USA: TITANI FILANTROPI E NANI DEL MALAFFARE

Che lo spirito dell’America appartenga ai ‘common men‘ è un articolo di fede di non pochi parolieri di Broadway e di Tin Pan Alley.
Nel 1942 un grande musicista, Aaron Copland, compose una ‘Fanfare for the Common Man‘ che è una delle creazioni più amate dal paese dei miti, diciamo così, realizzati. Tuttavia non furono propriamente ‘common‘ i pionieri e i fuorilegge della Frontiera: né lo furono i titani del denaro che verso la fine dell’Ottocento dominarono l’esplosione industriale.
Alcuni di essi furono non solo ‘poco comuni’, ma anche straordinariamente dissimili dai loro pari d’Europa e di altri continenti. Parliamo di una specie umana tra le più rare al mondo: quella dei filantropi estremi, sorta autoctona nel bizzarro reame degli ultraricchi a stelle e strisce.

John Davison Rockefeller fu mandato a ventunanni nei campi petroliferi della Pennsylvania a capire se avevano un potenziale commerciale.
Fino a quel momento il grezzo veniva imbottigliato in flaconi con la scritta ‘Genuine Petroleum‘, e vantava di curare un certo numero di patologie.
Nel 1859 cominciò a essere distillato in kerosene, e si aprì l’era degli idrocarburi. Il giovane di cui trattiamo tenne per sè l’intuizione del futuro, visto che presto avviò una piccola raffineria a Cleveland nell’Ohio.
A trent’anni creò la Standard Oil Co. of Ohio, comprò altre 25 raffinerie e un triennio dopo risultò dominare tutto il settore americano della raffinazione, carri cisterna e oleodotti compresi. Il Nostro fu probabilmente primo tra i ricchissimi a decidere, verso i sessanta, che tanto ben di Dio andava condiviso. Alla fondazione che istituì col proprio nome assegnò 530 milioni di dollari per la ricerca medica.

Andrew Carnegie, altro uncommon man, cominciò dal niente e quando fu miliardario prese ad assegnare fondi giganteschi a università, ospedali, parchi pubblici, auditorii e a tremila biblioteche. Alla moglie e ad una figlia che gli sopravvissero lasciò relativamente poco: considerava sbagliato arricchire troppo la famiglia. Si fece molti nemici e detrattori, ma il suo disdegno verso la ricchezza ereditata era genuino, e naturalmente non era condiviso.

Gli eredi dei titani del business misero ogni impegno nell’ostentazione.
Per esempio decisero di far nascere un luogo esclusivo per i loro soggiorni estivi sull’Atlantico. A Newport, Rhode Island, si aggregarono residenze sontuose modellate su quelle della massima nobiltà. Il curioso è che si compiacevano di chiamare le loro Versailles con nomi alla mano, graziosi e non altisonanti, come ‘cottages‘.

Quella dei Vanderbilt risaliva a un fondatore, primo nome Cornelius, il quale aveva cominciato come capitano di un traghetto che collegava Manhattan a New Brunswick.
Pervenne a possedere una flotta di mercantili e di transatlantici, alcune ferrovie ed altro. Dette il suo nome ad una università a Nashville, Tenn., ed ebbe la fortuna di un figlio fattivo che seppe raddoppiare i soldi ereditati.
Il cottage di Newport era ornato di arredi che costarono il quadruplo rispetto all’edificio. Ricevette la visita di un cognato dello Zar di Russia, il quale dichiarò di non aver mai visto tanto lusso. Ad un certo pranzo gli invitati furono esortati a servirsi da un vassoio di rubini, diamanti e zaffiri. Nei bui sweat-shops (opifici tessili) di New York lavoravano alle prime macchine da cucire, sedici ore di fila, ragazzini pagati $1,20 al giorno.
Non prima del 1914 la paga media delle fabbriche raggiunse i $2,40 al giorno (ma presto Henry Ford quadruplicò, perché le maestranze potessero comprarsi la T Model). Per non parlare del milione di contadini irlandesi che la ‘potato famine‘ aveva ucciso nel triennio 1845-48.

John Pierpont Morgan imperatore di Wall Street aveva una faccia feroce, dominata da un muso da caimano. Invece aveva studiato a Goettingen, fu un raffinato intenditore, riempì la Morgan Library a un angolo di Madison Av. di opere d’arte, libri e manoscritti antichi di gran valore.
Possedette o controllò fortune così gigantesche da poter rilevare i beni di Andrew Carnegie re dell’acciaio e far nascere la U.S. Steel, massima tra le corporations siderurgiche del mondo. Finanziò Stati sovrani impegnati in guerre o in smisurate opere di pace, nutrì milioni di profughi.
Soprattutto resse la finanza americana con i fondi e il prestigio del governatore di Banca Centrale che gli USA non avevano. Più di una volta intervenne col denaro proprio e con quello delle banche che gli obbedivano per scongiurare crolli rovinosi. Da solo salvò il credito della città di New York, minacciato dalle banche londinesi.
Con un colpo di audacia straordinaria salvò la riserva aurea del U.S. Treasury emettendo bonds per 65 milioni di dollari. Solo il presidente Theodore Roosevelt, arcinemico dei trust e di quelli che chiamava i malfattori della ricchezza, ebbe il coraggio e i mezzi costituzionali per abbattere un monopolio che J.P. aveva organizzato su tutti i trasporti tra i Grandi Laghi e il Pacifico.

Nel secolo XIX gli Stati Uniti conobbero crisi, anche sociali, e dure fasi recessive: ma la bonanza durò per ventinove anni nel Novecento. Un segnale premonitore venne nel 1928, quando il presidente Cavin Coolidge annunciò che non si sarebbe candidato per la rielezione. Si intuì che incombevano tempi neri. Era stato vicepresidente di Warren Gamaliel Harding, non però implicato nelle malefatte di vari personaggi di quest’ultimo.
Quando Harding morì, la notizia raggiunse il vicepresidente che si trovava nella casa paterna, nel Vermont. Il genitore era un ‘notary public‘, così fu lui che raccolse il giuramento del figlio di ‘proteggere e difendere la Costituzione degli Stati Uniti’. Il figlio era arrivato così in alto perchè era piaciuta la sua ‘dottrina’ da governatore del Massachusetts in merito a un’agitazione sindacale dei poliziotti di Boston: “Il diritto di mettere a repentaglio la sicurezza non spetta a nessuno, mai, in nessun luogo”. Gli americani amarono questo presidente così tranquillizzante, dopo i passaggi sgradevoli della presidenza Harding.

L’America aveva scelto Warren Gamaliel Harding nel 1920, dopo gli otto anni nervosi, e anche luttuosi di Woodrow Wilson, il precursore dell’impero planetario di F.D. Roosevelt. Warren G. non aveva particolari qualificazioni politiche, ma il suo era il look dello statista ‘normale’ e non esagitato o messianico come Wilson. Il regno di Harding fu più o meno discusso quanto quello di Grant, che la storia ricorda sia come comandante supremo unionista nella Guerra di secessione, sia come capo di un’amministrazione inquinata dai fatti corruttivi. Un ministro e altri dignitari di Harding saccheggiarono il denaro pubblico eludendo a lungo i sospetti della gente. Un amico del presidente fece due anni di carcere. Un suo Attorney General dovette distruggere le proprie carte bancarie al momento d’essere processato. Il Segretario all’Interno si fece pagare per dar via parte della riserva di petrolio del governo federale. Il capo del FBI si prese un sostituto che era stato condannato per omicidio. La figlia di un ex presidente definì in termini blandi Warren Gamaliel Harding: ‘Non è cattivo, è solo inetto’. Insomma il congegno istituzionale degli Stati Uniti non fu sempre esemplare come predica l’atlantismo demoplutocratico.

Antonio Massimo Calderazzi

UNA VOLTA ALLA CASA BIANCA IL GRANDE GRANT LA DETTE VINTA AL MALAFFARE

Riflettendo sui due mandati compiuti da presidente degli Stati Uniti (1868-76) Ulysses S. Grant, supremo comandante di quell’esercito nordista che vinse la Guerra di Secessione, confessò che agli inizi ignorava tutto del mestiere di governare. Immaginò che gli elettori lo avessero votato in quanto uno che aveva trionfato in un conflitto così aspro (620 mila caduti) era affidabile come gestore della cosa pubblica. E invece Ulysses S. Grant non risultò molto meritevole del pregiudizio benigno.
Per cominciare, gli storici Ernest R.May di Harvard e John W. Caughey di UCLA scrissero che alla Casa Bianca il generale si fece catturare dalla mala logica dello ‘spoils system’: “Si circondò di amici, parenti e professionisti della bassa politica (a parte Hamilton Fish, un segretario di Stato di prim’ordine). Gli bastò che i collaboratori lo ubbidissero alla lettera come facevano gli ufficiali durante la guerra, mentre era chiaro che non pochi della sua Amministrazione agivano male”.

A sette mesi dall’insediamento, un suo cognato aiutò due finanzieri senza scrupoli, Jay Gould e James Fiske, a fare insider trading in grande. Quando se ne rese conto il presidente reagì, ma il male era fatto e un Black Friday restò come una macchia. Anche perchè in quei giorni un’inchiesta del New York Times mise a nudo la corruzione nelle autorità di New York City: con altri malfattori di Tammany Hall il boss William Marcy Tweed “sifonò 200 milioni di dollari dal Tesoro municipale” (a quell’epoca la terra nel West si poteva comprare a 1,5 dollari l’acro- n.d.r.). Qualche tempo dopo (1870) i magnati del business ricorsero a Grant perché scongiurasse un verdetto della Corte Suprema pregiudizievole per certe loro operazioni; il generale presidente li accontentò nominando due nuovi giudici supremi, due grossi avvocati delle onnipotenti ferrovie. ‘Packing the Court’ si chiama così la dubbia consuetudine della Casa Bianca di fare infornate di amici nel sommo palladio della democrazia. Nei suoi quattro mandati il patrizio Franklin Delano Roosevelt si avvalse largamente della singolare prerogativa di ‘equipaggiare’ la massima magistratura.
Non ci fosse stata la prerogativa, il New Deal avrebbe fatto ben poca strada.

Grant non esitò a tentare di annettere la Repubblica Dominicana utilizzando per il negoziato un suo emissario, dunque ignorando il prestigioso segretario di Stato. Invece Hamilton Fish riuscì a trattenere il marziale presidente dall’anticipare di vari anni la guerra con la Spagna (la quale verrà nel 1898). Gli spagnoli avevano catturato la nave corsara ‘Virginius’ fucilando 53 pirati, alcuni dei quali americani di cittadinanza.
Il signorile Hamilton Fish si contentò di un indennizzo ( 80 mila dollari) a favore di vedove e orfani dei fucilati. Invece il generale presidente ce la fece ad ottenere una specie di diritto d’opzione sulle isole Hawaii: non sarebbero mai state cedute ad altra potenza.
Altri scandali: personaggi dell’Esecutivo e del Congresso si compromisero col Crédit Mobilier, chief contractor per la Union Pacific Railroad, nonché con distillatori clandestini di whiskey che avevano frodato il Fisco per milioni di dollari. E nel 1876 il Segretario alla Guerra accettò tangenti per assegnare un ‘trading post’ in territorio indiano controllato dal’Esercito. Nel giudizio degli storici succitati, l’unico merito della tarda presidenza Grant fu che ridusse le prepotenze dell’occupazione militare nel Sud sconfitto: soprusi ai danni dei bianchi umiliati.

Messa così, va detto che un secolo fa l’istituzione monarchica salvò forse lo Stivale da una presidenza del maresciallo Cadorna che magari sarebbe piaciuta al parlamentarismo repubblicano. E’ vero che le vittorie di Luigi Cadorna e di Pietro Badoglio furono meno smaglianti di quelle di Ulysses S.Grant. In realtà probabilmente nessuno dei detti marescialli avrebbe abbagliato le menti e i voti degli italiani.
Oggi poi non rischiamo un capo con molte stelle: come condottieri non abbiamo che un Armani, un Carlo DeBenedetti e un supermanager calcistico di cui ignoro il nome.

Antonio Massimo Calderazzi

SE LA CINA FARA’ GRANDE L’AFRICA EBBE RAGIONE LINCOLN: BACK TO AFRICA

Si usa dire che Pechino si impadronisce dell’Africa, ‘suo secondo Continente’. Si vedrà: gli inizi ci sono: 146 miliardi di dollari prestati nell’ultimo decennio a 56 paesi che non potranno restituire; cantieri imponenti già avviati. Se continuerà così, l’Africa diverrà un’altra cosa, diverrà uno dei motori del mondo. Allora ha senso quanto qui di seguito scriviamo su un profetico pensiero di Abramo Lincoln: la vera prospettiva per gli schiavi liberati dalla Guerra di secessione avrebbe dovuto essere ‘Return to Africa’.
Il presidente non fu solo a concepire il rimpatrio degli ex schiavi.
Da quando aveva abolito la schiavitù, ai primi dell’Ottocento, la Gran Bretagna aveva appoggiato alcune iniziative umanitarie.
Le quattro colonie facenti parte dell’Africa occidentale britannica -Nigeria, Costa d’Oro, Sierra Leone, Gambia- ricevettero presto esigui contingenti di affrancati. Ci furono rimpatri in altri territori del Continente nero, poi divenuti repubbliche. Se non fosse stato assassinato meno di una settimana dopo la resa dell’esercito del Sud ad Appomattox, è verosimile che il vincitore della Guerra di secessione avrebbe realizzato un esodo di ex schiavi ben più consistente di quello realizzato nel 1847 dall’American Colonization Society con la creazione della repubblica di Liberia.
All’epoca, non più di dodicimila liberiani vantarono l’appartenenza legale al piccolo paese satellite degli Stati Uniti.

Senza dubbio, finora i neri americani non hanno mai rimpianto di non essere liberiani. Questa che era nata come terra promessa degli schiavi, creata prima della Guerra di secessione da americani filantropi, è oggi una piccola repubblica -99069 kmq, anzi 111369 con le acque interne, meno di due milioni di abitanti- una nazione povera come tante altre, e dalla storia travagliata (due dittature, altrettante guerre civili, molti delitti politici). Peraltro è stato ed è uno dei massimi produttori di caucciù al mondo, con imponenti piantagioni dell’americana Firestone. Così come va l’Africa, i suoi cittadini non sono da compiangere più di altri, anche perché si permettono l’orgoglio della nazionalità. I raffronti non vanno fatti con quei neri d’alto bordo d’America che, discendenti di schiavi, superano per reddito e prestigio la maggior parte dei bianchi degli USA e del pianeta; ma con la massa dei quartieri neri, degli slums e dei villaggi miserabili USA.
In Liberia i discendenti dei trasferiti dall’African Colonization Society costituiscono un segmento privilegiato rispetto ai membri di varie etnie locali. I raffronti vanno fatti anche con quella che sarebbe divenuta la nazione degli ex schiavi se fosse stata istituita da Lincoln.
Il vincitore dell’aspra Guerra di secessione -non meno di 620 mila caduti- era uno statista di tempra e carisma eccezionali: altrimenti non avrebbe salvato l’Unione. Se fosse vissuto, e se avesse tenuto fede al proprio giudizio sul futuro della questione razziale, avrebbe realizzato ben altro che l’esperimento liberiano.

Il movimento del Return to Africa non scomparve con la nascita della Liberia. Al contrario, ai primi del Novecento la crociata Back to Africa apparve in considerevole crescita, con alcuni esponenti di statura internazionale come William E.B. Du Bois, professore alla Atlanta Univ., e come Booker T. Washington, che il presidente Theodore Roosevelt onorò alla Casa Bianca. Addirittura l’insuperabile attivista Marcus Garvey si qualificò come un Mosè dei proletari neri d’America. Arrivò a comprare tre navi e a preparare la partenza per la Terra Promessa di ventimila neri.
Fu abbattuto dalle inchieste sull’impiego dei fondi raccolti.
Finì in prigione e fu espulso dagli USA.

I tempi sono cambiati e forse la Cina farà grandi cose nel Continente, staremo a vedere. Quanto all’America, l’integrazione dei neri resta impossibile, quali che siano le menzogne del politically correct.
Essi sono una componente massiccia (13%) della popolazione (gli inglesi, che più di altri inventarono le Tredici Colonie, non superano il 7%), ma per un bianco abitare in un quartiere nero è inconcepibile. Un mezzo keniota è arrivato alla Casa Bianca, però il ‘sogno americano’ non contempla la chimera dell’uguaglianza. Forse molte cose cambieranno se la Cina, ferro di lancia delle conquiste vere, dovesse realizzare l’epocale Metamorfosi dell’Africa.

Antonio Massimo Calderazzi

BUONISMO E ALTRE VIE DI FUGA

A un mio nipote fu dato il nome Elia. Ma questo primo tra i profeti, era buono? A quel che si dice fece morire tanti che si erano allontanati dallo stretto rigore monoteista, o lo avevano contaminato con pratiche del culto di Baal, o Baal-Melkart. Forse perirono tutti gli 850 che Elia tacciò di idolatria. Eppure questo protofondamentalista del popolo eletto salì in cielo su un carro di fuoco, e questa storia la racconta un altorilievo esterno della cattedrale di Fidenza, e chissà quante altre chiese e templi.
Nella Trasfigurazione sul monte Tabor Elia appare a fianco di Cristo.
Fu fatto santo. A proposito di un altro santo di rango: trovandovi a Logrogno in Castiglia è bene sostare di fronte a un ennesimo altorilievo di chiesa: c’è un gran vescovo a cavallo, con spada nella destra, e gli zoccoli del destriero schiacciano un terreno compattamente coperto delle teste di Mori tagliate dalla spada di Santiago, santo che ancora oggi attrae innumerevoli i fervidi pellegrini del Cammino di Compostela.

Ma c’è bisogno di richiamare queste contraddizioni notissime della bontà? Naturalmente no. Quale condottiero di guerre ha mai esitato a sacrificare le vite dei propri soldati? Quando la flotta nipponica del Pacifico salpò per assaltare Pearl Harbor, aveva l’ordine di affondare all’istante qualunque naviglio incontrasse, anche se peschereccio, anche se giapponese (non dovevano partire marconigrammi annuncianti l’avvistamento della possente squadra). Cosa contavano le vite e i pescherecci, a confronto dello storico attacco a Pearl Harbor?
“Vorrete vivere in eterno?” così il grande Federico II di Prussia apostrofò certi suoi granatieri che titubavano. Coloro che scagliarono jets contro le Twin Towers a New York e contro il Pentagono sul Potomac non titubarono.

Tempo fa accaddero cose bizzarre: un presidente del Consiglio dilaniato dagli avversari per avere ingenuamente dichiarato ciò che essi stessi pensavano, essere la civiltà occidentale superiore a quella del continente nero; i dignitari della nomenklatura d’opposizione che ci volevano partecipi a una crociata di Bush il Giovane, Condoleezza Rice & Berlusconi; la figlia petulante di Fosco Maraini brillante orientalista, la quale ancora singhiozzava sul velo e sull’infibulazione delle musulmane; falangi di opinionisti democratici inneggiarono alla diversità, purché eretta sui nostri postulati; e così via.

In proposito il prof. Umberto Eco scrisse cose scandalose, dunque sacrosante: ‘Sulle ragazze che vanno a scuola col chador non vedo perché fare tragedie se a loro piace così; sull’infibulazione il dibattito è invece aperto (c’è persino chi è così tollerante da suggerire di farla praticare dalle Unità sanitarie locali, così l’igiene è salva)”. Ultima enunciazione, fondata e molto colta, dello scritto di Eco: “I più seri dei pensatori della tradizione si sono sempre rivolti, oltre che a riti e miti dei popoli primitivi, o alla lezione buddista, proprio all’Islam, come fonte ancora attuale di spiritualità alternativa. Sono stati sempre lì a ricordarci che noi non siamo superiori, bensì inariditi dall’ideologia del progresso, e che la verità dobbiamo andare a cercarla negli scaffali giusti”. Spiritualità alternativa: l’ha detto Eco, non io. Io ho sempre pensato, e ribadisco, che sarebbe giusto un contrattacco veemente dell’Islam contro il Pensiero unico della modernità, cioè dell’Occidente iperliberato, iperlaico, eccetera.
L’Islam in quanto sola grande forza ideale che abbia conservato identità, nerbo, ranghi serrati. L’Occidente intero, da Seattle a Varsavia a Voghera, paghi un prezzo per i suoi errori. Il Presente che abbiamo a Ovest è abbastanza buio, ci aiuti il Passato, nella fattispecie l’Islam, a fare migliore il Futuro.

Forse i missili del Pentagono ricacceranno un giorno la Jihad. Ma forse no, e la Crociata della modernità farà la fine di altre crociate. “Morto bin Laden, ebbe a dire il prof. Cacciari, ne sorgeranno 100”. Se così andasse, allora le Twin Towers e le stragi alla Bataclan non sarebbero episodi delinquenziali, come giudica la bempensanza democratica, bensì una dichiarazione di guerra santa. Se i missili Nato, con le loro stragi d’accompagnamento, non daranno la vittoria alla Modernità, che dovrebbe essa fare per ‘fermare il terrorismo’, per ‘salvare San Pietro, il Beaubourg, il Guggenheim, il Bataclan e altri templi’, infine per battere l’infibulazione? Non certo andare avanti a esaltare la nostra ‘superiorità’, a belare sul multiculturalismo, sull’integrazione, sui diritti delle donne e dei devianti. Occorre altro.
Il prossimo Inquilino della Casa Bianca, più il prossimo Papa, più un capoinfluencer della Modernità, si chiudano un mese in un convento di Monte Athos e di lì annuncino “Abbiamo sbagliato tutto. Le spiritualità alternative contribuiranno a salvarci. Espieremo destinando un decimo della nostra ricchezza a combattere la miseria dovunque resiste: beninteso non rispetteremo bensì ignoreremo la sovranità dei governi che opprimono e derubano i miseri. Coll’aiuto dell’Islam e di altre spiritualità alternative cercheremo di costruire un Nuovo Ordine e un Nuovo Pensiero, entrambi basati ‘anche’ su alcuni valori del passato. Il passato siamo noi miliardi di viventi più i miliardi che vissero: non alcunché da deridere, esorcizzare, dimenticare.

Antonio Massimo Calderazzi

LE OPERE LE CIFRE DI UN DRACONE SPAGNOLO DEL ‘900 CHE AMAVA I POVERI

Noi che annunciamo la venuta di Dracone -affronterà le sfide dell’economia e della società; libererà lo Stivale dall’usurpazione dei Proci di regime- ricordiamo che poco meno di un secolo fa, tra il 1923 e il ’30, la Spagna ebbe un ‘Dictador’ benevolo, Miguel Primo de Rivera. Compì grandi realizzazioni, risultò nei fatti il miglior governante spagnolo dal faticoso riformismo di Carlo III di Borbone (1716-88) e dei ministri riformisti alla Campomanes.

Si tratta tra l’altro di intenderci sul significato di dittatura. Juan Pablo Fusi, cattedratico dell’università complutense a Madrid, si è preso la briga di contare quante erano nel mondo le democrazie tra il 1922 e il 1942.
Il loro numero scese da 29 a 12. Solo in Europa sorsero dittature in Russia, Ungheria, Italia, Spagna, Portogallo, Polonia, Lituania, Jugoslavia, Germania, Austria, Lettonia, Estonia, Bulgaria, Grecia, Romania.
In questa sede non ci soffermiamo sul bene e sul male delle dittature.
Per la Spagna menzioniamo solo che il suo ‘miracolo economico’ avvenne tra gli anni Cinquanta e il 1975 sotto il caudillo Francisco Franco. Ma che le premesse di esso miracolo e la nascita del Welfare State sorsero a partire dal 1923 per volontà di Miguel Primo de Rivera.

Quanto ai fatti concreti e misurabili della fase Primo, meglio lasciare la parola a Ramon Tamames, cattedratico dell’università di Madrid, un economista che ha anche insegnato alla Sorbona e che, come parlamentare dell’arco costituzionale, ha firmato la Costituzione antifranchista del 1978. Per Tamames il primo dei conseguimenti economici della Dittatura fu il deciso abbandono della guerra coloniale in Marocco. Quella guerra era il principale dei costi, finanziari politici umani.
Il secondo grande conseguimento fu l’avvio della riforma generale, riforma di quasi tutto. Tamames mette in rilievo che il miglioramento del ‘marco general macroeconomico’ fu premessa di ogni avanzamento. Le innovazioni compresero esperimenti corporativi, affrontati in collaborazione coi sindacati socialisti. Aiutati dal largo protezionismo doganale, gli esperimenti realizzarono grossi incrementi produttivi. I risultati più vistosi furono conseguiti nelle infrastrutture e nella creazione di imprese pubbliche. “La Dittatura, scrive Tamames, fu un laboratorio permanente di riforme. Decisivo il lavoro in materia di politica sociale, merito di Eduardo Aunos, un interessante trentenne deluso dal parlamentarismo.
Con la collaborazione del movimento socialista, Aunos concretò il nuovo ruolo dello Stato come intermediario tra capitale e lavoro. Il Dittatore tentò addirittura di costruire un assetto di regime comprendente il partito socialista e la sua Unione patriottica.

Nasce il Welfare State

Tamames storico dell’economia ha confrontato la spesa dello Stato tra il 1920 e il ’30: per l’istruzione pubblica risulta un aumento del 50%; per provvidenze benefiche del 98%; per la sanità del 200%; per la protezione dell’infanzia del 2.246%; per sussidi e pensioni ai lavoratori agricoli tra 700 e 800%. Il numero degli insegnanti passò in quattro anni da 30 a 34 mila. Le scuole elementari crebbero da 27 mila nel 1922 a 32 mila nel 1929. Tra il 1913 e il ’23 l’investimento dello Stato in case popolari era stato in media annuale di 7,8 milioni di Pesetas, passò alla media di 261 milioni tra il 1923 e il ’29 (tale ritmo, così eccedente le risorse disponibili, dovette essere ridotto nel 1928). I conflitti di lavoro quasi sparirono: da 3 milioni di giornate perse nel 1923 a 313 mila nel 1929: ma la condizione proletaria migliorò fortemente, anche grazie al taglio delle spese militari. P.es. i cadetti delle accademie militari scesero da 1192 nel 1922 a 200 nel 1929. All’avvento della Dittatura 150 generali vennero accertati eccedenti. La fine delle operazioni militari in Marocco dilatò la spesa civile.
Quando nel 1926 fu emesso un prestito di 3540 milioni di Pesetas, il grosso fu destinato a nuove opere pubbliche. Il fatto rilevante fu che con Primo de Rivera -‘un keynesiano prima di Keynes secondo il prof. Juan Velarde’- si utilizzò il debito non per la spesa corrente, ma per opere idrauliche, strade e ferrovie e molto altro. Importante fu l’aumento del prelievo fiscale. La buona risposta del pubblico ai prestiti si spiegava con la fiducia nel regime.

Tamames sottolinea un titolo apparso nella stampa britannica e in alcune delle principali guide turistiche dell’epoca: le nuove strade spagnole erano “le migliori del mondo”. Qualcosa di simile andava detto delle nuove ferrovie. Il corso caratterizzato dagli indirizzi protezionisti e corporativi incrementò l’industrializzazione, grazie agli interventi pubblici che negli Usa qualificheranno il New Deal. In agricoltura si allargarono i comparti intensivi (cotone agrumi). Crebbero gli investimenti dall’estero e si diede impulso alle infrastrutture di base. I critici obiettano che i successi economici della Dittatura furono favoriti dal boom mondiale degli anni Venti; peraltro l’ultima fase di Primo coesistette con l’inizio della Grande Depressione. Il corporativismo del Dictador fu influenzato dal pensiero sociale cattolico, teso ad armonizzare capitale e lavoro e a valorizzare gli indirizzi di Welfare State del tardo bismarckismo. Gli avversari di Primo dettero il massimo rilievo a vari episodi discutibili -scandali- nelle transazioni economiche della Dittatura, p.es. le grandi concessioni ferroviarie. Tuttavia, rileva Tamames, è un fatto che il Dittatore morì, circa due mesi dopo il volontario abbandono del potere, in un modesto albergo parigino. L’ex dittatore, generale e Grande di Spagna era in ristrettezze.

Quando si istituirono i coraggiosi comitati paritari tra proprietari e lavoratori, si osservò giustamente che il Dittatore e la UGT (centrale sindacale socialista) provavano ad innalzare le sorti del proletariato attraverso la Gazzetta Ufficiale. I comitati li creò il ministro del Lavoro Eduardo Aunos; tentò persino di estenderli al settore agricolo, ma ‘la mano onnipotente dei grandi proprietari riuscì a frenare i propositi di fermare la lotta di classe nelle campagne’. Quando venne la Repubblica del 1931, fermare la lotta di classe nelle campagne fu quello che tentò il ministro del Lavoro socialista Largo Caballero, il quale era stato membro di un organo di vertice della Dittatura, anzi era stato amico di Primo de Rivera. I capi della repubblica, partendo dal presidente Azagna, non assegnavano abbastanza priorità alla giustizia sociale nelle campagne. Su scala generale i ‘comités paritarios’ consentirono ai socialisti di moltiplicare le loro organizzazioni di base. Al termine della Dittatura gli iscritti alla UGT erano aumentati del 50% rispetto al 1923; i sindacati anarchici praticamente sparirono,

Il regeneracionismo di Joaquin Costa, il maggiore tra gli intellettuali della generazione del ’98, ispirò l’azione di Primo nelle campagne: opere irrigue e riforestazione innanzitutto, incremento della zootecnia e delle colture intensive, crediti agevolati per sconfiggere l’usura che strozzava i coltivatori. Nel paese la produzione di energia elettrica, soprattutto da salto d’acqua, più che raddoppiò: da 1040 milioni di kwh del 1923 a 2433 milioni nel 1929. Sorsero dal nulla quattro comparti produttivi: carbone. nitrogeno, fibre artificiali, auto. L’attività delle banche di proprietà pubblica esplose. Primo de Rivera riuscì a guarire l’indolenza degli spagnoli nel campo delle infrastrutture. Fecero lunghi passi avanti i programmi d’irrigazione, si ammodernarono le ferrovie e le strade, nacque una rete di distributori di carburanti; si migliorarono porti, nacquero aeroporti e alcune linee dell’aviazione civile. Le opere pubbliche ebbero un piano organico. Si suscitò una domanda formidabile per le materie prime. La ‘politica hidraulica’ si configurò, in armonia con Joaquin Costa, come la massima espressione dell’azione economica della Dittatura. Le realizzazioni che si fecero in Spagna servirono nel New Deal di Roosevelt come modelli per la Tennessee Valley Authority, nonché per i piani dei grandi bacini fluviali: del Missouri, del Columbia, etc. Manuel Lorenzo Pardo, il principale artefice di questi programmi, portò avanti la sua opera in stretta collaborazione col socialista Indalecio Prieto, che sarà tra i principali ministri della Repubblica.

Nella fase Primo de Rivera ci si impegnò a difendere le prospettive di crescita della rete ferroviaria di fronte al maggiore dinamismo del trasporto su strada. Si può dire che il turismo spagnolo, così ricco di futuro, nacque sotto la Dittatura. Fu creata la Red de Paradores, unica al mondo in quanto iniziativa statale. Prima della Red varie città mancavano in tutto di hotel. Nel 1929 si tennero le Esposizioni universali di Siviglia e di Barcellona. Nel 1923 il settore petrolifero, in crescita spettacolare, era monopolizzato dai trust Standard Oil e Royal Dutch Shell, più la società ispano-francese Porto Pi. La Dittatura creò il Monopolio de Petroleos e la compagnia statale Campsa.

Dighe, irrigazioni, ferrovie, strade, porti, cantieri, arsenali, iniziative imprenditoriali di vario genere, case popolari, pace nel Marocco, soprattutto moltiplicazione della spesa sociale e delle provvidenze a favore dei ceti popolari e degli ultimi. Sono elencazioni da rileggere attentamente: furono le opere più concrete di tutte. Siamo sfidati a trovare nel mondo un sistema democratico-liberale che negli anni Venti del Novecento abbia saputo fare quanto Miguel Primo de Rivera: senza ferocie, senza violenze poliziesche. “Dittatore senza morti” lo chiamò il socialista Indalecio Prieto, leader di primo piano dell’esperienza dell’infelice Repubblica. Molti studenti e gli intellettuali politicizzati denunciarono le violazioni alla Costituzione. I ceti bassi furono beneficati nel concreto, abbastanza in grande.

Antonio Massimo Calderazzi

NON UNA QUARTA REPUBBLICA MA LA POLIS RIGENERATRICE DI DRACONE

 
Il 25 luglio 1943 Mussolini e il regime furono abbattuti senza che un gerarca o un ‘Moschettiere del Duce’ fiatasse.  Andò così perché il colpo di stato venne dall’alto, dal re e dall’esercito di Badoglio.  Allora il paese era  devastato dai quadrimotori. Oggi esso vive l’attesa di un evento fosco: le conseguenze saranno aspre, e quello sarà il momento di Dracone, legislatore, giustiziere, demolitore del cattivo esistente.  Anch’egli come Badoglio prevarrà in modo incruento e indiscusso, perché otterrà l’appoggio immediato del Paese.
Le città non saranno state distrutte ma agirà, oltre al naufragio economico, il disgusto dei troppi anni di regime. Dopo tanta e generale acquiescenza, Dracone si insedierà chiudendo ‘manu militari’ le Istituzioni e confinan-done i capi in un albergo di montagna, o in un campo di lavoro, o nella stiva di un mercantile.  Dracone non avrà bisogno d’essere sanguinario o  feroce, avrà il Paese dalla sua. Chiusi i palazzi delle Istituzioni, messine in vendita alcuni, Dracone si farà legislatore come il suo predecessore di ventisei secoli fa. Farà di meglio: abolirà  le urne, i partiti e la loro Costituzione truffaldina. Darà la sovranità al popolo, togliendola alla classe politica.
Ma il popolo dovrà tornare alle dimensioni gestibili, cioè esigue, della Polis ateniese. Non i 46 milioni degli elettori d’oggi, i quali non hanno una sola molecola della loro teorica sovranità. Non hanno una molecola perché un sovrano fatto di 46 milioni di persone non è  concepibile.  I quarantasei milioni resteranno per le necessità dell’anagrafe e per rari referendum.
Per un popolo sovrano basterà una persona su mille, per un turno (p.es.  un anno) non rinnovabile.  Cinquantamila persone comporranno un corpo politico sovrano perfettamente congeniale all’età telematica, soprattutto a valle degli straordinari esperimenti imposti dalla pandemia 2020. 
Un giorno forse si dirà che l’età della randomcrazia, della democrazia semidiretta comincia nel 2020.  E’ legittimo, ed è possibile, che lo Stivale si faccia laboratorio di un grande esperimento di democrazia senza delega, una volta che Dracone avrà demolito la repubblica dei partiti e dei ladri.
Nei millenni lo Stivale ha inventato di tutto. Con Dracone potrà inventare  un popolo sovrano dei Cinquantamila – ‘i migliori’- sorteggiati per un anno.
Dracone farà programmare un cervello elettronico centrale perché ogni anno scelga i Cinquantamila in rigida funzione di requisiti, qualifiche e meriti superiori a quelli medi dei 46 milioni di elettori.  ‘Migliori’ potranno essere, scelti random, lo scienziato ‘comprovabile’, il pompiere coraggioso, l’imprenditore che si è fatto da sé,  la madre che ha allevato bene, il magistrato di esperienza, il medico eroico, qualunque operatore del bene: sempre che convinca il software del cervellone.
Tutti puri di nequizie (= condanne), tutti scelti a sorte per un solo anno. Chiunque autocertifichi (con prove) di meritare, sia tra i sorteggiabili.
I grandi tecnici, gli studiosi specializzati troveranno le vie per programmare in modi ineccepibili e sicuri il computer centrale, in modo che ogni anno scelga i cinquantamila Migliori.  Cancellata per sempre la professione di politico, dai Cinquantamila saranno sorteggiati per un anno tutti i detentori di una funzione politica specifica: i due-trecento membri temporanei di un organismo centrale che stenda nel dettaglio le leggi (coll’assistenza di tecnici responsabilizzati in modi, appunto, draconiani); i quattro-cinquecento membri degli organismi regionali e locali; i titolari e vicetitolari per un anno dei dicasteri centrali.
Dracone non sarà un despota: semmai un capo morale, un sommo arconte, mallevadore supremo del primo esperimento di democrazia randomcratica selettiva (semidiretta).  Se da qualsiasi direzione, nazionale o estera, verranno formule migliori della randomcrazia, esse prevarranno, a tutto vantaggio del Buongoverno, sogno impossibile del sistema demoliberale d’Occidente. Questo è il punto: il Buongoverno è ancora da nascere -non solo per lo Stivale- dopo il centinaio di secoli della storia umana di cui sappiamo.
Cento secoli di aneliti per un governo che non sia oligarchia, o tirannia, o dispersione di apparenza iperdemocratica (cioè ingiusta).  Si è provato con le rivoluzioni cruente, i risultati furono tutti pessimi.  Il fluire della storia portò alterazioni che i loro fautori chiamarono progressi. Ma dopo i conati razionalizzatori del sistema ateniese, mai si è riusciti ad affidare il governo ai pochi che siano oggettivamente migliori della media statistica. 
La democrazia parlamentare che ha afflitto le nostre parti di mondo, ora sì che la sappiamo scadente.  Scadente prima di tutto nelle società anglosassoni e negli inerti banchi di prova della Scandinavia.  Sola isola di buonsenso, la democrazia elvetica, che alcuni chiamano ‘diretta’. 
Alla nostra leva, nata a cavallo dell’anno Duemila, spetta di fare un tentativo in più di autogoverno razionale.  Ma di farlo subito, irridendo alle Costituzioni deteriori quali la nostra.
Antonio Massimo Calderazzi

I PROFETI E I LORO CONTRARI: I RETRORSI

Cupo profeta fu John Maynard Keynes (la scheda biografica informa: alto 2 metri) quando nel 1920 si ritirò dai negoziati del trattato di Versailles. Divinò che le condizioni leonine imposte alla Germania avrebbero fatto certa la vendetta dei tedeschi, dunque il Secondo conflitto mondiale.
Keynes profeta: qual é il contrario di profeta? Andrebbe bene ‘retrovedente’ o meglio, come Dante Alighieri preferì, ‘retrorso’, contrazione di ‘retroverso’? E quali furono, tra i possenti del nostro evo, i peggio retrorsi? Lasciamo da parte Lenin, Stalin e i predecessori della perestroika di Gorbaciov, i quali ritennero che il comunismo alla bolscevica avesse un futuro. Il bolscevismo accecò tutti i diadochi, inclusi gli pseudovisionari quali Enrico Berlinguer, nonché i ‘realisti’ che cosiderarono eresia il proporre che il PCI gettasse alle ortiche il marxismo, la classe operaia, la fedeltà all’Urss.

Queste cose propose chi scrive sulla rivista milanese ‘Il Confronto’, ma quando si rivolse a Enrico Berlinguer perché desse torto ai veterostalinisti che volevano spegnere ‘Il Confronto’, il martire dell’eurocomunismo rispose, per icritto: “abbiamo affidato la questione al compagno Tortorella”. Cioè ai veterostalinisti. Anche Berlinguer retrovide.
Risultato del guardare indietro, alle glorie passate: il comunismo è morto con disonore nel pianeta intero, il PCI è morto tra gli sghignazzi.
Non erano profetiche le previsioni ribalde del Confronto?
Ma dimentichiamo Lenin, Stalin e tutti i loro fedeli, inclusi quei mariuoli inoffensivi di Capalbio, delle terrazze romane, dell’egemonia culturale e delle scalognate retrobotteghe delle librerie. Il mondo ha preso un’altra strada. Chi furono i peggio retrorsi del primo Novecento?
A stare alla coerenza di Keynes furono i Poincaré, i Clemenceau e i Foch che l’ebbero vinta a Versailles, cioè che vollero le condizioni leonine, il trionfo di Hitler, la WWII. Il paradosso fu che la Francia, truculenta nel 1919, fu la più annientata nel 1940 come del resto oggi, che Parigi è in seconda o terza fila. Poincaré, Clemenceau e Foch passavano per cervelli fini; invece agirono come popolani collerici, sostanzialmente incapaci di pensare, accecati dalla Victoire.

Non furono più perspicaci di quei due imperialisti di paese, Antonio Salandra e Sidney Sonnino, i quali vollero il Patto di Londra, credettero di immettere l’Italia della tisi e della pellagra tra le Grandi Potenze, quanto meno di ‘coronare il Risorgimento’. Trovarono sfortunati imitatori in quei governanti di Lisbona che nel 1916 vollero il loro paese nella Grande Guerra. Sul fronte occidentale mandarono un corpo di spedizione lusitano che fu talmente massacrato e coperto di disonore che gli scampati furono ritirati nelle retrovie e ridotti a servizi vili, persino ad accudire quadrupedi per i reparti combattenti. Quanto migliori statisti furono il primo ministro spagnolo Eduardo Dato, che nel 1914 tenne neutrale il suo paese, e il caudillo Francisco Franco, che nell’incontro di Hendaye, (1940, poco dopo il trionfo di Hitler in Francia) seppe dire no al Fuehrer, che voleva belligerante la Spagna appena dilaniata dalla Guerra civile.

Nel corteggio dei retrorsi dell’evo moderno, Winston S.Churchill è la figura più imponente: un gigante, per le battaglie che combatté, per i successi che conseguì e anche per le promesse cui mancò. Un gigante pure per i privilegi e le relazioni che gli facilitarono la carriera. Ad una società inglese abbacinata dalle tradizioni e dal fideismo monarchico, Winston S. Churchill si offrì in un presagio di gloria: quasi di giovane principe del sangue che promettesse grandi imprese. Discendente diretto del duca John Marlborough, il più famoso dei comandanti britannici nella guerra di Successione spagnola, trionfatore della battaglia di Blenheim, fatto principe dell’Impero, dalla monarchia londinese ricompensato coll’immensa reggia che prese il nome della battaglia vittoriosa, il Nostro nacque nel fasto di Blenheim e per tutta la vita godé di legami di vertice, comprese le lontane parentele con gli eredi di George Washington e con il clan di Franklin Delano Roosevelt. Sua madre era figlia del proprietario del New York Times, che in dote portò dollari, non blasoni eccelsi. Il futuro co-vincitore su Hitler non studiò in una grande università, ma all’Accademia militare di Sandhurst. Fece prove insolitamente brillanti come ussaro a Cuba (partecipò alla lotta all’insurrezione nazionalista), in India, Afghanistan, Sudan e nella guerra contro i Boeri (seppe evadere da un campo di prigionia). Quando entrò in politica, prode figlio di un ministro e promessa dell’Establishment, gli fu facile trionfare.

Viceministro a 30 anni e presto Primo Lord dell’Ammiragliato, Winston ha un ruolo centrale nell’ammodernamento della più grande flotta al mondo. Però nella Grande Guerra subisce il più grave degli scacchi: fallìsce in pieno l’impresa dei Dardanelli, che aveva imposto contro il parere degli ammiragli. Costretto a dimettersi, esige di combattere di persona sul fronte occidentale, indossando la divisa di tenente colonnello dell’esercito francese. Aveva persino preso il brevetto di pilota dell’aviazione di marina. Rientrato nel governo, sconsiglia di infierire sui tedeschi a Versailles; in prosieguo si impegna a fondo nel riarmo. Nel 1925 una copertina di ‘Time’ lo proclama uomo dell’anno. E’ tale il suo ardore per le armi che tenterà di partecipare allo sbarco in Normandia. Impeccabile e fortunato il suo ruolo di guerriero, ed anche quello di scrittore -nel 1958 riceve il premio Nobel per la letteratura- Churchill supera in creatività e in personale ardimento tutti i suoi pari. Nel pieno del Blitz germanico, vola più volte in Francia per tentare di sventare la resa di quest’ultima a Hitler: arriva a proporre ai francesi la fusione col Regno Unito! Ha lanciato de Gaulle come condottiero dei francesi, ma quando il Generale osa, con un esiguo corpo di spedizione, di mantenere la presenza francese nel Levante, lo minaccia di fargli assaggiare “la potenza dei cannoni dell’Ottava Armata”.

Sarà come stratega del futuro dell’impero che il Nostro si dimostra prigioniero del passato, dunque uno dei retrorsi principali del suo tempo. Una volontà e un’azione da titano, entrambe respinte dagli eventi.
Più di ogni altro operò per la gloria prima, per la sopravvivenza poi, della grandezza britannica -il maggiore Impero della storia!- ma la grandezza è finita. Abbatté il Führer, ma gli avesse ceduto un paio dei territori coloniali comunque destinati a cambiare padrone, avrebbe risparmiato ad Albione il Secondo conflitto mondiale. L’umanità non deve nulla al bellicista spinto nato a Blenheim: signoreggiò il passato non il futuro. Retrorso sommo, guardò al contrario di lord Keynes. A tempo debito Churchill riconobbe il merito del grande economista, invece di serbargli rancore per il non benevolo saggio keynesiano “The economic consequences of Mr Churchill”, che il creatore della nuova finanza scrisse quando il Nostro faceva il cancelliere dello Scacchiere. Tuttavia il poliedrico ussaro non capì: nel Novecento le guerre che tanto amava non si addicevano all’Impero.
Le sfide del nostro evo erano altre da quelle per cui Churchill assurse alla gloria.

Antonio Massimo Calderazzi

TRE DISREPUBBLICHE: 2 DI SPAGNA, E LA NOSTRA MALNATA DALLA RESISTENZA

Le disrepubbliche odiano gli ideali grazie ai quali sorsero, e operano la loro rovina.  La prima delle disrepubbliche spagnole, quella stranamente denominata “Gloriosa”, durò undici mesi dal febbraio 1873, nei quali si dette quattro  presidenti (Figueras, Castelar, Salmeron, Py y Margall).
Non merita  particolari menzioni, a parte i contrasti tra unitari e federalisti e non pochi tentativi di ribellione sociale. Nel dicembre 1874 fu agevole al generale Martinez Campos restaurare la monarchia borbonica nella persona di Alfonso XII, figlio della regina Isabella II, che le Cortes avevano deposto nel 1868.

La lunga fase che seguì fu sempre più travagliata. Ai problemi di sempre – guerre carliste, lotte tra fazioni partitiche e militari, contrasti tra ricchi e miserabili- si aggiunsero il disastroso conflitto con gli Stati Uniti, la perdita dell’impero, i rovesci nella colonia marocchina. Nel 1923 la situazione del Paese era drammatica al punto che non solo la maggioranza dell’opinione pubblica ma anche i circoli intellettuali capeggiati dal filosofo Ortega y Gasset invocarono l’avvento di un dittatore militare. Nei primi anni il generale Miguel Primo de Rivera governò meglio di tutti i predecessori di due secoli: ripristinò la pace che le violenze nelle strade, gli scioperi, lo scontro tra le classi avevano distrutto.  Il dittatore volle redimere i ceti  umili dagli aspetti più neri della miseria, istituendo  varie provvidenze da Stato sociale, mediando nei conflitti tra capitale e lavoro, modernizzando, dando impulso con le opere e gli interventi pubblici alla crescita.
Nel 1930 il dittatore fu costretto a volontarie dimissioni dall’ostilità di vari gruppi di potere. L’anno dopo una consultazione elettorale dette la vittoria ai candidati di fede repubblicana. Re Alfonso XIII andò in esilio e la Seconda Repubblica fu proclamata il 14 aprile senza contrasti gravi, anzi in un clima di esultanza. La politica spagnola sembrò avere scelto di razionalizzarsi, dopo le convulsioni e le contraddizioni dell’intero Ottocento.

L’euforia passò presto. Dopo pochi mesi le violenze settarie esplosero furibonde e presto si disamorarono della Seconda repubblica quei conduttori dell’opinione pubblica che la avevano additata come l’ineluttabile destino della Spagna. Anche a volere ridimensionare le turbolenze, gli assassinii, gli scontri armati nelle strade, gli incendi di chiese e di conventi, va detto che la Seconda repubblica si consegnò subito a gruppi di potere sorprendentemente incapaci.  Manuel Azagna, massimo regista della nuova fase in quanto presidente del governo, poi in quanto capo dello Stato, si rivelò del tutto inferiore alle sfide del suo tempo. Un letterato fattosi uomo d’azione, Azagna fu posseduto come pochi dagli imperativi settari. A tutti i costi volle far trionfare la laicità, di fatto l’anticlericalismo, in ogni piega del tessuto nazionale in quanto, proclamò, “la Spagna ha cessato d’essere cattolica”.  Mostrò di non sentire i problemi sociali, tralasciò i termini economici della dialettica politica. La priorità di Azagna non era di organizzare una società operosa ed equa, era di farla razionale e laica. Capo di un piccolo partito radical-progressista, non provò nemmeno a coinvolgere i grandi numeri  nel disegno suo e delle minoranze che lo fiancheggiavano.

Nei primi anni Trenta del ‘900 il popolo spagnolo voleva anzitutto la riforma agraria. La classe politica capeggiata da Azagna non tentò seriamente di dare la terra ai braccianti e ai contadini minimi.
Quei politici che avevano dietro di sé le masse -innanzitutto i socialisti, i  comunisti, gli agitatori anarchici- non ebbero la saggezza di impostare programmi che convincessero il popolo. Nel frattempo lo scontro politico-sociale si infiammò al punto di suscitare la reazione estrema dei nemici della repubblica, della laicità, del progressismo neoilluminista.  Quando la militanza sinistrista superò i livelli che nel passato i gruppi di destra avevano tollerato, quando in particolare i delitti politici e i conati rivoluzionari si ingigantirono, i settori più combattivi dell’esercito e della politica trovarono il nerbo di insorgere con le armi.
La Seconda repubblica perdette quasi metà del suo territorio sin dai primi giorni della Guerra Civile. Da quel momento l’impegno dei suoi governanti si concentrò nel vano conato di abbattere il nemico con le armi: dopo aver tentato di repubblicanizzare   la società e le istituzioni, con gli schemi e con gli slogan, si dettero la missione di vincere la guerra contro avversari meglio organizzati e meglio aiutati dall’estero. Tra l’altro la maggior parte dei professionisti delle armi si erano uniti all’Alzamiento dei generali.
I governanti di Madrid credettero di supplire coi consiglieri sovietici, coi commissari politici, con gli esponenti soprattutto letterari delle sinistre internazionali.  Forse i governanti furono galvanizzati -meglio, storditi- dall’iniziale successo della difesa di Madrid e dall’afflusso di molti volontari stranieri.

Risultato, per tre anni i capi repubblicani forzarono a combattere le loro forze per farle sterminare da un nemico più potente e meglio motivato.
A partire dal 1937 i nazionalisti vinsero, magari per tappe, quasi tutte le prove sul campo. La battaglia dell’Ebro, sforzo militare  supremo della Repubblica, si risolse in una sconfitta totale che cancellò la capacità bellica della Repubblica. I fondatori della Repubblica fallirono nello sforzo di edificare una società repubblicana;  fallirono nel tentativo di sopravvivere. Abbiamo visto che Azagna fu il più rappresentativo e il più insipiente tra i gestori. Dopo avere sorpreso gli spagnoli, anzi il mondo, coll’unilaterità e l’arroganza del suo agire, il Capo dello Stato dovette riparare in Francia a piedi, confuso nelle centinaia di migliaia di profughi e di sconfitti.
Il capo del governo Juan Negrìn agì con più realismo, ma i suoi risultati furono altrettanto disastrosi.  L’idea-madre di Negrìn fu che se l’esercito e ciò che restava della repubblica fossero stati capaci di resistere alquanto più a lungo, il secondo conflitto mondiale avrebbe salvato la repubblica: le democrazie occidentali non avrebbero permesso a Franco di vincere.

Sappiamo che Londra e Washington mai concepirono di abbattere Franco per amore della repubblica amata da Stalin. L’idea-madre di Negrìn era insensata. Le ultime settimane della sciagurata repubblica videro lo scontro armato tra repubblicani: tra i reparti del colonnello Casado -con lui tutti coloro che volevano la resa immediata- e le residue milizie comuniste. Forti delle forniture belliche dell’Urss, i comunisti della Ibarruri e di Togliatti avevano di fatto governato ciò che restava della nazione e delle sue milizie. Da quando nacque, la Seconda repubblica non fu che una successione di errori. I rari successi sul campo non furono mai decisivi, e le glorie della difesa di Madrid furono spazzate via nel momento stesso che Franco risultò miglior interprete del Paese.

La terza delle Disrepubbliche, la Nostra, è stata senza confronti meno bislacca e più vitale. Vive ed è uno Stato considerevole. Considerevole è anche la Spagna, ma è di nuovo una monarchia: con tutta l’euforia dell’aprile 1931 e con tutta l’allucinazione ‘costituzionalista’ di Manuel Azagna. Da noi per fortuna non esistono le condizioni perché una delle dinastie estinte venga restaurata, come accadde in Spagna.  Invece esistono le condizioni perché la Nostra resti disrepubblica.

Essa nacque sull’impulso e sulla fede che ‘res publica’ fosse la forma di governo ideale.  Ma gli ingegneri, i geometri e i giuristi di questa repubblica le assegnarono una fisionomia monarchica: un’immagine cinica quale non dispiacesse ai peggiori dei papi e ai Savoia. I Padri fondatori non vollero che la repubblica incarnasse le essenziali virtù repubblicane: sobrietà, semplicità come rifiuto dello sfarzo e del superfluo, onestà.  In quanto fondata sul malaffare, la Nostra non è onesta. Dove è possibile sprecare e malversare, essa spreca e malversa. E non è votata alla semplicità, non le repelle lo sfarzo: con le sue due regge estive, il Quirinale divinizza il superfluo anche quando il Paese boccheggia come oggi.
Centinaia di istituzioni e di residenze pletoriche torreggiano sullo Stivale.
La Nostra incarna al meglio il rifiuto dei valori che nei millenni proiettavano la repubblica come reggimento superiore alla monarchia.
La Nostra è un repubblica spergiura e transfuga: una disrepubblica, appunto.

Antonio Massimo Calderazzi

AVVENNE SOPRATTUTTO SOTTO FRANCO IL MIRACOLO ECONOMICO SPAGNOLO

Qualche settimana fa i grandi giornali internazionali hanno enfatizzato che la macchina produttiva della Spagna ‘ha superato’ quella italiana.
Il “Financial Times” ha precisato che tra due anni il vantaggio di Madrid su Roma raggiungerà il 7%. Centoventi anni fa il Regeneracionismo e la Generazione del ’98 -le due espressioni più alte del pensiero spagnolo moderno- avrebbero giudicato folle e scervellato pensare un’economia nazionale che non diciamo superasse altri apparati produttivi d’Europa, ma semplicemente fosse considerabile parte d’Europa.
Le menti creative di quella che fu la fase più vivida dell’intelligenza iberica del nostro evo concordavano nello sconforto: l’Europa finiva ai Pirenei; la Spagna era Africa; uno spagnolo ricco, meditava Angel Ganivet, era disgustoso; chiudere a sette mandate il sepolcro del Cid; al potere gli ingegneri e gli agronomi. Insomma, a quel tempo un ‘milagro espagnol’ era inconcepibile: si ipotizzava che la mente della maggior parte degli iberici mancasse dei meandri del pensare economico e del praticare l’impresa.

Oggi che il ‘milagro’ è una certezza da decenni occorre avvertire che mai esso ci sarebbe stato se tre governanti spagnoli non avessero salvato il Paese da altrettante guerre. Furono Eduardo Dato, Miguel Primo de Rivera e il caudillo Francisco Franco. Nel 1914 il presidente del governo, Dato, sbaragliò i conati dell’ultradestra per intervenire a fianco degli Imperi Centrali; più ancora sventò i tentativi dei gruppi di sinistra di coinvolgere la Spagna a fianco di Francia, Gran Bretagna (perché ‘democratiche’) e Russia. Nel 1921 Dato fu assassinato da un commando di anarchici. Primo de Rivera volle l’abbandono del colonialismo in Marocco (in ciò si scontrò con Francisco Franco, il più prestigioso degli ‘africanisti’).
Ben maggiori furono i meriti del Dictador del 1923-30: egli gettò le fondamenta del Welfare State, aiutò i ceti più umili e favorì al massimo il Partito socialista, unica sinistra legale dell’epoca (gli anarchici sapevano solo sobillare e ammazzare). Il terzo benemerito della pace fu Francisco Franco: nel 1940 a Hendaye resisté al disegno di Hitler di arruolare la Spagna nel secondo conflitto mondiale. E’ vero, il Caudillo mandò una “divisione Azzurra” a farsi maciullare in Russia: ma fu uno sforzo circoscritto, in ogni caso un simbolico ricambiare l’aiuto ricevuto da Franco per vincere la Guerra Civile.

La neutralità arricchì la Spagna nella Grande Guerra perchè tutti i belligeranti avevano necessità di comprare dal regno allora borbonico. Quando il conflitto finì, l’export spagnolo precipitò. La guerra coloniale in Africa contrastata da Primo de Rivera era stata meno luttuosa, ma aveva imposto dolori e ingiustizie (i maschi agiati si risparmiavano la leva e la destinazione in Africa pagando allo Stato una somma per essi modica). Vedremo che il Paese ha ben altri debiti di riconoscenza verso Primo. Quanto a Franco, chi si sentirebbe di negare il suo merito, quando a Hendaye ebbe la forza di dire no al Fuehrer? Il no di Hendaye gli rese possibile di avvicinarsi cautamente agli Alleati man mano che coll’inverno 1942 il Reich cominciò a perdere la guerra. Probabilmente il no di Hendaye ebbe un ruolo anche nella decisione dell’Occidente di respingere nell’autunno 1944 l’assurdo tentativo della Resistencia Armada di abbattere il franchismo coi metodi partigiani: attentati, assassinii, esecuzioni.
Gli sparuti episodi guerriglieri e nel 1944 la declamata ‘invasione’ della valle pirenaica di Aran ( facilmente sventata dal regime) furono drammaticamente vani. Lungi dal suscitare l’insurrezione delle masse popolari, il conato partigiano confermò che i lavoratori volevano la pace, dopo le tragedie della Guerra Civile. Furono pochi i proletari che non aiutarono con le ‘contrapartidas’ (reparti misti di civili e di repressori militari o polizieschi) lo spietato sterminio dei partigiani comunisti. I quali per nutrirsi alla macchia non potevano che rapinare i contadini. Assassinarono anche per procurarsi un singolo schioppo.

Tutto ciò premesso, sbagliano in pieno quanti credono che il quarantennio franchista fu solo autoritarismo fascista. Fu un autoritarismo poco fascista, specie a guerra mondiale finita. Franco godé di un consenso popolare pari a quello che tra il 1922 e la conquista dell’Etiopia tolse il senno al Duce.
Il Caudillo, uomo prudente, non perse mai il senno: con gli anni Cinquanta si votò alla crescita economica. In ogni caso sia chiaro che l’attuale rigoglio produttivo della Spagna non risale alla fine del franchismo (1975). Se fino al 1950 il Caudillo si era soprattutto impegnato a far sopravvivere il regime, il 1951 fu un tornante decisivo. La dedizione di Franco passò alla costruzione economica. Già nel 1939, nel ribadire che scioperi e sindacalismo di lotta erano reati, Franco rivendicò di avere istituito sussidi di disoccupazione e malattia, assegni familiari, il Patronato Antitubercolare, la Fiscalìa de la Vivienda (alloggi popolari). Già nel 1939 nacque l’Instituto Nacional de Colonizacion (creava piccoli poderi). La Magistratura de Trabajo prese ad arbitrare nei conflitti tra datori di lavoro e dipendenti. Fu reso molto più difficile licenziare questi ultimi. Crebbero le pensioni di vecchiaia e di invalidità, il Seguro Obligatorio de Enfermedad e altre provvidenze istituite o almeno avviate tra il 1923 e il 1930 dalla Dictadura di Primo de Rivera.

Quelle di Franco erano anche misure propagandistiche, i cui benefici andavano valutati sui dati oggettivi. Sta di fatto che alla fine del 1950 il regime poté vantare realizzazioni concrete: 70 centrali tra idroelettriche e termiche, alcuni impianti che lavoravano l’alluminio, fabbriche chimiche, farmaceutiche, di concimi, automobilistiche (Pegasus), arsenali navali, raffinerie di petrolio; in più si era operato alla ricostruzione delle regioni che avevano combattuto la Guerra Civile. Non poche iniziative manufatturiere ebbero risultati economici scadenti e soffrirono di impostazioni autarchiche. Solo nel 1953 il reddito pro capite raggiunse il livello ante Guerra Civile. Entro il 1955 si avviarono programmi prioritari di sviluppo, con liberalizzazioni, indebolimenti dell’autarchia, impulsi alle importazioni, crediti alle iniziative private. Sorsero nuovi impianti siderurgici e la fabbrica delle auto Seat. Il Piano Badajoz avviò la trasformazione irrigua di 100 mila ettari, si realizzarono nuovi invasi con impianti idroelettrici. I risultati non furono pronti: nel 1960 la Spagna era, col Portogallo, il paese più povero d’Europa. Peraltro i livelli di vita migliorarono, anche se nel 1950 solo un terzo degli alloggi avevano l’acqua corrente. Le cose migliorarono sensibilmente solo negli anni Sessanta, anche per l’emigrazione e per l’auge del turismo (nel 1960, 6 milioni di visitatori, il doppio che due anni prima). Alla fine degli anni Sessanta si poteva parlare di concreta liberalizzazione. nonchè di stabilizzazione, con forti realtà innovative. Lo sviluppo e il benessere (=più consumi) erano ormai al centro di tutta la politica economica. Già all’inizio del 1962 la Banca Mondiale valutava che il buono stato delle riserve legittimasse ulteriori sforzi per lo sviluppo.

Nel quinquennio 1961-64 l’economia spagnola crebbe di oltre l’8% l’anno. La produzione di elettricità passò dai 18,6 milioni di kwh del 1960 a 31,6 milioni, quella di acciaio da 1,9 a 3,5 milioni di ton., le nuove auto da circa 40 mila a 112 mila, l’import si triplicò, l’export raddoppiò. Nel 1965 vennero 14 milioni di turisti, che abbastanza presto divennero 24 milioni. Gli ultimi tre lustri del franchismo confermarono lo sviluppo come l’opera centrale del regime, accreditata soprattutto ai ministri e consiglieri ‘tecnocratici’ (piuttosto che ‘falangisti’) come Lopez Rodò e come l’ammiraglio Carrero Blanco, fidatissimo di Franco, destinato ad ascendere a capo del governo e ad essere assassinato dai terroristi del separatismo basco. La radicale trasformazione dell’economia e l’aumento del benessere divennero i massimi vanti del franchismo. I fatti confermarono: crescita 5,6% sul decennio dei Sessanta; l’output elettrico si avvicinò ai 57 milioni di kwh annui, quello dell’acciaio a 7 milioni di tonn., le auto a 450 mila unità.
Nel decennio dei Sessanta 4 milioni di spagnoli abbandonarono l’agricoltura, per la metà emigrando in Europa.

Scrive Juan Pablo Fusi, cattedratico alla Complutense di Madrid e uno dei principali storici del postfranchismo: “In questo periodo la Spagna aveva superato la barriera del sottosviluppo. Non era più un paese rurale, era una società industriale, urbanizzata e moderna, con alti livelli di benessere e di consumo. L’esportazione di navi divenne la prima voce dell’export, al posto dei tradizionali agrumi, olio e vino. Lo sviluppo dilatò il vasto consenso al regime (…) Franco dichiarava di avere dalla sua il 90% della nazione”. Nell’anno della sua morte il Pil procapite raggiunse 2,486 dollari; la popolazione che viveva in città oltre i centomila abitanti sfiorava il 75%.
Il 40% delle famiglie possedeva l’auto, l’85% aveva la televisione”.
Nella tarda estate 1969 esplose lo scandalo Matesa (utilizzazione indebita di 10 miliardi di Pesetas stanziati per favorire l’esportazione di macchinari tessili): la conferma di un serio problema di corruzione imbarazzò il regime, ma le conseguenze politiche furono trascurabili. Lo ‘sviluppismo’ dei tecnocrati e di Carrero Blanco continuò. Il Pil crebbe del 4,1% nel 1970, del 4,9 nel 1971, dell’8 nel ’72, del 7,8 nel ’73. I problemi di una società prospera -corruzione, terrorismo separatista- restarono in tutta la loro gravità. Conclusione obbligata: il grosso della crescita avvenne sotto Francisco Franco.

Antonio Massimo Calderazzi

IL CAUDILLO DA GIOVANE E IL BUONGOVERNO DI MIGUEL PRIMO DE RIVERA

Non è universalmente noto che Francisco Franco – il Caudillo che vinse la Guerra Civile, che non ebbe misericordia per i vinti e che per un quarantennio governò la Spagna con mano di ferro- fu autore di quattro libri di tipo politico e a partire dal 1946 firmò con uno pseudonimo una serie di quarantanove articoli, anch’essi intesi a denunciare i fallimenti in Spagna della monarchia costituzionale gestita dai liberali.
Il primo dei libri -“Marruecos. Diario de una bandera” era del 1922.
Allora Franco, che poco dopo, a 33 anni, sarebbe divenuto per meriti di guerra il più giovane generale di brigata in Europa, aveva solo il grado di maggiore. La Guerra Civile era lontana 14 anni. Il Nostro enfaticamente condivideva con la maggioranza degli spagnoli (compreso il più autorevole dei loro intellettuali, José Ortega y Gasset cattedratico di filosofia, e non compreso Miguel de Unamuno) l’attesa di un governante militare, capace di far uscire il Paese dalla crisi estrema della pace interna, della politica e dell’economia. Scriveva il maggiore dell’esercito coloniale, per sua dichiarazione “drasticamente convinto delle disfatte del regno costituzionale, cioè del sistema liberal-parlamentare, a partire dal 1876 (Costituzione liberale dopo il tracollo della Prima repubblica spagnola):
“Fu il liberalismo dell’Ottocento a propiziare il tramonto della Spagna.
In trentacinque anni (1833-1868) la nazione ebbe 41 governi, due guerre carliste, due reggenze, tre Costituzioni, 15 sollevamenti militari.
Tra il 1868 (deposizione di Isabella di Borbone, la regina accesa fautrice dei liberali) e il 1902 (salita al trono del nipote Alfonso XIII) si succedettero 27 governi, due monarchie (una fu l’infelice regno di Amedeo di Savoia, figlio di Vittorio Emanuele II), una repubblica, una guerra civile e si perdettero gli ultimi resti dell’Impero. Sotto Alfonso XIII (1902-31) la Spagna ha conosciuto un paio di dozzine di governi; due presidenti del Consiglio sono stati assassinati”.

Nel 1923, un anno dopo il libro del pluridecorato eroe delle guerre in Marocco, Miguel Primo de Rivera, capitano generale a Barcellona, fece, d’intesa col Re e coi principali comandanti militari, il colpo di stato che instaurò la Dictadura: sette anni fino all’avvento della Seconda Repubblica. Non ci risultano scritti di Franco specificamente dedicati alla dittatura di Primo, ma il futuro Caudillo non poté non approvarli senza riserve: nella prima lunga fase di de Rivera approvarono quasi tutti gli spagnoli.
Si opposero, a parole, un certo numero di intellettuali, gli agrari più oltranzisti e gli anarchici (peraltro resi inoffensivi).
Il partito socialista, unica sinistra seria del tempo, fu apertamente privilegiato dal dittatore (progettò di fare di esso il partito unico di regime). L’allora leader socialista Largo Caballero fu immesso nel maggiore organismo di vertice del regime; più tardi egli sarà proclamato ‘il Lenin spagnolo’ e capeggerà il governo della Repubblica prima di Juan Negrin.
Si mobiliteranno contro la Dittatura esigui gruppi di studenti. Col tempo si infittirono le critiche della vecchia classe dirigente (nella maggior parte delle cariche i politici di carriera erano stati sostituiti da ufficiali.
La Depressione internazionale cominciata nel 1929 investì la Spagna meno aspramente che altri paesi: però le conseguenze non mancarono, e indebolirono seriamente il regime del Generale, fortemente indebitato per le vaste opere pubbliche e per i numerosi programmi di provvidenze sociali, i quali fondarono il Welfare State. Primo de Rivera si dimise nel 1930 e poco dopo morì a Parigi.

Gli storici sono abbastanza concordi: Primo de Rivera non fu fascista (anche se Alfonso XIII nella sua bonaria fatuità amava presentare il generale come ‘il mio Mussolini’). Il Dictador fu un governante autoritario, ma né repressore né crudele. In pratica non imprigionò né perseguitò; al contrario fu coerentemente posseduto da buoni propositi. I fatti dicono che fu il migliore governante che la Spagna abbia avuto dal riformismo settecentesco di Carlo III. Primo de Rivera compì una parte non piccola delle opere auspicate dal movimento del Regeneracionismo, il prodotto più alto dell’intelligenza spagnola moderna, e dal suo profeta Joaquin Costa.
Il crollo e il caos della Spagna dopo l’umiliante sconfitta nella guerra contro gli USA (1898) e dopo la perdita dell’impero erano talmente gravi che Joaquin Costa dovette invocare, oltre al rovesciamento dell’intero pensiero valoriale -non guerrieri ma ingegneri e agronomi- anche l’avvento di un ‘chirurgo di ferro’ dall’energia imperiosa al posto dei politici rotti a tutti i compromessi e cautele.

La dittatura di Miguel Primo de Rivera, oltre a restaurare l’ordine e la legge che le violenze e gli assassini di fazione avevano sconvolto, aprì la modernizzazione e immise la Spagna sulla strada dello sviluppo.
Seguirono, a partire dai tardi anni Cinquanta del Novecento, le svolte tecnocratiche e liberiste del regime franchista, le quali anticiparono l’attuale rigoglio dell’economia spagnola, di recente accertata più vitale di quella italiana. Primo de Rivera fu populista in senso letterale.
Innanzitutto per indole e convinzioni, egli parteggiò per il popolo di cui a volte condivise le ingenuità. Antagonizzò frontalmente le cosiddette élites politiche, i ‘politicastros’, professionisti dei parlamenti e delle urne.
Ma contrastò anche gli agrari aristocratici che ai suoi tempi dominavano le campagne, affamando letteralmente i braccianti e i contadini senza abbastanza terra. Per la verità Primo fece assai meno del dovuto in termini di riforma agraria, così come altrettanto poco fece la repubblica nata nel 1931: e quest’ultima fu la fatale inadempienza del regime progressista e iperlaico. Tra il 1931 e la rivolta dei generali lo scontro di classe divampò nelle campagne prima che nelle città, con episodi molto sanguinosi.
I fucili della repressione repubblicana spensero numerose vite di braccianti, resi ribelli dalla predicazione anarchica.

Le opere più qualificanti di Primo de Rivera furono quelle che eressero le prime istituzioni e provvidenze del Welfare State: pensioni, miglioramenti salariali, scuole, ospedali, case popolari, soccorsi ai più umili (quando c’era un’eccedenza di bilancio Primo elargiva o tentava di elargire (contro i logici veti dell’alta burocrazia) doti e corredi nuziali alle ragazze povere.
Al tempo stesso la Dictadura affrontò concretamente la modernizzazione: strade, ferrovie, dighe, centrali elettriche, incentivi persino esagerati alle iniziative manufatturiere e ai programmi d’autarchia. I risultati furono pronti e in parte vistosi. La Spagna divenne un paese industriale: a ciò i governi liberali avevano costantemente fallito. Le classi alte tradizionali avrebbero dovuto apprezzare i meriti di Primo: attenuazione dello scontro sociale, cancellazione del caos, impulso alle produzioni.
Prevalse invece il rancore degli ottimati per le intenzioni popolaresche e per taluni stili ‘patriarcali’ o ‘folcloristici’ del Dictador.
Sta di fatto che nacquero i primi esperimenti di “cogestione” delle fabbriche e di equidistanza dello Stato tra capitale e lavoro. Primo forzò il partito socialista ad assumere un ruolo nella regìa economica e politica.
Alla fine la Dictadura fu messa in crisi dalla combinazione tra i gruppi d’interessi (in prima fila i datori di lavoro) e alcuni capi delle Forze armate, quelli più vicini alle classi alte e più critici della spesa sociale ‘facile’. Primo simpatizzava per i proletari (e volentieri si univa alle danze dei gitanos…). Gli altri padroni del vapore no.

La Dictadura fu dunque una fase di esperimenti sia pure paternalistici quali la Repubblica non ne fu all’altezza e si condannò a soccombere.
Primo, uomo d’azione, seppe imboccare la via delle provvidenze dall’alto. Anche perché gli assetti liberalcostituzionali scelti dalla Restaurazione borbonica non esistevano più: la Spagna del 1923 era una nave alla deriva. Nella sostanza le valutazioni del libro del maggiore Francisco Franco erano fondate. A Guerra Civile vinta, il Caudillo si espose ai giudizi più crudi per avere infierito sugli avversari. Al contrario di Primo de Rivera, Franco fu incapace di compassione. Primo invece di incarcerare gli avversari importanti li multava, riducendo gli ammontari a favore dei meno ricchi. Tuttavia, tra la vittoria del 1939 e la morte (1975) il Caudillo godé dell’indiscusso e universale consenso della nazione.
La tardiva mobilitazione dei gruppi antifranchisti fu completamente inefficace. La liquidazione del regime fu voluta e organizzata dall’alto: dagli uomini di Franco.

Antonio Massimo Calderazzi

LA  REPUBBLICA SABAUDOMONARCHICA NATA DALLA RESISTENZA

Si annunciano tempi di indigenza seria, indigenza della manopubblica come dei cittadini contribuenti.  Anche a voler rimuovere il problema dei costi economici dell’epidemia -quanti miliardi?- nessuno dubita che la collettività fallirà nell’affrontare le sfide grosse che la attendono, dallo stabilizzare le falde dei monti che franano, a mettere in sicurezza le scuole e i viadotti, a fare il suo dovere verso i popoli della miseria, a soccorrere famiglie e aziende impoverite dal morbo.  Contabilizzare ora i costi di tante opere avrebbe all’incirca il senso di notificare sulla forca all’impiccando l’ammontare delle sue infrazioni fiscali o stradali. I fabbisogni urgenti dello Stivale saranno tutti, nessuno escluso, finanziati in deficit. Al contrario, amputando sul superfluo e sul non-vitale, non ingigantiremmo il debito.

Allora, qualcuno di noi si aspetta che  i nostri decisori si risolveranno, anche a valle del solo virus, ad amputare il superfluo? No, nessuno. Semplicemente si negherà che la mannaia sia davvero obbligatoria; che ‘un grande paese come il nostro’ possa tagliare le voci del puro prestigio, anche prestigio dei parvenus della ricchezza quali siamo.  Quindi si dichiareranno intoccabili gli F35, i missili più aggiornati, l’obbedienza alla Nato, la compagnia aerea di bandiera, la sopravvivenza delle aziende senza mercato, i bisogni della moda, degli sport e degli spettacoli (film softpornografici compresi). I decisori repubblicani proteggeranno i ricevimenti delle ambasciate, anche di quelle che fanno ridere. Infine, e soprattutto, gli appaltatori del potere difenderanno centinaia di superbi edifici di vanagloria: specialmente quello, il Quirinale, che genera il più macroscopico e disgustoso degli sprechi, la reggia della repubblica rossastra.

Tutto il superfluo e tutto il carognesco sarà dichiarato sacro. Questo perché quando i Padri e i Patrigni della patria decisero di abolire la monarchia -fecero benissimo- vollero in realtà far nascere una repubblica alla sabauda, tanto per  non dare troppi dispiaceri ai monarchici e ai Reali. Umberto I, padre di Vittorio Emanuele III, era sovrano di un regno  ammalato di pellagra, tisi ed emigrazione miserabile; eppure esigeva, oltre agli arazzi e ai giardini dei papi affiliati a Satana, il mantenimento di mille cavalli.
Egli era sicuro che tenessero al suo decoro anche pellagrosi, tisici, crocieristi nelle stive puzzolenti dei vapori per il Nuovo Mondo.
Come avrebbe potuto, il re delle prime conquiste africane fallite, fare a meno di competere in lusso con le altre grandi Corti? Risultato, il Quirinale dei papi atei e di Umberto gareggiò con le regge imperiali di San Pietroburgo e di Londra. Superò i saloni del Kaiser. I tubercolotici e i malariosi dell’Agro Pontino avevano di che inorgoglirsi: la Reggia.  Il figlio di Umberto, pur nei suoi complessi di rachitico, era più intelligente del Re Buono: dicono che amasse dormire su una branda, e seppe arrestare il Duce.
Dov’è la differenza tra le scelte delinquenziali dei papi sec.XVI e quelle dei Costituenti e di tutti, proprio tutti, i capi di stato repubblicani?
Dai gironi infernali cui sono dannati, gli animaleschi pontefici che pagarono il Quirinale col denaro dei poveri di Cristo, si compiaceranno dell’impronta antisobria data alla repubblica similpartigiana dai Costituenti del 1948. Forse che i successori democratici dei Savoia avrebbero dovuto contentarsi di una reggia contadina come quella di Nicola del Montenegro, a Cettigne?

Tutti sappiamo che la Casa Bianca – non ospitò papi e sovrani- non deve aspirare alle sontuosità della reggia repubblicana di Roma, spesso senza vergogna descritta dai pennivendoli quirinalisti come ‘Casa di tutti gli italiani’. Il Quirinale sembra essersi ridotto, di recente, a 765 dipendenti di ruolo (in passato superavano i mille): i reparti militari di vanagloria sono a carico di altri bilanci. E’ stato fatto il conto: i dipendenti di ruolo sono 388 più che la ciurma della White House, la quale serve l’Esecutivo più possente della storia, laddove il fastigio della nostra repubblica non produce che la ‘moral suasion’ sui Proci del regime. L’onere del Quirinale supera quello delle regge di Trump e di Elisabetta. Mentre è inevitabile che le 1200 stanze e le centinaia di arazzi del Quirinale richiedano molti lacchè, valletti e giardinieri, risulta mostruoso il numero degli addetti alla prosopopea protocollare e giuridica. I Ministeri, le Camere e le università pullulano di giuristi pagati dal contribuente: non bastererebbero per dare pareri legali al capo dello Stato?

L’Inquilino alla sabauda e i suoi 765, anche quando la loro salute è di ferro, hanno assoluto bisogno di un luogo di villeggiatura: ecco dunque la Tenuta presidenziale (ex reale) di Castelporziano, tutt’altro che economica da gestire. Sessantasei ettari di foresta superba, mandrie di bovini di bellezza (‘bos primigenius), prati, campi agricoli e di tennis e, più ancora, tre chilometri di spiaggia tra la foresta e il Tirreno. E’ riservata, oltre che alla Corte repubblicana, ai dipendenti e loro congiunti, amici e fidanzate. Tutti gli ingressi sono custoditi da guardie armate, considerata la natura usurante del lavoro dei cortigiani e dei lacché.  Chi si sentirebbe di togliere questo paradiso a dipendenti tanto stressati dallo sforzo di far fare bella figura ai sessanta milioni dello Stivale? Oltre a tutto, i dipendenti pagano ben 60 euro all’anno per bagnarsi nella spiaggia più paradisiaca del Mediterraneo.
Inoltre il Quirinale è munito di un’altra residenza di piacere: villa Rosebery a Napoli. Già dei re Borboni, fu proprietà di sommi aristocratici e di Lord Rosebery, primo ministro del Regno Unito nel 1894. Circondato da un grande parco, lo storico e raffinato edificio è posto in posizione incantevole sul Golfo.

Sappiamo perchè ci sveniamo per il Quirinale e per due residenze estive: i fondatori della Repubblica la vollero, in tempi amari, ‘fondata sul lavoro’ ma monarchica nei ricevimenti, nelle etichette e nel fasto. Invece la storica virtù, l’irraggiungibile superiorità dell’istituzione repubblicana, è stata nei millenni la semplicità,  semplicità contro lo sfarzo e i vizi delle corti.  Ebbene, dopo tre quarti di secolo di vituperio, la Repubblica (sognata dai grandi spiriti di tutti i tempi e tradita dai costituenti) dovrebbe chiudere e vendere al migliore offerente le Tre Residenze: ottima cosa se l’Imperatore della Cina le comprerà per le  vacanze di massa del suo sterminato popolo. Oppure, incombendo sullo Stivale la recessione seria, le Tre Residenze andrebbero messe a produrre reddito in grande, non costi. Valgono molti miliardi, c’è chi li pagherebbe. Per la casa del Primo Cittadino basti una villa di medio livello e di modica superbia.

E i dipendenti? Da un settantennio abbondante  lacché,  maggiordomi, ciambellani e vallette piacenti godono di paghe e privilegi vergognosi. Abbiano pazienza, scontino! Siano messi a riposo fino all’ultimo tutti coloro che eccedano le modeste necessità di una istituzione semipleonastica come la Badanza della repubblica. Ricevano una pensione alimentare, di stretta sopravvivenza, di ammontare uguale per tutti, dalle stiratrici e dagli sguatteri al Segretario generale e ad ogni dignitario. Senza dubbio l’impianto della Costituzione e del Codice civile è talmente sciagurato che decine di Corti, supreme e non, proibirebbero qualsiasi misura draconiana. E’ una ragione in più perchè questa monarcorepubblica sia da cancellare.

Antonio Massimo Calderazzi

FACCHI SCANZONATO MAITRE-à-PENSER

Paolo Facchi è uno dei capiscuola della filosofia del linguaggio, con maestri, allievi e sodali di qualità. L’ha insegnata trent’anni all’università di Trieste; più ancora l’ha professata nei circoli del sapere in Europa e fuori. Alcuni suoi lavori hanno fatto testo, e ancora mantengono rilevanza. Si vedano “La propaganda politica in Italia”, ed.Il Mulino; “La Sinistra democristiana, storia e ideologia” (con Giorgio Galli), ed. Feltrinelli; “Dialoghi a Vizzolo, inchiesta sull’opinione di base”, “Il Confronto”, novembre 1967; “Il potere economico: la condizione dell’uomo nella società industriale”, ed. Dedalo Libri; “Conflittualità balcanica- integrazione europea”, ed. Editre, Trieste. Ma forse soprattutto vale la sapienza disseminata (=ben seminata) dal Nostro in centinaia di collaborazioni, sia scientifiche sia divulgative, a una schiera di periodici colti di gran parte dell’ecumene occidentale.

Alcune delle nove Muse, figlie di Zeus, hanno con amore sorvegliato dall’Elicona lo scrivere di Paolo Facchi, facendolo insolitamente leggibile, incisivo e piano, come di solito non è lo scrivere dei filosofi in titolo. Molto hanno aiutato talune dialettiche biografiche che di solito rifuggono dall’accompagnare il cammino dei dotti e dei pensatori. Il Nostro, compagno di strada di perentori intellettuali di inclinazioni al minimo illuministiche, quando non rivoltose, è nato e vive in una delle grandi ville che costellano la Lombardia: però sottolinea d’avere barattato saggezza coi semplici contadini di Casatenovo e di Rovello Porro, nella Brianza allora più amabile di oggi. Bambino fu portato alle ricche villeggiature alpine, viaggiando in tiri a quattro padronali. Non furono le consuete vacanze dei futuri studiosi delle rivolte delle masse. Facchi vanta divertito che un suo antenato morì sulla forca: l’Egidio Osio che portò alla perdizione Virginia di Leyva, la Monaca di Monza. A Milano la Loggia degli Osii testimonia l’importanza della famiglia nel secolo dodicesimo.

La madre del Nostro aveva un padre, il generale Carlo Porro, che veniva subito dopo Luigi Cadorna nella feroce regìa della Grande Guerra.
Questo nonno si illuse d’essere promosso maresciallo come il suo collega che ordinò le decimazioni; comunque fu gratificato con la nomina a ministro di Stato, oltre che con un seggio a vita in Senato.
Sua figlia Alessandra Porro fece fino in fondo la crocerossina nel carnaio delle trincee; fu fidanzata di un eroe tra i più fulgidi, martoriato dalle ferite come Ernst Junger; sposò in prime nozze Ludovico Toeplitz, figlio del capo della Commerciale la maggiore banca d’Italia; sotto d’Annunzio partecipò alla geniale ‘festa di Fiume’. Insomma Paolo Facchi vide quasi tutti i colori e le luci della Lanterna magica che fece vivida l’Italia del Novecento.
E con un padre Gaetano Facchi, buon editore degli anni Venti o Trenta, visse la familiarità di autori brillanti, ancor più che doverosamente dotti.

Paolo Facchi ha partecipato ai congressi internazionali di filosofia, con relazioni quali “The quest for certain communication outlines of a theory”, “Il dialogo nella società contemporanea”, “La semeiotica cognitiva di Peirce”, “Le concept de l’Europe dans le processus de la CSCE”, “Pragmatismo e operazionismo de rebus”, “Du temps et de l’atome-instant”, “Une guerre, pourquoi?”.
Ma Facchi non si è sottratto all’esigenza di prender posizione su fatti contemporanei, anche per conservare per sé e per gli altri riflessioni e sentimenti colti sul nascere. Di qui una nutrita serie di operette ben lontane dai gerghi dei filosofi. Leggiamo in “Berlu Berlu il grande Biancatore” del 2010: “Si può definire delirante un parlare che si riferisce continuamente a se stesso. Berlu Berlu è un capo d’azienda, ogni decisione è un comando.
E’ parte della vita aziendale il culto del Capo, perché mette i soldi”.
E inoltre: “E’ rimasta poco chiara l’origine di tanti suoi finanziamenti; nessuno sa quante ville, palazzi, aerei possieda, dato che molti non se li deve essere intestati (ha già brillantemente superato il sultano del Marocco, che ha solo quattro palazzi reali in diverse città). Le persone con le quali più Berlu si trova sono gli avvocati. Come i calciatori, sono una sua specie protetta. Non ha ancora fatto senatore o ministro uno del Milan, forse gli è stato ricordato che Caligola fece senatore il proprio cavallo. Se c’è qualcuno che rimane indifferente al suo denaro, “è un comunista”.
Come si dice nella sua cara Milano, ‘Chi comanda paghi, ma anche chi paga comandi’. ‘Gli italiani mi amano’ lo sentiamo ripetere sovente. Se gli italiani godono di una certa simpatia, e anche stima, tra i popoli del mondo è per la loro capacità d’essere attivi nella trasgressione. Celebre la battuta di un gerarca fascista, nel ricevere il testo delle leggi in difesa della razza: ‘Il Duce non sarà mai tanto disobbedito come in questa occasione’.
I consensi del nostro Berlu si possono spiegare col fatto che ha saputo abolire qualsiasi barriera di gergo tra sé e i suoi ascoltatori.”

Paolo Facchi ha anche steso una ‘autobiografia filosofica’, col titolo “Hostinato rigore”. L’ha pubblicata nel 2018 Mimesis Edizioni (Milano-Udine), di concerto col Centro internazionale insubrico. Il Centro, che si richiama a Carlo Cattaneo e a Giulio Preti, ha sede a Varese, parte dell’Università dell’Insubria. Il direttore scientifico del Centro, Fabio Minazzi, ha personalmente rivisto una vasta bibliografia ragionata degli scritti di Facchi. Il catalogo Mimesis copre, tra i filosofi, personalità quali Geymonat, Gilbert Simondon, Giovanni Vailati, Giulio Preti e il Kant epistemologo. Mimesis ha anche edito testi storici di Antonio Banfi, Italo Calvino, Fabio Minazzi, Mario Dal Pra. Dell’ultimo decennio è una serie di ‘Quaderni di Appunti’: figurano ancora Giulio Preti, Carlo Cattaneo, Antonio Banfi, Mario Dal Pra, Edmund Husserl, Immanuel Kant. Si adunano così maestri e compagni del sagace sapiente europeo nato a Casatenovo, uno dei cui meriti -non esigui- fu di non curarsi della ‘grandezza’ di Umberto Eco e di Alberto Moravia.

A. M. Calderazzi

AFFRANCARCI DAL PENSIERO UNICO COME STURM UND DRANG FECE CONTRO I LUMI

Quando nel 1895 Gabriele d’Annunzio approdò in Grecia in piena esplosione creativa -ne scaturì “Maia”, prima delle straordinarie Laudi che gli dettero fama mondiale, poi gli guadagnarono il sodalizio alla pari col sommo Debussy per ‘Le Martyre de Saint Sébastien’- il prodigioso ventiduenne mitizzò che i lidi e le selve degli Elleni echeggiassero del grido numinoso ‘il Grande Pan è tornato’.

Ben altro urlo -‘Sturm und Drang!’- si era levato in terra tedesca quando nello scorcio del Settecento (1799) un manipolo di tedeschi animosi (tra essi Goethe e Schiller molto giovani, poi Novalis e i fratelli Schlegel), annunciarono vicino il sorgere del Romanticismo nazionale generato dallo Sturm und Drang, quest’ultimo dura reazione del Geist tedesco all’Illuminismo e all’egemonia anche militare della Francia.
In quel momento il Romanticismo fu un grande sisma, fu il rovesciamento dei cieli. Fu tra l’altro la riproposta del Medioevo di popolo contro il Rinascimento dei colti agiati che a tavola si parlavano in francese.
Fu la risposta della Germania giovane ma geniale alla rassegnazione dei più al Pensiero Unico enciclopedista.

Oltre due secoli sono passati e la storia si ripete. Nel ventennio che è seguito al Novecento si inabissano i miti e le conquiste delle lotte, il comunismo, la fede nella democrazia, il 1945, il congegno liberal-parlamentare, il mercato elargitore di benessere, il semiprogressismo ragionevole ceto medio, la contestazione giovanile, la laicità, il SacroWelfare, i diritti. In odio a tutto ciò troneggiano Trump, Putin, Orban, Bolsonaro e altri, molto benvoluti dall’uomo della strada, criminalizzati dai radical chic. Nell’Europa ‘liberata dall’Armata rossa’ si accarezza il sogno di servire nelle cucine e toilettes della NATO; sarà duro unificare il Vecchio Continente all’insegna di un PIL social-liberale che aggradi agli assennati e ai circospetti. Tutto ciò non assomiglia alla morta gora germanica dei Due-Trecento Signori parziali che riconoscevano la primazia del razionalismo aggiornato e edificavano residenze alla francese?

Se il Romanticismo fu la veemente, forse convulsa reazione al conformismo sottomesso, ai philosophes, al settarismo ‘moderno’ e di necessità miscredente, all’Encyclopédie che non sbagliava, oggi non ripercorriamo quasi gli stessi sentieri? I dogmi novecenteschi ci sono uggiosi, rinneghiamo i voti e le osservanze che avevamo pronunciato per ingenuità, aneliamo ad altro. Non a un semplice dietrofront letterario, non a una voga più attraente. Ma a un Nuovo Romanticismo ‘germanico’, che non si faccia intimidire dai sarcasmi in inglese di ‘Repubblica’, che derida la mestizia di vedove e prèfiche del sinistrismo, che consideri congeniale e amico degli ormoni il lamento sulla morte di una mezza dozzina di deità democratiche.

Probabilmente viviamo e pensiamo in una fase senza nuove idee-forza, ma le nuove idee verranno, quelle vecchie imputridiranno. Per ora non tediateci coi quaresimali sulla Resistenza che ha completato il Risorgimento, sui balzi in avanti della Prima Repubblica, sulla saggezza delle Istituzioni, sul Badante del Regime che al Quirinale, fasciato di cilicio, medica foruncoli e lebbre della democrazia. Non tediateci coll’ottimismo della bonaria volontà, della funzione salvifica dei corpi intermedi, dell’utilità dei messaggi quirinalizi di Capodanno, sui meriti che ci guadagnamo comprando F35 e vendendo intimo griffato. Per i Cazzulli come per i Benigni le cose vanno abbastanza bene, e se reciteremo le novene di un tempo lo Stellone raddrizzerà le nostre vie. No. No. Servirebbe un bagno lustrale, una catarsi cattiva, uno scossone. Non siamo come le inette tribù beduine prima dell’apparizione di Maometto?

Ricapitoliamo. Possiamo non prendere sul serio lo Sturm und Drang. Però siamo stufi di pensare dal 1945 allo stesso modo filisteo (=borghese parasinistristo, studi al MIT, tennista con terza casa) in tutte le plaghe dell’Impero del PIL democratico. Andrebbe bene uno spasimo, un’esperienza dissennata, un fiotto di passione. Non fu queste cose lo Sturm und Drang precursore del Romanticismo scalpitante?

Antonio Massimo Calderazzi

TORNERA’  GRANDE  SENZA  SFORZO  L’EUROPA QUANDO  SI  UNIRA’

Giorni fa si è attribuito anche ad Enrico Letta, ex presidente del Consiglio e politologo accademico, il ragionamento “il Regno Unito se n’è andato, non è solo male: ora potremo raddrizzare le vie dell’Europa, come Londra non ci ha mai permesso di fare’.  In molti la pensiamo come Letta, ma egli ha aggiunto una proposta concreta: i membri della Commissione chiamiamoli ministri. Il fine della proposta è chiaro: incoraggiare la convinzione che l’Unione abbia a Bruxelles un vero governo, che cioè si sia intrapresa la strada che porterà all’unificazione politica del Continente più o meno intero. ‘Ministri’ suggerisce un inizio effettivo.

Gli ex commissari e gli ex presidenti della Commissione fanno un bel numero. Se ciascuno di essi facesse una proposta di dettaglio, magari soprattutto propagandistica, l’avanzamento dell’unità sarebbe avvantaggiato. Quando faranno questo i vari Juncker, Prodi, Moscovici, più altri che a Bruxelles abbiano maneggiato materie importanti e che contino ancora? Ovviamente le questioni grosse sono altre che i nomi delle cariche dei commissari. Il macigno più gigantesco da rimuovere è il diritto di veto dei membri meno volenterosi e meno responsabili dell’Unione.
Oggi in teoria Malta e mezza Cipro hanno gli stessi diritti di base della Bundesrepublik. E’ vero che da qualche tempo si sono trovati piani sui quali i voti dei paesi membri si ponderano e non sono uguali, ma in linea di massima l’Europa attuale funziona sul grottesco principio dell’unanimità.

L’Unione avrà un vero governo quando l’unanimità sarà cancellata e i membri minori dovranno delegare buona parte della sovranità; dovranno obbedire. Obbedire sostanzialmente all’asse Berlino-Parigi, asse qualche volta allargato a Roma: ma solo qualche volta.  Aggiungere alla plancia comando la repubblica cara a Benigni imporrebbe di placare lo sdegno di Polonia, Spagna, Svezia, Olanda, Belgio, oltre che di un’eventuale aggregazione baltica, il giorno che le tre orgogliose repubbliche si risolvessero a fondersi. Finora non si è trovata soluzione al sovranismo dei soci minori, anche se spesso questi ultimi hanno dato prova di responsabilità, accodandosi alle scelte dei grandi partner. Ha agito una cabina di regia, ma se il sistema ha funzionato è in quanto l’Unione ha rinunciato ad affrontare le sfide massime: non si è unificata; non ha tentato di affrancarsi dagli USA; non ha accettato gli obblighi verso l’umanità povera che incombono sulle nazioni ricche e perdipiù eredi di tradizioni coloniali.

Per il futuro si danno solo due strade: o i soci minori accetteranno di farsi guidare, oppure l’Europa dovrà ridursi in estensione, dovrà rinunciare a trattenere le componenti non guadagnabili ai grandi destini di un protagonista planetario quale l’Europa. Si adopera l’aggettivo ‘planetario’ non perchè la Magna Europa abbia necessità di competere coi tre colossi del pianeta sui piani da essi dominati. All’Europa basterà restare all’altezza dei retaggi delle sue componenti maggiori. Sono retaggi che hanno fatto il mondo, nel bene come nel male. L’Europa sarà grande e spiritualmente prima per il solo fatto di unirsi, sottraendosi alla sopraffazione di Washington. L’Europa è stata ombelico del mondo: ciò le darà uno status tale da non esigere antistorici sforzi di recupero sui piani materiali. L’Europa gran signora sarà per natura superiore ai rivali in termini di legittimità. I Tre Colossi stanno già pagando e più  pagheranno,  in termini di contraddizioni e di disarmonie, per gli oneri delle posizioni raggiunte.

Non resta che il quesito se il primato continentale spetti prevalentemente alla Germania.  Ma la Francia non è stata alla propria altezza da quando Charles de Gaulle decise l’alleanza perpetua con la Germania. Da allora la Germania non ha fatto che rafforzare la vocazione a primeggiare,  laddove la leadership francese  è rimasta un avanzo devitalizzato del passato.

A.M.Calderazzi

IL ‘ME DUELE ESPAGNA’ CHE DILANIO’ MIGUEL DE UNAMUNO

Quando nel 1930 Unamuno rimpatriò dal mite esilio inflittogli sei anni prima dal generale Primo de Rivera -un dittatore bonario che governò la Spagna meglio di decine di predecessori e successori- , l’accoglienza che gli fecero le moltitudini degli ammiratori e dei seguaci fu trionfale al punto che molti, specialmente all’estero, presero a considerarlo un Mosè spirituale, o almeno il sommo eccitatore degli spagnoli, incarnazione come nessun altro di visioni e sentimenti iberici, in una fase che già volgeva a tragedia. Miguel de Unamuno visse, scrisse, insegnò fino all’ultimo giorno del 1936. Però non assurse a vero condottiero o pastore della nazione.

Fece impressione quando, mesi prima di morire, si erse in una cerimonia all’università di Salamanca di cui era ‘Rector perpetuo’ contro l’estremismo combattentistico-falangista del generale Millàn Astray. Astray aveva condensato nella formula “Viva la Muerte” la sua fede di grande mutilato guerriero; e aveva aggiunto ‘Mueren los intelectuales’. Unamuno oppose sdegnato le ragioni dell’intelligenza contro quelle dell’eroismo soldatesco: “Avete la forza e vincerete, ma non convincerete”. Lo calmò e protesse donna Carmen Franco, moglie del Caudillo: gli offrì il braccio e lo portò via dalla grande aula magna (Paraninfo) dove la schiera dei legionari di Astray rumoreggiava minacciosamente. Quella volta Unamuno si riaffermò politico e pensatore intransigentemente libero: aveva aderito alla ribellione dei generali, ma contrastò uno dei miti dei futuri vincitori della Guerra Civile. Francisco Franco lo destituì. Cattedratico a 27 anni alla più illustre delle università spagnole, era stato eletto rettore a 36 anni.

Il politico Unamuno fu contraddittorio tutta la vita. Si era imposto nel 1924 come immediato oppositore del colpo di stato di Primo de Rivera.
Il dittatore lo aveva condannato al confino a Fuerteventura.
Lì la sorveglianza poliziesca non fu abbastanza serrata da impedirgli una fuga in Francia, organizzata e finanziata da un editore francese molto interessato alla pubblicità propiziata dalla ‘persecuzione’ dell’oppositore già famoso in Europa. Forse Unamuno era al corrente, forse no, che il Dictador lo aveva già indultato. Il fuggitivo visse e operò prima a Parigi, a contatto con i maggiori intellettuali, poi si installò a Hendaye, città francese unita da un ponte alla città spagnola dello stesso nome. Lì redasse un periodico politico in collaborazione con un altro esule, Ortega y Gasset, fratello del filosofo Josè, uno dei fondatori – presto deluso- della Repubblica.

Poco dopo la neonata Seconda Repubblica assegna riconoscimenti e onori all’accanito oppositore di re Alfonso XIII: è reinstallato rettore a Salamanca; viene eletto alle Cortes (caratteristicamente, egli che si era professato socialista non è collegato ad alcun partito). Ma presto il cielo della Repubblica si fa tempestoso: arriva la Guerra Civile a straziare Unamuno. Eppure aveva o avrebbe sostenuto essere quella civile l’unica guerra degna di combattere. Tutte le altre, imposte da monarchie o da repubbliche o dal patriottismo o da questa o quella Causa, erano indegne: e aveva ragione.

Va rilevato però che la repubblica sognata da Unamuno, da José Ortega y Gasset e da tanti altri era tutt’altra cosa da quella costruita dai gerarchi del nuovo regime. Il maggiore tra questi ultimi, Manuel Azagna prima ministro, poi capo del governo, infine sciagurato capo dello Stato, fece l’errore capitale di attribuire priorità assoluta alle iniziative ed asserzioni laiche e costituzionali, invece che a mitigare la miseria del proletariato e che a soffocare la violenza settaria, fatta soprattutto di assassinii.
Nata il 12 aprile 1931, mesi dopo la Repubblica era già devastata.
Le istituzioni crollarono non solo per i cannoni delle divisioni nazionaliste, anche per la loro sostanziale irrilevanza. Aveva ragione Unamuno a rifiutare le parole d’ordine dei progressisti oltre che gli estremismi dei seguaci di Franco. La gloria dei grandi intellettuali spagnoli nulla poté contro la ferocia delle contrapposizioni. Se il ruolo politico del più famoso degli spagnoli colti fu irrisorio, fallirono tutti gli altri che tentarono di edificare un sistema migliore della monarchia. Novant’anni dopo, la Spagna ha ancora un Re e una Corte di aristocratici. Il bagno di sangue è stato inutile.

Miguel de Unamuno fu poeta, romanziere e filosofo oltre che bardo di una Spagna ideale, anelito e dolore della sua esistenza: “me duele Espagna”. Non spetta a chi scrive accennare alla produzione letteraria (anche se ad essa il Nostro dovette tanta parte della sua fama). Si è parlato di un Unamuno esistenzialista, oppure mistico e irrazionale, di un ‘gemellaggio’ con Antonio Machado, di una matrice romantica. Filiazioni di tale matrice furono in Unamuno l’anti-intellettualismo, la sfiducia nella ragione, nella tecnologia e nella scienza. Egli scandiva spesso ‘mi agonia, mi lucha por el cristianismo, la agonia del cristianismo en mi, su muerte y su resurreccion’. Per tutta la vita diffidò dell’entusiasmo per il progresso, dello scientismo, della scienza stessa ‘fattasi religione per tanti’. Quasi tutti i critici e gli esegeti additano nel Nostro lo stoicismo tragico, l’iperindividualismo, l’intimismo impudico, l’ossessione iberista. Ancora di più additano lo spasimo religioso, l’attrazione della teologia, le imboscate della fede contrapposta alla ragione. Per uno studioso autorevole, José Luis Aranguren, Unamuno anelava ad una ‘civilizaciòn del cristianismo’; meglio ancora, per una ‘ecclesiastizaciòn del pueblo cristiano’.
Per lui l’ateismo è ‘un lusso’ e gli atei ‘vivono parassitariamente nelle società cristiane’. A questo punto si spiega meglio l’adesione del socialista antimonarchico Unamuno all’insurrezione dei generali contro la Repubblica. Non aveva Manuel Azagna asserito “la Spagna ha smesso d’essere cattolica”?

Questi e molti altri moti dell’animo unamunesco non erano fatti per essere apprezzati dalle schiere più “loiche” della cultura spagnola. Il loro capo, José Ortega y Gasset, polemizzò accanitamente con ‘l’energumeno’ e ‘gigantista’ Unamuno. Lo accusava di esprimersi e di agire oltremisura, con spiriti eccessivi, irrazionali, emotivi, persino demoniaci: si veda la famosa esclamazione in favore della guerra civile. C’è da dire che i molti lamenti sul fratricidio rientrano nella più larga meditazione poetica del Nostro su Caino, l’assassino di Abele, e sulla ‘envidia’: “Lo mas del llamato en Espagna tradicionalismo no es sino cainismo”. Ortega mantenne la sua critica persino nel necrologio che scrisse in morte di Unamuno la prima notte del 1937, ‘anno terribile, anno di purificazione, anno di cauterizzazione’. Ortega ricordò che la morte fu “su perenne amiga-enemiga. Toda su vida, toda su filosofia han sido, come las de Spinoza, una ‘meditatio mortis’. Anche nell’occasione luttuosa, Ortega non rinunciò a puntualizzare il ‘feroz dinamismo’, unito al ‘coraggio senza limiti’ del ‘Gran Celtibero, il rettore a vita. E insisté: “Su pretension de ser poeta lo hacia evitar toda doctrina”, allorquando “la mission inescusable de un intelectual es ante todo tener una doctrina taxativa, inequìvoca y, a ser posible, formulada en tesis rigurosas, facilmente inteligibles.
Porque los intelectuales no estamos en el planeta para hacer juegos con las ideas y mostrar a las gentes los bìceps de nuestro talento, sino per encontrar ideas con las cuales puedan los demas hombres vivir. No somos juglares, somos artesanos, como el carpintero, como el albagnil.” Il giudizio di Ortega y Gasset restò dunque severo anche nella chiusa del necrologio sul suo più fortunato competitore per l’amore degli spagnoli e non solo: “La voce di Unamuno ha risuonato senza mai interrompersi per un quarto di secolo. Al suo tacere per sempre temo che vivremo un’era di silenzio atroce”.

Molti titoli delle opere del rettore sono intensi, pregnanti, pieni di destino. Alcuni: ‘Del sentimiento tràgico de la vida.’ La agonìa del cristianismo. ‘En torno al casticismo. ‘Vide de Don Quijote y Sancho. ‘Andanzas y visiones espagnolas. ‘Contra Esto y Aquello. ‘Paisajes del alma. ‘ Paz en la Guerra. ‘ San Manuel Bueno martir.

I fatti della vita di Unamuno impressionano. Nato a Bilbao il 29 settembre 1864, vince la cattedra di greco alla prima università del Paese, Salamanca, a 27 anni; ne diventa rettore a 36. Viene destituito nel 1914, nel 1923, poi almeno altre due volte. Condannato al confino nel 1924, dopo quattro mesi viene indultato ma decide di esiliarsi: prima a Parigi, poi a Hendaye sul confine con la Spagna. Sei anni dopo rimpatria e passa a insegnare Storia della lingua spagnola. Con la nascita della Repubblica riprende il rettorato a Salamanca, presto proclamato rettore a vita e onorato coll’istituzione di una cattedra al suo nome. Scoppiata la Guerra Civile, Unamuno accusa il governo repubblicano di avere “infranto il sogno di una repubblica libera e liberale, di avere consegnato il potere nelle mani dei pistoleros”.
Destituito da rettore a vita, è reintegrato dalle autorità franchiste.
Si oppone clamorosamente al generale Millàn Astray fondatore della Legione. Perde ancora una volta la carica di rettore. Muore l’ultimo giorno del fatale 1936.

Sappiamo che Unamuno fu uomo di antagonismi. Per dirne solo uno, egli basco definì più volte il ‘vascuense’ una lingua “rural y archeologica, incapaz de convertirse en lengua de cultura”. Non riconosceva il ‘diritto’ dei catalani di affrancarsi dalla gloriosa tradizione dello spagnolo; tradizione che si identifica con ciò che nei secoli fece la Castiglia. La Castiglia impose certamente la sua egemonia: non è detto comunque che il grande basco accettasse un giudizio di Carlo V: ‘El idioma castellano ha sido hecho por hablar con Dios’. José Luis Aranguren chiuse un suo saggio “Unamuno y nosotros” esaltando in Lui il pensatore anticonformista che si oppose alle derive del pensiero moderno: “omogeneizzazione, integrazione, adattamento”.

Antonio Massimo Calderazzi