CHE PERDONARE AL SEMI-LIBERTADOR MARIO MONTI

Acceso montista quale sono, anche per avere avuto nel passato occasione di parlare all’Uomo, esercito il diritto di rimpiangere le opere grandi che non farà: anche, ma non solo, perchè mille lillipuziani non permetteranno (peggio per Lui, e più ancora per noi, per essersi consegnato a loro invece di spazzarli via).

Prima delle non-opere grandi, chiudere la sudditanza agli USA. Sessantanove anni fa, è vero, a Cassibile (Siracusa) ci arrendemmo senza condizioni a un generale americano (Bedell Smith). Poi per qualche anno fummo aiutati dalla farina e da altri soccorsi inviati, con disinteresse decrescente, da Washington. Ma, quasi un settantennio dopo, il mutuo abbiamo finito di restituirlo. Le ultime rate furono l’ignobile superbase a Vicenza; le missioni mercenarie -ma spese a nostro carico- persino in Afghanistan; i delittuosi stanziamenti bellici che continuiamo a fare, laddove lasciamo morire assiderati gli homeless, raddoppiamo la pena ai carcerati con la tortura del sovraffollamento, tradiamo in altri cento modi i nostri doveri. Solo agli obblighi della servilità non manchiamo mai: non sotto Prodi e d’Alema, non sotto Berlusca e La Russa, non sotto Napolitano, Monti e Terzi di Santagata.  Gli ultimi due volano a Washington anche per confermarci lacché: laddove l’Europa la Russia la Cina e altri protagonisti grossi ci offrirebbero l’occasione per essere più liberi e più eguali.

Altro rimpianto acre: nulla di serio ha fatto/potrà fare Super Mario per correggere alquanto le storture dell’ipercapitalismo: nessuna patrimoniale a carico dei soli straricchi, nessuna avocazione ai redditi “di lavoro” offensivamente alti; nessuna aggressione degna di Dracone legislatore ateniese alle prassi e alle spese del prestigio convenzionale e del fasto pontificio-monarchico: il Quirinale e gli altri palazzi del disonore sono lì, al sicuro dalla ‘sobrietà’ montiana. Nessuna dura opera di giustizia contro le rapine dei politici fecali: ce li ritroveremo tutti a ingozzarsi nel truogolo elettorale già tra un anno, se non prima.

Eppure con Mario Monti, se non la farà più grossa, dovremo essere larghi d’indulgenza. Siamo in molti a sperare che dopo Lui e i suoi professori niente sarà lo stesso (v. in ‘Internauta’ di gennaio lo nostra intervista a Marco Vitale). In molti a sperare che la gestione dei tecnici dimostrerà quanto il sistema progredisce facendo a meno dei politici quasi tutti pregiudicati. In molti a sperare che il governo delle competenze stia prefigurando come migliori saranno la Polis e la vita quando questa o quella formula di democrazia riscattata e qualificata -opposta all’attuale- cancellerà fino all’ultima (beh, quasi) le malefatte dei partiti e dei loro gaglioffi (ce li ha imposti ‘la più bella delle Costituzioni’. Una Camera dei Sorteggiati, invece che degli Imputati, sarà un ottimo inizio -v.la proposta Calenda/Ainis in ‘Internauta’ di gennaio’).

Pur di avere questa Liberazione, senza confronti più redentrice di quella del ’45 (ci addossò il peggiore sistema dell’Occidente) accettiamo di pagare un prezzo: e il prezzo è trangugiare le delusioni inferteci da Mario Monti, Libertador a metà. E perdoneremo anche Giorgio Napolitano, il Sommo Politico che si riscattò imponendo Monti cauto calpestatore dei politici. Giorgio rischia di rivelarsi il più statista  dei reucci settennali del Quirinale, vituperevole palazzo costruito col denaro che avrebbe dovuto andare ai pellagrosi e ai tubercolotici di Cristo.

Antonio Massimo Calderazzi

IL MANIFESTO: ALZHEIMER COMUNISTA

La speranza di sopravvivere, per il quotidiano di tante sconfitte, è appesa a un’estrema colletta, la ‘Mille per Mille’: mille sponsor da mille euro ciascuno. Io odiatore del capitalismo, del consumismo, del mercatismo dico a figli e nipoti della pattuglia rossandista/parlatista: se riuscirete nel conato 1000×1000, sappiate che sopravviverete su denaro sporco, disonorevole.

Hanno il diritto di elargire male il loro denaro solo coloro che donano parecchio anche, p.es. alle famiglie dei carcerati poveri: mangiano solo perchè esistono le parrocchie e i volontari, vestono solo dai cassonetti della Caritas. Chi dona al ‘Manifesto, o a qualunque causa settaria o futile, e non anche ai derelitti, agli affamati, agli assiderati, è un mascalzone. Chi spende per cani, gatti, barche e cavalli, o nelle boutiques del lusso, o negli altri templi del superfluo, invece che nel soccorso ai più disgraziati, è tecnicamente senza cuore, meritevole delle stesse sciagure cui sono indifferenti.

L’eventuale successo del conato 1000×1000 confermerà una realtà grottesca: una parte della borghesia danarosa è complessata e radical chic al punto di riforaggiare una testata che vive da decenni sui rimorsi, le frustrazioni, i capricci di chi guadagna bene. E’ naturale che i lavoratori e i precari non comprino Il Manifesto. Ma i suoi genuini estimatori riescono a donare 5O non 1000. Le vere elargizioni vengono dai poco-di-buono di cui sopra: riccastri, eredi e redditieri buoni a niente, vedove amicone degli stilisti di moda, accademici nepotisti, più sparuti morti di fame però senza figli da mantenere.

Anche per Il Manifesto i giornalisti dei Grandi Media hanno sventolato fazzoletti di solidarietà ai colleghi dei fogli che boccheggiano. Hanno intonato la solita solfa secondo cui ogni testata che sparisce fa piangere la Pluralità dell’Informazione; invece nell’età di Internet fa piangere il reddito degli interessati e di un minuscolo indotto. I giornalisti che singhiozzano al capezzale delle testate morenti temono che potrà toccare anche a loro. Sempre più si conferma che il giornalismo cartaceo e quello televisivo vanno ad esaurimento.

Ma è il senso politico di giornali come Manifesto e Rifondazione che è finito da almeno trent’anni. E’ giusto muoiano. Tra cinque anni sarà un secolo dalla Rivoluzione d’Ottobre: e già novant’anni fa la maggior parte del mondo respingeva il leninismo-stalinismo. Il plebiscito planetario e permanente contro il comunismo ha addirittura cancellato la nozione che è esistito un movimento marxista. Solo il cristianesimo delle origini è fallito tanto quanto il marxismo. Le società assoggettate dalle armate, milizie e bande rosse (in Europa in Asia dovunque) odiano il comunismo di un odio persino eccessivo, persino sbagliato. Negano al comunismo ogni pur piccolo merito. Cancellano tutte le sue opere, anche quelle che meritavano riconoscenza. Avere suscitato un rancore così soverchiante è -milioni di assassinii a parte- il più grave dei delitti comunisti. 95 anni di stalinismo e parastalinismo nonché del fratellastro strabico, il gauchisme, hanno dato il trionfo all’ipercapitalismo.

 

Eppure la salvezza e il futuro sono nella riscossa di un neo-collettivismo  umanistico e libero, cioè anticomunista, come lo speravano Rodolfo Mondolfo e, da un’altra sponda, il socialismo cristiano e il guild-socialism di Maeztu. Anche a causa delle ultime patologie del sistema di mercato, si rialzerà la speranza. Il socialismo reale fu ucciso dall’inumanità dei suoi padroni; il socialismo degli ideali dalla corruzione e dalle connivenze. Ma è possibile -i cicli della storia direbbero addirittura è probabile- il risorgere dell’ideale.

L’ipercapitalismo non è senza alternative. Là dove l’idolatria del benessere si infiacchirà ci sarà un avvenire per il senso solidale e libero del vivere insieme. Sarà la volta di un comunitarismo ‘del kibbuz’ mondato degli errori e delle degenerazioni. Potranno persino rivivere le non molte ragioni valide di un comunismo che cento anni di cecità partigiana hanno ucciso.

Antonio Massimo Calderazzi

MONTI IN USA VASSALLO INCANTATORE

Ogni tanto va ripetuto: le cose che si scrivono in Internauta riflettono l’opinione di chi firma, e basta. A volte alcuni amici condividono.

Alla vigilia dell’arrivo a Washington di Monti, governante di uno dei paesi satelliti, Obama si è fatto intervistare dalla “Stampa”; il suo ambasciatore a Roma, David Thorne, ha fatto lo stesso col “Corriere della Sera”. Si usa così. Sugli elogi  all’Italia del primo è da fare una tara in più: Obama aveva degli speciali doveri di cortesia nei confronti  di  chi gli faceva visita di omaggio e in più era universalmente acclamato (la copertina di ‘Time”,  le accoglienze festose dei Vip yankee, ecc.)

Thorne, mezzo ambasciatore e mezzo ‘resident’ (nella tradizione dell’impero britannico i rappresentanti di Londra presso certi Stati semi-indipendenti  p.es. dell’India o della penisola araba si chiamavano residenti), Thorne dicevamo non aveva i doveri presidenziali di cortesia verso un ‘associato’ di grande prestigio. Perciò il linguaggio dell’intervista al  “Corriere” è più asciutto. Thorne ha parlato da ‘resident’: e la più imperiosa delle sue affermazioni è “l’Italia è diventata l’alleato più affidabile degli Stati Uniti in Europa”.   Nel  sommario dell’intervista il “Corriere” ha scritto “il più affidabile sul Continente”; ma va da sé che se Thorne aveva parlato di Europa, intendeva quell’aggregato senza il Regno Unito, chissà forse senza Cekia e senza qualche altro svogliato.

Se Thorne ha potuto caratterizzarci  come i più affidabili non è solo perchè il trio Monti-Terzi di Santagata-ammiraglio Di Paola sia quanto di più identificabile coll’appartenenza alla Nato e alla demoplutocrazia. Pure perché ciò che resta dell’antica sinistra è entrato nell’osservanza americana, cominciando da Napolitano, da D’Alema, da  Romano Prodi conduttore d’una scalognata coalizione dei progressisti, sinistristi lunatici compresi. Se l’ambasciatore di Obama ha potuto annetterci è perché sa che la nostra classe politica, idealista e coerente com’é, ha cancellato l’antiamericanismo. Bastino le insistite affermazioni dell’ex-comunista sul Colle, secondo cui la guerra coloniale in Afghanistan, droni ammazzacivili compresi, è ‘giusta’.

Il residente Thorne ha impegnato la Repubblica nata dalla Resistenza (prevalentemente comunista) su altri punti sui quali si sapeva legittimato anche da Colle/D’Alema/Prodi. Alla timida domanda dell’intervistatore se l’Italia, trovandosi senza soldi, potrebbe comprare meno cacciabombardieri F35, il Residente ha risposto a muso duro: “Forse qualcosa cambierà nei tempi del programma, però non nell’impegno per il programma”. All’altra domanda del timido: “Taglierete la presenza nelle basi in Italia?” , un netto “Non credo ci saranno cambiamenti significativi”.

Il Colle con Monti, D’Alema e Prodi non dovrebbero farsi trovare impreparati nel caso l’Unione Europea si sfaldi un po’ più. Compilino in ogni dettaglio la domanda d’annessione quale Stato libero alla Confederazione stellata. Il posto c’è, quello che Puerto Rico, legalmente ‘Commonwealth/Estado Libre Asociado de Puerto Rico’, ha declinato d’accettare. Così la Repubblica nata dalla Resistenza manterrebbe dignità e indipendenza. Il Commonwealth of Italy potrebbe senza arrossire comprare tutti gli F35, gli elicotteri, le fregate lanciamissili, i droni, i carri pesanti che occorrano. Occorrano per cosa? Per difendere la demoplutocrazia planetaria. Washington arruola mercenari a costo zero, anzi a profitti sulle fatture F35.

A.M.C.

DELENDA RAI

E io insisto che il Servizio ‘Pubblico’ va cancellato, non riformato. Delenda Rai. Come la faccenda è andata in Italia, il servizio pubblico è irriformabile. Il massimo che si possa conseguire è un ingozzarsi meno porcino dei partiti nel truogolo del canone e della pubblicità; ed una ‘più equa’ spartizione tra bande rivali.  E’ il concetto della radiotelevisione pubblica che occorre cancellare punto e basta.

Lo Stato si riservi solo, d’imperio cioè senza addossarsi costi, un ristretto spazio per annunci di pubblica utilità e per quella parte dei programmi culturali e civici che sia assolutamente certo non verrebbe accolta dai media privati.  Al posto della Rai Grande Meretrice, una Bacheca Ufficiale dell’etere, secca, secchissima. Soltanto le notifiche dovute a norma di legge, i preavvisi di calamità e pandemie,  gli auspicabili esperimenti di partecipazione dei cittadini alla conduzione della Polis. Per risparmiare, sostituire con uno spot di 10 secondi  l’allocuzione di capodanno del Capo dello Stato/Comandante supremo delle mai sconfitte Forze Armate. Divieto assoluto di pubblicità; assunzioni quante le dita di due mani; stipendi da settore scuola.

Tutta la Rai, spazi, frequenze, patrimonio, risorse umane -a canone abolito- va messa sul mercato, smembrata o in blocco, l’importante è che trovi acquirenti, non importa quali. Con ogni mezzo vanno incoraggiate le offerte straniere: compri chi offre di più,  quale che sia il continente o il colore. Penalizzati con extra prelievi fiscali gli acquirenti, nazionali o stranieri, che già controllino segmenti di media italiani. E se nulla riuscisse a scoraggiare le lobbies e i poteri forti di casa nostra, poco male. A canone cancellato, padroni gli acquirenti di dissanguarsi a pagare le migliaia di dipendenti Rai; oppure padroni di licenziarli, sostituendoli con call centers bengalesi. Uno Stato che nega una branda al coperto ai down-and-out e il pane alle famiglie dei carcerati non deve sentire alcun obbligo verso zerbinotti e scrocconi del canone. Attingano al benessere conseguito a partire dalla “Liberazione” del 1945: allora i dipendenti dell’Eiar (regime precedente) non trovarono compassione (né la meritavano).

Il sacrosanto è che i contribuenti non sostengano più -col canone, coi sussidi, col ripianamento dei debiti- la propaganda di regime, i circenses (intrattenimento, glutei delle pornovallette, moda, sport, guitti e cantautori impegnati, et cet.), la cultura di tendenza, i sociologismi di comodo, le lacrime sul disagio riganti guance radiotelevisive niente affatto smunte, tutti gli altri orrori di una televisione ormai inguardabile, escrementizia. Quando si tagliano sanità, pensioni, asili nido e peggio, è grottesco, è osceno finanziare l’imbonitura di regime e anche la ricreazione nazionalpopolare. Abolita la Rai, un pachiderma imbizzarrito che sarebbe stato già abbattuto se la nostra fulgida Costituzione avesse imposto il rispetto dei pronunciamenti referendari, pesino sugli acquirenti privati, non sui contribuenti, i costi dei programmi ebetizzanti. Se la volontà popolare contasse, un referendum ‘Volete abolire il Canone e vendere la Rai’ sarebbe un’esplosione liberatrice, come la cadura del Muro di Berlino.

Caso mai nessuno si comprasse le tre reti-bidoni, più le superfetazioni Rai-Quirinale. Rai planetaria, Rai metafisica, Rai iperborea, Rai calcistica ed altre, avremmo comunque fatto tre affari: risparmiare soldi, cancellare uno sconcio, garantire con un antivirus assoluto -l’assassinio del servizio ‘pubblico’- l’intelligenza del popolo.

A.M.Calderazzi

FRAGA IRIBARNE SUICIDO’ LA SUA GRANDEZZA

Qualcuno sosterrà che a Manuel Fraga capitò due volte di reggere la Spagna attraverso  i discepoli o diadochi J.M.Aznar e Mariano Rajoy. I due seppero vincere le elezioni e divennero presidenti del governo; Fraga non pervenne al vertice cui era predestinato. Si fermò a vice-premier e ministro della Gobernacion sotto Carlos Arias Navarro. Il momento di gloria era stato tra il 1962 e il l969, quando da ministro delle Informazioni e del Turismo Fraga aveva condotto il Caudillo, uomo di convinzioni granitiche, verso l’apertura e la liberalizzazione, anzi verso una misurata libertà. Da quel momento la Spagna accelerò il passo verso la modernità e la fine della dittatura.

Fraga era arrivato così in alto come il prodotto migliore di quella meritocrazia che in parte strutturava il regime dopo l’aspra fase seguita alla vittoria militare. Giovane di talento eccezionale, poco dopo la laurea era risultato primo nei tre concorsi più ardui di tutti: magistratura, uffici delle Cortes, cattedra universitaria (aveva scelto quest’ultima). Inevitabilmente tanta bravura aveva attirato l’attenzione di  Francisco Franco. Chiamato nel governo quando ancora non esisteva un primo ministro e i capi dei dicasteri riferivano direttamente al Caudillo, presto il giovane prodigio si profila non solo come ministro di spicco ma anche come uomo forte e credibile aspirante a succedere a Franco.

Poi i giochi di regime da una parte, dall’altra l’avvicinarsi del pluralismo da lui stesso promosso mettono Fraga di fronte alla scelta: muovere dal franchismo per farlo evolvere in una formula nuova, una ‘terza via’ interclassista, oppure trasbordare dalla eccezione spagnola alla conformità occidentale: democrazia elettorale, parlamentarismo, partiti.  Complessato per l’essere stato  gerarca, il Nostro fa la seconda scelta e fonda un partito come gli altri, una pedestre Alianza Popular. E’ il partito della Derecha, cbe  nel tempo di Reagan e Thatcher riprende il liberalconservatorismo di Antonio Canovas del Castillo, il maggiore artefice della stabilizzazione politica sotto Alfonso XII. Chiuso mezzo secolo di guerre carliste e di aspri conflitti di fazione, Canovas riuscì ad associare al suo disegno l’intera classe di potere. I suoi conservatori e i liberali di Sagasta si sarebbero stabilmente alternati al governo fino al 1923, quando il disfacimento del paese suscitò l’acclamato colpo di Stato antipolitico, antipartitico, corporativo e filosocialista del generale Miguel Primo de Rivera. Il quale modernizzò la Spagna ‘all’autoritaria’ e cadde quasi sette anni dopo per  l’odio dei reazionari e per le conseguenze della Grande Depressione.

Fraga scelse di offrirsi come il nuovo Canovas del Castillo invece che come il rielaboratore dell’opera di Primo de Rivera, il dictador che, sbaragliati i notabili della politica oligarchica, aveva  governato coi tecnici (i due principali tra i quali erano trentenni) e col capo dei sindacati socialisti, attuando grandi opere pubbliche, costruendo scuole e case popolari, spegnendo i conflitti di lavoro con le commissioni paritarie d’arbitrato e realizzando il primo nucleo di Welfare State, le prime provvidenze pubbliche.

In sostanza Fraga valutò che nulla potesse essere recuperato e rilanciato del mezzo secolo di interclassismo autoritario, piuttosto avvicinabile a formule miste, ‘nasseriste’, ‘peroniste’ persino “comuniste cinesi”, oggi vigenti piuttosto che alla liberalplutocrazia dell’Occidente. Voltare le spalle al franchismo era inevitabile. Non lo era scegliere, come Fraga fece, il versante conservatore del parlamentarismo ‘alla democratica’. Invece di farsi trasformatore del franchismo in una ‘terza via’ primoriverista e gollista, Fraga aderì al canone democapitalista risultato vincitore solo per l’implosione del comunismo.

 

La ‘promessa’ che fu mancata

Una volta che Fraga Iribarne, in quel momento ambasciatore di Spagna a Londra, mi fece l’onore di ospitarmi un paio di giorni nell’ambasciata, notai che le lenzuola del letto degli ospiti, non molto prima servito a Juan Carlos ancora principe designato al trono, erano sì fregiate della corona reale, ma presentavano virtuosi rinacci: fatto assai encomiabile. Dopo una colazione cui sedevano anche alcuni maggiorenti madrileni, ministri o boiardi di Stato, dormicchiavo su un canapè quando l’ambasciatore, evidentemente disdegnoso del costume della siesta, mi trascinò in una passeggiata igienica a due attorno ai superbi edifici di Belgrave Sq. Mi illustrò a grandi linee il disegno canovista della sua Alianza Popular.

Come potetti, data la mia insignificanza, provai ad obiettare che la fisionomia di partito dei banchieri e delle duchesse non avrebbe coinvolto abbastanza spagnoli. Nel suo ottimo italiano -era anche eccellente linguista- Fraga rispose testualmente: “Calderazzi le prometto: il manifesto programmatico del mio partito conterrà formule che neutralizzeranno le  sue obiezioni”.

Non neutralizzarono. Le cose andarono come andarono. Alla prima prova elettorale i risultati furono deludenti. Scelsero Alianza Popular soprattutto banchieri, duchesse ed associati. Nel 1982  Felipe Gonzales portò al trionfo i socialisti, allora ancora degni di rispetto. Bisognò che con gli anni il potere felipista dimostrasse con gli scandali d’essere un regime di malaffare democratico-craxiano perchè il partito di Fraga, ormai capeggiato da Aznar, vincesse le elezioni e governasse per due legislature senza gloria. Manuel Fraga, che per conformarsi alle regole del ‘Club Democrazia’ aveva preferito l’opzione democapitalista invece di farsi fondatore del nuovo, andò a fare il presidente della Galizia. Da Santiago di Compostella  lanciò, molto sommessamente, un solo messaggio di valore universale: che il futuro apparterrà a una delle formule della democrazia elettronica (v. questo numero di Internauta). Poi più niente di importante venne dall’uomo della grande alternativa al franchismo sì, ma anche all’elettoralismo, ai partiti, agli scadenti riti della democrazia.

Manuel Fraga Iribarne avrebbe dovuto dimenticare Canovas del Castillo e il liberalismo dei grandi proprietari. Avrebbe dovuto stare alla larga del destrismo moderno, che al livello più evoluto era al massimo Georges Pompidou. Avrebbe dovuto rovesciare il tavolo, respingere l’omologazione, lasciare il pensiero unico ai sovrani scandinavi che vanno in bicicletta, ricordarsi del ruolo che gli spettava di produttore del nuovo e dell’anticonvenzionale.  Avrebbe dovuto essere coerente con la sua vocazione.

Alla vigilia della fine del Caudillo aveva in mano alcune leve del potere. Invece di mobilitare mediocri attivisti di partito e inesperti galoppini elettorali avrebbe potuto riprendere, aggiornare e rilanciare il giustizialismo filosocialista della dittatura Primo. Ritenne invece di iscriversi all’impostura democratica, dimostratasi così conveniente ai detentori della vera ricchezza che le liturgie della frode parlamentare si sono allargate nel mondo in simultanea all’ingigantimento dei divari sociali. M.Primo de Rivera combatté questo imbarbarimento. Rifiutò i precetti della democrazia, però agì concretamente per migliorare la condizione proletaria: case, assistenza medica, pensioni, salari, parità con gli imprenditori nelle commissioni d’arbitrato.

Fraga, che aveva insegnato la sociologia nel maggiore ateneo della penisola,  che vantava di portare gli studenti a conoscere de visu la realtà delle borgate povere della capitale, valutò che la scelta della giustizia sociale non  pagasse. Il risultato fu miserevole.

Prima di smentire se stesso, prima di prendere la tessera della rispettabilità democratica, prima di diventare ripetitore di un verbo ‘derechista’ messo a punto nell’Ottocento, Fraga era stato il migliore tra i protagonisti della realtà spagnola. Nessuno era pari a lui per pensiero e visione. I suoi concorrenti erano uomini di gestione: cominciando dai talentuosi Adolfo Suarez e Leopoldo Calvo Sotelo, che presiedettero il governo dopo Arias Navarro mentre Fraga si attardava ad organizzare il partito del torysmo-canovismo.

Il giorno che Fraga lasciava l’ambasciata a Londra, il 18 novembre 1975, un grande giornale britannico scriveva di lui “il più acuto tra gli spagnoli viventi”, e qualcuno corresse “tra gli europei viventi”. Volgendo lo sguardo a varie capitali non si trovava in alcun governante l’articolazione e le aperture culturali del Nostro. Da lui si attendeva che progettasse qualcosa di meglio della democrazia mezzadra del capitalismo. Qualcuno immaginava l’imminente età di Fraga come ‘gollismo’: ma a Fraga spettava di fare meglio di de Gaulle, che non era un pensatore né un re filosofo. Il generale aveva intuito che la sua missione grande era di riformare la società francese, di realizzare la sua Troisième Voie tra capitalismo e comunismo. Non ne fece niente, prigioniero della fissazione maniacale per la politica estera e militare.

Fraga era apparso fatto di una delle leghe più rare, la lega tra il filosofo, l’ingegnere sociale e l’uomo d’azione. Il libro-manifesto che scrisse alla fine del franchismo, “Proposta alla nazione spagnola, chiudeva spesso i suoi paragrafi con formule storicizzanti come “Y Dios con todos” e “Que Dios nos ayude”. Il suo ‘modello’ avrebbe dovuto ispirarsi alle glorie e ai drammi del passato nazionale più che ai think tanks di Francoforte e New York.

Ecco alcune delle prospettive che Fraga annunciava:

-la cogestione nelle imprese “perché, scriveva, non squillino le trombe di Gerico” e “perché i partiti non si facciano il nuovo Principe”;

– la  trasformazione dello spirito imprenditoriale perché sopravvivesse alla “agonia del capitalismo (“la Borsa non ha saputo sostituirsi al Santo Graal”). Qualcuno mi dica se uno che guardava al Santo Graal doveva abbassarsi a presiedere esecutivi di partito e a fare il deputato alle Cortes;

– l’integrazione dei ceti sociali “per sanare l’alienazione ed unire ‘las dos ciudades’, che poi erano the two nations d’Inghilterra secondo Disraeli”;

– l’esaltazione del lavoro “contro l’eroismo, per così dire inutile, del matador che faceva piangere Garcia Lorca; contro la maschia ferocia della guerra civile”.

Queste e molte altre enunciazioni suscitarono l’attesa che il Nostro volesse davvero “avvicinare l’utopia”. Strappare sì gli spagnoli al senso tragico del destino (Miguel de Unamuno lo lamentava accettandolo, mentre Fraga lo combatteva, pur rispettandone la forza). Chiudere sì’ a doppia mandata il sepolcro del Cid,  come invocò Joaquìn Costa. Ma anche tenere viva la tensione morale che fu la forza di un popolo conquistatore; che fu anche “la chiave della nostra grandezza, miseria ed anche follia”. La follia spagnola andava spenta e al tempo stesso andava fatta rinascere, sublimata.

Per ultimo. Fraga Iribarne elettrizzava quando proiettava nel futuro il pensiero, ispirato al passato e al tempo stesso costruttivo del domani, di un eroe del coraggio ideale, Ramiro de Maeztu, uno dei maggiori intellettuali degli inizi del Novecento, tra i primi a cadere davanti ai plotoni d’esecuzione repubblicani del 1936: schierato a destra ma al tempo stesso pienamente partecipe del corso filosocialista del dittatore Primo de Rivera. Quel Maeztu che si era affermato a Londra come guida del Guild Socialism (sorto lì come alternativa al marxismo) sembrava poter orientare l’azione politica di Fraga: muovere da destra ma in spirito di amore del popolo. Il guild-socialista Maeztu aveva pensato e agito all’unisono con quel generale aristocratico che parteggiava per la plebe, e che, abbattuto dall’odio dei reazionari, abbandonò volontariamente il potere dittatoriale e andò a morire in esilio qualche mese dopo.

La vicenda di Maeztu, di Miguel Primo de Rivera, come del resto di José Antonio figlio di quest’ultimo e fondatore della Falange -cioè di quel fascismo di sinistra che Francisco Franco soppresse fingendo di esaltarlo- ricorda quella dei fratelli Gracchi, gli eroi romani di parte popolare. I Primo de Rivera, marchesi e Grandi di Spagna, appartenevano all’alto patriziato tanto quanto i Gracchi che erano nipoti di Scipione l’Africano. Tiberio Gracco fu ucciso dai partigiani della fazione latifondista. Gaio Gracco si fece uccidere da uno schiavo quando, ferito, stava per essere catturato e finito. Ventitre secoli dopo i Gracchi restano nella storia come sfortunati tribuni della plebe. Anche i due Primo furono tribuni plebis.

A Manuel Fraga spettava di riprenderne l’opera: non nel contesto tragico che uccise Maeztu e José Antonio, anch’egli fucilato nel 1936, bensì in una Spagna pacificata e saldata all’Europa. Era stato Fraga a scrivere: “A Jerez de la Frontera, nel tempo imperiale di Carlo V, gli uomini non avevano da mangiare. Si mangiarono, letteralmente, tra  loro”.

Facendosi democratico conservatore, e fondando il partito dei banchieri e delle duchesse, Fraga suicidò la sua grandezza.

Antonio Massimo Calderazzi

FEBBRAIO 2012

-INTERNAUTA esce ogni mese-

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Internauta è un’officina di ideazione, un luogo per proporre e discutere nuove forme di democrazia. Inoltre diamo spazio ad approfondimenti su fatti e idee dal mondo, arte, e diamo cittadinanza a molte opinioni assenti dalla comunicazione di massa. In INTERNAUTA, le linee politiche convivono.

Uno dei modi più vividi di trattare la politica è progettarne il futuro. In questo “Internauta” vanta una credenziale in più. Alcuni di coloro che lo redigono si concentrarono sulle prospettive: nei quotidiani “La Gazzetta del popolo” e “Corriere del Ticino”, nei periodici milanesi “IlConfronto”, “Relazioni Internazionali”, “Europa Domani” e, di recente, in “The Daily Babel” di New York. Formularono previsioni che gli eventi convalidarono:

  • Prima della Primavera praghese IlConfronto additò da posizioni amiche la strada ai comunisti: ribellarsi all’Urss, ripudiare il marxismo, l’operaismo e ogni ubbia sinistrista; convertirsi alla libertà.
  • Ai cattolici propose di disobbedire al Vaticano, nel nome della fede.
  • Nove articoli su “Relazioni Internazionali” durante la Rivoluzione culturale dimostrarono quest’ultima effimera. Mentre i politologi di mezzo modo ipotizzavano che la Cina avesse adottato per sempre la povertà proletaria, noi anticipammo il trionfo dell’economicismo.
  • Nell’estate 1960, quando J.F.Kennedy si candidava alla Casa Bianca, argomentammo quasi soli che la Nuova Frontiera non poteva non essere il vuoto slogan che risultò.
  • Per anni evidenziammo le contraddizioni nei due campi dell’Europa.
  • Mostrammo subito la perfetta inconsistenza del Maggio francese e dell’intero ribellismo studentesco, dagli USA al resto dell’Occidente.

 

Tra gli scenari che si annunciano oggi:

  • Il tramonto della democrazia rappresentativa. Si passerà dal suffragio universale, cioè dalla delega ai politici usurpatori e ladri, a una selezione dell’elettorato attivo. Sarà anche possibile la sovranità di ristretti corpi di supercittadini, sempre selezionati, sorteggiati dal computer. Aggiornata, risorgerà la Polis ateniese.
  • La partecipazione dei lavoratori, volenti o nolenti, ai profitti e alle perdite delle imprese.
  • Le società avanzate accetteranno meno sviluppo e meno benessere. Addosseranno agli alti redditi il tassativo soccorso ai disoccupati e ai precari; fermeranno le avanzate dell’ipercapitalismo; favoriranno alcune rimonte quasi-socialiste.
  • Alcuni dei modelli sociali abbattuti dalle trasgressioni torneranno a valere proprio in quanto generati dai millenni. L’umanità è composta più dei morti, coi loro valori, che dei vivi. E più dei credenti che degli atei.

Molte delle previsioni di “Internauta” non convinceranno. Perciò è probabile si avverino.


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Parliamo ai giovani e a chi non vota. I partiti, si fottano.


LOVIS: gli Ex dell’Ispi
Gli articoli sulle idee e i fatti del mondo sono prevalentemente a cura del team Lovis: amici e allievi di Giovanni Lovisetti, che a lungo diresse l’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), a Milano. Gli ex dell’Ispi sono lieti di avere tra loro la vedova di Lovisetti, Laura Fuà traduttrice letteraria, critica musicale, pronipote di Rodolfo e di Ugo Guido Mondolfo.

RIFLESSIONI CRISTIANE SU DUE DELITTI DELLA CHIESA

Il giorno delle Ceneri, 8 marzo, dell’anno giubilare 2000 fu, per volontà di Giovanni Paolo II, l’occasione di un solenne atto di penitenza: la Chiesa chiedeva perdono al mondo per i peccati storici -duemila anni- suoi e dei cristiani. Fu l’iniziativa più importante e innovativa del pontificato polacco.

Fu anche la più contrastata. Woitila aveva messo cinque anni per prevalere sui dubbiosi e sui contrari nella Curia e nella Chiesa, cominciando nel novembre 1994 con la lettera apostolica “Tertio Millennio adveniente”. Aveva istituito una commissione di studio teologico-storica, la quale convocò due colloqui internazionali, sull’antigiudaismo e sull’Inquisizione. “La Chiesa sente il dovere di riconoscere le colpe dei propri membri e di chiederne perdono” affermò il papa. Addusse alcuni esempi: le colpe cattoliche nella divisione tra i cristiani; l’uso della forza al servizio della fede: i battesimi coatti; i tribunali dell’Inquisizione; il mancato contrasto alla tratta degli schiavi (nostra nota: nel 1442 il pontefice incoraggiò il sovrano portoghese a praticare quel commercio) e allo sterminio degli ebrei. “La considerazione delle circostanze attenuanti non esonera la Chiesa dal dovere di rammaricarsi profondamente per le debolezze di tanti suoi figli”.

Le obiezioni a Giovanni Paolo furono pronte e significative. Il cardinale segretario di Stato, Sodano, osservò che un riesame globale della storia della Chiesa era ‘questione difficile e delicata’, stanti le perplessità dei cardinali (la maggior parte di essi, secondo i resoconti di stampa sul concistoro straordinario del giugno 1994). Vari porporati misero in guardia il papa dal rischio che il mea culpa apparisse una resa alla propaganda dei laicisti, dei comunisti, dei fondamentalisti islamici, dei sionisti. Si disse che  tra i principali avversari  fossero Ratzinger e Ruini, che il card. Biffi negava si potesse parlare di colpe della Chiesa, bensì di uomini di Chiesa. Un vescovo, Alessandro Maggiolini, deplorò ‘uno sprofondarsi in mea culpa che frastorna i fedeli’.

In quel momento di riflessione su due millenni si menzionò poco il temporalismo, ossia la cupidigia di potere e di ricchezza, che si fece soverchiante a partire quanto meno dalla ‘donazione di Sutri’, ottenuta da Gregorio II nel 728. Alcuni secoli dopo venne il tempo ‘glorioso’ di Gregorio VII e di Innocenzo III, due tra i massimi pontefici della storia. Con loro la Chiesa proclamò che il papa era sovrano sopra i sovrani, superiore dunque all’imperatore; e non arretrò di fronte a nulla pur di imporsi suprema.

Riprovevole com’era dal punto di vista evangelico, la teocrazia non era ripugnante,  aveva pur sempre qualche giustificazione politica. Invece il nepotismo, l’altro delitto di cui si parlò poco nel 2000, fu odioso all’estremo: fu spogliare i poveri per fare ricchi e potenti i parenti, i nipoti, i figli dei papi. I papi con figli erano abbastanza numerosi, soprattutto nel Rinascimento: ostentati, onorati, di norma accasati nelle dinastie, nell’alta nobiltà o là dov’erano grandi ricchezze.

Vari storici fanno risalire l’aumento del nepotismo al secolo XII. In realtà la degenerazione era già forte nel sec.IX, quando sorse la leggenda della papessa Giovanna: una donna di Magonza, oriunda inglese, che si travestì da uomo e, ascesa nella Curia romana, sarebbe riuscita a salire sul soglio pontificio. Spesso  il nepotismo cominciava con l’elevazione al cardinalato di ventenni, di adolescenti, sedicenni persino. All’inizio del XI secolo tutti i membri della Curia erano parenti degli Alberici, conti di Tuscolo. Numerose grandi famiglie contarono vari papi. Così i Colonna, gli Orsini, i Medici, i Borgia, i Fieschi.

San Girolamo, celebrato in tanti dipinti nell’ eremo a tradurre la Bibbia, con un leone accucciato ai  piedi, era stato cardinale  di Curia. Si rifugiò in Palestina per non diventare ricco come il  papa Damaso I di cui era stato consigliere intimo. La Camera apostolica cominciava ad essere ‘Mater pecuniarum’.

Tre secoli prima di Lutero, San Bonaventura cardinale e generale dei francescani definiva Roma la ‘meretrice dell’Apocalisse’. Lo stesso nome, meretrice di Babilonia, le davano gli eretici albigesi, che pervennero ad essere la metà degli abitanti del Midi francese. La Crociata contro di loro, ordinata da Innocenzo III, fu inesorabile, 20.000 morti solo a Béziers, centinaia di migliaia in totale. Imprecò il ghibellino Guglielmo Figueica o Figueira: “Roma traditrice, l’avidità vi perde, tosate troppo a raso la lana delle vostre pecore. Alleggerire i prelati delle loro ricchezze sarebbe  un atto di carità”.

Il papato degenera  nella fase che in Italia segue alla scomparsa di Carlo Magno; ma già nel VI secolo a Roma Gregorio Magno ha preso il posto dell’imperatore. Ugolino dei conti di Segni, divenuto Gregorio IX attorno al 1170, assegnò ai cardinali un terzo delle entrate dello Stato ecclesiastico, e nel 1288 Niccolò IV accrebbe l’elargizione alla metà. I cardinali, a volte di origini modeste, lasciavano alle famiglie superbi palazzi e possessi. Il francescano Pietro di Giovanni Olivi, una delle guide dei francescani Spirituali (morirà due anni prima del Giubileo di Bonifacio VIII) contò tre età del papato. Nella prima, terminata con papa Silvestro e coll’impero di Costantino, i pontefici erano poveri; nella terza sarebbero tornati poveri. Ci fu chi profetizzò che il papa Santo degli Ultimi Tempi sarà un monaco ‘uscito da una grotta’.

Niccolò III Orsini, messo da Dante nell’Inferno dei nepotisti, secondo le profezie escatologiche degli Spirituali aprì la successione dei papi più malvagi. Nota la ‘Cronaca’ del Villani (libro VII, capit.54): “Fu de’ primi papi nella cui corte si usasse palese simonia per gli suoi parenti”. Erano gli Orsini, che allargarono molto i loro domini a nord-ovest di Roma. Onorio IV, nipote di Onorio III cui succedette, aggiunse ai dominii del casato Savelli tre città e vari castelli. I Colonna fecero il loro balzo sotto Niccolò IV, nel cui regno la quota dei cardinali sulle entrate dei domini della Chiesa fu allargata da un terzo alla metà. Grazie ai papi della famiglia i Colonna giunsero a possedere 50 castelli, con le annesse proprietà terriere. Uno di tali papi, Oddo, era figlio di un cardinale.

Il papato raggiunse l’apice della potenza medievale con Innocenzo III (Lotario dei conti di Segni). Fece morire centinaia di migliaia di Albigesi. Si proclamava rappresentante di Dio anche nella sfera temporale, perciò poteva nominare e deporre i re e l’imperatore stesso, poteva annullare le leggi civili quali la Magna Charta. Creò dal nulla la grossa fortuna dei parenti Conti nella Campagna romana. Era collegato alla dinastia degli Alberici di Tuscolo, cui appartennero 13 papi, 3 antipapi e 40 cardinali.

Autore della ‘Unam Sanctam”, manifesto della teocrazia su scala mondiale (”Chi non si assoggetta al Papa non ha salvezza”),  fu Bonifacio VIII, fondatore della dinastia Caetani. In collaborazione coi parenti, col prestigio del suo grado, con la violenza, col raggiro, pezzo per pezzo, creò la vasta signoria familiare che all’epoca garantiva potenza al papa, in un assetto curiale dove i cardinali basavano la propria influenza sui possessi e le ricchezze. I più gravi rivolgimenti del papato medievale si collegavano ad antagonismi personali e familiari. Per questo gli Spirituali, fedeli all’ideale di libera povertà che era stato lo spirito dei primi tempi francescani, rifiutavano come peccato la temporalità della Chiesa,  consideravano illegittimo Bonifacio VIII, che aveva forzato alla rinuncia il suo santo predecessore Celestino V.

Per Bonifacio VIII il Giubileo del 1300, coi suoi ingenti introiti, fu una straordinaria operazione finanziaria. L’avidità fu il suo vizio  principe, infatti figura nell’Inferno dantesco. Alla morte di Bonifacio i Caetani, in precedenza un casato non grande, contano 20 castelli e 3 cardinali nipoti, Invece che pastore, Bonifacio fu canonista e uomo di potere.  Fu anche un libertino: ebbe come amanti simultanee una donna sposata e sua figlia. Per combattere i Colonna, che aveva scomunicato, indisse una crociata cui concesse le stesse indulgenze dei crociati di Terrasanta.

Scrisse il cardinale Matteo d’Acquasparta: “Il papa è supremo tra tutti gli uomini: le nazioni del mondo gli obbediscono. E’ sovrano spirituale e temporale sopra tutti, in luogo di Dio”. Di uno dei suoi successori, Bonifacio XI (ultimo papa che portò il nome Bonifacio), si affermò che fu il più grande simoniaco della storia: vendette al migliore offerente tutte  le prebende, cioè le rendite dei benefici ecclesiastici. “Nessun beneficio ecclesiastico si può avere a Roma senza denaro” scriverà Enea Silvio Piccolomini, futuro papa Pio II.

Grazie ai redditi curiali e ai benefici le famiglie di papi e cardinali raggiungevano l’insuperata ricchezza dei magnati toscani e padani, protagonisti assoluti della finanza e dell’impresa a quel tempo.  Verso la fine del Medioevo la Chiesa possedeva da un quinto a un terzo della terra, e in linea di massima non pagava tasse.

Ad Avignone, dove il papato si trasferì per un settantennio (1303-77) il malcostume della Curia non si attenuò. Alcuni cardinali arrivarono a collezionare  400, persino 500 prebende. E Clemente VI, quarto papa avignonese, ebbe vari figli che, secondo l’uso, erano chiamati nipoti. Fece cardinali tre figli e altri sei parenti. Dicono fosse figlio suo quel Pietro Riario avuto da una sorella.

 

Abominio nel Rinascimento

I primi dodici secoli della Chiesa mostrano come il temporalismo e il nepotismo, più altri peccati mortali dell’istituzione, cominciarono assai prima del Rinascimento. Ci furono certo le anime grandi, come il santo arcivescovo di Firenze Antonino Pierozzi. Ma mai come nel Rinascimento aveva trionfato l’indifferenza dell’alta gerarchia all’insegnamento evangelico, anzi l’aperta scelta del male. Pietro Bembo, uomo dottissimo, dopo avere conosciuto a fondo la Curia quale cardinale e segretario di Leone X, scrisse che Roma era una cloaca piena degli uomini peggiori, la cloaca di tutta la terra. E uno sconosciuto ammonì: “Voi che volete vivere santamente, partite da Roma. Questa città est facta meretrix. Itali rident nos quod credimus resurrectionem. A Roma ‘buon cristiano’ viene usato in ironia”.

Leone X Medici, di cui si sostenne che aveva tentato di comprare Lutero con un cappello cardinalizio, fu uno dei massimi scialacquatori delle ricchezze della Chiesa. Uno scandaloso arcivescovo di Mainz gli promise 10.000 ducati in cambio della licenza di tenere tre vescovati. E verso il 1450 il vescovo di St.Asaph (Inghilterra) aveva introitato grosse somme dai suoi preti vendendo loro licenza a tenere concubine.

Tra le passioni terrene di Leone X va ricordata la caccia, che anteponeva alle funzioni religiose, al punto da portare frequentemente lunghi stivali venatori. Come scrisse il von Pastor, massimo storico dei papi, l’avvento di Leone fu una delle prove più severe cui Dio avesse sottoposto la Chiesa. Lutero ebbe buon gioco a denunciarne le colpe e a mettere alla gogna il domenicano Silvestro Prierias, il quale aveva proclamato “la Chiesa non può errare quando si pronuncia sulla fede e sui costumi”. Non mancò nemmeno la congiura di alcuni cardinali per avvelenare papa Leone. Il quale era stato eletto al soglio che non aveva 37 anni. Per le esigenze della sua politica temporalistica, Leone nominò 37 cardinali in un solo giorno. Fu insaziabile di interessi e passioni mondane.

Suo cugino Giulio de’ Medici divenne Clemente VII dopo avere ottenuto privilegi e incarichi da Leone X. Fino all’ultimo istante di vita si adoperò per  gli interessi della sua famiglia. Ancora von Pastor: “Dopo due papi Medici gli abusi nella Chiesa sono diventati scandalosi. Paolo III (Alessandro Farnese), successore del secondo papa Medici, era diventato cardinale a 25 anni e aveva avuto quattro figli da una donna che viveva nel suo fastoso palazzo all’Arenula. La sua corte era ‘regale’: 226 persone. I quattro saranno legittimati da Giulio II (Giuliano della Rovere), ‘uomo terribile’. Uno dei quattro, Pier Luigi, definito ‘feroce’, si vide assegnato lo stato di Parma e Piacenza. Nel caso di Paolo III bisogna parlare di figlismo, invece  che di nepotismo.Lo zio di Giulio II, Sisto IV (Francesco della Rovere), papa politico come pochi, principe più che pontefice, è restato nella storia come nepotista all’estremo.

Anche Paolo II (Pietro Barbo, 1417-71) aveva, come numerosi altri pontefici,  ereditato la tiara: era nipote di Eugenio IV). Ma almeno ebbe il merito religioso di avversare gli umanisti paganeggianti, cominciando dal Platina. Di Innocenzo VIII Cybo, simoniaco aperto, eletto nel 1484 (sposò il figlio Franceschetto ad una Medici) si disse che con lui il papato aveva raggiunto il punto più basso. Ma otto anni dopo ci sarebbe stato l’avvento di Rodrigo Borgia, Alessandro VI, nipote del  primo papa Borgia, Callisto III.

Le scelleratezze di Alessandro VI, che dopo avere comprato la tiara non cambiò la vita depravata all’estremo, sono talmente note che qui non vengono trattate. Ricordiamo solo: condannò a morte San Girolamo Savonarola, fece in modo che il figlio Cesare, cardinale giovanissimo e delinquenziale, costituisse un proprio stato nelle Romagne allargate; che la spregiudicata figlia Lucrezia, dapprima sposa a Giovanni Sforza duca di Pesaro, poi a Alfonso d’Aragona duca di Bisceglie (fatto assassinare dal fratello Cesare Borgia, il quale aveva anche sterminato vari signori dello Stato della Chiesa), infine al duca Alfonso d’Este, nella cui reggia ferrarese si fece ammirare ‘per bellezza, eleganza e cultura’.

Così era il Rinascimento. Così era la Chiesa del Rinascimento. Essa si  riassunse in Alessandro VI, ma molti altri “servi servorum Dei” gareggiarono nel male con  lui.

Ulrico di Hutten, il cavaliere e umanista della Riforma, sostenne che l’Imperatore germanico, se avesse tolto ricchezze e potere temporale alla Chiesa e respinto le pretese teocratiche, l’avrebbe liberata e purificata. Dopo Lutero, che aveva annunciato “Eravamo tutti hussiti senza saperlo”, si concluse che l’anima tedesca era la più profonda perchè si ribellava a Roma. E il Riformatore aveva chiesto: “se castighiamo i ladri con la gogna e i grassatori con la spada, perché non assaliamo piuttosto questi mostri di perdizione della Sodoma romana, essa che corrompe la gioventù e la Chiesa di Dio?”.

 

Il ‘piccolo’ nepotismo 

l documento ‘Admonet nos’ di san Pio V Ghislieri condannò ufficialmente il nepotismo: e in effetti si chiuse quello che gli storici chiamano  “nepotismo maggiore”, per il quale i parenti di pontefici e cardinali si costituivano in dinastie ricche e sovrane di stati territoriali. I papi non conferirono più ai parenti feudi e signorie, ma cariche e benefici molto lucrosi. Fino al1870 l’aristocrazia romana traeva metà dei suoi introiti dalla rendita agraria dei latifondi -in genere ottenuti dalla Chiesa- l’altra metà dalle cariche, benefici e affari vaticani.  Fossero introiti importanti: lo dicono, soprattutto a Roma e nel Lazio, i palazzi principeschi, i giardini, i castelli, le ville che portano i nomi di papi e di cardinali.

Fu il cosiddetto piccolo  nepotismo praticato specialmente da Paolo IV Carafa, Paolo V Borghese, Urbano VIII Barberini (che però tentò di risuscitare il grande nepotismo), Innocenzo X Pamphili. La degenerazione nepotista declinò sensibilmente nel Settecento e quasi scomparve nell’Ottocento. Ci fu un modesto riaffioramento con Pio XI, che assegnò un marchesato ereditario a Francesco Pacelli, fratello di Eugenio Pacelli (Pio XII), cardinale e già designato segretario di Stato. Il marchese fratello ricevette da re Vittorio Emanuele il titolo di principe per sé e per i discendenti. Crediamo di ricordare che il principe Pacelli ricevette altre posizioni, tra le quali la presidenza della LAI. Linee Aeree Italiane (la futura Alitalia). Però NON abbiamo verificato.

L’ultimo pontefice a fare nepotismo su scala gigantesca fu Urbano VIII (1623-44). Gli undici anni del suo successore Innocenzo X Pamphili videro le lotte armate con i Barberini e i Farnese (guerra di Castro), nonché il singolare legame del papa con la cognata donna Olimpia, la persona più importante della Curia, cui andarono accuse di immoralità. Il nepotismo di Pio IV aveva almeno prodotto due grandi cardinali, Carlo e Federico Borromeo. Nel 1605, cinque anni dopo la morte sul rogo di Giordano Bruno, ci fu anche il breve papato di un altro Medici.

Sotto Gregorio XIV Ludovisi governava il cardinale nipote Ludovico, efficace promotore degli interessi familiari. Non dimenticarono i parenti Alessandro VII Chigi, morto nel 1667, e Clemente IX Rospigliosi. Clemente X Paluzzi-Altieri mantenne la tradizione di far governare al cardinale nipote. Innocenzo XI Odescalchi nepotizzò poco, combatté il lusso e le pompe, però gli Odescalchi divennero principi e duchi in Ungheria. Succedette Alessandro VIII che arricchì i parenti Ottoboni, mentre ebbe  qualche efficacia la bolla contro il nepotismo (1692) di Innocenzo XII Pignatelli. Gli Albani divennero potenti dopo la morte di Clemente XI. Peraltro furono molti i papi eletti in quanto appartenenti a famiglie ricche e potenti. P.es.nel Mezzogiorno i Pignatelli, i Caracciolo, gli Imperiali avevano possessi così vasti da richiedere piccoli eserciti privati.

Finalmente Pio VIII Castiglioni, eletto nel 1809, proibì ai parenti di venire a Roma. Probabilmente fu il primo così severo nella storia della Chiesa temporale. Per quasi un millennio e mezzo  la consegna era stata “bisogna far per la famiglia”.

Tra il 1215 e il 1512 si contarono nove grandi Concili per riformare la Chiesa, ciascuno attestante il fallimento del concilio precedente. Il concilio di Trento avrebbe confermato il fallimento di tutti e nove. Nel mezzo millennio che seguì il clero italiano fece pesare la sua assoluta preponderanza a danno delle altre nazioni cristiane: fatto evidentemente assurdo. Niccolò Machiavelli, maestro pessimo col suo “Principe”, aveva nondimeno ragione a scrivere che il papato romano aveva scristianizzato gli italiani. In effetti aveva insegnato loro, dopo lo smarrimento delle invasioni barbariche e le durezze dell’alto  Medioevo, che il potere fine a se stesso era più importante che la salvezza dell’anima. La nostra coscienza morale era morta. Per i secoli a venire la scelleratezza si era configurata come “il modo di vedere italiano”.

Tutto ciò, oltre a spiegare l’indifferenza degli italiani alla Riforma, aggravava il giudizio del mondo sulla pratica millenaria e perfettamente ingiustificata di riservare il papato a potenti ecclesiastici italiani, quasi tutti con un parentado da arricchire e da portare al rango di principi. I palazzi, i castelli, i cardinalati, i pontificati delle famiglie principesche, quasi tutte italiane, che vantarono papi dicono la storia del nepotismo con la forza assoluta delle cose.

 

In conclusione. Il rapido incanaglimento della massima Chiesa della storia, nata da una mangiatoia, dal rivoluzionario Discorso delle Beatitudini e dal Golgota, degenerata nel temporalismo e nella rapina dei poveri per arricchire i parenti è un’immensa tragedia che non ha trovato il suo Eschilo o il suo Shakespeare. Per non meno di dodici-quattordici secoli i vertici della Chiesa hanno tradito Cristo in molti modi. Temporalismo e nepotismo sono stati tra i delitti più gravi, anche se c’è l’uso di parlare piuttosto dell’intolleranza, dei roghi dell’Inquisizione, delle molte guerre dei papi. Le turpitudini della Chiesa di vertice sono tra i grandi drammi della vicenda umana: non meno gravi delle guerre e della miseria. Inutile dire che le plebi sottoposte alle  signorie nepotistiche erano tra le più povere e ignoranti.

Nulla potrà sminuire il senso drammatico del mea culpa di Giovanni Paolo II, l’8 marzo dell’anno giubilare 2000.

A.M.Calderazzi

INTERVISTA A MARCO VITALE: “NIENTE SARA’ COME PRIMA”

“Abbiamo bisogno di chinarci di nuovo sui testi greci, vi troviamo un pensiero affascinante. Io ho ripreso a leggere Aristotele, e faccio di più, vado a sentire le lezioni di uno studioso che insegna come calare nella realtà d’oggi la forza delle idee dell’Ellade”. Esordisce così Marco Vitale, intellettuale del concreto, cui sono andato con la richiesta di pronunziarsi sugli sforzi (fatti più in USA che da noi) per migliorare l’attuale società politica in riferimento ai concetti fondanti della Polis antica.

Per il professore, “la democrazia è a pezzi, ma non solo da noi. Si veda negli Stati Uniti la ribellione degli elettori contro i professionisti del Congresso. Contro la forza corruttrice delle lobbies. Contro quelli che comprano le leggi coi dollari. Gli americani amano un lobbismo fatto alla luce del sole. Ma è un fatto: il significato delle urne si è svuotato, e lo prova il crescere del distacco e dell’astensione. La democrazia va ricostruita, riprendendo i principi più antichi, ma cambiando i grandi obiettivi -dove vogliamo andare- prima ancora che gli strumenti e i meccanismi della politica”.

Vitale giudica decisivo il raffronto con le esperienze della Germania. “Sono stato nei consigli d’amministrazione di alcune società tedesche, importanti, della meccanica. Situazioni di crisi pesante sono state superate lì alla luce di una concezione cui dovremo ispirarci anche noi. Contro la nostra assuefazione ai conflitti, i tedeschi hanno scelto la Mitbestimmung, al centro della quale c’è l’impresa, entità autonoma. Di essa i sindacalisti sono amministratori e agiscono in conseguenza”.

“Facciamo un bilancio in una prospettiva storica. Sulla strada delle contrapposizioni belluine i lavoratori italiani sono pervenuti a guadagnare poco e a contare poco. Il movimento sindacale nel suo complesso è perdente.  Quando il giovane Luigi Einaudi analizzava i problemi delle industrie usava formule audaci quali ‘la bellezza dei conflitti’. Ma in ultima analisi sosteneva che i conti delle imprese dovevano quadrare”.

“Negli anni ’60 e ’70 i sindacati italiani dicevano: non faremo la cogestione. Per noi l’impresa non esiste, ci sono i padroni e sono i nostri nemici. Dominava il pensiero collettivista. Anche le imprese erano chiuse, negative, miopi. Erano parecchi i padroni che rubavano alle loro imprese. Leopoldo Pirelli tentò di cambiare varie cose nel campo imprenditoriale. Fu emarginato”.

“Il lavoro è un passaggio fondamentale. Dobbiamo sperare che grazie alla saggezza di Monti ci sia un salto di civiltà. Monti è veramente bravo a tenere in riga i ministri”.

Il professore torna continuamente sulla necessità di far trionfare un grande obiettivo unificante: “Così com’è la democrazia non funziona. La corruzione è drammatica, siamo i peggiori tra i paesi avanzati. Il parlamento è inquinato. Se con Monti non fossimo passati al governo delle competenze saremmo a un nuovo 8 Settembre”.

E’ qui il centro del pensare di Marco Vitale: ”La gestione Monti non è una parentesi. Niente resterà come prima. Potremo avviare la ricostruzione della democrazia, come negli USA avvenne nel primo decennio del Novecento, quando i trust e i ‘robber barons’ gestivano l’America turpemente e un Roosevelt impose riforme che rappresentarono la riscossa dei valori della democrazia. Anche noi dovremo ricostruire la democrazia. Rifaremo i conti con i partiti, con i sindacati, con la Chiesa (che drena risorse ingenti); e con la Mafia”.

D.- Nel passato il pensiero giusto non mancava. C’erano gli Einaudi e i Vanoni. Come mai siamo dove siamo? Perché il pensiero giusto dovrebbe funzionare oggi?

“Perché i giochi sono cambiati; perché siamo in pericolo. La crisi è salutare. Hamilton diceva ‘il debito è una fortuna’. Agli inizi degli anni ’90 il nostro debito, al 60% del Pil, era sostenibile. La degenerazione è cominciata nei primi anni ’90”.

D.- Può avvenire la ricostruzione senza sostituire i meccanismi della politica?.

“ I meccanismi devono essere cambiati. Il congegno va aggiornato. La classe politica è da raddrizzare”.

D.-  Come valuta la proposta di Michele Ainis che una delle due Camere venga sorteggiata invece che eletta, perché controlli e corregga l’altra camera?.

“Sono d’accordo. Alcune delle proposte che si avanzano sono affascinanti. Però attenzione: il cambiamento è gia cominciato. Il Paese non è spento, è alla ricerca del nuovo. Prima la società si appagava, era una morta gora. Il passaggio Monti non è una parentesi tecnica. Spero che diventi fondante.”

D.-  Ma quando si voterà la classe politica tornerà a spadroneggiare.

“Ma no, gli italiani capiranno il ritorno alla competenza. Verranno fuori politici nuovi. I Monti e i Passera resteranno protagonisti. I partiti saranno rifondati: dovranno diventare trasparenti anche a livello finanziario. I primi segni ci sono. La Lega è spaccata. Berlusconi non sta facendo ostruzionismo (va detto che è il meno peggio dei suoi). La grande stampa  fa denunce un tempo impensabili. Il card. Scola si è reso conto delle ‘marachelle’ di Formigoni e si dissocia. Don Giussani non voleva queste cose”.

D.-  Di quanto tempo avremo bisogno per liberarci di centinaia di migliaia di politici quasi tutti ladri?

“Saremo impegnati a lungo, minimo dieci anni: stiamo facendo una Seconda Ricostruzione, e ci servirà l’allegria di quando facevamo la Prima. La corruzione c’è anche in Germania, eppure la Germania è cento anni avanti a noi. La sua economia sociale di mercato è la migliore delle democrazie”.

D.-  Cosa migliorerà di colpo la nostra gentaglia politica?

“Bisogna sperare in un grande movimento dell’opinione pubblica, a valle della crisi e delle novità della fase Monti. Nel passato il movimento non c’è stato. Come dice Gherardo Colombo, ci si è illusi su Mani Pulite, la gente ha delegato ai magistrati invece di partecipare a un grande fatto collettivo. La fede della popolazione potrà essere convogliata e produrrà energia sociale e culturale.

D.- Di nuovo: quanto tempo occorrerà?

“Meno di quanto pensino gli analisti del solo esistente. C’è il fatto nuovo: la cassa è vuota. Non ci ritroveremo con la stessa classe politica”.

A.M.Calderazzi

LETTERA DA UN CENOBIO

Caro Amico,

quella volta che entrammo insieme nella Thomaskirche di Lipsia, ti osservai attentamente. Non mi apparisti né il semplice turista coltivato, né il melomane in pellegrinaggio alla tomba di Johann Sebastian. Piuttosto l’ostaggio della fede/della ricerca della fede (sono la stessa cosa: lo ha sanzionato Ratzinger teologo in chief).

Passarono 43 anni, e poche settimane fa parlavamo tu ed io di casi foschi del nostro tempo. Dovetti dire qualcosa di nichilista, cui rispondesti con voce quasi inaudibile. Afferrai solo “Chiesa”. Non ebbi il coraggio di incalzarti.

Così ti faccio oggi la domanda grossa: ti aspetti qualcosa, oggi, dal senso religioso della vita? Se sì, come azzardo, ecco che sei un testimone decisivo. Nessuno che io conosca o immagini è più di te posseduto dalla ragione critica; nessuno è più vigile contro gli slanci e gli empiti. Allora ti tocca rispondere: cos’è, oggi, il senso religioso del vivere? Cos’è in particolare per un chierico, per un laico?

Quanto a me, è come se vivessi uguale dal giorno che Martino agostiniano affisse le tesi a Wittenberg; anzi dai giorni di Jan Hus, di Wycliffe, dei bogumili, di cento altri eretici: avvinto dall’epifania cristiana, dalle sue liturgie, però odiatore dei troppi secoli della Chiesa sfrontata signora delle cose del mondo. Forse ricordi certe pagine del Confronto: tra l’altro si parteggiava per i francescani disobbedienti di ‘Frères du Monde’, figli di Michele da Cesena. Quarantasei anni dopo, le volte che per volontà di umiliarmi mi inginocchio davanti al confessore, mi professo protestante di rito cattolico. Non vengo sgridato. Una volta sola l’assoluzione fu sostituita da un paterno ‘Buona Pasqua’.

In questo quadro clinico, è logico per me sentire commiserazione per gli atei, per gli indifferenti assoluti, per quanti si fermano all’evidenza della Chiesa grande e torva centrale di potere. Senza capire che persino quest’ultima colpa potrebbe realisticamente destinare il cattolicesimo a grosse cose, di nuovo, come ai tempi di Ildebrando da Soana.

Mai come oggi, spente le ideologie che imperversarono, il pensiero religioso (o la semplice tenerezza per la fede di due millenni e, perché no, dei millenni precursori, di Dei pagani) ha la chance di alzarsi dalla prostrazione, di offrirsi come guida e come riferimento. Molte pecore smarrite accorrerebbero. Molti giovani gioirebbero di salvarsi dal nulla. Molti odifreddi arrossirebbero d’essere miscredenti in modo così banale.

Caro Amico, hai più dottrina e più carisma di molti. Vorresti esprimerti, anche insegnare, su perché non darla vinta né ai tersiti odifreddi, né al materialismo consumista ed ebete? Vorresti, tra l’altro, utilizzare l’umile Internauta per una ‘collana’ di riflessioni (di chi volessi) sul ritorno del Numinoso, magari più fatto di ditirambi a Pan che di novene, più di Cibele e di padre Kolbe che di Padre Pio?

Quanto a me, metterei ancora più lena a scrutare l’orizzonte, se arrivi un papa trentenne mai entrato nella Curia, sovvertitore della continuità dunque rivoluzionario, dunque rifondatore del Cristianesimo.

Ma se questo mi assegnerai, compilerò cronache annalistiche sui copti, sui catari o sui miei compaesani hussiti.

Ove vorrai dire no, meglio tu me lo dica a casa mia, così ci beviamo sopra in agape.

Antonio Massimo

tuo seguace nel cenobio in Tebaide

THE HOUSE OF FREEBOOTERS

Premessa l’irrilevanza assoluta, ai fini della bonifica del Paese, della legge elettorale, dunque della proibizione del referendum che voleva cambiarla, sono due gli interrogativi che ci confrontano, densi di destino: 1) ci salveremo dal default?;  2) il detenuto, più o meno temporaneo, Nicoli Cristiani Franco, quanti uomini politici italiani incarna, pochi parecchi  quasi tutti?

Proviamo a rispondere al 2: qui abbiamo le certezze che mancano all’1. Nicoli Cristiani è stato incarcerato con un’accusa di tangenti circostanziata, altrimenti la limitazione della libertà non sarebbe stata concessa. Mantiene la qualifica di eletto del popolo, nobilitante per alcuni (pochi) bamba, infamante per i più, compreso chi scrive. I legali hanno sostenuto con la carta bollata che il loro assistito ha comunque diritto a una liquidazione di 340 mila euro, più un vitalizio mensile di 3700 euro, quest’ultimo da ricevere con decorrenza immediata. Per la loro azione i suddetti legali vanno accreditati di un doppio merito: a) far risaltare l’assurdità del vitalizio per gli eletti, b) contribuire a dimostrare la necessità di cancellare (al di sopra del livello dei sottoproletari) i ‘diritti acquisiti’.

I diritti acquisiti sono un baluardo, un Vallo Atlantico, a difesa della malavita politica. Mai il letamaio sarà svuotato se resteranno i diritti acquisiti, la sovranità del parlamento, i precetti della Costituzione.  Al punto cui siamo, il sistema delle leggi imposte dal Mob è nemico dell’uomo e del popolo. Summum Jus Summa Iniuria. Per esempio, il caso Malinconico e il caso Patroni Griffi confermano che anche la burocrazia di vertice è malata, esposta alle tentazioni, al meglio inaffidabile. Andrebbe sottoposta a una terapia shock: il Terrore.

Da quando è nato, Internauta propone spesso la decimazione dei  mandarini: destituire un burocrate su 10, sull’ipotesi di corruzione; salvo, a cose fatte, il diritto del decimato di dimostrarsi innocente. Il monito ai nove scampati sarebbe infallibile, e i vuoti nel Civil Service sarebbero colmati da elementi più giovani, meno costosi ed efficacemente ‘programmati’ ad essere onesti.

In attesa della riforma rivoluzionaria che abolisca le elezioni, dunque il mestiere della politica, anche i suoi professionisti andrebbero decimati da subito. Oltre a tutto i procedimenti o i sospetti a loro carico sono così numerosi che la decimazione andrebbe più sul sicuro, rischierebbe meno di colpire ingiustamente.

Torniamo al consigliere regionale dell’incipit. Quanti politici italiani incarna, pochi parecchi quasi tutti? Nessuno ha la risposta esatta. Però è sicuro che, specie dopo il no ‘ndranghetesco della Cupola dei deputati all’arresto di uno di loro, chiesto dalla magistratura, per l’uomo della strada il politico è un poco di buono. La più recente ricerca Demos, diretta da Ilvo Diamanti, attesta una fiducia del Paese nei partiti scesa sotto il 4%. Il voto sull’arrestabilità di un deputato ha confermato che il parlamento delibera su categorie, riflessi e istinti delinquenziali, in funzione esclusiva degli interessi partitici e personali. Testualmente questo ha dichiarato il 13 gennaio il politologo Carlo Galli: i partiti e il parlamento hanno perso ogni capacità e funzione politica. Rimane loro solo il basso potere.

Quale altra prova ci manca per convincerci che i vari Nicoli Cristiani rappresentano quasi tutti i politici di carriera? Che le Camere ed ogni altra assemblea vanno svuotate di questi  ultimi e-previe le sacrosante correzioni, mutilazioni, avocazioni ed altre misure draconiane- andrebbero reclutate per sorteggio e per turni molto brevi tra cittadini qualificati, anch’essi passibili di decimazione?

Anche per colpa nostra, abbiamo una classe politica di farabutti. Nel definire il farabutto “individuo capace di ogni malazione”, il vocabolario Devoto-Oli gli fa troppo onore rimarcando che la parola deriva dal basso tedesco Freibeuter, predone. Troppo onore pure dal Webster’s Dictionary: “Freebooter, D, da Vrijbuiter, One who goes about plundering”. I pirati e predoni del passato meritavano qualche simpatia (v.Salgari) perché quando catturati venivano subito appesi a un pennone. Il nostro freebooter, a fine carriera, rischia al più la presidenza di un ente sfigato. Ma il vitalizio, segno di apprezzamento per i servizi resi, resta e li consola cash.

A.M.C.

GLI ITALIANI SONO MIGLIORI DEI POLITICASTRI

Civile battibecco con Franco Soglian

Mai confutazione fu più amabile di quella fattami dall’ex-docente ad Urbino e attuale pilastro di ‘Internauta’, Franco Soglian, negli articoli di Novembre (‘Quali terapie per l’Italia anormale’) e Dicembre (‘Bisogna fare gli italiani, in fretta’). Venissero molte stroncature così, la mia autostima si gonfierebbe come quel rospo. La materia del contrapporci: quanto malata è l’Italia, e se la cura debba essere da cavallo. Per Soglian, il paese non è da buttare ma le pecche sono tante. Se raramente fu governato bene, fu anche per i difetti degli italiani. Giovanni Giolitti aveva ragione ad additare la virtù di buongoverno dei ‘padri di famiglia’. Purtroppo abbiamo avuto di recente uno statista “che si credeva il più grande della storia nazionale, ricco di prestigio all’estero, abbattuto da traditori”. La deriva cleptocratica c’è: sempre per Franco, “i nostri politici sono i più pagati, forse i più inetti e corrotti”.

“La vostra amabilità sia nota a tutti” esorta Paolo nella lettera ai cristiani di Filippi. Soglian, qui la sua amabilità rifulge, riconosce che “non è peregrina né avveniristica” l’ipotesi di rimpiazzare la democrazia rappresentativa con un’altra selettiva, gestita a turno da governanti scelti random  dal computer in campioni qualificati, così riscoprendo la democrazia diretta di Atene attraverso la consultazione elettronica di una Polis, o macrogiuria ristretta cioè selezionata, di estratti a sorte una tantum. Non è inconcepibile, osserva Soglian, che gli esperimenti già fatti in questo senso negli USA e addirittura in Cina possano verificarsi anche da noi, in un futuro “non necessariamente lontano”.

Tra parentesi, aggiungo io, pure Mario Monti, in un’intervista di una quindicina d’anni fa, ipotizzò un futuro di democrazia elettronica.

Tuttavia, argomenta Soglian, perché pensare a un rivoluzionario ripudio delle urne e delle assemblee elette, “a una fuga in avanti così difficile” in un paese oggi scarsamente innovativo, la cui unica invenzione moderna fu il fascismo? “Chi, coll’esperienza del Ventennio, vorrebbe un colpo di stato per abbattere il regime democleptocratico?”. La cosa saggia è migliorare il sistema avvicinandolo il più possibile alle idee e prassi vigenti in Europa. Massimo D’Alema -scrive sempre Soglian- non è Aristotele, però coll’idea di fondo del libro Un paese normale  ebbe il merito di proporre una ‘banale’ omogeneizzazione agli altri paesi civili, cioè di sanare la ‘anomalia italiana’ invece di perseguire palingenesi.

Qui mi fermo a fare l’avversario cavalleresco: non di Soglian, bensì di D’Alema. Con la sua lunghissima milizia di professionista puro d’apparato -puro nel senso di non adulterato da alcun altro mestiere- così come con la sua elegante prestazione da statista, il navigatore del golfo di Taranto si è qualificato come l’incarnazione della Casta. Forse pensava a Lui Gabriele d’Annunzio scrivendo nel 1903 la fulgida laude Maia : “E reggeva/ei nel pugno la scotta/ spiando i volubili venti/ silenzioso; e il pileo/ tèstile dei marinai/ coprìvagli il capo canuto/ la tunica breve il ginocchio/ ferreo, la palpebra alquanto/ l’occhio aguzzo; e vigile in ogni muscolo era l’infaticata/ possa del magnanimo cuore”.

Al  nocchiero, ormai commodoro, da Gallipoli invidio la virtù marinara. Però a stare a Lui lo Stivale è condannato senza scampo né fine alla peggiocrazia dei partiti graziati dal codice penale. Gli Dei dello Jonio ci scampino!

Franco si attende salvezza dal Geist del Salento. Se l’avrà, chapeau alla calma lungimiranza sua e del presidente del Copasir (singolare la presente sinecura dell’ex-primo ministro; peraltro utile a coprire i costi di alaggio della barca, il nome della quale ignoro: Why notMai di domenica? Vatelapigghia (giocosa invettiva salentina, frequentemente seguita dal nome di una componente anatomica). Tuttavia: se c’è un protagonista principe del  rigenerazionismo truffaldino dei partiti è Lui, l’Ulissiaco che piacque a d’Annunzio.

Lo Stivale è arrivato al parossismo del disprezzo per la politica e per i partiti. Un’ora fa Radio 24Ore si diceva turbata dalle mail che le arrivano, un vasto coro di “buttiamoli tutti a mare”. Ad ogni levarsi del sole emergono più sfrontate l’usurpazione, la rapina, la corruzione, e in più la ciucciaggine. I rimborsi e i furti hanno arricchito i partiti laddove un referendum ne aveva vietato il finanziamento. Nessun taglio percettibile ai costi della politica, qualche incremento sì. Tutte le rilevazioni danno corruzione e tangenti in crescita. Constata Ilvo Diamanti: “La resistenza del Parlamento al taglio dei vitalizi è vista come un’ulteriore conferma del paradigma antipolitico”. Insomma: Franco predilige, ritenendola possibile, una bonifica calma, non impetuosa, della palude italiana. Peraltro ha lui stesso scritto che architettare un nuovo sistema elettorale sarebbe “tempo perso, fatica sprecata. E le preferenze, non le si bollava come un invito a nozze per le mafie?”

L’argomentazione micidiale contro la democrazia diretta selettiva è un’altra: gli italiani non sono migliori dei loro politici. Gli italiani mancano di civismo, di senso etico dello Stato e della vita. Lo dicevano Hegel, Schopenhauer e una moltitudine di osservatori stranieri e domestici. Le colpe dei nostri mali, incrudelisce Franco, non sono tutte della classe politica: essa deve fare i conti con gli italiani. Facendo tali conti, tutte le trovate dell’ingegneria costituzionale sono destinate a fallire. Bisogna, conclude, riplasmare gli italiani, cambiarli, civilizzarli, strapparli al loro ritardo etico: prima di tutto con la scuola, coll’esempio, con una sorta di ‘volontariato nazionale’, con altri sforzi virtuosi.

Soglian sa naturalmente che migliorare gli italiani con le buone (invece che col Terrore: p.es. decimando, ossia destituendo random, i burocrati e i boiardi, visto che in parte si fanno corrompere; gli altri impareranno) vuole molto tempo. A peggiorarli, dalla ferrea virtù dei Quiriti alle grazie lubriche degli stilisti di moda e delle olgettine, hanno agito una trentina di secoli. Nel frattempo, mentre i rifacitori e i rimodellatori lavoreranno duro, durissimo, a  cambiare il popolo, mettendoci hopefully 30 anni invece dei 30 secoli che li hanno corrotti, il gioco non tornerà al Mob padrone della Malarepubblica?  A questo pensiero il politologo Michele Salvati, che brevettò il Partito Democratico, si sente accapponare la pelle. Soglian no?

Se confida che la buona lezione del governo dei professori, più i consigli ‘normalizzatori’ di D’Alema, abbiano già addomesticato la belva del professionismo cleptocratico, bene. Se non confida, negherà che i tempi della rieducazione saranno troppo lunghi perché gli effetti siano percettibili? E che, sull’esperienza positiva del governo tecnico, la gestione di tutto vada negata ai politici e affidata invece a uno, mille, centomila Monti, Fornero eccetera? Che, affinché ciò sia possibile, mettere da parte la Carta costituzionale non sarebbe alcun vulnus, bensì un semplice passaggio tecnico? Che esautorare for good il Parlamento sarebbe un affare? Che centomila Monti, Fornero eccetera, sui 61 milioni del paese bacato, esistono; c’è solo da individuarli attraverso selezioni e filtraggi, non elettorali of course ma impersonalmente oggettivi, cioè elettronici?

Soglian ha il diritto di diffidare dell’ingegneria costituzionale: ed io quello d’essere aiutato ad immaginare chi rigenererà gli italiani coi modi e i tempi, diciamo così, della Montessori. In ogni caso, come faranno i montessoridi (quanti saranno, centomila? E perchè non metterli a governare?), come faranno a deporre e incarcerare gli usurpatori del Mob -prima che assassinino il paese- senza l’aiuto di un Lord Protettore che vada per le spicce?

Il finale del secondo articolo ad hoc di Soglian è ammirevole, un volo alto. Aiutino lui e noi tutti i grandi spiriti germanici da lui evocati ad aggredire le radici dei nostri mali. Aggredirle con più fortuna dei lirici populisti russi che nell’Ottocento ‘andarono al popolo’.

A.Massimo Calderazzi

HAVEL E GOENCZ CAPI DI STATO PER TENERE A BADA I POLITICI

Oggi che ricordiamo Vaclav Havel (e Arpad Goencz, che però è vivo: 90 anni) è giusto riflettere sul fatto che, quando si ritrovarono liberi, vari paesi dell’Europa centrale e orientale scelsero di affidarsi per qualche anno a persone che non erano politici di carriera. Il più noto fu Havel, presidente della repubblica a Praga. Scrittore di teatro era anche Arpad Goencz, presidente dell’Ungheria. Era filosofo Zhelyu Zhelev, capo dello Stato in Bulgaria (con una vicepresidente poetessa, Blaga Dimitrova). Veniva dalla milizia culturale almeno un presidente baltico. Per non parlare di Ignaz Paderewski, grandissimo pianista, che nel 1919 fu messo a capo della Repubblica polacca, appena nata.

Anche Tommaso Masarik, padre dell’effimera Cecoslovacchia, veniva dalla cultura; però non era stato strappato agli studi o alle arti dalla chiamata della storia: aveva assiduamente macchinato il proprio successo capeggiando un nazionalismo cecoslovacco che i fatti dimostrarono insussistente. Coll’appoggio irresistibile del presidente Woodrow Wilson e del Quai d’Orsay (il primo vagheggiava il risveglio piccolo-slavo, il secondo un sistema di alleanze orientali contro la Germania) Masarik inventò e fece sorgere uno Stato “risorgimentale e nazionale”. Peccato che tale Stato divenne a sua volta oppressore di altre nazionalità (i tedeschi, gli slovacchi, un po’ di polacchi, altri nuclei minori facevano metà, più o meno, dei “cecoslovacchi”). La patria messa su da Masarik non durò quattro lustri e facilitò il secondo conflitto mondiale.

Su Havel, morto giorni fa, sappiamo molto; il suo carisma ha agito anche da noi. ‘La sua rara lezione di integrità’ la definì Claudio Magris; aggiungendo che il poeta e uomo di teatro seppe anche accettare “il prosaico e poco amato peso della carica presidenziale (…) Havel era immune da quel narcisismo e da quella facile retorica contestativa che si incontrano spesso tra i letterati, inclini a proclamare l’immaginazione al potere ma incapaci  di immaginare realmente i labirinti del potere”. Il Nostro accettò senza riserve e, parrebbe, senza angosce i condizionamenti della carica. Infatti lo Stato che resse non assomigliò né alla Città del Sole, né a Utopia. Havel non fece molto per differenziare la sua repubblica da quelle ex-democrazie popolari che spinsero al di là del ragionevole l’odio verso il comunismo che le aveva oppresse. Praga la Magica si unì al codazzo dei seguaci di Bush, Cheney e Rumsfeld.

Arpad Goencz, presidente ungherese dal maggio1990 all’agosto 2000 (due mandati) è stato per molti aspetti l’omologo di Havel. Stessa statura culturale e artistica, stessa milizia drammaturgica, stessa testimonianza politica e umana: dopo l’insurrezione del 1956 Goencz, che aveva combattuto nella resistenza antitedesca, fu colpito ferocemente dalla repressione di Kadar: condannato all’ergastolo, scontò quasi sette anni, poi fu amnistiato. Anche Goencz, come Havel, si impegnò nella fatica di gestire e di comporre i conflitti, rinunciando all’agio di restare super partes. Nel1992 l’organo ufficiale del Forum democratico arrivò a pubblicare un editoriale “Il tradimento del presidente”. L’accusa: manipolando i media vuole favorire la sinistra. A parte che Goencz, a distanza di anni, è comunemente definito ‘liberale’ (nel senso di avversario dell’oppressione, non di fautore del liberismo), osserviamo che l’imputazione mossa dalla testata ‘Ui Magyarorszag’ non poteva non apparirci inconsistente. Destra o sinistra, chi si appassiona più? Ad ogni modo Goencz, condannato all’ergastolo, rifiutò di firmare il decreto che metteva sotto processo i capi del regime comunista. Rischiò l’impeachment ma gli ultrà della resa dei conti non prevalsero.

Quando ebbi l’opportunità di porre domande al Presidente, conversando a quattrocchi a Budapest,  gli chiesi tra l’altro:  perché questi poeti-presidenti e questi re-filosofi nell’Europa affrancata dal comunismo? Rispose, significativamente: “Gli uomini politici appaiono sempre più come professionisti della cosa pubblica.  Ma quando il professionismo è montato troppo, ci si è rivolti ai non politici, ai tempi di Paderewski come oggi. Se questa ‘stanchezza della politica’ vale ovunque, questa parte d’Europa la letteratura ha svolto un ruolo speciale. Essa ha parlato assieme al popolo, ha raccordato la politica alla società”.

E Lei, chiesi ancora, perchè è il primo cittadino d’Ungheria?

“Mah, sono uno scrittore che ha combattuto il fascismo prima, poi il regime filosovietico. Era naturale partecipare in politica. Ma attenzione: nel mio paese e più in generale nell’Europa centrale e orientale il ruolo del capo dello Stato è quello della testimonianza. Un ruolo che non si addice ai politici di carriera”.

Nel 1948, quando fu sanzionato la prima volta per le sue idee, Goencz -anche in questo  somigliando a Havel- si adattò a fare ‘l’aiuto manovale’; poi si laureò in agraria. Uscito dall’ergastolo dopo oltre sei anni di reclusione, si mise a fare il traduttore letterario, l’autore, infine il professore universitario di letteratura. Per quanto ci è dato sapere, il suo curriculum ha richiesto una coerenza spinta fino all’eroismo.

A noi che siamo avvezzi a capi-bonzi di tutt’altra pasta -alcuni contigui al malaffare, tutti espressi dalla casta- non spetta ancora di sognare al nostro vertice un poeta, come capitò almeno per un po’ nell’ex-Cortina di ferro. Noi, un popolo di soli machiavelli,  acclamammo Mosè di nome Craxi, D’Alema, Berlusconi ed equipollenti. Al Quirinale ex-pontificio, ex-regio, non potendo permetterci un creatore di cultura, teniamo il responsabile-Cultura in un apparato partitico un tempo egemone della cultura. Noi, nel mondo che è libero da più lustri che la Zwischeneuropa,  i poeti in trono che incantarono Claudio Magris li compiangiamo: sprecano il talento invece di gestire potere.

Però da noi si fa irresistibile il disgusto per l’impostura secondo cui i politici -petecchiali sì però intrisi, anzi inzuppati, di democrazia- governano nell’interesse del popolo. Un giorno ci libereremo.

A.M.C.

IL REGIME DEL 4%

Il XIV Rapporto Demos attesta che ha fiducia nei partiti il 3,9% degli italiani. Ma non sono 67 anni, dal ’45, che il Regime dei partiti statuisce che non c’è democrazia senza partiti? Che il grande dono della Liberazione fu il partitismo? D’Alema e Luciano Violante, alla testa di una legione di politologi e di giornalisti di palazzo, argomentano da sempre che la norma di un paese ‘normale’ è il gioco e la (sia pure incresciosa) rapina dei partiti.

Sbagliamo o tra qualche mese, se il governo dei tecnici riuscirà a non farsi assassinare dallo spread, la suddetta percentuale si abbasserà fino a spegnersi? Se continua così, l’assetto basato sui partiti e sulla loro Costituzione ha una prospettiva corta. Arriverà a compiere 70 anni nel 2015, quanto meno per non restare sotto la Terza Repubblica di Francia, che settant’anni durò?

3,9% vuol dire poco più di un italiano su trenta. Quanto può durare una situazione nella quale gli altri 29 non contano niente? E’ vero, i 29 non hanno iniziativa, subiscono e basta. Ma se verrà la bancarotta, se sorgerà un uomo a dimostrare che il regime dei partiti è l’oppressione dei peggiori? In tal caso avrà ragione chi dalla débacle dell’ipercapitalismo si attende più bene che male. Prima della dèbacle l’ordine del 1945 sembrava millenario, intramontabile. Oggi, chissà.

Se la colluttazione con lo spread finirà male, vorrà dire che Mario Monti non avrà fatto abbastanza per farla finita con le istituzioni architettate dai partiti. Che era nel giusto chi ragionava: la soluzione Monti implicava i pieni poteri, non i compromessi col 3,9%. Nei secoli della crescita e delle vittorie irresistibili, la Repubblica romana sospendeva all’occorrenza tutte le magistrature e si affidava a un solo capo, munito dell’imperium maximum.

Supponiamo invece che i due consoli, Monti e Napolitano, salvino la patria: non per questo vanno amnistiati e salvati i partiti che nel 1945 si presero l’appalto della cosa pubblica, Qualche settimana fa un regista del regime, Michele Salvati, confessò: “La prospettiva di tornare alla politica com’era fa accapponare la pelle”. Noi avevamo osservato altrove che dopo la fase Monti “poco sarà come prima”. Eravamo stati timidi. E.Galli della Loggia l’ha messa più netta (Corriere, 9 gennaio): “Sempre che il  governo concluda con successo il compito che si è assegnato, nulla sarà più come prima”.

Ha spiegato: “Se Monti riuscisse, segnerebbe un punto di non ritorno. La maggioranza dell’opinione pubblica italiana non sarebbe disposta a ripiombare nel passato, a essere governata come è stata governata fino a novembre. Non sarebbe più disposta, in particolare, a sopportare governi di coalizione: fisiologicamente divisi sulle cose da fare, lottizzati in feudi partitici, intimiditi dai sindacati e dalle lobby di ogni genere, vittime sempre di veti incrociati. Non sarebbe più disposta, infine, ad essere governata da un personale politico da decenni inamovibile, logorato, popolato di mezze calzette (…) L’eventuale successo del governo Monti segna l’inevitabile tramonto della forma attuale dei partiti (…) Con Mario Monti gli italiani hanno già iniziato a prendere confidenza con una leadership di tipo nuovo, democratica ma forte, che mira diritto allo scopo. Si tratta ora di dare a tale nuovo modo di governo forma stabile e regole conformi”.

Galli della Loggia dice giusto, of course. Peraltro sia lecito chiedere: 1) Che farebbe nel concreto l’opinione pubblica ‘non più disposta a ripiombare nel passato’: arriverebbe a voltare le spalle a tutti i partiti, vecchi e nuovi, o si fiderebbe del pentimento e delle promesse di resipiscenza di questo o quel mariuolo? . 2) Che succederà se tra qualche mese i partiti scomunicheranno “la leadership di tipo nuovo, democratico ma forte, che  mira diritto allo scopo” ? 3) Che accadrà se Monti non avrà successo?

Resta la grande importanza della previsione che nulla o quasi nulla sarà come prima.  Proponiamo noi le risposte ai tre interrogativi. Primo: se la minaccia del default venisse meno, Galli della Loggia non dovrebbe fidarsi troppo della fermezza degli italiani. Lasciati a noi stessi siamo da un paio di millenni accomodanti, indulgenti. Avremmo bisogno d’esser messi con le spalle al muro. Secondo: vedi risposta precedente. Terzo: questo è l’interrogativo vero. Se Monti non avrà successo, dipenderà poco dagli italiani o dai partiti,  molto da un fattore X: se sorgerà o no un protagonista alternativo sul serio, che vada ben oltre la novità rappresentata dal Monti che conosciamo, anzi dalla diarchia Monti-Napolitano. Un protagonista che rovesci il tavolo, sospenda le istituzioni, le convenzioni e la Costituzione; che imbocchi la strada delle novità rivoluzionarie, estromettendo i partiti e i personaggi delle passate stagioni. Potrebbe essere, naturalmente, un Monti (o Monti-Napolitano) opposto a quello che conosciamo.

Un po’ meno essenziale è conoscere il pensiero di Galli della Loggia quando evoca un cambiamento “delle regole che presiedono alla formazione e al funzionamento dell’esecutivo e del suo capo, cioè gli articoli della Costituzione che regolano tale materia”. Sta fresco il noto politologo se si aspetta che il Regime si autoriformi ai sensi della Costituzione. La Costituzione è lì perchè nessuno, meno che mai il Mob dei partiti, tenti di liquidare il Regime. Casta delenda est.

A.M.Calderazzi

GENNAIO 2012

-INTERNAUTA esce ogni mese-

NOVITÁ: La redazione aggiornata è in
“CHI SIAMO”
Consultate l’archivio dei singoli autori!

Internauta è un’officina di ideazione, un luogo per proporre e discutere nuove forme di democrazia. Inoltre diamo spazio ad approfondimenti su fatti e idee dal mondo, arte, e diamo cittadinanza a molte opinioni assenti dalla comunicazione di massa. In INTERNAUTA, le linee politiche convivono.

Uno dei modi più vividi di trattare la politica è progettarne il futuro. In questo “Internauta” vanta una credenziale in più. Alcuni di coloro che lo redigono si concentrarono sulle prospettive: nei quotidiani “La Gazzetta del popolo” e “Corriere del Ticino”, nei periodici milanesi “IlConfronto”, “Relazioni Internazionali”, “Europa Domani” e, di recente, in “The Daily Babel” di New York. Formularono previsioni che gli eventi convalidarono:

  • Prima della Primavera praghese IlConfronto additò da posizioni amiche la strada ai comunisti: ribellarsi all’Urss, ripudiare il marxismo, l’operaismo e ogni ubbia sinistrista; convertirsi alla libertà.
  • Ai cattolici propose di disobbedire al Vaticano, nel nome della fede.
  • Nove articoli su “Relazioni Internazionali” durante la Rivoluzione culturale dimostrarono quest’ultima effimera. Mentre i politologi di mezzo modo ipotizzavano che la Cina avesse adottato per sempre la povertà proletaria, noi anticipammo il trionfo dell’economicismo.
  • Nell’estate 1960, quando J.F.Kennedy si candidava alla Casa Bianca, argomentammo quasi soli che la Nuova Frontiera non poteva non essere il vuoto slogan che risultò.
  • Per anni evidenziammo le contraddizioni nei due campi dell’Europa.
  • Mostrammo subito la perfetta inconsistenza del Maggio francese e dell’intero ribellismo studentesco, dagli USA al resto dell’Occidente.

 

Tra gli scenari che si annunciano oggi:

  • Il tramonto della democrazia rappresentativa. Si passerà dal suffragio universale, cioè dalla delega ai politici usurpatori e ladri, a una selezione dell’elettorato attivo. Sarà anche possibile la sovranità di ristretti corpi di supercittadini, sempre selezionati, sorteggiati dal computer. Aggiornata, risorgerà la Polis ateniese.
  • La partecipazione dei lavoratori, volenti o nolenti, ai profitti e alle perdite delle imprese.
  • Le società avanzate accetteranno meno sviluppo e meno benessere. Addosseranno agli alti redditi il tassativo soccorso ai disoccupati e ai precari; fermeranno le avanzate dell’ipercapitalismo; favoriranno alcune rimonte quasi-socialiste.
  • Alcuni dei modelli sociali abbattuti dalle trasgressioni torneranno a valere proprio in quanto generati dai millenni. L’umanità è composta più dei morti, coi loro valori, che dei vivi. E più dei credenti che degli atei.

Molte delle previsioni di “Internauta” non convinceranno. Perciò è probabile si avverino.


NOVITÁ: Nella categoria eBook libri, pamphlet e monografie scaricabili gratuitamente.


Parliamo ai giovani e a chi non vota. I partiti, si fottano.


LOVIS: gli Ex dell’Ispi
Gli articoli sulle idee e i fatti del mondo sono prevalentemente a cura del team Lovis: amici e allievi di Giovanni Lovisetti, che a lungo diresse l’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), a Milano. Gli ex dell’Ispi sono lieti di avere tra loro la vedova di Lovisetti, Laura Fuà traduttrice letteraria, critica musicale, pronipote di Rodolfo e di Ugo Guido Mondolfo.

UN PENSIERO NUOVO PER LA SALVEZZA

Il 5 marzo 1997, undici giorni esatti dopo la tremenda accusa di Sergio Cofferati al governo semi-pidiessino di Romano Prodi (“Non ha fatto nulla per creare occupazione”), abbiamo avuto il secondo colpo di palazzo (reale) dell’ultimo cinquantaquattrennio. Nel primo, il Re Imperatore depose il cavaliere dell’Annunziata Benito Mussolini e lo fece arrestare dai carabinieri del maresciallo Badoglio, anch’egli cavaliere dell’Annunziata. Nel secondo colpo l’Inquilino del Quirinale O.L.Scalfaro ha provato ad assumere dei semi-poteri d’eccezione. Ha convocato Prodi e mezzo governo per dirsi pronto a “firmare provvedimenti d’emergenza” sulla disoccupazione. Plauso dei sindacati, così pensosi del bene collettivo.

Non sarà lo scrivente, che considera la Seconda repubblica peggiore della Prima, dunque destinata a finire male, a deplorare l’attentato di Scalfaro alla Costituzione-una-delle-più-avanzate-al-mondo. Costituzione che sarà magistrale ma non prevede la meritata gogna per il Conduttore della partitocrazia: in questo caso un professore bolognese a lungo ipnotizzato dal capo del Partito della Recidiva comunista. Vadano in malora la Recidiva, il Bolognese e  la macchina costituzional-politica che lo ha installato a palazzo Chigi.

Resta però l’emergenza lavoro. Non è solo italiana: si vedano 4,8 milioni di disoccupati nella vigorosa Germania; e si veda la tempesta che infuria questi giorni per il tentativo della Renault di liberarsi di seimila persone superflue. Poiché 3100 di tali superflui sono occupati nello stabilimento Renault di Vilvoorde (Belgio), il capo del governo di Bruxelles, Jean-Luc Dehaene, ha condannato aspramente il tentativo dell’azienda francese. Ha invocato non solo “un’autentica regolazione sociale” e “chiare misure d’armonizzazione sociale” ma anche “controlli contro i disinvestimenti”. Si è unito alle rampogne il sovrano Alberto II, subito promosso da ‘Repubblica’ a “Re delle tute blu”.

Capito? Credevate che Bertinotti, recidivo in cachemire, avesse plagiato il patron di Nomisma, e basta. Invece no: Jean-Luc, momentaneo gestore di un contesto ipercapitalista anzi plutocratico quale il Belgio, si mette  a maledire il mercato; e così pure il suo Sire e il presidente della Commissione europea, Jacques Santer.

Nel 1996 Renault ha perso circa 1500 miliardi di lire e una parte della sua produzione resta invenduta: anche perché l’Europa intera ha una sovracapacità di 3-4 milioni di veicoli. Non ci sono abbastanza compratori, il mercato è saturo. Se governanti come i summenzionati tentano di impedire alla Renault di ridimensionare una produzione generatrice di perdite, vuol dire una cosa assai semplice e assai grave: si tenta di rilanciare l’assistenzialismo; di ricacciare indietro la storia; di far andare il fiume dal piano al monte. Ecco il senso della ‘badogliata’ di Scalfaro: “Sono a disposizione per firmare decreti che creino lavoro”.

Se lo tolga dalla testa. Lo Stato -il nostro, quello belga, francese, tedesco, eccetera- non ha più le risorse per creare attività. Se le avesse, dovrebbe destinarle ad altri scopi (il tracoma in Africa, p.es., non la prosperità piccolo-borghese, con seconda casa, dei dipendenti di Vilvoorde). Il lavoro lo crea l’economia cioè la realtà, non il governo. Il governo è giusto dia un soccorso a chi ha perduto il pane. Il governo genera solo lavoro falso, cioè prodotti senza acquirenti. Oppure crea ‘infrastrutture’, ossia cose che le società ipersviluppate hanno già in eccesso:  autostrade e aeroporti elettorali,  università ciascuna delle quali sforna disoccupati o spostati (a volte molto bravi: mai sentito parlare  dei laureati a spasso? Degli ingegneri messi in libertà?). Oppure ancora il governo può elargire incentivi, per esempio per la rottamazione di auto. Ma sono un doping, drogano il mercato. Infatti, passati gli incentivi, la Renault ha bisogno urgente di licenziare. Nessun Tesoro dell’Occidente dispone di attivi da destinare alla creazione di posti di lavoro, veri o finti che siano, perchè non può collocare d’imperio ciò che gli esuberi producono.

Allora. Se lo Stato, qualunque Stato, non può/non deve fare quasi più niente per giustificare buste paga, e intanto la globalizzazione incalza con minacce ancora più scure di quelle che conosciamo, da dove verrà il pane per i disoccupati? I politici che gestiscono o malversano l’Occidente non hanno più risposte. Gli economisti della cattedra, dei think tanks, delle banche, delle corporations, delle foundations, delle confederazioni, neppure. Le soluzioni vanno cercate fuori dell’ufficialità, dell’Establishment, del know-how riconosciuto dai media. Vanno cercate ovunque ci sia intelligenza creativa, coraggio fino all’estremismo visionario, in ogni caso noncurante della correttezza politica.

Ecco un soluzione, che non viene da un teorico ma da un imprenditore, abituato a confrontarsi coi problemi reali: il Contratto libero. “Dare ai giovani e a tutti la possibilità di scegliere, al momento dell’assunzione, tra i contratti di lavoro esistenti e un nuovo Contratto Libero: quest’ultimo organizzato su paghe più alte, tasse e contributi più bassi, sanità e previdenza a scelta e a carico del lavoratore. L’idea base è di saltare (quasi) completamente le intermediazioni pubbliche ( Stato, sindacati, associazioni), dare ai dipendenti più reddito e più responsabilità. Il Contratto Libero creerebbe nuovi posti di lavoro e alleggerirebbe il contribuente di oneri per assistenza e previdenza. Una rete di protezione per i più deboli, i più imprevidenti, perfino i più fannulloni assicurerebbe un Reddito Minimo Sociale, crescente coll’età e indicizzato all’inflazione”.

E’ possibile confutare questa o quella delle proposte dell’ingegnere-imprenditore milanese che si firma Peter Pan, non la loro logica complessiva: a meno di non volerle contrapporre una logica complessiva ancora più drastica e dirompente. Peter Pan non addita utopie, bensì temperamenti e razionalizzazioni dell’esistente.  Quando l’economia sociale di mercato e la ‘bonomia’ del capitalismo sono rimaste nude occorre ascoltare gli eterodossi. Occorre rifiutarsi al consenso, alla saggezza condivisa, al plauso delle confederazioni. Oggigiorno, nel mercato globale, il Contratto Libero o altre formule di rottura possono dare pane, non i vertici e i decreti di Scalfaro. Non le ingiunzioni di Dehaene o le allocuzioni al burro di Alberto del Belgio. E nemmeno le algebre liberiste dei grattacieli della finanza.

Erano pensieri del 1997. Oggi che le cose sono peggiorate, gli spunti innovativi offerti da Peter Pan ingegnere imprenditore -era Giorgio Peterlongo, di cui lo scorso maggio Internauta pubblicò l’e-book Lo Stato siamo noi- sembrano in qualche misura affiorare nel piano Ichino, cui  dicono si ispireranno le innovazioni di Mario Monti in materia di lavoro. Ma se il finanzcapitalismo  corrente non coglierà la ragionevolezza di metter fine alla consociazione coi sindacati conservatori e coi politici ladri; di ripudiare lo Stato imprenditore produttore di  debiti; di abiurare la fandonia della crescita permanente; di fingere di non sapere che i paesi nuovi sapranno produrre ‘tutto’ per il pianeta intero; allora dovrà sorgere un Pensiero ancora più nuovo.

Dovrà proporre il ritorno generale alla parsimonia, e anche alla povertà;  la cancellazione-avocazione della ricchezza dei pochi; la caduta degli imperativi della produttività e della proprietà individuale. Il Pensiero non delle riforme ma della rivoluzione intimerà a dare la certezza del pane -e poco più del pane- a tutti grazie alla condivisione quasi-egualitaria, al semi-socialismo e alla disciplina delle gilde, dei conventi e dei kibbuz. Le vacche sono macilente, non è più tempo di rising expectations e  di salvataggi di Stato. Addio all’edonismo, sia  elitario sia di massa. Abbiamo ballato, come raccontò un film, la sola estate di Craxi Prodi D’Alema Berlusconi.

A.M.C.

 

NEMMENO MONTI TAGLIERA’ LA SPESA

Vendere i gioielli nazionali, oppure spingere la metapolitica

Sergio Ricossa appoggiava così, nel maggio 1997, la formula di Giorgio Peterlongo industriale milanese in merito al debito pubblico: “Il suo merito è di voler correggere la disgraziata anomalia italiana del debito pubblico mediante un’altra nostra anomalia, questa volta felice: l’Italia possiede un patrimonio pubblico all’attivo enorme anche rispetto al debito pubblico al passivo. Ciò che la proposta ci invita a fare è spostare l’attenzione dal conto delle entrate e delle uscite allo stato patrimoniale (…) La semplice ricetta è alienare quote dell’attivo per rimborsare quote del debito pubblico”. In effetti era ed è una delle idee migliori affiorate dalla fine della guerra, in Italia e altrove in Occidente: anche perché muove dal realismo, anzi da due piani di realismo.

Il primo è quello del senso comune: chi è carico di debiti ma possiede gioielli e sale sontuose, venda i gioielli e le sale invece che fare assegnamento sulla temporanea incapacità a confiscare dei  creditori. L’altro piano di realismo è di percezione meno immediata, anzi richiede ragionamenti concatenati e complessi. In breve la proposta Peterlongo, ‘spostando l’attenzione allo stato patrimoniale’, valutava che le entrate non fossero aumentabili e le uscite non fossero tagliabili. Era un pessimismo storico da condividere.

L’ultimo mezzo secolo abbondante dovrebbe averci convinto che la politica, qualsiasi politica anche quella di Ronald Reagan, è incapace di incidere sulla spesa. Non solo nell’Italia di Fini e Fiom, anche nella Germania di Merkel, nella Francia di Sarko, negli USA di Obama, anzi del Federal Reserve System, operano congegni, diciamo così, di ‘stabilizzazione giroscopica”. Nei transatlantici più raffinati apparecchiature pesanti decine di tonnellate, con rotori, motori e un giroscopio pilota, smorzano e quasi annullano le oscillazioni del rollio e del beccheggio. Nelle società avanzate non c’è Thatcher che tenga: quando si ingrossano le spinte liberiste e ‘per uno Stato leggero’, entrano da soli in azione i girostabilizzatori: ricche dame che si mobilitano per Pisapia (un tempo Bertinotti) e per i centri sociali, figli di appaltatori senza cuore che lottano a fianco dei clandestini, capiracket sindacali che esigono la concertazione, vescovi che additano il ‘diritto al lavoro’ (diritto che la realtà nega e che comunque si asserisce solo a beneficio dei sottoproletari ultimi; non, per esempio, dei giovani laureati o dei disoccupati di mezz’età).

I giroscopi della solidarietà, del rimorso storico, della conta dei voti ed altri sventeranno sempre i tagli grossi alla spesa. Sono intoccabili gli sprechi mastodontici, i privilegi odiosi, le rapine quotidiane: si vedano le sovrapensioni e le liquidazioni dei grossi mandarini, di Stato e no. Dunque, dico io, la politica è impotente ad abbassare la spesa. Dovrebbe intervenire la metapolitica: spinte ideali, prima di tutto di natura religiosa, idonee a sospendere attraverso la crociata anticonsumistica i meccanismi della politica convenzionale.

E’ legittimo non credere al ruolo demiurgico della metapolitica. Però il debito pubblico va tagliato. La spesa quasi non scenderà. Le entrate non saliranno. O la metapolitica, concludo io, o vendiamo i gioielli spocchiosi e inutili, cominciando  dal  Quirinale  di Roma e dai quirinalicchi di provincia.                                                                                                          

A.M.C.

GERMANIA: QUARTO REICH O WEIMAR 2?

Un catastrofista -senza dubbio uno che normalmente sbaglia, e qualche volta no- avrebbe il diritto di affermare: contro tutte le apparenze la salda Germania si trova di nuovo a un bivio fatale. O si fa condottiera, cioè  egemone, di un’Europa da unificare volitivamente, oppure rischia di trovarsi Die Zweite Weimarer Republik.

Dio sa se qui si vuole dir male della repubblica di Weimar, sfortunato tentativo, 93 anni fa, di far nascere una Germania di pace. Tuttavia i fatti della storia sono crudi. Weimar non fu solo assassinata da Hitler; fu anche il grembo che generò il matricida. Il socialdemocratico Otto Braun, che fu importante Ministerpraesident della Prussia, scrisse che furono due le cause del fallimento di Weimar: Versailles e Mosca (quest’ultima per l’errore d’aver visto la Germania sconfitta come il grande paese d’Occidente più maturo per la rivoluzione). Invece Otto Braun avrebbe dovuto aggiungere un terzo assassino, l’ingenuità o l’inefficienza politica del popolo germanico. Essa risaliva a mille anni prima, quando la stirpe tedesca non seppe usare quella formidabile leva ghibellina che era l’Impero, e il grande Federico II svevo si trovò angariato da un papato prevaricatore e dai botoli suoi seguaci periferici.

L’ingenuità nazionale si fece irreversibile tra il 9 novembre 1918 (proclamazione della repubblica)  e il 30 gennaio 1933 (avvento di Hitler). Anzi l’inanità moderna dei tedeschi in politica si dispiegò esattamente 150 anni fa, quando Bismarck prese il governo della Prussia e la nazione, inclusi gli avversari, si fece stregare dall’imperioso carisma del nuovo cancelliere. Il popolo più importante d’Europa, il più colto del mondo, decise di non essere adulto per la politica. Così dal bismarckismo accettò la modernizzazione autoritaria (ma anche l’avvio del welfare, insuperato agente di consenso, anzi di giustizia). Mezzo secolo dopo i tedeschi accettarono dal pensiero unico di Weimar l’abbaglio della supremazia della Costituzione, della democrazia e delle elezioni; dimodoché l’Adolf Hitler in cilindro esercitò il diritto di farsi Fuehrer in quanto capo del primo partito del Reichstag. I troppo numerosi cancellieri repubblicani, prodotti del parlamentarismo e della democrazia, furono il simbolo e l’essenza stessa della ‘Deutsche Republik’ lanciata da Ebert e Scheidemann.

Migliaia di libri sono stati scritti sul sopruso compiuto nel marzo 1933 dalla classe di potere (con buona pace dei tremendi spartachisti del ’18, poi dei duri del partito comunista KPD, comandavano i magnati della finanza e gli Junker dell’Est). Quasi tutti sanno che il colpo di far cadere il governo Schleicher e di chiamare Hitler fu opera dei personaggi più vicini al feldmaresciallo presidente Hindenburg: l’ex-cancelliere von Papen, il banchiere Schroeder, il figlio Oskar von Hindenburg, il segretario di Stato Meissner, pochi altri.

Quando il ‘generale sociale’ Kurt von Schleicher, predecessore di Hitler, aveva tentato nei tre mesi  alla Cancelleria di mettersi al di sopra degli antagonismi tra classi e tra gruppi, il popolo si era aperto a lui perché era apparso l’uomo forte che avrebbe dato lavoro ai disoccupati. Ma Schleicher  non era forte. Due giorni prima dell’avvento di Hitler fu rovesciato dai fiduciari di Hindenburg, che temevano il socialismo e la rovina dei grandi agrari. L’opinione pubblica si fece convincere  che lo stato d’emergenza consigliato da Schleicher era un attentato alla legalità costituzionale, mentre Hitler l’avrebbe difesa. Schleicher morirà assassinato nel giugno 1934. Come osserva lo storico Golo Mann, figlio di Thomas, a Hitler la Costituzione importava così poco che non si curò di abrogarla. La conquista hitleriana del potere avvenne legalmente, non fu un colpo di Stato. “Gran parte del popolo voleva Hitler. La sua nomina corrispose a un principio essenziale della democrazia”.

La nazione e il mondo, aggiungiamo noi, devono Hitler alla democrazia.

Anche queste cose fu Die Weimarer Republik: la credulità democratica, il legalismo costituzionale, la correttezza politica, la rassegnazione ai mali del parlamentarismo, la paralisi della decisione per i conflitti tra i partiti di massa, la modestia del personale dirigente repubblicano, l’eccessivo rispetto del congegno generato dalla sconfitta militare, l’ipertrofia stessa della ragionevolezza disciplinata.

Alcune di queste  anomalie potranno agire nella Bundesrepublik. Se la sua classe dirigente perderà l’occasione “imperiale” offerta dalla rifondazione dell’Europa; se prenderà troppo sul serio i trattati; se prevarrà il rispetto delle procedure, delle logiche istituzionali, della legalità; se continuerà il divertente perbenismo per cui Berlino è pari a La Valletta; più ancora, se la Germania si impoverirà assieme all’Unione e a una parte del mondo, qualcuno con la tempra necessaria si ergerà ad accusatore e ad eversore. Non occorre sia un nuovo Hitler.

Basterà un demagogo minore, capace di convincere che la Germania avrebbe potuto farsi  Caput Europae.  Che un ordine meritocratico del mondo dovrebbe esaltare  il retaggio germanico. Che lo Herrenvolk non doveva abbassarsi a dipendere dal veto di Lilliput. Che Merkel o altri saranno stati gli Ebert, gli Erzberger, i Rathenau dei nostri giorni, succubi di una nuova Versailles. I gestori d’oggi, poveri di estro creatore e ipoassertivi, potranno essere scalzati sia dalle macchinazioni dei nemici -la Gran Bretagna, gli USA, i loro clientes- sia dalla vendetta della nazione.

Un quarto Reich potrà essere più fortunato dei primi tre.

A.M.Calderazzi

GOVERNO TECNICO, PER SEMPRE!

Gli italiani sono quasi tutti gratificati, gioiosamente sorpresi, di avere un governo composto di tecnici invece che di los politicastros (v. “Viva la sconfitta della politica”, by Nemesio Morlacchi). Non pochi di noi sognamo che i tecnici (non necessariamente la compagine Monti) restino a gestire dopo l’emergenza. Non ha limiti la felicità che i capimariuoli dei partiti possano un giorno, a Dio piacendo, essere scacciati durevolmente da tutti i livelli del potere.

Questa la premessa. La conseguenza: il governo Monti, fatto di gente iper-esperta di qualcosa di  rispettabile piuttosto che di frodi partitiche, è la prefigurazione di come potrà essere l’Esecutivo quando vigerà la Democrazia Diretta Selettiva al posto del congegno attuale, ormai largamente riconosciuto il peggiore (una delle rilevazioni più recenti dà che ha stima dei partiti il 10% degli italiani).

Ha scritto (‘Corriere’, 6 dicembre) Michele Salvati, l’accademico ed ex-parlamentare che firmò il progetto del Pd: “In nessun paese civile il discredito per la politica e i partiti è elevato come in Italia. L’idea che nel 2013 si ritorni alla politica che abbiamo conosciuto in questi anni credo faccia accapponare la pelle a tutti”. E inoltre: “Il governo Monti mette in crisi la stessa funzione di rappresentanza dei partiti, il loro ruolo di tramite tra la società e le istituzioni (…) E’ colpa del sistema politico se le cose sono diventate così dure. La politica democratica, dipendendo dalla continua approvazione degli elettori,  fa ovunque fatica ad adottare una ‘vista lunga’, a perseguire un indirizzo vantaggioso per il Paese nel lungo periodo”.

Quando ci convinceremo che il suffragio universale è dannoso ed è un’impostura, quando scopriremo che per gestirci non abbiamo bisogno degli eletti, tenie intestinali della politica, quel giorno potremo decidere che la Polis, il corpo politico deliberante, sia composto p.es. di mezzo milione di ‘supercittadini’, persone estratte a sorte -per turni brevi- tra quegli iscritti all’anagrafe che risultino al di là di ogni dubbio possessori di determinati requisiti oggettivi: cultura, esperienze lavorative, meriti civici quali il volontariato prestato per x anni, etc. Informati e documentati telematicamente, i supercittadini-per-un-turno potranno anche partecipare alle decisioni più importanti, senza muoversi di casa. Una quindicina d’anni fa Mario Monti dichiarò concepibile un futuro passaggio alla democrazia elettronica.

All’interno di questa Polis ‘neo-ateniese’ si potranno accorpare, sempre per sorteggio e in rapporto  a meriti e a circostanze oggettivabili cioè fattuali, un certo numero di classi a qualificazione crescente e di numeri progressivamente più ristretti. Nella classe base verrebbero individuati random  i decisori e gli amministratori meno elevati;  in una categoria di media qualificazione e di numeri più piccoli (p.es. ordinari d’università, tecnici settoriali di riconosciuta competenza, imprenditori anche modesti ma che vantino risultati accertabili, operatori sociali) verrebbero sorteggiati i membri pro tempore di assemblee e organismi di livello intermedio. La classe più alta, un’élite di poche centinaia di persone che abbiano raggiunto le posizioni del livello massimo, fornirebbe per sorteggio e per turni brevi  (non rinnovabili, oppure rinnovabili una sola volta) i membri del governo, i quali potrebbero anche alternarsi alla guida dello Stato (fa così la Svizzera).

La società, non la politica cioè l’elettoralismo, produrrebbe le decisioni. La deliberazione avverrebbe in rapporto alla saggezza dei migliori e non, come oggi, in rapporto ai giochi elettorali.

E’ ovvio che non parliamo solo dell’Italia. La peggiocrazia espressa dalle urne governa i sistemi rappresentativi più pretenziosi di tutti, quelli americano e britannico, da quasi tre secoli e con risultati scadenti. Proprio negli USA sono state formulate, una ventina d’anni fa, le ipotesi più avanzate sulla liquidazione della democrazia rappresentativa, dunque della delega elettorale. La storia di ogni altro paese a reggimento parlamentare-partitico fornisce solo conferme peggiorative rispetto a quelle anglosassoni.

Nei 70 anni che è durata, la Terza Repubblica francese, col suo centinaio di governi, si confermò il peggiore dei prodotti del parlamentarismo (elettoralismo più scandali). Tra l’altro la Troisième si macchiò d’aver voluto due Guerre mondiali: la Prima, vittoriosa, la dissanguò di energia vitale oltre che di sangue, la Seconda le inflisse la più grave sconfitta militare della storia intera. L’uomo della strada, quello chiamato a combattere o ad offrire i figli alla patria, avrebbe voluto, se suo fosse stato il potere come ad Atene, due guerre così terribili? Dopo una Quarta Repubblica persino più malata della Terza, la Francia fu salvata da un quasi monarca, benemerito demolitore delle sue istituzioni e prassi demoparlamentari.

Ma è la crisi attuale dell’Occidente a fornire le prove più decisive contro la gestione dei politici. Dal 2008 è costata quasi 8 mila miliardi di dollari solo agli Stati Uniti. Se le grandi nazioni capitalistiche sono tanto indebitate è perchè i loro politici hanno addossato alle generazioni future  il prezzo dell’elettoralismo. Se i governanti e i decisori non avessero avuto  bisogno di farsi rieleggere, avrebbero valutato i problemi in rapporto a considerazioni elettorali, o invece avrebbero deciso al meglio della loro prudenza?

Far deliberare e governare ai migliori, scelti a caso (random) però per turni brevi e sotto la vigilanza delle varie istanze di democrazia diretta, referendum compreso, significherà anche l’impossibilità che le grandi masse si facciano trascinare dai demagoghi. Le grandi masse non meritano di contare. I molto qualificati, i più dotati, i più efficaci nella loro azione, se privati dal sorteggio e dal turno di volgere a vantaggio proprio o dei partiti e cricche i frutti della loro gestione, risulteranno per definizione i governanti migliori e i più disinteressati. Alla fine del mandato dovranno dare rendiconto non ai greggi elettorali, ma a giudici che potranno espropriarli di tutto e gettarli in carcere. Il giudizio degli elettori, sono secoli che è illusorio: essi possono solo eleggere altri politici, per definizione altrettanto pessimi quanto quelli estromessi.

Non c’è più bisogno di dimostrare che i politici eletti sono i peggiori tra noi. E’ vero, a volte si eleggono scienziati e grandi tecnici: ma nei partiti non contano nulla, ostaggi dei politicastri.

A.M.C.

14 ANNI FA PROPONEMMO MARIO MONTI AL QUIRINALE

Per la serie, “l’avevamo detto noi”, emerge dal nostro archivio un articolo (Contrelzeviro )(dal settimanale ‘La Svolta”, 23 maggio 1997 ) che già parlava dell’attuale presidente del consiglio…

Una più desolante dell’altra le previsioni che si fanno per il dopo-Scalfaro. E’ corso il nome di un inquilino della Farnesina, con credenziali quali “al Fondo Monetario Internazionale ha acquisito un ottimo inglese”. Tralasciamo alcuni speranzosi ancora più implausibili, per arrivare all’ipotesi agghiacciante: “Se D’Alema diverrà capo del governo, Prodi potrebbe passare al Quirinale”. Un vaticinio così atroce non è venuto da gente che vuole male all’Italia -nel qual caso si spiegherebbe- bensì dagli inviati di punta di ”Time’, grande testata di un Paese alleato e amico, come si usa dire. La quale testata ha pubblicato di recente uno speciale sullo Stivale. Fortuna, per detti inviati di punta, che negli States non si appassionano alle nostre cronache. Altrimenti, puta caso Prodi si insediasse davvero nella Reggia della Repubblica con la sua bonomia di cobra dalla bocca senza denti, ve li immaginati gli scongiuri sui marciapiedi di Manhattan al passaggio dei giornalisti menagrami di ‘Time’?

Basta deridere i fan newyorkesi di Romano; e basta scherzare sulle cose serie. Potremmo considerare candidature meno esiziali: e qualcuna risulterebbe un ‘godsend’, un regalo degli Dei. Ecco quella avanzata, non per scherzo, da questa rubrica ‘Contrelzeviro’: Mario Monti. Perché nume della Bocconi, sì certo. Perché agisce con dignità nella plancia dell’Unione Europea, unica patria cui votarsi dopo gli scempi di tante guerre, anche. Monti è l’uomo che il 27 aprile 1997 ha detto al ‘Corriere della Sera’ verità misurate ma severe sulla nostra classe di governo: “La vita politica è andata avanti spesso con un afflato etico verso la solidarietà verbale (…) Nella tradizione italiana ci sono molti punti di forza, non il rispetto delle scadenze e delle cifre”. Quando l’intervistatore ha ricordato una definizione di Prodi (“i parametri di Maastricht sono tabelline che si infischiano della realtà”)  Monti ha risposto grave che “questi valori quantitativi hanno un significato di riforma dei comportamenti”. In che sono sbagliati i nostri comportamenti? Monti: “Scarsa affidabilità complessiva. Oggi in Europa sono molto diffusi i dubbi. Solo otto o dieci anni fa tutti gli elementi del modello dell’economia sociale di mercato, che poi è diventato la costituzione di Maastricht, venivano contestati dalla cultura politica italiana (…) L’Italia non ha una tradizione di grande affidabilità nel rispetto degli impegni. In quanto la moneta unica determina una convivenza enormemente più stretta di prima, l’Europa richiede più di prima affidabilità reciproca. Ogni Paese ha bisogno, più di prima, che tutti gli altri rispettino gli impegni”.

Nella nostra interpretazione, sotto il garbo di Mario Monti c’è l’amara denuncia di una disonestà nazionale cui non può che corrispondere, nella classe politica, una ripugnanza istintiva per le leggi dell’etica. Uno che pensa queste cose non è un tipico politico italiano: dunque  a lui andrebbe affidata la prima magistratura. Non solo. Il popolo farebbe bene a dargli pieni poteri per fare piazza pulita di ‘questi politici’. Forse il professor Monti sarebbe troppo civile, e troppo clemente, per liberare a frustate il Tempio dai mercanti. Ma la sfortuna vera è un’altra: i nostri politici potrebbero sì mettere uno come Monti a capo dello Stato o del governo, ma col proposito fermo di legargli mani e piedi.

Antonio Massimo Calderazzi

L’EUROPA E’ IL MEDITERRANEO (CON LE SUE APPENDICI NORDICHE)

In risposta al commento del Prof. Gianni Fodella all’articolo “Monti si ispiri all’alba Meiji…”   

Caro Gianni,

mi inorgoglisco di dare del tu a chi alcuni lustri fa mi insegnò da maestro -maestro è chi conosce ciò che i discepoli ignorano- che in Asia gli sviluppi di prima grandezza possono arrivare senza segni premonitori, o con segni che solo i cognoscentes e gli iniziati colgono. Ti riferivi sorattutto alla Cina: tu sapevi, io no, che la attendeva un futuro portentoso, più vasto che il suo impero smisurato del tempo della gloria piena.

Oggi ti devo un altro riconoscimento: ciò che in Internauta di novembre hai precisato quanto al mio pezzetto sulla Restaurazione Meiji in Giappone e all’insegnamento che Mario Monti dovrebbe trarne per entrare nella storia è integralmente vero: “L’ascesa del Giappone causò lutti e rovine ai paesi vicini, sofferenze ai giapponesi”. Antimilitarista dalle elementari, negatore anche delle guerre patriottiche e ‘giuste’, davo per conclamati i lutti, le rovine, le sofferenze provocate dal ferino espansionismo del Sol  Levante.

Invece ti chiedo: non fu positivo per l’umanità che un paese arretrato si trasformasse di colpo in grande nazione moderna? Dal loro Walhalla, Goethe e Prometeo dovettero ammirare per lo meno il fatto animale, la bravura senza limiti, la fulmineità dell’azione degli scardinatori Meiji. Se nel 1941-42 l’orgoglio imperiale di americani inglesi olandesi francesi fu stracciato dai nipoti dei pescatori, contadini e samurai morti di fame; se Filippine Malesia Singapore Indocina Indonesia caddero ineluttabilmente a conquistatori quasi scalzi; ciò non insegnò molte cose al mondo intero?

All’Asia insegnò che poteva liberarsi della dominazione occidentale. Passata la guerra la vittoria finale andò a quelle nazioni, non agli imperialisti. Se nessuno al mondo poté concepire che americani britannici olandesi francesi sapessero vincere le vittorie dei nipponici, vuol dire che le imprese del Giappone tra il 1868 e il 1942 furono un’eruzione senza precedenti di energia umana e, inevitabilmente, di genio creatore. Nulla di simile è più avvenuto, a parte l’insuperabile vittoria dei vietnamiti sul dinosauro statunitense. Detto questo mi darò vinto se qualcuno  dimostrerà che il Giappone avrebbe potuto farsi una terribile Cartagine capace di umiliare Roma senza battere l’impero degli Zar prima, poi, per un corto biennio, tutte le potenze coloniali di allora.

Ricordo queste cose non per duellare sulle prodezze militari che seguirono alla trasfigurazione Meiji. Al contrario, per condividere il tuo giudizio: “Gli artefici della Restaurazione non fecero ricorso a ideologie o ad esempi del passato, non agirono in funzione di idee preconcette, ma con disincanto e determinazione”. Hai piena ragione quando scrivi che con pari disincanto e determinazione Mario Monti “dovrebbe dichiarare apertamente che l’Italia può fare a meno dell’Europa, mentre l’Europa non potrebbe esistere senza l’Italia”.

E soprattutto ammiro senza riserve la tua definizione dell’Europa: “quella entità geoculturale che  sarebbe meglio chiamare Mediterraneo con le sue appendici nordiche”. Nulla è più coraggioso e perforante, oggi, che rimettere il Mediterraneo al cuore della Storia.

Credimo il tuo

A.M. Calderazzi

 

 

 

 

 

21 MILIONI DI REDUCI DI GUERRA NEGLI USA

Più degli abitanti di Portogallo e Belgio sommati…

Secondo ‘The Economist’

Budget battles and a stagnant economy greet America’s soldiers as they return from Iraq and Afghanistan. Around 800,000 vetertans are jobless, 1.4 m live below yhe poverty line, and one in three homeless adult homeless adult men in American is a veteran. Though the overall unemployment rate among America’s 21m veterans in November (7.4%) was lower than the national rate ((8.6%), for vetetrans of Iraq and Afghanistan it was 11.1%. And for veterans between the ages of 18 and 24, it was a staggering 37.9%, up from 30.4% just a month earlier.

Since so many soldiers lack a college degree, the fact that the recession has been particularly hard on the less educated hits veterans disproportionately. Large numbers of young vetetrans work -or worked- in stricken industries such as manufacturing and construction.  More than 1milion  new veterans are expected to join the civilian labour force over the next four years.

And of course it is also occurring in fiscally straitened times, though it looks as though this will affect veterans’ services less than other parts of the federal government. Though there have been some small fee increases for veterans covered by Tricare, the military health-insurance programme, significant cuts to veterans’ benefits are unlikely, and for good reason. Military pay is far from generous, and the benefits are comprehensive but hardly gold-plated or easy to navigate. Not for nothing is a popular online forum for veterans wending their way through the bureaucracy of the Department of Veterans Affairs (VA) called HadIt.com.

Still, even if services are not cut, they are unlikely to improve as steeply as they did in the last decade, when between 2003 and 2010 the VA’s budget more than doubled. Jeff Miller, who chairs the House Veterans Affairs Committee, says he and veterans’ organisations are “in a position of defence” against any potential cuts, and says he worries about the effects of the big and supposedly mandatory defence cuts occasioned by the supercommittee’s failure last month to reach agreement on the deficit. For the next year at least benefits are safe: the VA is funded two years in advance, and after a slight dip from 2010 to 2011, in 2012 its budget will increase.

But its costs are also rising. Despite the influx of young returning soldiers,America’s veteran population, like the general populace, is ageing and living longer: the number of veterans aged 85 or older is forecast to grow by 20% in the next decade. Improvements in military medicine have thankfully reduced mortality rates for soldiers injured inIraqandAfghanistanas compared with battlefield injuries in previous wars, but those soldiers often require specialised, long-term mental and physical care. The VA has done a lot to make access to its services easier, as of course it should, but this has resulted in rising numbers of claims. And then there is the problem of joblessness, which keeps unemployed veterans on VA health care rather than getting it from a private insurance programme offered by an employer, as most Americans do.

A wide array of government programmes have failed to get veterans back to work. The Post-9/11 GI Bill, signed into law by George Bush junior in 2008, has at least helped veterans go back to school: it pays for education and training for all veterans who served more than 90 days in the armed forces afterSeptember 11th 2001. Barack Obama created a Council on Veterans Employment in 2009, and the federal government hired over 70,000 veterans in both 2009 and 2010. On November 21st Mr Obama signed a bill offering tax credits to employers who hire unemployed or disabled veterans. Michelle Obama and Jill Biden, the vice-president’s wife and the stepmother of a soldier, have launched a campaign on behalf of veterans and military families. The Department of Labour offers an online employment service, as well as counselling for veterans at its 3,000 career centres dotted around the country.

Still, commissions, initiatives and incentives can only go so far. The transition from a regimented military life to the unstructured vastness of civilian life is difficult. Susan Hampton, who helps returning veterans at one such centre inCorbin,Kentucky, says that soldiers often have trouble translating their military skills into marketable civilian ones. Besides which, says Glenn Campbell, a Marine veteran who now helps match returning soldiers with employers and job openings in eastern Kentucky, “résumés scare a lot of people”—particularly soldiers, accustomed to being told where to go and what to do, and suddenly having to figure out, rather than being told, what employers want.

Over 2m soldiers served inIraqandAfghanistan. That may sound like a lot, but it accounts for less than 1% of Americans. Many soldiers return to find themselves the only people in their towns or communities who served. Jon Soltz, who spent the last year serving in Iraq as a major advising the Iraqi army and before that headed a left-leaning veterans-advocacy group called Votevets, went to the bank a couple of days after he returned home. He told the teller he no longer lived at the address on file, and had spent the last year inIraq. “She asked me if I was there on vacation…People aren’t going to understand. People aren’t living it. It was a chosen war, and the country was never really engaged in it.” Perhaps. But as unpopular as the war became, at least its opponents have not vented their anger at returning soldiers, as many did afterVietnam. As Mr Campbell notes, “veterans get more honour and respect than anybody” in his part of the world. And that is largely true elsewhere too: returning veterans do have a distracted nation’s gratitude. But gratitude alone never paid a bill.

PUBBLICITA’: CASA EDITRICE INTERLINEA

Interlinea Edizioni: novità in libreria per l’estate 2011

La casa editrice Interlinea propone le sue ultime pubblicazioni per l’estate 2011: è possibile acquistare direttamente dal bookshop o scrivendo a . Gli ordini saranno evasi a partire dal 22 agosto 2011.

Alberto Toscano
Critica amorosa dei francesi
Presentazione di Corrado Augias
pp. 232, euro 14, isbn 978-88-8212-779-4

Bob Dylan. Play a song for me
Testimonianze

A cura di Giovanni Cerutti
con una nota di Alessandro Carrera
pp. 104, euro 12, isbn 978-88-8212-778-7

Antonella Diegoli
L’amore cambia tutte le cose
Prefazione di Gianni Mussini
Con una nota di Eugenia Roccella
pp. 68, euro 12, isbn 978-88-8212-787-9

Enrico Testa
Una costanza sfigurata
Lo statuto del soggetto nella poesia di Sanguinet
i
pp. 64, euro 10, isbn 978-88-8212-791-6

Carlo Sini
L’arte, le api e Darwin. Conversazioni
A cura di Sergio Fava
pp. 176, euro 12, isbn 978-88-8212-768-8

Mario Pinchera
Lingua d’ok
pp. 136, euro 12, isbn 978-88-8212-775-6

Le muse cangianti
Tra letteratura e arti figurative

A cura di Giovanna Ioli
Testi di Giorgio Bertone, Guido Davico Bonino, Carlo Carena, Marcello Ciccuto, Pietro Frassica, Giovanna Ioli, Pier Vincenzo Mengaldo, Salvatore Silvano Nigro, Carlo Sini, Sebastiano Vassalli
pp. 120, euro 20, isbn 978-88-8212-804-3

Enrica Gnemmi
Il muro di Berlino
a cura di Paolo Zoboli
pp. 280, euro 20, isbn 978-88-8212-751-0

Di Orta un Po. Scrittori torinesi in riva al lago
A cura di Giovanni Tesio. Testi di Alessandro Defilippi, Gian Luca Favetto,
Fabio Geda, Davide Longo, Alessandra Montrucchio, Margherita Oggero, Laura Pariani, Giancarlo Pastore, Sergio Pent, Alessandro Perissinotto ed Enrico Remmert
pp. 136, euro 10, isbn 978-88-8212-745-9

Guido Petter
La prima stella. Valgrande ’44
Con una nota di Mauro Begozzi
pp. 128, euro 10, isbn 978-88-8212-771-8

Franco Spazzi
La cuscénza di tram

con note di Alberto Casiraghy e Alberto Castaldini
pp. 144, euro 14, isbn 978-88-8212-808-1

Renato Pennisi
La notte

Presentazione di Giovanni Tesio
pp. 88, euro 12, isbn 978-88-8212-769-5

Lo stato poetico
con sculture di Marco Nereo Rotelli
e note di Lucrezia Lerro e Annamaria Orsini
pp. 64, € 12, isbn 978-88-8212-806-7

Ufficio stampa Interlinea, via Pietro Micca 24, 28100 Novara, telefono 0321 612571,
fax 0321 612636, edizioni @interlinea.com, www.interlinea.com

DICEMBRE 2011

-INTERNAUTA esce il 15 di ogni mese-

NOVITÁ: La redazione aggiornata è in
“CHI SIAMO”
Consultate l’archivio dei singoli autori!

Internauta è un’officina di ideazione, un luogo per proporre e discutere nuove forme di democrazia. Inoltre diamo spazio ad approfondimenti su fatti e idee dal mondo, arte, e diamo cittadinanza a molte opinioni assenti dalla comunicazione di massa. In INTERNAUTA, le linee politiche convivono.

Uno dei modi più vividi di trattare la politica è progettarne il futuro. In questo “Internauta” vanta una credenziale in più. Alcuni di coloro che lo redigono si concentrarono sulle prospettive: nei quotidiani “La Gazzetta del popolo” e “Corriere del Ticino”, nei periodici milanesi “IlConfronto”, “Relazioni Internazionali”, “Europa Domani” e, di recente, in “The Daily Babel” di New York. Formularono previsioni che gli eventi convalidarono:

  • Prima della Primavera praghese IlConfronto additò da posizioni amiche la strada ai comunisti: ribellarsi all’Urss, ripudiare il marxismo, l’operaismo e ogni ubbia sinistrista; convertirsi alla libertà.
  • Ai cattolici propose di disobbedire al Vaticano, nel nome della fede.
  • Nove articoli su “Relazioni Internazionali” durante la Rivoluzione culturale dimostrarono quest’ultima effimera. Mentre i politologi di mezzo modo ipotizzavano che la Cina avesse adottato per sempre la povertà proletaria, noi anticipammo il trionfo dell’economicismo.
  • Nell’estate 1960, quando J.F.Kennedy si candidava alla Casa Bianca, argomentammo quasi soli che la Nuova Frontiera non poteva non essere il vuoto slogan che risultò.
  • Per anni evidenziammo le contraddizioni nei due campi dell’Europa.
  • Mostrammo subito la perfetta inconsistenza del Maggio francese e dell’intero ribellismo studentesco, dagli USA al resto dell’Occidente.

 

Tra gli scenari che si annunciano oggi:

  • Il tramonto della democrazia rappresentativa. Si passerà dal suffragio universale, cioè dalla delega ai politici usurpatori e ladri, a una selezione dell’elettorato attivo. Sarà anche possibile la sovranità di ristretti corpi di supercittadini, sempre selezionati, sorteggiati dal computer. Aggiornata, risorgerà la Polis ateniese.
  • La partecipazione dei lavoratori, volenti o nolenti, ai profitti e alle perdite delle imprese.
  • Le società avanzate accetteranno meno sviluppo e meno benessere. Addosseranno agli alti redditi il tassativo soccorso ai disoccupati e ai precari; fermeranno le avanzate dell’ipercapitalismo; favoriranno alcune rimonte quasi-socialiste.
  • Alcuni dei modelli sociali abbattuti dalle trasgressioni torneranno a valere proprio in quanto generati dai millenni. L’umanità è composta più dei morti, coi loro valori, che dei vivi. E più dei credenti che degli atei.

Molte delle previsioni di “Internauta” non convinceranno. Perciò è probabile si avverino.


NOVITÁ: Nella categoria eBook libri, pamphlet e monografie scaricabili gratuitamente.


Parliamo ai giovani e a chi non vota. I partiti, si fottano.


LOVIS: gli Ex dell’Ispi
Gli articoli sulle idee e i fatti del mondo sono prevalentemente a cura del team Lovis: amici e allievi di Giovanni Lovisetti, che a lungo diresse l’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), a Milano. Gli ex dell’Ispi sono lieti di avere tra loro la vedova di Lovisetti, Laura Fuà traduttrice letteraria, critica musicale, pronipote di Rodolfo e di Ugo Guido Mondolfo.