Il giurista ‘liberale’ Scotti Camuzzi nell’età dell’imperialismo del mercato

In forma abbreviata si intitola “Dopo il secolo breve” il più recente saggio di Sergio Scotti Camuzzi, avvocato milanese importante e fino a poco fa ordinario di diritto all’Università Cattolica; il titolo non potrebbe essere più elegante e promettere più sguardi nel futuro. Ma la cogenza e la concretezza si dilatano assai se si legge intero il titolo: “Dopo il secolo breve l’età dell’imperialismo del mercato”.

Le sopraffazioni del mercato sono il vero nucleo del libro (Editore Giuffré, 2018). I condomini del mercato sono per l’Autore “quella classe di grossi borghesi che, ormai quasi impotente, vive soltanto in se stessa, in una vecchia cultura, sordida cupida e altera, pronta all’adulazione e al tradimento. Costoro pensano ancora che i giovani ambiscano ad entrare nelle loro cerchie, mentre è fuori, negli spazi che essi hanno creduto di occupare con le loro fabbriche inquinanti e con le loro case popolari, con la loro speculazione su ogni bene, che vive il tempo presente”.
Per essere un accademico e un professionista del diritto, Scotti Camuzzi si rivelò dotato di virtù profetica quaranta anni fa (1978) quando sotto lo pseudonimo Antoine A. de Tocqueville pubblicò a Milano una “Esortazione alla Democrazia Cristiana affinché lasci il governo in Italia e passi all’opposizione”.

Io sottoscritto recensore di questo recente scritto del Nostro non potrei essere più avvinto dall’avveramento della sua profezia; tentai anch’io, tra il 1965 e il 1970, di additare ai vertici di un grande partito, il PCI, la via della salvezza: abbandonare in tutto la strada storica, abiurare il marxismo, rifiutare la fedeltà a Mosca; facendo subito queste cose, non alcuni lustri troppo tardi. La DC di De Mita e il Pci di Berlinguer e Napolitano credettero di poter disprezzare i profeti, ma pagarono caro: i loro partiti si sono estinti. Se si preferisce, dovettero autoaffondarsi come fece la flotta imperiale germanica nel 1919, dopo la disfatta, a Scapa Flow (il racconto della Scapa Flow comunista è stato pubblicato in questo stesso “Internauta”, alcuni giorni fa).

Oggi Scotti Camuzzi sente di poter affermare che non solo la struttura economica del nostro paese, ma anche il sistema globale sono a un passo dal collasso: “Sono tre le grandi faglie all’origine della crisi del sistema liberal-capitalista esteso all’ambito globale. La prima, di lasciare che la competizione assunta a totem si focalizzi sui costi della produzione dei beni, e cioè divenga sfrenato sfruttamento del lavoro e/o dell’ambiente.
La seconda faglia è il lasciare che il tradimento del risparmio popolare sia impunito. La terza è l’eccesso delle disuguaglianze. Un sistema dove 100.000 di ricchezza è distribuito per 90.000 a 5 persone e per 10.000 a 995 persone non può funzionare. Non gira”.

Quanto al quesito se la globalizzazione economica sovranazionale sia negativa o positiva, Scotti Camuzzi considera non si possa essere pro o contro. “Sono enfatiche e astratte ambedue le posizioni: che la globalizzazione sia negativa perché la democrazia può vivere solo nello Stato nazionale; dunque la globalizzazione, negando gli Stati, nega la democrazia. All’estremo opposto, si osanna alla globalizzazione: affermando universalmente la libertà economica essa afferma l’affrancamento dell’uomo dalla schiavitù nei confronti dello Stato sovrano e autoritario. Additando il modello dell’American way of life, la globalizzazione rende felice l’umanità”. Per il professore della Cattolica la globalizzazione va valutata con senso critico, al fine di chiedersi se occorra indirizzarla. “Per ora sappiamo che ‘questa’ globalizzazione nega i valori democratici e liberali. Ciò che si vede è la presa del potere sul mercato, a livello globale e a livello locale, da parte dei signori del mercato; e che ciò si accompagna alla presa di potere del mercato nello Stato e sullo Stato. Parallelamente, la classe imprenditoriale entra direttamente in politica.
Gli Stati nazionali -le ‘Poleis’- sono così aggrediti, dall’esterno e dall’interno, dalla classe dei mercanti. La politica è gestita, in nome della libertà (un vessillo traente), dai signori del mercato”.

Una conclusione è ineludibile: “La globalizzazione guidata dalle grandi imprese multinazionali, e dai governi nazionali espressi dalla classe imprenditoriale (peggio, dai grandi finanzieri) non può essere, di per sé, democratica”. Quest’ultimo giudizio, osserva il recensore, in altri tempi sarebbe bastato per ostracizzare senza scampo la globalizzazione.
Oggi però il disincanto investe anche i valori democratici.

Torniamo all’Autore: “Se ci si dovesse rassegnare all’asservimento degli Stati al mercato, e all’imperialismo degli Usa come risposte alle sfide della globalizzazione, ne deriverebbe la fine delle ‘Poleis’, e cioé la fine della politica, col ritorno ad un ‘età del ferro, a un’epoca di guerre: guerre civili locali e/o di religione; guerre ‘globali’ di affermazione dell’autorità imperiale”.

Per fare due esempi, l’Autore deplora l’estensione all’acqua del dominio del
mercato: “L’acqua, così come il lavoro, non è una merce, ma è un bene comune. Lo è a livello locale, lo dovrà essere a livello globale”. Inoltre, “è sempre più diffusa in Occidente la monetizzazione delle sanzioni per i comportamenti illeciti e socialmente dannosi delle imprese. Questo è un principio deleterio e ingiusto. E’ un’autorizzazione a inquinare a pagamento. Se ne varranno le imprese più grandi”. Il nostro giurista ‘liberale’ respinge la dottrina dell’analisi economica del diritto, la quale tende a costruire le norme giuridiche sulla base del loro ‘significato economico’. ” Il diritto può dover porre limiti all’espansione economica, la quale non è il valore preminente. E’ fazioso e volgare dare all’economico il compito di produrre ricchezza e al giuridico quello di distribuirla”.
Scotti Camuzzi conclude l’analisi della globalizzazione rilevando che essa chiama “alla lotta per la giustizia estesa a tutte le terre, lotta per i diritti e contro la povertà”.

Le “dissertazioni critiche di un giurista liberale ” (è il sottotitolo del libro) si conclude con un paragrafo che definisce il nostro sistema tributario “inadeguato al dettato costituzionale che impone la progressività”: da noi la progressività cessa dove dovrebbe vigere. “Oltre un certo reddito l’aliquota resta fissa; così la tassazione diventa proporzionale, non progressiva.
Ciò accade per l’imposizione dei poteri forti e dei loro servitori”.

A questo punto siamo in grado di capire in che senso il Nostro si definisce -coraggiosamente, va detto – ‘liberale’. Nel senso più alto possibile: nel senso del giudizio morale.

Antonio Massimo Calderazzi