TRE DISREPUBBLICHE: 2 DI SPAGNA, E LA NOSTRA MALNATA DALLA RESISTENZA

Le disrepubbliche odiano gli ideali grazie ai quali sorsero, e operano la loro rovina.  La prima delle disrepubbliche spagnole, quella stranamente denominata “Gloriosa”, durò undici mesi dal febbraio 1873, nei quali si dette quattro  presidenti (Figueras, Castelar, Salmeron, Py y Margall).
Non merita  particolari menzioni, a parte i contrasti tra unitari e federalisti e non pochi tentativi di ribellione sociale. Nel dicembre 1874 fu agevole al generale Martinez Campos restaurare la monarchia borbonica nella persona di Alfonso XII, figlio della regina Isabella II, che le Cortes avevano deposto nel 1868.

La lunga fase che seguì fu sempre più travagliata. Ai problemi di sempre – guerre carliste, lotte tra fazioni partitiche e militari, contrasti tra ricchi e miserabili- si aggiunsero il disastroso conflitto con gli Stati Uniti, la perdita dell’impero, i rovesci nella colonia marocchina. Nel 1923 la situazione del Paese era drammatica al punto che non solo la maggioranza dell’opinione pubblica ma anche i circoli intellettuali capeggiati dal filosofo Ortega y Gasset invocarono l’avvento di un dittatore militare. Nei primi anni il generale Miguel Primo de Rivera governò meglio di tutti i predecessori di due secoli: ripristinò la pace che le violenze nelle strade, gli scioperi, lo scontro tra le classi avevano distrutto.  Il dittatore volle redimere i ceti  umili dagli aspetti più neri della miseria, istituendo  varie provvidenze da Stato sociale, mediando nei conflitti tra capitale e lavoro, modernizzando, dando impulso con le opere e gli interventi pubblici alla crescita.
Nel 1930 il dittatore fu costretto a volontarie dimissioni dall’ostilità di vari gruppi di potere. L’anno dopo una consultazione elettorale dette la vittoria ai candidati di fede repubblicana. Re Alfonso XIII andò in esilio e la Seconda Repubblica fu proclamata il 14 aprile senza contrasti gravi, anzi in un clima di esultanza. La politica spagnola sembrò avere scelto di razionalizzarsi, dopo le convulsioni e le contraddizioni dell’intero Ottocento.

L’euforia passò presto. Dopo pochi mesi le violenze settarie esplosero furibonde e presto si disamorarono della Seconda repubblica quei conduttori dell’opinione pubblica che la avevano additata come l’ineluttabile destino della Spagna. Anche a volere ridimensionare le turbolenze, gli assassinii, gli scontri armati nelle strade, gli incendi di chiese e di conventi, va detto che la Seconda repubblica si consegnò subito a gruppi di potere sorprendentemente incapaci.  Manuel Azagna, massimo regista della nuova fase in quanto presidente del governo, poi in quanto capo dello Stato, si rivelò del tutto inferiore alle sfide del suo tempo. Un letterato fattosi uomo d’azione, Azagna fu posseduto come pochi dagli imperativi settari. A tutti i costi volle far trionfare la laicità, di fatto l’anticlericalismo, in ogni piega del tessuto nazionale in quanto, proclamò, “la Spagna ha cessato d’essere cattolica”.  Mostrò di non sentire i problemi sociali, tralasciò i termini economici della dialettica politica. La priorità di Azagna non era di organizzare una società operosa ed equa, era di farla razionale e laica. Capo di un piccolo partito radical-progressista, non provò nemmeno a coinvolgere i grandi numeri  nel disegno suo e delle minoranze che lo fiancheggiavano.

Nei primi anni Trenta del ‘900 il popolo spagnolo voleva anzitutto la riforma agraria. La classe politica capeggiata da Azagna non tentò seriamente di dare la terra ai braccianti e ai contadini minimi.
Quei politici che avevano dietro di sé le masse -innanzitutto i socialisti, i  comunisti, gli agitatori anarchici- non ebbero la saggezza di impostare programmi che convincessero il popolo. Nel frattempo lo scontro politico-sociale si infiammò al punto di suscitare la reazione estrema dei nemici della repubblica, della laicità, del progressismo neoilluminista.  Quando la militanza sinistrista superò i livelli che nel passato i gruppi di destra avevano tollerato, quando in particolare i delitti politici e i conati rivoluzionari si ingigantirono, i settori più combattivi dell’esercito e della politica trovarono il nerbo di insorgere con le armi.
La Seconda repubblica perdette quasi metà del suo territorio sin dai primi giorni della Guerra Civile. Da quel momento l’impegno dei suoi governanti si concentrò nel vano conato di abbattere il nemico con le armi: dopo aver tentato di repubblicanizzare   la società e le istituzioni, con gli schemi e con gli slogan, si dettero la missione di vincere la guerra contro avversari meglio organizzati e meglio aiutati dall’estero. Tra l’altro la maggior parte dei professionisti delle armi si erano uniti all’Alzamiento dei generali.
I governanti di Madrid credettero di supplire coi consiglieri sovietici, coi commissari politici, con gli esponenti soprattutto letterari delle sinistre internazionali.  Forse i governanti furono galvanizzati -meglio, storditi- dall’iniziale successo della difesa di Madrid e dall’afflusso di molti volontari stranieri.

Risultato, per tre anni i capi repubblicani forzarono a combattere le loro forze per farle sterminare da un nemico più potente e meglio motivato.
A partire dal 1937 i nazionalisti vinsero, magari per tappe, quasi tutte le prove sul campo. La battaglia dell’Ebro, sforzo militare  supremo della Repubblica, si risolse in una sconfitta totale che cancellò la capacità bellica della Repubblica. I fondatori della Repubblica fallirono nello sforzo di edificare una società repubblicana;  fallirono nel tentativo di sopravvivere. Abbiamo visto che Azagna fu il più rappresentativo e il più insipiente tra i gestori. Dopo avere sorpreso gli spagnoli, anzi il mondo, coll’unilaterità e l’arroganza del suo agire, il Capo dello Stato dovette riparare in Francia a piedi, confuso nelle centinaia di migliaia di profughi e di sconfitti.
Il capo del governo Juan Negrìn agì con più realismo, ma i suoi risultati furono altrettanto disastrosi.  L’idea-madre di Negrìn fu che se l’esercito e ciò che restava della repubblica fossero stati capaci di resistere alquanto più a lungo, il secondo conflitto mondiale avrebbe salvato la repubblica: le democrazie occidentali non avrebbero permesso a Franco di vincere.

Sappiamo che Londra e Washington mai concepirono di abbattere Franco per amore della repubblica amata da Stalin. L’idea-madre di Negrìn era insensata. Le ultime settimane della sciagurata repubblica videro lo scontro armato tra repubblicani: tra i reparti del colonnello Casado -con lui tutti coloro che volevano la resa immediata- e le residue milizie comuniste. Forti delle forniture belliche dell’Urss, i comunisti della Ibarruri e di Togliatti avevano di fatto governato ciò che restava della nazione e delle sue milizie. Da quando nacque, la Seconda repubblica non fu che una successione di errori. I rari successi sul campo non furono mai decisivi, e le glorie della difesa di Madrid furono spazzate via nel momento stesso che Franco risultò miglior interprete del Paese.

La terza delle Disrepubbliche, la Nostra, è stata senza confronti meno bislacca e più vitale. Vive ed è uno Stato considerevole. Considerevole è anche la Spagna, ma è di nuovo una monarchia: con tutta l’euforia dell’aprile 1931 e con tutta l’allucinazione ‘costituzionalista’ di Manuel Azagna. Da noi per fortuna non esistono le condizioni perché una delle dinastie estinte venga restaurata, come accadde in Spagna.  Invece esistono le condizioni perché la Nostra resti disrepubblica.

Essa nacque sull’impulso e sulla fede che ‘res publica’ fosse la forma di governo ideale.  Ma gli ingegneri, i geometri e i giuristi di questa repubblica le assegnarono una fisionomia monarchica: un’immagine cinica quale non dispiacesse ai peggiori dei papi e ai Savoia. I Padri fondatori non vollero che la repubblica incarnasse le essenziali virtù repubblicane: sobrietà, semplicità come rifiuto dello sfarzo e del superfluo, onestà.  In quanto fondata sul malaffare, la Nostra non è onesta. Dove è possibile sprecare e malversare, essa spreca e malversa. E non è votata alla semplicità, non le repelle lo sfarzo: con le sue due regge estive, il Quirinale divinizza il superfluo anche quando il Paese boccheggia come oggi.
Centinaia di istituzioni e di residenze pletoriche torreggiano sullo Stivale.
La Nostra incarna al meglio il rifiuto dei valori che nei millenni proiettavano la repubblica come reggimento superiore alla monarchia.
La Nostra è un repubblica spergiura e transfuga: una disrepubblica, appunto.

Antonio Massimo Calderazzi

AVVENNE SOPRATTUTTO SOTTO FRANCO IL MIRACOLO ECONOMICO SPAGNOLO

Qualche settimana fa i grandi giornali internazionali hanno enfatizzato che la macchina produttiva della Spagna ‘ha superato’ quella italiana.
Il “Financial Times” ha precisato che tra due anni il vantaggio di Madrid su Roma raggiungerà il 7%. Centoventi anni fa il Regeneracionismo e la Generazione del ’98 -le due espressioni più alte del pensiero spagnolo moderno- avrebbero giudicato folle e scervellato pensare un’economia nazionale che non diciamo superasse altri apparati produttivi d’Europa, ma semplicemente fosse considerabile parte d’Europa.
Le menti creative di quella che fu la fase più vivida dell’intelligenza iberica del nostro evo concordavano nello sconforto: l’Europa finiva ai Pirenei; la Spagna era Africa; uno spagnolo ricco, meditava Angel Ganivet, era disgustoso; chiudere a sette mandate il sepolcro del Cid; al potere gli ingegneri e gli agronomi. Insomma, a quel tempo un ‘milagro espagnol’ era inconcepibile: si ipotizzava che la mente della maggior parte degli iberici mancasse dei meandri del pensare economico e del praticare l’impresa.

Oggi che il ‘milagro’ è una certezza da decenni occorre avvertire che mai esso ci sarebbe stato se tre governanti spagnoli non avessero salvato il Paese da altrettante guerre. Furono Eduardo Dato, Miguel Primo de Rivera e il caudillo Francisco Franco. Nel 1914 il presidente del governo, Dato, sbaragliò i conati dell’ultradestra per intervenire a fianco degli Imperi Centrali; più ancora sventò i tentativi dei gruppi di sinistra di coinvolgere la Spagna a fianco di Francia, Gran Bretagna (perché ‘democratiche’) e Russia. Nel 1921 Dato fu assassinato da un commando di anarchici. Primo de Rivera volle l’abbandono del colonialismo in Marocco (in ciò si scontrò con Francisco Franco, il più prestigioso degli ‘africanisti’).
Ben maggiori furono i meriti del Dictador del 1923-30: egli gettò le fondamenta del Welfare State, aiutò i ceti più umili e favorì al massimo il Partito socialista, unica sinistra legale dell’epoca (gli anarchici sapevano solo sobillare e ammazzare). Il terzo benemerito della pace fu Francisco Franco: nel 1940 a Hendaye resisté al disegno di Hitler di arruolare la Spagna nel secondo conflitto mondiale. E’ vero, il Caudillo mandò una “divisione Azzurra” a farsi maciullare in Russia: ma fu uno sforzo circoscritto, in ogni caso un simbolico ricambiare l’aiuto ricevuto da Franco per vincere la Guerra Civile.

La neutralità arricchì la Spagna nella Grande Guerra perchè tutti i belligeranti avevano necessità di comprare dal regno allora borbonico. Quando il conflitto finì, l’export spagnolo precipitò. La guerra coloniale in Africa contrastata da Primo de Rivera era stata meno luttuosa, ma aveva imposto dolori e ingiustizie (i maschi agiati si risparmiavano la leva e la destinazione in Africa pagando allo Stato una somma per essi modica). Vedremo che il Paese ha ben altri debiti di riconoscenza verso Primo. Quanto a Franco, chi si sentirebbe di negare il suo merito, quando a Hendaye ebbe la forza di dire no al Fuehrer? Il no di Hendaye gli rese possibile di avvicinarsi cautamente agli Alleati man mano che coll’inverno 1942 il Reich cominciò a perdere la guerra. Probabilmente il no di Hendaye ebbe un ruolo anche nella decisione dell’Occidente di respingere nell’autunno 1944 l’assurdo tentativo della Resistencia Armada di abbattere il franchismo coi metodi partigiani: attentati, assassinii, esecuzioni.
Gli sparuti episodi guerriglieri e nel 1944 la declamata ‘invasione’ della valle pirenaica di Aran ( facilmente sventata dal regime) furono drammaticamente vani. Lungi dal suscitare l’insurrezione delle masse popolari, il conato partigiano confermò che i lavoratori volevano la pace, dopo le tragedie della Guerra Civile. Furono pochi i proletari che non aiutarono con le ‘contrapartidas’ (reparti misti di civili e di repressori militari o polizieschi) lo spietato sterminio dei partigiani comunisti. I quali per nutrirsi alla macchia non potevano che rapinare i contadini. Assassinarono anche per procurarsi un singolo schioppo.

Tutto ciò premesso, sbagliano in pieno quanti credono che il quarantennio franchista fu solo autoritarismo fascista. Fu un autoritarismo poco fascista, specie a guerra mondiale finita. Franco godé di un consenso popolare pari a quello che tra il 1922 e la conquista dell’Etiopia tolse il senno al Duce.
Il Caudillo, uomo prudente, non perse mai il senno: con gli anni Cinquanta si votò alla crescita economica. In ogni caso sia chiaro che l’attuale rigoglio produttivo della Spagna non risale alla fine del franchismo (1975). Se fino al 1950 il Caudillo si era soprattutto impegnato a far sopravvivere il regime, il 1951 fu un tornante decisivo. La dedizione di Franco passò alla costruzione economica. Già nel 1939, nel ribadire che scioperi e sindacalismo di lotta erano reati, Franco rivendicò di avere istituito sussidi di disoccupazione e malattia, assegni familiari, il Patronato Antitubercolare, la Fiscalìa de la Vivienda (alloggi popolari). Già nel 1939 nacque l’Instituto Nacional de Colonizacion (creava piccoli poderi). La Magistratura de Trabajo prese ad arbitrare nei conflitti tra datori di lavoro e dipendenti. Fu reso molto più difficile licenziare questi ultimi. Crebbero le pensioni di vecchiaia e di invalidità, il Seguro Obligatorio de Enfermedad e altre provvidenze istituite o almeno avviate tra il 1923 e il 1930 dalla Dictadura di Primo de Rivera.

Quelle di Franco erano anche misure propagandistiche, i cui benefici andavano valutati sui dati oggettivi. Sta di fatto che alla fine del 1950 il regime poté vantare realizzazioni concrete: 70 centrali tra idroelettriche e termiche, alcuni impianti che lavoravano l’alluminio, fabbriche chimiche, farmaceutiche, di concimi, automobilistiche (Pegasus), arsenali navali, raffinerie di petrolio; in più si era operato alla ricostruzione delle regioni che avevano combattuto la Guerra Civile. Non poche iniziative manufatturiere ebbero risultati economici scadenti e soffrirono di impostazioni autarchiche. Solo nel 1953 il reddito pro capite raggiunse il livello ante Guerra Civile. Entro il 1955 si avviarono programmi prioritari di sviluppo, con liberalizzazioni, indebolimenti dell’autarchia, impulsi alle importazioni, crediti alle iniziative private. Sorsero nuovi impianti siderurgici e la fabbrica delle auto Seat. Il Piano Badajoz avviò la trasformazione irrigua di 100 mila ettari, si realizzarono nuovi invasi con impianti idroelettrici. I risultati non furono pronti: nel 1960 la Spagna era, col Portogallo, il paese più povero d’Europa. Peraltro i livelli di vita migliorarono, anche se nel 1950 solo un terzo degli alloggi avevano l’acqua corrente. Le cose migliorarono sensibilmente solo negli anni Sessanta, anche per l’emigrazione e per l’auge del turismo (nel 1960, 6 milioni di visitatori, il doppio che due anni prima). Alla fine degli anni Sessanta si poteva parlare di concreta liberalizzazione. nonchè di stabilizzazione, con forti realtà innovative. Lo sviluppo e il benessere (=più consumi) erano ormai al centro di tutta la politica economica. Già all’inizio del 1962 la Banca Mondiale valutava che il buono stato delle riserve legittimasse ulteriori sforzi per lo sviluppo.

Nel quinquennio 1961-64 l’economia spagnola crebbe di oltre l’8% l’anno. La produzione di elettricità passò dai 18,6 milioni di kwh del 1960 a 31,6 milioni, quella di acciaio da 1,9 a 3,5 milioni di ton., le nuove auto da circa 40 mila a 112 mila, l’import si triplicò, l’export raddoppiò. Nel 1965 vennero 14 milioni di turisti, che abbastanza presto divennero 24 milioni. Gli ultimi tre lustri del franchismo confermarono lo sviluppo come l’opera centrale del regime, accreditata soprattutto ai ministri e consiglieri ‘tecnocratici’ (piuttosto che ‘falangisti’) come Lopez Rodò e come l’ammiraglio Carrero Blanco, fidatissimo di Franco, destinato ad ascendere a capo del governo e ad essere assassinato dai terroristi del separatismo basco. La radicale trasformazione dell’economia e l’aumento del benessere divennero i massimi vanti del franchismo. I fatti confermarono: crescita 5,6% sul decennio dei Sessanta; l’output elettrico si avvicinò ai 57 milioni di kwh annui, quello dell’acciaio a 7 milioni di tonn., le auto a 450 mila unità.
Nel decennio dei Sessanta 4 milioni di spagnoli abbandonarono l’agricoltura, per la metà emigrando in Europa.

Scrive Juan Pablo Fusi, cattedratico alla Complutense di Madrid e uno dei principali storici del postfranchismo: “In questo periodo la Spagna aveva superato la barriera del sottosviluppo. Non era più un paese rurale, era una società industriale, urbanizzata e moderna, con alti livelli di benessere e di consumo. L’esportazione di navi divenne la prima voce dell’export, al posto dei tradizionali agrumi, olio e vino. Lo sviluppo dilatò il vasto consenso al regime (…) Franco dichiarava di avere dalla sua il 90% della nazione”. Nell’anno della sua morte il Pil procapite raggiunse 2,486 dollari; la popolazione che viveva in città oltre i centomila abitanti sfiorava il 75%.
Il 40% delle famiglie possedeva l’auto, l’85% aveva la televisione”.
Nella tarda estate 1969 esplose lo scandalo Matesa (utilizzazione indebita di 10 miliardi di Pesetas stanziati per favorire l’esportazione di macchinari tessili): la conferma di un serio problema di corruzione imbarazzò il regime, ma le conseguenze politiche furono trascurabili. Lo ‘sviluppismo’ dei tecnocrati e di Carrero Blanco continuò. Il Pil crebbe del 4,1% nel 1970, del 4,9 nel 1971, dell’8 nel ’72, del 7,8 nel ’73. I problemi di una società prospera -corruzione, terrorismo separatista- restarono in tutta la loro gravità. Conclusione obbligata: il grosso della crescita avvenne sotto Francisco Franco.

Antonio Massimo Calderazzi

IL CAUDILLO DA GIOVANE E IL BUONGOVERNO DI MIGUEL PRIMO DE RIVERA

Non è universalmente noto che Francisco Franco – il Caudillo che vinse la Guerra Civile, che non ebbe misericordia per i vinti e che per un quarantennio governò la Spagna con mano di ferro- fu autore di quattro libri di tipo politico e a partire dal 1946 firmò con uno pseudonimo una serie di quarantanove articoli, anch’essi intesi a denunciare i fallimenti in Spagna della monarchia costituzionale gestita dai liberali.
Il primo dei libri -“Marruecos. Diario de una bandera” era del 1922.
Allora Franco, che poco dopo, a 33 anni, sarebbe divenuto per meriti di guerra il più giovane generale di brigata in Europa, aveva solo il grado di maggiore. La Guerra Civile era lontana 14 anni. Il Nostro enfaticamente condivideva con la maggioranza degli spagnoli (compreso il più autorevole dei loro intellettuali, José Ortega y Gasset cattedratico di filosofia, e non compreso Miguel de Unamuno) l’attesa di un governante militare, capace di far uscire il Paese dalla crisi estrema della pace interna, della politica e dell’economia. Scriveva il maggiore dell’esercito coloniale, per sua dichiarazione “drasticamente convinto delle disfatte del regno costituzionale, cioè del sistema liberal-parlamentare, a partire dal 1876 (Costituzione liberale dopo il tracollo della Prima repubblica spagnola):
“Fu il liberalismo dell’Ottocento a propiziare il tramonto della Spagna.
In trentacinque anni (1833-1868) la nazione ebbe 41 governi, due guerre carliste, due reggenze, tre Costituzioni, 15 sollevamenti militari.
Tra il 1868 (deposizione di Isabella di Borbone, la regina accesa fautrice dei liberali) e il 1902 (salita al trono del nipote Alfonso XIII) si succedettero 27 governi, due monarchie (una fu l’infelice regno di Amedeo di Savoia, figlio di Vittorio Emanuele II), una repubblica, una guerra civile e si perdettero gli ultimi resti dell’Impero. Sotto Alfonso XIII (1902-31) la Spagna ha conosciuto un paio di dozzine di governi; due presidenti del Consiglio sono stati assassinati”.

Nel 1923, un anno dopo il libro del pluridecorato eroe delle guerre in Marocco, Miguel Primo de Rivera, capitano generale a Barcellona, fece, d’intesa col Re e coi principali comandanti militari, il colpo di stato che instaurò la Dictadura: sette anni fino all’avvento della Seconda Repubblica. Non ci risultano scritti di Franco specificamente dedicati alla dittatura di Primo, ma il futuro Caudillo non poté non approvarli senza riserve: nella prima lunga fase di de Rivera approvarono quasi tutti gli spagnoli.
Si opposero, a parole, un certo numero di intellettuali, gli agrari più oltranzisti e gli anarchici (peraltro resi inoffensivi).
Il partito socialista, unica sinistra seria del tempo, fu apertamente privilegiato dal dittatore (progettò di fare di esso il partito unico di regime). L’allora leader socialista Largo Caballero fu immesso nel maggiore organismo di vertice del regime; più tardi egli sarà proclamato ‘il Lenin spagnolo’ e capeggerà il governo della Repubblica prima di Juan Negrin.
Si mobiliteranno contro la Dittatura esigui gruppi di studenti. Col tempo si infittirono le critiche della vecchia classe dirigente (nella maggior parte delle cariche i politici di carriera erano stati sostituiti da ufficiali.
La Depressione internazionale cominciata nel 1929 investì la Spagna meno aspramente che altri paesi: però le conseguenze non mancarono, e indebolirono seriamente il regime del Generale, fortemente indebitato per le vaste opere pubbliche e per i numerosi programmi di provvidenze sociali, i quali fondarono il Welfare State. Primo de Rivera si dimise nel 1930 e poco dopo morì a Parigi.

Gli storici sono abbastanza concordi: Primo de Rivera non fu fascista (anche se Alfonso XIII nella sua bonaria fatuità amava presentare il generale come ‘il mio Mussolini’). Il Dictador fu un governante autoritario, ma né repressore né crudele. In pratica non imprigionò né perseguitò; al contrario fu coerentemente posseduto da buoni propositi. I fatti dicono che fu il migliore governante che la Spagna abbia avuto dal riformismo settecentesco di Carlo III. Primo de Rivera compì una parte non piccola delle opere auspicate dal movimento del Regeneracionismo, il prodotto più alto dell’intelligenza spagnola moderna, e dal suo profeta Joaquin Costa.
Il crollo e il caos della Spagna dopo l’umiliante sconfitta nella guerra contro gli USA (1898) e dopo la perdita dell’impero erano talmente gravi che Joaquin Costa dovette invocare, oltre al rovesciamento dell’intero pensiero valoriale -non guerrieri ma ingegneri e agronomi- anche l’avvento di un ‘chirurgo di ferro’ dall’energia imperiosa al posto dei politici rotti a tutti i compromessi e cautele.

La dittatura di Miguel Primo de Rivera, oltre a restaurare l’ordine e la legge che le violenze e gli assassini di fazione avevano sconvolto, aprì la modernizzazione e immise la Spagna sulla strada dello sviluppo.
Seguirono, a partire dai tardi anni Cinquanta del Novecento, le svolte tecnocratiche e liberiste del regime franchista, le quali anticiparono l’attuale rigoglio dell’economia spagnola, di recente accertata più vitale di quella italiana. Primo de Rivera fu populista in senso letterale.
Innanzitutto per indole e convinzioni, egli parteggiò per il popolo di cui a volte condivise le ingenuità. Antagonizzò frontalmente le cosiddette élites politiche, i ‘politicastros’, professionisti dei parlamenti e delle urne.
Ma contrastò anche gli agrari aristocratici che ai suoi tempi dominavano le campagne, affamando letteralmente i braccianti e i contadini senza abbastanza terra. Per la verità Primo fece assai meno del dovuto in termini di riforma agraria, così come altrettanto poco fece la repubblica nata nel 1931: e quest’ultima fu la fatale inadempienza del regime progressista e iperlaico. Tra il 1931 e la rivolta dei generali lo scontro di classe divampò nelle campagne prima che nelle città, con episodi molto sanguinosi.
I fucili della repressione repubblicana spensero numerose vite di braccianti, resi ribelli dalla predicazione anarchica.

Le opere più qualificanti di Primo de Rivera furono quelle che eressero le prime istituzioni e provvidenze del Welfare State: pensioni, miglioramenti salariali, scuole, ospedali, case popolari, soccorsi ai più umili (quando c’era un’eccedenza di bilancio Primo elargiva o tentava di elargire (contro i logici veti dell’alta burocrazia) doti e corredi nuziali alle ragazze povere.
Al tempo stesso la Dictadura affrontò concretamente la modernizzazione: strade, ferrovie, dighe, centrali elettriche, incentivi persino esagerati alle iniziative manufatturiere e ai programmi d’autarchia. I risultati furono pronti e in parte vistosi. La Spagna divenne un paese industriale: a ciò i governi liberali avevano costantemente fallito. Le classi alte tradizionali avrebbero dovuto apprezzare i meriti di Primo: attenuazione dello scontro sociale, cancellazione del caos, impulso alle produzioni.
Prevalse invece il rancore degli ottimati per le intenzioni popolaresche e per taluni stili ‘patriarcali’ o ‘folcloristici’ del Dictador.
Sta di fatto che nacquero i primi esperimenti di “cogestione” delle fabbriche e di equidistanza dello Stato tra capitale e lavoro. Primo forzò il partito socialista ad assumere un ruolo nella regìa economica e politica.
Alla fine la Dictadura fu messa in crisi dalla combinazione tra i gruppi d’interessi (in prima fila i datori di lavoro) e alcuni capi delle Forze armate, quelli più vicini alle classi alte e più critici della spesa sociale ‘facile’. Primo simpatizzava per i proletari (e volentieri si univa alle danze dei gitanos…). Gli altri padroni del vapore no.

La Dictadura fu dunque una fase di esperimenti sia pure paternalistici quali la Repubblica non ne fu all’altezza e si condannò a soccombere.
Primo, uomo d’azione, seppe imboccare la via delle provvidenze dall’alto. Anche perché gli assetti liberalcostituzionali scelti dalla Restaurazione borbonica non esistevano più: la Spagna del 1923 era una nave alla deriva. Nella sostanza le valutazioni del libro del maggiore Francisco Franco erano fondate. A Guerra Civile vinta, il Caudillo si espose ai giudizi più crudi per avere infierito sugli avversari. Al contrario di Primo de Rivera, Franco fu incapace di compassione. Primo invece di incarcerare gli avversari importanti li multava, riducendo gli ammontari a favore dei meno ricchi. Tuttavia, tra la vittoria del 1939 e la morte (1975) il Caudillo godé dell’indiscusso e universale consenso della nazione.
La tardiva mobilitazione dei gruppi antifranchisti fu completamente inefficace. La liquidazione del regime fu voluta e organizzata dall’alto: dagli uomini di Franco.

Antonio Massimo Calderazzi

LA  REPUBBLICA SABAUDOMONARCHICA NATA DALLA RESISTENZA

Si annunciano tempi di indigenza seria, indigenza della manopubblica come dei cittadini contribuenti.  Anche a voler rimuovere il problema dei costi economici dell’epidemia -quanti miliardi?- nessuno dubita che la collettività fallirà nell’affrontare le sfide grosse che la attendono, dallo stabilizzare le falde dei monti che franano, a mettere in sicurezza le scuole e i viadotti, a fare il suo dovere verso i popoli della miseria, a soccorrere famiglie e aziende impoverite dal morbo.  Contabilizzare ora i costi di tante opere avrebbe all’incirca il senso di notificare sulla forca all’impiccando l’ammontare delle sue infrazioni fiscali o stradali. I fabbisogni urgenti dello Stivale saranno tutti, nessuno escluso, finanziati in deficit. Al contrario, amputando sul superfluo e sul non-vitale, non ingigantiremmo il debito.

Allora, qualcuno di noi si aspetta che  i nostri decisori si risolveranno, anche a valle del solo virus, ad amputare il superfluo? No, nessuno. Semplicemente si negherà che la mannaia sia davvero obbligatoria; che ‘un grande paese come il nostro’ possa tagliare le voci del puro prestigio, anche prestigio dei parvenus della ricchezza quali siamo.  Quindi si dichiareranno intoccabili gli F35, i missili più aggiornati, l’obbedienza alla Nato, la compagnia aerea di bandiera, la sopravvivenza delle aziende senza mercato, i bisogni della moda, degli sport e degli spettacoli (film softpornografici compresi). I decisori repubblicani proteggeranno i ricevimenti delle ambasciate, anche di quelle che fanno ridere. Infine, e soprattutto, gli appaltatori del potere difenderanno centinaia di superbi edifici di vanagloria: specialmente quello, il Quirinale, che genera il più macroscopico e disgustoso degli sprechi, la reggia della repubblica rossastra.

Tutto il superfluo e tutto il carognesco sarà dichiarato sacro. Questo perché quando i Padri e i Patrigni della patria decisero di abolire la monarchia -fecero benissimo- vollero in realtà far nascere una repubblica alla sabauda, tanto per  non dare troppi dispiaceri ai monarchici e ai Reali. Umberto I, padre di Vittorio Emanuele III, era sovrano di un regno  ammalato di pellagra, tisi ed emigrazione miserabile; eppure esigeva, oltre agli arazzi e ai giardini dei papi affiliati a Satana, il mantenimento di mille cavalli.
Egli era sicuro che tenessero al suo decoro anche pellagrosi, tisici, crocieristi nelle stive puzzolenti dei vapori per il Nuovo Mondo.
Come avrebbe potuto, il re delle prime conquiste africane fallite, fare a meno di competere in lusso con le altre grandi Corti? Risultato, il Quirinale dei papi atei e di Umberto gareggiò con le regge imperiali di San Pietroburgo e di Londra. Superò i saloni del Kaiser. I tubercolotici e i malariosi dell’Agro Pontino avevano di che inorgoglirsi: la Reggia.  Il figlio di Umberto, pur nei suoi complessi di rachitico, era più intelligente del Re Buono: dicono che amasse dormire su una branda, e seppe arrestare il Duce.
Dov’è la differenza tra le scelte delinquenziali dei papi sec.XVI e quelle dei Costituenti e di tutti, proprio tutti, i capi di stato repubblicani?
Dai gironi infernali cui sono dannati, gli animaleschi pontefici che pagarono il Quirinale col denaro dei poveri di Cristo, si compiaceranno dell’impronta antisobria data alla repubblica similpartigiana dai Costituenti del 1948. Forse che i successori democratici dei Savoia avrebbero dovuto contentarsi di una reggia contadina come quella di Nicola del Montenegro, a Cettigne?

Tutti sappiamo che la Casa Bianca – non ospitò papi e sovrani- non deve aspirare alle sontuosità della reggia repubblicana di Roma, spesso senza vergogna descritta dai pennivendoli quirinalisti come ‘Casa di tutti gli italiani’. Il Quirinale sembra essersi ridotto, di recente, a 765 dipendenti di ruolo (in passato superavano i mille): i reparti militari di vanagloria sono a carico di altri bilanci. E’ stato fatto il conto: i dipendenti di ruolo sono 388 più che la ciurma della White House, la quale serve l’Esecutivo più possente della storia, laddove il fastigio della nostra repubblica non produce che la ‘moral suasion’ sui Proci del regime. L’onere del Quirinale supera quello delle regge di Trump e di Elisabetta. Mentre è inevitabile che le 1200 stanze e le centinaia di arazzi del Quirinale richiedano molti lacchè, valletti e giardinieri, risulta mostruoso il numero degli addetti alla prosopopea protocollare e giuridica. I Ministeri, le Camere e le università pullulano di giuristi pagati dal contribuente: non bastererebbero per dare pareri legali al capo dello Stato?

L’Inquilino alla sabauda e i suoi 765, anche quando la loro salute è di ferro, hanno assoluto bisogno di un luogo di villeggiatura: ecco dunque la Tenuta presidenziale (ex reale) di Castelporziano, tutt’altro che economica da gestire. Sessantasei ettari di foresta superba, mandrie di bovini di bellezza (‘bos primigenius), prati, campi agricoli e di tennis e, più ancora, tre chilometri di spiaggia tra la foresta e il Tirreno. E’ riservata, oltre che alla Corte repubblicana, ai dipendenti e loro congiunti, amici e fidanzate. Tutti gli ingressi sono custoditi da guardie armate, considerata la natura usurante del lavoro dei cortigiani e dei lacché.  Chi si sentirebbe di togliere questo paradiso a dipendenti tanto stressati dallo sforzo di far fare bella figura ai sessanta milioni dello Stivale? Oltre a tutto, i dipendenti pagano ben 60 euro all’anno per bagnarsi nella spiaggia più paradisiaca del Mediterraneo.
Inoltre il Quirinale è munito di un’altra residenza di piacere: villa Rosebery a Napoli. Già dei re Borboni, fu proprietà di sommi aristocratici e di Lord Rosebery, primo ministro del Regno Unito nel 1894. Circondato da un grande parco, lo storico e raffinato edificio è posto in posizione incantevole sul Golfo.

Sappiamo perchè ci sveniamo per il Quirinale e per due residenze estive: i fondatori della Repubblica la vollero, in tempi amari, ‘fondata sul lavoro’ ma monarchica nei ricevimenti, nelle etichette e nel fasto. Invece la storica virtù, l’irraggiungibile superiorità dell’istituzione repubblicana, è stata nei millenni la semplicità,  semplicità contro lo sfarzo e i vizi delle corti.  Ebbene, dopo tre quarti di secolo di vituperio, la Repubblica (sognata dai grandi spiriti di tutti i tempi e tradita dai costituenti) dovrebbe chiudere e vendere al migliore offerente le Tre Residenze: ottima cosa se l’Imperatore della Cina le comprerà per le  vacanze di massa del suo sterminato popolo. Oppure, incombendo sullo Stivale la recessione seria, le Tre Residenze andrebbero messe a produrre reddito in grande, non costi. Valgono molti miliardi, c’è chi li pagherebbe. Per la casa del Primo Cittadino basti una villa di medio livello e di modica superbia.

E i dipendenti? Da un settantennio abbondante  lacché,  maggiordomi, ciambellani e vallette piacenti godono di paghe e privilegi vergognosi. Abbiano pazienza, scontino! Siano messi a riposo fino all’ultimo tutti coloro che eccedano le modeste necessità di una istituzione semipleonastica come la Badanza della repubblica. Ricevano una pensione alimentare, di stretta sopravvivenza, di ammontare uguale per tutti, dalle stiratrici e dagli sguatteri al Segretario generale e ad ogni dignitario. Senza dubbio l’impianto della Costituzione e del Codice civile è talmente sciagurato che decine di Corti, supreme e non, proibirebbero qualsiasi misura draconiana. E’ una ragione in più perchè questa monarcorepubblica sia da cancellare.

Antonio Massimo Calderazzi

FACCHI SCANZONATO MAITRE-à-PENSER

Paolo Facchi è uno dei capiscuola della filosofia del linguaggio, con maestri, allievi e sodali di qualità. L’ha insegnata trent’anni all’università di Trieste; più ancora l’ha professata nei circoli del sapere in Europa e fuori. Alcuni suoi lavori hanno fatto testo, e ancora mantengono rilevanza. Si vedano “La propaganda politica in Italia”, ed.Il Mulino; “La Sinistra democristiana, storia e ideologia” (con Giorgio Galli), ed. Feltrinelli; “Dialoghi a Vizzolo, inchiesta sull’opinione di base”, “Il Confronto”, novembre 1967; “Il potere economico: la condizione dell’uomo nella società industriale”, ed. Dedalo Libri; “Conflittualità balcanica- integrazione europea”, ed. Editre, Trieste. Ma forse soprattutto vale la sapienza disseminata (=ben seminata) dal Nostro in centinaia di collaborazioni, sia scientifiche sia divulgative, a una schiera di periodici colti di gran parte dell’ecumene occidentale.

Alcune delle nove Muse, figlie di Zeus, hanno con amore sorvegliato dall’Elicona lo scrivere di Paolo Facchi, facendolo insolitamente leggibile, incisivo e piano, come di solito non è lo scrivere dei filosofi in titolo. Molto hanno aiutato talune dialettiche biografiche che di solito rifuggono dall’accompagnare il cammino dei dotti e dei pensatori. Il Nostro, compagno di strada di perentori intellettuali di inclinazioni al minimo illuministiche, quando non rivoltose, è nato e vive in una delle grandi ville che costellano la Lombardia: però sottolinea d’avere barattato saggezza coi semplici contadini di Casatenovo e di Rovello Porro, nella Brianza allora più amabile di oggi. Bambino fu portato alle ricche villeggiature alpine, viaggiando in tiri a quattro padronali. Non furono le consuete vacanze dei futuri studiosi delle rivolte delle masse. Facchi vanta divertito che un suo antenato morì sulla forca: l’Egidio Osio che portò alla perdizione Virginia di Leyva, la Monaca di Monza. A Milano la Loggia degli Osii testimonia l’importanza della famiglia nel secolo dodicesimo.

La madre del Nostro aveva un padre, il generale Carlo Porro, che veniva subito dopo Luigi Cadorna nella feroce regìa della Grande Guerra.
Questo nonno si illuse d’essere promosso maresciallo come il suo collega che ordinò le decimazioni; comunque fu gratificato con la nomina a ministro di Stato, oltre che con un seggio a vita in Senato.
Sua figlia Alessandra Porro fece fino in fondo la crocerossina nel carnaio delle trincee; fu fidanzata di un eroe tra i più fulgidi, martoriato dalle ferite come Ernst Junger; sposò in prime nozze Ludovico Toeplitz, figlio del capo della Commerciale la maggiore banca d’Italia; sotto d’Annunzio partecipò alla geniale ‘festa di Fiume’. Insomma Paolo Facchi vide quasi tutti i colori e le luci della Lanterna magica che fece vivida l’Italia del Novecento.
E con un padre Gaetano Facchi, buon editore degli anni Venti o Trenta, visse la familiarità di autori brillanti, ancor più che doverosamente dotti.

Paolo Facchi ha partecipato ai congressi internazionali di filosofia, con relazioni quali “The quest for certain communication outlines of a theory”, “Il dialogo nella società contemporanea”, “La semeiotica cognitiva di Peirce”, “Le concept de l’Europe dans le processus de la CSCE”, “Pragmatismo e operazionismo de rebus”, “Du temps et de l’atome-instant”, “Une guerre, pourquoi?”.
Ma Facchi non si è sottratto all’esigenza di prender posizione su fatti contemporanei, anche per conservare per sé e per gli altri riflessioni e sentimenti colti sul nascere. Di qui una nutrita serie di operette ben lontane dai gerghi dei filosofi. Leggiamo in “Berlu Berlu il grande Biancatore” del 2010: “Si può definire delirante un parlare che si riferisce continuamente a se stesso. Berlu Berlu è un capo d’azienda, ogni decisione è un comando.
E’ parte della vita aziendale il culto del Capo, perché mette i soldi”.
E inoltre: “E’ rimasta poco chiara l’origine di tanti suoi finanziamenti; nessuno sa quante ville, palazzi, aerei possieda, dato che molti non se li deve essere intestati (ha già brillantemente superato il sultano del Marocco, che ha solo quattro palazzi reali in diverse città). Le persone con le quali più Berlu si trova sono gli avvocati. Come i calciatori, sono una sua specie protetta. Non ha ancora fatto senatore o ministro uno del Milan, forse gli è stato ricordato che Caligola fece senatore il proprio cavallo. Se c’è qualcuno che rimane indifferente al suo denaro, “è un comunista”.
Come si dice nella sua cara Milano, ‘Chi comanda paghi, ma anche chi paga comandi’. ‘Gli italiani mi amano’ lo sentiamo ripetere sovente. Se gli italiani godono di una certa simpatia, e anche stima, tra i popoli del mondo è per la loro capacità d’essere attivi nella trasgressione. Celebre la battuta di un gerarca fascista, nel ricevere il testo delle leggi in difesa della razza: ‘Il Duce non sarà mai tanto disobbedito come in questa occasione’.
I consensi del nostro Berlu si possono spiegare col fatto che ha saputo abolire qualsiasi barriera di gergo tra sé e i suoi ascoltatori.”

Paolo Facchi ha anche steso una ‘autobiografia filosofica’, col titolo “Hostinato rigore”. L’ha pubblicata nel 2018 Mimesis Edizioni (Milano-Udine), di concerto col Centro internazionale insubrico. Il Centro, che si richiama a Carlo Cattaneo e a Giulio Preti, ha sede a Varese, parte dell’Università dell’Insubria. Il direttore scientifico del Centro, Fabio Minazzi, ha personalmente rivisto una vasta bibliografia ragionata degli scritti di Facchi. Il catalogo Mimesis copre, tra i filosofi, personalità quali Geymonat, Gilbert Simondon, Giovanni Vailati, Giulio Preti e il Kant epistemologo. Mimesis ha anche edito testi storici di Antonio Banfi, Italo Calvino, Fabio Minazzi, Mario Dal Pra. Dell’ultimo decennio è una serie di ‘Quaderni di Appunti’: figurano ancora Giulio Preti, Carlo Cattaneo, Antonio Banfi, Mario Dal Pra, Edmund Husserl, Immanuel Kant. Si adunano così maestri e compagni del sagace sapiente europeo nato a Casatenovo, uno dei cui meriti -non esigui- fu di non curarsi della ‘grandezza’ di Umberto Eco e di Alberto Moravia.

A. M. Calderazzi

AFFRANCARCI DAL PENSIERO UNICO COME STURM UND DRANG FECE CONTRO I LUMI

Quando nel 1895 Gabriele d’Annunzio approdò in Grecia in piena esplosione creativa -ne scaturì “Maia”, prima delle straordinarie Laudi che gli dettero fama mondiale, poi gli guadagnarono il sodalizio alla pari col sommo Debussy per ‘Le Martyre de Saint Sébastien’- il prodigioso ventiduenne mitizzò che i lidi e le selve degli Elleni echeggiassero del grido numinoso ‘il Grande Pan è tornato’.

Ben altro urlo -‘Sturm und Drang!’- si era levato in terra tedesca quando nello scorcio del Settecento (1799) un manipolo di tedeschi animosi (tra essi Goethe e Schiller molto giovani, poi Novalis e i fratelli Schlegel), annunciarono vicino il sorgere del Romanticismo nazionale generato dallo Sturm und Drang, quest’ultimo dura reazione del Geist tedesco all’Illuminismo e all’egemonia anche militare della Francia.
In quel momento il Romanticismo fu un grande sisma, fu il rovesciamento dei cieli. Fu tra l’altro la riproposta del Medioevo di popolo contro il Rinascimento dei colti agiati che a tavola si parlavano in francese.
Fu la risposta della Germania giovane ma geniale alla rassegnazione dei più al Pensiero Unico enciclopedista.

Oltre due secoli sono passati e la storia si ripete. Nel ventennio che è seguito al Novecento si inabissano i miti e le conquiste delle lotte, il comunismo, la fede nella democrazia, il 1945, il congegno liberal-parlamentare, il mercato elargitore di benessere, il semiprogressismo ragionevole ceto medio, la contestazione giovanile, la laicità, il SacroWelfare, i diritti. In odio a tutto ciò troneggiano Trump, Putin, Orban, Bolsonaro e altri, molto benvoluti dall’uomo della strada, criminalizzati dai radical chic. Nell’Europa ‘liberata dall’Armata rossa’ si accarezza il sogno di servire nelle cucine e toilettes della NATO; sarà duro unificare il Vecchio Continente all’insegna di un PIL social-liberale che aggradi agli assennati e ai circospetti. Tutto ciò non assomiglia alla morta gora germanica dei Due-Trecento Signori parziali che riconoscevano la primazia del razionalismo aggiornato e edificavano residenze alla francese?

Se il Romanticismo fu la veemente, forse convulsa reazione al conformismo sottomesso, ai philosophes, al settarismo ‘moderno’ e di necessità miscredente, all’Encyclopédie che non sbagliava, oggi non ripercorriamo quasi gli stessi sentieri? I dogmi novecenteschi ci sono uggiosi, rinneghiamo i voti e le osservanze che avevamo pronunciato per ingenuità, aneliamo ad altro. Non a un semplice dietrofront letterario, non a una voga più attraente. Ma a un Nuovo Romanticismo ‘germanico’, che non si faccia intimidire dai sarcasmi in inglese di ‘Repubblica’, che derida la mestizia di vedove e prèfiche del sinistrismo, che consideri congeniale e amico degli ormoni il lamento sulla morte di una mezza dozzina di deità democratiche.

Probabilmente viviamo e pensiamo in una fase senza nuove idee-forza, ma le nuove idee verranno, quelle vecchie imputridiranno. Per ora non tediateci coi quaresimali sulla Resistenza che ha completato il Risorgimento, sui balzi in avanti della Prima Repubblica, sulla saggezza delle Istituzioni, sul Badante del Regime che al Quirinale, fasciato di cilicio, medica foruncoli e lebbre della democrazia. Non tediateci coll’ottimismo della bonaria volontà, della funzione salvifica dei corpi intermedi, dell’utilità dei messaggi quirinalizi di Capodanno, sui meriti che ci guadagnamo comprando F35 e vendendo intimo griffato. Per i Cazzulli come per i Benigni le cose vanno abbastanza bene, e se reciteremo le novene di un tempo lo Stellone raddrizzerà le nostre vie. No. No. Servirebbe un bagno lustrale, una catarsi cattiva, uno scossone. Non siamo come le inette tribù beduine prima dell’apparizione di Maometto?

Ricapitoliamo. Possiamo non prendere sul serio lo Sturm und Drang. Però siamo stufi di pensare dal 1945 allo stesso modo filisteo (=borghese parasinistristo, studi al MIT, tennista con terza casa) in tutte le plaghe dell’Impero del PIL democratico. Andrebbe bene uno spasimo, un’esperienza dissennata, un fiotto di passione. Non fu queste cose lo Sturm und Drang precursore del Romanticismo scalpitante?

Antonio Massimo Calderazzi

TORNERA’  GRANDE  SENZA  SFORZO  L’EUROPA QUANDO  SI  UNIRA’

Giorni fa si è attribuito anche ad Enrico Letta, ex presidente del Consiglio e politologo accademico, il ragionamento “il Regno Unito se n’è andato, non è solo male: ora potremo raddrizzare le vie dell’Europa, come Londra non ci ha mai permesso di fare’.  In molti la pensiamo come Letta, ma egli ha aggiunto una proposta concreta: i membri della Commissione chiamiamoli ministri. Il fine della proposta è chiaro: incoraggiare la convinzione che l’Unione abbia a Bruxelles un vero governo, che cioè si sia intrapresa la strada che porterà all’unificazione politica del Continente più o meno intero. ‘Ministri’ suggerisce un inizio effettivo.

Gli ex commissari e gli ex presidenti della Commissione fanno un bel numero. Se ciascuno di essi facesse una proposta di dettaglio, magari soprattutto propagandistica, l’avanzamento dell’unità sarebbe avvantaggiato. Quando faranno questo i vari Juncker, Prodi, Moscovici, più altri che a Bruxelles abbiano maneggiato materie importanti e che contino ancora? Ovviamente le questioni grosse sono altre che i nomi delle cariche dei commissari. Il macigno più gigantesco da rimuovere è il diritto di veto dei membri meno volenterosi e meno responsabili dell’Unione.
Oggi in teoria Malta e mezza Cipro hanno gli stessi diritti di base della Bundesrepublik. E’ vero che da qualche tempo si sono trovati piani sui quali i voti dei paesi membri si ponderano e non sono uguali, ma in linea di massima l’Europa attuale funziona sul grottesco principio dell’unanimità.

L’Unione avrà un vero governo quando l’unanimità sarà cancellata e i membri minori dovranno delegare buona parte della sovranità; dovranno obbedire. Obbedire sostanzialmente all’asse Berlino-Parigi, asse qualche volta allargato a Roma: ma solo qualche volta.  Aggiungere alla plancia comando la repubblica cara a Benigni imporrebbe di placare lo sdegno di Polonia, Spagna, Svezia, Olanda, Belgio, oltre che di un’eventuale aggregazione baltica, il giorno che le tre orgogliose repubbliche si risolvessero a fondersi. Finora non si è trovata soluzione al sovranismo dei soci minori, anche se spesso questi ultimi hanno dato prova di responsabilità, accodandosi alle scelte dei grandi partner. Ha agito una cabina di regia, ma se il sistema ha funzionato è in quanto l’Unione ha rinunciato ad affrontare le sfide massime: non si è unificata; non ha tentato di affrancarsi dagli USA; non ha accettato gli obblighi verso l’umanità povera che incombono sulle nazioni ricche e perdipiù eredi di tradizioni coloniali.

Per il futuro si danno solo due strade: o i soci minori accetteranno di farsi guidare, oppure l’Europa dovrà ridursi in estensione, dovrà rinunciare a trattenere le componenti non guadagnabili ai grandi destini di un protagonista planetario quale l’Europa. Si adopera l’aggettivo ‘planetario’ non perchè la Magna Europa abbia necessità di competere coi tre colossi del pianeta sui piani da essi dominati. All’Europa basterà restare all’altezza dei retaggi delle sue componenti maggiori. Sono retaggi che hanno fatto il mondo, nel bene come nel male. L’Europa sarà grande e spiritualmente prima per il solo fatto di unirsi, sottraendosi alla sopraffazione di Washington. L’Europa è stata ombelico del mondo: ciò le darà uno status tale da non esigere antistorici sforzi di recupero sui piani materiali. L’Europa gran signora sarà per natura superiore ai rivali in termini di legittimità. I Tre Colossi stanno già pagando e più  pagheranno,  in termini di contraddizioni e di disarmonie, per gli oneri delle posizioni raggiunte.

Non resta che il quesito se il primato continentale spetti prevalentemente alla Germania.  Ma la Francia non è stata alla propria altezza da quando Charles de Gaulle decise l’alleanza perpetua con la Germania. Da allora la Germania non ha fatto che rafforzare la vocazione a primeggiare,  laddove la leadership francese  è rimasta un avanzo devitalizzato del passato.

A.M.Calderazzi

IL ‘ME DUELE ESPAGNA’ CHE DILANIO’ MIGUEL DE UNAMUNO

Quando nel 1930 Unamuno rimpatriò dal mite esilio inflittogli sei anni prima dal generale Primo de Rivera -un dittatore bonario che governò la Spagna meglio di decine di predecessori e successori- , l’accoglienza che gli fecero le moltitudini degli ammiratori e dei seguaci fu trionfale al punto che molti, specialmente all’estero, presero a considerarlo un Mosè spirituale, o almeno il sommo eccitatore degli spagnoli, incarnazione come nessun altro di visioni e sentimenti iberici, in una fase che già volgeva a tragedia. Miguel de Unamuno visse, scrisse, insegnò fino all’ultimo giorno del 1936. Però non assurse a vero condottiero o pastore della nazione.

Fece impressione quando, mesi prima di morire, si erse in una cerimonia all’università di Salamanca di cui era ‘Rector perpetuo’ contro l’estremismo combattentistico-falangista del generale Millàn Astray. Astray aveva condensato nella formula “Viva la Muerte” la sua fede di grande mutilato guerriero; e aveva aggiunto ‘Mueren los intelectuales’. Unamuno oppose sdegnato le ragioni dell’intelligenza contro quelle dell’eroismo soldatesco: “Avete la forza e vincerete, ma non convincerete”. Lo calmò e protesse donna Carmen Franco, moglie del Caudillo: gli offrì il braccio e lo portò via dalla grande aula magna (Paraninfo) dove la schiera dei legionari di Astray rumoreggiava minacciosamente. Quella volta Unamuno si riaffermò politico e pensatore intransigentemente libero: aveva aderito alla ribellione dei generali, ma contrastò uno dei miti dei futuri vincitori della Guerra Civile. Francisco Franco lo destituì. Cattedratico a 27 anni alla più illustre delle università spagnole, era stato eletto rettore a 36 anni.

Il politico Unamuno fu contraddittorio tutta la vita. Si era imposto nel 1924 come immediato oppositore del colpo di stato di Primo de Rivera.
Il dittatore lo aveva condannato al confino a Fuerteventura.
Lì la sorveglianza poliziesca non fu abbastanza serrata da impedirgli una fuga in Francia, organizzata e finanziata da un editore francese molto interessato alla pubblicità propiziata dalla ‘persecuzione’ dell’oppositore già famoso in Europa. Forse Unamuno era al corrente, forse no, che il Dictador lo aveva già indultato. Il fuggitivo visse e operò prima a Parigi, a contatto con i maggiori intellettuali, poi si installò a Hendaye, città francese unita da un ponte alla città spagnola dello stesso nome. Lì redasse un periodico politico in collaborazione con un altro esule, Ortega y Gasset, fratello del filosofo Josè, uno dei fondatori – presto deluso- della Repubblica.

Poco dopo la neonata Seconda Repubblica assegna riconoscimenti e onori all’accanito oppositore di re Alfonso XIII: è reinstallato rettore a Salamanca; viene eletto alle Cortes (caratteristicamente, egli che si era professato socialista non è collegato ad alcun partito). Ma presto il cielo della Repubblica si fa tempestoso: arriva la Guerra Civile a straziare Unamuno. Eppure aveva o avrebbe sostenuto essere quella civile l’unica guerra degna di combattere. Tutte le altre, imposte da monarchie o da repubbliche o dal patriottismo o da questa o quella Causa, erano indegne: e aveva ragione.

Va rilevato però che la repubblica sognata da Unamuno, da José Ortega y Gasset e da tanti altri era tutt’altra cosa da quella costruita dai gerarchi del nuovo regime. Il maggiore tra questi ultimi, Manuel Azagna prima ministro, poi capo del governo, infine sciagurato capo dello Stato, fece l’errore capitale di attribuire priorità assoluta alle iniziative ed asserzioni laiche e costituzionali, invece che a mitigare la miseria del proletariato e che a soffocare la violenza settaria, fatta soprattutto di assassinii.
Nata il 12 aprile 1931, mesi dopo la Repubblica era già devastata.
Le istituzioni crollarono non solo per i cannoni delle divisioni nazionaliste, anche per la loro sostanziale irrilevanza. Aveva ragione Unamuno a rifiutare le parole d’ordine dei progressisti oltre che gli estremismi dei seguaci di Franco. La gloria dei grandi intellettuali spagnoli nulla poté contro la ferocia delle contrapposizioni. Se il ruolo politico del più famoso degli spagnoli colti fu irrisorio, fallirono tutti gli altri che tentarono di edificare un sistema migliore della monarchia. Novant’anni dopo, la Spagna ha ancora un Re e una Corte di aristocratici. Il bagno di sangue è stato inutile.

Miguel de Unamuno fu poeta, romanziere e filosofo oltre che bardo di una Spagna ideale, anelito e dolore della sua esistenza: “me duele Espagna”. Non spetta a chi scrive accennare alla produzione letteraria (anche se ad essa il Nostro dovette tanta parte della sua fama). Si è parlato di un Unamuno esistenzialista, oppure mistico e irrazionale, di un ‘gemellaggio’ con Antonio Machado, di una matrice romantica. Filiazioni di tale matrice furono in Unamuno l’anti-intellettualismo, la sfiducia nella ragione, nella tecnologia e nella scienza. Egli scandiva spesso ‘mi agonia, mi lucha por el cristianismo, la agonia del cristianismo en mi, su muerte y su resurreccion’. Per tutta la vita diffidò dell’entusiasmo per il progresso, dello scientismo, della scienza stessa ‘fattasi religione per tanti’. Quasi tutti i critici e gli esegeti additano nel Nostro lo stoicismo tragico, l’iperindividualismo, l’intimismo impudico, l’ossessione iberista. Ancora di più additano lo spasimo religioso, l’attrazione della teologia, le imboscate della fede contrapposta alla ragione. Per uno studioso autorevole, José Luis Aranguren, Unamuno anelava ad una ‘civilizaciòn del cristianismo’; meglio ancora, per una ‘ecclesiastizaciòn del pueblo cristiano’.
Per lui l’ateismo è ‘un lusso’ e gli atei ‘vivono parassitariamente nelle società cristiane’. A questo punto si spiega meglio l’adesione del socialista antimonarchico Unamuno all’insurrezione dei generali contro la Repubblica. Non aveva Manuel Azagna asserito “la Spagna ha smesso d’essere cattolica”?

Questi e molti altri moti dell’animo unamunesco non erano fatti per essere apprezzati dalle schiere più “loiche” della cultura spagnola. Il loro capo, José Ortega y Gasset, polemizzò accanitamente con ‘l’energumeno’ e ‘gigantista’ Unamuno. Lo accusava di esprimersi e di agire oltremisura, con spiriti eccessivi, irrazionali, emotivi, persino demoniaci: si veda la famosa esclamazione in favore della guerra civile. C’è da dire che i molti lamenti sul fratricidio rientrano nella più larga meditazione poetica del Nostro su Caino, l’assassino di Abele, e sulla ‘envidia’: “Lo mas del llamato en Espagna tradicionalismo no es sino cainismo”. Ortega mantenne la sua critica persino nel necrologio che scrisse in morte di Unamuno la prima notte del 1937, ‘anno terribile, anno di purificazione, anno di cauterizzazione’. Ortega ricordò che la morte fu “su perenne amiga-enemiga. Toda su vida, toda su filosofia han sido, come las de Spinoza, una ‘meditatio mortis’. Anche nell’occasione luttuosa, Ortega non rinunciò a puntualizzare il ‘feroz dinamismo’, unito al ‘coraggio senza limiti’ del ‘Gran Celtibero, il rettore a vita. E insisté: “Su pretension de ser poeta lo hacia evitar toda doctrina”, allorquando “la mission inescusable de un intelectual es ante todo tener una doctrina taxativa, inequìvoca y, a ser posible, formulada en tesis rigurosas, facilmente inteligibles.
Porque los intelectuales no estamos en el planeta para hacer juegos con las ideas y mostrar a las gentes los bìceps de nuestro talento, sino per encontrar ideas con las cuales puedan los demas hombres vivir. No somos juglares, somos artesanos, como el carpintero, como el albagnil.” Il giudizio di Ortega y Gasset restò dunque severo anche nella chiusa del necrologio sul suo più fortunato competitore per l’amore degli spagnoli e non solo: “La voce di Unamuno ha risuonato senza mai interrompersi per un quarto di secolo. Al suo tacere per sempre temo che vivremo un’era di silenzio atroce”.

Molti titoli delle opere del rettore sono intensi, pregnanti, pieni di destino. Alcuni: ‘Del sentimiento tràgico de la vida.’ La agonìa del cristianismo. ‘En torno al casticismo. ‘Vide de Don Quijote y Sancho. ‘Andanzas y visiones espagnolas. ‘Contra Esto y Aquello. ‘Paisajes del alma. ‘ Paz en la Guerra. ‘ San Manuel Bueno martir.

I fatti della vita di Unamuno impressionano. Nato a Bilbao il 29 settembre 1864, vince la cattedra di greco alla prima università del Paese, Salamanca, a 27 anni; ne diventa rettore a 36. Viene destituito nel 1914, nel 1923, poi almeno altre due volte. Condannato al confino nel 1924, dopo quattro mesi viene indultato ma decide di esiliarsi: prima a Parigi, poi a Hendaye sul confine con la Spagna. Sei anni dopo rimpatria e passa a insegnare Storia della lingua spagnola. Con la nascita della Repubblica riprende il rettorato a Salamanca, presto proclamato rettore a vita e onorato coll’istituzione di una cattedra al suo nome. Scoppiata la Guerra Civile, Unamuno accusa il governo repubblicano di avere “infranto il sogno di una repubblica libera e liberale, di avere consegnato il potere nelle mani dei pistoleros”.
Destituito da rettore a vita, è reintegrato dalle autorità franchiste.
Si oppone clamorosamente al generale Millàn Astray fondatore della Legione. Perde ancora una volta la carica di rettore. Muore l’ultimo giorno del fatale 1936.

Sappiamo che Unamuno fu uomo di antagonismi. Per dirne solo uno, egli basco definì più volte il ‘vascuense’ una lingua “rural y archeologica, incapaz de convertirse en lengua de cultura”. Non riconosceva il ‘diritto’ dei catalani di affrancarsi dalla gloriosa tradizione dello spagnolo; tradizione che si identifica con ciò che nei secoli fece la Castiglia. La Castiglia impose certamente la sua egemonia: non è detto comunque che il grande basco accettasse un giudizio di Carlo V: ‘El idioma castellano ha sido hecho por hablar con Dios’. José Luis Aranguren chiuse un suo saggio “Unamuno y nosotros” esaltando in Lui il pensatore anticonformista che si oppose alle derive del pensiero moderno: “omogeneizzazione, integrazione, adattamento”.

Antonio Massimo Calderazzi

IL BELLICISMO SPINTO DI F.D. ROOSEVELT SECONDO DUE AMERICANI DI RANGO

Charles A. Beard, storico della Columbia University, fu uno degli innovatori del pensiero americano nella fase che precedette il New Deal e gli dette forma teorica. Gli altri innovatori ( sostiene Morton White di Harvard in “La rivolta contro il formalismo”) -furono il filosofo John Deway, il giurista Oliver Wendell Holmes, lo storico- divulgatore James Harvey Robinson, e l’economista e sociologo Thorstein Veblen.
Quando scrisse il suo importante saggio “American Foreign Policy in the Making” (nel 1948 pubblicato in italiano da Longanesi, col titolo “Storia delle Responsabilità”), Beard si impegnò in particolare a scandagliare equivoci e mistificazioni della dialettica tra isolazionisti e interventisti Usa tra le due guerre mondiali. Mise soprattutto in risalto, nelle elezioni presidenziali del novembre 1940, la singolare ma ingannevole affinità delle posizioni programmatiche dei due candidati alla Casa Bianca, Franklin D. Roosevelt (uscente) e Wendell Willkie (repubblicano).

Entrambi i candidati proclamavano di voler tenere gli Stati Uniti fuori del secondo conflitto mondiale. Entrambi garantivano che, se eletti, mai avrebbero mandato gli americani a combattere oltremare. Nella realtà Willkie ribadiva la linea neutralista del suo partito (GOP), che rispecchiava il sentimento allora isolazionista della netta maggioranza degli americani. Invece Roosevelt, che voleva il terzo mandato presidenziale e che parteggiava per la Gran Bretagna -dopo avere parteggiato per la sconfitta Francia- si costringeva a promettere agli americani la stessa pace di Willkie, nei fatti attuando però la linea ‘internazionalista’ del presidente Wilson, linea che nel 1917 aveva portato all’intervento degli Stati Uniti nella Grande Guerra. Nell’Amministrazione Wilson il trentunenne Roosevelt era stato segretario alla Marina, realizzando la forte espansione della flotta.
Nel 1914 aveva tentato di proporre l’immediato intervento in guerra dell’America: Wilson aveva dichiarato quest’ultimo prematuro: non siamo pronti.

Che nel 1940 il pacifismo del presidente ‘incumbent‘ fosse menzognero risultava dalla sua generale solidarietà con la crociata delle democrazie contro i regimi totalitari. Nell’estate aveva già ceduto alla Gran Bretagna, duramente impegnata sui mari, 50 cacciatorpediniere della flotta USA, giustificando la violazione della neutralità ufficiale col vantaggio di acquisire da Londra, per 99 anni, una serie di basi nel Nuovo Continente. Roosevelt aveva preso ad aggirare la neutralità in altri modi pseudo-legali. Presto, con un autentico atto di guerra, avrebbe ordinato alla flotta statunitense di scortare i convogli britannici nell’Atlantico, se necessario attaccando i sottomarini tedeschi (e alcuni italiani) che mettevano a repentaglio i rifornimenti alla Gran Bretagna. E’ noto che il Führer proibì ai comandanti degli U-Boote di rispondere agli attacchi statunitensi. Nell’agosto 1941, ben prima di Pearl Harbor, sarebbe venuta la firma con Churchill, su una corazzata britannica al largo del Newfoundland, della Carta Atlantica, vero documento dell’alleanza di guerra con Londra.

Dunque nell’anno elettorale 1940 Franklin Delano Roosevelt era costretto a mentire: avrebbe tenuto gli Stati Uniti fuori del conflitto, specificamente insistè sull’impegno a non mandare i giovani a combattere all’estero. Sarà Pearl Harbor a provocare la resa del Congresso: gli USA sarebbero entrati in guerra. Ma oggi gli storici non hanno dubbi: furono Roosevelt e il segretario di Stato Cordell Hull a provocare l’attacco alle Hawaii con la loro intransigenza assoluta nello sterile negoziato sul futuro dell’Asia.
Ci sono testimonianze che il presidente non manifestò emozione nell’apprendere dell’attacco nipponico (e che Churchill non nascose gioia per la raggiunta certezza dell’intervento USA). Lo storico Charles A. Beard avrebbe confermato col libro summenzionato e in molte altre pubblicazioni (morì nel 1948) i duri giudizi sul bellicismo di Roosevelt.

Herbert Hoover, il 31° presidente degli Stati Uniti, dedicò gli ultimi tre decenni di vita a denunciare i “tradimenti” (nei confronti dell’America) del suo successore immediato. Nelle definizioni di Hoover, Roosevelt era stato un guerrafondaio spinto, un mentitore senza vergogna, un violatore del retaggio democratico e di una storica consegna di George Washington, un sopraffattore della volontà di pace del popolo. In quanto salvatore dell’Urss -con i giganteschi aiuti che nel 1942, secondo la valutazione del presidente Harry Truman, scongiurarono il sicuro crollo sovietico- Roosevelt, sempre a detta di Hoover, aggiunse a Yalta un altro misfatto: la sua intesa con Stalin condannò i paesi sottoposti all’Armata rossa ai decenni dell’oppressione stalinista/comunista.

A lumeggiare la dedizione di Herbert Hoover a demolire la gloria di Roosevelt esiste un’intera letteratura statunitense, fatta anche di scritti diretti del trentunesimo presidente. Letteratura che attesta la forza dello schieramento isolazionista americano contro le guerre mondiali di Woodrow Wilson e di F.D.Roosevelt: insieme i Due ammantati di democrazia fondarono l’impero planetario degli Stati Uniti, cui il Padre della Patria George Washington aveva lasciato la consegna di rifiutare per sempre i conflitti tra europei. Il secondo, l’uomo del New Deal, fece peggio che un intervento bellico sia pur gigantesco. Deformò lo Spirito americano fino a fare stabilmente degli USA il paese più militarista della storia.

Antonio Massimo Calderazzi

EROICHE MA SENZA FUTURO COME PEARL HARBOR LE PRODEZZE ANTISISMICHE DI TOKYO?

Sono talmente impavidi, i giapponesi, nel prepararsi ad affrontare il rischio lontano di un terremoto catastrofico nell’area allargata della capitale (38 o 40 milioni di abitanti), da costringerci a pensare che essi stiano vivendo il quinto zenit assoluto della loro storia millenaria: un ottantennio dopo che il loro ferreo arcipelago attaccò il colosso americano nelle Hawai semiaffondandone la flotta, egemone del Pacifico. O come centocinquanta anni fa, quando l’imperatore Mutsuhito mise fine ai molti secoli di potere delle dinastie degli ‘shogun’ e aprì l’era delle riforme Meiji, la modernizzazione più vittoriosa della storia. Subito dopo la quale il Sol Levante sconfisse l’esercito dell’Impero cinese e, soprattutto, nel 1904, annientò a Tsushima la flotta russa accorsa dal Baltico per sostenere, con un viaggio di vari mesi, le aspirazioni asiatiche dell’impero zarista.

Oggi il pericolo di un futuro sisma epocale sovrasta il Giappone come minacciava nel 1274 la flotta d’invasione di Qublai Khan, imperatore della Cina. Erano 900 navi e 40 mila guerrieri, ma non riuscirono a sbarcare. Ritornarono sette anni dopo con 4400 navi e 140 mila uomini. Quasi tutti sanno che un tifone -chiamato ‘vento degli Dei’)- annientò gli invasori.
Se nel lontano secolo XIII il popolo nipponico riconobbe che la salvezza era venuta dagli dei, la grande svolta della seconda metà del Novecento -l’esplosione modernizzatrice che immise il Giappone nell’era industriale – coinvolse direttamente le condizioni di lavoro, di vita e di anima della nazione. Una stirpe tanto imbevuta delle glorie della Patria non avrebbe potuto sottrarsi. La modernizzazione ebbe un successo stupefacente.

Il multisecolare isolamento dell’arcipelago finì quasi di colpo nel 1853 quando il commodoro Perry, al comando di una piccola squadra navale americana, si presentò nella baia di Tokyo latore di un messaggio del presidente Usa, accompagnato dalla minaccia di imporre coi cannoni l’apertura di alcuni porti alle navi e al commercio dell’Occidente.
Il governo dello Shogun tentò qualche resistenza, ma presto cedette.
Una reazione patriottica espresse un breve moto di xenofobia, che di fatto non ostacolò ma favorì la completa, entusiastica apertura alle influenze esterne. Risultarono sviluppi fulminei. Salito al trono nel 1867 l’imperatore Mutsuhito, passato alla storia col nome di Meiji, esercitò i poteri che aveva tolto alla dinastia shogunale e riuscì a galvanizzare tutte le forze morali ed economiche. In un tempo incredibilmente breve il Giappone si dette una cultura industriale e il necessario patrimonio di tecniche avanzate.
Mai nel mondo una trasformazione profonda era stata così trionfale.
Sorse una potenza manufatturiera, temibile anche sul piano militare.
Gli allievi avrebbero superato i maestri.

L’8-9 febbraio 1904 una modernissima marina nipponica stupì il mondo con la strepitosa vittoria sulla squadra russa a Tsushima. Per farsi una Marina possente Tokyo aveva puntato sul know-how della Gran Bretagna; per le forze di terra aveva adottato i metodi e le tecniche della Prussia, che nel 1870 aveva sbaragliato la Francia del Secondo Impero. Il vincitore di Tsushima, ammiraglio Heihashiro Togo, si rivelò uno dei maggiori uomini di guerra al mondo. Trentasei anni anni dopo, 7 dicembre 1941, Pearl Harbor fu la più fatale delle sfide della storia nipponica.

Da quasi mezzo secolo l’Impero del Sol Levante non faceva che vincere guerre. Aveva battuto la Cina, ponendo le premesse per la conquista del regno di Corea (oggi diremmo ‘le due Coree’). Aveva sconfitto e umiliato il colosso russo. Negli anni Trenta del Novecento i nipponici avevano conquistato la Manciuria e avevano resistito alle ripetute intimazioni di Washington. Quando, alla fine di uno sterile negoziato diplomatico, il presidente F.D.Roosevelt compì la provocazione bellicista finale decretando l’embargo sulle forniture strategiche al Giappone (prima di tutto quelle petrolifere), i giapponesi sentirono arrivata l’ora suprema: o l’Impero si sottometteva all’egemonia degli USA nel Pacifico, o sfidava il destino. Scelsero il rischio finale: attaccarono Pearl Harbor. Forse sapevano, forse no, che Washington avrebbe stravinto il secondo conflitto mondiale, anche grazie all’arma atomica: sta di fatto che accettarono la prospettiva della catastrofe nazionale. La quale venne. Un ventennio dopo il Paese rinacque prodigiosamente, facendosi leader della competizione tecnologica globale.

Oggi gli ingegneri, gli architetti, i governanti che a Tokyo vogliono abbattere il nemico finale, il Grande Sisma, sono gli stessi lottatori che ottant’anni fa affrontarono il Titano statunitense. Vincere contro la geologia è altrettanto temerario quanto tramortire gli USA nel 1941 e spazzare l’anno dopo dall’Asia il colonialismo europeo. Trionfare nelle prime fasi della crociata antisismica sarà possibile, così come furono possibili le vittorie dell’era Meiji e le smaglianti conquiste del 1941-42.
Ma nessuno sa se i successi iniziali sul terremoto basteranno: i costi materiali e quelli umani saranno proibitivi. E’ verosimile che i progettisti del Sol Levante realizzino le tecniche per fare antisismici i nuovi grattacieli e i nuovi megaedifici; e i vecchi? gli interventi strutturali che consentiranno alle grandi costruzioni di ondeggiare senza crollare saranno più ardui e più costosi che riedificare da zero. Potrebbero venire a mancare sia le ricchezze, sia le volontà.

Nel dicembre 1941 saggezza avrebbe voluto che Tokyo si piegasse ai ricatti di Franklin Delano Roosevelt e del segretario di Stato Cordell Hull.
Fu preferito l’eroismo. Non è certo che contro la Natura l’eroismo basterà. Sarà certa l’ammirazione del mondo.

Antonio Massimo Calderazzi

QUANDO LE POTENZE SI ACCINGEVANO A SPARTIRSI LA CINA

Negli ultimi anni dell’Ottocento sembrava suonata l’ora della fine per l’Impero di Mezzo. Per cominciare, la Gran Bretagna ne dominava l’economia -quasi i tre quarti del commercio e della navigazione- e si era insignorita di regni che erano stati satelliti di Pechino: il Tibet, sottomesso alla Cina nel 1751, e la Birmania. Londra cominciò a prendere quest’ultima nel 1853: la aggiunse al proprio impero nel 1886. Nel 1897 gli inglesi ottennero la rettifica che chiedevano alla frontiera birmana, come pure il diritto di estendere le ferrovie fino allo Yunnan cinese ‘quando fosse arrivato il momento opportuno’. Vincendo due ‘guerre dell’oppio’ la Gran Bretagna umiliò duramente l’Impero Celeste, aprendo una lunga fase di trattati ineguali per i quali i cinesi subivano vari soprusi.

La Francia completava l’impossessamento dei regni dipendenti d’Indocina (Vietnam, Laos, Cambogia); anche se, come scrive lo storico di Harvard, William L. Langer, “sarebbe ingiusto imputare ai francesi di aver dato l’esempio per lo smembramento della Cina (…) Peraltro furono in testa nello strappare concessioni”.

La Russia zarista mirava tra l’altro a costruire un grande porto sul Pacifico, da raggiungere con una ferrovia attraverso Manciuria e altre regioni cinesi. In più aveva l’ambizione di scalzare la Gran Bretagna dal controllo delle risorse economiche dell’Impero Celeste. Nel 1689 Pechino era riuscita a contenere l’aggressività dei russi estromettendoli dal bacino dell’Amur (Heilong Jiang in Cinese, река Амур in Russo).
Il Giappone aveva da poco sgominato la Cina con una guerra per preparare l’impossessamento del regno di Corea, satellite della Cina. L’impossessamento riuscì; Pechino dovette pagare un pesante risarcimento bellico. Il trattato di Shimonoseki decretò il distacco immediato della Corea dalla Cina; in più quest’ultima cedette al Giappone la penisola di Liaotung (Liaodong), la grande isola di Formosa e le Pescadores (Penghu). Conclamata la debolezza della Cina, la Russia ottenne diritti ferroviari in Manciuria; la Germania si assicurò il possesso di Kiaochow (Jiaozhou); la Francia guadagnò Kwan-Chow Wan (Guangzhouwan); la Gran Bretagna si assicurò l’affitto di Weihaiwei (Weihai) e l’allargamento della colonia di Hong Kong.

La Germania fu la meno rapace tra le Potenze intente a depredare l’Impero cinese. E’ quasi certo che nelle stanze romane dove si faceva diplomazia velleitaria e si progettavano imprese coloniali, non mancarono personaggi che farneticavano di anticipare i giorni gloriosi di Tientsin (Tianjin), quando reparti scelti sabaudi avrebbero punito le aspirazioni dei rivoltosi Boxer. Tientsin, oggi vari milioni di abitanti, era il secondo porto della Cina. Fu occupata militarmente da Gran Bretagna e Francia nel 1860; successivamente vi ottennero concessioni territoriali il Giappone, la Germania, la Russia, l’Austria-Ungheria, il Belgio, persino l’Italia. Finché nel 1911-12 la dinastia mancese crollò e Sun Yat Sen (Sun Yi Xian) divenne presidente della neonata Repubblica cinese.

I piani di rapina delle Potenze non erano i mali più gravi del Paese. Esso aveva un bisogno disperato di modernizzarsi, di darsi vaste riforme di struttura (che apparivano impossibili: l’intero sistema era marcio). In più, in quegli anni di pericolo estremo infuriava la corruzione dell’alta burocrazia mandarinale e dei circoli di potere. Di Li Hung Ciang (Li Hong Zhang), una specie di vicerè o di potente maestro di palazzo, si sapeva che fosse divenuto ricchissimo -uno dei patrimoni privati più cospicui al mondo- intascando tangenti anche ai livelli sommi della politica internazionale. Era risaputo in particolare che i vertici diplomatici di San Pietroburgo avevano istituito un fondo segreto (non abbastanza segreto) per guadagnare agli interessi russi sia Li Hung Ciang, sia altri esponenti dell’alto mandarinato. In una specifica occasione i russi offrirono al reggente Li un milione e mezzo di dollari. Anche la dispotica Imperatrice-madre partecipava ai proventi della grande corruzione. Quando il Reggente fece ritorno da una fase di negoziati con le Potenze, Sua Maestà provò ad esigere la sua parte -si parlò di 800 mila dollari- delle ‘dazioni’ straniere.

Il 4 maggio 1895, poco dopo la fine della guerra sino-giapponese, il primo ministro britannico Lord Rosebery ammise in un discorso alla Royal Academy che la questione estremo-orientale, prima di tutto il destino della Cina, era talmente grave (‘troppo complessa per la nostra immaginazione’) che ‘dobbiamo ridimensionarla onde correre ai ripari’.
Il disegno londinese di usare la Cina come difesa contro le vaste ambizioni asiatiche della Russia si rivelava sbagliata. Negli anni 1896-97 San Pietroburgo raggiunse, coll’appoggio di Parigi, il massimo dell’influenza a Pechino. Nessuna potenza le stava alla pari. Dunque un secolo e mezzo fa, più o meno, era la Cina il Malato d’Asia, dal corpo quadruplo di quello del Malato del Levante su cui regnava il Sultano turco.
Le Potenze si preparavano a dividersi l’eredità.

Oggi la repubblica imperiale e ‘comunista’ di Xi è la superpotenza che compete con gli USA. Un suo dittatore ‘vero’ sarebbe onnipotente.
Come non chiederci cosa accadrebbe se uno degli spietati massacratori novecenteschi di popoli -risalendo nel tempo: Hitler, Stalin, Mussolini, i militaristi giapponesi, F.D.Roosevelt, Churchill, Raymond Poincaré che più di ogni altro volle la Grande Guerra, Clemenceau che la allungò di un anno, i pessimi consiglieri dello zar Nicola, i nanogovernanti della Serbia, gli arciduchi e i diplomatici viennesi, gli altri- cosa accadrebbe se uno dei mostri qui elencati risorgesse a Pechino invece che altrove?

A.M.Calderazzi

RIGENERO’ LA RIFORMA LUTERANA IL PIETISMO TEDESCO

Col Concilio di Trento, con la militanza della Compagnia di Gesù, con una successione di encicliche, col lancio di nuovi ordini religiosi, con la proclamazione di altri dogmi, la Chiesa cattolica fece mostra d’essere compatta e maestra: ma è in ritirata da alcuni secoli. Anche la Riforma luterana si trovò di fronte a problemi di armonia interna. Tra le Chiese riformate d’Europa quella d’Inghilterra fu prima a subire un’insurrezione: fu il nascere nello scorcio del secolo XVII del metodismo ad opera di John Wesley e del fratello Charles.

Nella Germania di Lutero il soprassalto delle coscienze si profilò alcuni decenni più tardi. Nel 1660, quasi un secolo e mezzo dopo le 95 tesi affisse dall’agostiniano Martino alla porta della chiesa del castello di Wittenberg, il pastore e teologo Phillip Jakop Spener pubblicò un’opera a carattere utopico intitolata “Pia Desideria” per contestare la dottrina ufficiale del luteranesimo istituzionale, ormai ossificato negli schemi e nelle prassi della confessione di Stato. Le asserzioni teologiche sovrastavano sugli aneliti individuali, dei semplici fedeli come dei pensatori.

I Pia Desideria del pastore Spener invocavano un’esperienza di fede vivificata dalla commozione dell’incontro personale con la Bibbia e con Dio. Fu l’annuncio di una purificazione del luteranesimo, sempre nello spirito della rivolta antiromana del monaco Martino, ma con inclinazioni nuove, meno confessionali/settarie. Comune alle varie correnti del primo Pietismo furono l’enfasi sulla religiosità interiore e mistica, sulla lettura della Bibbia al di là di ogni filtro storico-critico, più ancora sul sentimento del rapporto diretto con Dio.

Il puritanesimo inglese si confrontò con la deviazione innovatrice di William Perkins, in qualche misura assimilabile al Pietismo. Il calvinismo olandese si misurò con le proposte di Willem Teelink. I territori di propagazione del Pietismo furono il Braunschweig, con Johann Arndt (il quale si concentrò a sviluppare le componenti mistiche del messaggio di Lutero, anche richiamandosi ai mistici del Medioevo germanico, a San Bernardo, ad altri mistici cattolici); la città universitaria di Halle, con August Hermann Francke; Francoforte con Ph.J.Spener.

Dalla Germania il Pietismo si diffuse in Svizzera e in Danimarca (dove trovò il sostegno del sovrano). Nei due secoli successivi al Settecento i movimenti di risveglio religioso nel Nord America si collegarono in parte al Pietismo e al Metodismo. Tutto ciò si contrappose frontalmente all’Illuminismo, fatto di ragione e di rifiuto agli impulsi religiosi: anche se il revisionismo avviato da Spener coincideva col vittorioso pensiero venuto dalla Francia (dominò anche il Settecento tedesco) per quel che concerneva la libertà di coscienza, la tolleranza, i diritti dell’individuo.

Va ribadito che l Pietismo si erse contro il dogmatismo della teologia luterana, ormai signora in Germania e nel Nord Europa.
La forza del messaggio di Spener fu, abbiamo visto, nell’accento sulla devozione individuale e familiare, devozione che troverà un’espressione titanica nelle 200 cantate sacre di Johann Sebastian Bach.
La larga diffusione settecentesca del Pietismo fu dovuta al vigore
delle componenti emotive nell’esperienza della fede, nonché agli impulsi contro il sostanziale autoritarismo delle istituzioni riformate e contro la compressione degli aneliti.

Giustamente si rivendica che molti tedeschi illustri aderirono al pietismo , oppure ne furono influenzati o persino formati. Immanuel Kant ricevette un’educazione pietistica, soprattutto per le cure della madre. I genitori di Herman Hesse cercarono di guadagnarlo all’attivismo del movimento; che fu un genitore pietista a sorreggere il cammino spirituale del filosofo Soren Kierkegaard. Si arrivò a ipotizzare che attorno ai trent’anni Otto von Bismarck subì la suggestione, magari non abbastanza durevole, di una parente che professava il Pietismo. E’ giusto sostenere che il Pietismo fu uno dei contributi universali dell’anima tedesca alla civiltà moderna. In ogni caso i pietisti fecero avanzare l’impegno risanatore della Riforma in una congiuntura già attraversata dal sostanziale ateismo della filosofia dei lumi. Il luteranesimo, vittorioso su Roma, soffrì presto del settarismo delle controversie tra teologi. In più avevano preso ad agire i mali delle chiese territoriali, cioè la secolarizzazione indotta dalla coincidenza tra magistero religioso e autorità del principe sovrano.
Proponendo un cristianesimo fatto innanzitutto di fervore del vissuto, il Pietismo motivò quanti non si rassegnavano ai portati e ai vanti del razionalismo. In vista degli apporti e delle influenze del Pietismo su altri pensatori e creatori di terra tedesca- vanno menzionati anche Leibnitz, Lessing, Gellert, Wieland, Thomasius, Klopstock, Herder, Goethe e più ancora Hoelderlin, uno dei grandi astri del cielo poetico germanico- la revisione della svolta luterana va considerata uno dei grandi contributi tedeschi alla civiltà occidentale moderna, in una congiuntura attraversata dall’Illuminismo sostanzialmente ateo. Hoelderlin in particolare prometteva alla sua patria un lirico ritorno degli antichi Dei ellenici, una vicenda da vivere in piena coerenza alla tradizione cristiana e germanica.

L’esigenza di raddrizzare le vie della Riforma espresse, sappiamo, altri movimenti: puritanesimo, metodismo, presbiterismo. Al loro interno, i pietisti tedeschi furono sorretti dalle conquiste del sommesso misticismo medievale, che si usa riassumere nel nome del domenicano Meister Eckart. Agli albori della germanizzazione del Sacro Romano Impero la silenziosa mistica tedesca fu una premonizione di un Pietismo che avrebbe dato forma e nerbo alla letteratura tedesca fino agli esordi della ‘età di Goethe’. Anche l’empito e il canto di Hildegarde von Binden, la religiosa che riusciva a parlare all’imperatore Federico I, anticiparono l’impegno a difendere la fede dal conformismo e dalle compromissioni secolari. In terra tedesca il Pietismo realizzò completamente, come abbiamo visto, la sintesi tra la fede e le conquiste dell’Iluminismo. E il vertice assoluto della spiritualità pietistica fu la musica sacra germanica, riassunta al livello sommo nel nome di Johann Sebastian Bach.
Egli ebbe qualche precursore ma nessun continuatore a lui pari. Manifestazioni insuperate della spiritualità pietistica sono le cantate sacre, le Passioni, i corali, i mottetti, le Messe, gli oratorii di Johann Sebastian.
I titoli delle sue cantate dicono da soli l’intensità e la dolcezza della commozione cristiana. Dicono anche il doloroso rimprovero dell’anima umana nei confronti di un Dio che mancò alla promessa di cancellare il Male e di governare il Creato: alla missione d’essere il Padre. I duecento titoli delle cantate sacre bachiane esprimono sia la fiducia in Dio, sia la dolorosa contestazione di un Pietismo che non si rassegnava al razionalismo irreligioso.

Antonio Massimo Calderazzi

SE 1 ITALIANO SU 2 ATTENDE L’UOMO FORTE LA DEMOCLEPTOCRAZIA CADRA’

Negli ultimi tempi i tentativi dei sicofanti e pennivendoli del Regime, di esigere ancora che i contribuenti finanzino la politica, suonano come rantoli d’agonia. Appaiono rassegnati, i pensatori e i monatti di palazzo, acché la fine si avvicini, i popoli dello Stivale siano gonfi di rancore e di brutti propositi; acché essi popoli inneggino alla cacciata dei Proci oppressori/saccheggiatori dal 1945; che non il sostegno bensì la lapidazione dei politici sia la brama dei cittadini.

Attesta ciò, una volta di più, il mesto Ezio Mauro, massima préfica dei bei tempi che non torneranno. Su ‘Repubblica’ -il Voelkischer Beobachter del compianto banchetto dei partiti- Mauro ha lamentato giorni fa: “Salvini ha decretato lo stato d’eccezione, vorrebbe ‘spezzare l’ordinamento’, ha invitato i parlamentari a ‘alzare il culo’, ‘non è facile rintracciare nella storia della Repubblica una simile dichiarazione di disprezzo di un uomo di governo nei confronti dell’istituzione parlamentare’.
Che sempre Salvini ‘sfidi ad uno ad uno tutti i tabù della Repubblica’, che tenti di abbattere ‘la costrizione delle regole, l’equilibrio dei poteri, i controlli di legittimità, i vincoli costituzionali; che vagheggi di trasformare il Paese in una repubblica presidenziale’.

Il capo-singhiozzatore sul Bengodi che minaccia di non tornare più, sui diritti, sulle istituzioni vilipese, lacrima (sempre Mauro) che “si è scelto di cavalcare il risentimento e la rabbia dei cittadini spiaggiati dall’onda alta della mondializzazione, senza filtrare politicamente questo stato d’animo anzi trasformandolo in odio, ripulsa, rigetto, cioè antipolitica”.
Mauro è terrorizzato che si ripudi “il meccanismo democratico articolato nel libero gioco dei diritti, del diritto, delle istituzioni”. Peggio: si aggiunge la proposta di un potere finalmente pieno (…) nello spirito autocratico annunciato da Putin: la democrazia liberale non è l’unico modello possibile e nemmeno il più efficace, anzi funziona solo in anni di abbondanza delle risorse. E’ la teoria Orban”.

Ora: si illude l’ex-direttore del Voelkischer Beobachter romano, che il futuro Giustiziere risulti Salvini, un politico come gli altri, solo più vicino alla gente. Sarà invece Dracone, il primo e il più severo dei legislatori di Atene. Ci rallegriamo di aver fatto dire all’Appelius democleptocratico ciò che spettava a noi: posto che il più recente rapporto Censis sia attendibile, il 48% degli italiani attende l’Uomo forte; molto più del 48% -il 67%- é la voglia di vendetta nella classe operaia, che un tempo si lasciava guidare dai comunisti, i più sussiegosi tra gli appaltatori del regime sorto nel 1945 e oggi comatoso. Oltre a tutto metà degli elettori non intendono votare; considerano le urne le ‘slot machines’ dell’usurpazione. Se molti tra Alpi e Lilibeo condividono gli istinti politicìdi descritti dal lacrimoso Mauro e asseverati dal Censis, è concepibile che l’Itala Gens tolleri ancora discorsi tipo ‘la politica ha un costo’, ‘inevitabile aggiungere un sussidio legale alla rapina praticata dal 1945’? La realtà è piuttosto che avrà buon gioco quell’Eversore che un giorno proclami: lungi dall’amnistiare i partiti, sciogliamoli e perseguiamone penalmente i capi presenti e passati, più eredi e aventi causa, per lo smisurato danno erariale arrecato allo Stivale in tre quarti di secolo.

Dunque se il rapporto Censis ha suscitato tanto scalpore è in quanto attesta che l’uomo della strada vuole il rovesciamento del sistema, cominciando dalla Costituzione e dalle Istituzioni, soprattutto quelle di vertice. Alcuni osservatori hanno avvertito, oltre all’odio ormai acerrimo contro i politici, anche un dissesto spirituale confinante con un furore metafisico. Ne sarebbero sintomi l’ossessiva dipendenza degli italiani dai cellulari, il crescere del ricorso ai farmaci ansiolitici, altre manifestazioni di infelicità.

Sia chiaro che l’avversione all’oligarchia partitica non è rimpianto del Duce. Con la guerra del 10 giugno 1940 -non col totalitarismo né con le leggi razziali- il Duce condannò per sempre l’Impero coloniale, il Regime, se stesso e la sua memoria. Fino all’impresa etiopica le cose gli andarono bene: gli italiani approvavano. Tra l’altro non ci impose troppo i propri congiunti, a parte qualche grosso favore al genero Galeazzo. Invece col processo di Verona Benito si rivelò sanguinario e spietato, anche con Galeazzo. Così oggi sono pochi coloro che rimpiangono la dittatura ducesca. Coloro che attendono l’Uomo forte aspirano a un congegno che si contrapponga alla Malarepubblica: a un governo molto più coeso, più efficiente, meno succube delle bande partitiche, dei sindacati, delle lobbies. Magari si contenterebbero di un presidenzialismo alla Erdogan/Orban: allora non siamo alla tentazione fascista. Si vorrebbe lo spossessamento delle istituzioni e delle prassi dettate da partiti insolitamente rapaci e corrotti. Il parlamentarismo, nato liberal-notabilesco ed evoluto in progressista, ha funzionato passabilmente solo nelle società prospere da molto tempo e spiccatamente equilibrate, nel senso di ‘calme’. La nostra società non è nè prospera nè calma, dunque i giochi parlamentari vengono rifiutati. Se la democrazia rappresentativa e ladra non ha espresso nulla di meglio che le urne truffaldine e gli andazzi partitici, molti anelano a cancellare brutalmente almeno gli assetti peggiori.

L’alternativa a ciò che abbiamo non è il fascismo.
Per liberarci dell’oligarchia non c’è altro che una democrazia non elettorale ma semidiretta, fatta di pochi cittadini resi ‘sovrani’ dal sorteggio, non da un suffragio universale rivelatosi impotente, in Italia, da almeno un secolo, in Gran Bretagna da almeno due. Però gli usurpatori installati nel 1945 dai quadrimotori angloamericani non si fidino troppo che un nuovo Mussolini non si profili. Un altro Duce, magari guerriero, non è indispensabile per liberarci: la democleptocrazia le ha fatte troppo sconce.

Antonio Massimo Calderazzi

QUANDO SI POTRA’ ABBATTERE LA RAI VERGOGNA NAZIONALE

Quando il viadotto dell’economia comincerà a crollare, e un manipolo di giustizieri capeggiato da Dracone prenderà il potere, quel giorno la demolizione della Rai grassatrice sarà tra le opere da compiere per prime: assieme alla cancellazione della Costituzione manomorta, del Parlamento pessimo quale è, delle urne spacciatrici di falsa democrazia, di altre istituzioni e male azioni del Regime dei cleptopartiti.

La Fondazione Agnelli ha appena pubblicato il suo Rapporto annuale: per risanare e mettere in sicurezza i nostri edifici scolastici occorreranno 200 miliardi, che non abbiamo. Aggiungendo le aree terremotate. le montagne che franano sulle strade, i nuovi sismi nostri e quelli albanesi, l’Ilva, l’Alitalia e 160 ‘tavoli’ di crisi aziendali, gli sperperi irresponsabili come la Rai, il fasto regale del Quirinale, le spese per l’insulso prestigio diplomatico, gli F35 e le spedizioni militari risultano nauseabondi come i personaggi che ne sono responsabili. Nel suo spregevole piccolo, il servizio radiotelevisivo di Stato si guadagna il massimo del vituperio; per questo parliamo di Rai grassatrice (grassazione: rapina a mano armata). I Proci che ci opprimono da tre quarti di secolo hanno saccheggiato lo Stivale innanzitutto attraverso la Rai. La Rai rapinatrice risulterà tra gli errori peggiori che si potevano commettere: errori tragici come la vendita all’ingrosso delle indulgenze in Germania ordinata da papa Leone X. Le indulgenze costarono alla Chiesa la Germania ed altri regni. La camorra italiana dei partiti sarebbe odiata/disprezzata parecchio di meno se i ‘vincitori’ del 1945 non si fossero spartiti la Rai tra le bande: democristiani, comunisti, socialisti.

Quelle bande si sono sformate o boccheggiano, tuttavia la Rai dissangua i contribuenti persino più che alle origini. Il servizio pubblico resta un misfatto altrettanto serio quanto ai giorni aurorali della cleptocrazia.
La Rai paga coi soldi dei contribuenti, e sulla povertà degli incapienti, da 12 a 15 mila persone, all’origine quasi soprattutto figli, parenti e compari dei gerarchi del regime. Si aggiungono 10 o 11 mila collaboratori esterni, dai semplici attrezzisti ai ‘grandi’ presentatori. Quasi tutte le retribuzioni sono eccessive. Molti i favoriti del palazzo che ricevono oltre 240 mila euro: sarebbe il massimo di legge per i servitori di vertice dello Stato. Bianca Berlinguer, un cognome che gronda idealismo e lotte dalla parte del popolo, supera 300 mila euro all’anno. I casi più osceni sono naturalmente Fabio Fazio (2.240.000 euro) e Bruno Vespa (1.930.000, poi tagliato del 30%). Questi ed altri personaggi si considerano eccelsi al punto che nessun limite è concepibile ai loro emolumenti. Ma essi saranno puniti senza pietà quando la crisi economica si aggraverà, non saranno più tempi da fiction, sociologismi, narcisismi e grassazioni Rai.

Allora: quando i giustizieri di Dracone prenderanno il potere, cancelleranno i nove decimi del servizio pubblico, programmi, pretese, dipendenti, finanziamenti. Per un minimo di informazioni e prestazioni essenziali, un decimo basterà. Lo spettacolo e l’intrattenimento -due idrovore da spegnere- li facciano altre emittenti, magari straniere, a loro spese e rischio. Degli ‘approfondimenti’ e delle futilità facenti capo alla cupola dei partiti non avremo più bisogno. Tre quarti di secolo della Rai ci hanno insegnato come faremo a meno della informazione e dell’imbonitura demo-cleptocratiche. I nove decimi dei dipendenti, collaboratori, consulenti e altri convitati del banchetto andranno licenziati o disdettati. I meno pagati tra essi riceveranno un sussidio di sopravvivenza, non superiore alla media delle nostre pensioni basse. Non riusciranno a ricorrere ad alcuna corte internazionale, ad alcun Tar: i giustizieri sapranno fare il loro mestiere.
I beni che eccedano le modeste necessità di una radiotelevisione di Stato saranno avocati: per riparare scuole, strade e ponti.

I giornalisti Rai, oggi almeno 1760 a libro- di cui 210 caporedattori e 300 capiservizio- provino in proprio lo strazio degli ultimi, dei sottoproletari e dei migranti sui quali ingrassano dal 1945. Tra l’altro, disponendo di tanti pennivendoli, la Rai è ultima per le news online. Secondo la classifica Audiweb, Rai News ha 180 mila ‘utenti unici giornalieri’, contro duemilioni 519 mila del Corriere, tre milioni 58 mila di Repubblica. Per la sciagura di perdere un giorno la cuccagna ssssssssssse la prendano coi Padri Costituenti che, nell’impossessarsi di tutto nello Stivale, consegnarono alle bande dei partiti il monopolio radiotelevisivo. Fecero molto male: sbagliarono come Leone X, che credette di poter vendere le indulgenze in Germania.

Antonio Massimo Calderazzi

DOPODOMANI IMPOVERIMENTO PERO’ QUASI FELICE

“Dovremo cambiare stili di vita”. L’imperativo aleggia, come sulle acque lo spirito del Signore, nei cieli delle società industrializzate divoratrici di risorse, oltraggiatrici dell’ambiente, idolatrici costernate di uno sviluppo fuori tempo massimo. Tuttavia: non sarà tanto per le intimazioni ecologistiche che occorrerà cambiare strada, vivere in modi quasi opposti. Sarà soprattutto per le prepotenze del Mercato, ben nota Deità liberista, implacabile come, sotto la regina Vittoria, l’indifferenza degli agiati di fronte alla ‘potato famine’ degli irlandesi. Il Mercato vincerà ancora, beffardo nei confronti dei suoi adoratori delle Borse Valori.
Eppure, vedremo, sarà il mercato a rilanciare in Occidente il collettivismo parasocialista. Tutte le velleità di lotta del sinistrismo tradizionale buono- a – niente saranno schiacciate, i sindacati chiuderanno, ma i ceti privilegiati dimenticheranno la douceur de vivre.

Già trenta e più anni fa un plotone di economisti un po’ futurologi avvertivano dagli Stati Uniti che la Cina avrebbe prodotto “tutto per tutto il mondo”. Avrebbero dovuto precisare ‘non una ma molte Cine, d’Asia d’Africa d’America latina’. E’ sicuro che si ingigantirà il potenziale produttivo dei paesi di nuova o futura industrializzazione.
I dominatori delle nostre analisi congiunturali, i sapienti e gli aruspici delle macroeconomie confuteranno autorevolmente; ma molte altre Ilve spegneranno gli altiforni, altri capannoni di ex-operai in gamba marciranno, di molte boutiques e shopping centers ci libereremo.
La disoccupazione esploderà. Nello Stivale e altrove occorrerà assicurare un assegno (modesto) di sopravvivenza ad alcune decine di milioni senza reddito. Le risorse non ci saranno, le patrimoniali non basteranno: subentrerà la finanza eccezionale, da economia di guerra.

Un paese come il nostro, che nei millenni seppe essere laboratorio e opificio di innovazioni temerarie, anche scellerate, dovrà sperimentare, dare l’esempio, disobbedire in letizia all’Europa, ai Fondi monetari, alle corti planetarie di giustizia. Lo Stivale dovrà essere primo a cancellare i bilanci militari imposti dalla Nato, a umiliare le esigenze delle Istituzioni, a ridurre a quasi niente i costi della diplomazia (certificata superflua e anche un po’ comica nell’età delle avanzate prodigiose).
Il Quirinale sarà il caso limite: dovrà finire la mascalzonata di ex-regge e palazzi monumentali per i capobonzi e i simil-sommi del Vecchiume; sobrie ville un po’ così basteranno. Persino il Santo Welfare dovrà patire, persino la scuola dovrà rinunciare a conquiste come i viaggi dei liceali negli alberghi con stelle e nei treni veloci. All’educazione sessuale penserà la vita.
Le vacche grasse risulteranno finite.

Tuttavia si attuerà il paradosso: le Deità del Mercato passeranno da dispensatrici di consumi superflui e di edonismi a buon mercato ad operatrici del bene, a giustiziere amiche dei poveri, a carnefici dell’inessenziale. Il Mercato che in Occidente mutilerà l’occupazione sarà lo stesso che imperativamente ridurrà i divari sociali, accorcerà le smisurate distanze tra i redditi e le condizioni. Il Mercato farà ciò cui le varie sinistre hanno mancato, tanto sono state e resteranno irrilevanti.
Se una società come la nostra non accetterà la cancellazione attraverso il fisco dei beni e dei privilegi ereditati, se non avocherà la ricchezza non guadagnata o guadagnata male, essa società non sfamerà le moltitudini che non saprà condannare a perire. La ricchezza sarà colpita dove è raggiungibile, nelle classi alte. Esse cercheranno certamente di opporsi espatriando i capitali e le persone, ingaggiando gli avvocati più iniqui, manovrando tra Borse e pozzanghere internazionali. Ma gli assetti giuridici e i codici si potranno squassare a buon titolo: troppi milioni senza lavoro.
I diritti di proprietà saranno sacrificati, anche grazie al ripudio di costituzioni pretenziose e menzognere come la nostra.

Non gemeranno solo i ceti superiori. I doppi redditi rinunceranno alle crociere elitarie. I lavoratori e i pensionati faranno le vacanze alla buona, presso i parenti in campagna, non nei resort di Dalmazia e Mar Rosso.
Più ancora, gli ex-operai risparmieranno sulle partite di calcio, sulle biciclette iperleggere, sugli smartphone, sulle villette a schiera.
A nessun livello le sofferenze e le mortificazioni saranno assassine, quando le varie Cine doppieranno le nostre futili ‘eccellenze’ quali moda e questa o quella disciplina tennistica. Vivere a livelli più bassi non sarà tragico: salvo per i fomentatori dei consumi superflui e dei costumi paraporcini.

Antonio Massimo Calderazzi