LE FOSSE ARDEATINE DI OBAMA

La coscienza dell’uomo della Casa Bianca è più macchiata di quella di Priebke. Il capitano delle SS fece morire 350 ostaggi (maschi e adulti) : se non avesse obbedito all’ordine personale di Hitler sarebbe stato fucilato. Di ciò non è lecito dubitare, tanto feroce essendo il Fuehrer e tanto inesorabile la disciplina militare germanica (si legga in ‘Internauta’ -“Via Rasella ha ucciso l’ideale comunista”- la testimonianza di Paolo Caccia Dominioni sulla fucilazione a El Alamein di un paracadutista tedesco per avere bevuto acqua dalla propria borraccia).

Il presidente degli Stati Uniti ha già fatto morire alcune migliaia di persone, comprese donne e bambini, che vivevano in paesi un tempo non ostili come il Pakistan e lo Yemen e non partecipavano alla guerriglia antiamericana dei Talebani e di Al Qaeda. Diciamo ‘un tempo non ostili’ in quanto, come attesta TIME nell’inchiesta sui drones che qui riportiamo per estratti, gli attacchi dei drones di Obama “outrage and radicalize populations against the U.S.”.

Da TIME apprendiamo che dieci anni fa il Pentagono aveva una cinquantina di droni; agli inizi di quest’anno, circa 7500. Dunque Obama è il loro padre. Apprendiamo anche che, secondo le fonti che TIME giudica autorevoli, le persone uccise dai drones nel solo Pakistan, e di cui si hanno notizia, oscillano da un minimo di 1953 a un massimo di 3461; di cui civili, cioè innocenti, da un minimo di 261 a un massimo di 891. Si parla di cittadini di un paese la cui estraneità e sovranità sono  continuamente violate nel nome della sicurezza degli Stati Uniti.

Tutti sanno che il Pakistan è stato dalla nascita un satellite di Washington. Se negli ultimi anni viene sospettato è in quanto la sua popolazione è esasperata per la crudeltà delle incursioni statumitensi. Sono a parte le azioni omicide nell’Afghanistan: secondo TIME 447 nei primi mesi del 2012.

Dunque è oggettivo: l’impresa di Obama nello scacchiere allargato dell’Afghanistan e altrove -Giorgio Napolitano la definì ‘una guerra giusta’- ha ucciso più o meno altrettanti civili quanto le peggiori vendette del Reich dopo le azioni partigiane.

Si aggiunga il  Datagate, sopruso gangsteristico che viola a tutti i livelli la privacy del mondo intero, e gli USA risulteranno la Potenza Canaglia del nostro tempo.

Non sfioriamo nemmeno il premio Nobel per la pace assegnato preventivamente, cioè settariamente, all’Uomo dei Drones: malazione dovuta allo strabismo ideologico del progressismo scandinavo. I dispensatori del Premio saranno disprezzati prima di tutto a casa loro. 

A.M.C.

HISPANIA FELIX ANCHE SENZA CRESCITA (MA POLITICI LADRI COME I NOSTRI)

In una visita di questi giorni in Spagna abbiamo appreso due fatti che aiutano a capire quanto accade nel Regno che ci dominava nel Seicento.

1) In dodici mesi le vendite della grande distribuzione sono scese solo del 4,9% (lo certifica l’Anged, organismo che rappresenta 2953 supermarket e giganti come El Corte Ingles e Ikea); l’occupazione del settore è scesa solo del 3,85. Era lecito aspettarsi ben altre cifre.

2) Per la crisi gli spagnoli non abbandonano il paese. Dal 2009 ad oggi il numero di cittadini spagnoli nati in Spagna ma residenti all’estero è aumentato di non più di 40 mila persone su 47 milioni. Fu negli anni Sessanta e fino al 1974 che due milioni emigrarono verso altri paesi europei. Nemmeno la fase 1993-97, quando la disoccupazione colpì il 24% della popolazione attiva, vide un aumento importante degli espatri e delle migrazioni interne.

Valuta in proposito Carmen Gonzales Enriquez, ricercatrice e cattedratica universitaria: “La espagnola es, en conjunto, una poblacion sedentaria, apegada (attaccata) a su ciudad, en la que los lazos familiares y las amistades condicionan sustancialmente la voluntad de movilidad de los individuos. Este es un rasgo (profilo) que compartimos con los paises de Europa del Sur. A finales del 2009 solo un 12% de los espagnoles consideraba la possibilidad de trabajar en otro pais, frente al 51% de los daneses y al 26% de los britanicos”. Non si fa abbastanza, conclude la studiosa, per capire come  mai, con una disoccupazione generale al 26% (quella giovanile è doppia), coloro che emigrano sono pochi.

Il fatto n.1 dimostra che la crisi è/è stata seria sì, ma non drammatica per una società come la spagnola, avvezza da sempre alle ristrettezze. La letteratura picaresca attesta da mezzo millennio l’antica dimestichezza con la povertà della nazione che nel Seicento possedeva l’impero in cui non tramontava il sole (ma che sotto Carlo V re e imperatore conobbe episodi di cannibalismo per fame). Anche il dato odierno della disoccupazione giovanile va letto nella prospettiva storica. Quando, mille anni fa, la Reconquista prese ad avanzare vigorosa, e tutte le energie venivano mobilitate per ricacciare gli invasori dall’Africa, i castigliani e gli altri spagnoli non potevano che vivere del poco. Dunque la fase attuale segna arretramenti modesti.

Questo contribuisce a spiegare il fatto n°2: pochi lasciano la Spagna. Ciò smentisce le previsioni di Roberto Garcia Delgado su ‘El Pais’, riportate il mese scorso da ‘Internauta’, secondo cui la Spagna potrebbe emulare l’Irlanda della Potato Famine come terra d’emigrazione in massa. Se non partono, è evidente che gli spagnoli hanno fiducia nelle risorse del loro organismo economico.

Il paese, vasto e non povero di minerali, prese a modernizzarsi nell’Ottocento avanzato; si avvantaggiò di non entrare nella Grande Guerra (proponevano l’intervento Manuel Azagna e i radical- progressisti che sarebbero stati annientati dalla Guerra Civile 1936-39). Il progresso economico fu propulso tra il 1923 e ’30 dalla modernizzazione e dalla pace sociale imposte dalla Dittatura di Miguel Primo de Rivera. Passato il dramma della Guerra Civile, la creazione di ricchezza riprese lentamente già durante il secondo conflitto mondiale, e molto di più negli anni Cinquanta, coll’avvio del grande turismo e con gli aiuti americani. Infine la nazione partecipò con successo all’arricchimento di tutti i paesi occidentali. Quella che era una società prostrata si unì alle avanzate del mondo industrializzato. Oggi tallona l’Italia.

Forse conta ancora di più un altro fattore. Gli spagnoli ci sono maestri nel difendere e valorizzare il retaggio e i costumi. Vissuti frugalmente tutta la loro storia, sembrano appagarsi di quel poco che nessuna traversia economica può cancellare. Senza dubbio il disagio degli ultimi, dei ceti più svantaggiati, si accentua nelle fasi di crisi. Si calcola che le famiglia senza alcun reddito siano 600 mila.  Eppure anche los pobres pobrisimos appaiono gratificarsi della continuità dei valori e usi nazionali.

Ero a Siviglia il 12 ottobre, la Fiesta Nacional degli spagnoli, e sembrava che non un andaluso, anche se invalido, storpio o non vedente, rinunciasse ad accorrere nelle avenidas, piazze e giardini della metropoli; a concedersi le caldarroste, i gelati, le mangiate e le sobrie bevute della tradizione. Tavolate e allegria in migliaia di bodegas e sulle pubbliche panchine. Festa de noartri, mi pare dicano a Roma.

Non molti sembravano sapere con precisione perché festeggiavano quel giorno: lo spiegavano i più saputi, mandando twitter, erudendo commensali e passeggiatori. Il 12 ottobre Cristoforo Colombo sbarcò nell’isola di Guanahamì e prese possesso nominale di gran parte delle Americhe, un trionfo non concesso ad altri popoli. Per secoli la data fu commemorata come ‘giorno della Hispanidad’, finché nel 1913 un ministro di Alfonso XIII cambiò il nome in Fiesta de la Raza. Oggi i concetti di Hispanidad e di Raza sono scorretti, ma la gente non rinuncia a compiacersi. Grossi raduni di parenti, di vicini e condomini, persino di estranei, che vociano, ridono, masticano, levano i bicchieri. Sono cose che qui costano poco: mezzo litro di ottima birra patriottica, seduti ai tavolini, 2 euro; un quarto che da noi. Questo aiuta a non privarsi delle gioie modeste, quelle che non sono consumismo. La felicità non è figlia del superfluo. E’ quest’ultimo che soffre della caduta del Pil.

Dunque i discendenti dei Re Cattolici ci insegnano che la decrescita non sarebbe un dramma. E’ una lezione salutare, visto che per noi i tempi dello sviluppo permanente sono finiti (è giusto siano cominciati per gli altri, per i troppo poveri).

Invece ci sono aspetti nei quali la Spagna non ha nulla da insegnarci: anzi ha imparato da noi. Una volta perduta l’innocenza della povertà, il miracolo economico, la democrazia delle tangenti, il ‘socialismo’ felipista (Gonzales si chiamava Felipe) cioè craxiano, hanno aperto l’era della corruzione pervasiva. Rimpannucciandosi, gli spagnoli si sono messi a fare gli italiani. Apri due quotidiani, uno della sinistra ‘progressista’, p.es. ‘El Pais’, l’altro della destra aggiornata (p.es. ‘El Mundo’): dedicano ogni giorno metà all’incirca delle pagine ai furti della cleptocrazia. I successori del Cid Campeador alla guida della Raza sono più spesso che no indagati dalle procure.

Conclusione, la Spagna sembra cavarsela meglio del temuto. Ma anch’essa come lo Stivale attende il Giustiziere.

A.M.C.

LA GRANDE GUERRA FU DECISA DA POCHI STATISTI-NULLITA’

Nella sua Storia della Germania moderna, stesa negli anni che seguirono da vicino l’Apocalisse del 1945, Golo Mann, figlio del grande Thomas, non perde occasione per gettare una luce cruda sulle carenze umane degli uomini che reggevano l’Europa nei mesi che generarono il primo conflitto mondiale. Furono ancora più determinanti altri fattori, dalla rivalità tra potenze e tra economie al delirio patriottico e alle pulsioni irrazionali che si impadronirono degli interventisti, specie intellettuali, d’ogni nazione. Tuttavia Golo Mann privilegia la miseria mentale del manipolo di sovrani, governanti, diplomatici aristocratici e marescialli, che volle il conflitto.

Tipicpoil conte Leopold Berchthold che, ministro degli esteri dell’impero asburgico ed ex ambasciatore, contò in quell’occasione più dei due primi ministri di Vienna e di Budapest. Spalleggiato dal generale Franz Conrad von Hotzendorf, anche lui conte e capo dello Stato Maggiore, Berchthold riuscì a convincere il vecchio imperatore Franz Joseph e i vertici austro-ungarici che il momento era arrivato per dare la lezione alla Serbia, verosimile istigatrice dell’assassino a Serajevo dell’erede al trono imperiale Ferdinando e della sua consorte. La Serbia si attribuiva il ruolo svolto nel secolo precedente dal Piemonte: unì gli italiani e costruì una nazione. Il fatto era che le genti slave del Sud non tendevano ad unirsi, al contrario: la Slovenia stretta all’Austria, la Croazia avvezza al lungo legame coll’Ungheria, la Macedonia attratta dai macedoni di Grecia,  che si immaginavano eredi di Alessandro Magno. Nulla era sembrato fermare il turbolento attivismo di Belgrado.

Nel 1914 circoli di potere viennesi credettero in una spedizione punitiva su Belgrado il migliore dei mezzi per rafforzare l’impero.  Valutarono male, perché lo distrussero. Naturalmente lo storico Mann non è solo nel mettere a fuoco gli errori umani che portarono alla più tremenda delle guerre fino a quel momento.

Il conte Berchthold non fu che il caso limite di un’insipienza diffusa in tutte le capitali. Karl Kraus, uno dei principali intellettuali viennesi del tempo e forse il maggiore scrittore satirico in lingua tedesca, scrisse del “vuoto abissale del volto azzimato e charmant di Poldi Berchthold” (v.Internauta) . G. Mall, scrivendo quarant’anni dopo, non riesce a trattenere il disdegno per la mediocrità di questo e altri protagonisti. “Berchthold, un imbrattacarte elegante e superficiale come gli altri aristocratici della diplomazia, era alla ricerca di un trionfo diplomatico: un’altra delle fantasie degli aridi cervelli degli ambasciatori. Dichiarò guerra alla Serbia precipitosamente, imperturbabilmente (disse proprio così), per mettere l’Europa di fronte al fatto compiuto”.

Aspro se un po’ meno irridente il giudizio del nostro storico sul cancelliere germanico  Theobald von Bethmann-Hollweg. “Un burocrate benintenzionato, zelante, ragionevole, pessimista, incline a rimuginare, incerto dei propri talenti, non interamente libero da abitudini servili. Il fatto che si presentasse alla nazione tedesca come il suo unico ministro responsabile fu una dichiarazione di bancarotta (…) un cancelliere maldestro dal tetro passato”.  Ancora: “Si sarebbe volentieri accordato con gli inglesi sulla competizione navale, ma l’ammiraglio Tirpitz non permise (…) Scoppiata la guerra il suo predecessore, principe von Buelov, gli chiese: ‘Come tutto questo ha potuto accadere?’ Bethmann alzò al cielo le lunghe braccia e rispose con voce sorda ‘chi può saperlo!’. Uno dei maggiori decisori ‘non sapeva’. Il brav’uomo non si è mai liberato dai rimorsi. Ammise che ‘la storia ha marciato con passo di bronzo. Non c’è più ritorno”.

Il tedesco Golo Mann concentra lo sdegno sugli uomini che a Vienna e Berlino aiutarono i Fati a condannare l’Europa ai drammi chiusi solo con il crollo dell’Urss. Senza la Grande Guerra non avrebbe vinto la rivoluzione dei Soviet, non sarebbero sorti Stalin Mussolini e Hitler e i guerrafondai non avrebbero trionfato a Londra, a Washington, a Tokyo.

Il nostro storico non menziona nemmeno Sazonov, capo della diplomazia russa, che personalmente plagiò lo Zar fino a fargli ordinare la fatale mobilitazione generale, cioè la guerra che avrebbe ucciso non solo milioni di russi e la monarchia ma anche lo zar e tutta la sua famiglia (e in più fece strage dell’aristocrazia che aveva dominato San Pietroburgo e l’immenso impero). La guerra voluta della Russia fu forse la più insensata di tutte.

Quasi indulgente il giudizio sul maggiore protagonista britannico, il ministro degli esteri Sir Edward Grey, anche se tanti gli addebitano di non aver fatto di più per scongiurare la catastrofe. Raymond Poincaré, presidente della repubblica francese, che volle come nessuno la conflagrazione, è citato solo per l’asprezza dell’atteggiamento verso la Germania schiacciata da Versailles.

Gli storici sanno che le responsabilità  dell’assassinio della pace furono divise abbastanza equamente. Però le decisioni del ’14 sconvolsero più atrocemente il futuro lontano di Germania e Austria-Ungheria, oltre a quello immediato dell’impero zarista. Si può comprendere che il figlio del maggiore scrittore moderno di lingua tedesca non si dia pace: la storia del mondo sarebbe stata diversa, forse opposta, se quell’anno i sovrani di alcune monarchie, più l’uomo dell’Eliseo, avessero avuto consiglieri, diplomatici e generali -in tutto una cinquantina di persone- meno somiglianti all’aristocratica nullità di nome Berchthold.

Questa secondo noi la lezione del 1914, un secolo dopo: i popoli, nessuno escluso, non dovranno più permettere ai governanti di decidere la guerra. I suoi decisori sono il male assoluto e la guerra ‘giusta’, se mai c’è stata, non esiste più.

A.M.C.

FORSE RENZI SPIANERA’ LA VIA AL GRANDE RIFORMATORE DEL FUTURO

Oltre che strumenti democratici sbagliati, i nostri partiti sono bande di usurpatori, sono gli appaltatori ladri del peggiore sistema politico d’Occidente; e da noi la cleptodemocrazia elettorale è impostura più grave che altrove. Tuttavia, a conti fatti, il Partito Democratico è meno stomachevole e porcino del Pdl. Potenzialmente il Pd rappresenta la maggioranza sociologica. Però è gestito da una gerontocrazia conservatrice, prigioniera di un retaggio detestato (il PCI), tramortita da una successione di sconfitte, inebetita dalle consuetudini e dalle assuefazioni.

Quando si alzò lo sfidante Matteo Renzi con la proposta brutalmente geniale di rottamare i gerontocrati, fu subito evidente che se il Pd avesse accettato, affidandosi a lui, avrebbe vinto le elezioni. Invece prevalsero le cariatidi, i registi dell’insipiente settarismo di una base senile. Da qualche mese il partito della maggior parte degli italiani è stato ridotto dal Colle all’umiliazione di puntellare un appalto governativo controllato dai plutocrati dell’One per Cent.

Che dobbiamo aspettarci, oggi che esistono le condizioni per la rivincita del Rottamatore? Quando avrà sgominato o almeno giubilato i vecchi gruppi di potere -i D’Alema, i Napolitano, i Bersani, gli Epifani, le Finocchiaro e le Sereni- verosimilmente Renzi andrà al governo. Se attuerà il programma fatto balenare, o meglio se non sorprenderà andando ben oltre quel programma, egli non risulterà il Demolitore/Ricostruttore che il Paese attende per guarire. Però ne sarà il Precursore: e anche così farà opera storica. Spianerà la strada a Uno più grande di lui.

A leggere il programma di Renzi, nell’inadeguata formulazione che conosciamo, sembra giusto definirlo un grosso piano di sgombero di cose rotte, tarlate e inutili, non un progetto di audace costruzione. Però, se realizzato, un piano importante, anzi dirompente. Sarà uno sbarco di garibaldini che almeno abbattono il Regno del Borbone.

Renzi non promette la Città Futura, ma cose grosse per il presente o per l’avvenire vicino. Intanto, in linea di massima, cancellare le eredità e le tradizioni: testi, bandiere, parole d’ordine, mobilitazioni, glorie, pseudo-glorie come la Resistenza sicaria, le iperconquiste sindacali che producono desertificazione. Renzi sostiene che rifiuterà le battaglie di retroguardia; che trasformerà un partito di ‘compagni’ in un’aggregazione della gente quale è, quasi del tutto indifferente alle nostalgie e ai tic di sinistra. Un secolo e mezzo abbondante di lotta politica, non solo in Italia of course, avendo dimostrato che il sinistrismo è velleità, Renzi incoraggerà l’ala passatista ad abbandonare il Pd. In cambio affluiranno gli ampi consensi che finora, andando alla Circe di Arcore, hanno reso immobile la politica dello Stivale.

Solo così verranno le cose annunciate dal sindaco di Firenze e da altri innovatori. Il Nostro promette -piuttosto vagamente- di mettere fine al bicameralismo perfetto, al finanziamento pubblico dei partiti e delle loro testate; di abolire o almeno ridimensionare le province; di vendere quelle proprietà pubbliche che costano invece di fruttare; di “ridurre l’intermediazione politica delle risorse collettive”; di sfoltire i ruoli dirigenziali del pubblico impiego; di portare  dal 12 al 40 per cento la quota dei bambini negli asili pubblici; di introdurre liberalizzazioni che facciano scendere le tariffe;  di combattere le rendite di posizione; altre cose moderatamente virtuose.

Sono razionalizzazioni che figurano bene in qualsiasi programma liberal-sociale dei nostri tempi. La condizione perché, nei loro limiti, si attuino è che le sinistre all’antica e le burocrazie partitiche catafratte vengano messe fuori gioco, l’ala sinistrista confinata  nell’irrilevanza di una o più frange lunatiche. Questa sarà, forse, la missione del Renzi precursore di Colui che ingaggerà le battaglie grosse: colpire sul serio la proprietà, i poteri forti, il turbocapitalismo, i redditi esorbitanti dei manager anche della mano pubblica, degli alti burocrati e dei parassiti d’alto bordo; abbattere i costi tradizionali dei poteri classisti, cioè indifferenti all’equità;: aggredire gli eccessi e le deviazioni del mercato e dell’impianto individualistico della società; azzerare le spese militari e diplomatiche; guidare la transizione verso la crescita zero e la protezione dell’ambiente; combattere il consumismo fomentato dal capitale; avviare il passaggio dal parlamentarismo tossico a questa o quella formula di democrazia diretta. In sostanza saranno le battaglie egualitarie oggi propugnate a chiacchiere dalla Gauche: ma le condurrà un Riformatore dalle mani forti, la mente e il cuore sgombri da legami ideologici.  Se non cancellerà il passatismo che blocca il Pd, Renzi sarà sprecato.

Se prevarrà, se spianerà la strada al Riformatore, il Nostro risulterà un protagonista storico del tipo di papa Bergoglio: non il pontefice rivoluzionario che la Chiesa anzi il mondo meritano, ma il Battista che apre le vie del Signore.

A.M.C.

IL CAV RINGRAZIA MORANINO E ALTRI ASSASSINI DEL PCI

Ci si arrovella a cercare di capire perché la maggioranza sociologica non riesce a darla vinta a una grande forza riformista; e perché un mezzo mostro come il pluricondannato di Arcore resta al centro del processo politico e potrebbe vincere ancora. Per rispondere con meno fatica basterebbe riandare a fatti emblematici quali i crimini del partigiano Francesco Moranino, nome di battaglia ‘Gemisto’. Partigiano è dire poco: fu comandante della 50^ brigata Garibaldi, commissario politico della 12^ divisione ‘Nedo’, deputato comunista alla Costituente, infine senatore.

Dieci anni dopo la Liberazione la magistratura  condannò Moranino all’ergastolo per sette omicidi. Aveva messo a morte altrettanti partigiani facenti capo agli Alleati invece che a Mosca. Una condanna in contumacia perché Moranino era riparato al di là della Cortina di ferro, in Cecoslovacchia. Nel 1958 il capo dello Stato Gronchi fu convinto dalla logica partitocratica a commutare la pena in 10 anni di reclusione. Nel 1965 il presidente Saragat, nella stessa logica di Gronchi,  aggiunse la grazia. Moranino, nel frattempo fatto direttore dell’emittente propagandistica Radio Praga, rifiutò di tornare in Italia (dove lo attendevano i congiunti degli assassinati, nonché una vasta esecrazione), finché non fu ‘mondato’ da un’amnistia. Prontamente il PCI e il suo satellite PSIUP lo fecero eleggere senatore a Vercelli.

Parlamentare macellaio, come non pochi figuri della resistenza comunista. Rosario Bentivegna, che non consegnandosi dopo aver compiuto l’attentato di via Rasella provocò la strage delle Fosse Ardeatine, fu considerato a sinistra un eroe invece che un vigliacco.

Chiamiamo feroci, e feroci furono, le rappresaglie germaniche, ma altrettanto feroci furono gli attentati partigiani che quelle rappresaglie provocarono. La morte degli ostaggi innocanti fu decisa con pari disprezzo dai comandanti tedeschi e da quelli partigiani. Dietro i primi c’erano i carnefici di Hitler, dietro i secondi c’erano soprattutto i dirigenti del PCI, destinati ad ascendere alle vette del potere. Gli assassinii di Maranino come l’atto ‘di guerra’ di via Rasella sono microcosmo degli stermini di Stalin, quelli che quasi riabilitarono Hitler.

Però il Paese non dimentica più, così come non dimenticano gli altri popoli che conobbero le efferatezze del Maquis, oppure vissero il ‘socialismo realizzato’. Il comunismo, ripudiato nel mondo intero, è oggetto di un odio assoluto e retroattivo. Anche le sue opere positive sembrano destinate a un rancore implacabile, persino eccessivo.

A questo punto non ha senso chiedersi perchè Berlusconi, perché i circoli che nel mondo prosperano sulla vendetta anticomunista. I Marx, i Liebknecht, i Gramsci e altri progenitori additarono traguardi discutibili ma legittimi. I loro eredi, vicini a noi, resero certa e disonorevole la sconfitta della Causa.

Hanno avuto un bel rinnegare la durezza bolscevico-partigiana e lo stalinismo i Berlinguer, gli Ochetto, i Veltroni, i D’Alema, i Napolitano

(gli ultimi due si sono persino convertiti all’atlantismo ossia alla milizia ultracapitalista). Lo Stivale non li perdona. Pur di vendicare le vittime di Maranino, di Bentivegna, di altri sicari del gappismo,  un terzo, forse più, degli italiani adorano un Satana da dozzina, domiciliato ad Arcore invece che a Regina Coeli.

A.M.C.

C’ERA DEL BUONO NELLE PANZANE DI FILIPPO TOMMASO MARINETTI

In aggiunta alla fertilità d’invenzione ideologica che quasi tutti gli riconoscono, il fondatore del Futurismo italiano aveva un’insuperabile capacità di suscitare il riso. Ovviamente le risate azzeravano il valore di varie sue tesi. Ma l’effetto restava. Si vedano le proposte avanzate tra il dicembre 1911 e il giugno 1918, a Grande Guerra non ancora finita, per “l’unica soluzione del problema finanziario”.

“Si dice, esordiva FT, che siamo un popolo a tutti superiore per genio elastico e creatore e per giovane resistenza muscolare, ma disgraziatamente povero. No. Non è povero il popolo italiano. Noi Futuristi affermiamo che il popolo italiano è il più ricco della terra, poiché possiede un incalcolabile capitale inutilizzato: l’enorme patrimonio delle opere d’arte antiche ammucchiate nei suoi musei. Di questo patrimonio artistico, noi proponiamo senz’altro la vendita graduale e sapiente. L’Italia sarà in pochi anni abbastanza ricca per:

1. avere la più poderosa flotta militare del mondo;

2. avere un esercito quattro volte più forte dell’attuale;

3. avere la prima marina mercantile del mondo;

4. avere una grande navigazione fluviale;

5. Intensificare decisamente tutte le industrie esistenti, e creare immediatamente le mancanti;

6. sviluppare fino al rendimento massimo l’agricoltura e sanare tutte le   zone malariche;

7. vincere completamente l’analfabetismo;

8. abolire totalmente ogni imposta per venti anni almeno.

La vendita del nostro patrimonio artistico, ben lungi dal diminuire il nostro prestigio, dimostrerà al mondo che un popolo giovane e sicuro del proprio avvenire ne sa affrontare tutti i problemi, trasformando in forze vive le sue ricchezze morte”.

“Si obietterà che questa vendita allontanerà dall’Italia il fiume remunerativo dei visitatori stranieri. Non vogliamo discutere qui sull’utilità dell’industria dei forestieri, che pur regalando all’Italia molti milioni è tanto aleatoria da poter cessare per un caso isolato di colera o per una scossa di terremoto; ed è sempre dannosa perché snazionalizza e umilia il nostro paese, lo riempie di spie e trasforma un terzo degli italiani in albergatori, in ciceroni e in boys d’hotel. Dichiariamo soltanto che i forestieri verranno sempre, purtroppo, in gran numero in Italia poiché la nostra penisola è il riassunto meraviglioso di tutte le bellezze della Terra. Siccome la vendita delle nostre opere d’arte antiche sarà necessariamente graduale, i forestieri per molto tempo se ne accorgeranno appena”.

“Un’altra obiezione: non si devono privare gli italiani del piacere di godere in casa loro le opere dei grandi antenati. Rispondiamo: è assurdo che su 36 milioni d’italiani, i 34 milioni che sono incapaci, o  non hanno tempo, di amare le opere d’arte antiche continuino ad essere esasperati sino alla rivolta da sempre più gravose imposte, mentre il paese possiede un colossale capitale artistico praticamente trasformabile in oro.

Noi proponiamo che una piccola parte del prodotto della vendita sia consacrata a nuovi e più profondi scavi archeologici, i quali riempiranno certo, in pochi anni, i vuoti dei nostri musei e delle nostre piazze con innumerevoli altre opere d’arte antiche. Mentre gli altri paesi posseggono miniere di carbome e di ferro, il nostro possiede le più inesauribili miniere archeologiche. Il sottosuolo di Roma, dell’Umbria, della Campania e della Sicilia possono diventare le nostre Cardiff e le nostre Westfalie. Non esito ad affermare che a tre o a quattrocento metri sotto la mia Casa Rossa, a Milano, dorme un prezioso, elegante e nostalgico tempio di Venere.

Mentre si prevedono, dopo l’attuale conflagrazione, molte altre guerre, attraverso le quali l’Italia dovrà diventare la prima Potenza del mondo, la vendita delle nostre opere d’arte antiche è l’unica soluzione razionale del problema finanziario italiano”.

L’elenco delle cose che Marinetti diceva fattibili con gli smisurati ricavi della vendita delle opere d’arte è esilarante. Tuttavia, come possiamo riconoscere oggi che ci schiaccia un debito iperbolico, c’era del vero nelle rodomontate futuriste.

Marinetti  sapeva ridere, e far ridere, anche descrivendo da par suo l’accoglienza che queste e altre sue proposte ricevevano. Si veda il resoconto del discorso pronunciato alla ‘serata futurista’ al fiorentino teatro Verdi il 12 dicembre 1913, e soprattutto, in corsivo, la reazione del pubblico:

“La vostra frenetica allegria mi dà piacere, segna un nuovo trionfo per il nostro movimento eroico. Non s’era vista mai tanta esuberanza di vita giovanile in questa vecchia fortezza del passatismo! (Urla selvagge, trombe, fischi).

La vostra energia, la vostra ferocia sono sintomi meravigliosi del prossimo risveglio di questa razza fiorentina non ancora del tutto soffocata dalle biblioteche e dai professori (Urla, pioggia di maccheroni, carote, pomidoro, patate, cipolle).

Noi rappresentiamo idee che voi non conoscete (Urli: sì! sì! sì!…Fiale puzzolenti ammorbano il palcoscenico. Un signore sviene tra un agitarsi di carabinieri, guardie e commissari). Questi proiettili asfissianti e puzzolenti dimostrano che il passatismo si difende come può (Applausi entusiastici, insulti, battibecchi, risate). Uscirete di qui domati, portando in voi un’ammirazione involontaria, che non saprete reprimere. Ci sapete instancabili nello sforzo di svecchiare l’arte italiana e di favorire il genio creatore della nostra razza (Baccano infernale, proiettili d’ogni specie). Siete seimila mediocrità contro otto artisti dei quali non potete negare il formidabile ingegno! (Si grida: Manicomio! Manicomio!!) Preferisco il nostro manicomio al vostro Pantheon! (Applausi, fischi, trombette, insulti, colluttazioni e proiettili).

Tutti gli sforzi dunque e tutte le violenze, tutto il denaro e tutto il  sangue per il compimento dell’impresa libica. Viva la Libia!”

E’ passato un secolo intero. I tempi sfidano la nostra capacità inventiva assai più che l’effimera impresa libica. E’ statisticamente probabile che nascano uno dieci cento Marinetti (uno dei quali si chiama Beppe Grillo?); che in parecchi dei nostri figli sorgano impulsi beffardi o assurdi alla Filippo Tommaso. Se così andrà. riaprirà il laboratorio Italia. Oppure ci convinceremo che mentono allegramente, come Filippo Tommaso, i tanti che cianciano di estro degli italiani.

A.M.C.

GRANDE GUERRA: NESSUNO SCRITTORE TEDESCO LA ODIO’ COME KARL KRAUS

Secondo Elias Canetti, premio Nobel 1981, K.Kraus è stato il massimo scrittore satirico in lingua tedesca. E con il lavoro di tutta una vita Kraus sembrò voler confermare la definizione che dello scrivere satirico fece l’ebreo tedesco Walter Benjamin: “La satira letteraria è il sembiante con cui il cannibale è stato accolto nella civiltà”. Benjamin era oppresso più del normale dai pensieri di cannibalismo e di morte se, rifugiatosi in Spagna per salvarsi dai nazisti, si suicidò nel 1940 all’avvicinarsi ai Pirenei della Wehrmacht annientatrice della Francia.

Ma Kraus era il contrario del cannibale, uomo-animale che uccide per mangiare come uccidono lupi, iene e topi di fogna. Le 792 pagine della sua opera maggiore, Gli ultimi giorni dell’umanità, attestano in lui l’egemonia di un ethos interamente proteso contro il male. Il male assoluto, che in Europa trionfò nel 1914, fu una guerra da 10 milioni di morti, scoppiata 99 anni fa perché i popoli che Kraus avrebbe voluto salvi erano schiavi di padroni crudeli chiamati Patriottismo, Orgoglio nazionale, Sudditanza alle tradizioni e ai governanti, Credulità.

L’edizione definitiva (1926) di Die Letzten Tage der Menschheit si apriva e si chiudeva con due emblemi. Il primo, la fotografia di due vezzose principesse reali -Vittoria Luisa di Hohenzollern figlia del Kaiser Guglielmo II, e Cecilia di Mecklemburgo-Schwerin- nelle finte uniformi di colonnelle onorarie di altrettanti reggimenti d’élite. Una col colbacco degli Usseri testa-di-morto, l’altra coll’elmo chiodato prussiano; entrambe in gonna all’amazzone e frustino. La follia dei tempi voleva non solo che milioni di uomini si facessero dilaniare dalle cannonate e dalle mitragliatrici, ma che lo facessero inneggiando a sovrani e a statisti appaltatori della patria; e che si beassero delle leggiadre colonnelle onorarie, in altri tempi destinate alla ghigliottina o ai plotoni d’esecuzione. Il belletto muliebre e monarchico alla carneficina era il sommo  dell’oltraggio.

Il secondo degli emblemi scelti da Kraus era la forca che aveva appena ucciso Cesare Battisti, col cadavere, il boia allegramente soddisfatto e un capannello di sudditi imperiali e regi in stolido appagamento patriottico.  “La vita va avanti. Più del lecito” annotava Karl Kraus. E sosteneva: “Per mantenere il suo prestigio la Duplice Monarchia avrebbe dovuto suicidarsi prima del quadriennio infernale 1914-18”.

Il nostro celebrato saggista Roberto Calasso, insolitamente savio per essere un mattatore del lavoro culturale, coglieva l’occasione dell’edizione Adelphi de Gli  ultimi giorni dell’umanità per ricordare A) che nel 1914 persino il grande Thomas Mann si attese che la guerra generasse  “l’abbandono delle mollezze della pace e il ritemprarsi

dell’essenza germanica conculcata dai popoli affaristi”;  B) che il pizzo di Lenin era altrettanto da odiare quanto i baffi all’insù del Kaiser germanico; C) che agli aristocratici ardori guerrieri di Ernst Junger (Tempeste d’acciaio) Kraus opponeva la ‘democrazia della morte’, livellatrice dei combattenti; D) che la “orrenda colomba della pace” regalata da Picasso a Stalin era altrettanto abietta quanto il logo del nazismo; E) che Bertolt Brecht, col suo tentativo di trasfigurazione estetica del sovietismo, finiva col “provocare un certo ribrezzo: come le tragedie di Voltaire che tutti conoscono e oggi nessuno osa leggere”. Il teatro di Brecht, incalzava Roberto Calasso, “appartiene a quelle invenzioni letterarie che sposano per amore il lato mediocre dell’intellettualità di un’epoca, e con essa colano a picco”. Un’ultima frecciata di Calasso andava a quegli accademici americani che per capire Kraus ‘brucano the Austrian mind”.

Tentare di raccontare le ferocie a fin di bene di Karl Kraus è come contare i granelli di sabbia del deserto e le stelle del cielo. Dal “vuoto abissale del volto azzimato e charmant del conte Poldi Berchtold” (ministro degli esteri di Vienna, fu uno dei peggiori responsabili del suicidio austriaco del 1914), all’iniziativa di Kraus di inserire nella sua rivista Die Fackel -tra il 1911 e la morte venticinque anni dopo Kraus la redasse da solo- il programma “Reklamefahrten zur Hoelle” (Gite pubblicitarie all’inferno). Il programma del viaggio turistico a Verdun vantava che “forse un milione e mezzo di uomini sono morti lì, e non c’è un centimetro quadrato di terra che non sia stato sconvolto dalle granate”. Ecco le prospettive del viaggio:

Partite col rapido II classe da Basilea. Pernottate in primario hotel, servizio e mance compresi. Fate una ricca prima colazione. Traversate i giganteschi cimiteri. Visitate le trincee e gli ossari. Costeggiate il Ravin de la Mort. Pranzate nel migliore albergo di Verdun.

La Grande Guerra fu l’orrore cosmico, ‘il conflitto del mondo contro Dio’. Registi di teatro famosi come Reinhardt e Piscator tentarono invano di convincere Kraus a permettere la messa in scena degli Ultimi giorni dell’Umanità. La tragedia era troppo dolorosa da poter essere rappresentata in alcun teatro fisico. Semmai avrebbe dovuto sorgere un teatro stabile e speciale, dedicato solo alla sua opera. Alla fine prevalse il malanimo delle sinistre europee nei confronti di Kraus: aveva appoggiato il cancelliere Dollfuss che aveva represso coll’artiglieria l’insurrezione operaia del febbraio 1934. Gli ultimi giorni dell’umanità furono dimenticati; portati sulle scene solo nel 1964.

I personaggi azzannati con più rabbia da Kraus sono in prima linea i sozzi criminali che hanno voluto la guerra. Però il Nostro non dimentica i pescecani che si arricchiscono sulla carneficina, gli imbonitori del patriottismo, i fornitori militari, i cortigiani che a Vienna tengono il sacco ai militari, i borghesi piccoli piccoli che vivono per obbedire. Karl Kraus morì nel 1936, in tempo per riuscire a non vedere gli ultimissimi giorni dell’umanità, tra il 1939 e il ’45. E a non vedere i giorni che seguirono, quando mastodontici bombardieri Usa erano costantemente in volo per sventare attacchi immaginari con armi nucleari.

Il cannibale-per-amore che mise in croce a migliaia i diplomatici, i marescialli e i ciambellani dell’impero che Musil chiamò Kakania (dalle auliche iniziali k. und k., in tedesco ‘imperiale e regio’; ma l’allusione intestinale c’era) avrebbe fatto di peggio con gli omologhi italiani d’oggi degli statisti che sembravano brava gente, e invece decisero la Grande Guerra.  Eminente tra tali omologhi l’Inquilino del Quirinale, quello che ha promosso a ‘guerra giusta’ l’impresa coloniale americana nell’Afghanistan. Però non è certo che i denti dell’antropofago Karl Kraus taglierebbero la corazza pachidermica con cui gli  usurpatori di casa nostra si proteggono. La corazza la forniscono gli ebeti che nelle urne votano i loro oppressori/rapinatori.

A.M.Calderazzi

1920: OCCUPAZIONE DELLE FABBRICHE E SOGNO BOLSCEVICO DI GRAMSCI

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Cinquant’anni dopo lo sconvolgimento industriale del 1920 -il comitato d’occupazione si installò al tavolo di Giovanni Agnelli- ‘Il Ponte’, mensile fondato da Piero Calamandrei, dedicò le 400 pagine di un numero monografico alla ‘Grande Speranza’, l’insurrezione operaia appunto. Era il 1970, erano ancora vicine le convulsioni e le ubbie scatenate dal ’68 francese, che a sua volta aveva creduto di rivivere la tempesta della Comune parigina, coi suoi centomila morti. Enzo Enriquez Agnoletti, direttore de Il Ponte, scrisse che l’occupazione era stata “la più importante svolta di tutta la nostra storia dopo l’Unità: il tentativo di una vera rivoluzione; l’invenzione di un istituto di democrazia operaia in fabbrica; la coscienza che la rivoluzione è legata a un ordinamento democratico nuovo. Non a caso il centro di questa coscienza è stata la Torino di Gramsci, e anche di Gobetti”.

Per Paolo Spriano l’occupazione aveva mostrato “quali energie sappia suscitare una classe operaia che non si limiti a una lotta corporativa, ma sappia investire una società intera, l’assetto dello Stato, la direzione della produzione”. Per Massimo L. Salvadori “quel momento centrale della lotta di classe in Italia divennne “per il proletariato rivoluzionario un grande momento positivo della propria storia, una grande speranza e una grande promessa (…) Mise concretamente in discussione il potere della borghesia  nel luogo dove più totale ed essenziale è questo potere”. Valerio Castronuovo ricordò che Giovanni Agnelli arrivò ad offrire di trasformare in cooperativa la Fiat. Secondo Gino Olivetti, allora leader politico degli industriali, i Consigli operai a Torino “nascevano da un intimo e indissolubile rapporto con gli obiettivi di rivoluzione sociale additati dalla Russia bolscevica”. E’ consenso pressocché unanime che i fatti del settembre 1920 convinsero gli industriali e tutto il padronato, “dopo una fase di estremo sconforto”, a puntare sul fascismo e a farlo  vincente.

Ma veniamo al cervello dell’occupazione, Antonio Gramsci. Non si fece vere illusioni. Tuttavia inneggiò -era prossima la nascita del Partito comunista d’Italia- alla Rivoluzione: allo stesso modo Marx aveva esaltato la Comune di Parigi, pur sapendo in anticipo la sua disfatta (i comunardi erano pochi e quasi solo parigini).

“Domenica Rossa” si intitolò lo scritto di Gramsci sull’Avanti (edizione torinese) il 15 settembre 1920. Esordiva: “Gli scrittori della classe borghese si torcono dalla rabbia. Ciò che gli operai hanno fatto ha un’immensa portata storica: E’ diventata una necessità lo studio e l’organizzazione della violenza. Ogni fabbrica occupata è una repubblica proletaria ‘il cui primo problema è quello della difesa militare” (…) La molteplicità delle repubbliche proletarie non sarà portata necessariamente a confederarsi,  a contrapporre un suo potere centrale allo Stato borghese?  Il problema di costituire il Soviet urbano si pone concretamente alla classe operaia. Se nasce, deve avere una forza armata (…) Oggi domenica rossa degli operai metallurgici deve essere costituita, dagli operai stessi, la prima cellula storica della rivoluzione proletaria”.

Diciannove giorni dopo, il 4 ottobre, a occupazione fallita, il Lenin cagliaritano-torinese, guida degli ordinovisti e presto dei comunisti, anticipava la sicura sconfitta proletaria al referendum -per lui spregevole- che chiamava gli operai ad approvare o respingere la fine dell’occupazione delle fabbriche.  Malediva il Nostro: “La forma del referendum è squisitamente democratica e antirivoluzionaria; serve a valorizzare le masse amorfe della popolazione, a schiacciare le avanguardie che dirigono e danno coscienza politica a queste masse. Le avanguardie del proletariato non devono quindi demoralizzarsi per queste risultanze del movimento rivoluzionario. Il proletariato è uscito ingrandito nell’estimazione pubblica, mentre ancora di più ha mostrato la deficienza e l’incapacità del capitalismo. La situazione politica così creatasi ha posto definitivamente il proletariato come classe dominante. Essa è una molla che irresistibilmente spinge alla conquista del potere”.

Con proclami così, avrebbe potuto il movimento dubitare d’aver trovato la via isolano-piemontese alla Rivoluzione d’Ottobre?  “Tutti gli stabilimenti torinesi in potere degli operai” aveva annunciato l’Avanti del 2 settembre, con foto dei cancelli sbarrati e delle Guardie rosse coi fucili spianati agli stabilimenti Stucchi di Milano; degli operai sui tetti della Lancia, con armi rudimentali e fari con cui di notte esploravano il terreno circostante. Ancora foto: il consiglio di fabbrica della Fiat installato sl tavolo di Agnelli. A Roma, locomotive con drappi rossi e  ferrovieri armati che scioperavano per solidarietà. I ferrovieri erano mobilitati dalla primavera in difesa della Russia bolscevica attaccata militarmente dalla Polonia e dal Giappone. In particolare avevano bloccato o tentato di bloccare la partenza o il transito di cannoni e altri materiali bellici italiani destinati alla Polonia.

Una nave in costruzione in Liguria era stata ribattezzata ‘Lenin’ dalle maestranze del cantiere. I disegnatori dei giornali di sinistra innalzavano sulle ciminiere industriali falci e martelli e vedette bolsceviche. Didascalie come ‘Il fucile sulla spalla dell’operaio è la sola garanzia contro il terrore bianco’. Mentre nelle campagne, dal Mezzogiorno alle cascine della Padania, la lotta dei contadini infuriava dal ritorno dei reduci della guerra, lo scontro di classe nelle industrie trovava i momenti più accesi, oltre che in Piemonte, nei cantieri liguri (dove le Guardie rosse erano inquadrate militarmente), nella siderurgia toscana, nelle manifatture lucchesi.

Non va passato sotto silenzio il conflitto rabbioso tra i comunisti di Gramsci e i socialisti massimalisti da una parte, i capi del sindacalismo CGL -Buozzi e d’Aragona- dall’altra. Gramsci assaliva senza mezzi termini i ‘politicanti del mandarinismo sindacale’: avevano lanciato le masse operaie nella lotta armata dimenticando di fornire loro le armi, “di mettere la classe operaia in grado di impegnare la lotta a sangue”. A Lecco le maestranze si erano fatte sequestrare 60.000 petardi che avrebbero costituito un discreto armamento “e poi, convulsi e pazzi di terrore, domandavano quattro mitragliatrici per armare Milano”. Altri vituperi ai ‘funzionari confederali’: “Quando si trovarono innanzi il grandioso sommovimento rivoluzionario provocato dalla FIOM, cercarono di scaricare su qualcuno la responsabilità della loro cieca imprevidenza, impreparazione, inettitudine”.

Il Lenin isolano moltiplicava le perforanti intuizioni: “Mezzo secolo fa la classe operaia era ancora, secondo Marx, un ‘sacco di patate’. Oggi è la classe industriale che è diventata un sacco di patate, un aggregato di inerti e di imbecilli, senza capacità politica. Le classi medie si accostano al proletariato, una classe giovane e piena di energia in cui è contenuto il destino della civiltà e dello sviluppo umano”. Per la verità in quei giorni Luigi Einaudi definiva gli occupatori delle fabbriche ‘gli Unni nel tempio della civiltà’. E Salvemini: “Gli operai furono messi di fronte al fatto, amaro a riconoscersi, che la loro fatica manuale, aggiunta ai macchinari, non bastava a produrre ricchezza”.

Dalla pensata di Gramsci di lanciare da Torino la rivoluzione bolscevizzante sono passati 93 anni. Il comunismo è morto, schiacciato dai suoi errori come dai suoi crimini, gappismo partigiano compreso. La società del benessere prima, la globalizzazione poi hanno cancellato il proletariato, mettendo al suo posto la fascia bassa della classe consumatrice e proprietaria. Quelle che furono le organizzazioni politiche della lotta operaia -massimalisti, comunisti, anarchici- si sono nanizzate, svuotate di senso e rese ridicole dal fatto d’essere entrate nella coalizione pancapitalista, idolatrice del Pil e satellizzata agli USA. Ciò che resta della causa del popolo si è ridotto alla nicchia piccolo-borghese dei ‘diritti’, al giacobinismo lillipuziano dei fan del duo Boldrini-Rodotà.

A questo punto è certo ingeneroso ironizzare sugli aneliti bolscevichi del 1920, ermeneutici del fascismo. Tuttavia dai fatti reali non si può prescindere: Antonio Gramsci predicò troppe scempiaggini. Se la costituzione gracile non l’avesse fatto morire in carcere a 46 anni, la riverenza per lui degli intellettuali d’ogni colore, specie quelli da premi letterari estivi, risulterebbe semplice feticismo. E sotto la testata ‘Unità’ si toglierebbe quel rigo autolesionista ‘Quotidiano fondato da Antonio Gramsci’. Nel Fondatore troppi abbagli,  troppa e petulante infatuazione per i fucili dell’Armata Rossa.

Antonio Massimo Calderazzi

B.SPINELLI: SOMIGLIAMO A WEIMAR

Il 24 luglio 2013 ‘Repubblica’ recava un editoriale che le regole del pugilato definirebbero ‘peso mosca’ (sino a Kg.50,802) e una requisitoria di Barbara Spinelli, che rientrerebbe tra i medio-massimi (sino a Kg.79,276). L’editoriale peso mosca faceva rimpiangere d’averlo letto: non tanto perché firmato da Ezio Mauro, non un vero e proprio maitre-à-penser; piuttosto in quanto sinistramente intitolato LA VERA RIFORMA E’ ABOLIRE IL PORCELLUM. Di quanto poco si contenta il direttore della maggiore testata di regime! Ci occorrerebbe la pioggia di fuoco che cancellò Sodoma/Gomorra, e Mauro sogna i ritocchi che un giorno forse il disonorevole parlamento apporterà al congegno della frode elettorale. Mauro finge di non capire che non la legge elettorale, bensì le elezioni stesse, la Costituzione e i partiti andrebbero aboliti per bonificare il peggiore sistema politico d’Occidente. Abolite in pro di una delle formule, già ingegnerizzate nel Nord America e altrove, di democrazia diretta selettiva, liberata dall’impostura elettorale-legittimista.

“Se la stabilità diventa idolatria” si chiama la catilinaria di Barbara Spinelli contro le larghe intese. E’ irriguardosa nei confronti del presidente della Casta, il quale le ha imposte dal Colle. Tale irriverenza costituisce un titolo di merito: attenua l’inspiegabile imprudenza, meglio impudenza. di deplorare “chi non si fida degli Stati con Costituzioni nate dalla Resistenza”;  e di rimpiangere il “momento magico del Cln, della Costituzione repubblicana”: bizzarro rimpianto di un momento che il settantennio cleptocratico ha screditato all’estremo e per sempre:

Con qualche fondamento Barbara sostiene che le grandi coalizioni, le strane maggioranze “sono sempre state di ripiego, votate all’instabilità (…) In Germania le riforme decisive vennero fatte dalla sinistra o dalla destra quando governavano da sole. Furono labili e piene di disagio le coabitazioni francesi. Le unioni sacre immobilizzano la politica”. Tuttavia questa avversaria dell’immobilità avrebbe fatto meglio a indicare quale ‘mobilità’ vorrebbe: quella della foto di Vasto, cioè la promozione di Vendola a secondo console? quella che il maniaco dirittista Rodotà avrebbe scatenato dal Quirinale, luogo del vituperio? Perché no, l’avvento a capo della maggioranza di un esponente gay and lesbian, coronante una svolta persino più storica del portafoglio ministeriale di una oculista dimostratasi indifferente ai tracomi del Congo?

Invece Barbara fa benissimo a chiederci di ricordare la Grande Coalizione che fu tentata dalla repubblica di Weimar: essa sì la dimostrazione crudele dell’inanità della liberaldemocrazia di fronte

ai sentimenti e ai furori del popolo, quando a interpretarli sorga il Grande Demagogo. Gli anni 1928-30 , del governo socialdemocratici-destre-Zentrum- furono effettivamente  una fase “di tensioni indescrivibili che accelerarono la fine della democrazia. I nazisti non superavano il 2,6% dei voti nel ’28, nel ’30 raccolsero il 18,3%, nel ’33 il 43,9%. L’ultimo governo parlamentare di Weimar, diretto dal socialdemocratico Hermann Mueller, si infranse su scogli che riecheggiano i nostri in maniera impressionante: un’austerità dettata dai vincitori della Guerra mondiale, la disoccupazione, i vacillamenti sull’acquisto di costosi armamenti (la corazzata A), l’insanabile conflitto su tasse e sussidi ai senza lavoro: ecco i veleni che uccisero Weimar, e paiono riprodursi in Italia. A quel tempo, fuori dai palazzi del potere rumoreggiavano i nazisti sempre più tracotanti, i comunisti sempre più costretti da Mosca a imbozzolarsi nella separatezza. Il movimento di Grillo imita quell’imbozzolamento”.

Il riferimento al decesso di Weimar è sacrosanto. Con tanti politologi che ci affliggono, ci voleva una solitaria, una specie di laica Caterina da Siena, per farci ricordare. Oggi come allora il parlamentarismo muore, perché merita di morire. Oggi come allora le nozze Democrazia-Liberismo falliscono. C’è differenza tra il conato Letta-Napolitano e i conati Ebert, Rathenau, Cuno, Mueller, Braun, Schleicher, Bruening?

Questi personaggi furono annichiliti dallo sdegno di un grande popolo, sdegno purtroppo interpretato e messo a fuoco da un genio del male. La Weimar italiana, prigioniera del Pil e asservita a Washington più di quanto Erzberger e Rathenau -entrambi assassinati ‘per conto del popolo’- si fossero arresi alle imposizioni dei Vincitori del ’18- è minacciata dalla collera degli italiani, ormai vicina all’invincibilità.

Non è dato sapere se da noi sorgerà il Distruttore -magari non criminale come quello del 1933 ma efficiente, bonario e, nei primi anni, amato come quello di Spagna del 1923: quel Miguel Primo de Rivera che spazzò via, in poche ore e senza sparare un colpo, gli oligarchi di allora. Non erano peggiori, semmai meno ladri, dei nostri che usurpano dal 1945.

A.M.C.

UN SECOLO FA LA GRANDE GUERRA. BRUCIARE LE OSSA DI CHI LA DECISE

Di questi giorni cento anni fa, pochi mesi prima del regicidio di Serajevo, una dozzina tra i massimi statisti, ciascuno coi propri diplomatici e marescialli, preparavano un conflitto da dieci milioni di morti. I guerrafondai sommi Hitler, Stalin, Churchill, Roosevelt di un secolo fa si chiamavano Poincaré e Clemenceau francesi, Asquith inglese, lo zar Nicola II, un Kaiser tedesco e uno austriaco, un pugno di governanti-terroristi serbi. In un secondo tempo si sarebbero aggiunti alcuni guerrafondai di contorno, tipo Woodrow Wilson, gli italiani Salandra, Sonnino e V.E. di Savoia, o tipo i governanti romeni (nel loro piccolo questi ultimi fecero morire un buon trecentomila connazionali, ovviamente senza contare le vittime dei romeni).

Dal punto di vista dell’uomo individuo erano abiette le motivazioni patriottiche di tutti i grandi criminali menzionati e non. Poincarè, presidente della repubblica francese, intendeva riscattare la vergogna del 1870, quando Parigi invidiosa aveva voluto lo scontro con la Prussia e l’aveva perduto nell’ignominia; intendeva riconquistare l’Alsazia, terra di abitanti germanici che erano state aggiunte alla Francia dalle guerre del Re Sole. La WW1 uccise un milione e mezzo di francesi. Londra progettava il conflitto mondiale perché l’ascesa del Secondo Reich, unificato e fatto possente da Bismarck, minacciava i propri primati imperiali, navali, economici. Lo Zar, plagiato dai diplomatici Sazonov e Izvolski, da granduchesse e generali che i bolscevichi avrebbero sterminato, accettava l’olocausto per l’eterna cupidigia di sboccare sul Mediterraneo e di egemonizzare i Balcani. Per la verità, all’ultimo Nicola II intuì il baratro che si apriva per milioni di sudditi, per la monarchia, per se stesso e per un bel po’ di congiunti; ma non osò decapitare Sazonov e compagni, come avrebbero fatto i suoi padri. I bellicisti pietroburghesi ambivano alla futile estensione di un impero talmente immenso che si è sfasciato.

Il Kaiser di Berlino faceva l’espansionismo di tutti i tempi. Quello di Vienna tentava di dilazionare quella finis Austriae  che i suoi romanzieri e artisti presentivano da decenni. I mandanti del terrorismo serbo  si lusingavano di scimmiottare su scala microbalcanica le annessioni del Piemonte e i trionfi della Prussia. I sogni conquistatori del ‘sacro egoismo’ di Salandra & Sonnino ci sono familiari (nuovi possedimenti in Dalmazia, in  Africa, persino in Anatolia). A cose fatte l’inqualificabile Salandra si sarebbe lamentato di non avere ricevuto il premio di un titolo nobiliare.

Se le Nazioni Unite, inventate dal bellicista F.D.Roosevelt, non fossero inutili da sempre, dichiarerebbero criminali di guerra e nemici dell’umanità tutti gli statisti della vigilia di Serajevo. Dopo, le ossa degli sterminatori andrebbero disseppellite e bruciate, come nel Medioevo capitò a vari papi e antipapi, nonché a tanti eretici. Allora  l’infierire sui cadaveri obbediva a logiche di fazione. Bruciare le ossa dei grandi bellicisti di un secolo fa sanzionerebbe un principio nuovo: i governanti non hanno più il diritto di decidere la guerra. Al più possono ordinare le spedizioni tardo-coloniali fatte dai soli guerrieri di professione, sempre che i contribuenti concedano i fondi. Nei millenni si è ordinato ai popoli di morire e di uccidere per la Patria, per l’ideologia, per la religione. I roghi di ossa della Grande Vendetta farebbero ricordare il dovere di odiare i patriottismi da guerra. Odiarli  più fattivamente delle esclamazioni dei pacifisti.

A.M.C.

ORFANI A SINISTRA

Un po’ per l’attrazione del macabro, molto più per concederci dell’ilarità cioè del buon sangue, abbiamo riaperto un libro del ’68: René Viénet, Enragés et situationnistes dans le mouvement des occupations, ed. Gallimard. Sapendo come andarono a finire il Maggio francese e tutti indistintamente i conati gauchistes (=sinistristi all’occidentale) del pianeta, per umana compassione non infieriamo sugli sbaragliati. Riportiamo solo uno, molto dimesso, dei loro gridi di battaglia e di vittoria nei giorni allucinati tra l’11 e il 30 maggio 1968: “Dans les Bourses  d’Europe les capitalistes tremblent, les gérontocrates tournent les mots pour expliquer l’action des masses”.

Credevano di avere attivato il detonatore della Rivoluzione mondiale. Credevano di avere eccitato i proletari a sollevarsi, laddove i proletari aspiravano alla seconda casa e alla terza voiture  del nucleo familiare. In ogni caso si deliziavano dei parossismi vandalici e delle centinaia di fatti microinsurrezionali che umiliavano l’incarnazione dell’autorità, il monarca Charles de Gaulle. Trascriviamo solo alcune meste riflessioni di quando le fortezze che avevano eroicamente espugnato -l’Odeon, la Sorbona, le Beaux Arts, Nanterre- caddero.  Falliti presto i grandi scioperi politici delle fabbriche – Renault, Rhodiaceta, Citroen riaprirono il 17- fu giocoforza ammettere la disfatta. Ma si facevano coraggio con le  chimere:

“La France reste dans la chaine volcanique de la nouvelle géographie des révolutions. L’éruption révolutionnaire n’est pas venue d’une crise économique, mais elle a tout au contraire contribué à créer une situation de crise dans l’économie. Ce qui a été attaqué de front en Mai, c’est l’économie capitaliste développée fonctionnant  bien; mais cette économie, une fois perturbée par les forces négatives de son dépassement historique, doit fonctionner moins bien: elle en devient d’autant plus odieuse, et renforce ainsi  ‘le mauvais coté”, la lutte révolutionnaire qui la transforme. La théorie radicale a etée confirmée. Elle s’est immensément renforcée. Ici a eté allumé un brasier qui ne s’éteindra pas”.

Direte: bella forza sghignazzare 45 anni dopo. Prescindendo dal fatto che chi scrive sghignazzò in tempo reale (lo attestano quell’anno vari numeri di ‘Relazioni Internazionali’, il settimanale del milanese Istituto per gli studi di politica internazionale, nonchè numerosi scrittarelli in altre sedi), è reale l’imperativo di capire: la lezione della disfatta del ’68 è stata straordinariamente rafforzata, non indebolita, dal quasi mezzo secolo che è trascorso. La lezione, anzi la ‘legge’, impartita dalle cose è che, più le sinistre moderate credono d’essersi aperte prospettive (per avere respinto le frange lunatiche) e più l’assetto capitalista/consumista si rafforza. Perché si indebolisca occorre che tutte le sinistre, anche quelle ragionevoli, spariscano.

Perché? Perché, avendo ripudiato la rivoluzione, le ragionevoli credono di potersi permettere il fatuo progressismo ‘dei diritti’. E’ innocuo ma momentaneamente nocivo. Pur depotenziatosi da Zapatero a Rodotà e alla Boldrini, pur trascolorato dalla militanza alla petulanza, persino questo sinistrismo venuto da Lilliput e ridotto al ridicolo non cessa di antagonizzare i grandi numeri: la gente. Per dirne una, i fiori d’arancio homo.

Risultato, l’ordine costituito si rinsalda. I ricchi di oggi sono molto più ricchi dei loro padri e nonni. La loro condizione è più confortevole. E si fa sempre più impossibile -grazie in particolare alla Più Bella delle Costituzioni-  tassare gli yacht e i consumi d’alta  gamma, tagliare i costi delle istituzioni e quelli militari imposti da Washington, colpire le grandi fortune, le ricchezze ereditate, i diritti acquisiti, le retribuzioni, pensioni e liquidazioni da Sodoma/Gomorra. E’ sempre più faticoso  far avanzare la civiltà.

Più che mai allora si impone il ribaltamento integrale, ma le sinistre proteggono l’esistente. Tutto il nuovo che pensano, fallisce. Nessuna formula giacobina, sia essa girondina o montagnarda,funziona perché non esistono i leader, le idee-forza, i programmi. La politica che conosciamo muore. La salvezza verrà dalla non-politica.

La gente dovrà essere guadagnata coi fatti, non coi sillogismi, a desiderare le novità grosse. Certamente non sarà attratta dal bouleversement del ’68, meno che mai da quello della Comune parigina del 1871: centomila morti inutili, visto che dettero la vittoria a Thiers. Le corti marziali funzionavano ancora nel 1875. Fu molto più clemente Charles de Gaulle (altro grande sconfitto, però nobile. Si era illuso di realizzare la cogestion e la participation, ossia le cose serie che la vecchia politica credette di strozzare nella culla).

A.M.Calderazzi

GRADUALISTI ESULTANTI PER L’EXPLOIT DEL PARTITO DEGLI ASSESSORI

Un segmento del popolo progressista si incanta davanti alle ultime amministrative: più ancora del Pd, è la democrazia rappresentativa che ha trionfato. Le bieche giunte di destra sono state estromesse, ma soprattutto è stata smentita l’impossibilità di battere il Predellino mediaset. Gli ottimisti della volontà si deliziano al garrire delle bandiere ex-rosse. Vedono allontanarsi l’incubo della soluzione autoritaria, populista, bergogliana al limite, alla grande crisi. Hanno ragione se si contentano dell’esistente; se in fondo stimano la loro classe politica; se cambiare democrazia li spaventa.

Peraltro, qual è l’esistente che stimano? E’ un monopartito di regime, articolato su due formazioni un tempo avversarie, oggi varianti dello stesso pensiero liberal-consumista. Il regime ha un capo titolare che regna e governa dal Colle. Transfuga dal togliattismo, apostata del socialismo, gode della fiducia del Pentagono, grazia un colonnello yankee condannato dalla nostra magistratura, considera giusti la guerra in Afghanistan, le spese militari e lo sfarzo del Quirinale. Il braccio plutocratico del monopartito di potere è proprietà di un Creso libidinoso. Il braccio progressista è capeggiato da un collettivo di capicorrente oggi coordinato inter pares da Enrico Letta. I deliziati dalle Amministrative si attendono che il monopartito a) scongiuri la bancarotta e fermi la desertificazione manufatturiera,  b) faccia quel po’ di riforme che risanino la Malarepubblica, attenuino il saccheggio del denaro dei contribuenti, abbassino il ludibrio che ci attende all’estero.

Se otterranno queste cose, avranno avuto ragione. Al momento però si chiedano se è verosimile che le otterranno. Il presidente del regime incarna un settantennio politico a valle del quale il denaro e la proprietà hanno trionfato, i divari sociali si sono allargati, l’idea socialista è morta e chi ancora ne balbetta si vergogna. L’ala possidente del monopartito appartiene a un conte Cagliostro (in realtà Balsamo Giuseppe, pluricondannato) di razza brianzola invece che palermitana. Cagliostro è ancora capace di garantire al ceto medio che il sinistrismo ‘no pasarà’. Quando vorrà, Balsamo Giuseppe cederà il comando a qualcuno meno in gamba, però non ingombrerà il Casellario giudiziario.

Il collettivo che guida il segmento Democrat del regime e che spadroneggia nei municipi e nelle urne locali porta avanti dal 1945 l’egemonia del Pil salariale, dei diritti acquisiti e dell’immobilismo. In questo la sua affidabilità è tale che lo prediligono le ereditiere progressiste come i pensionati al minimo e gli odiatori dei salti nel buio.

Da questa  classe dirigente e da questa compagine di governo gli ottimisti della volontà si attendono questa svolta verso la virtù (giacobina) che esorcizzi lo spettro della soluzione di forza, oppure senza forza ma antipolitica, alla nostra crisi. Il demonio che vogliono scacciare non è solo l’Ataturk  che si impadronisce di un paese e lo costringe a liberarsi dei vecchi pascià. E’ anche un condottiero di anime alla fra’ Girolamo Savonarola: mezzo millennio fa, per pochi mesi, fece di Firenze una democrazia teocratica e pauperista, frontalmente contrapposta alla Roma laida del secondo papa Borgia (il quale sarebbe piaciuto all’Elefantino e ad alcuni Democrat). Agli ottimisti della volontà ripugna che la salvezza sia insurrezionale, cioè non venga dalla mediazione della Casta.

Se essa salvezza verrà come la vaticinano loro, se il Partito degli Assessori costringerà il Regime a compiere le grandi opere di bonifica e di giustizia che la fede gradualista vieta ad Ataturk e a Savonarola, noi schernitori delle urne ci convertiremo al progresso senza avventure. Dilaniati dalla vergogna, vestiti di stracci penitenziali come Enrico IV imperatore a Canossa, ci inginocchieremo al portone di Montecitorio, imploreremo singhiozzando che la Casta a camere riunite rielegga Giorgio quante volte bastino a far trionfare il Bene democratico e la Più Bella delle Costituzioni.

Gli Ottimisti vigilino acché il trionfo si celebri..

Antonio Massimo Calderazzi

“LABORATORIO ITALIA O MORTE!”

“Roma o morte”  fu il grido di lotta del risorgimentale Partito d’azione, quando negli otto anni tra Aspromonte e Porta Pia caldeggiò la conquista dell’Urbe. Qui spieghiamo perchè riaprire il secolare laboratorio della creatività nazionale. A chi dalle nostre parti non è capitato di sentire “Non sono mai stato all’estero, ma l’Italia è il più bel paese al mondo”? Chi ormai non trova strano il vanto “Sono fiero d’essere italiano”? Almeno un paio di volte per millennio dovremmo fare l’inventario degli svarioni, feticci e ubbie del nazionalismo. Le pretese sceme vanno sfatate: siamo all’incirca come gli altri dell’Occidente. Per qualche aspetto siamo meno degli altri.

E tuttavia: chi può negare che nello Stivale siano nati pensieri e accadute cose quali la Scandinavia, la piana sarmatica o il subcontinente sud-americano non hanno mai conosciuto? Non è detto valga ancora il giobertiano Primato degli Italiani; però non abbiamo l’obbligo di considerarci nient’altro che un dipartimento, un cantone di contesti più larghi: l’Europa, l’Occidente, l’Umanità. E’ incontestabile: negli ultimi diecimila anni lo Stivale ha prodotto da solo più bene e più male che interi sottocontinenti. Uno di noi che abbia vissuto al riparo di uno scudo chiamato ‘senso critico’ deve chiedersi almeno una volta se non ha ecceduto in understatement.

E’ stato bene eccedere, però attenzione. Questo Stivale ha secreto più succhi e più tossine di altre nazioni. Ha inventato, oltre alla mafia e all’obbedienza a tutti i padroni (Francia o Spagna purché se magna), anche l’impero romano, il papato prevaricatore, il Rinascimento glorioso e figlio di puttana, le dolcezze e gli ululati dell’opera lirica, le fisse del pallone e della moda, il futurismo, il fascismo, Gabriele d’Annunzio, e non è finita.. Ebbene, se non si dimostra che siamo invecchiati più di altre stirpi, ci corre l’obbligo di restare inventivi; di non imitare e basta; di porci  domande che altrove tramortirebbero. In politica, per esempio.

Settant’anni fa, quando la sconfitta militare e la fine del fascismo si fecero sicure, i carpetbaggers che aspiravano all’eredità credettero di costruire un audace Stato Nuovo coi progetti, i materiali e gli stili di oltre un secolo prima: urne, parlamenti bicamerali, partiti predatorii. Per il ritardo culturale e il dolo dei padri/nonni Costituenti ci troviamo col peggiore dei congegni occidentali. Non è grottesco che, con la nomea di estrosi che ci portiamo addosso, non ci venga in mente di farla finita con istituzioni e concetti  venuti in voga due secoli e mezzo fa?

Riproponiamo dunque con forza la questione “laboratorio Italia”. Abbiamo tanto poco da perdere che ci conviene sperimentare. Il rifiuto della democrazia rappresentativa e del parlamentarismo ha ormai una storia molto lunga: in Francia, p.es., lunga quanto la Terza e la Quarta Repubblica; taciamo sull’Europa orientale, Russia in testa.

Da noi quasi nessuno crede più nella democrazia dei partiti e delle urne. Non si profila altra alternativa che il passaggio a questa o  quella formula di democrazia diretta/elettronica, più o meno selettiva. E’ disdoro del regime sorto nel 1945 e della sua cultura inerte se l’unica disordinata ipotesi di democrazia diretta e stata fatta propria da un movimento strampalato: Le sue prime iniziative politiche, dopo un’affermazione folgorante, si presentano illogiche. La più  bislacca è la scelta di puntare sul Parlamento, laddove il M5S ha senso solo come forza frontalmente antiparlamentare e anti-istituzionale. Le vie del Signore essendo infinite, è possibile che quanto resterà del  Movimento consegua qualche risultato, a giustificazione della strategia parlamentare. Ma lo scetticismo è lecito.

Un sentiero è stato aperto quando il grillismo ha avviato la pratica della deliberazione via Web; ha inoltre reso brevissimi gli incarichi quali le presidenze dei gruppi parlamentari. Se resteranno trimestrali, si confermerà il proposito di contrastare almeno una parte delle prassi che fanno professionale, carrieristica e cleptocratica l’attività politica. Tuttavia il disegno di prosciugare dall’interno l’acquitrino, anzi le sabbie mobili, della democrazia truffaldina risulterà velleitario. Anche perché la compattezza, la disciplina e il disinteresse degli eletti sono esposte ai rischi più gravi. Il Movimento avrebbe dovuto assalire le istituzioni per demolirle, non per gestirle.

Eppure non è chi non veda il potenziale  dell’opposizione di sistema mossa dal M5S, per la prima volta dal 1945. Sin da subito il popolo del Web potrebbe essere associato alla funzione legislativa. Si parlava da molti anni di democrazia elettronica e da noi non accadeva niente. Con tutti i suoi errori, Grillo ha mosso qualcosa.

L’obiezione tradizionale alla proposta di ‘tornare ad Atene’ è che Atene negava l’appartenenza alla Polis alle donne, agli schiavi, ai meteci. La Polis era ristretta. Ebbene, il concetto di democrazia neoateniese che Internauta ha ricevuto da un piccolo nucleo di ‘progettisti’ milanesi – v. Internauta Ottobre 2012, “Blueprint: la Democrazia Neo-Ateniese Selettiva”– si basa sulla pregiudiziale che la Polis autogovernata del futuro sia ristretta. Circa 500-600 mila supercittadini  che si avvicendano a turni di “servizio politico” di non oltre un anno. Abolite le elezioni, si diventa supercittadini per estrazione a sorte, non all’interno dell’intera Anagrafe ma di un Ruolo di Selezionati.  Sorteggi di secondo e terzo grado assegnerebbero gli incarichi oggi elettivi ai supercittadini nell’anno di turno politico.

In aggiunta alle persone con elevate benemerenze civiche (il volontariato in primis) e oggettive esperienze culturali e lavorative (non solo imprenditori o accademici di livello, anche capi operai, coltivatori diretti, etc.), il Ruolo dei Sorteggiabili  potrebbe accogliere anche chi dimostri con un esame d’essere in grado di fare il supercittadino per un anno, se scelto dal sorteggio.  Un organismo della magistratura gestirebbe le selezioni e i sorteggi: sempre col limite massimo di un anno per turno. I politici di carriera sparirebbero. Al più modesto dei coltivatori dell’Attica poteva accadere di fare l’arconte, magari per un giorno.

Concludendo: ciascuno di noi abitatori di questa ‘Saturnia tellus magna parens frugum’ si senta sfidato a pensare a qualcosa di diverso da ciò che abbiamo. Sfidato a progettare, a ingegnerizzare una Polis meno scadente della nostra. Come società civile non stimiamo più il nostro assetto. Concepiamone uno migliore. Oppure deponiamo il vanto della fantasia creativa.

A.M.C.

MARIO MONTI RIAVREBBE UN SENSO SOLO CONTRO IL SISTEMA

Fino a qualche mese fa si poteva pensare che lo statista più fallito della storia contemporanea d’Europa fosse stato, nella Spagna degli anni Trenta, Manuel Azagna. Non aveva fondato da solo la Seconda Repubblica iberica -la Prima, del 1873, era morta due anni dopo- però arrivò a impersonarla (così come Francisco Franco riuscì in pochi giorni  a farsi egemone della ribellione militare). L’ascesa di Azagna, un saggista con pochi lettori e il leader di un piccolo partito, era stata meteorica. Nemmeno tre mesi dopo essere diventato capo del governo si fece eleggere presidente della Repubblica. Da quel momento, 10 maggio 1936, e per tutta la Guerra civile Manuel Azagna fu una non-presenza. Nel suo campo fecero tutto gli altri: Largo Caballero, Negrin, Dolores Ibarruri, per ultimo Togliatti e altri emissari moscoviti. Alla morte della Repubblica riparò in Francia a piedi, confuso nel mare dei fuggiaschi.

Era pensabile che nessuno avrebbe battuto in negatività il governante che alla vigilia della tragedia aveva così riassunto la terribile vicenda della sua nazione: “La classe lavoratrice spagnola è materiale grezzo per un artista”. E, appena nata la Repubblica: “Brucino tutte le chiese di Spagna piuttosto che si rompa la testa a un repubblicano”.

Ma venendo a noi,  che pensare di Mario Monti? All’avvio della sua azione era apparso il Superuomo, capace di deviare la storia, l’artefice di un’alternativa epocale: i signori del know how al posto dei politici truffaldini. Oggi l’ex-Gran Visir della dottrina e della conduzione, lo statista di rango continentale, risulta miniaturizzato. Ridotto a misura poco più che lillipuziana. Un Luigi Facta (tentò di fermare la Marcia su Roma) di novant’anni dopo. In teoria, un giorno potrà  rivelarsi la grande riserva della nazione (così de Gaulle designava Pompidou), persino dell’Europa. Al presente è come non esistesse. Precipitato dai cieli come Lucifero.

Mario Monti si è letteralmente cancellato per aver creduto che il dilemma italiano avesse solo due corni: bancarotta o salvezza, nella continuità  istituzionale. Invece si offriva una terza strada, la forzatura della legalità nel superiore interesse del Paese. Il Mario Monti del 2011 era da solo un Comité de Salut public, come nel 1793 rivoluzionario. Era il Demiurgo, l’uomo che senza pieni poteri non aveva senso. Insediato a palazzo Chigi dal calcolo volpino di chi temeva, oltre al disastro alla greca, un 25 luglio della partitocrazia, Mario Monti avrebbe dovuto trovare la tempra dei tempi eccezionali: disobbedire alle regole d’ingaggio; superare le limitazioni del potere esecutivo; governare, non riferire alle Camere. In caso di improvvisa sciagura nazionale non avrebbe trascurato le prassi e le regole, non avrebbe sospeso il parlamento e altre istituzioni di manomorta?

La Carta costituzionale avrebbe vietato, ma la cosa non doveva contare. Summum jus summa iniuria. Nell’ora del pericolo le tavole della legge si accantonano. Quando ricorreva al Dictator, la Roma dei Quiriti sospendeva tutte le magistrature. E sono pari a quelli di un sovrano, in caso di necessità, i poteri del presidente USA (alcuni Padri Fondatori lo avrebbero voluto Re, un re da secolo XVIII).

Monti il legalitario credette di poter governare, nella sostanza, contro i partiti padroni delle istituzioni e dei meccanismi, cioè del regime, col sostegno di essi partiti. L’equivoco è durato pochi mesi, dopo di che la cosa pubblica è stata riconsegnata in toto ai suoi devastatori, essi sì fuorilegge e potenziali imputati di Norimberga.

Un aggravamento estremo dell’economia potrà forse richiamare in servizio il generale sconfitto. Ma dovrà rifiutare, se il mandato non sarà opposto a quello che lo condannò alla disfatta.

Antonio Massimo Calderazzi

PER CACCIARE GLI OLIGARCHI UN CATILINA PIU’ FORTUNATO

Lucio Sergio Catilina tentò invano di portare al potere la fazione popolare; morì in combattimento nel 63 a.C.. Perché invocare lui, quando tanti altri politici si opposero ai governanti con più fortuna?

Risposta: perché le coincidenze col nostro oggi sorprendono. Paragonare la vicenda delle ‘larghe intese’ a quelle della Roma che alla sconfitta e morte di Catilina era già un vasto impero può apparire ridicolo. Eppure sono processi che si assomigliano.

Nel tempo di Catilina la Repubblica moriva: nell’anno 49 Giulio Cesare, varcando il Rubicone, se ne sarebbe fatto sovrano (ma non volle prendere il titolo di ottavo re di Roma). Esplosa da città-stato a grande potenza di territori sterminati e tensioni irriducibili, i suoi assetti aristocratici non reggevano più. Già un ottantennio prima Caio Mario, generale conquistatore di regni, sette volte console, aveva raggiunto il potere di un monarca militare che sfidava tutti gli ottimati messi insieme. Li sfidava sia perché la gestione imperiale esigeva un potere superiore a ogni altro, sia perché erano le masse proletarie e ‘borghesi’ che spingevano i personaggi molto forti  come Mario ad aggredire l’egemonia degli aristocratici, padroni del Senato. Il passaggio dall’oligarchia degli ottimati alla monarchia democratica appoggiata dalla plebe e dai ceti intermedi era fatale. In realtà Lucio Sergio Catilina fu il precursore che spianò i sentieri all’uomo del Destino, Giulio Cesare; anzi fu segretamente mandato avanti da Cesare e da Crasso perché il regime dei senatori ricevesse una spallata forte.

Catilina non era un probo: aristocratico pieno di debiti, spregiudicato, accusato di un delitto, sospettato di altri, la propaganda senatoria ne annerì la fama. Invece non sono mancati gli studiosi e gli artisti che ne hanno additato il ruolo politico e di testimonianza, Il suo giovanile parteggiare per Silla non lo collocò propriamente a fianco dei proletari.

Invece le posizioni qualificanti, quelle che lo portarono alla sollevazione armata, furono dalla parte del popolo. Chiedendo la cancellazione dei debiti avvantaggiava anche i patrizi avventurosi come lui, ma il programma di proscrivere i ricchi e distribuire terre ai nullatenenti era inequivocabilmente anticonservatore.

“Catilina -ha scritto uno storico- fu l’esponente del disagio dell’epoca. Agì significativamente per rompere la cristallizzata situazione della repubblica aristocratica. Che sia stato spinto più da ambizione che da generosità o da lucida visione politica conta meno del fatto che cercò di scuotere l’ordine costituito. Il suo movimento era storicamente giustificato: in un certo senso precorse Cesare. La tradizione lo ha colorato a tinte fosche, sottolineando gli aspetti demagogici. Ma le sue indubbie responsabilità non devono far dimenticare la durezza con cui  l’oligarchia difendeva il proprio monopolio”.

Varie opere drammatiche furono dedicate a Catilina: da Ben Johnson nel 1611; da Crébillion nel 1748; da Voltaire quello stesso anno; da A.Dumas padre esattamente un secolo dopo. Nel 1850 Ibsen fece di Catilina un simbolo della lotta contro il potere socialmente ingiusto.

Catilina agì perché l’assetto repubblicano si spegneva. Anche il nostro sistema è minacciato di morte: da una crisi economica strutturale come dal coma della democrazia rappresentativa-parlamentare e dall’immoralità dei gestori di questa ultima. Dopo un lungo ventennio di malattia grave la nostra classe dirigente, fatta anche di burocrati, boiardi e parassiti di alta gamma, non ha ancora avviato alcuna terapia: nè riforme, né tagli ai costi della politica e delle istituzioni, né lotta alla corruzione. Perdurano persino le forme degenerative più estreme, quali il sacrificare la solidarietà agli handicappati gravi per non toccare le spese di puro sfarzo  -il Quirinale!-, quelle militari e diplomatiche, le rendite e i privilegi delle corporazioni più rapaci. I tempi sono maturi per un eversore: in mancanza di meglio, Catilina.

Impressionano i parallelismi di linee tra il vertice dell’oligarchia combattuta  da Catilina e il vertice dell’oligarchia odierna. Nel 63 il capo del regime senatorio era Marco Tullio Cicerone, e la sua strategia per salvare le istituzioni era la concordia ordinum, cioè la coalizione tra i patrizi e i cavalieri (ceti emergenti, gruppi economici), alleanza successivamente presentata dal console-sommo oratore come consensus omnium bonorum. Chi saprebbe vedere una differenza rispetto alle ‘larghe intese’ volute da Giorgio Napolitano?

La Grosse  Koalition di Cicerone suscitò il tentativo armato di Catilina, seguito dal breve trionfo politico di Cicerone. Non molto dopo questi cadde: esiliato per avere messo illegalmente a morte nel Carcere Mamertino, sotto il Campidoglio, cinque seguaci di Catilina.

Theodor Mommsen, storico e premio Nobel, sottolinea che “il partito popolare a Roma ornava di fiori e corone la tomba di Catilina come un tempo faceva per quelle dei Gracchi. Il popolo si era posto sotto le bandiere di Cesare aspettando da lui ciò che Catilina non era stato capace di dargli”. E ancora: “La sollevazione di Catilina fu simile alle battaglie tra capitalisti e nullatenenti che un secolo prima avevano sconvolto il mondo ellenico”. Secondo Mommsen gli oligarchi, i Pauci, usarono con Catilina metodi altrettanto spregiudicati quanto i suoi. Se il Nostro trovò spazio per la sua rivolta fu perché l’oligarchia era ormai impotente di fronte alle crisi che si ingigantivano.

Il Cicerone della morente nostra Repubblica è Giorgio Napolitano. Egli crede di avere trovato nelle ‘larghe intese’ la formula che farà sopravvivere il regime cleptocratico. Nell’immediato può avere ragione: finché non sorgerà un giustiziere più fortunato di Lucio Sergio. Potrà anche essere un giustiziere collettivo, il popolo della democrazia diretta (selettiva) che forse si ribellerà, ben più energicamente di coloro che votarono M5S o si astennero in massa. I governanti, gli alti burocrati, i carrieristi. i malfattori che oggi usurpano il potere, saranno sottoposti a  processo come a Norimberga.

Per Napolitano l’esito sarà meno crudo di quello che toccò 21 secoli fa al collega della concordia ordinum:: Marco Tullio fu ucciso mentre cercava di mettersi in salvo; accadde non molto dopo le Idi di Marzo che misero a morte Cesare. La futura Norimberga sarà più clemente, per il Processato in chief come per gli altri.

Antonio Massimo Calderazzi