IL MAESTRO DEGLI STORICI TEDESCHI SUI MISFATTI DEL NEPOTISMO PAPALE

Leopold von Ranke, iniziatore della scienza storica moderna, si guadagnò ammirazione anche dagli studiosi cattolici per l’imparzialità e il rigoroso vaglio delle fonti che mise nell’opera “Storia dei Papi”, pubblicata in italiano da Sansoni nel 1959.
L’originale tedesco aveva un titolo (“Die römischen Päpsten in die letzten vier Jahrhunderten“) che puntualizzava  l’ambito principale dell’investigazione:  i gravissimi mali del nepotismo papale nei quattro secoli includenti intero il  Settecento.
Il nepotismo sulla scala massima non solo devastò il cattolicesimo, ma divenne un fattore geopolitico: più di un pontefice si sforzava di trasformare il nipote in sovrano di un piccolo stato della Penisola.
In ogni caso i papi affidavano ai parenti, di norma fatti cardinali anche in età adolescenziale, il potere esecutivo nello stato pontificio.
Gli ambasciatori delle grandi potenze cercavano con cospicui doni di guadagnare l’amicizia di un cardinale nipote.

Un oratore al concilio di Basilea (1431-49) teorizzò così la torva morale dei papi del suo tempo: “Non è tanto male se un papa ha dei figli che possono portargli aiuto”.  Da allora questo  concetto è stato alla base delle giustificazioni del nepotismo e di altre condotte vituperevoli dal punto di vista cristiano. Von Ranke ricorda una lettera di Lorenzo dei Medici a Innocenzo VIII, uno dei nepotisti peggiori: “Il papa può chiamare  sua proprietà soltanto l’onore e i benefici che ha fatto ai suoi”.
Sisto IV provò a fondare in Romagna un principato per il nipote Girolamo Riario. Scomunicò i veneziani quando smisero di favorire i disegni del nipote.  In più perseguitò i nemici Colonna  ‘con furore selvaggio, arrivando a far uccidere il protonotario Colonna’.  Con una bolla Sisto IV definì ‘figlio del Maligno’ un personaggio che aveva criticato l’assegnazione della Penitenzieria (dicastero che concedeva dispense) a un nipote.
Calcò spietatamente le orme di questo papa Cesare Borgia, figlio di Alessandro VI: fece uccidere suo fratello, il duca di Gandia, e un cognato.  Ammazzò Peroto, un favorito del padre mentre si stringeva a lui; il sangue spruzzò fin sul volto del Santo Padre.  Il quale ultimo morirà del veleno da lui preparato per uno dei cardinali più ricchi.
Giulio II riuscì a soddisfare le pretese della  sua famiglia sul principato di Urbino. Amava le imprese militari per ingrandire lo Stato della Chiesa al punto di andare egli stesso al  campo, indossando la corazza.
Papa Leone X  (Giovanni dei Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico) prediligeva i piaceri -pur meno orribili di quelli di Alessandro VI- a tal punto che il card. Bibbiena gli scrisse “A noi qui manca solo una corte di dame”.

Quando Adriano di Utrecht, cardinale di Tortosa e precettore di Carlo V, arrivò a Roma come Adriano VI, trovò una cultura pagana trionfante e un mecenatismo che disapprovava: “Sono accadute molte cose abominevoli. Attorno alla Santa Sede tutto si è volto al male. La corruzione si è diffusa dal capo alle membra. Dal papa ai prelati non c’è nessuno, nemmeno uno, che abbia agito bene”. Tentò di abolire certi diritti di Curia che considerava simonia, ma non riuscì: avrebbe danneggiato troppo quanti avevano comprato le cariche.
Sappiamo che  Giulio dei Medici, cugino di Leone X, non arrivò a duca di Milano, però divenne Clemente VII; di lui si disse che fu il più sventurato dei papi: subì il Sacco di Roma da parte dei lanzichenecchi di Georg Frundsberg. Per riportare i  Medici a Firenze si servì degli stessi lanzi che avevano saccheggiato  Roma.

Secondo Ranke, Paolo III (Alessandro Farnese ) fece la sua cosa migliore, appena eletto, accogliendo nel Collegio dei cardinali uomini degni e non troppo lontani dal protestantesimo. Ma, cardinale a 27 anni, e con due figli naturali, fu più mondano di tutti i predecessori.  Iniziò la costruzione di palazzo Farnese perchè amava il fasto. Fece cardinali due nipoti talmente giovani da suscitare le rimostranze dell’Imperatore asburgico.
Rispose che in passato divennero cardinali bambini che erano ancora in culla.
Ranke: “Paolo III predilesse la famiglia più degli altri papi. Intrecciava sempre le questioni generali con gli affari privati.  Occupò Camerino per il  nipote Ottavio, ottenne Novara per il figlio PierLuigi. Combinò le nozze della figlia naturale Margherita e di una nipote Vittoria (quest’ultima con un principe reale di Francia, il duca di Vendome). Cercò di maritare una nipote all’erede della Savoia. Orazio Farnese fu fidanzato con una figlia naturale di Enrico II di Francia. Alla fine Pier Luigi Farnese divenne duca di Parma e Piacenza. In conclusione, Paolo III per innalzare i nipoti si attirò il biasimo universale. Morì nel 1549.
Giulio III che gli successe l’anno dopo non visse abbastanza per ingrandire i parenti Del Monte. Poi Marcello II fu papa per soli ventidue giorni: aveva suscitato grandi speranze facendo qualche economia, progettando riforme della Chiesa, soprattutto vietando ai nipoti di venire a Roma.

Paolo IV Carafa, un rigoroso settantanovenne, promosse a cardinale il nipote Carlo, un brutale militare di cui lo stesso zio disse che aveva immerso il braccio nel sangue fino al gomito, però lo lasciò governare anche gli affari religiosi. Condivise le tendenze mondane che in astratto condannava.
Paolo IV considerava i nipoti strumenti di lotta contro la Spagna.
Quando divennero inutili, li punì duramente per certe loro azioni (ad eccezione di un pronipote cui aveva dato il cappello cardinalizio a 18 anni).  Il successore Pio IV (Giov. Angelo Medici) aiutò in modi legittimi i nipoti Federico e Carlo Borromeo, pur amando lo splendore e le feste della corte. Invece Pio V (Michele Ghislieri) quando era frate domenicano viaggiava sempre a piedi, col sacco sulle spalle. Di lui papa si conoscono altre storie edificanti. Da Inquisitore a Roma fu intransigente: fece processare e condannare l’arcivescovo di Toledo, Carranza, primate di Spagna.
Tenne a bada i parenti.  Cacciò immediatamente il padre di un nipote, che aveva accolto nel Sacro Collegio per l’opportunità ‘tecnica’ di trattare coi principi.  Nel giudizio di von Ranke, con papa Ghislieri la religione dell’innocenza e dell’umiltà, la vera pietà, si fecero persecutrici  verso i protestanti.  Nella guerra di religione in Francia il pontefice impartì l’inaudito ordine ‘non fare prigionieri,  passare  per le armi gli ugonotti catturati’. Non fu provato che sapesse dei preparativi per la Notte di San Bartolomeo, ma è verosimile avrebbe approvato.

Prima di entrare nella Chiesa e di diventare Gregorio XIII il bolognese Ugo Boncompagni aveva avuto un figlio naturale, Giacomo.
Di Sisto V (Silvio Peretti) si disse che combatté il nepotismo, però fece nobile e ricco un nipote che fondò una casa principesca.  Peraltro nello scorcio del Cinquecento la corruzione e il malcostume  avevano preso a scemare alquanto a Roma.
Nel 1621 muore Paolo V Borghese. Da poco eletto, aveva fatto decapitare ‘ per lesa maestà’  il Picconardi, povero autore di un manoscritto contro un altro papa.  Il cardinale nipote Borghese, controllando la maggioranza nel Collegio, fece votare Alessandro Ludovisi (Gregorio XV), un vecchio cadente completamente dominato da un nipote. Con Urbano VIII Barberini riprese in grande il nepotismo, inteso come arricchimento dei familiari più che con intenti dinastico-politici.
Alcuni papi si giustificavano: se non avevano pronunciato  voti di povertà, erano padroni delle eccedenze delle rendite; Ranke stima che in 13 anni Clemente VIII donasse ai parenti oltre un milione in valuta del tempo.
Un cardinale, Scipione Caffarelli Borghese, mise insieme prebende per centocinquantamila scudi annui.  Marco Antonio Borghese ebbe dal papa il principato di Sulmona, più palazzi e ville.  Acquistando un’ottantina di proprietà nella Campagna romana, più altre in zone lontane, i Borghese divennero ricchissimi.  Idem i Barberini: a Roma si disse malinconicamente “Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barberini”.
Carlo, fratello di Urbano VIII, spiegò. “E’ la ricchezza che distingue dal volgo. Non è conveniente che i parenti del papa si trovino in ristrettezze dopo la di lui morte”.

Nel 1640 fu insediata una commissione che si pronunciasse sulla  legittimità dei favoritismi estremi. Sancì che la qualità di sovrano era inseparabile da quella di pontefice, talché il papa poteva donare ai congiunti ciò che economizzava sulle entrate dello Stato. Il generale dei Gesuiti  approvò; così -commenta Ranke- sempre nuove famiglie salivano al rango di dinastie. Tra i Barberini e i Farnese scoppiò una piccola vera guerra, con  molte centinaia di cavalieri e di fanti. Quando papa Urbano fu preso da nuovi scrupoli, i teologi sentenziarono: “Dato che i nipoti di Sua Santità si erano fatti tanti nemici, il Soglio pontificio doveva concedere loro di che conservare la loro posizione dopo la morte del papa”.
Quando essa venne (1644) i  nipoti controllavano 48 cardinali creati dallo Zio.

Eletto nel 1655, Alessandro VII Chigi abbandonò presto il proposito di non volere parenti a Roma; essi scesero in massa e nacque un’altra possente famiglia principesca. Salito al trono Clemente IX (1667) i tesori della Chiesa stavano esaurendosi, quindi le nuove famiglie pontificie fecero un po’ più fatica ad arricchirsi. Però nell’alta società si rafforzò il sentimento di aver diritto ai privilegi e a quelle disponibilità finanziarie  che eccedessero i bisogni della Chiesa secondo la morale tradizionale. Si rafforzò inoltre la concezione temporalistica: Ranke la riferì così: “Una delle istituzioni più savie volute dalla Provvidenza era l’attribuzione al papa di uno Stato, perché la Chiesa conservasse la sua libertà”.
Un paio di secoli più tardi Emil Gregorovius, un altro noto storico tedesco, vide coi suoi occhi passare a Roma la carrozza del principe ‘pontificio’ Boncompagni Lodovisi: era un tiro a sedici, forse addirittura a diciotto cavalli.  Di solito i maggiori sovrani europei non andavano oltre la metà dell’equipaggio che sbalordì Gregorovius.

Conclusione nostra.  Con i princìpi e i codici penali d’oggi il nepotismo porterebbe i papi all’iniezione letale, alla sedia elettrica, al carcere a vita, ‘fine pena mai’.  Troppi secoli di rapina sui beni della Chiesa, che erano soprattutto denari dei poveri di Cristo, oppure ricavato della vendita di  indulgenze che ‘salvavano’ gli agiati, purtroppo anche i miseri, dai tormenti del Purgatorio, forse addirittura dell’Inferno. Nei quattro secoli presi in esame da von Ranke il nepotismo era legale, e ciò non era solo colpa dei pontefici.  Era il risultato di una lunga, incessante degenerazione spirituale del cattolicesimo.
La rivolta luterana della stirpe tedesca rifondò la fede cristiana.

Antonio Massimo Calderazzi