IL MAESTRO DEGLI STORICI TEDESCHI SUI MISFATTI DEL NEPOTISMO PAPALE

Leopold von Ranke, iniziatore della scienza storica moderna, si guadagnò ammirazione anche dagli studiosi cattolici per l’imparzialità e il rigoroso vaglio delle fonti che mise nell’opera “Storia dei Papi”, pubblicata in italiano da Sansoni nel 1959.
L’originale tedesco aveva un titolo (“Die römischen Päpsten in die letzten vier Jahrhunderten“) che puntualizzava  l’ambito principale dell’investigazione:  i gravissimi mali del nepotismo papale nei quattro secoli includenti intero il  Settecento.
Il nepotismo sulla scala massima non solo devastò il cattolicesimo, ma divenne un fattore geopolitico: più di un pontefice si sforzava di trasformare il nipote in sovrano di un piccolo stato della Penisola.
In ogni caso i papi affidavano ai parenti, di norma fatti cardinali anche in età adolescenziale, il potere esecutivo nello stato pontificio.
Gli ambasciatori delle grandi potenze cercavano con cospicui doni di guadagnare l’amicizia di un cardinale nipote.

Un oratore al concilio di Basilea (1431-49) teorizzò così la torva morale dei papi del suo tempo: “Non è tanto male se un papa ha dei figli che possono portargli aiuto”.  Da allora questo  concetto è stato alla base delle giustificazioni del nepotismo e di altre condotte vituperevoli dal punto di vista cristiano. Von Ranke ricorda una lettera di Lorenzo dei Medici a Innocenzo VIII, uno dei nepotisti peggiori: “Il papa può chiamare  sua proprietà soltanto l’onore e i benefici che ha fatto ai suoi”.
Sisto IV provò a fondare in Romagna un principato per il nipote Girolamo Riario. Scomunicò i veneziani quando smisero di favorire i disegni del nipote.  In più perseguitò i nemici Colonna  ‘con furore selvaggio, arrivando a far uccidere il protonotario Colonna’.  Con una bolla Sisto IV definì ‘figlio del Maligno’ un personaggio che aveva criticato l’assegnazione della Penitenzieria (dicastero che concedeva dispense) a un nipote.
Calcò spietatamente le orme di questo papa Cesare Borgia, figlio di Alessandro VI: fece uccidere suo fratello, il duca di Gandia, e un cognato.  Ammazzò Peroto, un favorito del padre mentre si stringeva a lui; il sangue spruzzò fin sul volto del Santo Padre.  Il quale ultimo morirà del veleno da lui preparato per uno dei cardinali più ricchi.
Giulio II riuscì a soddisfare le pretese della  sua famiglia sul principato di Urbino. Amava le imprese militari per ingrandire lo Stato della Chiesa al punto di andare egli stesso al  campo, indossando la corazza.
Papa Leone X  (Giovanni dei Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico) prediligeva i piaceri -pur meno orribili di quelli di Alessandro VI- a tal punto che il card. Bibbiena gli scrisse “A noi qui manca solo una corte di dame”.

Quando Adriano di Utrecht, cardinale di Tortosa e precettore di Carlo V, arrivò a Roma come Adriano VI, trovò una cultura pagana trionfante e un mecenatismo che disapprovava: “Sono accadute molte cose abominevoli. Attorno alla Santa Sede tutto si è volto al male. La corruzione si è diffusa dal capo alle membra. Dal papa ai prelati non c’è nessuno, nemmeno uno, che abbia agito bene”. Tentò di abolire certi diritti di Curia che considerava simonia, ma non riuscì: avrebbe danneggiato troppo quanti avevano comprato le cariche.
Sappiamo che  Giulio dei Medici, cugino di Leone X, non arrivò a duca di Milano, però divenne Clemente VII; di lui si disse che fu il più sventurato dei papi: subì il Sacco di Roma da parte dei lanzichenecchi di Georg Frundsberg. Per riportare i  Medici a Firenze si servì degli stessi lanzi che avevano saccheggiato  Roma.

Secondo Ranke, Paolo III (Alessandro Farnese ) fece la sua cosa migliore, appena eletto, accogliendo nel Collegio dei cardinali uomini degni e non troppo lontani dal protestantesimo. Ma, cardinale a 27 anni, e con due figli naturali, fu più mondano di tutti i predecessori.  Iniziò la costruzione di palazzo Farnese perchè amava il fasto. Fece cardinali due nipoti talmente giovani da suscitare le rimostranze dell’Imperatore asburgico.
Rispose che in passato divennero cardinali bambini che erano ancora in culla.
Ranke: “Paolo III predilesse la famiglia più degli altri papi. Intrecciava sempre le questioni generali con gli affari privati.  Occupò Camerino per il  nipote Ottavio, ottenne Novara per il figlio PierLuigi. Combinò le nozze della figlia naturale Margherita e di una nipote Vittoria (quest’ultima con un principe reale di Francia, il duca di Vendome). Cercò di maritare una nipote all’erede della Savoia. Orazio Farnese fu fidanzato con una figlia naturale di Enrico II di Francia. Alla fine Pier Luigi Farnese divenne duca di Parma e Piacenza. In conclusione, Paolo III per innalzare i nipoti si attirò il biasimo universale. Morì nel 1549.
Giulio III che gli successe l’anno dopo non visse abbastanza per ingrandire i parenti Del Monte. Poi Marcello II fu papa per soli ventidue giorni: aveva suscitato grandi speranze facendo qualche economia, progettando riforme della Chiesa, soprattutto vietando ai nipoti di venire a Roma.

Paolo IV Carafa, un rigoroso settantanovenne, promosse a cardinale il nipote Carlo, un brutale militare di cui lo stesso zio disse che aveva immerso il braccio nel sangue fino al gomito, però lo lasciò governare anche gli affari religiosi. Condivise le tendenze mondane che in astratto condannava.
Paolo IV considerava i nipoti strumenti di lotta contro la Spagna.
Quando divennero inutili, li punì duramente per certe loro azioni (ad eccezione di un pronipote cui aveva dato il cappello cardinalizio a 18 anni).  Il successore Pio IV (Giov. Angelo Medici) aiutò in modi legittimi i nipoti Federico e Carlo Borromeo, pur amando lo splendore e le feste della corte. Invece Pio V (Michele Ghislieri) quando era frate domenicano viaggiava sempre a piedi, col sacco sulle spalle. Di lui papa si conoscono altre storie edificanti. Da Inquisitore a Roma fu intransigente: fece processare e condannare l’arcivescovo di Toledo, Carranza, primate di Spagna.
Tenne a bada i parenti.  Cacciò immediatamente il padre di un nipote, che aveva accolto nel Sacro Collegio per l’opportunità ‘tecnica’ di trattare coi principi.  Nel giudizio di von Ranke, con papa Ghislieri la religione dell’innocenza e dell’umiltà, la vera pietà, si fecero persecutrici  verso i protestanti.  Nella guerra di religione in Francia il pontefice impartì l’inaudito ordine ‘non fare prigionieri,  passare  per le armi gli ugonotti catturati’. Non fu provato che sapesse dei preparativi per la Notte di San Bartolomeo, ma è verosimile avrebbe approvato.

Prima di entrare nella Chiesa e di diventare Gregorio XIII il bolognese Ugo Boncompagni aveva avuto un figlio naturale, Giacomo.
Di Sisto V (Silvio Peretti) si disse che combatté il nepotismo, però fece nobile e ricco un nipote che fondò una casa principesca.  Peraltro nello scorcio del Cinquecento la corruzione e il malcostume  avevano preso a scemare alquanto a Roma.
Nel 1621 muore Paolo V Borghese. Da poco eletto, aveva fatto decapitare ‘ per lesa maestà’  il Picconardi, povero autore di un manoscritto contro un altro papa.  Il cardinale nipote Borghese, controllando la maggioranza nel Collegio, fece votare Alessandro Ludovisi (Gregorio XV), un vecchio cadente completamente dominato da un nipote. Con Urbano VIII Barberini riprese in grande il nepotismo, inteso come arricchimento dei familiari più che con intenti dinastico-politici.
Alcuni papi si giustificavano: se non avevano pronunciato  voti di povertà, erano padroni delle eccedenze delle rendite; Ranke stima che in 13 anni Clemente VIII donasse ai parenti oltre un milione in valuta del tempo.
Un cardinale, Scipione Caffarelli Borghese, mise insieme prebende per centocinquantamila scudi annui.  Marco Antonio Borghese ebbe dal papa il principato di Sulmona, più palazzi e ville.  Acquistando un’ottantina di proprietà nella Campagna romana, più altre in zone lontane, i Borghese divennero ricchissimi.  Idem i Barberini: a Roma si disse malinconicamente “Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barberini”.
Carlo, fratello di Urbano VIII, spiegò. “E’ la ricchezza che distingue dal volgo. Non è conveniente che i parenti del papa si trovino in ristrettezze dopo la di lui morte”.

Nel 1640 fu insediata una commissione che si pronunciasse sulla  legittimità dei favoritismi estremi. Sancì che la qualità di sovrano era inseparabile da quella di pontefice, talché il papa poteva donare ai congiunti ciò che economizzava sulle entrate dello Stato. Il generale dei Gesuiti  approvò; così -commenta Ranke- sempre nuove famiglie salivano al rango di dinastie. Tra i Barberini e i Farnese scoppiò una piccola vera guerra, con  molte centinaia di cavalieri e di fanti. Quando papa Urbano fu preso da nuovi scrupoli, i teologi sentenziarono: “Dato che i nipoti di Sua Santità si erano fatti tanti nemici, il Soglio pontificio doveva concedere loro di che conservare la loro posizione dopo la morte del papa”.
Quando essa venne (1644) i  nipoti controllavano 48 cardinali creati dallo Zio.

Eletto nel 1655, Alessandro VII Chigi abbandonò presto il proposito di non volere parenti a Roma; essi scesero in massa e nacque un’altra possente famiglia principesca. Salito al trono Clemente IX (1667) i tesori della Chiesa stavano esaurendosi, quindi le nuove famiglie pontificie fecero un po’ più fatica ad arricchirsi. Però nell’alta società si rafforzò il sentimento di aver diritto ai privilegi e a quelle disponibilità finanziarie  che eccedessero i bisogni della Chiesa secondo la morale tradizionale. Si rafforzò inoltre la concezione temporalistica: Ranke la riferì così: “Una delle istituzioni più savie volute dalla Provvidenza era l’attribuzione al papa di uno Stato, perché la Chiesa conservasse la sua libertà”.
Un paio di secoli più tardi Emil Gregorovius, un altro noto storico tedesco, vide coi suoi occhi passare a Roma la carrozza del principe ‘pontificio’ Boncompagni Lodovisi: era un tiro a sedici, forse addirittura a diciotto cavalli.  Di solito i maggiori sovrani europei non andavano oltre la metà dell’equipaggio che sbalordì Gregorovius.

Conclusione nostra.  Con i princìpi e i codici penali d’oggi il nepotismo porterebbe i papi all’iniezione letale, alla sedia elettrica, al carcere a vita, ‘fine pena mai’.  Troppi secoli di rapina sui beni della Chiesa, che erano soprattutto denari dei poveri di Cristo, oppure ricavato della vendita di  indulgenze che ‘salvavano’ gli agiati, purtroppo anche i miseri, dai tormenti del Purgatorio, forse addirittura dell’Inferno. Nei quattro secoli presi in esame da von Ranke il nepotismo era legale, e ciò non era solo colpa dei pontefici.  Era il risultato di una lunga, incessante degenerazione spirituale del cattolicesimo.
La rivolta luterana della stirpe tedesca rifondò la fede cristiana.

Antonio Massimo Calderazzi

 

 

SECEDERE DALLA NATO. QUALI ALTRI BILANCI NANIZZARE

Nessun paese europeo imboccherà la strada dello svecchiamento politico avanzato, né l’Europa si unirà per tornare grande – moralmente più alta delle tre superpotenze – se non si porrà fine alla dipendenza dagli Stati Uniti, camuffata da alleanza. La coalizione atlantica non è più necessaria: è l’infausto portato di una Guerra Fredda illanguidita trent’anni fa alla caduta del Muro, poi liquidata dalla morte del comunismo e dell’impero sovietico. L’Europa dovrà dichiararsi equidistante rispetto alle superpotenze, stipulare trattati di neutralità e di stretta amicizia con Mosca, Pechino e Washington.

Non sarà tanto per tornare sovrani, liberi di un nostro destino che potrà non essere più quello del liberismo e della democrazia parlamentare, che dovremo emanciparci dagli USA. Sarà per ridurre al minimo assoluto le spese militari, riduzione che l’atlantismo vieta, anzi tenta grottescamente di addossare al Vecchio Continente i sovracosti del bellicismo USA, confermato fallimentare a partire dalla guerra di Corea.
Di fatto gli ipotetici nemici dell’Europa unita saranno poco temibili: per parare le loro minacce basteranno gli arsenali attuali, senza un singolo cacciabombardiere o sommergibile d’attacco in più. Le società europee saranno costrette a nanizzare i bilanci militari: sempre più la concorrenza dei paesi neo-industriali imporrà di rinunciare alla difesa, alla diplomazia, al prestigio nazionale e istituzionale, all’esportazione di messaggi e di modelli, ad altre attività e velleità del tempo passato.
La priorità schiacciante andrà al Welfare di base, a garantire un minimo di pane e di sanità a tutti, all’occorrenza comprimendo le libertà e i diritti. Perché le attività economiche non si spengano, sopraffatte dai vantaggi competitivi altrui, le mani pubbliche dovranno sopperire, sostenere, soccorrere. Le mani pubbliche saranno chiamate ad assegnare a grandi masse piccoli redditi alimentari, anche in assenza di salari e di stipendi. Venendo meno i mercati, indebolendosi le attività produttive e di ricerca delle imprese, solo il denaro del contribuente assicurerà, a livelli modesti, la sopravvivenza, la salute e pochi altri bisogni fondamentali. Nelle società molto avanzate la crescità sarà sempre più lenta, fino ad annullarsi di fronte alla decrescita.

Le risorse per fare tutto ciò che un tempo faceva il mercato non verranno ai governi da incrementi del prelievo fiscale, prelievo non aggravabile in condizioni normali, bensì dai tagli alla spesa pubblica non tassativa: la difesa, la diplomazia tradizionale (quasi sempre inutile nell’era della comunicazione istantanea), il prestigio. L’obbligatorio fasto delle grandi istituzioni diverrà un ricordo del passato. Le residenze monumentali – il caso limite sarà il Quirinale – andranno vendute sul mercato, perché producano introiti invece che costi. Non sarà alcun dramma se statisti e ministri viaggeranno in classe turistica. Il dramma verrà dall’esplodere della disoccupazione per la chiusura p.es. delle industrie delle armi e delle forniture militari; tutti gli esuberi dovranno ricevere (modesti) sussidi di sopravvivenza, e i costi si faranno mostruosi.

Affrancarsi da Washington, dunque, perchè i governi europei possano ridurre anche di nove decimi i bilanci militari e gli altri stanziamenti non essenziali. Nella prospettiva di non pochi anni, la modernizzazione degli apparati bellici va cancellata fino all’ipotetico emergere di situazioni pericolose. Gli armamenti attuali sono adeguati ad ogni minaccia prevedibile: il presente potenziale militare dell’assieme dei paesi europei raggiunge già la capacità di ‘overkill’.
Esso potenziale andrà automaticamente rafforzandosi a costo zero, man mano che nascerà l’apparato comune europeo di difesa, liberato dagli oneri atlantici e capace di realizzare economie di scala.

Ciò premesso, nulla sarà meno accettabile che svenare gli europei per mantenere in ambiti non militari i palazzi, i cerimoniali e i personali onde perpetuare le pratiche ereditate dal passato. Non ha più giustificazione p.es. la rete di ambasciate e di altri organismi di rappresentanza all’interno dell’Unione Europea. Va sostituita da semplici meccanismi di collegamento tra burocrazie. Risulterà oscena l’attuale competizione tra sedi diplomatiche per occasioni mondane insulse come le ricorrenze di feste nazionali, le visite di stato, gli offensivi genetliaci di regine e di presidenti, le feste e i balli in onore di sportivi e di creatori di moda. Dovranno scendere fortemente anche i costi diplomatici all’esterno dell’Unione europea, nonché quelli richiesti da una vasta congerie di organismi multilaterali, più spesso che no quasi inutili.

In un quadro di inarrestabile espansione delle funzioni pubbliche irrinunciabili, gli Stati che non sapranno trovare nuove risorse miliardarie non avranno scelta. Dovranno tagliare spietatamente la spesa, cominciando da quella inutile e dannosa: le armi, gli eserciti, la diplomazia, il prestigio, i costi della politica e delle istituzioni, più i programmi senza numero di cui non si potranno provare i benefici contabili a breve. Dovranno diventare passibili di impeachment quei capi di Stato e di governo, più i massimi responsabili dell’Esecutivo, che ometteranno gli atti necessari alla cancellazione delle spese non indispensabili. Dovranno espiare in modi diversi dalla deposizione coloro che, sfuggiti all’impeachment durante le loro cariche, saranno riconosciuti colpevoli dei comportamenti dichiarati illegali. Per esempio, in Italia dovranno rispondere di omissione di atti dovuti, nonché di grave danno erariale, gli ex-presidenti della repubblica che non si sono opposti a risiedere nel Quirinale e che non hanno agito per abbassare il fasto e i costi delle loro corti. Dovranno rispondere civilmente dei danni erariali anche gli eredi degli ex-primi cittadini. Ai livelli più alti, non combattere gli sprechi dovrà divenire reato, da perseguire penalmente.

Antonio Massimo Calderazzi

SARA’ INTERMINABILE IL CREPUSCOLO DEGLI DEI GERMANICI?

Nell’aprile del 1990 mi fu chiesto, in un luogo dell’Ontario confinante coll’Upstate dello stato del New York (Ontario dove la gente è poco sensibile ai problemi degli altri continenti) come vivevamo in Europa l’evento della riunificazione tedesca, dell’annessione a Bonn dell’Est comunista: “Non potrebbe succedere di tutto?  Un Reich tornato egemone non tenterebbe almeno di riprendersi la Slesia, Danzica, il Sudetenland?”.  Risposi in termini vaghi.  Non mi aspettavo questa premonizione di destino in uno dei contesti meno nevrotici del pianeta. Poche settimane dopo provai a dare una risposta più riflettuta in una nota per “Prudentialetter”, trimestrale di una grande compagnia d’assicurazione; titolo “Grande Germania: quale Germania?”.

Al momento che accadde la riunificazione, ultimo tornante della storia tedesca, poté far sorgere attese magari ossessive in chi meditasse sui drammi del secolo aperto dalla funesta conferenza di Versailles.
Già allora il veterano di fanteria Adolf Hitler prese a caricarsi d’odio e di satanica creatività.  Nel Primo conflitto mondiale la Germania non fu più sanguinaria delle altre potenze (compresa l’Italia di Cadorna). Nei due secoli che precedettero la Grande Guerra la stirpe tedesca, divisa in una moltitudine di stati, aveva goduto di una reputazione che risaliva a Tacito, secondo il quale niente sorpassava l’eticità dei Germani. ‘Probo come un prussiano’ si usava dire nel secolo XVIII: ma anche ‘probo come un sassone, come un renano, come un turingio’. Le ferocie dell’esercito del Kaiser in Belgio e in altri paesi occupati furono soprattutto un’invenzione della propaganda alleata. Le crudeltà del tempo di Hitler non saranno mai più cancellate, e certo coinvolsero troppi tedeschi.  Ma nel 1945 l’umanità fece bene a non marchiare per sempre la razza di Arminio e di Lutero. L’umanità sapeva di tante altre crudeltà dei millenni, tra le ultime quelle di Stalin, del terrorismo, delle pulizie etniche, degli scannamenti tribali, delle foibe, dei crimini partigiani. Persino del Vincitore Buono, Dwight Eisenhower, sappiamo che in ultimo trattò senza pietà i prigionieri tedeschi.

Oggi che la Germania ha pienamente espiato, siamo certi che l’appartenenza all’Unione europea protegggerrà i Laender tedeschi da tentazioni demoniache. Ma il pericolo è che questa Germania dei trionfi materiali e dei sopravventi gestionali venda la primogenitura che le spetta. Essa è la nazione che dovrà condurre l’Europa a divenire pari agli imperi statunitense, cinese e russo, e rispetto ad essi assai più nobile.
Tra i popoli d’Europa quello germanico si affermò primo, abbattendo l’impero di Roma, poi assumendone l’eredità. La sua leadership finì presto, con la fine del Medio Evo: altre nazioni, più immeritevoli, si divisero il mondo moderno. Eppure dalla sfera germanica sono venuti a favore del mondo alcuni dei massimi impulsi, dalla Riforma al grande pensiero filosofico, ai messaggi vertiginosi della musica.  La componente germanica ha più volte guidato il moto della civiltà umana, persino attraverso i ‘cattivi’ come Nietzsche o come Ernst Junger, quest’ultimo uno dei più odiati tra i pensatori moderni in quanto eroe e cantore della guerra, oltre che dell’anelito verso una forma superiore dello spirito. Se tutto ciò sembrò annunciare il nazionalsocialismo, si ricordi che Junger rifiutò le profferte di Hitler con tanta durezza che, a quanto si dice, Goebbels e Himmler chiesero contro di lui l’ergastolo.  Il Führer non permise, e fu il solo privilegio assegnato dal nazismo a questo aristocratico profeta di una Morte dionisiaca.

Divenuta più ricca e più ragionevole, oggi la Germania  sembra non emettere luce nuova, quasi sia un pianeta invecchiato. Appare aver dimenticato la veemenza ideale del passato.  Crea più eccellenze materiali che idee.  Ciò poteva ancora andare per le istanze non smisurate della Repubblica di Bonn.  Ma oggi il  paese di Wagner e di Hölderlin è sfidato a una missione  -fare dell’Europa il Sacro Romano Impero del terzo millennio- che non ha confronti coi compiti di altre nazioni, per possenti che siano o siano state. E’ possibile uno sprigionarsi di genio germanico che ringiovanisca e migliori il Vecchio Continente, dunque il mondo.
La resurrezione dell’energia tedesca, nel dopoguerra, fu miracolosa.
Lo scatto con cui la Bundesrepublik si prese la Germania orientale fu felino: si predicava gradualità, invece Bonn volle tutto e subito, senza esitare di fronte al costo. La parità tra i due marchi attestò non solo riflessi fulminei, anche ‘classe’, ossia accettazione degli obblighi della grandezza.
Il Sacro romano imperatore (tedesco) non era il capo di uno Stato materialmente onnipossente, era un principe che aveva più dignità e più doveri degli altri prìncipi.  La DDR andava recuperata a qualunque prezzo: qui nacquero i più grandi del passato, compreso Lutero.

Mille volte meglio se quel poco di valido che resta dell’esperienza comunista dei Laender orientali -Brandeburgo, Mecklenburgo con Schwerin, Sassonia, Turingia- aiuterà i tedeschi tutti a resistere all’omologazione capitalista e iperconsumista del numinoso paese  di Goethe e di Schiller.
Sarà un antivirus assoluto contro la degenerazione che sta uccidendo la troppo breve grandezza degli Stati Uniti. L’Ovest della Germania rischiò di americanizzarsi nel profondo, ma il Geist tedesco è sereno e immortale: vivificherà l’Europa rifatta Sacro Romano Impero.

Antonio Massimo Calderazzi

‘QUEI’ CARDINALI, PRINCIPI DI UNA CHIESA DEGENERATA AL CRIMINE DEL NEPOTISMO

Ora che papa Bergoglio ha creato sedici nuovi cardinali, che può fare un cattolico dilaniato dal rimpianto di una Chiesa nata dal Vangelo e poi guastatasi,  se non ripiegarsi sui tradimenti dei vertici della massima tra le potenze spirituali della storia?  Sedici cardinali in più (magari persone degne), laddove abolire i cardinali dovrà essere in futuro una delle opere di redenzione della Chiesa attaccata dall’irrilevanza, sempre più minacciata dalla fine. Senza dubbio abolire i cappelli rossi non sarà la più urgente tra tali opere. Ben più vitale sarà ripudiare la continuità, rifiutare un retaggio millenario nel quale il male ha superato il bene.
Ben più vitale sarà abbandonare Roma, chiudere il Vaticano e i palazzi delle alte gerarchie onde ricominciare dal poco, come dal nulla cominciarono i Discepoli.
Ben più importante sarà vendere i tesori artistici e i pacchetti azionari, per sfamare i miseri del mondo.  Eppure, cancellare un po’ in anticipo il Sacro Collegio, una delle miriadi di superfetazioni della storia ecclesiastica, non sarebbe un segno di speranza?

Aver fatto nuovi cardinali significa confermare la vocazione temporale dell’Alta Gerarchia, quella per cui il papa, quali che fossero le sue nequizie, si diceva sovrano del mondo cristiano, superiore a tutti i sovrani (però nessuno sa quanti papi sono nelle fiamme dell’Inferno).
Oggi la Chiesa di Roma è in ritirata su tutti i fronti. Di conseguenza si aggrappa alle posizioni, magari molto deboli, conquistate in passato nel Terzo Mondo dalle missioni, dalle imposizioni di conquista, da altre forme di espansionismo romano. Sempre meno protagonista nel contesto che fu cristiano ed oggi è laico, la Chiesa si asserraglia nelle ex- colonie: dove però signoreggiano o competono altre religioni. E dove, di necessità, il Vaticano deve trovare intese e subire compromessi coi poteri locali, quasi sempre disonorevoli.  In queste condizioni, assegnare un cardinalato a paesi di altri continenti è anche una mossa di potere, oppure diplomatica: così come lo è, spesso, proclamare un nuovo santo. Di norma, un nuovo santo promuove i fini terreni, anche legittimi, di un ordine religioso o di un diverso ambito ecclesiastico. In proposito, c’è chi opina che anche negare, o ritardare, la porpora ad arcivescovi importanti -in Italia, Milano Torino Firenze Palermo- sia oggi una strategia di aggiornamento, fermi restando gli indirizzi temporalistici.

Non si usa più come una volta assalire il ruolo, l’operato e pure  i costumi dei cardinali.  Negli ultimi tempi non pochi tra essi hanno bene agito per la rigenerazione della Chiesa, apportando energia e prestigio.  Ma su come ancora erano molti cardinali di curia in tempi già moderni, a valle della rivoluzione francese e di Napoleone, valgano le constatazioni di Stendhal, che tra il 1828 e il ’29 visse a Roma da osservatore smaliziato sì, non però troppo anticlericale.  Nelle sue “Passeggiate romane” riconosce che i tempi luridi della Curia rinascimentale sono passati” e che “oggi i cardinali sono poveri.  La profonda immoralità che nel Sacro Collegio regnava ancora nell’anno 1800 è a poco a poco sparita”. Tuttavia scrive pure (la ‘povertà’ dei cardinali è un fatto relativo): “A Roma fioriscono tante corti -degne per sfarzo a quelle dei parenti del re- quanti sono i cardinali”.

Nello Stato pontificio dell’epoca di Stendhal -poco dopo di Napoleone- retto a monarchia assoluta, “tutto il potere è detenuto dai cardinali. Però non ci sono più porporati feroci come Ippolito d’Este, che fece strappare gli occhi, in sua presenza, al  fratello naturale Giulio d’Este, per una questione di donne”. Se ciò fu terribile  -notiamo noi- non meno orrendo fu il nepotismo, il crimine millenario che infamò la Chiesa dall’inizio della degenerazione costantiniana al sec. XIX.
Ancora nel Novecento papa Pacelli fece principe un suo fratello, o diversamente congiunto. A metà dell’Ottocento il grande storico Emil Gregorovius vide passare a Roma lo sfarzoso equipaggio del principe Buoncompagni Ludovisi, della famiglia fatta ricchissima dal parente Gregorio XIII: era una carrozza a  sedici cavalli, laddove i re non superavano di solito otto cavalli. A quell’epoca nelle grandi città dell’India si raccoglievano ogni mattina i cadaveri dei miserabili che vivevano sulle strade; del resto i contadini dell’Agro Romano, quasi interamente posseduto dalla grande nobiltà pontificia, erano i più miseri d’Italia.
E’ facile immaginare l’indigenza dei sottoproletari ai giorni del tiro  a sedici del principe, tiro pagato col denaro che gli agiati lasciavano ‘ai poveri di Dio’ per salvarsi l’anima.  Il crimine del grande nepotismo papale va giudicato tra i più gravi in assoluto.

Stendhal rievocò le brutture dei conclavi dove i cardinali erano supposti di scegliere un nuovo papa ‘illuminati dallo Spirito Santo’.
Il conclave adunato nel 1492, alla morte di Innocenzo VIII  (lo scrittore francese precisò che nella vita intera il defunto “aveva coltivato solo l’erotismo”). In quel conclave votarono 23 cardinali, e ciascuno di essi giurò che se diventava papa non avrebbe creato nuovi cardinali senza il consenso degli altri 22;  ciò per non assottigliare il privilegio degli elettori del papa: monetizzare il voto.  Stendhal sul passato lontano: “Tutti i cardinali godevano di immense ricchezze. Tra loro la fede scarseggiava, era comune l’ateismo (…). Il card.Rodrigo Borgia, nipote di Callisto III, prima di entrare in conclave assommava le rendite di tre arcivescovati, di vari vescovati, e di un gran numero di benefici ecclesiastici.  Il cardinale Sforza, fratello di Ludovico il Moro, votò per il cardinale Borgia dietro la promessa di una carica altissima, che gli avrebbe fruttato forti rendite. I cardinali meno agiati furono comprati direttamente per contanti; p.es. il  patriarca di Venezia ricevè centomila ducati.  Il card. Orsini ottenne il palazzo romano di Rodrigo Borgia,  con tutto il mobilio”. Anche i cardinali esercitavano il nepotismo.

I cardinali creati da papa Bergoglio saranno probabilmente arcangeli di virtù, confrontati a quasi tutti quelli del nepotismo colossale, delle tiare e dei cappelli rossi comprati dal denaro, del mecenatismo artistico a danno dei miserabili, di molte altre colpe.  La storia meno vicina di molti, troppi  ‘principi della Chiesa’ non potrebbe essere peggiore.  Si salvano, e vanno ammirati, i pochi che furono uomini di pensiero e di studio, o i grandi operatori della carità. Tuttavia era giusto, quest’anno, crearne altri sedici?  Lo si è fatto per rendere più facile la vittoria nel conclave prossimo di un ‘Santo Padre’ di tendenza?  Il risultato, in ogni caso, è di fare più deludente l’operato di un pontefice che il mondo intero aveva accolto con un’esplo-sione di gioia,  nel nome delle ‘rivoluzioni’ che avrebbe compiuto.

Antonio Massimo Calderazzi

AGGRAVO’ LE STRAGI DEGLI ARMENI IL TERRORISMO DELLA MINORANZA GUERRIGLIERA

Si usa datare il genocidio turco all’ultimo decennio del secolo XIX, e si fanno ascendere le vittime a cifre gigantesche, anche oltre un milione di morti. Eppure pochi anni prima il popolo armeno non accennava a desiderare l’indipendenza, nemmeno durante il regno sanguinario del sultano Abdul Hamid.  A contrastare la colpevolizzazione esclusiva dei dominatori turchi valgano un paio di capitoli dell’opera “The diplomacy of imperialism” di William L. Langer, storico di Harvard, pubblicata nel 1935 dall’editore Alfred A. Knopf.  Ne volle la traduzione italiana, nel 1942, l’illustre Federico Chabod, nella collana che dirigeva per il milanese ISPI (Istituto italiano per gli studi di politica internazionale), dove chi scrive fu in passato vice responsabile delle ricerche.

Avverte Langer nella sua Prefazione: ” Poche questioni di  storia recente vengono male interpretate quanto quella dei cosiddetti (sic) massacri degli armeni. Servendomi del materiale armeno, ritengo di essere riuscito a dare, per la prima volta al mondo, un resoconto obiettivo del movimento  rivoluzionario armeno”.  La ricostruzione di Langer muove “dai famosi massacri avvenuti a Sassun nell’autunno del 1894 (…) Può darsi che la popolazione armena nei domini del Sultano raggiungesse all’epoca circa un milione di persone, persino un milione e mezzo.  In nessun vilayet (provincia) della Turchia gli armeni costituivano la maggioranza, nemmeno nelle sei provincie chiamate comunemente Armenia (…) I curdi, musulmani che disprezzavano i cristiani, si sentivano in diritto di sfruttare gli armeni cui erano mescolati. Di norma gli armeni non tentavano nemmeno di reagire. I viaggiatori che visitavano le loro zone erano impressionati dalla loro remissività, addirittura servilità. Tuttavia la pace era precaria, troppo spesso punteggiata da saccheggi e massacri. Così era stato nei secoli. Il governo turco era impotente: per pacificare il paese sarebbe occorso un grande esercito. Date le circostanze la Sublime Porta si accordava come meglio poteva coi potenti capi curdi.  Dal punto di vista dello sviluppo politico nazionale, le grosse colonie armene di Costantinopoli e di altre città occidentali contavano assai più delle travagliate comunità contadine che vivevano nelle montagne dell’Anatolia orientale; una buona metà degli armeni di Turchia viveva fuori dei vilayet.

Ma tra gli armeni, come tra vari popoli dei Balcani, si era verificata nell’Ottocento una rinascita culturale, ” Il movimento era solo un aspetto dell’influenza europea in Turchia.  Come altri popoli in arretrato, gli armeni furono presi da una vera mania dell’istruzione. Nel 1866 vi erano nella sola capitale del’impero 46 scuole armene. I giovani che potevano andavano a completare gli studi all’estero, a Parigi specialmente, e tornavano imbevuti di socialismo e di indipendenza. Tuttavia non vi era ancora l’idea di staccarsi dall’impero. Si poteva dire che i turchi riponessero una fiducia quasi illimitata negli armeni. Il fermento nazionalista non si era propagato alle provincie. Nel 1857 l’abate del monastero Varak a Van, Khrimian Hairig, iniziò a pubblicare un primo giornale armeno. Ma i suoi sforzi non furono affatto apprezzati dagli armeni della capitale. Sembra che alcuni assoldarono un curdo per tentare di assassinare l’indesiderato agitatore; che invece divenne il capo di tutta la comunità religiosa armena”.

Ancora il luminare di Harvard: “L’assieme delle riforme invocate al Sultano, e poco o niente realizzate, non soddisfaceva i nazionalisti. Del resto la loro compagine non era unita. Il suo capo, Nazarbek, fu espulso, accusato di spendere troppo per la promozione del socialismo, nonchè di esaltare  imprese irredentistiche di scarsa importanza.  Fu cancellato quanto di socialismo era nel programma nazionalista armeno. Cominciò ad agire una Federazione sostanzialmente terroristica (Dashnagtzoution), un cui manifesto proclamò: ‘Non deporremo le armi. Abbiamo una guerra santa da combattere. Siamo rivoluzionari e questa è la nostra ultima parola’.  Verso la metà di giugno del 1896 a Van i nazionalisti armeni uccisero molti curdi, col solito risultato di un massacro  nella popolazione innocente.  Risposta dei guerriglieri:  “Coloro che muoiono sono martiri della Patria”. L’incaricato d’affari britannico descrisse  come criminali i partigiani armeni. Le rappresaglie non tardarono. Solo nella capitale 5 o 6 mila armeni persero la vita”. Per Langer, ” Continuando la condotta  idiota e criminale dei rivoluzionari era improbabile che i torbidi cessassero; non vi era piano di riforme che soddisfacesse gli indipendentisti.  Si erano concentrati in gran numero in Persia, non lontano dalla frontiera turca, e compivano ogni sforzo per fomentare un rivolta antiturca, ciò per provocare un nuovo spargimento di sangue armeno. Un console britannico che visitò il campo persiano riferì di circa 1500 miliziani armeni che vivevano lì a spalle dei locali. Affermò che quanto meno i capi delle bande erano sconsiderati e irresponsabili.  I rivoluzionari, così facili a sacrificare gli altri, semplicemente approfittavano  dell’attenzione alla questione armena delle nazioni cristiane. Peraltro queste ultime si astenevano dall’intervenire:  ogni volta che lo avevano fatto, i massacri o le rappresaglie turche si aggravavano.  A poco a poco gli stessi ribelli dovettero rendersi conto che l’Europa ne aveva abbastanza di loro. Della questione armena si parlò sempre meno. Alla fine del 1897 la burrasca appariva quietata”.  Invece l’indipendentismo violento continuò finché l’avvento al potere in Turchia dei Giovani Turchi portò alla rappresaglia estrema. La popolazione civile pagò con un numero altissimo di morti per i crimini della minoranza partigiana. La diaspora armena si ingrossò: chi potè si mise in salvo in Europa o negli Stati Uniti”.

Ricapitolando, con parole nostre: i massacri si aggravarono nel 1905, opera soprattutto dei curdi al servizio dei turchi. Proseguirono nel 1909 in Cilicia
ad Adana e nel nord della Siria. Fu stimato un milione di morti solo tra l’estate 1915 e il gennaio 1922. Risalta allora la verità del giudizio del luminare di Harvard, riferito all’inizio di queste righe: i turchi furono implacabili e feroci con gli armeni, ma è certo che turbe di uomini, donne, vecchi e bambini scontarono con la vita la militanza ‘patriottica’ dei partigiani. Più o meno come a Marzabotto, e come a Oradour.

Antonio Massimo Calderazzi

ARRIVA LA DEMOCRAZIA SENZA ELEZIONI – SARA’ SELETTIVA E RANDOMCRATICA

Sotto un titolo insignificante (‘Votare non è un gioco’) l’editoriale del Corriere 2 settembre firmato Angelo Panebianco elenca alcune dolorose constatazioni che per l’immobilismo costituzional-conservatore dell’A. sono devastanti.
La prima: “Non c’è stato un momento, in tutta la sua storia, in cui la democrazia rappresentativa abbia subito attacchi come nella fase attuale, non solo in Italia”.
La seconda: “Il Parlamento è oggetto di derisione e disprezzo”.
La terza: “Stiamo squalificando in un colpo solo Parlamento, elezioni, principio rappresentativo”.
Quarta: “Si sono fatti molti ragionamenti tesi a rafforzare, in chiave antiparlamentare, il ruolo del referendum popolare”.
Quinta: “A certe condizioni la proposta di ridurre il numero dei parlamentari può essere una buona idea nel quadro di una complessiva revisione costituzionale.  Altrimenti è solo un attacco, simbolico e pratico, alla democrazia rappresentativa.  In nome ovviamente della democrazia diretta, alla quale la Rete ha offerto opportunità storicamente inedite”.

Dalla democrazia diretta imposta dal futuro il prof. Panebianco teme  “cittadini disinformati che dicono la loro su cose di cui nulla sanno, manipolati dal primo demagogo che passa”. Egli vuole il contrario del principio ‘uno vale uno’, e  ‘di ciò che da quel principio consegue: i ‘ ludi elettronici’.

Tuttavia sbaglia  Panebianco a sminuire quelle che chiama ‘certe proposte che circolano fra gli studiosi occidentali’.  Esse  significano una cosa precisa e determinante: fra gli studiosi occidentali non ci sono quasi più difensori (come lui e come Giovanni Sartori, lo scomparso teologo del  ‘doppio turno alla francese ‘)  del parlamentarismo/partitismo/professionismo dei politici a vita.  Invece proliferano le proposte e le ipotesi di democrazia diretta le quali escludano che uno valga uno.  Le preoccupazioni di Panebianco hanno perso fondamento.

Una delle opzioni di democrazia diretta-ma-selettiva è stata formulata nell’anno 2000 da chi scrive, di concerto con una ‘unità di ricerca sulla randomcrazia’: un gruppo di giovani italiani e canadesi.
Quell’anno  compilarono un  ‘Dossier sulla tecnocrazia selettiva’, titolato ‘Il Pericle elettronico,  sottotitolato “Materiali anglo-americani sulla superfluità dei politici professionisti. La soluzione randomcratica: una Nuova Polis sovrana di supercittadini scelti a turno dal sorteggio”.
Il profilo randomcratico  del dossier fu il particolare contributo di un giovane ingegnere, oggi cattedratico in un’importante università di Olanda. Produsse idee il tecnico pugliese Gabriele Stecchi.

La democrazia diretta sarà l’opposto della sovranità “di  tutti gli aventi diritto”,  cioè dell’intera Anagrafe.  L’Anagrafe farà altro.
Abolite le elezioni, spariranno gli ‘aventi diritto ad eleggere’.  Nascerà un corpo politico ristretto , una nuova Polis sovrana, p.es. mezzo milione di italiani, fatta di “cittadini attivi” o supercittadini, selezionati dal sorteggio per un turno di sovranità -p.es. una volta all’anno- SE saranno in possesso di qualificazioni oggettive fissate dalla legge: chi proverà una laurea, oppure avere esercitato un’attività legale per abbastanza anni.
Naturalmente  saranno sorteggiati coloro che faranno risultare qualificazioni superiori al minimo.

In conclusione saranno scelti random come supercittadini le persone che risulteranno ‘migliori’ degli altri iscritti all’anagrafe. La democrazia dei migliori, visto che la democrazia dei tutti (dogma delle sinistre buone a niente) ha avuto come risultato che i ricchi sono più ricchi di prima.

Inevitabilmente saranno escluse vaste categorie: la maggioranza dei lavoratori manuali dipendenti, delle  casalinghe, degli inattivi, dei pensionati, degli studenti che non hanno completato gli studi, degli sportivi di mestiere, di coloro che svolgono attività non dimostrabili come socialmente utili.  Mezzo milione, non 60 milioni, di cittadini sovrani. Queste ed altre esclusioni non faranno danno se non a quanti assegnano i loro voti in cambio di contropartite.  Ai giovani non in possesso di particolari qualifiche basterà impegnarsi per conseguire queste ultime al più presto.  Nel frattempo troveranno compensi, p.es. ludici, al fatto che la nuova Polis ateniese non potrà non essere fatta di piccoli numeri.  Le decine di milioni di votanti non sono una Polis, sono una massa soggetta alle manipolazioni dei politici di mestiere. La Nuova Polis nascerà quando sarà fatta dei pochi, i migliori.

Che le società avanzate si tengano ancora un congegno di delega concepito nel secolo XVIII è un enigma, un’apoteosi dell’irrazionale.
Andiamo su Marte, creiamo la vita in laboratorio, pratichiamo la comunicazione istantanea e planetaria, diamo uno smartphone alle moltitudini, ma affidiamo il governo dei tutti ai furfanti espressi dalle urne e dai partiti. Anche gli avversari dell’innovazione, i misoneisti alla Solaro della Margarita, ammettono che la tecnopolitica selettiva cancellerà il vecchiume degli ordinamenti imposti dal passato e ribaditi dalle Costituzioni come la nostra, redatta dai giuristi dell’oligarchia pervenuta al potere grazie al crimine bellico del Duce, il 10 giugno 1940.

Antonio Massimo Calderazzi

GIOVANNI MAGNIFICO VANTO PUGLIESE COME G. CONTE E COME ALDO MORO

Nei giorni che vedono confermato al pugliese Giuseppe Conte il rango di uomo di Stato, sia o no egli destinato a governare a lungo, è giusto additare un’altra figura di primo piano, anch’essa espressa dalla Puglia: peraltro con meriti scientifici molto superiori a quelli dell’accademico oggi a Palazzo Chigi.  Si tratta dell’economista Giovanni Magnifico, nato o fiorito a Bari.  Nel declinare del Novecento ci fu una fase in cui la stampa più importante e qualificata d’Europa e del mondo anglosassone, e più ancora la letteratura economica, davano grande risalto ai contributi alla teoria monetaria di Magnifico, membro del vertice della Banca d’Italia. Magnifico era forse il più noto tra i monetaristi italiani Nulla di simile può vantare, a livello internazionale, l’attuale presidente del Consiglio (come del resto lo stesso Aldo Moro, prima di assurgere alla gloria e al martirio).

Giovanni Magnifico si rivelò negli anni Cinquanta come vincitore del prestigioso riconoscimento assegnato dall’Istituto d’emissione a un giovane economista, nel nome di Bonaldo Stringher, primo governatore della Banca centrale.  Entrato autorevolmente nell’Istituto, Magnifico raggiunse l’alta posizione di consigliere, proiettato verso gli incarichi più alti. Al di là dei conseguimenti di carriera -il Nostro pervenne alla presidenza di una banca milanese- sono da sottolineare la sua reputazione internazionale e i molti rapporti con le personalità che dominavano la scienza monetaria occidentale. Chi scrive ebbe l’onore di conoscere Magnifico alla vigilia di un suo trasferimento negli Stati Uniti. Sempre chi scrive dovette più tardi a Magnifico la presentazione a Robert Mundell, cattedratico alla Columbia University, il quale contava tra i propri discepoli alcuni tra i principali esponenti della scienza monetaria statunitense. Tutti sanno che Mundell è pervenuto al premio Nobel per l’economia, ma in più occasioni egli ebbe a dichiarare a chi scrive l’alto apprezzamento che sentiva di dovere all’acuto studioso venuto dalla Puglia. Tra l’altro Mundell mi disse queste cose nel raccoglimento della sua storica villa senese, che era stata una rocca rinascimentale.

La Puglia aveva dato allo Stivale anche un predecessore purtroppo importante di Magnifico, di Aldo Moro e di Conte: il malaugurato Antonio Salandra, presidente del Consiglio nel 1915, quando un destino infausto volle vincente il leader dell’ala conservatrice e guerrafondaia del partito liberale,  su Giolitti che tentava di sventare il nostro intervento nella Grande Guerra.  Affiancato dal ministro degli Esteri Sidney Sonnino, Salandra impegnò l’Italia a entrare nel conflitto a fianco di Gran Bretagna e Francia. I due governanti della mala sorte fecero ciò che fecero nella cupidigia di conquistare territori e colonie. I seicentomila morti che soffrimmo non bastarono a farci conseguire gli obiettivi additati dall’imperialista Salandra, nato a Troia provincia di Foggia.  Invece furono sufficienti a provocare l’avvento di Mussolini e la catastrofe del Secondo conflitto mondiale. Salandra fu il figlio degenere di quella che era stata la Secunda Regio nell’impero di Ottaviano Augusto e, a fine vita, la terra prediletta di Federico II, imperatore svevo.  A Foggia lo Svevo tenne corte magnifica in un palazzo oggi distrutto. La vicina Lucera si erge oggi a testimonianza dello splendore dello Svevo.

L’elenco delle pubblicazioni di Magnifico è troppo lungo e irto per questa sede.  Citiamo di passaggio “Il sistema europeo di banche centrali. Problemi di transizione e di gestione”, edito nel 1990 dalle Edizioni Scientifiche Italiane. Nell’opera “Squilibri finanziari e spiragli di soluzione”, Luiss 2008, Magnifico individua nella normativa europea sulle finanze pubbliche nazionali alcune carenze e i possibili miglioramenti.  Per esempio, il deficit eccessivo è trattato allo stesso modo in contingenze di segno opposto. L’ambito di riflessione è sempre l’economia dell’intera area europea. Magnifico propone un’agenzia di raccordo tra i gestori dei debiti pubblici nazionali.

I meriti scientifici di Giovanni Magnifico e quelli ideali di Aldo Moro hanno onorato la Puglia; il governo di Giuseppe Conte potrà forse onorarla, a compenso delle sciagure inflitte da Antonio Salandra: il quale ultimo lamentò nelle Memorie di non essere stato insignito di un titolo nobiliare, dopo avere tanto beneficato la Patria!

Antonio Massimo Calderazzi

IN QUANTO UNA GUERRA IN PIU’, RIPUDIARE LA RESISTENZA

Un libro di Aldo Cazzullo, il bardo del volenteroso ottimismo da Centocinquantesimo anniversario, si intitola “Viva l’Italia”.
Fin qui, non molto da obiettare (a parte che molti di noi riluttiamo a inneggiare con l’Autore: assai discussa è la reputazione della Saturnia Tellus) . Però, sotto il titolo figura la seguente asserzione: “Risorgimento e Resistenza, perché dobbiamo essere orgogliosi della Nostra Nazione”.

E’ d’obbligo la confutazione: il Risorgimento è una cosa, la Resistenza è un’altra, di fatto opposta. La Resistenza fu la guerra voluta da una fazione contro tedeschi e fascisti. Una guerra in più, dopo i criminali bellicismi del nostro secolo XX: Vittorio Emanuele III, Salandra, Sonnino, Cadorna, Mussolini, persino Giolitti per la Libia. Una guerra in più, dopo che le decine di milioni di caduti di due conflitti mondiali ci avevano forzati a non volere più alcuna guerra. Nessuna in assoluto. Avevamo capito: no alle motivazioni ideologiche, no ad ogni altra motivazione, patriottismo compreso.
Le patrie erano costate in un secolo molte decine di milioni di caduti.

Allora la Resistenza, in quanto una guerra in più, è da rifiutare in toto.
Chi volle la Resistenza volle innumerevoli nuovi morti e nuovi drammi, dopo quelli del 1914-45. Non si osi più dichiarare efferati i crimini dei germanici e dei repubblichini, legittimi e sacrosanti i crimini della guerriglia. Questi ultimi furono atti di una guerra mossa da una schiera bellicista. Le rappresaglie tedesche furono sempre provocate da attentati ed esecuzioni dei partigiani. Non ci furono rappresaglie dove mancarono gli attentati e le esecuzioni.
Tutti gli eserciti occupatori della storia ricorsero a rappresaglie per difendersi da guerriglieri che si confondevano nelle popolazioni e se ne facevano scudo, mai offrendo se stessi per risparmiare gli innocenti.
Gli attentatori di via Rasella si misero in salvo e incassarono premi; pagarono i massacrati delle Fosse Ardeatine.
Si guardarono efficacemente dai guerriglieri solo i vincitori del passato molto lontano -tra gli altri, i vincitori dell’Antico Testamento- i quali a volte spegnevano TUTTI i vinti.

Il “Viva l’Italia” di Aldo Cazzullo è, tra le altre cose, un lungo elenco di eroismi partigiani; nessun accenno ai mitra e al tritolo di una parte di tali eroi.
Ipotizzo che nel foro della sua coscienza il Nostro si vergogni di tale omissione integrale, oggi che le ideologie istigatrici della guerriglia partigiana sono rovinosamente fallite (l’ispirazione comunista), oppure sono in caduta libera (l’ispirazione liberaldemocratica, parlamentarista e/o patriottarda dei partigiani non comunisti).
Il fascismo che volle le sue guerre fu esecrabile e vergognoso.
Per la guerra supplementare del 1944-45 l’antifascismo fu altrettanto esecrabile e vergognoso.

Quanto al precetto d’essere ‘orgogliosi della nostra Nazione’, come non ricordare che le istituzioni e le prassi del Settantaquattrennio -malate di corruzione, malcostume e partitocrazia- hanno composto un regime tra i più disonorevoli del mondo occidentale?
Per tacere sul dettaglio che la repubblica nata sinistroide è sempre asservita a Washington. E che i suoi bonzi più alti non si vergognano di tenere corte sontuosa nella reggia costruita col denaro dei poveri dai papi meno cristiani della storia. Poi abitarono il Quirinale, prima dei nostri presidenti, quei sovrani sabaudi che la Resistenza fu supposta di combattere.
Muoia l’Italia che entusiasma Cazzullo.

Antonio Massimo Calderazzi

FUSTEL DE COULANGES: BISMARCK NON PIU’ BELLICISTA DELLA FRANCIA DEL RE SOLE E DI LOUVOIS

Quanto ci siamo commiserati per le sfortune, o le grandi tragedie, inflitte allo Stivale da governanti mediocri, o pazzoidi, o semplicemente criminali? I drammi più gravi, naturalmente, risalgono alle colpe di Vittorio Emanuele III, alla coppia maledetta Salandra-Sonnino, a Gabriele d’Annunzio (grande poeta e grande vittima di estetismi e deliri). Infine risalgono al folle intervento in guerra di Mussolini.
Quante volte abbiamo concluso che lo Stellone d’Italia è stato un astro luttuoso, al contrario del ruolo provvidenziale che ci immaginiamo?

Tuttavia le grandi nazioni d’Europa hanno pagato più duramente di noi per le scelleratezze dei loro governanti. Nella Grande Guerra la Francia perdette un milione e mezzo di uomini, e nel conseguente Secondo conflitto mondiale subì la più immane delle disfatte.
La cosiddetta, e infausta, “grande leadership” di Winston Churchill costò alla Gran Bretagna la perdita del primato mondiale e dell’impero.
Adolf Hitler portò la Germania sul punto di sparire dalla faccia della terra. Lenin e Stalin condannarono a morire il comunismo internazionale.
A modo suo, lo Stivale è stato fortunato!

Al confronto di queste e di altre apocalissi, la disfatta del Secondo Impero francese, nel 1870, fu un episodio minore e quasi grottesco.
Grottesco in particolare fu l’impegno di Numa Denys Fustel de Coulanges, allora forse il maggiore storico di Francia, luminare della Sorbona e dell’Ecole Normale, impegnato contro la Germania e colpevole d’avere vinto.
Singolare fu il fatto che Coulanges attaccò i ‘ministri del culto evangelico dell’Armata del Re di Prussia’ perché non predicavano la carità ma l’odio e la guerra. “Voi invocate il Dio delle battaglie. Nel nome di Cristo preparate i vostri soldati all’assalto contro Parigi”. Lo storico cesareo esaltò il popolo della Commune parigina “che impugnava le armi per difendere l’onore e l’interesse della Francia, forse nello stesso tempo l’onore e l’interesse dell’Europa”. Il Nostro ammetteva che la guerra era stata voluta e dichiarata dalla Francia e che la Francia era stata semplicemente vinta: “Ma voi ministri di Cristo, invocate il Dio delle battaglie. Noi, impugnando il fucile, invochiamo il Dio della pace”.

Stupidaggini, come si vede. Fustel de Coulanges sapeva benissimo che la guerra alla Prussia fu voluta dai ministri, marescialli e ciambellani di Napoleone III -non dall’imperatore ormai malato- per la più insensata delle ragioni: per punire Bismarck che aveva provocatoriamente rifiutato all’ambasciatore francese un’ulteriore udienza del sovrano.
Parigi dichiarò la guerra -la guerra!- per l’offesa all’ambasciatore “cioè l’onore della Francia”. In due o tre settimane la guerra era già perduta nella catastrofica battaglia di Sedan. La classe di governo della Francia era caduta nella trappola di Bismarck, il quale aveva valutato esattamente di poter profittare del velleitarismo e della debolezza militare di Parigi.
I responsabili del Secondo Impero inflissero alla Francia un’avventura altrettanto fallimentare e turpe quanto le imprese imperialistiche di Crispi, Salandra, Sonnino e Mussolini. Perdendo l’Alsazia e parte della Lorena la Francia si costrinse a una ‘Revanche’ orrenda, la Grande Guerra, alla quale non poté non seguire la guerra di Hitler, Churchill e Roosevelt.

Andò così che lo storico ufficiale del Secondo Impero, nel colpevolizzare la Germania vincitrice, additò senza mezzi termini le responsabilità di F.M. Le Tellier, marchese di Louvois, per l’accanito bellicismo della Francia del Secolo di Luigi XIV, l’età che si usa chiamare ‘la più gloriosa’ dei francesi.
Il Sole di Luigi non fu più benefico del nostro Stellone…

A.M. Calderazzi

SCHLESINGER Jr: RIMPIANTO PER I DUE GRACCHI D’AMERICA

Non ci è dato sapere se una certa perla di saggezza attribuita al presidente Kennedy fu farina del suo sacco, o non piuttosto del sacco di una sua eminenza grigia, magari lo stesso Schlesinger.
Ecco la perla: “Prima che la mia presidenza finisca, dovremo fare altre prove per assodare se una nazione governata come la nostra potrà durare.
Il risultato non è affatto sicuro”.
Avesse pensato sempre così, l’uomo della Nuova Frontiera sarebbe considerato un vero statista, laddove molti dubitano.

Sappiamo per certo che Arthur M.Schlesinger Jr., figlio dell’omonimo illustre storico di Harvard e lui stesso, il figlio, accademico di primo piano a Harvard, due volte vincitore del premio Pulitzer, fu alto consigliere del presidente Kennedy, virtualmente un suo ministro.
Purtroppo non riuscì a dissuadere il Principe dal far partire l’impresa americana nel Vietnam. Per Schlesinger fu l’impresa più sbagliata e turpe in assoluto: ma prevalse l’ostinazione bellicista del neoeletto condottiero della Nuova Frontiera. Il presidente uscente Eisenhower, che di guerra si intendeva più del sottotenente di corvetta Kennedy, aveva tentato invano di sconsigliare l’avventura indocinese.

Nei giorni in cui il presidente Trump appare aver fermato, almeno provvisoriamente, quei capi del Pentagono che volevano dare una tremenda lezione militare all’Iran, e in ciò fare sembra ripudiare i propositi di totale egemonia sul pianeta, risulta profetica la visione anti-imperialista avanzata da Schlesinger nel libro “The crisis of confidence: ideas, power and violence in America” (1967).
Scrisse: “Sembra che ormai gli eventi sfuggano al nostro controllo. Non possiamo più difenderci dal corso ineluttabile della storia. Nell’ultimo quarantennio abbiamo dovuto affrontare la peggiore Depressione, la peggiore guerra mondiale e la più rovinosa guerra limitata. Eppure fino a poco tempo fa siamo sempre stati convinti di poter fronteggiare con la nostra leadership e con le nostre risorse -morali e psicologiche oltre che economiche- qualsiasi sfida. Ne siamo altrettanto sicuri oggi?
Il fatto che mezzo milione di americani, più un milione di alleati, più una tecnologia bellica smisurata, non siano riusciti a sconfiggere poche migliaia di guerriglieri in pigiama nero, ha scosso la nostra fiducia nella potenza dell’America; e le immense devastazioni che abbiamo compiuto hanno scosso la fiducia che avevamo nella nostra rettitudine (…)
E’ arrivato il momento di ripensare le istituzioni e i valori del nostro paese”.

” La guerra nel Vietnam ha indotto il nostro governo a seguire una linea di insensata, spaventosa distruzione. E’ stato proprio il fallimento nel Vietnam a revocare in dubbio tutta la nostra politica estera (…) Il peso totale delle bombe sganciate sui due Vietnam è stato di 2.948.057 tonnellate.
Il peso totale delle bombe sganciate nella Seconda guerra mondiale, in Europa come nel Pacifico, è stato 2.057.244 tonnellate.
Il 31 marzo 1967 un discorso del presidente Johnson annunciò il fallimento della nostra escalation. Se avesse tenuto quel discorso un anno prima, molti americani e molti vietnamiti sarebbero ancora in vita.
Come ebbe a dire Kennedy nel 1961, ‘dobbiamo accettare il fatto che gli USA non sono né onnipotenti né onniscienti, che siamo solo il 6% della popolazione mondiale, che non possiamo riparare ogni torto e sanare ogni calamità’.
Invece il successore di Kennedy ripristinò il dullesismo e si gettò a capofitto nella politica dell’overkill”.

Solo riducendo la nostra presenza militare nel pianeta, affermò Schlesinger, e solo cominciando a dare prova di ragionevolezza, potremo restaurare la nostra influenza nel mondo. La politica di impegno totale su scala planetaria è incompatibile con ogni prospettiva di ricostruzione sociale in patria. In futuro il mondo terrà conto dell’America non tanto per la nostra forza militare, quanto per la capacità di sanare le nostre fratture sociali, prima di tutto fratture tra tra ricchi e poveri, tra bianchi e non bianchi, poi tra vecchi e giovani e tra esperti e non scolarizzati. Il nostro paese è in uno stato di incipiente disgregazione. La struttura della società è sottoposta a gravi tensioni. I privilegiati sono divenuti gli antesignani del rinnovamento, mentre i bianchi sottoprivilegiati difendono accanitamente lo status quo (e, diciamo noi, votano per Trump). Il nostro paese è in uno stato di iniziale disgregazione.

Il rimedio additato dal Nostro: superare la Vecchia Politica.
Se i grandi partiti non cominceranno a fare ciò che non hanno mai fatto -coinvolgere veramente l’uomo della strada- dovremo aspettarci un balzo in avanti della Nuova Destra e della Nuova Sinistra: in apparenza nemiche acerrime, in realtà unite nella volontà di abolire le istituzioni che hanno il ruolo di conciliare le tensioni della nostra società.

Quasi tutte le valutazioni e le enunciazioni dell’intellettuale Schlesinger sono state confermate dal mezzo secolo che è passato dal suo libro, scritto “in memoria di Robert Francis Kennedy”. Ciò che non è stato convalidato è la sua speranza che una conversione al realismo e all’etica della classe dirigente sapesse rigenerare l’America. Che in particolare sapessero rigenerarla gli imperativi/slogan della Nuova Frontiera e poi, caduto John Kennedy a Dallas, gli slanci idealizzanti del fratello Robert, fatto martire dalla propria incapacità di convincere l’uomo della strada.
L’uomo della strada non poteva condividere le posizioni ìperprogressiste del fratello del Presidente: anch’egli destinato ad essere assassinato, come i due patrizi romani tribuni della plebe, Sempronio e Gaio Gracco.
(Accertato che la guerra civile lo condannava a morire, Gaio si fece uccidere dal suo schiavo).

Antonio Massimo Calderazzi

IL MEIN KAMPF DI DONALD TRUMP

Ora che l’uomo della Casa Bianca ha chiesto il secondo mandato -la tradizione è che lo riceva- rileggiamo insieme il Corano del 45mo Presidente. E’ il libro “Crippled America: How To Make America Great Again”, pubblicato da Simon and Schuster alla vigilia delle elezioni del 2015. Nell’orrore di tutti i semisinistristi del pianeta, quelle elezioni lo portarono al potere. E’ obbligatorio avvertire che se parliamo di Mein Kampf non intendiamo stabilire alcun parallelo, nemmeno scherzoso, tra il Nostro e il Fuehrer; che inoltre non ci proponiamo di latrare, meno che mai mordicchiare, all’indirizzo dell’autore di “Crippled America”.

E un fatto: Trump vinse le elezioni, sbaragliando i competitori e umiliando detrattori senza numero, ricchi in indignazioni e sarcasmi, però duri a capire perchè il trionfo dell’iper-palazzinaro di Manhattan, promotore-impresario di grattacieli; più ancora, di abominevoli golf courses.
Gli americani accettarono tutto, pur di avere qualcosa di diverso.

La lettura del Mein Kampf vandeano-populista esige abnegazione.
Non si contano le volte che il futuro Presidente ripete di essere: costruttore di towers iperboliche; fondatore dei campi da golf più importanti del globo; lanciatore di business orgogliosi; progettista di brand di lusso; pagatore di stipendi, salari e liquidazioni; in breve, incarnazione di ogni virtù di quando l’America era grande: “I’am a winner, I have experience in winning.
“That’s what we call leadership (…) The image I created enabled me to build on the greatest luxury brands in the world (…) I’ve got billion of dollars. My children are highly intelligent and accomplished executives who work for me (…) I started in a small real estate company based in Brooklin and made more than $10 billion. I now live on what is considered the best block of real estate anywhere in the world: Fifth Ave between 56th St. and 57th St., right next to Tiffany’s. I’m rich. I mean, I’m really rich. I am the richest presidential candidate in history. I am the greatest cheerleader for America- the America that won.

Vanti di portata cosmica, superumana. Volgari, forse veri forse no.
Hanno funzionato in grande nel novembre 2015. Ciò non toglie che l’eloquenza di Trump possa risultare pesante, col risultato di rifiutare di leggere. Non sempre gli imperatori scrivono elegante. Comunque, per quello che un pamphlet elettorale vale, “Crippled America: how to make America great again” annuncia agguerriti propositi d’azione. “Immigration: good walls make good neighbors. Foreign policy: operate from strength. If we’re going to continue to be the policemen of the world, we ought to be paid for it. It’s no wonder nobody respects us. It’s no surprise that we never win.
It really is time the rest of the world paid their fair share. And remember: the Chinese need us as much as we need them.”
All’America occorre “the most advanced and muscular military of the planet. E occorre che i paesi da noi protetti paghino la loro parte dei costi. Un passaggio di “Crippled America” specifica tali paesi: Arabia Saudita, Corea del Sud, Germania, Giappone, Gran Bretagna.
Stop: niente resto d’Europa!

Per la sanità, ecco il succo della proposta Trump: “You want better plans at a better price. Increase competition for customers. The government doesn’t belong in health care except as the very last resort”.
Il capitolo “It’s still the economy, stupid” addita come strada maestra per arricchire l’America il diffidare dei politici, degli esperti professionali e degli intellettuali: “We need someone who is a tough negotiator and a real leader”.
Quanto al diritto degli americani di portare armi, “The Second Amendment is clear to me: ‘A well regulated militia being necessary to the security of a free State, the right of the people to keep and bear arms shall not be infringed’. Period”.

Insomma, il Mein Kampf del populismo promise di raddrizzare tutti i cammini dell’America, in forza di pochi fattori miracolosi: ipernazionalismo, americanismo, disprezzo per le correttezze e le convenzioni politiche, fede assoluta nel mercato, superiorità del successo imprenditoriale su ogni altra virtù della funzione politica.

In teoria quasi tutte le proposte di Trump sono dimostrabili fallaci ai sensi di questo o quel trattato politologico. In pratica, tale dimostrazione non c’è stata, per la gioia dei più; non solo dell’America blue collar e talebana della ricchezza. Al momento la smisurata legione degli avversari del trumpismo, dei pasdaran dell’accoglienza e del primato dell’ONU è un esercito di fuggiaschi: tale è l’esasperazione nei confronti sia della classe di governo tradizionale, sia dei sommi articoli della fede liberal-democratica.
Un giorno un campione della riscossa legittimista-semisinistrista potrà dimostrare scorretti i principi, gli slogan, persino i vanti catastali dell’imperatore del real estate e dei luxury brands. Ma difficilmente quel campione sarà un progressista all’antica, cioè truffaldino, alla Hillary Clinton, incarnazione di tutte le bugie del professionismo politico planetario.

A. M. Calderazzi

PER FARE GRANDE L’EUROPA, UN CONDOTTIERO NON UNA COMMISSIONE

Nessuno di Quei Due, il presidente francese e la cancelliera tedesca, ha fatto qualcosa di importante per rigenerare e unire il Continente.
Per uno statista europeo del XXI secolo, la misura della grandezza è l’azione realizzata per far nascere la Nazione dei cinquecento milioni che dominarono il mondo e crearono la civiltà occidentale.

Al momento sia Emmanuel Macron, sia Angela Merkel risultano meno gloriosi di De Gaulle e di Adenauer che ‘misero la faccia’ per sopprimere il miserabile odio tra i loro popoli. Meno gloriosi, Quei Due, di costruttori di regni minori quali Cavour, Kemal Ataturk, Horthy, Pilsudski, Mannerheim, Masaryk e, perché no, Salazar e Franco.

Troveranno Macron e Merkel la tempra per non sfigurare, addirittura per non risultare insignificanti, a confronto di personaggi di secondo piano che hanno agito in alcune situazioni del Terzo Mondo?
La cancelliera ha governato il suo paese con competenza e mani ferme, ma potrà non avere più l’occasione giusta: per quanto da pensionata gli Dei la vorranno -chissà- profetessa, Pizia o Sibilla del regno continentale che nascerà.
L’uomo dell’Eliseo ha forse recuperato il terreno politico perduto nell’Esagono, ma sul fronte dell’Europa gli occorreranno risorse di genialità finora non esibite. A Macron si attribuiscono propositi sui dossier che confrontano Bruxelles: però non ancora configurati in modo da annunciare svolte. E non di misure tecnicamente ben congegnate l’Europa ha bisogno: all’opposto di un clamoroso appello alle armi, del lancio di una crociata rischiosa ma risolutiva.
Gli europei vogliono essere elettrizzati, non solo persuasi.

Se, per esempio, Macron vorrà far nascere un esercito europeo, dovrà rompere con la Nato ed emanciparsi sul serio dagli USA. Macron non si limiti a fare il governante cartesiano e preparato; non gli basterà far meglio degli eurocrati. Si imponga anche come ideologo visionario, come apostolo di una grande missione, come annunciatore di un vangelo sovvertitore: l’unità e la grandezza di un Continente pari e idealmente superiore agli Stati Uniti. Magari un’unità e una grandezza dominate da poche capitali e da poche avanguardie temerarie. I governi lillipuziani obbediscano.
Se vorrà fare la storia, Macron dovrà offrire ai governanti e ai governati del Vecchio Mondo l’esempio di una forte cessione di sovranità.
Venendo da una Francia erede di retaggi nazionali orgogliosi, questo esempio renderà grottesco il sovranismo di capitali sostanzialmente secondarie quali Varsavia, Roma, Malta o mezza Cipro.

Sarà vano migliorare giuridicamente “i dossier”: il bilancio comunitario, le ‘diverse velocità’, un po’ meno (assurdi) voti all’unanimità, l’unione bancaria, il regolamento di Dublino.
Sarà epocale se Macron, eventualmente rimasto solo coll’obbligo di fare il leader, annuncerà le cose grandi: la fine della sudditanza a Washington, un esercito davvero unito e poco costoso, la cancellazione effettiva delle frontiere per i cittadini europei veri, la trasformazione delle bandiere da nazionali a sezionali (il nostro tricolore guadagnerà se il bianco sarà dominato da un simbolo continentale, uguale per tutti i labari).
La Francia sciovinista dovrà ridimensionare i suoi miti iperpatriottici (Marianna, il 14 luglio, les enfants de la Patrie). Dovrà persino accettare nei suoi dipartimenti prefetti lituani e intendenti lusitani. Per importanti che siano le misure concrete, promettono di più le iniziative cariche di simboli.

Quanto poi a chi diverrà cancelliere a Berlino, egli/ella dovrà inventare azioni anche più impegnative. L’Europa si unirà solo se la conduzione germanica si farà assertiva in pieno: la Germania merita di condurre parecchio più della Francia.

A. M. Calderazzi

LA DEMOCRAZIA DI WEIMAR MORI’ PER LE LEBBRE DELLA DEMOCRAZIA

Sulle disgrazie della repubblica di Weimar sappiamo/crediamo di sapere talmente tanto che è logico pensare non valga la pena di aggiungere altro. Peraltro ci sono aspetti particolari che mantengono qualche pregnanza, nonostante quella repubblica sia stata dichiarata morta ottantasei anni fa, se non prima. Per esempio: Adolf Hitler conquistò il potere (17,2 milioni di voti, 288 seggi al Reichstag) solo cinque anni dopo che le politiche del 1928 avevano dato al suo partito un irrisorio 2,6% dei voti. Ciò non può non farci riflettere sull’attendibilità della democrazia rappresentativa. A Weimar, poi a Berlino, le formule del parlamentarismo non avrebbero potuto essere più insignificanti.

I padri fondatori della Repubblica germanica ritennero che il sistema da erigere sulle macerie dell’impero Hohenzollern, militarista e monarco-autoritario (non macerie della Germania: nel 1918 essa era affamata, non devastata fisicamente come sarà nel 1945) fosse il parlamentarismo liberal-democratico. Visti i risultati, fu il peggiore degli errori.
La Costituzione promulgata l’11 agosto 1919, pur congegnata dalla sapienza
del giurista Hugo Preuss, era troppo garantista/legalista per saper stroncare sul nascere i corpi armati dei partiti: le SA naziste, gli Elmi d’acciaio (Stahlhelme) degli ex-combattenti di destra, il Reichsbanner socialdemocratico, il Rotkämpferbund dei reduci rossi. Le milizie di partito, cominciando da quella nazista, portarono la guerra civile a livelli tali che Hitler non poteva non trionfare, forte del consenso della gente.

C’è da chiederci se un regime semi-autoritario quale quello di Kemal Ataturk, o di Putin, o di Erdogan, non sarebbe stato più idoneo a scongiurare, quanto meno a mitigare, i combattimenti nelle strade, le stragi di dimostranti e di scioperanti, i tentativi rivoluzionari o secessionisti, dalla Baviera e dalla Renania alla Sassonia e alla Turingia. C’è da chiederci se una gestione governativa diretta della Reichswehr, dopo la fuga in Olanda del Kaiser, non sarebbe stata preferibile alla successione dei cancellierati “merovingi” dei vari Ebert, Scheidemann, Cuno, Mueller, Brüning, von Papen, von Schleicher (Max del Baden, l’ ultimo cancelliere imperiale, quello che offrì la resa della Germania, fu in realtà un reggente, un capo dello Stato, per la sparizione dell’imperatore). Friedrich Ebert provò a convincerlo ad assumere ufficialmente il titolo di reggente. La cosa perdette rilevanza quando Ebert fu eletto presidente del Reich.

Furono schiacciate con le armi le insurrezioni di sinistra in Sassonia e in Turingia. Quando venne promulgata la Costituzione repubblicana, il giorno fu dichiarato festivo. Ma nel tredicennio di vita della repubblica la Carta costituzionale venne commemorata nella sempre più larga indifferenza del popolo. I 181 articoli del testo prevedevano un sistema normativo fin troppo perfetto, cioè astratto. Emerse presto la vanità della teorica eccellenza dell’impianto istituzionale demoliberale. La scarsità del consenso popolare fu la più grave delle malattie di Weimar.

Fino a tutto il 1923 la prima fase della repubblica fu drammatica: alle crisi economiche, finanziarie e monetarie si aggiunsero il separatismo renano e bavarese, i tentativi di Putsch, gli scontri di fazione, le repressioni con centinaia di morti, gli assassinii politici. Caddero Rathenau, Erzberger e i tre capi dello spartachismo Karl Liebknecht, Rosa Luxemburg e Leo Jogiches. In Renania il generale Mangin, comandante del corpo d’occupazione francese, fomentò il tentativo secessionista di Dorten, che proclamò una repubblica renana. Nell’ottobre 1923 l’esercito schiacciò le insurrezioni di sinistra in Sassonia e in Turingia. Nell’Alta Slesia i ‘corpi franchi’ (ex- combattenti armati) repressero nel sangue il tentativo della minoranza polacca di non accettare il risultato, favorevole alla maggioranza tedesca, del referendum imposto dal trattato di Versaglia.

Annientati i vari conati rivoluzionari e secessionisti, le destre cominciarono a vincere le elezioni e mossero con più forza all’attacco contro la Repubblica. Lo sconfitto partito socialdemocratico uscì dal governo; fu sostituito dal Zentrum confessionale e da altri gruppi non di sinistra.
La guerra civile fece migliaia di vittime; in particolare i corpi franchi di Noske uccisero sistematicamente. Fallirono i tentativi comunisti di far nascere piccole repubbliche dei soviet. Persino di mobilitare all’azione la classe operaia a Berlino, ad Amburgo, altrove. A fine 1923 la repubblica appariva agonizzante. Invece col nuovo anno l’economia reagì positivamente al dissesto politico, la crisi finale delle istituzioni fu rinviata. Ci fu un quinquennio di ripresa. La catastrofe monetaria cessò per la creazione di una nuova moneta, il Reichsmark. Nel quinquennio 1924-29 i progressi dell’economia furono importanti: la Germania riprese il rango di grande potenza produttiva.

Invece il sistema politico non seppe ritrovare vitalità, condizionato dalle inefficienze della democrazia rappresentativa, basata sul parlamentarismo e sul gioco dei partiti. Presto il processo politico degenerò nello scontro finale tra la maggioranza riformista-centrista e le due estreme: reazionari /nazisti e comunisti. Dopo varie insignificanti elezioni generali, un debole tentativo razionalizzatore venne col cancellierato Brüning (Zentrum), seguito a una successione di esecutivi falliti (l’ultimo dei quali capeggiato dal socialdemocratico Hermann Müller). Brüning sopravvisse circa due anni senza disporre di una maggioranza, ma governando per mezzo di ordinanze del capo dello Stato, previste dall’art. 48 della Costituzione nei casi di minacce alla sicurezza dello Stato. Di fatto il parlamento fu messo fuori gioco, soppiantato dal “Presidialregierung” (governo del presidente).

La Grande Depressione mondiale del 1929 colpì con particolare durezza la Germania, più dipendente di altri paesi dalla prosperità degli Stati Uniti. Nel terribile inverno 1931-32 la disoccupazione tedesca raggiunse i 6 milioni. Gli imprenditori e la finanza abbandonarono Brüning.
Quando nell’aprile 1932 il maresciallo Hindenburg fu rieletto capo dello Stato con 19,3 milioni di voti, Hitler ne ottenne 13,4 e il candidato comunista Thälmann 3,7 milioni. Hindenburg risiedeva sempre più a lungo a Neudeck, la grande tenuta che gli agrari e altre destre gli avevano donato, facendo di lui un altro agrario in politica, più o meno solidale con le mene reazionarie del figlio Oskar.

Il 2 giugno 1932 la cancelleria del Reich passò brevemente a Franz von Papen, poi per 57 giorni al generale von Streicher. Nelle elezioni che seguirono in luglio il partito di Hitler passò da 107 a 230 deputati, i comunisti da 77 a 89. Questo Reichstag fu sciolto dopo poche ore, giusto il tempo di eleggere il proprio ufficio (la presidenza dell’assemblea andò a Hermann Göring). Adolf Hitler giurò come cancelliere il 30 gennaio 1933; alla morte di Hindenburg divenne capo dello Stato. In poche settimane trasformò quest’ultimo nel Terzo Reich nazista. Il sistema di Weimar crollò, al di là della crisi economica e della vendetta collettiva contro il trattato di Versailles, per il finale rifiuto dei tedeschi nei confronti della democrazia rappresentativa: partiti, parlamento, elezioni.

Lo avevamo sottolineato nell’incipit: sbagliarono in pieno nel 1919 i fondatori della repubblica a valutare che la democrazia liberale basata sulle elezioni, dunque sui partiti, fosse l’opzione giusta nelle condizioni rivoluzionarie della sconfitta e del crollo della monarchia. E’ verosimile che un governo militare avrebbe assicurato una transizione migliore verso un sistema nuovo. La fissazione di entrare nell’ecumene dell’Occidente demo-plutocratico condannò all’insuccesso una costruzione politica peraltro erede di un plurisecolare retaggio di contraddizioni e di incoerenze.
Alla metà del XIII secolo, con la fine degli Hohenstaufen, la Germania smise di capeggiare il Sacro Romano Impero e i portati disgregatori dell’assetto feudale bloccarono la nascita di una Nazione. Molti secoli dopo il Secondo Reich di Otto von Bismarck non compattò veramente uno Stato unitario.
Poi il Reich d’impronta liberal-democratica fu dilaniato dalle tabi del parlamentarismo.

Un secolo dopo non si contano le analisi delle sconfitte dei sistemi demo-liberali. Valga una delle più recenti: l’editoriale del Corriere della Sera (16 maggio 2019), titolo “La grande fragilità della nostra democrazia”, firmato da Mauro Magatti ordinario di sociologia. L’autore definisce generale “l’inefficienza delle istituzioni in diversi paesi. A incidere sul giudizio nei confronti della democrazia è soprattutto l’incapacità delle istituzioni di ottenere risultati in termini di bene comune (…) Il vero terreno su cui occorre misurarsi è proprio la cronica e diffusa inefficienza istituzionale (…) Se si vuole essere realisti occorre riconoscere che non siamo lontani dal punto di non ritorno (…) Una larga fetta di popolazione pensa d’essere danneggiata dal fatto di vivere in una democrazia”.

A Weimar i distruttori della democrazia furono ben più possenti e feroci dei gruppi che oggi osteggiano il sistema demoliberale in Italia e altrove. Tuttavia è un fatto: furono entusiasti del Führer decine di milioni di tedeschi che nella parentesi di Weimar avevano creduto nelle formule, anzi nelle fole, della democrazia. E quando i trionfi di Hitler cessarono, i tedeschi in uniforme -magari figli dei socialisti e degli spartachisti- combatterono fino all’ultimo per non tradire il Capo e la sua truce visione della Patria. Le parole d’ordine e le ubbie che portarono Hitler al potere sopravvissero alle prime e dure sconfitte militari del Führer: tanta era stata la disistima, il vero e proprio rigetto, nei confronti della democrazia, dei modelli politici dei vincitori del 1918, delle chimere e dei settarismi della Costituzione del 1919.

Chimere e settarismi, peraltro, meno gravi di quelli della Carta italiana del 1948, imposta da una classe politica ben più furfantesca e più accanitamente corrotta di quella che da Weimar fece credere di legiferare nello spirito dei due numi locali, Goethe e Schiller.

Antonio Massimo Calderazzi

CONTROSTORIA DELLO STIVALE CHE NEL 1940 NON FECE LA GUERRA

Un Destino che amava l’Italia, come Prometeo amò gli uomini contro gli Dei, dette il 10 giugno 1940 al sovrano sabaudo il supremo coraggio di far arrestare il Duce -o di avvelenarlo, come si faceva nel Rinascimento- tre anni prima che il 25 luglio 1943 (quando il re rischiò davvero, ma gli andò bene).
Ci volle ben più coraggio nel 1940 per abbattere il capo del Regime: le città non erano distrutte dai quadrimotori, tutte le battaglie non erano state perdute, la resa incondizionata non incombeva. Tant’è, fantastichiamo che le Parche figlie di Zeus avessero scritto nel Libro della Sorte cose diverse da quelle, luttuose, che conosciamo.

Almanacchiamo dunque che il Sabaudo abbia deposto, o avvelenato, un triennio prima il dittatore ammattito. Da quel momento l’Italia fascista, oltre a scampare all’immediata perdita dell’Impero dell’Africa orientale e degli altri possedimenti, non si è inflitta nel Mediterraneo l’impari scontro con la flotta britannica, allora ancora per un po’ prima al mondo. In più, forte della neutralità e del proprio ricco retaggio mercantile, si è messa a rifornire in tutto -armi, munizioni, finanza e moda comprese- sia il Terzo Reich col Sol Levante, sia la Gran Bretagna coll’ecumene plutocratico e col resto del pianeta. Il business complessivo è stato smisurato, senza confronto più vasto dell’Orbe commerciale di Augusto e dei Cesari suoi successori. Il business è stato ovviamente più colossale di quello che la Spagna prostrata dalla guerra fratricida riuscì a fare grazie al geniale rifiuto di Francisco Franco di ricambiare con Hitler l’aiuto ricevuto per vincere la Guerra civile. Il Caudillo fu ingrato col Führer, ma autenticamente misericordioso verso gli spagnoli.

Anche re Vittorio Emanuele II fu ingrato nel 1870 con Napoleone III: non accorse a soccorrere il Secondo Impero che gli aveva dato la ricca Lombardia e l’aureola del vincitore. Ma la guerra voluta dagli sventati megalomani parigini fu la più imbecille delle imprese, dunque i cortigiani e maggiorenti torinesi fecero benissimo a trattenere il Re Galantuomo dalla follia di marciare contro Bismarck e Moltke.

Deponendo (o uccidendo) il Duce che ha perso il senno, prima che si sognasse di annettere un po’ di Francia, di resuscitare il Mare Nostrum e di co-soggiogare l’Europa, il nipote del Padre della Patria ha trasformato lo Stivale in una gigantesca Svizzera o Svezia, nella maggiore di tutte le potenze neutrali del pianeta (all’epoca gli USA di Franklin e Eleanor Roosevelt non erano più davvero neutrali). L’Italia che il terzo Vittorio Emanuele ha salvato dalla sciagura ha profittato del titanico affare della neutralità per passare da regno ancora straccione a potenziale rivale in benessere dell’Inghilterra. Perchè no, degli USA, ai cui milioni di disoccupati del 1940 il glorioso ma sfortunato New Deal rooseveltiano ha dato poco più che un rancio caritatevole. Manco a dirlo, lo Stivale repentinamente ricco ha sviluppato in grande il proprio Mezzogiorno e le aree alpine e appenniniche, allora non molto più prospere del Sud cafone.

Eliminando il Duce impazzito, i nuovi governanti sabaudo-fascisti hanno aperto un ciclo nuovo, potenzialmente plurisecolare, del Regime monarco-littorio; un’età magari longeva come il Sol Levante, la cui dinastia vanta, in precedenza degli imperatori umani, varie generazioni di sovrani divini, tra i quali Amaterazu, dea del sole. Non è affatto detto che il ciclo sabaudo-fascista sarebbe stato precario o breve. Gli abitanti dello Stivale che nel 2019 declamano il loro invincibile antifascismo, parte integrale del DNA nazionale; gli ialiani capeggiati da due sindaci di Milano e da una frotta di innamorati della libertà (spiccano i persuasori dei grandi media, alcune canzonettiste democratiche e i diadochi di Roberto Benigni); tali italiani dicevamo si trovano oggi costretti dalla non-guerra del 1940 a continuare a indossare la camicia nera, col tempo illegiadrita dall’estro dei nostri stilisti. Del colore nero si è spontaneamente invaghita la moda, sommo vanto dello Stivale.

Il colpo di Stato 1940 di re Vittorio ha incatenato i duri dell’antifascismo, cominciando da Giuseppe Sala, Ezio Mauro e Francesco Merlo, nonché da molti altri pennivendoli dei media, a restare quasi forever sottomessi al regime fondato dal Predappiese. Sottomessi perché il Regime, pur privato di Benito Mussolini, gode oggi di un consenso persino maggiore che al tempo della conquista dell’Etiopia. La neutralità non ha fatto ricchissimo lo Stivale coi suoi non infimi possedimenti? Non si sono risparmiati il sangue e i beni di tanti? Non sono cospicue le possibilità di lavoro e di business nelle colonie libica, etiopica, eritrea e somala, oltre che nel Dodecanneso, quest’ultimo acquisito per buona misura dalla impresa libica del grande Giolitti? E soprattutto, forse che il non stupido uomo della strada dalle Alpi al Lilibeo non intuisce quanto sgradevoli sarebbero state le due o tre repubbliche della demoplutocrazia partitica fondata dai mitra partigiani, però molto benvista dai grandi patrimonii?

Insomma, facendo fuori in anticipo Benito Mussolini il terzo re Vittorio, imperatore di Etiopia eccetera, non solo ha conservato le corone per sé e per i suoi discendenti, ma si è fatto perdonare la sua parte del nefando crimine del 1915. Quell’anno il consorte di Elena del Montenegro, sobillato da Gabriele d’Annunzio ma, ben peggio, dai due guerrafondai di provincia Salandra e Sonnino, si macchiò della delittuosa guerra “per coronare il Risorgimento”. Un secolo dopo quella sciagurata “vittoria” gli altoparlanti degli stadi muggiscono ancora ‘Marcia Reale’ e ‘Giovinezza’. Ma almeno gli italiani si salvano da ‘Bella ciao’.

A.M.Calderazzi

NIENTE CAMBIERA’ SENZA LA DUREZZA DI DRACONE

Un anno fa un pezzo di Internauta si intitolava “Cambiare non basta. Passare alle demolizioni”.
Di fatto il cambiamento è stato accennato qua e là, ma i risultati sono irrisori. Al momento sono stati estromessi dal potere oligarchi e gerarchi del Settantaquattrennio. Però i nuovi detentori sono impotenti, bloccati nella loro avanzata dalle mura inviolabili della Costituzione, una vendicativa manomorta che serra tutto quanto afferrò.
La Costituzione è una rocca formidabile a difesa dell’immobilità.

Le opere che il cambiamento esigerebbe sono tutte vietate dalla Carta costituzionale, dai suoi tribunali e dai liberti (idealmente ex schiavi del Ventennio) che signoreggiano nei grandi media coi loro editoriali faziosi. Per esempio, occorrerebbe tagliare i costi improduttivi della collettività al decuplo di quanto è immaginabile a termini di Costituzione.
Andrebbero aboliti tutti i “diritti acquisiti” al di sopra di livelli modesti, i livelli della borghesia minuta; i diritti acquisiti, tipo le pensioni delle vedove degli ammiragli, degli alti burocrati e, perché no, dei magistratide, che imperversano blindati dalla Costituzione, e svenano gli erari. A dette vedove, redditi di cittadinanza.

Andrebbero respinti gli andazzi millenari in materia del cosiddetto “prestigio delle Istituzioni”. Andrebbe ripudiata la conformità agli usi tradizionali della diplomazia, quali lo scambiare ricevimenti mondani tra ambasciate, presuntuose e inutili. Anzi andrebbero chiuse tante, quasi tutte, le ambasciate. Hanno senso oggi, all’interno dell’ Unione Europea?
E abbiamo abbastanza nemici sul pianeta da dover mantenere Forze Armate? Tra l’altro la Patria dovrebbe perdere per sempre il diritto di chiamare a combattere in guerra; e il mestiere volontario delle armi andrebbe scoraggiato, e tra le donne vietato.
Comunque non merita protezione una malarepubblica fondata dai mitra partigiani ma gestita alla monarchica, cioè soprattutto nell’interesse dei privilegiati. Le istituzioni e le regole del gioco dovrebbero cambiare tutte.

Sembra certo che il nostro Debito diverrà schiacciante, ma non si pensa a rimedi che non aggravino le tasse dei più. L’alternativa, ovvia e giusta, sarebbe che vendessimo tutto quel superfluo che il mercato internazionale accettasse di comprare, dalle partecipazioni pubbliche alle opere d’arte e ai palazzi dello sfarzo.
La collettività sopporta per esempio i costi di centinaia di immobili di prestigio: dovrebbe liberarsene, traslocando istituzioni, dicasteri, presidenze cominciando dalla più “alta” di tutte, in edifici senza vanagloria, semplicemente funzionali e all’occorrenza in periferia.
Trasformati in poli museali e perchè no in grandi alberghi o in B&B smisurati, il Quirinale e molte dozzine di iperpalazzi darebbero di che ridurre in fretta l’indebitamento.

Ma occorrerebbe una volontà e una razionalità cui la Repubblica demoplutocratica non è all’altezza. Essa figura ancora sinistrista, ma ha istinti pressocché monarchici. In più soffre della stessa paralisi delle decisioni forti che colpisce tutte le democrazie rappresentative.
Finchè non creeremo qualcosa di diverso dalla democrazia rappresentativa, le svolte vere le faranno solo i colpi di stato. La legalità è troppo dalla parte della conservazione. Le realtà negative, cominciando dalla Costituzione, vanno eliminate con la scure dell’arconte Dracone, il primo e il più energico dei legislatori di Atene.

A.M.Calderazzi