IT’S A WONDERFUL LIFE: A CHRISTMAS TALE FOR ALL-TIME

Just as there are only a small number of the very greatest symphonies, or paintings, or novels, so there are only a small number of truly great films. It’s A Wonderful Life is one of them, however—perhaps even the greatest film ever made. It has everything: good versus evil; liberal versus conservative (read: Tea Party) politics and economics; romance; idealism versus cynical selfishness; living and dying for ideals; love for the common man and contempt for the hard-bitten man of wealth and power; sacrificial love; the struggle to lead a good life helping others; faith and despair; and God’s providential care for those who selflessly work for His Kingdom on earth. And all this presented through believable, powerful, natural acting by everyone—James Stewart, Donna Reed, Thomas Mitchell, Henry Travers, Lionel Barrymore, Beluha Bondi, Ward Bond, among many others. The music is by the peerless Dimitri Tiomkin, and the film is directed by one of America’s greatest directors, Frank Capra.

Here on film, made in 1946, is our current Tea Party politics portrayed in the guise of Mr. Potter, on a collision course with Democrats, in the guise of the Bailey family, whose nickel-and-dime savings and loan enables the little man to own a home and leave Potter’s slums. It’s a film we love to watch but hate to emulate: for it means that Profit is NOT king; indeed, that life is far more than mere profit, and that helping the working man obtain a house is more important than a bank’s bottom-line. It’s an iconic film whose message we steadfastly ignore, all the while praising the film. It’s a film Conservatives love to hate—or love in spite of its Christian message that people must come before profit; and that the health of one’s soul is more important than the size of one’s bank account—not a message in accord with the Tea Party’s  socio-economic policy—or Trumps’ vision of America.

The film is almost 70 years old, yet its message is as fresh as a morning breeze and profound as life itself. Capra knew his Bible. He translated the New Testament into film—and its power to move one’s soul, to live like a Bailey and not a Potter (or Trump, or Murdoch, or Ryan), to fight for God’s kingdom on earth and not Satan’s (Potter), makes this a film for the ages—but most appropriately a film for the Christmas season, where love of neighbor trumps love of money and power, just as the Christ child will in time conquer darkness and sin.   It’s a film after God’s own heart precisely because it reveals God’s own heart. Do we get the message?—love before profit. Love. Love. Love.

Len Sive Jr.

PIUTTOSTO CHE GRILLO, MEGLIO LA CASTA

Dopo 20 anni di Berlusconismo, di politica peggio che miope, di irrazionalità economica e legislativa, di sfascio di ogni tentativo di approfondimento e reale conoscenza dei problemi, di mancate riforme, di promesse mai mantenute, di figuracce internazionali, dopo 20 anni di schifo insomma, prendersela con Berlusconi prima e con la casta politica poi è molto comodo ma scorretto. Come sempre, se si cerca un colpevole basta guardarsi allo specchio. Chi ha qualche anno di più forse dovrebbe guardarsi con cipiglio più severo. Perché chi ebbe le colpe di consentire quel degrado, in molti casi ora ha la colpa di aver individuato una toppa peggiore del buco.

Prima degli ultimi avvenimenti politici, diciamo fino ancora a poco più di due anni fa, sembrava legittimo voler cambiare alla radice il funzionamento del sistema, aumentare il tasso di democrazia diretta, accompagnandolo ad una miglior selezione meritocratica anche della rappresentanza politica, sembrava che la distruzione dell’esistente fosse auspicabile per poter finalmente tornare a respirare, senza il peso soffocante sul petto delle incrostazioni accumulatesi negli anni passati.

Poi è cambiato tutto. Quelle bandiere, che ad alcuni sembrava giusto impugnare e sventolare in nome di un ritorno ad una politica più illuminata, lungimirante, razionale, “migliore” diciamo, sono state raccolte dalla più becera e diffusa forma di populismo che l’Italia abbia conosciuto dai tempi del fascismo: il Movimento 5 Stelle. Tale e tanto è stato l’orrore che l’ignoranza, il qualunquismo e l’aggressività di questa accozzaglia di persone per bene, ignoranti in buona fede e imbecilli patentati (tutti accomunati dall’essere niente senza il loro capopopolo che insuffla il verbo e il consenso dentro di loro) da rendere giustificata una reazione opposta a quella immaginata in principio.

Addio progetti di riforma del sistema democratico, addio vento del cambiamento rivoluzionario. Se le mani che si immergeranno nella cosa pubblica per sconvolgerla e riformarla saranno quelle di Grillo, Casaleggio e dei suoi scherani, preferiamo tenerci l’esistente: ai pazzi vanno preferiti i corrotti. Alle forche in piazza vanno preferite le mazzette, con buona pace dei moralisti e dei tribuni che affollano televisioni e giornali.

Piuttosto che i barbari, che sfruttando idee sulla carta valide, pensano di trasformare la Repubblica in una dittatura del popolo bue, la democrazia in un sistema in cui la mia opinione di profano ha lo stesso peso di quella di un esperto – “tanto gli esperti sono tutti prezzolati” -, piuttosto che questa deriva protofascista e neo-luddista, tanto vale tenersi la casta e le sue nefandezze.

Certo, sarebbe auspicabile che una via di mezzo venisse trovata. Ma nell’impossibilità di affidarsi a persone che hanno già ampiamente dimostrato la propria pochezza politica, e la potenziale pericolosità della loro cieca obbedienza al capo (liste di proscrizione, censura del dissenso, culto del leader, infallibilità del suddetto, squadrismo verbale contro l’avversario etc), la via che si intravede come più probabile è che siano proprio i corrotti epigoni della casta a fare qualcosa di buono, pungolati da questi barbari (che almeno in negativo sembrano avere un qualche ruolo utile).

Insomma, l’ultima speranza per l’Italia non risiede certo nel grillismo, ma nel fatto che il resto del sistema politico – che per contrasto sembra ora meno indecente -, spaventato dal mostro, faccia finalmente qualcosa di utile.

Muscardins

ALL’IMPEACHMENT DEL COLLE ASSOCIARE BOLDRINI ALLIEVA SCERVELLATA

I politici italiani sono i più immorali dell’Occidente (Matteo Renzi l’ha messa più circoscritta: “Abbiamo la peggiore classe politica della storia europea degli ultimi 30 anni”). E chi è il più immorale -considerando tutti i comportamenti- tra i politici italiani? Fino a una settimana fa pensavo al fidanzato/nonno della Pasquale. Oggi il top del vituperio spetta a una pin-up  cinquantaduenne, ancora erotizzante. Se essa non avrà ciò che merita, sarà perché la nostra politica è porcina.

 

Nessuno avrebbe saputo fare meglio di Boldrini quanto a insensibilità, sostanziale cinismo e scempiaggine, tipo Maria Antonietta di Francia che alla plebe suggeriva di mangiare brioches (la ghigliottina giustiziera la punì). Essere andata, la montecitoria, a singhiozzare a nostro carico sul catafalco di Mandela, senza alcun pretesto ufficiale, era già pessimo in sé. Esserci andata con un manipolo di portaborse, con la scorta e col compagno attesta al di là di ogni dubbio che la Terza Carica della malarepubblica è stata attribuita, appunto, a una pin-up.  Perchéciò sia avvenuto, non si sa. Forse per lo stesso svarione collettivo che fece governatore il suo mentore, venuto dagli spalti della Rivoluzione pugliese con un vezzoso orecchino.

L’accusa di sessismo, moralismo e omofobia non turbi chi ne è vittima anzi gratifichi, data la fattispecie. Portando in vacanza breve il fidanzato, nell’aereo ufficiale e nel momento più nero dell’annus horribilis dello Stivale, la madama di Montecitorio si è qualificata come svelta allieva del Similsovrano, il quale non deflette dall’addossare ai sudditi i costi del Quirinale e della Casta che presiede: sapendo che sono costi infami. A suo tempo la trasferta erotica in Sud Africa sarà perseguita: questa o quella magistratura imporrà il risarcimento sia del danno erariale, sia dell’ulteriore macchia sul Paese. Peraltro Boldrini potrà farsi perdonare la sfrontatezza se in anticipo si dimetterà per unirsi alle Ziegfeld Follies.

Il femminismo di precetto rivendica a favore della Nostra il diritto a trasgredire coll’amante all’obbligo di non danneggiare uno Stato a già infima reputazione, per la ragione che per millenni si è tollerata la trasgressione dei personaggi maschi. Tuttavia oggi l’esasperazione degli italiani è tale che travolgerebbe un dolente maschio se al funerale africano avesse portato la fidanzata.

Si è detto: il presidente del Consiglio ha associato la moglie al pianto disperato per la morte di un novantacinquenne. Ma Letta ha sbagliato di grosso (o meglio, si è comportato da bramino della Casta). Non doveva ospitare alcuno, nemmeno la moglie, nell’aereo che è nostro non suo. Il ruolo di rappresentanza del coniuge, qualunque coniuge, va abolito checché ne pensi il Cerimoniale della Farnesina. Le consuetudini diplomatiche sono pessime e stupide, è ora di liberarcene onde  quadruplicare i WC a Lampedusa.

In più vanno aboliti i voli di Stato, vendendo l’apposita flotta; l’arcitradizionalista Premier britannico viaggia il più possibile sui voli di linea. Va cancellata la presenza dei governanti ai funerali e alle sceneggiate altrui, persino in ambito Schengen. Lode a chi rifiuta le convenzioni. Giorni fa l’aspirante premier Renzi si è presentato alla pompa degli auguri di corte in Quirinale in abito chiaro: non c’è elogio che basti a chi ha spregiato il protocollo dei pavoni e dei tacchini del Colle. Meglio ancora ha fatto, Matteo, a lasciare la Reggia prima del rinfresco pagato dall’IMU. Le cronache dicono che la vasta piazza del Quirinale nereggiava delle limousine delle Alte Cariche. Quando esigeremo che le Alte Cariche vadano a piedi, e che gli auguri al Similsovrano li facciano via SMS?

La Repubblica nata sui sacrifici e sui delitti della Resistenza dovrà azzerare una volta per sempre coniugi e concubini di ambo i sessi. Letta doveva lasciare a casa non solo la moglie: anche se stesso. Non aveva bisogno di volare a Johannesburg per piangere. Bastava recarsi alla locale ambasciata in gramaglie. Anzi bastava una mail listata di nero.

Basilio

PURCHE’ RENZI NON LO SPOLPINO I PIRAGNA DEL SISTEMA

Premessa: il Pd non poteva non darsi al Gonfaloniere fiorentino. Avesse preferito Cuperlo, sarebbe stato un testamento col notaio al capezzale, un’ultima volontà dettata prima della mummificazione.

Tuttavia abbiamo poche certezze su quelle che saranno le opere, anzi le gesta del Sindaco. Forse ci sarà la rottamazione degli oligarchi, comprese le Finocchiaro, le Pollastrini, molti altri ufficiali e sottufficiali dell’intendenza. Forse: solo se resterà un unicum il patteggiamento con d’Alema che ha elevato Cuperlo a presidente del partito. Come lancio di un’impresa di valore storico, il compromesso con la nomenclatura – perchè non si senta umiliata e non seceda- è poco promettente.

Si vedrà ciò che risulterà di Renzi, se e quando si metterà veramente fine al sostentamento dei partiti a carico dei contribuenti. Dal Rottamatore era logico attendersi un’abolizione immediata, non differita e smussata. In ogni caso non si potrà dare merito al solo Renzi se un giorno finirà l’aspetto più disgustoso -in quanto legale e coattivo- di una delle rapine degli appaltatori delle urne. Quanto al Senato, esso va semplicemente cancellato, non recuperato come camera delle autonomie, cioè come l’ennesima istituzione afflittiva e ipercostosa.

Più gloria si meriterà l’eresiarca da Firenze se riuscirà a costringere la classe politica a restituire una parte di quanto rubato a partire dal 1945. Questo esigerebbe il capovolgimento copernicano promesso da Renzi. Nulla sarebbe più razionale della confisca immediata di metà dei beni, ufficiali e non, di ciascun partito, nonché degli attivi futuri. Ovvio che i tesoretti e le refurtive della nostra politica sono pressocché irraggiungibili; ma almeno andrebbe assicurato alla collettività qualcosa degli introiti futuri della cleptocrazia. Idem sui beni personali di quei politici che hanno maneggiato più degli altri.

Al “simbolo dell’apparato Pd”, senatore Ugo Sposetti, un intervistatore di ‘Repubblica’ ha chiesto: “Lei da tesoriere gestisce ancora il patrimonio dei Ds: vale un miliardo”. Ha risposto, il più tracotante degli assertori  del diritto dei partiti sul  denaro pubblico, che “il patrimonio è il frutto delle fatiche di generazioni di militanti del Pci, del Pds, dei Ds. E in queste sedi oggi il Pd svolge la sua attività. I 22 dipendenti sono il mio primo pensiero”. Le fatiche di generazioni di militanti non hanno mai fruttato da sole, senza apporti da varie fonti, tangenti e ruberie, i patrimoni dei partiti. E la sorte dei dipendenti, che sembra angustiare la corporazione dei tesorieri, non merita alcun particolare riguardo. Chi perderà lo stipendio di partito, al massimo meriterà lo stesso sussidio di sopravvivenza che andrà doverosamente garantito a tutte le famiglie con bambini che resteranno senza reddito. Per trovare coperture si aboliscano i voli di Stato, specie quelli per insulse cerimonie funebri in  casa d’altri. Si vendano all’asta gli arazzi del Quirinale. Si venda il Quirinale stesso. Altrimenti si quotino i parlamentari.

Di tutte le riforme che gli ottimisti attendono da Renzi la meno importante è un nuovo metodo elettorale. Intanto è una correzione invocata da tutti, non dal solo Sindaco di Firenze. Poi nessun metodo elettorale è veramente migliore degli altri. Sono tutti congegni per spogliare il popolo della sua sovranità,  e per frodarlo. Sono le elezioni stesse, non questo o quel metodo elettorale, che occorre azzerare. Ormai quasi tutti ammettono che la democrazia delle urne è un malato terminale. E’ di un paio di giorni fa la valutazione di un guru autorevole (salvo errore, Tito Boeri): hanno stima del nostro sistema politico il 2% degli italiani, cioè i soli politicanti.

Se questo è vero, o si avvicina alla verità, è grottesco continuare a discutere su questa o quella delle tradizionali tecniche di usurpazione e impostura. La svolta vera sarà mettere fine alla delega elettorale. Sono quasi tre lustri che è cominciato il Terzo Millennio. Negli Stati Uniti e altrove sono stati messi a punto vari progetti di democrazia diretta selettiva, supportata dalla telematica e praticata da cittadini qualificati, scelti dal sorteggio non dalle urne.

Sono queste grandi novità -un nuovo continente politico-  che Matteo Renzi dovrà esplorare e tentare di conquistare, se vorrà deviare la storia di una democrazia occidentale sbagliata. Probabilmente non farà questo: si farà cooptare nella corporazione degli impostori.                            

A.M.C.

THE NRA HOLDS A GUN TO AMERICA’S HEAD. PROUDLY.

There is nothing in our history quite as bizarre as the continuing influence of the NRA (National Rifle Association) despite one  gun-related tragedy after another, at home, at school, in shopping malls, bars, sporting events, political rallies, churches, airports—everywhere people gather together.  More Americans die each year from gun-related incidents than were killed during our entire involvement in Vietnam! If there is one group that we can single out for its depraved influence on American life: in expertly leading gullible folk away from facts to emotional, spurious constitutional gun arguments: whose policies and lobbying practices have resulted in making gun-buying an all-too-simple process: who oppose all background checks of prospective gun-buyers, including those who are mentally unstable: who want even assault weapons to be sold and bought—the NRA has no rival. If ever Mephistopheles sought out a partner to bring terror and violence to the American way of life, it would surely be an unholy alliance with the NRA.

What’s the NRA’s typical response to any and every incident of gun violence?—If everyone had been armed there would have been no incident in the first place! Now if their retort weren’t so very dangerous, it would be simply laughable—laughably stupid. But the steady, seemingly unstoppable stream of gun violence now defiling our land is certainly no topic for laughter.

Behind the NRA lies the gun manufacturers and their owners, like the notorious rich and powerful DuPont family, originally made rich by selling shoddy, substandard goods to our troops in various wars (like the Civil War) and owner of Remington Arms, as well as longtime backer of many right-wing extremist groups like the KKK, the Minutemen, and the John Birch Society. Their politics is determined solely by financial considerations masquerading as politics. What care they who die by the gun so long as they can hear the ‘klink’ of the cash register for yet another gun sale?

Of course, to any half-normal mind our gun laws are completely insane. There is no clearer proof of the dangers of lobbyists, to my mind, than the example of the NRA. Not the common weal is under consideration by congressmen and women when they pass gun laws that (however unintentionally) make mass killings possible, even inevitable, but simply the wealth and power of gun manufacturers and their owners. But let’s call a spade a spade: lobbyists give money as BRIBES. It’s unethical and decidedly unchristian. They buy votes—and what ought to be done gets buried under so many handfuls of cash. The word “Lobbyist” comes straight from the devil’s own dictionary, to obscure truth and to make evil easier to get away with.

The Constitution’s phrase, “The right to bear arms,” was intended for militiamen in a country that at that time had no standing army. (Our Founding Fathers would never have been so insane as to allow, e.g., assault weapons in the hands of anyone, including the mentally unstable.) But that was then. Times have changed. We have an army now, and so we don’t need militiamen—or their weapons.

Moreover, many laws enacted during our colonial period (like proslavery legislation) are today seen for the insane laws that they were all along. But people were blinded by self-interest. And such will future generations view today’s gun laws—they were insane all along, but were supported by those whom the NRA bribed, so that a congressman’s self-interest, and not the concern for the common weal, alone motivated their votes on all gun legislation.

The NRA has an assault rifle pointed directly at America’s head—and, incredibly, the majority of Americans don’t even seem to care.

Len Sive Jr.

CHINA: FROM VICTIM TO VICTIMIZER

China in the 18th and 19th centuries was largely a victim of various colonial powers and the US, which pent-up resentment finally resulted in the nationalistic Boxer Rebellion—which China lost handily and suffered greatly for as a result. In those days China was a rural nation, economically undeveloped, and, militarily speaking, of no significance as compared with the US and other colonial powers.

But that was then.  China has gone from victim to victimizer: continuing to suppress human rights in its own nation (a legacy going back to Chairman Mao and the so-called People’s Revolution) and now venturing for the first time into spaces outside of China as well, claiming as Chinese territory the South China Sea, heedless of the claims of other nations to that same area. Indeed, its military has declared that certain areas in international waters/air-space are now under Chinese sovereignty, and Japan, the US, Philippines, South Korea, Viet Nam, et. al. be damned.

What is particularly galling about China’s rise to the front rank of military powers is that the West, and the US in particular, has made her military prowess possible by having Corporate America relocate industry after industry to China, with China then copying (or stealing) manufacturing secrets and setting up its own industry as a result. We also have educated countless Chinese in US universities, mathematicians, physicists, engineers, computer specialists, et. al. professions vital to their military-industrial complex and the  development of new weapons, jets, ships, etc. being unveiled. China is already rivaling the US in developing stealth ships, aircraft, drones, submarines, computer technology (including a virus that destroys a computer if downloaded), and nuclear weapons—and they spend only about one-fifth of what we outlay for the military!

China is now flexing its military muscles. It does not take a great imagination to see that a war in Asia could easily rsult. And we have only ourselves to blame—I mean Corporate America, which made this now full-grown tiger possible through their amoral lust for more and more profit heedless of any and all consequences. Stamped on the backside of every armament in China’s  arsenal is “Thank you Corporate America. We couldn’t have done it without you.”

Len Sive Jr.

PSEUDO CREPUSCOLODELLA CLASSE MEDIA

Un po’ più spesso che prima si alzano i lai (=voci insistenti e sconsolate di mestizia) sull’estenuazione dei ceti di mezzo: proletarizzazione dei liberi professionisti giovani; inutilità delle lauree; infierire del fisco; altre sofferenze. In qualche misura sono lai bugiardi. Ma vediamo anzitutto l’aspetto nominalistico: come chiamare i nostalgici delle aspirazioni di una volta.

Nel Nord America, da ben più di un secolo, la middle class comincia dall’operaio con job, mortgage per la casa non superiore a un terzo  del valore immobiliare, buona sanità aziendale, poca o punta morosità al golf a poche buche. Lì il golf è altrettanto proletario quanto da noi la pesca sportiva e le pedalate aziendali (investimento per queste ultime: poco meno di € duemila tra bici quasi in lega, indumenti tecnici che facilitano l’avanzamento, casco e occhiali da Tour de France). Negli USA la middle class viene anche chiamata ‘the American class’. Naturalmente si tratta di un’illusione: è vero, il golf e il ciclismo quasi agonistico da week-end accomunano/affratellano i tornitori e i consiglieri d’amministrazione. Ma poi le strade si dividono, eccome.

Da noi un discrimine decisivo usava essere i figli all’università. Oggi che gli atenei italiani sono un 150, forse compresi forse no quelli online, oggi che le lauree brevi fanno un pulviscolo atmosferico, l’asticella del salto va alzata ripetutamente perché il laureato breve o lungo possa entrare nella fascia bassa del ceto medio.

L’asticella si è alzata sul serio per chi aspiri a diventare il libero professionista di un tempo o il burocrate di buona categoria. Ottant’anni fa, quando i più andavano a piedi, il medico di famiglia si permetteva la Balilla, persino la Lancia Augusta. Oggi si sente uno sfigato se, oltre a consentirsi il leasing costoso per la BMW o per l’Audi oltre i trentamila, non vagheggia la barca, il cavallo e la multiproprietà in Engadina. A questo hanno portato gli anni del benessere a cambiali e l’elefantiasi del consumismo. “Il mio dentista ha la Porsche” recita la felice pubblicità di una catena di franchises dentali low cost. Un tempo l’equivalente della Porsche, cioè la carrozza propria con cocchiere, l’aveva il grande clinico, non il dentista che un paio di secoli prima faceva anche il barbiere.

Ma il benessere a cambiali e il reddito doppio o plurimo per ciascuna famiglia hanno agito anche ai livelli proletari: sono parecchi i  manovali

con seconda casa e una macchina ogni membro della famiglia.  Infatti l’imperativo dei tempi nuovi -voltare le spalle al consumismo- non si pone solo per il ceto medio.

Se il dentista farà bene a dimenticare barca, cavallo e Porsche, l’operaio a libro lasci perdere gli hobbies esigenti e l’amatorismo a costi con vari zero, cominciando dall’abbonamento allo stadio. Il dilettantismo organizzato e la fede calcistica sono la barca e il cavallo dei camici blu o bianchi della fabbrica robotizzata. A riportare alla ragione le esigenze di status del ceto medio basso e quelle voluttuarie degli operai più o meno cassintegrati agirà l’ulteriore dilatarsi della competizione globale, col sorgere e il pullulare delle manifatture africane e col conseguente rarefarsi degli interventi medici per abbellire il look.

Agli eccessi e agli abusi del consumismo “alto”, quello della classe dirigente e dei gangster politici, dovrà provvedere la vendetta del giustizialismo. Oltre a ridurre il più possibile l’area della grande ricchezza, miniaturizzerà i redditi della falsa meritocrazia: le centinaia di alti manager, boiardi e top burocrati che sfiorano o superano il milione l’anno. Le superliquidazioni e le pensioni d’oro, sogno proibito di precari e travet, continueranno abbastanza a lungo: ma non per sempre. Il ceto medio ricordi quanto modiche erano le sue ambizioni di un tempo.

Porfirio 

L’ITALIA NON E’ PIU’ LA GRANDE PROLETARIA MA LETTA FA BENE A NON FIDARSI

Precisi centodue anni fa Giovanni Pascoli, il vate dell’Italia sottonutrita e tubercolotica, tenne un’orazione al teatro di Barga, in Garfagnana, dove oggi dorme il sonno eterno. Titolo: “La Grande Proletaria si è mossa”. Il testo è nelle antologie. L’illustre successore di Carducci nella cattedra di letteratura a Bologna additava le promesse dell’impresa libica per i connazionali poveri. Forse erano promesse ingannevoli. Però nella fase in cui le potenze ultime arrivate dovevano avere colonie, la conquista l’aveva voluta -e realizzata: Bush Jr non ce l’avrebbe fatta- un governante serio, Giovanni Giolitti. Chissà, se fosse riuscito a tenerci fuori di quella Grande Guerra che rifiutava, non solo avremmo evitato   il fascismo e il secondo conflitto mondiale, ma ci saremmo tenuti la Libia dove forse avremmo finito col trovare il petrolio.

Quel 26 novembre 1911 Pascoli lanciò una caratterizzazione dell’Italia, ‘la Grande Proletaria’, che avrebbe attecchito. Il proletariato non l’avevano inventato Marx ed Engels. Nella Roma di Servio Tullio era l’ultima delle classi sociali, quella che possedeva solo prole. Anche Lord Byron ci aveva chiamati la Gran Proletaria.

Oggi che Pascoli e Byron ci definirebbero la Grande Monoproprietaria, oppure Gran Condòmina, il potenziale insurrezionale che è implicito nella nozione di proletariato è fatto per crescere, non diminuire. Possedere in condominio costa sempre di più. I condòmini possono farsi cattivi. Quelli italiani devono mantenere con le tasse milioni di connazionali: i troppi dipendenti pubblici, i politici tutti ladri ed estortori, i pascià della burocrazia in pensione e le loro vedove, i minatori del Sulcis, i metalmeccanici di Irisbus, gli autisti dei trasporti urbani, le maestranze,  quadri e  manager delle aziende che chiudono ogni giorno dell’anno. Che farà la Gran Condomina, titolare di prima casa, quando le imposte aumenteranno troppo?

Alla domanda ha risposto giorni fa dalla Germania il Presidente del Consiglio: “Se aumentiamo le tasse Grillo arriva al 51%”. Chissà, forse il 51% è troppo. Ma quando dovessimo, doverosamente, garantire il pane a un paio di milioni in più di famiglie senza reddito, nonché far fronte a “enne” impegni nuovi, magari da riscaldamento del clima, un 33% a Grillo sarebbe verosimile: Verosimile un altro 33% a Matteo Renzi, e saremmo a due terzi dello Stivale che non ne possono più. Renzi non minaccia gli sfracelli delle 5Stelle, però qualcosa di grosso dovrebbe farla, in alleanza o no con Grillo, pena il colpo di stato di un colonnello giustizialista o parasocialista alla Nasser. Domanda, come cambierebbe la Grande Monoproprietaria? Beh, potrebbe addirittura crollare la repubblica truffaldina eretta tra il 1945 e il ’47.

I vuoti di cassa e la sofferenza dei nullatenenti si farebbero feroci al punto di dover amputare la spesa pubblica, e non dare sforbiciate qua e là. Cosa macellare in primis se non le spese militari, la diplomazia e lo sfarzo delle Istituzioni dal Quirinale in giù? Come dare sussidi a  vari milioni di indigenti senza decapitare le grandi fortune, i redditi e le pensioni esorbitanti, senza cancellare i diritti acquisiti,  senza uscire dal liberismo capitalista poco dopo che vi era entrato Massimo D’Alema comprando la tenutella in Umbria?

Non sarebbe uno scherzo il 51% evocato da Enrico Letta, aggiunto alle malefatte del Fiorentino. Prima che sia tardi il sistema si affretti a corrompere Grillo e Renzi come corruppe Napolitano.

Porfirio

GENOVA LABORATORIO O SCUOLA D’ACCATTONAGGIO?

“Laboratorio Genova” è l’allarme -per alcuni il grido di speranza- che si è diffuso sulle tastiere degli opinionisti il terzo o quarto giorno dello sciopero (selvaggio, cioè penalmente perseguibile) del trasporto urbano. La metropoli della Riviera -un po’  immelensita, va detto, dai troppi pensionati, velisti da diporto e altri gagà- è stata vicina all’infarto e a qualcuno è sembrata avvisaglia di insurrezione: insurrezione non solo in quello che fu il nostro grande polo portuale ma anche nel migliaio abbondante di città che nello Stivale gestiscono tram, autobus e funicolari attraverso proprie società; il 40% delle quali vengono dette sul punto di portare i libri in tribunale: tecnicamente fallite.

Allora ci si chiede, Genova laboratorio di che? La risposta istintiva sarebbe: laboratorio di risposta anticapitalista alla grande crisi. Ma no: i più riluttano a ricorrere ai termini e ai concetti imparentati con la rivoluzione. Non sarà, piuttosto che un piano di rivolta, la reiterazione di un corso di accattonaggio per estorcere fondi a Roma? Nel suo Notre Dame de Paris  Victor Hugo faceva svolgere nella Corte dei miracoli di un Medioevo fantastico e pauroso dei veri e propri seminari di mendicità: i veterani insegnavano ai giovani come mendicare con successo. A questa didattica ci sembrano assomigliare i Vespri genovesi.

A suo tempo tumultuarono i camalli, gelosi dei privilegi che conservavano e contribuivano a dirottare i flussi di traffico su altri porti. Oggi, meno anacronisticamente, il ferro di lancia del combattimento genovese sono i conducenti dei  mezzi pubblici e altri comparti che da un’eventuale privatizzazione temono la perdita di job, fatturato e  larghezze. Per chi il posto lo conservasse,   ci sarebbe la minaccia alle molte dolcezze di una gestione egemonizzata dai partiti. In tutte le imprese di questo tipo i politici, dal 1945, comprano i voti a spese dei bilanci, cioè dei contribuenti.

Il trasporto urbano, quando gli addetti sono troppi e i biglietti si vendono a prezzi parapolitici, accumula passivo quasi dovunque: a Genova debiti per 400 milioni, a Roma per 1600 milioni. Ai Ciompi genovesi le perdite non interessano: il contribuente intervenga, cioè ripiani i debiti. In questi giorni si è affermato “la popolazione genovese solidarizza coi tranvieri”. Forse  non è vero. Se invece fosse vero, sarebbe la manifestazione di una malattia tra le più gravi. Vorrebbe dire che la metropoli è ai piedi di Cristo, appesa a un filo.

Ancora verso la fine del Novecento era caposaldo del Triangolo industriale e il gigante degli scali italiani. Nel passato remoto aveva finanziato gli exploit della Spagna quando era prima in Europa e dominava il Nuovo Continente dal Messico e dalla Florida in giù. Tra l’anno Mille e gli inizi del secolo XV la Superba aveva messo insieme un piccolo impero nel Levante e nel Tirreno. Perse il gusto della potenza nel 1401, quando fu conquistata da Carlo VI di Francia. Il grande Andrea Doria avtebbe restituito ai genovesi una sia pur circoscritta sovranità nella sfera spagnola. Nel 1815 il congresso di Vienna liquidò le illusioni assegnando Genova ai Savoia.

Fino a qualche decennio fa continuavamo ad ammirarne il grande scalo e un polo di industrie. Oggi Genova si è ridotta a vivere sulle buste paga e sull’indotto di entità declinanti, quando non tenute vive nel polmone d’acciaio. Di suo, oggi, mette quasi niente. E’ un continuo chiedere allo Stato, cioè alle tasse e alle accise di tutti.

Non saranno teneri con Marco Doria, il loro successore vendoliano, il doge verdiano Simon Boccanegra, protagonista del Trecento, e il grande antenato Andrea Doria. Vedremo gli sviluppi. Per ora il Marco che si ispira a Nicky e piace alle vedove scervellate proprietarie dei bei palazzi della Genova “camalla e borghese”, ha rinnegato il proposito di privatizzare, cioè di risanare. In conformità all’insegnamento del suo mentore, il vezzoso governatore barese, il Doria minore sembra darla vinta agli ultrà cui i conti della loro impresa non interessano.

Essi non fanno proposte operative. Non accettano di campare coi sussidi che bisognerà tassativamente garantire a tutti i disoccupati, e ottenere i quali sarà una vittoria grossa. Meno che mai gli ultrà pretendono la proprietà e la responsabilità dell’azienda (infatti Vendola e il Doria minore sanno come finì sotto il sardonico Giolitti l’occupazione gramsciana delle fabbriche a Torino). I lottatori della fu Superba si contentano di poco: restare a libro di un’azienda che passi le perdite agli altri.

Porfirio

DISINCANTO DEL PATRIOTTISMO SPAGNOLO

Dopo esserci stata padrona per un po’ di secoli (a Milano quasi tre, a Napoli e a Cagliari quasi quattro, a Palermo oltre cinque), morto il Caudillo la Spagna ritrovatasi democratica si cercò un modello politico-ideale aggiornato: e scelse lo Stivale. Noi avevamo cambiato padrone già nel 1945, trovando la felicità trent’anni prima che a sud dei Pirenei. Nell’ottobre 1982 gli spagnoli completano il corso d’apprendimento: danno il potere al ‘socialista’ Felipe Gonzales ed entrano anch’essi nell’età craxiana: soldi a debito per tutti, industrializzazione e grandi opere al galoppo, ottimismo della volontà, tangenti come via maestra. Oggi le cronache del malaffare democratico sono, da Pamplona a Valencia alle Canarie, indistinguibili dalle nostre (v. in Internauta “La Spagna dall’orgoglio del Cid all’Infanta indagata e alle tangenti”; “Hispania felix anche senza crescita (ma politici ladri come i nostri”).

Allora la Spagna fattasi da magistra alunna non ha molto da insegnarci. Resta tuttavia una pietra di paragone. Per questo vi sunteggiamo qui le riflessioni su “la hora del desencanto” di tre reputati storici accademici, Fernando Garcia de Cortàzar, Josep Fontana allievo di Jaume Vicens Vives e Juan Pablo Fusi.  I motivi più immediati per ragionare di disincanto sono, com’è ovvio, la crisi economica e il separatismo catalano e basco. “E’ il nostro inverno morale” constata Garcia de Cortàzar, che è un cattedratico e un gesuita. “Si mette in discussione persino il riuscito passaggio dal franchismo alla democrazia. E’ evidente l’insuccesso degli  sforzi per difenderci dalle minacce dei nazionalismi antispagnoli, sorti nel secolo XIX con connotazioni romantiche e ultraconservatrici. Mi colpisce una frase, ‘rispetto delle autonomie regionali’ che sentiamo continuamente in questi anni di crisi brutale. Significa che quando avevamo soldi potevamo permetterci impunemente di sperperare, di sovrapporre le giurisdizioni ? Oggi la Spagna nazione  è contestata come non mai, e non è solo colpa dei particolarismi periferici. La sinistra per esempio, un tempo difendeva l’unità, oggi  si apre ai suoi nemici: curiosamente non in nome della lotta di classe o del paradiso proletario, bensì per assecondare gli orizzonti egoistici  delle oligarchie regionali. La Spagna unita è un’eredità che abbiamo ricevuto ed é un progetto per il futuro. Il mondo non ci accetterà mai se non ci impegneremo a credere in noi stessi. La nostra tolleranza è stata presa come mancanza di principi, la nostra prudenza come impotenza”.

Non era questo che speravamo dalla democrazia, ammette Josep Fontana, un professore emerito che fu militante comunista durante il franchismo; ha soprattutto studiato la finanza pubblica nell’Ottocento. Cita quel verso di Gil de  Biedma che chiama triste la storia di Spagna  ‘porque siempre termina mal’. Per lui “la crisis del proyecto nacional espagnol està directamente relacionado con la crisis del Estado”. Una indipendenza della Catalogna non è inconcepibile “si es realizable sin dagno para nadie”. Fontana sottolinea gli aspetti negativi di certi sviluppi ottocenteschi: “Le grandi fortune riuscirono a sfuggire agli obblighi fiscali loro spettanti: allora erano agrari, oggi sono finanzieri. Una delle conseguenze fu l’estrema debolezza della scuola pubblica. Negli altri paesi europei la scuola fu un fattore decisivo di amalgamazione nazionale. In Spagna non ha contribuito abbastanza alla crescita dei sentimenti unitari”.

Anche Juan Pablo Fusi addita la vulnerabilità del Paese di fronte alla sfida dei separatisti. Peraltro la decentralizzazione è stata un impegno intenso e finora efficace per valorizzare le risorse regionali: “No recuerdo en ningùn otro pais un esfuerzo como el registrado en Espagna. No es facil ir mas allà”. Non deve sorprendere, aggiunge Fusi. che la ricca Catalogna sia tentata di voltare le spalle alla patria: lo fanno anche gli indipendentisti del Quebec, i fiamminghi belgi, in Gran Bretagna gli irlandesi ed ora gli scozzesi. La crisi generale -non solo economica, anche istituzionale e politica- fa lievitare lo scissionismo: “Los continuos escandalos de corrupcion”, l’assenza di leadership, la disoccupazione accentuano le difficoltà dei paesi. Da noi risuona ancor oggi l’amara constatazione di Antonio Cànovas del Castillo, il governante che rimettendo sul trono i Borboni riuscì a chiudere le guerre carliste e a stabilizzare l’assetto politico: “Es espagnol el que no puede ser otra cosa”.

Enric Gonzàles, che ha raccolto le non ottimistiche riflessioni dei tre storici per conto di ‘El Mundo’ – quotidiano che da venticinque anni dà voce al capitalismo liberale moderno (una specie di ‘Repubblica’ di destra, risposta al progressismo di ‘El Pais’) richiama un pensiero di José Ortega y Gasset: “La convivenza dei nazionalismi è difficile, non impossibile”.

A.M.C.

FROM CHRISTIAN LOVE TO COMMERCIALIZATION: THE CHANGING TIDES OF HOLIDAY CHEER

When I was a boy, many a holiday season ago, there was a palpable sense of “holiday cheer” from Thanksgiving to Christmas through to the New Year: people smiled and laughed;  opened doors for one another and helped people cross the street; greeted strangers with a warm smile and a wave; kept the elevator door open for that slow moving senior citizen; always tipped lavishly; and made church services an integral part of the  holiday season—joyously and gratefully, as people counted their several  blessings throughout the holiday season.

Thanksgiving was, uniquely, its own deeply memorable holiday as well as the forerunner to Christmas—a harbinger of Christmas, so to speak. For us, the focus on Thanksgiving was family and friends. And our family’s best friends, the Craigs, usually  joined us (or we them)—which trebled our joy, for Pete and Virginia were wonderfully urbane, contagiously witty, warm, caring,  kind, and just plain fun to be around.

People—friends, family— dominated the holiday. We watched no TV. We sat and talked for hours—first over mountains of roast Turkey, stuffing (‘wet and dry’), cranberry sauce, green beans, sweet potatoes, mashed potatoes with gravy, corn bread freshly baked, and pumpkin pie. Then when dinner was over we reassembled in the living room for more conversation, in the enjoyment of each other.  For us—and for me— this was heaven itself: People loving people.

Christmas was more strictly a family affair (the Craigs usually visited us on the 26th  or thereabouts). It began with a midnight church service on Christmas Eve, then the Christmas Day service, and, in our church, properly ended with The Boar’s Head Festival days later—a huge, magnificent and unforgettable costume-and-carol pageant (copied from England) celebrating the Christ infant’s coming to bring light and joy to a dark and sinful world—which was put on, properly, after Christmas and before the celebration of the New Year.

Christmas gifts were not just received with joy but given with joy; old animosities and hurts were entirely forgotten if not forgiven; and though Santa had, once again, managed somehow to work his way down then up again in our old chimney in the bringing of gifts—it was the birth of the Christ child, the symbol of love and forgiveness and goodness for all mankind, which ran like a golden thread all through the holiday season, reinforced by sermon and carol and liturgy. In short, it was a blessed holiday, whose effects outlasted the holiday itself.  Yes, for one brief shining moment during the year, the cosmos radiated love, and forgiveness, and good cheer…We all genuinely felt better, more humane, happier, more content.

Then in the 60’s began the slow commercialization—the corporatization—of the holidays, aided by TV with its hugely profitable advertising. With what societal result? Thanksgiving and Christmas, once beacons of love and joy, have become subservient to holiday sporting affairs; the underlying religious basis for the holidays has been transmogrified in a larger realm of commercial activity whose end is profit–and more profit. Even the symbols of Christmas—the crèche, the Christ infant, the three Wise men—in many cases have been outlawed on public property. Conversation and deep, meaningful dialogue  have devolved into a mere collective rooting for one’s team to win; and Christian love into the camaraderie of ‘high-fiving’ over a big play. The Christ child, in short, has been smuggled out of the season altogether by Corporate America.

Again, with what general societal result? People now regularly get into fights , and even killed, at sporting events; one’s personality—and especially one’s free time—and the very clothing on one’s back—are now tied to a sport’s team or a specific player. Women, I remember, used to dress and act like women. Now they dress and act like male athletes. People’s attire—and identity— are tied, if not to sports then to a corporate Logos. And to add insult to injury we are obsessed with (media-created) celebrity, which is nothing but the cooked-up hype of Corporate America given as pablum to a mindless and de-spiritualized society.  We have seen a tectonic shift away from spiritual inwardness to mere showy outwardness, from Love to Thingness.

“Celebrity” is nothing but the advertising of a person: the media create celebrity, hype it, and control it—in order to sell things to a public only too willing to buy. What great deed did Paris Hilton do to result in all that media attention?—Nothing. But it certainly made the Rupert Murdochs of the media world richer.

Today, to state the obvious, technology is in the ascendant. People have a text conversation while ignoring the person they are sitting with! Game-playing takes precedence over thinking and dialoging. Cell phones and gaming both have left society stupider and shallower.

So, we have in only a few decades gone from deep spiritual significance in the meaning of Thanksgiving and Christmas to the worship of meaningless sporting events in our new cathedral called the stadium, with its high priest the coach and its apostles the players. Our identity and personality used to have some inner meaning and value, and bring real joy. Now it’s all outward glitter and inward emptiness—texting with nothing to say; game-addiction with nothing to show for the hours and years wasted.

Corporate America, in its single-minded, all-consuming drive for more and more profit, has led us all astray, like a Pied Piper—and we, like the silly children in the story, have followed this Piper even to our own intellectual and spiritual degradation.

Len Sive Jr