B.SPINELLI: SOMIGLIAMO A WEIMAR

Il 24 luglio 2013 ‘Repubblica’ recava un editoriale che le regole del pugilato definirebbero ‘peso mosca’ (sino a Kg.50,802) e una requisitoria di Barbara Spinelli, che rientrerebbe tra i medio-massimi (sino a Kg.79,276). L’editoriale peso mosca faceva rimpiangere d’averlo letto: non tanto perché firmato da Ezio Mauro, non un vero e proprio maitre-à-penser; piuttosto in quanto sinistramente intitolato LA VERA RIFORMA E’ ABOLIRE IL PORCELLUM. Di quanto poco si contenta il direttore della maggiore testata di regime! Ci occorrerebbe la pioggia di fuoco che cancellò Sodoma/Gomorra, e Mauro sogna i ritocchi che un giorno forse il disonorevole parlamento apporterà al congegno della frode elettorale. Mauro finge di non capire che non la legge elettorale, bensì le elezioni stesse, la Costituzione e i partiti andrebbero aboliti per bonificare il peggiore sistema politico d’Occidente. Abolite in pro di una delle formule, già ingegnerizzate nel Nord America e altrove, di democrazia diretta selettiva, liberata dall’impostura elettorale-legittimista.

“Se la stabilità diventa idolatria” si chiama la catilinaria di Barbara Spinelli contro le larghe intese. E’ irriguardosa nei confronti del presidente della Casta, il quale le ha imposte dal Colle. Tale irriverenza costituisce un titolo di merito: attenua l’inspiegabile imprudenza, meglio impudenza. di deplorare “chi non si fida degli Stati con Costituzioni nate dalla Resistenza”;  e di rimpiangere il “momento magico del Cln, della Costituzione repubblicana”: bizzarro rimpianto di un momento che il settantennio cleptocratico ha screditato all’estremo e per sempre:

Con qualche fondamento Barbara sostiene che le grandi coalizioni, le strane maggioranze “sono sempre state di ripiego, votate all’instabilità (…) In Germania le riforme decisive vennero fatte dalla sinistra o dalla destra quando governavano da sole. Furono labili e piene di disagio le coabitazioni francesi. Le unioni sacre immobilizzano la politica”. Tuttavia questa avversaria dell’immobilità avrebbe fatto meglio a indicare quale ‘mobilità’ vorrebbe: quella della foto di Vasto, cioè la promozione di Vendola a secondo console? quella che il maniaco dirittista Rodotà avrebbe scatenato dal Quirinale, luogo del vituperio? Perché no, l’avvento a capo della maggioranza di un esponente gay and lesbian, coronante una svolta persino più storica del portafoglio ministeriale di una oculista dimostratasi indifferente ai tracomi del Congo?

Invece Barbara fa benissimo a chiederci di ricordare la Grande Coalizione che fu tentata dalla repubblica di Weimar: essa sì la dimostrazione crudele dell’inanità della liberaldemocrazia di fronte

ai sentimenti e ai furori del popolo, quando a interpretarli sorga il Grande Demagogo. Gli anni 1928-30 , del governo socialdemocratici-destre-Zentrum- furono effettivamente  una fase “di tensioni indescrivibili che accelerarono la fine della democrazia. I nazisti non superavano il 2,6% dei voti nel ’28, nel ’30 raccolsero il 18,3%, nel ’33 il 43,9%. L’ultimo governo parlamentare di Weimar, diretto dal socialdemocratico Hermann Mueller, si infranse su scogli che riecheggiano i nostri in maniera impressionante: un’austerità dettata dai vincitori della Guerra mondiale, la disoccupazione, i vacillamenti sull’acquisto di costosi armamenti (la corazzata A), l’insanabile conflitto su tasse e sussidi ai senza lavoro: ecco i veleni che uccisero Weimar, e paiono riprodursi in Italia. A quel tempo, fuori dai palazzi del potere rumoreggiavano i nazisti sempre più tracotanti, i comunisti sempre più costretti da Mosca a imbozzolarsi nella separatezza. Il movimento di Grillo imita quell’imbozzolamento”.

Il riferimento al decesso di Weimar è sacrosanto. Con tanti politologi che ci affliggono, ci voleva una solitaria, una specie di laica Caterina da Siena, per farci ricordare. Oggi come allora il parlamentarismo muore, perché merita di morire. Oggi come allora le nozze Democrazia-Liberismo falliscono. C’è differenza tra il conato Letta-Napolitano e i conati Ebert, Rathenau, Cuno, Mueller, Braun, Schleicher, Bruening?

Questi personaggi furono annichiliti dallo sdegno di un grande popolo, sdegno purtroppo interpretato e messo a fuoco da un genio del male. La Weimar italiana, prigioniera del Pil e asservita a Washington più di quanto Erzberger e Rathenau -entrambi assassinati ‘per conto del popolo’- si fossero arresi alle imposizioni dei Vincitori del ’18- è minacciata dalla collera degli italiani, ormai vicina all’invincibilità.

Non è dato sapere se da noi sorgerà il Distruttore -magari non criminale come quello del 1933 ma efficiente, bonario e, nei primi anni, amato come quello di Spagna del 1923: quel Miguel Primo de Rivera che spazzò via, in poche ore e senza sparare un colpo, gli oligarchi di allora. Non erano peggiori, semmai meno ladri, dei nostri che usurpano dal 1945.

A.M.C.

UN SECOLO FA LA GRANDE GUERRA. BRUCIARE LE OSSA DI CHI LA DECISE

Di questi giorni cento anni fa, pochi mesi prima del regicidio di Serajevo, una dozzina tra i massimi statisti, ciascuno coi propri diplomatici e marescialli, preparavano un conflitto da dieci milioni di morti. I guerrafondai sommi Hitler, Stalin, Churchill, Roosevelt di un secolo fa si chiamavano Poincaré e Clemenceau francesi, Asquith inglese, lo zar Nicola II, un Kaiser tedesco e uno austriaco, un pugno di governanti-terroristi serbi. In un secondo tempo si sarebbero aggiunti alcuni guerrafondai di contorno, tipo Woodrow Wilson, gli italiani Salandra, Sonnino e V.E. di Savoia, o tipo i governanti romeni (nel loro piccolo questi ultimi fecero morire un buon trecentomila connazionali, ovviamente senza contare le vittime dei romeni).

Dal punto di vista dell’uomo individuo erano abiette le motivazioni patriottiche di tutti i grandi criminali menzionati e non. Poincarè, presidente della repubblica francese, intendeva riscattare la vergogna del 1870, quando Parigi invidiosa aveva voluto lo scontro con la Prussia e l’aveva perduto nell’ignominia; intendeva riconquistare l’Alsazia, terra di abitanti germanici che erano state aggiunte alla Francia dalle guerre del Re Sole. La WW1 uccise un milione e mezzo di francesi. Londra progettava il conflitto mondiale perché l’ascesa del Secondo Reich, unificato e fatto possente da Bismarck, minacciava i propri primati imperiali, navali, economici. Lo Zar, plagiato dai diplomatici Sazonov e Izvolski, da granduchesse e generali che i bolscevichi avrebbero sterminato, accettava l’olocausto per l’eterna cupidigia di sboccare sul Mediterraneo e di egemonizzare i Balcani. Per la verità, all’ultimo Nicola II intuì il baratro che si apriva per milioni di sudditi, per la monarchia, per se stesso e per un bel po’ di congiunti; ma non osò decapitare Sazonov e compagni, come avrebbero fatto i suoi padri. I bellicisti pietroburghesi ambivano alla futile estensione di un impero talmente immenso che si è sfasciato.

Il Kaiser di Berlino faceva l’espansionismo di tutti i tempi. Quello di Vienna tentava di dilazionare quella finis Austriae  che i suoi romanzieri e artisti presentivano da decenni. I mandanti del terrorismo serbo  si lusingavano di scimmiottare su scala microbalcanica le annessioni del Piemonte e i trionfi della Prussia. I sogni conquistatori del ‘sacro egoismo’ di Salandra & Sonnino ci sono familiari (nuovi possedimenti in Dalmazia, in  Africa, persino in Anatolia). A cose fatte l’inqualificabile Salandra si sarebbe lamentato di non avere ricevuto il premio di un titolo nobiliare.

Se le Nazioni Unite, inventate dal bellicista F.D.Roosevelt, non fossero inutili da sempre, dichiarerebbero criminali di guerra e nemici dell’umanità tutti gli statisti della vigilia di Serajevo. Dopo, le ossa degli sterminatori andrebbero disseppellite e bruciate, come nel Medioevo capitò a vari papi e antipapi, nonché a tanti eretici. Allora  l’infierire sui cadaveri obbediva a logiche di fazione. Bruciare le ossa dei grandi bellicisti di un secolo fa sanzionerebbe un principio nuovo: i governanti non hanno più il diritto di decidere la guerra. Al più possono ordinare le spedizioni tardo-coloniali fatte dai soli guerrieri di professione, sempre che i contribuenti concedano i fondi. Nei millenni si è ordinato ai popoli di morire e di uccidere per la Patria, per l’ideologia, per la religione. I roghi di ossa della Grande Vendetta farebbero ricordare il dovere di odiare i patriottismi da guerra. Odiarli  più fattivamente delle esclamazioni dei pacifisti.

A.M.C.

ORFANI A SINISTRA

Un po’ per l’attrazione del macabro, molto più per concederci dell’ilarità cioè del buon sangue, abbiamo riaperto un libro del ’68: René Viénet, Enragés et situationnistes dans le mouvement des occupations, ed. Gallimard. Sapendo come andarono a finire il Maggio francese e tutti indistintamente i conati gauchistes (=sinistristi all’occidentale) del pianeta, per umana compassione non infieriamo sugli sbaragliati. Riportiamo solo uno, molto dimesso, dei loro gridi di battaglia e di vittoria nei giorni allucinati tra l’11 e il 30 maggio 1968: “Dans les Bourses  d’Europe les capitalistes tremblent, les gérontocrates tournent les mots pour expliquer l’action des masses”.

Credevano di avere attivato il detonatore della Rivoluzione mondiale. Credevano di avere eccitato i proletari a sollevarsi, laddove i proletari aspiravano alla seconda casa e alla terza voiture  del nucleo familiare. In ogni caso si deliziavano dei parossismi vandalici e delle centinaia di fatti microinsurrezionali che umiliavano l’incarnazione dell’autorità, il monarca Charles de Gaulle. Trascriviamo solo alcune meste riflessioni di quando le fortezze che avevano eroicamente espugnato -l’Odeon, la Sorbona, le Beaux Arts, Nanterre- caddero.  Falliti presto i grandi scioperi politici delle fabbriche – Renault, Rhodiaceta, Citroen riaprirono il 17- fu giocoforza ammettere la disfatta. Ma si facevano coraggio con le  chimere:

“La France reste dans la chaine volcanique de la nouvelle géographie des révolutions. L’éruption révolutionnaire n’est pas venue d’une crise économique, mais elle a tout au contraire contribué à créer une situation de crise dans l’économie. Ce qui a été attaqué de front en Mai, c’est l’économie capitaliste développée fonctionnant  bien; mais cette économie, une fois perturbée par les forces négatives de son dépassement historique, doit fonctionner moins bien: elle en devient d’autant plus odieuse, et renforce ainsi  ‘le mauvais coté”, la lutte révolutionnaire qui la transforme. La théorie radicale a etée confirmée. Elle s’est immensément renforcée. Ici a eté allumé un brasier qui ne s’éteindra pas”.

Direte: bella forza sghignazzare 45 anni dopo. Prescindendo dal fatto che chi scrive sghignazzò in tempo reale (lo attestano quell’anno vari numeri di ‘Relazioni Internazionali’, il settimanale del milanese Istituto per gli studi di politica internazionale, nonchè numerosi scrittarelli in altre sedi), è reale l’imperativo di capire: la lezione della disfatta del ’68 è stata straordinariamente rafforzata, non indebolita, dal quasi mezzo secolo che è trascorso. La lezione, anzi la ‘legge’, impartita dalle cose è che, più le sinistre moderate credono d’essersi aperte prospettive (per avere respinto le frange lunatiche) e più l’assetto capitalista/consumista si rafforza. Perché si indebolisca occorre che tutte le sinistre, anche quelle ragionevoli, spariscano.

Perché? Perché, avendo ripudiato la rivoluzione, le ragionevoli credono di potersi permettere il fatuo progressismo ‘dei diritti’. E’ innocuo ma momentaneamente nocivo. Pur depotenziatosi da Zapatero a Rodotà e alla Boldrini, pur trascolorato dalla militanza alla petulanza, persino questo sinistrismo venuto da Lilliput e ridotto al ridicolo non cessa di antagonizzare i grandi numeri: la gente. Per dirne una, i fiori d’arancio homo.

Risultato, l’ordine costituito si rinsalda. I ricchi di oggi sono molto più ricchi dei loro padri e nonni. La loro condizione è più confortevole. E si fa sempre più impossibile -grazie in particolare alla Più Bella delle Costituzioni-  tassare gli yacht e i consumi d’alta  gamma, tagliare i costi delle istituzioni e quelli militari imposti da Washington, colpire le grandi fortune, le ricchezze ereditate, i diritti acquisiti, le retribuzioni, pensioni e liquidazioni da Sodoma/Gomorra. E’ sempre più faticoso  far avanzare la civiltà.

Più che mai allora si impone il ribaltamento integrale, ma le sinistre proteggono l’esistente. Tutto il nuovo che pensano, fallisce. Nessuna formula giacobina, sia essa girondina o montagnarda,funziona perché non esistono i leader, le idee-forza, i programmi. La politica che conosciamo muore. La salvezza verrà dalla non-politica.

La gente dovrà essere guadagnata coi fatti, non coi sillogismi, a desiderare le novità grosse. Certamente non sarà attratta dal bouleversement del ’68, meno che mai da quello della Comune parigina del 1871: centomila morti inutili, visto che dettero la vittoria a Thiers. Le corti marziali funzionavano ancora nel 1875. Fu molto più clemente Charles de Gaulle (altro grande sconfitto, però nobile. Si era illuso di realizzare la cogestion e la participation, ossia le cose serie che la vecchia politica credette di strozzare nella culla).

A.M.Calderazzi

LA SELF-DEGRADAZIONE DI SERGIO ROMANO

Spieghiamo più avanti perché Dante Alighieri prenderà male la risposta di Sergio Romano alla lettrice Nucci Ferrari. Aveva scritto, la signora: “Fa specie leggere dove e come ha scelto di vivere papa Francesco. Il nostro presidente, al confronto, vive come e più di un nababbo tra tappeti, arazzi, broccati. Ma perché? E quanto ci costa? Non potrebbe andare a stare in un alloggio meno sfarzoso, sia pure di rappresentanza? Così il Quirinale, invece di costare, renderebbe se fosse tutto visitabile da turisti a pagamento e senza le restrizioni per la sicurezza”.

L’ex ambasciatore S.R. ha aperto la sua replica con un’altera, severa riprovazione sia del grido di dolore della signora, sia del fatto che non pochi gli stanno scrivendo nello stesso senso (“abbiamo ricevuto lettere molto  somiglianti: fenomeno spesso dovuto ai virus mediatici che circolano sempre più frequentemente sulla rete”). Romano scandisce così l’assioma ‘è bene che il Quirinale resti il palazzo della Nazione’: è il luogo in cui il presidente dovrà svolgere le sue funzioni. “Lì sono gli uffici del segretariato generale. Lì riceve il presidente del Consiglio, i ministri, i parlamentari, gli ambasciatori, i capi di Stato e di governo stranieri, le associazioni, le scolaresche, le persone che gli permettono di restare quotidianamente in contatto coll’intero paese. Qui soprattutto tiene le consultazioni e conferisce l’incarico per la formazione del governo”.

E’ evidente, riconosciamo noi, che la vita si fermerebbe se i ricevimenti e i conferimenti si svolgessero in un luogo meno fastoso. Inoltre, ricorda Romano, “dovrebbe renderci orgogliosi il fatto che pochi altri palazzi contengono tra le loro mura pezzi così importanti di storia italiana. Che sia tuttora usato per fini istituzionali mi sembra uno straordinario simbolo di unità nazionale.” In effetti, chi potrebbe negare il debito che l’unità nazionale deve a papa Gregorio XIII, che nel 1574 ordinò di costruire il Quirinale? E’ a lui che si ispirò Pio IX quando, il 20 settembre 1870, offrì spontaneamente Roma al nostro Regno.

Tutto ciò premesso, non è facile trovare tante odiosità compresse nel piccolo spazio della risposta a Nucci. Sergio Romano era un’icona, il Primus tra i commentatori italiani. Lo era per essere stato storico di valore, benché ambasciatore. Con questo articoletto buttato giù distrattamente egli ha fatto la ‘gran  rinuncia’, come Celestino V. Da  papa degli opinionisti si è ridotto a poco più che  quirinalista, per di più diplomatico in pensione. Cos’altro pensare della sua pretesa che una Repubblica nata quasi partigiana mantenga in uso la reggia forse più costosa al mondo, perché l’Inquilino possa ricevere? Che obbligo ha un Paese di media categoria di dedicare ai ricevimenti 230 milioni l’anno, pagando tanti ciambellani, corazzieri, palafrenieri e lacché?

Nicola Petrovic-Niegos faceva il re del Montenegro in una villetta a Cettigne che disgusterebbe uno dei molti maggiordomi del Quirinale. Re Nicola, scarpa grossa e cervello fino, si intendeva di grande mondanità: sposò una figlia a un sovrano sabaudo di antica stirpe, un’altra al più importante dei granduchi di tutte le Russie. La reggia montenegrina era modesta perché il regno era modesto. Perché ospitare i nostri presidenti, non di rado mezze calzette, a livelli tanto superiori a quelli della Casa Bianca? La Bundesrepublik non avrebbe i mezzi per ‘Guardie del Presidente’ vestite come nei film? Una delle categorie festeggiate al Quirinale -gli ambasciatori, spesso autentiche nullità, avanzi di quando non esistevano i telefoni e gli SMS- meritano così pochi riguardi che un salone di prefettura basterebbe. Anche uno spazio da eventi promozionali.

Abbiamo visto che Romano ha tirato in ballo la storia: abitarono la reggia i papi e i Savoia; che lo facciano i Primi Cittadini “mi sembra uno straordinario simbolo di continuità nazionale”. In effetti, chi si sogna di negare il debito che l’Unità deve a papa Gregorio XIII, che nel 1574 ordinò la costruzione della Reggia? A Gregorio si ispirò Pio IX il 20 settembre 1870, quando donò spontaneamente Roma al Regno che unificava la Penisola.

Venendo da un ciambellano, da una guida  turistica o da un insegnante precario di educazione civica, il richiamo all’unità nazionale potrebbe passare. Invece uno storico non dovrebbe sorvolare sulle indegnità che furono la realtà del Papato quando eresse il Palazzo sui giardini dell’ascetico cardinale Ippolito d’Este, figlio di Lucrezia Borgia, ancora più ascetica.  Se la Reggia è così sproporzionata all’odierna nazione italiana è in quanto nacque per le estati di sovrani planetari, i quali pagavano il fasto col denaro ‘di Cristo’, cioè rubato ai poveri. Uno storico non ha il diritto di tacere sul disonore fatto marmi, broccati, arazzi e saloni da pontefici tra i peggiori in assoluto.  La continuità di cui Romano si compiace è continuità di vergogna. Il primo ad aborrire il fasto pontificio è certo papa Francesco, fortunatamente impedito dai bersaglieri di Porta Pia di villeggiare al Quirinale.

Come non concludere che il maggiore tra i commentatori ha deciso di autodegradarsi come Pietro da Morrone, quindi di meritare, oltre che il biasimo di Dante, quello dei lettori? Sergio Romano era il più prestigioso tra i commentatori italiani. Col sullodato articoletto ha fatto la gran rinuncia come Celestino V (questo spiega il biasimo dantesco). Da essere il principe degli opinionisti si è ridotto a poco più che un quirinalista. Cos’altro pensare della sua arringa, dovere una repubblica nata quasi partigiana mantenere in esercizio una reggia forse la più costosa al mondo, perché l’Inquilino possa ricevere in spocchia? Che obbligo ha un Paese di categoria intermedia di dedicare ai ricevimenti 230 milioni l’anno, pagando qualche migliaia di dipendenti?

P.S.-Romano sa che errare humanum, perseverare autem diabolicum (a proposito del Diavolo, il Nostro potrebbe non sapere che “Testiculo del Anticristo” fu uno degli epiteti in castigliano del dibattito teologico tra Elipando arcivescovo di Toledo (+ 805) e Beato de Liébana, abate e consigliere della regina (visigota?) Adosinda. Eppure Romano persevera. Un Fabrizio Perrone Capano gli aveva scritto che se non si comprano gli F35 “tanto vale chiedere la soppressione delle Forze Armate”. A noi il suggerimento sembra utile. Ma l’ambasciatore non cade nella trappola retorica. Risponde che “uno Stato debole e inerme corre il rischio di essere aggredito e ricattato. Le armi restano l’ultima ratio regum .L’influenza di uno Stato dipende ancora dalla sua capacità di buttare sul tavolo la propria forza militare. Ne abbiamo avuto la prova in Somalia, Kosovo, Afghanistan, Libano. L’invio di un corpo militare è il biglietto d’ingresso che l’Italia ha pagato per sedersi al tavolo della diplomazia” (per la verità aggiunge che i risultati raggiunti sono stati modesti ” se non addirittura insignificanti”. Conclude con involontaria, irresistibile comicità: nessun paese che abbia un benché minimo orgoglio può restare indifferente “di fronte alla possibilità che una soluzione politica venga presa a sua insaputa“.

Se aggiungiamo un ultimo pensiero di Romano (“Le cravatte italiane sono le più belle del mondo. Dovremo distruggere noi stessi (per imitare i trasandati Grandi senza cravatta del vertice nell’Ulster) questo primato della moda italiana?”) .abbiamo gli elementi a) per riconoscere in lui un diplomatico di razza b) per ipotizzare la rinuncia  alla diplomazia, punto e basta.

Porfirio

LA LEZIONE EGIZIANA: LA DEMOCRAZIA E’ UN MEZZO, NON UN FINE

Dopo l’entusiasmo generato dalle primavere arabe sembrava che la dura lezione della storia stesse per ripetersi per l’ennesima volta. Come accaduto nell’Iran del 1979 una rivoluzione fatta nel nome della libertà da una dittatura oppressiva rischiava di degenerare nella ancor più oppressiva dittatura di una maggioranza islamica. L’Egitto più di tutti sembrava testimoniare questa tendenza. Negli ultimi giorni tuttavia la situazione si è ribaltata. Ma in che modo o a quale prezzo?

Ci siamo, noi occidentali, oramai assuefatti a valutare i mezzi e non più i fini, ed a ritenere che se sono buoni i primi non possano che essere buoni anche i secondi. Questo in società già di massa ma non ancora “democratiche” nel senso liberale del termine – quindi quanto a libertà di informazione, libertà economiche, tutela delle minoranze, diritti civili etc – non è necessariamente vero. Il “golpe” con cui i “militari” hanno deposto un “presidente democraticamente eletto” in “elezioni democratiche” avrebbe dovuto, in base al nostro sistema di valori (anche lessicali), obbligarci ad un’unanime condanna. Invece i più imbarazzati dalla propria ipocrisia hanno scelto il silenzio, mentre la maggioranza ha deciso – consuetudine consolidata – di scordarsi il passato ed esprimere il proprio sostegno al nuovo corso egiziano.

Allora però si abbia il coraggio di ammettere che non sempre la “democrazia” è un bene, anzi, in certe situazioni bisogna lavorare anni prima che possa attecchire in modo sano e non trasformarsi in una dittatura della maggioranza. Un problema questo evidentemente ancor più forte in Paesi dove la maggioranza della popolazione è islamica, una religione che ha una forte componente normativa che spesso collide con le regole di uno Stato di diritto. Si pensi al recente caso degli scontri in Turchia.

Specularmente la “tutela dei militari”, ancorché ovviamente portatrice di controindicazioni negative, non è necessariamente un male assoluto, là dove l’esercito svolge il ruolo di salvaguardia di un patrimonio secolare (ereditato da una fase storica dei Paesi arabi ben diversa da quella dell’ultimo ventennio quanto a laicità). Stesso discorso per il “golpe” (lezione che avremmo dovuto apprendere già vent’anni fa con il caso Algeria).

Può far male ammettere dieci anni dopo che “esportare democrazia” può essere un errore micidiale, specie se ci si convince stupidamente che la democrazia sia il fine e non il mezzo. Ma nelle future relazioni con i Paesi stranieri sarebbe bene un maggior realismo, perché non sempre mettere le più importanti decisioni per la Nazione nelle mani del popolo permette di scegliere la migliore delle soluzioni possibili. Anzi.

T.C.

GRADUALISTI ESULTANTI PER L’EXPLOIT DEL PARTITO DEGLI ASSESSORI

Un segmento del popolo progressista si incanta davanti alle ultime amministrative: più ancora del Pd, è la democrazia rappresentativa che ha trionfato. Le bieche giunte di destra sono state estromesse, ma soprattutto è stata smentita l’impossibilità di battere il Predellino mediaset. Gli ottimisti della volontà si deliziano al garrire delle bandiere ex-rosse. Vedono allontanarsi l’incubo della soluzione autoritaria, populista, bergogliana al limite, alla grande crisi. Hanno ragione se si contentano dell’esistente; se in fondo stimano la loro classe politica; se cambiare democrazia li spaventa.

Peraltro, qual è l’esistente che stimano? E’ un monopartito di regime, articolato su due formazioni un tempo avversarie, oggi varianti dello stesso pensiero liberal-consumista. Il regime ha un capo titolare che regna e governa dal Colle. Transfuga dal togliattismo, apostata del socialismo, gode della fiducia del Pentagono, grazia un colonnello yankee condannato dalla nostra magistratura, considera giusti la guerra in Afghanistan, le spese militari e lo sfarzo del Quirinale. Il braccio plutocratico del monopartito di potere è proprietà di un Creso libidinoso. Il braccio progressista è capeggiato da un collettivo di capicorrente oggi coordinato inter pares da Enrico Letta. I deliziati dalle Amministrative si attendono che il monopartito a) scongiuri la bancarotta e fermi la desertificazione manufatturiera,  b) faccia quel po’ di riforme che risanino la Malarepubblica, attenuino il saccheggio del denaro dei contribuenti, abbassino il ludibrio che ci attende all’estero.

Se otterranno queste cose, avranno avuto ragione. Al momento però si chiedano se è verosimile che le otterranno. Il presidente del regime incarna un settantennio politico a valle del quale il denaro e la proprietà hanno trionfato, i divari sociali si sono allargati, l’idea socialista è morta e chi ancora ne balbetta si vergogna. L’ala possidente del monopartito appartiene a un conte Cagliostro (in realtà Balsamo Giuseppe, pluricondannato) di razza brianzola invece che palermitana. Cagliostro è ancora capace di garantire al ceto medio che il sinistrismo ‘no pasarà’. Quando vorrà, Balsamo Giuseppe cederà il comando a qualcuno meno in gamba, però non ingombrerà il Casellario giudiziario.

Il collettivo che guida il segmento Democrat del regime e che spadroneggia nei municipi e nelle urne locali porta avanti dal 1945 l’egemonia del Pil salariale, dei diritti acquisiti e dell’immobilismo. In questo la sua affidabilità è tale che lo prediligono le ereditiere progressiste come i pensionati al minimo e gli odiatori dei salti nel buio.

Da questa  classe dirigente e da questa compagine di governo gli ottimisti della volontà si attendono questa svolta verso la virtù (giacobina) che esorcizzi lo spettro della soluzione di forza, oppure senza forza ma antipolitica, alla nostra crisi. Il demonio che vogliono scacciare non è solo l’Ataturk  che si impadronisce di un paese e lo costringe a liberarsi dei vecchi pascià. E’ anche un condottiero di anime alla fra’ Girolamo Savonarola: mezzo millennio fa, per pochi mesi, fece di Firenze una democrazia teocratica e pauperista, frontalmente contrapposta alla Roma laida del secondo papa Borgia (il quale sarebbe piaciuto all’Elefantino e ad alcuni Democrat). Agli ottimisti della volontà ripugna che la salvezza sia insurrezionale, cioè non venga dalla mediazione della Casta.

Se essa salvezza verrà come la vaticinano loro, se il Partito degli Assessori costringerà il Regime a compiere le grandi opere di bonifica e di giustizia che la fede gradualista vieta ad Ataturk e a Savonarola, noi schernitori delle urne ci convertiremo al progresso senza avventure. Dilaniati dalla vergogna, vestiti di stracci penitenziali come Enrico IV imperatore a Canossa, ci inginocchieremo al portone di Montecitorio, imploreremo singhiozzando che la Casta a camere riunite rielegga Giorgio quante volte bastino a far trionfare il Bene democratico e la Più Bella delle Costituzioni.

Gli Ottimisti vigilino acché il trionfo si celebri..

Antonio Massimo Calderazzi

MONDIALI IN BRASILE: CIRCENSES, NON BANALE PANEM

Nella sua celebre Satira VI, antifemminista senza infingimenti, il poeta Giovenale  aveva scritto che una donna bella e pudica era Rara avis in terris , come a dire mosca bianca. Oggi Giovenale, che surclassava Orazio nel fustigare i costumi, sarebbe un autore maudit: come si era sognato di scrivere politicamente scorretto?

Eppure un emulo di Giovenale, capace di insultare una fede condivisa dai Continenti senza eccezioni, è improvvisamente sorto: si chiama Gabriele Romagnoli e su ‘Repubblica’ ha pubblicato, nei giorni dei grandi dispiaceri per la presidente brasiliana Dilma Rousseff, il temerario pezzullo “Panem, Non Circenses”.

Per sostenere che le grandi masse, carioca  e non, hanno bisogno di pane invece di un Mondiale o di un’Olimpiade in più, non ci vuole grande coraggio (è addirittura banale). Ma bisogna essere leoni, impazziti o ubriachi oltre a tutto, per sostenere che “il calcio come oppio dei popoli ha smesso di funzionare”. Romagnoli, il Giovenale dei nostri giorni, così rancoroso nei confronti degli stadi, rischia d’essere messo a un Indice che non perdona. Non doveva bestemmiare che “lo sport in genere, il calcio in particolare, sono stati fin qui formidabili diversivi. Hanno coperto le macchie, ma distrutto definitivamente i tessuti. Paesi impresentabili hanno allestito vetrine fasulle: Ai popoli viene raccontata la comprovata bugia che l’organizzazione di una Olimpiade o di un Mondiale è un’occasione per la crescita economica. Di chi? Di una congrega che si spartisce gli appalti. Per gli altri, briciole avvelenate. Si scopre che il fiume dell’indotto è un rigagnolo. A fine manifestazione restano ecomostri da demolire con gli esplosivi o da consegnare agli squatter. La Grecia già pericolante si è inflitta il colpo di grazia con le Olimpiadi di Atene 2004. Un Mondiale o un’Olimpiade in più è un’opportunità sì, ma non per il popolo: per la casta di potere (…) Qualunque cosa uno pensi del governo Monti -è sempre Romagnoli-, almeno di questo gli va dato atto: una delle sue prime decisioni fu di bloccare la candidatura olimpica di Roma. Lo fece pronunciando una frase ineccepibile: “Questa avventura metterebbe a rischio il denaro dei contribuenti”. Incalza l’allievo di Giovenale: “Di questo si tratta: giocare d’azzardo con denaro altrui, sapendo che al tavolo ci sono pure un paio di bari che vinceranno comunque. Questo sta facendo il Brasile”.

Tanto insolentire al calcio, al concetto stesso di Olimpiade o di Mondiale e al WonderBrazil è intollerabile. Romagnoli merita la cicuta socratica.  Va bene tutto: inneggiare alla Marcia su Roma; spernacchiare ai fiori d’arancio omo; persino dubitare che gli F35 ci siano indispensabili; ma dir male del pallone re dello Sport disinteressato, più candido della neve e generatore di nobili valori, è vilipendio stomachevole. Dovettero far morire Socrate corruttore della gioventù; ma Romagnoli non speri di farla franca come Giovenale, che morì di morte naturale. Lo Sport non si tocca. Il Romagnoli che lo fa dovrà pentirsi amaramente. Forse singhiozza già mentre scriviamo.

Porfirio