gli arazzi e i lacché “che non ha mai giocato al pallone”. Ma si discolpa: “Ho colto la passione che vi ha guidato, il senso della Nazione, l’amore per l’Italia”. La linea l’aveva tracciata il giorno fatidico che gli Azzurri avevano pareggiato a Danzica: “Nel modo in cui la Nazionale si è impegnata è una conferma dello spirito di dignità e consapevolezza nazionale che io e le istituzioni abbiamo voluto diffondere nel celebrare i 150 dell’unità d’Italia”.

Il Capo dello Stato dixit. Le Roi le veut. I valori calcistici e quelli nazionali si giustappongono, anzi sono tutt’uno. La squadra vince o pareggia, ed è la civiltà italiana che si asserisce e prorompe. La squadra perde,  e l’Italia si stringe ai ragazzi (che si immolano nelle Termopili di questo o quello stadio) e ritrova il senso della missione. Gli Undici, più il CT, le riserve, i massaggiatori e gli inservienti hanno compiuto il miracolo che proietta il Paese nella gloria. Là dove migliaia di menti creative/direttive della Penisola e delle Isole sono state umiliate e sconfitte, riescono 22 polpacci d’oro, 22 ghiandole surrenali e il genio strategico di Prandelli. Fortuna per il generale Bonaparte, poi imperatore di mezza Europa, che la coppa Europea non fosse cominciata. Quante umiliazioni si risparmiò!

Un ultimo punto. Al fischio di fine partita con la Roja i ragazzi di Prandelli non hanno tripudiato d’essere assurti alla gloria sbirciata da Cazzullo, e dunque di avere insaccato d’orgoglio 60 milioni di italiani. Si sono abbandonati ai singhiozzi, le guance rigate di lacrime, le gole strozzate dall’angoscia. Altro che Muro del Pianto! Altro che cordoglio dei nordcoreani alla morte del Caro Leader! I volti e i petti dilaniati dallo strazio hanno of course intenerito Cazzullo: “Non sono cinici miliardari”. Nostra traduzione: benché strapagati dai club, dagli sponsor e dalla pubblicità, i Lohengrin del calcio hanno un’anima, non solo le surrenali. Così non fosse, noi italiani non saremmo egemoni dell’estro, dello slancio e della creatività. Gli aveva dato di volta il cervello a Mario Monti, quando invocava un paio d’anni di sospensione del calcio plurimiliardario? Rischiò di farci cadere in depressione!

Torniamo allo Juvat vivere di Cazzullo. Abbiamo il sistema politico peggiore d’Occidente; l’etica pubblica più cariata al mondo; gli eletti quasi tutti ladri; un contesto che consente al Lubrico da Arcore, il governante più implausibile in assoluto, di “tornare”; abbiamo i corazzieri e i palazzi presidenziali più inutili; neghiamo i fondi all’oncologia pediatrica per non rinunciare agli F35; in definitiva abbiamo quasi tutte le turpitudini. Però il calcio, la dottrina Cazzullo e il Colle ci invasano di orgoglio: ci era mai capitato nei giorni di Augusto e di Nerva?

A.M.Calderazzi

UNA NORIMBERGA PER I MISFATTI DELLA CASTA POLITICA

La storia d’ogni tempo è fitta di processi politici. Le città dell’Ellade sottoponevano frequentemente a giudizio e condannavano all’esilio o alla perdita dei beni, magari per una guerra persa. Cicerone sarebbe meno famoso se non avesse infierito con le requisitorie contro Gaio Licinio Verre, saccheggiatore della Sicilia e dunque maestro dei nostri politici. L’esilio di Dante Alighieri seguì a un procedimento di tipo processuale, e lo stesso valga per una miriade di sentenze politiche nei millenni, spesso sentenze capitali. Una delle più vicine a noi, e delle più aspre, fu pronunciata a  Norimberga nel 1946 contro i criminali di guerra del Reich sconfitto: dodici condanne a morte.

I processi politici non meritano molta simpatia. D’altronde i crimini contro il popolo o la società vanno puniti. Perché non dovremmo processare i criminali della nostra politica? Le condanne sarebbero senza confronto più miti. Parecchi personaggi sfuggirebbero al giudizio per vari motivi, compresa la manifesta infondatezza delle accuse. Ciò detto, il senso del diritto e la salvezza della patria esigerebbero un certo numero di condanne. Per esempio: come non processare i gestori della Sicilia da quando strapparono l’autonomia speciale? Non basterebbero i soli numeri -incontrovertibili- dei dipendenti, dirigenti, consulenti, forestali, più i livelli delle retribuzioni, più l’assieme delle malversazioni e rapine, per fare ineludibili le dure condanne pecuniarie ed altre sanzioni, esili compresi, a carico dei decisori più alti? A livello nazionale, come non processare i perpretatori della finanza allegra per la quale oggi il Paese è in pericolo?

Non si osi opporre che la democrazia, all’apertura delle urne, fa di ogni elettore il giudice dei politici. E’ totalmente falso. Gli elettori italiani non hanno mai punito chi li ha portati sull’orlo della bancarotta, e chiunque meritasse di espiare. L’andazzo nazionale e le nequizie della Costituzione macchinata dai partiti “vincitori del fascismo” (in realtà mosche cocchiere degli Alleati) hanno fatto sì che i politici di vertice vengono immancabilmente rieletti: essi sono a vita, da Nilde Jotti, che fu il peggio, al divo Giulio, ad Anna Finocchiaro, a Casini e a Fini. Gli elettori italiani non condannano mai, semmai si vendicano; ma la vendetta è cosa diversa dalla giustizia. Le volte che non rieleggono, gli italiani designano i trombati a presiedere società della mano pubblica, a godere di invidiabili sinecure, a ingozzarsi nei truogoli di Stato, regionali, eccetera. In ogni caso è la partitocrazia, non la magistratura a decidere quale politico va bocciato alle elezioni, ossia destinato alle predette greppie. Tutto si può sostenere, non che le urne sappiano fare giustizia. Le urne sono reti per catturare i pesci.

E’ discutibile che si processi chi decise, p.es., l’adesione alla scellerata Alleanza atlantica. Non è discutibile che si chiami a rispondere chi ha rubato, chi ha assegnato gli emolumenti più alti in assoluto ai membri della Casta, parlamentari o non, soprattutto quando le elargizioni continuano nel momento dei sacrifici generali e alla vigilia di sciagure collettive. Basta impunità.

In generale andrebbe istituito e reso obbligatorio  il processo di rendiconto a carico di chiunque abbia ricoperto cariche esecutive al di sopra di un certo livello. I giudici dovrebbero essere magistrati di carriera e non colleghi in politica. Le pene, tranne i casi estremi, non dovrebbero implicare il carcere, bensì pesanti risarcimenti e, mancando questi ultimi, il lavoro coatto. Tutti i beneficiari di finanziamenti, rimborsi elettorali, indennità eccessive e ‘fringe benefits’ dovrebbero essere costretti a restituire. Beppe Grillo ha invocato tali restituzioni: ha ragione.

A.M.C.

L’EGITTO DEI CREDENTI E LA ROTTA DEL LAICISMO

Ora che il rilancio religioso-politico è sul punto di prevalere anche in Egitto, è naturale interrogarsi: sarà un’asserzione ingannevole della fede quale fu nel 1948 il trionfo della nostra Democrazia Cristiana? Nessuno può rispondere se non in via ipotetica. Alcuni punti si possono però fissare. E’ nella logica e nella giustizia delle cose che il fronte della modernizzazione laica venga sfondato, in Egitto come altrove nel Terzo Mondo. Il laicismo ha fatto e mancato le prove decisive: quella della rivoluzione socialista, in sé obbligata nel contesto di tanta povertà (l’Egitto è il più sovrapopolato dei paesi arabi); e quella del liberismo occidentalizzatore a partire dal 1972. Il regime nato nel 1952 è rimasto militare e in teoria nasserista fino a oggi. Però con Sadat l’ispirazione socialista del primo ventennio si è andata spegnendo.

Nel passato l’opzione collettivista del Terzo Mondo era corroborata dall’esistenza stessa del campo comunista. Morto quest’ultimo, i gestori del potere sono ripiegati sull’ideologia capitalista. Oggi che quest’ultima, a valle del 2008, risulta grottesca nelle condizioni del mondo povero, la laicità non ha più nulla da proporre e l’islamismo si configura come grande protagonista, anche politico. Alle masse  promette il pane prima ancora che la salvezza dell’anima. Scriveva sessant’anni fa un musulmano egiziano di spicco, Ahmed Hasan al-Zayyat: “I Fratelli musulmani non concepiscono la religione come cosa di eremiti solitari, né il mondo come un remoto mercato, ma si rendono conto che la moschea e la piazza del mercato sono tutt’uno. I Fratelli hanno la lingua per fornire la guida, una mano per l’economia, un braccio per la Guerra santa e un’opinione per la politica”.

Il movimento fu fondato da Hasan al-Banna nel 1928, in Egitto. Ha attraversato molte fasi, comprese la clandestinità, la violenza fondamentalista, le repressioni e le reincarnazioni. Il fondatore era un laico e agli inizi i maggiori ‘ulama’ non aderirono. Sin dai primi passi la Fratellanza si confermò vicina ai ceti inferiori, incline sì a parlare il linguaggio agitatorio del populismo ma anche ad operare concretamente nella quotidianità, fornendo pane e riso agli affamati. Dimostrò che gli ideali islamici offrivano soluzioni sociali ben più idonee di quelle del liberismo e quelle del progressismo. Predicò anche la necessità della violenza per combattere l’ingiustizia e, a quel tempo, il colonialismo britannico.  Ottantaquattro anni dopo le parole d’ordine della Fratellanza sono più attuali che mai. Forse, indebolitasi l’estrema configurazione del regime sorto sessant’anni fa come nasserista, è giunto il momento della loro massima rilevanza. Fuori di esse c’è il vuoto, o meglio ci sono i relitti delle zattere progressiste, cui si aggrappano i naufraghi del radicalismo piccolo-borghese e urbano, gente che guarda a New York più che all’Egitto. Gente che addita emancipazioni e diritti che il popolo sente estranei, anzi combatte.

Nella misura in cui si impegnava nel costruire un socialismo arabo, il nasserismo sentiva i Fratelli islamici come concorrenti. In effetti, a volte essi si contrapponevano frontalmente a Nasser; un loro grande esponente, Sayyid Qutb, fu condannato a morte. In altri momenti prevalsero le spinte armonizzatrici: anche i militari di Nasser si prefiggevano in origine una società modellata sulla solidarietà, precetto coranico. Qutb, il martire, aveva scritto un libro sulla giustizia sociale come quintessenza dello Stato islamico.

Nel 1948 il movimento era stato sciolto una prima volta. Il capo del governo che aveva firmato il decreto fu assassinato da un adepto della Fratellanza. Un anno dopo fu ucciso il fondatore, al-Banna. A distanza di alcuni anni si ebbero tentativi di ammazzare il presidente Nasser e l’esecuzione di Sayyid Qutb. I militanti della Fratellanza affollarono le carceri egiziane alla pari dei comunisti. Invece non pochi tra i Fratelli condivisero il corso quasi-socialista del nasserismo. Lo stesso fece l’università al-Azhar, caposaldo egiziano dell’ortodossia. Queste vicende evidenziano nella Fratellanza il prevalere dei temi sociali e politici su quelli ‘teologici’. Rivolgendosi al popolo invece che alla borghesia occidentalizzante e secolarizzata, i Fratelli si identificavano con le istanze che coinvolgevano le masse.

Negli anni Ottanta la militanza islamica in Egitto tradusse il disagio sociale, che si aggravava per l’esplosione demografica, in forme di vera e propria guerriglia. Nella nuova politica di apertura al mercato, all’Occidente e ad Israele il successore di Nasser, Anwar al-Sadat, aveva in parte smantellato il Welfare e applicato le misure di rigore imposte dal Fondo monetario internazionale. La disoccupazione si aggravò, i divari si esasperarono. Sadat cadde assassinato.

Mezzo secolo fa i Fratelli avanzavano soluzioni che nel contesto arabo si impongono oggi:  redistribuzione della proprietà, sgravi fiscali sui redditi bassi, lotta alla speculazione, sobrietà, moderazione dei consumi, resistenza agli organismi internazionali. Il tutto nel nome di Allah e del dovere della carità. Il Corano sancisce il diritto di proprietà, però lo contrappesa coll’obbligo della condivisione (=col diritto dei poveri sui beni di chi ha molto). Il fallimento sia del socialismo arabo, sia di tutti i modelli importati dall’Occidente -dall’illuminismo al marxismo, dall’ideologia liberista al radicalismo laicista- ha lasciato la religione come sola ispirazione di giustizia e come stampo organizzativo. Del resto l’Islam non è mai stato solo religione: anche strutturazione della società. Per questo, nonostante i drammi, gli insuccessi e i tradimenti, si guarda all’Islam come religione e idea della giustizia. Ai credenti si offrono idee importate e astratte, ma essi scelgono il loro retaggio più che millenario. In qualche misura, è più operante che mai.

Antonio Massimo Calderazzi 

CINA FORSE EGEMONE NON NECESSARIAMENTE

Secondo la maggior parte degli osservatori, le fazioni che si contendono il dominio del regime cinese sono tre: i liberalizzatori, inclini a ridurre le distanze tra le linee e le prassi finora vigenti e il capitalismo occidentale; i centristi, fautori della semplice continuità; i radicali di sinistra, impegnati nello sforzo di contrastare quella che  caratterizzano come deriva liberista. Sembra che la prima abbia al momento, e salvo imprevisti, le possibilità migliori. Il suo maggiore esponente Li Kequiang potrebbe salire a capo del governo, mentre il suo alleato Wang Yang, capo del partito comunista del Guangdong, sta rafforzando la sua posizione. Si parla di Xi Jinping come prossimo capo dello Stato, ma al momento non è chiaro se egli inclini a correggere la rotta, e in quale direzione. I centristi o continuisti controllano le leve di comando principali: potrebbero, secondo gli sviluppi dell’economia e della politica,  coalizzarsi con uno o l’altro dei gruppi di potere.

Gli uomini della terza fazione, variamente descritti come ‘populisti’ o ‘egualitari’, appaiono indeboliti dalla caduta di Bo Xilai nel marzo scorso. Era il segretario del partito a Chongqing, con 30 milioni di abitanti la maggiore metropoli del paese, e la sua potenza derivava anche dal fatto d’essere figlio di un cofondatore del partito comunista e del regime. In tempi recenti si era fatto notare anche, ma non solo, per una serie di iniziative nel segno di un rilancio di slogan rivoluzionari. Il suo prestigio di rianimatore dello zelo maoista, e anzi di pretendente a futuro Mao era stato pregiudicato da accuse, persino da uno scandalo: tra l’altro la sua consorte potrebbe essere coinvolta, in misura incerta, nell’assassinio di un uomo d’affari britannico. In più circolano voci di corruzione e di esercizio arbitrario del potere a Chongqing. Persone imparentate con Bo avrebbero depositato somme ingenti in banche estere. In altre parole, un’ascesa e una caduta clamorosamente teatrali. In ogni caso, ha scritto un’analista americana, “Bo was too turbocharged to truly fit in a contemporary China that values stability and consensus above all (…) he was an extreme embodiment of some of modern China’s biggest contradictions. How could Bo suddenly spout iterations of Mao’s class busting ideology? In today’s China there is no need for a Mao”.

Dicono che Bo Xilai abbia taglieggiato i maggiori operatori economici  di Chongking sia per vantaggio personale, sia per finanziare vaste iniziative di mobilitazione politica, p.es  celebrazioni rievocative  di massa dei fasti maoisti quali la Lunga Marcia e la Rivoluzione culturale. La riproposta del fervore rivoluzionario è incongruo in una fase in cui l’imperativo assoluto resta il crescere ininterrotto della potenza economica. Le preoccupazioni principali del momento vengono dall’indebolimento della crescita, con numeri in calo nella produzione industriale e nell’export. Non che la via cinese sia esente dai vizi mostruosi del turbocapitalismo; ma non saranno gli slogan delle Guardie rosse e del Mao rivoluzionario permanente a additare la salvezza. E’ interessante la voce secondo cui il vertice del regime ha avviato un’esplorazione concettuale delle esperienze europee di socialdemocrazia.

Il disagio sociale e altri fattori potranno rallentare l’ascesa della Cina, e anche provocare sussulti. Ma secondo Goldman Sachs sembra sicuro che tra una dozzina d’anni il paese sarà non solo la maggiore economia del pianeta, ma anche quella che avrà ridotto l’abissale divario tra le classi. Le preoccupazioni più acute degli USA riguardano le ambizioni militari di Pechino; in particolare il programma per disporre di un apparato missilistico, non esposto agli attacchi americani, in  grado di attaccare le portaerei degli Stati Uniti. Non per niente il potente missile balistico sviluppato dalla Cina viene  indicato come carrier killer. Com’è noto l’ammiraglio Mullen, autorevole capo degli Stati Maggiori Riuniti fino a pochi giorni fa, ha fatto scalpore con la previsione che in un’eventuale guerra per il predominio nel Pacifico le portaerei, massima espressione della potenza statunitense, sarebbero facile bersaglio dei missili di Pechino. A parte la circostanza che, secondo l’ammiraglio, la più infallibile delle armi di Pechino è in realtà il fatto di detenere il grosso del debito degli Stati Uniti e  di potere sempre pretenderne iil pagamento.

Sul piano militare, tuttavia, le ambizioni cinesi sembrano limitarsi al Pacifico occidentale, in particolare a Taiwan. E’ probabilmente la cyberwar lo scacchiere dove i cinesi potrebbero insidiare prima l’egemonia statunitense (vedi l’articolo di un autore di Internauta in proposito). L’anno scorso un hacker cinese riuscì a penetrare i sistemi di sicurezza di Google. Secondo Richard Clarke, già massimo responsabile dell’antiterrorismo statunitense, “We know of 3,000 U.S. companies that have been hacked. It is a serious threat to our economy. China regularly breaks into the networks of U.S. companies to steal anything of value”. Nel passato il Pentagono  ebbe ad ammettere  di avere subito, assieme ad altri organismi ufficiali “certain computer network intrusions”.

Peraltro ricordiamo una valutazione complessiva di Henry Kissinger, che 41 anni fa andò a Pechino e aprì il fondamentale rapporto tra Cina e USA: “La Cina non può non diventare presto la massima economia del mondo, però il debito pro capite resterà un quinto di quello americano. E verso il 2025 o 2030 dovrà affrontare duri problemi demografici: urbanizzazione troppo rapida, crescente peso sulla  popolazione attiva dei segmenti anziani, fermenti sociali potenzialmente (teoricamente) rivoluzionari”. Per il grande segretario di Stato, non è detto che “the largest economy” debba per forza diventare “the dominant country”.

A.M.C.

LE MANI PIU’ FORTI DI UN ALTRO MONTI. SE NO, ATATURK

Al suo avvento, Mario Monti avrebbe dovuto fare le cose grandi e aspre di un’economia e di una società in guerra. Sei mesi dopo, contabilizziamo cose piccole e facili, appropriate non al Demiurgo

che molti, anche fuori d’Italia, invocavano; ma ad uno dei successori dorotei di Mariano Rumor; un successore più esperto degli altri nelle dottrine economiche e nei vertici decisivi/innocui in lingua inglese. Un’economia di guerra non può non esigere dagli alti redditi sacrifici straordinari quanto straordinari sono i frangenti. Monti si è erto a difesa degli alti redditi. Una patrimoniale era il minimo che dovesse imporre loro, al posto dell’esproprio. Una patrimoniale che in un colpo solo tagliasse l’indebitamento di 500 miliardi. Invece l’ha imposta a tutti, inevitabilmente leggera. Gli alti redditi, come i politici ladri, l’hanno scampata. Ringraziano Monti e il Metternich che, dal Colle, ha fissato le regole d’ingaggio.

Il professore che ha preso gusto al Palazzo e alla tribuna delle autorità non la racconta giusta, quando sostiene che una patrimoniale dura avrebbe fatto fuggire i capitali. Lo Stato che ha varato la tracciabilità e i blitz di Befera è tecnicamente in grado di intercettare la fuga, con un basso margine d’errore. E’ in grado di punirne gli autori coll’espulsione loro e delle famiglie, nonché con la confisca dei beni che non riescono ad esportare. Questo si chiama esilio. Era in onore ad Atene e a Firenze: va riscoperto in grande, trascurando la Costituzione (da cestinare) e la sua Corte (da chiudere).

Un’economia di guerra avrebbe imposto tagli draconiani sulla spesa pubblica improduttiva. Più ancora su quella imperdonabile: lo sfarzo per tenere alto il prestigio, le convenzioni, il protocollo, le parate, le insulsaggini diplomatiche, le canagliate della spesa militare imposta da Washington, la protezione del fatturato e del monte stipendi di Finmeccanica. Qualsiasi altro successore di Mariano Rumor avrebbe fatto come Monti: non tagli ma nuove commesse all’industria bellica. A volere tenere alte le spese militari, bisognava ottenere che se le addossasse il Pentagono che le esige.

Di dismissioni di beni pubblici, nemmeno l’ombra, col pretesto che si sarebbero sviliti se fossero stati messi sul mercato sul serio: come se chi è sul punto del fallimento può pretendere di vendere ai livelli più alti del mercato. Alcune centinaia di caserme, di quando eravamo 8 milioni di baionette, sono lì a richiedere manutenzione. L’abolizione delle province e di ‘n’ enti inutili resta una fata Morgana. L’aggressione ai costi, ai furti e alle frodi della politica è vietata dai partiti, la pensata di Napolitano essendo consistita proprio in questo: un Mario Monti che scongiura il crollo del sistema, però è sostenuto e ricattato dai partiti. L’uomo del Colle non perde occasione per ululare che i partiti sono indispensabili, fingendo di dimenticare che i partiti sono amati da un italiano su 50. Monti era atteso dal compito storico di sfasciare, non puntellare, la partitocrazia. Se il Colle si opponeva, dirlo al Paese, non temere il conflitto tra istituzioni. Quando un assetto è pessimo, va smontato.

Il gesto più clamoroso, perciò più efficace, avrebbe dovuto essere tagliare di nove decimi il bilancio della presidenza della  Repubblica, la più ipertrofica delle strutture, il peggiore dei cattivi esempi. Licenziare quasi tutti i cortigiani, i ciambellani, i lacché, i giardinieri, gli stallieri delle residenze presidenziali. Mandare i corazzieri a dirigere il traffico, meglio a farsi fotografare dalle turiste. In breve, chiudere e vendere il Quirinale  sapendo che Pechino, Seul o Mosca pagherebbero bene una reggia papale/sabauda dove alloggiare in licenza premio, a migliaia alla volta, i rispettivi lavoratori e gerarchetti. Per gli uffici del capo dello Stato bastano 25 stanze e 23 milioni invece di 230. Applicando trattamenti ruvidi a tutti gli organi della cosa pubblica, l’elettroshock sarebbe salutare, il risparmio mastodontico.

Tutto ciò potrebbe ancora farsi, visto che la crisi peggiorerà. Però esigerebbe da Monti il coraggio, la volontà scardinatrice, la consapevolezza che, come sul ‘Corriere’ ha scritto Gian Arturo Ferrari “le mandibole della crisi frantumano perbenismi, buone intenzioni, fedeltà, appartenenze, speranze, dignità, ideali”; e che “nel 1928, un anno prima della Grande Crisi, il partito di Hitler valeva il 2,6%; nel settembre 1930 balzò al 18,3%; nel luglio 1932 raggiunse il 37,4”. Il superministro Passera ha calcolato che “sono colpiti dalla crisi metà degli italiani, 28 milioni”, e ha confidato a tutti “mi chiedo ogni giorno con ansia cosa fare per la crescita”. Se Passera, un astro del management, non sa cosa fare, vuol dire che il perbenismo di Monti ha poche chances. Occorre un Imperioso, non un Prudente.  L’emergenza ci costringerà ad una nuova e ferma disciplina da kibbuz. Dimenticheremo la venerazione della libertà, della proprietà e dei diritti acquisiti o, peggio, ereditati.

Come sappiamo, Monti una scusante grossa ce l’ha. Ha ricevuto dal Colle il mandato di non cambiare un bel nulla di importante.  Sarebbe un mandato da denunciare apertamente: ma lui Monti è un supergestore, non un demolitore/ricostruttore. Saranno le “mandibole  della crisi” a trovare quest’ultimo. Oppure a snaturare Monti, da così a così.

A.M.Calderazzi

PER GRAMSCI GLI AVVERSARI ERANO “STRACCI MESTRUATI”

Un giovane politico professionale, membro di una classe appassionatamente amata dal 2% degli italiani -si chiama Domenico De Santis, responsabile organizzativo Pd Puglia- ha provato giorni fa a rispondere alla domanda, centrale al nostro tempo, “Se Antonio Gramsci fosse nato nel 1982 come me, al posto delle Lettere dal carcere avrebbe forse scritto post su fb, o magari twittato qualche messaggio dal suo profilo?”.

Per chi si galvanizzava alla prospettiva di entrare in un Gramsci nato nel 1982, delusione immediata: “Non so rispondere” scrive a muso duro il gerarca in erba. Però riferisce ammirativamente un paragrafo di Gramsci, scritto sulla crisi della rappresentanza a fascismo appena insediato “Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

Non essendomi mai curato troppo di Gramsci (forse in quanto a lui risale, in piccolo, il settarismo che ha contribuito ad uccidere l’idea comunista nel mondo intero), non sono in grado di valutare il fondamento delle accuse al Gramsci “pedagogo violento e intollerante” del sociologo Alessandro Orsini, di recente pubblicato da “Sette” (Corriere’). Però impressionano; valutate voi: “I documenti dicono che Gramsci, fin quando fu libero di partecipare alla lotta politica, affermò che i giovani militanti di partito dovevano essere educati a chiamare gli avversari politici “porci” e “stracci mestruati”, ed esprimeva il suo giubilo quando i liberali venivano presi a cazzotti in faccia. Il 5 giugno 1920 negò il diritto alla vita degli avversari, affermando che la rivoluzione comunista prevedeva la loro uccisione. Contro i critici della violenza bolscevica era solito riversare una valanga di insulti. Per lui Turati era uomo spregevole. In una lettera a Palmiro Togliatti del maggio 1923 dichiarava di voler distruggere tutto ciò che il riformismo rappresentava. Il 1° settembre 1924 Turati era “un semifascista”. Nei Quaderni, Turati è citato 7 volte con disprezzo immutato. Il 28 agosto 1924 Giacomo Matteotti è definito sprezzantemente ‘un pellegrino del nulla’, per avere sprecato la sua vita politica dietro il riformismo. Gramsci difese energicamente, a proposito della soppressione della libertà di stampa in Russia, quel tipo di società che amava, pur essendo consapevole dell’esistenza della GPU e delle sue funzioni (…) Quando Togliatti ricoprì di fango la figura di Turati, nel giorno della sua morte,si limitò a ripetere quanto Gramsci aveva sempre detto: Turati è un essere ributtante”.

Incalza ancora Orsini: “In una lettera che Gramsci scrive alla moglie (30 dicembre 1929) sull’educazione dei figli, emerge la concezione pedagogica che precede l’arresto: l’educazione al comunismo deve essere basata sulla coercizione. Le menti dei fanciulli devono essere sottoposte a un’autorità esterna anche con la forza e la violenza, se necessario. Il tema dell’educazione torna in una lettera del 27 luglio 1931, quando il figlio Delio stava per compiere sette anni, un’età che Gramsci giudicava decisiva per imprimere l’ideologia comunista nella coscienza del figlio”.

“Gramsci, riassume il sociologo Orsini, accantonò la violenza rivoluzionaria non in quanto negazione del socialismo ma perché, dopo una serie impressionante di sconfitte, era giunto alla conclusione che non poteva essere utilizzata con successo. A questo si riduce la differenza pedagogica tra i due Gramsci: il primo voleva instaurare la dittatura del Partito unico uccidendo gli avversari. Il secondo voleva instaurare la dittatura del Partito unico occupando la mente di migliaia di persone”.

Togliatti -questo lo diciamo noi- confermò l’animus violento e totalitario di Gramsci quando esaltò l’uccisione di Giovanni Gentile, da lui descritto nei termini più insultanti, e ogni altro crimine di tipo gappista. Lenin e Stalin non sono stati affatto soli ad assassinare il comunismo: li hanno aiutati uno stuolo di luogotenenti. Nel nostro paese i sicari migliori furono i gramscisti: i Togliatti, i Longo, i Secchia, i ‘colonnello Valerio’.

A.M.C.

CARI POLITICI, RICICLARVI A SHERPA NON VI SALVERA’

Tambureggiano i moniti ai partiti dei politologi di Palazzo: su come passà a’ nuttata; su come rifarsi la fisionomia perché l’immagine sia migliore della realtà; in definitiva, su come imbrogliare gli elettori in modi nuovi. Angelo Panebianco, politologo onusto di esperienza, ha trovato, per condensare i suoi consigli di trasfigurazione plastica, una formula fulminante: “Non più un Principe ma un utile sherpa”. Farsi sherpa, come non averci pensato prima! Un tocco di genio: non più occupatori di tutto- istituzioni, enti, partecipate, municipalizzate, mano pubblica, Asl, Rai, comunità montane, consorzi, reparti ospedalieri, and so on- bensì umili portatori indigeni, poco più che facchini, per le spedizioni himalayane di pensionati, esodati, co.co.co, precari, etc.

Questo si chiama avere imparato e migliorato la lezione di Machiavelli, di Guicciardini! Questo si chiama prorompere di creatività e di insuperabile made in Italy! “Se si vuole sconfiggere l’antipolitica” ha scandito il Politologo “occorre che i partiti si rassegnino ad un ruolo assai più modesto che in passato”. Quanti dispiaceri avrebbe risparmiato Panebianco ai Sommi cleptocrati, se si fosse ricordato prima dell’Himalaya. Ai cleptocrati sarebbe bastato farsi facchini d’alta quota, e oggi non sarebbero in quarantena, sospettati delle malattie più ripugnanti.

Comunque non è troppo tardi. A partire dal sullodato editoriale Panebianco, si calcoli il tempo per una semplice trasmutazione in sherpa, e sapremo quando comincia la Vita Nuova. Come vuole Panebianco, i gerarchi dismetteranno sahariane, finanziere, marsine e smoking per indossare gli stracci dei portatori himalayani. Nel sistema sconciato della repubblica cara ai politologi tornerà l’euritmia. Le grandi idee sono le più semplici.

C’è anche da meditare il pensiero sapienziale dell’Agamennone degli Achei sotto le mura di Troia, P.L.Bersani: “Se c’è qualcuno che crede di stare al riparo dell’antipolitica, si sbaglia alla grande. Se non la contrastiamo, spazza via tutti”. Ed inoltre: “Abbiamo in giro molti apprendisti stregoni che sollevano un vento cattivo. Siamo nei guai. E’ mancata la correttezza dell’informazione sui rimborsi ai partiti, perché continuano a scendere e arriveranno a 140 milioni nel 2015, il che significa 2,38 euro per ogni italiano. Possiamo ancora scendere, ma un décalage c’è già (…) Il pagamento di 100 milioni (non sono 182? N.d.R.) lo posponiamo. Ma non voglio che il mio paese muoia di demagogia”. In effetti, al primus inter pares tra i caporioni dovremo eterna riconoscenza: ci guarirà della mortale malattia demagogica, e pazienza se resteremo malati di tutti i furti e tutte le menzogne.

 

Tuttavia il 2% di stima ai partiti/ai politici è già un livello di approvazione sufficientemente basso da giustificare l’impeachment di chi pretende che la nostra sia una democrazia rappresentativa. E’ una democrazia sopraffattiva. Resta in piedi per imposizione di una minoranza irrisoria. In uno Stato ideale il 2% giustificherebbe l’immediata destituzione di tutti i detentori di cariche, compresa la prima. Invece nella repubblica dell’usurpazione i cleptocrati perpetueranno il loro potere mascherandosi da sherpa. Infine: indecifrabile il nostro capo dello Stato! A pochi mesi dal primo atto da statista della sua carriera -ha deposto il Pagliaccio, ha imposto Mario Monti, ha di fatto proclamato il fallimento della partitocrazia- lo scorso 25 aprile si è lanciato in un’arringa, focosa secondo la tradizione del foro partenopeo, a difesa dei partiti.

Peraltro il 98% degli abitatori dello Stivale non sembra curarsi dell’arringa. Non più che delle cento precedenti.

A.M.C. 

LA STORIA RECENTE DELLA FRANCIA, ANCHE PEGGIO DELLA NOSTRA

Cominciammo, in età moderna, a sentirci sovrastati dalla Francia prima ancora che un generale ventisettenne figlio di toscani vincesse la campagna d’Italia. A Napoli tre patrioti si fecero impiccare nel 1794 per aver tentato di anticipare (di cinque anni) una repubblica giacobina satellite di quella francese. Un ventennio dopo, la dominazione francese finisce con la Waterloo dell’oriundo toscano, ma tra il trattato di Plombières (1858) e la deposizione di Napoleone III l’Italia deve soprattutto a Parigi la propria unificazione. Nel 1870 Vittorio Emanuele II tenta di pagare il debito di riconoscenza accorrendo in aiuto della Francia, ma viene saggiamente impedito da consiglieri e ministri.

Nei quarantacinque anni che seguono, il nostro rapporto con la Francia è quello tra parenti-serpenti. Se nel 1915 entriamo in guerra a fianco di Parigi (e Londra) è per la canagliata stupida di Salandra, Sonnino ed altri (secondo loro i massacri sul Carso ci frutterebbero più che la neutralità; laddove la Spagna fa affari d’oro restando fuori del conflitto). Nel 194O il Duce corona la sua gallofobia pugnalando alla schiena la Francia. Non basterà il Trattato di Roma e la nascita dell’Europa a ridurre il divario di status tra Parigi e Roma.

Oggi facciamo bene a guardare con dovuta riverenza all’Eliseo, dove si insedia un nuovo monarca quinquennale. Sappiamo che per male che vada riuscirà a gestire la Francia, grazie alla liquidazione del parlamentarismo quartarepubblicano attuata da Charles De Gaulle. Tuttavia non dovremmo dimenticare che, mentre abbiamo cento ragioni per arrossire della nostra storia contemporanea, anche i francesi hanno alle spalle un secolo e mezzo di fallimenti e di errori. Lo “Spezzeremo le reni alla Grecia” di Mussolini non fu più velleitario e ridicolo che la dichiarazione di guerra di Parigi alla Prussia di Bismarck, voluta per vanagloria da cortigiani e ministri di Napoleone III, più che dal loro sovrano. La premessa era che la “piccola” Prussia non fosse temibile; e invece le furono sufficienti due giornate campali per azzerare la capacità bellica del Secondo Impero. Seguì una Terza Repubblica sorprendentemente vitale e prospera, ma la vittoria del 1918 esigette prezzi micidiali: non solo un milione e mezzo di morti francesi, ma un’estenuazione complessiva, materiale, morale e demografica, talmente grave che al successivo, fatale confronto bellico, nel 1940, la sconfitta fu fulminea come nel 1870, però più catastrofica. Fu la sconfitta più umiliante della storia.

Lo sfruttamento della vittoria nel 1919 fu il campo su cui l’azione internazionale di Parigi commise gli sbagli più gravi, tali da offuscare durevolmente molte glorie nazionali. Si veda l’oltranzismo alla conferenza di Versailles. La Francia, oltre ad addossare alla Germania tutta le responsabilità -che invece condivideva alla pari- della Grande Guerra, e a pretendere che Berlino pagasse riparazioni spropositate, tentò anche di annettere territori renani, poi di farli secedere dalla Germania perché diventassero un proprio satellite. In più il Quai d’Orsay, assecondato da un bislacco presidente Woodrow Wilson, credette di realizzare il proprio capolavoro inventando o ingigantendo a est-sudest della Germania una collana di Stati funzionalmente antitedeschi -Polonia, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Romania- ipoteticamente capaci di impegnare le armate tedesche su campi di battaglia lontani dalla Francia. Al momento della prova ciascuno degli Stati antitedeschi sarà cancellato in pochi giorni. In più, il “trionfo” della Francia a Versailles fu il principale dei fattori che determinarono l’avvento di Hitler, dunque quel secondo conflitto mondiale che annientò la Francia. Tecnicamente le feluche francesi furono, se possibile, più insipienti e fatue delle nostre.

Crollato il Terzo Reich, Parigi credette di ritrovare potenza e prosperità nel suo smisurato impero coloniale, secondo solo a quello britannico; ma si scontrò subito col nazionalismo dei paesi assoggettati. L’8 maggio 1945, quando la Madrepatria festeggiava l’implausibile ‘vittoria’ su Hitler, a Costantina le forze francesi soffocavano il primo tentativo insurrezionale dell’Algeria: 15 mila morti. Cominciava lì la quarta delle guerre sbagliate della Francia (1870, 1914, 1939, 1945), la guerra per tenere l’impero coi cannoni. Nella stessa primavera del ’45 De Gaulle prova a mandare un corpo di spedizione che riprenda Siria e Libano; è costretto a ritirarlo sotto la minaccia dell’VIII armata britannica. Seguono nel 1947-48 la cruda repressione in Madagascar, poi la rovinosa impresa d’Indocina, finita per la Francia col disastro di Dien Bien Phu, per gli USA nella vergogna del Vietnam. Infine venne la tragedia algerina.

Gli italiani, i tedeschi, i giapponesi, i britannici (vincendo nel 1945 si sono ritrovati nazione di second’ordine, satellite diretto di Washington), i sovietici, gli americani (costretti da settant’anni a fare guerre e, tranne quella da essi cercata nel 1941, a perderle) abbiamo tutti una storia di cui vergognarci. Ma anche i francesi hanno proprie onte da lavare, cattivi ricordi da rimuovere. Con la coraggiosa intesa franco-germanica cominciò De Gaulle a redimere la Francia da un ottantennio di umiliazioni ed errori. Forse sarà Hollande a ritrovare, abbandonando certi aspetti della diplomazia sarkosista, la saggezza di quel suo predecessore col kepì, che nel 1958 si fece “re” della Francia, ma seppe, al di là delle apparenze, della force de frappe, del Mirage eccetera, non prendere alla lettera la grandeur.

A.M.Calderazzi

MONTI CHIUDA LE CAMERE E LA CONSULTA

Non conta se da Seul sia venuta una minaccia o un segno di scoramento. Se SuperMario (“Potrei lasciare”) abbia lanciato un ultimatum, oppure anticipato un’abdicazione (quel ‘gran rifiuto’ di papa Celestino V che il Poeta chiamò ‘viltade’). Se in definitiva confermi o smentisca di voler entrare nella storia come il maggiore tra i governanti repubblicani. Ciò che conta è se la missione di redimere l’Italia sia o no compatibile con i partiti, la tangentocrazia, il parlamentarismo, le urne.

Non è compatibile. La logica dell’esperienza Monti è antitetica all’elettoralismo. Non solo a quello italiano, o mediterraneo (francese, iberico, ellenico): persino a quello britannico, quest’ultimo peraltro deperito, quasi estinto come modello. Sulla distanza la ‘mission’ del Nostro è di abbattere la Seconda Repubblica, di edificarne una Terza che sia molto più innovativa di quella, poco ardita, imposta da De Gaulle alla Francia. Se Monti non costruirà lo Stato Nuovo, mancherà il suo destino e la gloria. Risulterà niente altro che uno dei successori di Mariano Rumor.

La prospettiva che alle prossime elezioni il gioco torni ai (delinquenziali) soggetti di prima, al Mob dei partiti ladri, fa accapponare la pelle, secondo la perforante formula di Michele Salvati (aveva tentato di razionalizzare alquanto la camarilla del potere). Il cardinale Bagnasco, che nei giorni scorsi ha auspicato che a emergenza economica finita la cosa pubblica ritorni ai suoi gestori ‘fisiologici’, fa come quegli uomini di chiesa che a Chicago benedivano nozze e funerali dei boys di Al Capone; e che a Napoli tributano ad altri boss l’omaggio della processione del Santo. La nostra classe politica è una Camorra Generale che supera i confini delle malavite regionali. Sembra accertato che non più del 3-4% degli italiani ha stima dei partiti e dei politici: ma se si indiranno elezioni, la Camorra Generale raccoglierà assai più del 3-4%. Chi dubita che si reinsedierà appieno la Casta, magari un filo meno sfrontata però altrettanto rapinatrice?

Se Mario Monti vorrà compiere l’opera le urne dovranno restare chiuse molto a lungo, perché i rizomi della gramigna partitica secchino e l’infestazione si riduca. Il senso dell’esperienza Monti va oltre la riduzione dello spread e la nostra riabilitazione agli occhi degli investitori stranieri (sempre che non si accorgano della militanza Fiom e delle non poche Alcoa e Fiat che tenteranno di traslocare). Se Monti vorrà compiere l’opera dovrà affrontare la bonifica della palude malarica che è la nostra politica ‘democratica’.

Si usava dire che la Francia guarì dell’epilessia quartorepubblicana perché aveva un De Gaulle, più il dramma algerino. Ma noi oggi abbiamo Monti, più l’emergenza economica, più la corruzione. Monti non è da meno. Con tutta l’ammirazione dovuta al Generale, la sua grandezza non va esagerata. Che avesse liberato la Francia e partecipato alla vittoria fu una sua amplificazione. La vera gloria fu di avere liquidato l’Impero africano e fatta presidenziale la Quinta Repubblica: oggi largamente ricaduta alle vecchie consorterie, però in qualche misura risanata. I meriti di Monti sono già ragguardevoli, ma si faranno smisurati se demolirà il vecchio ordine e avvierà la Nuova Ricostruzione.

La logica dell’impresa Monti vuole un lungo rinvio delle elezioni. Il Parlamento si può tenere chiuso senza danno, finché sia trasformato in strumento della democrazia diretta, reclutato per sorteggio tra i qualificati e i virtuosi (p.es. tra chi fa vero volontariato). Si possono licenziare i parlamentari, i funzionari, i commessi, gli stenografi; si possono cancellare i bilanci, pagando solo le donne e i filippini per le pulizie delle sale tre volte l’anno; si possono disdettare quasi tutti i palazzi (il solo Montecitorio basterà per un’unica assemblea di 200 sorteggiati). Al tempo della sua gloria la Repubblica romana sospendeva tutte le magistrature a favore del Dictator: sia che incombesse il pericolo (Lucio Quinzio Cincinnato), sia che nascesse l’Impero (Giulio Cesare).

Molti invocano la ‘nuova fase costituente’. Dunque la Costituzione vecchia vada in bacino per estesi e lenti lavori. A titolo simbolico un giudice costituzionale, scelto a sorte, venga immesso nel governo costituito in Comitato di salute pubblica o in Direttorio straordinario. La Consulta venga tenuta chiusa dai corazzieri di re Giorgio. Delle proteste di giuristi, intellettuali, cantautori e calciatori non ci si curi. Sindacati e gruppi antagonisti vengano guadagnati confiscando le grandi proprietà e i redditi spropositati perché si garantisca il pane a tutti.

Se nulla di tutto ciò faranno, Monti e Napolitano si dispongano a malinconica pensione.

Antonio Massimo Calderazzi