IMPOVERITI DALL’EURO O DALLA CASTA?

Volge al termine mentre scrivo l’ottavo Festival dell’economia di Trento. Gli faccio sinceri auguri di successo anche se mi sembra che in quel campo ci sia poco da festeggiare. Gli auguro e mi auguro, soprattutto, che riesca a fare luce su un tema che, se ho ben capito, doveva campeggiare nelle relazioni e nel dibattito: l’euro, la sua salute e le sue prospettive, in generale e in particolare per quanto riguarda l’Italia. La quale, guarda caso, appare sempre più divisa anche sul che farne, ripudiarlo o tenerselo bene stretto confidando che i vantaggi risultino superiori ai costi.

Una questione, anzi un dilemma, tanto scottante e forse persino vitale quanto estremamente bisognoso, appunto, di chiarimenti Le diverse posizioni vi si fronteggiano infatti in un modo ormai familiare: esponendo, quando va bene, ciascuno le proprie ragioni ma ignorando quelle altrui. E ciò non solo nel confronto tra politici, cosa non troppo sorprendente, ma per lo più anche tra esperti. Il risultato è un dialogo tra sordi che non aiuta per nulla a cogliere anche solo i termini del problema chi non è abbastanza attrezzato per risolverlo mentalmente con mezzi propri.

Eppure anche i non attrezzati, tra i quali mi colloco, potrebbero essere chiamati a pronunciarsi, quindi a contribuire a decidere, se andassero a buon fine le proposte, ventilate da Movimento cinque stelle e Lega nord, di demandare al popolo lo scioglimento del nodo mediante referendum. Proposte a mio avviso insensate, trattandosi di questione molto più tecnica e complessa, ad esempio, di quella nucleare, dove la scelta si poneva tra convenienza economica ed anche ecologica alquanto sicura e rifiuto di un rischio al limite mortale. Proposte, d’altronde, rese  minimamente plausibili, come un ricorso al pari o dispari, proprio dalla difficoltà al momento totale di venire altrimenti a capo del dilemma.

Sarebbe tuttavia grave se all’espediente referendario si finisse col ricorrere per l’incapacità di tecnici e di politici di concordare soluzioni più ragionate. E se, alla prova delle urne, finissero col prevalere tesi e argomentazioni non più valide e forti di altre ma di più facile presa a livello popolare, ossia di maggiore carica populistica e demagogica.

Il pericolo incombe non solo in Italia. L’euro e la stessa Unione europea sono sotto tiro un po’ dovunque, al punto da rendere alquanto riduttivo il termine “euroscetticismo” usato riguardo ad entrambi. Più che di scetticismo si tratta di autentica e crescente disaffezione, da una voglia di abbandonare entrambi controbilanciata solo da quella di entrarvi che persiste, a malapena affievolita in qualche caso, nell’Europa postcomunista. Nella parte occidentale del continente governi e opinioni pubbliche restano attestati in maggioranza sull’europeismo tradizionale, ma in posizioni eminentemente di difesa resa anch’essa ardua dal modo poco convincente e incoraggiante in cui le istituzioni comunitarie e gli stessi governi hanno combattuto finora la crisi finanziaria, economica e sociale.

In Italia, comunque, il pericolo è particolarmente serio dati i precedenti e le inclinazioni nazionali. Esso si profilava già durante l’anno abbondante del governo Monti, quando, oltre che dalle file dell’esile opposizione parlamentare ed extraparlamentare, anche da vari ambienti della maggioranza formalmente vasta che a suo modo lo sosteneva si levavano voci “euroscettiche” sempre più sonore. Accomunando, soprattutto benchè non esclusivamente, le frange più lontane dal centro e per loro natura più scalpitanti degli schieramenti di destra e di sinistra.

Succede anche altrove. Persino nella virtuosa Germania, accusata da non pochi di essersi arricchita a spese dei malcapitati soci e di puntare ancora una volta a dominare l’Europa servendosi dell’euro e della UE, sta affiorando un’inedita ostilità ad essi all’interno della socialdemocrazia o nei suoi pressi dopo la comparsa di un partito apertamente e programmaticamente antieuropeo alla destra della coalizione governativa. Da un lato, però, ciò tende a smontare implicitamente le suddette accuse. Dall’altro non autorizza a pensare che gli “euroscettici” nostrani si trovino in buona compagnia dato che i tedeschi di ogni colore condividono nella quasi totalità il sostegno al rigorismo finanziario e di bilancio nel loro paese, nell’eurozona e nell’Unione europea.

Da noi, invece, l’insofferenza nei confronti della moneta comune e di Bruxelles va di pari passo e quasi si identifica con l’impazienza di sbarazzarsi di un eccessivo rigore nella gestione dei conti pubblici, imposto dall’esterno o adottato per libera scelta, sostenendo che ciò sia indispensabile per uscire dalla crisi rilanciando la crescita economica. Il che, naturalmente, può essere senz’altro vero almeno in una certa misura. L’insofferenza e l’impazienza sollevano tuttavia i peggiori sospetti quando, per giustificare l’auspicato ripudio dell’euro e l’invocata riesumazione della lira si arriva ad imputare alla moneta comune l’impoverimento del paese precipitato in questi ultimi anni.

Qui il falso, per chi vuol vedere, è sotto gli occhi di tutti. Nel decennio successivo all’adozione dell’euro (2001-2011) il Pil nazionale pro capite è diminuito del 3,8%. Un caso unico nell’eurozona con la sola eccezione del Portogallo, la cui recessione non è peraltro andata oltre il -0,9%. Tutti i rimanenti 15 paesi sono economicamente cresciuti: alcuni con balzi intorno al 50% (Estonia e Slovacchia) o del 25% (Slovenia), altri, i più settentrionali, con incrementi dal 9% (Belgio e Olanda) al 12-14% (Austria, Finlandia, Germania). Meno bene quelli bagnati dal Mediterraneo (Francia e Spagna sotto il 5%), tra i quali tuttavia persino la Grecia era migliorata dell’8% prima di venire prostrata dalla crisi iniziata, come nel 1929, negli Stati Uniti.

Come spiegare un simile contrasto? Con una congiura collettiva architettata da Berlino ai danni del nostro paese? Con un capovolgimento del fatidico stellone più duraturo del solito? Con una presunta incompatibilità dell’euro, denunciata da qualche parte, con un apparato produttivo dominato dalle piccole e medie imprese, che però non mancano neppure in altri paesi, spesso privi invece di grandi aziende che pure esistono anche nell’Italia ancora industrialmente inferiore solo alla Germania, nell’intera Europa, e meno forte semmai nel settore dei servizi oggi considerato ovunque il più vulnerabile dalla crisi?

Non è il caso di chiamare piuttosto in causa l’inettitudine quanto meno relativa dei governi di Roma, la loro incapacità di sfruttare quella che per altri è stata evidentemente una buona occasione per progredire? Di eliminare o almeno ridimensionare macroscopici handicap esclusivi, o complessivamente superiori  a quelli altrui, quali lo smisurato debito pubblico (sia pure accumulato per lo più nei decenni precedenti), l’evasione fiscale di massa, la corruzione dilagante, la criminalità organizzata e lo sperpero di risorse alimentato anche dalla cupidigia della “casta”?

L’elenco potrebbe continuare ancora per parecchio, ricordando ad esempio una pecca più di dettaglio ma attinente all’argomento come l’utilizzazione in misura incredibilmente esigua, da sempre, dei capitali messi a disposizione dall’Unione europea per progetti di sviluppo adeguatamente congegnati. Oppure, volendo volare più alto, l’incapacità dell’intera classe politica di “rispondere agli straordinari cambiamenti geopolitici, tecnologici e geografici degli ultimi venticinque anni”, stigmatizzata in questi giorni dal governatore della Banca d’Italia, Vincenzo Visco.

A livello governativo le responsabilità vanno ovviamente ripartite pro quota, ovvero per il numero di anni (rispettivamente 8 e 2 scarsi) che hanno visto al timone nel periodo con l’euro le coalizioni di centro-destra e quelle di centro-sinistra, senza dimenticare la pesantezza di una parte dell’eredità da esse ricevuta. Questa comprendeva anche la laboriosa adozione dell’euro, generalmente ascritta fino a ieri a grande merito di governi di centro-sinistra o tecnici. Chi oggi preferisce classificarla invece come un demerito dovrebbe però ricordare che l’introduzione materiale della moneta unica, gestita da un governo Berlusconi, ebbe luogo in condizioni tali da consentire il raddoppio di gran parte dei prezzi sul mercato, mediante la conversione di mille lire in un euro anziché quasi cinquanta suoi centesimi secondo il cambio ufficiale. Il tutto per la gioia di vaste categorie di commercianti ma a danno dei consumatori e a scapito, anche qui, dei conti e della salute generale del paese.

A quanti poi sognano il ritorno alla lira come condizione per il rilancio della crescita e la salvaguardia della sovranità nazionale non vanno rammentati soltanto i deleteri effetti inflazionistici e sullo stesso indebitamento provocati in Italia dalle svalutazioni facili del passato. Anche in Germania si obietta ai nostalgici del marco che proprio la sovranità degli Stati nazionali, di qualsiasi Stato nazionale, è la prima a soffrire per derive e insolvenze come quelle generate in tutta Europa dalle sfrenate svalutazioni concorrenziali degli anni ’80.

Oggi il quadro europeo e mondiale ha subito in poco tempo trasformazioni epocali, tali da consentire che le integrazioni comunitarie vengano messe in discussione non solo nelle loro forme e per i loro requisiti contestuali ma anche per la loro convenienza tout court. L’esigenza o l’opportunità di rinunciarvi, collettivamente o singolarmente, vanno però dimostrate in modo persuasivo, tenendo comunque ben presenti le esperienze fin qui acquisite e astenendosi in ogni caso dal travisarle a piacimento. Senza dimenticare infine, come ammoniscono i pignoli tedeschi, che l’operazione sarebbe di per sé costosissima: effettuata per decreto, equivarrebbe ad espropriare di colpo milioni di cittadini.

Licio Serafini

SVEZIA DOCET: l’INTEGRAZIONE E’ UNA CHIMERA

Doveva accadere, e comincia ad accadere. Le devastazioni nelle periferie di Stoccolma sono più impressionanti delle ribellioni nelle banlieues  nordafricane di Francia, della decapitazione di un guerriero britannico a Woolwich, degli assassinii di un ghanaese a Milano. Stoccolma è il posto del mondo dove nulla di tutto ciò ‘poteva’ accadere. E’ il polo planetario del progressismo generoso, invaghito dei non bianchi e delle loro ragioni contro i colonialisti. La Svezia non ha mai avuto sudditi coloniali: tali non erano le genti sottomesse nel lontano passato sulle rive del Baltico. Stoccolma era la polarità perfettamente opposta alle capitali  del colonialismo.

E adesso? Adesso risulta crudele la falsità/vacuità degli assiomi che imperversano da tempo: che non spalancare le porte è razzismo; che le società industrializzate hanno bisogno di immigrati da ogni continente; che questi ultimi, anche se clandestini, nullatenenti e sconosciuti al fisco, finanziano le pensioni ai locali e salvano l”Occidente dall’anemia demografica; che senza importazioni di manovali, badanti e portinai si rimane  senza forze e la vita si spegne; che integrando gli immigrati si consegue un arricchimento culturale; più ancora, che l’integrazione è possibile; che infine nelle banlieues francesi e negli slums americani, britannici ed europei nasce una società migliore perché multietnica.

Dicono i propalatori di ubbie bugiarde che l’errore è segregare gli immigrati, anche se clandestini. Come se la segregazione la facessero solo gli uomini (cattivi) e non le cose. Gli immigrati  dal sud arrivano miserabili e fuorilegge. Quando trovano un lavoro, dove possono insediarsi se non nei quartieri straccioni? Non possono fare scelte più amabili, e intanto là dove arrivano, gli abitanti  locali, se appena possono, scappano; ciò che abbandonano diventa slum di miserabili.

Perfettamente assurdo è sostenere, come un paio d’anni fa fece enfaticamente alla radio un giornalista rinomato quale G.A.Stella- che il segreto per scongiurare la concentrazione degli immigrati di colore è “sparpagliarli, sparpagliarli!” nelle metropoli. Sparpagliarli, cioè toglierli dai contesti sottoproletari e degradati, insediarli in quelli rispettabili e gradevoli. Stella non accennava a chi avrebbe pagato. Beninteso non pretendeva per i nuovi venuti i Parioli, la Collina torinese o il Quadrilatero della moda milanese. Intendeva i rioni rispettabili abitati dalla piccola borghesia e dagli operai di fascia alta. Sorvolava che qui i valori immobiliari e gli affitti sono multipli di quelli delle zone povere. Forse intimava alla collettività di pagare per promuovere alcuni milioni dallo status di pezzenti a quello di condomini o inquilini degli stabili che costano un multiplo delle quotazioni delle banlieues. Inoltre né un primo ministro, né il più autorevole dei sindaci avrebbe il potere, i fondi o la voglia per ingiungere ai quartieri buoni di accogliere i più poveri e i più ignoranti di tutti, siano essi appena sbarcati dall’Africa oppure cittadini da due generazioni. Un’integrazione così non è mai avvenuta, in nessun luogo del pianeta e in nessun tempo della storia. I più miserabili hanno sempre abitato i tuguri delle suburre di tutte le città del mondo. Per traslocare nelle aree decent occorre che il sottoproletariato si faccia almeno piccolo ceto medio.

La verità è un’altra. Integrare gli immigrati poveri è impossibile. E’ quasi impossibile persino migliorarne alquanto la condizione. La Svezia aperta, tollerante e radical ha fatto in quest’ultimo senso più di ogni altro paese. E’ stato osservato che gli immigrati delle banlieues scandinave “vivono quasi tutti di sussidi”. Eppure i quartieri poveri scandinavi (anche la Norvegia pullula di immigrati) esplodono. Dove più dove meno i rivoltosi non distruggono solo le vetrine dei negozi e le automobili di chi non ha il garage, ma anche le cose date loro per migliorargli la vita:  gli autobus e le scuole per cominciare. E’ bastata una crisi occupazionale, in Svezia non catastrofica, per far insorgere i disagiati. In casi del genere si usa parlare di ‘rabbia’. Ma la rabbia presuppone l’appartenenza e le aspettative che ne derivano. Gli immigrati, mancando di appartenenza, non hanno diritto alla rabbia. Possono solo sperare nel buon cuore altrui. Hanno sì il ‘diritto’ di esercitare la violenza: se riescono. Le minoranze povere sono discriminate e infelici anche negli Stati Uniti, dove un mezzo superuomo nero siede alla Casa Bianca.

Il problema dell’integrazione non sarà risolto mai. Per restare all’Europa,

essa dovrà chiudere le frontiere e le coste, al tempo stesso facilitando con indennizzi (tali da non poter essere rifiutati) le espulsioni dei clandestini e i rimpatri volontari dei regolari. Più ancora, l’Europa dovrà aprire un proprio piano Marshall: aiuti importanti (in patria) ai poveri di quella parte del Terzo Mondo che manda le masse umane più ingenti.  Saranno necessarie risorse tali da configurarsi come vera e propria condivisione della ricchezza europea. A differenza del primo piano Marshall, le risorse non dovranno essere assegnate ai governi locali: le dilapiderebbero criminosamente. Dovranno essere distribuite fisicamente ai bisognosi, sotto la protezione di contingenti armati dell’Europa. Ritorno del colonialismo? Sì, se si vuole il bene delle popolazioni. Molti governi locali si opporranno nel nome della loro indipendenza sovrana: ma una vasta offensiva di informazione multimediale farà consapevoli le popolazioni dell’egoismo dei loro gruppi di potere e malaffare. Inoltre si informeranno gli aspiranti immigrati che  la loro sorte quali clandestini in Europa -di regolari dovranno essercene sempre meno- sarà peggiore che in patria. Al meglio saranno schiavi senza catene.

Per gli immigrati regolari più colpiti dalla crisi e dalla discriminazione occorreranno modalità collettive tipo villaggi e campi di raccolta che assicurino vitto, alloggio, sanità di base e scuola in cambio di qualche prestazione lavorativa parzialmente retribuita. Chi non accetterà, sia aiutato a rimpatriare.

Per gli immigrati clandestini si imporranno campi di lavoro coatto nei quali il trattamento sia il più umano possibile ma fermo. Tutto ciò avrà per noi costi molto alti: pagheremo l’errore di avere importato miserabili fingendo fratellanza, in realtà per disporre di badanti, persone di servizio e manovali a basso prezzo (persone tutte di cui pochi anni fa ci eravamo abituati a non disporre). Ciò non piacerà alle anime belle che proclamano ‘nessuno è straniero’. Ma la prospettiva dell’integrazione è una fata Morgana: Svezia docet.

Antonio Massimo Calderazzi

FINITE LE SINISTRE, CHI GUIDERA’ LA SANTA INSURREZIONE

Proprio per avere trionfato troppo e troppo a lungo, il liberismo/capitalismo è più esposto di prima all’attacco dei suoi nemici. Gli imperi soccombettero tutti, per vecchiaia o per superiore forza dei loro avversari; accadrà anche all’impero del denaro. Un Paese come il nostro dovrebbe essere primo in Occidente -per alcuni suoi primati del passato, come per il fatto d’essere sottomesso alla peggiore delle repubbliche- ad aggredire l’Esistente: i grandi patrimoni, le eredità, i diritti acquisiti, i redditi non guadagnati, i vitalizi, i guadagni eccessivi del management, degli alti burocrati, di altri servi-padroni. Si imporranno larghe avocazioni ai danni della gamma medio-alta.

Ma nulla di tutto ciò accadrà se a contrastare l’esistente resteranno le sinistre, cioè il nulla. Se le sinistre non dichiareranno forfait, l’esistente si perpetuerà. La maggioranza sociologica detesta le sinistre al punto di darla vinta al peggio del peggio: da noi al berlusconismo, in Francia alle Duecento Famiglie, all’eterno establishment britannico, germanico, etc., oltre che ai nuovi ricchi di mezzo mondo.

Di quali sinistre parliamo? Di tutte. Da noi non c’è solo la necrofilia dei ‘comunisti’, una parte dei quali, annientati come Rifondazione, hanno creduto di illeggiadrirsi come Sel. Umiliati anche come vendoliani, da qualche settimane si aggrappano all’ultima delle scemenze: quella che il fissato Stefano Rodotà, il Camille Desmoulins di Cosenza, e Maurizio Landini possano condurre alla riscossa un’altra ‘cosa rossa’. Il vero Desmoulins, montagnard forsennato, finì sul patibolo della Révolution, come del resto Hébert, Danton e altri ultras. Il patibolo di Rodotà sarà un agiato retirement pluripensionato. Quanto all’ipersindacalista Fiom, vittorioso estromissore dalla Penisola della grande industria, dovrà vedersela coi tanti che grazie a lui avranno perso il lavoro.

Al di fuori della nicchia del marxismo de cuius, ad intermittenza epilettica o semplicemente comica, c’è la sinistra mainstream: la balena pigmea dei Bersani Letta Epifani, da sempre alla ricerca di farsi perdonare la vocazione ai Palazzi, ai poteri forti e ai bonifici bancari. Farsi perdonare come? Imbellettandosi con la foto di Vasto, con le similnozze homo, con lo jus soli, con la marsina ministeriale alla Kenge (oculista sì, ma non per curare i tracomatosi del Congo), con decine di altri atteggiamenti, ceroni e costumi di scena.

E’ il corpo semi-paralitico della sinistra non lunatica, maggioritaria nel Pd ma eternamente minoritaria nel Paese: incapace di capire, di accettare che se vuol bene al popolo dovrà dichiarare forfait, sciogliersi, togliersi di mezzo. Il capobonzo del Colle ha precettato il Pd a governare in società col Cav, ma questo non lo salverà, continuando la sceneggiata zapaterista. La gente non sopporta più nemmeno la sinistra benpensante. Non la stima, sa che, in aggiunta all’inefficienza, essa è bugiarda e ladra. In sessantasette anni di repubblica, la sinistra di regime non ha fatto, al meglio, che confermarsi erede del sinistrismo fallimentare 1919-22. Per il resto ha malversato  e rubato come la destra. Dai tempi di Togliatti, poi a partire dal compromesso storico, si è fatta malvolere al punto di risultare oggi impotente di fronte alle prevaricazioni del sistema: anche perché è parte del sistema.

Chi allora farà la Santa Insurrezione contro l’oligarchia capitalistico-cleptocratica? Gli eventi dovranno avere  una valenza sismica, ma meglio  non parlare di rivoluzione. Sì di insurrezione, di cacciata dei feudatari e degli usurpatori. La rivoluzione è stata annunciata a vanvera troppe volte. E poi molto, dell’ordine delle cose generato dai millenni, andrà  difeso anzi rilanciato.

In prima linea nell’insurrezione dovrà essere la società, la gente. Dicendo no a tutti i partiti e a tutti gli agglomerati di potere, i cittadini dovranno darsi un Nuovo Ordine, basato sulla democrazia diretta e su un inedito neo-collettivismo solidale, antiliberista ma libero e amico dell’uomo. I cittadini sono di solito amorfi, bisognosi di una guida. I movimenti di contestazione frontale tipo Cinque Stelle, coi loro difetti e contraddizioni, contribuiranno a scalzare gli assetti. Ma l’ ispirazione, l’impulso etico, verrà probabilmente da un grande leader non politico ma religioso. Se tale leader esiste già e si chiama Francesco lo sapremo abbastanza presto, dai fatti dirompenti e concreti non dalle allocuzioni e dai gesti, in sé entusiasmanti. Altrimenti dovrà sorgere un Maestro e  Condottiero che oggi non conosciamo. Quanto agli annunci di cambiamento dai Palazzi istituzionali, essi valgono meno di zero.

Un’avvertenza. Le novità più incisive saranno probabilmente contrastate dall’Europa dell’immobilismo. All’occorrenza bisognerà prescindere dall’Europa e denunciare le alleanze di sottomissione agli USA.

A.M.C.

COMMINERA’ SOLO LAVORI FORZATI LA MITE NORIMBERGA DI CASA NOSTRA

Sarebbe giusto che il tribunale dei vincitori, nella logica se non nelle imputazioni del 1945-46, giudicasse i governanti, i politici, i mandarini e i boiardi che in 68 anni hanno portato lo Stivale sull’orlo della bancarotta, forse della guerra civile. Nemmeno nella grande crisi dell’economia i futuri imputati di Norimberga hanno accettato di tagliare i costi e i furti della politica. Meno che mai gli sprechi per lo sfarzo, tipo Quirinale. La Norimberga di allora inflisse pene capitali, ergastoli e lunghe detenzioni. Quella del nostro futuro non remoto chiuderebbe nei campi di lavoro alcune migliaia di malfattori.

A Norimberga la giustizia dei vincitori condannò con asprezza non solo i capi del nazismo, anche i più alti militari del Reich: colpevoli soprattutto di avere conseguito troppe vittorie. Il feldmaresciallo Wilhelm Keitel, che al momento della sentenza aveva invocato di morire fucilato, fu impiccato. Così pure il suo secondo immediato, il generale Alfred Jodl pianificatore di quasi tutte le conquiste. Il maresciallo Ewald v.Kleist morì prigioniero in Urss. Il collega Kesselring, sentenziato (a Venezia non a Norimberga) alla pena capitale, poi commutata, fu liberato dopo otto anni di carcere in quanto pareva in fin di vita. I marescialli v.Rundstedt e v.Manstein, quest’ultimo nipote di Hindenburg, furono graziati dopo lunghi anni di carcere.

Condannati anche i due ‘grandi ammiragli’ della Kriegsmarine, Erich Raeder (ergastolo) e Karl Doenitz (10 anni), nessuno dei quali poteva essere direttamente implicato nell’Olocausto o nelle spietate rappresaglie seguite alle operazioni partigiane nelle terre conquistate dal Reich. I marescialli Rommel, Kluge e Model si suicidarono in tempo.

Qui non è luogo a discutere sui delitti sanzionati a Norimberga e nei processi di minore rango -ma non con minore durezza: le impiccagioni abbondarono- celebrati nei vari paesi coinvolti nel secondo conflitto mondiale. P.es. gli americani giustiziarono il primo ministro nipponico (1941-44), gen. Hideki Tojo. Il colpo di pistola che si era sparato non lo aveva ucciso. Il suo predecessore, principe Konoye (si era pronunciato contro l’attacco a Pearl Harbor) si suicidò nell’imminenza dell’arresto. Giustiziato anche  Yamashita Tomoyoku, trionfatore sui britannici in Malesia, poi comandante di un gruppo d’armate in Cina.

Sarebbe lungo l’elenco dei politici filotedeschi e filonipponici colpiti dalla vendetta dei vincitori, da Vidkun Quisling, primo ministro collaborazionista della Norvegia, messo a morte a Oslo, a Josef Tiso, presidente della Slovacchia, giustiziato a Bratislava, al maresciallo Pétain (de Gaulle commutò la condanna capitale nella detenzione perpetua. Morì in prigionia, novantacinquenne).

Perché ci sia vendetta sugli sconfitti occorrono dei vincitori: si sosterrà perciò che in Italia nessuno potrà riaprire Norimberga. Forse andrà così, però non è detto. Il Regime-canaglia potrà essere abbattuto sia da un colpo di stato militare-politico, come in Portogallo, sia da una forte dilatazione della collera popolare che il recente 25 febbraio ha dato otto milioni di voti al movimento 5Stelle. Si aggiunsero gli astenuti, le schede bianche e quelle nulle.

Al momento non ci sono avvisaglie di Putsch né di sollevazione spontanea, anche se l’odio antisistema monta. Il M5S sembra caduto nella trappola micidiale del parlamentarismo e della manomorta costituzionale. Appare anche insidiato dalla cupidigia di casta. Tuttavia l’avvenire del Regime non è sereno. Se prevarranno, i nemici di quest’ultimo porteranno nelle gabbie degli imputati di Norimberga, poi nei campi di lavoro forzato, migliaia di gerarchi, di arricchiti di regime e dei loro eredi familiari e non. Inclusi quelli del rango supremo.

A.M.C.

PERCHE’ NON POSSIAMO DIRCI “GRILLINI”

Quando sento Beppe Grillo berciare di democrazia diretta e democrazia elettronica non posso fare a meno di sentire un brivido di orrore corrermi lungo la spina dorsale. Qui su Internauta sono alcuni anni che affrontiamo questi temi e alcuni dei nostri autori non sembrano immuni al fascino delle assonanze tra alcune delle proposte del Movimento 5 Stelle e le nostre idee.

Ma a parere di chi scrive noi non possiamo dirci grillini, né le nostre proposte possono in fondo essere assimilate a quelle del comico genovese. Anzi, personalmente ritengo che la democrazia diretta Grillo-style stia alle nostre idee come il nazismo sta all’assolutismo illuminato.

Il perché è presto detto. Per prima cosa, il modello di nuova democrazia che noi proponiamo funziona se applicato a un intero corpo elettorale (un Comune, una Regione, uno Stato), non ad un partito. In secondo luogo, i cittadini chiamati a governare dovrebbero essere estratti a sorte, non selezionati da una votazione tra “fanatici” dove viene premiato chi fa sfoggio di maggior purezza ideologica. Infine manca completamente nella teoria grillina il procedimento di selezione, che è indispensabile in un sistema randomcratico di democrazia diretta perché le cose funzionino. Ai più alti livelli decisionali del ministero della Sanità, ad esempio, non può finire un pur illuminato agricoltore. E nei gangli vitali dell’economia e della finanza, non possono essere messi dei volenterosissimi laureandi in beni culturali. Democrazia diretta e selezione oggettiva dei migliori contributi devono marciare di pari passo.

Nel sistema alla Grillo invece la selezione manca, la qualità viene vista con sospetto (non a caso le idiozie nei vari meet-up su internet si sprecano, e le rare voci che provano a ricondurre la discussione su un piano ragionevole vengono schernite e ghettizzate) e all’imparzialità del caso viene sostituita la cieca fedeltà al mantra collettivo ispirato dal Capo (in questo caso, leggi Casaleggio).

Il Movimento 5 Stelle potrebbe, nella migliore delle ipotesi, essere un utile pungolo per le altre forze politiche, ammalate al contrario di ingessamento cronico e rifiuto della novità. Ma non ci si può fare affidamento perché ne mancano i presupposti. E anche le teorie più rivoluzionarie e scientificamente approfondite sulle nuove forme di democrazia rischiano di scolorare nel ridicolo, o nell’inquietante, se intinte nella retorica piazzereccia e proto-fascista di Grillo.

Solone X

LE NOTTI DI VALPURGA: RITI E CONNUBI SATANICI DELLA SILVIOLATRIA

Molti sospetti saranno leciti se la Cassazione o la Consulta salveranno Berlusconi. Se smentiranno due ordini di giustizia per amore di un pluricondannato, benché padrone di un partito e socio forte del governo. La Cassazione è fisicamente troppo vicina ai vertici della politica per essere impervia a ogni condizionamento. La Corte costituzionale gestisce direttamente la manomorta partitocratica imposta dai Padri e Nonni costituenti. Per i superlegali ingaggiati a vita dal Cav non sarà troppo arduo dare la vittoria alla prescrizione.

Se questo avverrà, i superlegali avranno una volta di più rafforzato l’anomalia italiana: un imputato al potere. Ma il responsabile finale dell’anomalia non è il plutocrate di Arcore, bensì la Sinistra italiana. E’ dal 1919, quando i socialisti massimalisti credettero di poter conseguire i successi dei bolscevichi russi, che la nostra sinistra rafforza il sistema che tenta di combattere. Un secolo di lavoro pour le Roi de Prusse. Un tempo questo Re era il capitalismo dei padroni; oggi è una loro mezzadria con le masse attraverso l’edonismo consumista.

Cominciarono, lo abbiamo visto, gli ammiratori domestici di Lenin capeggiati dagli aspiranti rivoluzionari Serrati, Bordiga e Gramsci. Presto quei fieri rivoluzionari dovettero scoprire che per praticare la violenza insurrezionale occorre essere più forti degli avversari. Erano più forti questi ultimi, i fascisti, a breve seguiti da quasi tutti gli italiani. Se il Duce non avesse fatto l’errore fatale del 10 giugno 1940, il suo regime sarebbe durato assai più di quello di Franco. Solo sotto il terzo o quarto successore del Duce i nostri intellettuali di sinistra avrebbero preso ad attenuare il loro entusiasmo per le opere del Regime, bonifiche pontine, colonie estive e Accademia d’Italia incluse. Fossero nati il giusto numero di anni prima, i Matamoros del nostro progressismo furibondo sarebbero stati fascisti , pressocché tutti.

Arrivò la Resistenza e il PCI fece  credere agli idealisti -quali Orazio Pizzigoni di ‘Internauta’, forse il più giovane tra i partigiani feriti gravi nei giorni della liberazione- che combattevano e uccidevano per far nascere un mondo migliore. Invece ebbero l’onta dei crimini di Stalin e il mondo del One per Cent, del Cav e della Casta. L’oligarchia che ci opprime e deruba è la combutta tra gli opportunisti eredi del togliattismo e gli opportunisti del vecchio ceto padronale.

In ogni caso la gente, gli abitatori dello Stivale, non ha più perdonato il parabolscevismo del 1919, la ferocia gappista del 1944-45 e, dopo d’allora, sessantotto anni di sinistrismo buono a niente. Risultato: pur di tentare di espellere la Gauche dal potere i più tra i nostri connazionali  scelgono ad occhi chiusi tutto ciò che non è sinistra: prima il monarchismo giolittiano, poi il fascismo, la DC, Craxi, Berlusconi. Tutto ciò che la Gauche tocca, appassisce. Non per niente il “Dizionario  Moderno” di Alfredo Panzini (Ulrico Hoepli, Milano, 1927) reca alla voce ‘gauche’: “parola francese, talora  usata nel senso di malpratico, maldestro, inetto, goffo”.

Se oggi ci incupisce la prospettiva che alla fine l’imputato Berlusconi trionfi, la colpa finale è della Sinistra, la quale nel 2019 compirà un secolo di sconfitte per mano della maggioranza sociologica. Un giorno, avendo un piede nell’Aldilà, il Cav dovrebbe diseredare figli, mogli, madame ed escort e lasciare la propria fortuna alla nostra Gauche, che tanto ha fatto per la sua gloria.

Eppure l’interrogativo resta: punire la sinistra sì, ma perché tanta Silviolatria in alcuni milioni di stivalesi? Alla loro testa il Pdl urla uno sdegno implacabile contro i magistrati, specie contro la corte d’appello milanese. Ma non dovrebbe il Pdl ringraziare Dio per una condanna che in teoria potrebbe liberarlo di un presidente lubrico e imbroglione?

Resta un’ipotesi cui nessuno sembra aver pensato: la Silviolatria come culto satanico. Nelle notti dei sabba medievali le streghe e i praticanti la magia nera si accoppiavano tra loro e col Diavolo. Questo spiegherebbe la foia delle Amazzoni e dei Falchi che tumultuano sotto i palazzi di giustizia. Ma per la cieca fedeltà al Cav dei benestanti e dei would be benestanti è tecnicamente difficile immaginare che partecipino in massa agli sconci accoppiamenti e alle liturgie orgiastiche della Walpurgisnacht. Per tenere a bada le sinistre merovinge (=buone a niente), oltre a tutto co-dirette dal Vezzoso di Bisceglie- non basterebbero  dei semplici Monti e Casini?

Porfirio

SCONFITTO IN SPAGNA, LO ZAPATERISMO TENTERA’ LA SORTE ALTROVE

Lo zapaterismo come stagione, come idea-forza, categoria, modalità e anche tentazione autolesionista, nasceva dieci anni fa. Pochi mesi dopo l’avvento di José Luis Zapatero alla testa del partito, il PSOE tornò al potere, sconfiggendo la destra di Aznar. Il longilineo leader, non ancora quarantaquattrenne, entrò alla Moncloa, il palazzo Chigi di Madrid.

La sostanza dello zapaterismo emerse subito: ridotti al silenzio i contenuti storici del socialismo -anticapitalismo, sforzo per il livellamento delle condizioni- si dette impulso ai “diritti”. Il PSOE di Zapatero si offriva come gestore volenteroso dell’economia di mercato, lasciando cadere le rivendicazioni sociali e dunque portando alle conseguenze finali la scelta liberista compiuta negli anni Ottanta da Felipe Gonzales. In cambio dell’abbandono del classismo, Zapatero esigé la modernizzazione accelerata del costume: anticlericalismo e avanzata delle rivendicazioni radical-giacobine e di minoranza. Il governo mosse all’attacco di varie posizioni e istituti tradizionali, promuovendo laicismo spinto, ampliamento del ricorso all’aborto, nozze tra omosessuali, diritto di adottare figli per conviventi dello stesso sesso, femminismo programmatico (metà esatta dei ministri alle donne), regolarizzazione degli immigrati clandestini e dubbie crociate analoghe. Insomma “i diritti”: sinistrismo degli atteggiamenti e delle voghe, abbandono delle rivendicazioni di sostanza. La Spagna di Zapatero si faceva spregiudicata e dissacratrice di retaggi, ma borghese.

Fin qui, era la riproposizione aggiornata del liberal-radicalismo di  Manuel Azagna, il principale tra i promotori della svolta progressista e anticlericale che nel 1931 mise fine alla monarchia e ad  alcuni assetti tradizionali. Azagna, come tre quarti di secolo dopo farà Zapatero, non combatteva bensì difendeva il capitalismo. La lotta alla proprietà era  piuttosto l’impegno degli anrchici, i quali peraltro entrarono nel potere della Repubblica solo dopo lo scoppio della Guerra Civile. Prima avevano sì mosso attacchi, senza mai riuscire ad imporre le rivendicazioni sociali richieste dalla miseria del proletariato, soprattutto quello delle campagne. In effetti la Repubblica non aveva vinto nel nome del popolo: al contrario si era rivolta ai generali, specificamente a Francisco Franco, per schiacciare coll’artiglieria i tentativi rivoluzionari degli anarchici e dei socialisti nelle Asturie e altrove.

La Repubblica non fece riforme sociali e non attaccò il potere delle destre economiche. Invece fomentò l’ostilità alla Chiesa -tollerando gli incendi degli edifici religiosi  e molte altre violenze, anche sanguinose- e praticò lo sfavore ai militari e ai nobili (non ai ceti possidenti). La Repubblica promosse l’istruzione popolare e l’aggiornamento di alcuni indirizzi e leggi. Pressocché nulla fece per i braccianti agricoli, letteralmente sottoalimentati per miseria, talché le campagne non poterono riconoscersi nel liberalradicalismo del borghese Asagna.

Dunque la Repubblica si trovò debole di fronte alla ribellione dei generali. Dopo le illusioni sorte sulla vittoriosa difesa di Madrid e su alcuni modesti successi sul campo, la Repubblica era già condannata senza speranza nella primavera del 1938, un anno prima che si spegnesse. Da quel momento Manuel Azagna, che privilegiando il progressismo illuministico dei ceti medi urbani a danno delle aspirazioni popolari, era stato il maggiore responsabile del crollo delle istituzioni, tentò di imporre ai suoi un negoziato di compromesso con Franco, ormai avviato alla vittoria. Il governo madrileno, dominato dai comunisti, volle invece la resistenza ad oltranza, coi lutti e i drammi supplementari del prolungamento della guerra: nell’illusione che il Secondo Conflitto mondiale scoppiasse in tempo per salvare la Spagna repubblicana. Invece si aprì cinque mesi dopo la fuga in Francia degli ultimi combattenti e profughi repubblicani.

Al suo avvento al potere Zapatero fece le stesse scelte di fondo di Azagna: i “diritti” delle frange e le priorità artificiali invece del socialismo. Legalizzò le nozze omosessuali e altre  “conquiste”, compresa l’adozione di figli altrui da parte di conviventi dello stesso sesso. Abbassò l’età richiesta alle giovani per poter scegliere di abortire. Allargò la regolarizzazione degli immigrati clandestini. Mise fine alla tregua tra le fazioni sulle memorie della Guerra Civile. Rifiutò le vie della pace con una Chiesa profondamente diversa da quella che nel 1936 si era schierata con Franco. Risultato: già nell’ultima fase del suo governo Zapatero era ‘el lider insostenibile’, costretto a rinnegare la propria ideologia -giudicata lunatica o repellente dalla maggioranza del paese- per resistere alcuni mesi in più. La fine arrivò nel dicembre 2011.

J.L.Zapatero è giovane, nato nel 1960, e potrebbe provare a tornare in campo. Difficilmente riscriverà ‘i diritti’ sulla sua bandiera. Piuttosto lo zapaterismo in purezza, con le sue insipienze, tenterà la sorte da noi o altrove.

A.M.C.

CASTELPORZIANO & VILLA ROSEBERY: PIU’ SFARZO PER IL BENE DEL POPOLO

Perché dovremmo amare la Patria d’oggi allorquando tambureggiano le storie di quotidiana infamia, dai tentativi di dotarci di vettori da guerra spaziale al trattamento principesco di trombati alla Gianfranco Fini, dal dogma che i patrimoni privati e pubblici non si toccano all’indifferenza per un suicidio al giorno? Il nostro è uno Stato-canaglia:

All’aprirsi del Secondo Settennato del Lord Protettore della democleptocrazia il ‘Corriere della Sera’ ha pubblicato, peraltro con signorile leggerezza di tocco, il seguente minimalismo (cm 11 x 3): “Avrebbe usato materiali e manodopera della tenuta presidenziale di Castelporziano per costruire mobili per la sua abitazione privata. Per questo l’ex segretario generale della presidenza della repubblica Gaetano Gifuni è stato condannato dal Tribunale di Roma a un anno e 5 mesi di reclusione, pena sospesa. Condannato a 4 anni e 6 mesi per irregolarità anche il nipote di Gifuni, Luigi Tripodi, che gestiva la tenuta”. Il 7 ottobre 2012 il ‘Corriere’ era stato più duro: “PRIMA condanna” aveva intitolato il suo pezzo su un verdetto che intimava a Gifuni, a suo nipote e ad altri figuri della basse-cour dell’ex segretario generale di risarcire lo Stato per fatti sui quali noi scriventi siamo male informati. Ci limitiamo a rilevare che Gifuni, quando era iperciambellano della Reggia (sotto Ciampi e Napolitano) era, nella dizione corrente, “potentissimo”; cioè beneficiava in grande dei privilegi elargiti ai Proci dalla repubblica sorta sugli eroismi  e sugli assassinii della Resistenza.

Quale che sia l’integrità della gestione della tenuta di Castelporziano, denunciamo il fatto stesso che la tenuta esista, sia presidenziale invece d’essere stata venduta alla fine della monarchia, costi molto e impieghi troppa gente, inclusi guardaboschi, cacciatori, palafrenieri e burocrati più o meno integerrimi. La tenuta si estende per 5892 ettari (quasi 59 milioni di mq), comprende una spiaggia riservata lunga 3,1 km, campi coltivati e pascoli per 750 ettari. Il resto, a foresta, è probabilmente la più ricca della penisola in specie botaniche e animali ( come tali richiede ‘cacciatori’ e palafrenieri a carico del contribuente).

Ovviamente i benefici in salute e in spirito della grande oasi, -molto amata dai Savoia, specie i più amanti della caccia- non vanno solo all’austero monarca e alla consorte donna Clio, nonché ad altri familiari ed intimi della First Family. Vanno anche a parenti, conoscenti e coinquilini dei millesettecento corazzieri, consiglieri, maggiordomi e lacché  della Reggia. Non sarebbe giusto negare loro le dolcezze del paradiso in terra: Dopo tutto c’è anche nella basse cour chi ama cavalcare, cacciare, fare gratis (al top dell’eccellenza) altre attività ritempranti.

Ci inorgoglisce pure il fatto che la Prima Famiglia possa contare, oltre che sui 180 mila mq del Quirinale e all’Eden di Castelporziano, anche di una residenza a Napoli: villa Rosebery, un gioiello del neoclassico partenopeo, già appartenuto a lord Rosebery, nel 1894 successore di Gladstone quale capo del governo britannico. Tuttavia qui il similquirinale conta solo 66.000 mq. Noi non sappiamo di quante residenze estive goda il Bundespraesident germanico; sappiamo invece che Camp David, la residenza di montagna del presidente USA nel Maryland settentrionale, è un grosso e disadorno chalet, ben meno fascinoso delle nostre dimore e parchi di corte.

Peggio per gli americani: non si fossero ammutinati contro Giorgio III, ne avrebbero ereditate di dimore dinastiche da valorizzare oggi in spirito di democrazia! Potrebbero trattare il loro presidente con la sontuosa larghezza che pratichiamo sul Colle Più Alto, a Castelporziano e a villa Rosebery. Larghezza più che meritata: l’anno prossimo saranno 60 anni che Giorgio serve disinteressatamente il Paese, senza interruzioni. Cominciò a 28 anni anni, quando Palmiro Togliatti lo notò e lo fece deputato. Non ci sono saloni e parchi che bastino per dire la riconoscenza del popolo, Casta ed esodati/inoccupati/suicidi col gas compresi.

A.M.C.

“DON’T BE STUPID, BE SAFE” – CAMPAGNA PER L’ABOLIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI

ICAN (International Campaign for the Abolition of Nuclear weapons) ha creato Goodbye Nukes, una petizione internazionale per abolire le armi nucleari in tutto il mondo. Internauta è felice di diffondere questa petizione!

Per vedere il video esilarante che promuove questa campagna, vai al seguente link:

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=QdU2tgWrwys

Per firmare la petizione, questo è il sito di ICAN:

http://www.goodbyenuk.es/petitions/new