1920: OCCUPAZIONE DELLE FABBRICHE E SOGNO BOLSCEVICO DI GRAMSCI

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Cinquant’anni dopo lo sconvolgimento industriale del 1920 -il comitato d’occupazione si installò al tavolo di Giovanni Agnelli- ‘Il Ponte’, mensile fondato da Piero Calamandrei, dedicò le 400 pagine di un numero monografico alla ‘Grande Speranza’, l’insurrezione operaia appunto. Era il 1970, erano ancora vicine le convulsioni e le ubbie scatenate dal ’68 francese, che a sua volta aveva creduto di rivivere la tempesta della Comune parigina, coi suoi centomila morti. Enzo Enriquez Agnoletti, direttore de Il Ponte, scrisse che l’occupazione era stata “la più importante svolta di tutta la nostra storia dopo l’Unità: il tentativo di una vera rivoluzione; l’invenzione di un istituto di democrazia operaia in fabbrica; la coscienza che la rivoluzione è legata a un ordinamento democratico nuovo. Non a caso il centro di questa coscienza è stata la Torino di Gramsci, e anche di Gobetti”.

Per Paolo Spriano l’occupazione aveva mostrato “quali energie sappia suscitare una classe operaia che non si limiti a una lotta corporativa, ma sappia investire una società intera, l’assetto dello Stato, la direzione della produzione”. Per Massimo L. Salvadori “quel momento centrale della lotta di classe in Italia divennne “per il proletariato rivoluzionario un grande momento positivo della propria storia, una grande speranza e una grande promessa (…) Mise concretamente in discussione il potere della borghesia  nel luogo dove più totale ed essenziale è questo potere”. Valerio Castronuovo ricordò che Giovanni Agnelli arrivò ad offrire di trasformare in cooperativa la Fiat. Secondo Gino Olivetti, allora leader politico degli industriali, i Consigli operai a Torino “nascevano da un intimo e indissolubile rapporto con gli obiettivi di rivoluzione sociale additati dalla Russia bolscevica”. E’ consenso pressocché unanime che i fatti del settembre 1920 convinsero gli industriali e tutto il padronato, “dopo una fase di estremo sconforto”, a puntare sul fascismo e a farlo  vincente.

Ma veniamo al cervello dell’occupazione, Antonio Gramsci. Non si fece vere illusioni. Tuttavia inneggiò -era prossima la nascita del Partito comunista d’Italia- alla Rivoluzione: allo stesso modo Marx aveva esaltato la Comune di Parigi, pur sapendo in anticipo la sua disfatta (i comunardi erano pochi e quasi solo parigini).

“Domenica Rossa” si intitolò lo scritto di Gramsci sull’Avanti (edizione torinese) il 15 settembre 1920. Esordiva: “Gli scrittori della classe borghese si torcono dalla rabbia. Ciò che gli operai hanno fatto ha un’immensa portata storica: E’ diventata una necessità lo studio e l’organizzazione della violenza. Ogni fabbrica occupata è una repubblica proletaria ‘il cui primo problema è quello della difesa militare” (…) La molteplicità delle repubbliche proletarie non sarà portata necessariamente a confederarsi,  a contrapporre un suo potere centrale allo Stato borghese?  Il problema di costituire il Soviet urbano si pone concretamente alla classe operaia. Se nasce, deve avere una forza armata (…) Oggi domenica rossa degli operai metallurgici deve essere costituita, dagli operai stessi, la prima cellula storica della rivoluzione proletaria”.

Diciannove giorni dopo, il 4 ottobre, a occupazione fallita, il Lenin cagliaritano-torinese, guida degli ordinovisti e presto dei comunisti, anticipava la sicura sconfitta proletaria al referendum -per lui spregevole- che chiamava gli operai ad approvare o respingere la fine dell’occupazione delle fabbriche.  Malediva il Nostro: “La forma del referendum è squisitamente democratica e antirivoluzionaria; serve a valorizzare le masse amorfe della popolazione, a schiacciare le avanguardie che dirigono e danno coscienza politica a queste masse. Le avanguardie del proletariato non devono quindi demoralizzarsi per queste risultanze del movimento rivoluzionario. Il proletariato è uscito ingrandito nell’estimazione pubblica, mentre ancora di più ha mostrato la deficienza e l’incapacità del capitalismo. La situazione politica così creatasi ha posto definitivamente il proletariato come classe dominante. Essa è una molla che irresistibilmente spinge alla conquista del potere”.

Con proclami così, avrebbe potuto il movimento dubitare d’aver trovato la via isolano-piemontese alla Rivoluzione d’Ottobre?  “Tutti gli stabilimenti torinesi in potere degli operai” aveva annunciato l’Avanti del 2 settembre, con foto dei cancelli sbarrati e delle Guardie rosse coi fucili spianati agli stabilimenti Stucchi di Milano; degli operai sui tetti della Lancia, con armi rudimentali e fari con cui di notte esploravano il terreno circostante. Ancora foto: il consiglio di fabbrica della Fiat installato sl tavolo di Agnelli. A Roma, locomotive con drappi rossi e  ferrovieri armati che scioperavano per solidarietà. I ferrovieri erano mobilitati dalla primavera in difesa della Russia bolscevica attaccata militarmente dalla Polonia e dal Giappone. In particolare avevano bloccato o tentato di bloccare la partenza o il transito di cannoni e altri materiali bellici italiani destinati alla Polonia.

Una nave in costruzione in Liguria era stata ribattezzata ‘Lenin’ dalle maestranze del cantiere. I disegnatori dei giornali di sinistra innalzavano sulle ciminiere industriali falci e martelli e vedette bolsceviche. Didascalie come ‘Il fucile sulla spalla dell’operaio è la sola garanzia contro il terrore bianco’. Mentre nelle campagne, dal Mezzogiorno alle cascine della Padania, la lotta dei contadini infuriava dal ritorno dei reduci della guerra, lo scontro di classe nelle industrie trovava i momenti più accesi, oltre che in Piemonte, nei cantieri liguri (dove le Guardie rosse erano inquadrate militarmente), nella siderurgia toscana, nelle manifatture lucchesi.

Non va passato sotto silenzio il conflitto rabbioso tra i comunisti di Gramsci e i socialisti massimalisti da una parte, i capi del sindacalismo CGL -Buozzi e d’Aragona- dall’altra. Gramsci assaliva senza mezzi termini i ‘politicanti del mandarinismo sindacale’: avevano lanciato le masse operaie nella lotta armata dimenticando di fornire loro le armi, “di mettere la classe operaia in grado di impegnare la lotta a sangue”. A Lecco le maestranze si erano fatte sequestrare 60.000 petardi che avrebbero costituito un discreto armamento “e poi, convulsi e pazzi di terrore, domandavano quattro mitragliatrici per armare Milano”. Altri vituperi ai ‘funzionari confederali’: “Quando si trovarono innanzi il grandioso sommovimento rivoluzionario provocato dalla FIOM, cercarono di scaricare su qualcuno la responsabilità della loro cieca imprevidenza, impreparazione, inettitudine”.

Il Lenin isolano moltiplicava le perforanti intuizioni: “Mezzo secolo fa la classe operaia era ancora, secondo Marx, un ‘sacco di patate’. Oggi è la classe industriale che è diventata un sacco di patate, un aggregato di inerti e di imbecilli, senza capacità politica. Le classi medie si accostano al proletariato, una classe giovane e piena di energia in cui è contenuto il destino della civiltà e dello sviluppo umano”. Per la verità in quei giorni Luigi Einaudi definiva gli occupatori delle fabbriche ‘gli Unni nel tempio della civiltà’. E Salvemini: “Gli operai furono messi di fronte al fatto, amaro a riconoscersi, che la loro fatica manuale, aggiunta ai macchinari, non bastava a produrre ricchezza”.

Dalla pensata di Gramsci di lanciare da Torino la rivoluzione bolscevizzante sono passati 93 anni. Il comunismo è morto, schiacciato dai suoi errori come dai suoi crimini, gappismo partigiano compreso. La società del benessere prima, la globalizzazione poi hanno cancellato il proletariato, mettendo al suo posto la fascia bassa della classe consumatrice e proprietaria. Quelle che furono le organizzazioni politiche della lotta operaia -massimalisti, comunisti, anarchici- si sono nanizzate, svuotate di senso e rese ridicole dal fatto d’essere entrate nella coalizione pancapitalista, idolatrice del Pil e satellizzata agli USA. Ciò che resta della causa del popolo si è ridotto alla nicchia piccolo-borghese dei ‘diritti’, al giacobinismo lillipuziano dei fan del duo Boldrini-Rodotà.

A questo punto è certo ingeneroso ironizzare sugli aneliti bolscevichi del 1920, ermeneutici del fascismo. Tuttavia dai fatti reali non si può prescindere: Antonio Gramsci predicò troppe scempiaggini. Se la costituzione gracile non l’avesse fatto morire in carcere a 46 anni, la riverenza per lui degli intellettuali d’ogni colore, specie quelli da premi letterari estivi, risulterebbe semplice feticismo. E sotto la testata ‘Unità’ si toglierebbe quel rigo autolesionista ‘Quotidiano fondato da Antonio Gramsci’. Nel Fondatore troppi abbagli,  troppa e petulante infatuazione per i fucili dell’Armata Rossa.

Antonio Massimo Calderazzi

B.SPINELLI: SOMIGLIAMO A WEIMAR

Il 24 luglio 2013 ‘Repubblica’ recava un editoriale che le regole del pugilato definirebbero ‘peso mosca’ (sino a Kg.50,802) e una requisitoria di Barbara Spinelli, che rientrerebbe tra i medio-massimi (sino a Kg.79,276). L’editoriale peso mosca faceva rimpiangere d’averlo letto: non tanto perché firmato da Ezio Mauro, non un vero e proprio maitre-à-penser; piuttosto in quanto sinistramente intitolato LA VERA RIFORMA E’ ABOLIRE IL PORCELLUM. Di quanto poco si contenta il direttore della maggiore testata di regime! Ci occorrerebbe la pioggia di fuoco che cancellò Sodoma/Gomorra, e Mauro sogna i ritocchi che un giorno forse il disonorevole parlamento apporterà al congegno della frode elettorale. Mauro finge di non capire che non la legge elettorale, bensì le elezioni stesse, la Costituzione e i partiti andrebbero aboliti per bonificare il peggiore sistema politico d’Occidente. Abolite in pro di una delle formule, già ingegnerizzate nel Nord America e altrove, di democrazia diretta selettiva, liberata dall’impostura elettorale-legittimista.

“Se la stabilità diventa idolatria” si chiama la catilinaria di Barbara Spinelli contro le larghe intese. E’ irriguardosa nei confronti del presidente della Casta, il quale le ha imposte dal Colle. Tale irriverenza costituisce un titolo di merito: attenua l’inspiegabile imprudenza, meglio impudenza. di deplorare “chi non si fida degli Stati con Costituzioni nate dalla Resistenza”;  e di rimpiangere il “momento magico del Cln, della Costituzione repubblicana”: bizzarro rimpianto di un momento che il settantennio cleptocratico ha screditato all’estremo e per sempre:

Con qualche fondamento Barbara sostiene che le grandi coalizioni, le strane maggioranze “sono sempre state di ripiego, votate all’instabilità (…) In Germania le riforme decisive vennero fatte dalla sinistra o dalla destra quando governavano da sole. Furono labili e piene di disagio le coabitazioni francesi. Le unioni sacre immobilizzano la politica”. Tuttavia questa avversaria dell’immobilità avrebbe fatto meglio a indicare quale ‘mobilità’ vorrebbe: quella della foto di Vasto, cioè la promozione di Vendola a secondo console? quella che il maniaco dirittista Rodotà avrebbe scatenato dal Quirinale, luogo del vituperio? Perché no, l’avvento a capo della maggioranza di un esponente gay and lesbian, coronante una svolta persino più storica del portafoglio ministeriale di una oculista dimostratasi indifferente ai tracomi del Congo?

Invece Barbara fa benissimo a chiederci di ricordare la Grande Coalizione che fu tentata dalla repubblica di Weimar: essa sì la dimostrazione crudele dell’inanità della liberaldemocrazia di fronte

ai sentimenti e ai furori del popolo, quando a interpretarli sorga il Grande Demagogo. Gli anni 1928-30 , del governo socialdemocratici-destre-Zentrum- furono effettivamente  una fase “di tensioni indescrivibili che accelerarono la fine della democrazia. I nazisti non superavano il 2,6% dei voti nel ’28, nel ’30 raccolsero il 18,3%, nel ’33 il 43,9%. L’ultimo governo parlamentare di Weimar, diretto dal socialdemocratico Hermann Mueller, si infranse su scogli che riecheggiano i nostri in maniera impressionante: un’austerità dettata dai vincitori della Guerra mondiale, la disoccupazione, i vacillamenti sull’acquisto di costosi armamenti (la corazzata A), l’insanabile conflitto su tasse e sussidi ai senza lavoro: ecco i veleni che uccisero Weimar, e paiono riprodursi in Italia. A quel tempo, fuori dai palazzi del potere rumoreggiavano i nazisti sempre più tracotanti, i comunisti sempre più costretti da Mosca a imbozzolarsi nella separatezza. Il movimento di Grillo imita quell’imbozzolamento”.

Il riferimento al decesso di Weimar è sacrosanto. Con tanti politologi che ci affliggono, ci voleva una solitaria, una specie di laica Caterina da Siena, per farci ricordare. Oggi come allora il parlamentarismo muore, perché merita di morire. Oggi come allora le nozze Democrazia-Liberismo falliscono. C’è differenza tra il conato Letta-Napolitano e i conati Ebert, Rathenau, Cuno, Mueller, Braun, Schleicher, Bruening?

Questi personaggi furono annichiliti dallo sdegno di un grande popolo, sdegno purtroppo interpretato e messo a fuoco da un genio del male. La Weimar italiana, prigioniera del Pil e asservita a Washington più di quanto Erzberger e Rathenau -entrambi assassinati ‘per conto del popolo’- si fossero arresi alle imposizioni dei Vincitori del ’18- è minacciata dalla collera degli italiani, ormai vicina all’invincibilità.

Non è dato sapere se da noi sorgerà il Distruttore -magari non criminale come quello del 1933 ma efficiente, bonario e, nei primi anni, amato come quello di Spagna del 1923: quel Miguel Primo de Rivera che spazzò via, in poche ore e senza sparare un colpo, gli oligarchi di allora. Non erano peggiori, semmai meno ladri, dei nostri che usurpano dal 1945.

A.M.C.

UN SECOLO FA LA GRANDE GUERRA. BRUCIARE LE OSSA DI CHI LA DECISE

Di questi giorni cento anni fa, pochi mesi prima del regicidio di Serajevo, una dozzina tra i massimi statisti, ciascuno coi propri diplomatici e marescialli, preparavano un conflitto da dieci milioni di morti. I guerrafondai sommi Hitler, Stalin, Churchill, Roosevelt di un secolo fa si chiamavano Poincaré e Clemenceau francesi, Asquith inglese, lo zar Nicola II, un Kaiser tedesco e uno austriaco, un pugno di governanti-terroristi serbi. In un secondo tempo si sarebbero aggiunti alcuni guerrafondai di contorno, tipo Woodrow Wilson, gli italiani Salandra, Sonnino e V.E. di Savoia, o tipo i governanti romeni (nel loro piccolo questi ultimi fecero morire un buon trecentomila connazionali, ovviamente senza contare le vittime dei romeni).

Dal punto di vista dell’uomo individuo erano abiette le motivazioni patriottiche di tutti i grandi criminali menzionati e non. Poincarè, presidente della repubblica francese, intendeva riscattare la vergogna del 1870, quando Parigi invidiosa aveva voluto lo scontro con la Prussia e l’aveva perduto nell’ignominia; intendeva riconquistare l’Alsazia, terra di abitanti germanici che erano state aggiunte alla Francia dalle guerre del Re Sole. La WW1 uccise un milione e mezzo di francesi. Londra progettava il conflitto mondiale perché l’ascesa del Secondo Reich, unificato e fatto possente da Bismarck, minacciava i propri primati imperiali, navali, economici. Lo Zar, plagiato dai diplomatici Sazonov e Izvolski, da granduchesse e generali che i bolscevichi avrebbero sterminato, accettava l’olocausto per l’eterna cupidigia di sboccare sul Mediterraneo e di egemonizzare i Balcani. Per la verità, all’ultimo Nicola II intuì il baratro che si apriva per milioni di sudditi, per la monarchia, per se stesso e per un bel po’ di congiunti; ma non osò decapitare Sazonov e compagni, come avrebbero fatto i suoi padri. I bellicisti pietroburghesi ambivano alla futile estensione di un impero talmente immenso che si è sfasciato.

Il Kaiser di Berlino faceva l’espansionismo di tutti i tempi. Quello di Vienna tentava di dilazionare quella finis Austriae  che i suoi romanzieri e artisti presentivano da decenni. I mandanti del terrorismo serbo  si lusingavano di scimmiottare su scala microbalcanica le annessioni del Piemonte e i trionfi della Prussia. I sogni conquistatori del ‘sacro egoismo’ di Salandra & Sonnino ci sono familiari (nuovi possedimenti in Dalmazia, in  Africa, persino in Anatolia). A cose fatte l’inqualificabile Salandra si sarebbe lamentato di non avere ricevuto il premio di un titolo nobiliare.

Se le Nazioni Unite, inventate dal bellicista F.D.Roosevelt, non fossero inutili da sempre, dichiarerebbero criminali di guerra e nemici dell’umanità tutti gli statisti della vigilia di Serajevo. Dopo, le ossa degli sterminatori andrebbero disseppellite e bruciate, come nel Medioevo capitò a vari papi e antipapi, nonché a tanti eretici. Allora  l’infierire sui cadaveri obbediva a logiche di fazione. Bruciare le ossa dei grandi bellicisti di un secolo fa sanzionerebbe un principio nuovo: i governanti non hanno più il diritto di decidere la guerra. Al più possono ordinare le spedizioni tardo-coloniali fatte dai soli guerrieri di professione, sempre che i contribuenti concedano i fondi. Nei millenni si è ordinato ai popoli di morire e di uccidere per la Patria, per l’ideologia, per la religione. I roghi di ossa della Grande Vendetta farebbero ricordare il dovere di odiare i patriottismi da guerra. Odiarli  più fattivamente delle esclamazioni dei pacifisti.

A.M.C.

ORFANI A SINISTRA

Un po’ per l’attrazione del macabro, molto più per concederci dell’ilarità cioè del buon sangue, abbiamo riaperto un libro del ’68: René Viénet, Enragés et situationnistes dans le mouvement des occupations, ed. Gallimard. Sapendo come andarono a finire il Maggio francese e tutti indistintamente i conati gauchistes (=sinistristi all’occidentale) del pianeta, per umana compassione non infieriamo sugli sbaragliati. Riportiamo solo uno, molto dimesso, dei loro gridi di battaglia e di vittoria nei giorni allucinati tra l’11 e il 30 maggio 1968: “Dans les Bourses  d’Europe les capitalistes tremblent, les gérontocrates tournent les mots pour expliquer l’action des masses”.

Credevano di avere attivato il detonatore della Rivoluzione mondiale. Credevano di avere eccitato i proletari a sollevarsi, laddove i proletari aspiravano alla seconda casa e alla terza voiture  del nucleo familiare. In ogni caso si deliziavano dei parossismi vandalici e delle centinaia di fatti microinsurrezionali che umiliavano l’incarnazione dell’autorità, il monarca Charles de Gaulle. Trascriviamo solo alcune meste riflessioni di quando le fortezze che avevano eroicamente espugnato -l’Odeon, la Sorbona, le Beaux Arts, Nanterre- caddero.  Falliti presto i grandi scioperi politici delle fabbriche – Renault, Rhodiaceta, Citroen riaprirono il 17- fu giocoforza ammettere la disfatta. Ma si facevano coraggio con le  chimere:

“La France reste dans la chaine volcanique de la nouvelle géographie des révolutions. L’éruption révolutionnaire n’est pas venue d’une crise économique, mais elle a tout au contraire contribué à créer une situation de crise dans l’économie. Ce qui a été attaqué de front en Mai, c’est l’économie capitaliste développée fonctionnant  bien; mais cette économie, une fois perturbée par les forces négatives de son dépassement historique, doit fonctionner moins bien: elle en devient d’autant plus odieuse, et renforce ainsi  ‘le mauvais coté”, la lutte révolutionnaire qui la transforme. La théorie radicale a etée confirmée. Elle s’est immensément renforcée. Ici a eté allumé un brasier qui ne s’éteindra pas”.

Direte: bella forza sghignazzare 45 anni dopo. Prescindendo dal fatto che chi scrive sghignazzò in tempo reale (lo attestano quell’anno vari numeri di ‘Relazioni Internazionali’, il settimanale del milanese Istituto per gli studi di politica internazionale, nonchè numerosi scrittarelli in altre sedi), è reale l’imperativo di capire: la lezione della disfatta del ’68 è stata straordinariamente rafforzata, non indebolita, dal quasi mezzo secolo che è trascorso. La lezione, anzi la ‘legge’, impartita dalle cose è che, più le sinistre moderate credono d’essersi aperte prospettive (per avere respinto le frange lunatiche) e più l’assetto capitalista/consumista si rafforza. Perché si indebolisca occorre che tutte le sinistre, anche quelle ragionevoli, spariscano.

Perché? Perché, avendo ripudiato la rivoluzione, le ragionevoli credono di potersi permettere il fatuo progressismo ‘dei diritti’. E’ innocuo ma momentaneamente nocivo. Pur depotenziatosi da Zapatero a Rodotà e alla Boldrini, pur trascolorato dalla militanza alla petulanza, persino questo sinistrismo venuto da Lilliput e ridotto al ridicolo non cessa di antagonizzare i grandi numeri: la gente. Per dirne una, i fiori d’arancio homo.

Risultato, l’ordine costituito si rinsalda. I ricchi di oggi sono molto più ricchi dei loro padri e nonni. La loro condizione è più confortevole. E si fa sempre più impossibile -grazie in particolare alla Più Bella delle Costituzioni-  tassare gli yacht e i consumi d’alta  gamma, tagliare i costi delle istituzioni e quelli militari imposti da Washington, colpire le grandi fortune, le ricchezze ereditate, i diritti acquisiti, le retribuzioni, pensioni e liquidazioni da Sodoma/Gomorra. E’ sempre più faticoso  far avanzare la civiltà.

Più che mai allora si impone il ribaltamento integrale, ma le sinistre proteggono l’esistente. Tutto il nuovo che pensano, fallisce. Nessuna formula giacobina, sia essa girondina o montagnarda,funziona perché non esistono i leader, le idee-forza, i programmi. La politica che conosciamo muore. La salvezza verrà dalla non-politica.

La gente dovrà essere guadagnata coi fatti, non coi sillogismi, a desiderare le novità grosse. Certamente non sarà attratta dal bouleversement del ’68, meno che mai da quello della Comune parigina del 1871: centomila morti inutili, visto che dettero la vittoria a Thiers. Le corti marziali funzionavano ancora nel 1875. Fu molto più clemente Charles de Gaulle (altro grande sconfitto, però nobile. Si era illuso di realizzare la cogestion e la participation, ossia le cose serie che la vecchia politica credette di strozzare nella culla).

A.M.Calderazzi

GRADUALISTI ESULTANTI PER L’EXPLOIT DEL PARTITO DEGLI ASSESSORI

Un segmento del popolo progressista si incanta davanti alle ultime amministrative: più ancora del Pd, è la democrazia rappresentativa che ha trionfato. Le bieche giunte di destra sono state estromesse, ma soprattutto è stata smentita l’impossibilità di battere il Predellino mediaset. Gli ottimisti della volontà si deliziano al garrire delle bandiere ex-rosse. Vedono allontanarsi l’incubo della soluzione autoritaria, populista, bergogliana al limite, alla grande crisi. Hanno ragione se si contentano dell’esistente; se in fondo stimano la loro classe politica; se cambiare democrazia li spaventa.

Peraltro, qual è l’esistente che stimano? E’ un monopartito di regime, articolato su due formazioni un tempo avversarie, oggi varianti dello stesso pensiero liberal-consumista. Il regime ha un capo titolare che regna e governa dal Colle. Transfuga dal togliattismo, apostata del socialismo, gode della fiducia del Pentagono, grazia un colonnello yankee condannato dalla nostra magistratura, considera giusti la guerra in Afghanistan, le spese militari e lo sfarzo del Quirinale. Il braccio plutocratico del monopartito di potere è proprietà di un Creso libidinoso. Il braccio progressista è capeggiato da un collettivo di capicorrente oggi coordinato inter pares da Enrico Letta. I deliziati dalle Amministrative si attendono che il monopartito a) scongiuri la bancarotta e fermi la desertificazione manufatturiera,  b) faccia quel po’ di riforme che risanino la Malarepubblica, attenuino il saccheggio del denaro dei contribuenti, abbassino il ludibrio che ci attende all’estero.

Se otterranno queste cose, avranno avuto ragione. Al momento però si chiedano se è verosimile che le otterranno. Il presidente del regime incarna un settantennio politico a valle del quale il denaro e la proprietà hanno trionfato, i divari sociali si sono allargati, l’idea socialista è morta e chi ancora ne balbetta si vergogna. L’ala possidente del monopartito appartiene a un conte Cagliostro (in realtà Balsamo Giuseppe, pluricondannato) di razza brianzola invece che palermitana. Cagliostro è ancora capace di garantire al ceto medio che il sinistrismo ‘no pasarà’. Quando vorrà, Balsamo Giuseppe cederà il comando a qualcuno meno in gamba, però non ingombrerà il Casellario giudiziario.

Il collettivo che guida il segmento Democrat del regime e che spadroneggia nei municipi e nelle urne locali porta avanti dal 1945 l’egemonia del Pil salariale, dei diritti acquisiti e dell’immobilismo. In questo la sua affidabilità è tale che lo prediligono le ereditiere progressiste come i pensionati al minimo e gli odiatori dei salti nel buio.

Da questa  classe dirigente e da questa compagine di governo gli ottimisti della volontà si attendono questa svolta verso la virtù (giacobina) che esorcizzi lo spettro della soluzione di forza, oppure senza forza ma antipolitica, alla nostra crisi. Il demonio che vogliono scacciare non è solo l’Ataturk  che si impadronisce di un paese e lo costringe a liberarsi dei vecchi pascià. E’ anche un condottiero di anime alla fra’ Girolamo Savonarola: mezzo millennio fa, per pochi mesi, fece di Firenze una democrazia teocratica e pauperista, frontalmente contrapposta alla Roma laida del secondo papa Borgia (il quale sarebbe piaciuto all’Elefantino e ad alcuni Democrat). Agli ottimisti della volontà ripugna che la salvezza sia insurrezionale, cioè non venga dalla mediazione della Casta.

Se essa salvezza verrà come la vaticinano loro, se il Partito degli Assessori costringerà il Regime a compiere le grandi opere di bonifica e di giustizia che la fede gradualista vieta ad Ataturk e a Savonarola, noi schernitori delle urne ci convertiremo al progresso senza avventure. Dilaniati dalla vergogna, vestiti di stracci penitenziali come Enrico IV imperatore a Canossa, ci inginocchieremo al portone di Montecitorio, imploreremo singhiozzando che la Casta a camere riunite rielegga Giorgio quante volte bastino a far trionfare il Bene democratico e la Più Bella delle Costituzioni.

Gli Ottimisti vigilino acché il trionfo si celebri..

Antonio Massimo Calderazzi

“LABORATORIO ITALIA O MORTE!”

“Roma o morte”  fu il grido di lotta del risorgimentale Partito d’azione, quando negli otto anni tra Aspromonte e Porta Pia caldeggiò la conquista dell’Urbe. Qui spieghiamo perchè riaprire il secolare laboratorio della creatività nazionale. A chi dalle nostre parti non è capitato di sentire “Non sono mai stato all’estero, ma l’Italia è il più bel paese al mondo”? Chi ormai non trova strano il vanto “Sono fiero d’essere italiano”? Almeno un paio di volte per millennio dovremmo fare l’inventario degli svarioni, feticci e ubbie del nazionalismo. Le pretese sceme vanno sfatate: siamo all’incirca come gli altri dell’Occidente. Per qualche aspetto siamo meno degli altri.

E tuttavia: chi può negare che nello Stivale siano nati pensieri e accadute cose quali la Scandinavia, la piana sarmatica o il subcontinente sud-americano non hanno mai conosciuto? Non è detto valga ancora il giobertiano Primato degli Italiani; però non abbiamo l’obbligo di considerarci nient’altro che un dipartimento, un cantone di contesti più larghi: l’Europa, l’Occidente, l’Umanità. E’ incontestabile: negli ultimi diecimila anni lo Stivale ha prodotto da solo più bene e più male che interi sottocontinenti. Uno di noi che abbia vissuto al riparo di uno scudo chiamato ‘senso critico’ deve chiedersi almeno una volta se non ha ecceduto in understatement.

E’ stato bene eccedere, però attenzione. Questo Stivale ha secreto più succhi e più tossine di altre nazioni. Ha inventato, oltre alla mafia e all’obbedienza a tutti i padroni (Francia o Spagna purché se magna), anche l’impero romano, il papato prevaricatore, il Rinascimento glorioso e figlio di puttana, le dolcezze e gli ululati dell’opera lirica, le fisse del pallone e della moda, il futurismo, il fascismo, Gabriele d’Annunzio, e non è finita.. Ebbene, se non si dimostra che siamo invecchiati più di altre stirpi, ci corre l’obbligo di restare inventivi; di non imitare e basta; di porci  domande che altrove tramortirebbero. In politica, per esempio.

Settant’anni fa, quando la sconfitta militare e la fine del fascismo si fecero sicure, i carpetbaggers che aspiravano all’eredità credettero di costruire un audace Stato Nuovo coi progetti, i materiali e gli stili di oltre un secolo prima: urne, parlamenti bicamerali, partiti predatorii. Per il ritardo culturale e il dolo dei padri/nonni Costituenti ci troviamo col peggiore dei congegni occidentali. Non è grottesco che, con la nomea di estrosi che ci portiamo addosso, non ci venga in mente di farla finita con istituzioni e concetti  venuti in voga due secoli e mezzo fa?

Riproponiamo dunque con forza la questione “laboratorio Italia”. Abbiamo tanto poco da perdere che ci conviene sperimentare. Il rifiuto della democrazia rappresentativa e del parlamentarismo ha ormai una storia molto lunga: in Francia, p.es., lunga quanto la Terza e la Quarta Repubblica; taciamo sull’Europa orientale, Russia in testa.

Da noi quasi nessuno crede più nella democrazia dei partiti e delle urne. Non si profila altra alternativa che il passaggio a questa o  quella formula di democrazia diretta/elettronica, più o meno selettiva. E’ disdoro del regime sorto nel 1945 e della sua cultura inerte se l’unica disordinata ipotesi di democrazia diretta e stata fatta propria da un movimento strampalato: Le sue prime iniziative politiche, dopo un’affermazione folgorante, si presentano illogiche. La più  bislacca è la scelta di puntare sul Parlamento, laddove il M5S ha senso solo come forza frontalmente antiparlamentare e anti-istituzionale. Le vie del Signore essendo infinite, è possibile che quanto resterà del  Movimento consegua qualche risultato, a giustificazione della strategia parlamentare. Ma lo scetticismo è lecito.

Un sentiero è stato aperto quando il grillismo ha avviato la pratica della deliberazione via Web; ha inoltre reso brevissimi gli incarichi quali le presidenze dei gruppi parlamentari. Se resteranno trimestrali, si confermerà il proposito di contrastare almeno una parte delle prassi che fanno professionale, carrieristica e cleptocratica l’attività politica. Tuttavia il disegno di prosciugare dall’interno l’acquitrino, anzi le sabbie mobili, della democrazia truffaldina risulterà velleitario. Anche perché la compattezza, la disciplina e il disinteresse degli eletti sono esposte ai rischi più gravi. Il Movimento avrebbe dovuto assalire le istituzioni per demolirle, non per gestirle.

Eppure non è chi non veda il potenziale  dell’opposizione di sistema mossa dal M5S, per la prima volta dal 1945. Sin da subito il popolo del Web potrebbe essere associato alla funzione legislativa. Si parlava da molti anni di democrazia elettronica e da noi non accadeva niente. Con tutti i suoi errori, Grillo ha mosso qualcosa.

L’obiezione tradizionale alla proposta di ‘tornare ad Atene’ è che Atene negava l’appartenenza alla Polis alle donne, agli schiavi, ai meteci. La Polis era ristretta. Ebbene, il concetto di democrazia neoateniese che Internauta ha ricevuto da un piccolo nucleo di ‘progettisti’ milanesi – v. Internauta Ottobre 2012, “Blueprint: la Democrazia Neo-Ateniese Selettiva”– si basa sulla pregiudiziale che la Polis autogovernata del futuro sia ristretta. Circa 500-600 mila supercittadini  che si avvicendano a turni di “servizio politico” di non oltre un anno. Abolite le elezioni, si diventa supercittadini per estrazione a sorte, non all’interno dell’intera Anagrafe ma di un Ruolo di Selezionati.  Sorteggi di secondo e terzo grado assegnerebbero gli incarichi oggi elettivi ai supercittadini nell’anno di turno politico.

In aggiunta alle persone con elevate benemerenze civiche (il volontariato in primis) e oggettive esperienze culturali e lavorative (non solo imprenditori o accademici di livello, anche capi operai, coltivatori diretti, etc.), il Ruolo dei Sorteggiabili  potrebbe accogliere anche chi dimostri con un esame d’essere in grado di fare il supercittadino per un anno, se scelto dal sorteggio.  Un organismo della magistratura gestirebbe le selezioni e i sorteggi: sempre col limite massimo di un anno per turno. I politici di carriera sparirebbero. Al più modesto dei coltivatori dell’Attica poteva accadere di fare l’arconte, magari per un giorno.

Concludendo: ciascuno di noi abitatori di questa ‘Saturnia tellus magna parens frugum’ si senta sfidato a pensare a qualcosa di diverso da ciò che abbiamo. Sfidato a progettare, a ingegnerizzare una Polis meno scadente della nostra. Come società civile non stimiamo più il nostro assetto. Concepiamone uno migliore. Oppure deponiamo il vanto della fantasia creativa.

A.M.C.

MARIO MONTI RIAVREBBE UN SENSO SOLO CONTRO IL SISTEMA

Fino a qualche mese fa si poteva pensare che lo statista più fallito della storia contemporanea d’Europa fosse stato, nella Spagna degli anni Trenta, Manuel Azagna. Non aveva fondato da solo la Seconda Repubblica iberica -la Prima, del 1873, era morta due anni dopo- però arrivò a impersonarla (così come Francisco Franco riuscì in pochi giorni  a farsi egemone della ribellione militare). L’ascesa di Azagna, un saggista con pochi lettori e il leader di un piccolo partito, era stata meteorica. Nemmeno tre mesi dopo essere diventato capo del governo si fece eleggere presidente della Repubblica. Da quel momento, 10 maggio 1936, e per tutta la Guerra civile Manuel Azagna fu una non-presenza. Nel suo campo fecero tutto gli altri: Largo Caballero, Negrin, Dolores Ibarruri, per ultimo Togliatti e altri emissari moscoviti. Alla morte della Repubblica riparò in Francia a piedi, confuso nel mare dei fuggiaschi.

Era pensabile che nessuno avrebbe battuto in negatività il governante che alla vigilia della tragedia aveva così riassunto la terribile vicenda della sua nazione: “La classe lavoratrice spagnola è materiale grezzo per un artista”. E, appena nata la Repubblica: “Brucino tutte le chiese di Spagna piuttosto che si rompa la testa a un repubblicano”.

Ma venendo a noi,  che pensare di Mario Monti? All’avvio della sua azione era apparso il Superuomo, capace di deviare la storia, l’artefice di un’alternativa epocale: i signori del know how al posto dei politici truffaldini. Oggi l’ex-Gran Visir della dottrina e della conduzione, lo statista di rango continentale, risulta miniaturizzato. Ridotto a misura poco più che lillipuziana. Un Luigi Facta (tentò di fermare la Marcia su Roma) di novant’anni dopo. In teoria, un giorno potrà  rivelarsi la grande riserva della nazione (così de Gaulle designava Pompidou), persino dell’Europa. Al presente è come non esistesse. Precipitato dai cieli come Lucifero.

Mario Monti si è letteralmente cancellato per aver creduto che il dilemma italiano avesse solo due corni: bancarotta o salvezza, nella continuità  istituzionale. Invece si offriva una terza strada, la forzatura della legalità nel superiore interesse del Paese. Il Mario Monti del 2011 era da solo un Comité de Salut public, come nel 1793 rivoluzionario. Era il Demiurgo, l’uomo che senza pieni poteri non aveva senso. Insediato a palazzo Chigi dal calcolo volpino di chi temeva, oltre al disastro alla greca, un 25 luglio della partitocrazia, Mario Monti avrebbe dovuto trovare la tempra dei tempi eccezionali: disobbedire alle regole d’ingaggio; superare le limitazioni del potere esecutivo; governare, non riferire alle Camere. In caso di improvvisa sciagura nazionale non avrebbe trascurato le prassi e le regole, non avrebbe sospeso il parlamento e altre istituzioni di manomorta?

La Carta costituzionale avrebbe vietato, ma la cosa non doveva contare. Summum jus summa iniuria. Nell’ora del pericolo le tavole della legge si accantonano. Quando ricorreva al Dictator, la Roma dei Quiriti sospendeva tutte le magistrature. E sono pari a quelli di un sovrano, in caso di necessità, i poteri del presidente USA (alcuni Padri Fondatori lo avrebbero voluto Re, un re da secolo XVIII).

Monti il legalitario credette di poter governare, nella sostanza, contro i partiti padroni delle istituzioni e dei meccanismi, cioè del regime, col sostegno di essi partiti. L’equivoco è durato pochi mesi, dopo di che la cosa pubblica è stata riconsegnata in toto ai suoi devastatori, essi sì fuorilegge e potenziali imputati di Norimberga.

Un aggravamento estremo dell’economia potrà forse richiamare in servizio il generale sconfitto. Ma dovrà rifiutare, se il mandato non sarà opposto a quello che lo condannò alla disfatta.

Antonio Massimo Calderazzi

PER CACCIARE GLI OLIGARCHI UN CATILINA PIU’ FORTUNATO

Lucio Sergio Catilina tentò invano di portare al potere la fazione popolare; morì in combattimento nel 63 a.C.. Perché invocare lui, quando tanti altri politici si opposero ai governanti con più fortuna?

Risposta: perché le coincidenze col nostro oggi sorprendono. Paragonare la vicenda delle ‘larghe intese’ a quelle della Roma che alla sconfitta e morte di Catilina era già un vasto impero può apparire ridicolo. Eppure sono processi che si assomigliano.

Nel tempo di Catilina la Repubblica moriva: nell’anno 49 Giulio Cesare, varcando il Rubicone, se ne sarebbe fatto sovrano (ma non volle prendere il titolo di ottavo re di Roma). Esplosa da città-stato a grande potenza di territori sterminati e tensioni irriducibili, i suoi assetti aristocratici non reggevano più. Già un ottantennio prima Caio Mario, generale conquistatore di regni, sette volte console, aveva raggiunto il potere di un monarca militare che sfidava tutti gli ottimati messi insieme. Li sfidava sia perché la gestione imperiale esigeva un potere superiore a ogni altro, sia perché erano le masse proletarie e ‘borghesi’ che spingevano i personaggi molto forti  come Mario ad aggredire l’egemonia degli aristocratici, padroni del Senato. Il passaggio dall’oligarchia degli ottimati alla monarchia democratica appoggiata dalla plebe e dai ceti intermedi era fatale. In realtà Lucio Sergio Catilina fu il precursore che spianò i sentieri all’uomo del Destino, Giulio Cesare; anzi fu segretamente mandato avanti da Cesare e da Crasso perché il regime dei senatori ricevesse una spallata forte.

Catilina non era un probo: aristocratico pieno di debiti, spregiudicato, accusato di un delitto, sospettato di altri, la propaganda senatoria ne annerì la fama. Invece non sono mancati gli studiosi e gli artisti che ne hanno additato il ruolo politico e di testimonianza, Il suo giovanile parteggiare per Silla non lo collocò propriamente a fianco dei proletari.

Invece le posizioni qualificanti, quelle che lo portarono alla sollevazione armata, furono dalla parte del popolo. Chiedendo la cancellazione dei debiti avvantaggiava anche i patrizi avventurosi come lui, ma il programma di proscrivere i ricchi e distribuire terre ai nullatenenti era inequivocabilmente anticonservatore.

“Catilina -ha scritto uno storico- fu l’esponente del disagio dell’epoca. Agì significativamente per rompere la cristallizzata situazione della repubblica aristocratica. Che sia stato spinto più da ambizione che da generosità o da lucida visione politica conta meno del fatto che cercò di scuotere l’ordine costituito. Il suo movimento era storicamente giustificato: in un certo senso precorse Cesare. La tradizione lo ha colorato a tinte fosche, sottolineando gli aspetti demagogici. Ma le sue indubbie responsabilità non devono far dimenticare la durezza con cui  l’oligarchia difendeva il proprio monopolio”.

Varie opere drammatiche furono dedicate a Catilina: da Ben Johnson nel 1611; da Crébillion nel 1748; da Voltaire quello stesso anno; da A.Dumas padre esattamente un secolo dopo. Nel 1850 Ibsen fece di Catilina un simbolo della lotta contro il potere socialmente ingiusto.

Catilina agì perché l’assetto repubblicano si spegneva. Anche il nostro sistema è minacciato di morte: da una crisi economica strutturale come dal coma della democrazia rappresentativa-parlamentare e dall’immoralità dei gestori di questa ultima. Dopo un lungo ventennio di malattia grave la nostra classe dirigente, fatta anche di burocrati, boiardi e parassiti di alta gamma, non ha ancora avviato alcuna terapia: nè riforme, né tagli ai costi della politica e delle istituzioni, né lotta alla corruzione. Perdurano persino le forme degenerative più estreme, quali il sacrificare la solidarietà agli handicappati gravi per non toccare le spese di puro sfarzo  -il Quirinale!-, quelle militari e diplomatiche, le rendite e i privilegi delle corporazioni più rapaci. I tempi sono maturi per un eversore: in mancanza di meglio, Catilina.

Impressionano i parallelismi di linee tra il vertice dell’oligarchia combattuta  da Catilina e il vertice dell’oligarchia odierna. Nel 63 il capo del regime senatorio era Marco Tullio Cicerone, e la sua strategia per salvare le istituzioni era la concordia ordinum, cioè la coalizione tra i patrizi e i cavalieri (ceti emergenti, gruppi economici), alleanza successivamente presentata dal console-sommo oratore come consensus omnium bonorum. Chi saprebbe vedere una differenza rispetto alle ‘larghe intese’ volute da Giorgio Napolitano?

La Grosse  Koalition di Cicerone suscitò il tentativo armato di Catilina, seguito dal breve trionfo politico di Cicerone. Non molto dopo questi cadde: esiliato per avere messo illegalmente a morte nel Carcere Mamertino, sotto il Campidoglio, cinque seguaci di Catilina.

Theodor Mommsen, storico e premio Nobel, sottolinea che “il partito popolare a Roma ornava di fiori e corone la tomba di Catilina come un tempo faceva per quelle dei Gracchi. Il popolo si era posto sotto le bandiere di Cesare aspettando da lui ciò che Catilina non era stato capace di dargli”. E ancora: “La sollevazione di Catilina fu simile alle battaglie tra capitalisti e nullatenenti che un secolo prima avevano sconvolto il mondo ellenico”. Secondo Mommsen gli oligarchi, i Pauci, usarono con Catilina metodi altrettanto spregiudicati quanto i suoi. Se il Nostro trovò spazio per la sua rivolta fu perché l’oligarchia era ormai impotente di fronte alle crisi che si ingigantivano.

Il Cicerone della morente nostra Repubblica è Giorgio Napolitano. Egli crede di avere trovato nelle ‘larghe intese’ la formula che farà sopravvivere il regime cleptocratico. Nell’immediato può avere ragione: finché non sorgerà un giustiziere più fortunato di Lucio Sergio. Potrà anche essere un giustiziere collettivo, il popolo della democrazia diretta (selettiva) che forse si ribellerà, ben più energicamente di coloro che votarono M5S o si astennero in massa. I governanti, gli alti burocrati, i carrieristi. i malfattori che oggi usurpano il potere, saranno sottoposti a  processo come a Norimberga.

Per Napolitano l’esito sarà meno crudo di quello che toccò 21 secoli fa al collega della concordia ordinum:: Marco Tullio fu ucciso mentre cercava di mettersi in salvo; accadde non molto dopo le Idi di Marzo che misero a morte Cesare. La futura Norimberga sarà più clemente, per il Processato in chief come per gli altri.

Antonio Massimo Calderazzi

QUANDO VOTERANNO SOLO CANDIDATI E SCRUTATORI

Vittorio Feltri, come Numero Uno dei mediamen berlusconiani, forse di tutti i mediamen dello Stivale, non irradia obiettività. Però è il più bravo di tutti a scrivere le cose come gli altri non osano. Il 10 giugno, primo giorno delle amministrative alla gazosa,  un suo editoriale (Il Giornale) ha confermato la fama di non girare attorno alle cose ma dirle papali papali. Ha scritto che tutte le elezioni sono inutili (ergo potremmo farne a meno).

Ne ha vituperato la sconcia liturgia: “La solita croce sul simbolo che ci fa meno schifo, e alla fine non cambia niente, nemmeno il rito dei commenti tv che vede i soliti giornalisti, incluso chi scrive, impegnatissimi nel ripetere sempre le stesse baggianate, per barcamenarsi (…) Dopo quasi 70 anni di esercizi elettorali, l’unica certezza è: chiunque vinca non riuscirà a fare un decimo di quanto sogna”.

Le giustificazioni non mancano: “Senza soldi non si va da nessuna parte. Non si possono abbassare le tasse: l’Europa non vuole, il debito pubblico è troppo alto. Gli italiani hanno scoperto che il loro voto vale quanto il Due di picche. Metà degli aventi diritto ha rinunciato, lanciando un segnale inequivocabile ai partiti: la vostra musica non ci interessa più. Si avvertono sintomi di grave malessere democratico, di noia maggioritaria, di repulsione per il sistema marcio”.

La legge ferrea di Feltri -“i nuovi amministratori non potranno fare meglio dei vecchi se manca il denaro”- non convincerà i molti che conoscono metodi per stanare il denaro. Però è icastica: “Il popolo non capisce nulla, ma intuisce quasi tutto: in fondo al tunnel c’è un lumino cimiteriale”. In realtà in fondo al tunnel potrebbe non esserci il cimitero, la fine della Polis; forse Feltri esagera. Tuttavia la sua ‘legge’ merita qualche attenuazione, non smentite: “Chiunque vinca non riuscirà a fare un decimo di quanto sogna”.

La democrazia delle urne, allora, non serve più. Se ne faccia a meno for good. Basterebbe decidere che i cittadini veri -attivi, cioè tenuti a un turno di servizio politico- sono p.es. 600 mila all’anno, non 60 milioni quanti gli iscritti all’Anagrafe. Tra questi supercittadini per un anno, selezionati meritocraticamente (anche per il merito di vangare la terra), forniti di tutti gli elementi di giudizio, frequentemente supportati/controllati dal referendum elettronico, modicamente retribuiti, si potrebbero sorteggiare tutti i gestori pro tempore della cosa pubblica.

Poche cose al mondo vi darebbero più gioia che spegnere, un giorno, l’impostura della democrazia rappresentativa. E l’altra impostura, che  felicità e benessere abbiano bisogno di istituzioni quali le nostre della Malasorte.

A.M.C.

SVEZIA DOCET: l’INTEGRAZIONE E’ UNA CHIMERA

Doveva accadere, e comincia ad accadere. Le devastazioni nelle periferie di Stoccolma sono più impressionanti delle ribellioni nelle banlieues  nordafricane di Francia, della decapitazione di un guerriero britannico a Woolwich, degli assassinii di un ghanaese a Milano. Stoccolma è il posto del mondo dove nulla di tutto ciò ‘poteva’ accadere. E’ il polo planetario del progressismo generoso, invaghito dei non bianchi e delle loro ragioni contro i colonialisti. La Svezia non ha mai avuto sudditi coloniali: tali non erano le genti sottomesse nel lontano passato sulle rive del Baltico. Stoccolma era la polarità perfettamente opposta alle capitali  del colonialismo.

E adesso? Adesso risulta crudele la falsità/vacuità degli assiomi che imperversano da tempo: che non spalancare le porte è razzismo; che le società industrializzate hanno bisogno di immigrati da ogni continente; che questi ultimi, anche se clandestini, nullatenenti e sconosciuti al fisco, finanziano le pensioni ai locali e salvano l”Occidente dall’anemia demografica; che senza importazioni di manovali, badanti e portinai si rimane  senza forze e la vita si spegne; che integrando gli immigrati si consegue un arricchimento culturale; più ancora, che l’integrazione è possibile; che infine nelle banlieues francesi e negli slums americani, britannici ed europei nasce una società migliore perché multietnica.

Dicono i propalatori di ubbie bugiarde che l’errore è segregare gli immigrati, anche se clandestini. Come se la segregazione la facessero solo gli uomini (cattivi) e non le cose. Gli immigrati  dal sud arrivano miserabili e fuorilegge. Quando trovano un lavoro, dove possono insediarsi se non nei quartieri straccioni? Non possono fare scelte più amabili, e intanto là dove arrivano, gli abitanti  locali, se appena possono, scappano; ciò che abbandonano diventa slum di miserabili.

Perfettamente assurdo è sostenere, come un paio d’anni fa fece enfaticamente alla radio un giornalista rinomato quale G.A.Stella- che il segreto per scongiurare la concentrazione degli immigrati di colore è “sparpagliarli, sparpagliarli!” nelle metropoli. Sparpagliarli, cioè toglierli dai contesti sottoproletari e degradati, insediarli in quelli rispettabili e gradevoli. Stella non accennava a chi avrebbe pagato. Beninteso non pretendeva per i nuovi venuti i Parioli, la Collina torinese o il Quadrilatero della moda milanese. Intendeva i rioni rispettabili abitati dalla piccola borghesia e dagli operai di fascia alta. Sorvolava che qui i valori immobiliari e gli affitti sono multipli di quelli delle zone povere. Forse intimava alla collettività di pagare per promuovere alcuni milioni dallo status di pezzenti a quello di condomini o inquilini degli stabili che costano un multiplo delle quotazioni delle banlieues. Inoltre né un primo ministro, né il più autorevole dei sindaci avrebbe il potere, i fondi o la voglia per ingiungere ai quartieri buoni di accogliere i più poveri e i più ignoranti di tutti, siano essi appena sbarcati dall’Africa oppure cittadini da due generazioni. Un’integrazione così non è mai avvenuta, in nessun luogo del pianeta e in nessun tempo della storia. I più miserabili hanno sempre abitato i tuguri delle suburre di tutte le città del mondo. Per traslocare nelle aree decent occorre che il sottoproletariato si faccia almeno piccolo ceto medio.

La verità è un’altra. Integrare gli immigrati poveri è impossibile. E’ quasi impossibile persino migliorarne alquanto la condizione. La Svezia aperta, tollerante e radical ha fatto in quest’ultimo senso più di ogni altro paese. E’ stato osservato che gli immigrati delle banlieues scandinave “vivono quasi tutti di sussidi”. Eppure i quartieri poveri scandinavi (anche la Norvegia pullula di immigrati) esplodono. Dove più dove meno i rivoltosi non distruggono solo le vetrine dei negozi e le automobili di chi non ha il garage, ma anche le cose date loro per migliorargli la vita:  gli autobus e le scuole per cominciare. E’ bastata una crisi occupazionale, in Svezia non catastrofica, per far insorgere i disagiati. In casi del genere si usa parlare di ‘rabbia’. Ma la rabbia presuppone l’appartenenza e le aspettative che ne derivano. Gli immigrati, mancando di appartenenza, non hanno diritto alla rabbia. Possono solo sperare nel buon cuore altrui. Hanno sì il ‘diritto’ di esercitare la violenza: se riescono. Le minoranze povere sono discriminate e infelici anche negli Stati Uniti, dove un mezzo superuomo nero siede alla Casa Bianca.

Il problema dell’integrazione non sarà risolto mai. Per restare all’Europa,

essa dovrà chiudere le frontiere e le coste, al tempo stesso facilitando con indennizzi (tali da non poter essere rifiutati) le espulsioni dei clandestini e i rimpatri volontari dei regolari. Più ancora, l’Europa dovrà aprire un proprio piano Marshall: aiuti importanti (in patria) ai poveri di quella parte del Terzo Mondo che manda le masse umane più ingenti.  Saranno necessarie risorse tali da configurarsi come vera e propria condivisione della ricchezza europea. A differenza del primo piano Marshall, le risorse non dovranno essere assegnate ai governi locali: le dilapiderebbero criminosamente. Dovranno essere distribuite fisicamente ai bisognosi, sotto la protezione di contingenti armati dell’Europa. Ritorno del colonialismo? Sì, se si vuole il bene delle popolazioni. Molti governi locali si opporranno nel nome della loro indipendenza sovrana: ma una vasta offensiva di informazione multimediale farà consapevoli le popolazioni dell’egoismo dei loro gruppi di potere e malaffare. Inoltre si informeranno gli aspiranti immigrati che  la loro sorte quali clandestini in Europa -di regolari dovranno essercene sempre meno- sarà peggiore che in patria. Al meglio saranno schiavi senza catene.

Per gli immigrati regolari più colpiti dalla crisi e dalla discriminazione occorreranno modalità collettive tipo villaggi e campi di raccolta che assicurino vitto, alloggio, sanità di base e scuola in cambio di qualche prestazione lavorativa parzialmente retribuita. Chi non accetterà, sia aiutato a rimpatriare.

Per gli immigrati clandestini si imporranno campi di lavoro coatto nei quali il trattamento sia il più umano possibile ma fermo. Tutto ciò avrà per noi costi molto alti: pagheremo l’errore di avere importato miserabili fingendo fratellanza, in realtà per disporre di badanti, persone di servizio e manovali a basso prezzo (persone tutte di cui pochi anni fa ci eravamo abituati a non disporre). Ciò non piacerà alle anime belle che proclamano ‘nessuno è straniero’. Ma la prospettiva dell’integrazione è una fata Morgana: Svezia docet.

Antonio Massimo Calderazzi

FINITE LE SINISTRE, CHI GUIDERA’ LA SANTA INSURREZIONE

Proprio per avere trionfato troppo e troppo a lungo, il liberismo/capitalismo è più esposto di prima all’attacco dei suoi nemici. Gli imperi soccombettero tutti, per vecchiaia o per superiore forza dei loro avversari; accadrà anche all’impero del denaro. Un Paese come il nostro dovrebbe essere primo in Occidente -per alcuni suoi primati del passato, come per il fatto d’essere sottomesso alla peggiore delle repubbliche- ad aggredire l’Esistente: i grandi patrimoni, le eredità, i diritti acquisiti, i redditi non guadagnati, i vitalizi, i guadagni eccessivi del management, degli alti burocrati, di altri servi-padroni. Si imporranno larghe avocazioni ai danni della gamma medio-alta.

Ma nulla di tutto ciò accadrà se a contrastare l’esistente resteranno le sinistre, cioè il nulla. Se le sinistre non dichiareranno forfait, l’esistente si perpetuerà. La maggioranza sociologica detesta le sinistre al punto di darla vinta al peggio del peggio: da noi al berlusconismo, in Francia alle Duecento Famiglie, all’eterno establishment britannico, germanico, etc., oltre che ai nuovi ricchi di mezzo mondo.

Di quali sinistre parliamo? Di tutte. Da noi non c’è solo la necrofilia dei ‘comunisti’, una parte dei quali, annientati come Rifondazione, hanno creduto di illeggiadrirsi come Sel. Umiliati anche come vendoliani, da qualche settimane si aggrappano all’ultima delle scemenze: quella che il fissato Stefano Rodotà, il Camille Desmoulins di Cosenza, e Maurizio Landini possano condurre alla riscossa un’altra ‘cosa rossa’. Il vero Desmoulins, montagnard forsennato, finì sul patibolo della Révolution, come del resto Hébert, Danton e altri ultras. Il patibolo di Rodotà sarà un agiato retirement pluripensionato. Quanto all’ipersindacalista Fiom, vittorioso estromissore dalla Penisola della grande industria, dovrà vedersela coi tanti che grazie a lui avranno perso il lavoro.

Al di fuori della nicchia del marxismo de cuius, ad intermittenza epilettica o semplicemente comica, c’è la sinistra mainstream: la balena pigmea dei Bersani Letta Epifani, da sempre alla ricerca di farsi perdonare la vocazione ai Palazzi, ai poteri forti e ai bonifici bancari. Farsi perdonare come? Imbellettandosi con la foto di Vasto, con le similnozze homo, con lo jus soli, con la marsina ministeriale alla Kenge (oculista sì, ma non per curare i tracomatosi del Congo), con decine di altri atteggiamenti, ceroni e costumi di scena.

E’ il corpo semi-paralitico della sinistra non lunatica, maggioritaria nel Pd ma eternamente minoritaria nel Paese: incapace di capire, di accettare che se vuol bene al popolo dovrà dichiarare forfait, sciogliersi, togliersi di mezzo. Il capobonzo del Colle ha precettato il Pd a governare in società col Cav, ma questo non lo salverà, continuando la sceneggiata zapaterista. La gente non sopporta più nemmeno la sinistra benpensante. Non la stima, sa che, in aggiunta all’inefficienza, essa è bugiarda e ladra. In sessantasette anni di repubblica, la sinistra di regime non ha fatto, al meglio, che confermarsi erede del sinistrismo fallimentare 1919-22. Per il resto ha malversato  e rubato come la destra. Dai tempi di Togliatti, poi a partire dal compromesso storico, si è fatta malvolere al punto di risultare oggi impotente di fronte alle prevaricazioni del sistema: anche perché è parte del sistema.

Chi allora farà la Santa Insurrezione contro l’oligarchia capitalistico-cleptocratica? Gli eventi dovranno avere  una valenza sismica, ma meglio  non parlare di rivoluzione. Sì di insurrezione, di cacciata dei feudatari e degli usurpatori. La rivoluzione è stata annunciata a vanvera troppe volte. E poi molto, dell’ordine delle cose generato dai millenni, andrà  difeso anzi rilanciato.

In prima linea nell’insurrezione dovrà essere la società, la gente. Dicendo no a tutti i partiti e a tutti gli agglomerati di potere, i cittadini dovranno darsi un Nuovo Ordine, basato sulla democrazia diretta e su un inedito neo-collettivismo solidale, antiliberista ma libero e amico dell’uomo. I cittadini sono di solito amorfi, bisognosi di una guida. I movimenti di contestazione frontale tipo Cinque Stelle, coi loro difetti e contraddizioni, contribuiranno a scalzare gli assetti. Ma l’ ispirazione, l’impulso etico, verrà probabilmente da un grande leader non politico ma religioso. Se tale leader esiste già e si chiama Francesco lo sapremo abbastanza presto, dai fatti dirompenti e concreti non dalle allocuzioni e dai gesti, in sé entusiasmanti. Altrimenti dovrà sorgere un Maestro e  Condottiero che oggi non conosciamo. Quanto agli annunci di cambiamento dai Palazzi istituzionali, essi valgono meno di zero.

Un’avvertenza. Le novità più incisive saranno probabilmente contrastate dall’Europa dell’immobilismo. All’occorrenza bisognerà prescindere dall’Europa e denunciare le alleanze di sottomissione agli USA.

A.M.C.

COMMINERA’ SOLO LAVORI FORZATI LA MITE NORIMBERGA DI CASA NOSTRA

Sarebbe giusto che il tribunale dei vincitori, nella logica se non nelle imputazioni del 1945-46, giudicasse i governanti, i politici, i mandarini e i boiardi che in 68 anni hanno portato lo Stivale sull’orlo della bancarotta, forse della guerra civile. Nemmeno nella grande crisi dell’economia i futuri imputati di Norimberga hanno accettato di tagliare i costi e i furti della politica. Meno che mai gli sprechi per lo sfarzo, tipo Quirinale. La Norimberga di allora inflisse pene capitali, ergastoli e lunghe detenzioni. Quella del nostro futuro non remoto chiuderebbe nei campi di lavoro alcune migliaia di malfattori.

A Norimberga la giustizia dei vincitori condannò con asprezza non solo i capi del nazismo, anche i più alti militari del Reich: colpevoli soprattutto di avere conseguito troppe vittorie. Il feldmaresciallo Wilhelm Keitel, che al momento della sentenza aveva invocato di morire fucilato, fu impiccato. Così pure il suo secondo immediato, il generale Alfred Jodl pianificatore di quasi tutte le conquiste. Il maresciallo Ewald v.Kleist morì prigioniero in Urss. Il collega Kesselring, sentenziato (a Venezia non a Norimberga) alla pena capitale, poi commutata, fu liberato dopo otto anni di carcere in quanto pareva in fin di vita. I marescialli v.Rundstedt e v.Manstein, quest’ultimo nipote di Hindenburg, furono graziati dopo lunghi anni di carcere.

Condannati anche i due ‘grandi ammiragli’ della Kriegsmarine, Erich Raeder (ergastolo) e Karl Doenitz (10 anni), nessuno dei quali poteva essere direttamente implicato nell’Olocausto o nelle spietate rappresaglie seguite alle operazioni partigiane nelle terre conquistate dal Reich. I marescialli Rommel, Kluge e Model si suicidarono in tempo.

Qui non è luogo a discutere sui delitti sanzionati a Norimberga e nei processi di minore rango -ma non con minore durezza: le impiccagioni abbondarono- celebrati nei vari paesi coinvolti nel secondo conflitto mondiale. P.es. gli americani giustiziarono il primo ministro nipponico (1941-44), gen. Hideki Tojo. Il colpo di pistola che si era sparato non lo aveva ucciso. Il suo predecessore, principe Konoye (si era pronunciato contro l’attacco a Pearl Harbor) si suicidò nell’imminenza dell’arresto. Giustiziato anche  Yamashita Tomoyoku, trionfatore sui britannici in Malesia, poi comandante di un gruppo d’armate in Cina.

Sarebbe lungo l’elenco dei politici filotedeschi e filonipponici colpiti dalla vendetta dei vincitori, da Vidkun Quisling, primo ministro collaborazionista della Norvegia, messo a morte a Oslo, a Josef Tiso, presidente della Slovacchia, giustiziato a Bratislava, al maresciallo Pétain (de Gaulle commutò la condanna capitale nella detenzione perpetua. Morì in prigionia, novantacinquenne).

Perché ci sia vendetta sugli sconfitti occorrono dei vincitori: si sosterrà perciò che in Italia nessuno potrà riaprire Norimberga. Forse andrà così, però non è detto. Il Regime-canaglia potrà essere abbattuto sia da un colpo di stato militare-politico, come in Portogallo, sia da una forte dilatazione della collera popolare che il recente 25 febbraio ha dato otto milioni di voti al movimento 5Stelle. Si aggiunsero gli astenuti, le schede bianche e quelle nulle.

Al momento non ci sono avvisaglie di Putsch né di sollevazione spontanea, anche se l’odio antisistema monta. Il M5S sembra caduto nella trappola micidiale del parlamentarismo e della manomorta costituzionale. Appare anche insidiato dalla cupidigia di casta. Tuttavia l’avvenire del Regime non è sereno. Se prevarranno, i nemici di quest’ultimo porteranno nelle gabbie degli imputati di Norimberga, poi nei campi di lavoro forzato, migliaia di gerarchi, di arricchiti di regime e dei loro eredi familiari e non. Inclusi quelli del rango supremo.

A.M.C.

SCONFITTO IN SPAGNA, LO ZAPATERISMO TENTERA’ LA SORTE ALTROVE

Lo zapaterismo come stagione, come idea-forza, categoria, modalità e anche tentazione autolesionista, nasceva dieci anni fa. Pochi mesi dopo l’avvento di José Luis Zapatero alla testa del partito, il PSOE tornò al potere, sconfiggendo la destra di Aznar. Il longilineo leader, non ancora quarantaquattrenne, entrò alla Moncloa, il palazzo Chigi di Madrid.

La sostanza dello zapaterismo emerse subito: ridotti al silenzio i contenuti storici del socialismo -anticapitalismo, sforzo per il livellamento delle condizioni- si dette impulso ai “diritti”. Il PSOE di Zapatero si offriva come gestore volenteroso dell’economia di mercato, lasciando cadere le rivendicazioni sociali e dunque portando alle conseguenze finali la scelta liberista compiuta negli anni Ottanta da Felipe Gonzales. In cambio dell’abbandono del classismo, Zapatero esigé la modernizzazione accelerata del costume: anticlericalismo e avanzata delle rivendicazioni radical-giacobine e di minoranza. Il governo mosse all’attacco di varie posizioni e istituti tradizionali, promuovendo laicismo spinto, ampliamento del ricorso all’aborto, nozze tra omosessuali, diritto di adottare figli per conviventi dello stesso sesso, femminismo programmatico (metà esatta dei ministri alle donne), regolarizzazione degli immigrati clandestini e dubbie crociate analoghe. Insomma “i diritti”: sinistrismo degli atteggiamenti e delle voghe, abbandono delle rivendicazioni di sostanza. La Spagna di Zapatero si faceva spregiudicata e dissacratrice di retaggi, ma borghese.

Fin qui, era la riproposizione aggiornata del liberal-radicalismo di  Manuel Azagna, il principale tra i promotori della svolta progressista e anticlericale che nel 1931 mise fine alla monarchia e ad  alcuni assetti tradizionali. Azagna, come tre quarti di secolo dopo farà Zapatero, non combatteva bensì difendeva il capitalismo. La lotta alla proprietà era  piuttosto l’impegno degli anrchici, i quali peraltro entrarono nel potere della Repubblica solo dopo lo scoppio della Guerra Civile. Prima avevano sì mosso attacchi, senza mai riuscire ad imporre le rivendicazioni sociali richieste dalla miseria del proletariato, soprattutto quello delle campagne. In effetti la Repubblica non aveva vinto nel nome del popolo: al contrario si era rivolta ai generali, specificamente a Francisco Franco, per schiacciare coll’artiglieria i tentativi rivoluzionari degli anarchici e dei socialisti nelle Asturie e altrove.

La Repubblica non fece riforme sociali e non attaccò il potere delle destre economiche. Invece fomentò l’ostilità alla Chiesa -tollerando gli incendi degli edifici religiosi  e molte altre violenze, anche sanguinose- e praticò lo sfavore ai militari e ai nobili (non ai ceti possidenti). La Repubblica promosse l’istruzione popolare e l’aggiornamento di alcuni indirizzi e leggi. Pressocché nulla fece per i braccianti agricoli, letteralmente sottoalimentati per miseria, talché le campagne non poterono riconoscersi nel liberalradicalismo del borghese Asagna.

Dunque la Repubblica si trovò debole di fronte alla ribellione dei generali. Dopo le illusioni sorte sulla vittoriosa difesa di Madrid e su alcuni modesti successi sul campo, la Repubblica era già condannata senza speranza nella primavera del 1938, un anno prima che si spegnesse. Da quel momento Manuel Azagna, che privilegiando il progressismo illuministico dei ceti medi urbani a danno delle aspirazioni popolari, era stato il maggiore responsabile del crollo delle istituzioni, tentò di imporre ai suoi un negoziato di compromesso con Franco, ormai avviato alla vittoria. Il governo madrileno, dominato dai comunisti, volle invece la resistenza ad oltranza, coi lutti e i drammi supplementari del prolungamento della guerra: nell’illusione che il Secondo Conflitto mondiale scoppiasse in tempo per salvare la Spagna repubblicana. Invece si aprì cinque mesi dopo la fuga in Francia degli ultimi combattenti e profughi repubblicani.

Al suo avvento al potere Zapatero fece le stesse scelte di fondo di Azagna: i “diritti” delle frange e le priorità artificiali invece del socialismo. Legalizzò le nozze omosessuali e altre  “conquiste”, compresa l’adozione di figli altrui da parte di conviventi dello stesso sesso. Abbassò l’età richiesta alle giovani per poter scegliere di abortire. Allargò la regolarizzazione degli immigrati clandestini. Mise fine alla tregua tra le fazioni sulle memorie della Guerra Civile. Rifiutò le vie della pace con una Chiesa profondamente diversa da quella che nel 1936 si era schierata con Franco. Risultato: già nell’ultima fase del suo governo Zapatero era ‘el lider insostenibile’, costretto a rinnegare la propria ideologia -giudicata lunatica o repellente dalla maggioranza del paese- per resistere alcuni mesi in più. La fine arrivò nel dicembre 2011.

J.L.Zapatero è giovane, nato nel 1960, e potrebbe provare a tornare in campo. Difficilmente riscriverà ‘i diritti’ sulla sua bandiera. Piuttosto lo zapaterismo in purezza, con le sue insipienze, tenterà la sorte da noi o altrove.

A.M.C.

CASTELPORZIANO & VILLA ROSEBERY: PIU’ SFARZO PER IL BENE DEL POPOLO

Perché dovremmo amare la Patria d’oggi allorquando tambureggiano le storie di quotidiana infamia, dai tentativi di dotarci di vettori da guerra spaziale al trattamento principesco di trombati alla Gianfranco Fini, dal dogma che i patrimoni privati e pubblici non si toccano all’indifferenza per un suicidio al giorno? Il nostro è uno Stato-canaglia:

All’aprirsi del Secondo Settennato del Lord Protettore della democleptocrazia il ‘Corriere della Sera’ ha pubblicato, peraltro con signorile leggerezza di tocco, il seguente minimalismo (cm 11 x 3): “Avrebbe usato materiali e manodopera della tenuta presidenziale di Castelporziano per costruire mobili per la sua abitazione privata. Per questo l’ex segretario generale della presidenza della repubblica Gaetano Gifuni è stato condannato dal Tribunale di Roma a un anno e 5 mesi di reclusione, pena sospesa. Condannato a 4 anni e 6 mesi per irregolarità anche il nipote di Gifuni, Luigi Tripodi, che gestiva la tenuta”. Il 7 ottobre 2012 il ‘Corriere’ era stato più duro: “PRIMA condanna” aveva intitolato il suo pezzo su un verdetto che intimava a Gifuni, a suo nipote e ad altri figuri della basse-cour dell’ex segretario generale di risarcire lo Stato per fatti sui quali noi scriventi siamo male informati. Ci limitiamo a rilevare che Gifuni, quando era iperciambellano della Reggia (sotto Ciampi e Napolitano) era, nella dizione corrente, “potentissimo”; cioè beneficiava in grande dei privilegi elargiti ai Proci dalla repubblica sorta sugli eroismi  e sugli assassinii della Resistenza.

Quale che sia l’integrità della gestione della tenuta di Castelporziano, denunciamo il fatto stesso che la tenuta esista, sia presidenziale invece d’essere stata venduta alla fine della monarchia, costi molto e impieghi troppa gente, inclusi guardaboschi, cacciatori, palafrenieri e burocrati più o meno integerrimi. La tenuta si estende per 5892 ettari (quasi 59 milioni di mq), comprende una spiaggia riservata lunga 3,1 km, campi coltivati e pascoli per 750 ettari. Il resto, a foresta, è probabilmente la più ricca della penisola in specie botaniche e animali ( come tali richiede ‘cacciatori’ e palafrenieri a carico del contribuente).

Ovviamente i benefici in salute e in spirito della grande oasi, -molto amata dai Savoia, specie i più amanti della caccia- non vanno solo all’austero monarca e alla consorte donna Clio, nonché ad altri familiari ed intimi della First Family. Vanno anche a parenti, conoscenti e coinquilini dei millesettecento corazzieri, consiglieri, maggiordomi e lacché  della Reggia. Non sarebbe giusto negare loro le dolcezze del paradiso in terra: Dopo tutto c’è anche nella basse cour chi ama cavalcare, cacciare, fare gratis (al top dell’eccellenza) altre attività ritempranti.

Ci inorgoglisce pure il fatto che la Prima Famiglia possa contare, oltre che sui 180 mila mq del Quirinale e all’Eden di Castelporziano, anche di una residenza a Napoli: villa Rosebery, un gioiello del neoclassico partenopeo, già appartenuto a lord Rosebery, nel 1894 successore di Gladstone quale capo del governo britannico. Tuttavia qui il similquirinale conta solo 66.000 mq. Noi non sappiamo di quante residenze estive goda il Bundespraesident germanico; sappiamo invece che Camp David, la residenza di montagna del presidente USA nel Maryland settentrionale, è un grosso e disadorno chalet, ben meno fascinoso delle nostre dimore e parchi di corte.

Peggio per gli americani: non si fossero ammutinati contro Giorgio III, ne avrebbero ereditate di dimore dinastiche da valorizzare oggi in spirito di democrazia! Potrebbero trattare il loro presidente con la sontuosa larghezza che pratichiamo sul Colle Più Alto, a Castelporziano e a villa Rosebery. Larghezza più che meritata: l’anno prossimo saranno 60 anni che Giorgio serve disinteressatamente il Paese, senza interruzioni. Cominciò a 28 anni anni, quando Palmiro Togliatti lo notò e lo fece deputato. Non ci sono saloni e parchi che bastino per dire la riconoscenza del popolo, Casta ed esodati/inoccupati/suicidi col gas compresi.

A.M.C.

RANTOLA L’ITALIA DELLA COSTITUENTE

Giorni di lutto vive nell’Aldilà la Trimurti usurpatrice De Gasperi/Nenni/Togliatti, cui risale il potere che domina lo Stivale. Qui, sulla Terra, i più credono si avvicini la fine di una fase: la Seconda/ Terza repubblica, il bersanismo, il centrismo, i Democrat grande forza compatta, i ponti verso destra, l’antiberlusconismo che ancora fa la fortuna del Cavaliere, altre parentesi transeunti per definizione. Invece nell’Aldilà la Trimurti sa, con la certezza spettante ad ogni onnisciente divinità, che non una fase o una stagione agonizza, ma l’intero sistema nato tra il 1945 e il ’47. Agonizza la democrazia rappresentativa, posseduta dai Partiti, dagli appaltatori delle urne, dai saccheggiatori della ricchezza nazionale.

Perché la Trimurti la chiamiamo usurpatrice? Perché gli italiani, avendo pagato caro il misfatto della guerra del ’40, speravano che almeno la sconfitta li liberasse dalle turpitudini di regime. Invece i possenti ma sprovveduti vincitori credettero di far bene a consegnare il paese ai furfanti del CLN, improvvisatisi liberatori e statisti. Sessantasei anni da allora hanno dimostrato che l’assetto congegnato dai Costituenti è altrettanto esiziale, in modi diversi, quanto quello che faceva capo a palazzo Venezia. Il Sessantaseiennio non è stato né più virtuoso né più amabile del Ventennio. Nel concreto la realtà dell’oligarchia ladra non è preferibile a quella del Littorio.

In più, i giorni dell’elezione del dodicesimo capobonzo dello Stato ci hanno fatto vivere una kermesse farsesca/grottesca, un festival del fescennino, dell’atellana, della commedia dell’arte. I momenti più esilaranti non sono stati i voti dei più sardonici tra i ‘Grandi’ Elettori a favore di Valeria Marini o di Veronica Lario. Sono state le impagabili imprecazioni bolscevizzanti dei gauchistes furibondi. La più veemente, vocalizzata da un’assaltatrice del Palazzo d’Inverno: “Volete  capirlo o no, Sinistra vuol dire Rivoluzione”. Deliziosa scemenza allorquando a) la Rivoluzione è affidata ai professori Rodotà e Zagrebelski, due pensionati alla fame, aderenti all’anarco-insurrezionalismo,  b) la Rivoluzione è una moneta fuori corso da quasi un secolo,  c) la sanculotta che urla ‘Rivoluzione!’ tacerà immediatamente appena trovato lo stipendio fisso che paghi il mutuo, le rate dell’auto e le vacanze in villaggio turistico.

La commedia dell’arte è divertente, è il nostro retaggio (infatti si prese a chiamare ‘all’italiana’); ma torniamo a noi.  Ci circondano le macerie non di questo o quello stabile crollato ma di una smisurata Cartagine o Gomorra, annichilita dallo sdegno divino. Sta rantolando l’intero sistema eretto dalla Costituente. Non si tratta più di cambiare qua e là, di riformare questa o quella istituzione. La democrazia dei partiti, delle urne e delle bande di saccheggio è un malato terminale. Questa politica non si riformerà mai. I fenomeni tipo Cinquestelle, i tumulti dei Ciompi informatici, i conati di altri Cola di Rienzo non conseguiranno successi definitivi. Probabilmente occorrerà il Grande Eversore che abbatta il parlamentarismo e rifondi la Polis: qualificata, ristretta, ininterrottamente rigenerata dal sorteggio e corroborata dal referendum informatico continuo.

Lo Spirito dei tempi nuovi impedirà la sopravvivenza del Vecchio, cominciando dalle istituzioni geriatriche più riverite. Svolte del genere accadranno anche in altri paesi: lo Stivale che oggi boccheggia aprirà la strada. Nel 1812 non fu la Spagna arretrata a lanciare da Cadice il progressismo liberale e l’ondata delle Costituzioni?

Antonio Massimo Calderazzi