QUANDO VOTERANNO SOLO CANDIDATI E SCRUTATORI

Vittorio Feltri, come Numero Uno dei mediamen berlusconiani, forse di tutti i mediamen dello Stivale, non irradia obiettività. Però è il più bravo di tutti a scrivere le cose come gli altri non osano. Il 10 giugno, primo giorno delle amministrative alla gazosa,  un suo editoriale (Il Giornale) ha confermato la fama di non girare attorno alle cose ma dirle papali papali. Ha scritto che tutte le elezioni sono inutili (ergo potremmo farne a meno).

Ne ha vituperato la sconcia liturgia: “La solita croce sul simbolo che ci fa meno schifo, e alla fine non cambia niente, nemmeno il rito dei commenti tv che vede i soliti giornalisti, incluso chi scrive, impegnatissimi nel ripetere sempre le stesse baggianate, per barcamenarsi (…) Dopo quasi 70 anni di esercizi elettorali, l’unica certezza è: chiunque vinca non riuscirà a fare un decimo di quanto sogna”.

Le giustificazioni non mancano: “Senza soldi non si va da nessuna parte. Non si possono abbassare le tasse: l’Europa non vuole, il debito pubblico è troppo alto. Gli italiani hanno scoperto che il loro voto vale quanto il Due di picche. Metà degli aventi diritto ha rinunciato, lanciando un segnale inequivocabile ai partiti: la vostra musica non ci interessa più. Si avvertono sintomi di grave malessere democratico, di noia maggioritaria, di repulsione per il sistema marcio”.

La legge ferrea di Feltri -“i nuovi amministratori non potranno fare meglio dei vecchi se manca il denaro”- non convincerà i molti che conoscono metodi per stanare il denaro. Però è icastica: “Il popolo non capisce nulla, ma intuisce quasi tutto: in fondo al tunnel c’è un lumino cimiteriale”. In realtà in fondo al tunnel potrebbe non esserci il cimitero, la fine della Polis; forse Feltri esagera. Tuttavia la sua ‘legge’ merita qualche attenuazione, non smentite: “Chiunque vinca non riuscirà a fare un decimo di quanto sogna”.

La democrazia delle urne, allora, non serve più. Se ne faccia a meno for good. Basterebbe decidere che i cittadini veri -attivi, cioè tenuti a un turno di servizio politico- sono p.es. 600 mila all’anno, non 60 milioni quanti gli iscritti all’Anagrafe. Tra questi supercittadini per un anno, selezionati meritocraticamente (anche per il merito di vangare la terra), forniti di tutti gli elementi di giudizio, frequentemente supportati/controllati dal referendum elettronico, modicamente retribuiti, si potrebbero sorteggiare tutti i gestori pro tempore della cosa pubblica.

Poche cose al mondo vi darebbero più gioia che spegnere, un giorno, l’impostura della democrazia rappresentativa. E l’altra impostura, che  felicità e benessere abbiano bisogno di istituzioni quali le nostre della Malasorte.

A.M.C.

SVEZIA DOCET: l’INTEGRAZIONE E’ UNA CHIMERA

Doveva accadere, e comincia ad accadere. Le devastazioni nelle periferie di Stoccolma sono più impressionanti delle ribellioni nelle banlieues  nordafricane di Francia, della decapitazione di un guerriero britannico a Woolwich, degli assassinii di un ghanaese a Milano. Stoccolma è il posto del mondo dove nulla di tutto ciò ‘poteva’ accadere. E’ il polo planetario del progressismo generoso, invaghito dei non bianchi e delle loro ragioni contro i colonialisti. La Svezia non ha mai avuto sudditi coloniali: tali non erano le genti sottomesse nel lontano passato sulle rive del Baltico. Stoccolma era la polarità perfettamente opposta alle capitali  del colonialismo.

E adesso? Adesso risulta crudele la falsità/vacuità degli assiomi che imperversano da tempo: che non spalancare le porte è razzismo; che le società industrializzate hanno bisogno di immigrati da ogni continente; che questi ultimi, anche se clandestini, nullatenenti e sconosciuti al fisco, finanziano le pensioni ai locali e salvano l”Occidente dall’anemia demografica; che senza importazioni di manovali, badanti e portinai si rimane  senza forze e la vita si spegne; che integrando gli immigrati si consegue un arricchimento culturale; più ancora, che l’integrazione è possibile; che infine nelle banlieues francesi e negli slums americani, britannici ed europei nasce una società migliore perché multietnica.

Dicono i propalatori di ubbie bugiarde che l’errore è segregare gli immigrati, anche se clandestini. Come se la segregazione la facessero solo gli uomini (cattivi) e non le cose. Gli immigrati  dal sud arrivano miserabili e fuorilegge. Quando trovano un lavoro, dove possono insediarsi se non nei quartieri straccioni? Non possono fare scelte più amabili, e intanto là dove arrivano, gli abitanti  locali, se appena possono, scappano; ciò che abbandonano diventa slum di miserabili.

Perfettamente assurdo è sostenere, come un paio d’anni fa fece enfaticamente alla radio un giornalista rinomato quale G.A.Stella- che il segreto per scongiurare la concentrazione degli immigrati di colore è “sparpagliarli, sparpagliarli!” nelle metropoli. Sparpagliarli, cioè toglierli dai contesti sottoproletari e degradati, insediarli in quelli rispettabili e gradevoli. Stella non accennava a chi avrebbe pagato. Beninteso non pretendeva per i nuovi venuti i Parioli, la Collina torinese o il Quadrilatero della moda milanese. Intendeva i rioni rispettabili abitati dalla piccola borghesia e dagli operai di fascia alta. Sorvolava che qui i valori immobiliari e gli affitti sono multipli di quelli delle zone povere. Forse intimava alla collettività di pagare per promuovere alcuni milioni dallo status di pezzenti a quello di condomini o inquilini degli stabili che costano un multiplo delle quotazioni delle banlieues. Inoltre né un primo ministro, né il più autorevole dei sindaci avrebbe il potere, i fondi o la voglia per ingiungere ai quartieri buoni di accogliere i più poveri e i più ignoranti di tutti, siano essi appena sbarcati dall’Africa oppure cittadini da due generazioni. Un’integrazione così non è mai avvenuta, in nessun luogo del pianeta e in nessun tempo della storia. I più miserabili hanno sempre abitato i tuguri delle suburre di tutte le città del mondo. Per traslocare nelle aree decent occorre che il sottoproletariato si faccia almeno piccolo ceto medio.

La verità è un’altra. Integrare gli immigrati poveri è impossibile. E’ quasi impossibile persino migliorarne alquanto la condizione. La Svezia aperta, tollerante e radical ha fatto in quest’ultimo senso più di ogni altro paese. E’ stato osservato che gli immigrati delle banlieues scandinave “vivono quasi tutti di sussidi”. Eppure i quartieri poveri scandinavi (anche la Norvegia pullula di immigrati) esplodono. Dove più dove meno i rivoltosi non distruggono solo le vetrine dei negozi e le automobili di chi non ha il garage, ma anche le cose date loro per migliorargli la vita:  gli autobus e le scuole per cominciare. E’ bastata una crisi occupazionale, in Svezia non catastrofica, per far insorgere i disagiati. In casi del genere si usa parlare di ‘rabbia’. Ma la rabbia presuppone l’appartenenza e le aspettative che ne derivano. Gli immigrati, mancando di appartenenza, non hanno diritto alla rabbia. Possono solo sperare nel buon cuore altrui. Hanno sì il ‘diritto’ di esercitare la violenza: se riescono. Le minoranze povere sono discriminate e infelici anche negli Stati Uniti, dove un mezzo superuomo nero siede alla Casa Bianca.

Il problema dell’integrazione non sarà risolto mai. Per restare all’Europa,

essa dovrà chiudere le frontiere e le coste, al tempo stesso facilitando con indennizzi (tali da non poter essere rifiutati) le espulsioni dei clandestini e i rimpatri volontari dei regolari. Più ancora, l’Europa dovrà aprire un proprio piano Marshall: aiuti importanti (in patria) ai poveri di quella parte del Terzo Mondo che manda le masse umane più ingenti.  Saranno necessarie risorse tali da configurarsi come vera e propria condivisione della ricchezza europea. A differenza del primo piano Marshall, le risorse non dovranno essere assegnate ai governi locali: le dilapiderebbero criminosamente. Dovranno essere distribuite fisicamente ai bisognosi, sotto la protezione di contingenti armati dell’Europa. Ritorno del colonialismo? Sì, se si vuole il bene delle popolazioni. Molti governi locali si opporranno nel nome della loro indipendenza sovrana: ma una vasta offensiva di informazione multimediale farà consapevoli le popolazioni dell’egoismo dei loro gruppi di potere e malaffare. Inoltre si informeranno gli aspiranti immigrati che  la loro sorte quali clandestini in Europa -di regolari dovranno essercene sempre meno- sarà peggiore che in patria. Al meglio saranno schiavi senza catene.

Per gli immigrati regolari più colpiti dalla crisi e dalla discriminazione occorreranno modalità collettive tipo villaggi e campi di raccolta che assicurino vitto, alloggio, sanità di base e scuola in cambio di qualche prestazione lavorativa parzialmente retribuita. Chi non accetterà, sia aiutato a rimpatriare.

Per gli immigrati clandestini si imporranno campi di lavoro coatto nei quali il trattamento sia il più umano possibile ma fermo. Tutto ciò avrà per noi costi molto alti: pagheremo l’errore di avere importato miserabili fingendo fratellanza, in realtà per disporre di badanti, persone di servizio e manovali a basso prezzo (persone tutte di cui pochi anni fa ci eravamo abituati a non disporre). Ciò non piacerà alle anime belle che proclamano ‘nessuno è straniero’. Ma la prospettiva dell’integrazione è una fata Morgana: Svezia docet.

Antonio Massimo Calderazzi

FINITE LE SINISTRE, CHI GUIDERA’ LA SANTA INSURREZIONE

Proprio per avere trionfato troppo e troppo a lungo, il liberismo/capitalismo è più esposto di prima all’attacco dei suoi nemici. Gli imperi soccombettero tutti, per vecchiaia o per superiore forza dei loro avversari; accadrà anche all’impero del denaro. Un Paese come il nostro dovrebbe essere primo in Occidente -per alcuni suoi primati del passato, come per il fatto d’essere sottomesso alla peggiore delle repubbliche- ad aggredire l’Esistente: i grandi patrimoni, le eredità, i diritti acquisiti, i redditi non guadagnati, i vitalizi, i guadagni eccessivi del management, degli alti burocrati, di altri servi-padroni. Si imporranno larghe avocazioni ai danni della gamma medio-alta.

Ma nulla di tutto ciò accadrà se a contrastare l’esistente resteranno le sinistre, cioè il nulla. Se le sinistre non dichiareranno forfait, l’esistente si perpetuerà. La maggioranza sociologica detesta le sinistre al punto di darla vinta al peggio del peggio: da noi al berlusconismo, in Francia alle Duecento Famiglie, all’eterno establishment britannico, germanico, etc., oltre che ai nuovi ricchi di mezzo mondo.

Di quali sinistre parliamo? Di tutte. Da noi non c’è solo la necrofilia dei ‘comunisti’, una parte dei quali, annientati come Rifondazione, hanno creduto di illeggiadrirsi come Sel. Umiliati anche come vendoliani, da qualche settimane si aggrappano all’ultima delle scemenze: quella che il fissato Stefano Rodotà, il Camille Desmoulins di Cosenza, e Maurizio Landini possano condurre alla riscossa un’altra ‘cosa rossa’. Il vero Desmoulins, montagnard forsennato, finì sul patibolo della Révolution, come del resto Hébert, Danton e altri ultras. Il patibolo di Rodotà sarà un agiato retirement pluripensionato. Quanto all’ipersindacalista Fiom, vittorioso estromissore dalla Penisola della grande industria, dovrà vedersela coi tanti che grazie a lui avranno perso il lavoro.

Al di fuori della nicchia del marxismo de cuius, ad intermittenza epilettica o semplicemente comica, c’è la sinistra mainstream: la balena pigmea dei Bersani Letta Epifani, da sempre alla ricerca di farsi perdonare la vocazione ai Palazzi, ai poteri forti e ai bonifici bancari. Farsi perdonare come? Imbellettandosi con la foto di Vasto, con le similnozze homo, con lo jus soli, con la marsina ministeriale alla Kenge (oculista sì, ma non per curare i tracomatosi del Congo), con decine di altri atteggiamenti, ceroni e costumi di scena.

E’ il corpo semi-paralitico della sinistra non lunatica, maggioritaria nel Pd ma eternamente minoritaria nel Paese: incapace di capire, di accettare che se vuol bene al popolo dovrà dichiarare forfait, sciogliersi, togliersi di mezzo. Il capobonzo del Colle ha precettato il Pd a governare in società col Cav, ma questo non lo salverà, continuando la sceneggiata zapaterista. La gente non sopporta più nemmeno la sinistra benpensante. Non la stima, sa che, in aggiunta all’inefficienza, essa è bugiarda e ladra. In sessantasette anni di repubblica, la sinistra di regime non ha fatto, al meglio, che confermarsi erede del sinistrismo fallimentare 1919-22. Per il resto ha malversato  e rubato come la destra. Dai tempi di Togliatti, poi a partire dal compromesso storico, si è fatta malvolere al punto di risultare oggi impotente di fronte alle prevaricazioni del sistema: anche perché è parte del sistema.

Chi allora farà la Santa Insurrezione contro l’oligarchia capitalistico-cleptocratica? Gli eventi dovranno avere  una valenza sismica, ma meglio  non parlare di rivoluzione. Sì di insurrezione, di cacciata dei feudatari e degli usurpatori. La rivoluzione è stata annunciata a vanvera troppe volte. E poi molto, dell’ordine delle cose generato dai millenni, andrà  difeso anzi rilanciato.

In prima linea nell’insurrezione dovrà essere la società, la gente. Dicendo no a tutti i partiti e a tutti gli agglomerati di potere, i cittadini dovranno darsi un Nuovo Ordine, basato sulla democrazia diretta e su un inedito neo-collettivismo solidale, antiliberista ma libero e amico dell’uomo. I cittadini sono di solito amorfi, bisognosi di una guida. I movimenti di contestazione frontale tipo Cinque Stelle, coi loro difetti e contraddizioni, contribuiranno a scalzare gli assetti. Ma l’ ispirazione, l’impulso etico, verrà probabilmente da un grande leader non politico ma religioso. Se tale leader esiste già e si chiama Francesco lo sapremo abbastanza presto, dai fatti dirompenti e concreti non dalle allocuzioni e dai gesti, in sé entusiasmanti. Altrimenti dovrà sorgere un Maestro e  Condottiero che oggi non conosciamo. Quanto agli annunci di cambiamento dai Palazzi istituzionali, essi valgono meno di zero.

Un’avvertenza. Le novità più incisive saranno probabilmente contrastate dall’Europa dell’immobilismo. All’occorrenza bisognerà prescindere dall’Europa e denunciare le alleanze di sottomissione agli USA.

A.M.C.

COMMINERA’ SOLO LAVORI FORZATI LA MITE NORIMBERGA DI CASA NOSTRA

Sarebbe giusto che il tribunale dei vincitori, nella logica se non nelle imputazioni del 1945-46, giudicasse i governanti, i politici, i mandarini e i boiardi che in 68 anni hanno portato lo Stivale sull’orlo della bancarotta, forse della guerra civile. Nemmeno nella grande crisi dell’economia i futuri imputati di Norimberga hanno accettato di tagliare i costi e i furti della politica. Meno che mai gli sprechi per lo sfarzo, tipo Quirinale. La Norimberga di allora inflisse pene capitali, ergastoli e lunghe detenzioni. Quella del nostro futuro non remoto chiuderebbe nei campi di lavoro alcune migliaia di malfattori.

A Norimberga la giustizia dei vincitori condannò con asprezza non solo i capi del nazismo, anche i più alti militari del Reich: colpevoli soprattutto di avere conseguito troppe vittorie. Il feldmaresciallo Wilhelm Keitel, che al momento della sentenza aveva invocato di morire fucilato, fu impiccato. Così pure il suo secondo immediato, il generale Alfred Jodl pianificatore di quasi tutte le conquiste. Il maresciallo Ewald v.Kleist morì prigioniero in Urss. Il collega Kesselring, sentenziato (a Venezia non a Norimberga) alla pena capitale, poi commutata, fu liberato dopo otto anni di carcere in quanto pareva in fin di vita. I marescialli v.Rundstedt e v.Manstein, quest’ultimo nipote di Hindenburg, furono graziati dopo lunghi anni di carcere.

Condannati anche i due ‘grandi ammiragli’ della Kriegsmarine, Erich Raeder (ergastolo) e Karl Doenitz (10 anni), nessuno dei quali poteva essere direttamente implicato nell’Olocausto o nelle spietate rappresaglie seguite alle operazioni partigiane nelle terre conquistate dal Reich. I marescialli Rommel, Kluge e Model si suicidarono in tempo.

Qui non è luogo a discutere sui delitti sanzionati a Norimberga e nei processi di minore rango -ma non con minore durezza: le impiccagioni abbondarono- celebrati nei vari paesi coinvolti nel secondo conflitto mondiale. P.es. gli americani giustiziarono il primo ministro nipponico (1941-44), gen. Hideki Tojo. Il colpo di pistola che si era sparato non lo aveva ucciso. Il suo predecessore, principe Konoye (si era pronunciato contro l’attacco a Pearl Harbor) si suicidò nell’imminenza dell’arresto. Giustiziato anche  Yamashita Tomoyoku, trionfatore sui britannici in Malesia, poi comandante di un gruppo d’armate in Cina.

Sarebbe lungo l’elenco dei politici filotedeschi e filonipponici colpiti dalla vendetta dei vincitori, da Vidkun Quisling, primo ministro collaborazionista della Norvegia, messo a morte a Oslo, a Josef Tiso, presidente della Slovacchia, giustiziato a Bratislava, al maresciallo Pétain (de Gaulle commutò la condanna capitale nella detenzione perpetua. Morì in prigionia, novantacinquenne).

Perché ci sia vendetta sugli sconfitti occorrono dei vincitori: si sosterrà perciò che in Italia nessuno potrà riaprire Norimberga. Forse andrà così, però non è detto. Il Regime-canaglia potrà essere abbattuto sia da un colpo di stato militare-politico, come in Portogallo, sia da una forte dilatazione della collera popolare che il recente 25 febbraio ha dato otto milioni di voti al movimento 5Stelle. Si aggiunsero gli astenuti, le schede bianche e quelle nulle.

Al momento non ci sono avvisaglie di Putsch né di sollevazione spontanea, anche se l’odio antisistema monta. Il M5S sembra caduto nella trappola micidiale del parlamentarismo e della manomorta costituzionale. Appare anche insidiato dalla cupidigia di casta. Tuttavia l’avvenire del Regime non è sereno. Se prevarranno, i nemici di quest’ultimo porteranno nelle gabbie degli imputati di Norimberga, poi nei campi di lavoro forzato, migliaia di gerarchi, di arricchiti di regime e dei loro eredi familiari e non. Inclusi quelli del rango supremo.

A.M.C.

SCONFITTO IN SPAGNA, LO ZAPATERISMO TENTERA’ LA SORTE ALTROVE

Lo zapaterismo come stagione, come idea-forza, categoria, modalità e anche tentazione autolesionista, nasceva dieci anni fa. Pochi mesi dopo l’avvento di José Luis Zapatero alla testa del partito, il PSOE tornò al potere, sconfiggendo la destra di Aznar. Il longilineo leader, non ancora quarantaquattrenne, entrò alla Moncloa, il palazzo Chigi di Madrid.

La sostanza dello zapaterismo emerse subito: ridotti al silenzio i contenuti storici del socialismo -anticapitalismo, sforzo per il livellamento delle condizioni- si dette impulso ai “diritti”. Il PSOE di Zapatero si offriva come gestore volenteroso dell’economia di mercato, lasciando cadere le rivendicazioni sociali e dunque portando alle conseguenze finali la scelta liberista compiuta negli anni Ottanta da Felipe Gonzales. In cambio dell’abbandono del classismo, Zapatero esigé la modernizzazione accelerata del costume: anticlericalismo e avanzata delle rivendicazioni radical-giacobine e di minoranza. Il governo mosse all’attacco di varie posizioni e istituti tradizionali, promuovendo laicismo spinto, ampliamento del ricorso all’aborto, nozze tra omosessuali, diritto di adottare figli per conviventi dello stesso sesso, femminismo programmatico (metà esatta dei ministri alle donne), regolarizzazione degli immigrati clandestini e dubbie crociate analoghe. Insomma “i diritti”: sinistrismo degli atteggiamenti e delle voghe, abbandono delle rivendicazioni di sostanza. La Spagna di Zapatero si faceva spregiudicata e dissacratrice di retaggi, ma borghese.

Fin qui, era la riproposizione aggiornata del liberal-radicalismo di  Manuel Azagna, il principale tra i promotori della svolta progressista e anticlericale che nel 1931 mise fine alla monarchia e ad  alcuni assetti tradizionali. Azagna, come tre quarti di secolo dopo farà Zapatero, non combatteva bensì difendeva il capitalismo. La lotta alla proprietà era  piuttosto l’impegno degli anrchici, i quali peraltro entrarono nel potere della Repubblica solo dopo lo scoppio della Guerra Civile. Prima avevano sì mosso attacchi, senza mai riuscire ad imporre le rivendicazioni sociali richieste dalla miseria del proletariato, soprattutto quello delle campagne. In effetti la Repubblica non aveva vinto nel nome del popolo: al contrario si era rivolta ai generali, specificamente a Francisco Franco, per schiacciare coll’artiglieria i tentativi rivoluzionari degli anarchici e dei socialisti nelle Asturie e altrove.

La Repubblica non fece riforme sociali e non attaccò il potere delle destre economiche. Invece fomentò l’ostilità alla Chiesa -tollerando gli incendi degli edifici religiosi  e molte altre violenze, anche sanguinose- e praticò lo sfavore ai militari e ai nobili (non ai ceti possidenti). La Repubblica promosse l’istruzione popolare e l’aggiornamento di alcuni indirizzi e leggi. Pressocché nulla fece per i braccianti agricoli, letteralmente sottoalimentati per miseria, talché le campagne non poterono riconoscersi nel liberalradicalismo del borghese Asagna.

Dunque la Repubblica si trovò debole di fronte alla ribellione dei generali. Dopo le illusioni sorte sulla vittoriosa difesa di Madrid e su alcuni modesti successi sul campo, la Repubblica era già condannata senza speranza nella primavera del 1938, un anno prima che si spegnesse. Da quel momento Manuel Azagna, che privilegiando il progressismo illuministico dei ceti medi urbani a danno delle aspirazioni popolari, era stato il maggiore responsabile del crollo delle istituzioni, tentò di imporre ai suoi un negoziato di compromesso con Franco, ormai avviato alla vittoria. Il governo madrileno, dominato dai comunisti, volle invece la resistenza ad oltranza, coi lutti e i drammi supplementari del prolungamento della guerra: nell’illusione che il Secondo Conflitto mondiale scoppiasse in tempo per salvare la Spagna repubblicana. Invece si aprì cinque mesi dopo la fuga in Francia degli ultimi combattenti e profughi repubblicani.

Al suo avvento al potere Zapatero fece le stesse scelte di fondo di Azagna: i “diritti” delle frange e le priorità artificiali invece del socialismo. Legalizzò le nozze omosessuali e altre  “conquiste”, compresa l’adozione di figli altrui da parte di conviventi dello stesso sesso. Abbassò l’età richiesta alle giovani per poter scegliere di abortire. Allargò la regolarizzazione degli immigrati clandestini. Mise fine alla tregua tra le fazioni sulle memorie della Guerra Civile. Rifiutò le vie della pace con una Chiesa profondamente diversa da quella che nel 1936 si era schierata con Franco. Risultato: già nell’ultima fase del suo governo Zapatero era ‘el lider insostenibile’, costretto a rinnegare la propria ideologia -giudicata lunatica o repellente dalla maggioranza del paese- per resistere alcuni mesi in più. La fine arrivò nel dicembre 2011.

J.L.Zapatero è giovane, nato nel 1960, e potrebbe provare a tornare in campo. Difficilmente riscriverà ‘i diritti’ sulla sua bandiera. Piuttosto lo zapaterismo in purezza, con le sue insipienze, tenterà la sorte da noi o altrove.

A.M.C.

CASTELPORZIANO & VILLA ROSEBERY: PIU’ SFARZO PER IL BENE DEL POPOLO

Perché dovremmo amare la Patria d’oggi allorquando tambureggiano le storie di quotidiana infamia, dai tentativi di dotarci di vettori da guerra spaziale al trattamento principesco di trombati alla Gianfranco Fini, dal dogma che i patrimoni privati e pubblici non si toccano all’indifferenza per un suicidio al giorno? Il nostro è uno Stato-canaglia:

All’aprirsi del Secondo Settennato del Lord Protettore della democleptocrazia il ‘Corriere della Sera’ ha pubblicato, peraltro con signorile leggerezza di tocco, il seguente minimalismo (cm 11 x 3): “Avrebbe usato materiali e manodopera della tenuta presidenziale di Castelporziano per costruire mobili per la sua abitazione privata. Per questo l’ex segretario generale della presidenza della repubblica Gaetano Gifuni è stato condannato dal Tribunale di Roma a un anno e 5 mesi di reclusione, pena sospesa. Condannato a 4 anni e 6 mesi per irregolarità anche il nipote di Gifuni, Luigi Tripodi, che gestiva la tenuta”. Il 7 ottobre 2012 il ‘Corriere’ era stato più duro: “PRIMA condanna” aveva intitolato il suo pezzo su un verdetto che intimava a Gifuni, a suo nipote e ad altri figuri della basse-cour dell’ex segretario generale di risarcire lo Stato per fatti sui quali noi scriventi siamo male informati. Ci limitiamo a rilevare che Gifuni, quando era iperciambellano della Reggia (sotto Ciampi e Napolitano) era, nella dizione corrente, “potentissimo”; cioè beneficiava in grande dei privilegi elargiti ai Proci dalla repubblica sorta sugli eroismi  e sugli assassinii della Resistenza.

Quale che sia l’integrità della gestione della tenuta di Castelporziano, denunciamo il fatto stesso che la tenuta esista, sia presidenziale invece d’essere stata venduta alla fine della monarchia, costi molto e impieghi troppa gente, inclusi guardaboschi, cacciatori, palafrenieri e burocrati più o meno integerrimi. La tenuta si estende per 5892 ettari (quasi 59 milioni di mq), comprende una spiaggia riservata lunga 3,1 km, campi coltivati e pascoli per 750 ettari. Il resto, a foresta, è probabilmente la più ricca della penisola in specie botaniche e animali ( come tali richiede ‘cacciatori’ e palafrenieri a carico del contribuente).

Ovviamente i benefici in salute e in spirito della grande oasi, -molto amata dai Savoia, specie i più amanti della caccia- non vanno solo all’austero monarca e alla consorte donna Clio, nonché ad altri familiari ed intimi della First Family. Vanno anche a parenti, conoscenti e coinquilini dei millesettecento corazzieri, consiglieri, maggiordomi e lacché  della Reggia. Non sarebbe giusto negare loro le dolcezze del paradiso in terra: Dopo tutto c’è anche nella basse cour chi ama cavalcare, cacciare, fare gratis (al top dell’eccellenza) altre attività ritempranti.

Ci inorgoglisce pure il fatto che la Prima Famiglia possa contare, oltre che sui 180 mila mq del Quirinale e all’Eden di Castelporziano, anche di una residenza a Napoli: villa Rosebery, un gioiello del neoclassico partenopeo, già appartenuto a lord Rosebery, nel 1894 successore di Gladstone quale capo del governo britannico. Tuttavia qui il similquirinale conta solo 66.000 mq. Noi non sappiamo di quante residenze estive goda il Bundespraesident germanico; sappiamo invece che Camp David, la residenza di montagna del presidente USA nel Maryland settentrionale, è un grosso e disadorno chalet, ben meno fascinoso delle nostre dimore e parchi di corte.

Peggio per gli americani: non si fossero ammutinati contro Giorgio III, ne avrebbero ereditate di dimore dinastiche da valorizzare oggi in spirito di democrazia! Potrebbero trattare il loro presidente con la sontuosa larghezza che pratichiamo sul Colle Più Alto, a Castelporziano e a villa Rosebery. Larghezza più che meritata: l’anno prossimo saranno 60 anni che Giorgio serve disinteressatamente il Paese, senza interruzioni. Cominciò a 28 anni anni, quando Palmiro Togliatti lo notò e lo fece deputato. Non ci sono saloni e parchi che bastino per dire la riconoscenza del popolo, Casta ed esodati/inoccupati/suicidi col gas compresi.

A.M.C.

RANTOLA L’ITALIA DELLA COSTITUENTE

Giorni di lutto vive nell’Aldilà la Trimurti usurpatrice De Gasperi/Nenni/Togliatti, cui risale il potere che domina lo Stivale. Qui, sulla Terra, i più credono si avvicini la fine di una fase: la Seconda/ Terza repubblica, il bersanismo, il centrismo, i Democrat grande forza compatta, i ponti verso destra, l’antiberlusconismo che ancora fa la fortuna del Cavaliere, altre parentesi transeunti per definizione. Invece nell’Aldilà la Trimurti sa, con la certezza spettante ad ogni onnisciente divinità, che non una fase o una stagione agonizza, ma l’intero sistema nato tra il 1945 e il ’47. Agonizza la democrazia rappresentativa, posseduta dai Partiti, dagli appaltatori delle urne, dai saccheggiatori della ricchezza nazionale.

Perché la Trimurti la chiamiamo usurpatrice? Perché gli italiani, avendo pagato caro il misfatto della guerra del ’40, speravano che almeno la sconfitta li liberasse dalle turpitudini di regime. Invece i possenti ma sprovveduti vincitori credettero di far bene a consegnare il paese ai furfanti del CLN, improvvisatisi liberatori e statisti. Sessantasei anni da allora hanno dimostrato che l’assetto congegnato dai Costituenti è altrettanto esiziale, in modi diversi, quanto quello che faceva capo a palazzo Venezia. Il Sessantaseiennio non è stato né più virtuoso né più amabile del Ventennio. Nel concreto la realtà dell’oligarchia ladra non è preferibile a quella del Littorio.

In più, i giorni dell’elezione del dodicesimo capobonzo dello Stato ci hanno fatto vivere una kermesse farsesca/grottesca, un festival del fescennino, dell’atellana, della commedia dell’arte. I momenti più esilaranti non sono stati i voti dei più sardonici tra i ‘Grandi’ Elettori a favore di Valeria Marini o di Veronica Lario. Sono state le impagabili imprecazioni bolscevizzanti dei gauchistes furibondi. La più veemente, vocalizzata da un’assaltatrice del Palazzo d’Inverno: “Volete  capirlo o no, Sinistra vuol dire Rivoluzione”. Deliziosa scemenza allorquando a) la Rivoluzione è affidata ai professori Rodotà e Zagrebelski, due pensionati alla fame, aderenti all’anarco-insurrezionalismo,  b) la Rivoluzione è una moneta fuori corso da quasi un secolo,  c) la sanculotta che urla ‘Rivoluzione!’ tacerà immediatamente appena trovato lo stipendio fisso che paghi il mutuo, le rate dell’auto e le vacanze in villaggio turistico.

La commedia dell’arte è divertente, è il nostro retaggio (infatti si prese a chiamare ‘all’italiana’); ma torniamo a noi.  Ci circondano le macerie non di questo o quello stabile crollato ma di una smisurata Cartagine o Gomorra, annichilita dallo sdegno divino. Sta rantolando l’intero sistema eretto dalla Costituente. Non si tratta più di cambiare qua e là, di riformare questa o quella istituzione. La democrazia dei partiti, delle urne e delle bande di saccheggio è un malato terminale. Questa politica non si riformerà mai. I fenomeni tipo Cinquestelle, i tumulti dei Ciompi informatici, i conati di altri Cola di Rienzo non conseguiranno successi definitivi. Probabilmente occorrerà il Grande Eversore che abbatta il parlamentarismo e rifondi la Polis: qualificata, ristretta, ininterrottamente rigenerata dal sorteggio e corroborata dal referendum informatico continuo.

Lo Spirito dei tempi nuovi impedirà la sopravvivenza del Vecchio, cominciando dalle istituzioni geriatriche più riverite. Svolte del genere accadranno anche in altri paesi: lo Stivale che oggi boccheggia aprirà la strada. Nel 1812 non fu la Spagna arretrata a lanciare da Cadice il progressismo liberale e l’ondata delle Costituzioni?

Antonio Massimo Calderazzi

REO SUBITO chi non chiuderà e non venderà la Reggia

“Un giorno sarà reato da impeachment non chiudere e non vendere il Quirinale” intitolavamo giorni fa. Sbagliavamo. Non ‘un giorno’ bensì ‘oggi’ è il reato, persino più grave di quel che credevamo. Abbiamo appena appreso che il numero delle sale e saloni della Reggia è controverso: “c’è chi ne calcola 800 e chi quasi 2000, considerando le adiacenze e dipendenze e trascurando una chiesa e qualche cappella”.

La superficie coperta è dichiarata di 180.000 metri quadrati: ci vivrebbero 2000 famiglie medie (in realtà il quintuplo, o più, se si soppalcasse). I giardini papali/reali misurano 4 ettari “dai quali si domina la città eterna, ornati di statue antiche, piante rare e arricchiti perfino da una fontana musicale”. Insomma, uno dei misfatti più grossi del papato cinquecentesco, operati da pontefici praticamente tutti finiti all’Inferno.

Il giornalista di corte Marzio Breda, nell’introdurre con orgoglio due intere paginate del ‘Corriere’ sulla nostra Versailles, segnala con signorile distacco che “al Quirinale c’è troppo poca intimità; troppo affollata la corte di persone che ti si muove intorno, ricorda Mario Segni, che ci veniva a trovare il padre Antonio, capo dello Stato”.

La Reggia dei papi nemici di Cristo richiede 1720 dipendenti: personale militare e forze di polizia distaccate, 819; personale comandato e a contratto, 102. Personale di ruolo,799. I costi, sempre secondo le due pagine apoteotiche del ‘Corriere’, 243,6 milioni (bilancio di previsione 2013), di cui: per il personale in servizio 53,8%, per pensioni 37,1%, per beni e servizi 9,1%.

Inorgogliamoci un po’ di più: il Reggimento dei Corazzieri -così utili anzi imprescindibili- esige altezza minima 1,90 e la perfezione nel cavalcare i destrieri, “nonché le moto Guzzi California”. Infine, ora sappiamo che Enrico De Nicola, primo inquilino della Reggia, era insignito di 2 onorificenze, Antonio Segni di 10, Cossiga di 35, Napolitano di 13. E’ evidente che sulla distanza l’istituzione quirinalizia va rafforzandosi, al contempo virando verso rinunce spiccatamente penitenziali.

Dunque 180.000 mq. L’intero Campidoglio di Washington, sede delle due Camere del Congresso, non va oltre 56.000 mq,: roba da edilizia proletaria rispetto al palazzo dei 30 papi, 4 re sabaudi e 12 presidenti della repubblica più di tutte le altre voluta e presieduta da compagni di lotta dei lavoratori. Peggio: “in confronto al Quirinale, la Casa Bianca è una casetta di campagna” (Francesco Merlo, di ‘Repubblica’. Comincia a guadagnarsi meriti, F.Merlo). Sulla facciata della Casa Bianca si contano due dozzine di finestre; quante centinaia su quella della reggia dei papi, che per costruirla affamarono i poveri?

Parliamo fuori dei denti. C’è qualcuno che, con metà dei giovani senza lavoro, un milione di persone che nel 2012 non ha ricevuto alcun  reddito e il dramma dei suicidii, non veda l’infamia di tenere aperta per vanagloria una Versailles che costa oltre dieci volte il giusto e dove papa Francesco si vergognerebbe di entrare? Per una sede più piccola, più consonA ai tempi che viviamo, dovrebbero bastare 150 ciambellani e lacché, non 1720. Gli stipendi e i vitalizi di questi pochi risulterebbero, come sono, spregevolmente alti. Andrebbero miniaturizzati, previa cancellazione generale dei ‘diritti acquisiti’ che valgano più di duemila euro al mese.

Papa Bergoglio ha tolto 25 mila euro annui a ciascuno dei cardinali preposti allo IOR. Noi invece paramarxisti e simili ci teniamo la Versailles del colle più alto. Luigi XVI e Maria Antonietta che si ostinavano col loro Ancien Régime finirono di ghigliottina. L’intera famiglia allargata dello Zar del 1918 fu sterminata. Noi virtuosamente indulgiamo: e sì che il nostro Buckingham Palace non attira abbastanza turisti.

E’ innegabile la ferocia di destinare un quarto di miliardo l’anno  allo sfarzo pretenzioso anzi comico, allorquando i programmi collettivi vengono tagliati incessantemente. Martellano ogni giorno le notizie sull’aggravarsi della povertà degli umili, sulla chiusura di imprese, sui gesti di disperazione mortale: tragedie che sarebbero alleviate, persino scongiurate, se ripudiassimo le categorie e le spese della rappresentanza, i precetti del cerimoniale, le prassi del protocollo e della diplomazia: imperativi e obblighi tutti deteriori, ripudiati sempre più largamente dai tempi che viviamo. Se le cancellerie e le ambasciate si offendono, facciamone a meno.

Non chiudere il Quirinale -nonostante il suo mostruoso valore immobiliare- è l’espressione estrema di uno spirito reazionario, anzi folle (Bufalino, lo scrittore, chiama mascalzoni coloro che non vogliono cambiare niente). Investire tante risorse nel trattamento di un sommo dignitario aveva un senso, sia pure odioso, quando il capo dello Stato, il sovrano, era l’Unto dal Signore.

Non in un futuro indeterminato, bensì a breve, entro il secondo mandato di Napolitano, occorrerà metter fine al fasto monarchico attorno al Primo Cittadino. Se volesse cancellare il misfatto dei fondatori della repubblica/traditori dello spirito repubblicano, nonchè delle undici presidenze che hanno preceduto l’attuale nata ieri, Napolitano dovrebbe motu proprio cancellare quasi tutti i riti quirinalizi, obsoleti e colpevoli, anzi dolosi.

Altrimenti dovranno essere i segmenti di punta del paese, in testa i giovani e le schiere sempre più folte dei disgustati, a mobilitarsi, a denunciare, ad esigere. Lo sfarzo è malazione e scandalo, è negazione sfrontata dei principi di una collettività responsabile, è insulto al millenario ideale della semplicità repubblicana. Statisti e governanti che recidiveranno nell’affronto andranno processati e impeached.

Antonio Massimo Calderazzi

UN GIORNO SARA’ REATO DA IMPEACHMENT NON CHIUDERE E VENDERE IL QUIRINALE

Se è vero che due eventi grossi -l’insurrezione in Italia di un quarto degli elettori, più altrettanti astenuti; l’avvento di un Papa che predica e forse praticherà la povertà- hanno aperto prospettive inattese, forse cominciano tempi nuovi. Improvvisamente la moralità e la parsimonia, finora non-valori, si impongono come obblighi. I vertici della partitocrazia parlano come se volessero tagliare i costi dello Stato e della politica. Non vanno creduti, però è insolito il fatto che almeno alludano al bene. Se le regole del gioco vanno mutando, se di colpo il Palazzo sente di dovere accettare obblighi finora inconcepibili, allora il personaggio cui spetta di cambiare strada per primo è il prossimo Presidente della repubblica.

L’Uscente avrebbe dovuto prendere decisioni clamorose almeno un lustro fa, quando si aprì la crisi economica. Per non averle prese risponderà agli storici; non è azzardato prevedere che condanneranno. Nei prossimi giorni l’uomo del Colle potrebbe ancora compiere in extremis un gesto rivoluzionario: chiedere scusa per non avere ingiunto di chiudere e vendere il più grosso dei gioielli inutili della Repubblica. I poteri li aveva.

La dotazione della Presidenza assorbe da sola un 230 milioni; ulteriori oneri sono su altri bilanci. Se essa Presidenza prendesse atto dei tempi nuovi e gravi; se si trasferisse in una palazzina senza fasto, oppure si restringesse in una modesta sezione della reggia (la Repubblica non ha necessità di una reggia intera); se si liberasse di un migliaio di dipendenti, necessari solo al fasto e mangiapane a tradimento; se  chiudesse le residenze estive, alla sede del capo dello Stato basterebbero 30 milioni. I 200 milioni risparmiati darebbero 10 mila euro/anno a 20 mila famiglie di disoccupati con figli. E se il valore di mercato del Quirinale più dipendenze, con le relative opere d’arte, arazzi, arredi, cavalli e giardini , fosse di almeno 20 miliardi, ci sarebbero 10 mila euro una tantum per 200 mila famiglie di disoccupati con figli.

Più ancora di  altri beni importanti della Nazione, il Quirinale potrebbe, nelle more della vendita a condizioni di mercato, essere offerto in garanzia alla finanza internazionale contro prestiti  non tiranneggiati dallo spread. Sull’esempio trascinatore del Capo dello Stato, tutti gli altri organismi pubblici dovrebbero alleggerirsi di beni non essenziali. Questi ultimi andrebbero trasferiti per la vendita a un organismo centrale ad hoc, modellato sull’istituzione germanica che commercializzò il patrimonio della DDR, Repubblica democratica tedesca. L’alienazione della parte non essenziale del nostro patrimonio pubblico abbatterebbe in misura importante il debito dello Stato, e questo sì darebbe respiro alle famiglie e alle imprese.

L’obiezione passatista, secondo cui lo Stato e le entità pubbliche hanno irrinunciabili esigenze di rappresentanza e prestigio, disonora chi l’avanza. In tempi nuovi in cui un cardinale può volare low cost e usare la bicicletta per recarsi in conclave, al limite per diventare papa; in cui il neoeletto pontefice può lasciare in garage la limousine ammiraglia targata SCV1 e andare a dir messa fuori Vaticano in una qualsiasi quattroporte da ceto medio inferiore; in cui vari governanti non portano più la cravatta, i discorsi sulla rappresentanza, sul prestigio e sul protocollo sono tali da marchiare da parvenu e da incolto chi li fa. Il fasto tradizionale, l’ostentazione di ricchezza spesso celante povertà, sono un fatto del passato e del demi-monde. Corre voce che papa Francesco, nel declinare dopo l’elezione la mantellina rossa bordata di ermellino, abbia spiegato allo sbigottito monsignore del cerimoniale: “E’ finito il Carnevale. La mantellina la metta lei”. Se la voce è fondata, Francesco non poteva emettere uno statement  più severo e più gravido di futuro. Il Carnevale non è finito solo per il vertice della Chiesa. Molto più, naturalmente, per vertici assai più modesti quale quello della repubblica.

Qualsiasi museo di carrozze esibisce cocchi di gala di ambasciatori, vescovi, ciambellani e principi, ciascuno dei quali cocchi costava nel Settecento quanto un piccolo ospedale di allora. Ma i tempi sono cambiati e condannano senza appello lo sfarzo del Quirinale. Per le villeggiature del capo dello Stato ci sono gli agriturismi, e paghi di tasca sua.. Per la sua sicurezza i corazzieri sono superflui, oltre che ridicoli. Alla fine di quest’anno i poveri assoluti supereranno in Italia i quattro milioni; poi ce ne sono innumerevoli milioni oltremare. I poveri assoluti di casa nostra apprezzeranno un sussidio assai più, p.es., dell’orgoglio che il loro Stato mantenga ambasciate tra le più eleganti del pianeta. La Gran Bretagna, fino all’anteguerra massima tra le potenze coloniali e navali, per economizzare ha ormai una Royal Navy minuscola,  più nessuna colonia vera e non poche sedi diplomatiche in meno.

Se l’Italia figlia della Resistenza (nelle intenzioni semibolscevica) volesse imitarla, come dovrebbe, dimezzerebbe le ambasciate, i diplomatici, le flotte, gli stormi, le brigate corazzate altrettanto inutili e facili da sbaragliare quanto le ambasciate, le flotte e gli stormi. Con un Comandante supremo come l’Uscente, le Forze Superflue, i diplomatici boriosi e altri parassiti sono stati protetti. Forse il Successore dell’Uscente giudicherà l’interesse e la dignità del Paese con mente più moderna, con cuore più fraterno, anche con la prudenza di non rischiare l’impeachment.

A.M.Calderazzi

LE AMBASCIATE SONO IMPRODUTTIVE, CHIUDIAMONE UNA SETTANTINA

Ora che due sommi diplomatici di carriera del governo uscente, il ministro e il sottosegretario degli Esteri, vengono lapidati -persino al di là delle loro carenze- per le disfatte sul fronte indiano, non è il momento per una agonizing reappraisal  del concetto stesso di diplomazia? In pratica, per una sua riduzione a livelli giustificabili oggi, contro l’improduttività e l’irrilevanza tradizionali?

A dire il vero, una scorsa al Bilancio del Ministero degli Esteri non incoraggerebbe i propositi demolitori più feroci. La previsione di spesa per il 2012 era indicata in 1684 milioni di euro, pari allo 0,21% del bilancio totale dello Stato. Una spesa che non griderebbe vendetta. Eppure almeno un terzo di quello 0,21% è buttato; andrebbe destinato a voci di spesa meno futili. Le sedi diplomatiche del rango più alto, le ambasciate, risultano 127, di cui 26 nei paesi dell’Unione Europea. L’Unione essendo supposta d’essere un abbozzo di Stato confederale, le ambasciate non servono più. Servono uffici di collegamento tra le amministrazioni nazionali, più servizi culturali e di promozione commerciale. Le ambasciate sono anche queste cose, però schiacciate da funzioni di mondanità e di vana asserzione del prestigio, funzioni per cui occorrono scaloni, saloni e arazzi. In più esse prenotano alberghi per le visite di Stato, organizzano shopping e diversivi per le consorti/compagne di ministri, mandarini e small fry  (Webster’s: ‘Little fellows of no consequence).  Compiti disdicevoli per gli ambasciatori, che troppo spesso si illudono di svolgere le funzioni di un tempo, quando riferivano solo al Re, quando contribuivano a determinare la pace o la Grande Guerra.

Il Commonwealth britannico non è al suo interno più integrato dell’Unione Europea. Il Canada p.es. è perfettamente autonomo rispetto al Regno Unito, perciò a Londra non ha un’ambasciata, ha una High Commission, cioè più una burocrazia che un’entità diplomatica. Sembra nominalistica ma non è, la distinzione tra Ambasciata e High Commission (o come altrimenti si chiamerà nell’Unione Europea l’organismo di collegamento di cui trattiamo). I divari di rango e di costi c’è. Volerle ‘ambasciate’ le nostre rappresentanze a La Valletta, a Nicosia, allo Stato della Città del Vaticano,  in decine di altre capitali del pianeta, implica valori immobiliari e costi più alti. Allora, anticipando decisioni analoghe da parte degli altri governi europei, dovremmo chiudere e vendere tutte le ambasciate all’interno dell’Unione, sostituendole con uffici meno impegnativi. Anche per conclamare che i partner UE non sono paesi stranieri.

Le ambasciate nel resto del globo si potrebbero dimezzare di numero, e ciascuna delle sopravvissute coprirebbe una o due eliminate. Si potrebbero istituire ambasciate mobili, cumulative, at large. Il valore immobiliare delle dismissioni sarebbe considerevole. Il nostro paese ha sempre risparmiato sui dormitori pubblici e sulla manutenzione delle scuole, ma ha trattato con signorile larghezza le sue ambasciate: arazzi, mobili intarsiati, i paraphernalia, gli chef e i domestici per ricevimenti e colazioni. Il nostro paese ha anche incoraggiato la sicumera dei diplomatici. A un giovane consigliere di legazione (si badi, non d’ambasciata, che è scalino superiore) chiesi a quale grado dell’esercito si equiparava. A me che m’aspettavo ‘capitano, forse maggiore’ rispose con mondana disinvoltura ‘generale di brigata’.

Non solo nostri i misfatti da diplomatici. Trentacinque anni fa, quando l’India era un subcontinente affamato, nelle cui strade si raccoglievano ogni mattina i morti di miseria, si vedevano spesso a Londra le maestose Rolls Royce dell’ambasciata indiana. Il giorno del Giudizio Universale non ci sarà pietà per chi a New Delhi destinava fondi per i deretani d’ambasciata e li negava ai miseri, candidati carogne per le operazioni della Nettezza Urbana calcuttese, mumbayese, ecc. Deretani hindu e sikh trattati persino meglio dei nostri. Un povero ambasciatore Ducci lo vidi un po’ infelice nel sedile posteriore di una Fiat 1900 blu, stretto tra il sedere del presidente del Consiglio in carica e quello del governatore della Banca d’Italia. Andavano all’aeroporto di Heathrow, meno comodi dei pari grado indiani.

La mattina prima c’ero anch’io tra  5 o 6 corrispondenti italiani, in uno dei salotti della nostra Ambasciata, a sentire il governatore Baffi. Il quale a un certo punto chiese una sigaretta; uno di noi gliela offrì delle proprie. E l’ambasciatore, sdegnoso: “Ci sono le sigarette della Casa”. Questo sì era orgoglio dell’Istituzione! Giorni fa un noto intellettuale malalingua ha così descritto il ruolo di un nostro diplomatico stratosferico: “Organizzare pranzi, purché non cucini Lui”.

Non so quanto frutterebbero la vendita degli immobili diplomatici nelle Belgravie di settanta-ottanta capitali, più il risparmio sulla paga dei plenipotenziari nonché sulle uniformi che indossano alla presentazione delle credenziali. Ma so che metteremmo in sicurezza anticrolli/anti-incendio le nostre scuole. Le credenziali le manderemmo via mail. Anche in maniche di camicia.

A.M.Calderazzi

BARBARA SPINELLI: E’ UN TITANIC LA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA. TORNIAMO ALL’AGORA’!

I Giovani Turchi devono essere vicini a prendere il potere a ‘Repubblica’, se il 20 marzo sono riusciti a pubblicare una sfrontata eresia rispetto al misoneismo del loro Fondatore, Eugen Scalfar-Metternich (v. in ‘Internauta’ di marzo “Nonno contro nipoti: Scalfari proibisce il futuro”). La eresiarca è Barbara Spinelli con lo scritto ‘Se la politica torna all’agorà’, talmente blasfemo dal punto di vista del Legittimismo che ne riproduciamo esultanti ampi brani.

Come premessa, la Tizzona d’inferno definisce solida ma ottusa la democrazia imposta da Adenauer a un popolo vinto: “Nel fondo dell’anima tedesca, questa paura dell’esperimento non svanisce”. E prosegue: “La democrazia è dovunque in frantumi. Politici e cittadini sono scollegati. Oggi è più che mai tempo di esperimenti, proprio nella sfera della democrazia. E’ tempo di disabituarci a schemi cui politici e giornalisti restano, per pigra convenienza, aggrappati (…) O innovare o perire. I custodi del vecchio ordine non vedono il nesso tra le varie crisi: dell’economia, dell’Europa, del clima, delle democrazie. Gli sdegni cittadini non dicono loro nulla, anche se il segnale è chiaro: la democrazia rappresentativa è un Titanic che sta schiantandosi.  La cittadinanza vuole svegliarsi, sondare altre strade, ricominciare la democrazia”.

“Oggi l’Italia è a un bivio, Gli abitudinari gridano all’ingovernabilità. E’ dagli anni ’70 che si esercitano ad averne paura, a non vedere le crepe che fendono la stabilità cui dicono di anelare. Per 541 giorni il Belgio restò senza governo. Ben presto si vide che a traballare era l’impianto stesso della democrazia rappresentativa. Molti luoghi comuni si sfaldarono. Un tempo riforma significava miglioramento (ma immediato: se no meglio la rivoluzione), oggi vuol dire peggioramento. L’ingovernabilità (in Belgio) non fu stasi, ma occasione e svolta. In assenza di governo, il re decise che per gli affari correnti sarebbe rimasto il governo battuto alle urne. L’ordinaria amministrazione presto si rivelò poco ordinaria. I poteri del governo si estesero. Quella amministrazione servì a sventare quel che gli immobilisti consideravano da sempre la mostruosa causa dell’ingovernabilità: il ‘sovraccarico’ delle domande cittadine”.

“Ma l’esperienza belga produsse al contempo novità enormi. Cosciente che era in gioco la democrazia, la cittadinanza si mosse. Prese a sperimentare soluzioni antiche come l’agorà greca che delibera, o l’Azione popolare auspicata da Salvatore Settis, che risale alle actiones populares del diritto romano: i cittadini possono far valere un interesse della comunità, ed essendo titolari della sovranità in democrazia, saranno loro a inventare agende centrate sul bene comune. Non c’è altra via per battere l’antipolitica vera: il predominio dei mercati. Lo Statosiamonoi  dice M5S: è l’idea del movimento scaturito dal non-governo belga. G1000 è il nome che si diede, e nacque durante l’ingovernabilità. Il Manifesto fondativo denuncia le faglie della democrazia rappresentativa e suggerisce rimedi”.

“I Mille estratti a sorte delegarono le proposte a 32 cittadini- il G32- come già aveva fatto l’Islanda per la riscrittura della Costituzione, prima discussa in rete poi affidata a un comitato di 25. Non si tratta di togliere lavoro ai partiti, scrive il Manifesto. Quel che deve finire è lo status quo: la partitocrazia e, in era Internet, il giornalismo tradizionale. In tutti i campi l’innovazione è stimolata, salvo che in democrazia. Quando si tratta di organizzare la società facciamo ancora appello all’800.

E’ uno dei primi esempi europei di democrazia deliberativa (il Brasile iniziò nei primi anni ’90). Azione Popolare ha già una storia. Deliberare è più efficace dei referendum. Il fenomeno è continentale, non solo italiano. Avrà il suo peso, si spera, alle elezioni del Parlamento europeo nel maggio 2014″.

“E’ difficile sperimentare, ricominciare. (…) L’unica cosa impraticabile è dire no agli esperimenti, comportandosi come Adenauer da sconfitti. Che altro fare, se non sperimentare quel che la cittadinanza attiva chiede si provi. Se il nuovo Papa torna alle origini, chiamandosi Francesco, forse anche per la politica è ora di tornare all’agorà di Atene, all’Azione Popolare di Roma antica”.

Venendo dalla Madame de Stael dei nostri giorni, il messaggio non potrebbe essere più significativo, anzi esplosivo: l’esatto contrario del legittimismo ‘custode del vecchio ordine’, abitudinario’, ‘immobilista’, ‘cui politici e giornalisti restano, per pigra convenienza, aggrappati’. Brava Barbara. Cui oltre a tutto dobbiamo le particolari parole di saggezza sulla ‘paura dell’esperimento che non svanisce nel fondo dell’animo tedesco’. Come la prima baronessa de Stael, la figlia del grande Jacques Necker, Barbara sa l’orrendo o l’immenso che viene dall’interiorità germanica.

Sacrosante sono le intuizioni: ‘a traballare è l’impianto stesso della democrazia rappresentativa’; ‘oggi sperare nelle riforme significa accettare il peggioramento’; ‘saranno i cittadini, titolari della sovranità, a inventare agende centrate sul bene comune’; ‘i Mille estratti a sorte’; ‘quel che deve finire è lo status  quo: la partitocrazia e il giornalismo tradizionale; ‘se il nuovo Papa torna alle origini, anche per la politica è ora di tornare all’agorà di Atene’.

Era Barbara, non Boldrini antemarcia del Vecchio, che andava scelta.

A.M.C.

FORSE ENTRO 4 ANNI IL PAPA ESALTERA’ LUTERO E ANNETTERA’ IL PROTESTANTESIMO

Alla prima uscita di ‘Internauta’, nel 2010, uno scrittarello “Il Papa demolitore che rifonderà il cattolicesimo” invocava/annunciava “un pontefice rivoluzionario”. Dopo il quale “una Chiesa che volti le spalle a Roma e venda tutto si scoprirà nella sua cruda povertà l’unica superpotenza spirituale, e anche ideologica, del pianeta”. Oggi che i media del mondo intero sono stregati da un papa emerito e, più ancora, da un papa ‘francescano’, si fa più vicino l’assurgere dell’unica superpotenza morale. Forse Francesco vorrà fare grandi cose.

Dicono che nelle questioni di dottrina guarderà al passato. Eppure quando tra quattro anni, il 31 ottobre 2017, si compirà mezzo millennio dal giorno che Lutero affisse le Novantacinque Tesi alla porta di quella chiesa di Wittenberg, il pontefice ribalterà la scomunica del 1521. Ripudierà cinque secoli di lotta al protestantesimo, dichiarerà santa l’insurrezione del cristianesimo tedesco. Dopo le infamie della Chiesa culminate con i Borgia -non dimentichiamo che Cesare, figlio dell’immondo Rodrigo (Alessandro VI simoniaco), era stato cardinale giovinastro prima di farsi principe canaglia; che Alfonso Borgia, zio di Rodrigo, come papa Callisto III era stato talmente nepotista da alienarsi l’amicizia e l’alleanza di Alfonso d’Aragona re di Napoli-; dopo la vasta campagna di vendita delle indulgenze ‘per la fabbrica di San Pietro’; dopo l’ascesa al Soglio del trentottenne figlio di Lorenzo il Magnifico (Leone X, glorioso per gli artisti che manteneva ma diabolico per i credenti tedeschi); dopo una fase così lunga e scellerata, la fiducia nella Chiesa del cristianesimo germanico e nordeuropeo era morta.  Lutero fece rialzare e vivere il Credo. ‘Lazzaro alzati!’.

Anche i maggiori tra i precursori-martiri della Riforma, John Wycliffe e Jan Hus, meriteranno  che Francesco li dichiari eroi della fede. Il corpo del primo fu riesumato e bruciato trentuno anni dopo la morte per volontà del Concilio di Costanza. Nello stesso anno 1415 il rogo uccise Hus, il più grande dei discepoli di Wycliffe. Tra due anni saranno dunque sei secoli dalle empie fiamme del 1415. Ripudiare le condanne dei tre Riformatori sarà coerente con le linee di svolta e di misericordia annunciate da Francesco. Richiamiamo ancora ciò che ‘Internauta’ scriveva due anni fa: “Un cattolico praticante come chi scrive sente che la Chiesa dovrà fare l’esatto contrario che il ritorno al cardinale Bellarmino. Non servirà un papa riformista. Servirà un rivoluzionario: in nulla espresso dalla Curia, dal management, dalla diplomazia, e invece ‘fatto’ nelle parrocchie, negli ospedali, nelle cappelle delle carceri, nelle clausure (…) Sulle macerie e sui cadaveri del marxismo, del liberalismo capitalista, del laicismo progressista/trasgressivo la Chiesa della rivoluzione si ergerà vera vincitrice. Il più alto dei fari. La più possente delle centrali del pensiero”.

Logico coronamento della coerenza di Francesco sarà la proclamazione della santità di Lutero, Wycliffe e Hus. Non tre santi in aggiunta ai troppi, ma tre santi Ricostruttori.

A.M.Calderazzi

NOBILTA’, IN REALTA’ FURTI, DELLA POLITICA

“Sembra finalmente arrivata l’ora dei tagli alla politica”. Che Massimo Teodori abbia ragione, contro le apparenze che invece fanno pensare a  sforbiciate lievissime? Ad ogni modo Teodori ha fatto molto bene a concentrare in marzo un suo vice-editoriale del Corriere della Sera, invece che ad analisi e a sociologie, a un solo punto: togliere soldi alla Casta. Fa seguire un decalogo dettagliato: abrogare il rimborso spese elettorali, i contributi ai gruppi parlamentari e a quelli consiliari, i finanziamenti ai giornali di partito e simili; dimezzare le indennità dei parlamentari eliminando tutti gli accessori; pagare direttamente i collaboratori parlamentari; abolire tutti i benefit (staff, appartamenti, auto blu) ai presidenti di Camera Senato Corte costituzionale; abbassare i vitalizi parlamentari, cancellare quelli regionali. Infine disciplinare rigorosamente i denari pubblici e privati che vanno alle fondazioni politiche e parapolitiche. Piccola svista: nessun accenno all’abolizione di una Camera o alla falcidia dei parlamentari.

Secondo Teodori,  la maggiore voce  nascosta oggi sono le “centinaia di fondazioni che drenano miliardi di euro fuori di ogni regola e controllo a beneficio di capi e capetti corrente (vedi, ad es. i bilanci Finmeccanica, Eni…). Molti ignorano che la vera idrovora che succhia soldi per i partiti sono le fondazioni che istituzionalizzano corruzione e comparaggio’. Il Nostro propone altresì di sequestrare i tesori costituiti con i denari pubblici versati a partiti fantasma tipo Margherita, An, Pds, Idv, etc.; e conclude: “‘Tagliare le basi materiali su cui la Casta fonda il potere nei partiti e sui partiti”.

Tutto vero naturalmente. Ma Teodori avrebbe assai più meriti se, considerati sessantotto anni di saccheggio della ricchezza nazionale da parte dei partiti, azzardasse una spiegazione su un fatto grottesco: le insistite asserzioni dell’Uomo del Colle, da quando sorse  l’odio per i partiti e i loro mestieranti, sulla “nobiltà della politica”. Egli non si riferiva alla politica come categoria ideale, come passione,  partecipazione e Ars..  Si riferiva  alla nostra politica, notoriamente la più detestabile e camorristica d’Occidente. Il detto Uomo aveva fatto per una trentina d’anni il gerarca culturale del Pci, una setta che era riuscita ad egemonizzare la repubblica delle lettere e il demi-monde  dei giornali, dello spettacolo, degli editori, degli altri mercati e marciapiedi di spaccio della cultura. Come aveva, come ha il Defensor nequitiae, il coraggio di dire nobili i furti, i borseggi, le tangenti, le frodi quasi settantennali della consorteria cui gli Alleati vincitori consegnarono lo Stivale? Si farebbe psicanalista per farci capire il professor Teodori?

A.M.C.

CALDERAZZI: NON MI PARVE UN ORCO VIKTOR ORBAN PREMIER “LIBERTICIDA” D’UNGHERIA

Intervistai l’attuale capo del governo magiaro poco prima che salisse al potere la prima volta, nel 1998. Mi aveva convocato un portavoce cui dovevo d’avermi fatto parlare piuttosto a lungo con Arpad Goncz, il presidente della Repubblica che da intellettuale era stato ospite a lungo delle prigioni comuniste. Ero accorso alla convocazione di prima mattina, attratto dalla fama di trentaduenne di energia e carisma eccezionali. Lui mangiava la sua prima colazione, io facevo domande, più teso a intuire l’uomo che ad annotare le risposte, secche anzi metalliche ma non conturbanti. A sera mi capitò di confidare a cinque o sei commensali, solo accademici, “ho intervistato un genio”.

Orban lasciò il potere nel 2002. Lo riprese nel 2010. Oggi è “l’autocrate di Budapest”, bestia quasi nera dei liberal dentro e fuori il Paese, sospettato di voler trasformare la democrazia magiara in un regime autoritario ‘magari ispirato all’ammiraglio Horthy’. L’Unione Europea riprova la linea di Fidesz, il partito del capo del governo; ha persino avviato una procedura d’infrazione, non è chiaro a quale preciso titolo. Nelle ultime settimane il Nostro è apparso ancora più deciso a sfidare, oltre che l’opposizione domestica includente gli ex-comunisti, anche l’Europa. Barroso, il presidente della Commissione di Bruxelles, ha  provato  a scongiurare certe modifiche costituzionali volute dal governo: non è stato ascoltato; il governo, appoggiato dal 53% degli elettori e dai due terzi del Parlamento, è andato per la sua strada. Secondo gli avversari più accaniti, è la strada che porta allo Stato autoritario; se si preferisce, alla fine dello Stato di diritto Con gli emendamenti costituzionali dell’11 marzo la forte maggioranza di Orban avrebbe compiuto un ‘golpe bianco’, dopo il quale ‘nulla sarà come prima a Budapest’. La Corte Costituzionale potrà inpugnare solo nella forma, non nella sostanza, ogni futuro emendamento. La libertà d’opinione potrà essere limitata ‘se ferirà la dignità della nazione’. I laureati non potranno cercare lavoro all’estero per un numero di anni pari a quello richiesto dai loro corsi di studi. Il Partito comunista, da cui è nata l’attuale formazione socialista, è stato dichiarato ‘organizzazione criminale’. Le autorità municipali potranno vietare ai senzatetto di vivere e dormire all’aperto. Sono state introdotte limitazioni alla propaganda elettorale dei media privati. Le coppie di fatto, senza figli o gay non avranno pari dignità con le coppie regolari.

A Orban si attribuiscono altri propositi illiberali e anti-europei: una vera e propria ‘deriva autoritaria’. Si giudica eversiva l’affermazione che ‘al popolo interessano le bollette troppo care che paga alle multinazionali, non la Costituzione’. Si giudica severamente la ‘strategia euroasiatica’ di attrarre investimenti da Cina, Iran, Azerbaijan. Il premier viene accusato di omofobia, razzismo, antisemitismo, xenofobia. Sul piano delle relazioni internaziobali, è comprensibile che egli vagheggi, o vaneggi, di ottenere qualche sia pur modesta compensazione o restituzione da parte dei paesi confinanti (Croazia, Slovacchia, Romania (forse anche Serbia?) cui il trattato del Trianon (1920) permise di cannibalizzare l’Ungheria sconfitta. Orban per esempio ha offerto la cittadinanza magiara agli appartenenti alle minoranze ungheresi dei paesi limitrofi; alcuni dei quali hanno risposto con la minaccia di spogliare della propria nazionalità coloro che accetteranno quella ungherese.

Certe misure autoritarie, p.es. quelle a danno dei senzatetto, si inquadrano nella secolare ostilità dell’Europa centromeridionale verso gli zingari, lì troppo numerosi, nonché nocivi.

Peraltro va sottolineato che Fidesz, il forte partito di Orban, non è o non è ancora, una destra estrema. Lo è invece Jobbik, Movimento per un’Ungheria migliore, che detiene 40 seggi parlamentari e forse è in crescita. Per ora sembra opportuno un certo distacco rispetto all’orrore dei media liberal di fronte all’Orco/autocrate di Budapest. Nello  Stivale abbiamo solidi motivi per relativizzare la sacralità della Costituzione-manomorta. E per non crocifiggere affatto Viktor Orban per l’efferata valutazione “Spero di no, ma forse potrebbe diventare necessario sostituire la democrazia con un altro sistema”. Che un giorno si possa cambiare democrazia, io e molti altri speriamo di sì.

A.M.Calderazzi

NONNO CONTRO NIPOTI A ‘REPUBBLICA’ SCALFARI PROIBISCE IL FUTURO

Prendendo esempio dal Papa Emerito -più giovane di lui- il Fondatore dovrebbe rinunciare a pontificare, dovrebbe cedere l’editoriale della domenica a persone meno stregate dal passato, meno opacizzate nella vista dalle cateratte misoneiste. Ove rifiutasse, una congiura di Giovani Turchi dovrebbe, con dolce violenza e per amore della grande testata, iscrivere il Nonno a un corso di rieducazione de-legittimista. Oppure farlo operare di cateratta.

Questi sommessi pareri esprimiamo sotto l’impressione dell’aspro contrasto tra le cose che accadono e la rappresentazione che di esse fa il Patriarca. In questi giorni un pilota di punta della sua scuderia, Massimo Giannini, ha scritto di “un’onda anomala e gigantesca che stravolge per sempre il sistema politico italiano, seppellisce definitivamente la Prima e la Seconda Repubblica, uccide sul nascere la Terza, di domanda di rottura istituzionale, di piazza pulita delle odiate, vecchie cariatidi di Palazzo, di riduttività del parlare di anti-politica, di inadeguatezza dei partiti tradizionali, di mura sfondate dell’esecrato Palazzo d’Inverno, di errori fatali di Bersani”. Per Michele Serra “l’avanzata travolgente delle Cinque Stelle non è antipolitica, è politica allo stato puro. Il nostro mondo comincia a diventare  vecchio”.

Cose anche più vivide ha scritto Filippo Ceccarelli. “Prima o poi i partiti e i politici dei talk shows se ne andranno davvero a casa. L’Apocalisse si è abbattuta sulla Seconda Repubblica schiantandola dalle sue gracili fondamenta. Un autentico castigo di Dio. I vanitosi e gli astuti si guardino bene dal definire Grillo, con vano disprezzo, un comico o un giullare. (Egli) si connota come la risposta alla società paralizzata, come un personaggio che chiude finalmente, definitivamente, un ciclo di potere. Questa novità sconvolge il paesaggio politico italiano. Verrebbe voglia di scomodare le intuizioni di Max Weber sul carisma. Chi dei vecchi politici può competere con Grillo?”. Grillo potrà essere smascherato anche lui, però il Movimento, così corale, va ben al di là del leader. Ceccarelli constata “il disastro buffo che la sconcia e sventurata allegria della Seconda Repubblica ha pianificato dando il peggio di se stessa”.

Infine Gianluigi Pellegrino, sempre in barba all’Antemarcia della Partitocrazia, ha concluso  una sua riflessione su “L’ultimo scempio del Porcellum” consigliando: “Meglio dare a Cinque Stelle ciò cui ha diritto che alimentare il grillismo nelle piazze. Come tutti, almeno ora, dovrebbero aver capito”.

Lo Zeus di ‘Repubblica’ non ha capito. Questa è l’analisi del visionario autore di La sera andavamo in via Veneto, denso e profetico libro del 1986: (I seguaci di Beppe Catilina) “non hanno programmi salvo quello di mandare all’aria tutte le strutture esistenti, la democrazia rappresentativa, lo Stato di diritto, la Corte costituzionale, la politica e i partiti (…) Non si sa cosa rappresentino le parole ‘società civile’. Forse la novità consiste nel rifiutare la democrazia delegata. Il grillismo prevede i referendum come unici strumenti di governo: peggio, prevede i gestori della cosa pubblica guidati da capi pro-tempore, in carica per pochi mesi a rotazione. Una sorta di condominio al posto dello Stato, cioè il peggio del peggio”.

Giganteggia la coraggiosa soluzione del pontifex dell’Obsolescenza: P.L.Bersani e il Pd. La grandezza di quest’ultimo essendo, secondo l’Editorialista della domenica, il restare orgogliosamente più partito degli altri

‘Non possumus: Scalfari sdegnato come Pio IX con le idee nuove’:  si intitola così un  recente pezzo in argomento di Internauta. Scalfari non si è accorto che da qualche tempo le sue idee-forza, democrazia delegata in testa, sono oggetto di disdegno e ludibrio. E’ superfluo sottolineare lo scontro  frontale tra la generazione dei nipoti, Giannini, Ceccarelli e gli altri, e quella del Nonno legittimista, adamantino nel rifiuto di sbirciare nel futuro, anzi di dare una semplice occhiata al presente.

L’anno prossimo, il 24 aprile, il Fondatore compie novant’anni. Il suo combattimento  contro les Sans-culottes  sfasciatori di quanto gli è più caro, è intrepido. Umanissima anche la compassione che deve provare per Ratzinger, il quale ha lasciato. Però non dovrebbe mantenere requisito per sé, vita natural durante, il domenicale di Repubblica: perché non assomigli sempre più a ‘La Perseveranza’, quotidiano dell’aristocrazia terriera lombarda, cessato nel 1922. Oh grande Vecchio, cedi qualche spazio a quanti non si intestardiscono contro il futuro!

A.M.Calderazzi