LA DEMOCRAZIA DI WEIMAR MORI’ PER LE LEBBRE DELLA DEMOCRAZIA

Sulle disgrazie della repubblica di Weimar sappiamo/crediamo di sapere talmente tanto che è logico pensare non valga la pena di aggiungere altro. Peraltro ci sono aspetti particolari che mantengono qualche pregnanza, nonostante quella repubblica sia stata dichiarata morta ottantasei anni fa, se non prima. Per esempio: Adolf Hitler conquistò il potere (17,2 milioni di voti, 288 seggi al Reichstag) solo cinque anni dopo che le politiche del 1928 avevano dato al suo partito un irrisorio 2,6% dei voti. Ciò non può non farci riflettere sull’attendibilità della democrazia rappresentativa. A Weimar, poi a Berlino, le formule del parlamentarismo non avrebbero potuto essere più insignificanti.

I padri fondatori della Repubblica germanica ritennero che il sistema da erigere sulle macerie dell’impero Hohenzollern, militarista e monarco-autoritario (non macerie della Germania: nel 1918 essa era affamata, non devastata fisicamente come sarà nel 1945) fosse il parlamentarismo liberal-democratico. Visti i risultati, fu il peggiore degli errori.
La Costituzione promulgata l’11 agosto 1919, pur congegnata dalla sapienza
del giurista Hugo Preuss, era troppo garantista/legalista per saper stroncare sul nascere i corpi armati dei partiti: le SA naziste, gli Elmi d’acciaio (Stahlhelme) degli ex-combattenti di destra, il Reichsbanner socialdemocratico, il Rotkämpferbund dei reduci rossi. Le milizie di partito, cominciando da quella nazista, portarono la guerra civile a livelli tali che Hitler non poteva non trionfare, forte del consenso della gente.

C’è da chiederci se un regime semi-autoritario quale quello di Kemal Ataturk, o di Putin, o di Erdogan, non sarebbe stato più idoneo a scongiurare, quanto meno a mitigare, i combattimenti nelle strade, le stragi di dimostranti e di scioperanti, i tentativi rivoluzionari o secessionisti, dalla Baviera e dalla Renania alla Sassonia e alla Turingia. C’è da chiederci se una gestione governativa diretta della Reichswehr, dopo la fuga in Olanda del Kaiser, non sarebbe stata preferibile alla successione dei cancellierati “merovingi” dei vari Ebert, Scheidemann, Cuno, Mueller, Brüning, von Papen, von Schleicher (Max del Baden, l’ ultimo cancelliere imperiale, quello che offrì la resa della Germania, fu in realtà un reggente, un capo dello Stato, per la sparizione dell’imperatore). Friedrich Ebert provò a convincerlo ad assumere ufficialmente il titolo di reggente. La cosa perdette rilevanza quando Ebert fu eletto presidente del Reich.

Furono schiacciate con le armi le insurrezioni di sinistra in Sassonia e in Turingia. Quando venne promulgata la Costituzione repubblicana, il giorno fu dichiarato festivo. Ma nel tredicennio di vita della repubblica la Carta costituzionale venne commemorata nella sempre più larga indifferenza del popolo. I 181 articoli del testo prevedevano un sistema normativo fin troppo perfetto, cioè astratto. Emerse presto la vanità della teorica eccellenza dell’impianto istituzionale demoliberale. La scarsità del consenso popolare fu la più grave delle malattie di Weimar.

Fino a tutto il 1923 la prima fase della repubblica fu drammatica: alle crisi economiche, finanziarie e monetarie si aggiunsero il separatismo renano e bavarese, i tentativi di Putsch, gli scontri di fazione, le repressioni con centinaia di morti, gli assassinii politici. Caddero Rathenau, Erzberger e i tre capi dello spartachismo Karl Liebknecht, Rosa Luxemburg e Leo Jogiches. In Renania il generale Mangin, comandante del corpo d’occupazione francese, fomentò il tentativo secessionista di Dorten, che proclamò una repubblica renana. Nell’ottobre 1923 l’esercito schiacciò le insurrezioni di sinistra in Sassonia e in Turingia. Nell’Alta Slesia i ‘corpi franchi’ (ex- combattenti armati) repressero nel sangue il tentativo della minoranza polacca di non accettare il risultato, favorevole alla maggioranza tedesca, del referendum imposto dal trattato di Versaglia.

Annientati i vari conati rivoluzionari e secessionisti, le destre cominciarono a vincere le elezioni e mossero con più forza all’attacco contro la Repubblica. Lo sconfitto partito socialdemocratico uscì dal governo; fu sostituito dal Zentrum confessionale e da altri gruppi non di sinistra.
La guerra civile fece migliaia di vittime; in particolare i corpi franchi di Noske uccisero sistematicamente. Fallirono i tentativi comunisti di far nascere piccole repubbliche dei soviet. Persino di mobilitare all’azione la classe operaia a Berlino, ad Amburgo, altrove. A fine 1923 la repubblica appariva agonizzante. Invece col nuovo anno l’economia reagì positivamente al dissesto politico, la crisi finale delle istituzioni fu rinviata. Ci fu un quinquennio di ripresa. La catastrofe monetaria cessò per la creazione di una nuova moneta, il Reichsmark. Nel quinquennio 1924-29 i progressi dell’economia furono importanti: la Germania riprese il rango di grande potenza produttiva.

Invece il sistema politico non seppe ritrovare vitalità, condizionato dalle inefficienze della democrazia rappresentativa, basata sul parlamentarismo e sul gioco dei partiti. Presto il processo politico degenerò nello scontro finale tra la maggioranza riformista-centrista e le due estreme: reazionari /nazisti e comunisti. Dopo varie insignificanti elezioni generali, un debole tentativo razionalizzatore venne col cancellierato Brüning (Zentrum), seguito a una successione di esecutivi falliti (l’ultimo dei quali capeggiato dal socialdemocratico Hermann Müller). Brüning sopravvisse circa due anni senza disporre di una maggioranza, ma governando per mezzo di ordinanze del capo dello Stato, previste dall’art. 48 della Costituzione nei casi di minacce alla sicurezza dello Stato. Di fatto il parlamento fu messo fuori gioco, soppiantato dal “Presidialregierung” (governo del presidente).

La Grande Depressione mondiale del 1929 colpì con particolare durezza la Germania, più dipendente di altri paesi dalla prosperità degli Stati Uniti. Nel terribile inverno 1931-32 la disoccupazione tedesca raggiunse i 6 milioni. Gli imprenditori e la finanza abbandonarono Brüning.
Quando nell’aprile 1932 il maresciallo Hindenburg fu rieletto capo dello Stato con 19,3 milioni di voti, Hitler ne ottenne 13,4 e il candidato comunista Thälmann 3,7 milioni. Hindenburg risiedeva sempre più a lungo a Neudeck, la grande tenuta che gli agrari e altre destre gli avevano donato, facendo di lui un altro agrario in politica, più o meno solidale con le mene reazionarie del figlio Oskar.

Il 2 giugno 1932 la cancelleria del Reich passò brevemente a Franz von Papen, poi per 57 giorni al generale von Streicher. Nelle elezioni che seguirono in luglio il partito di Hitler passò da 107 a 230 deputati, i comunisti da 77 a 89. Questo Reichstag fu sciolto dopo poche ore, giusto il tempo di eleggere il proprio ufficio (la presidenza dell’assemblea andò a Hermann Göring). Adolf Hitler giurò come cancelliere il 30 gennaio 1933; alla morte di Hindenburg divenne capo dello Stato. In poche settimane trasformò quest’ultimo nel Terzo Reich nazista. Il sistema di Weimar crollò, al di là della crisi economica e della vendetta collettiva contro il trattato di Versailles, per il finale rifiuto dei tedeschi nei confronti della democrazia rappresentativa: partiti, parlamento, elezioni.

Lo avevamo sottolineato nell’incipit: sbagliarono in pieno nel 1919 i fondatori della repubblica a valutare che la democrazia liberale basata sulle elezioni, dunque sui partiti, fosse l’opzione giusta nelle condizioni rivoluzionarie della sconfitta e del crollo della monarchia. E’ verosimile che un governo militare avrebbe assicurato una transizione migliore verso un sistema nuovo. La fissazione di entrare nell’ecumene dell’Occidente demo-plutocratico condannò all’insuccesso una costruzione politica peraltro erede di un plurisecolare retaggio di contraddizioni e di incoerenze.
Alla metà del XIII secolo, con la fine degli Hohenstaufen, la Germania smise di capeggiare il Sacro Romano Impero e i portati disgregatori dell’assetto feudale bloccarono la nascita di una Nazione. Molti secoli dopo il Secondo Reich di Otto von Bismarck non compattò veramente uno Stato unitario.
Poi il Reich d’impronta liberal-democratica fu dilaniato dalle tabi del parlamentarismo.

Un secolo dopo non si contano le analisi delle sconfitte dei sistemi demo-liberali. Valga una delle più recenti: l’editoriale del Corriere della Sera (16 maggio 2019), titolo “La grande fragilità della nostra democrazia”, firmato da Mauro Magatti ordinario di sociologia. L’autore definisce generale “l’inefficienza delle istituzioni in diversi paesi. A incidere sul giudizio nei confronti della democrazia è soprattutto l’incapacità delle istituzioni di ottenere risultati in termini di bene comune (…) Il vero terreno su cui occorre misurarsi è proprio la cronica e diffusa inefficienza istituzionale (…) Se si vuole essere realisti occorre riconoscere che non siamo lontani dal punto di non ritorno (…) Una larga fetta di popolazione pensa d’essere danneggiata dal fatto di vivere in una democrazia”.

A Weimar i distruttori della democrazia furono ben più possenti e feroci dei gruppi che oggi osteggiano il sistema demoliberale in Italia e altrove. Tuttavia è un fatto: furono entusiasti del Führer decine di milioni di tedeschi che nella parentesi di Weimar avevano creduto nelle formule, anzi nelle fole, della democrazia. E quando i trionfi di Hitler cessarono, i tedeschi in uniforme -magari figli dei socialisti e degli spartachisti- combatterono fino all’ultimo per non tradire il Capo e la sua truce visione della Patria. Le parole d’ordine e le ubbie che portarono Hitler al potere sopravvissero alle prime e dure sconfitte militari del Führer: tanta era stata la disistima, il vero e proprio rigetto, nei confronti della democrazia, dei modelli politici dei vincitori del 1918, delle chimere e dei settarismi della Costituzione del 1919.

Chimere e settarismi, peraltro, meno gravi di quelli della Carta italiana del 1948, imposta da una classe politica ben più furfantesca e più accanitamente corrotta di quella che da Weimar fece credere di legiferare nello spirito dei due numi locali, Goethe e Schiller.

Antonio Massimo Calderazzi