Antonio Massimo Calderazzi

Qualche giorno fa, a causa del morbo che imperversa, è mancato il nostro amico Massimo.

Era una cara persona e me ne dispiace moltissimo.

Voglio ricordarlo prendendo spunto da due numeri di RELAZIONI INTERNAZIONALI, settimanale di politica estera, nato nel 1935 come organo dell’ISTITUTO PER GLI STUDI DI POLITICA INTERNAZIONALE – MILANO: l’ISPI, da lui amato incondizionatamente, come prova anche la sua ultima creatura, INTERNAUTA online, che ne contiene l’eco.

Nell’articolo di apertura del numero 30 gennaio 1971 (numero 5 Anno XXXV) dedicato in buona parte a “Il punto sul Commonwealth” Massimo ricorda le radici del Commonwealth che nel 1839 era concepito dagli esponenti del Governo britannico come “un sistema di ex-colonie uguali e liberamente unite con la madrepatria e tra loro”. Dopo aver detto che “… cemento unitario è la convenienza …” (per tutti?) Calderazzi osservava che l’istituzione “può scampare a tempeste come questa di Singapore, ma non ha futuro perché non ha abbastanza ragioni d’essere” e a conclusione scriveva: “A voler essere saggi, sia i pronostici sia le sistemazioni storiche vanno rimandati.”

Anche questo è uno spiraglio per capire il nostro uomo, come prova il suo articolo su “Heath alla scuola delle cose” (nel numero del 27 febbraio 1971), dove punta il dito sul fatto che sono “indistinguibili gli indirizzi fondamentali di governo dei conservatori e quelli dei laburisti, […] A confermare la prevalenza delle cose sui principi di dottrina, c’è la nazionalizzazione dei settori più importanti, e passivi, della Rolls Royce. Appena è stato necessario, Heath ha messo da parte l’ideologia liberiniziativista, con i suoi concetti sulle imprese marginali che devono morire e sulla tassativa riduzione delle partecipazioni statali, ed ha nazionalizzato.”

Le cose sono più importanti delle ideologie, ci dice Massimo ad ogni piè sospinto. Lo si poteva convincere della bontà di un metodo, di un approccio, di una presa di posizione che avrebbe avuto concrete conseguenze provandolo con i fatti, non ammantandola di ideologia.

Tutta la sua immensa produzione, negli ultimi anni quasi febbrile, lo prova; pronto a esercitare il suo acume sui temi più diversi con la grande passione civile che lo ha sempre caratterizzato come uomo e appassionato studioso dei problemi sociali del nostro tempo e di ogni Paese.

Averlo come interlocutore, sempre attento e critico, pronto a stimolare e a suscitare il nuovo (spesso nato dal “vecchio”), è stato il privilegio di chi lo ha conosciuto e frequentato, anche soltanto leggendone gli scritti.

Grazie Massimo, ci mancherai.

Gianni Fodella

Venerdì 18 dicembre 2020