PER UNA VOLTA SARTORI PREDICA VERITA’

Il noto politologo toscano Giovanni Sartori, a dire di alcuni il maestro di quasi tutti i nostri politologi, fa da decenni l’illustratore per le masse di una situazione ingrata: che essi politologi non hanno niente di nuovo da dire. Per loro l’Occidente si è fermato alla Magna Charta, o se si preferisce allo Statuto elargito da Carlo Alberto: eleggete pure dei deputati. Peccato che oggi 43 su 60 eletti al parlamentino regionale ex-sabaudo sono indagati per questa o quella forma di ladrocinio.

Il magistero di Sartori può riassumersi così: fin quando il pensiero politico non si convertirà al doppio turno alla francese, la nostra Polis resterà sciamannata e oppressa da presagi di morte. Il demonio peggiore, il vero e proprio Anticristo, che complotta la perdizione della Res publica, è per Sartori “il direttismo”. Marchia così l’infamia di considerare moribonda, e fetida di necrosi, la democrazia rappresentativa. Peraltro il prof.Sartori assevera con la sua autorità tecnica che oggi, uscite di scena la monarchia e l’aristocrazia ereditarie, questa o quella formula di democrazia diretta assistita dall’elettronica è la sola alternativa al parlamentarismo cleptocratico che saccheggia lo Stivale più che ogni altro reame d’Occidente.

Di questa certificazione o expertise siamo naturalmente grati noi tutti -pochi o tanti si vedrà sulla distanza- che detestiamo la democrazia rappresentativa appaltata ai politici professionisti (del furto). Tuttavia sappiamo, sull’esperienza di molti decenni, che l’antidirettismo è un’ossessione che dementa il Nostro. Di fatto lo fa campione e cantore della peggiocrazia trionfante. Negli anni della guerra la rubrica radiofonica del ‘microfono del Duce’ Mario Appelius terminava coll’imprecazione “Dio stramaledica gli Inglesi”. Sartori, nato in Toscana come Appelius, non manca quasi mai l’invettiva contro il direttismo.

Ma giorni fa il suo editoriale nel ‘Corriere’ “Una modernità fuori misura”, sovratitolato “Gli eccessi che la Terra non sopporta” meriterebbe d’essere inciso nel bronzo e premiato col Nobel: “Predichiamo un progresso senza limiti, una crescita senza limiti, uno sviluppo senza limiti e, ancor peggio, una popolazione senza limiti. E’ demenza ipotizzare una crescita infinita in un pianeta che ha dimensioni finite e perciò stesso anche risorse finite (…) Il rimedio vero sarebbe una drastica riduzione delle nascite (specialmente in Africa) che ci restituirebbe un pianeta vivibile. A questo effetto le maggiori responsabilità sono della Chiesa cattolica. Per ora papa Francesco si è limitato a carezzare molti bambini, a stringere molte mani e a distribuire in piazza San Pietro la “Misericordina” che poi, aperta la scatolina, è un rosario (…) Ripeto, l’unica cura ancora a nostra disposizione è ridurre la popolazione. I combustibili fossili vanno messi al bando, mentre noi continuiamo allegramente a incendiare i nostri boschi senza che mai un incendiario sia preso e condannato. (…) Che vergogna. E anche che incoscienza”.

Direte: riesce un politologo a ragionare così bene? Di solito no. Ma se una volta enuncia verità assolute perdoniamogli la politologia incapace di pensiero.

Porfirio

JIM MCNERNEY OF BOEING: THE FACE OF CORPORATE IRRATIONAL GREED AND INHUMANITY

Not even Sophocles could have dreamed up the degree of hubris shown by Boeing CEO Jim McNerney in his company’s negotiations with the Machinists Union for a new contract. McNerney, who last year pulled in 22 million dollars!, told the union that if they wanted to keep their jobs, they must give up their pension and accept higher healthcare costs!

This is the epitome of how Corporate America works: The lowly worker (who, be it noted, really makes the company) is threatened with losing his job unless he agrees to such draconian terms as those stated above, or ones similar. A Boeing toolmaker called the offer “extortion,” and indeed one is hard-pressed to call it anything else. Of course, conservatives never stand with the worker, but when his job is taken from him and he is unemployed, he is then accused of being lazy and shiftless. Naturally, there’s not a single word from Ted Cruz or Paul Rand—both presidential Tea Party aspirants—on the injustice of this situation. For Republicans it’s just “business as usual”—everything for the top 1% and nothing for the lowly 85%.

There has got to be a grass-roots movement to change the laws dealing with corporations in order to make them more humane. As things now stand, they are omnipotent; they do whatever they want, get from Congress whatever they want, get from states whatever they want (the state of Washington is going to give them billions in new tax breaks)–while the media extols them and prestigious business schools train their CEOs. (McNerney went to HarvardBusinessSchool).

Do you think McNerney could even survive on a machinist’s salary, let alone one without a pension, and having to shoulder higher healthcare costs to boot—and raise a family, too?—not on your 22 million dollars!

Len Sive Jr.

UN PAPA DISTANTE DALL’EUROPA, MA QUALE?

Che fa papa Francesco? Fa e (per il momento) soprattutto dice molte cose, che riscuotono finora molti consensi e non pochi entusiasmi, di vario colore, un po’ dovunque. Fra i prevalenti applausi cominciano però ad affiorare anche dubbi, perplessità e non celate preoccupazioni. E’ il caso di Angelo Panebianco, columnist di punta del “Corriere della sera”, che giorni fa ha sentito la necessità di avvertire che qualcosa di preoccupante, appunto, sta avvenendo nella Città del Vaticano. Non per quanto riguarda il mondo cattolico e i suoi problemi interni, un terreno sul quale l’eminente politologo non si addentra perché, precisa, chi a quel mondo non appartiene può solo osservare “con rispetto” i tentativi del nuovo pontefice di riformare la Chiesa di Roma.

Non così, invece, per ciò che concerne il rapporto del pontefice con l’Europa, che interessa tutti gli europei al di là dei credi religiosi e di ogni miscredenza. Perché sarà anche vero che la Chiesa cattolica, come del resto altre, sta perdendo colpi soprattutto nel vecchio continente. Però il fatto che il papa non abbia divisioni da schierare sui campi di battaglia, come gli rinfacciava Stalin, non toglie che la sua voce non predichi nel deserto benchè insufficiente, da sola, a cambiare il mondo. La pensa così, evidentemente, l’attuale numero uno del Cremlino, Putin, che a quanto risulta ci teneva molto all’abboccamento che ha avrà in Vaticano tra qualche giorno..

L’evento, di per sé non memorabile, mette in allarme Panebianco. Il quale ignora, come tutti, che cosa i due potranno dirsi nei previsti tre quarti d’ora di tempo, ma sa bene, come tutti o quasi, a che cosa il colloquio fa seguito. L’hanno infatti preceduto sia la proposta russa riguardo alle armi chimiche di Bashar Assad che, accolta dagli Stati Uniti, ha consentito di scongiurare il ventilato intervento militare americano nel conflitto in Siria, sia il vibrante appello rivolto a Barack Obama, allo stesso scopo, dal successore di Pietro.Una spettacolare convergenza di posizioni, insomma, tra l’esponente più in vista della cristianità e il capo di un regime che ha preso il posto di quello sovietico non senza ostentare elementi di continuità con esso.

Che si sia trattato di una convergenza significativa e rilevante sotto vari aspetti non si può negare. Che preluda a chissà quali ulteriori sviluppi appare invece alquanto improbabile, tenendo conto se non altro del carattere autoritario e repressivo del regime di Putin, benchè chiamato adesso ad assumere particolari responsabilità in sede ONU per la tutela dei diritti umani, insieme ad altri di per lo meno dubbia idoneità. Per lo stesso motivo dovrebbe rivelarsi problematico anche l’avvicinamento tra la Santa Sede e il patriarcato ortodosso di Mosca, oggi più strettamente legato che mai allo Stato russo.

La convergenza comunque c’è stata e l’autorevole collaboratore del primo (o secondo) giornale italiano ne è rimasto seriamente impressionato pur cercando di contenere l’allarmismo. Il giudizio suona comunque severo. Non solo il pontefice si è “trovato in piena sintonia” con l’uomo del Cremlino contro gli Stati Uniti e la Francia. Non solo ha spinto la sua “polemica” fino ad ipotizzare che la guerra civile in Siria sia alimentata dai venditori di armi, soprattutto occidentali, assetati di profitti. Avrebbe così messo a nudo “un’inattesa distanza” dall’Europa, come recita il titolo dell’articolo, peraltro un po’ contrastante con un testo che descrive un personaggio formatosi in una terra con “una tradizione lontanissima da quella dell’Europa liberale”, un figlio di quel mondo extraeuropeo in cui la Chiesa si espande mentre nel vecchio continente deperisce, per cui non si dovrebbe parlare di sorpresa più o meno amara.

Ora si potrebbe innanzitutto obiettare che i mercanti d’armi assetati di sangue sono naturalmente anche europei, chissà quanto liberali o liberisti, e tra di loro spiccano oggi come ieri anche quelli russi, sicuramente amici di Putin con il quale Bergoglio fraternizzerebbe. Ma, ben al di là di questo dettaglio, di quale mai Europa parla, o sogna, nella fattispecie Panebianco? Una diecina d’anni fa, se non ricordo male, egli non mancò di figurare tra i corifei della “nuova Europa” esaltata da George W. Bush perché contrapposta a quella “vecchia” di ben noti illiberali come Jacques Chirac e Gerhard Schroeder, ostili (già in compagnia di Putin) alla seconda invasione dell’Irak sostenuta invece da statisti giovani e illuminati come Tony Blair, Josè Maria Aznar e Silvio Berlusconi.

Anche allora tra i complici di Putin si poteva annoverare Giovanni Paolo II, il papa polacco di sicura fede anticomunista (benchè lanciatosi dopo il trionfo sull’ “impero del male” in una forte denuncia dei mali del capitalismo) che non esitò a tuonare contro una nuova guerra ben presto rivelatasi priva di qualsiasi ragionevole giustificazione, benchè ne fossero state addotte tre, una dopo l’altra, cercandone una plausibile. Alla guerra comunque si andò, la vittoria della “coalizione dei volonterosi” fu rapida e facile ma i seguiti sono, oggi più che mai, sotto gli occhi di tutti.

Saddam, tiranno non peggiore di tanti altri (e sotto alcuni aspetti migliore) venne tolto di mezzo ma il suo paese fu devastato e dilaniato, il numero delle vittime civili enorme e di gran lunga superiore a quello dei combattenti caduti da entrambe le parti, un potere statale reso precario da inarrestabili conflitti etnico-religiosi e dal terrorismo cronico, la causa degli estremisti di Al Qaeda rafforzata in tutto il Medio Oriente e nel mondo arabo. Premuto dalla propria opinione pubblica, il governo di Washington si è visto costretto a ritirare sia pure gradualmente le truppe di occupazione rinunciando all’obiettivo, chissà quanto sincero, di instaurare la democrazia e la pace sulle rive del Tigri e dell’Eufrate.

Un esito largamente analogo (e non dissimile da quello della precedente operazione sovietica) sta avendo l’invasione dell’Afghanistan, pur legittimata in qualche misura dall’attacco alle Torri gemelle patrocinato o coperto dal regime talebano di Kabul. Un esito, se si vuole, persino più vicino ad una vera e propria resa al nemico, dal momento che il ritiro del corpo di spedizione della NATO avviene previe trattative o quanto meno sondaggi con gli stessi talebani o una parte di essi, e peraltro accompagnato da schiarite nei rapporti con l’Iran, forse recuperabile per un costruttivo dialogo con l’Occidente.

Malgrado simili esperienze, l’Europa giovane o vecchia si è lasciata tentare dal riprovarci con la Libia, stavolta addirittura nel ruolo di promotrice grazie (se così si può dire) all’iniziativa franco-britannica e solo o quasi con l’incoraggiamento degli Stati Uniti, ormai in fase di revisione delle proprie abitudini. Il risultato non è cambiato. Un altro dittatore, forse ancor meno pericoloso, ormai, per il mondo che per il proprio popolo, è stato eliminato, ma l’intervento militare “umanitario” in piena guerra civile ha contribuito a gettare il paese nel caos e in un’anarchia dalla quale, dopo due anni, non accenna ad uscire, con conseguenti incognite anche circa gli approvvigionamenti petroliferi per la cui sicurezza, secondo alcune versioni, era stata avviata l’operazione.

Con la crisi siriana, finalmente, l’accumularsi delle lezioni sembra avere dato i suoi frutti. Le tentazioni si sono ripresentate ma sono state in un modo o nell’altro respinte. Col favore, certo, dei dubbi e delle titubanze americane sfociati nella pronta adesione di Obama alle proposte russe per scongiurare l’intervento, tenendo conto dell’assodata contrarietà popolare e di quella quasi certa del Congresso. Dopo la bocciatura inflitta dalla Camera dei comuni alle recidive velleità bellicose di David Cameron, a coltivarle è rimasta la sola Francia del socialista Hollande, eletto a furor di popolo come radicale alternativa allo screditato Sarkozy ma inopinatamente rivelatosi anch’egli un aspirante guerriero,  riuscendo a rendersi ancor più impopolare del predecessore gollista.

La Germania ha tenuto fermo il suo no ad impegni militari dopo la partecipazione alla missione afgana mentre la Spagna, già ritiratasi per prima dall’Irak, aveva e ha ben altro cui pensare. Quanto all’Italia, che aveva collaborato in secondo piano all’intervento in Libia tra le lacrime di coccodrillo di Berlusconi per la pugnalata nella schiena all’amico Gheddafi, il governo delle Larghe Intese ha avuto almeno il merito di escludere sin dall’inizio anche solo un eventuale bis in Siria. La “giovane” Europa ex comunista, infine, che si era per lo più meritata gli elogi di Bush assecondandolo contro l’Irak, questa volta è rimasta molto più sulle sue.

Vecchia o giovane, insomma, il grosso dell’Europa sta ravvedendosi, con qualche eccezione forse effimera. E’ da questa Europa che Angelo Panebianco accusa papa Francesco di prendere le distanze? Evidentemente no. Dev’essere un’altra Europa che lui rimpiange e di cui sogna il ritorno, un’Europa la cui fedeltà ai valori occidentali, che dichiara di avere a cuore, si debba misurare sull’adesione o meno, che so, alla linea del Tea Party americano, indicata recentemente da un altro guru del nostro giornalismo, Giuliano Ferrara, come modello da seguire per trarre l’Italia fuori dalle secche. Che almeno questo ci venga risparmiato.

Franco Soglian

SPENDING (PHONY) REVIEW

Phony perché le regole imposte al commissario straordinario Cottarelli gli permetteranno di progettare -non di operare, of course- solo tagli irrisori. Alcune di tali regole, veti e proibizioni non verranno nemmeno impartite, tanto saranno for granted.  I costi della politica (=del saccheggio operato dai politici) non si toccano; non quelli delle Istituzioni spregevolmente segnate dal retaggio ignobile, dalla prosopopea, dal cinismo di togliere il pane dalla bocca dei poveri, tipo il Quirinale e la Corte costituzionale; non quelli del prestigio da operetta, tipo la diplomazia e le Forze armate. Si toccano la Sanità e il Welfare: qui Cottarelli dovrà individuare interventi al tempo stesso vistosi e innocui nei confronti delle lobbies e delle corporazioni.

Ci sono poi i milioni – tre? sei?- di persone che campano direttamente sulle tasse; più le altre senza numero che farebbero la fame immediata se la mano pubblica cessasse di elargire come si faceva quando ci si indebitava parossisticamente. Qui si invoca quale regina delle regole “niente tagli lineari”. Chissà perché niente: qualche volta illogici, i tagli lineari sono quasi sempre indispensabili, se non si vuole che decine di migliaia di capitoli di spesa vengano dichiarati sacri.

Andiamo avanti coi principali veti e divieti all’infelice commissario straordinario. Nessun pregiudizio ai diritti acquisiti, che sono palla al piede dell’equità e dei conati redistributivi. Sia impercettibile la riduzione netta degli oneri di personale: gli esuberi, se non assorbiti da altre amministrazioni, vanno incentivati e indennizzati. Nemmeno la semplice mobilità geografica dei dipendenti sarà possibile senza addossare alla collettività i costi  e i disagi del trasloco, di trovar casa e seconda casa, di cambiar scuola e palestra ai figli, di riorganizzare l’esistenza. Il settore pubblico è possentemente unionized : Cottarelli non si faccia venire strane idee.

La verità è che la spending review può farla solo un potere rivoluzionario, robespierresco. Un potere che possa sospendere o abrogare ‘tutto’, cominciando da una parte dei diritti sanciti dal Codice civile e da quelli scritti a vanvera nella Carta costituzionale. Una revisione effettiva della spesa implica il divieto di scioperare e di ‘lottare’ in altri modi. Implica la cancellazione dei ricorsi amministrativi e dei contenziosi giudiziari. Impone la sparizione pura e semplice dei diritti acquisiti (acquisiti a carico degli altri). Implica persino la fine delle elezioni, perchè le urne non si vendichino dei politici coinvolti nella review.

Spending review vuol dire assegnare ai licenziati, doverosi ma modesti sussidi di sopravvivenza (=alimentari) scollegati da ogni livello retributivo: p.es. settecento, non settemila o ventisettemila al mese. Spending review vuol dire  amputare tutti gli stipendi, le liquidazioni, le pensioni al di sopra di quelli più bassi, infierendo sui livelli medio-alti e superiori. Se al dirigente licenziato si corrispondesse soltanto un sussidio di sopravvivenza, al collega mantenuto in servizio si toglierebbe metà della retribuzione e di tutto il resto.

Molti lascerebbero il posto pubblico, ma non sarebbe un dramma: i sostituti giovani imparerebbero in fretta il lavoro burocratico. Solo le professionalità imprescindibili sfuggirebbero alla mannaia: chirurgo, ingegnere dei ponti, e simili. Di tutti gli ambasciatori i generali i boiardi  i ciambellani i maggiordomi istituzionali lo Stivale farebbe vantaggiosamente a meno.

Quanto sopra presume la rottura integrale della legalità. Dunque non ci sarà. Dunque niente spending review. Non gli ipotizzati risparmi netti per 30 miliardi in tre anni (del resto irrisori su una spesa triennale di almeno 2500 miliardi). Al meglio, 3 miliardi. Quanto alle vaste dismissioni di beni pubblici e alla riduzione del debito, Cottarelli non ci metta il becco.

A.M.C.

EDWARD SNOWDEN: FRIEND OR FOE; PATRIOT OR PARIAH?

There are many important issues in history—or even everyday life—that do not resolve themselves into (so to speak) “easy round numbers,” but involve “messy arithmetical calculations.” So it is with Snowden: Any way you take him, the calculations to be done are messy indeed.

Let’s look at him, first, from a positive standpoint. What has he done that we ought to be thankful for? Clearly it’s revealing the inner workings of the NSA’s massive, indeed historically unprecedented, ability to monitor our calls, our emails, and our Internet activity—and to millions of Americans, and over many years, the NSA has been doing exactly that. And not just to us Americans, either, but to nations around the globe, whether friend, neutral, or foe. Snowden has also, as if to try to balance things out a bit, revealed that many European nations are themselves actively engaged in spying and data collection even as they remonstrated with the Obama administration over our nation’s spying proclivities and habits.

Spying is a universal activity; but it’s the depth and breadth of our capabilities that at first shocked, then angered, and then, upon sober reflection, frightened those whom Snowden revealed that we’ve spied on, with the rest of the world left to wonder if, and when, we will spy on them as well.

We have not only the world’s most advanced weaponry, ships, and planes, but clearly the most advanced—and audaciously run—intelligence gathering force on the planet. For many nations it’s clearly a case of “data envy”: if they had had our capability, they would have done exactly what we have been doing. But notwithstanding this, Snowden is largely right in showing the world that we have overstepped our bounds by a long country mile; and presumably legislation, already written up, corralling the intelligence community, will be passed soon. History shows that honoring a citizen’s rights is among the rarest of historical phenomena. Once those rights are curtailed, it’s difficult indeed to get them restored. So, on this side of the equation then, thumbs up for Snowden. We all owe him a deep debt of gratitude. Now for those messy arithmetical calculations I mentioned.

What has Snowden done that one can’t accept or approve of? First, Snowden lied on his application in order to get a job with the NSA so he himself could spy and eavesdrop and monitor and engage in data collection—against the NSA, CIA, et. al.: precisely the things he complains that the NSA has done, he did. Only he went one step further: He also stole top-secret documents which have nothing to do with NSA’s spying, many of which are of the highest strategic importance. On what grounds could Snowden possibly justify that? Moreover, for shelter he first went to one of our adversaries—and one of the world’s worst countries for human rights violations, then ended up in another country that also massively fails to honor human rights—this from someone supposedly concerned about the NSA’s violation of the rights of others. For Snowden, the ends evidently sanction any means (a pernicious doctrine if ever there was one);

and he talks out of both sides of his mouth, being pro-human rights yet cozying up to countries whose human rights records are wretched at best.

Second, he could have taken a few key documents and then gone to the Senate intelligence oversight committee, as a whistle-blower. That way, the monitoring of terrorists, at home and abroad, would not have been compromised, as it has been by his revelations. And if nothing had been done by the committee, he could then have gone public.

I get the impression that his ego played no small part in all this—that he thought of himself as being half James Bond and half Jason Bourne, with a dash of Daniel Ellsberg or Noam Chomsky thrown in. But this is no movie, and the stakes are high indeed—and very dangerous. Moreover, Ellsberg didn’t steal top-secret documents and then abscond to China or Russia like Snowden did. Ellsberg didn’t betray his country; releasing the Pentagon Papers on Vietnam cannot possibly be compared to stealing top secret documents that could seriously compromise our security.

So, for me the negatives win out. He betrayed his country unnecessarily, is hypocritical, and possesses an ego of dangerous dimensions. Moreover, if we allow this treachery to go unpunished, it would set a precedent that would cripple our armed forces in the future. No, patriots stand up and are counted; pariah  slink stealthily away.

Len Sive Jr.

AN EDUCATION BASED ON TESTING; DISLIKE OF READING; AND ADDICTIVE TECHNOLOGY: A POTENT RECIPE FOR SOCIETAL DISASTER

In Korea where I live and work as a teacher, education is entirely test-oriented. One is tested only too frequently throughout one’s education. The reason is to pass that all-important test to go to one of Korea’s top high schools: and this in order to have a very good chance of going to one of Korea’s three top universities, and then land a well-paying job upon graduation. Obtaining that well-paying job is the payoff; Korean education, and Korean society, cannot be understood apart from this fact. If you wish to gain admission to a top Korean university (and so get a good job afterwards), then your entire childhood must be bent towards this single goal—necessarily so, since the competition here is as stiff, or stiffer than getting into Harvard or Yale or Princeton—Korea’s equivalent universities being Seoul National University, Yonsei University, and Korea University.

From pre-kindergarten or kindergarten, mothers are anxiously shopping around, looking for the right private academy, or “hogwan,” in which to enroll their child, as the one way to accomplish this dream. Always in the forefront of a Korean mother’s thinking is this single, all-important goal of education: obtaining a well-paying job. Studying the liberal arts, pursuing “knowledge for its own sake,” studying philosophy, for example, motivate few in Korea. Education must be practical—and most students pursue their undergraduate studies in areas like law, medicine, pharmacy, business, engineering, education, and the like. In the five years spent here, I have met only two students who love to learn for its own sake, but both will pursue practical educational paths; one will study to be a scientist, the other a diplomat.

To an extent we Americans cannot understand, a Korean child’s life is measured less by birthdays or participation in sports or some other extra-curricular activity, as in the U.S., than in moving from this test to that test, of being immersed in this or that private school or academy, often until 8, 9, or 10 at night, every night.

I’ve seen hundreds of students attending one or more academies, after school or in the evening and even on the weekends. Indeed, it is common for many, more well-to-do Koreans, to attend several different academies; and not a few attend as many as six different after-school academies, studying not only academic subjects like Korean, English, Chinese, social studies, science, and math, but also non-academic ones such as Tae Kwon Do, art, and music (piano, violin, etc.).

What is unimaginable in American society is the degree of self-sacrifice Korean parents, especially poor parents, make so that their child can attend at least one academy. Because most public schools are perceived by Korean society to be inadequate to prepare students for the years of critical testing which will determine their entire future, private, after-school academies are seen to be the best way to educate their children—i.e., to pass the all-important exams required to go to a top-tier high school, then be accepted by a prestigious university, and go on to land a well-paying job: the fruit of one’s dedicated labors and the decade-long sacrifices made by the student’s parents and family

 Due to the extreme emphasis on test-taking, many Koreans develop such a proficiency in taking tests that they are almost “pros” at it—and their scores often show it. We Americans would not fare well in competition with a veteran 12-year-old test-taker, much less a “pro” of 18 years of age! This is one reason why Koreans do well on international tests and we Americans do not. To watch a 12 year-old attack an exam with equal amounts of calm, self-confidence, and nonchalance is impressive indeed. Tellingly, there are few sweaty palms, palpitations of the heart, or shallow breathing—the by-product of weekly tests, at school or at academies, for years and years.

But a serious consequence of such stressful living since kindergarten, viz., the pressure to be a top student, is that after college most people stop reading. I know dozens of people and not one cares to learn new things, English excepted (though this, too, is a practical subject). They are simply burned-out. The joy that should have accompanied their learning, didn’t—only stress did. If they do anything, they might dabble at art or take up music, though few even do this. But EVERYONE here watches TV, which offers some of the most clownish, inane, or absurd programs on record—a tribute to a society that can’t think.

What you have pervading Korean society and culture, then, is an empty head and distracted heart; consequently, thinking is something only a few here can manage. And for a young, developing country, that is dangerous indeed.

Now add to this the well-nigh universal addiction in Korea to cell-phones and their games (added to TV watching) and one has a slow retardation of society settling in. People increasingly prefer a cell-phone game, or texting, to live, present conversation. I’ve even seen, on many occasions, mothers ignoring their babies when engaged in playing cell-phone games; lovers with cell-phone games in hand sitting silently across from each other; friends oblivious to one another for long periods of time while engrossed in playing games; even people 40 years old and older obsessed with cell-phone games; and of course students who use cell phones in class ubiquitously and compulsively. Society can’t fare well, cannot grow and deepen, under such harsh conditions of mental neglect and absolute self-absorption—yet that describes present-day Korean society, and I suspect many another as well.

Thinking begins—or should begin—when one is young, and slowly develops in strength over the course of many years, indeed, continuing even unto death. New insights, new ideas about life and how we should live together fruitfully, or just sheer joy and wonder at life’s beauty and complexity—books of glorious prose and poetry deep and poignant: these are the offspring of genuine thought, and make life better not only for the reader but, through the reader, the whole of society. This desiccation of the minds of our young, however, has serious ramifications for society as a whole. Yet we have not even begun to address this grave problem—not here in Korea, and hardly anywhere in the West.  We blithely assume technology—or education by test-taking—or education directed simply at getting a job, will inevitably yield harvest after harvest of benefits to society. This couldn’t be more wrong. One glance at our western culture today tells us that we are lost: we know neither the proper goals to seek nor the means to reach them. Like the ostrich, we keep our head buried…in game-playing—cell, lap-top, or otherwise. Or to use another image: Rome (western culture) is burning while Nero (us) fiddles (plays games, refuse to grow intellectually, spiritually). It is a crisis of the first order, but Academia sleeps unconscious of the danger.

Civilization needs culture to sustain itself; it needs thinkers, innovators (in non-tech areas); it needs men and women who can discern worthy ends and devise means appropriate to that end. It needs men and women of deep sensitivity and profound minds. It needs artists and poets, writers and thinkers. But today—in Korea—but also around the globe, technology is ruling where thought and creativity once held sway.

And that is a recipe for societal disaster—and the continuing demise of western culture.

Len Sive Jr.

The Demise of Western Culture

Oswald Spengler in his book Decline of the West famously—or infamously—asserts that all civilizations go through cycles and eventually die, and that the West is now in such a downward cycle, with its final decline and death certain.

I have not yet read Spengler myself (a desideratum), though as someone once said, after the publication of Spengler’s book and in the context of the horrific mutual bloodletting of European nations in World War I, “we are all Spenglerians now”, meaning that life after WWI changed how everyone saw western civilization, excepting a few Christians like A Toynbee and G K Chesterton.

My own belief is that the rise of the corporation has been one of the leading factors in the decline of western civilization. It has little or no legal accountability (legally it’s a non-existent “person,” so individuals are rarely held to account); is concerned only with profits and not with ethics or environment; and demands a total self-effacement and submersion of self in the frenzy for profits that dehumanizes all who enter the rule and power of the corporation. It is not only a law unto itself, it is a pseudo-religion: its “high priest” is the omnipotent and all-wise, and always to be obeyed, CEO. Its set of beliefs is that the god “Profit,” if duly attended to, worshipped aright, and always submitted to, will bring “salvation”—whether  it be through higher stock values, or the glory of a new iPhone, or the spiritual (and demonically) hypnotic effect of a new cell phone- or computer game, or any other product our all-wise profit-god entices us to buy (worship).

Most damning of all is its power: a power Faust would have relished. It can—and does—make or unmake a whole community by its power to stay and provide jobs or to leave and destroy jobs—and the environing community. Thus it has that divine power of life or death in its hands: and it cares not about either the individual affected, or the larger community.

In former times the community was the “end,” and all “means” had to conform to this “end,” to ensure its health and viability. But with the god Profit being the final “end,” and all means commanded to further this single end, it’s the community which, by lot, either thrives or dies, depending on the whim of the god Profit and its high-priest the CEO. Historically not even kings held such power in their hands.

Until this “god” is un-masked and its demonic nature revealed so that its power may be circumscribed, and its negative effects on the community (and state and nation) blocked and, by law, redirected so as to include the public good, the corporation will continue its demonic ways…and eventually signal the death of western civilization.

Len Sive Jr.

GRAMELLINI VUOLE ESTIRPARE IL BUBBONE: FACCIA COME D’ANNUNZIO A FIUME

Per Gramellini, amato confidente e guida  di molti tra noi, “il bubbone italiano è tutto nella danza che i potenti ballano tra loro. E’ un bubbone incurabile. Si può soltanto estirpare, sostituendo radicalmente la classe dirigente italiana ogni 10 anni. Prima che si formi il nuovo bubbone”. Alla buonora, sostituire tutti magari dimezzando i 10 anni! Forse è la prima volta in mezzo secolo che una geremiade sulla Grande Malata contiene un’indicazione pratica, una prospettiva salvifica: azzerare.

E tuttavia: a chi si rivolge il maitre-à-penser subalpino per ottenere che qualcuno estirpi? Ai suoi lettori, si sa, non basta. Ai potenti stessi che ballano tra loro? Ai beniamini vecchi e nuovi dei media? Il vicedirettore de La Stampa non è scemo: sa che né i potenti né i conduttori dell’opinione si curano di alcun rimprovero, di alcun quaresimale. Allora chi estirperà, i macchinisti delle larghe intese? la cupola dalemiana del Pd? il presidente della repubblica, della Casta e del Bubbone? Il mezzo milione di humans che vivono di sola politica e fanno il grosso del bubbone?  Gramellini ci faccia capire chi sarà il Dracone capace di azzerare la classe dirigente.

Se non lo sa, conclami che i prominenten italiani, anzi tutta la democrazia rappresentativa e l’intero sistema della proprietà e del mercato a norma della Costituzione non vogliono e non sanno emendarsi in nulla. Possono solo essere demoliti con la dinamite come costruzione abusiva, come ecomostro.

Giorni fa abbiamo visto le desolanti immagini di papa Bergoglio in visita di Stato al Quirinale. In un salone chilometrico, nereggiante di abiti da cerimonia e punteggiato di onorificenze gaglioffesche,  il Vescovo di Roma che aveva promesso di incarnare lo Scandaloso di Assisi si lasciava rivolgere remissivo frasi di circostanza che lo compromettevano in un’ufficialità sciagurata. Non si è alzato, il pontefice più sovvertitore del mezzo millennio seguito a Lutero, a fustigare la gentaglia che aveva di fronte, che mirava a cooptarlo e che una volta Gesù scacciò dal Tempio. Non ha fustigato, perché la prassi delle visite tra pseudo sovrani non consente. Più ancora, non ha fustigato perché finora, di rivoluzionario, Francesco ha fatto solo allusioni, mossette e carezze ai bambini, più (ieri) la distribuzione dell’incredibile farmaco spirituale ‘Miracolina’. Eppure il suo uditorio e il salone chilometrico erano il bubbone stesso da estirpare, assieme a centinaia di figuri non presenti  quel giorno.

Papa Francesco è il solo personaggio all’orizzonte dello Stivale e del pianeta che potrebbe suscitare, senza ricorso alla forza, l’opera di giustizia invocata da Gramellini. Tolto lui, nessuno. Allora proviamo noi a dire al pensatore ex-sabaudo quello che dovrebbe fare per non moraleggiare nel vento. Volti le spalle alla letteratura, passi all’azione. Faccia come D’Annunzio a Fiume, come Kurt Eisner in Baviera (nel novembre 1918 divenne capo del Land trasformato in repubblica bolscevica). Persuada, sobilli, plagi un giovane colonnello dei carabinieri, dei paracadutisti, dei guastatori, dei nostri Navy Seals, a irrompere nel palazzo istituzionale giusto, Quirinale in primis, coi suoi fegatosi a mitra spianati. Faccia crepitare le armi contro i candelabri ufficiali. Oppure alla parata del militarismo democratico, il 2 giugno, punti i cannoni dei suoi carri sulla tribuna delle autorità supreme: una sola salva d’avvertimento basterà a far crollare il regime bubbonico e ad accendere la gioia selvaggia dello Stivale; i giornalisti e gli intellettuali democratici si allineeranno prontamente, le Camere e la Corte della manomorta costituzionale verranno chiuse e immesse sul mercato immobiliare, i furfanti della tribuna faranno un esteso soggiorno di lavoro manuale nell’Appennino.

Se non vorrà fare il Catilina, Gramellini si acconci a restare un quaresimalista come gli altri, benché più garbato e più arguto. Si contenti di stendere moralità edificanti, tutte molto lette e tutte senza speranza.

A.M.C.

FORTUNE: CHINA’S C919 JETLINER WILL CHALLENGE AIRBUS AND BOEING

Comac (Commercial Aircraft Corp. of China in Shanghai) is an aviation experiment on a scale the world has never seen. The five-year-old company aims to produce jetliners in less than a decade.   China’s government pumped $3 billion into the new venture, promising much more, in a bid to overcome the country’s dependence on Boeing and Airbus, which  control 70% of the world market. Comac announced that its first jet would hit the skies in just six years, in 2014.

In some ways China has little choice but to get into aerospace. Airbus expects Chinese airline-passenger traffic to pass that of the U.S. by 2032.  Boeing says the country will buy an additional 5,580 planes, valued at $780 billion (nearly the number of commercial planes that exist in the U.S. today) over the same time. A country flush with $3.7 trillion in foreign exchange reserves would rather spend   billions on the risky proposition of creating an airplane industry than continue spending billions in plane orders to the U.S. and France.

China does have more than a passing knowledge of airplanes: it’s been a key supplier of aircraft parts for years. Comac constructs a tail section of Boeing’s 737 and cargo-door frames for the A320. Since 2009 the Chinese have put together more than 130 A320s as part of a joint venture. But aerospace is a tricky business. Success rarely goes as planned. Aerospace in China mostly sputtered until the late 1970s, when the Chinese produced a large jetliner called the Y-10, modeled after Boeing’s 707. It was shut down after just one plane flew.

Shanghai’s past failures matter little now  because building a modern airplane has   become an exercise in outsourcing. Suppliers provide almost all the key components while Comac handles design and assembly.

In recent years China has learned it can’t build motorways fast enough to connect millions of people in large eastern cities with the west. Between 2011 and  2015 China will have constructed more than 80 new airports and expanded another 100, according to China Daily.  In far-flung cities like Shennongjia, in central Hubei province, workers have blown the  tops off mountains to build new runways. 46 airlines operate on the mainland. Of Comac’s 400 orders for the C919 planes, almost all come from Chinese companies.

The sale price of a C919 will come around $75 million, about $10 million less than the next generations of the Boeing 737 and the Airbus A320. Analists speculate that the price might be low enough to lure low-cost Western airline if the C919 ends up being similar in efficiency to the competition. The industry was thoroughly skeptical when Ryanair CEO Michael O’Leary announced in 2011 that Ryanair (one of Europe’s  most profitable airlines) would cooperate with  Comac, and may become the first Western airline to place an order.

Will passengers fly on a Chinese jet?  “99% of my passengers don’t know what kind of aircraft they are getting on” O’Leary says . Even today fliers may not know  they are flying on a Brazilian jet between New York  and Washington. Embraer, based in Sao José dos Campos, has become. a trusted brand, after prideful aviation executives in the 1980s scoffed at the idea of anyone ever flying Brazilian.  Some skeptics are doubtful that C919 will ever fly. Many others think Comac will gain momentum over the next decade. “It took Airbus 20 years to come up with the A320, which made Airbus. It won’t take the Chinese that long” , says Eddy Pieniazek, chief adviser at aviation advisory Ascend. Insiders say that a realistic date for C919’s first flight may be 2015 or 2016.

Fortune’s Scott Cendrowski

SPAGNA DALL’ORGOGLIO DEL CID CAMPEADOR ALL’INFANTA INDAGATA E ALLE TANGENTI

Quando, il 23 gennaio 1981, il tenente colonnello Tejero Molina tentò il colpo di coda franchista contro la Transicion (alla testa di 200 guardie civili occupò per poche ore la Camera bassa delle Cortes), re Juan Carlos apparve in televisione e intimò alle Forze armate e al Paese di bloccare il conato dei nostalgici dell’autoritarismo. Da quel momento il Borbone divenne il beniamino di quanti usavano essere malevoli verso le teste coronate (l’attuale era stata imposta agli spagnoli dal Caudillo).

Trentadue anni dopo,  l’idillio tra il progressismo e la Casa Reale appare illanguidito. L’atletico sovrano che nel 1981 si era fatto ‘Defensor’ della democrazia -oggi il corrispondente del ‘Corriere’  lo definisce “re di sangue e di pubbliche relazioni”- è in imbarazzo per una serie di scandali. Nel 2012 Juan Carlos suscita disapprovazione per una battuta di caccia all’elefante nel Botswana, perdipiù pagata da un ricco saudita. Non fa nulla per nascondere i suoi amori con la bellissima principessa tedesca Corinna zu Sayn-Wittgenstein. Accetta in dono da 25 ricchi imprenditori lo yacht ‘Fortuna’, 41,5 metri, motori Rolls Royce, velocità 130 km/h, valore 18 milioni. Da un armatore catalano ha ricevuto un 16 metri a vela. I politici delle Baleari,  conservatori come  socialisti, hanno deliberato l’ampliamento della tenuta a disposizione dei Reali: 20 milioni per quattro ville bordo acqua a Minorca. A carico dei contribuenti 500 agenti addetti alla protezione dell’Augusta Famiglia, più una  motovedetta e un aereo di scorta al ‘Fortuna’.

Alcuni mesi fa il re ha rinunciato allo yacht per il costo eccessivo della sua gestione (un pieno di carburante 25.000 euro). I ricchi che lo avevano donato reclamano il diritto di riprenderselo, laddove di norma i doni del genere passano allo Stato.

Sono sulla bocca di tutti gli spagnoli le disavventure giudiziarie dell’Infanta Cristina, figlia del Re. E’ moglie di Ignaki Urdangarin, un finanziere o affarista già incriminato per  corruzione. E’ essa stessa  indagata per evasione fiscale. Forse la Procura finirà per archiviare il fascicolo: insufficienza degli elementi d’accusa. Ma la vicenda va oltre la persona della principessa reale. E’ una parabola che racconta (anche qui) il declino dell’etica pubblica. Una nazione che affrontò una Guerra civile crudele nel nome della coerenza e dell’onore si è data ordinamenti ‘democratici’, con una classe di governo  quasi altrettanto immorale quanto quella dell’Italia, dalla quale l’odierno sistema spagnolo ha imparato a tralignare.

Apri a caso un quotidiano progressista (El Pais) e uno conservatore (Mundo): raccontano tangenti e malversazioni indistinguibili dal nostro malaffare politico. Valgano i titoli della stessa settimana d’ottobre: ‘El caso (appalti, tangenti) de dos hermanos de la ministra Banez, responsables de la  empresa Constructiones Jual de Robles’. ‘El caso Amy Martin (conflitto d’interessi   nel  Psoe)’. ‘Caso Bàrcenas (finanziamenti illegali al PP’).  Indagine dell’Agenzia Tributaria e della ‘Unidad de delinquencia economica  de la Policia’ su dieci anni di mosse fiscali, commesse e altri affari della società Aizoon dei duchi di Palma (l’Infanta Cristina e il marito). ‘El juez instructor evalùa si imputar de nuevo a la hija del Rey’.  ‘La Guardia Civil detalla la supuesta trama vinculada a Lanzas, de blanqueo (lavaggio di capitali); comisiones a los politicos’. ‘Detencion de dos dirigentes sindicales por malversacion’.  Reati urbanistici: corruzione di 13 ex-consiglieri comunali di Marbella. ‘Financiacion y desorden’. ‘Extranas atenuantes del caso Malava (corruzione)’. ‘Liderazgos heredados (cariche pubbliche che passano per eredità)’. ‘Transferir lo social a las autonomìas duplica el gasto  (la spesa)’. Fin qui “El Pais”.

“El Mundo”: ‘Infanta Cristina cobra (percepisce) dos sueldos en su trabajo en Ginebra’. ‘El ex asesor de urbanismo de Marbella podrìa pedir (chiedere) permiso para salìr (uscire) de la carcel (la pena, 11 anni più 200 milioni di sanzione pecuniaria) para ejercer de padrino (di nozze)’. ‘Condenar a los sindicatos salvando a los politicos?’. ‘El fraude y la corruption’. ‘Mas de 3.000 personas detenidas o imputadas por defraudar al Fisco’. ‘Mas de 17.000 milliones la perdida por trampas (infrazioni) con el IVA’. ‘Hubo (ci furono) pagos a los politicos’.  ‘Caso Fabra, ex presidente de la  Diputation de Castellon’. ‘Aclarar qué sucediò en el PP (finanziamenti illegali’). ‘El Fiscal General insiste en salvar a la Infanta’. ”Todos complices? (nel PP)’. ‘Politicos bajo (sotto) sospecha: nueva revelaciones’. ‘Las comidas (pranzi) de la UGT (centrale sindacale) pagadas por Gandia (fatture false, assessori socialisti’. ‘Condenar a la juez Coro Cillan por prevaricacion’. ”Tiembla (trema) el aparato de extorsion’. ‘La anchura (‘vastità) de la corrupcion sindical en Andalucia’. ‘El PP pide (chiede) explicaciones a la presidenta de Andalucia’. ‘Los sindicatos cobraban (incassavano) por partida doble’. ‘Anticorruption (organismo inquirente) pide dos millones de fianza (cauzione) para el ex diputado Ramon Diaz’. In una parola: ‘Espagna en la hora del desencanto’.

Prima della modernità, del benessere e delle urne elettorali la Spagna aveva l’orgoglio dell’onore. Le cronache d’oggi sono spietate.

Anthony Cobeinsy

CUPERLO “BELLO DEMOCRATICO” E IMBALSAMATORE

Quando l’ultimo capo della FGCI, la gioventù comunista per bene, azzanna Renzi per aver voluto una definitiva Leopolda senza alcun simbolo o icona del Pd; quando chiede minaccioso “che partito ha in mente Matteo?”, fa una schermaglia di corrente, anzi di fazione, ovviamente legittima, ma esiziale se prevalesse. Valgano le sue parole d’ordine: “Le bandiere sono importanti. Fidiamoci della nostra gente. Il popolo che ama la Costituzione deve restare unito. La Costituzione è la Bibbia laica. Sua bellezza e luminosità. Senza sinistra il Pd non esiste. Vivere la passione politica (la militanza di partito). Voler bene ai simboli. Riscoprire l’appartenenza. Assomigliare un po’ più a ciò che i Padri Costituenti avevano immaginato  di noi”.

Bravo questo trascinatore di tesserati e di inattivi anagrafici, che un delizioso slogan della macchina dalemiana ‘vintage’ ha proiettato nelle pre-primarie come “bello e democratico”!

Tuttavia Cuperlo è tecnicamente perseguibile per apologia di reato, reato di partitismo. Egli si ammanta di tuniche e scialli partitici, ma sa benissimo che i partiti sono stati e restano la nostra sciagura. Sono stati e restano il Mob di gangster che negli anni Venti spadroneggiò a Chicago. Egli sa benissimo che tutte le ‘forze politiche” sono sfacciatamente usurpatrici e ladre; che l’antipolitica è un ciclone in avvicinamento; che Renzi è diventato grande per essersi presentato -quanto sinceramente si vedrà- come antagonista della politica e degli schieramenti. Per aver fatto  sperare che demolirà le rocche del partitismo.

E’ di questi giorni la milionesima conferma dell’ininterrotto saccheggio  operato dall’Arco costituzionale. Secondo i magistrati inquirenti, all’Atac di Roma, con 12.000 dipendenti forse la maggiore impresa europea di trasporti urbani, la combutta degli amministratori di partito,  sinistra o destra non importa, rubava sfacciatamente e in grande. Si parla di 70 milioni l’anno, un terzo forse del ricavato complessivo della vendita di documenti di viaggio. I 70 milioni sarebbero stati ottenuti vendendo a beneficio degli amministratori e dei loro partiti biglietti clonati, cioè falsi, e non mettendone a bilancio il ricavato. A suo tempo sapremo se gli inquirenti hanno ragione. Sulla scala italiana si tratta di un episodio minore: un nonnulla rispetto alla grassazione permanente cominciata il giorno che i partiti democratici subentrarono, a bandiere costituzionali spiegate, a quello fascista.

Gianni Cuperlo, designato dall’apparato gerontocratico, ripropone alla lettera -con più garbo- l’antica minaccia di D’Alema allo Stivale: “Non ti libererai mai di noi”. E invece l’antipolitica e l’ammutinamento contro i partiti sono la grande novità dell’avvio del Terzo Millennio. Ogni giorno i media recano le prove di un odio all’oppressione dei politici professionali che nel mezzo secolo precedente covava, cresceva ma non si manifestava.

Matteo Renzi, quale che sia la sua sincerità, quali che siano le carenze della sua proposta (v. Internauta “Forse Renzi spianerà la via” ), mostra di avere ascoltato il grido di dolore degli italiani. Non solo ha annunciato che rottamerà i pluridecennali gestori della ditta di sinistra. Ha pure lanciato il rifiuto al patriottismo di partito, anche perché esso condanna le schiere del rinnovamento a restare minoranza. Non conta, dice Renzi, recuperare i sinistri delusi, conta guadagnare i non sinistri. Dovesse il Pd darla vinta al delfino di D’Alema Bersani Finocchiaro e Bindi, Matteo dovrebbe voltare le spalle alla fabbrica della sclerosi e rivolgersi alla gente, alla maggioranza sociologica. Tra l’altro liberarsi dei nostalgici sarebbe l’occasione di mettere in moto davvero l’annunciato caterpillar delle novità. Proclami subito, non dopo matura riflessione, le svolte grosse che sente necessarie. Il continuismo cuperlista è una tecnica di imbalsamazione.

A.M.C.

SENATOR PAUL RAND: VIRTUE STOPS AT THE FRONT DOOR, THANK YOU!

The character of a man is shown by how he handles crises, especially those of his own making and which involve questions of ethics. Senator Paul Rand, Tea Party stalwart and aspiring presidential candidate, has been found guilty of cheating—plagiarizing other people’s work for his own speeches. This Tea Party bully who likes to pick on people weaker than he—the poor, the uninsured, the elderly, the sick, the unemployed, the under-paid—was caught red-handed with his hands in other people’s writings. And what does Mr. Virtue have to say for himself? “I was weak and cheated”?—not on your life. Mr. Clean sullied himself all the more by lying, adding injury to injury, and then showed more of his stellar character by insulting those who caught him, adding insult to double-injury. And he wants to be president?

He reminds me of “Tricky Dick” Richard M Nixon, who could lie through his teeth with wonderful artistry, hence his sobriquet “Tricky Dick.”  Perhaps a new, more accurate christening is in order (and long over-due) for our junior senator: Paul (Forked-Tongue) Rand. It has two obvious benefits: truth-in- advertising, and a red light that warns us of his dislike of truth-telling. Now whenever he attacks the veracity of democrats and liberals in general and of President Obama in particular, we can refer it all to his penchant for not speaking truthfully—for speaking with “forked tongue.”

More largely considered, his habits of inveracity indict his comrades–in–arms as well. For they engage in “wild and dissolute” speech as a matter of course. How many times have they assaulted the President’s Christian faith (deeply-held at that) with scurrilous remarks about his being a secret Muslim, or calling him a socialist, or insinuating that he’s out to enslave Americans, taking away their liberties, et.al. lying remarks? The real question here is: Can Senator Paul Rand or any other Tea Party person speak the truth at all? Sadly—and dangerously—it would appear not. For them, ideology trumps honesty; ideology well-funded by the Koch brothers, whose love of truth is as strong as Paul Rand’s. The Koch brothers single aim is to get richer—how is of no concern. If (well-funded) lies do it through the agency of The Tea Party, then thanks be to Mephistopheles with his Mephitic gifts.

As Aristotle well said, “Birds of a feather flock together.” –Amen to that!

Len Sive Jr.

GLI IRRIDUCIBILI: IN CARCERE STRANGOLARE ALTROVE BERE CAMOMILLA BOLSCEVICA

“Irriducibili” non sono solo coloro che quando morì Prospero Gallinari accorsero al funerale per riasserirsi, a pugno chiuso, rivoluzionari incrollabili. Intanto le fabbriche si svuotano e nessuno spiega chi farà la rivoluzione se la classe operaia è divenuta classe microproprietaria e, nei limiti del possibile, consumatrice. A ogni modo i pugni chiusi funebri fanno ancora un po’ di scena.

Come scrisse lo storico Eric J.Hobsbawm, “le Brigate rosse italiane furono il più importante dei gruppi europei di ispirazione bolscevica”. Un po’ di rimpianto bolscevico è meglio che niente. Anche se ormai lo sanno tutti: il retaggio bolscevico ha ucciso il sogno comunista. Il retaggio bolscevico ispirò la ferocia dello stalinismo e del gappismo partigiano, corresponsabile alla pari delle Fosse Ardeatine e dello sterminio di interi Marzabotti, infelici teatri delle azioni guerrigliere ‘condanna a morte gli innocenti e scappa’. Il gappismo fece le sue ultime prove bolsceviche coll’assassinio di Aldo Moro e con la ‘lotta armata’ degli anni Settanta.

L’accorrere dei dolenti di Gallinari mosse il professore Marco Revelli, tutt’altro che un avversario, a confessarsi atterrito su ‘Repubblica’ da una spietata vicenda del novembre 1981: “Catturato, dopo un conflitto a fuoco alla Stazione centrale di Milano in cui muore un agente, Giorgio Soldati viene sottoposto a un interrogatorio feroce, al limite della tortura, e rivela alcuni indirizzi. Trasferito al carcere di massima sicurezza di Cuneo, sezione Irriducibili, Soldati scrive una lettera al ‘proletariato combattente’ rivelando la propria debolezza e chiedendo d’essere giudicato. Un’improvvisata ‘corte di giustizia’ lo condanna a morte. Soldati dichiara di accettare la sentenza, chiede solo che l’esecuzione non sia troppo dolorosa. Viene garrotato in una latrina del carcere da una corda fatta di stracci e di un frammento di specchio (…) Saranno 80 alla fine le vittime rivendicate dalle Br, e più di una decina i propri caduti”.

Revelli richiamò le solite spiegazioni: “la Rivoluzione d’Ottobre, il guevarismo, il mito spartachista della Berlino 1920, l’epopea partigiana”. Sottolineò anche che “nella stessa sezione carceraria, inevitabilmente coinvolto nell’atroce sentenza, c’era Alberto Franceschini, del nucleo storico delle Br. Il quale incomincia la sua autobiografia raccontando quando un vecchio partigiano gli consegna le sue due pistole e lui le nasconde nella Camera del Lavoro di Reggio Emilia”.

Fin qui gli Irriducibili ufficiali, corruschi di crudeltà omicida.  Ci sono poi gli Irriducibili part time, innocui, a bagnomaria (dal nome dell’alchimista Maria, immaginaria sorella di Mosé). Non schiaccerebbero un ragno, però ‘non perdonano’. Ne conosco a fondo uno e gli voglio bene. Chiamiamolo Fosco, spirito eletto e mite a confronto coll’abbietta jenità (dal latino Hyena) dei garrotatori di Giorgio Soldati, degli attentatori di via Rasella, dei gappisti che giustiziarono Giovanni Gentile, filosofo pari a Croce.

Il mio Irriducibile amatoriale, iracondo ma per amore, ha vissuto un’estesa vita a odiare i fascisti e i preti; non altrettanto odia i ricchi, essendo anch’egli un esile filo della cimosa sociale che possiede case e terre quanto basta per arrotondare la pensione. Fosco incolpa il Caudillo porco se non ha mai messo piede in Spagna, e incalza che i governanti maiali generati da Franco ancora lo disssuadono dal visitare il grande membro iberico dell’Unione Europea, patria di Garcìa Lorca.

Il nostro Irriducibile non accetta che dall’Alzamiento dei generali sono passati 77 anni senza rancori; che gli spagnoli, stanchi del sinistrismo repubblicano e della Guerra civile, si acclimatarono senza sforzo al franchismo per un quarantennio, e ora amano la monarchia restaurata da Franco;  che negli anni Quaranta  i contadini braccarono e uccisero a fianco delle forze di repressione i miliziani comunisti che provavano a suscitare una guerriglia partigiana; che hanno bocciato senza appello il tentativo di J.L.Zapatero di risuscitare l’antifranchismo. E non accetta, l’Implacabile part time, che oggi mezzo mondo si incanti di Jorge Maria Bergoglio: perché è un papa e lui odia il clero.

Ho fatto questo esempio di terribilità inoffensiva -di fatto Fosco, un sensibile musicista,  nel fuoco della lotta beve camomilla come il Cocco Bill dell’immortale Jacovitti- per attenuare l’orrore della garrota del carcere di Cuneo, degli 80 assassinii delle Br, del bolscevismo bestiale dei Gap.

Porfirio

NON SARA’ CONGENIALE ALL’EUROPA IL SEMISOCIALISMO DEL NOSTRO FUTURO

Ci sarà pericolo per l’Europa -hanno ammonito Enrico Letta ed altri- se le elezioni di maggio daranno ai partiti del cosiddetto populismo antieuropeo un quarto del Parlamento di Strasburgo. I sondaggi dicono che in vari paesi dell’Unione le propensioni di questo tipo si aggirano sul 20%, con qualche punta più alta. Per molti di noi che dal giorno del Trattato di Roma, anzi dalla fine della guerra, abbiamo sognato una patria continentale sono notizie molto cattive.  Tuttavia:

1) non è certo che l’integrazione europea resterà per sempre nelle mani di conduttori per burla come Lady Ashton e Van Rompuy; oppure dei burocrati brussellesi di sempre. Non è probabile, ma potrà sorgere un vero leader, capace di iniziative che infiammino i cuori;

2) più ancora, non è detto che l’Europa che conosciamo sia quella giusta per tutti. Forse i paesi più minacciati dal declino e dalla concorrenza globale non potranno permettersi indefinitamente il liberismo, la proprietà individuale, il perseguimento della crescita, le altre deità adorate nell’Unione.

Si prenda l’Italia (o la Grecia o il Portogallo, nazioni in vario grado povere di quel ‘grasso’ rappresentato dalle risorse naturali). Se le cose continuassero come sono, l’emergenza sociale diverrebbe tale da esigere questa o quella forma di semisocialismo, di neo-collettivismo, di comunitarismo spinto. Andrebbero rimosse o almeno accantonate le componenti fondamentali del mercato occidentale: iniziativa privata, proprietà, diritti acquisiti, dialettica/combutta tra imprese e sindacati, giochi parlamentari, meccanismi elettorali e partitici, libertà di manifestare, scioperare, ed altro.

L’Europa è ancora condizionata dalla fede nella democrazia rappresentativa. Invece gli italiani, forse, si ricorderanno d’essere stati spesso nella storia più creativi degli altri;  dovranno perciò riaprire il laboratorio dell’innovazione e adottare/additare modalità di democrazia opposte a quelle, decrepite, delle urne elettorali e degli impostori della politica come professione e come rapina.

Sempre che la decadenza produttiva/competitiva continui, come si potrebbero garantire 700 euro al mese a tutti i disoccupati con famiglia -disoccupati ed esuberi di qualsiasi livello: alti burocrati e generali compresi (spariscano i diritti acquisiti!)- senza espropriare proprietà e redditi al di sopra dei livelli che oggi consideriamo medi? Come scongiureremmo la rivolta o anche solo la disgregazione sociale senza sospendere buona parte delle leggi del mercato? Esempi: oggi le banche sono protagoniste, domani potrebbero diventare marginali e ausiliarie. Oggi gli investimenti privati sono incentivati il più possibile, domani si ridurrebbero a rivoli. Oggi non è pensabile una realtà economica senza liberi professionisti (avvocati, commercialisti, ingegneri), domani nascerebbero servizi pubblici i cui laureati fossero pagati dalla collettività e operassero come i medici delle ASL, con segmenti di prestazioni libere  per i soli solventi facoltosi.

Il passaggio al ‘semisocialismo in un paese solo’ implicherebbe centinaia di svolte non rivoluzionarie ma crude: riduzione a un quinto di bilanci tradizionali come difesa, diplomazia, prestigio delle Istituzioni (inclusa la Più Alta), costi della politica; cancellazione dei trattamenti e delle pensioni dei livelli superiori (le funzioni  più elitarie non sarebbero retribuite, e tanto meglio se alti personaggi lasciassero). In breve si imporrebbero un considerevole livellamento delle condizioni e una sostanziale politica di decrescita. Tutto ciò contrasterebbe con gli indirizzi e gli imperativi dell’Unione Europea; dunque implicherebbe l’uscita dal Mercato comune e persino una parziale autarchia.

Messa così, non risulterebbe eccessivo prendere sul tragico l’ipotetica uscita dall’Unione di uno Stivale comunitarista spinto? L’integrazione continentale quale è, modellata sulle istituzioni capitalistiche e sulle priorità economiche, non tollererà le deviazioni o sperimentazioni semisocialiste. Ma, come si diceva sopra, situazioni come la nostra -se  si aggraveranno- non permetteranno di restare nell’area del liberismo e della proprietà privata above all.

A.M.C.

IMPEACHMENT PERCHE’ UN ATTO DOVUTO

Inveire contro il Similmonarca del colle, come pure proporne l’impeachment, è correzione fisiologica all’anomalo entusiasmo con cui fu rieletto. Napolitano acquistò meriti importanti quando destituì il Lubrico e insediò Mario Monti. In seguito fece alcune cose ‘irrituali’, cioè non previste dalle regole della combutta tra partiti usurpatori:  anche qui fece bene. Tuttavia le grida ostili che si levano oggi sono salutari. Moralmente l’impeachment  è già aperto.

Il capo d’imputazione vero  non può essere il decisionismo ‘menomatore della sovranità del parlamento’. Sono secoli che si maledicono i parlamenti. L’augusto Senato che tentò di fermare il Giulio Cesare dittatore democratico era l’organo dell’egoismo patrizio. Oggi è benemerito tutto ciò che indebolisce la collegialità omertosa della cupola cleptocratica. Il guaio è che l’uomo del Colle non solo presiede la Casta, ma la incarna. Ha fatto cadere Mario Monti appena costui ha creduto di poter attuare un proprio programma. Peraltro Monti non può lamentarsi. Le regole d’ingaggio dettate dal Similmonarca erano state chiare: scongiurare la bancarotta, poi riconsegnare il gioco a  una partitocrazia da non scalfire in nulla.

Voler perpetuare il regime di cui è capo è la meno grave delle colpe di cui il Gerontocrate dovrà rispondere. Egli, un ex-togliattiano cioè stalinista, ha rinnegato nei fatti le coerenze che lo avevano propulso in alto. Più ancora, è diventato atlantista, ascaro di Washington, al punto di proclamare ‘giusta’ un’impresa nell’Afghanistan oggi deprecata pressocchè da tutti. Peggio, ha preso sul serio il ruolo operettistico di comandante supremo delle Forze armate. Non perde occasione per farsi  fotografare tra le uniformi dei feldmarescialli e le corazze delle temibili  ‘Guardie del Presidente’.

Fin qui, comportamenti sbagliati ma indultabili. L’atlantismo e la solidarietà con gli assassinii a mezzo droni sono scelte indotte dall’ideologia o dalla diplomazia. Le quali hanno entrambe caratteri incerti, discutibili, quasi sempre trovano giustificazioni e camuffamenti. Assai più determinante è il concreto agire a livelli minori, circoscritti e specifici.

Ecco: eletto capo dello Stato, il quasi-dinasta non trova difficoltà -egli che da comunista aveva fatto la scelta di campo dalla parte dei proletari- a insediarsi in quella reggia pontificio-sabauda che avrebbe dovuto aborrire. Il Quirinale è la prova monumentale della ferocia classista di un papa rinascimentale, cioè pagano. Fare così sontuosa quella residenza del vicario di Cristo fu un crimine. I tesori che vi si investirono erano rubati ai poveri. I Savoia, quando si insediarono,   erano sovrani di un paese straccione, abitato da plebi malnutrite, perseguitate dalla pellagra e dalla tubercolosi. La virtuosa Repubblica fondata sul lavoro, in realtà sul sangue e sui delitti dei partigiani, non si fece scrupolo a riconoscersi nel fasto ereditato  dalle monarchie.

E’ ancora perdonabile che tutto ciò non contasse per un neoeletto capo dello Stato per mezzo secolo appartenuto al vertice del Partito dei proletari. Ma due anni dopo arriva la Grande Crisi che riconsegna alla povertà qualche milione di famiglie, annerisce il presente e il futuro dei giovani, cancella i fondi per riparare i tetti delle scuole. Ebbene Napolitano non si vergogna dei costi che impone per la sua reggia. Non ascolta le voci che gli suggeriscono una scelta simbolica forte e, per un ex-comunista e antimonarchico, doverosa: chiudere e vendere il Quirinale. Il palazzo è stupidamente fastoso, più oneroso delle regge delle monarchie sopravvissute e delle più possenti tra le repubbliche. La gente d’onore arrossirebbe dei sacrifici addossati su esodati e su precari. Arrossirebbe se ritenesse che due metri di corazziere, moltiplicati per chissà quanti, aggiungono prestigio a una repubblica piena di debiti e malata di Parkinson. Certo prestigio è come il corso d’equitazione per le figlie di piazzisti.

Nei frangenti in cui si arriva a cancellare i soccorsi agli invalidi totali e ai morenti di SLA, gli ori, gli arazzi, i ciambellani e gli altri lacché del Quirinale sono altrettanti corpi di reato. L’impeachment non verrà da Napoletano vivo. Verrà dopo, perché sarà giusto.

l’Ussita