QUALCHE (SCANDALOSO) RIMPIANTO PER LA DDR – NON FU SOLO MURO E VOPO (Volkspolizei)

Nel 1967 e 1968 viaggiai per alcuni giorni nella Germania Est, e vidi cose che si impressero. Cose che per una volta impongono si dica una parola buona su quella che fu la parte di Reich soggiogata dall’Armata Rossa, poi governata in ultima istanza dai diadochi di Stalin (uno non molto meglio di Hitler).

La DDR (Deutsche Demokratische Republik) non poteva che durare poco.
Si coprì di difetti e di colpe, compresa la morte per i mitra delle guardie di frontiera est-tedesche di alcuni cittadini insensibili alla douceur de vivre nell’ordine sovietico. Si coprì di colpe, dicevamo. Eppure fu una parentesi di protezione dalle malefatte dell’ipercapitalismo. Avrebbe trionfato la Germania voluta da Adenauer e dalla Nato, com’era logico.
Ma non era un paradiso in terra, non una patria angelicata.

La DDR fu il tentativo di costruire una società in qualche misura livellata. Fu una sortita per provare a rompere l’assedio del liberalismo estremo. Visitando Leuna, allora il più gigantesco complesso industriale della DDR, feci molte domande di dettaglio a un non elevato funzionario di direzione. Le risposte furono un misto di sufficienza e di scoperta rassegnazione. Appresi che se lo stipendio di un operaio semplice era di 500 marchi al mese, quello del direttore generale era di 7.000 marchi: “Poi è stato nominato ministro e il suo successore prende 5.000 marchi.
Però le direttive sarebbero per 3.000 marchi, e appena possibile ci arriveremo”. Quale il motivo di queste riduzioni: demeriti, rivalutazione della moneta, svilimento dei compiti del direttore generale? No. “Costruito il Muro a Berlino, spiegò il sottomanager, sono venute meno le ragioni competitive per tenere piuttosto alte le retribuzioni dei tecnici molto qualificati, e più in generale di quanti potevano essere attratti a fuggire nella Bundesrepublik”.

Un ragionamento da regime poliziesco, senza dubbio: c’è il Muro, non si passa là dove si è coperti d’oro. Ma oggi, cinquantadue anni da quelle domande al manager allineato, sappiamo molto bene il prezzo delle libertà garantite dalle demoplutocrazie: le distanze tra i ceti sono astrali, che continuano ad allargarsi. Persino i sommi bonzi del liberismo riconoscono che i nostri divari sociali sono indifendibili, spregevoli diciamo noi.
A Leuna la paga di un operaio qualificato ed esperto si avvicinava a mille marchi. Con la stessa anzianità un ingegnere laureato prendeva duemila, più compensazioni non monetarie (che ai livelli di vertice potevano essere alquanto vistose). Dunque il rapporto tra gli umili e i capi era infinitamente più giusto, più umano, di quello imperante nel “mondo libero” (la cui libertà stava a cuore solo agli intellettuali).

In Occidente i percettori di alti redditi godono in più dei proletari dei vantaggi degli investimenti, dei matrimoni di interesse, di relazioni utili alla carriera, di altre felicità elitarie.

Nel taglio delle sovraretribuzioni dei manager nella massima industria della Germania comunista c’era un’affermazione di valori umani che il sistema del mercato non concepiva. Quando si parli di illibertà e di altri dolori del regime di Ulbricht sarebbe giusto non sorvolare sulle buste-paga al vertice della chimica est-germanica: semplici cose, però maestose come piramidi. Tante colpe nel comunismo reale e in tutti i partiti del movimento, culminate nel suicidio generale per cieco conservatorismo settario; ma anche molte lezioni all’egoismo dei ceti privilegiati che ci opprimono, feudatari del nostro tempo.

Mezzo secolo fa la Germania orientale si sforzava, non senza successo, perché le famiglie non pagassero per la casa oltre il decimo delle entrate del capofamiglia. Da molti altri conseguimenti come questo non si può, non si deve, prescindere nel ragionare sui sistemi politici.
Nella DDR la possibilità per i bassi redditi di portare i figli alla laurea era effettiva. Per esempio la cinquantina di marchi in più corrisposti ogni mese per ogni figlio scolaro medio superiore aiutava a resistere alla tentazione di chiudere la fase scolastica. E i 200 marchi mensili passati agli studenti universitari o assimilati non erano pochi nel paese in cui parecchie mense sussidiate davano pasti ragionevoli per 1 marco, i libri si prendevano in prestito e i teatri erano affollati di gente ‘del popolo’.
Era un segno eccellente che nei foyers le dattilografe in abitini a buon mercato si cambiassero le scarpe poggiandosi agli stucchi dorati delle sale settecentesche dove ascoltavano Mahler; infilavano negli zainetti le calzature feriali. Il Mahler delle impiegatine era una lezione severa per noi, che alle impiegatine assegnamo al meglio Sanremo.
La DDR aveva elevato le menti delle figlie degli operai, avvicinandole ai livelli della bella gente dai modi sapienti e dalla coscienza cariata.

Beati i popoli che non la danno vinta alla bella gente che non cambia le scarpe nei foyers ma tiene gli inferiori nell’ignoranza. Nelle fattorie collettive dalle parti di Naumburg vidi garzoni e studenti che in tuta da lavoro imparavano a montare a cavallo in maneggi che erano tettoie per la paglia. I loro genitori potevano fare le ferie balneari a Cuba.

Tante altre cose andrebbero dette sul tentativo di socialismo che fu avviato dagli stolidi burocrati di Berlino Est. Il loro paternalismo kossighinista era certo angusto, però non immemore degli impeti dello spartachismo e delle celle della Gestapo. I conati di socialismo delle cose piccole e vere era nei bonifici dimezzati ai grandi capi, nelle impiegatine che si facevano belle nei teatri, nei maneggi ricavati nei capannoni del fieno. Nella DDR difettava la libertà, e l’economia non era competitiva, mancando il turbocapitalismo. Però la sua società, prevalentemente industriale, non ignorava in tutto gli aneliti umanistici.

Io, che pure sapevo fino a che punto la libertà è un’impalcatura fittizia e persino un bene non prioritario, andai nella Germania Est rassegnato a trovare il buio dell’ultimo stalinismo, a trovare un paese pattugliato dai Vopo e dai commissari politici in pastrano di pelle. Mi aspettavo una società prostrata dagli stenti, dilaniata dall’invidia verso l’opulenza dell’Ovest delle Mercedes. Consideravo con mestizia la condizione del povero cittadino di Magdeburgo, del depresso chimico di Halle, del contadino di Cottbus: tutti impegnati a nascondere pensieri di libertà ai poliziotti e ai commissari di rione. Tuttavia constatai pure che la maggior parte dei tedeschi dell’Est, esattamente come i tedeschi dell’Ovest, erano attenti alle circostanze economiche, non a quelle politiche: dunque non alla democrazia rappresentativa.

La DDR tentava di costruire il socialismo, non poteva arricchire la gente. Se Parigi valeva bene una Messa, la relativa uguaglianza delle condizioni valeva la perdita della democrazia liberale. Non è la sede per altre considerazioni sui contenuti effettivi della democrazia.
La nostra arte è libera, ma i suoi prodotti li consumano quasi solo le élites. La nostra cultura è libera, ma utilizza la libertà per vendersi all’industria culturale e al mercato pubblicitario. Le nostre elezioni sono libere, ma ci teniamo un assetto sociale ingiusto e delle istituzioni irrilevanti, meritevoli della ruspa. Al mattino possiamo comprare sette giornali diversi, una soddisfazione che interessa a pochissimi fissati. Il tentativo socialista non poteva non esigere una disciplina scomoda, scomoda anche per le maggioranze che beneficiavano dei risultati.

Il visitatore della Germania orientale constatava inoltre che il regime faceva il possibile per non antagonizzare o traumatizzare la gente con troppe alterazioni al volto tradizionale delle cose. Non sentiva il bisogno di cambiare faccia a tutto. Le grandi aquile Hohenzollern le cui ali di ferro o di ghisa facevano sotto Ulbricht da parapetti ai ponti sulla Sprea, attorno al Pergamonmuseum, simboleggiavano la prudenza dei gerarchi comuninisti, alcuni dei quali avevano conosciuto i carceri guglielmini prima dei lager di Himmler. La DDR aveva persino rinunciato a simboli comunisti come la falce e la stella rossa. Al martello aveva aggiunto un compasso incoronato di spighe di grano. Il comunismo tedesco, pur non ignorando le atroci lotte del passato, dove poteva dimenticava, o aggirava le posizioni. Quando facciamo i difficili sugli aspetti di regime che imperversavano oltrecortina, dovremmo ricordare che non arriveremo mai a liberarci del nostro vituperevole ipercapitalismo. Se mai riuscissimo, probabilmente copriremmo anche noi i muri delle fabbriche di inni alla nostra conquista. Lo faceva la DDR, con prudenza.

Un elemento della realtà est-tedesca che colpiva per la sua oggettività anche il visitatore maldisposto: le chiese. Era impressionante la generosità, veniva da dire la pietà, con cui le chiese storiche erano state restaurate dai marchi comunisti. Monumenti, si dirà; patrimonio di una nazione colta e fiera delle sue tradizioni; da queste parti Lutero aveva rifondato il cristianesimo. Vero: ma il regime avrebbe potuto trascurare le chiese per concedere più consumi al suo popolo.

I teatri e le sale da concerto mi apparvero specialmente guadagnati all’uomo. Le loro porte erano state aperte quasi gratis alla gente che un tempo si chiamava “di modesta condizione” ed essa, che in Germania è da sempre più colta che altrove, accorreva; i prezzi erano popolari.
Veniva alla prosa, veniva ai concerti di livello vestita di panni decorosi, seria, piena di garbo, come a ricevere l’investitura della nuova dignità conferita da un sistema orientato all’uguaglianza. Oh, la gioia di quei palchetti, platee e ridotti affollati di impiegatine, di mogli e figli di vigili e di capistazione. Da noi la lower class è stregata dalla Tv e dal calcio, i nostri teatri e auditorium sono riserve della mondanità, in un curioso blend di fauna intellettuale, di mogli e vedove benestanti e di tizi che si immaginano sofisticati perché orecchiano Ionesco e parteggiano a chiacchiere per le avanguardie, così rifacendosi del tanfo del denaro.

Nei teatri e negli auditorium di Lipsia come di Naumburg avvertii la forza morale, il rigore, la tensione ideale ignorate dalle nostre temperie incarognite, schiacciate dallo snobismo, dal classismo, dalle lebbre dell’anima. Da noi vinceva e sempre più vince la disgustosa etica delle prime della Scala, fatte nauseabonde dagli abiti costosi e dalla vanità. Confesso: rinuncerei alle libertà all’occidentale pur di vedere la Scala bonificata dal pubblico che conosciamo.
Cose del genere accaddero nella DDR.

Antonio Massimo Calderazzi