L’ANCIEN REGIME DEI GIULIANI AMATI RESISTE MA CROLLERA’

Quando il Quirinale ha insediato Giuliano Amato nella Corte della manomorta costituzionale si è preso atto che Napolitano sta  rafforzando la presa sua e della Casta che presiede sul peggiore assetto politico dell’Occidente. Fin qui, poco da aggiungere: il potere si difende. F.D.Roosevelt fece una grossa infornata di giudici suoi partigiani nella Corte Suprema. La vulgata è che il suo New Deal vinse la Grande Depressione. Invece questa si trascinò fino ai grandi programmi di riarmo, quando Washington riuscì a provocare Pearl Harbor. Fu la guerra a cancellare la disoccupazione, più la quasi-miseria dei farmer (anche canadesi).

E’ più importante mettere in luce  nella nomina di Amato un aspetto laterale, la sfrontatezza dei privilegi che si accompagnano alle carriere ai vertici della società politica. Una stima dei giorni scorsi fa ascendere l’assieme delle pensioni ed emolumenti di Amato a circa 69.000 euro al mese, quasi tutto denaro del contribuente. Chi percepisce più o meno quanto 140 pensionati al minimo è certamente un prodotto d’eccellenza della meritocrazia. Ma c’è dell’altro, che disonora la nostra Polis. Alcune migliaia di individui di meriti non eccezionali, ciambellani e ras burocratici compresi, godono di trattamenti analoghi a quelli dell’ex-notabile craxiano (del quale si dice abbia sollecitato interventi pubblici o parapubblici a favore del tennis club di Orbetello, che presiede; la tradizione era che sganciasse il tennista presidente).

Le retribuzioni dell’alto management privato si sono anch’esse impennate, anzi sono impazzite, sui modelli delle corporations USA. Dicono che Dick Fuld, l’ex capo della Lehman Brothers la cui bancarotta nel 2008 avviò la crisi mondiale, è stato sì condannato a pene pecuniarie (non devastanti), però ha percepito in un dodicennio poco meno di  mezzo miliardo  di dollari. America docet.

Restiamo allo Stivale. Qualcuno crede che il nostro congegno politico-culturale potrà un giorno esprimere un Dracone o un Licurgo, individuale o collettivo, capace di fare giustizia delle iniquità e brutture peggiori? Risposta: per come è la nostra politica, nessuno crede. La sinistra gauchiste è sempre stata una frangia lunatica, che non conterà mai nulla. A poco meno di un secolo dalla Rivoluzione d’Ottobre, a un secolo e mezzo dall’apparizione dell’anarchismo, la gente preferirà sempre il Borbone, oppure il Vizioso da Arcore, oppure chiunque altro si qualifichi antibolscevico.

La sinistra razionale, teoricamente a vocazione maggioritaria, è capeggiata da un ex-stalinista circospetto, oggi guadagnato al liberismo, alla difesa  della proprietà e in più innamorato dello sfarzo della reggia pontificia-sabauda e del militarismo atlantico. Nei giorni in cui il mondo viene folgorato dall’utilitaria R4 e da altre scelte o mosse pauperistiche di papa Francesco, Napolitano rifiuta di chiudere il Quirinale e di ridurre il costo delle Forze armate di cui è comandante supremo; cioè si proclama conservatore Tory.

Qualcosa di simile fa, in pratica, l’alta gerarchia del Partito democratico impersonata da Massimo D’Alema. Il più ricco tra i plutocrati del pianeta potrebbe affidare il suo patrimonio alla società di gestione postcomunista D’Alema-Finocchiaro-Cùperlo & Associati. C’è la possibilità che il Pd  si dia a Matteo Renzi e dunque ‘asfalti’ o comunque batta la destra berlusconiana. Ma Renzi ha promesso di  portare al Pd la maggioranza sociologica, non di rilanciare l’equità; e non la rilancerà.

Nessuno sa ciò che faranno le Cinque Stelle. La lotta alle diseguaglianze e ai soprusi dovrebbe essere una loro ragion d’essere; ma non è detto. E’ certo che se non saranno all’altezza un’altra, più efficace, forza antagonista dovrà nascere. La protesta sociale si allargherà perché la ripresa sarà debole. Un grosso settore dell’elettorato finirà col preferire all’astensione o alla rassegnazione il sostegno a un movimento migliore  delle 5Stelle. Se l’insurrezione spontanea sarà insufficiente un Conduttore, demagogo o no, dovrà levarsi a guidare l’azione popolare.

Ricapitolando. La politica di questa Terza Repubblica che nasce malata oncologica non potrà nulla contro la feudalità dei partiti, dei poteri forti, della Costituzione scritta dai giuristi della cleptocrazia, dell’ipercapitalismo, dei sindacati parassitari, dei ‘diritti’ zapateristi, degli intellettuali opportunisti, delle disuguaglianze che crescono, dei privilegi vecchi e di quelli di nuova generazione. Il Paese dovrà insorgere, da solo o dietro un leader anti-sistema che sia mosso più da impulsi neo-etici che dalle morenti categorie del sinistrismo. Per salvarsi, il berlusconismo-dopo-Silvio continuerà a fomentare, persino a finanziare il sinistrismo. Ma alla fine la gente capirà. Chiuderà d’impeto l’ultima fase dell’Ancien Régime dei profittatori della Resistenza.

Porfirio

ACCETTARE LA GUIDA DELLA GERMANIA PER LE VIRTU’ ANTICHE NON PER IL PIL

Sono passate le elezioni tedesche e i commentatori di fascia alta hanno evitato di unirsi agli autodidatti, che la responsabilità dei nostri guai la assegnano all’avarizia della Merkel. Hanno fatto bene, i commentatori che conoscono la storia. Tuttavia nessuno dei più noti tra loro ha portato fino in fondo, come coerenza vorrebbe, la riflessione sui portati attuali della grandezza germanica.

Hanno ragione a prenderla da lontano: dal trionfo di Arminio sulle legioni di Varo nella foresta di Teutoburgo; dall’ammirazione di Tacito per i costumi dei Germani e per il loro comunismo primitivo; da Lutero e dai Discorsi alla nazione di Johann Gottlieb Fichte alla geniale, inattaccabile razionalità della Mitbestimmung, al rifiuto di Berlino di allinearsi ai più recenti propositi tardo-coloniali di Obama & Hollande. Nessun osservatore colto omette di ricordare che il Welfare moderno lo fondò il duro junker Otto von Bismarck (il quale, aggiungiamo noi, nel 1923 trovò un seguace in Miguel Primo de Rivera, dittatore militare a Madrid: anch’egli avviò quel Welfare State che gli agiati notabili liberali del liberalismo spagnolo avevano totalmente ignorato). Nessuno che scriva sul Reich dei nostri giorni può sorvolare sul crimine assoluto della Germania, i campi di sterminio, crimine di fronte al quale siamo ancora senza parole.

Venendo alle questioni dell’oggi e del domani, occorre dire chiaro che, azzerati i residui della nostra settantennale deferenza verso il dominatore statunitense, va accettata, puramente e semplicemente, la leadership europea della Bundesrepublik. Per come è  il mondo, per come sono i Germani d’oggi, per come siamo noi, non possiamo che fare come loro. La fierezza nazionalistica, con almeno diciassette secoli di decadenza rispetto al tempo della grandezza; col peggiore sistema politico dell’Occidente; con un debito pubblico che non potremo mai estinguere, la fierezza nazionale non ci spetta. Quanti se ne ergono ad assertori fanno ridere: per l’indipendenza non abbiamo né i mezzi né la legittimità. Nei secoli del servaggio abbiamo solo esercitato la libertà di cambiare padrone o di tradire alleato: ultimi, Salandra e Badoglio.

A parte che resta valida la corrosiva definizione di “nazionale” fatta nel 1862 da Johann Nestroy commediografo viennese: “Nazionale è il fatto che nessuno capisca una parola della lingua che parli”. Dicono che i primi insegnanti e burocrati scesi dal Nord in Sicilia dopo l’Unità furono presi per inglesi.

Il tempo di altri maestri o modelli è passato per sempre. La Francia, ha scritto qualcuno, “è troppo leggera”: lo confermano  il bellicismo e il tardosciovinismo di Hollande: il quale fu salutato come campione di progressismo ed emulo delle glorie ‘socialiste’ di Mitterrand, ma per la Siria è sembrato fare all’incirca come il socialista Guy Mollet in Algeria. La Gran Bretagna fu ed è un pinnacolo di egoismo e sgradevolezza. Tokyo, Pechino e Seul possono insegnarci molte cose, Londra e New York quasi nessuna, Berlino o Monaco, d’ora in poi, quasi tutte.

Claudio Magris germanista ha opportunamente scritto delle “tante insipienze politiche del passato tedesco”. In effetti, l’ultima vittoria dei tedeschi nella storia moderna fu la Riforma. Seguì la stagnazione dei secoli XVII e XVIII: mentre gli inglesi si impadronivano del mondo, per poi dargli la lingua, i tedeschi accettavano la parcellizzazione e il localismo di centinaia di stati principeschi. Occorse l’umiliazione degli occupatori napoleonici a Berlino perché i tedeschi si riscattassero con la guerra di liberazione, con le glorie del romanticismo, con le riforme degli Stein, degli Humboldt, Scharnhorst  e Geisenau, infine coi primati in quasi tutti i saperi. L’insipienza politica c’è stata ed è durata secoli, dalla fine del Primo Reich -il Sacro romano impero della nazione germanica- al cataclisma del 1945.

La Germania d’oggi, coi successi e con la saggezza con cui si regge, raccoglie i dividendi di positività non politiche del passato che sono ingenti al punto di cancellare le mostruose aberrazioni di Hitler e dei suoi carnefici (la Russia, madre di tutti noi, non ha ancora cancellato le aberrazioni di Stalin). Nonostante tutto il rigoglio del suo capitalismo e della sua modernità, la Germania del Duemila gode i frutti delle virtù passate. Della probità degli antichi clan contadini e guerrieri come di quella della burocrazia prussiana o renana. Della ribellione di Martino agostiniano contro la vendita delle indulgenze; delle conquiste spirituali di Eisenach, Koenigsberg e Heidelberg; della splendida rigenerazione ottocentesca.

Oggi la Germania è opulenta ma è stata frugale, ossia virtuosa, nei millenni. Con tutte le sue colpe -ma anche il popolo di Dio, nel Vecchio Testamento, sterminava i nemici, bambini compresi- essa resta una società etica. Dobbiamo accettarne la guida perché siamo meno etici.

l’Ussita

A PENNY FOR YOUR THOUGHTS: OR THE DEVALUATION OF WISDOM

In today’s globalized market, where things, or ideas that can eventually produce things, are the only real global currency, the ancient Greek concepts of episteme (systematic knowledge) and sophia (wisdom) hold little value. In the US, both conservatives and liberals alike increasingly view education as merely a means to an end and not as an end in itself, i.e., as the way to deepen, enhance, and “heighten” life  through the passionate and life-long pursuit of Truth, Goodness, and Beauty—regardless of their market value. In other words, education, as we have known it in the West now for over 2500 years (called “the liberal arts”), has been reduced from wisdom and the joy of discovery (including self-discovery) to mere job-training and job-seeking. Wisdom has been set aside for the single-minded pursuit of profit and (therefore) power. And in the process, humanity has forsaken its true home in the realm of the sublime, which alone makes life worth living, in order to embrace instead the intellectual vacuity of vocational education. And along with this fundamental change in the purpose and conduct of education goes any chance of forging an ordered, well-regulated, rational society and government: For a people without rationality can never govern itself wisely.

Ever since Socrates, education was meant to counter the nihilism of a person wrongly valuing riches, fame, sensuality, and power in order to rightly value the passionate and life-long search for truth, goodness, and beauty, a quest begun here in this life but continued into the next.  From Socrates and the great Greek tragedians (among many others) have come that wisdom which is cathartic in expelling vice and ignorance, and which has been handed down in unbroken succession in the West—until now—for over two and a half millennia.

But with conservatives, foundations, think-tanks,  and CEOs stressing education simply for jobs; universities stressing increasing profits; and liberals stressing education merely for the glorification or indulgence of self; the passionate and life-long search for Truth, Goodness, and Beauty, which has given western civilization its Homer and its Sophocles, its Shakespeare and its Dante, its Goethe, Newton and Tolstoy, among others too numerous to mention—these monuments to intellect, goodness and beauty are no longer forming, or informing, our youngest minds. And the result, if finalized, can only be a permanent desiccation of their intellect and soul that cannot but make life even more difficult and more troubling both for them and for society than it already is.

A Liberal Arts education is the one true oasis in the desert of specialization and job-training. It is literally what men live and die for—what makes life worth living. Without it, we become merely obedient and clever dogs—we can (for either government or employer)  run on cue, chase our tails, and bark at shadows…but most assuredly we cannot think—not  as human beings should think, and were created to think. Humans alone share this ability to think, this capability, with God (“man was created in the imago Dei,” in God’s image), and it is this, the thinking of “divine” thoughts, that separates us humans from all other creatures on earth. For only we can aspire to and sacrifice for truth, give of ourselves to others out of goodness, and create works of indescribable and lasting beauty—that can wring tears from our souls, expressive of life’s deepest and most profound meanings.

But so little does this view of education obtain today that one is tempted to say that it is dead—moribund it most certainly is, but in many places, alas, also dead… and buried. And if this is true in the US, with its long and storied history of liberal arts, that once turned our European barbarian ancestors  of earlier ages into more civilized human beings, and along the way gave to humanity (and not just to the West) democracy, the rule of law, justice tempered with mercy, constitutions, the separation of powers, universities, hospitals, the arts, philosophy, the theater, opera, mathematics, literature, science, inter alia—one must expect it to be true a fortiori in Asia where there is no millennia-long history of liberal arts to draw upon, and where technology, and the use of technology, now passes for “culture.” But lap-tops, cell phones, and TV are not, nor can they ever become, the equal of a Shakespeare, a Plato, a Bach, or a Michelangelo.

In Korea, e.g., where I now live and teach, and where the traditions and wisdom of a Confucius or a Buddha seem largely forgotten (or where remembered, so watered down as to be of virtually no help for living), education, as in so many other Asian countries, is merely for the sake of obtaining a well-paying job, period: And test-taking is the sole means to that end. Education in Korea, put in classical Greek terms, is mere, and only, techne (Gk. skill), not a broader search for truth, understanding, or general principles with which to guide one’s life by, let alone a passionate love of and devotion to truth and wisdom in order to bring joy and peace to one’s soul, and to make a contribution to one’s family, community, nation, or the world.  As we know from Socrates, education was to reach through the individual to the larger community in which he lived. It was never intended to be an idiosyncratic (private) pursuit which could not help, directly or indirectly, one’s fellow citizens on the path and pilgrimage of Life.

So strong is the idea in Asia in general, and Korea in particular, that education is simply for jobs; and so willing and eager are Koreans to pay high fees in order to achieve this positive job-result, that offering to teach education for free, as I have done, simply for the pursuit of truth, goodness, and beauty for their own sakes, is taken to be either a sign of madness or incompetence or else a subterfuge for baser motives. For no one here takes the western liberal arts view of education seriously. The life of the mind here (as our great teacher Socrates instructed us as to how it should be) in Korea is a “dangerous idea”, just as it was in Greece for Socrates himself (who was accused of “corrupting the young” and “introducing new gods” and was executed by Athens as a result—he, Socrates, the wisest and best man of his time according to Plato).

There is indeed nothing so dangerous, so revolutionary, so upsetting, both to families and to governments, than an individual’s life-long, single-minded devotion to the pursuit of truth, and the living out, as best one can, of a life of goodness, supported by deep and passionate attachment to beauty (in its various guises of poetry, piety, art, architecture, empathy, self-giving love, literature, etc). Forget the dangers of revolutionaries like Marx. Nothing in history has proven to be more dangerous to the status quo than a person who can think—truly think—for himself. As tyrants like Kim Jong-Il of North Korea know only too well, you can kill the body but you cannot kill an idea—and so it is with ideas—especially ideas of justice, goodness, and righteousness—that make every tyrant’s soul tremble the most. (This trembling, of course, being but a foretaste of divine judgment.)

The whole revolutionary idea of Western culture, of the liberal arts, may be conveniently summed up in the extraordinary words of Jesus: “The truth shall make you free.” (John 8:32) Alas, there are many among us who choose to continue to live in prisons of their own making. And when they do so, they thereby encourage tyrants, like Kim Jong-Il, to make prisons for their bodies as well. For prisons of the mind inevitably and necessarily lead to shackles for the body. Only the Truth can set man free.

Len Sive

UN INNO AI PARLAMENTI SPERANDO CHE RESTINO INUTILI

Fuorviante? Ludico? Sardonico? Il titolo d’un editoriale del ‘Corriere’: “La rivincita del Parlamento”. Chissà. Uno che abbia tralasciato di leggere l’occhiello ‘Londra, Washington’ ha potuto temere si trattasse del nostro Parlamento. Un abbaglio naturalmente, un terrore di sventure. Il Parlamento romano, alla pari dei sottoparlamenti regionali  e locali, non  fruirà di alcuna rivincita.

‘Un sinedrio di nominati’ è la formula che cerca di abbellirlo. In realtà è una sentina, il ricettacolo di ogni bruttura. Oppure è una stia di capponi e galline (con buona pace delle Cinque Stelle che vorrebbero riscattarlo). Che altro pensare di centinaia di parlamentari, frequentemente signorine vestite all’odalisca, che si considerano e comportano come volatili da cortile appartenenti a un lubrico tycoon di Arcore? Che altro pensare di volatili ancora più numerosi -grazie a un premio di maggioranza smodato- di piumaggio rossastro invece che azzurro, che non furono nemmeno capaci di mettere al Quirinale un capo-pollo meno all’antica? Polli invece bravissimi a ruspare imperterriti nel denaro pubblico quali che siano le bestemmie e gli urlacci dei contribuenti.

Torniamo alla rivincita di Westminster e di Capitol Hill. Si congratula l’editoriale vedi sopra: “In Gran Bretagna e negli Stati Uniti i governi hanno dovuto riconsegnare ai due più antichi parlamenti del mondo il più sovrano dei poteri, quello sulla pace e sulla guerra”. Sarà così, diciamo noi, se davvero i due consessi spegneranno i motori dei cacciabombardieri, se smonteranno le testate dei missili, se ritireranno la task force navale. Peccato che una storia plurisecolare faccia poco verosimile che gli Esecutivi di Londra e Washington obbediscano ai Legislativi. Le guerre che conosciamo furono sempre decise da sovrani o da ministri, e i parlamenti si conformarono.

E’ vero, i tempi stanno cambiando. Però -attesta lo studioso britannico Christopher J.H.Duggan- appena ieri, anno 2003, “i cittadini britannici erano nettamente contrari a un intervento militare nell’Iraq. Nel febbraio un milione di persone si riversarono nelle strade di Londra per chiedere ai governanti di non partecipare alla guerra. Invece Blair ottenne senza difficoltà il voto dei Comuni”.

Ciò smentisce Antonio Polito quando, sillabando riverente un celebre passo di Lincoln citato da Obama, scandisce: “Democrazia vuol dire governo del popolo, eletto dal popolo”. Un popolo, infierisce Polito, “ascoltato attraverso i suoi rappresentanti”. Noi italiani sappiamo ormai alla perfezione che gli eletti non ci rappresentano affatto. Se ci rappresentassero dovremmo buttarci nelle acque dell’Artico come fanno i lemmings.

Il Nostro ci accusa, noi italiani, di avere “degradato oltre misura il Parlamento, trasformandolo in un sinedrio di  nominati”. Battiamoci il petto di vergogna, noi degradatori oltre misura! Però l’ex-legislatore  si decida. Nei primi tre paragrafi dell’editoriale si felicita della ‘storica rivincita’ delle due antichissime assemblee. Nei tre paragrafi successivi lamenta: “Questa novità apre enormi problemi: il primo è l’indebolimento del potere esecutivo. Che ne sarebbe della forza e della credibilità degli USA, la “nazione indispensabile”? Una potenza smette d’essere tale se subordina gli impegni internazionali alle dinamiche del conflitto interno”. Cioè: la volontà dei cittadini, condomini della nazione, deve contare zero.

In più, ammonisce il bell’Antonio, “resta da vedere quanto il controllo democratico dei parlamenti sia compatibile con gli obblighi internazionali. Non è un caso se la crisi finanziaria, prima in America poi in Europa, sia stata gestita dai governi, tenendo le decisioni il più possibile lontane dai parlamenti. La stessa Unione Europea potrebbe non sopravvivere a una revanche  della democrazia nazionale”.

Insomma, la revanche  conclamata nel titolo non solo non piace affatto a noi, ma disgusta Polito: “Sarà bene non dimenticare che nella forza della democrazia risiedono anche le sue debolezze. Una democrazia indecisa e imbelle (=contraria a fare guerreN.d.R.) smette presto di essere una democrazia”. Allora (siamo sempre noi)  essa ha smesso d’essere “il popolo ascoltato attraverso i suoi rappresentanti”?

Risposta: se mai lo è stata, non lo è più. Abbiamo finalmente assodato che gli eletti non rappresentano nessuno. Apertosi il Millennio  di Internet e di chissà quante altre rivoluzioni, i popoli sono perfettamente in grado di decidere direttamente le cose grosse. Cominciando dal rifiuto della guerra e dalla cancellazione degli eletti.

I popoli, non i parlamenti né altre capponaie.

Porfirio

‘FORTUNE’ ON AMERICA’S HISTORIC GUSHER

Have you really considered what a  massive game changer America’s newly exploytable 100-year supply of oil and gas is? We’re only beginning to feel the implications, but imagine what the world will look like in 50 years when we’re in the sweet spot of the boom.

First, two major challenges: We need to be able to extract this abundance safely. And second, we must also transition to sustainable energy sources and reduce greenhouse emissions. I believe we can do both. We’re already fracking every day in this country, and though it’s not risk-free, clearly it can be done. As for the second problem- that these new sources of oil and gas might sideline efforts to develop renewables- that’s a much tougher nut. I still feel sanguine, though, because nat gas (which is much of the resource) is cleaner than other fossil fuels (how much is debatable), and through technology is getting cleaner. And because awareness of global warming is growing -rising sea levels in New York and Florida will do that -meaning this high-profile issue is unlikely to abate.

Of course, our new domestic production makes us less reliant on hundreds of billions of dollars of energy from countries that can be…problematic. (Among the top five from which we import petroleum are Saudi Arabia, Venezuela, and Russia).

No matter what you think about domestic drilling, it’s ramping up fast. Look at our annual list of Fastest-Growing companies and you will see that 24 out of 100 are in the oil and gas business. Oil guru Daniel Yergin tells Fortune  that the U.S. registered more growth in oil output in the past few years than any other country of the world. U.S. natural-gas production has increased by a third since 2005, and oil production has increased almost 50% since 2008.

Now for some early effects: from 2007 through 2012, the U.S. added about 1 million private sector jobs, a roughly 1% increase. In the same period, the oil and gas industry grew by more than 162,000 jobs, a 40% jump. Yergin thinks the number of jobs supported by ‘unconventional’ oil and gas is 1.7 million and could reach 3 million by 2020.

Some states, like Texas and Colorado, are already benefiting tremendously. Then there’s North Dakota, the No.2 oil producer in the U.S., ahead of California and Alaska, pumping more than 800,000 barrels a day (up from about 100,000 a day in 2005). North Dakota produces more than 10% of U.S. output, and workers from all over the country have flocked there for jobs.

But really, it’s bigger that that. Says Yergin: “What’s becoming clear is that (the boom) is having much wider economic impact. The manufacturing renaissance supported by lower prices will add substantially more jobs. And low-natural gas prices are a major factor in revitalizing manufacturing in the United States and making the U.S. much more competitive in the world economy. European industry is looking at this development in the United States with great angst”.

Zut alors!  Imagine what they’ll see in 2063. Let’s hope it’s a resource-rich country with an enviable energy  industry safety record and low unemployment, well into the transition to clean energy.

Andy Serwer Managing Editor

LA GRANDE GUERRA FU DECISA DA POCHI STATISTI-NULLITA’

Nella sua Storia della Germania moderna, stesa negli anni che seguirono da vicino l’Apocalisse del 1945, Golo Mann, figlio del grande Thomas, non perde occasione per gettare una luce cruda sulle carenze umane degli uomini che reggevano l’Europa nei mesi che generarono il primo conflitto mondiale. Furono ancora più determinanti altri fattori, dalla rivalità tra potenze e tra economie al delirio patriottico e alle pulsioni irrazionali che si impadronirono degli interventisti, specie intellettuali, d’ogni nazione. Tuttavia Golo Mann privilegia la miseria mentale del manipolo di sovrani, governanti, diplomatici aristocratici e marescialli, che volle il conflitto.

Tipicpoil conte Leopold Berchthold che, ministro degli esteri dell’impero asburgico ed ex ambasciatore, contò in quell’occasione più dei due primi ministri di Vienna e di Budapest. Spalleggiato dal generale Franz Conrad von Hotzendorf, anche lui conte e capo dello Stato Maggiore, Berchthold riuscì a convincere il vecchio imperatore Franz Joseph e i vertici austro-ungarici che il momento era arrivato per dare la lezione alla Serbia, verosimile istigatrice dell’assassino a Serajevo dell’erede al trono imperiale Ferdinando e della sua consorte. La Serbia si attribuiva il ruolo svolto nel secolo precedente dal Piemonte: unì gli italiani e costruì una nazione. Il fatto era che le genti slave del Sud non tendevano ad unirsi, al contrario: la Slovenia stretta all’Austria, la Croazia avvezza al lungo legame coll’Ungheria, la Macedonia attratta dai macedoni di Grecia,  che si immaginavano eredi di Alessandro Magno. Nulla era sembrato fermare il turbolento attivismo di Belgrado.

Nel 1914 circoli di potere viennesi credettero in una spedizione punitiva su Belgrado il migliore dei mezzi per rafforzare l’impero.  Valutarono male, perché lo distrussero. Naturalmente lo storico Mann non è solo nel mettere a fuoco gli errori umani che portarono alla più tremenda delle guerre fino a quel momento.

Il conte Berchthold non fu che il caso limite di un’insipienza diffusa in tutte le capitali. Karl Kraus, uno dei principali intellettuali viennesi del tempo e forse il maggiore scrittore satirico in lingua tedesca, scrisse del “vuoto abissale del volto azzimato e charmant di Poldi Berchthold” (v.Internauta) . G. Mall, scrivendo quarant’anni dopo, non riesce a trattenere il disdegno per la mediocrità di questo e altri protagonisti. “Berchthold, un imbrattacarte elegante e superficiale come gli altri aristocratici della diplomazia, era alla ricerca di un trionfo diplomatico: un’altra delle fantasie degli aridi cervelli degli ambasciatori. Dichiarò guerra alla Serbia precipitosamente, imperturbabilmente (disse proprio così), per mettere l’Europa di fronte al fatto compiuto”.

Aspro se un po’ meno irridente il giudizio del nostro storico sul cancelliere germanico  Theobald von Bethmann-Hollweg. “Un burocrate benintenzionato, zelante, ragionevole, pessimista, incline a rimuginare, incerto dei propri talenti, non interamente libero da abitudini servili. Il fatto che si presentasse alla nazione tedesca come il suo unico ministro responsabile fu una dichiarazione di bancarotta (…) un cancelliere maldestro dal tetro passato”.  Ancora: “Si sarebbe volentieri accordato con gli inglesi sulla competizione navale, ma l’ammiraglio Tirpitz non permise (…) Scoppiata la guerra il suo predecessore, principe von Buelov, gli chiese: ‘Come tutto questo ha potuto accadere?’ Bethmann alzò al cielo le lunghe braccia e rispose con voce sorda ‘chi può saperlo!’. Uno dei maggiori decisori ‘non sapeva’. Il brav’uomo non si è mai liberato dai rimorsi. Ammise che ‘la storia ha marciato con passo di bronzo. Non c’è più ritorno”.

Il tedesco Golo Mann concentra lo sdegno sugli uomini che a Vienna e Berlino aiutarono i Fati a condannare l’Europa ai drammi chiusi solo con il crollo dell’Urss. Senza la Grande Guerra non avrebbe vinto la rivoluzione dei Soviet, non sarebbero sorti Stalin Mussolini e Hitler e i guerrafondai non avrebbero trionfato a Londra, a Washington, a Tokyo.

Il nostro storico non menziona nemmeno Sazonov, capo della diplomazia russa, che personalmente plagiò lo Zar fino a fargli ordinare la fatale mobilitazione generale, cioè la guerra che avrebbe ucciso non solo milioni di russi e la monarchia ma anche lo zar e tutta la sua famiglia (e in più fece strage dell’aristocrazia che aveva dominato San Pietroburgo e l’immenso impero). La guerra voluta della Russia fu forse la più insensata di tutte.

Quasi indulgente il giudizio sul maggiore protagonista britannico, il ministro degli esteri Sir Edward Grey, anche se tanti gli addebitano di non aver fatto di più per scongiurare la catastrofe. Raymond Poincaré, presidente della repubblica francese, che volle come nessuno la conflagrazione, è citato solo per l’asprezza dell’atteggiamento verso la Germania schiacciata da Versailles.

Gli storici sanno che le responsabilità  dell’assassinio della pace furono divise abbastanza equamente. Però le decisioni del ’14 sconvolsero più atrocemente il futuro lontano di Germania e Austria-Ungheria, oltre a quello immediato dell’impero zarista. Si può comprendere che il figlio del maggiore scrittore moderno di lingua tedesca non si dia pace: la storia del mondo sarebbe stata diversa, forse opposta, se quell’anno i sovrani di alcune monarchie, più l’uomo dell’Eliseo, avessero avuto consiglieri, diplomatici e generali -in tutto una cinquantina di persone- meno somiglianti all’aristocratica nullità di nome Berchthold.

Questa secondo noi la lezione del 1914, un secolo dopo: i popoli, nessuno escluso, non dovranno più permettere ai governanti di decidere la guerra. I suoi decisori sono il male assoluto e la guerra ‘giusta’, se mai c’è stata, non esiste più.

A.M.C.

Se la Siria fosse Risiko…

Se la guerra in Siria fosse una partita di Risiko vorrei essere Assad. I miei nemici interni si scannano tra di loro. I miei nemici esterni non hanno alcun vantaggio ad attaccarmi, anzi, una mia caduta è vista come una sciagura anche dai miei storici e acerrimi avversari (Usa e Israele). I miei alleati sono i più potenti nella regione asiatica (Russia, Cina, Iran) e il mio esercito è drasticamente meglio armato di quello dei ribelli. Il fattore tempo gioca a mio favore e anche chi in principio stava dalla parte degli insorti ora li teme per le infiltrazioni estremiste. Perdo le armi chimiche – forse – ma in cambio ottengo di non essere attaccato militarmente dagli unici più forti dei miei alleati e posso far passare per “pace” la situazione di guerra civile no-gas precedente. Salvo imprevisti, sono in una botte di ferro.

T.C.

SE ILDEGARDA ‘PROFETESSA DI GERMANIA’ SCENDESSE A UNIFICARE L’EUROPA !

Qualcosa la sapevo, come tanti, su Hildegard von Bingen, la straordinaria monaca e ‘Mystikerin’ che Giovanni Paolo II esaltò Profetessa di Germania e Ratzinger proclamò Dottore della Chiesa;  nel Sinodo di Treviri (1147) il loro lontano predecessore Eugenio III le dette un imprimatur per intercessione di Bernardo di Chiaravalle. Ma, passati da un trentennio e passa otto secoli dalla morte, non pensavo che avrei incontrato fisicamente una persona ‘ildegardiana’. Invece M. Luisa Parenti Corbetta, una lombarda di buoni studi e, come in passato si diceva, di alto sentire, mi dice con orgoglio che canta nel Coro Femminile Hildegard von Bingen, di Como, dedicato alla grandezza della Nostra, tra l’altro vivida compositrice. Oggi che grazie a Luisa corista/solista -voce smagliante eppure quieta- sto riflettendo sulla benedettina renana, mi accorgo che è il 17 settembre, giorno che Hildegard, una delle più grandi donne della Cristianità, morì orsono 834 anni.

La sua biografia non è quella convenzionale della santa suora medievale. Pensatrice, mistica, lirica e scienziata d’eccezione, fu anche protagonista di spicco delle lotte, anche politiche, per la riforma della Chiesa. Predicò nelle grandi cattedrali renane. Come Woitila sottolineò, fu interlocutrice dell’imperatore Federico I. Da noi il Barbarossa non ha una buona fama; in terra germanica è figura leggendaria. In Baviera ti mostrano da lontano la montagna in una delle cui caverne il Sacro Romano Imperatore dorme, forse in eterno: ma la sua barba non smette di allungarsi. Come sommo sovrano del suo tempo ebbe autorità più piena che il glorioso nipote Federico II stupor mundi, celebrato come la più grande figura dell’Evo Medio.

Scrive un biografo che il Barbarossa fu ‘soggiogato’ dalla santità di Ildegarda. Alla fine, quando l’Imperatore contrappose al suo acerrimo nemico Alessandro III non uno ma due antipapi, la Nostra lo attaccò frontalmente, lo chiamò pazzo, gli elencò gli errori che aveva commesso, gli predisse quando e come sarebbe morto (crociato, annegò in un fiume della Cilicia). Il possente sovrano Hohenstaufen non si vendicò, ma non cercò più i vaticinii e i precetti della renana. Questo comunque dice quanto forti fossero il carisma e l’ingegno di lei.

Le enciclopedie e i libri di una bibliografia non sterminata ma ampia -figura anche M.T.Fumagalli Beonio Brocchieri, storica della filosofia medievale- raccontano l’incredibile ricchezza dei doni, visioni e creazioni mentali della badessa del monastero di Rupertsberg, da lei fondato. Le compagne di Luisa Parenti, nel coro che nel nome di Hildegard canta le sue monodie e il gregoriano, vestono ieraticamente di nero (le si vedono nel sito www.ildegarda.it).  Invece la sublime badessa voleva le sue monache, nelle grandi occasioni liturgiche, “ingioiellate e sfarzosamente vestite”. Le intenzioni per questo capriccio erano quasi certamente allegoriche; ma forse contava anche il suo essere aristocratica, nata in un castello. Portava il nome di una regina, anch’essa beata, Ildegarda di Svevia, terza moglie di Carlo Magno (al re dei Franchi dette nove figli; la Nostra era ultima di 10 figli). Le enciclopedie e i libri, dicevamo, elencano stupefatti le opere, allegorie, visioni, poesie, canti, lettere a prelati e a principi, trattazioni scientifiche e naturalistiche della geniale renana (intuì l’eliocentrismo, la circolazione sanguigna e la viriditas). Per pensare la Trinità Dante Alighieri si ispirò alla sua opera teologica ‘Scivias’ (latino Sci vias, conosci le Vie).  Esegeta, cosmologa, musicista, scienziata naturale e altro, Ildegarda fu dunque un mostro di cultura.

Si pensi quanto  impervie dovevano essere le conoscenze di una donna che era entrata in monastero a otto anni ma dettava in latino o in tedesco a uno o più segretari (uno dei quali, anch’egli abate, era stato suo maestro). Fu la prima delle pensatrici che “fecero” la mistica germanica tra i secoli XII e XIV. Un’altra fu probabilmente Ildegonda di Schoenau, cistercense. Seguì il padre in Palestina vestita da uomo, e così travestita entrò nel monastero di Schoenau presso Heidelberg. Venerata come beata o santa nei monasteri del suo ordine, il suo culto non fu approvato (non abbastanza miracoli, più o meno veri?).

Dalle visioni agli annunci profetici il passo per Ildegarda fu breve. E il suo mito non poteva non coinvolgere il cinema. E’ del 17 settembre 2009 la prima del film ‘Aus dem Leben der Hildegard von Bingen” di Margarethe von Trotta. In “Barbarossa” del regista Renzo Martinelli, la Nostra rampogna l’imperatore, gli predice la fine. Sappiamo che si fece arduo il rapporto con Federico: ma la colpa, dico io, fu di Ildegarda, fattasi partigiana di un papa settario, tutto dalla parte della sedizione dei Comuni ‘lumbard’.

Come decuplicherebbe la sua gloria, l’eccelsa Visionaria di Germania, se come fece col Barbarossa “soggiogasse” in toto Angela Merkel, o comunque si chiami il  Sovrano germanico, perché si risolva a unificare e fare grande l’Europa. Andrebbe bene benissimo anche la ‘piccola’ Europa carolingia (Italia compresa), quella che ancora guarda e canta in coro al monastero di Rupertsberg sul Reno.

l’Ussita

MAZZOCCHI DOGLIO: Ispirazione biblica in alcuni drammi di André Gide

Le storie del teatro  riservano uno spazio alquanto limitato alla drammaturgia di Gide che, fin dagli esordi, apparve ai suoi contemporanei troppo individualista,  estranea alle esigenze sceniche del teatro  e non collegabile alle scuole o alle correnti più in voga in quel periodo storico  anche se, come scrivono alcuni critici delle opere narrative,  i testi drammatici sono indispensabili alla perfetta conoscenza dell’opera di uno dei “maîtres à penser” del Ventesimo secolo:

Les oeuvres dramatiques sont indispensables à l’entière  compréhension d’un de ces maîtres du demi-siècle”[1].

Gide, come molti intellettuali della sua generazione, deplorava la mediocrità del teatro a lui contemporaneo[2] e auspicava un rinnovamento generale dello spettacolo in Europa  cosa che in effetti accadrà nel corso di alcuni decenni soprattutto per opera di grandi  registi quali Copeau e Vilar  o di  autori come Pirandello e Čechov.

In coincidenza della pubblicazione in Francia dell’epistolario Gide/Copeau avvenuta nel 1987 a quarant’anni dalla scomparsa dell’autore, i critici si interrogavano sul contributo di Gide alla pratica reale  del teatro perché ovviamente l’opera drammatica vive solo virtualmente nel libro e non vive completamente che sulla scena al momento della rappresentazione. A questo proposito Gide era molto critico perché aveva in mente un sogno più che una realtà scenica, inoltre aveva subito troppe delusioni riguardo alle messinscena delle sue pièces, se ancora negli ultimi anni di vita affermava di non amare il teatro perché c’era troppo da concedere al pubblico mentre il fittizio aveva il sopravvento sull’autentico, l’adulazione sull’elogio sincero. Così l’attore era costretto a preferire Sardou a Racine e gli applausi del gran numero degli incolti a quelli del piccolo numero degli intenditori[3].

André  Gide in un’intervista del 1946 raccontò a Richard Heyd “qu’il avait mis de lui-même dans ses pièces”[4] provando una certa amarezza per non essere riuscito a conquistare il grande pubblico né  a vedere i suoi drammi rappresentati nei teatri  importanti, dovendosi  accontentare di messinscene sperimentali create da compagnie d’avanguardia o da  gruppi amatoriali.

Invece un regista importante come Jean Vilar si rammaricava che Gide si fosse allontanato dal teatro a causa dell’incomprensione  dei critici e per la disattenzione di un pubblico superficiale perché,  se dovutamente  apprezzato, lo scrittore avrebbe certamente contribuito alla rinascita del teatro europeo con opere durature e forti.

On ne sait quelle malchance l’a détourné trop fréquemment de notre métier; il me semble que, mieux  écouté par nos aînés, moins rejeté par les critiques du temps, l’auteur d’Œdipe et du Saül eût inscrit à notre répertoire d’autres œuvres, incisives et fermes[5].

Paul Surer gli riconosce, inoltre, il merito d’aver individuato per primo “le parti qu’un dramaturge pouvait tirer des légendes bibliques ou des fictions antiques pour exprimer son éthique personnelle ou des préoccupations toutes modernes”[6] mettendo in scena i fantasmi della  psiche e le ossessioni della contemporaneità.

Le  istanze personali di Gide , le incomprensioni e i mali del  tempo come i pericoli dell’individualismo, le possibili modalità di superamento dell’io o di introspezione, la ricerca della felicità, la dialettica del desiderio, la cecità o la  chiaroveggenza sono tutte proposte di riflessione che l’autore offre allo spettatore perché, come scrive Daniel Moutote, pensando a Saül “ le drame gidien consiste en une mise en scène du moi”[7] o come scrive Robert Kemp “ quand il écrit pour la scène, cette scène était en lui-même”[8]. Infatti i personaggi principali dei suoi drammi  incarnano le sue idee, riflettono i suoi pensieri e cercano di dare una risposta ai suoi interrogativi.

I critici meno benevoli, pur apprezzando  il valore stilistico e poetico dei drammi di Gide, insisteranno nel negare qualità drammatiche alle sue pièces  in quanto troppo concernenti le idee dell’autore. Infatti è auspicabile che l’ottica teatrale  prenda le distanze e che allontani o, almeno tenti, l’autore dai suoi personaggi.

A questa critica Gide replicava che i suoi personaggi evidenziavano, in effetti, i problemi su cui si era fermato a riflettere  riguardanti il suo modo di essere, la sua  personalità, la sua intimità, ma rappresentando la drammatizzazione dei suoi contrasti interiori  creavano una situazione drammatica perché esteriorizzavano l’ evoluzione e l’esito di un conflitto.

Il primo personaggio biblico ad essere proposto da Gide per la scena è quello di Saul tratto dal testo dell’antico testamento e descritto negli ultimi giorni di vita del re, ma come si è già accennato,  gravato di tormenti, inquietudini, malesseri più affini all’autore che al personaggio dell’antichità. Parlerò di questo dramma in un secondo tempo per aver modo di illustrarlo più diffusamente.

Gide  nel 1902 si occuperà   per la seconda  volta di un tema biblico scrivendo Bethsabé, un poema drammatico più che un dramma vero e proprio, che raccoglie tre monologhi di David destinati dall’autore ad essere interpretati dall’attore Έdouard de Max alla presenza di un personaggio muto, Joab .

La pièce verrà  letta invece al Vieux Colombier da Jacques Copeau il 7 marzo 1914 durante una Matinée poetica consacrata all’opera lirica di Gide, ma lo spettacolo non verrà mai messo in scena.

In seguito,  nel 1939, il poema drammatico sarà nuovamente letto dallo stesso Gide a Pontigny dove Claude Mauriac,  presente tra il pubblico,  viene sedotto dal vigore e dall’espressività  di questa lettura :

La voix superbe et puissante martèle ce texte d’une si poétique gravitée… il mime le récite  et dans sa voix se  glissent le désire, la tendresse, la solitude et la détresse de David, son héros[9].

In  Bethsabé la progressione da una scena all’altra fa  di questo monologo drammatico un trittico simbolico in cui viene evidenziato il processo di degradazione che corrompe il desiderio  di Davide: nella prima scena assistiamo alla nascita del desiderio nell’anima dell’eroe , che appare sotto forma di colomba, simbolo di una forza  irreprimibile che volando di terrazza in terrazza conduce Davide alla fonte dove si bagna Betzabea. La seconda scena si concentra sulla violenza angosciosa di questo desiderio e sull’amara delusione che segue al suo appagamento. La terza scena mostra quanto l’ebbrezza del desiderio abbia lasciato spazio nel protagonista al rimorso e alla consapevolezza di essere  disprezzabile per  non essere riuscito a reprimere una passione  indegna di un uomo e di un  re.

Con una progressiva presa di coscienza Davide si rende conto che una condotta tanto ingiusta nei confronti di Uria, lo sposo di  Betzabea , lo ha reso abietto  e abbandonato  da Dio, inoltre non può gioire della seduzione perché l’ombra della sua colpa e poi la morte di Uria mettono fine a ogni speranza di redenzione.

Gide modifica il racconto biblico che vede Davide  colpevole per aver ordinato la soppressione di Uria descrivendolo invece come amico riconoscente  del valoroso  guerriero ittita e profondamente  desolato per la sua morte accidentale. Morte che vissuta come punizione della colpa, lo costringe a rimandare Betzabea senza sposarla.

Davide soffre profondamente  per l’assenza di Dio proprio nel momento in cui vorrebbe avere il suo aiuto:

Ce n’est plus moi que l’Ĕternel écoute;

Il ne parle plus par ma bouche,

Il ne s’adresse plus à moi…

Mais depuis quelque temps je supporte mal son silence.

Je veux le forcer à parler.[10]

Quando Gide scrive queste pagine pur avendo preso le distanze dalla morale puritana della sua infanzia, non cessa d’interrogarsi   sulla religione e cerca un modo per avvicinare Dio e il divino  al di fuori della “legge” o indipendentemente da questa, perché – scrive – ogni uomo deve trovare una sua personale maniera per avvicinare il soprannaturale e amarlo[11].

Sempre nel 1902 appare un altro progetto, che non avrà seguito, riguardante il personaggio biblico di Giuseppe quando, rinchiuso nella prigione del faraone, incontra il panettiere e il coppiere del re che poi saranno i fautori del suo eccezionale destino:

Je songe- scrive Gide nel Journal del 4 febbraio 1902- à un admirable drame sur Joseph, et en particulier à la scène de la prison: Joseph entre le panetier et l’echanson.[12]

Ma è antecedentemente con Saül ,  scritto nel 1898, che Gide presenta il  primo dramma ad ampio respiro in cinque atti e in prosa, il cui protagonista è un personaggio complesso che rivendica con orgoglio la complessità della sua anima: “Ma valeur est dans ma complication”[13].

Dedicata all’attore Edouard de Max  che Gide ammirava e a cui  sperava di affidare il ruolo del protagonista, cosa che, con suo grande disappunto, non avverrà mai,la pièce rappresenta l’individuo che accoglie in sé senza discernimento, né limite, ogni desiderio e bramosia  fino alla completa decomposizione   della personalità.

I personaggi non sono molti e sono gli stessi che compaiono nel testo biblico,infatti oltre a Saul troviamo Davide, Jonata , il gran sacerdote, la strega di Endor,  alcuni servitori , i soldati e infine, personaggio  assente dal racconto  testamentario, la regina, moglie di Saul.  Nella pièce  è la regina  che detiene veramente il potere in Israele e che trama nell’ombra con la complicità del gran sacerdote, per guidare le azioni di un Saul estenuato ed incerto e spingerlo a combattere i nemici. Altri personaggi presenti in scena creati dalla fantasia di Gide, sono i demoni , frutto delle allucinazioni di Saul e personificazioni dei suoi peccati,  che non lo abbandonano mai impedendogli ogni riposo.

Saul è presentato come un vecchio subdolo e senza volontà salvo quella di ordinare il male come l’uccisione di tutti i negromanti o quando, di sua mano, uccide la moglie e poi la strega di Endor. Gide ha fatto di Saul un despota, ma   debole con solo l’apparenza del potere, un uomo diffidente, chiuso in sé stesso e più preoccupato della propria sorte che di quella del popolo che governa. Sentendo  che il potere gli sfugge vuole affermare la sua potenza  con un impossibile superamento di sé: vuole essere il solo a conoscere l’avvenire, il solo a cercarlo e possibilmente il solo a poterlo condizionare. Ordina quindi alle sue guardie di uccidere tutti gli indovini del regno  perché crede di potersi assicurare  il controllo del  destino allontanando da sé la minaccia di essere spodestato. “quand je serai seul à savoir l’avenir, je crois que je pourrai le changer”[14].

Il dramma inizia presentando i demoni che concertano la rovina  del re che in quel momento aspetta ansioso  la notizia dell’avvenuta strage dei negromanti . Si assiste alla lotta tra la volontà già vacillante di  Saul e una debolezza psicologica  che lo rende incapace di agire, oppresso da quella che Gide chiama “fatalité intérieure”[15]  che  annienta  ogni velleità di mutamento e affretta il decadimento in cui viene trascinato.

Saul è anche tormentato da un’altra angoscia: quella del silenzio di Dio perché vorrebbe credere, vorrebbe pregare, ma Dio tace,  si è  allontanato da lui. La preghiera non porta a Saul né conforto né consolazione e questo abbandono crea in lui un conflitto: da un lato è incatenato al passato, a quell’unzione che ha ricevuto da Dio che però vorrebbe cancellare insieme all’ esperienze passate, mentre vorrebbe avere solo un avvenire da controllare e da indirizzare secondo i propri desideri. Cerca infatti di affrancarsi da Dio e dalla religione ma è già dipendente e vittima dei demoni che lo conducono nel loro vortice infernale.

Infatti Saul è dominato dalle sue fantasie,  si concede a ogni vizio, come confessa appena entrato in scena:” Mes sens sont ouverts au de hors et rien de doux ne passe inaperçu de moi”[16] . E’ molto attratto sessualmente  da Davide fino a quando intuisce che sarà il suo successore ed allora inizia, suo malgrado, a perseguitarlo. Vorrebbe vivere, crede di vivere secondo la propria legge, ma il volere di Dio ha già tracciato il suo destino ed è preso al laccio dalle sue contraddizioni e dalla sua follia.

Complessità  che offre all’eroe una grandezza tragica perché Gide cerca di renderlo “admirable” anche nella follia. Questo intreccio di forze complesse assicura alla pièce “son côté grave et terrible”[17]  infatti Gide avrà sempre la consapevolezza di aver creato con Saul, non soltanto una figura inedita, ma anche un personaggio sublime che considererà sempre particolarmente difficile da recitare e personaggio a rischio in quanto figura centrale di un testo teatrale oppresso dalla “complexité inestricable des émotions plus encore que leur multiplicité”[18].

Meno elaborate sono le  personalità degli altri personaggi: Davide è descritto come un ragazzino di rara bellezza  che tutti  desiderano e  chiamano  affettuosamente Daoud, spaventato dall’ombrosità di Saul ha però il coraggio di opporglisi quando questi vuole conoscere la sua vita privata, dicendogli: “Votre droit ne va plus loin que votre pouvoir” [19]. E’ assolutamente indifferente alla sua unzione reale  e cerca in ogni modo di sfuggire alla vita di corte di cui apprezza solo Gionata, personaggio diverso da quello biblico, completamente riscritto da Gide come  un debole virgulto reale incapace sia nel governo del paese sia in guerra. Giovinetto dolce e remissivo,  di animo poco virile, Gionata ama appassionatamente David che lo ricambia dello stesso sentimento. Sono questi reiterati motivi di stampo omosessuale che al momento della prima messinscena hanno  irritato parte della critica e  del pubblico  presente in sala.

Il personaggio del gran sacerdote è descritto come legato al potere da interessi e ambizioni personali che si  presta  di  buon grado   alle  trame e agli intrighi della regina. Anche il personaggio della regina è poco originale , ma è inventato completamente da Gide che  l’ha descritto come  una moglie delusa, recriminante ed acida  che sorveglia e guida le deboli azioni del marito che alla fine, come si è detto, annoiato, la uccide.

Nelle opere teatrali che Gide ha scritto campeggia sempre una figura eroica di grande intensità caratterizzata da un forte conflitto interiore, tratta dal mito o dalla storia, che mette in ombra tutti gli altri personaggi  tentando di  superare  se  stessa e i limiti posti dalla natura umana.

Le opere drammatiche, come del resto le opere narrative o poetiche, evidenziano le ragioni segrete che spingono Gide  a scrivere opere tanto complesse, cioè  il  bisogno di vincere le  inquietudini  della sua anima esibendole in forma dialettica per cercare una sorta di azione terapeutica, di “purgation morale”[20], come scrive Jean Claude nel bel saggio sul teatro dell’ autore:

En écrivant  Saül, Gide s’est protégé d’une éthique  de la dispersion qui avait été un temps la sienne, dont il avait perçu les dangers et les pièges. [21]

Per questa ragione Gide scriverà a Mauriac a proposito del Saül :” Je n’ai jamais écrit rien de plus moral que cette pièce; je veux dire de plus monitoire”[22] . Infatti nelle sue opere l’autore è presente non soltanto come organizzatore dell’universo drammatico, ma aspira a proporsi come coscienza critica della società del suo tempo. Come spiega nel Journal:

Ce n’est pas l’émotion qui m’importe et que je cherche à obtenir: c’est à votre intelligence que je m’adresse. Je me propose, non de vous faire frémir ou pleurer, mais de vous faire réfléchir. [23]

Dalla corrispondenza  di Gide a vari amici si rileva quanto questo scrittore  tenesse a far rappresentare Saül prima sperando di aver accesso ai teatri più importanti di Parigi, ripiegando infine  in un ambito più sperimentale come quello dell’amico e ammiratore  Jacque Copeau che allora era alle sue prime esperienze al Vieux-Colombier.

Saül sarà infatti messo in scena dopo lunghe concertazioni tra l’autore e il regista, il 16 giugno 1922 al Vieux- Colombier da Jacques Copeau, che allora non era ancora considerato  il geniale innovatore  teatrale che i posteri ammireranno.  Jacques Copeau  interpretava   Saul,  ma la sua recitazione non convinceva completamente Gide  che  infatti scriveva nei Cahiers:

Copeau change totalement le ton de la pièce; il fait de Saül un gâteux , un    vieillard libidineux: tout le côté moral du drame est escamoté.[24]

Visto il prestigio che poi avrebbe ottenuto Jacque Copeau come regista e come interprete sembrerebbero i capricci di un autore troppo esigente e alieno dalle dinamiche del teatro, se anche Jouvet, che sosteneva il ruolo del gran sacerdote nello stesso spettacolo, non avesse confessato a Martin du Gard che:

Copeau est déclamatoire – mais le rôle est invraisemblablement difficile: j’admire la force et le courage qu’il déploie pour entreprendre un tel travail[25].

In quell’  occasione la  critica, salvo pochi  giornalisti ostili, ha insistito nel valorizzare le qualità letterarie del Saül sottolineando anche l’importanza dell’interpretazione data da Jacques Copeau nel ruolo del protagonista, ma considerava  lo spettacolo soprattutto come “un impeccabile exercice littéraire”[26], infatti malgrado la loro amicizia, l’ autore  e il regista-protagonista non si erano intesi e Gide non faceva mistero che avrebbe voluto per Saül una  diversa recitazione e un altro interprete vale a dire quel de Max a cui la pièce è dedicata.

La sensibilità di Gide è profondamente colpita da  quel successo parziale rimuginando soprattutto gli elementi negativi come l’autore racconta in un’intervista del 1929 ad André Lang:

Quand Copeau a monté Saül, j’avais des idées de théâtre: Je voulais écrire plusieurs pieces. Mais l’insuccès fut si net, si complet, si effarant, que je n’insistai pas. Si Saül avait réussi, qui sait! Je ne me serais peut-etre plus occupé que de théâtre[27].

Al momento di pubblicare la pièce in un’edizione limitata fuori commercio per il “Mercure de France” Gide scrive a Henri Ghéon di essersi messo modestamente “à l’abri de la Bible” anche se poi aggiunge “à le rélire Saül me paraît bon, très tragique et assez savoureux  par endroits- mais enfantin”[28].

Lo scrittore, in seguito dirà a più riprese che Saül era una delle cose migliori che avesse scritto  restando sempre persuaso delle qualità spettacolari della sua prima tragedia se ancora nel 1949 confiderà a Jean Amrouche. “ Je crois que Saül est une chose à  dècouvrir….Je continue à croire que bien interprétée, elle est scénique[29].

Come è evidente anche da questi brevi cenni, Gide ha utilizzato il genere drammatico con estrema libertà non volendo essere condizionato né dal mito, né dal palcoscenico, né dai modelli letterari preesistenti, rifiutando ogni forma di realismo, sempre alla ricerca di quella scintilla di grandezza che si nasconde nell’animo di ogni uomo e che lui ha cercato di liberare e far risplendere in ogni forma letteraria, in particolare nelle sue opere teatrali.

 

Mariangela Mazzocchi Doglio

Professore ordinario di Storia del teatro francese

Università degli Studi di Milano

BIBLIOGRAFIA

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J.VILAR, Notes  sur  Oedipe, “Revue d’histoire du théâtre”, 1951, III.


[1] LALOU 1970 :43.

[2] Ibidem.

[3] GIDE 1954:1166.

[4] HEYD 1952: 10

[5] VILAR 1951: 268.

[6] SURER 1969: 244.

[7] MOUTOTE 1980 : 102-103.

[8] KEMP 1947 : 238.

[9]MAURIAC 1951 : 217.

[10] GIDE 1954 : 232.

[11] GIDE 1954 : 550 – 552.

[12] GIDE  1954 :  126  (Journal , février 1902).

[13] GIDE  1942 :  143 –  Saül V – 3.

[14]GIDE 1942 : 16 –  Saül  I, 2.

[15] GIDE  1948 : 127.

[16] GIDE  1942 : 16 – Saül  I, 2 .

[17] GIDE  1977 : 125.

[18] GIDE  1954 : 100 – Les Cahiers d’ André Walter.

[19] GIDE  1942 : 51 –  Saül  II, 6.

[20] GIDE  1967 :  87.

[21] CLAUDE  1992 : 297.

[22] Ibidem.

[23] GIDE 1954 : 1151- Journal 1889-1939.

[24] GIDE  1977 : 124 –  Les Cahiers de la petite Dame I.

[25] Ibidem, p.364.

[26] Ibidem, p.365.

[27] GIDE  1977: 63 – Intervierw.

[28] GIDE 1967 : 517 –  Correspondance.

[29]  MARTY  1987 : 187.

FORSE RENZI SPIANERA’ LA VIA AL GRANDE RIFORMATORE DEL FUTURO

Oltre che strumenti democratici sbagliati, i nostri partiti sono bande di usurpatori, sono gli appaltatori ladri del peggiore sistema politico d’Occidente; e da noi la cleptodemocrazia elettorale è impostura più grave che altrove. Tuttavia, a conti fatti, il Partito Democratico è meno stomachevole e porcino del Pdl. Potenzialmente il Pd rappresenta la maggioranza sociologica. Però è gestito da una gerontocrazia conservatrice, prigioniera di un retaggio detestato (il PCI), tramortita da una successione di sconfitte, inebetita dalle consuetudini e dalle assuefazioni.

Quando si alzò lo sfidante Matteo Renzi con la proposta brutalmente geniale di rottamare i gerontocrati, fu subito evidente che se il Pd avesse accettato, affidandosi a lui, avrebbe vinto le elezioni. Invece prevalsero le cariatidi, i registi dell’insipiente settarismo di una base senile. Da qualche mese il partito della maggior parte degli italiani è stato ridotto dal Colle all’umiliazione di puntellare un appalto governativo controllato dai plutocrati dell’One per Cent.

Che dobbiamo aspettarci, oggi che esistono le condizioni per la rivincita del Rottamatore? Quando avrà sgominato o almeno giubilato i vecchi gruppi di potere -i D’Alema, i Napolitano, i Bersani, gli Epifani, le Finocchiaro e le Sereni- verosimilmente Renzi andrà al governo. Se attuerà il programma fatto balenare, o meglio se non sorprenderà andando ben oltre quel programma, egli non risulterà il Demolitore/Ricostruttore che il Paese attende per guarire. Però ne sarà il Precursore: e anche così farà opera storica. Spianerà la strada a Uno più grande di lui.

A leggere il programma di Renzi, nell’inadeguata formulazione che conosciamo, sembra giusto definirlo un grosso piano di sgombero di cose rotte, tarlate e inutili, non un progetto di audace costruzione. Però, se realizzato, un piano importante, anzi dirompente. Sarà uno sbarco di garibaldini che almeno abbattono il Regno del Borbone.

Renzi non promette la Città Futura, ma cose grosse per il presente o per l’avvenire vicino. Intanto, in linea di massima, cancellare le eredità e le tradizioni: testi, bandiere, parole d’ordine, mobilitazioni, glorie, pseudo-glorie come la Resistenza sicaria, le iperconquiste sindacali che producono desertificazione. Renzi sostiene che rifiuterà le battaglie di retroguardia; che trasformerà un partito di ‘compagni’ in un’aggregazione della gente quale è, quasi del tutto indifferente alle nostalgie e ai tic di sinistra. Un secolo e mezzo abbondante di lotta politica, non solo in Italia of course, avendo dimostrato che il sinistrismo è velleità, Renzi incoraggerà l’ala passatista ad abbandonare il Pd. In cambio affluiranno gli ampi consensi che finora, andando alla Circe di Arcore, hanno reso immobile la politica dello Stivale.

Solo così verranno le cose annunciate dal sindaco di Firenze e da altri innovatori. Il Nostro promette -piuttosto vagamente- di mettere fine al bicameralismo perfetto, al finanziamento pubblico dei partiti e delle loro testate; di abolire o almeno ridimensionare le province; di vendere quelle proprietà pubbliche che costano invece di fruttare; di “ridurre l’intermediazione politica delle risorse collettive”; di sfoltire i ruoli dirigenziali del pubblico impiego; di portare  dal 12 al 40 per cento la quota dei bambini negli asili pubblici; di introdurre liberalizzazioni che facciano scendere le tariffe;  di combattere le rendite di posizione; altre cose moderatamente virtuose.

Sono razionalizzazioni che figurano bene in qualsiasi programma liberal-sociale dei nostri tempi. La condizione perché, nei loro limiti, si attuino è che le sinistre all’antica e le burocrazie partitiche catafratte vengano messe fuori gioco, l’ala sinistrista confinata  nell’irrilevanza di una o più frange lunatiche. Questa sarà, forse, la missione del Renzi precursore di Colui che ingaggerà le battaglie grosse: colpire sul serio la proprietà, i poteri forti, il turbocapitalismo, i redditi esorbitanti dei manager anche della mano pubblica, degli alti burocrati e dei parassiti d’alto bordo; abbattere i costi tradizionali dei poteri classisti, cioè indifferenti all’equità;: aggredire gli eccessi e le deviazioni del mercato e dell’impianto individualistico della società; azzerare le spese militari e diplomatiche; guidare la transizione verso la crescita zero e la protezione dell’ambiente; combattere il consumismo fomentato dal capitale; avviare il passaggio dal parlamentarismo tossico a questa o quella formula di democrazia diretta. In sostanza saranno le battaglie egualitarie oggi propugnate a chiacchiere dalla Gauche: ma le condurrà un Riformatore dalle mani forti, la mente e il cuore sgombri da legami ideologici.  Se non cancellerà il passatismo che blocca il Pd, Renzi sarà sprecato.

Se prevarrà, se spianerà la strada al Riformatore, il Nostro risulterà un protagonista storico del tipo di papa Bergoglio: non il pontefice rivoluzionario che la Chiesa anzi il mondo meritano, ma il Battista che apre le vie del Signore.

A.M.C.

ROTTAMARE TUTTI NON BASTERA’ IL PD SI LIBERI DI CAPALBIO

Nel versare il secchio della carta nel cassonetto ad hoc mi cade l’occhio su ‘Venerdì di Repubblica’, luglio di quest’anno. Cover story: “Ultima spiaggia a sinistra”. Recupero prontamente il rotocalco: una lagna similsinistrista in più non guasta, anzi favorisce la salivazione.

Apprendo che “Ultima Spiaggia” è anche il nome dello stabilimento balneare di Capalbio, il litorale prediletto dalle Prominenzen ex-comuniste ed equiparate. Capalbio è la risposta progressista al vicino lussuoso Argentario e “da 33 anni la sede della più grande transumanza estiva della sinistra intellettuale italiana”. Oggi in testa alle Prominenzen è probabilmente il pittoresco Stefano Rodotà.

Dall’occhiello leggo: non è certo che “tutti i sogni di gloria del Pd si sono sgretolati”; e che permangono “i mitici ozi capalbiesi della crema della sinistra”. Enrico Deaglio, autore del reportage principale, la mette così: “Quando la sinistra riesce a perdere le elezioni che aveva in saccoccia; quando il Pd si fa umiliare da Beppe Grillo; quando il Pd  governa pappa e ciccia con Berlusconi, beh si può vederla in due modi: 1) la sinistra italiana è arrivata all’ultima spiaggia  2) è al potere, appagata. Quale delle due?”.

Deaglio fornisce a sfottere l’attesa risposta: “Le mie impressioni, dopo una puntata a Capalbio, è (sic) che la sinistra in Italia stia molto meglio di quanto si pensi. Certo, le idee che circolano sono un po’ datate, ma non tutte. Per esempio si è, finora, impedita la costruzione di una stupida autostrada; per esempio due cineasti cosmopoliti hanno convinto i gestori di un ristorante a cambiare ogni volta l’olio quando preparano il fritto di calamari e gamberi”. Altro tocco di malizia: “Venire a Capalbio è come fare un salto nel salotto della zia marxista”

Scherzi a parte, il cognato della ex-ministra Fornero non vuole alimentare illusioni nel popolo della primarie: “Insomma questa zona mi è sembrata un buon pezzo d’Italia civile. La politica però è un’altra cosa”.

Qualche paragrafo prima ha infierito: “Ai tempi in cui un terzo degli italiani votavano per il Pci, l’ultimo segretario Achille Ochetto combinò un disastro. Si lasciò convincere da una famosa fotografa a scambiare un bacio sulla bocca, nella sua dacia qui, con una molto bella Aureliana Alberici, sua legittima consorte e parlamentare del Pci” (parlamentare come la Jotti di Togliatti, aggiungiamo noi, come Teresa Noce di Luigi Longo, come -obbligatoriamente- molte altre consorti di compagni di rango). Continua Deaglio: “Ci furono elezioni subito dopo e il Pci perse un sacco di voti. Si disse che quel bacio evocava depravazione e mollezze borghesi”.

Richiamare il bacio balneare è qualcosa di più che onestà intellettuale. E’ andare al  cuore del problema. La sinistra perde colpi, il marxismo è morto perché da noi sono come sono: implausibili; insinceri cioè lontani dalla gente; finti votati al sociale; una pochade elaborata a Capalbio: anche ora che il mattatore di quella spiaggia non è più il latin lover della Bolognina.

A fine agosto i sondaggisti danno possibile, alcuni probabile, una prossima vittoria elettorale del Pdl: benché posseduto da un pluricondannato lubrico, capelli falsi nero corvino e gridi di battaglia ancora una volta calcistici (“Forza Italia di nuovo in campo”), ossia plebei da stomacare la plebe onesta. E’ giocoforza concludere che, se i sondaggisti non sono usciti di senno, lo Stivale accetta tutto, persino il Senilcavaliere, persino un giorno il ritorno del papa-re, pur di sfuggire all’alternativa di queste sinistre. Ergo i politici di Capalbio, specie se innestati all’intellettuale (“ti indicano ancora l’ombrellone di Napolitano, neanche tanto tempo fa”) devono sparire tutti fino all’ultimo.

Non solo. Il Pd deve fare l’outing definitivo: dissociarsi da Gramsci, dall’operaismo, dalle glorie partigiane, dallo sviluppo, dall’idolatria del Pil, dall’atlantismo Prodi-D’Alema- Napolitano, dal rodo-boldrinismo.

In più deve disfarsi di Capalbio. Sul piano immobiliare si è valorizzato in grande. Lo si venda, ora che i tesserati, spesso sfigati e/o pensionati, scarseggiano di cash; e ora che il finanziamento pubblico tende a scemare. Il Nazzareno farebbe un figurone a rinunziarvi. In ogni caso  dovrà disfarsi di Capalbio se vorrà competere con la calciopolitica del risessualizzato Voronoff.

Porfirio 

IL CAV RINGRAZIA MORANINO E ALTRI ASSASSINI DEL PCI

Ci si arrovella a cercare di capire perché la maggioranza sociologica non riesce a darla vinta a una grande forza riformista; e perché un mezzo mostro come il pluricondannato di Arcore resta al centro del processo politico e potrebbe vincere ancora. Per rispondere con meno fatica basterebbe riandare a fatti emblematici quali i crimini del partigiano Francesco Moranino, nome di battaglia ‘Gemisto’. Partigiano è dire poco: fu comandante della 50^ brigata Garibaldi, commissario politico della 12^ divisione ‘Nedo’, deputato comunista alla Costituente, infine senatore.

Dieci anni dopo la Liberazione la magistratura  condannò Moranino all’ergastolo per sette omicidi. Aveva messo a morte altrettanti partigiani facenti capo agli Alleati invece che a Mosca. Una condanna in contumacia perché Moranino era riparato al di là della Cortina di ferro, in Cecoslovacchia. Nel 1958 il capo dello Stato Gronchi fu convinto dalla logica partitocratica a commutare la pena in 10 anni di reclusione. Nel 1965 il presidente Saragat, nella stessa logica di Gronchi,  aggiunse la grazia. Moranino, nel frattempo fatto direttore dell’emittente propagandistica Radio Praga, rifiutò di tornare in Italia (dove lo attendevano i congiunti degli assassinati, nonché una vasta esecrazione), finché non fu ‘mondato’ da un’amnistia. Prontamente il PCI e il suo satellite PSIUP lo fecero eleggere senatore a Vercelli.

Parlamentare macellaio, come non pochi figuri della resistenza comunista. Rosario Bentivegna, che non consegnandosi dopo aver compiuto l’attentato di via Rasella provocò la strage delle Fosse Ardeatine, fu considerato a sinistra un eroe invece che un vigliacco.

Chiamiamo feroci, e feroci furono, le rappresaglie germaniche, ma altrettanto feroci furono gli attentati partigiani che quelle rappresaglie provocarono. La morte degli ostaggi innocanti fu decisa con pari disprezzo dai comandanti tedeschi e da quelli partigiani. Dietro i primi c’erano i carnefici di Hitler, dietro i secondi c’erano soprattutto i dirigenti del PCI, destinati ad ascendere alle vette del potere. Gli assassinii di Maranino come l’atto ‘di guerra’ di via Rasella sono microcosmo degli stermini di Stalin, quelli che quasi riabilitarono Hitler.

Però il Paese non dimentica più, così come non dimenticano gli altri popoli che conobbero le efferatezze del Maquis, oppure vissero il ‘socialismo realizzato’. Il comunismo, ripudiato nel mondo intero, è oggetto di un odio assoluto e retroattivo. Anche le sue opere positive sembrano destinate a un rancore implacabile, persino eccessivo.

A questo punto non ha senso chiedersi perchè Berlusconi, perché i circoli che nel mondo prosperano sulla vendetta anticomunista. I Marx, i Liebknecht, i Gramsci e altri progenitori additarono traguardi discutibili ma legittimi. I loro eredi, vicini a noi, resero certa e disonorevole la sconfitta della Causa.

Hanno avuto un bel rinnegare la durezza bolscevico-partigiana e lo stalinismo i Berlinguer, gli Ochetto, i Veltroni, i D’Alema, i Napolitano

(gli ultimi due si sono persino convertiti all’atlantismo ossia alla milizia ultracapitalista). Lo Stivale non li perdona. Pur di vendicare le vittime di Maranino, di Bentivegna, di altri sicari del gappismo,  un terzo, forse più, degli italiani adorano un Satana da dozzina, domiciliato ad Arcore invece che a Regina Coeli.

A.M.C.

SE BERGOGLIO VORRA’ ANDARE OLTRE IL MESTIERE DI PAPA

Piero Ostellino, già direttore del Corriere della Sera, ha così giustificato la propria deplorazione nei confronti di papa Bergoglio che si faceva fotografare nel salire sull’aereo (per il Brasile) con una valigetta in mano: “Egli è il rappresentante di Dio sulla terra”. L’implicazione, pedestre: la valigetta doveva portarla un valletto, non un sovrano. Peraltro, su quello stesso aereo, volo di ritorno, il papa ha articolato l’interrogativo teologico più forte su venti secoli di storia della Chiesa: “Chi sono io per giudicare?”

Colui che formula questo dubbio retorico, di fatto si dichiara disponibile per le avventure più audaci, per le revisioni più laceranti. “Chi sono io” è uno statement, un’asserzione universale. Si rassegni Ostellino: non solo il Pontifex maximus potrà squarciare altri veli che ancora coprono oggetti e concetti sacri; ma potrà avviare la revisione globale delle certezze, cattoliche e non. Forse, dicasi forse, Bergoglio sarà il Papa Rivoluzionario  che ‘Internauta’ invocava nel suo primo numero. Se passerà dai gesti simbolici -che lo hanno proiettato come il personaggio pubblico più importante del mondo- agli atti concreti, egli risulterà non solo guida e maestro di credenti e miscredenti di ogni convinzione, ma anche il maggiore capo politico del pianeta. Al suo confronto sfigureranno tutti gli Obama, i Putin e gli altri nanocondottieri di popoli: sempre che egli muova dagli atteggiamenti e dai contegni, finora prevalentemente felici, persino magistrali, alle opere vere e telluriche.

Muovere dagli additamenti e dalle esortazioni alla concreta dismissione dei Palazzi apostolici, a beneficio del mondo povero. Dalle affermazioni di discontinuità al ripudio fisico di Roma quale sede e quale retaggio di nequizia. Dalla predilezione sua personale per il convento di Santa Marta al trasferimento della Curia intera, a cardinali resi straccioni, in uno dei molti monasteri rimasti senza monaci. Dagli elogi della frugalità all’aspra riduzione all’essenziale degli apparati: anche di quelli liturgici. Dalle prese di posizione audaci però innocue, alla specifica sconfessione degli aspetti deteriori della tradizione clericale e romana. Dalle mere invocazioni al bene all’estromissione dalla patria cristiana di quei ricchi il cui esercizio della carità si esprime nel donare ai mendicanti le briciole del banchetto. Dalla proclamazione di nuovi santi nel nome di miracoli dubbi alla valorizzazione degli umili eroismi del volontariato.

Se compirà queste ed altre opere di rivoluzione fattiva, Francesco si troverà investito di una missione senza precedenti nella storia. La missione di creare valori e ideali nuovi, di operare la sintesi tra sacerdozio e civiltà, al contempo prendendo la guida di molti popoli al posto di statisti, politici e ideologi precipitati al nadir del discredito. Anche gli atei sono consapevoli che, spentesi nel disonore tutte le dottrine della modernità, cominciando dal comunismo e dal capitalismo/consumismo, il cristianesimo e altre grandi religioni  sono rimaste sole a suscitare slanci e speranze. La laicità non produce aneliti. In ogni caso la laicità non possiede un condottiero conosciuto in ogni angolo della terra.

“Mi agonìa, mi lucha por el cristianismo, la agonìa del cristianismo en mì, su muerte y su resurrécciòn en cada momento de mi vita intima”, così Miguel de Unamuno definiva la vicenda sua e del suo tempo. Dopo secoli di nichilismo l’Occidente ha bisogno di darsi una civiltà e  un’etica migliori. Ha bisogno di reinventarsi, rigenerandosi. Un papa rivoluzionario quale Bergoglio potrebbe diventare se stordisse il mondo, sarebbe sia conduttore delle coscienze, sia capo politico e guida per l’azione: al di sopra di ogni altro uomo. Come Lutero, più ancora come Maometto, il quale creò per il futuro una fede, una civiltà e un impero.

l’Ussita

I GIORNALISTI DIVINIZZARONO IL DUCE ANCHE A NOME DEI COLLEGHI D’OGGI

“Tra il 1925 e il ’40 gli italiani furono, se non proprio fascisti, quasi tutti mussoliniani. Fu necessaria la tragedia di una guerra perduta per trasformare il Duce d’Italia, fino allora potente come un monarca e infallibile come un papa, nel cav. Benito Mussolini. Non erano le cartoline precetto, come piace lasciar credere oggi, a radunare in piazza le folle oceaniche. Il fascismo e il mussolinismo affondavano le radici in un humus profondo”.

Dino Biondi, professionista di lungo corso della carta stampata, premetteva queste  righe a un suo volume La fabbrica del Duce, ed. Vallecchi, di cui il francese Jean-Francois Revel scrisse: “Non avevo mai letto prima un libro che restituisse così bene il clima eroicomico, un po’ folle, così misteriosamente buffo e grandioso, che ha caratterizzato l’era mussoliniana”. E nella loro Storia del fascismo Salvatorelli e Mira rilevarono che l’esaltazione del Duce “non era tutta finzione e adulazione, ma rispondeva a un’effettiva infatuazione popolare”.

Noi qui cogliamo, dalla vasta congerie di articoli della stampa nazionale raccolta da Biondi, alcune citazioni sintomatiche dell’idolatria mussoliniana. Lo facciamo per ricordare alle grandi firme democratiche d’oggi quello che avrebbero scritto se fossero vissute nell’Era Fascista. E quello che scriveranno il giorno che un altro duce potrà prendere il potere, applaudissimo dalla maggior parte della nazione, stanca fradicia della democleptocrazia. Coll’occasione richiamiamo il fatto che il 29 marzo 1911 il Corriere della Sera, a firma Luigi Einaudi, aveva auspicato “nuovi selvaggi da mettere al posto dell’attuale degenere classe politica”. Più di un secolo dopo, i ‘selvaggi’ non ci servonovolte di più?

In occasione del trasferimento del Duce a palazzo Venezia, il Corriere della Sera così descrisse una giornata del Nume: “Dalle 9 del mattino alle 24 Egli lavora, e porta nel lavoro il fervore della sua fede e il segno del suo genio, che ha messo al servizio della Patria. Il  Duce  legge tutto. Non v’è pubblicazione, italiana o estera, che non conosca; non v’è movimento politico o letterario che non segua; non v’è articolo o semplice notizia di cronaca che gli possa sfuggire. Tutto il mondo gli appare, inquadrato nella potenza irresistibile del suo genio. A un gerarca ha detto: “Non sai che leggo ogni giorno 350 quotidiani?”.

Il 7 novembre 1938 il sommo Corriere della Sera pubblica il reportage di una visita del DUCE (da tempo per Lui meglio usare le maiuscole), firmato Guido Piovene: “Questo è il racconto di un’apparizione di Mussolini, fulminea come tutto quello che è suo. Si pensa con sgomento a Mussolini solo, in un luogo qualunque ignaro della sua presenza, e vede che tutto parla di lui, tutto è storia sua, mito suo. Dai muri gli parla un suo detto, con la sua firma imperiale; lo incita la sua parola di un momento fatale. Credo che il DUCE, vedendo come l’Italia sia piena della sua opera tangibile e porti scritto da lui tutto il proprio futuro, debba provare travaglio più che riposo, quasi sopraffatto dalla propria grandezza”. In un’altra occasione Piovene scriverà che “Mussolini è più prossimo a Pascal che a Mazzarino” e che “la sostanza  dell’uomo e la sua politica sono sempre poesia”.

Il 22 novembre 1942, quando la guerra si mette al peggio, il Corriere della Sera deplora i cuori deboli che si sfilano il distintivo: “Anche in tempi normali il distintivo del Partito Nazionale Fascista va considerato quale segno di ferma opinione politica; ma oggi, in modo particolare, esprime tutti i migliori sentimenti del cittadino italiano e fascista. Eppure v’ha taluno che non sente questo orgoglio e toglie dall’occhiello questa piccola e pur così grande insegna di una fede!”.

Pochi mese dopo arriva il 25 luglio e il popolo compatto, guidato dalla grande stampa e dagli intellettuali alla Piovene (solo un pugno di professori aveva declinato di giurare al Regime) si ricrede sul DUCE. Nel Ventennio quegli intellettuali non hanno smesso un istante di agognare libertà e democrazia. I migliori, capeggiati da Togliatti e in sott’ordine da Giorgio Napolitano, le hanno invocate e ricevute da Giuseppe Stalin.

Porfirio

CHE ITALIA TROVEREBBERO I VISITATORI ELITARI DEL PASSATO

La tradizione del viaggio in Italia, che connotò in modo moderno l’attrazione della Penisola sulla cultura transalpina, cominciò probabilmente nello scorcio del Seicento, con la lunga permanenza di studio da noi di Jean Mabillon, rinomato benedettino della parigina abbazia di Saint-Germain-des-Prés, a quel tempo la maggiore scuola di ricerca storica in Europa. In quello stesso 1685, anno dell’epocale revoca dell’editto di Nantes (seguirono la Notte di San Bartolomeo e  la strage degli ugonotti), venne lo scozzese Gilbert Burnet di Cambridge, futuro vescovo di Salisbury. In patria si era scontrato con prelati, con ministri e con un sovrano per affermare una sua linea politico-religiosa, intesa soprattutto ad avvicinare anglicani e presbiteriani nel comune impegno antipapista e ‘progressista’.

Le esplorazioni di intellettuali stranieri si moltiplicarono: Bernard de Montfaucon francese; l’olandese Georg Graef (Graevius), che in vent’anni pubblicò 44 volumi in folio; poi una schiera sempre più fitta di visitatori colti. Pietro III, giovane zar di Russia, cercò nell’Adriatico prima che in Olanda e che in Inghilterra i mastri e i marinai per la nascente flotta del suo impero. In più nel 1696 mandò in viaggio di apprendimento un grosso manipolo di nobili russi: 39 in Italia contro 22 in Olanda e in Inghilterra. Resteranno incisive le osservazioni sull’Italia di inglesi di rango come Joseph Addison e lord Shaftesbury.

Col Settecento il commercio intellettuale coll’Europa si intensifica al punto da perdere un po’ di rilievo. Quando nel 1799 il presidente De Brosses pubblica in volume le sue Lettres familiales sur l’Italie suscita interesse ma non scalpore. Il grande Montesquieu ha già impressionato l’Europa coi suoi pensieri sulla patria di Virgilio.

Se gli eletti spiriti fin qui evocati tornassero in Italia oggi, troverebbero un paese senza confronti meno povero e meno inerte, però smarrito, moralmente desolato come al loro tempo. La missione di Mabillon, 328  anni fa, trovò una classe dirigente prigioniera del sussiego, del formalismo, della fiacchezza, dell’indifferenza alle grandi questioni che appassionavano e sconvolgevano l’Europa. “On n’y pense qu’à campare (…) c’est a dire qu’à ce qui peut servir à s’avancer et à se mettre à son aise. Un habile homme est celui qui, comme disait un cardinal, sa camminare. Je ne sais pas, disait-il, ni la théologie ni l’histoire ecclésiastique, mais je sais vivre, et vivre à la cour”.

L’allora misero stato della nostra economia impressionava i viaggiatori.

“The richest countrey in Europe -scriveva Burnet, l’ecclesiastico scozzese- era in realtà “full of beggars”. Ma anche più grave era che “men of searching understanding, who have no other idea of the Christian religion but that which they see received among them, are naturally tempted to disbelieve”. Oltre a tutto, atei!

“Cotesta è una miserabile ed infingarda nazione, degna d’essere trattata come schiava, e ricolmata di opprobi e di sciagure” scriveva il cardinale Giulio Alberoni all’epoca del proprio tentativo di riconquistare la Penisola alla Spagna, che governava sotto Filippo V. Notava E. de Silhouette, personalità francese degli anni di Luigi XV, che “à la vertu, à la droiture, ont succédé la souplesse, la dissimulation, l’amour des voluptés et du repos”. Per esempio a Venezia “le Sénat contente le peuple en le laissant vivre dans l’oisiveté et dans la débauche”.

Tra il 1727 e il ’28 il barone di Montesquieu trova “une nation autrefois maitresse du monde, aujourd’hui esclave de toutes les autres”.  Eppure, notava il nostro storico Franco Venturi, “Italiam, Italiam” furono le ultime parole del suo capolavoro, L’Esprit des Loix.

Francesco Algarotti rivendicava che “dopo la comune barbarie d’Europa, gli italiani apriron gli occhi prima delle altre nazioni. Quando gli altri dormivano ancora, noi eravamo desti. Le altre nazioni dominano ora, noi dominammo un tempo”. Se quella di Algarotti fosse una ‘legge’ storica -osserviamo noi- non sarebbe verosimile che gli italiani si destassero di nuovo, e inventassero e sperimentassero nuove forme del vivere associato?

Però nei secoli XVII e XVIII, per gli altri europei così intensi, gli italiani “nutrivano un profondo desiderio di quiete e di conservazione. Contavano sull’astuzia, la manovra, le altre armi dei deboli e degli oppressi”.  Il cardinale Alberoni aggiungeva: “L’effeminatezza della nostra nazione è arrivata a un’infingardaggine troppo sporca, a essere oggi l’abbominazione di tutte le nazioni”.

Allora, che Italia troverebbero i dotti visitatori  di tre secoli fa? Straricca certamente, a confronto con quella che conobbero. Riempire la pancia tutti i giorni era l’anelito dei popolani d’allora. Possedere due seconde case con altrettante superflue cantinette è l’anelito dei lavoratori d’oggi. I vizi antichi sono rimasti. Al posto delle corti principesche che opprimevano lo Stivale -la peggiore era quella del papa-re, al Quirinale- abbiamo i partiti usurpatori e ladri, i poteri forti, le prevaricazioni della feudalità manageriale e quelle del sindacalismo, le combutte e gli amalgami tra ipercapitalismo e edonismo/consumismo. Abbiamo un gioco politico scellerato, oltre a tutto sopraffatto dagli interessi personali di un magnate vizioso, un gioco condizionato senza speranza  dal ricordo delle malazioni e del settarismo della sinistra di un tempo. A valle della condanna definitiva di Berlusconi al carcere c’è chi prevede una sua vittoria elettorale: tali sono il disgusto e la diffidenza che persistono nei confronti di tutte le varianti della sinistra. Tutto, persino Berlusconi, piuttosto che il sinistrismo e i suoi derivati.

La doppiezza, il cinismo, le cento turpitudini dell’Italia machiavellica, curialesca, lazzarona, incline a servire tutti i padroni, sono sempre tra noi. Il papa non è più il peggiore dei principi secolari; al contrario è teoricamente possibile che Bergoglio si faccia bonificatore di una nazione così a portata di mano, invece che della sola Curia romana e degli altri acquitrini della Chiesa:

Ma il Borbone regna ancora. Non più da Capodimonte ma dal Quirinale, una reggia costosa quale Obama non può permettersi. Se la permette un ex-notabile stalinista fattosi gestore della partitocrazia, del continuismo,  della proprietà, della sottomissione a Washington. Dal momento della caduta del governo Berlusconi, il Borbone ha ingaggiato un tecnocrate di chiara fama, col mandato di scongiurare la bancarotta dello Stato (o meglio, del regime che se ne impossessò nel 1945). Evitata, o forse allontanata, l’insolvenza coll’appesantimento fiscale di massa, si profilò la possibilità che la gestione dei tecnici risultasse stabilmente preferibile a quella dei cleptopolitici professionisti. Ergo il Borbone tolse al tecnocrate l’appoggio della partitocrazia da lui presieduta, e reinsediò quest’ultima.

Settant’anni dopo la caduta di Mussolini, la rigenerazione etica promessa dai suoi successori è un miraggio altrettanto lontano quanto la palingenesi invocata nei secoli da alcuni spiriti eletti. A livello morale, lo Stivale resta quello che muoveva a compassione, o a ludibrio, i viaggiatori del Re Sole e del secolo dei Lumi.

Milano, un tempo capitale morale, è decaduta a showroom della moda pederasta e della turbofinanza. Ha trascinato nel declino la Lombardia, ormai centoventottesima in Europa per competitività (la puntata sul denaro e sul lusso non ha pagato). Quasi ogni giorno nello Stivale un’impresa tenta di trasferirsi all’estero, di solito impedita dai carabinieri o dalla sopraffazione fisica delle maestranze. La Corte costituzionale proibisce di operare piccoli prelievi su pensioni 60 volte superiori a quelle minime, e ciò nel nome dei ‘diritti acquisiti’, una manomorta medievale che andrebbe cancellata ma è un pilastro del sistema Italia. Le retribuzioni dei vertici della burocrazia sono altrettanto scandalose quanto quelle dell’alto management privato. Oltre al primato della corruzione abbiamo quello delle spese di rappresentanza e di vanagloria (il Quirinale! la diplomazia da operetta!). Le spese militari e il vassallaggio agli USA si perpetuano sotto il governo di ex-comunisti come D’Alema e Napolitano, o di loro soci come Prodi e Letta. In breve, non c’è nequizia che venga risparmiata alla parkinsoniana d’Europa.

Nulla mai cambierà senza un fatto tellurico pari al sorgere di un Profeta che fece di alcune tribù beduine un nuovo impero e una nuova civiltà. Magari sarà un Profeta collettivo, forse annunciato da una successione di precursori.  I visitatori elitari prendano tempo prima di tornare in Italia.

l’Ussita