COI VOTI E CON LE DONAZIONI LA PLEBE USA REINVENTA LA MEZZADRIA SOTTOMESSA

Le stime che si fanno sui costi totali delle consultazioni 2020 – le presidenziali più centinaia di elezioni politiche e locali – variano al momento tra 11 e 14 miliardi di dollari. Tante risorse e tanti sforzi per conseguire poco più che alcune sostituzioni di cognomi, facce, portaborse e notabili. Il sistema non offre di meglio. Si veda p.es. l’euforia del progressismo planetario dopo l’apoteosi di Obama. A valle della cui presidenza non risultano innovazioni tali da giustificare tanti corpo a corpo nel mondo tra sinistra e destra. Non c’è angolo del pianeta le cui generazioni giovani (o rimaste giovanili) non abbiano esultato sulla vittoria del senatore dell’Illinois. Oggi la presidenza Obama appare, nei fatti, più o meno come le altre.

Contrariamente alle aspettative di quanti credono il partito Democratico intrinseco ai lavoratori e quello Repubblicano tutt’uno col denaro, nel 2020 il primo ha raccolto e speso sensibilmente più che il partito di Trump: 54% contro 39%. Nel 2016 Trump spese meno della metà dei 521 milioni di Hillary Clinton (dei quali 237 milioni andarono in pubblicità televisiva). Quest’anno la sconfitta dell’incumbent era prevista: troppo eccentriche le sue posizioni per meritare il tradizionale secondo mandato dei presidenti in carica. E la bonanza di fondi a favore di Biden si spiega abbastanza agevolmente: i finanziamenti elettorali preferiscono andare dove le possibilità di vittoria sono maggiori.
E’ tipico degli USA che il grosso delle donazioni politiche venga dai sostenitori individuali piuttosto che da quelli ‘corporate’.
Una notazione particolare: le offerte delle donne hanno largamente superato quelle maschili. Il fatto non attesta una particolare acutezza critica delle elettrici, anche se i portavoce del femminismo garantiscono che Biden ricambierà signorilmente l’entusiasmo delle donne inclini all’ottimismo.

Gli undici o quattordici miliardi cui i costi delle ultime elezioni, probabilmente i più alti della storia, sono cresciuti fanno impressione.
Ma non sono l’errore più grave della società statunitense.
Il più grave è la mastodontica, pleistocenica spesa militare.
La più giovane delle grandi nazioni si svena per mantenere una superiorità bellica (potenziale di overkill) oggi parossistica, forse persino illusoria.
La voracità delle spese elettorali americane fa più scandalo all’estero che in patria. Un titolo del britannico The Guardian ha constatato: ‘La politica intera è in vendita’. Non è detto che i suoi compratori siano soprattutto i grandi gruppi. Le grandi masse impararono presto a contrattare con la politica, cioè a forzare col voto i candidati.
Per esempio i dipendenti di aziende o enti sostenuti dalla mano pubblica donano largamente ai politici tutte le volte che il sostegno del governo viene revocato in dubbio. Si è accertato che nella presidenza Clinton il Dipartimento di Stato approvò un discusso programma in materia di uranio per l’imponenza delle donazioni venute ai Democratici dai dipendenti e operatori dei comparti interessati.

Il discorso deve spostarsi all’origine: nessuno in USA può entrare in politica senza disporre di fondi imponenti. Molti politici li posseggono e, se vogliono, possono entro limiti precisi agire liberamente. Tutti gli altri candidati devono procurarsi i vasti fondi dal mercato, ossia offrendosi innanzitutto ai grossi finanziatori che esigeranno contropartite precise. Sempre di più, tuttavia, gli aspiranti all’elezione si rivolgono alle masse per chiedere non solo il voto, anche le elargizioni. Nel caso dei cittadini più modesti, è evidente l’immoralità di mungerli. Così come è evidente il calcolo opportunistico dei ceti bassi: sacrifici monetari per garantirsi pensioni, polizze assicurative e più ancora paghe di datori di lavoro o organismi sostenuti tutti dal denaro del contribuente.

Tirando le somme: un tempo c’erano i monarchi e i loro aristocratici. L’America del 1776 si liberò di un re, non dei proprietari di terre e di schiavi. Presto, coll’industrializzazione e coll’urbanesimo, i patrizi delle piantagioni furono sostituiti nel Sud dai politici carpet baggers, nel Nord dagli industriali, banchieri e affaristi. In entrambi i modi il suffragio universale è divenuto componente grossa del ‘nuovo feudalesimo’ che governa sia le società liberiste in Occidente, sia quelle simil-democratiche dei continenti ex colonizzati. I Nuovi Feudatari sono dunque il denaro, i cerchi organizzati del potere e il suffragio universale che dal basso dà l’investitura ai suddetti cerchi.

L’Europa è assuefatta da millenni alla sottomissione nei confronti delle gerarchie. L’America credette di affrancarsi quando stava per impadronirsi di un continente. Poi sopraggiunsero le manifatture e i grandi centri urbani. Le une e gli altri hanno trasformato le masse lavoratrici nei ‘mezzadri’, cioè soci, del sistema delle urne che promuove i gestori politici dell’esistente. L’eversione del Nuovo Feudalesimo non potrà che passare per la chiusura delle urne, cioè per l’avvento del sorteggio.

Antonio Massimo Calderazzi

GLI USA SI SBARAZZINO ALMENO DELL’ ELECTORAL COLLEGE

“The framers of the Constitution of the U.S. believed that the direct popular election of the president was both impractical and undesirable.
They therefore provided for an indirect election by special electors, who were intended to be a select body of individuals possessing a broader acquaintance with men and a better understanding of national issues than the ordinary voter. The Constitution provides that each state shall appoint a number of electors equal to the state’s quota of senators and representatives in Congress. Since the adoption of the 12th amendment (1804) the choice of the president and the vicepresident as thus provided has become mere form.”.
Questo recita a pagina 1474 l’indiscutibile ‘Lincoln Library of ‘Essential Information’, edito a Buffalo, N.Y.: sono oltre due secoli che la venerabile Costituzione esige ‘a mere form’. La Costituzione di casa nostra (‘la più bella’ a parere di alcuni belli umori) non è sola a bisognare di svecchiamenti.

Gli americani dovrebbero riconoscenza a quel Donald Trump che minaccia di sovvertire un po’ la maestosa Costituzione. Se sovvertisse davvero, gli americani spererebbero di vedere razionalizzata almeno una delle procedure elettorali, fitte persino di traversie di contea. C’è di più. Un elefantiaco 35% degli iscritti all’anagrafe stellata sono contraddistinti dalle seguenti origini etniche: afro 12,5%, messicana 10,9, italiana 5,5, polacca 2,8, portoricana 1,6, cinese 1,2, indiana d’Asia 1%. Nei retaggi nazional-psicologici di tali minoranze non può che mancare in pieno l’orgoglio dei tempi (fine sec. XVIII) quando l’Unione non esisteva, esistevano le colonie che si ribellavano a Giorgio III. Ciascuna, tronfia della propria autonomia, esigeva d’avere titolo a una propria delegazione che votasse il successore di George Washington (che peraltro alcuni avevano tentato di fare Re, magari col diritto di trasmettere la corona a un figlio o nipote).
Per un poloamericano, per un afroamericano, etc. il ricordo delle colonie fondatrici è la Luna. E’ la Luna anche per una parte delle altre minoranze: inglesi irlandesi scozzesi tedeschi scandinavi, che sono i Quiriti d’America. Il 35% dell’anagrafe ritiene di eleggere un presidente, non un delegato ad eleggere un presidente. Il Nord America multilaterale, multietnico, somigliante a un’assemblea dell’Onu, gli ateniesi l’avrebbero chiamato meteco; in ogni caso, sprovvisto di ascendenze coloniali.

Quando l’informe, smisurata Polis statunitense rinsavirà, si accorgerà del ridicolo di un ‘Electoral College’ che si sveglia ogni quattro anni da un letargo più che bisecolare. Probabilmente ne proclameranno la morte, aggiungeranno un piccolo trionfo al suffragio universale, da tanti di noi esecrato. Sarà pur sempre meglio della via italiana per nominare il sommo bonzo del Quirinale. La via italiana è che i capi-oligarchi dei partiti dell’arco costituzionale impieghino due o tre anni a calcolare vantaggi e inconvenienti (per ciascuna componente della Casta) di ogni possibile scelta. Ovviamente i bisogni e i sentimenti della popolazione risulteranno completamente ignorati. Negli USA le segreterie dei partiti è come non esistessero. In compenso si confrontano e fanno più combutta che da noi i gruppi d’interesse, cominciando dai grandi media. In ultima analisi, è il dollaro a decidere. Sentenziò Marcus Alonzo Hanna, nell’Ottocento sommo manovratore pubblico: “Due cose contano in politica: la prima è il dollaro, la seconda non ricordo”.

Così continuerà in Occidente finché un giorno non prevarrà questa o quella formula di democrazia semidiretta e selettiva. A quel punto il ruolo paramonarchico del capo dello stato essiccherà; sparirà. Altro che mandati quadriennali o settennali. Sulla prima delle alte poltrone siederanno a brevi turni i decisori veri. I quali ultimi preferiranno lasciare a personaggi marginali le mansioni cerimoniali e di rappresentanza: ricevere scolaresche e ambasciatori, deporre corone, visitare terremotati, lanciare futili allocuzioni di fine anno, felicitarsi con pari-grado insediati in altre capitali. Per ora l’uomo della Casa Bianca è un decisore vero. Infatti gli ambasciatori di pura prosopopea li fa ricevere dal segretario di Stato.

Antonio Massimo Calderazzi

IN QUEST OF THE BENEVOLENT DICTATOR MATTEO RENZI EMULI M. PRIMO DE RIVERA

Ci siamo: nel nostro ecumene politico-giornalistico non c’è più uno che davvero creda nell’avvenire della partitocrazia. I partiti sono malati terminali, che avvenire possono avere? Nel frattempo si fanno nere le previsioni per l’economia e per la pace sociale: colpa della concorrenza globale più ancora che della pandemia. Chi si farà  illusioni su un miracolo, come nel dopoguerra del Piano Marshall?

Resta micidiale l’ammissione di Michele Salvati (un giusto, benché alto esponente del regime), fatta quasi quattordici anni fa: “Esistono problemi difficilmente trattabili in democrazia, e da questi dipendono il destino del Paese e la sfiducia che lo pervade. Ogni tanto gli scienziati sociali fanno l’ipotesi del ‘benevolent dictator‘. Ai tanti ingegneri costituzionali che si affannano al capezzale della repubblica l’arduo compito di inventare l’equivalente democratico del benevolent dictator“. Michele Salvati, deputato, accademico e opinion leader, è stato il capoprogetto del Pd”.

Tra il 1923 e il 1930 la Spagna ebbe la fortuna di un decisore benefico, il generale Miguel Primo de Rivera, quasi niente in comune col figlio José Antonio, protomartire della Falange. Nel 1958 Charles de Gaulle si fece chiamare dai francesi a demolire la Quatrième République, all’incirca scalognata quanto la Nostra. La Turchia ebbe Kemal Ataturk. La Polonia, Pilsudski. La Finlandia, Mannerheim. La Grecia, Johannes Metaxas.
Il Portogallo sarebbe imploso senza Antonio de Oliveira Salazar, che brillò da professore a Coimbra, prima tra le università  lusitane. Il problema dello Stivale è che sarà  costretto a scoprire un decisore: un uomo, persino una donna, con la stoffa del dittatore.

Errore imperdonabile, errore fatale, fu quello di Matteo Renzi. Aveva il governo, aveva l’aura del vincitore e si lasciò intimidire come un adolescente dall’accusa tremenda: solo al comando!
Avrebbe dovuto reclutare un generale, anche di una sola stella ma munito di qualche blindato. L’occasione giusta sarebbe stata, forse, la parata iper-democratica del 2 giugno: poche salve ad alzo massimo e le tribune delle eccelse autorità  si sarebbero arrese. Con esse le Grandi Forze e le Grandi Masse. Presidenti, sommi magistrati costituzionali, boiardi di Stato, governatori più le loro signore, parenti e compari sarebbero stati trasferiti in resort panoramici non lontani dall’Urbe. Alcuni veterani e imbonitori delle vittorie partigiane si sarebbero scalmanati, ma non a lungo. Li avrebbe zittiti il giubilo del popolo per la liberazione dai Proci. Solo inconveniente, il panico che avrebbe messo fisicamente a repentaglio, alla prima avvisaglia di Putsch, gli appaltatori della repubblica e le loro consorti, compagne e portaborse. Meno pericolosa sarebbe stata una cattura di somme cariche nei giardini del Quirinale. Il colpo di stato avrebbe fatto molta scena se accompagnato dal lancio di paracadutisti sull’impagabile vegetazione del verde quirinalizio, già  sabaudo e prima ancora pontificio.

Una cosa sarebbe stata certa: non sarebbe scorso il sangue. Il 25 luglio 1943 non un moschettiere o gerarca del Duce, non un manipolo di fedeli fino alla morte fece resistenza al trasferimento di Mussolini nell’albergo di mezza montagna. Andò così. Gli eredi delle terribili lotte tra Cicerone e Catilina, delle micidiali fazioni medievali, dei pugnali e dei veleni rinascimentali, restarono impassibili. E’ vero, se Renzi avesse oltraggiato la Più Bella delle Costituzioni, un tot di pensionati dell’ANPI e di intonatori di Bella Ciao sarebbe andato in montagna. Ma forse no.

Se Renzi fosse davvero fuori gioco, occorrerebbe trovare uno/una che sia ‘dictatorial timber‘. Ebbene, se per instaurare una dittatura-a-fin-di-bene bisogna saperla lunga, perché non cercare tra i top burocrati? Non si usa pensare che siano onnipotenti? Che se sono saliti così in alto, sono in gamba? Ricordiamolo: il dittatore parlamentare Giovanni Giolitti, alla pari col Predappiese il maggior governante del Novecento, si rivelò in un concorso per allievi burocrati. Antonio de Oliveira Salazar debuttò come docente di economia. Non sarebbe assurdo se un civil servant di vertice si raccordasse a un generale per salvare il Paese. Non proprio un generale qualsiasi, ma quasi. Un condottiero militare eccelso, a capo di un gruppo d’armate, non possiamo permettercelo. Del resto, quando de Gaulle si fece chiamare a sciogliere il nodo algerino e a scongiurare la débacle totale, non disponeva di un esercito: era uno statista scontento, un po’ come Renzi.
Messa così, Matteo benché avariato dovrebbe ancora aspirare a redimere lo Stivale. A diventare il decisore quasi altrettanto benefico quanto Miguel Primo de Rivera. Ricordiamoci: non è verosimile che sia la classe politica d’oggi a vincere le sfide che ci minacciano.

Emulare Primo de Rivera è il meglio che Renzi possa compiere. Primo de Rivera seppe fare le cose grosse cui i politici di Mattarella non saranno mai all’altezza. Il capitano generale della Catalogna mise fine a una guerra coloniale in Marocco che era stata sul punto di abbattere il trono di Alfonso XIII ben in anticipo del 1931. Giudicato sulle azioni realizzate e non sulle formulazioni programmatiche, de Rivera fu il miglior governante di Spagna a partire dalla guerra contro Napoleone. Il Dictador avviò la Spagna sulla via della modernità, anzi la mise al lavoro: strade ferrovie porti canali dighe elettrificazioni, persino i Paradores e i primi aeroporti. Egli inventò anche il turismo, ma l’opera più grande fu l’avvio del Welfare State, con frequenti sussidi agli ultimi, che egli prediligeva benché marchese e Grande di Spagna (infatti sarà abbattuto dalle destre, non dai seguaci laico-giacobini del catastrofico Manuel Azagna). Primo de Rivera non uccise, né incarcerò o perseguitò gli oppositori; li lasciò andare in esilio e, se erano ricchi, li multò. Governò soprattutto coll’appoggio del Partito socialista, il cui capo Francisco Largo Caballero (il futuro ‘Lenin spagnolo’ e presidente del secondo governo repubblicano) volle nel Consiglio organo di vertice. Non impose un partito di regime, e quando al settimo anno, malato, fu sfiduciato dai generali si dimise in poche ore e andò a morire a Parigi, in un albergo quasi pidocchioso (non si era abbassato a rubare).

Giudichi lui, Matteo Renzi.

Antonio Massimo Calderazzi

LA DEMOCRAZIA DEL SORTEGGIO, COME CI SALVERA’

All’inizio d’autunno alcuni personaggi della consorteria di regime hanno portato inattesa testimonianza: il rifiuto della rappresentanza elettorale è, a questo punto, la sola via di fuga dalla catastrofe di una Repubblica che speravano capace di sopravvivere al Covid, alla disoccupazione, allo spegnersi dell’economia. Beppe Grillo, autentico genio della creatività a perdere -era riuscito a far occupare dai suoi quella istituzione, il parlamento, che a fil di logica avrebbe dovuto tentare di dinamitare – ha annunciato di non credere più nella rappresentanza; occorre il sorteggio della democrazia diretta. Meno clamoroso ma forse più significativo è il fatto che Enrico Letta (Marco Tullio Cicerone lo avrebbe descritto ‘homo consularis’, cioè uno dei motori della repubblica imperiale romana) abbia teorizzato: un uomo di scienza non può prescindere dalla possibilità che il sistema della rappresentanza deperisca fino a finire. Letta non è solo un pensoso ex-presidente del Consiglio; è un accademico di rango a Parigi, direttore di una Grande Ecole; laddove da noi i gazzettieri e i megafonisti del pensiero unico usavano – un tempo, ora meno- prendere sul serio la scomunica e gli insulti del caparbio papa dell’elettoralismo Giovanni Sartori nei confronti dell’eresia del “direttismo”.

Se i Grillo e i Letta si fanno miscredenti della fede che imperversava dal 25 luglio 1943 all’arrivo della pandemia è anche in quanto non possono ignorare il grido di dolore che si leva ormai da quasi tutti gli orizzonti dell’opinionismo e del mestiere partitico: spentisi comunismo e liberismo, la nostra politica “non ha più idee”. Persino il pensiero unico non è più un’idea.

Tra il 1992 e il 1995 The Economist, il maggiore tra i settimanali politici non solo britannici, condusse quasi una campagna per proporre il passaggio, ponderato e lento, alla democrazia diretta. “Il grande balzo in avanti dell’elettronica -prevedeva il 17 giugno 1995 l’editorialista- finirà coll’impedire al sistema democratico di restare allo stadio della locomotiva a vapore. Per qualche secolo il nostro sistema ha lasciato tutte le decisioni agli eletti. Ma gli eletti hanno perso il rispetto”. Un paio d’anni prima The Economist aveva sostenuto: “Il deperimento delle ideologie lascia il campo a quell’autentico pirata e corruttore della politica moderna che è il lobbista. L’indebolimento dei partiti ideologici fa venir meno quasi tutti gli ostacoli al cambiamento. L’esempio della democrazia diretta elvetica insegna che le scelte dei cittadini comuni possono essere meditate e responsabili. E la democrazia diretta è più capace di quella rappresentativa di resistere alle lobbies, massimo tra i mali moderni del parlamentarismo. Con le lobbies il denaro dei gruppi di pressione oltrepassa il confine tra persuadere e comprare i politici. La logica dei nostri tempi non può essere l’apertura al popolo solo il giorno delle elezioni”.

Esperienza elvetica a parte, in Occidente sono fiorite numerose ipotesi di democrazia diretta. Ma chiudere le urne e abolire le assemblee elettive appare ancora una rivoluzione utopica. Non lo è: è la via obbligata, vista l’inesistenza di alternative (un tempo c’erano le dittature). Chi scrive, già numero Due della ricerca all’Ispi di Milano, è uno dei non pochi progettisti specifici che hanno riflettuto (noi a partire dal 1974) sulle vie per liberare l’Occidente dai politici, lobbisti e sindacalisti del malaugurio. Ecco la formula, concepita sulla scorta delle analisi del segmento più innovativo della ricerca internazionale. Nell’anno 2000 raccogliemmo in un opuscolo, “Il Pericle elettronico”, i risultati delle elaborazioni, proprie e altrui, compiute nel trentennio precedente.

La democrazia quasi-diretta sarà selettiva o non sarà. La sovranità non potrà passare alle multitudini sterminate degli iscritti all’anagrafe. La cittadinanza attiva (=sovrana, esercitante il potere effettivo) va ristretta alle micropercentuali imposte dalla realtà: 1% , anche meno. In un paese di 60 milioni come il nostro, 500 mila cittadini attivi, supercittadini, che si turnano continuamente per sorteggio ogni anno o semestre, fanno un corpo politico consistente ma agile. Fanno la Polis. Del resto tanti, circa mezzo milione, sono oggi gli addetti al lavoro politico ai vari livelli, dagli attacchini di manifesti e attivisti di quartiere, a quanti riescono a farsi eleggere, ai sommi dignitari dei palazzi. Solo che tali addetti non sono scelti dal sorteggio, non fanno turni annuali o semestrali. Si impongono a vita come una camorra.

La democrazia più celebrata della storia, quella di Atene e della costellazione di città che si modellavano su Atene, era ‘diretta’ in quanto si basava su una cittadinanza molto esigua: per l’intera Attica si stimano quarantamila uomini. Così a ciascun cittadino elitario, pur se semplice coltivatore della terra, spettava il diritto d’essere sorteggiato almeno una volta in vita come arconte, il diritto di fare un turno al vertice dell’Esecutivo. E tutti i cittadini veri, quelli di pieno diritto, potevano/dovevano partecipare alle istanze deliberative e giudiziarie.

Nella futura Polis liberata dai politici e dalle urne, chi sceglierebbe i supercittadini sovrani a turno? Risposta: un computer centrale controllato in via permanente dall’intera rete (addirittura mondiale) selezionerebbe i Migliori, possessori dei requisiti dovuti. Il computer sarebbe programmato per sorteggiare solo all’interno di determinate categorie e in rapporto a qualificazioni specifiche. Per esempio: lavoratori esperti, coltivatori indipendenti, artigiani con x anni di esperienza, professionisti, laureati o diplomati, imprenditori da x anni, magistrati, funzionari e altre figure legali, operatori con esperienze oggettivabili, insegnanti, operatori del volontariato da x anni, altre categorie qualificate in rapporto alla pubblica utilità; persino gli ex politici e gli ex sindacalisti. In ogni caso, i padri e madri di famiglia, come invocava Thomas Mann
un secolo fa (‘Considerazioni di un impolitico’, 1918).

A quel tempo il pontefice lubecchese aborriva il suffragio universale: “Solo superficialmente la democrazia ha a che fare col diritto di voto (…) Chi in Germania parla il linguaggio della demoretoricrazia non pensa ai difetti della plebe, alla corruzione, alla mafia dei partiti (…) In fondo si potrebbe andare avanti senza politica”. E infine: “Chi aspirasse a fare della Germania una semplice democrazia borghese la defrauderebbe di quanto ha di meglio e di più faticoso. Tedesco vuol dire abisso”.
Nel 1918 Thomas Mann non poteva sapere degli orrori dei lager e dei gulag. Non doveva nutrire complessi nel rifiutare il culturame, l’internazionalismo, i diritti dell’uomo, il radical-illuminismo, l’deologia del benessere, l’apoteosi della socialità, la sceneggiata sentimental-rivoluzionaria. Prima di andare a servizio in casa F.D. Roosevelt, Mann aveva fatto constatazioni politicamente assai scorrette: “Nel nome del popolo spadroneggia l’oligarchia. Il gran trafficare dei partiti appesta di politica la vita. Il suffragio non dovrebbe essere universale, bensì articolato secondo il merito, il grado di cultura, il livello spirituale, l’età, e anche l’avere figli. Se il parlamentarismo è ciarpame, se non si riesce ad escogitare niente di meglio, allora la politica è ciarpame”.

La selezione operata dal computer centrale di cui sopra lascerebbe fuori della Nuova Polis tutti i mancanti dei requisiti voluti: i semplici iscritti all’anagrafe, gli studenti, apprendisti e lavoratori molto giovani, le casalinghe senza figli e senza arte né parte, gli artisti improvvisati, i creativi all’ esordio. gli stilisti di moda, gli ‘intellettuali’ senza fatiche dimostrabili, gli sportivi di mestiere, quanti svolgono attività illegali; altri superflui o inutili. In una parola, la plebe che Mann detestava. Poco male: nemmeno oggi la plebe e gli inutili contano. Votano, cioè non contano. Gli elettori sono masse di pesci, molluschi e plancton che le reti dei politicanti e i fanoni del mercato rastrellano il giorno delle elezioni. La Polis dei Cinquecentomila governerà anche per conto dei semplici iscritti all’anagrafe. Per gli altri, resteranno i referendum.

I supercittadini sarebbero sorteggiati dal computer centrale a turno, p.es. un anno; una seconda e ultima nomina avverrebbe solo trascorso un quinquennio. Va reso impossibile il formarsi di un ceto di professionisti degli affari politici. I supercittadini riceverebbero via computer interattivo ogni documentazione sugli affari pubblici. Verrebbero molto modestamente retribuiti in rapporto all’entità delle prestazioni. All’interno della Polis dei Cinquecentomila il computer sorteggerebbe tutte le cariche pubbliche, cominciando dai componenti degli organi di approfondimento e definizione finale delle leggi, organi sostitutivi delle attuali assemblee elettive. All’interno dei Cinquecentomila il computer aggregherebbe un certo numero di classi, in rapporto alle qualificazioni richieste. Nella classe inferiore sarebbero p.es. i membri pro tempore delle amministrazioni locali e degli organismi minori. Nella classe più alta verrebbero sorteggiate persone di qualifiche ed esperienze eccezionali, per un turno da ministro o da titolare di funzioni di vertice. I ministri e altri membri della categoria massima servirebbero a turno come capi del governo centrale.
L’attuale capo dello Stato, espresso dagli accordi e dagli interessi dei partiti, sarebbe sostituito per sorteggio, a turni annuali, da uno dei supercittadini in possesso dei requisiti più opportuni. Tassativamente costui non siederà al Quirinale, bensì in una palazzina senza fasto e senza corazzieri, palafrenieri, cortigiani e lacché. Sarà il primo dei presidenti repubblicani del settantennio a meritare rispetto.

Una delle tante obiezioni alla democrazia diretta intesa in senso tradizionale – non
nel senso selettivo di cui sopra- è che, eliminati assieme alle urne i professionisti della politica, diverrà troppo potente la fascia alta della burocrazia. Risposta: intanto parte dei supercittadini avranno preparazione ed esperienze pari, magari superiori, a quelle degli alti burocrati. In ogni caso occorrerà destituire, espropriare dei beni e chiudere in campi di rieducazione i burocrati che tenteranno di plagiare i supercittadini. Nell’ambito della rivoluzione giuridica che dovrà ridurre a livelli modesti le possibilità di ricorsi, ostruzionismi, sabotaggi operativi, contestazioni, scioperi e conflitti, non sarà difficile ridurre all’impotenza i nemici della democrazia dei sorteggiati.

Nulla di tutto ciò sarà fatto dalla classe politica che abbiamo. Dovrà sorgere un Distruttore/Ricostruttore che abbatta le Istituzioni e la loro grottesca Carta. Oggi il congegno delle urne e dei partiti domina intero l’Occidente. Appare imperituro. Ma nel passato anche il socialismo reale (il comunismo al potere) e il gioco dei partiti ideologici e dei sindacati di controllo sembravano intramontabili. Invece sono collassati, più o meno di colpo. Potrebbero restare immutabili congegni sempre meno efficienti, sempre più obsoleti, come la delega elettorale e le consorterie dei Proci?

L’assetto che abbiamo sperimentato dal 1945 non merita di sopravvivere. Occorrerà quel magistrato straordinario, a tempo, che la Roma repubblicana antica, prima delle guerre di fazione, chiamava ‘Dictator’.

Oggi il Pensiero Unico dice no, dunque il Dictator serve davvero.
Alla fine del 2007 ci fu una riflessione perforante di Michele Salvati: un editoriale del Corriere della Sera intitolato ‘L’illusione del dittatore’ (il titolo attestava che l’aspirazione era diffusa). Il deputato e accademico rifletteva: “Esistono problemi difficilmente trattabili in democrazia, e proprio da questi dipendono il declino del Paese e la sfiducia che lo pervade (…) Ogni tanto gli scienziati sociali fanno l’ipotesi del ‘benevolent dictator’. Occorrono misure ispirate a imperativi di legalità, efficienza, concorrenza, merito; un’impresa impopolare e di lunga lena, due caratteri che rendono l’impresa difficile in ogni democrazia, perché i voti arrivano se si assecondano gli interessi e le mentalità prevalenti (…). La conclusione di Salvati: “Ai tanti ingegneri costituzionali che si affannano al capezzale della seconda repubblica l’arduo compito di inventare un equivalente democratico del ‘benevolent dictator'”.
Dette dal maggiore politologo del Partito democratico, anzi dal suo progettista concettuale, sono verità aspre, durezze salutari, vaticini di un futuro già cominciato. Ne dette la prova ‘a contrario’ un esilarante numero di ‘Liberazione’ (23 dicembre ’07) largamente dedicato a maledire Salvati.

Un dittatore benevolo modellerà (gestirà all’inizio) la repubblica del sorteggio, senza le urne vecchi utensili dei politici. La storia ha conosciuto non pochi reggitori-a-fin-di-bene. Tali furono molti dei tiranni che nel mondo greco liquidarono gli assetti aristocratico-oligarchici spianando la strada, almeno nell’assetto ateniese, alla democrazia diretta (nella cui fase migliore Pericle fu di fatto il ‘benevolent dictator’). Il più recente dittatore indispensabile fu, nella Spagna 1923-30, Miguel Primo de Rivera, definito bonario anche dagli storici di sinistra.
A lui, come a Bismarck in Germania, si dovettero in Spagna i passi iniziali del Welfare State. In più, il Dictador chiuse la rovinosa guerra in Marocco e avviò nel concreto la modernizzazione: strade, ferrovie, telefoni, industrie pubbliche e, soprattutto, quegli aiuti ai poveri di cui la repubblica sinistrista di Manuel Azagna fu perfettamente incapace (ad Azagna premeva la laicità e l’alfabetizzazione). Infatti il dittatore ottenne la piena collaborazione dei sindacati di Francisco Largo Caballero, il futuro ‘Lenin spagnolo’ e il capo di uno dei governi repubblicani. Primo de Rivera non impose un vero partito di regime, non liquidò fisicamente né incarcerò gli oppositori. Li lasciò emigrare o, secondo quanto reddito avevano, li multò. Appena gli eccessi della spesa pubblica e la Depressione del ’29 misero in difficoltà il suo potere, nel giro di ore si dimise e andò a morire a Parigi. Resuscitasse, però nello Stivale!

Antonio Massimo Calderazzi

FRAGA IRIBARNE MANCO’ ALLA PROMESSA DI AVVICINARE L’UTOPIA

Appariva seppellita, la “teoria del Capo” (in dottrina si chiamava così). La leadership d’oggi sembrava accertata come tipica funzione collettiva, dei circoli dirigenti nel loro assieme, più o meno ordinati in gerarchia. Magari è proprio così. Ma funzionano così male i congegni della collegialità oligarchica che occorrerà spuntarcela con lo sforzo verso la democrazia semidiretta, in forme spregiudicate. E poiché da sola tale democrazia sarebbe fragile, bisognerà valorizzare il ruolo del Capo, del monarca non ereditario. Del comandante della nave.

In teoria è vano scrutare l’orizzonte per attendere l’Unto del Signore. In teoria, è il più irrazionale degli Avventi. Ma così sgradevole, la democrazia partitico-professionale, non se l’immaginavano nemmeno le tante generazioni di odiatori della rappresentanza, del parlamentarismo. Sgradevole perché scosciata e inetta, turpe ma neghittosa e quasi sempre depressa, Passi che è tanto poco armoniosa. Ma così inefficiente e corrotta, perché? La democrazia degli uguali dovrebbe essere trionfo del senso comune. Dovrà contentarsi di così poco e così scadente, il senso comune?

Allora non faceva lirica F.T. Marinetti, bensì predicava un saggezza superiore, quando respingeva tutti insieme i secoli del demo-liberalismo, delle novene costituzionali, dell’afflato delle urne. Dopo millenni di dominio dei vecchi alla guida di tribù e di regni, Filippo Tommaso proponeva: ” Invece di un Parlamento di oratori incompetenti e di dotti invalidi, ‘moderato’ da un Senato inutile, avremo un governo di 20 tecnici, non moderato bensì eccitato da una schiera di giovani non ancora trentenni”. Pensava a giovani diversi, si sa; avesse immaginato questi nostri vecchissimi contestatori gauchisti d’oggi, si sarebbe rassegnato al suo ‘Senato di moribondi, moderatore delle 508 incompetenze di Montecitorio’. Scriveva ancora: “Le Assemblee degli eletti non sono quelle indomite cavalle che la retorica dei nostri padri (dei nostri bisnonni- N.d.r.) amava immaginarsi. Fanno un po’ di chiasso, si abbandonano ai tumulti tanto da far strillare agli strilloni dei giornali, ma poi, quando si tratta di far sul serio, sistematicamente si addormentano”.

Neanche i tumulti fanno più, le nostre legislature. Un’infingardaggine fino allo stremo. Un interminabile corteggio di silenzi complici, assordanti, deafening come tutti i silenzi senza costrutto. A compenso di tanto nullismo centomila riunioni, vertici e tavoli all’anno: esecutivi, direttivi, comitati, tavole rotonde, panels, conferenze stampa, consulenti, esperti, capicorrente, capi relatori. L’apoteosi dei tangheri. E’ un po’ tutto Italia, l’Occidente del 2020. Tedioso, sconclusionato, egemonizzato dalle mezze calzette, fondatori di un’Europa gassosa. A dissestare la nostra ed altre repubbliche, basta una lega tra sindacati, manager di imprese morenti e politicanti ladri delle ‘forze che si ispirano agli ideali della Resistenza’. E’ da 25 e più secoli che l’Occidente tenta di far funzionare la democrazia dei maggiorenti: in questo Atene ‘coronata di viole’ non era molto meglio della Terza, Quarta o Quinta repubblica di Francia. Di Draconi non ce ne fu che uno, e non durò abbastanza.

Siamo qui, a Roma come a Glasgow, all’Aja e a New York, vuoti di convinzioni e di impulsi, posseduti da un cinismo e da uno sfinimento tali che fra un tot -questo sentiamo come una legge della natura e della vita- torneremo alle passioni, ai progetti e alle chimere. L’Occidente condannato dalle radiografie e dagli esami istologici, l’Occidente che si sapeva estenuato, si scoprirà vitale, malato solo di troppe tossine e troppo decubito. Infatti l’Europa non si unisce, la Gran Bretagna affonda nella senescenza, gli Usa si svenano per difendersi da nemici immaginati solo dal Pentagono e dai think tanks delle industrie belliche. La Cina va per la sua strada: niente sentimentalismi, niente fideismi, scherno per le convenzioni, per le buone maniere e per i ‘diritti’. Da noi abbiamo un congegno politico che di solito è il governo dei peggiori: compresi, lo scorso secolo, i comunisti che, comicamente, si credevano diversi. Le volte che la Repubblica nata dalla Resistenza non è malgoverno, è merito di impolitici e di ‘grands commis’, sempre che non rubino e sappiano il loro mestiere. I politici della partitocrazia non sono che appaltatori di chiacchiere e avvocaticchi. Peggio di loro ci sono solo gli opinionisti che esaltano la ‘più bella delle Costituzioni’: un giorno applaudiranno ai cestinatori della ‘Più Bella’.

Forse l’insurrezione contro gli usurpatori sarà un fatto spontaneo, corale. Forse invece verrà un Ulisse sterminatore dei Proci. O un Dracone giustiziere. Meglio se sarà un maestro e un condottiero, un Maometto o un Lutero, capace di mobilitare i cuori e le coscienze, non solo di mettere a punto dottrine politiche. I fossi del mondo sono colmi di politologi ed essi hanno da darci solo la loro sapienza di malaugurio: che viviamo un tempo di disgusti. Poveri diavoli, i politologi, non è colpa loro se il giro intero dell’orizzonte è quali i popoli non lo vorrebbero. Il capitalismo e la democrazia si macerano nella palude. Dal Terzo Mondo sventurato e senza un barlume di creatività politica, non viene un’idea. E’ la realtà che i politologi descrivono. Un’altra e migliore non sanno nemmeno desiderarla. Il più moderno e immaginoso tra loro non andrà oltre il rispetto per la contestazione trasgressiva; non oltre la demolizione dell’etica antica, quella che ancora vale o comunque è cara ai popoli. I politologi consegnano il futuro ai terroristi, ai demagoghi del consenso, agli Spartachi ribelli. Alle maniere vecchie di pensare il futuro. Non avendo la forza per sognare il Nuovo Ordine, legittimano il Non-Ordine. Non ammettendo il pensiero politico come profezia e come visione, i politologi annunciano un futuro il quale non è che il passato impoverito della storia.

Il tumore dell’Occidente è di credere in valori senili, e lo fa per cinismo. Dal cinismo deriva sul piano civile di lasciarsi governare dai peggiori, dalla partitocrazia, dalla prepotenza sindacale, dagli evasori fiscali, dai rivenditori dell’impostura: sull’intesa che nessuno dei decisori vorrà o saprà cambiare le cose. Se il cambiamento ci fosse, nessun prezzo sarebbe troppo alto. I vecchi padroni della società hanno fatto posto a tavola per i professionisti delle urne. Il regno del privilegio resta, perenne come il bronzo. Peraltro certi paesi sono meno ammalati degli altri. La Francia trovò un Capo che assestò colpi di clava sul partitismo: è tutta qui la differenza tra la repubblica di de Gaulle e la Quarta: il Parlamento, com’è giusto, conta quasi niente. E’ stato ridimensionato alle sue mansioni naturali: ua camera di registrazione, una sede di obiezioni e di sofismi, quasi una Onu casalinga o screditata. Tutto ciò ha colpito sodo su notabili e su capicorrente.

Il Dracone o il Lutero che attendiamo dovrà essere, oltre che signore dell’azione, anche maestro e guida spirituale. Dovrà ispirare aneliti, suscitare visioni: questo fecero Maometto e Lutero, non i tanti dittatori della storia . Dovrà far lievitare idee attorno a lui. In Spagna sembrò levarsi uno statista con le risorse culturali, il carisma e il nerbo per deviare la corrente: Manuel Fraga Iribarne, l’uomo che aveva forzato da ministro il regime franchista a cambiare. Pervenne ad essere considerato, soprattutto all’estero, credibile successore del Caudillo, erede del potere senza far scorrere il sangue e senza riempire le carceri di oppositori. Apparve idoneo a creare un modello politico nuovo. In Fraga la sapienza specifica del cattedratico aveva il supporto di una natura imperiosa e di una prontezza selvatica all’azione. Un uomo così sembrava fatto di una delle leghe più rare: la lega tra il filosofo, il capo e l’ingegnere sociale. Chiudeva spesso i suoi ragionamenti con “Y Dios con todos“. Alcuni tratti del suo progetto erano avvincenti: la cogestione dell’impresa, quale momento del passaggio dal sistema delle élites alla partecipazione e ‘perché non suonino le trombe di Gerico’. La rigenerazione del capitalismo (‘la Borsa non ha saputo sostituirsi al Santo Graal’). L’integrazione dei ceti per fondere la dos ciudades‘ e far avanzare l’uguaglianza. La riscoperta della carità, perché ‘c’è più senso della realtà nel Discorso delle Beatitudini che in tutti gli scritti di Lenin, come purtroppo sa chi è povero in Urss’. Il riscatto della mansuetudine contro la truce grandezza dei Conquistadores. L’invocazione di un cristianesimo più puro, in un paese come la Spagna ‘dove tanti peccati si perdonarono alla Chiesa storica’. La severità contro la violenza rivoluzionaria, tollerata per vigliaccheria dai borghesi di mala coscienza. L’esaltazione del lavoro contro l’eroismo ‘inutile’ del matador e contro la maschia ferocia della guerra civile. L’ottimismo di cambiare in meglio la Spagna, ‘non in quanto nazione (il nazionalismo è morto), ma in quanto parte dell’Occidente dove l’immobilismo imprigiona tutti noi’.

Manuel Fraga Iribarne prometteva di avvicinare l’utopia. Di chiudere sì a doppia mandata il sepolcro del Cid, come invocò Joaquin Costa. Ma anche di tener viva la tensione morale ‘che fu la chiave della nostra grandezza, miseria e anche follia’. Dalla ‘altra Spagna’ di Lope de Vega, di Calderon de la Barca e di Fraga Iribarne l’Occidente si attendeva la trasfigurazione nelle opere dell’eroico quotidiano e nell’euforia della liberazione. Fraga aveva scritto: “A Jerez de la Frontera, nel tempo imperiale di Carlo V, gli uomini non avevano da mangiare. Si mangiarono, letteralmente, tra loro”. Ma quando arrivò il momento Fraga mancò alla promessa di rigenerare. Fondò un partito come gli altri. L’uomo dell’esplorazione del futuro si fece sedurre dalla Tradizione liberal-costituzionale e monarchica della Derecha, dalle eleganze concettuali della Restaurazione di Canovas del Castillo e di Sagasta. Avrebbe dovuto tentare di liberare dalla Vecchia Politica quello che fu un grande paese. Invece mise insieme un partito degli imprenditori e delle duchesse. Dai vaticinii e dai presagi di Fraga l’Occidente aveva il diritto di attendere l’esperimento del Buongoverno senza le frodi delle urne, senza le lebbre della demoplutocrazia.

Antonio Massimo Calderazzi

AI POPOLI I GRANDI STATISTI PORTARONO SCIAGURE (MANNERHEIM UN PO’ MENO)

Questo è un compianto per le nazioni che furono governate da grandi uomini (a volte però i grandi uomini non erano molto potenti, non ebbero modo di compiere abbastanza crimini: per esempio quanti morti, mutilati, vedove e orfani fece Camillo Benso di Cavour con la sua Crimea e con le campagne estive tra Ticino e Mincio?) Ci sono dunque due-tre genìe di grandi uomini. Quelli davvero micidiali, autentici macellai di popoli, dominarono vasti imperi, e li coprirono di abbastanza glorie da distruggerli; si veda Hitler. A cavallo tra i secoli XVIII e XIX operatore insuperato di sciagure fu Napoleone. Il suo effimero impero fu soprattutto battaglie, cioè stragi. Quanto più clemente sarebbe stata la storia di Francia e d’Europa se il Corso e il suo clan isolano di parenti non si fossero immaginati dinasti da soppiantare Capetingi, Valois, Borboni e Orleans?

Tacendo dunque sui malfattori supremi, sui Satana che fecero le due guerre mondiali (non solo gli ovvi imperatori e i loro consiglieri e marescialli; ci furono purtroppo i farabutti espressi dal basso, dalle urne e dalle cloache parlamentari). Nel campo occidentale i peggiori operatori del male furono, tra il 1914 e il 1919, i francesi Raymond Poincaré e Georges Clemenceau. Il primo volle fortissimamente le ecatombi, per abbietto revanscismo; il secondo allungò deliberatamente la strage (nel momento che Berlino e Vienna andavano rassegnandosi a non vincere, Clemenceau proclamò che rifiutava la pace se essa non portava la Victoire). Ai due francesi si allineò Woodrow Wilson, campione delle nobili cause ma primo artefice dell’eccidio che riprese nel 1939. Mai Hitler avrebbe trionfato in Germania se Wilson e Clemenceau non avessero tramato il trattato di Versailles. Non avremmo avuto la seconda guerra mondiale.

Non potrebbe suscitare più orrore la gloria che si usa tributare a Winston S. Churchill. Sul pianeta non c’è manuale della scuola dell’obbligo, non c’è racconto d’intrattenimento, non c’è agiografia, non c’è telefilm che non incoroni l’antico condottiero dell’impresa dei Dardanelli: il Leone del rifiuto al Reich. Eppure la realtà è inesorabile: a valle dell’opera di Churchill il primato mondiale della Gran Bretagna e il suo impero smisurato si spensero. Sopravvivono i difetti e i limiti dei britannici: nostalgia della grandezza e mania delle tradizioni.
E’ certo che il Führer tentò in più modi di raggiungere un compromesso con Londra. E’ verosimile che il conflitto tra Berlino e Londra si sarebbe fermato se il Churchill ultrabellicista non si fosse considerato l’incarnazione dell’onore e della maestà della Gran Bretagna. L’onore fu salvato (soprattutto per gli apporti colossali di Unione Sovietica e Stati Uniti), il primato imperiale no. L’intransigenza di Churchill cancellò quasi tutto. Restò, odiosa, l’aureola dell’accanimento guerrafondaio.

Diverso sarebbe il discorso su Churchill se davvero egli fosse venuto a sapere con certezza, e per tempo, dell’Olocausto e degli altri orrori dei campi di sterminio. In tal caso Churchill meriterebbe una parte di tanta gloria. Invece, per quel che sappiamo, non possiamo che concludere: nell’estate 1940 lo Hitler trionfatore a occidente e volto a gettarsi sull’Urss si sarebbe contentato, per allontanare il calice velenoso del conflitto coll’intero pianeta anglosassone, di un paio di colonie ex germaniche. Per quel che sappiamo, Winston Churchill non si votò ad esigere la guerra per l’imperativo morale di fermare il Male. Lo fece perché la Germania si era eretta a sfidante del mondo demoplutocratico, in particolare perché col Giappone minacciava l’Impero britannico.
Churchill, discendente del più celebrato tra i generali britannici del passato, il duca di Marlborough, portò agli estremi la logica del bellicismo, o dell’intransigenza. Il suo fondamentalismo patriottico fu micidiale per l’impero e per la grandezza.

Pochi altri statisti costarono ai propri popoli quanto il Nostro. Tuttavia è sostenibile che altrettanto danno fece alla Francia il corteggio di governanti guerrafondai del Novecento, escluso De Gaulle. Il corteggio: Raymond Poincaré (nel 1914 coronò il proprio sogno di una guerra atroce per recuperare una regione e mezza perduta per l’insipiente bellicismo della Parigi del 1870); Georges Clemenceau (nel 1917 allungò di un anno il conflitto mondiale, laddove Berlino e Vienna erano sul punto di accettare la fine delle proprie ambizioni del 1914. Nel 1919 Clemenceau fu, col maresciallo Foch, il più oltranzista dei fautori della vendetta antitedesca, vendetta che consegnerà la Germania a Hitler. Chiudono il corteggio gli scervellati governanti parigini che nel 1939 valutarono di dover seguire Londra in una guerra al Terzo Reich che in pochi mesi azzererà la Francia.

Due statisti statunitensi furono divinizzati per aver fondato l’impero degli USA grazie a due grandi conflitti. Sono tuttora esaltati dall’ecumene planetario dei progressisti per avere, l’uno nel 1912 l’altro nel 1932, sgominato in patria i repubblicani biechi conservatori e ciechi isolazionisti. Ma il Vietnam, più altre imprese post-colonialistiche, più i cronici tumulti neri, hanno dimostrato che l’Impero americano è nato Basso, cioè condannato a finire.

Esiste una vasta letteratura in merito all’assenza di motivazioni umanitarie nell’azione del Premier britannico. Risulta sicuro che volle abbattere il Reich da ben prima che l’infallibile Intelligence britannica informasse i vertici del governo sull’avvio dei crudeli programmi nazisti. Le atrocità finali non cominciarono prima che Hitler occupasse le regioni polacche assegnategli dall’accordo con Stalin, Una parte della letteratura storica verte in particolare sul cosiddetto “silenzio degli Alleati” su sterminio degli ebrei e altri grandi crimini nazisti. Silenzio che cessò solo nel 1945, quando i Lager di Hitler furono occupati dagli alleati, soprattutto dall’Armata rossa, un buon dieci anni che a Londra Churchill si mettesse a capo del partito della guerra. Tra altre congetture c’è che la propaganda alleata -inglese in particolare- intese non incorrere nelle deformazioni nella Grande Guerra a proposito dei cosiddetti crimini germanici in Belgio e in Francia.

Non necessita di altre parole il bellicismo degli altri ‘Grandi’ del Novecento: Hitler, Stalin, Mussolini, i capi del Sol Levante, Mao Tse Tung, Chang Kai Shek, e degli altri protagonisti di ogni altra guerra o rivoluzione del secolo XX e del primo ventennio del Duemila. P.es., quanto costò ai cinesi la gloria -pur maculata dalla dura carnevalata della Rivoluzione Culturale- di Mao Tse Tung? Quest’ultima domanda vale anche per Ho Chi Min, padre del moderno Vietnam, il cui insegnamento generò il trionfo sui ciclopici USA.

Questo per i fini di Londra e Berlino, i due antichi egemoni della scena europea (la Francia finita). Alla ricerca di uno statista che non abbia fatto troppo male al proprio paese, meglio andare (con circospezione) in Finlandia. La nazione dei lamenti sinfonici di Jan Sibelius ha avuto la sua parte di combattimenti, più o meno epici. Ma sotto il maresciallo Gustav Mannerheim poteva andarle peggio. Mannerheim, nobile di ceppo svedese o meglio svevo-tedesco, capeggiò il passaggio all’indipendenza al crollo dell’impero zarista (gli zar erano granduchi di Finlandia).

Un gruppo di fautori tentò di fare Mannerheim ‘Re in Helsinki’; il Nostro, che era stato il massimo generale della cavalleria russa, si contentò d’essere Reggente tra il dicembre 1918 e il luglio 1919. Senza successo provò a realizzare una ‘fusione militare’ con la Svezia. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre Mannerheim avversò la fazione finnica dei bolscevichi: senza legarsi troppo ai Bianchi russi (i quali negavano l’accesso all’indipendenza dell’ex granducato). Mannerheim, già reggente, mantenne di fatto, con qualche parentesi, il potere. Coagulò attorno a sé le forze di destra; mai si proclamò dittatore; promosse lo sviluppo economico e una modernizzazione che avvicinerà la Finlandia ai livelli scandinavi.

Quando nel 1939 l’Urss mosse la ‘guerra d’inverno’ per togliere territori all’ex-granducato soprattutto in Carelia, Mannerheim comandò il suo piccolo esercito con risultati che suscitarono vasta ammirazione: per un po’ Londra e Parigi giocarono a studiare un intervento armato contro i sovietici. Quando però la disfatta finnica apparve ineluttabile, il maresciallo non si ostinò: chiese l’armistizio. Riprese le armi contro Mosca quando il Reich invase l’Urss; peraltro non integrò le sue poche divisioni nella possente macchina della Wehrmacht. E’ molto noto che quando il maresciallo compì 75anni, il Führer si presentò in persona, col suo stato maggiore, al quartier generale finnico, il finlandese gli fece fare anticamera per due intere ore. Poi declinò la richiesta che stava a cuore a Hitler: che le forze di Mannerheim affiancassero la Wehrmacht nello sforzo per conquistare Leningrado. Nel 1945 la disfatta germanica non travolse il maresciallo: le condizioni di pace di Mosca furono relativamente benigne. Nel tardo 1945 Mannerheim fece come il collega Badoglio: volse le armi contro i tedeschi che si ritiravano verso Nord. Fu la terza ‘piccola’ guerra (denominata ‘di Lapponia’) di Mannerheim. Divenuto nel frattempo presidente ufficiale della repubblica, il maresciallo accolse nel suo governo un ministro comunista, così sanzionando una lunga, dignitosa sottomissione a Mosca. Poco dopo (marzo 1946) Mannerheim si dimise per motivi di salute.
Morì nel 1951: per la Finlandia aveva più volte perseguito il male minore.

Antonio Massimo Calderazzi

 

USA: TITANI FILANTROPI E NANI DEL MALAFFARE

Che lo spirito dell’America appartenga ai ‘common men‘ è un articolo di fede di non pochi parolieri di Broadway e di Tin Pan Alley.
Nel 1942 un grande musicista, Aaron Copland, compose una ‘Fanfare for the Common Man‘ che è una delle creazioni più amate dal paese dei miti, diciamo così, realizzati. Tuttavia non furono propriamente ‘common‘ i pionieri e i fuorilegge della Frontiera: né lo furono i titani del denaro che verso la fine dell’Ottocento dominarono l’esplosione industriale.
Alcuni di essi furono non solo ‘poco comuni’, ma anche straordinariamente dissimili dai loro pari d’Europa e di altri continenti. Parliamo di una specie umana tra le più rare al mondo: quella dei filantropi estremi, sorta autoctona nel bizzarro reame degli ultraricchi a stelle e strisce.

John Davison Rockefeller fu mandato a ventunanni nei campi petroliferi della Pennsylvania a capire se avevano un potenziale commerciale.
Fino a quel momento il grezzo veniva imbottigliato in flaconi con la scritta ‘Genuine Petroleum‘, e vantava di curare un certo numero di patologie.
Nel 1859 cominciò a essere distillato in kerosene, e si aprì l’era degli idrocarburi. Il giovane di cui trattiamo tenne per sè l’intuizione del futuro, visto che presto avviò una piccola raffineria a Cleveland nell’Ohio.
A trent’anni creò la Standard Oil Co. of Ohio, comprò altre 25 raffinerie e un triennio dopo risultò dominare tutto il settore americano della raffinazione, carri cisterna e oleodotti compresi. Il Nostro fu probabilmente primo tra i ricchissimi a decidere, verso i sessanta, che tanto ben di Dio andava condiviso. Alla fondazione che istituì col proprio nome assegnò 530 milioni di dollari per la ricerca medica.

Andrew Carnegie, altro uncommon man, cominciò dal niente e quando fu miliardario prese ad assegnare fondi giganteschi a università, ospedali, parchi pubblici, auditorii e a tremila biblioteche. Alla moglie e ad una figlia che gli sopravvissero lasciò relativamente poco: considerava sbagliato arricchire troppo la famiglia. Si fece molti nemici e detrattori, ma il suo disdegno verso la ricchezza ereditata era genuino, e naturalmente non era condiviso.

Gli eredi dei titani del business misero ogni impegno nell’ostentazione.
Per esempio decisero di far nascere un luogo esclusivo per i loro soggiorni estivi sull’Atlantico. A Newport, Rhode Island, si aggregarono residenze sontuose modellate su quelle della massima nobiltà. Il curioso è che si compiacevano di chiamare le loro Versailles con nomi alla mano, graziosi e non altisonanti, come ‘cottages‘.

Quella dei Vanderbilt risaliva a un fondatore, primo nome Cornelius, il quale aveva cominciato come capitano di un traghetto che collegava Manhattan a New Brunswick.
Pervenne a possedere una flotta di mercantili e di transatlantici, alcune ferrovie ed altro. Dette il suo nome ad una università a Nashville, Tenn., ed ebbe la fortuna di un figlio fattivo che seppe raddoppiare i soldi ereditati.
Il cottage di Newport era ornato di arredi che costarono il quadruplo rispetto all’edificio. Ricevette la visita di un cognato dello Zar di Russia, il quale dichiarò di non aver mai visto tanto lusso. Ad un certo pranzo gli invitati furono esortati a servirsi da un vassoio di rubini, diamanti e zaffiri. Nei bui sweat-shops (opifici tessili) di New York lavoravano alle prime macchine da cucire, sedici ore di fila, ragazzini pagati $1,20 al giorno.
Non prima del 1914 la paga media delle fabbriche raggiunse i $2,40 al giorno (ma presto Henry Ford quadruplicò, perché le maestranze potessero comprarsi la T Model). Per non parlare del milione di contadini irlandesi che la ‘potato famine‘ aveva ucciso nel triennio 1845-48.

John Pierpont Morgan imperatore di Wall Street aveva una faccia feroce, dominata da un muso da caimano. Invece aveva studiato a Goettingen, fu un raffinato intenditore, riempì la Morgan Library a un angolo di Madison Av. di opere d’arte, libri e manoscritti antichi di gran valore.
Possedette o controllò fortune così gigantesche da poter rilevare i beni di Andrew Carnegie re dell’acciaio e far nascere la U.S. Steel, massima tra le corporations siderurgiche del mondo. Finanziò Stati sovrani impegnati in guerre o in smisurate opere di pace, nutrì milioni di profughi.
Soprattutto resse la finanza americana con i fondi e il prestigio del governatore di Banca Centrale che gli USA non avevano. Più di una volta intervenne col denaro proprio e con quello delle banche che gli obbedivano per scongiurare crolli rovinosi. Da solo salvò il credito della città di New York, minacciato dalle banche londinesi.
Con un colpo di audacia straordinaria salvò la riserva aurea del U.S. Treasury emettendo bonds per 65 milioni di dollari. Solo il presidente Theodore Roosevelt, arcinemico dei trust e di quelli che chiamava i malfattori della ricchezza, ebbe il coraggio e i mezzi costituzionali per abbattere un monopolio che J.P. aveva organizzato su tutti i trasporti tra i Grandi Laghi e il Pacifico.

Nel secolo XIX gli Stati Uniti conobbero crisi, anche sociali, e dure fasi recessive: ma la bonanza durò per ventinove anni nel Novecento. Un segnale premonitore venne nel 1928, quando il presidente Cavin Coolidge annunciò che non si sarebbe candidato per la rielezione. Si intuì che incombevano tempi neri. Era stato vicepresidente di Warren Gamaliel Harding, non però implicato nelle malefatte di vari personaggi di quest’ultimo.
Quando Harding morì, la notizia raggiunse il vicepresidente che si trovava nella casa paterna, nel Vermont. Il genitore era un ‘notary public‘, così fu lui che raccolse il giuramento del figlio di ‘proteggere e difendere la Costituzione degli Stati Uniti’. Il figlio era arrivato così in alto perchè era piaciuta la sua ‘dottrina’ da governatore del Massachusetts in merito a un’agitazione sindacale dei poliziotti di Boston: “Il diritto di mettere a repentaglio la sicurezza non spetta a nessuno, mai, in nessun luogo”. Gli americani amarono questo presidente così tranquillizzante, dopo i passaggi sgradevoli della presidenza Harding.

L’America aveva scelto Warren Gamaliel Harding nel 1920, dopo gli otto anni nervosi, e anche luttuosi di Woodrow Wilson, il precursore dell’impero planetario di F.D. Roosevelt. Warren G. non aveva particolari qualificazioni politiche, ma il suo era il look dello statista ‘normale’ e non esagitato o messianico come Wilson. Il regno di Harding fu più o meno discusso quanto quello di Grant, che la storia ricorda sia come comandante supremo unionista nella Guerra di secessione, sia come capo di un’amministrazione inquinata dai fatti corruttivi. Un ministro e altri dignitari di Harding saccheggiarono il denaro pubblico eludendo a lungo i sospetti della gente. Un amico del presidente fece due anni di carcere. Un suo Attorney General dovette distruggere le proprie carte bancarie al momento d’essere processato. Il Segretario all’Interno si fece pagare per dar via parte della riserva di petrolio del governo federale. Il capo del FBI si prese un sostituto che era stato condannato per omicidio. La figlia di un ex presidente definì in termini blandi Warren Gamaliel Harding: ‘Non è cattivo, è solo inetto’. Insomma il congegno istituzionale degli Stati Uniti non fu sempre esemplare come predica l’atlantismo demoplutocratico.

Antonio Massimo Calderazzi

UNA VOLTA ALLA CASA BIANCA IL GRANDE GRANT LA DETTE VINTA AL MALAFFARE

Riflettendo sui due mandati compiuti da presidente degli Stati Uniti (1868-76) Ulysses S. Grant, supremo comandante di quell’esercito nordista che vinse la Guerra di Secessione, confessò che agli inizi ignorava tutto del mestiere di governare. Immaginò che gli elettori lo avessero votato in quanto uno che aveva trionfato in un conflitto così aspro (620 mila caduti) era affidabile come gestore della cosa pubblica. E invece Ulysses S. Grant non risultò molto meritevole del pregiudizio benigno.
Per cominciare, gli storici Ernest R.May di Harvard e John W. Caughey di UCLA scrissero che alla Casa Bianca il generale si fece catturare dalla mala logica dello ‘spoils system’: “Si circondò di amici, parenti e professionisti della bassa politica (a parte Hamilton Fish, un segretario di Stato di prim’ordine). Gli bastò che i collaboratori lo ubbidissero alla lettera come facevano gli ufficiali durante la guerra, mentre era chiaro che non pochi della sua Amministrazione agivano male”.

A sette mesi dall’insediamento, un suo cognato aiutò due finanzieri senza scrupoli, Jay Gould e James Fiske, a fare insider trading in grande. Quando se ne rese conto il presidente reagì, ma il male era fatto e un Black Friday restò come una macchia. Anche perchè in quei giorni un’inchiesta del New York Times mise a nudo la corruzione nelle autorità di New York City: con altri malfattori di Tammany Hall il boss William Marcy Tweed “sifonò 200 milioni di dollari dal Tesoro municipale” (a quell’epoca la terra nel West si poteva comprare a 1,5 dollari l’acro- n.d.r.). Qualche tempo dopo (1870) i magnati del business ricorsero a Grant perché scongiurasse un verdetto della Corte Suprema pregiudizievole per certe loro operazioni; il generale presidente li accontentò nominando due nuovi giudici supremi, due grossi avvocati delle onnipotenti ferrovie. ‘Packing the Court’ si chiama così la dubbia consuetudine della Casa Bianca di fare infornate di amici nel sommo palladio della democrazia. Nei suoi quattro mandati il patrizio Franklin Delano Roosevelt si avvalse largamente della singolare prerogativa di ‘equipaggiare’ la massima magistratura.
Non ci fosse stata la prerogativa, il New Deal avrebbe fatto ben poca strada.

Grant non esitò a tentare di annettere la Repubblica Dominicana utilizzando per il negoziato un suo emissario, dunque ignorando il prestigioso segretario di Stato. Invece Hamilton Fish riuscì a trattenere il marziale presidente dall’anticipare di vari anni la guerra con la Spagna (la quale verrà nel 1898). Gli spagnoli avevano catturato la nave corsara ‘Virginius’ fucilando 53 pirati, alcuni dei quali americani di cittadinanza.
Il signorile Hamilton Fish si contentò di un indennizzo ( 80 mila dollari) a favore di vedove e orfani dei fucilati. Invece il generale presidente ce la fece ad ottenere una specie di diritto d’opzione sulle isole Hawaii: non sarebbero mai state cedute ad altra potenza.
Altri scandali: personaggi dell’Esecutivo e del Congresso si compromisero col Crédit Mobilier, chief contractor per la Union Pacific Railroad, nonché con distillatori clandestini di whiskey che avevano frodato il Fisco per milioni di dollari. E nel 1876 il Segretario alla Guerra accettò tangenti per assegnare un ‘trading post’ in territorio indiano controllato dal’Esercito. Nel giudizio degli storici succitati, l’unico merito della tarda presidenza Grant fu che ridusse le prepotenze dell’occupazione militare nel Sud sconfitto: soprusi ai danni dei bianchi umiliati.

Messa così, va detto che un secolo fa l’istituzione monarchica salvò forse lo Stivale da una presidenza del maresciallo Cadorna che magari sarebbe piaciuta al parlamentarismo repubblicano. E’ vero che le vittorie di Luigi Cadorna e di Pietro Badoglio furono meno smaglianti di quelle di Ulysses S.Grant. In realtà probabilmente nessuno dei detti marescialli avrebbe abbagliato le menti e i voti degli italiani.
Oggi poi non rischiamo un capo con molte stelle: come condottieri non abbiamo che un Armani, un Carlo DeBenedetti e un supermanager calcistico di cui ignoro il nome.

Antonio Massimo Calderazzi

SE LA CINA FARA’ GRANDE L’AFRICA EBBE RAGIONE LINCOLN: BACK TO AFRICA

Si usa dire che Pechino si impadronisce dell’Africa, ‘suo secondo Continente’. Si vedrà: gli inizi ci sono: 146 miliardi di dollari prestati nell’ultimo decennio a 56 paesi che non potranno restituire; cantieri imponenti già avviati. Se continuerà così, l’Africa diverrà un’altra cosa, diverrà uno dei motori del mondo. Allora ha senso quanto qui di seguito scriviamo su un profetico pensiero di Abramo Lincoln: la vera prospettiva per gli schiavi liberati dalla Guerra di secessione avrebbe dovuto essere ‘Return to Africa’.
Il presidente non fu solo a concepire il rimpatrio degli ex schiavi.
Da quando aveva abolito la schiavitù, ai primi dell’Ottocento, la Gran Bretagna aveva appoggiato alcune iniziative umanitarie.
Le quattro colonie facenti parte dell’Africa occidentale britannica -Nigeria, Costa d’Oro, Sierra Leone, Gambia- ricevettero presto esigui contingenti di affrancati. Ci furono rimpatri in altri territori del Continente nero, poi divenuti repubbliche. Se non fosse stato assassinato meno di una settimana dopo la resa dell’esercito del Sud ad Appomattox, è verosimile che il vincitore della Guerra di secessione avrebbe realizzato un esodo di ex schiavi ben più consistente di quello realizzato nel 1847 dall’American Colonization Society con la creazione della repubblica di Liberia.
All’epoca, non più di dodicimila liberiani vantarono l’appartenenza legale al piccolo paese satellite degli Stati Uniti.

Senza dubbio, finora i neri americani non hanno mai rimpianto di non essere liberiani. Questa che era nata come terra promessa degli schiavi, creata prima della Guerra di secessione da americani filantropi, è oggi una piccola repubblica -99069 kmq, anzi 111369 con le acque interne, meno di due milioni di abitanti- una nazione povera come tante altre, e dalla storia travagliata (due dittature, altrettante guerre civili, molti delitti politici). Peraltro è stato ed è uno dei massimi produttori di caucciù al mondo, con imponenti piantagioni dell’americana Firestone. Così come va l’Africa, i suoi cittadini non sono da compiangere più di altri, anche perché si permettono l’orgoglio della nazionalità. I raffronti non vanno fatti con quei neri d’alto bordo d’America che, discendenti di schiavi, superano per reddito e prestigio la maggior parte dei bianchi degli USA e del pianeta; ma con la massa dei quartieri neri, degli slums e dei villaggi miserabili USA.
In Liberia i discendenti dei trasferiti dall’African Colonization Society costituiscono un segmento privilegiato rispetto ai membri di varie etnie locali. I raffronti vanno fatti anche con quella che sarebbe divenuta la nazione degli ex schiavi se fosse stata istituita da Lincoln.
Il vincitore dell’aspra Guerra di secessione -non meno di 620 mila caduti- era uno statista di tempra e carisma eccezionali: altrimenti non avrebbe salvato l’Unione. Se fosse vissuto, e se avesse tenuto fede al proprio giudizio sul futuro della questione razziale, avrebbe realizzato ben altro che l’esperimento liberiano.

Il movimento del Return to Africa non scomparve con la nascita della Liberia. Al contrario, ai primi del Novecento la crociata Back to Africa apparve in considerevole crescita, con alcuni esponenti di statura internazionale come William E.B. Du Bois, professore alla Atlanta Univ., e come Booker T. Washington, che il presidente Theodore Roosevelt onorò alla Casa Bianca. Addirittura l’insuperabile attivista Marcus Garvey si qualificò come un Mosè dei proletari neri d’America. Arrivò a comprare tre navi e a preparare la partenza per la Terra Promessa di ventimila neri.
Fu abbattuto dalle inchieste sull’impiego dei fondi raccolti.
Finì in prigione e fu espulso dagli USA.

I tempi sono cambiati e forse la Cina farà grandi cose nel Continente, staremo a vedere. Quanto all’America, l’integrazione dei neri resta impossibile, quali che siano le menzogne del politically correct.
Essi sono una componente massiccia (13%) della popolazione (gli inglesi, che più di altri inventarono le Tredici Colonie, non superano il 7%), ma per un bianco abitare in un quartiere nero è inconcepibile. Un mezzo keniota è arrivato alla Casa Bianca, però il ‘sogno americano’ non contempla la chimera dell’uguaglianza. Forse molte cose cambieranno se la Cina, ferro di lancia delle conquiste vere, dovesse realizzare l’epocale Metamorfosi dell’Africa.

Antonio Massimo Calderazzi

BUONISMO E ALTRE VIE DI FUGA

A un mio nipote fu dato il nome Elia. Ma questo primo tra i profeti, era buono? A quel che si dice fece morire tanti che si erano allontanati dallo stretto rigore monoteista, o lo avevano contaminato con pratiche del culto di Baal, o Baal-Melkart. Forse perirono tutti gli 850 che Elia tacciò di idolatria. Eppure questo protofondamentalista del popolo eletto salì in cielo su un carro di fuoco, e questa storia la racconta un altorilievo esterno della cattedrale di Fidenza, e chissà quante altre chiese e templi.
Nella Trasfigurazione sul monte Tabor Elia appare a fianco di Cristo.
Fu fatto santo. A proposito di un altro santo di rango: trovandovi a Logrogno in Castiglia è bene sostare di fronte a un ennesimo altorilievo di chiesa: c’è un gran vescovo a cavallo, con spada nella destra, e gli zoccoli del destriero schiacciano un terreno compattamente coperto delle teste di Mori tagliate dalla spada di Santiago, santo che ancora oggi attrae innumerevoli i fervidi pellegrini del Cammino di Compostela.

Ma c’è bisogno di richiamare queste contraddizioni notissime della bontà? Naturalmente no. Quale condottiero di guerre ha mai esitato a sacrificare le vite dei propri soldati? Quando la flotta nipponica del Pacifico salpò per assaltare Pearl Harbor, aveva l’ordine di affondare all’istante qualunque naviglio incontrasse, anche se peschereccio, anche se giapponese (non dovevano partire marconigrammi annuncianti l’avvistamento della possente squadra). Cosa contavano le vite e i pescherecci, a confronto dello storico attacco a Pearl Harbor?
“Vorrete vivere in eterno?” così il grande Federico II di Prussia apostrofò certi suoi granatieri che titubavano. Coloro che scagliarono jets contro le Twin Towers a New York e contro il Pentagono sul Potomac non titubarono.

Tempo fa accaddero cose bizzarre: un presidente del Consiglio dilaniato dagli avversari per avere ingenuamente dichiarato ciò che essi stessi pensavano, essere la civiltà occidentale superiore a quella del continente nero; i dignitari della nomenklatura d’opposizione che ci volevano partecipi a una crociata di Bush il Giovane, Condoleezza Rice & Berlusconi; la figlia petulante di Fosco Maraini brillante orientalista, la quale ancora singhiozzava sul velo e sull’infibulazione delle musulmane; falangi di opinionisti democratici inneggiarono alla diversità, purché eretta sui nostri postulati; e così via.

In proposito il prof. Umberto Eco scrisse cose scandalose, dunque sacrosante: ‘Sulle ragazze che vanno a scuola col chador non vedo perché fare tragedie se a loro piace così; sull’infibulazione il dibattito è invece aperto (c’è persino chi è così tollerante da suggerire di farla praticare dalle Unità sanitarie locali, così l’igiene è salva)”. Ultima enunciazione, fondata e molto colta, dello scritto di Eco: “I più seri dei pensatori della tradizione si sono sempre rivolti, oltre che a riti e miti dei popoli primitivi, o alla lezione buddista, proprio all’Islam, come fonte ancora attuale di spiritualità alternativa. Sono stati sempre lì a ricordarci che noi non siamo superiori, bensì inariditi dall’ideologia del progresso, e che la verità dobbiamo andare a cercarla negli scaffali giusti”. Spiritualità alternativa: l’ha detto Eco, non io. Io ho sempre pensato, e ribadisco, che sarebbe giusto un contrattacco veemente dell’Islam contro il Pensiero unico della modernità, cioè dell’Occidente iperliberato, iperlaico, eccetera.
L’Islam in quanto sola grande forza ideale che abbia conservato identità, nerbo, ranghi serrati. L’Occidente intero, da Seattle a Varsavia a Voghera, paghi un prezzo per i suoi errori. Il Presente che abbiamo a Ovest è abbastanza buio, ci aiuti il Passato, nella fattispecie l’Islam, a fare migliore il Futuro.

Forse i missili del Pentagono ricacceranno un giorno la Jihad. Ma forse no, e la Crociata della modernità farà la fine di altre crociate. “Morto bin Laden, ebbe a dire il prof. Cacciari, ne sorgeranno 100”. Se così andasse, allora le Twin Towers e le stragi alla Bataclan non sarebbero episodi delinquenziali, come giudica la bempensanza democratica, bensì una dichiarazione di guerra santa. Se i missili Nato, con le loro stragi d’accompagnamento, non daranno la vittoria alla Modernità, che dovrebbe essa fare per ‘fermare il terrorismo’, per ‘salvare San Pietro, il Beaubourg, il Guggenheim, il Bataclan e altri templi’, infine per battere l’infibulazione? Non certo andare avanti a esaltare la nostra ‘superiorità’, a belare sul multiculturalismo, sull’integrazione, sui diritti delle donne e dei devianti. Occorre altro.
Il prossimo Inquilino della Casa Bianca, più il prossimo Papa, più un capoinfluencer della Modernità, si chiudano un mese in un convento di Monte Athos e di lì annuncino “Abbiamo sbagliato tutto. Le spiritualità alternative contribuiranno a salvarci. Espieremo destinando un decimo della nostra ricchezza a combattere la miseria dovunque resiste: beninteso non rispetteremo bensì ignoreremo la sovranità dei governi che opprimono e derubano i miseri. Coll’aiuto dell’Islam e di altre spiritualità alternative cercheremo di costruire un Nuovo Ordine e un Nuovo Pensiero, entrambi basati ‘anche’ su alcuni valori del passato. Il passato siamo noi miliardi di viventi più i miliardi che vissero: non alcunché da deridere, esorcizzare, dimenticare.

Antonio Massimo Calderazzi

LE OPERE LE CIFRE DI UN DRACONE SPAGNOLO DEL ‘900 CHE AMAVA I POVERI

Noi che annunciamo la venuta di Dracone -affronterà le sfide dell’economia e della società; libererà lo Stivale dall’usurpazione dei Proci di regime- ricordiamo che poco meno di un secolo fa, tra il 1923 e il ’30, la Spagna ebbe un ‘Dictador’ benevolo, Miguel Primo de Rivera. Compì grandi realizzazioni, risultò nei fatti il miglior governante spagnolo dal faticoso riformismo di Carlo III di Borbone (1716-88) e dei ministri riformisti alla Campomanes.

Si tratta tra l’altro di intenderci sul significato di dittatura. Juan Pablo Fusi, cattedratico dell’università complutense a Madrid, si è preso la briga di contare quante erano nel mondo le democrazie tra il 1922 e il 1942.
Il loro numero scese da 29 a 12. Solo in Europa sorsero dittature in Russia, Ungheria, Italia, Spagna, Portogallo, Polonia, Lituania, Jugoslavia, Germania, Austria, Lettonia, Estonia, Bulgaria, Grecia, Romania.
In questa sede non ci soffermiamo sul bene e sul male delle dittature.
Per la Spagna menzioniamo solo che il suo ‘miracolo economico’ avvenne tra gli anni Cinquanta e il 1975 sotto il caudillo Francisco Franco. Ma che le premesse di esso miracolo e la nascita del Welfare State sorsero a partire dal 1923 per volontà di Miguel Primo de Rivera.

Quanto ai fatti concreti e misurabili della fase Primo, meglio lasciare la parola a Ramon Tamames, cattedratico dell’università di Madrid, un economista che ha anche insegnato alla Sorbona e che, come parlamentare dell’arco costituzionale, ha firmato la Costituzione antifranchista del 1978. Per Tamames il primo dei conseguimenti economici della Dittatura fu il deciso abbandono della guerra coloniale in Marocco. Quella guerra era il principale dei costi, finanziari politici umani.
Il secondo grande conseguimento fu l’avvio della riforma generale, riforma di quasi tutto. Tamames mette in rilievo che il miglioramento del ‘marco general macroeconomico’ fu premessa di ogni avanzamento. Le innovazioni compresero esperimenti corporativi, affrontati in collaborazione coi sindacati socialisti. Aiutati dal largo protezionismo doganale, gli esperimenti realizzarono grossi incrementi produttivi. I risultati più vistosi furono conseguiti nelle infrastrutture e nella creazione di imprese pubbliche. “La Dittatura, scrive Tamames, fu un laboratorio permanente di riforme. Decisivo il lavoro in materia di politica sociale, merito di Eduardo Aunos, un interessante trentenne deluso dal parlamentarismo.
Con la collaborazione del movimento socialista, Aunos concretò il nuovo ruolo dello Stato come intermediario tra capitale e lavoro. Il Dittatore tentò addirittura di costruire un assetto di regime comprendente il partito socialista e la sua Unione patriottica.

Nasce il Welfare State

Tamames storico dell’economia ha confrontato la spesa dello Stato tra il 1920 e il ’30: per l’istruzione pubblica risulta un aumento del 50%; per provvidenze benefiche del 98%; per la sanità del 200%; per la protezione dell’infanzia del 2.246%; per sussidi e pensioni ai lavoratori agricoli tra 700 e 800%. Il numero degli insegnanti passò in quattro anni da 30 a 34 mila. Le scuole elementari crebbero da 27 mila nel 1922 a 32 mila nel 1929. Tra il 1913 e il ’23 l’investimento dello Stato in case popolari era stato in media annuale di 7,8 milioni di Pesetas, passò alla media di 261 milioni tra il 1923 e il ’29 (tale ritmo, così eccedente le risorse disponibili, dovette essere ridotto nel 1928). I conflitti di lavoro quasi sparirono: da 3 milioni di giornate perse nel 1923 a 313 mila nel 1929: ma la condizione proletaria migliorò fortemente, anche grazie al taglio delle spese militari. P.es. i cadetti delle accademie militari scesero da 1192 nel 1922 a 200 nel 1929. All’avvento della Dittatura 150 generali vennero accertati eccedenti. La fine delle operazioni militari in Marocco dilatò la spesa civile.
Quando nel 1926 fu emesso un prestito di 3540 milioni di Pesetas, il grosso fu destinato a nuove opere pubbliche. Il fatto rilevante fu che con Primo de Rivera -‘un keynesiano prima di Keynes secondo il prof. Juan Velarde’- si utilizzò il debito non per la spesa corrente, ma per opere idrauliche, strade e ferrovie e molto altro. Importante fu l’aumento del prelievo fiscale. La buona risposta del pubblico ai prestiti si spiegava con la fiducia nel regime.

Tamames sottolinea un titolo apparso nella stampa britannica e in alcune delle principali guide turistiche dell’epoca: le nuove strade spagnole erano “le migliori del mondo”. Qualcosa di simile andava detto delle nuove ferrovie. Il corso caratterizzato dagli indirizzi protezionisti e corporativi incrementò l’industrializzazione, grazie agli interventi pubblici che negli Usa qualificheranno il New Deal. In agricoltura si allargarono i comparti intensivi (cotone agrumi). Crebbero gli investimenti dall’estero e si diede impulso alle infrastrutture di base. I critici obiettano che i successi economici della Dittatura furono favoriti dal boom mondiale degli anni Venti; peraltro l’ultima fase di Primo coesistette con l’inizio della Grande Depressione. Il corporativismo del Dictador fu influenzato dal pensiero sociale cattolico, teso ad armonizzare capitale e lavoro e a valorizzare gli indirizzi di Welfare State del tardo bismarckismo. Gli avversari di Primo dettero il massimo rilievo a vari episodi discutibili -scandali- nelle transazioni economiche della Dittatura, p.es. le grandi concessioni ferroviarie. Tuttavia, rileva Tamames, è un fatto che il Dittatore morì, circa due mesi dopo il volontario abbandono del potere, in un modesto albergo parigino. L’ex dittatore, generale e Grande di Spagna era in ristrettezze.

Quando si istituirono i coraggiosi comitati paritari tra proprietari e lavoratori, si osservò giustamente che il Dittatore e la UGT (centrale sindacale socialista) provavano ad innalzare le sorti del proletariato attraverso la Gazzetta Ufficiale. I comitati li creò il ministro del Lavoro Eduardo Aunos; tentò persino di estenderli al settore agricolo, ma ‘la mano onnipotente dei grandi proprietari riuscì a frenare i propositi di fermare la lotta di classe nelle campagne’. Quando venne la Repubblica del 1931, fermare la lotta di classe nelle campagne fu quello che tentò il ministro del Lavoro socialista Largo Caballero, il quale era stato membro di un organo di vertice della Dittatura, anzi era stato amico di Primo de Rivera. I capi della repubblica, partendo dal presidente Azagna, non assegnavano abbastanza priorità alla giustizia sociale nelle campagne. Su scala generale i ‘comités paritarios’ consentirono ai socialisti di moltiplicare le loro organizzazioni di base. Al termine della Dittatura gli iscritti alla UGT erano aumentati del 50% rispetto al 1923; i sindacati anarchici praticamente sparirono,

Il regeneracionismo di Joaquin Costa, il maggiore tra gli intellettuali della generazione del ’98, ispirò l’azione di Primo nelle campagne: opere irrigue e riforestazione innanzitutto, incremento della zootecnia e delle colture intensive, crediti agevolati per sconfiggere l’usura che strozzava i coltivatori. Nel paese la produzione di energia elettrica, soprattutto da salto d’acqua, più che raddoppiò: da 1040 milioni di kwh del 1923 a 2433 milioni nel 1929. Sorsero dal nulla quattro comparti produttivi: carbone. nitrogeno, fibre artificiali, auto. L’attività delle banche di proprietà pubblica esplose. Primo de Rivera riuscì a guarire l’indolenza degli spagnoli nel campo delle infrastrutture. Fecero lunghi passi avanti i programmi d’irrigazione, si ammodernarono le ferrovie e le strade, nacque una rete di distributori di carburanti; si migliorarono porti, nacquero aeroporti e alcune linee dell’aviazione civile. Le opere pubbliche ebbero un piano organico. Si suscitò una domanda formidabile per le materie prime. La ‘politica hidraulica’ si configurò, in armonia con Joaquin Costa, come la massima espressione dell’azione economica della Dittatura. Le realizzazioni che si fecero in Spagna servirono nel New Deal di Roosevelt come modelli per la Tennessee Valley Authority, nonché per i piani dei grandi bacini fluviali: del Missouri, del Columbia, etc. Manuel Lorenzo Pardo, il principale artefice di questi programmi, portò avanti la sua opera in stretta collaborazione col socialista Indalecio Prieto, che sarà tra i principali ministri della Repubblica.

Nella fase Primo de Rivera ci si impegnò a difendere le prospettive di crescita della rete ferroviaria di fronte al maggiore dinamismo del trasporto su strada. Si può dire che il turismo spagnolo, così ricco di futuro, nacque sotto la Dittatura. Fu creata la Red de Paradores, unica al mondo in quanto iniziativa statale. Prima della Red varie città mancavano in tutto di hotel. Nel 1929 si tennero le Esposizioni universali di Siviglia e di Barcellona. Nel 1923 il settore petrolifero, in crescita spettacolare, era monopolizzato dai trust Standard Oil e Royal Dutch Shell, più la società ispano-francese Porto Pi. La Dittatura creò il Monopolio de Petroleos e la compagnia statale Campsa.

Dighe, irrigazioni, ferrovie, strade, porti, cantieri, arsenali, iniziative imprenditoriali di vario genere, case popolari, pace nel Marocco, soprattutto moltiplicazione della spesa sociale e delle provvidenze a favore dei ceti popolari e degli ultimi. Sono elencazioni da rileggere attentamente: furono le opere più concrete di tutte. Siamo sfidati a trovare nel mondo un sistema democratico-liberale che negli anni Venti del Novecento abbia saputo fare quanto Miguel Primo de Rivera: senza ferocie, senza violenze poliziesche. “Dittatore senza morti” lo chiamò il socialista Indalecio Prieto, leader di primo piano dell’esperienza dell’infelice Repubblica. Molti studenti e gli intellettuali politicizzati denunciarono le violazioni alla Costituzione. I ceti bassi furono beneficati nel concreto, abbastanza in grande.

Antonio Massimo Calderazzi

NON UNA QUARTA REPUBBLICA MA LA POLIS RIGENERATRICE DI DRACONE

 
Il 25 luglio 1943 Mussolini e il regime furono abbattuti senza che un gerarca o un ‘Moschettiere del Duce’ fiatasse.  Andò così perché il colpo di stato venne dall’alto, dal re e dall’esercito di Badoglio.  Allora il paese era  devastato dai quadrimotori. Oggi esso vive l’attesa di un evento fosco: le conseguenze saranno aspre, e quello sarà il momento di Dracone, legislatore, giustiziere, demolitore del cattivo esistente.  Anch’egli come Badoglio prevarrà in modo incruento e indiscusso, perché otterrà l’appoggio immediato del Paese.
Le città non saranno state distrutte ma agirà, oltre al naufragio economico, il disgusto dei troppi anni di regime. Dopo tanta e generale acquiescenza, Dracone si insedierà chiudendo ‘manu militari’ le Istituzioni e confinan-done i capi in un albergo di montagna, o in un campo di lavoro, o nella stiva di un mercantile.  Dracone non avrà bisogno d’essere sanguinario o  feroce, avrà il Paese dalla sua. Chiusi i palazzi delle Istituzioni, messine in vendita alcuni, Dracone si farà legislatore come il suo predecessore di ventisei secoli fa. Farà di meglio: abolirà  le urne, i partiti e la loro Costituzione truffaldina. Darà la sovranità al popolo, togliendola alla classe politica.
Ma il popolo dovrà tornare alle dimensioni gestibili, cioè esigue, della Polis ateniese. Non i 46 milioni degli elettori d’oggi, i quali non hanno una sola molecola della loro teorica sovranità. Non hanno una molecola perché un sovrano fatto di 46 milioni di persone non è  concepibile.  I quarantasei milioni resteranno per le necessità dell’anagrafe e per rari referendum.
Per un popolo sovrano basterà una persona su mille, per un turno (p.es.  un anno) non rinnovabile.  Cinquantamila persone comporranno un corpo politico sovrano perfettamente congeniale all’età telematica, soprattutto a valle degli straordinari esperimenti imposti dalla pandemia 2020. 
Un giorno forse si dirà che l’età della randomcrazia, della democrazia semidiretta comincia nel 2020.  E’ legittimo, ed è possibile, che lo Stivale si faccia laboratorio di un grande esperimento di democrazia senza delega, una volta che Dracone avrà demolito la repubblica dei partiti e dei ladri.
Nei millenni lo Stivale ha inventato di tutto. Con Dracone potrà inventare  un popolo sovrano dei Cinquantamila – ‘i migliori’- sorteggiati per un anno.
Dracone farà programmare un cervello elettronico centrale perché ogni anno scelga i Cinquantamila in rigida funzione di requisiti, qualifiche e meriti superiori a quelli medi dei 46 milioni di elettori.  ‘Migliori’ potranno essere, scelti random, lo scienziato ‘comprovabile’, il pompiere coraggioso, l’imprenditore che si è fatto da sé,  la madre che ha allevato bene, il magistrato di esperienza, il medico eroico, qualunque operatore del bene: sempre che convinca il software del cervellone.
Tutti puri di nequizie (= condanne), tutti scelti a sorte per un solo anno. Chiunque autocertifichi (con prove) di meritare, sia tra i sorteggiabili.
I grandi tecnici, gli studiosi specializzati troveranno le vie per programmare in modi ineccepibili e sicuri il computer centrale, in modo che ogni anno scelga i cinquantamila Migliori.  Cancellata per sempre la professione di politico, dai Cinquantamila saranno sorteggiati per un anno tutti i detentori di una funzione politica specifica: i due-trecento membri temporanei di un organismo centrale che stenda nel dettaglio le leggi (coll’assistenza di tecnici responsabilizzati in modi, appunto, draconiani); i quattro-cinquecento membri degli organismi regionali e locali; i titolari e vicetitolari per un anno dei dicasteri centrali.
Dracone non sarà un despota: semmai un capo morale, un sommo arconte, mallevadore supremo del primo esperimento di democrazia randomcratica selettiva (semidiretta).  Se da qualsiasi direzione, nazionale o estera, verranno formule migliori della randomcrazia, esse prevarranno, a tutto vantaggio del Buongoverno, sogno impossibile del sistema demoliberale d’Occidente. Questo è il punto: il Buongoverno è ancora da nascere -non solo per lo Stivale- dopo il centinaio di secoli della storia umana di cui sappiamo.
Cento secoli di aneliti per un governo che non sia oligarchia, o tirannia, o dispersione di apparenza iperdemocratica (cioè ingiusta).  Si è provato con le rivoluzioni cruente, i risultati furono tutti pessimi.  Il fluire della storia portò alterazioni che i loro fautori chiamarono progressi. Ma dopo i conati razionalizzatori del sistema ateniese, mai si è riusciti ad affidare il governo ai pochi che siano oggettivamente migliori della media statistica. 
La democrazia parlamentare che ha afflitto le nostre parti di mondo, ora sì che la sappiamo scadente.  Scadente prima di tutto nelle società anglosassoni e negli inerti banchi di prova della Scandinavia.  Sola isola di buonsenso, la democrazia elvetica, che alcuni chiamano ‘diretta’. 
Alla nostra leva, nata a cavallo dell’anno Duemila, spetta di fare un tentativo in più di autogoverno razionale.  Ma di farlo subito, irridendo alle Costituzioni deteriori quali la nostra.
Antonio Massimo Calderazzi

I PROFETI E I LORO CONTRARI: I RETRORSI

Cupo profeta fu John Maynard Keynes (la scheda biografica informa: alto 2 metri) quando nel 1920 si ritirò dai negoziati del trattato di Versailles. Divinò che le condizioni leonine imposte alla Germania avrebbero fatto certa la vendetta dei tedeschi, dunque il Secondo conflitto mondiale.
Keynes profeta: qual é il contrario di profeta? Andrebbe bene ‘retrovedente’ o meglio, come Dante Alighieri preferì, ‘retrorso’, contrazione di ‘retroverso’? E quali furono, tra i possenti del nostro evo, i peggio retrorsi? Lasciamo da parte Lenin, Stalin e i predecessori della perestroika di Gorbaciov, i quali ritennero che il comunismo alla bolscevica avesse un futuro. Il bolscevismo accecò tutti i diadochi, inclusi gli pseudovisionari quali Enrico Berlinguer, nonché i ‘realisti’ che cosiderarono eresia il proporre che il PCI gettasse alle ortiche il marxismo, la classe operaia, la fedeltà all’Urss.

Queste cose propose chi scrive sulla rivista milanese ‘Il Confronto’, ma quando si rivolse a Enrico Berlinguer perché desse torto ai veterostalinisti che volevano spegnere ‘Il Confronto’, il martire dell’eurocomunismo rispose, per icritto: “abbiamo affidato la questione al compagno Tortorella”. Cioè ai veterostalinisti. Anche Berlinguer retrovide.
Risultato del guardare indietro, alle glorie passate: il comunismo è morto con disonore nel pianeta intero, il PCI è morto tra gli sghignazzi.
Non erano profetiche le previsioni ribalde del Confronto?
Ma dimentichiamo Lenin, Stalin e tutti i loro fedeli, inclusi quei mariuoli inoffensivi di Capalbio, delle terrazze romane, dell’egemonia culturale e delle scalognate retrobotteghe delle librerie. Il mondo ha preso un’altra strada. Chi furono i peggio retrorsi del primo Novecento?
A stare alla coerenza di Keynes furono i Poincaré, i Clemenceau e i Foch che l’ebbero vinta a Versailles, cioè che vollero le condizioni leonine, il trionfo di Hitler, la WWII. Il paradosso fu che la Francia, truculenta nel 1919, fu la più annientata nel 1940 come del resto oggi, che Parigi è in seconda o terza fila. Poincaré, Clemenceau e Foch passavano per cervelli fini; invece agirono come popolani collerici, sostanzialmente incapaci di pensare, accecati dalla Victoire.

Non furono più perspicaci di quei due imperialisti di paese, Antonio Salandra e Sidney Sonnino, i quali vollero il Patto di Londra, credettero di immettere l’Italia della tisi e della pellagra tra le Grandi Potenze, quanto meno di ‘coronare il Risorgimento’. Trovarono sfortunati imitatori in quei governanti di Lisbona che nel 1916 vollero il loro paese nella Grande Guerra. Sul fronte occidentale mandarono un corpo di spedizione lusitano che fu talmente massacrato e coperto di disonore che gli scampati furono ritirati nelle retrovie e ridotti a servizi vili, persino ad accudire quadrupedi per i reparti combattenti. Quanto migliori statisti furono il primo ministro spagnolo Eduardo Dato, che nel 1914 tenne neutrale il suo paese, e il caudillo Francisco Franco, che nell’incontro di Hendaye, (1940, poco dopo il trionfo di Hitler in Francia) seppe dire no al Fuehrer, che voleva belligerante la Spagna appena dilaniata dalla Guerra civile.

Nel corteggio dei retrorsi dell’evo moderno, Winston S.Churchill è la figura più imponente: un gigante, per le battaglie che combatté, per i successi che conseguì e anche per le promesse cui mancò. Un gigante pure per i privilegi e le relazioni che gli facilitarono la carriera. Ad una società inglese abbacinata dalle tradizioni e dal fideismo monarchico, Winston S. Churchill si offrì in un presagio di gloria: quasi di giovane principe del sangue che promettesse grandi imprese. Discendente diretto del duca John Marlborough, il più famoso dei comandanti britannici nella guerra di Successione spagnola, trionfatore della battaglia di Blenheim, fatto principe dell’Impero, dalla monarchia londinese ricompensato coll’immensa reggia che prese il nome della battaglia vittoriosa, il Nostro nacque nel fasto di Blenheim e per tutta la vita godé di legami di vertice, comprese le lontane parentele con gli eredi di George Washington e con il clan di Franklin Delano Roosevelt. Sua madre era figlia del proprietario del New York Times, che in dote portò dollari, non blasoni eccelsi. Il futuro co-vincitore su Hitler non studiò in una grande università, ma all’Accademia militare di Sandhurst. Fece prove insolitamente brillanti come ussaro a Cuba (partecipò alla lotta all’insurrezione nazionalista), in India, Afghanistan, Sudan e nella guerra contro i Boeri (seppe evadere da un campo di prigionia). Quando entrò in politica, prode figlio di un ministro e promessa dell’Establishment, gli fu facile trionfare.

Viceministro a 30 anni e presto Primo Lord dell’Ammiragliato, Winston ha un ruolo centrale nell’ammodernamento della più grande flotta al mondo. Però nella Grande Guerra subisce il più grave degli scacchi: fallìsce in pieno l’impresa dei Dardanelli, che aveva imposto contro il parere degli ammiragli. Costretto a dimettersi, esige di combattere di persona sul fronte occidentale, indossando la divisa di tenente colonnello dell’esercito francese. Aveva persino preso il brevetto di pilota dell’aviazione di marina. Rientrato nel governo, sconsiglia di infierire sui tedeschi a Versailles; in prosieguo si impegna a fondo nel riarmo. Nel 1925 una copertina di ‘Time’ lo proclama uomo dell’anno. E’ tale il suo ardore per le armi che tenterà di partecipare allo sbarco in Normandia. Impeccabile e fortunato il suo ruolo di guerriero, ed anche quello di scrittore -nel 1958 riceve il premio Nobel per la letteratura- Churchill supera in creatività e in personale ardimento tutti i suoi pari. Nel pieno del Blitz germanico, vola più volte in Francia per tentare di sventare la resa di quest’ultima a Hitler: arriva a proporre ai francesi la fusione col Regno Unito! Ha lanciato de Gaulle come condottiero dei francesi, ma quando il Generale osa, con un esiguo corpo di spedizione, di mantenere la presenza francese nel Levante, lo minaccia di fargli assaggiare “la potenza dei cannoni dell’Ottava Armata”.

Sarà come stratega del futuro dell’impero che il Nostro si dimostra prigioniero del passato, dunque uno dei retrorsi principali del suo tempo. Una volontà e un’azione da titano, entrambe respinte dagli eventi.
Più di ogni altro operò per la gloria prima, per la sopravvivenza poi, della grandezza britannica -il maggiore Impero della storia!- ma la grandezza è finita. Abbatté il Führer, ma gli avesse ceduto un paio dei territori coloniali comunque destinati a cambiare padrone, avrebbe risparmiato ad Albione il Secondo conflitto mondiale. L’umanità non deve nulla al bellicista spinto nato a Blenheim: signoreggiò il passato non il futuro. Retrorso sommo, guardò al contrario di lord Keynes. A tempo debito Churchill riconobbe il merito del grande economista, invece di serbargli rancore per il non benevolo saggio keynesiano “The economic consequences of Mr Churchill”, che il creatore della nuova finanza scrisse quando il Nostro faceva il cancelliere dello Scacchiere. Tuttavia il poliedrico ussaro non capì: nel Novecento le guerre che tanto amava non si addicevano all’Impero.
Le sfide del nostro evo erano altre da quelle per cui Churchill assurse alla gloria.

Antonio Massimo Calderazzi

TRE DISREPUBBLICHE: 2 DI SPAGNA, E LA NOSTRA MALNATA DALLA RESISTENZA

Le disrepubbliche odiano gli ideali grazie ai quali sorsero, e operano la loro rovina.  La prima delle disrepubbliche spagnole, quella stranamente denominata “Gloriosa”, durò undici mesi dal febbraio 1873, nei quali si dette quattro  presidenti (Figueras, Castelar, Salmeron, Py y Margall).
Non merita  particolari menzioni, a parte i contrasti tra unitari e federalisti e non pochi tentativi di ribellione sociale. Nel dicembre 1874 fu agevole al generale Martinez Campos restaurare la monarchia borbonica nella persona di Alfonso XII, figlio della regina Isabella II, che le Cortes avevano deposto nel 1868.

La lunga fase che seguì fu sempre più travagliata. Ai problemi di sempre – guerre carliste, lotte tra fazioni partitiche e militari, contrasti tra ricchi e miserabili- si aggiunsero il disastroso conflitto con gli Stati Uniti, la perdita dell’impero, i rovesci nella colonia marocchina. Nel 1923 la situazione del Paese era drammatica al punto che non solo la maggioranza dell’opinione pubblica ma anche i circoli intellettuali capeggiati dal filosofo Ortega y Gasset invocarono l’avvento di un dittatore militare. Nei primi anni il generale Miguel Primo de Rivera governò meglio di tutti i predecessori di due secoli: ripristinò la pace che le violenze nelle strade, gli scioperi, lo scontro tra le classi avevano distrutto.  Il dittatore volle redimere i ceti  umili dagli aspetti più neri della miseria, istituendo  varie provvidenze da Stato sociale, mediando nei conflitti tra capitale e lavoro, modernizzando, dando impulso con le opere e gli interventi pubblici alla crescita.
Nel 1930 il dittatore fu costretto a volontarie dimissioni dall’ostilità di vari gruppi di potere. L’anno dopo una consultazione elettorale dette la vittoria ai candidati di fede repubblicana. Re Alfonso XIII andò in esilio e la Seconda Repubblica fu proclamata il 14 aprile senza contrasti gravi, anzi in un clima di esultanza. La politica spagnola sembrò avere scelto di razionalizzarsi, dopo le convulsioni e le contraddizioni dell’intero Ottocento.

L’euforia passò presto. Dopo pochi mesi le violenze settarie esplosero furibonde e presto si disamorarono della Seconda repubblica quei conduttori dell’opinione pubblica che la avevano additata come l’ineluttabile destino della Spagna. Anche a volere ridimensionare le turbolenze, gli assassinii, gli scontri armati nelle strade, gli incendi di chiese e di conventi, va detto che la Seconda repubblica si consegnò subito a gruppi di potere sorprendentemente incapaci.  Manuel Azagna, massimo regista della nuova fase in quanto presidente del governo, poi in quanto capo dello Stato, si rivelò del tutto inferiore alle sfide del suo tempo. Un letterato fattosi uomo d’azione, Azagna fu posseduto come pochi dagli imperativi settari. A tutti i costi volle far trionfare la laicità, di fatto l’anticlericalismo, in ogni piega del tessuto nazionale in quanto, proclamò, “la Spagna ha cessato d’essere cattolica”.  Mostrò di non sentire i problemi sociali, tralasciò i termini economici della dialettica politica. La priorità di Azagna non era di organizzare una società operosa ed equa, era di farla razionale e laica. Capo di un piccolo partito radical-progressista, non provò nemmeno a coinvolgere i grandi numeri  nel disegno suo e delle minoranze che lo fiancheggiavano.

Nei primi anni Trenta del ‘900 il popolo spagnolo voleva anzitutto la riforma agraria. La classe politica capeggiata da Azagna non tentò seriamente di dare la terra ai braccianti e ai contadini minimi.
Quei politici che avevano dietro di sé le masse -innanzitutto i socialisti, i  comunisti, gli agitatori anarchici- non ebbero la saggezza di impostare programmi che convincessero il popolo. Nel frattempo lo scontro politico-sociale si infiammò al punto di suscitare la reazione estrema dei nemici della repubblica, della laicità, del progressismo neoilluminista.  Quando la militanza sinistrista superò i livelli che nel passato i gruppi di destra avevano tollerato, quando in particolare i delitti politici e i conati rivoluzionari si ingigantirono, i settori più combattivi dell’esercito e della politica trovarono il nerbo di insorgere con le armi.
La Seconda repubblica perdette quasi metà del suo territorio sin dai primi giorni della Guerra Civile. Da quel momento l’impegno dei suoi governanti si concentrò nel vano conato di abbattere il nemico con le armi: dopo aver tentato di repubblicanizzare   la società e le istituzioni, con gli schemi e con gli slogan, si dettero la missione di vincere la guerra contro avversari meglio organizzati e meglio aiutati dall’estero. Tra l’altro la maggior parte dei professionisti delle armi si erano uniti all’Alzamiento dei generali.
I governanti di Madrid credettero di supplire coi consiglieri sovietici, coi commissari politici, con gli esponenti soprattutto letterari delle sinistre internazionali.  Forse i governanti furono galvanizzati -meglio, storditi- dall’iniziale successo della difesa di Madrid e dall’afflusso di molti volontari stranieri.

Risultato, per tre anni i capi repubblicani forzarono a combattere le loro forze per farle sterminare da un nemico più potente e meglio motivato.
A partire dal 1937 i nazionalisti vinsero, magari per tappe, quasi tutte le prove sul campo. La battaglia dell’Ebro, sforzo militare  supremo della Repubblica, si risolse in una sconfitta totale che cancellò la capacità bellica della Repubblica. I fondatori della Repubblica fallirono nello sforzo di edificare una società repubblicana;  fallirono nel tentativo di sopravvivere. Abbiamo visto che Azagna fu il più rappresentativo e il più insipiente tra i gestori. Dopo avere sorpreso gli spagnoli, anzi il mondo, coll’unilaterità e l’arroganza del suo agire, il Capo dello Stato dovette riparare in Francia a piedi, confuso nelle centinaia di migliaia di profughi e di sconfitti.
Il capo del governo Juan Negrìn agì con più realismo, ma i suoi risultati furono altrettanto disastrosi.  L’idea-madre di Negrìn fu che se l’esercito e ciò che restava della repubblica fossero stati capaci di resistere alquanto più a lungo, il secondo conflitto mondiale avrebbe salvato la repubblica: le democrazie occidentali non avrebbero permesso a Franco di vincere.

Sappiamo che Londra e Washington mai concepirono di abbattere Franco per amore della repubblica amata da Stalin. L’idea-madre di Negrìn era insensata. Le ultime settimane della sciagurata repubblica videro lo scontro armato tra repubblicani: tra i reparti del colonnello Casado -con lui tutti coloro che volevano la resa immediata- e le residue milizie comuniste. Forti delle forniture belliche dell’Urss, i comunisti della Ibarruri e di Togliatti avevano di fatto governato ciò che restava della nazione e delle sue milizie. Da quando nacque, la Seconda repubblica non fu che una successione di errori. I rari successi sul campo non furono mai decisivi, e le glorie della difesa di Madrid furono spazzate via nel momento stesso che Franco risultò miglior interprete del Paese.

La terza delle Disrepubbliche, la Nostra, è stata senza confronti meno bislacca e più vitale. Vive ed è uno Stato considerevole. Considerevole è anche la Spagna, ma è di nuovo una monarchia: con tutta l’euforia dell’aprile 1931 e con tutta l’allucinazione ‘costituzionalista’ di Manuel Azagna. Da noi per fortuna non esistono le condizioni perché una delle dinastie estinte venga restaurata, come accadde in Spagna.  Invece esistono le condizioni perché la Nostra resti disrepubblica.

Essa nacque sull’impulso e sulla fede che ‘res publica’ fosse la forma di governo ideale.  Ma gli ingegneri, i geometri e i giuristi di questa repubblica le assegnarono una fisionomia monarchica: un’immagine cinica quale non dispiacesse ai peggiori dei papi e ai Savoia. I Padri fondatori non vollero che la repubblica incarnasse le essenziali virtù repubblicane: sobrietà, semplicità come rifiuto dello sfarzo e del superfluo, onestà.  In quanto fondata sul malaffare, la Nostra non è onesta. Dove è possibile sprecare e malversare, essa spreca e malversa. E non è votata alla semplicità, non le repelle lo sfarzo: con le sue due regge estive, il Quirinale divinizza il superfluo anche quando il Paese boccheggia come oggi.
Centinaia di istituzioni e di residenze pletoriche torreggiano sullo Stivale.
La Nostra incarna al meglio il rifiuto dei valori che nei millenni proiettavano la repubblica come reggimento superiore alla monarchia.
La Nostra è un repubblica spergiura e transfuga: una disrepubblica, appunto.

Antonio Massimo Calderazzi

AVVENNE SOPRATTUTTO SOTTO FRANCO IL MIRACOLO ECONOMICO SPAGNOLO

Qualche settimana fa i grandi giornali internazionali hanno enfatizzato che la macchina produttiva della Spagna ‘ha superato’ quella italiana.
Il “Financial Times” ha precisato che tra due anni il vantaggio di Madrid su Roma raggiungerà il 7%. Centoventi anni fa il Regeneracionismo e la Generazione del ’98 -le due espressioni più alte del pensiero spagnolo moderno- avrebbero giudicato folle e scervellato pensare un’economia nazionale che non diciamo superasse altri apparati produttivi d’Europa, ma semplicemente fosse considerabile parte d’Europa.
Le menti creative di quella che fu la fase più vivida dell’intelligenza iberica del nostro evo concordavano nello sconforto: l’Europa finiva ai Pirenei; la Spagna era Africa; uno spagnolo ricco, meditava Angel Ganivet, era disgustoso; chiudere a sette mandate il sepolcro del Cid; al potere gli ingegneri e gli agronomi. Insomma, a quel tempo un ‘milagro espagnol’ era inconcepibile: si ipotizzava che la mente della maggior parte degli iberici mancasse dei meandri del pensare economico e del praticare l’impresa.

Oggi che il ‘milagro’ è una certezza da decenni occorre avvertire che mai esso ci sarebbe stato se tre governanti spagnoli non avessero salvato il Paese da altrettante guerre. Furono Eduardo Dato, Miguel Primo de Rivera e il caudillo Francisco Franco. Nel 1914 il presidente del governo, Dato, sbaragliò i conati dell’ultradestra per intervenire a fianco degli Imperi Centrali; più ancora sventò i tentativi dei gruppi di sinistra di coinvolgere la Spagna a fianco di Francia, Gran Bretagna (perché ‘democratiche’) e Russia. Nel 1921 Dato fu assassinato da un commando di anarchici. Primo de Rivera volle l’abbandono del colonialismo in Marocco (in ciò si scontrò con Francisco Franco, il più prestigioso degli ‘africanisti’).
Ben maggiori furono i meriti del Dictador del 1923-30: egli gettò le fondamenta del Welfare State, aiutò i ceti più umili e favorì al massimo il Partito socialista, unica sinistra legale dell’epoca (gli anarchici sapevano solo sobillare e ammazzare). Il terzo benemerito della pace fu Francisco Franco: nel 1940 a Hendaye resisté al disegno di Hitler di arruolare la Spagna nel secondo conflitto mondiale. E’ vero, il Caudillo mandò una “divisione Azzurra” a farsi maciullare in Russia: ma fu uno sforzo circoscritto, in ogni caso un simbolico ricambiare l’aiuto ricevuto da Franco per vincere la Guerra Civile.

La neutralità arricchì la Spagna nella Grande Guerra perchè tutti i belligeranti avevano necessità di comprare dal regno allora borbonico. Quando il conflitto finì, l’export spagnolo precipitò. La guerra coloniale in Africa contrastata da Primo de Rivera era stata meno luttuosa, ma aveva imposto dolori e ingiustizie (i maschi agiati si risparmiavano la leva e la destinazione in Africa pagando allo Stato una somma per essi modica). Vedremo che il Paese ha ben altri debiti di riconoscenza verso Primo. Quanto a Franco, chi si sentirebbe di negare il suo merito, quando a Hendaye ebbe la forza di dire no al Fuehrer? Il no di Hendaye gli rese possibile di avvicinarsi cautamente agli Alleati man mano che coll’inverno 1942 il Reich cominciò a perdere la guerra. Probabilmente il no di Hendaye ebbe un ruolo anche nella decisione dell’Occidente di respingere nell’autunno 1944 l’assurdo tentativo della Resistencia Armada di abbattere il franchismo coi metodi partigiani: attentati, assassinii, esecuzioni.
Gli sparuti episodi guerriglieri e nel 1944 la declamata ‘invasione’ della valle pirenaica di Aran ( facilmente sventata dal regime) furono drammaticamente vani. Lungi dal suscitare l’insurrezione delle masse popolari, il conato partigiano confermò che i lavoratori volevano la pace, dopo le tragedie della Guerra Civile. Furono pochi i proletari che non aiutarono con le ‘contrapartidas’ (reparti misti di civili e di repressori militari o polizieschi) lo spietato sterminio dei partigiani comunisti. I quali per nutrirsi alla macchia non potevano che rapinare i contadini. Assassinarono anche per procurarsi un singolo schioppo.

Tutto ciò premesso, sbagliano in pieno quanti credono che il quarantennio franchista fu solo autoritarismo fascista. Fu un autoritarismo poco fascista, specie a guerra mondiale finita. Franco godé di un consenso popolare pari a quello che tra il 1922 e la conquista dell’Etiopia tolse il senno al Duce.
Il Caudillo, uomo prudente, non perse mai il senno: con gli anni Cinquanta si votò alla crescita economica. In ogni caso sia chiaro che l’attuale rigoglio produttivo della Spagna non risale alla fine del franchismo (1975). Se fino al 1950 il Caudillo si era soprattutto impegnato a far sopravvivere il regime, il 1951 fu un tornante decisivo. La dedizione di Franco passò alla costruzione economica. Già nel 1939, nel ribadire che scioperi e sindacalismo di lotta erano reati, Franco rivendicò di avere istituito sussidi di disoccupazione e malattia, assegni familiari, il Patronato Antitubercolare, la Fiscalìa de la Vivienda (alloggi popolari). Già nel 1939 nacque l’Instituto Nacional de Colonizacion (creava piccoli poderi). La Magistratura de Trabajo prese ad arbitrare nei conflitti tra datori di lavoro e dipendenti. Fu reso molto più difficile licenziare questi ultimi. Crebbero le pensioni di vecchiaia e di invalidità, il Seguro Obligatorio de Enfermedad e altre provvidenze istituite o almeno avviate tra il 1923 e il 1930 dalla Dictadura di Primo de Rivera.

Quelle di Franco erano anche misure propagandistiche, i cui benefici andavano valutati sui dati oggettivi. Sta di fatto che alla fine del 1950 il regime poté vantare realizzazioni concrete: 70 centrali tra idroelettriche e termiche, alcuni impianti che lavoravano l’alluminio, fabbriche chimiche, farmaceutiche, di concimi, automobilistiche (Pegasus), arsenali navali, raffinerie di petrolio; in più si era operato alla ricostruzione delle regioni che avevano combattuto la Guerra Civile. Non poche iniziative manufatturiere ebbero risultati economici scadenti e soffrirono di impostazioni autarchiche. Solo nel 1953 il reddito pro capite raggiunse il livello ante Guerra Civile. Entro il 1955 si avviarono programmi prioritari di sviluppo, con liberalizzazioni, indebolimenti dell’autarchia, impulsi alle importazioni, crediti alle iniziative private. Sorsero nuovi impianti siderurgici e la fabbrica delle auto Seat. Il Piano Badajoz avviò la trasformazione irrigua di 100 mila ettari, si realizzarono nuovi invasi con impianti idroelettrici. I risultati non furono pronti: nel 1960 la Spagna era, col Portogallo, il paese più povero d’Europa. Peraltro i livelli di vita migliorarono, anche se nel 1950 solo un terzo degli alloggi avevano l’acqua corrente. Le cose migliorarono sensibilmente solo negli anni Sessanta, anche per l’emigrazione e per l’auge del turismo (nel 1960, 6 milioni di visitatori, il doppio che due anni prima). Alla fine degli anni Sessanta si poteva parlare di concreta liberalizzazione. nonchè di stabilizzazione, con forti realtà innovative. Lo sviluppo e il benessere (=più consumi) erano ormai al centro di tutta la politica economica. Già all’inizio del 1962 la Banca Mondiale valutava che il buono stato delle riserve legittimasse ulteriori sforzi per lo sviluppo.

Nel quinquennio 1961-64 l’economia spagnola crebbe di oltre l’8% l’anno. La produzione di elettricità passò dai 18,6 milioni di kwh del 1960 a 31,6 milioni, quella di acciaio da 1,9 a 3,5 milioni di ton., le nuove auto da circa 40 mila a 112 mila, l’import si triplicò, l’export raddoppiò. Nel 1965 vennero 14 milioni di turisti, che abbastanza presto divennero 24 milioni. Gli ultimi tre lustri del franchismo confermarono lo sviluppo come l’opera centrale del regime, accreditata soprattutto ai ministri e consiglieri ‘tecnocratici’ (piuttosto che ‘falangisti’) come Lopez Rodò e come l’ammiraglio Carrero Blanco, fidatissimo di Franco, destinato ad ascendere a capo del governo e ad essere assassinato dai terroristi del separatismo basco. La radicale trasformazione dell’economia e l’aumento del benessere divennero i massimi vanti del franchismo. I fatti confermarono: crescita 5,6% sul decennio dei Sessanta; l’output elettrico si avvicinò ai 57 milioni di kwh annui, quello dell’acciaio a 7 milioni di tonn., le auto a 450 mila unità.
Nel decennio dei Sessanta 4 milioni di spagnoli abbandonarono l’agricoltura, per la metà emigrando in Europa.

Scrive Juan Pablo Fusi, cattedratico alla Complutense di Madrid e uno dei principali storici del postfranchismo: “In questo periodo la Spagna aveva superato la barriera del sottosviluppo. Non era più un paese rurale, era una società industriale, urbanizzata e moderna, con alti livelli di benessere e di consumo. L’esportazione di navi divenne la prima voce dell’export, al posto dei tradizionali agrumi, olio e vino. Lo sviluppo dilatò il vasto consenso al regime (…) Franco dichiarava di avere dalla sua il 90% della nazione”. Nell’anno della sua morte il Pil procapite raggiunse 2,486 dollari; la popolazione che viveva in città oltre i centomila abitanti sfiorava il 75%.
Il 40% delle famiglie possedeva l’auto, l’85% aveva la televisione”.
Nella tarda estate 1969 esplose lo scandalo Matesa (utilizzazione indebita di 10 miliardi di Pesetas stanziati per favorire l’esportazione di macchinari tessili): la conferma di un serio problema di corruzione imbarazzò il regime, ma le conseguenze politiche furono trascurabili. Lo ‘sviluppismo’ dei tecnocrati e di Carrero Blanco continuò. Il Pil crebbe del 4,1% nel 1970, del 4,9 nel 1971, dell’8 nel ’72, del 7,8 nel ’73. I problemi di una società prospera -corruzione, terrorismo separatista- restarono in tutta la loro gravità. Conclusione obbligata: il grosso della crescita avvenne sotto Francisco Franco.

Antonio Massimo Calderazzi