PERCHE’ IL CAV PERMANE NEL POTERE

Tutti sanno che l’Impero romano fu costruito dalla Repubblica, non dagli imperatori (questi ultimi per trecento anni lo allargarono, poi lo persero). Reggevano quasi sempre la Repubblica i due consoli -ma nei momenti di pericolo comandava un dictator  da solo, sospese tutte le altre magistrature- e in antico i consoli erano solo patrizi. Invece nel 367 a.C. la Lex Licinia Sextia ammise che nel consolato ci fosse un plebeo. Nel 172 si decise che entrambi i consoli potessero essere plebei. Ciò premesso, la situazione d’oggi, a partire dal voto del 25 febbraio, non è all’incirca quella voluta dalla legge Licinia Sextia: un Berlusconi in ogni consolato?

E come spiega, la fazione dell’altro console, il fatto di non  riuscire ad espellere Silvio dal potere, pluriprocessato e detestabile com’è? La fazione se lo spiega, ma non ha l’onestà di rendere confessione. Diciamolo noi, che ci sentiamo più giustizialisti della suddetta fazione. La maggior parte degli italiani hanno, storicamente, un’opinione così bassa delle sinistre buone a niente che a loro preferiscono il pregiudicato Berlusconi. Gli perdonano tutto, pur di scampare al consolato di soli sinistri ai sensi della legge del 172 a.C.

E perchè le nostre sinistre godono di così poca stima? Risposta, perché un politico indigeno di parte progressista, persino se ex-operaio, persino se sindacalista vocato alle questioni più concrete -contratti, tabelle orarie, pause per WC, turni, ferie- si crede obbligato a riferirsi ai precetti degli intellettuali, semi-intellettuali, cantanti, cineasti e imbonitori d’area. I quali si sentirebbero sminuiti o cedevolardi se lasciassero perdere le categorie dei libri, dibattiti e sceneggiate ispirati alla presa della Bastiglia. Se lasciassero perdere la sicumera delle propria superiorità ideale. Gli intellettuali d’area non riconosceranno mai che dopo un paio di secoli di pre- e post-bolscevismo la ricchezza si concentra più che mai nei conti correnti e nelle particelle catastali dei ricchi. Non riconosceranno mai che, questo essendo il risultato, i duri partigiani del popolo dovrebbero farsi da parte, abbandonare la sobillazione petulante, ripudiare il settarismo.  Dovrebbero dimettere la coerenza col passato ed  evangelizzare l’uomo della strada -coll’esempio, coi fatti e col costume di vita- piuttosto che mobilitare i vecchi seguaci in parte rincitrulliti. Per abbassare il proprio tasso di insincerità, dovrebbero voltare le spalle a Capalbio e alle terrazze mondane, smettere di farsela coi simpatizzanti ricchi.

Gli intellettuali hanno letto, scritto, presentato, recensito troppi libri, spesso stupidi; hanno fatto troppi convegni tra confrères  per ricercare le vie dell’empirismo e della concretezza. Si impegnano troppo sul ribadirsi di sinistra, al massimo sull’analizzare gli errori compiuti a sinistra, per riuscire a migliorare le prospettive della loro causa.

Così la gente, compresi i morti di fame, preferisce che nel consolato non manchi mai l’arcicampione della parte abbiente. Così l’uomo della strada si sente protetto  dagli intellettuali d’area.

Porfirio

FABIO MALAVASI: The stiudentis (lo studentese), la nuova lingua a Medicina

Gli studenti che tentano le prove di selezione per la Facoltà di Medicina hanno una prima delusione di fronte ad una certa facilità dei quesiti o per lo meno per una loro stranezza.  I pochi fortunati che superano la prova hanno una seconda fonte di delusione quando scoprono che i primi anni di Medicina sono basati su nozioni di anatomia, biologia, genetica, chimica e biochimica. Gli studenti mal comprendono questa inspiegabile punizione, scalpitando invece per salvare vite umane e fare grandi scoperte. Viene ripetuto loro che questo non è possibile e devono proprio adattarsi a studiare le basi molecolari della vita.

Gli studenti allora elaborano due distinte strategie, differenziate in base al sesso: le future dottoresse si armano di santa pazienza, seguono le lezioni/esercitazioni con grande cura e prendono degli appunti tridimensionali a 4 colori in cui compare tutto quanto detto, fatto, proiettato e anche solo pensato a lezione. Molte di queste dottoresse sbancheranno tutti nella vita professionale.

I futuri dottori maschi invece usano un approccio virile, “di questa roba qui non me ne frega niente”, e così via. Rimane tuttavia il piccolo scoglio degli esami, che lo studente maschio ha già scoperto (di anno in anno gli studenti si trasmettono appunti, ma anche modi di sopravvivere) come superare con astuzia. I test scritti a domande multiple vengono agilmente svicolati grazie all’aiuto della componente femminile, che ha studiato e quindi sa. Lievissimamente più difficile superare quei pochi esami ancora condotti su base orale. Il limite intrinseco di un esame del genere è rappresentato dal fatto che al docente richiede tempo ed energie molto superiori a quelli scritti. In compenso, il colloquio è in grado di fornire una valutazione abbastanza accurata non solo sulla conoscenza del campo, ma anche sulla personalità dello studente e il suo potenziale al di fuori nel campo specifico.

Per lo studente invece rimane la necessità di rispondere a domande specifiche, insomma quelle che richiedono di avere studiato.

Negli ultimi anni lo studente ha escogitato una strategia basata sulla sottrazione del tempo. E’ noto che un docente medio non “tiene” oltre i 15-20 minuti, per cui si tratta di occuparlo al massimo con l’impiego strumentale della lingua nota come studentese. La genetica insegna che quando si fondono cellule di specie diversa si ha un rigoglio nella progenie. E questo è confermato dagli ibridi che si ottengono nella pratica linguistica quando si fondono insieme linguaggio di film, televisione, giornali gratuiti, messaggi sms e soprattutto internet.

Prima di tutto, lo studente saluta con uno squillante “salve”, che si riteneva confinato alle preghiere dedicate alla Vergine, all’inno all’Italia di Virgilio e che invece è entrato in linea diretta come traduzione filmica dello yankee “hello”. I più colti giungono al “buondì”, generalmente ritenuto prodotto industriale della Motta, mentre invece è considerato dagli studenti una forma rispettosa di saluto.

Superato questo trascurabile scoglio, lo studente entra caldo a rispondere alla prima domanda, ad esempio un banale “che cosa è la cellula?”. Questa domanda diretta viene affrontata con un approccio del tutto indiretto. Lo studente usa “per quanto riguarda la cellula, praticamente questa è costituita da…”, con guadagno netto di alcune frazioni di secondo. Qui iniziano le fusioni somatiche fra cose orecchiate  qua e là ma legate fra di loro da “praticamente”, “tra parentesi”, “tra l’altro”, “peraltro”, “comunque”, “effettivamente”, “sostanzialmente”, “fondamentalmente”, “è scientificamente provato” (queste ultime parole lunghe). Il tutto seguito, preceduto e inframmezzato da “apparentemente”, recente acquisizione dal Dr. House. Una esposizione inframmezzata da frasi laterali porta ad una dendifricazione in grado di fornire un guadagno di tempo più significativo, e soprattutto incrina la capacità del docente di seguire quello che sta ascoltando.

La vecchia precauzione di seguire il verbo per monitorare il flusso logico viene abilmente sventata dallo studente, che spara una serie di ulteriori legami verbali fusi in un conclusivo “ovviamente”. I circuiti neuronali del docente vanno incontro alle prime claudicatio, ma questi con sforzo estremo cerca di rifarsi chiedendo chiarimenti diretti su aspetti prima definiti neri e poi bianchi. Allora lo studente tira fuori il primo degli assi che ha nella manica, costituito dallo strumento noto come “assolutamente”. Absolutely è un termine cui il Merriam-Webster attribuisce un preciso significato: in mano studentesca diventa invece una pasta plasmabile al bisogno, soprattutto quando non seguito da nulla. Qui il docente cade nella trappola dialettica, chiedendo espressamente perché la prima risposta è nero, seguita poi da bianco.

Lo studente sorride con sicurezza e con un certo compatimento e accede al secondo asso, rappresentato da “appunto”. Grazie al linguaggio televisivo, “appunto” è entrato nella conversazione generale per fortificare, contraddire, ingenerare dubbio, dare un che di erudito alla conversazione, in sostanza un inutile iterativo significativamente adottato dagli studenti come un riempitivo temporale, ma anche risolutore dialettico.

Il circolo del Willis del docente tira gli ultimi (vista anche la crescente età media del corpo accademico) e l’appannamento generale fa sí che di fronte ad un ultimo “appunto” che lega fra di loro due risposte completamente in contraddittorio il professore si arrenda, cali le sue difese e confessi a se stesso che in fondo altri lo bocceranno. Lo studente invece comincerà a segnare le sue tacche personali: anche questo docente fregato. Appunto.

FABIO MALAVASI: IL PROVINCIALE ALL’UNIVERSITA’ – LA FOTOCOPIATRICE

L’anno era il 1981 e il giovane Ricercatore era ritornato da Stati Uniti e Svizzera pieno di energie e nuove idee. Queste includevano il fatto che anche in Italia si poteva costruire, basta che ci fossero energie e finanze adatte. Una soluzione per il secondo punto venne dalla frequentazione con Paolo M. Comoglio, il quale aveva allora lanciato il Gruppo di Cooperazione in Cancerologia che raccoglieva le giovani promesse della Facoltà. Un indotto non trascurabile di questo fu il suggerimento di cominciare a presentare progetti all’AIRC acquisendo rapidamente un grant da 30 milioni di lire. Cifra molto importante a quel tempo, pari a circa 1/3 del bilancio dell’Istituto di Genetica Medica.

L’acquisizione di una indipendenza finanziaria slegata dal Direttore Universitario e da quello del Centro CNR portò a rotture di equilibri interni. Un rifiuto del Direttore dell’Istituto di approvare l’acquisto di una macchina da scrivere Xerox con memoria e uno schermo pari ad una linea di scrittura venne accolta con un pubblico “Non importa, pago con il Gruppo”, che lasciò tutti di stucco per la sorpresa ed anche per la irrispettosa novità.

Questo fu l’inizio di uno stillicidio di piccole contese e scaramucce con l’Università, che cercava in ogni maniera di attribuire al piccolo gruppo del Ricercatore la responsabilità di tutti i problemi dell’Istituto di allora.

Quella volta Mario arrivò dalla scala del pianterreno con le mani volte in avanti, sventolando e anticipando grandi ripercussioni da parte del Direttore d’Istituto. “Stavolta l’hai fatta proprio grossa” disse sibillino Mario.

Il Direttore seguì a ruota e fece una scenata pubblica, accusando il Ricercatore (in quell’anno neo promosso Associato), dicendogli che lui e il suo gruppo avevano stampato fotocopie per un importo pari a 174 milioni di lire.

Necessaria precisazione: tra le innumerevoli innovazioni tecnologiche, il Prof. Ceppellini aveva introdotto forse la prima fotocopiatrice in Italia, fornita dalla Xerox in affitto. Di questa si pagava un tanto a foglio, che veniva conteggiato mensilmente in base a un contatore. Ogni mese la mitica Signora Anna, una principessa segretaria di Ceppellini, chiamava la Xerox Italia e con la sua voce flautata comunicava la cifra corrispondente al consumo mensile. La Xerox a sua volta fatturava un importo finale pari a 23 lire/pagina, corrispondenti a 1-2 milioni di lire. In genere, queste fatture erano saldate dal Centro CNR (anch’esso fondato da Ceppellini), che finalmente pagava.

Apparentemente il Luglio/Agosto di quell’anno, il gruppo Malavasi doveva aver fatto un bel po’ di copie.

Sopravvissuto alla filippica del Direttore Universitario, il Ricercatore fece l’ovvio passo universitario, che è quello di prendersela con i giovani e subordinati. Fu vivacemente ricordato che fotocopiare i paper non significa leggerli né studiarli e che la bellissima biblioteca sempre aperta (altro dono/insegnamento del Prof. Ceppellini) consentiva di preparare la propria cultura senza riempire gli spazi di cumuli di carta gli spazi di laboratorio.

I giovani di allora ascoltarono il tutto, ma con la freddezza dei neuroni meno stressati fecero due conti e cercarono di capire quante copie dovevano essere state fatte per raggiungere una cifra così astronomica. Il numero di copie pari al valore poteva essere raggiunto solo se quattro persone avessero fotocopiato giorno e notte per sette mesi.

Cominciò a balenare la tenue possibilità dell’errore tecnico da parte della Xerox. Interpellata, questa escluse sdegnata ogni possibilità del genere, perché tutto era fatto tramite calcolatori, a loro volta connessi con una delle prime reti che collegavano il mondo occidentale. Un errore del genere di puro conteggio doveva essere escluso, d’altra parte non si riusciva allora a capire come poteva essere stato raggiunto il numero. Di nuovo interpellata, la Xerox escluse anche sovrapposizioni con altri Centri CNR e quindi il problema era ritornato ad essere solo di Torino.

Iniziò allora una sottile investigazione interna sulle modalità con cui le fotocopie erano gestite dal CNR, il cui Centro di Immunogenetica ed Istocompatibilità era stato creato dal Prof. Ceppellini per fornire una struttura finanziaria all’Istituto a gestione universitaria, e quindi povera. Tale Centro aveva in carico Ricercatori, Tecnici e una Segretaria, la signorina Garetti. La Signorina Garetti (nota anche come Miss Garrett, che forniva un tocco di internazionalità al tutto) aveva un pregio impensabile ora: con la sua Divisumma Olivetti faceva andare una struttura che oggi con computer e tecnologie enormemente superiori richiede 7 amministrativi guidati da un manager di altissimo livello. La sua gestione era rapida, tutto rintracciabile, tutto scritto su appositi libri e le fatture ai fornitori e soprattutto i rimborsi ai Ricercatori pagati all’istante. Nel suo studio piano terra aveva una piccola cassaforte, dove teneva soldi cash per piccole emergenze. Miss Garrett era quello che una volta si definiva “vita sola”, anche se viveva con la madre.

Miss Garrett aveva però un piccolo difetto rappresentato da balbuzie, non importante nella vita quotidiana, non percepibile in ambiente amico, ma ingravescente in pubblico e soprattutto in contatti telefonici. Per questa ragione, il Prof. Ceppellini l’aveva messa nel suo ufficio da lei organizzato in maniera germanica e da cui raramente usciva, se non per rapida puntata al caffè fatto con rigorosa Moka. I contatti esterni erano tenuti dalla Signora Anna, che di persona e al telefono incantava tutti e tutto andava bene. Nelle sue rare assenze, la Signora veniva sostituita da Miss Garrett con grande insoddisfazione sua e di tutti gli utenti. Infatti Miss Garrett aveva una di quelle balbuzie, in cui il portatore deve completare la parola e la frase. Finché ciò non era avvenuto, partiva la raffica di abortivi tentativi, che si riflettevano anche in bollette telefoniche alte. Ulteriore insoddisfazione veniva quando uno chiamava da fuori e tentava di farsi passare un numero interno dal centralino. Questo diveniva un’avventura epica e di alto costo in gettoni, in quanto la Signorina doveva completare il nome del richiamante, che avveniva generalmente quando finiva l’ultimo gettone. Queste azioni così complesse lasciavano pesanti agitazioni e nervosismo in Miss Garrett, che si sfogava lanciando la cornetta contro il centralino. La Stipel provvide a fornire il primo centralino rivestito in legno a scopo protettivo.

Anche quell’Agosto Miss Garrett aveva avuto l’ingrato compito di stare al centralino e rispondere alle telefonate. Fortunatamente quegli anni erano caratterizzati da lunghe vacanze e quindi le chiamate erano molto poche. La Xerox aveva invece organizzazione rigida e richiedeva di sapere il consumo anche in Agosto. La comunicazione alla Xerox sul numero di copie era spesso foriera di ansie e nervosismi, in quanto dall’altro capo del filo vi era una segretaria di marcato accento milanese, fine, chiaramente intenta alla cura dell’unghia e alla sua colorazione con colori vivaci. Insomma, vi erano tutti i presupposti che fosse una procace signorina, già di suo disturbante nell’immaginario di Miss Garrett.

Il centro del Broca è quello della zona del cervello che è un importante coordinatore della parola. Tutti i circuiti neuronali di Miss Garrett erano circondati da fattori solubili, legati alla sua ansia montante e a qualche rancore contro il mondo, un po’ avaro con lei.

L’indotto sul centro del Broca è che questo tendeva a spezzare le parole, finché il circuito non si chiudeva completamente con la parola completa. Lievemente diverso con la gestione dei numeri, anche essi spezzati finché non compariva il numero detto per intero.

La procace (e sicuramente indifferente) Segretaria della Xerox prestò moderate attenzioni alle parole della Signorina, che comunicò i numeri del mese.

333333 77777 22 444 999 11. La scelta del grassetto evidenzia il momento in cui i circuiti del Broca generavano il numero completo. La Signorina Xerox era decisamente ignara di neurofisiologia e prestò pochissima attenzione a questo dettaglio, semplicemente trascrisse sul suo computer il numero intero pari a 21 cifre, né fu nemmeno sfiorata dal fatto che non avesse mai visto una sequenza così fuori dall’ordinario nelle altre macchine. Non accadde nulla per tutto il mese successivo, fino a quando non fu emessa la fattura finale, spedita per Posta espressa. Aprendo la busta, Miss Garrett fu elettrizzata da una scossa per scoprire una cifra tanto al di sopra della norma, e tanto superiore alle possibilità del Centro. La Signorina si fiondò subito dal Prof. Ceppellini, che bofonchiò alcune cose sulla burocrazia italiana, mentre al Basel Institute for Immunology tutto andava come un orologio. Congedata bruscamente, la Signorina si attaccò alla catena del comando, che prevedeva il Direttore dell’Istituto il quale sbiancò e generò una serie di “santocieli” che bloccarono Cleide e Mario subito accorsi.

179 milioni di lire erano una cifra che in quegli anni avrebbero messo in ginocchio chiunque: il Direttore fece una rapida riflessione e subito pensò al gruppo del Ricercatore già abituato a spendere e spandere diversamente dai rigidi criteri di frugalità pienamente di moda.

Seguirono due mesi di inferno caratterizzati da successive investigazioni interne ed esterne, fino a quando Carlo Savina suggerì l’ipotesi di lavoro giusta e si giunse a comprendere l’arcano. Il sorriso rilassato del Ricercatore si spense quando da una telefonata trionfale alla Xerox ricevette come risposta che loro non potevano farci più nulla, in quanto il tutto era già finito al calcolatore centrale, ad Omaha, Nebraska.

A questo punto non rimaneva che chiamare l’Headquarter della Xerox per telefono. Quelli erano anni in cui già chiamare fuori Torino era un’impegnativa intercomunale, figurarsi l’America, ove dovevi passare tramite il centralino internazionale. Superato anche questo scoglio, emerse una difficoltà semantica nella descrizione di quanto era avvenuto e soprattutto di dare credito ad una situazione di moderata verosimiglianza.

Dall’altra parte del telefono c’era la fenocopia della segretaria milanese, stavolta con l’aggravante di un inglese perfido. Il tentativo di spiegare che un caso di stutter aveva causato questa situazione fu accolto da una serie di “what?”, “you should be kidding”, “never heard that”, “let me think about”. E’ verosimile che questa richiesta abbia raggiunto i più alti livelli del management americano di allora e il numero stratosferico sia stato cancellato dal CEO in persona.

Fabio Malavasi

Dopo un altro mese di sofferenza, rancorose recriminazioni, astiosi ricatti, la situazione fu rasserenata quando in Istituto arrivò un plico di busta aerea indicante che la richiesta era stata accettata e la fattura annullata. La Signorina e il Ricercatore festeggiarono a lungo la liberazione dall’ansia accumulata. Nulla cambiò nell’Istituto. I giovani continuarono a fare pile di fotocopie, nell’ipotesi che per dialisi le notizie passassero dalla carta al neurone. L’unica variante fu che Miss Garrett (con grande soddisfazione personale) fu esonerata dal servizio agostano e la Xerox fu così tollerante da accettare la comunicazione del consumo di carta in Settembre, al ritorno della principessa Anna.

La tragedia del sovrasviluppo e la rivincita delle comuni

Hermenegildo Cruz Leon ha 49 anni, due folkloristici baffi scuri sotto il sombrero di fibra di palma, che usa per ripararsi da sole e luna indifferentemente. Non ha completato il primo ciclo di istruzione elementare, e non ha mai lasciato il suo paese. Coltiva pomodori, mais e fagioli.  E’ presidente del Consiglio di Vigilanza della microbica comunità di San Pedro Nexicho. Quaranta case alla fine del nulla: una strada recentemente asfaltata, tra i monti della Sierra Juarez, Oaxaca, Messico. Assieme agli altri del comitato dei beni comunali, è stato mio primo maestro di spagnolo. E di comunalità. Una forma di organizzazione sociale, ma anche un modello di vita. In cui  l’altro, il vicino e compagno, la natura, e le generazioni future hanno uguali diritti e doveri. Un modello di vita che la nostra Europa ha perso con la rivoluzione industriale, se mai l’ha abbracciato. In questa forma di organizzazione sociale, la terra è di proprietà comunale, o, per dirla con le loro parole, “tutto è di tutti e di nessuno”. E per ribadire il concetto, all’entrata della comunità di Ixtlan de Juarez, capoluogo della regione, un cartellone scandisce a chiare lettere “in questa comunità la terra è di proprietà collettiva, è proibita la compravendita”.

Nel 1968 il biologo Harding sviluppò la sua teoria riguardo alla proprietà collettiva, teoria  giustamente chiamata “la tragedia dei comuni” secondo la quale qualsiasi tentativo di collettività sarebbe destinato a fallirle a causa della cupidigia intrinseca nella natura umana: ciascuno infatti avrebbe incentivo a sfruttare al massimo la risorsa in comune, generando così un livello totale di consumo insostenibile, e tale da esaurire in breve la risorsa stessa.

Le lezioni di vita che ho ricevuto, e gli esempi da me collezionati mi portano a credere esattamente il contrario. Nella comunità Benito Juarez, gli abitanti hanno deciso di privarsi dell’acqua corrente nelle case per ritornare alla fonte in strada, notando che in questa maniera se ne razionalizzava di più l’uso: la fatica del trasporto ne aumentava il valore intrinseco.  “Se vediamo che stiamo tagliando troppi alberi, per uso personale o per venderli, e ciò sta compromettendo il bosco, per un certo periodo proibiamo ai comuneros nuovi tagli – mi spiega paziente Don Hermeneglido – restringiamo le nostre necessità per preservare il nostro territorio”. Di ecologia neanche a parlarne, é un trastullo per intellettuali, i comuneros per lo più ridono quando ne parlo. Il loro è buon senso, è conoscenza e rispetto della terra in cui son cresciuti e da cui ricavano tutto il necessario per la loro vita. La Sierra Norte è una terra fertile, in cui cresce di tutto. Le comunità, nonostante il bassissimo pil, vantano un’ottima qualità di vita. La povertà assoluta è minima, così come minima è la disegualianza. L’organizzazione comunale assicura che ciò che si guadagna collettivamente sia pure collettivamente redistribuito. Non é comunismo. Esistono e sono possibili differenze. Mentre non esiste un’economia centralizzata, né uno stato proprietario di processi produtivi: in queste comunità, nulla cade dall’alto.

L’antropologo Jaime Martinez Luna, della comunità di Guelatao de Juarez (la stessa in cui nacque, più di due secoli fa, il veneratissimo presidente Benito Juarez) é stato il primo, e tutt’ora il piu’ influente teorico della comunalità. A lui si deve una delle piu’ complete analisi della struttura e organizzazione comunitaria. Secondo la sintesi di Jaime Luna, le comunità si basano su quattro pilastri: l’assemblea, i cargos, il tequio, e le fiestas.

L’assemblea è l’organo legislativo-esecutivo della comunità. In essa si applica l’esercizio della democrazia diretta, o partecipativa. Ciascun comunero ha il diritto/dovere di partecipare e opinare. Qualsiasi decisione riguardante la comunità deve passare per l’assemblea dei comuneros. Nel corso della mia permanenza, ho avuto l’onore di partecipare ad una di esse. Ciò che più mi ha impressionato è stata l’infinita pazienza e il rispetto con cui tutti e quarantadue i comuneros, alla fine di una giornata di lavoro, per lo più nei campi, ascoltavano e riflettevano sui vari argomenti all’ordine del giorno. Io, da spettatrice, alla fine della prima ora ero esausta, al termine della seconda avrei ringhiato contro chiunque fosse di opinione contraria alla mia, e ho passato la terza e ultima ora lottando per tenere gli occhi aperti.

Non penso di aver mai assistito ad un esempio migliore di civiltà. Collettiva, per giunta.

Un cargo è un incarico pubblico, che il comunero è chiamato a svolgere, a servizio della comunità, e nella maggior parte dei casi completamente privo di retribuzione. Rispettando e assolvendo al proprio cargo correttamente, il comunero non né guadagna in benessere personale, né familiare, ma bensì in prestigio e rispetto. Ironico se comparato col dibattito attuale riguardo agli stipendi parlamentari. L’assegnazione dei vari cargos è progressiva: ciascun comunero inizia da giovane, col più umile (l’incarico di topil, una sorta di tuttofare), e a seconda della serietà e della responsabilità dimostrata, va avanzando di “grado”, sino alla presidenza municipale. Normalmente un anno di servizio e’ alternato ad un anno di riposo. In caso di emigrazione, il comunero che desidera conservare i propri diritti (e il proprio prestigio) all’interno della comunità, pagherà un supplente affinché svolga l’incarico in sua vece. Incredibile ma vero, la maggior parte degli emigranti mantiene legami fortissimi con la propria comunità, continuando spesso a pagare ciò che gli spetta per cargos, tequios e fiestas.

Il tequio é una giornata di lavoro collettiva, al servizio della comunità, obbligatoria per tutti i comuneros. Inutile dirlo, anch’essa a titolo totalmente gratuito. Normalmente i tequio si decidono nell’assemblea, e servono a realizzare piccole opere di mantenimento del bene comune (pulizia dei serbatoi di acqua, ristrutturazione del cammino, riparazione del sistema di tubature…). Al comunero che si sottrae ingiustificatamente al tequio, spetta una multa o una notte nella carcel (una celletta minuscola occasionalmente destinata a chi disturba la quiete pubblica).

Compiere i propri doveri dà luogo a diritti (come quello di utilizzare le risorse naturali della comunità, l’accesso all’acqua, e il diritto di voto all’interno dell’assemblea), per sé e per la propria famiglia. Nelle comunità non esistono diritti congeniti: ciascun diritto é guadagnato, é condizionale al lavoro e al merito del cittadino. In aggiunta, la pressione sociale in queste piccole comunità (la maggior parte al di sotto dei 3000 abitanti) é molto forte: il controllo degli uni sugli altri si rivela spesso più efficace (e in alcuni casi oppressivo) di qualsiasi minaccia di punizione. Nel complesso, questi incentivi son abbastanza forti da assicurare che ciascun cittadino rispetti gli incarichi e le leggi collettive.

Last but not least, le fiestas. Momento in cui la comunità si ritrova, si svaga, si gode i frutti del proprio lavoro. La festa vera e propria ha luogo una volta per anno, e dura almeno tre giorni. In quest’occasione si organizzano balli, tornei sportivi per i giovani, messe e processioni, eventi ludici di vario genere, spesso a premi. Le comunità vicine partecipano e cooperano, con fiori, birra o alimenti, si porta avanti la microdiplomazia. A tutti é offerto, per tutta la durata della festa, da mangiare e soprattutto da bere (distillati e fermentati di agave), e da dormire per chi ne avesse bisogno. Le fiestas son anche un momento di redistribuzione indiretta del benessere: a finanziarla sono coloro che nell’anno corrente dispongono di più lana, denaro. Nel caso in cui non vi siano grandi disparità, é tutto il pueblo a collaborare.

Ma torniamo alla tragedia dei comuni. Il biologo Gustavo Ramirez Santiago, della comunità di Ixtlan, vanta trent’anni di esperienza nel campo, percorrendo in lungo e largo le comunità della Sierra, oltre ad aver prodotto lo studio più completo della flora e fauna della regione. Secondo i dati da lui raccolti, dunque, l’80% delle zone ad alta biodiversità del Messico sono di proprietà collettiva. In altre parole, la proprietà comunale ha, in Messico, il controllo della biodiversità. E del 50% delle risorse idriche. E per fortuna, aggiungerei io. Come se non bastasse, le comunità della Sierra Juarez offrono un esempio vincente di gestione collettiva di impresa produttiva. Imprese che secondo la teoria economica vigente, basata su una concezione dell’uomo avido, utilitarista e soprattutto mai sazio, non sarebbero mai dovute esistere. E in effetti, in accordo con tale teoria, i boschi di quasi tutta la Sierra Norte erano stati concessi in gestione, per un periodo di quaranta anni, ad una impresa canadese che produceva carta. Quando negli anni 90 le comunità, a partire da Ixtlan de Juarez, han ripreso il controllo del loro territorio, e iniziato a gestire sole i propri boschi, in pochi hanno scommesso sulla loro effettiva capacità di farcela. A torto.

Le comunità della sierra norte esistono da cinque secoli. E si autogestiscono piú o meno da sempre secondo gli stessi principi, miscela vincente di cosmovisione precolombina (naturolatra e collettivista) e istituzioni coloniali (il municipio, per esempio). Essendo rimaste sino agli anni 50 quasi inaccessibili e marginalizzate, sono riuscite forse per questo a conservare la propria autonomia, a dispetto dell’attrattivo esercitato dalla loro richezza naturale. I municipi ” liberi e sovrani” controllano direttamente una delle zone meglio conservate del Messico (pur senza essere stata mai dichiarata un parco naturale), e chissa’ del pianeta.

I più anziani nelle comunità son preoccupati. Sanno che qualcosa sta cambiando nel pianeta. Per molti il riscaldamento globale e’ un concetto confuso e pomposo, l’alterazione del ciclo dell’acqua e dell’intensità delle precipitazioni, invece, un fenomeno concreto e preoccupante. Piove quando non dovrebbe, e viceversa, “non si capisce più niente: quando dobbiamo piantare il mais?”. Il sapere locale possiede molto più buonsenso di molti scienziati del mondo super-industrializzato, disposti a negare l’evidenza per il bene del progresso. Il progresso, ovvero la crescita economica: mostro sacro della nostra società moderna, specie quando vestito della maschera della sostenibilità.

Se solo potessimo cogliere qualche briciola di questa saggezza, noi del mondo “sovrasviluppato” (come ci definiscono da questo lato dell’atlantico).. noi senza communes e senza governo. Ripenso alle nostre case piene zeppe di troppo, al nostro sentirci poveri anche quando non ci manca niente, alla perenne insoddisfazione di chi ha perso il contatto con la terra e la capacita’ di godere di una giornata di sole, o peggio, del tempo per farlo. Potremo re-imparare?

Saremmo davvero capaci di essere felici con poco?

Marianna Bianca Galantucci

GIUSEPPE PRESTIA: POSSIAMO DIRCI VERAMENTE “SVILUPPATI”?

ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL’EUROPA  ALLA LUCE DELLA RECENTE CRISI ECONOMICA

Da ormai troppo tempo il nostro paese e con esso altri stati dell’Unione Europea si dibattono nella cosiddetta “crisi”. In Italia, in particolare, si è venuto a creare un circolo vizioso per cui l’eccessiva imposizione fiscale, superiore al 50%, ha da un lato compresso i consumi, inducendo al fallimento migliaia di imprese, e dall’altra impoverito vasti strati della popolazione, che rasentano la miseria o quasi. A tale situazione si aggiunge la paralisi totale della classe dirigente, aggravata dall’esito incerto delle elezioni del febbraio 2013.

Di fronte a questo quadro desolante, viene da chiedersi come sia stato possibile giungere ad un simile disastro e soprattutto come se ne possa uscire. Per quanto riguarda l’Italia non v’è dubbio che molte colpe ricadano sull’inerzia della classe politica, ma bisogna aggiungere che tale inerzia riflette inevitabilmente le contraddizioni insite nella società italiana e gli interessi corporativi di molte categorie che intendono preservare le loro posizioni di privilegio a discapito del benessere comune. Il discorso è troppo complesso per essere sviluppato in questa sede. Qui mi vorrei limitare ad alcune brevi considerazioni in campo economico.

E’ bene innanzitutto chiarire che la crisi che sta attraversando l’Italia e più in generale l’Eurozona, ha assunto connotati del tutto peculiari rispetto a quella manifestatasi nel 2007 dapprima negli Stati Uniti e poi in altre nazioni del mondo. Il problema europeo deriva direttamente dal fatto che l’unione economica e monetaria, per intenderci l’adozione dell’euro, non è stata seguita da una corrispondente unione politica. I meccanismi decisionali, a livello politico, sono rimasti troppo frammentati e farraginosi e gli interessi dei singoli stati finiscono per prevalere sull’interesse generale.

Nella letteratura economica molti lavori hanno chiarito i meccanismi che sono alla base della recessione dell’Eurozona. In particolare l’economista belga Paul De Grauwe, in una serie di studi pubblicati a partire dal 2011[1], ha messo in luce la fragilità delle istituzioni su cui si regge l’unione monetaria e ha dimostrato che le misure di austerità adottate soprattutto nei paesi dell’Europa meridionale, tra cui il nostro, sono state prese sull’onda del panico e dei timori manifestatisi sui mercati, che hanno gonfiato artificialmente lo spread, non certo perché vi fosse un reale pericolo di default. La goffa gestione dei problemi economici a livello europeo ha poi ulteriormente peggiorato la situazione.

Da tutto ciò si ricava un’altra considerazione: l’approccio prevalente in sede europea (ma il discorso riguarda più in generale l’economia mondiale) è prettamente “economicistico”. Nelle interminabili trattative che si succedono a Bruxelles ogni qual volta ci si trova di fronte ad un’emergenza, ciò che conta sono il PIL, il deficit, lo spread, il rapporto debito/PIL e così via dicendo. Il vero punto centrale, cioè il destino e il benessere dei milioni di cittadini che subiscono le misure di austerità imposte dalla cosiddetta troika (FMI, BCE e UE), non viene neanche sfiorato. L’obiettivo primario è avere i conti a posto. Non importa se per raggiungere questo risultato viene compromessa la dignità della persona umana. Tra l’altro occorre osservare che l’approccio “economicistico” finisce per condurre a risultati insoddisfacenti non solo dal punto di vista del benessere dell’uomo ma anche sul fronte più prettamente economico – finanziario. A cosa potrà mai servire avere i bilanci a posto, se poi ci si ritrova con gran parte della popolazione immiserita?

Il che ci porta al fulcro del problema: il fatto incontestabile che emerge dalla situazione attuale è che non è più l’uomo ad essere al centro della scienza economica, ma gli interessi egoistici dei mercati finanziari. L’economia deve essere al servizio dell’uomo. Se non si recupera questa dimensione non vi potrà essere via d’uscita dalla crisi e soprattutto non vi potrà essere vero sviluppo.

Quest’ultimo infatti non riguarda solo i cosiddetti paesi “arretrati”, ma anche noi che ci autocollochiamo nel mondo “sviluppato”. Anzi forse è vero il contrario e cioè che siamo noi appartenenti ai paesi “avanzati” ad essere veramente “sottosviluppati”. La nostra visione è ormai troppo distorta, rivolta esclusivamente al guadagno e al profitto a qualunque costo, e non abbiamo l’umiltà di riconoscere che certi valori che abbiamo smarrito sono invece ancora vivi e presenti in quello che chiamiamo Terzo o Quarto Mondo.

In effetti basterebbe davvero poco per rendersene conto, sarebbe sufficiente affacciarsi dall’altra parte del Mediterraneo, in Africa. Nella cultura di questo continente, uno degli elementi più importanti è costituito dal ruolo centrale che è accordato ai valori relazionali, alla coesione sociale e ai beni non materiali. Per gli africani il successo individuale o l’esito di un’azione sono subordinati al loro contenuto in termini di legame sociale, ciò che conta sono le relazioni tra le persone.  Anche la considerazione della ricchezza è molto diversa da quella che abbiamo noi. La ricchezza, infatti, ha come scopo l’arricchimento sociale. Essa è utile nella misura in cui può essere condivisa con il gruppo. Majid Rahnema in proposito scrive: “La povertà sarebbe così un modo di vita, una condizione essenzialmente fondata sui principi di semplicità, di frugalità e di considerazione per i propri prossimi.[…] Rappresenterebbe un’etica e una volontà di vivere insieme, secondo dei criteri culturalmente definiti, di giustizia, di solidarietà e di coesione sociale, che sono qualità necessarie a ogni forma culturalmente concepita per affrontare la necessità. La miseria rappresenterebbe al contrario tutta un’altra condizione. Essa esprimerebbe la caduta in un mondo senza riferimenti dove il soggetto si sente improvvisamente spossessato di tutte le sue forze vitali, individuali e sociali, che gli sono necessarie per prendere in mano il suo destino”[2].

A noi europei simili concetti non sono sconosciuti. La filosofia cristiana, ad esempio, ne parla a più riprese. Il filosofo francese Jacques Maritain (1882-1973) scriveva “ciò che sarebbe conforme alla natura e che dobbiamo chiedere nell’ordine sociale alle nuove forme di civiltà, è che la povertà di ciascuno (non penuria, né miseria, ma sufficienza e libertà, rinunzia allo spirito di ricchezza, gioia dei gigli del campo); è che una certa povertà privata, crei l’abbondanza comune, la sovrabbondanza, il lusso, la gloria per tutti”[3]. Paolo VI, nell’enciclica Populorum Progressio (1967), affermava: “nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario”[4] e riprendendo le idee sviluppate da Maritain aggiungeva: “lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo”[5]. L’economista domenicano Louis-Joseph Lebret (1897-1966) dal canto suo sosteneva con forza: “noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomini, fino a comprendere l’umanità intera”[6].

Quella che si osserva oggi nell’Unione Europea è una situazione ben diversa. Lungi dal perseguire politiche che portino ad uno sviluppo nel senso “umanistico” di cui si diceva prima, le istituzioni europee stanno progressivamente scavando un fossato tra un gruppo di paesi detti virtuosi (la Germania e i paesi del Nord Europa), le cui condizioni economiche sono migliori, e quelli in difficoltà dell’Europa mediterranea (ma non solo), che invece non riescono a risollevarsi e che sono costretti ad adottare provvedimenti con altissimi costi sociali. In altre parole non esiste solidarietà tra i membri dell’Unione e vengono così messe in discussione le radici stesse di essa. Non era certo questo il modello di Europa che avevano concepito i padri fondatori della CEE nel ’57.

Se le cose stanno così, non possiamo ovviamente fregiarci del titolo di “sviluppati”. Nell’UE le disuguaglianze economiche e sociali diventano sempre più marcate e ci si allontana progressivamente dal tracciato dello sviluppo autentico. Non si comprende che attraverso il sacrificio (per altro limitato) di alcuni si otterrebbe il benessere di tutti. Il persistente rifiuto da parte della Germania di adottare gli eurobond, i limitati poteri e le esitazioni della BCE e le contraddizioni di carattere politico stanno alimentando il circolo vizioso della recessione. Come hanno scritto Paul De Grauwe e Yumei Ji “la storia dell’Eurozona è anche una storia di crisi del debito annunciate (…). I paesi che sono colpiti da una crisi di liquidità sono costretti ad applicare stringenti misure di austerità che li fanno entrare a forza nella recessione, riducendo così l’efficacia dei programmi di austerità”[7].

Il grande economista italiano Federico Caffè (1914-87) scriveva che la politica economica dovrebbe svolgere come compito essenziale quello di essere una guida per l’azione[8]. Ebbene è ora che nell’ambito dell’Europa ci si indirizzi verso un’azione che ponga le esigenze dell’uomo al centro dei propri interventi. Sempre Paolo VI nella Populorum Progressio diceva “ogni programma, elaborato per aumentare la produzione, non ha in definitiva altra ragione d’essere che il servizio della persona. La sua funzione è di ridurre le disuguaglianze, combattere le discriminazioni, liberare l’uomo dalle sue servitù, renderlo capace di divenire lui stesso attore responsabile del suo miglioramento materiale, del suo progresso morale, dello svolgimento pieno del suo destino spirituale”[9]. Simili concetti si ritrovano anche negli scritti dell’economista anglo-australiano Colin Clark (1905-89) [10], esplicitamente richiamato nell’enciclica di Paolo VI, oppure in quelli di Francesco Vito (1902-68) che, come ricorda Luigi Pasinetti, “pensava che l’economia non potesse fare a meno dell’etica, nel senso che per fare bene il mestiere dell’economista bisognasse – prima di occuparsi dei mezzi – occuparsi (e con cura) dei fini”[11] e questi avevano come punto di riferimento l’uomo. E’ quindi chiaro che occorre agire in tale direzione se si vuole spezzare il circolo vizioso della recessione. Non esistono alternative.

Se verrà mantenuta l’attuale impostazione, i governi dei paesi più in difficoltà saranno costretti a distrarre una sempre maggiore quantità di ricchezza dalla popolazione a favore di un utopico riassetto di bilancio, innescando la spirale del sottosviluppo.  Al contrario l’UE dovrebbe adottare meccanismi in grado di bloccare i potenziali rischi e timori di default, assegnando un ruolo più incisivo alla BCE, quale prestatore di ultima istanza, e spronando nello stesso tempo gli stati con maggiori problemi a intervenire efficacemente per rimuovere gli ostacoli interni che impediscono un reale progresso economico e sociale. Allora potremo dire di essere più vicini alla soluzione della crisi.

Giuseppe Prestia


[1] Paul De Grauwe, The governance of a fragile Eurozone, CEPS working document n. 346, CEPS, Bruxelles, 2011,  http://www.ceps.eu/book/governance-fragile-eurozone; Id., The ECB as a Lender of Last Resort, VoxEU, 2011; Paul De Grauwe, Yumei Ji, “Self-fulfilling crises in the Eurozone: An empirical test”, in Journal of International Money and Finance, 34, 2013, pp. 15-36; Paul De Grauwe, Yumei Ji, More evicence that financial markets imposed excessive austerity in the eurozone, CEPS Commentary, 5 february 2013, CEPS, Bruxelles.

[2] Majid Rahnema, “La povertà”, articolo pubblicato il 12 giugno 2007 disponibile sul sito http://www.ishtarvr.org/leggi_articolo_ultimo.php?id=24 consultato il 20 aprile 2010.

[3] Jacques Maritain, Umanesimo integrale, Borla, Roma, 2009, p. 220 (ed. originale Humanisme intégral, Fernand Aubier, Paris, 1936).

[4] Paolo VI, Populorum progressio, n. 23, Ed. Paoline, Milano, 2009, p. 18.

[5] Paolo VI, cit., n. 14, p. 12.

[6] Louis- Jospeh Lebret, Dynamique concréte du développement, Economie et Humanisme, Les Editions Ouvrières, Paris, 1961, p. 28.

[7]  P. De Grauwe, Yumei Ji, “Self-fulfilling crises in the Eurozone: An empirical test”, cit., p.33.

[8] Federico Caffè, Lezioni di politica economica, Bollati Boringhieri, Torino, 1978.

[9]  Paolo VI, cit., n. 34, p. 24.

[10] Colin Clark, The conditions of economic progress, St. Martin’s Press, London – New York, 1960

[11]  Luigi Pasinetti, “Una teoria per un’economia al servizio dell’uomo”, in Daniela Parisi, Claudia Rotondi (a cura di), Francesco Vito: attualità di un economista politico, Vita e Pensiero, Milano, 2003, p. 229.

ROBERTO VACCA – DEMOCRAZIA E PARTECIPAZIONE

“La democrazia è la peggiore forma di governo – eccetto per tutte le altre forme che sono state provate di tempo in tempo [che sono ancora peggio]” – disse Winston Churchill alla Camera dei Comuni l’11 novembre 1947.

Chi ha vissuto al tempo del fascismo ricorda che allora si stava peggio. Poca cultura (tranne eccezioni note e quasi mai dovute al regime) – giustizia coartata – libertà assente – decisioni governative improvvisate e sbagliate che portarono al disastro. Ora viviamo in democrazia e vediamo bene i difetti del sistema cui alludeva Churchill. Non dimentichiamo, però, i guai più gravi che conseguirebbero a innovazioni che aboliscano la elezione di rappresentanti senza vincolo di mandato (v. Art.67 della Costituzione). Le maggioranze bulgare del 99% puzzano orrendamente. Taluno mira a realizzarle qui oggi e vorrebbe anche vincolare i deputati con votazioni/sondaggio fatte via Internet, ma non sa definire modi di prevenire brogli e messaggi falsi. Si parla di una democrazia non fatta col voto, ma con la partecipazione diretta. Questa è un’idea che suona attraente, ma è illusoria: chi partecipa può farlo solo con le conoscenze e le competenze che ha. Se sono troppo scarse, procede a caso.

Anche se leggi e mozioni in Parlamento talora sono confuse, sono scritte seguendo regole funzionanti. Chi le propone ha il dovere di renderle univoche e comprensibili. La partecipazione a blog o social network si esprime, invece, con testi corti, “tanto si sa di che cosa stiamo parlando”. Le implicazioni inespresse sono manipolabili e portano a polemiche. La media dei cittadini non ha cultura adeguata a decidere questioni che abbiano aspetti tecnici, legali, costituzionali, scientifici. Neanche i deputati sono tutti esperti: dovrebbero studiare e chiedere aiuto a esperti credibili.

Sarebbe meno rischiosa la cogestione aziendale da parte dei dipendenti. Ha il vantaggio che i lavoratori sono chiamati a partecipare a decisioni su argomenti di cui hanno conoscenza diretta. È cominciata in Germania (Mitbestimmung) ed è adottata, ma non generalmente anche in Svezia, Olanda e Repubblica Ceca.

È ingenua l’idea che con Internet ed e-mail risolveremmo ogni problema politico di informazione, correttezza, ottimizzazione delle decisioni, tempestività. Potremmo solo aprire canali su cui tutti ricevano informazioni e notizie – ma questi ci sono già. Poi chiunque potrebbe esprimere pareri o voti – di scarso valore se sono pilotati da riassuntini e twitter che ha appena ricevuto.

Allego estratto di un mio articolo di 12 anni fa in cui sostenevo che l’uso di reti telematiche è opportuno per diffondere conoscenza – non come strumento politico. Credo abbia ancora qualche interesse

 

GLOBAL FORUM SU E-GOVERNMENT  (1)- ILMATTINO        13/3/2001

“Saremmo tutti anarchici, se l’anarchia funzionasse anche con i grandi numeri. Invece non funziona e la vita associata di milioni di persone ha bisogno di strutture, registrazioni, imposte, leggi e anche di regolamenti. Non sempre questi vincoli sono studiati e applicati bene. I casi in cui ci opprimono troppo sono ben noti a ciascuno – e sono stati descritti in modo angoscioso da tanti scrittori. ——

Dispiace che gruppi di giovani, certo animati da buone intenzioni, manifestino contro fattibili innovazioni informatiche. Credo che abbiano capito male e che immaginino strutture miranti a rafforzare le disparità, a favorire chi ha più familiarità con la tecnologia ed è più ricco, ad asservire il nostro Paese a nazioni più avanzate. Uno degli obiettivi, invece, è proprio la riduzione del divario fra paesi ricchi e poveri. Ma i disinformati temono eventi non pericolosi e non pensano nemmeno ai rischi veri.

Io credo che sia opportuno riprogettare e modernizzare (certo! ricorrendo alla tecnologia) i grandi sistemi pubblici e privati in modo integrato per cooperazione fra governi, banche, aziende e scuole. Il fine non è quello di ricreare un’economia di tipo sovietico, ma un’arena in cui discutere le priorità della società per offrire agli utenti scelte più variate a livelli di qualità più alti. Ciò richiede che si addestri anche il pubblico: è in questa direzione che l’impegno è ancora inadeguato. In tutta Europa, e in Italia peggio, mancano esperti in reti telematiche nei settori di progetto e pianificazione, realizzazione, manutenzione e gestione. Uno studio commissionato da CISCO e redatto da International Data Corporation stima che nel 2002 la carenza in Europa occidentale sarà di 600.000 addetti (di cui 60.000 in Italia). Altro studio analogo condotto da Accenture è più pessimista e indica per l’anno prossimo la carenza in Europa in 2 milioni di esperti. I rischi implicati da questa situazione sono ovvi. Mentre i nuovi strumenti telematici e in generale di alta tecnologia innalzano i rendimenti di ogni attività umana e, quindi, offrono una migliore qualità della vita, un eventuale strozzatura nel loro sviluppo dovuta alla mancanza di esperti in numero sufficiente, vanificherà sviluppi positivi e manterrà il nostro Paese a un livello di sviluppo basso e antiquato. Anche peggiore sarà la situazione di paesi che cercano di emergere e che noi stessi non saremo in grado di aiutare.

Ogni innovazione di funzioni del Web  deve essere supportata da piani concreti per creare con urgenza molte scuole avanzate in cui ai nostri giovani si insegnino ad alto livello scienza, informatica, alta tecnologia.

La ricerca e la tecnologia moderne ci hanno allungato la vita, ci hanno dato occasioni (non immaginate fino a tempi recenti) di scelte non solo pratiche e utilitarie, ma anche culturali e spirituali. È un falso altruista chi le rifiuta in nome di una vita semplice e bucolica, ma disastrata per troppi individui mantenuti nell’ignoranza e privi di scelte ed esposti a flussi di informazione precotta e fornita sotto forma di slogan.”

____________________________________________________.

(1)  Scrissi questo pezzo durante il Terzo Global Forum sull’E-Government, tenutosi a Napoli nel Marzo 2001.

RANTOLA L’ITALIA DELLA COSTITUENTE

Giorni di lutto vive nell’Aldilà la Trimurti usurpatrice De Gasperi/Nenni/Togliatti, cui risale il potere che domina lo Stivale. Qui, sulla Terra, i più credono si avvicini la fine di una fase: la Seconda/ Terza repubblica, il bersanismo, il centrismo, i Democrat grande forza compatta, i ponti verso destra, l’antiberlusconismo che ancora fa la fortuna del Cavaliere, altre parentesi transeunti per definizione. Invece nell’Aldilà la Trimurti sa, con la certezza spettante ad ogni onnisciente divinità, che non una fase o una stagione agonizza, ma l’intero sistema nato tra il 1945 e il ’47. Agonizza la democrazia rappresentativa, posseduta dai Partiti, dagli appaltatori delle urne, dai saccheggiatori della ricchezza nazionale.

Perché la Trimurti la chiamiamo usurpatrice? Perché gli italiani, avendo pagato caro il misfatto della guerra del ’40, speravano che almeno la sconfitta li liberasse dalle turpitudini di regime. Invece i possenti ma sprovveduti vincitori credettero di far bene a consegnare il paese ai furfanti del CLN, improvvisatisi liberatori e statisti. Sessantasei anni da allora hanno dimostrato che l’assetto congegnato dai Costituenti è altrettanto esiziale, in modi diversi, quanto quello che faceva capo a palazzo Venezia. Il Sessantaseiennio non è stato né più virtuoso né più amabile del Ventennio. Nel concreto la realtà dell’oligarchia ladra non è preferibile a quella del Littorio.

In più, i giorni dell’elezione del dodicesimo capobonzo dello Stato ci hanno fatto vivere una kermesse farsesca/grottesca, un festival del fescennino, dell’atellana, della commedia dell’arte. I momenti più esilaranti non sono stati i voti dei più sardonici tra i ‘Grandi’ Elettori a favore di Valeria Marini o di Veronica Lario. Sono state le impagabili imprecazioni bolscevizzanti dei gauchistes furibondi. La più veemente, vocalizzata da un’assaltatrice del Palazzo d’Inverno: “Volete  capirlo o no, Sinistra vuol dire Rivoluzione”. Deliziosa scemenza allorquando a) la Rivoluzione è affidata ai professori Rodotà e Zagrebelski, due pensionati alla fame, aderenti all’anarco-insurrezionalismo,  b) la Rivoluzione è una moneta fuori corso da quasi un secolo,  c) la sanculotta che urla ‘Rivoluzione!’ tacerà immediatamente appena trovato lo stipendio fisso che paghi il mutuo, le rate dell’auto e le vacanze in villaggio turistico.

La commedia dell’arte è divertente, è il nostro retaggio (infatti si prese a chiamare ‘all’italiana’); ma torniamo a noi.  Ci circondano le macerie non di questo o quello stabile crollato ma di una smisurata Cartagine o Gomorra, annichilita dallo sdegno divino. Sta rantolando l’intero sistema eretto dalla Costituente. Non si tratta più di cambiare qua e là, di riformare questa o quella istituzione. La democrazia dei partiti, delle urne e delle bande di saccheggio è un malato terminale. Questa politica non si riformerà mai. I fenomeni tipo Cinquestelle, i tumulti dei Ciompi informatici, i conati di altri Cola di Rienzo non conseguiranno successi definitivi. Probabilmente occorrerà il Grande Eversore che abbatta il parlamentarismo e rifondi la Polis: qualificata, ristretta, ininterrottamente rigenerata dal sorteggio e corroborata dal referendum informatico continuo.

Lo Spirito dei tempi nuovi impedirà la sopravvivenza del Vecchio, cominciando dalle istituzioni geriatriche più riverite. Svolte del genere accadranno anche in altri paesi: lo Stivale che oggi boccheggia aprirà la strada. Nel 1812 non fu la Spagna arretrata a lanciare da Cadice il progressismo liberale e l’ondata delle Costituzioni?

Antonio Massimo Calderazzi

REO SUBITO chi non chiuderà e non venderà la Reggia

“Un giorno sarà reato da impeachment non chiudere e non vendere il Quirinale” intitolavamo giorni fa. Sbagliavamo. Non ‘un giorno’ bensì ‘oggi’ è il reato, persino più grave di quel che credevamo. Abbiamo appena appreso che il numero delle sale e saloni della Reggia è controverso: “c’è chi ne calcola 800 e chi quasi 2000, considerando le adiacenze e dipendenze e trascurando una chiesa e qualche cappella”.

La superficie coperta è dichiarata di 180.000 metri quadrati: ci vivrebbero 2000 famiglie medie (in realtà il quintuplo, o più, se si soppalcasse). I giardini papali/reali misurano 4 ettari “dai quali si domina la città eterna, ornati di statue antiche, piante rare e arricchiti perfino da una fontana musicale”. Insomma, uno dei misfatti più grossi del papato cinquecentesco, operati da pontefici praticamente tutti finiti all’Inferno.

Il giornalista di corte Marzio Breda, nell’introdurre con orgoglio due intere paginate del ‘Corriere’ sulla nostra Versailles, segnala con signorile distacco che “al Quirinale c’è troppo poca intimità; troppo affollata la corte di persone che ti si muove intorno, ricorda Mario Segni, che ci veniva a trovare il padre Antonio, capo dello Stato”.

La Reggia dei papi nemici di Cristo richiede 1720 dipendenti: personale militare e forze di polizia distaccate, 819; personale comandato e a contratto, 102. Personale di ruolo,799. I costi, sempre secondo le due pagine apoteotiche del ‘Corriere’, 243,6 milioni (bilancio di previsione 2013), di cui: per il personale in servizio 53,8%, per pensioni 37,1%, per beni e servizi 9,1%.

Inorgogliamoci un po’ di più: il Reggimento dei Corazzieri -così utili anzi imprescindibili- esige altezza minima 1,90 e la perfezione nel cavalcare i destrieri, “nonché le moto Guzzi California”. Infine, ora sappiamo che Enrico De Nicola, primo inquilino della Reggia, era insignito di 2 onorificenze, Antonio Segni di 10, Cossiga di 35, Napolitano di 13. E’ evidente che sulla distanza l’istituzione quirinalizia va rafforzandosi, al contempo virando verso rinunce spiccatamente penitenziali.

Dunque 180.000 mq. L’intero Campidoglio di Washington, sede delle due Camere del Congresso, non va oltre 56.000 mq,: roba da edilizia proletaria rispetto al palazzo dei 30 papi, 4 re sabaudi e 12 presidenti della repubblica più di tutte le altre voluta e presieduta da compagni di lotta dei lavoratori. Peggio: “in confronto al Quirinale, la Casa Bianca è una casetta di campagna” (Francesco Merlo, di ‘Repubblica’. Comincia a guadagnarsi meriti, F.Merlo). Sulla facciata della Casa Bianca si contano due dozzine di finestre; quante centinaia su quella della reggia dei papi, che per costruirla affamarono i poveri?

Parliamo fuori dei denti. C’è qualcuno che, con metà dei giovani senza lavoro, un milione di persone che nel 2012 non ha ricevuto alcun  reddito e il dramma dei suicidii, non veda l’infamia di tenere aperta per vanagloria una Versailles che costa oltre dieci volte il giusto e dove papa Francesco si vergognerebbe di entrare? Per una sede più piccola, più consonA ai tempi che viviamo, dovrebbero bastare 150 ciambellani e lacché, non 1720. Gli stipendi e i vitalizi di questi pochi risulterebbero, come sono, spregevolmente alti. Andrebbero miniaturizzati, previa cancellazione generale dei ‘diritti acquisiti’ che valgano più di duemila euro al mese.

Papa Bergoglio ha tolto 25 mila euro annui a ciascuno dei cardinali preposti allo IOR. Noi invece paramarxisti e simili ci teniamo la Versailles del colle più alto. Luigi XVI e Maria Antonietta che si ostinavano col loro Ancien Régime finirono di ghigliottina. L’intera famiglia allargata dello Zar del 1918 fu sterminata. Noi virtuosamente indulgiamo: e sì che il nostro Buckingham Palace non attira abbastanza turisti.

E’ innegabile la ferocia di destinare un quarto di miliardo l’anno  allo sfarzo pretenzioso anzi comico, allorquando i programmi collettivi vengono tagliati incessantemente. Martellano ogni giorno le notizie sull’aggravarsi della povertà degli umili, sulla chiusura di imprese, sui gesti di disperazione mortale: tragedie che sarebbero alleviate, persino scongiurate, se ripudiassimo le categorie e le spese della rappresentanza, i precetti del cerimoniale, le prassi del protocollo e della diplomazia: imperativi e obblighi tutti deteriori, ripudiati sempre più largamente dai tempi che viviamo. Se le cancellerie e le ambasciate si offendono, facciamone a meno.

Non chiudere il Quirinale -nonostante il suo mostruoso valore immobiliare- è l’espressione estrema di uno spirito reazionario, anzi folle (Bufalino, lo scrittore, chiama mascalzoni coloro che non vogliono cambiare niente). Investire tante risorse nel trattamento di un sommo dignitario aveva un senso, sia pure odioso, quando il capo dello Stato, il sovrano, era l’Unto dal Signore.

Non in un futuro indeterminato, bensì a breve, entro il secondo mandato di Napolitano, occorrerà metter fine al fasto monarchico attorno al Primo Cittadino. Se volesse cancellare il misfatto dei fondatori della repubblica/traditori dello spirito repubblicano, nonchè delle undici presidenze che hanno preceduto l’attuale nata ieri, Napolitano dovrebbe motu proprio cancellare quasi tutti i riti quirinalizi, obsoleti e colpevoli, anzi dolosi.

Altrimenti dovranno essere i segmenti di punta del paese, in testa i giovani e le schiere sempre più folte dei disgustati, a mobilitarsi, a denunciare, ad esigere. Lo sfarzo è malazione e scandalo, è negazione sfrontata dei principi di una collettività responsabile, è insulto al millenario ideale della semplicità repubblicana. Statisti e governanti che recidiveranno nell’affronto andranno processati e impeached.

Antonio Massimo Calderazzi

I SOLDI: VIRUS DROGA CANCRO DEI PARTITI

Anche il noto docente Marco Revelli, su ‘Repubblica’, si è cimentato nel calcolo di quanto  ci costano i partiti. Ha aggiunto ai rimborsi elettorali diretti “l’enorme massa del finanziamento indiretto: i 250 milioni annui erogati a deputati e senatori; i circa 3 miliardi annui a 150 mila eletti regionali,  provinciali, comunali; altri 3 miliardi allo sterminato esercito dei titolari di incarichi e consulenze per l’amministrazione pubblica, reclutati in base alle appartenenze partitiche; oltre ai 2 miliardi per i 24 mila membri di nomina politica delle circa 7000 società partecipate”. Totale, 8250 milioni. Riprende Revelli: ” Poi bisognerebbe tener conto del trend, davvero esplosivo, per cui la campagna elettorale del 2008 è costata alle casse pubbliche dieci volte più di quella del 1996. Intendiamoci, la tendenza è generale. Kennedy e Nixon nel 1960 avevano speso rispettivamente 9,7 e 10,1 milioni di dollari. Obama e Romney, nel 2012, 2 miliardi!”

Quest’ultimo rilievo sottolinea, giustamente, che se l’Italia è la vittima più sciagurata della cleptocrazia, i partiti e i politici hanno un costo esorbitante in tutte le democrazie all’occidentale; dunque -diciamo noi- sarebbero da castigare, meglio, da abolire, dovunque: “Ovunque il bisogno di denaro dei partiti aumenta esponenzialmente, in proporzione diretta alla crisi della fiducia”.

Il paginone di ‘Repubblica’ dedicato il 31 marzo alla ‘protesta contro i costi della politica’ segnala in proposito vari libri, dal Manifesto per l’abolizione dei partiti di Simone Weil a La mucca pazza della democrazia di Alfio Mastropaolo (Bollati Boringhieri), da Contro l’industria dei partiti di Ernesto Rossi (Chiarelettere 2012), a Oltre il sistema rappresentativo di A.Chiti (Franco Angeli 2006). Sempre nel paginone, Sebastiano Messina sottolinea che la legge, stesa da Flaminio Piccoli, sul finanziamento pubblico fu approvata a tempo di record: bastarono 16 giorni dalla presentazione perché apparisse sulla Gazzetta Ufficiale. E addita l’ipocrisia della dizione ‘rimborsi elettorali’: “Nel 2008 le spese reali per le campagne elettorali sono risultate da un terzo a un undecimo di quanto erogato dallo Stato (…) Il partito più organizzato, il PD, ha 180 dipendenti. Perciò, quando Grillo lo invita a rinunciare al finanziamento pubblico, Bersani sa che accettare quella sfida sarebbe per il suo partito una vera rivoluzione. Una rivoluzione francescana.”

“Le democrazie malate: il virus del troppo denaro”. Si intitola così la risposta di Sergio Romano a una lettrice che da Sidney, Australia lo scongiura di darle “un po’ di speranza, se esistano alternative alla democrazia”. L’ex-ambasciatore non si lascia intenerire: “La storia della democrazia parlamentare è anche storia di ambizioni molto terrene e di persone che approfittano del loro status pubblico per arricchirsi. Ma non è facile ricordare un altro momento storico in cui due capi dello Stato francese, un presidente del consiglio italiano, un premier spagnolo, un cancelliere tedesco, un folto gruppo di ministri, un governatore americano (dell’Illinois) e alcuni senatori degli Stati Uniti siano stati sospettati di malversazioni e in alcuni casi indagati, multati o condannati da un tribunale del loro paese. Se l’immoralità fosse un virus e si propagasse nella società come un bacillo dovremmo giungere alla conclusione che è scoppiata un’epidemia. Il bacillo è il troppo denaro che unge da qualche decennio le ruote della democrazia. L’ultima campagna presidenziale americana è costata 5 miliardi di dollari. Quando le somme sono così importanti, il denaro ha molto spesso un costo politico (…) Non credo, cara signora, che i nostri sistemi democratici siano condannati ad estinguersi sotto il peso del denaro. Ma questa volta, per uscire dal pantano, occorre una lunga quaresima. Sogno un periodo di vita democratica in cui ogni ministro dell’economia, delle finanze e del bilancio, al momento di prendere le sue funzioni, faccia un breve discorso d’insediamento per dire ai suoi connazionali: “D’ora in poi il mio nome sarà Francesco”.

Le desolate citazioni che precedono compongono probabilmente la più superflua delle cose di ‘Internauta’. Non sono decenni che sappiamo d’essere ostaggi della camorra della Partitocrazia? Fino a quando il voto di protesta/odio contro i politici e i partiti non raggiungerà i due terzi del Paese non avremo alcuna speranza. Sorgano allora un secondo e un terzo Grillo, se il primo non saprà crescere. Anzi esplodere.

Porfirio

NON TIRA ANCORA LE CUOIA LA REPUBBLICA DELLA NOSTRA DISDETTA

Chi dice che lo Stellone d’Italia sta tramontando? Intanto perdura la somma tra le eccellenze: siamo la più longeva, anzi l’unica viva, tra le dieci Repubbliche della Malasorte che hanno segnato la storia contemporanea d’Europa. La Federazione iugoslava imposta dai mitra di Tito fu quella che resisté più a lungo, 46 anni (1945-91). Seguirono, per vent’anni, la Polonia, gli Stati baltici e la Cecoslovacchia, nazione inventata a Versailles a spese dei Sudeti e degli slovacchi (i quali ultimi si vendicheranno secedendo). Spirarono a 14 anni la repubblica di Weimar uccisa da Hitler e la  Quarta francese, meritoriamente liquidata -assomigliando parecchio alla nostra- da Charles De Gaulle. Quella di Spagna, proclamata nel 1931, fu spezzata in due dai cannoni del 18 luglio 1936; era morente nel 1938 dopo la sanguinosa e fallita offensiva rossa dell’Ebro; cessò di vivere la primavera successiva.

Gli spagnoli si erano dati un primo stato repubblicano nel 1873; non arrivò a due anni.

Il nostro regime resiste grazie, abbiamo detto, allo Stellone. Peccato sia abominevole, un regime-canaglia. Ha già battuto tutti i record conosciuti di corruzione e di saccheggio dei politici professionisti. A livello delle menzogne ufficiali vanta una Costituzione ispirata alla socialità, ma i suicidi dei miseri e degli sfortunati si succedono incessanti. Per gli esodati e per quanti hanno perso il lavoro o la dittarella non c’è soccorso che non siano i pasti caldi e gli abiti usati delle parrocchie. La Malarepubblica d’Italia non può elargire buoni-viveri ai più poveri, ma in compenso ordina cacciabombardieri al top delle prestazioni, sommergibili d’attacco e altri equipaggiamenti dal costo proibitivo. E’ recidiva nelle missioni militari all’estero, mercenarie al servizio degli USA ma a carico nostro.

Come scriveva sul ‘Corriere’ un accreditato giornalista di palazzo, Franco Venturini, “esistono grandissime probabilità che quella dell’Afghanistan non sia una guerra vinta (…) ma noi dobbiamo ragionare solo sulla base dei nostri interessi”. Venturini non ha paura del ridicolo, perciò argomenta che combattere nell’Afghanistan – violando la Costituzione architettata dai legali dei partiti ladri- è nel nostro interesse. “Esistono spese -sentenzia il giornalista di corte- che vanno al di là dell’equazione contabile; che sono utili al Paese anche se ne aggravano il passivo; che difendono valori come le alleanze internazionali”. Per gli orbaci dei grandi media la soggezione a Washington è un valore.

Questo è in effetti il pensiero dei governanti ex-antiamericani, comunisti ed equiparati (Prodi, D’Alema, Napolitano, più il borghese impeccabile Mario Monti, cui è andata la bocciatura degli elettori) che ci opprimono: i “nostri interessi” esigono di non badare a spese se è Wahington che richiede (ma non paga) i nostri mercenari). Scongiurare i suicidii non è nell’interesse degli italiani. Ed ecco  che per sette anni ha presieduto e incarnato noi tutti un personaggio che, già luogotenente di Togliatti e seguace di Stalin negli anni che minacciarono il terzo conflitto mondiale, giorni fa è andato alla Casa Bianca a chiedere il rinnovo della patente di atlantismo. Il nostro congegno è tale che persino un eversore d’ingegno come Grillo, appena conseguito un bel successo elettorale, si fa catturare dai giochi parlamentari invece di indebolirli a spallate.

Se quanto precede non squalifica abbastanza gli appaltatori della pessima tra le repubbliche, c’è lo sconcio della priorità tassativa che essi assegnano al vano prestigio dello sfarzo. Il mondo sa che da noi comanda la gentaglia, dotata però di splendide dimore. Non un palazzo di rappresentanza è stato venduto, non un’ambasciata inutile è stata chiusa. Non uno dei gioielli comprati a carico del popolo dalle varie dinastie principesche della Penisola è stato messo all’asta. Per ospitare l’esponente più ‘alto’ dell’oligarchia teniamo aperta la reggia più pretenziosa in assoluto. “Esistono spese che vanno al di là dell’equazione contabile, che sono utili al Paese anche se ne aggravano il passivo”.

I senza reddito abbiano pazienza: fieri come sono che la nostra Malarepubblica resista, mentre le altre nove sono morte.

Porfirio

UN GIORNO SARA’ REATO DA IMPEACHMENT NON CHIUDERE E VENDERE IL QUIRINALE

Se è vero che due eventi grossi -l’insurrezione in Italia di un quarto degli elettori, più altrettanti astenuti; l’avvento di un Papa che predica e forse praticherà la povertà- hanno aperto prospettive inattese, forse cominciano tempi nuovi. Improvvisamente la moralità e la parsimonia, finora non-valori, si impongono come obblighi. I vertici della partitocrazia parlano come se volessero tagliare i costi dello Stato e della politica. Non vanno creduti, però è insolito il fatto che almeno alludano al bene. Se le regole del gioco vanno mutando, se di colpo il Palazzo sente di dovere accettare obblighi finora inconcepibili, allora il personaggio cui spetta di cambiare strada per primo è il prossimo Presidente della repubblica.

L’Uscente avrebbe dovuto prendere decisioni clamorose almeno un lustro fa, quando si aprì la crisi economica. Per non averle prese risponderà agli storici; non è azzardato prevedere che condanneranno. Nei prossimi giorni l’uomo del Colle potrebbe ancora compiere in extremis un gesto rivoluzionario: chiedere scusa per non avere ingiunto di chiudere e vendere il più grosso dei gioielli inutili della Repubblica. I poteri li aveva.

La dotazione della Presidenza assorbe da sola un 230 milioni; ulteriori oneri sono su altri bilanci. Se essa Presidenza prendesse atto dei tempi nuovi e gravi; se si trasferisse in una palazzina senza fasto, oppure si restringesse in una modesta sezione della reggia (la Repubblica non ha necessità di una reggia intera); se si liberasse di un migliaio di dipendenti, necessari solo al fasto e mangiapane a tradimento; se  chiudesse le residenze estive, alla sede del capo dello Stato basterebbero 30 milioni. I 200 milioni risparmiati darebbero 10 mila euro/anno a 20 mila famiglie di disoccupati con figli. E se il valore di mercato del Quirinale più dipendenze, con le relative opere d’arte, arazzi, arredi, cavalli e giardini , fosse di almeno 20 miliardi, ci sarebbero 10 mila euro una tantum per 200 mila famiglie di disoccupati con figli.

Più ancora di  altri beni importanti della Nazione, il Quirinale potrebbe, nelle more della vendita a condizioni di mercato, essere offerto in garanzia alla finanza internazionale contro prestiti  non tiranneggiati dallo spread. Sull’esempio trascinatore del Capo dello Stato, tutti gli altri organismi pubblici dovrebbero alleggerirsi di beni non essenziali. Questi ultimi andrebbero trasferiti per la vendita a un organismo centrale ad hoc, modellato sull’istituzione germanica che commercializzò il patrimonio della DDR, Repubblica democratica tedesca. L’alienazione della parte non essenziale del nostro patrimonio pubblico abbatterebbe in misura importante il debito dello Stato, e questo sì darebbe respiro alle famiglie e alle imprese.

L’obiezione passatista, secondo cui lo Stato e le entità pubbliche hanno irrinunciabili esigenze di rappresentanza e prestigio, disonora chi l’avanza. In tempi nuovi in cui un cardinale può volare low cost e usare la bicicletta per recarsi in conclave, al limite per diventare papa; in cui il neoeletto pontefice può lasciare in garage la limousine ammiraglia targata SCV1 e andare a dir messa fuori Vaticano in una qualsiasi quattroporte da ceto medio inferiore; in cui vari governanti non portano più la cravatta, i discorsi sulla rappresentanza, sul prestigio e sul protocollo sono tali da marchiare da parvenu e da incolto chi li fa. Il fasto tradizionale, l’ostentazione di ricchezza spesso celante povertà, sono un fatto del passato e del demi-monde. Corre voce che papa Francesco, nel declinare dopo l’elezione la mantellina rossa bordata di ermellino, abbia spiegato allo sbigottito monsignore del cerimoniale: “E’ finito il Carnevale. La mantellina la metta lei”. Se la voce è fondata, Francesco non poteva emettere uno statement  più severo e più gravido di futuro. Il Carnevale non è finito solo per il vertice della Chiesa. Molto più, naturalmente, per vertici assai più modesti quale quello della repubblica.

Qualsiasi museo di carrozze esibisce cocchi di gala di ambasciatori, vescovi, ciambellani e principi, ciascuno dei quali cocchi costava nel Settecento quanto un piccolo ospedale di allora. Ma i tempi sono cambiati e condannano senza appello lo sfarzo del Quirinale. Per le villeggiature del capo dello Stato ci sono gli agriturismi, e paghi di tasca sua.. Per la sua sicurezza i corazzieri sono superflui, oltre che ridicoli. Alla fine di quest’anno i poveri assoluti supereranno in Italia i quattro milioni; poi ce ne sono innumerevoli milioni oltremare. I poveri assoluti di casa nostra apprezzeranno un sussidio assai più, p.es., dell’orgoglio che il loro Stato mantenga ambasciate tra le più eleganti del pianeta. La Gran Bretagna, fino all’anteguerra massima tra le potenze coloniali e navali, per economizzare ha ormai una Royal Navy minuscola,  più nessuna colonia vera e non poche sedi diplomatiche in meno.

Se l’Italia figlia della Resistenza (nelle intenzioni semibolscevica) volesse imitarla, come dovrebbe, dimezzerebbe le ambasciate, i diplomatici, le flotte, gli stormi, le brigate corazzate altrettanto inutili e facili da sbaragliare quanto le ambasciate, le flotte e gli stormi. Con un Comandante supremo come l’Uscente, le Forze Superflue, i diplomatici boriosi e altri parassiti sono stati protetti. Forse il Successore dell’Uscente giudicherà l’interesse e la dignità del Paese con mente più moderna, con cuore più fraterno, anche con la prudenza di non rischiare l’impeachment.

A.M.Calderazzi

FORTUNE: TURKISH AIRLINES GOES GIANT

“In March 2012 the world’s 15th-largest airline became the first international carrier in 20 years to fly to Somalia. It is a bold, brave move: the twice-weekly flight, routed from Istanbul through Khartoum has, according to Somali news reports, been diverted at least twice to avoid insurgent gunfire. At a time when many airlines are struggling to stay aloft, Turkish Air is expanding aggressively. It now flies to 98 countries,. more than any other airline.  Since 2003, when Turkey deregulated its airline industry, Turkish has nearly quadrupled its passengers and tripled its aircraft. Its fleet is half the average age (6 1/2 years) of its European competitors. In the first nine months of 2012 Turkish Airlines profit climbed 665%, to about 482 million, on sales of $6,2 billion.

The company certainly benefits from a growing domestic economy and a rise in tourism to Turkey: some 35 million leisure travelers visit the country annually, up from 14 million in 2003. Now CEO Temel Kotil is pushing the airline to capitalize on its advantageous geography ( Istanbul is a 3-to 4 hour flight from many cities in Europe, Asia, and Africa) to turn the airline into a hub carrier for international travel. “We’re Asia and Europe at the same time”, Kotil says.

He is also capitalizing on the woes of European airlines. Hungary’s flagship carrier, Malev, and Spain’s Spanair have gone out of business, while SAS and Air France-KLM, among others, have cut flights.  Turkish Airlines has managed to keep operating costs relatively low with its newer, more fuel-efficient planes and the country’s cheap workforce. Turkey opened bidding for a construction contract to build a third airport in Istanbul, which, according to media reports, will be one of the largest in the world.. Turkish is widely rumored to be in talks with Lufthansa about a joint venture or other alliance. Kotil says his goal is for Turkish to fly 2,000 flights a day, double its current levels (by comparison, United operates 5,000 flights a day).  Kotil sees the expansion of his company as a point of pride for his country: “Istanbul has been one of the major cities in Europe for centuries. In the last century it lost momentum; in the 21st it’s coming back”.

FORTUNE/Erika Fry

FABIO MALAVASI – Il Provinciale va all’estero

Era un’estate calda, meteorologicamente ed anche per altri motivi. La situazione a Ferrara era alquanto instabile e la scelta di lasciare l’Arcispedale S. Anna criticata da tutti, genitori in prima linea. La situazione si sarebbe ulteriormente aggravata se avessero saputo che lo stipendio di un prestigioso Assistente Ordinario della Università nel 1978 era di ben L. 123.000 mensili, 1/5 dello stipendio degli anni d’oro all’Arcispedale. Fossero poi venuti a conoscere il fatto che il figlio aveva cominciato a vendere le moto collezionate negli anni precedenti avrebbero avviato le pratiche di dismissione della potestà famigliare.

La vita in Torino era decisamente diversa da quella di Ferrara, prevedibile e piena di consolanti conforts, ma le differenze positive venivano amplificate in modo tale da non dovere ammettere un errore così grossolano di scelta professionale. A lenire i limiti economici erano gli aspetti della vita di ricerca in un Istituto allora sulla cresta dell’onda internazionale.

La vita di laboratorio era assai soddisfacente: il complesso Carbonara/Cleide era una miscela vincente di cultura, tecnica e buon senso, nonostante lo stillicidio di tentativi di Mario di intervenire. C’erano poi Curtoni e i suoi trapianti, Patriccia e la Mariadunqueclara che lavoravano su HLA e trapianti. Ma l’anima centrale era Ruggero Ceppellini, semplicemente il Professore, il quale piombava in ogni occasione giorno e notte (preferibilmente la notte) per discutere di importantissimi esperimenti, per richiedere copie di lavori essenziali o per avere aiuto semplicemente per cambiare una lampadina.

Gli elementi chiave dell’amministrazione dell’Istituto erano la Signora Anna, anziana signora di raffinata educazione e di ottima presentazione, e la Signorina Garetti, raccolta dal Ceppellini a 15 anni dalla cassa del Caval’d Brôns. Solo la prima aveva fisico e look sufficienti per tenere testa al Professore.

E proprio quell’estate il Professore doveva andare in una località chiamata Aspen a fare un seminario ad invito per la ristrettissima mafia degli addetti ad HLA e basata sugli allora nuovissimi anticorpi monoclonali. Era strategia del Barone quella di farsi accompagnare da un servo multi-servizio, una scelta sviluppata nel corso degli anni con certo successo. Con altrettanto successo era stata escogitata una sottile tattica di rifiuti da parte dei potenziali prescelti, i quali sapendo in anticipo degli appuntamenti del Maestro si defilavano con rodata agilità.

Stavolta il Maestro optò per una soluzione molto più raffinata e ripiegò su una tattica che includeva addirittura concessioni ad una valutazione introspettiva dei potenziali bersagli. Innanzi tutto non comunicò a nessuno dell’impegno ad Aspen, fece una scelta per una persona ancora vergine nel campo, e quindi l’ultimo Assistente Ordinario entrato in servizio. L’operazione cominciò con azione diversiva basata su uno stupefacente invito a cena da Galli, il ristorante di fronte alle Molinette, dove venivano gestiti tutti gli affari accademici e ospedalieri negli anni ’70. Quando la cosa non rivestiva una qualche forma di interesse diretto, si optava per la ben più economica Cinzia, una trattoria di Via Madama Cristina, caratterizzata da mefitici odori fin dalla porta di entrata.

Ragione ufficiale della serata era quella di fare il bilancio dei primi mesi ufficiali a Torino e programmare il futuro scientifico dell’Istituto e di conseguenza del giovane ricercatore. La cena incominciò con una serie di valutazioni positive sull’operato del giovane Assistente, che solo dopo qualche anno capì che questa era la classica introduzione generale di operazioni in cui c’era solo da perderci. Il Professore continuò, ma al tempo stesso non nascose le sue critiche (si intenda, costruttive) basate sul fatto che il giovane ricercatore non aveva esperienze importanti all’estero, presentava ancora limiti culturali, scarse esperienze nel lavoro di tipo scientifico, elementi tutti vagamente scusabili per chi proveniva dall’Università di Ferrara, almeno di allora. Insomma, il Professore concluse che bisognava combattere questo provincialismo di base con operazioni programmate, ma che avrebbero sicuramente migliorato i risultati futuri.

Il Professore all’improvviso chiese (era fine Luglio 1978) quali erano i piani per il week-end del giovane Assistente. Le opzioni erano semplici da enumerare, passavano dall’andare a Ferrara oppure starsene a casa a leggere e studiare. Un silenzio carico di commiserazione da parte del Barone fu sufficiente per dire che la risposta non andava bene: ”Perché non viene con me ad Aspen?” L’Assistente era sì provinciale, ma era stato indipendentemente a Chicago e New York in anni antesignani. Scambiò Aspen come uno dei sobborghi della Grande Mela e rispose affrettatamente sì tra i complimenti del Maestro, che apprezzava risposte pronte e rapide, e la sua personale accezione di ubbidienza assoluta.

Finita la cena, l’Assistente andò a casa (viveva in quel tempo con un gruppo di studenti baresi, esperti in disegno tecnico e soprattutto di preparazione dei cibi) e alla comunicazione della prossima uscita per Aspen gli amici suggerirono di portare gli sci, ricordando i recenti campionati delle Olimpiadi. Il dato fu confermato sull’Atlante Zanichelli, che mostrò che la località era sita in Colorado, ben 22 cm lineari a ovest di New York sulla pagina grande. Il dramma personale dell’Assistente fu secondo solo a quello per la Signorina Garetti, che dovette organizzare un biglietto aereo Torino – Aspen. Naturalmente il Professore avrebbe viaggiato indipendentemente e con mezzi propri da Basilea.

Regola di allora del CNR era una rigorosa valutazione dei costi, una priorità rispetto ad eventuali ma nemmeno considerati desideri del ricercatore. Non veniva favorita la via più corta ma solo la più economica, indipendentemente da durata, scali, modi e compagnie di volo.

Dopo giorni di dure contrattazioni telefoniche (il suo mezzo di lavoro non prediletto), la Signorina Garetti si presentò con un biglietto multistrato di fogli filigranati rossi e bianchi, con l’ultimo foglietto che faceva Aspen. Il viaggio incominciò in pullman a Torino fino all’aeroporto di Malpensa, quindi economico (sconto dipendenti dello Stato) Alitalia fino a Chicago con due giorni di spazio proprio. A questo seguiva un Lockheed L-1011 diretto a Denver, lasciando l’aeroporto O’Hare di Chicago, una struttura che allora non aveva pari nel mondo. Anche l’aeroporto di Denver, la “città alta un miglio”, non scherzava per nulla, era solo molto più ordinato e pulito  e la popolazione sembrava costituita da studenti americani da film.

A questo punto c’era l’ultima tratta, operata dalla Aspen Airways. L’Assistente con sue valigie Samsonite rosse al seguito cominciò a cercare la Compagnia, passando tra le notissime allora fino alle giapponesi o asiatiche mai viste prima. In mezzo a questi padiglioni luccicanti e svettanti di hostess mancava la Aspen Airways.

La richiesta specifica ebbe una complicata descrizione, seguita da un fortunato disegno di una piccola mappa: alla fine la sede di partenza della Compagnia fu raggiunta in posizione decisamente defilata. Aspen Airways possedeva un solo aereo, forse l’ultimo DC3 ancora volante dopo aver partecipato al ponte di Berlino nel ’45, guidato da un pilota che si era fatto le ossa sui B-29 in Giappone. Il servizio di sicurezza era costituito da anziana signora che con cercamine WWII spazzolava il davanti e dietro dei passeggeri alla ricerca di eventuali armi. Precauzione in realtà quanto mai non necessaria, in quanto tutti i passeggeri si conoscevano di persona e rappresentavano abituali commuters che da Denver andavano a lavorare ad Aspen. Erano abituati da anni al mezzo di locomozione, per cui la partenza dell’aereo a pistoni fu accompagnato da paurosa sorpresa solamente da parte del ricercatore di Ferrara, cui il Dakota sembrò vibrare addirittura di più di un’automotrice sulla rampa del Secchia.

L’aeroporto di Aspen ha l’ampiezza di un campo da calcio, che al posto delle consuete porte ha due muri dritti costituiti dalle Rocky Mountains. La tecnica di atterraggio adottata dal DC3 fu molto semplice: il pilota si lasciò semplicemente cadere ad un lato del campo da calcio, trattenne l’aereo quando giunto a pochi metri da terra e poi incominciò una frenata per evitare il vallo roccioso che delimitava l’altro lato del campo. L’Assistente ripercorse in questi lunghissimi momenti gli istanti più belli della propria vita, proponendosi di non toccare mai più linee aeree che fossero ben note ai più.

Le valigie vennero portate in un banchetto simile a quello di una cocomeraia, ma distribuiti con gentilezza e il tipico buon umore wasp sprizzante dalle popolazioni della costa Ovest. Gli accordi con il Professore erano stati chiari fin dal principio: Lui in persona sarebbe venuto a prenderlo all’aeroporto di Aspen e – cosa più importante – avrebbe portato con sé l’anticipo in contanti che il CNR di allora forniva alle sue persone in missione.

Il Professore naturalmente non c’era, ma il fiducioso Assistente aveva l’indirizzo del suo hotel, ove contava di trovarlo e soprattutto di trovare l’aiuto finanziario in anni pre-carta di credito.

Fortunatamente la città di Aspen è molto ricettiva e fu trovato un hotel dall’aria dimessa e quindi sicuramente economica. Fu tentato un contatto telefonico con l’Italia per avere notizie del Professore, ma nessuno sapeva dove era.

Il Meeting incominciava 3 giorni dopo, per cui ci fu il tempo di visitare Aspen, simile a Cortina e che aveva tutto per colpire i ricchi turisti californiani, compreso un teatro dell’opera. I giovani poi sceglievano il rugby invece del popolare football americano.

La cassa del povero Ricercatore italiano cominciava ad assottigliarsi pericolosamente e il Barone non arrivava con i promessi sostegni finanziari. Si fece vivo solo il giorno prima dall’inizio dell’incontro, dopo avere viaggiato in prima classe (a spese Roche) assieme a Philip Levin (a spese Johnson & Johnson ) e a Ben Pernis (a spese della Columbia). La cassa dello champagne consumato nel lungo volo era stata democraticamente condivisa dai grandi Professori.

Il Professore stazionava in un lussuoso hotel, ma aveva assolutamente bisogno di un aiuto per la sua presentazione. Parlando tra i fumi dell’alcool, dai compagni di viaggio aveva avuto nuove idee e ora voleva colpire l’attenzione di una platea costituita dal meglio delle Università che andavano per la maggiore.

L’idea era quella di fare un cromosoma 6 umano, con una esplosione che raccoglieva i geni allora noti per l’HLA. Il giovane Assistente propose di disegnare un cromosoma gigante che occupasse gli 8 metri della lavagna (rigorosamente verde) della mega sala conferenze. L’idea fu subito accettata. Furono scovate numerose confezioni di gessi colorati, mentre le linee rette del cromosoma vennero ottenute usando come riga l’asta della bandiera americana, senza conoscere la sacralità dell’oggetto. Le linee curve furono invece disegnate sfruttando il fondo di cestini. Dopo oltre 5 ore di lavoro ininterrotto, apparve un cromosoma 6 e una regione HLA molto avanzata e che conteneva qualche dato inedito.

Il Professore approvò compiaciuto e decise che l’Assistente (ridotto ad una maschera multicolore dalla polvere di gesso) meritasse un premio. Fu condotto (si sperava a spese Roche) in un ristorante di classe e messo di fronte alla scelta fra abalone e giant Alaska shrimp. Il punto interrogativo che visibilmente apparve sulla fronte del provinciale visitatore denunciò la sua chiara inesperienza nel campo. Per il Professore non era altro che la conferma di quanto gli aveva anticipato nel precedente incontro da Galli, ma si limitò ad affondare il coltello solo un po’, sufficiente tuttavia a ricordare l’esattezza delle sue previsioni. Suggerì di lanciarsi sul gambero, costituito da mostri marini con chele di dimensioni industriali. Secondo punto interrogativo: come si aggredisce un “cosa” del genere. “Tutto io devo insegnarle!” sbottò al limite della pazienza il Barone, che indicò pinze ex-chirurgiche adottate allo scopo, da usare assieme ad imbarazzante bavaglino. Superato l’empasse iniziale, il resto della cena fu affrontato allegramente. Alla fine, il Professore sbottò con un candido “Malavasi, paghi lei”, scusandosi per non avere ancora avuto tempo di cambiare i travellers’ cheques. Il mattino stesso avrebbe provveduto al rimborso.

E proprio quel mattino successivo iniziava il Meeting. All’entrata il big Professor fu accolto con gli onori degni del suo rango, che in parte ricaddero anche sull’accompagnatore Assistente, orgogliosamente dotato del primo badge della sua vita, in cui veniva addirittura identificato come membro del prestigioso Basel Institute for Immunology. La restituzione dell’importo della cena e la consegna dell’anticipo fu rimandata al pomeriggio, perché si stava avvicinando il tempo del suo speech e non poteva stare a perdere tempo con banalità disturbanti la concentrazione.

La sua conferenza fu fatta sotto il mega cromosoma 6, che attirò gli applausi della platea e fu completata dai risultati che Massimo Trucco e Gianni Garotta avevano preparato in Svizzera usando gli anticorpi monoclonali, il frutto dell’intelligente piano che Ceppellini aveva disegnato con Cesar Milstein in persona.

Lo speaker successivo fu Jack L. Strominger del Dana Farber di Harvard, grandissimo biochimico che portò lo studio dei prodotti HLA ai più fini livelli della tecnologia di allora. Relazione lunga, ma molto dettagliata e contenente dati mai prima comunicati. Durante la presentazione, il Professore scivolò agilmente dal suo posto nonostante la ingessatura residuo di incidente sportivo a Cervinia. Sibilò un imperioso “Malavasi, mi segua” e si diresse verso la stanza dove troneggiava un Kodak Carousel che proiettava le diapositive. Il Professore pose l’inconsapevole bystander a fare da palo di fronte alla stanza di proiezione automatica, mentre lui estraeva dal caricatore circolare le diapositive subito dopo la loro proiezione, guardandole con cura su un mini schermo interno. L’Assistente chiese timidamente al Professore che cosa stava facendo, ma fu subito zittito. Dopo un tempo interminabile scandito da un’ansia montante nell’Assistente che non capiva la situazione, il Professore uscì con aria soddisfatta dalla stanzetta e disse che ormai non aveva più voglia di perdere tempo ad Aspen e voleva ritornare a Basilea, dove lì sì che si lavorava. Chiedeva al giovane Assistente solo di accompagnarlo in taxi all’aeroporto, in quanto aveva delle comunicazioni da fargli importanti per la sua carriera.

I 20 minuti del tragitto per l’aeroporto furono impegnati in realtà a fare progetti su quello che lui avrebbe fatto, con vaghe possibilità di partecipazione anche da parte del giovane Assistente. All’arrivo lanciò un altro autoritario “Malavasi, paghi lei!”, tranquillizzandolo però con la promessa di raddoppiare da Basilea tutti questi anticipi.

Nonostante la perdita finanziaria secca, l’Assistente tirò un sospiro di sollievo pensando a come avrebbe potuto assaporare in pace i contenuti dell’importante Meeting. Fece un ultimo investimento con il taxi di ritorno alla Aspen Summer School, pronto ad affrontare sereno la comunità scientifica con i piccoli schizzi di gloria lasciatigli dalla conferenza del grande Maestro. Madornale errore di valutazione. Strominger era persona tracagnotta e di braccio tozzo e peloso. Era sulla porta della sala dei congressi, ove attendeva l’inconsapevole con un imperioso “You!”, indicando con l’indice il badge con l’affiliazione del Basel. Il tono era tutt’altro che amichevole: le giugulari del Prof. Strominger, ancorché della fine Harvard, erano gonfie e il suo inglese non propriamente bostoniano. L’anglo-ferrarese recepiva solo frammenti della crescente e irosa parlata: si riusciva tuttavia a capire che il Prof. Ceppellini aveva non solo guardato senza permesso le diapositive dello speaker, ma apparentemente ne aveva fatto incetta.

Le reazioni degli individui sono spesso poco prevedibili, tanto più in situazioni mai prima affrontate. L’Assistente fece ricorso al meglio dell’inglese di cui disponeva, spiegò che il Professore era partito, era già all’aeroporto. La salvezza venne nel ritrovare nel proprio archivio mnemonico il termine “paging”, un artificio che consente di lanciare messaggi negli altoparlanti di luoghi pubblici per contattare persone. Strominger fu lievemente placato da questa possibilità e il partente Prof. Ceppellini rintracciato ormai a Denver. La conversazione tra i due colleghi fu un esempio di mielosa accademia, con i vari “dear Jack” e “dear Ruggiero” intercalati da spiegazioni. Il Prof. Ceppellini si congratulò per la qualità dei risultati dell’illustre collega bostoniano e ammise di non avere saputo resistere alla tentazione (peraltro tipica dello scienziato) di guardare i dettagli di quanto aveva visto proiettare. Non escluse che l’eccitazione di fronte ai risultati da una parte e la ristrettezza della buia sala di proiezione avessero potuto fare cadere  qualche diapositiva. Qualche slide poteva essere addirittura scivolata nella briefcase, ma purtroppo aveva già checked il bagaglio per la Svizzera e avrebbe spedito da lì non appena arrivato. Strominger tentò di ribadire il concetto che le diapositive mancanti all’appello erano 52, ma sfortuna volle che fossero nella borsa già in cammino per Basilea con il suo aereo.

In realtà il Professore aveva fatto una scelta ulteriormente depistante: decise all’istante che sarebbe andato dal suo grande amico Luigi Luca Cavalli-Sforza a Stanford. I due si conoscevano dal 1945, quando erano neolaureati in Medicina. Includendo Umberto Veronesi, avevano formato un trio ed aperto un ambulatorio medico. Con i soldi ottenuti dalle famiglie, avevano fatto un investimento comune fu l’acquisizione di una bicicletta, assegnata a chi aveva il caso più urgente e grave.

Il Professore chiamò l’Assistente all’hotel e gli diede istruzioni per modificare totalmente il suo viaggio di ritorno: non si doveva tornare banalmente a casa, ma sfruttare il fatto di essere al centro del mondo per conoscere il mondo. Prima tappa sarebbe stata Denver, dove doveva visitare un suo importante amico che stava producendo anticorpi monoclonali anti-HLA. Istruzioni più precise sarebbero seguite in quanto il Professore doveva fare cose importanti all’Università di Stanford, costituite da un seminario, in cui le 52 diapositive furono ampiamente sfruttate e la loro paternità solo fumosamente attribuita.

L’Istituto del National Health Center era notissimo già da allora per le sue ricerche avanzate in immunologia e in istocompatibilità. L’Assistente giunse all’Istituto con le sue Samsonite rosse, senza conoscere nessuno e soprattutto sapere che cosa fare. Il Prof. Beck lo accolse con calore (la telefonata del Professore apriva allora tutte le porte) e fu subito inviato in Laboratorio per parlare con le persone che si occupavano del progetto di anticorpi monoclonali. Annaspò non poco ad interagire in lingue estere con i post-doc più aggressivi e preparati sul campo, ma trovò qualche forma di compromesso accettabile. Venne posteggiato nella Student House: non c’erano problemi di costi, in quanto da Basilea sarebbero giunti finanziamenti per affrontare le nuove ed impreviste spese sufficienti per il periodo da trascorrere in Colorado.

Tre giorni dopo il Professore chiamò nuovamente, si informò distrattamente dei progressi del lavoro e decise che probabilmente il Laboratorio di Denver non era la miglior scelta, di gran lunga superiore sarebbe stata quella di muoversi su New York. Lì c’era un Laboratorio all’avanguardia che stava validando una ipotesi di lavoro tanto cara al Professore, cioè che i geni di istocompatibilità fossero sullo stesso cromosoma e vicini a quelli delle immunoglobuline.

L’Assistente trasmise con grande imbarazzo al Direttore del Laboratorio l’ordine del Professore, di cui peraltro non si sapeva più dove fosse. Dr. Beck sorrise con comprensione paterna, data la grande familiarità che aveva con Ceppellini.

Le istruzioni ricevute erano chiare: dirigersi subito a New York e contattare Marcello Siniscalco allo Sloan-Kettering, il quale si sarebbe occupato di tutto. Oggi tutto ciò è parte delle abitudini del jet set scientifico, mentre allora ogni spostamento era sorgente di ansia, in particolare quando non c’era certezza su dove andavi e chi incontravi. L’origine provinciale era una ulteriore aggravante.

L’arrivo a New York fu semplice, compreso raggiungere lo Sloan-Kettering posta al centro di Manhattan. Lì fu accolto con grande calore partenopeo dal Prof. Siniscalco, stella della genetica internazionale, esperienza a Napoli, poi in Olanda ed infine a New York. In più, il Prof. Siniscalco era persona di grande charme personale, aveva moglie tedesca di bell’aspetto, già assistente del Direttore d’Orchestra Zubin Mehta.La loro casa era un punto di riferimento per la comunità scientifica italiana della grande metropoli.

La seconda sorpresa fu quella di trovare in quella sede il Prof. Ceppellini. Il Professore disse che forse New York era più adatta per le esigenze educazionali per un provinciale e cominciò subito ad anticipargli il suo desiderio che Torino partecipasse alla ricerca condotta al Mount Sinai Hospital, in cui si cercava la tanto vagheggiata associazione HLA ed immunoglobuline.

E l’istruzione cominciò subito. Fu presentato al Prof. Kurt Hirschhorn che dirigeva la Genetica Umana ed era persona altamente stimata assieme alla moglie Rochelle, altra importante genetista medica. L’incontro si svolse alla Cornell University, struttura diversa dallo Sloan-Kettering ma distante solo un centinaio di metri.

Giovane allieva di Rochelle Hirschhorn era allora Maria New, che con Ceppellini avrebbe trovato la prima malattia, il cui gene responsabile era posto all’interno della regione HLA.

L’incontro con i Siniscalco fu piacevole e rincuorante, in quanto Marcello aveva una affettività del tutto normale, anzi superiore. Questo significò invito a cene gradevoli (e soprattutto gratuite), piccoli anticipi finanziari in attesa che arrivassero i soldi dalla Svizzera e un incontro con la comunità scientifica che si trovava nella Grande Mela.

In quei giorni l’Assistente fu ospitato nella casa dei figli dei Siniscalco, temporaneamente in Europa per le vacanze estive. Il Professore alloggiava nella Guest House della Rockefeller University, elitaria università posta a 200 metri dal blocco che conteneva Sloan-Kettering e Cornell. A cena il Professore decise che importante tappa dell’educazione sarebbe stato l’incontro con il Prof. Henry Kunkel, il megaricercatore che aveva scoperto la struttura delle immunoglobuline. Il Prof. Ceppellini ammise benevolmente che ben comprendeva il desiderio del giovane Assistente di Torino di tirare fiato e di fare mezza giornata di relax: per questo aveva insistito per il privilegio di un incontro col Maestro in ore civili, in questo caso le 5:30 del mattino.

Il mattino successivo alle 5, l’insonne Prof. Ceppellini e il semi-addormentato Assistente si recarono all’incontro col Maestro, che peraltro aveva già avuto un incontro di lavoro: l’esperienza fu quella di una persona eccezionale, al di sopra di tutti gli standard prima affrontati e con una grande lucidità nella visione della ricerca medica. Alla fine del colloquio, rapido spostamento alla Cornell ed incontro con Maria New, già al lavoro. Decisamente un mondo diverso dai ritmi confortevoli di Ferrara e quelli sonnacchiosi di Torino.

Ormai il Professore aveva deciso: c’era un bellissimo progetto portato avanti da una giovane ricercatrice della Mount Sinai Medical School, che sosteneva l’ipotesi che i geni della istocompatibilità e quelli delle immunoglobuline erano localizzati in posizioni vicine sul cromosoma 6. Avrebbe trovato lui personalmente una sistemazione ove stare con tutti i conforts e provveduto ad una compensazione extra per pagare le spese nella grande città. Il giorno successivo, il Professore guidò l’inesperto provinciale all’Annenberg Building della Mount Sinai Medical School, una costruzione nuovissima posta tra la 5 Strada e Medison Avenue, top della ricerca e nel posto più di moda per gli occhi di un provinciale. Il giovane ricercatore era in realtà una ricercatrice sudafricana, Moira Smith, già avanti con gli anni, e che aveva dati che andavano contro le osservazioni di Carlo Croce, allora bambino prodigio di Hilary Koprowski del Wistar Institute di Philadelphia. Moira Smith non era certo una che facesse vibrare per carica di entusiasmo: tuttavia il Professore disse che si trattava di uno dei più avanzati progetti, il Laboratorio era oggettivamente molto bello e quindi la proposta fu accettata. Inoltre ci sarebbe stato il rimborso di tutte le spese anticipate per la missione in Colorado.

Il giovane ricercatore fu posto provvisoriamente nella casa della Young Men Hebrew Association (YMHA), la controparte della wasp e cristiana YMCA. La struttura era nota per avere una delle più belle sale da concerto per musica classica, una piscina al 7 piano, ma le stanze facevano apparire lo Spielberg una suite e tutto era guidato dalle regole della religione dominante.

Il ricercatore sistemò le proprie Samsonite e gli abiti, tra cui una bella collezione di Lacoste, residuo di antiche floridità economiche ferraresi. La parte finanziaria era drammatica, ma papà Antenore provvide con un piccolo sostegno dall’Italia.

Si trattava ora di fare un piano dettagliato di sopravvivenza, basato anche su un’attenta valutazione dei costi: il cibo era la prima istanza, ma ciò che si trovava nella YMHA aveva nomi oscuri e presentazioni di modestissimo appeal. Optò allora per gli enormi supermercati, dove potevi trovare di tutto ed anche imitazioni di cibo italiano, fatte per la robusta comunità italo-americana con altrettanto robusti stomaci. Si limitò ad acquistare una buona scorta di cibi consumabili nel loculo, che non necessitassero di cottura e che avessero anche un po’ di sapori di casa. Le baguettes formato USA furono l’accompagnamento per preparazioni di panini a base di salame, coppa e prosciutto, buoni succedanei di odori/sapori familiari.

L’inesperto ricercatore aveva trascurato una serie di piccoli ma vitali dettagli. Uno era la Security, termine allora non di moda in Europa, indicante che quelle strutture che avevano uno o più poliziotti privati che controllavano le ID, un surrogato in plastica che faceva testo più di un documento di identità. Il passaporto non aveva alcun valore. I signori della Security dellaYMHC avevano in testa un berretto da poliziotto ma sotto portavano un curioso zuccotto, indicante che appartenevano alla Comunità ebraica di New York, allora la più forte anche in termini numerici.

La Security aveva un compito di assicurare che gli entranti avessero il diritto di entrare (vedi ID) e che venissero rispettate le regole della Comunità Ebraica. Una delle più importanti era che il cibo doveva essere approvato e certificato dal rabbino. La Security con zuccotto lanciò una sospettosa occhiata ai sacchettoni di cibo, che lanciavano messaggi olfattori ben precisi sul loro contenuto. “Is this stuff kosher?” chiese con fare burbero, accento di Brooklyn e sospetto dipinto in volto, l’addetto alla sicurezza. L’inglese era quello che era, il provinciale pensò si trattasse del nome di un cibo locale e tenne a precisare con regionale orgoglio che invece si trattava di salame, coppa e prosciutto. Erano anni che in una struttura della Comunità non si vedeva un affronto del genere e il Security man chiese aiuto al suo collega, travolto dalla ripugnanza e dalla sorpresa.

Ancora una volta, l’inesperto visitatore non capì bene cosa stava accadendo ma la prudenza campagnola suggerì una poco dignitosa ritirata con il sacco degli affettati, consumati nel Central Park. Decisamente la YMHA presentava difficoltà adattative per gente della Bassa.

Intanto, il Prof. Siniscalco cominciava a presentargli tutti i giovani ricercatori italiani presenti nella città e che costituivano una rete solida di mutuo soccorso in un ambiente poco incline a sfumature mediterranee. Uno dei primi ad essere conosciuto fu Roberto Sitia, che con la moglie Iaia formavano la coppia più bella e raffinata della comunità. Ottimo inglese, esperienze precedenti, sicurezze familiari formavano il cocktail vincente per un ricercatore all’estero. In più, Sitia aveva un ottimo background fornito dall’Università di Genova.

Bob (Sitia era per tutti Bob) capì che era di fronte a un caso un po’ difficile e prese a sua volta il subappalto della educazione del nuovo visitatore. La prima tappa fu l’uso della “cafeteria”, il punto nodale dello Sloan-Kettering, ove i post-doc e gli junior scientist si scambiavano (poco) i risultati ed impressioni e cercavano invece di strappare confidenze e dati degli altri. L’elemento più difficile erano le interazioni con gli addetti alla mensa. L’addetto tipo era in genere costituito da persona dell’altra robusta comunità, quella nera, molto spesso coinvolta in lavori più umili, oltre a questo non è che brillasse per la qualità dell’inglese, decisamente poco comprensibile anche ai locali. Sitia era già passato attraverso queste, per lui, sciocchezze e ordinò un qualche cosa totalmente incomprensibile al visitatore. Questo fu preso da piccolo attacco di panico per la coda premente e per la incapacità di individuare qualcosa di civile. Abbozzò un timido “the same” che gli garantì un “hamburger, rare, to go”. Nessuno a Ferrara o in altre scuole di inglese aveva mai accennato a questi tre minacciosi termini indicanti, un hamburger al dente da portare via. Il tutto fornito da adeguato lancio da professionista di baseball, con conseguente colata di schifosi succhi e accompagnato da Coca Cola (localmente ed esclusivamente Coke) con quantità industriali di ghiacci di dubbie origine e pulizia. Nulla poteva fare una differenza maggiormente percepibile dagli incontri allo “Spuntino Campagnolo”, salame affettato in obliquo, copia di pane all’olio e vinello bianco spumante e adeguatamente ghiacciato.

Altra conoscenza fu Patrizia Ammirati, ricercatrice romana del gruppo Aiuti, giunta con una bella collezione di foulard di Hermes e sete europee. Era giunta nel Laboratorio di Bob Evans, gemmato da Boston de Schlossman e che guidava l’unità di Cell Sorter allora la chicca tecnologicamente più avanzata dello Sloan-Kettering. Persona molto demanding, aveva iniziato un duro trattamento con Patrizia, che dopo qualche mese ebbe qualche sbandamento reattivo. La situazione si agrravò quando la povera a una nuova richiesta di lavorò sbottò con un “basta!”, scambiato dal bizzoso Evans come “bastard”. Solo il potenziale di mediazione di  Siniscalco riuscì a sanare la lacerazione, che avrebbe significato ritorno immediato a Roma.

Altra persona di interesse fu Paolo Antonelli, che lavorava da Dupont, ricercatore danese della prima generazione HLA. La caratteristica più interessante dell’Antonelli era in realtà quella di essere fidanzato con Giny Dymbort, allora tecnica del Laboratorio di Evans e che costituiva uno dei primi ponti con la comunità americana reale. Inoltre Giny era carina di per sé, dotata di grande humour ebraico alla Woody Allen e viveva nel building dello Sloan-Kettering alla 78° Est, subito acquisito come centro di cene civili preparate in casa. Il giovane Assistente cominciò a sentirsi circondato da un ambiente amichevole e cominciò ad aprirsi, raccontando anche le sue vicissitudini di inizio carriera. Il racconto “Malavasi, paghi lei!” divenne un must relazionale e l’interpretazione si ampliava ogni volta. E ogni volta cresceva la comunità ascoltante, nessuno si stupiva in quanto alcuni avevano storie di gran lunga più pesanti e complesse ed altri addirittura dolorose. A questi gruppi partecipava anche il giovane Augusto Cosulich, delle omonime linee Cosulich, grande famiglia di armatori triestino-genovesi, che avevano in New York una base molto importante di trasporti. Augusto e la bellissima moglie e il più piccolo abitavano non i loculi tipo YMHA, nemmeno gli studio degli altri giovani ricercatori, ma vivevano in un appartamento vero e ricco di conforts. Lo stesso facevano gli appartenenti all’altra comunità di Manhattan, costituita da gente che lavorava nelle banche italiane. Questi vivevano in appartamenti veri, avevano stipendi significativi e prestavano attenzione anche a quello che avveniva nella città. L’inesperto Ricercatore aveva notato che esistevano delle differenze logaritmiche fra quartieri posti a Est, le Avenues centrali. Altre aree erano invece drammaticamente degradate e addirittura era difficile e pericoloso entrarci. Ed esempio, andare a trovare Paolo Tonda alla Columbia Medica era avventura da ricordare andandoci con la metro, appena più facile ma non certo confortevole arrivare alla Columbia di Lettere, posta alla 116 Ovest.

I bancari invece guardavano con occhio interessato proprio queste aree più degradate dove comprovarono numerosi appartamenti a due (duplex) o tre (triplex) piani per qualche migliaio di dollari, rivenduti negli anni successivi per molti milioni di dollari.

Il lavoro Mount Sinai iniziò subito: infatti, il Professore partito improvvisamente per l’Italia e Basilea spingeva moltissimo perché la competizione nel campo era alta. Il Laboratorio di Moira Smith era bello e ricco, inserito nell’Unità di Medical Genetics al 16° piano, da cui si godeva una vista mozzafiato sul water reservoir del Central Park. Certo, la visione era un po’ più aulica che non il semplice Po su cui si affacciava l’Istituto di Genetica Medica e la divisione di Medical Genetics era al centro di interazioni con tutti. Robert J. Desnick era assatanato cultore di una visione metabolica della genetica e della possibilità di correggere terapeuticamente difetti con trattamenti di enzimi purificati. (continua…)

Fabio Malavasi

ORAZIO PIZZIGONI: I RAGAZZI DI MUGGIO’

INTRODUZIONE

 

IL SENSO DELLA VITA

 

Questo libro racconta la storia di un gruppo di giovani – i ragazzi di Muggiò – che presero posi­zione contro il fascismo e i tedeschi, durante la Seconda guerra mondiale, assumendosi respon­sabilità che comportavano grossi rischi. Sulla base di una scelta maturata in un contesto carico di tensioni ma fuori, almeno in una prima fase, degli itinerari che hanno trovato largo posto nella pubblicistica ufficiale. Ragazzi normali, con desideri, interessi, impulsi vitali normali che insieme decisero di impegnarsi dalla parte della libertà e della giustizia, ideali che conoscevano solo in negativo, come rifiuto del fascismo e delle sue logiche. Un libro che ho potuto scrivere grazie a due medici, uomini di scienza, di cultura e di grande umanità. Il professor Vittorio Pricolo mi salvò la vita il 24 aprile 1945 con un intervento chirurgico difficile reso necessario da una brutta ferita all’addome. Quindici anni dopo, il professor Vittorio Staudacher mi liberò da un’ occlusione intestinale provocata da una stenosi formatasi al . livello del duodeno, là dove Pricolo aveva sutu­rato uno dei tanti buchi che la pallottola, nella sua pazza corsa, aveva disseminato nello stoma­co e nell’intestino. Le crisi a cui andavo periodi­camente soggetto, e che si facevano di anno in anno più gravi, erano state attribuite ad aderen­ze. Anche gli esami radiologici accurati che avevo fatto sia all’Istituto del cancro sia al Policlinico di Milano avevano escluso la necessità di affidarsi ai ferri del chirurgo. Nel gennaio del 1960 Vittorio Staudacher decise per l’inter­vento, ritenendolo non solo possibile ma anche necessario. Pena la vita. Se sono ancora qui a testimoniare un’ esperienza di oltre mezzo secolo fa lo devo anche a lui. Cinquant’anni dopo Vittorio Pricolo mi rivelò che quella notte non era riuscito a prendere sonno. ‘«Avevo paura di avere lasciato qualche buco aperto» mi confessò. Pricolo quel 24 di apri­le 1945 era di guardia. Toccò a lui mettere le mani nel mio addome, passandone al vaglio ogni cen­timetro. Una grande fatica, accompagnata dalla paura che alla fine risultasse inutile. Anche se non me lo confessò mai esplicitamente.

Ricordo però che, dopo una decina di giorni, quando ora­mai ero fuori pericolo, mi disse con tono distac­cato, quasi non si riferisse a me: «Se ne salva uno su mille».

Ero fra quei pochi fortunati che riuscivano a cavarsela. Quando andai a trovarlo a Codogno, dove si era ritirato alla fine della sua carriera pro­fessionale, mi accolse in piedi sulla porta di casa, una villetta a un centinaio di, metri dalla stazione fer­roviaria. Magro, segnato dalla malattia, faceva fati­ca a camminare, sorretto dalla moglie. Una paresi l’aveva bloccato alcuni anni prima, togliendogli, lui così vigoroso, la voglia di continuare.

Si ricordava benissimo dell’intervento su quel ragazzo che ave­vano portato mezzo secolo prima in un pomeriggio di aprile in ospedale, più di là che di qua. Aveva riletto, quando gli avevo annunciato la mia visita, la cartella clinica. «Sì, di tutte le ope­razioni importanti che ho eseguito mi sono tenu­to una copia» mi disse. Parlava volentieri. Velocemente.

Era sorpreso che mi fossi ricordato di lui dopo tanto tempo. «Professore non l’ho mai dimenticata. Se sono qui è merito suo». Sorrise, dimostrando di essermi grato per quelle parole. Riviveva la sua giovinezza.

Nel salottino di casa, mi raccontava del suo impegno profes­sionale a Milano, quindi a Pescara come prima­rio, ancora a Milano e, infine, a Codogno. Non era stato facile rintracciarlo.

Nell’ elenco dell’Ordine dei medici di Milano non c’era più. Qualcuno mi consigliò di rivolgermi all’Istituto nazionale che gestisce la previdenza dei medici in pensione. Lì fecero qualche resistenza. Sì, ave­vano in carico Vittorio Pricolo ma non erano autorizzati a fornirmi l’indirizzo. Li pregai di farlo, spiegando le ragioni della mia ricerca. Erano passati cinquant’anni. Anch’io oramai ero entrato in quell’età che non concede più molto. L’età dei bilanci e dei conti con se stessi. Vittorio Pricolo, giovane medico abruzzese che mi aveva tirato fuori dall’abisso, rappresentava per me un conto in sospeso. M’ero portato den­tro la sua figura china su di me.

Un’immagine che avevo messo a fuoco dopo, piano piano, durante i lunghi giorni trascorsi in ospedale, in attesa che la ferita si rimarginasse, affogato den­tro i giornali che ogni mattina ricoprivano il mio letto, espressione di quella riconquistata libertà che non avevo potuto vivere come avevo sogna­to, nel pieno delle forze, in un’esplosione di sen­timenti.

Stavo lì a leggermi gli articoli di tutti i giornali che tornavano a riempire le edicole e che qualcuno mi portava con le ultime notizie. Tutti quei giornali erano per me la libertà, diversi e, nello stesso tempo, uguali per l’entusiasmo che esprimevano. Differenze forse c’erano ma io non le colsi, ubriaco com’ ero di quell’ aria nuova che si respirava e che condividevo con chi mi veniva a trovare.

Di Pricolo avevo poi perso le tracce. O, meglio, non le avevo mai cercate, travolto dalle vicende della vita che ci impedisce, nella sua vorticosa corsa, di tenere tutti i fili della sua trama. Anche di quelli che l’hanno segnata in profondità. Adesso che era lì e mi parlava da una poltrona di casa sua, fragile, indifeso, umiliato dalla malat­tia, il mio silenzio durato mezzo secolo mi pesa­va come una colpa. Ne avvertivo l’ingiustizia. Quest’uomo, che mi ricordava momenti della sua vicenda umana con una lucidità che contra­stava con la fragilità del suo corpo e che, quasi in un bisbiglio, forse per non farsi sentire dai suoi, mi aveva dichiarato, veloce, che forse sarebbe stato meglio fosse morto, dava alla mia visita il significato di una confessione. Ero arrivato tardi. Gli anni avevano piegato il giovane medico che mi aveva strappato alla morte in una sala opera­toria di un ospedale della periferia milanese, a Città Studi. Se quel giovane medico non fosse stato di guardia, se un altro fosse stato al suo posto chissà come sarebbe finita quella giornata di aprile. Forse sarei morto e a ricordare quell’ e­pisodio adesso ci sarebbe, probabilmente, una targa alla memoria, stinta dal tempo, testimo­nianza di un avvenimento lontano che nessuno ricorda più, salvo che nelle giornate dedicate alla Liberazione, quando ritornano, per qualche momento, le vite spezzate di tanti giovani che hanno chiuso la loro esistenza d’improvviso, vit­time della crudeltà altrui e, spesso, della loro generosità e inesperienza. Nel mio caso, se avessi avuto una preparazione alle armi meno superfi­ciale, forse me la sarei cavata, sparando prima del tedesco. Forse. O forse no. Sì, la preparazione all’uso delle armi aiuta ma, soprattutto, aiuta l’a­bitudine alla morte che la guerra finisce per inculcarti, annullando sentimenti, rispetto della vita, considerazione degli altri. È difficile supera­re di colpo tutto questo.

Nell’universale carneficina di una guerra si può uccidere, senza odio, senza una ragione specifica che non sia l’istinto di conservazione. Anche in battaglia, chi spara, da una parte e dall’altra, lo fa con relativa facilità perché il nemico si presen­ta spoglio di ogni caratteristica umana.

Senza volto e con la sua storia celata dietro la divisa. Se spari, miri alla divisa e non all’uomo. L’uomo non c’è mai o quasi mai. Se si presentasse con tutta la sua storia e con la ragnatela dei rapporti che ne giustificano l’esistenza – i genitori, i figli, gli amici, i piccoli e i grandi desideri, i colori, i profumi, i sentimenti che ne fanno un essere umano – credo che sarebbe impossibile, quasi per tutti, uccidere.

Solo la divisa e quello che rappre­senta consentono di farlo, annullando quel patri­monio universale di valori che un uomo esprime e attraverso il quale gli altri, per vicissitudini e storie, spesso si riconoscono. Il tedesco che mi aveva sparato lo aveva fatto di fronte alla minac­cia della mia pistola. Quando si è trovato di fron­te a me, con le mie braccia alzate in segno di dife­sa, non ha fatto fuoco.

Il secondo colpo avrebbe potuto finirmi subito, ma non è partito.

Il ragazzo che stava supino sul marciapiede riac­quistava, improvvisamente, la dimensione umana che l’atto di guerra – la canna della mia pistola puntata – aveva cancellato? Non lo so. Me lo sono chiesto tante volte senza riuscire a dare una rispo­sta. Questo tedesco che mi aveva risparmiato resta­va nella mia memoria senza volto. Impressi mi sono rimasti solo la divisa, il cinturone, la sua pistola e, all’ occhiello della giacca, il nastrino di chi aveva fatto la campagna di Russia. Chissà dov’è fini­to e se questo episodio, sicuramente importante per me ma forse insignificante per chi, come lui, aveva trascorso la sua giovinezza su tanti fronti di guer­ra, lo ha accompagnato durante gli anni di pace. Ammesso che se la sia cavata e sia tornato a rian­nodare i fili che la condizione di non-uomo, affogato dentro una divisa, aveva strappato.

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LE AMBASCIATE SONO IMPRODUTTIVE, CHIUDIAMONE UNA SETTANTINA

Ora che due sommi diplomatici di carriera del governo uscente, il ministro e il sottosegretario degli Esteri, vengono lapidati -persino al di là delle loro carenze- per le disfatte sul fronte indiano, non è il momento per una agonizing reappraisal  del concetto stesso di diplomazia? In pratica, per una sua riduzione a livelli giustificabili oggi, contro l’improduttività e l’irrilevanza tradizionali?

A dire il vero, una scorsa al Bilancio del Ministero degli Esteri non incoraggerebbe i propositi demolitori più feroci. La previsione di spesa per il 2012 era indicata in 1684 milioni di euro, pari allo 0,21% del bilancio totale dello Stato. Una spesa che non griderebbe vendetta. Eppure almeno un terzo di quello 0,21% è buttato; andrebbe destinato a voci di spesa meno futili. Le sedi diplomatiche del rango più alto, le ambasciate, risultano 127, di cui 26 nei paesi dell’Unione Europea. L’Unione essendo supposta d’essere un abbozzo di Stato confederale, le ambasciate non servono più. Servono uffici di collegamento tra le amministrazioni nazionali, più servizi culturali e di promozione commerciale. Le ambasciate sono anche queste cose, però schiacciate da funzioni di mondanità e di vana asserzione del prestigio, funzioni per cui occorrono scaloni, saloni e arazzi. In più esse prenotano alberghi per le visite di Stato, organizzano shopping e diversivi per le consorti/compagne di ministri, mandarini e small fry  (Webster’s: ‘Little fellows of no consequence).  Compiti disdicevoli per gli ambasciatori, che troppo spesso si illudono di svolgere le funzioni di un tempo, quando riferivano solo al Re, quando contribuivano a determinare la pace o la Grande Guerra.

Il Commonwealth britannico non è al suo interno più integrato dell’Unione Europea. Il Canada p.es. è perfettamente autonomo rispetto al Regno Unito, perciò a Londra non ha un’ambasciata, ha una High Commission, cioè più una burocrazia che un’entità diplomatica. Sembra nominalistica ma non è, la distinzione tra Ambasciata e High Commission (o come altrimenti si chiamerà nell’Unione Europea l’organismo di collegamento di cui trattiamo). I divari di rango e di costi c’è. Volerle ‘ambasciate’ le nostre rappresentanze a La Valletta, a Nicosia, allo Stato della Città del Vaticano,  in decine di altre capitali del pianeta, implica valori immobiliari e costi più alti. Allora, anticipando decisioni analoghe da parte degli altri governi europei, dovremmo chiudere e vendere tutte le ambasciate all’interno dell’Unione, sostituendole con uffici meno impegnativi. Anche per conclamare che i partner UE non sono paesi stranieri.

Le ambasciate nel resto del globo si potrebbero dimezzare di numero, e ciascuna delle sopravvissute coprirebbe una o due eliminate. Si potrebbero istituire ambasciate mobili, cumulative, at large. Il valore immobiliare delle dismissioni sarebbe considerevole. Il nostro paese ha sempre risparmiato sui dormitori pubblici e sulla manutenzione delle scuole, ma ha trattato con signorile larghezza le sue ambasciate: arazzi, mobili intarsiati, i paraphernalia, gli chef e i domestici per ricevimenti e colazioni. Il nostro paese ha anche incoraggiato la sicumera dei diplomatici. A un giovane consigliere di legazione (si badi, non d’ambasciata, che è scalino superiore) chiesi a quale grado dell’esercito si equiparava. A me che m’aspettavo ‘capitano, forse maggiore’ rispose con mondana disinvoltura ‘generale di brigata’.

Non solo nostri i misfatti da diplomatici. Trentacinque anni fa, quando l’India era un subcontinente affamato, nelle cui strade si raccoglievano ogni mattina i morti di miseria, si vedevano spesso a Londra le maestose Rolls Royce dell’ambasciata indiana. Il giorno del Giudizio Universale non ci sarà pietà per chi a New Delhi destinava fondi per i deretani d’ambasciata e li negava ai miseri, candidati carogne per le operazioni della Nettezza Urbana calcuttese, mumbayese, ecc. Deretani hindu e sikh trattati persino meglio dei nostri. Un povero ambasciatore Ducci lo vidi un po’ infelice nel sedile posteriore di una Fiat 1900 blu, stretto tra il sedere del presidente del Consiglio in carica e quello del governatore della Banca d’Italia. Andavano all’aeroporto di Heathrow, meno comodi dei pari grado indiani.

La mattina prima c’ero anch’io tra  5 o 6 corrispondenti italiani, in uno dei salotti della nostra Ambasciata, a sentire il governatore Baffi. Il quale a un certo punto chiese una sigaretta; uno di noi gliela offrì delle proprie. E l’ambasciatore, sdegnoso: “Ci sono le sigarette della Casa”. Questo sì era orgoglio dell’Istituzione! Giorni fa un noto intellettuale malalingua ha così descritto il ruolo di un nostro diplomatico stratosferico: “Organizzare pranzi, purché non cucini Lui”.

Non so quanto frutterebbero la vendita degli immobili diplomatici nelle Belgravie di settanta-ottanta capitali, più il risparmio sulla paga dei plenipotenziari nonché sulle uniformi che indossano alla presentazione delle credenziali. Ma so che metteremmo in sicurezza anticrolli/anti-incendio le nostre scuole. Le credenziali le manderemmo via mail. Anche in maniche di camicia.

A.M.Calderazzi