Aspro editoriale di un Ceronetti eversore e profeta

“La Stampa”: L’Egitto insegni a due milioni tra noi sotto la guida di un Kemal Ataturk ad abbattere il nostro regime.

35 anni fa uno degli Internauti invocava contro i Proci della nostra politica, l’equivalente dell’ Immane Clistere di Ceronetti.

Pratichiamo il paternalismo ogni volta che i popoli sottomessi, p.es. gli islamici, si sollevano: ”Poverini, si erano assuefatti al servaggio, ora esplodono”. E noi italiani, ipoteticamente in gamba dalla nascita, facciamo di meglio dell’antica sottomissione islamica? Sono già passati 65 anni da quando i gerarchi fascisti furono soppiantati dai demofurfanti antifascisti, ma sottostiamo agli stessi Proci usurpatori e ladri. Si sono susseguite generazioni di gauchistes furenti, e i Proci sono sempre lì, a banchetto. Detenendo le chiavi del tesoro, attingono.

Abbiamo, noi sofisticati ed evoluti, la faccia di compiangere tunisini, egiziani eccetera perché si sono tenuti a lungo i satrapi che mandavano a Londra i miliardi rubati. Siamo stati meno pecore e conigli noi che, letto Croce e cantato Bella Ciao, ci siamo rassegnati al pensiero unico e all’Arco costituzionale forever?

Ecco perché oggi 6 febbraio 2010 è storico che “La Stampa” abbia fatto scrivere a un Ceronetti dichiaratamente “filosofo politico” un editoriale davvero al fosforo (nel senso letterale greco: fosforo=che porta la luce), anzi al trinitrotoluene. Titolo: ”La speranza che viene dall’Egitto”. Premesso che “non sappiamo fare altro che deplorare la violenza, ipocritamente“, Ceronetti va all’assalto: “Se c’è chi pensa che togliendo di mezzo Berlusconi si fa il bucato a una democrazia in condizioni di agonia, come questa in cui perdiamo tutti il rispetto di noi stessi, dire che è di vista corta è misericordia. Gli anni di Berlusconi hanno fatto emergere la verità di una forma democratica in sfacelo“.

Ancora:

Se da noi l’illegalità-chiave sono i partiti occupatori, la nazione ha il dovere di non più tollerarli. Se le illegalità sono milioni, una sola grossissima (corsivo de “La Stampa”) può purgarle tutte come un immane clistere: una rivolta popolare che sommerga letteralmente sedi e palazzi governativi e parlamentari; una marcia su Roma non di lugubri teschi ma di cittadini; un risveglio del Colosso di Goya fatto di uno, due, tre, quattro milioni di teste; la resurrezione di Bruto (…) A cosa può servire un processo dopo l’altro contro persone singole, quando un’intera classe dirigente è imputabile? Ad Ercole occorrerebbero milioni di braccia per ripulire le stalle di Augìa di questa Penisola.

E dopo il purgone, rifare tutto senza un solo batterio di quel che è stato. Eleggere una Costituente di facce nuove, senza più destra-sinistra, vuote occhiaie. Una Costituente presidenziale capace di stanare un uomo giovane, incontaminato, un Kemal Ataturk libertario, figlio di qualche sobborgo disperato, e di farne un Primo Console.

Fino a un coma tragico me l’hanno addormentata, questa parassitosa nazione. Non si vede, dappertutto stendiamo lo sguardo, che passività incurabile, torpore, inebetimento(…) La piazza egiziana ha acceso un barlume di speranza: il suo messaggio viaggerà lontano. Un Egitto che immagina qualcos’altro, per sé e per tutti, irradia una luce insolita di fresca aurora.

Profetico Ceronetti! La “grossissima illegalità” (cioè l’insurrezione); lo “immane clistere che purga milioni di illegalità”; la “rivolta popolare che sommerga tutto”; il “risveglio del colosso di Goya”; la “resurrezione di Bruto contro l’intera classe dirigente”: questo sacrosanto proclama su “La Stampa” viene 35 anni dopo che la cover story del mensile milanese “Europa Domani” invocava le stesse cose. Con un’allegoria un po’ diversa: un popolo che si fa Ulisse e spegne tutto dei Proci -partiti, politicanti, Costituzione, urne elettorali- con un arco possente su cui è scritto ‘Democrazia Diretta’ (diretta non di tutti ma di una macrogiuria dei migliori).

Io che suggerii quella copertina e avanzai quelle proposte, incoraggiato da un editore lungimirante, mi dichiaro oggi fautore e seguace entusiasta del clistere di Ceronetti. Però in tutta umiltà gli oppongo: la Costituente presidenziale di facce nuove, capace di stanare un Kemal Ataturk, non va eletta (si ritroverebbe le facce vecchie). Va sorteggiata randomcraticamente dal computer, sorteggiata con selezioni progressive e sempre più meritocratiche (per esempio, il ministro semestrale della cultura, solo tra accademici dei Lincei) proprio tra quel paio di milioni di teste che Ceronetti chiama a raccolta. Esse sono, cancellato il suffragio universale generatore del mefitico che è questa seconda o terza repubblica, portatrici di valori e di costumi infinitamente più alti. In prima fila vengono coloro che per qualche anno hanno fatto volontariato, oppure hanno virtù e saperi oggettivabili quali i più (politici compresi) non posseggono.

Tra questo popolo di supercittadini -non di iscritti all’anagrafe- si sorteggi una Costituente fervida e guidata da un uomo superiore; persino da una donna superiore, ispirata come Giovanna d’Arco o eroica come Madre Teresa di Calcutta.. Questa persona superiore Ceronetti la chiama Kemal Ataturk o Primo Console, e fa bene. Io, richiamandomi alle opere concrete di un dittatore filosocialista contemporaneo di Ataturk, la chiamo Miguel Primo de Rivera. E rimpiango non possa chiamarsi Manuel Fraga Iribarne, che conobbi come il più colto e acuto tra i governanti spagnoli ma che è caduto per l’errore di acconciarsi ai furfanteschi giochi parlamentari-elettorali. In ogni caso il nuovo Kemal dovrà avere virtù e mani salde, e poi durare poco come M. Primo de Rivera. I due milioni di futuri cittadini-arconti (ad Atene ogni coltivatore dell’Attica poteva essere sorteggiato arconte per un giorno) non assurgeranno se non saranno capeggiati da un Ulisse dall’arco infallibile.

A.M.Calderazzi

JACOPONE DA TODI, CAGOIA, BAGDADOIA

Fescennino

Quel popolano triestino che, arrestato dagli Austriaci per sospetto di partecipazione a certi moti, si difese Mi no penso che per la pansa, era conosciuto come Cagoia. Ma il suo nomignolo fu baciato dalla gloria quando Gabriele d’Annunzio malalingua lo trasferì su Francesco Saverio Nitti da Melfi (Pz), un Prodi del tempo. In tempi passati chi, persino se antidannunziano, non si rallegrava d’un soprannome così salace?

Altro richiamo storico-lessicale. Jacopone da Todi, ricco e brillante uomo di mondo, cambiò vita quando Vanna, la moglie contessina, morì durante un ballo e si scoprì che sotto le vesti lussuose portava segretamente il cilicio. Jacopone si fece eremita, grande mistico, teologo, capofazione nelle lotte dell’ordine francescano. Fu imprigionato e scomunicato. Oggi è un beato della Chiesa. Si guadagnò una fama durata già buoni sette secoli dopo la morte, non solo per le sue 110 laude (una delle quali verteva teologicamente sulla ‘santa nichilitade’) ma anche con la caratterizzazione di “pazzo di Dio”. Se chiamassimo ‘Pazzo di Bush’ il fondatore del “Foglio” , oppure ‘Spasimante di Cheney’, non potremmo sognare per i nostri soprannomi la gloria che incoronò Cagoia, il popolano che no pensava che per la pansa?

Per simpatia verso i Boscimani, statura piccola e pelle giallastra ma coraggiosissimi cacciatori nomadi del deserto di Kalahari (Africa meridionale) potrei anche proporre per il Maestro del quotidiano edito da Veronica Lario l’appellativo di ‘Bushimane’. Ma egli, un leader nato, straripante di carisma, merita di più, merita ‘Capo dei Bushimani’. Quest’ultima illuminazione non è mia, mi viene da Aldo Cazzullo, giovane astro del ‘Corriere della Sera’, il quale oggi 3 febbraio 2010, conducendo “Prima Pagina” a Radio Tre è sbottato, a proposito dell’impresa di Bush nell’Irak, in un’irrituale invettiva all’indirizzo del capo dei Bushimani: “A difendere quella guerra veramente sciagurata di Bush è rimasto solo uno in Italia.”.

‘Bushimane’ lascia un po’ in ombra, nell’olimpo degli Dei di Giuliano Ferrara, il co-conquistatore di Baghdad, Dick Cheney, ed è un peccato. Se nel 1776 le colonie d’America non si fossero ribellate, oggi Cheney sarebbe ancora un suddito di Queen Elizabeth e la Queen l’avrebbe fatto, metti, Lord Cheney of Mesopotamia. Allora per il nostro capotribù bushimane potrei proporre anche il supplemento di nomignolo ‘Bagdadoia’. Il Cagoia e lo stesso on.F.S.Nitti sarebbero contenti della compagnia dell’ ex-ministro del Berlusca.

Fescennini a parte, la bushiolatria di Bagdadoia minaccia di aggiungersi ai disturbi (sadismo, masochismo, necrofilia, etc) classificati nel 1886 dalla Psychopathia sexualis del von Krafft-Ebing.
Speriamo di no, per il bene suo e dei tanti che si elettrizzano sì sul ‘Foglio’ ma rimpiangono il magistero televisivo del Nostro.

Certo il condottiero dei Bushimani se li vuole i lazzi mordaci -cioè i fescennini- che il teatro proto-latino indirizzava ai personaggi che facevano allegria. Il 31 gennaio Bagdadoia ha osato l’inosabile e gettato il cuore al di là dell’ostacolo, scrivendo le cose qui riferite e chiosate questo mese da un altro degli Internauti, Franco Soglian. Non so quali saranno le conseguenze sul prestigio di Ferrara, allorquando la koiné araba si infiamma anche di odio all’America e il Bushimane in chief, oltre a definire ‘grandissima’ la presidenza ‘di guerra’ del suo idolo, esige che il generale Petraeus vada mandato a soggiogare il mondo arabo. Soggiogare con scarse e demoralizzate legioni, oltre a tutto. La conquista dell’Afghanistan procede a rilento, anzi incespica, anche per scarsità di legioni. Persino il ministro La Russa, procacciatore di caporalmaggiori alpini, rilutterà a fornire ascari abruzzesi e sardi per l’impresa davvero titanica progettata da Bagdadoia. Petraeus dovrà sterminare a distanza, coi droni. All’occorrenza, Cheney dalla pensione ipotizzerà le testate atomiche (lo aveva già fatto per l’Irak). Ma poi, chi pacificherà e presidierà le vaste terre dell’Islam fatte debellare dal belluino Bagdadoia, espugnatore delle Piramidi, della Mezzaluna Fertile, dello Yemen, poi di Pakistan, Indonesia e di ogni altro regno o popolo che insorga?

A.M.C.

INSURGENT ISLAM

With flames of revolution raising high in the skies of the Arab (or Moslem?) universe, we can only contemn the interpretation “populations are struggling for democracy and civil/human rights”. Those populations hate their despicable despots, yes. They will enjoy ‘liberation’ (whatever liberation will mean), of course.

But too many millions have no prospect of work. They know too many facts of corruption, oppression and illegality in public life. They are conscious of too much distance from the lot of the proletarians and the one of the priviledged, including the siblings of people in authority. Probably the majority of revolutionaries would go back to docility, should they be offered a job. Democracy alone promises nothing to them.

But do we risk overestimating the importance of the Islamist factor? We do, in part. Perhaps a great many protesters would not expect to get an income, should fundamentalism triumph. So let’s be cautious in searching for religious motivations. On the other hand, Islam is not religion only. It is a cultural identity and a civilization, is a vast and proud ‘nation’, is the memory of an empire and the longing for revenge. In addition, fundamentalists have historically demonstrated their capacity to meet the basic needs of common people, in many ways. While the prospect of more democracy, more parties, more robber politicians will not impel to rebellion, a great many hungry people will expect something for them from ‘a call to arms’ of their religious leaders or propagandists. A tenet of their faith is social justice, while secularism and modernization announces almost nothing in terms of real, weighty solidarity with the proletarians.

In such a sense any fundamentalist mobilization is, or can be, more relevant than all efforts to conquer minds and hearts to the precepts of the Western political science -free elections. decent parliaments, the approbation of Western diplomats, presidents and media. Daily bread, not democracy or modernity, is the paramount aspiration of most Egyptians, Tunisians, Syrians, Sudaneses, Saudi Arabians, Yemenites, Afghanis and other Moslems.

The clash between secularism and fundamentalism is long a reality of the modern Islam, even in non Arab (or not entirely Arab) contexts as Nigeria or Sudan.The panislamist drive was born in the XIX century as a counteroffensive against the Western colonialism that had subjugated most Moslem countries. Such counteroffensive had several prophets, theorists and leaders. They advanced a variety of doctrines and battle cries. In the Arabian peninsula Muhammad Ibn Abd al-Wahhb (1703-92) preached a very strict adherence to the traditional faith, a one which the Saudi dinasty later adopted. In Afghanistan an intellectual/politician who acquired a large following under the name Jamal al-Din Afghani (but he was born in Persia) became the champion of a Moslem revenge. Egypt is the cradle of the Moslem Brotherhood. Its founder was Hassan ibn Ahmad al- Banna. Born in 1906, he was killed in 1949. A disciple of his, Sayyid Qutb, wrote in a book that social justice had to be the basis and essence of any future Moslem nation. The Nasserist regime executed Qutb for subversive acts (but he was no terrorist). Presently the Brotherwood is the single well organized movement in Egypt. In 1981 an Islamic extremist killed the Egyptian president Anwar es-Sadat, who had signed a peace agreement with Israel.

In eastern Sudan sheikh Muhammad Ahmed proclaimed himself the Mahdi (savior), organized a state and an army that in 1885 defeated the British troops, killed their commander, general Charles George Gordon, and conquered Khartum. Movements and efforts somewhat connected with religious revival, also several jihads, arose in several countries of Africa and the Middle East. In Asia of course large nations such Pakistan and Iran were the products of the Islamic fundamentalism. Today the haters of Islamism are afraid that Egypt will become another theocratic Iran.

We have seen that Moslem thinkers and leaders have consistently emphasized that social justice is the basis and the heart of the faith. Therefore we can expect that fundamentalism will succeed in amalgamating with the revolutionary waves of today. By promising new, untried ways to better the condition of the vast masses of poor believers, fundamentalism might win the political victories that proved impossible in the past three centuries. Such eventual victories will probably be the result of a combination of forces -political, social, cultural, religious ones. Given the right circumstances, Islamism could even join its arch-enemy, westernization/modernization. Reactionary elements are not absent in pan-islamism, but even they may combine with adversaries in order to demolish or weaken the present structure of most Moslem societies.

A.M.Calderazzi

TIME: OBAMA COME BUSH

Il titolo-calembour dell’articolo di Stephen L. Carter (TIME Jan.10, 2011) è “Man of war”. Com’è noto,”man of war” è anche lo strano nome di una fregata d’altri tempi. Recita il catenaccio: How does Barack Obama differ as a commander in chief from his swaggering predecessor? A lot less than you might think. A questo punto s’è capito quasi tutto, leggere l’articolo sarebbe quasi un di più. Invece no, leggiamo alcuni stralci. Nel frenocomio che è il Nord Europa radical-chic non c’è chi ha assegnato al presidente degli Stati Uniti il premio Nobel per la pace? E non siamo attorniati in ogni tram, in ogni bar, più ancora in ogni libreria, da belle anime per le quali il binomio nero e progressista è sicura garanzia di umanitarismo?

L’elezione di Obama, può darsi abbia aperto un’era nuova nella politica estera degli USA: Non però nella condotta delle nostre guerre. Le facciamo sotto Obama all’incirca come le facevamo sotto il suo predecessore. Forse nel 2008 Obama si è proposto come il presidente della pace, ma la prossima volta correrà come presidente della guerra. Le presidenziali del 2012 saranno anche un referendum sul capo delle forze armate più possenti della terra. Semplicemente, abbiamo eletto un presidente nella tradizione delle nostre guerre: un uomo che in ultima analisi sacrificherà l’idealismo nel nome della sicurezza.

Obama ha portato avanti nell’Irak l’approccio di Bush, e lo stesso fa nell’Afghanistan. Ha pienamente applicato la dottrina Bush: siamo decisi ad andare oltremare a combattere i nostri nemici, eliminandoli dovunque possibile, piuttosto che aspettare d’essere attaccati. E’ vero, Obama evita di parlare di vittoria: e questo è sbagliato. Se credi in ciò che fai, meglio vincere che perdere. Se ci sono guerre sbagliate, Obama dovrebbe porvi fine immediatamente, non in qualche data futura. Se sono giuste, dovrebbe dire chiaro che è obbligato a vincere. Anche continuando a torturare i prigionieri. Il modo più veloce per smettere di farlo è vincere la guerra. Se il presidente mettesse tutta la passione di cui è capace nel galvanizzare il paese in appoggio delle sue guerre -oggi sono le guerre sue e di nessun altro- sosterrebbe i suoi combattenti come nessun altro al mondo.

Obama è arrivato a rivendicare la liceità di metodi quali Bush non aveva reclamato -per esempio l’assassinio di cittadini americani, e sembra avere molto allargato le operazioni militari segrete, gli attacchi missilistici a grande distanza e simili. Forse gli avversari più feroci di Bush gli dovrebbero delle scuse.

Gli stralci dall’articolo di Carter -del quale è appena uscito il libro The violence of Peace: America’s Wars in the Age of Obama, Beast Books, 2011- finiscono qui. Una settimana dopo, 17 gennaio, la copertina del successivo numero di TIME reca la foto di un bambino afghano dilaniato (“by coalition aircraft“ dice la didascalia). E’ la regressione a ciò che tormentò il mondo negli anni del Vietnam. Ma anche gli occhi del Marine che porta in braccio gli stracci insanguinati racchiudenti il bambino dicono la tragedia dell’America: l,America ha ucciso la sua leggenda di fidanzata del mondo.. Per le sue dimensioni è diventata la nazione più militarista della storia, incapace di perseguire i suoi fini senza sparare alla cieca. Sta riabilitando Hitler. Riflettano i personaggi ‘democratici’ per i quali l’Irak e il Vietnam no, ma l’Afghanistan è una guerra giusta.

A.M.C.

FEBBRAIO 2011

-INTERNAUTA esce il 15 di ogni mese-

NOVITÁ: La redazione aggiornata è in
“CHI SIAMO”
Consultate l’archivio dei singoli autori!

Internauta è un’officina di ideazione, un luogo per proporre e discutere nuove forme di democrazia. Inoltre diamo spazio ad approfondimenti su fatti e idee dal mondo, arte, e diamo cittadinanza a molte opinioni assenti dalla comunicazione di massa.

Uno dei modi più vividi di trattare la politica è progettarne il futuro. In questo “Internauta” vanta una credenziale in più. Alcuni di coloro che lo redigono si concentrarono sulle prospettive: nei quotidiani “La Gazzetta del popolo” e “Corriere del Ticino”, nei periodici milanesi “IlConfronto”, “Relazioni Internazionali”, “Europa Domani” e, di recente, in “The Daily Babel” di New York. Formularono previsioni che gli eventi convalidarono:

  • § Prima della Primavera praghese IlConfronto additò da posizioni amiche la strada ai comunisti: ribellarsi all’Urss, ripudiare il marxismo, l’operaismo e ogni ubbia sinistrista; convertirsi alla libertà.
  • § Ai cattolici propose di disobbedire al Vaticano, nel nome della fede.
  • § Nove articoli su “Relazioni Internazionali” durante la Rivoluzione culturale dimostrarono quest’ultima effimera. Mentre i politologi di mezzo modo ipotizzavano che la Cina avesse adottato per sempre la povertà proletaria, noi anticipammo il trionfo dell’economicismo.
  • § Nell’estate 1960, quando J.F.Kennedy si candidava alla Casa Bianca, argomentammo quasi soli che la Nuova Frontiera non poteva non essere il vuoto slogan che risultò.
  • § Per anni evidenziammo le contraddizioni nei due campi dell’Europa.
  • § Mostrammo subito la perfetta inconsistenza del Maggio francese e dell’intero ribellismo studentesco, dagli USA al resto dell’Occidente.

Tra gli scenari che si annunciano oggi:

  • § Il tramonto della democrazia rappresentativa. Si passerà dal suffragio universale, cioè dalla delega ai politici usurpatori e ladri, alla sovranità di ristretti corpi di supercittadini sorteggiati dal computer. Aggiornata, risorgerà la Polis ateniese.
  • §v La partecipazione dei lavoratori, volenti o nolenti, ai profitti e alle perdite delle imprese.
  • § Le società avanzate accetteranno meno sviluppo e meno benessere. Addosseranno agli alti redditi il tassativo soccorso ai disoccupati e ai precari; fermeranno le avanzate dell’ipercapitalismo; favoriranno alcune rimonte quasi-socialiste.
  • § Alcuni dei modelli sociali abbattuti dalle trasgressioni torneranno a valere proprio in quanto generati dai millenni. L’umanità è composta più dei morti, coi loro valori, che dei vivi. E più dei credenti che degli atei.

Molte delle previsioni di “Internauta” non convinceranno. Perciò è probabile si avverino.


NOVITÁ: Nella categoria eBook libri, pamphlet e monografie scaricabili gratuitamente.


Parliamo ai giovani e a chi non vota. I partiti, si fottano.


LOVIS: gli Ex dell’Ispi
Gli articoli sulle idee e i fatti del mondo sono prevalentemente a cura del team Lovis: amici e allievi di Giovanni Lovisetti, che a lungo diresse l’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), a Milano. Gli ex dell’Ispi sono lieti di avere tra loro la vedova di Lovisetti, Laura Fuà traduttrice letteraria, critica musicale, pronipote di Rodolfo e di Ugo Guido Mondolfo.

VIA RASELLA, UNA KATYN IN PIU’

Per fare un carotaggio nel sottosuolo degli odierni urlatori contro la minaccia fascista e zelatori della Costituzione ho riletto l’odio che vomitarono contro un magistrato, dieci o dodici anni fa, Giorgio Bocca, Ettore Gallo, Pietro Ingrao, Leo Valiani, A. Galante Garrone e altri sansepolcristi di sinistra. Questo magistrato si chiamava Maurizio Pacioni. Che aveva fatto di male? Non aveva archiviato la denuncia dei parenti di un ragazzo tredicenne dilaniato dalla bomba partigiana di via Rasella.

E questo ho imparato. Che ci eravamo abituati male. Visto che i diadochi e gli aventi causa di Togliatti andavano in pellegrinaggio alla City di Londra, tubavano coi cardinali, inneggiavano alla Casa Bianca e al Patto Atlantico, intimavano l’amore per le istituzioni e per le Forze Armate, avevamo preso a considerarli contegnosi, nei modi persino gentiluomini. E invece no. L’ordinanza del Gip di Roma fece dimenticare agli eredi di Togliatti d’essere padri nobili della Repubblica, grandi cariche dello Stato, frequentatori della City. Esplosero in urla e insulti, come fanno i killer della ‘ndrangheta dalle gabbie dei maxiprocessi per intimidire testimoni, avvocati e giudici. Promettono incaprettamenti, acido muriatico, altre esecuzioni. Beninteso gli indignati di cui sopra fecero minacce più soft.

Ma è un fatto: dimenticarono il loro status ragguardevole, fecero gli energumeni. Come osava il Gip di Roma mettere a repentaglio l’impunità assegnata ai giustizieri che a via Rasella avevano scacciato l’nvasore e dato la spallata decisiva a Hitler? Mezzo secolo di amnistie medaglie d’oro seggi parlamentari iperpensioni, e ‘un oscuro giudice’ (Bocca lo chiamò così) tentava di invalidare tutto?

Il più diretto fu il sen.Cesare Salvi: senza alzare la voce, sicuro di sé, suggerì al ministro della Giustizia l’azione disciplinare contro il magistrato. Un altro ministro bollò come ‘aberrante’ la decisione del Gip. Fu invece sorprendente Giorgio Bocca: oltre a impartire da ‘Repubblica’ un ulteriore racconto delle proprie gesta partigiane -con specifica sottolineatura di uno o più mitra’- si lasciò andare a un’ammissione: “Gli Alleati erano arrivati ad Anzio e a Cassino, a Roma città pontificia non si sparava, non si attaccava il nemico occupante. L’attentato di via Rasella fu l’operazione dura, ma agli occhi dei gappisti necessaria, per far compiere alla Resistenza romana un salto di intensità e qualità. Il giudice Pacioni -è ancora Bocca- riassume nella sua sentenza la paura, la voglia di diffamazione, la naturale avversione alle minoranze coraggiose. Dobbiamo riderci sopra, dicendoci che non sarà un Pacioni a spiantare la Resistenza, o dobbiamo sentire la tentazione vivissima di fare le valige e andarcene da questo paese di pidocchi?”

Chissà se noi pidocchi saremmo sopravvissuti allo strazio di perdere il mitragliere Giorgio Bocca. Comunque, col suo elogio della decisione dei gappisti romani, il partigiano ‘in aeterno’ di “Repubblica” ci fece più chiaro perché lo stalinismo, alla cui etica si ispirarono i gappisti e tutti gli altri togliattisti, finì odiato più del nazismo. Gli storici, ad ogni modo, concordano: la bomba di via Rasella fu pensata per provocare una rappresaglia tedesca così grave da far sollevare la popolazione di Roma. Non si sollevò.

I decisori, beninteso, vollero una rappresaglia sugli altri, non su loro. Le loro vite erano preziose, si misero in salvo. Indro Montanelli riassunse la questione in modo semplice: responsabili delle Fosse Ardeatine furono coloro che vollero via Rasella. Peraltro uno di loro, Pasquale Balsamo, si fece intervistare per comunicare “di essere tornato combattivo, come un tempo. A molti non è andata giù l’idea che Roma sia diventata la capitale europea della lotta di liberazione”.

Il discorso della capitale europea, variante alla porchetta, pur comicissimo e delirante visto che Roma nel lottare fu un po’ meno leonessa di Brescia e di Varsavia, conferma che i gappisti si fecero accecare da un sogno di gloria settaria, di emulazione tra carnefici Gentaglia più inumana ed odiosa di altre gentaglie.

“Sdoganato Kappler” maledisse il Partigiano forever, quello che rimpiangeva il mitra. E invece l’ordinanza di quel Gip sdoganò tutti noi pidocchi che avevamo capito Stalin e i suoi killer parecchio prima di Krusciov. Sterminarono tutto lo sterminabile.

A. M. Calderazzi

I PROFETI SONO MUTI: VATICINIAMO NOI

Ascoltare alla radio una rassegna dei giornali fatta da Mario Deaglio è un’esperienza a parte. A differenza d’altri rassegnatori -editorialisti molto letti e frullatori del nulla, opinioniste militanti/petulanti, giovani lupi di redazione, eccetera- Deaglio presta il know-how del cattedratico, e un tono e un timbro di quando il Piemonte faceva l’Italia, a una vocazione a interrogarsi sul futuro. La sua è una rassegna che storicizza e profetizza. Non dice soltanto, come stamane, che “solo nel 2015 recupereremo i livelli di prima della crisi; ci aspettano cinque anni amari nei quali saremo sorpassati da paesi che stavano dietro di noi”. Dice anche che nello Stivale quasi tutti gli aspetti di sistema sono negativi, quelli politici peggio degli altri; che tutti noi, non solo la classe dirigente, dovremo concepire una soluzione grossa; che lui Deaglio ora come ora non la sa concepire.

Dunque ascoltare Deaglio è ascoltare un profeta sconsolato, testimone di una verità piena di destino ma muta. Io e pochi altri ricaviamo la seguente conferma: maturano le condizioni perché gli Italiani riprendano, come altre volte nel passato, a inventare cose magari sbagliate ma telluriche, squassanti, non convenzionali, più creative rispetto a quelle degli altri: il Papato imperialista e antievangelico che nel secolo XII umiliò i grandi sovrani; il Rinascimento piacevole e meretricio; il teatro lirico; il fascismo. Fu pure invenzione grossa la trasformazione in impero del villaggio pastorale di Romolo e Remo, trasformazione che trafisse di stupore Theodor Mommsen.

Dopo sessantacinque anni e due o tre ‘repubbliche’, cioè cambi di assetti oligarchici e di patti tra gangster, abbiamo la certezza provata che questa politica necrotizza quasi tutto, senza scampo. Che una chirurgia aggressiva e impietosa sanerebbe molti mali: la consunzione etica, l’impotenza dei governi prigionieri dei ricatti elettorali, le parentopoli, il saccheggio generalizzato ogni giorno dell’anno. Su tutto ciò si concorda, ma si concorda anche -ossessivamente- che non c’è niente da fare. Che la montagna non andrà a Maometto.

Allora, se i politici di questa democrazia non si convertiranno mai al bene e non riformeranno mai nulla, non resta che demolire questa democrazia. E se la rivoluzione di popolo è impossibile, occorre la rivoluzione dall’alto, senza le urne, contro le urne. Ben più rivoluzione di quella di de Gaulle, la quale si accontentò di un poco che, grazie alle urne, durò poco.

Io e pochi altri crediamo che il potere dovrà passare dai pochi -gli oligarchi ladri- al popolo dei molti qualificati. Saranno impossibilitati a rubare, perché non eletti ma scelti dal sorteggio elettronico per rotazioni ravvicinate e sottoposte ai controlli implacabili di altri sorteggiati dal computer. Dovranno governare, per non più di un anno, i condannati al disinteresse, individuati random.. Le urne andranno sfasciate. Sono trappole per topi e reti per sardine.

Tutto ciò mai lo farà la classe politica. Lo farà, solo all’inizio, un Grande Eversore/Ostetrico il quale cambi ‘tutto’ con la forza trascinatrice della demagogia, oppure con la minaccia – basta quella- della forza. Se no, tenetevi la lebbra divoratrice. Voi giovani soprattutto, che restate prigionieri del passato, affezionati alle ideologie delle mummie.

A. M. Calderazzi

DESTRA O SINISTRA: IL DOVERE DELL’INDIFFERENZA

Un quinquennio di governo della destra ha disgustato quanti da essa si attendevano un corso variamente ispirato a Quintino Sella, alla Thatcher, a Ronald Reagan, a Tony Blair persino: tagli alla spesa; riduzione dei dipendenti, parassiti e rapinatori pubblici; abbattimento dei costi della politica; più libertà economica; più privatizzazioni; più contrasto all’illegalità; qualche contenimento all’immigrazione clandestina; quanche rallentamento alle avanzate trasgressive; e così via. Non è accaduto nulla. Peggio: L’affarismo incarnato da Berlusconi, Previti, i loro legali miliardari, i recordmen della finanziarizzazione, gli inquinatori dell’ambiente e di molto altro, ha conseguito trionfi.

Ma chi nel 2006 ha votato per l’Unione, non si aspetti quasi nulla di buono. Sperava in una politica estera nuova? Sbagliava. Prodi, D’Alema, Fassino, Rutelli, Bertinotti hanno già mostrato coi fatti che l’azione internazionale resterà bipartisan. Le differenze rispetto all’era Berlusconi riguarderanno le posture, i modi di porgere, non la sostanza. Di fatto la consegna resta “continuità”.

L’Italia resterà atlantica e stretta agli Stati Uniti a tempo indeterminato, con buona pace di sessant’anni di antiamericanismo progressista. Dal crollo dell’Urss Washington pratica un imperialismo scoperto, cominciando coll’annessione diplomatico-militare della maggior parte degli ex-satelliti di Mosca. I nuovi membri est-europei della UE sono ora clientes del Dipartimento di Stato e del Pentagono, sabotatori attivi dell’integrazione e dell’indipendenza del Vecchio Continente. Gli USA hanno installato basi di guerra in varie repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale, qua e là dilatandosi in altre direzioni. Hanno creduto di conquistare l’Afghanistan e l’Irak, mai astenendosi dal colpire i civili e mai fissando limiti alle devastazioni. Ad intermittenza minacciano di muovere guerra all’Iran, alla Siria, alla Corea del Nord, in teoria ad ogni nazione contro cui una guerra preventiva possa conseguire interessi statunitensi.

Ma l’Italia di Prodi, d’Alema , Bertinotti eccetera resterà alleata degli Stati Uniti: senza mai denunciare la fola secondo cui l’Occidente esporta la democrazia. Anzi, senza mai ammettere che la democrazia non merita d’essere esportata, neanche con le buone, se consiste in ciò che l’Occidente si trova ad avere: un’oligarchia plutocratica/partitocratica mimetizzata nel progressismo.

Questo hanno prodotto i 100 giorni fondativi dell’Unione: la promessa di anticipare di qualche settimana, rispetto al calendario di Berlusconi, il ritiro del contingente militare dall’Irak. In cambio allargheremo l’impegno nella ricostruzione della Mesopotamia e dell’Afghanistan, come se fossimo corresponsabili della loro distruzione.

Anzi nell’Afghanistan accresceremo il coinvolgimento bellico, visto che il cosiddetto trionfo dell’Iperpotenza Planetaria rischia d’essere azzerato dalla resistenza talebana. I Cento Giorni hanno visto anche la visita d’omaggio di Massimo D’Alema a Washington, così carica di simbolo. Hanno mostrato l’uomo forte del governo romano quasi balbettare la riconoscenza per essere stato ricevuto dal Segretario di Stato –non dal Presidente, che pure riceve tanti- e pure perdonato per il proposito di accorciare impercettibilmente il calendario del ritiro dall’Irak: ritiro dichiaratamente lento e ‘concordato con gli alleati’. Pochi giorni dopo il capo del governo di Tokyo annunzierà senza complimenti un disimpegno nipponico dall’Irak a termine ravvicinato, entro luglio. Per contrasto, nell’ufficio del Segretario di Stato il presidente dei Ds si è detto ‘onorato’ di una benignità della Rice: “Call me Condoleezza”. Come quando il principe di Bismarck poggiò sulle spalle di un Francesco Crispi adorante il proprio superbo pastrano.

Queste cose accadono quando l’avvento della Sinistra avrebbe potuto comportare la fine della sudditanza agli Usa della repubblica ‘nata dalla resistenza’. Perché no, l’uscita dal Patto Atlantico. Nell’era della Sinistra, la mannaia avrebbe dovuto cadere su tutte le spese militari e di rappresentanza, cominciando colla cancellazione di tutte le esibizioni e parate, comprese quelle domestiche. Si poteva ipotizzare che un governo rosso-rosa dimezzasse i costi delle velleità.

Per millenni si è contrapposto al fasto e agli sprechi delle monarchie la virtuosa semplicità repubblicana. Dopo sessant’anni di infedeltà agli ideali i gestori rossastri delle istituzioni sorte sul cosiddetto eroismo partigiano non accennano più a ricordarsi dei propositi di un tempo lontano. Il nostro apparato istituzionale è straordinariamente oneroso. Il Quirinale è senza confronto più sfarzoso di altre sedi di vertice. La presidenza italiana ha un migliaio di dipendenti contro i 160 di quella germanica. La Casa Bianca non ha nulla di altrettanto costoso e ridicolo quanto i nostri corazzieri. I ricevimenti mondani delle nostre sedi diplomatiche sono chic per definizione, e lo chic costa, oltre a corrompere.

I Cento Giorni di Prodi e Padoa Schioppa annunciano stangate, ma non alcun taglio agli emolumenti e privilegi di mezzo milione di eletti, cooptati, consulenti, faccendieri.

E’ irragionevole sperare che sia la sinistra, non avendolo fatto la destra, a licenziare un milione di dipendenti pubblici; ad abolire le province; a smettere di sussidiare le produzioni non richieste dal mercato; a cancellare ogni capacità offensiva delle forze armate, convertendo a funzioni di polizia la massima parte del residuo di apparato militare che si sia costretti a conservare; a mettere fine ai soprusi del sindacalismo, agli eccessi di immigrazione illegale, ad altre infamie.

La destra non ha indebolito l’oligarchia partitica. Perché dovrebbe farlo la sinistra, per la quale i partiti sono gli organi di comando della Repubblica?

In conclusione. Se le anime belle preferiscono la sinistra alla destra è perché paragonano le realtà della seconda con gli ideali della prima. L’errore è evidente: le cose hanno sempre smentito gli elevati imperativi della sinistra. Che questi ultimi siano idealmente superiori non conta: non operano mai. Per questo di fronte ai due campi non possiamo non essere indifferenti. Nella democrazia elettorale il buongoverno è semplicemente impossibile.

A.M.C.

THE UNHOLY ANTI-MARCHIONNE ALLIANCE

A prestigious Italian guru, Mario Deaglio, wrote recently that Sergio Marchionne, the head of Fiat-Chrysler, must be given credit for the single true turning point in the Italian polItics over several decades. Marchionne is supposed to be a top manager, not a statesman: What did he do of so much impact on the political scene?

He simply is defying a belligerent metalworkers union, Fiom, in a resolute way that resembles a master stroke. Since 1945, when anti-fascist parties won power, Italy evolved into a society were unionism was politically motivated at the utmost. Hardly an important decision might really ignore the unions’ goals and bents. Consequently the Italian shop environment was determined by the unions’ activism and achievements. This explains the true amazement of observers and politicians when Marchionne started a confrontational course with the unions.

He notified them that those Fiat plants whose productivity is low (because of industrial conflicts or of malpractices such as absenteeism) might end up moved abroad. He has prevailed over aggressive unions in Sicily (Termini Imerese plant) and near Naples (Pomigliano plant). At Pomigliano it usually happened that when the Naples soccer team was playing important games a majority of the Fiat workers took (paid) sick leave, i.e. practiced absenteeism. Moderate, middle of the road unions have accepted more rigorous industrial rules. Leftist Fiom, which once upon a time used to be powerful, is adamant in refusal.

Marchionne is now warning that the very Turin plant, Mirafiori (the historical cradle of Italy’s car industry) will loose a several-billion Fiat investment if a majority of its workers will not approve the Marchionne reforms. Without said modernizing investment, Mirafiori will likely wither and Italy’s largest industry might leave the country.

Most observers believe that Fiat is right in imposing a new contract in order to be able to compete in the world market; and that the claim that Marchionne is trying to enslave the employees is ridiculous. But they have an argument against the head of Fiat: he is paid too much. Estimates on his compensation differ wildly; possibly he is entitled to stock options valued as much as 100 million euro, on top of a 4,3 million per year salary. Unsympathetic analysts even calculate that Marchionne is paid the equivalent of 13,000 blue collar workers. Here they are right, of course. Marchionne’s and other top managers’ talent is hardly worth the work of thousands of employees. In fact, present Fiat business results are not brilliant.

The heart of the matter, then, is unbridled hypercapitalism. Top bosses’ compensations are preposterous and grotesque almost everywhere. They are in no relation either with performance or with social responsibility. At some moment of WW2 the top incomes in the USA are said to have been taxed at 90%, i. e. almost confiscated. Clearly the present economic crisis should be the right time to forfeit the largest part of ludicrously high incomes. If the top rate reached 90% in the USA, present global competition is a sort of economic war that justifies emergency, stern measures.

However a much higher taxation on the rich would postulate a quasi-socialist aim, while no prospect exists for any quasi-socialist program in a market economy like the Italian one. Only leftist parties might propose forfeiting laws, but their reputation could not be lower. They are not credible at all as the defenders of the public interest. Their integrity is no better than the one of the Right. The traditional Left is totally inadequate to promote a better distribution of wealth.

Only a reputable, non-leftist, non-factional, non-professional breed of public figures would deserve the esteem of the community. The Italian politics does not possess such a breed. Any idealistic, even saintly program will be refused by public opinion if advanced by traditional career politicians. So the hypercapitalist champions will go on earning as much as large herds of their workers.

Too bad. Because of the decline of the advanced economies, a comparatively near future will require the general enhancem ent of welfare. It will be so costly as to compel the governments to assail the richest taxpayers. If the process will be managed by the scoundrels, carpetbaggers and robber barons that run Italy, it will be a rotten process. By definition, the opposite of social justice.

A.M.C.

IDEARIO DI SPAGNA

da M.de Unamuno a Primo de Rivera

Gli eroi, non solo antifranchisti “La guerra civile, la più pura e la più pulita delle guerre” affermò, se si vuole declamò, il grande Miguel de Unamuno, forse il più ispirato tra i pensatori della Generazione del ’98, mosso sì da alcune pulsioni irrazionalistiche però anche, come rettore a vita dell’università di Salamanca, autentico sacerdote o magistrato della scienza. I migliori sono arrivati oggi a rifiutare le guerre mosse oltre i confini, nel nome cioè della patria, della libertà, della democrazia, della rivoluzione, di altre imposture. Come negare che uccidere e morire per un ideale di parte sia meno animalesco che farlo per una cartolina precetto?

Nel senso di Unamuno, nessun conflitto civile è stato tragicamente nobile quanto quello di Spagna, esploso nel 1936 ma in realtà incubato da tre aspre guerre carliste nell’Ottocento, dalla Settimana Tragica del 1909, dalle lacerazioni del 1917. Se non fosse morto l’ultimo giorno del fatale 1936, se oggi dal Walhalla dei giusti potesse parlarci, l’uomo di Salamanca ci direbbe di rispettare i combattenti di entrambe le fazioni.

Invece no. Dalla caduta dei fascismi il pensiero unico conosce in Spagna soltanto eroi antifranchisti; così come le lapidi delle città italiane onorano soltanto i partigiani. Gli avversari di questi ultimi, anche se lottavano per una causa senza speranza, anche se la loro sorte era segnata, tutti sgherri infami. Così per coloro che in Spagna militarono contro la Repubblica prima iperlaicista, poi rossa, non ci furono Hemingway eloquenti. Hollywood si commosse solo da una parte. I morti dei nemici furono ricordati dai soli “poeti reazionari”, quelli con la sahariana di Franco.

Però uno di essi, Victor de la Serna, trovò parole almeno altrettanto intense quanto i fotogrammi di Per chi suona la campana. A un anno dalla ribellione dei militari scrisse su ABC, edizione sivigliana (quella madrilena era fieramente repubblicana) che “Los alferez provisionales”, gli ufficiali meno che ventenni, “erano gli stessi quando la Spagna aveva per sè il Destino. Partivano per l’avventura imperiale d’America e conquistavano province come regni e regni come mondi. Oggi arrossano del loro sangue i parapetti della guerra, loro insultati come i sen^oritos della classe media, che però non avevano quindici centavos per pagare il tram alla fidanzata. Larve di capitani, muoiono gridando Arriba Espan^a e gli si rompe in gola una voce quasi di bambino”.

In questi settant’anni la letteratura e le sue sorelle (cinema, pittura, oratoria, ideologia, sobillazione, eccetera) hanno cantato con infinite variazioni, metti, la prodezza leonina dei difensori di Madrid, specie se accorsi dall’estero. Ogni comandante miliziano, ogni capopolo repubblicano è stato additato a un’ammirazione senza limiti.

Per esempio, l’anarchico Buenaventura Durruti, il capo della colonna autotrasportata che portava il suo nome e che seminò il terrore nei villaggi dove i nemici della Rivoluzione non erano stati ancora tutti sgozzati. Quando Durruti morì (21 novembre 1936, forse colpito da una pallottola vagante, più probabilmente ammazzato da uno dei suoi uomini o da un sicario comunista) l’imponente funerale a Barcellona mobilitò, dicono, 200.000 persone. I corrispondenti stranieri telegrafarono ai loro giornali che Barcellona piangeva.

Ma Durruti aveva commesso foschi crimini in quattro nazioni, i cui tribunali lo avevano condannato alla pena capitale. In Spagna, assieme a Joaquin Ascaso (altro leader anarchico; un suo attendente vantava di avere ucciso 253 persone), uccise l’arcivescovo di Saragozza, cardinale Soldevila, e molta gente comune, compresa una ricamatrice di pizzi a Madrid. Ebbe a scrivere Hugh Thomas, tipico storico antifascista: “Durruti e Ascaso, tuttavia, non erano criminali comuni.

Erano sognatori che assolvevano una missione, personaggi che Dostoevskij sarebbe stato fiero di aver creato”. Ancora Hugh Thomas: “A Lerida la popolazione aveva deciso di risparmiare la cattedrale. Durruti non tollerò, e la cattedrale fu incendiata. Con le sue violenze, Durruti si fece letteralmente odiare dai contadini di Pina, nei pressi di Saragozza, tanto che la sua colonna, per la muta ostilità con cui fu accolta, fu costretta a lasciare il paese”.

Al di sopra di tutti gli eroi della Repubblica, la sinistra d’Occidente e gli intellettuali alla Hollywood hanno deificato Dolores Ibarruri, la Pasionaria. E’ morta a novantaquattro anni, nel 1989, avendo vissuto dopo la sconfitta un mezzo secolo molto confortevole negli agi di Parigi, Mosca, infine Madrid. Ma José Calvo Sotelo, che l’11 luglio 1936 alle Cortes essa minacciò di morte per mano del popolo (“Questo è l’ultimo suo discorso”), fu ucciso due giorni dopo da un commando della polizia repubblicana capeggiato da un comunista, il capitano Fernando Condés.


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LET’S HELP THE POOR, NOT GRAND OPERA

A little storm was raised a few days ago by the distinguished Italian intellectual -technically, a literator- Guido Ceronetti, with an article which asked “What would be wrong, should we close the Scala theater?” Anathema! The fans of opera were furious: closing La Scala, the Milan supreme temple of the world opera! Mr Ceronetti was blaimed as the arch-traitor of the fatherland.

For several connoisseurs, opera is the top Italian claim to glory. It was born in Florence in the very last years of the 16th century. In 1637 the first opera house opened in Venice, then the growth of that art was phenomenally rapid. Plots were attractive, arias and melodies easily remembered, admissions cheap. So it’s well more than 400 years that international opera lovers look to Italy. However very soon the elitist tastes of the affluent society prevailed, so a witty Englishman of the past remarked that opera was one of the most magnificent and expensive diversions ever invented.

The clue of the abovesaid blasphemous article was in just two words, Opera vixit, a Latin way to say that opera is dead. According to Ceronetti, melodrama stopped being vital at mid-19th century. Even Giacomo Puccini, because he died nearer to us, in 1924, is barely suffered by our literator: but Puccini’s creations Boheme, Tosca, Manon Lescaut, Madame Butterfly, Gianni Schicchi, The Girl of the Golden West are judged by many the loveliest works of the entire lyrical history.

But of course, Ceronetti is right. In a totally different world the role and prestige of opera cannot stay the same. Today aficionados only go on being fascinated by the plots, heroes, dramas, prime donne, powerful baritones, other stars of ‘bel canto’. In our times of Internet and space adventures even cinema and television are struggling to stay afloat.

A more serious crime is charged on opera: it’s extremely expensive. Orchestras, choirs, singers, elaborate stage effects, complicated machines demand a lot of money. It’s true that premières such as the opening of the Scala attract very rich or very snobbish people, who are prepared to pay, say, $1,500 for a seat on those nights. But rich or snobbish people are not numerous enough, so traditionally the taxpayer subsidizes the operatic art. Mr Ceronetti is totally right in claiming that public money be denied to costly infatuations such as melodrama. Penniless lovers of opera do exist: but they are not entitled to luscious shows on public expense. Abandoned factories and off Broadway-type theaters are more than enough for a low cost mise en scène.

In circumstances when so many governments are heavily cutting even on programs as essential as schools and meals to poor children, financing lavish Scala shows is an offence. Ceronetti failed to argue that before one additional euro or dollar is given to the business of Traviata and The Barber of Seville a civilized society should provide a shelter to the homeless vagrant. Too many destitute persons sleep on street pavements, without bags or blankets, rightly around La Scala and near all the sumptuous operatic temples of the world. Practically every winter night in Milan one homeless is killed by freezing cold. This is the ultimate indictment against opera fans: paying for superfluousness has become a crime.

A.M.C.

COME LIBERARCI DEGLI OLIGARCHI

I proci del nostro tempo.

Nel 1996 si compì un secolo dalla pubblicazione degli Elementi di scienza politica di Gaetano Mosca, il maggiore scienziato italiano della politica. La sua concezione lasciamola descrivere a uno storico non di casa nostra, Wolfgang J. Mommsen, a lungo cattedratico a Karlsruhe: “Quasi lo specchio della prassi del parlamentarismo italiano, completamente staccatosi dalla democrazia liberale per trasformarsi in un sistema oligarchico in cui i professionisti della politica monopolizzavano i posti chiave dello Stato. Una continua lotta di piccoli gruppi dominanti, ciascuno con un’ideologia adatta ai propri interessi, destinata esclusivamente a giustificare il potere agli occhi delle masse”.

Gaetano Mosca traduceva questi concetti in un’aspra critica del sistema parlamentare, “una forma degradata di democrazia in cui tutte le istituzioni dello Stato si trasformavano in enormi macchine di propaganda elettorale”. Venti anni dopo, nota ancora Mommsen, Vilfredo Pareto si spinge più avanti: ogni fatto politico non è che scontro tra gruppi di potere. “Pareto nega qualsiasi validità oggettiva alle teorie politiche, e non nasconde il disprezzo per l’ordine liberal-democratico del suo tempo: nient’altro che il potere corrotto di un’élite già intimamente degenere”.

Il Trattato di sociologia generale di Pareto è del 1916. Ottant’anni dopo, i rifondatori del nostro regime, tra i quali dominano gli eredi del Pci, della Dc e del Msi, si dichiarano tutti liberal-democratici. Ma le circostanze sono tassative: se prevale il centro-sinistra ritorna appieno la Prima Repubblica. Il centro-destra è anch’esso Vecchia Politica. Nulla di diverso se risorgerà il centro-centro. E’ caduta anche l’ipotesi di una via giudiziaria alla rigenerazione. Non avevano ragione Mosca e Pareto? Sbagliarono solo a non prevedere quanto ladre si sarebbero dimostrate quelle che chiamavano “élites”.

Si traggano le conseguenze da un secolo di conferme rispetto a Mosca e a Pareto. Del resto negli ultimi tempi alcuni politologi di palazzo hanno fatto ammissioni di non poco conto. Per Stefano Rodotà è sbagliato demonizzare tutte le implicazioni della “tecnopolitica”, la quale è un portato della svolta telematica. Il monomane Giovanni Sartori (il quale conosce una sola salvezza, una sola prospettiva di miracolo: “il doppio turno alla francese”) fa meste previsioni sul finale trionfo di quello che chiama “il direttismo”. Per Domenico Fisichella occorre far nascere una “aristocrazia civica”, beninteso nulla a che vedere con parlamenti e altri organi elettivi. Ernesto Galli della Loggia precisa: “Oligarchia è il nome tecnicamente appropriato per la classe dirigente italiana”. Domenico Settembrini ha sottolineato: “Il concetto di democrazia, preso alla lettera, comporta che il governo della città sia affidato alla partecipazione diretta dei cittadini; né basta. Occorre anche che alla copertura delle magistrature si provveda esclusivamente per sorteggio e per rotazione: unico metodo che impedisca la distinzione permanente tra la quasi totalità dei governati e la ristrettissima minoranza dei governanti”.

Il Settembrini considera impossibile la democrazia “presa alla lettera”. Ma sbaglia. Sarà perfettamente possibile, coll’aiuto dell’elettronica, sorteggiare i politici per turni di un certo numero di mesi all’interno di un corpo ristretto in qualche modo somigliante alla “aristocrazia civica” invocata da Fisichella: per esempio mezzo milione di ‘supercittadini’ scelti impersonalmente dal computer tra quanti abbiano non una semplice iscrizione all’anagrafe, ma meriti oggettivabili: qualifiche culturali, esperienze lavorative di qualche peso, volontariato, etc. Abolite le elezioni, spariranno gli oligarchi ‘liberaldemocratici’ maledetti da Gaetano Mosca e da Vilfredo Pareto.

E’ dimostrato: i cosiddetti rappresentanti del popolo sono -dovunque nel mondo si tengano elezioni, non importa se regolari o scorrette- i Proci del nostro tempo. Impadronitisi della reggia altrui, gozzovigliano. Finché non torna Ulisse. Il senso di una democrazia diversa, diretta ma selettiva, è oggi appunto nella liberazione dai Proci. Legislatori non possono diventare molti milioni, ma nulla impone che il popolo sia chiamato intero a legiferare. E’ logico limitare l’assemblea totale della nazione, cioè il referendum, a poche occasioni di speciale importanza, su temi semplici da definire. Della maggior parte delle deliberazioni andrebbero investiti piccoli segmenti di popolazione, selezionati dal computer in rapporto a oggettivi criteri di qualificazione; ai quali segmenti fosse facile fornire tutti gli elementi di giudizio. Questi ‘campioni di popolo’ o ‘macrogiurie’ si avvicenderebbero a turno, per sorteggio o con altri meccanismi. Il risultato sarebbe di impegnare nella funzione deliberativa, per un periodo di ‘servizio politico’ limitato nel tempo come quello militare, 500.000 italiani o francesi per volta, un milione di americani per volta. Impegnarli proprio in quanto non sia più possibile fare della politica una carriera, una gozzoviglia e un racket.

A.M.C.

GENNAIO 2011

-INTERNAUTA esce il 15 di ogni mese-

IN EVIDENZA: IL NUOVO eBOOK,
‘IDEARIO DI SPAGNA’

Internauta è un’officina di ideazione, un luogo per proporre e discutere nuove forme di democrazia. Inoltre diamo spazio ad approfondimenti su fatti e idee dal mondo, arte, e diamo cittadinanza a molte opinioni assenti dalla comunicazione di massa.

Uno dei modi più vividi di trattare la politica è progettarne il futuro. In questo “Internauta” vanta una credenziale in più. Alcuni di coloro che lo redigono si concentrarono sulle prospettive: nei quotidiani “La Gazzetta del popolo” e “Corriere del Ticino”, nei periodici milanesi “IlConfronto”, “Relazioni Internazionali”, “Europa Domani” e, di recente, in “The Daily Babel” di New York. Formularono previsioni che gli eventi convalidarono:

  • § Prima della Primavera praghese IlConfronto additò da posizioni amiche la strada ai comunisti: ribellarsi all’Urss, ripudiare il marxismo, l’operaismo e ogni ubbia sinistrista; convertirsi alla libertà.
  • § Ai cattolici propose di disobbedire al Vaticano, nel nome della fede.
  • § Nove articoli su “Relazioni Internazionali” durante la Rivoluzione culturale dimostrarono quest’ultima effimera. Mentre i politologi di mezzo modo ipotizzavano che la Cina avesse adottato per sempre la povertà proletaria, noi anticipammo il trionfo dell’economicismo.
  • § Nell’estate 1960, quando J.F.Kennedy si candidava alla Casa Bianca, argomentammo quasi soli che la Nuova Frontiera non poteva non essere il vuoto slogan che risultò.
  • § Per anni evidenziammo le contraddizioni nei due campi dell’Europa.
  • § Mostrammo subito la perfetta inconsistenza del Maggio francese e dell’intero ribellismo studentesco, dagli USA al resto dell’Occidente.

Tra gli scenari che si annunciano oggi:

  • § Il tramonto della democrazia rappresentativa. Si passerà dal suffragio universale, cioè dalla delega ai politici usurpatori e ladri, alla sovranità di ristretti corpi di supercittadini sorteggiati dal computer. Aggiornata, risorgerà la Polis ateniese.
  • §v La partecipazione dei lavoratori, volenti o nolenti, ai profitti e alle perdite delle imprese.
  • § Le società avanzate accetteranno meno sviluppo e meno benessere. Addosseranno agli alti redditi il tassativo soccorso ai disoccupati e ai precari; fermeranno le avanzate dell’ipercapitalismo; favoriranno alcune rimonte quasi-socialiste.
  • § Alcuni dei modelli sociali abbattuti dalle trasgressioni torneranno a valere proprio in quanto generati dai millenni. L’umanità è composta più dei morti, coi loro valori, che dei vivi. E più dei credenti che degli atei.

Molte delle previsioni di “Internauta” non convinceranno. Perciò è probabile si avverino.


NOVITÁ: Nella categoria eBook libri, pamphlet e monografie scaricabili gratuitamente.


Parliamo ai giovani e a chi non vota. I partiti, si fottano.


LOVIS: gli Ex dell’Ispi
Gli articoli sulle idee e i fatti del mondo sono prevalentemente a cura del team Lovis: amici e allievi di Giovanni Lovisetti, che a lungo diresse l’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), a Milano. Gli ex dell’Ispi sono lieti di avere tra loro la vedova di Lovisetti, Laura Fuà traduttrice letteraria, critica musicale, pronipote di Rodolfo e di Ugo Guido Mondolfo.

THREE MILLION INDIANS DIED BECAUSE OF CHURCHILL

In recent years I have been trying (in The Daily Babel too) to show with historic evidence that Winston Spencer Churchill, far from having acted as a champion of freedom and civilization, was one of the worst warmongers of the XX century. And that Britons should detest him as the national leader who, while impelling several conflicts and campaigns aimed to uphold the British Empire and Glory, did factually the most to destroy said empire and glory. By the way, a number of bona fide historians did not loose opportunities to stress the uncommon callousness of Sir Winston when confronted with problems of conscience.

It’s well known, for instance, that in 1915 Churchill, then First Lord of the Admiralty, willingly disregarded the human costs of the temerary operation of the Dardanelles. Against the advice of his admirals, the First Lord pushed for the operation: He won, the campaign failed utterly after taking many thousand lives. But the Dardanelles, among the Churchill’s evil deeds, was a comparatively innocent one. Instead nobody pushed the United Kingdom to enter WW2 more than Churchill, the forceful head of the war party in the London Establishment. That is, no Briton more than him acted to transform a regional conflict in Central Europe into the most lethal war in history.

Now an article of TIME (November 29, 2010) indicts the late Premier with a little known crime of sixtyseven years ago. Title: “The Ugly Briton. A scholarly account of Churchill’s shameful role in the Bengal famine leaves his reputation in tatters”. Incipit: <Few statesmen in the 20th century have reputations as outsize as Winston Churchill's. And yet his assidously self-promoted image as what the author Harold Evans called 'the British Lionheart on the ramparts of civilization' rests primarily on his WW2 rhetoric, rather than his actions as the head of a government that ruled the biggest empire the world has ever known. Madhusree Mukerjee's new book, Churchill's Secret War, reveals a side of Churchill largely ignored in the West and considerably tarnishes his heroic sheen,

< In 1943, some 3 million brown-skinned subjects of the Raj died in the Bengal famine, one of history's worst. Mukerjee delves into official documents and oral accounts of survivors to paint a horrifying portrait of how Churchill, as part of the Western war effort, ordered the diversion of food from starving Indians to already well equipped British soldiers and stockpiles in Britain and elsewhere in Europe.

<And he did so with a churlishness that cannot be excused on grounds of policy: Churchill's only response to a telegram from the government in Delhi about people perishing in the famine was to ask why Gandhi hadn't died yet.

<”I hate Indians” he told the Secretary of State for India, Leopold Amery. “They are a beastly people with a beastly religion. The famine was their own fault”, he declared at a war-cabinet meeting, for “breeding like rabbits”. .

The crime of 1943 against Bengal -better, against humanity- draws Churchill a little closer to Stalin, Himmler, Pol Pot and other assassins. Furthermore, it adds weight to the numerous accusations and witnesses raised against the wartime Prime Minister in the 95 years that elapsed since the bloody Dardanelles expedition. For instance, to the allegation that on July 14, 1943 he ordered the shooting down, in the Gibraltar sky, of the British 4-motor bomber who was carrying, in addition to crew and several passengers, general Wladislaw Sikorsky, head of the Polish government in London and of the Polish Army which was fighting Germans on the side of Britain. Cburchill is commonly suspected to have perpetrated this crime in order to please Stalin, the arch-enemy of right-wing Polish, the one who in 1940 ordered the Katyn mass killing of Polish officers, and in late summer of 1944 forbade the Soviet Army to conquer Warsaw, right across the Vistula, so that the Wehrmacht and the SS could exterminate the Polish anticommunist fighters who had insurrected.

The total destruction by the RAF of Dresden, a city of no residual industrial or military value, when the Wehrmacht had practically collapsed, the victorious Red Army was advancing fast and Dresden was teeming with fugitives from the eastern territories, was additional evidence of the Churchillian cruelty. At least 100,000 persons died.

While Indians mourn the millions who perished in 1943 because of Churchill, the whole world should feel revulsion, if it would know the truth behind the iconic image of the so called New Lionheart projected by the war.propaganda machine. However Churchill had something in common with King Richard I. The latter too, the original Lionheart, was fit to ruthlessness: He did not give mercy to the Saracens who had defended Acre. After surrendering, they were slaughtered by a churchillian command of the Lionheart.

On their part, Britons should pity themselves because destiny and their own subservience to the Tory Establishment gave the political power to the top national warmonger. Churchill’s lifetime vocation to war -almost any war- had an enormous consequence: the cancellation of the British Empire and greatness. After Churchill’s war Britain found herself broke and deprived of a world role. Today’s Britain is just the hulk of a wrecked stately ship. Churchill demanded WW2 so that Britain would stay great. The result was the downgrading to a status of irrelevancy.

Antonio Massimo Calderazzi

A MEDITERRANEAN RESURRECTION

Are the countries on the southern shores of the vast sea the Romans called Mare Nostrum going to rise again? For centuries those countries have stayed demoted to semicolonial status, subjected to Turkey first, to Spain France Britain Italy later. Today portents of revival are multiplying. Tunisia’s and Morocco’s economies are developing in a way resembling the Italian one in the wonder years of the ’50s, when Italy started growing at a relentless speed. The performance of the Maghreb agro-industry is seriously menacing the market positions of the southern regions of Italy, France, Spain and Greece. A few years ago, a leading exponent of the Sicilian fruit industry remarked recently, a man who owned a 4-hectare (10-acre) citrus orchard was a prosperous farmer. Today, because of the Moroccon (and Spanish) competition, he is struggling and may go bankrupt.

In the eastern reaches of the Mediterranean Sea Turkey is going back to the giant status of three centuries ago. Over a quinquennium she has been developing 6% a year. An omen of a strong future is the fact that the Ankara government opened 30 new embassies in Africa and Latin America over a dozen months.

It’s the phenomenon of a neo-Ottomanism which does not rely on military conquests but on economic, diplomatic, cultural, religious ones. A few months ago a pact was signed by Turkey, Syria and Lebanon to create a free-trade zone. The nation that was the brain, heart and powerful arm of an empire stretching from the outskirts of Vienna to the Atlantic Ocean and to the Persian Gulf is now conscious as never was in the last two centuries that the imperial heritage of the Ottomans is a large asset in modern geopolitical terms.

Possibly the lines of expansionist assertion are not predominantly oriented toward the Maghreb; rather to the East and beyond the Black Sea, toward the regions whose populations share a Turki, or Turkic, language- the Osmanlis in Europe, the Seljuks, Uzbeks, Turkomans, Tatars and Uigurs in Asia. Central Asia is the ancestral homeland of the Turks. But the southern, formerly Ottoman shores of Mare Nostrum, too have important prospects. They are nearer to and more connected with Europe, so possibly will play an increasing role in the dilatation of Ankara’s sphere, even should Turkey miss admission to the European Union.
I have mentioned the present growth of Tunisia and Morocco, but no reason exists why Algeria and Egypt should not acquire additional weight. Syria, bordering Turkey to the south, adds to her own national potential the outlook of reclaiming the vocation as the maritime component of a Mediterranean-Mesopotamian-Persian context.

Once upon a time Turkey was ‘the sick man of Europe’ and Anatolia was backward. Today the country which Kemal Ataturk modernized is a powerhouse. It’s not totally sure that the future of Turkey will look much better than today if or when she will be accepted into Europe. Other, perhaps more gratifying, options and horizons are open to the heirs of the Ottomans. The Mediterranean promises are richer than those of the comparatively irrelevant Baltic or North Seas. It’s not without significance the astonishing success of the Islamist-religious-cultural Gulen movement started a few years ago by Fethullah Gulen, a Turkish imam. The Gulen-affiliated schools are approximately one thousand in 100 countries, offering a mix of faith, Western education and Turkish pride.

A.M.C., Daily Babel

UNKNOWN ARABIA

Recently the Saudi government in Riyad placed an order for planes, helicopters and other weapons which possibly was the largest single war contract in peacetime. A shame indeed, when the Saudi armed forces are already well equipped for killing purposes beyond any probable need. That government has enemies, yes, beginning with Al Qaeda. But the latter are enemies that conventional warfare does not destroy nor deter. Certainly you and I would think of different, more civilized ways to spend the dollars coming from oilfields which represent 25% of all known reserves of the planet.

Anyway our present theme is not moralizing about the ethical choices of Riyad. Our theme is some strangely unknown features of the Arabian modern reality. We now find it natural that the Arab monarchies are very rich. But as recently as the Thirties of last century the major wealth of the Saudi economy was fishing natural pearls; and the largest receipt of the Riyad treasury was the taxes pilgrims paid to enter Mecca and Medina. Pearl fishing was cruel- most persons engaged in it died younger because of the stress of diving for natural pearls. Today the Saudi king collects enormous royalties and fees from the oil/gas industry.

The predominantly arid peninsula is now inhabited by more than 60 million people. Qatar, 1,4 millions, numbered 30,000 sixty years ago. This means that oil and a thunderous modernization has attracted so many immigrants as to provoke imbalances and distortions. Gulf emirates whose populations were tiny, today may have non-native majorities. Societies have formed where at bottom Indians and Sri Lankans are house servants and manual laborers; above them a middle class of educated Indians and Arabs works in offices and technical jobs. The top stratum of foreigners is made of Palestinians, Lebaneses and Western expatriates. The native Arabs share the oil bonanza in a number of ways: they do not pay taxes, are compensated by foreigners to act as their partners or legal ‘sponsors’ -foreigners are not allowed to own firms and houses. In addition there are jobs, state loans and outright gifts which can only go to natives. Many young Arabs do not feel compelled to find employment.

The sudden wealth and some over-ambitious modernization programs have generated mistakes. In Dubai, formerly a small gulf port, oilfields are now empty, so the emirate had converted into a giant financial and tourist center. In 2009 the international crisis and the consequences of a property bubble forced Dubai to ask the help of Abu Dhabi, where modernization had been wiser.

Oil was discovered in Saudi Arabia in 1932, the year when the kingdom came into existance. We know that before oil the Arab peninsula was poor. It wasn’t always so in the remote past. Kingdoms and principalities of the South were the legendary producers of spices: aromatic, very valued vegetable productions used in religious rites, cookery, medicine. In the south-western hill country native plants grow whose resins give frankincense and myrrh. The local princes (one of them was the Queen of Sheba of the Bible) also monopolized the trade from India and other Asian spice-producing countries to the Mediterranean.

Out of the three historical great sections of the 3 million sq.km. Peninsula -Arabia Petrea to the North, Desert Arabia in the center, Arabia Felix in the South- the third one was (comparatively) green and fertile in spices. Now divided in two states, Yemen ( including Hadramouth) and Oman, Arabia Felix saw around 500 a.C. an episode of Christian domination (of the Abyssinians from Axum) and another one of Hebrew influence. Central Arabia was of course the origin and nucleus of Islam: from there Mohammed preached and acted to create a world faith and a great empire. Internecine conflict soon erupted between factions, so the highest authority of Islam abandoned Mecca, the birthplace of Mohammed. The caliphs of Damascus and Bagdhad plus other leaders competed to guide Islam. In 1517 the whole of Arabia fell to the Ottomans. Three centuries later Great Britain conquered Aden and most coastal territories; only Yemen remained independent.

Today the king in Riyad, while remaining a feudal sovereign, is the foremost protagonist both in the modernization of the peninsular society and in repelling the political/terrorist attack of adversaries such as Al Qaeda. The latter is said to maintain an operational basis in Yemen.

Why have we dealt with Arabia, a small ‘continent’ which is usually ignored when oil is not involved? Because long depressed Arabia might find a role in the geopolitics and, more importantly, in the future evolution of wide sections of the globe. An experiment is going on in the peninsula, one that may both fail and succeed: grafting an almost futuristic modernity into a very old tree. Some traits of modernization are frightful, such as the golden sanitaries and precious plumbings of the seven star hotel in Dubai, the yachts as big as ships, other marks of unbridled consumerism of many former dromedary and goat shepherds.

However, who can say? With her northern shores on the Mediterranean, Arabia is the homeland of the entire race of the descendants of Shem, now chiefly represented by Jews and Arabs, but in ancient times including the Babylonians, Assyrians, Phoenicians, et cet. Arabia generated, in addition to three world religions and unsurpassed civilizations, a large empire. Notwithstanding present deformed, adulterated cultural circumstances, Arabia could possibly go back to enriching the Family of Man.

A.M.C., Daily Babel

OVEROPTIMISM DOES NOT SUIT INDIA

It’s excessive or faulty that Brazil and India are now currently described as vibrant, surging economies and societies. Two affluent friends, here in Milan, are busy every day collecting small donations in favor od Brazilian meninhos : abandoned, orphaned or very destitute children who do not eat regularly. The expectations about the sudden modernization of Brazil are too high. The same applies to India, where efforts to lift up the very poor cannot claim enough successes.

The most extreme forms of discontent ravage several provinces. Some areas of Central India must be described as insurrected: armed rebellion is intermittently the winner. The rebellion, started in the district of Chhattisgarh in 1967 and apparently invincible, is a local version of revolutionary Maoism. The insurgents, here called Naxals, do not dominate more than 4,000 sq.kms. (total India is 3.3 million sq.kms), but the local geography (terrain, forests) and popular support, both willing and forced by terror, are such that a few thousand guerrillas are able to disrupt, often cancel, the government operations. Somewhat less than half a century of military efforts did not eradicate rebellion.

Territorially isolated as they are, Naxals can only wage a primitive warfare. They even implement their weapons with bows and arrows. The explosives they use are prevalently obtained by attacking police and security forces. Their operation is too far from foreign sorces of supplies. They are described as Maoists, even as China has not been exporting subversion any more. Still, a few months ago the Delhi government was forced to allocate funds for new battalions of armed militia, for additional helicopters and counterinsurgency training centers.

India is a giant well accostumed to take tough measures against her enemies, but past efforts against Naxals did not succeed. Recently prime minister Manmohan Singh described those rebels “the single biggest internal security challenge ever faced by India”. But he also admitted “the chronic poverty, mass ignorance and desease”. In the last four years a thousand people died each year violently
India is seen abroad as a nation on the move, however the durability of the insurgence is bewildering. In addition to general factors, the tribal conditions of many Central Indian villages easily explain poverty. Minerals have been found, but the new jobs are few and low-paid. Terrorism in one third of the Indian districts discourages investments.

At the root of the political problem is the failure of the democratic institutions to operate in conformity with the lofty ideals and easy promises. Once upon a time India appeared a young nation which would conform to the noble precepts of Mahatma Gandhi, thanks among other things to the collective enthusiasm of hundred millions voting citizens. Reality is different. The governing classes were soon spending on aircraft carriers, nuclear weapons and Rolls-Royces for ambassadors, well in advance of present economic development, rather than on adequate social programs. Today huge wealth is being created in some segments, but it doesn’t reach the low classes. Gandhian idealism has been operating only nominally and sporadically, while graft and egoism have increased.

A.M.C., Daily Babel

SVIZZERA: IN CHE SENSO DEMOCRAZIA DIRETTA

Le assemblee rappresentative non sono sovrane: l’ultima parola spetta al popolo. Senza ratifica popolare leggi e delibere non hanno effetto. I cittadini decidono anche quando non votano: i politici hanno paura di loro. Estratti da un tableau costituzionale dell’esperto elvetico Hans Tschaeni.

In tutti i Cantoni il popolo nomina direttamente gli amministratori-governanti. In alcuni di essi vige inoltre il referendum legislativo obbligatorio. Nei cinque cantoni della “Landsgemeinde” (Obvaldo, Nidvaldo, Glarona, Appenzello esterno e Appenzello interno) vige ancora la democrazia diretta pura: il popolo riunito in assemblea delibera in proprio sugli affari pubblici. I rappresentanti eletti hanno solo compiti organizzativi e consultivi. Landsgemeinde è dunque il nome dell’Arengo dei cittadini che si riunisce all’aperto per legiferare, nonché per eleggere il governante cantonale (landamano) e i giudici.

A livello federale il popolo ha il diritto di accettare o rigettare per referendum le leggi importanti, cominciando da quelle costituzionali, adottate dal parlamento della Confederazione: per questo la democrazia elvetica è definita anche “referendaria”. A livello nazionale il referendum deve svolgersi se chiesto da 30.000 aventi diritto, oppure da 8 cantoni. Anche i trattati conclusi a termine indeterminato o per più di 15 anni sono soggetti a referendum facoltativo. I decreti urgenti vanno sottoposti a referendum entro un anno dalla conversione in legge da parte dell’assemblea parlamentare. A livello cantonale il referendum, istituto tipicamente svizzero, è assai frequente. Solo attraverso esso il popolo può esercitare un influsso concreto, durevole e, soprattutto, preventivo sui legislatori eletti: anzi assurge esso stesso a legislatore. La “ghigliottina” del referendum è micidiale: il 60% dei progetti di legge approvati dal governo e dal parlamento e sottoposti a votazione popolare sono stati respinti dai cittadini.

Sotto molti aspetti è il timore del referendum che determina la nostra legislazione. Da una parte il referendum rappresenta il mezzo più efficace perché il popolo possa controllare il parlamento e i partiti e arginare l’influenza dei gruppi di pressione; dall’altra la necessità del compromesso che esso comporta agisce spesso da freno alle innovazioni temerarie. Ci si rifugia nel compromesso per non vedere respinto un disegno di legge.

Nella democrazia elvetica può persino accadere che il cittadino sia obbligato a farsi eleggere. In molti cantoni e comuni vige l’Amtszwang, obbligo di accettare una carica pubblica. Nel cantone dell’Appenzello interno l’obbligo vale fino al sessantacinquesimo anno d’età. Per dieci anni il cittadino è tenuto a svolgere ruoli giudiziari o amministrativi: logica conseguenza del suo diritto di intervenire in misura considerevole nella gestione della cosa pubblica.

A.M.C.

GLI ELETTI NON SONO SOVRANI

Perché la Svizzera si definisce democrazia diretta.

L’ultima parola spetta al popolo: le leggi entrano in vigore
solo in seguito a ratifica popolare. L’uomo della strada
decide anche quando tace: fa paura ai politici. Estratti da un
tableau costituzionale di Hans Tschaeni.


la Svolta, 4 aprile 1997

“In tutti i cantoni il popolo nomina direttamente il governo. In alcuni di essi vige inoltre il referendum legislativo obbligatorio. Nei cantoni della cosiddetta Landsgemeinde esiste persino la democrazia diretta pura: è il popolo riunito in assemblea che decide sugli affari pubblici. Gli eletti hanno solo compiti organizzativi e consultivi.

“Uno dei diritti politici essenziali del cittadino svizzero è la “iniziativa”: una domanda firmata da un certo numero di cittadini dà avvio alla procedura per l’introduzione di norme nuove. L’iniziativa è dunque il diritto popolare di proporre nuove disposizioni di legge; le autorità -non quelle federali- sono obbligate a decidere in merito. Meno dell’11% delle iniziative promosse negli ultimi trent’anni fu accettato dai cittadini. Di solito i postulati che sono oggetto delle iniziative popolari mancano dei necessari elementi di compromesso; servono però a far sfogare il malcontento delle minoranze.

“Il referendum è il diritto degli svizzeri di pronunciarsi su accettazione o rigetto delle leggi importanti adottate dall’Assemblea federale. Sono i cittadini a decidere se una legge debba entrare in vigore. Il referendum è dunque il più significativo tra i diritti politici degli elvetici. Per questo la nostra democrazia è definita anche referendaria. A livello nazionale il referendum facoltativo deve tenersi se è chiesto da 30.000 aventi il diritto di voto, oppure da otto cantoni. Anche i trattati internazionali conclusi per una durata indeterminata o per più di 15 anni sono soggetti a referendum. Per quanto esista in altri paesi, il referendum è un’istituzione tipicamente svizzera. Soltanto attraverso di esso il popolo può esercitare un influsso concreto, durevole e soprattutto preventivo sul legislatore. Non permette ai cittadini di intervenire nell’elaborazione di una legge o di un decreto, ma dà loro la possibilità di influire indirettamente sul legislativo e sull’esecutivo, e persino di cancellare le loro decisioni. In questo modo il popolo, a condizione che sia ben guidato, assurge esso stesso a legislatore ed opera a fianco dei suoi rappresentanti.

“Non si può dire che si sia fatto un uso eccessivo di questo diritto popolare: tra i decreti soggetti a referendum facoltativo soltanto 1 su 12 è stato sottoposto al giudizio del popolo. In compenso la “ghigliottina” del referendum si è dimostrata per più micidiale della “lancia” dell’iniziativa: il sessanta per cento dei progetti di legge approvati dal governo e dal parlamento e sottoposti a votazione popolare sono stati respinti dai cittadini. Questo fatto è ben noto ai nostri parlamentari e alle autorità: per questo temono il referendum. Possiamo dire che sotto molti aspetti è il timore del referendum che determina la nostra legislazione. Ci si rifugia nel compromesso per non correre il rischio di vedere respinto un disegno di legge e quindi per evitare lo scontro. La via del compromesso è sola a permettere di aggirare lo scoglio del referendum facoltativo.
“Nella nostra democrazia può persino accadere che il cittadino sia obbligato ad accettare un’elezione. Questo obbligo esiste in molti cantoni e comuni. Un giornalista straniero ha scritto che da noi la democrazia è diventata una specie di occupazione secondaria. L’Amtszwang, cioè il dovere di esercitare una funzione pubblica, è una logica conseguenza del diritto posseduto dal singolo cittadino in cinque cantoni o semicantoni di intervenire in proprio nella gestione della cosa pubblica. Nell’Appenzello Interno ogni cittadino è soggetto a questo obbligo fino al sessantacinquesimo anno; è tenuto a far partedi organi giudiziari o amministrativi per almeno dieci anni.

“I partiti hanno indubbiamente perso parecchio del loro ascendente. Continuano a scegliere i candidati alle elezioni: ma nella democrazia referendaria non sono le elezioni a determinare l’andamento della cosa pubblica, bensì i referendum.

A.M.C.

AGORA’ ELETTRONICO E DEMOCRAZIA DEGLI INTERESSI

Conversazione con un vecchio politico-filosofo.

Piero Bassetti: il principio “un uomo, un voto” non funziona più.

“Se il fax e la fotocopiatrice hanno portato alla caduta del comunismo, l’agorà elettronico potrà mettere in crisi i sistemi parlamentari. Ma non è solo in Italia che tarda a svilupparsi una vera riflessione sul rapporto tra innovazione tecnologica e nuova statualità”. Piero Bassetti, che in anni lontani fu presidente della Regione Lombardia, poi deputato, poi presidente della Camera di commercio milanese e dell’Unioncamere, pensa e dice queste cose, così dense di futuro e anche di destino, allorquando gli altri esponenti di vertice non si preoccupano che delle prossime settimane.

Il vero lavoro politico comincia ora che vanno demoliti i muri decrepiti per edificare la casa nuova. Occorre assolutamente progettare. Nell’Occidente si dà per scontata la perennità di modelli che invece agonizzano. Si veda il sistema parlamentare, sul quale Piero Bassetti vede incombere la crisi: “Quando si cambia la categoria del tempo e dello spazio, si cambia anche la politica. Assumendo una nuova concezione del tempo e dello spazio, l’informatica ha avviato irresistibilmente una delle grandi forze epocali. La democrazia parlamentare era basata sulla rappresentanza. Essendo informato quasi quanto il principe, il rappresentante era in grado sia di controllare quest’ultimo, sia di raccogliere il consenso. Sostanzialmente il senso della rappresentanza era in una mediazione, oggi si direbbe brokeraggio, tra l’informazione e il governo.

Coll’avvento dell’agorà informatico e di milioni di televisori il rappresentante non serve né per portare il governo al popolo, né per raccogliere le richieste dei cittadini: esiste il sondaggio virtualmente in tempo reale. Quando legge il messaggio sullo stato dell’Unione, il presidente degli Stati Uniti ha sul tavolino l’indicatore di gradimento di 7-8 minuti prima. A questo punto è chiaro che non ho più bisogno del rappresentante. Il paese si trasforma in villaggio elettronico. Il territorio nazionasle, in un’agorà”.

“Non accorgersi che i meccanismi della democrazia sono tutti intaccati dall’informatica è da ciechi. I fatti, se uno riflette, sono di un’evidenza clamorosa. E’ tutto l’impianto, la ratio, direi al limite i valori della democrazia, che vengono modificati. Allora si possono avere due atteggiamenti. Uno può fare il laudator temporis acti e dire “che peccato!”, oppure si può chiedere come addentrarsi in questo mondo nuovo. Secondo me la spinta è “indietro non si torna. Internet c’è. Che si fa?”

D. –Perché lei appare solo, virtualmente, a pensare in questi termini? Forse avrebbe come compagno Mario Monti, cui nel marzo 1993 il “Corriere della Sera” attribuiva la convinzione che si potrà arrivare “forse in un futuro non molto lontano, a un sistema fantapolitico di teledemocrazia con cui la popolazione potrebbe esprimere direttamente il proprio parere consultivo utilizzando una tastiera da casa propria”. Negli ultimi anni lei ha certamente visto i numerosi interventi dell’”Economist” su questo tema. La tesi dell’Economist è che la classe politica occidentale non ne fa più una giusta e non ha una funzione, e inoltre si fa comprare dalle lobbies. D’altronde anche “The Economist” è isolato. Sono quasi tutti contrari all’elettronica politica, dicono che porta al Big Brother. Che ne pensa Bassetti?

“Sono d’accordo coll’Economist: le classi politiche sono ormai spesso out. Il discorso che stiamo facendo è quello della nuova statualità. In quella vecchia ci volevano dieci anni per fare una legge. Per guidare i processi moderni occorre il tempo reale. La macchina del potere pubblico è rotta. Lo Stato non è in grado di contrastare gli interessi, può solo servirli. Il lobbismo è l’alternativa alla corruzione: o lei si fa fare la legge che le va bene dal suo deputato, oppure storta la legge presso il funzionario”.

D. – Che proposte fa?

“Il nostro concetto di nuova statualità è centrato sull’impossibilità di trascurare la democrazia degli interessi, per il quale il principio della democrazia elettorale “un uomo, un voto” non funziona. Si pensi cosa sono i nostri piccoli e medi imprenditori: la loro forza è la rapidità delle decisioni. Per interfacciarli dobbiamo assolutamente mettere in piedi una pubblica amministrazione informatizzata. E per la verità il tasso di crescita dell’informatizzazione in Italia è tra i più alti, secondo solo a quello degli Stati Uniti”.

D. – Saremo noi quindi a sperimentare l’agorà elettronico assieme agli americani? Il loro modello di agorà è riflessivo e responsabile, è il town meeting del New England, l’assemblea dei contribuenti del villaggio, che ogni nuova spesa devono pagarsela da sé.

“Senza dubbio. Gli anglosassoni, i protestanti in genere, hanno il senso della comunità. Sono convinto che la riorganizzazione del potere, quella che trascenderà la democrazia formale, non porterà ai mali che usiamo collegare all’assenza della democrazia. Si sta ripetendo una situazione come quella al tramonto dell’Impero romano. Quando arrivarono i barbari gli ultimi senatori reagirono “non c’è più religione” Come gli intellettuali che oggi protestano contro l’agorà elettronico”.

D. – Perché Bassetti non pensa come loro?

“Perché la vita è fatta di diversità, di anomalie. Peraltro io sono solo nell’impegno, non nell’analisi. Le posso assicurare, di gente che sa queste cose ce n’è; però non fa politica. Comunque nei momenti di cerniera vengono fuori gli ibridi, gli anomali. Mi piace vivere l’esperienza epocale. Anche per questo sono un lettore di Montaigne”.

“Gli stessi italiani che fecero il Rinascimento mettono oggi le migliori energie nell’impresa. Cinque milioni di imprese. Ogni dieci italiani c’è un’imprenditore, che ha fatto parecchi soldi. Come dice l’Economist, questa scorta di soldi ci permetterà di fare una trasformazione politica costosissima senza andare a fondo. Noi costruiremo una democrazia che sconta la vera crisi della politica, con una visione diversa della rappresentanza. Abbiamo una vera e propria popolazione di imprenditori, i quali non ragionano come i consumatori o come gli operai. Quando gli imprenditori tramite le loro organizzazioni ed istituzioni -una delle quali è il sistema delle nuove Camere di Commercio- entreranno nel nuovo processo decisionale, avranno un enorme vantaggio: essere tra i più globali in un mondo che si fa globale. A gente d’impresa parli di Pechino e loro a Pechino sono stati già sei volte”.

Fin qui Piero Bassetti. Le enunciazioni dirompenti, diciamo noi, se non vengono propagate tra la gente, restano un fatto intellettuale, sia pure avanzatissimo rispetto al conformismo di oggi, che concepisce solo i partiti e le loro vendemmie elettorali. Un giorno, magari non troppo lontano, la restaurazione partitocratica seguita al crollo del totalitarismo risulterà effimera, la devozione ai parlamenti cesserà d’incanto (così come il 26 luglio 1943 scomparvero tutti i distintivi col fascio), e i giornalisti si ricicleranno mettendosi a deridere le generazioni che avranno idolatrato le urne. Ma oggi Piero Bassetti è un precursore che grida nel deserto. Non è un convertito recente. Sono anni che addita la vitalità della partecipazione e degli interessi economici diffusi, contro i giochi di vertice e contro il lobbying dei grandi gruppi. Gli strumenti di organizzazione politica delle imprese dovranno essere chiamati a svolgere un ruolo nella “riorganizzazione del consenso”. A questo proposito Bassetti non esita a richiamare “il retaggio di un certo corporativismo, spesso snobbato dalle teste d’uovo della politologia, che pure costantemente riappare nella storia delle istituzioni europee ad ogni vigilia di innovazioni rilevanti”. Naturale il riferimento al ricco passato italiano “di aggregazione politica degli interessi: dalle “università di mercanti” alle corporazioni, alle Repubbliche mercantili. Si impongono mediazioni di tipo nuovo tra imprenditorialità e consenso”.

Al fondo di tutto è la ricerca di “nuovi modi di articolazione dei processi decisionali e del funzionamento della democrazia, intesa come rappresentatività e come governo della Polis. Posto che la complessità dei problemi è tale da escludere chi non è competente in senso specifico, come si può conservare la democrazia se la sostanza stessa della democrazia resta la partecipazione non competente? Delegare la complessità a organi tecnicizzati, oppure semplificare e affidarsi al demos?”. Bassetti insiste che in presenza di una popolazione di imprese, le quali hanno un rapporto col territorio tutto diverso da quello dei cittadini, il problema della rappresentanza nella polis “non si risolve con gli schemi della rappresentanza generale, bensì dando spazio alle espressioni dei fattori produttivi. Oggi è l’innovazione assai più che il Principe a fare la storia. Il confronto tra il potere del Principe e quello dell’impresa ha posto fine alla vecchia politica, fondata sulla rappresentanza formale delle “parti” politico-ideologiche. La nuova statualità va fondata in misura importante sull’integrazione degli interessi espressi in Italia da oltre cinque milioni di imprese. L’uomo che ha a lungo capeggiato tutte le Camere di commercio italiane propone quelle Camere come “portatrici del patrimonio genetico dei ceti economici nell’età dei Comuni, una delle più vitali della nostra storia”.

La distanza di queste idee rispetto alla Vecchia Politica che imperversa in questi “ultimi giorni di Bisanzio” è impressionante. Bassetti non lo dice, ma nel suo sistema c’è ben poco di “compatibile” con le prassi e i congegni della politica tradizionale. In America la demolizione concettuale di quest’ultima è cominciata con le ipotesi “randomcratiche” che affinano la teoria della democrazia elettronica. A Milano Piero Bassetti ha “lavorato ai fianchi” l’avversario –il parlamentarismo/elettoralismo” con l’accoppiata agorà elettronico/democrazia degli interessi.

A.M.C.

Citazioni americane sulla crisi
Del sistema rappresentativo

“Si allarga la domanda di meno rappresentanza formale e più partecipazione reale. Nella seconda metà del secolo ventesimo l’americano medio ha perso interesse alla politica. Il titolo del libro di E.J.Dionne, Perché gli americani odiano la politica, attesta quella che è l’alienazione collettiva più ancora che la tradizionale bassa affluenza alle urne”.
J.W.Carey, Journal of International Affairs

“E’ in atto una mutazione geologica: la crescente obsolescenza di quelle istituzioni -partiti, media, Congresso- che si frappongono tra governanti e governati. I partiti sono moribondi. Il Congresso è un’acqua stagnante, infestata dalle lobbies. Tuttavia il fatto che questi filtri siano destinati a sparire non giustifica alcuna contentezza. Sono un castigo di Dio; tuttavia non buttiamoli, non abbiamo niente da mettere tra noi e il Capo”.
Ch. Krauthammer, Time

DICEMBRE 2010

-INTERNAUTA esce il 15 di ogni mese-

Internauta è un’officina di ideazione, un luogo per proporre e discutere nuove forme di democrazia. Inoltre diamo spazio ad approfondimenti su fatti e idee dal mondo, arte, e diamo cittadinanza a molte opinioni assenti dalla comunicazione di massa.

Uno dei modi più vividi di trattare la politica è progettarne il futuro. In questo “Internauta” vanta una credenziale in più. Alcuni di coloro che lo redigono si concentrarono sulle prospettive: nei quotidiani “La Gazzetta del popolo” e “Corriere del Ticino”, nei periodici milanesi “IlConfronto”, “Relazioni Internazionali”, “Europa Domani” e, di recente, in “The Daily Babel” di New York. Formularono previsioni che gli eventi convalidarono:

  • § Prima della Primavera praghese IlConfronto additò da posizioni amiche la strada ai comunisti: ribellarsi all’Urss, ripudiare il marxismo, l’operaismo e ogni ubbia sinistrista; convertirsi alla libertà.
  • § Ai cattolici propose di disobbedire al Vaticano, nel nome della fede.
  • § Nove articoli su “Relazioni Internazionali” durante la Rivoluzione culturale dimostrarono quest’ultima effimera. Mentre i politologi di mezzo modo ipotizzavano che la Cina avesse adottato per sempre la povertà proletaria, noi anticipammo il trionfo dell’economicismo.
  • § Nell’estate 1960, quando J.F.Kennedy si candidava alla Casa Bianca, argomentammo quasi soli che la Nuova Frontiera non poteva non essere il vuoto slogan che risultò.
  • § Per anni evidenziammo le contraddizioni nei due campi dell’Europa.
  • § Mostrammo subito la perfetta inconsistenza del Maggio francese e dell’intero ribellismo studentesco, dagli USA al resto dell’Occidente.

Tra gli scenari che si annunciano oggi:

  • § Il tramonto della democrazia rappresentativa. Si passerà dal suffragio universale, cioè dalla delega ai politici usurpatori e ladri, alla sovranità di ristretti corpi di supercittadini sorteggiati dal computer. Aggiornata, risorgerà la Polis ateniese.
  • §v La partecipazione dei lavoratori, volenti o nolenti, ai profitti e alle perdite delle imprese.
  • § Le società avanzate accetteranno meno sviluppo e meno benessere. Addosseranno agli alti redditi il tassativo soccorso ai disoccupati e ai precari; fermeranno le avanzate dell’ipercapitalismo; favoriranno alcune rimonte quasi-socialiste.
  • § Alcuni dei modelli sociali abbattuti dalle trasgressioni torneranno a valere proprio in quanto generati dai millenni. L’umanità è composta più dei morti, coi loro valori, che dei vivi. E più dei credenti che degli atei.

Molte delle previsioni di “Internauta” non convinceranno. Perciò è probabile si avverino.


NOVITÁ: Nella categoria eBook libri, pamphlet e monografie scaricabili gratuitamente.


Parliamo ai giovani e a chi non vota. I partiti, si fottano.


LOVIS: gli Ex dell’Ispi
Gli articoli sulle idee e i fatti del mondo sono prevalentemente a cura del team Lovis: amici e allievi di Giovanni Lovisetti, che a lungo diresse l’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), a Milano. Gli ex dell’Ispi sono lieti di avere tra loro la vedova di Lovisetti, Laura Fuà traduttrice letteraria, critica musicale, pronipote di Rodolfo e di Ugo Guido Mondolfo.

CHIUDERE E VENDERE IL QUIRINALE

Oppure affittarlo. Che i Padri della patria, il comunista Togliatti in testa, abbiano deciso 62 anni fa che la repubblica sorta -dicevano- sul sangue dei partigiani e sul sacrificio dei fuorusciti, avesse bisogno di un palazzo fastoso è paradigma della disonestà che ha trionfato. Bastava una palazzina di 50 stanze, come era a Bonn la presidenza della Bundesrepublik. Invece i virtuosi del 1948, incorruttibili solo per poco pochissimo, vollero la reggia dei papi e dei Savoia, costruita da Gregorio XIII col denaro che avrebbe dovuto soccorrere i miseri. Il sito era lo splendido giardino del cardinale Ippolito d’Este, la cui austera madre era stata Lucrezia Borgia, figlia di Alessandro VI, quest’ultimo incarnazione di virtù. Un santo.

Qualche anno fa la giovane Seconda Repubblica fece le mosse di volere riformare le sue vituperevoli istituzioni. Nessuno ci credette; ci avevano fatto più cinici i primi cinquant’anni di cleptocrazia che le dozzine di secoli. Eppure per un momento avevamo creduto di doverci disintossicare dal cinismo. Erano cinici i patrioti del Risorgimento? I volontari e i rassegnati del Carso?

Nessuno ci credeva, dicevamo. Eppure…Pensammo ci sarebbero state Bicamerali, Costituenti, Ricostituenti. Ci sarebbero stati codici, pandette e altri conati di rigenerazione istituzionale. Ci sarebbero state denunce implacabili. Sarebbe esplosa l’antipolitica. Le ruberie dei cleptocrati sarebbero state messe a nudo. Possibile che nulla sarebbe cambiato?

Possibile. Nulla è cambiato. I costi della politica erano apparsi scandalosi a tutti, persino alla gentaglia dei politici. Sono aumentati.

Allora è tempo di piantarla con la deferenza verso le istituzioni, cominciando dalla più augusta (diciamo così). La presidenza della nostra repubblica scalognata ha funzioni quasi esclusivamente cerimoniali: auguri di capodanno, salamelecchi col corpo diplomatico, esequie, ricevimenti, onorificenze, persino un sommo comando delle forze armate che prolunga il generalato supremo del fronte occidentale esercitato nel 1940 da Sua Altezza Reale Umberto, molto rimpianto dalle novantenni aristocratiche. Persino la prerogativa di sciogliere le Camere è discussa. A Londra, madre o nonna del parlamentarismo, indire nuove elezioni spetta al capo del governo quando vuole, non alla regina collega del nostro sommo sacerdote. Dunque il maremoto delle riforme che ci sono state promesse -perciò certamente verranno, che diamine!- dovrebbe cominciare dalla sommità fisica del sistema politico meno onorevole del mondo occidentale.

Dal Colle presidenziale -un tempo più prosaicamente conosciuto come Monte Cavallo- gli uffici del Primo Cittadino dovrebbero traslocare verso la summenzionata palazzina di 50 stanze, e non più. Il primo ministro Cameron, che ha portato alla vittoria il partito della conservazione, ha avuto il coraggio di tagliare di un quarto uno dei bilanci più tradizionali dello Stato britannico, quello del Foreign Office. Sacrifici più modesti a carico della superba Navy, della gloriosa RAF, del semi- invincibile Army. Ce lo imprestassero per un po’, a sostituire un Berlusconi o altri pari a lui, Cameron taglierebbe di otto decimi la spesa meno essenziale di tutte, quella dell’arcipalazzo pontificio/sabaudo. Ottima cosa sarebbe che abolisse i ricevimenti ai diplomatici, dignitari e loro signore.

Cameron licenzierebbe, oppure manderebbe a regolare il traffico all’Eur, i quasi 300 corazzieri che torreggiano coi loro inutili due metri nelle quotidiane teleriprese della Corte sorta dalla Resistenza. Se ci pensate, ad ogni giuramento di sottosegretario o di soprannumerario ministro assiste solenne, tra altri ciambellani, un generale a molte stelle, o forse ammiraglio, con uniforme assai elegante. Che ruolo ha in quel momento? Ha strategie di guerra da consigliare allorché il comandante supremo delle FF.AA prende il ‘giuramento’ di un politico dall’onore inattendibile?

Il feldmaresciallo di cui parliamo è uno dei quasi duemila cortigiani, corazzieri, lacchè o burocrati grandi e minimi che Cameron metterebbe in pensione a un quarto del vitalizio (ma su molti si potrebbe risparmiare in tutto la pensione, visto quanto superbamente sono stati pagati e alloggiati). Quanto alla squadretta di giuristi che preparano la firma di leggi e decreti, essi non hanno bisogno dei saloni di Sua Santità, dei cavalli e delle corazze delle Guardie del Presidente (ma per proteggere quest’ultimo si impiegano alcune centinaia di militari e poliziotti veri, i cui costi non figurano nei bilanci del Quirinale). Le università, i ministeri, le cassazioni, gli studi legali della capitale pullulano di giuristi, cui la telematica permetterebbe di lavorare dai loro domicili.

Dicono che il Quirinale conti 1200 stanze e in più gallerie, scuderie, portinerie. Una volta svuotate -coi metodi anglosassoni basterebbero due settimane- si può immaginare quanto si ricaverebbe a venderlo o ad affittarlo, completo di arazzi, tappeti e candelabri. I miliardari di Shanghai non baderebbero a spese. A ripensarci, potremmo cedere loro anche i corazzieri, palafrenieri e lacchè. I ciambellani, non è chiaro che se ne farebbero. Però se adibissero la reggia a grand hotel low cost, a sfilate di moda e a conventions di concessionari d’auto, qualche ruolo lo troverebbero anche per i ciambellani.

Ci divertiamo a fantasticare, ma la questione è veramente dolorosa. Si tolgono gli insegnanti di sostegno agli sventurati e agli storpi; si nega il pasto agli scolari morosi; si lasciano dormire in istrada, a volte morire d’inverno, i barboni delle metropoli; si abbandonano alle mense dei miseri i senza lavoro non organizzati né protetti. Invece si destinano. 220 e più miliardi all’anno a mantenere una reggia sfrontata e senza onore, la quale costa il quadruplo della monarchia britannica e l’ottuplo della presidenza federale, a Berlino, della nazione più stimata al mondo. Il Colle costa quanto quarantamila precari. Se il nostro non fosse uno paese-canaglia, gestito dai peggiori tra noi, il Quirinale non sarebbe stato mai aperto. Arrivasse un giorno il Giustiziere, cancellerebbe subito la più vistosa e immorale delle nostre infamie.

Abbiamo di peggio, peraltro. Che sono morti a fare, quei fucilati della Resistenza che avevano sperato in un paese migliore?

Antonio Massimo Calderazzi