ORAZIO PIZZIGONI – CRISI DELLA DEMOCRAZIA

La crisi della democrazia incalza. I segni sono evidenti. In Italia ma anche nel resto del mondo, almeno di quel mondo che alla democrazia si affida. Una ragione di sofferenza per chi crede nei valori di libertà. E di angoscia. Un motivo per parlarne. Anche se, con tutta probabilità, non servirà a nulla. La democrazia oggi non garantisce. (…)

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FABIO MALAVASI – Un Provinciale alla corte del Barone di Torino

Era stata una svolta epocale avere ottenuto un posto di Assistente Ordinario presso il Servizio di Medicina Nucleare dell’Arcispedale S. Anna, il primo in assoluto a Ferrara data la novità della materia. Il periodo iniziale all’Ospedale di Ferrara era stato uno di più gradevoli e formativi in assoluto, mettendo a frutto quanto imparato da studente negli Stati Uniti nel 1972. In più l’ambiente era altamente piacevole, ricco di humour creativo, di sottile ironia e soprattutto di dileggio generalizzato.

Il servizio militare e l’Istituto di Genetica Medica a Torino erano stati un’altra cosa: ambiente diverso, persone cresciute con storie del tutto differenti e speculari a Ferrara e su tutto aleggiava l’ombra del Maestro, presente anche quando assente, forse ancora più allora.

Il Prof. Carbonara aveva mantenuto contatti con l’Assistente Ospedaliero, ritornato nel 1976 a Ferrara al termine del militare: alla fine si era giunti ad una qualche forma di accordo per un ritorno. Il mitico Prof. Ceppellini controllava tutto a distanza e aveva suggerito che la prima posizione da occupare fosse quella di Tecnico Laureato. L’Assistente, che aveva già raggiunto un alto livello all’Arcispedale S. Anna, storse il naso a sentire una posizione tecnica: l’ipnotico Maestro tuttavia lo convinse che quella era la strada più rapida e sicura per entrare, non mancando di ricordargli che lui non aveva fatto la necessaria gavetta universitaria.

Rimuovendo questo dettaglio minore, il 14 Marzo 1977 l’Assistente in aspettativa dall’Ospedale caricò la sua 2CV 403 cm3 di salami, prosciutti e cappelletti e partì a moderata (scelta obbligata) velocità per Torino, ove era atteso dai primi amici torinesi per cena in Via Vittorio Emanuele 100.

Arrivato in città verso le 18, cercò questa Via con insuccesso, ottenendo indicazioni vaghe e contrastanti. La gente sembrava non capire o non collaborare. Scese allora dall’auto e chiese deciso ad un signore alla fermata del tram dove si trovasse questa malefica Via Vittorio Emanuele. L’uomo rispose sicuro che a Torino non esisteva alcuna Via Vittorio Emanuele. Stupore dell’Assistente seguito da frenetica ricerca del foglio, che confermava esattamente Via Vittorio Emanuele 100. Con accento piemontese, la persona ipotizzò tollerante che forse potevasi trattare di Corso Vittorio Emanuele, quello sì esistente in Torino. L’Assistente capì che si stava aprendo un capitolo non facile di vita sabauda.

Grazie alle seguenti e stavolta precise indicazioni (e alla acquisizione concettuale di Corso), l’Assistente Ospedaliero raggiunse verso le 19:15 l’indirizzo desiderato, parcheggiò la sua 2 CV nel parcheggio del controviale (altra novità) e si avvicinò baldanzoso verso il numero 100. Porta robusta, di bel legno, maniglie di ottone splendente, ma decisamente chiuso. Cercò allora la fila di campanelli, ma questi non c’erano o non erano visibili. La stanchezza del viaggio (5 ore con massaggio prostatico prolungato causato dal vibrante bicilindrico della Çitroen) cominciava a fare sentire i suoi effetti, il desiderio di una cena in ambiente amichevole avrebbe aggiustato tutto. C’era solo questo piccolo problema dei campanelli, ovviamente in tempi pre-telefonino.

Cominciò a ispezionare con cura superiore le varie porzioni della porta, ipotizzando un mascheramento ligneo o altri abbellimenti cittadini, ma senza successo. L’ispezione della porta non passò inosservata all’immancabile passante piemontese, scosso dalla novità di quello che si presentava nel portone. Il passante si fermò, chiese gentilmente, ebbe una gentile quanto imbarazzata risposta di persona che semplicemente chiedeva di entrare nell’appartamento (subito corretto in alloggio), ove era atteso per cena. Erano ormai giunte le 19:30-45, l’ora in cui a Ferrara c’era l’ineludibile impegno della vasca con aperitivo finale al Bar Europa.

Stupito, il passante piemontese borbottò che trattavasi di richiesta ben strana, in quanto generalmente non si andava  a casa della gente dopo cena e, in questi casi fuori dall’ordinario, ci si andava accompagnati dall’ospite. Segno ulteriore che confermava che la vita a Torino nasceva sotto cattivi auspici, confermato poi dal fatto che gli ospitanti erano già nel più avanzato dopo cena.

Il mattino successivo una corroborante doccia fresca fece arrivare l’Assistente in Istituto assai sveglio per il primo giorno di lavoro ufficiale. Non certo una novità, ma una piccola emozione per un cambio epocale di lavoro in tempi pre-Fornero, in cui chi ne aveva uno (e ben pagato) se lo teneva altrettanto stretto. L’ansia giocò un brutto scherzo già quel mattino, in cui dimenticò di avvitare il rotore alla centrifuga Sorvall americana (dono di Ceppellini), che giunta attorno ai 3-400 giri fece un balzo di un paio di metri. Sopravvivendo alla prima settimana, fu fatto un concorso per il posto di Tecnico Laureato, dovendo peraltro lottare con un interno, una fenocopia (non ben venuta) di Vittorio Emanuele II. Superato anche questo l’esame, passarono 6 mesi di lunga formazione e alla fine giunse il tempo del concorso per Assistenti Ordinari all’Università. Era un posto riservato per coloro che occupavano la posizione di Tecnico Laureato (astuzia ceppelliniana) e quindi uno poteva pensare di andare sul sicuro. In realtà, numerosi futuri colleghi non mancarono di ricordare concorsi facili in partenza, ma andati male a causa del volubile umore del Maestro. Il Concorso era bandito dal Prof. Ceppellini, il quale coordinava la Commissione, composta dai Prof. Carbonara e Negro-Ponzi di Microbiologia. Il Concorso era bandito per il primo Lunedì di Dicembre alle ore 8 presso l’Istituto di Genetica Medica.

La giacca blu fresca di sarto Guiorci, il pantalone di vigogna con piega al laser di mamma Dina, camicia fatta dalla camiciaia Pulga erano la componente base di come uno si presentava allora ai concorsi, almeno nella zona di Ferrara. Completava il tutto cravatta di Schostal di Bologna e loden fatto venire da Innsbruck. L’arrivo alle 7:30 in Istituto era preceduto dal maschio afrore del dopobarba Noxzema, utile a Ferrara ma del tutto irrilevante nell’algido ambiente piemontese.

L’Istituto appariva già in movimento, la Signorina Garetti al suo posto di conteggio, mentre l’ufficio del Maestro chiuso, ma non era ancora l’ora fissata. Il Professore si era fatto fare al secondo piano un grande studio vetrato, un lato protrudente sul Po e l’altro sulle Molinette. Nonostante queste caratteristiche uniche, il Maestro non ci stette un solo momento, preferendo la stanzetta ora dedicata al caffè del personale ospedaliero, da lui usata in realtà come sistema di controllo fiscale delle entrate e delle uscite. La stanzetta era minuscola, ma subito ri-usata a scopi nobili e soprattutto per telefonate transoceaniche marcate da un eccesso di decibel.

Alle 8.30 arrivò la Signora Anna, aprì il suo ufficio ed iniziò la girandola di telefonate per il Professore. La Signora confermò sì che quel Lunedì il Maestro sapeva, un attimo di pazienza e sarebbe arrivato. Intanto lei pre-allertava i Prof. Carbonara e Negro-Ponzi. Tranquillizzato, l’aspirante Assistente Universitario (in breve, l’aspirante) si ritirò da Cleide (tranquillo, tanto arriva, lo conosci, no?) e Carlo, nel suo costruttivo riserbo (bisogno di niente?). La camicia iniziava a perdere della iniziale freschezza.

Verso le 11, l’aspirante osò bussare nuovamente alla porta della Signora per sapere se aveva notizie fresche del Professore. Sì, il Professore stava finendo un importante lavoro, aveva una scadenza ferrea, ma nessuna preoccupazione, sarebbe arrivato a breve, per cui il concorso è ri-fissato alle 14. Nuovo calo di tensione, fauci secche, non lo stesso delle ascelle, sotto controllo di meccanismi di difficile gestione. Rapido cappuccino e quindi alle 13.30 nuova ricarica delle batterie per arrivare ben tarato allo scritto, la prima parte dell’esame.

Le ore 14 scorsero delicatamente, seguite come atteso dalle 15 e poi dalle 16, in non rapida né tranquilla sequenza. Alle 15 la Signora Anna staccava: uscì chiudendo a chiave l’ufficio alle sue spalle (lì era situato il telefono del Professore, che non aveva restrizioni e quindi oggetto di interessate attenzioni in tempi pre-internet). Il Professore aveva chiamato, si scusava, stava arrivando, l’aspirante stesse vicino al telefono in attesa di una chiamata che sarebbe arrivata a breve.

Cominciò allora un servizio di guardia del telefono, interrotta dalla uscita di tutti. L’ultima fu Eleonora Olivetti, che lavorando sul P6060 Olivetti di casa metteva in piedi i primi programmi su supporto magnetico. Signora dentro e fuori, lasciò un buffetto di incoraggiamento all’aspirante fissamente saldato al telefono, che data l’ora non riceveva nemmeno le chiamate di lavoro.

Alle 19.45 il Maestro in linea, sì era in ritardo, ma il lavoro era venuto benissimo ed andato oltre le più rosee aspettative. Per questo pensava di tirare avanti ancora: fare il concorso a quell’ora pareva ormai fuori luogo. Forse era meglio spostare il tutto alle 8 di Martedì mattina, dove a mente fresca tutto veniva meglio.

L’abbigliamento del primo giorno era ridotto a massa informe e di freschezza utile solo per i wet T-shirt test di Psicologia. Mamma Dina aveva previdentemente incluso un secondo set di tutto.

Mattino successivo, rinfrescato da sonno e doccia era rientrato la mezz’ora di ordinanza prima dell’appuntamento delle 8. In piedi accanto alla porta dello studio (e quindi accanto alla porta dell’Istituto), ebbe modo di vedere il risveglio dell’Istituto e del Centro CNR, Carlo borbottando in rapido saluto sotto il baffo rigoglioso. Seguiva una pimpante signorina Garetti, di buon umore per la notizia di una prossima crociera. A ruota arrivavano gli altri ed infine la Signora Anna tra tessuti speciali e colli di pelliccia (stavolta ci siamo), lo studio aperto, ci siamo proprio.

Tuttavia né alle 8 e nemmeno alle 9 il Professore fece la sua solita roboante entrata. Alle 10 un certo nervosismo era palpabile, ma nessuno, professori e aspiranti, diceva nulla in quanto erano genati.

L’aspirante osò verso le 13 e stavolta anche la Principessa Anna convenne che il Professore era decisamente in ritardo. Optò per chiamarlo ed evidentemente sapeva dove era. Stavolta flautato era il Professore, che confessò di avere pianificato un importante esperimento, che voleva seguire di persona, perché non si fidava di Trucco e Garotta. Nomi noti, che riconducevano al Basel Institute for Immunology di Basilea. Nella bella sostanza, il Professore era in Svizzera, sa la ricerca per me ha la priorità su tutto ma capisco le sue ragioni, per questo mi metto subito in macchina, a tavoletta con la mia “125” sono lì al massimo fra 4 ore. Quindi alle 5 (ore 17 sul fuso di Torino) ci vediamo.

Un coro all’unisono sai è fatto così tappò un certo bollore proveniente dalla Bassa, ma allora i Baroni erano tali. La Signora Anna gli affidò il telefono prima mangi un panino la vedo un po’ alterato, sa è meglio seguirlo, telefona sempre appena in Italia. Rapida puntata al Tio Pepe, ritorno altrettanto rapido al telefono e ripasso generale per coprire i buchi di una preparazione basata sulla medicina nucleare, ma anche inframmezzata da significative porzioni di easy going life.

L’attesa accanto al telefono consentì anche più piacevoli ripassi degli ultimi mesi in Torino, un cambio significativo rispetto a comodi standard di vita.

La 2CV fu protagonista della scuola di apprendimento semantico della città. Una volta superato lo scoglio di Corso/Via, saltò fuori un’altra inquietante novità. Eleonora Olivetti invitò per cena alcuni amici, e il biglietto terminava con un vi aspetto alle 20.30 in Strada XX 4F. Dapprima lo  shock dell’ora (dopo cena pieno, si arriva mangiati o no?) e poi la novità della Strada. Si deve sapere che il piemontese non ha mai accettato l’arrivo di gente dalla Bassa Italia: lasciò quindi la città per ritirarsi nelle cittadine vicine o sulla collina, più discreta agli occhi e poi militarmente proteggibile.

Il Po rappresenta a Torino uno spartiacque tra piemontesi (ricchi) e non. La collina era marcata dall’esistenza di vie note come Strade, irraggiungibili quanto disagevoli ma facenti la differenza sociale. E parte della differenza era costituita dalle macchine necessarie per affrontare le pendenze delle Strade in condizioni normali: gli attuali SUV sono probabilmente nati per dare risposte chiare alle esigenze di mobilità dei collinari.

Una volta indovinata la Strada in oggetto, la 2CV affrontò con decrescente baldanza la salita, fino a giungere ad un numero civico apparentemente nel mezzo del nulla. In realtà, dietro il numero civico era la fortezza Bastiani, un muro di cinta mimetizzato nel verde. Macchina ancorata al terreno a causa della dolomitica pendenza, l’aspirante venne confortato nel vedere nella porta fortezza una fila di campanelli, stavolta con la novità dell’assenza di nomi, sostituiti da numeri o vezzose sigle di richiamo. Appariva ora chiaro il significato dell’oscuro 4F dell’invito, scambiato per un banale fourth floor.

La scampanellata al 4F fu seguita dalla apertura rapidissima del portone: assai meno rapida fu la manovra di convincimento della 2CV a mollare le ancore e ripartire in salita. Una volta che l’infaticabile ma piccola 403 Çitroen era entrata in coppia, con piglio gigliottinesco il portone si richiuse con rapidità lasciando fuori il malcapitato. Nuova suonata, simile risultato. Fu necessario ripetere l’esperimento tenendo il motore imballato, lavorando di punta/tacco e premendo il campanello attraverso il finestrino della macchina. L’interno della fortezza era inaspettatamente vuoto e buio, con rare ville isolate sparse qua e là. Ad altezza uomo c’erano luci fioche, abbinate e mobili. Quanto scambiato per piccole luci pensile poste ad indicare la strada erano in realtà occhi fosforescenti montati su alani, apparentemente lasciati liberi dalla Sicurezza all’interno della fortezza. Fuga precipitosa all’interno dell’auto, le cui lamiere erano di non rassicurante spessore. La casa fu raggiunta al seguito di un macchinone di altro ospite, ben avvezzo ai modi della città. Il week end a Ferrara fu impegnato in un racconto di fronte ad una audience incredulissima.

Attendere una telefonata di fronte ad un telefono muto che trasmette irrilevanti messaggi mette ansia, incide su certezze, toglie sicurezza. Però anche questo era parte dell’esame, o forse la maggior parte.

Alle 20 chiamò. Si scusava ancora, ma i risultati erano buoni, avevano impiegato la notte a definire un nuovo sistema di nomenclatura per gli anticorpi anti-HLA, molto divertente e glielo facciamo vedere noi a quei Bodmer lì. A proposito, lei capisce bene (traduzione, anche se così provinciale) che non potevo venire per il concorso parto però subito e domani sono lì bello fresco sa che dormo poco, io. Altro poco consolante borbottio di Carlo nell’Istituto ormai deserto. Nuovo ritorno a casa, nuova procedura di relax e nuovo risveglio.

Idem per l’Istituto: la Signora che arriva, stavolta proprio è quella buona, lei si prepari in aula così recuperiamo tempo. Verso le 11, nell’aula vuota scesero scoramento ed anche rammarico per avere lasciato una struttura ove era stimato e circondato da sana ironia, mai nessuno avrebbe osato pacchi del genere con nessuno. Stavolta il Professore chiamò lui, dicendo che aveva  passato la notte a buttare giù le bozze di un lavoro, di cui era molto soddisfatto: però capiva le esigenze dei giovani, per cui si metteva subito in macchina invece di andare a riposarsi come meritato, sarebbe arrivato verso le 18, giusto in tempo per fare lo scritto.

L’aspirante Assistente si augurò che non arrivasse, era Martedì e la piccola superstizione della tradizione contadina era piuttosto attiva su questo punto. In realtà, non c’era nessuna necessità di pregare il Professore: semplicemente non venne, né telefonò.

La manfrina continuò anche il Mercoledì mattina, no show-up, neppure telefonate. Persino la olimpica calma della Signora Anna cominciava a cedere, prese la situazione in mano e chiamò il Professore al centralino del Basel. Si rendeva conto di essere un po’in ritardo, ma non aveva saputo resistere alla tentazione di uno scoop con Strominger, peraltro andato benissimo. Malavasi si preparasse per il primo pomeriggio per lo scritto. Solita azione pomeridiana di presidio del telefono, le note di ironia erano così facili che erano ormai cessate. La placida Pamela, nei suoi colori canadesi e floridità mediterranea, passò per un saluto, sufficiente a ricordare le uscite con i giovani dell’Istituto. Una sera si era deciso di andare oltre Valle Ceppi (dopo Via, Corso, Strada, anche Valle!) per una cena all’aperto a festeggiare qualcosa di irrilevante. Al gruppo si era aggiunta Eleonora, con una delle sue improbabili automobili (una delle 3 Duna vendute a Torino) ma avvolta in chilometriche sete extrapure. Il posto scelto era noto per la sua carne alla brace, servita in spiedoni di legno. Eleonora era rigorosamente vegetariana, si evitò il problema ordinando una mega porzione di verdure ai ferri. Il tutto era innaffiato da un modestissimo rouge de la maison, servito in brocche. Rosso potente, tutti cominciarono a brandeggiale gli spiedi e questo ebbe come effetto indesiderato una pioggia di oli e succhi di cottura sulle vesti dei bersagli. La più danneggiata, Eleonora e le sue sete, non mosse il signorile ciglio.

Tutti ricordi piacevoli e divertenti, ma di moderato effetto per convincere l’aspirante che le sue aspirazioni valevano la pena di una attesa talmente stressante ed anche umiliante. Le esperienze professionali all’Arcispedale gli avevano mostrato che le posizioni universitarie sembravano avere qualcosa in più. E ovviamente il figlio di modesta famiglia della campagna più povera era caduto in trappole pensate invece per rampolli di ben altri lombi.

Il Giovedì passò come gli altri giorni della settimana, attesa, telefonata di spostamento al pomeriggio, guardia al telefono, nulla, ritorno a casa. Il pomeriggio era stato motivo di qualche depressione, le scelte sbriciolate di fronte alla indifferenza dell’uomo, che tutto poteva decidere. Scorse il film della prima gaffe importante in Istituto, che aveva portato ad effetti mai più risolti. In genere l’aspirante andava a casa nei week-end, lunghi viaggi in treno ma ambiente e calore delle case aiutavano a scordare le ristrettezze della vita a Torino. Aveva cominciato a vendere le moto, relitti del precedente periodo di agiatezza ospedaliera, per non mostrare alle famiglie di essere alla frutta, anzi al digestivo.

Il Venerdì è notoriamente giorno dedicato alla penitenza, l’aspirante aveva penato per una settimana ed era ridotto a straccio, nemmeno bagnato. Quando tutto era considerato perduto, mancava la faccia per tornare a casa e confessare il tutto, il telefono squillò, il Professore in persona chiamò per informare che stava superando le Alpi, l’aspirante si tenesse pronto. Si fermava un attimo per un boccone in una trattoria che conosceva prima di Aosta ed era subito in Istituto.

La notizia portò animazione nell’intero Istituto. Quando il Maestro arrivava, amava essere accolto con gli onori dovuti, e soprattutto gradiva avere una corte con cui lamentarsi di tutto ciò che accadeva in Italia e a Torino, con ovvi confronti con la virtuosa Svizzera. Il prediletto era il Prof. Carbonara, seguivano la Signora Anna ed infine la Signora Garetti, che arrivava con i conti del CNR.

Nonostante lo schieramento di forze, il Maestro non apparve alle 3, alle 4, alle 5. Alle 18 cominciò un silenzioso sgretolamento della guardia d’onore. Alle 19 anche le ultime illusioni dell’aspirante erano sottoterra: tuttavia, ad un certo punto una voce tuonò dall’entrata chiedendo come mai non ci fosse più nessuno. Note di colore sul lassismo imperante nel Paese, l’Istituto non è più quello che ho creato, e così lamentando.

Un’ombra lieve di complimento dell’aspirante per essere rimasto: per premiarlo, avrebbe fatto lo scritto ora. Scrisse il tema, consegnò i fogli preparati dalla Signora Anna con i timbri della Repubblica Italiana. Andarono nella grande aula, lesse alla cattedra il titolo ed assegnò 3 ore per la consegna. Lo scritto doveva essere finito per le 22.45, si dovevano consegnare anche i fogli di “brutta”. Lei inizi ed io intanto vado a vedere i conti che mi ha lasciato Adriana.

Tornò dopo 10 minuti dicendo che ormai tutto era avviato, lui pensava di andare a cena da Galli, in fondo se lo meritava proprio per una settimana così produttiva. Lei Malavasi vada avanti con l’elaborato e mi raccomando non copi e si consegni il lavoro alle 22.54, non un minuto di più.

L’aspirante fu pervaso da un’onda di depressione e malinconia, quasi da piangere per delusione e solitudine in cui tutto avveniva. Tutto era lontano da quanto aveva atteso e si era figurato.

Verso le 21, la porta dell’aula si aprì, entrò silenzioso come sempre Carlo con 2 panini + bibita. Tieni napuli, voi che siete nati sotto il Po siete abituati a tenervi su. Quando finisci, andiamo insieme verso casa.

Il mattino successivo della settimana di passione, il Professore alle 8 aveva già letto il lavoro, molte critiche, si nota proprio che non ha fatto la mia scuola, ma in fondo è promettente, può migliorare a patto che si impegni ed abbandoni il lassismo e gli agi cui è abituato.

Seguì una prova orale, formale e discreta. Il Professore assieme a Carbonara e Negro-Ponzi lo nominò Assistente Ordinario, naturalmente da confermare dopo 6 mesi.

Il primo passo era stato fatto. Il ritorno a Ferrara significò 5 ore di sonno in treno, un recupero parziale per non farsi beccare dalle famiglie. Nulla di nuovo confessò girando altrove lo sguardo, ieri ho fatto il concorso, che è andato bene. Citò anche l’aumento di stipendio, senza entrare in poco signorili dettagli quantitativi.

Tuttavia a mamma Dina non passò inosservato l’enorme consumo di pantaloni, camicie e giacche, ridotte peraltro in condizioni miserevoli. Ma la donna tenne tutto nel suo cuore, nulla doveva turbare la carriera di suo figlio, un cretino che aveva lasciato il nostro Ospedale ma sai, Teni, è fatto così. Avesse almeno avuto i tuoi occhi chiari…

Fabio Malavasi

FORSE ENTRO 4 ANNI IL PAPA ESALTERA’ LUTERO E ANNETTERA’ IL PROTESTANTESIMO

Alla prima uscita di ‘Internauta’, nel 2010, uno scrittarello “Il Papa demolitore che rifonderà il cattolicesimo” invocava/annunciava “un pontefice rivoluzionario”. Dopo il quale “una Chiesa che volti le spalle a Roma e venda tutto si scoprirà nella sua cruda povertà l’unica superpotenza spirituale, e anche ideologica, del pianeta”. Oggi che i media del mondo intero sono stregati da un papa emerito e, più ancora, da un papa ‘francescano’, si fa più vicino l’assurgere dell’unica superpotenza morale. Forse Francesco vorrà fare grandi cose.

Dicono che nelle questioni di dottrina guarderà al passato. Eppure quando tra quattro anni, il 31 ottobre 2017, si compirà mezzo millennio dal giorno che Lutero affisse le Novantacinque Tesi alla porta di quella chiesa di Wittenberg, il pontefice ribalterà la scomunica del 1521. Ripudierà cinque secoli di lotta al protestantesimo, dichiarerà santa l’insurrezione del cristianesimo tedesco. Dopo le infamie della Chiesa culminate con i Borgia -non dimentichiamo che Cesare, figlio dell’immondo Rodrigo (Alessandro VI simoniaco), era stato cardinale giovinastro prima di farsi principe canaglia; che Alfonso Borgia, zio di Rodrigo, come papa Callisto III era stato talmente nepotista da alienarsi l’amicizia e l’alleanza di Alfonso d’Aragona re di Napoli-; dopo la vasta campagna di vendita delle indulgenze ‘per la fabbrica di San Pietro’; dopo l’ascesa al Soglio del trentottenne figlio di Lorenzo il Magnifico (Leone X, glorioso per gli artisti che manteneva ma diabolico per i credenti tedeschi); dopo una fase così lunga e scellerata, la fiducia nella Chiesa del cristianesimo germanico e nordeuropeo era morta.  Lutero fece rialzare e vivere il Credo. ‘Lazzaro alzati!’.

Anche i maggiori tra i precursori-martiri della Riforma, John Wycliffe e Jan Hus, meriteranno  che Francesco li dichiari eroi della fede. Il corpo del primo fu riesumato e bruciato trentuno anni dopo la morte per volontà del Concilio di Costanza. Nello stesso anno 1415 il rogo uccise Hus, il più grande dei discepoli di Wycliffe. Tra due anni saranno dunque sei secoli dalle empie fiamme del 1415. Ripudiare le condanne dei tre Riformatori sarà coerente con le linee di svolta e di misericordia annunciate da Francesco. Richiamiamo ancora ciò che ‘Internauta’ scriveva due anni fa: “Un cattolico praticante come chi scrive sente che la Chiesa dovrà fare l’esatto contrario che il ritorno al cardinale Bellarmino. Non servirà un papa riformista. Servirà un rivoluzionario: in nulla espresso dalla Curia, dal management, dalla diplomazia, e invece ‘fatto’ nelle parrocchie, negli ospedali, nelle cappelle delle carceri, nelle clausure (…) Sulle macerie e sui cadaveri del marxismo, del liberalismo capitalista, del laicismo progressista/trasgressivo la Chiesa della rivoluzione si ergerà vera vincitrice. Il più alto dei fari. La più possente delle centrali del pensiero”.

Logico coronamento della coerenza di Francesco sarà la proclamazione della santità di Lutero, Wycliffe e Hus. Non tre santi in aggiunta ai troppi, ma tre santi Ricostruttori.

A.M.Calderazzi

RISORGESSE IL DUCE GARRIREBBERO LABARI NERI SULLE TERRAZZE DI SINISTRA. DOPO UN TOT

Mi capitò di occuparmi delle terrazze romane, cioè della mondanità sinistrista nell’Urbe (il clima si addice ai parties sotto le stelle) un anno che il letterato Enzo Siciliano ascese a presidente della Rai. Elettrizzata, la contessa Donatella Pecci Blunt annunciò “una gran cena”. E la marchesa Sandra Verusio di Ceglie, villa sull’Appia e appartamento da cinema in centro: “Era quel che volevamo: una persona che pensasse a sinistra, ma che non ‘giocasse’ a sinistra”. La gioia delle altre lionesses filoproletarie fu parimenti incontenibile. Paolo Conti cronista del ‘Corriere’ scrisse di ‘pieno fermento’ del terrazzismo: “Si respira aria di Liberazione”. Spiegò che il terrazzismo ” è quella categoria dello spirito, bene illustrata dal film ad hoc di Scola. Prevede: grande loggia con vista (imbattibile il primo modello Marta Marzotto degli anni Guttuso, con piazza di Spagna ai piedi), cibi poveri (pasta e ceci. vino bianco), invitati di sinistra, gran classe e lotta di classe, baciamano e progressismo, buone letture e voto popolare (…). Adesso è tutto un brindisi. c’è la nuova Rai: Giancarla Rosi, moglie di Franco, grande animatrice di serate romane, si irrita quando sente parlare di salottismo continuo: “E’ un’espressione liquidatoria che si tira fuori quando nominano uno giusto al posto giusto. E poi che strazio questa faccenda delle terrazze, dei salotti: ma la gente dove dovrebbe riunirsi la sera per parlare? sulle piazze? nelle portinerie? nei cimiteri?”

Già, mi chiedo anch’io, dove la sera? Quello che però Giancarla non coglie è che la gente per cui si prodiga -mogli, fidanzate, compari, portaborse, leccaculi della Nomenclatura- è persino peggiore del demi-monde che fiorì a Roma nella transizione tra il Papa e il Re; e lanciò le stesse terrazze. E’ peggiore perché ha trionfato coll’impostura. I burocrati, palazzinari, faccendieri ed ex-eroi garibaldini della Roma da poco sabauda non avevano fatto credere agli elettori popolani d’essere dalla loro parte. Il suffragio universale e i media non esistevano, mentire alle grandi masse era superfluo. Chi aveva accesso al truogolo si abboffava.

Questi intellettuali degli attici radical sono uno dei volti più sozzi nella storia delle nostre bassezze. Se stanotte il Duce tornasse a palazzo Venezia, domani sulle terrazze boldriniane sventolerebbero i gagliardetti. Le crisi di coscienza sarebbero poche, così come pochissime furono nel Ventennio, finché il Duce cominciò a perdere la guerra (dove militerebbe l’intellighenzia semirossa d’oggi, se il 10 giugno 1940 Mussolini avesse trebbiato il grano invece di affacciarsi a quel Balcone?).

Tornando alla ‘aria di Liberazione’ che si respirò sulle terrazze entusiaste di Enzo Siciliano: quando la respireremo noi aria di liberazione, noi che manteniamo con l’Imu il culturame demo-cleptocratico? Quando l’insurrezione da disgusto triplicherà la sua forza, rendendo superfluo il golpe giustizialista?  Intesi come comparse, come bassa corte, come intrattenitori e clientes, gli intellettuali li ammiriamo: sono spiritosi, amiconi, prolungano la tradizione della commedia dell’arte e dei fescennini. Ma paragonati alle ottantenni artritiche delle parrocchie che si sfiancano di stanchezza per servire alle mense dei poveri, i mondani da terrazza sono pure feci. Per loro ci vorrebbero i barbari di Odoacre e di Totila: cuori animaleschi sì, ma non infestati di tenie come quelli dei salotti boldriniani e pisapieschi.

Porfirio

QUANDO IL PIANTO DEL CALCIO NON FA TROPPO PIANGERE

Una mattina, anni fa, i giornali uscirono a mezzo lutto: due calciatori del Castel di Sangro erano morti sull’autostrada del Sole, andavano a  oltre 200. Il cordoglio delle pagine sportive si espresse nelle formule consuete; ma a noi che le conoscevamo male fecero effetto. Da ‘Repubblica’  per esempio apprendemmo: i due rientravano nel  grazioso paese abruzzese che quell’anno “conosceva una favola calcistica, 5500 abitanti e una squadra in serie B'”. Come a dire, il piccolo Regno di Sardegna ammesso, per le glorie di Crimea, al Congresso di Berlino (1878) tra i colossi d’Europa.

Raccontava ‘Repubblica’: “L’agghiacciante telefonata della Stradale alla moglie del patron del Castel di Sangro è stato un terribile colpo al cuore”. Nessuno dei due eroi caduti essendo del posto, forse qualcuno dei locali non piombò nello strazio; però su questo il cronista in lutto sorvolò. Apprendemmo anche che il presidente della squadra era Luciano Russi, rettore dell’università di Teramo, ateneo che era stato primo a istituire un corso in diritto ed economia dello sport. Questo ci rassicurò: il ritardo sportivo rispetto alle università statunitensi stava diventando intollerabile. Teramo aveva saputo raccogliere la sfida di Harvard e Yale. Se più Magnifici Rettori si fossero ispirati al modello Russi, le nostre università si sarebbero arricchite di squadre vibranti e straricche come quelle che portavano alle stelle la grandezza accademica degli USA. Chi dice che i rettori esistono per la sola scienza?

L’allenatore della squadra, accorso sconvolto in tuta, parlò chiaro: “Ora tutto è più difficile. Dovremo tirare fuori l’anima, lo faremo per Pippo e Danilo”. Per il momento i duri campioni della squadra  erano in lacrime: “Se ne sono andati due ragazzi stupendi”. Nella folla dei tifosi sbigottiti c’era anche John McGinnis, scrittore americano, che si era trasferito nel Sangro “per raccontare in un libro il miracolo del calcio. In lacrime anche lui”. La pagina luttuosa di ‘Repubblica’ evocò che vari altri calciatori si erano immolati al volante per rispondere alla chiamata del coraggio. I migliori, remunerati come la loro classe esigeva, preferivano Porsche e Ferrari. Per esempio il divo Gianluca Pagliuca ebbe un terribile incidente, ma riprese a giocare “dopo essersi comprato un altro Porsche”. Pagliuca ammetteva:  i giocatori, sì, corrono troppo, ma perché “il lavoro ci porta lontano da casa e tornare è importante”.

Temevamo che il calcio indurisse e, anche per il denaro che fa girare, involgarisse i cuori di centravanti terzini allenatori. Invece scoprimmo  che essi piangevano impulsivamente, disperatamente, e tra di loro lo scrittore di Boston trasfigurato dal pallone al punto di farsi abruzzese. Al loro tempo Gabriele d’Annunzio e Francesco Paolo Michetti avevano cantato il fervore emotivo delle stirpi della Maiella e della Pescara. Gli immolati Pippo e Danilo avevano trovato McGinnis.

Viaggiare a oltre 200 è deplorevole, stolto, persino vietato; ma per i calciatori è diverso. Se gli va male, sono combattenti che non si sono tirati indietro: come i minatori uccisi dal grisou o i pescatori annegati nell’Atlantico rabbioso.

Noi credevamo di dover compiangere -sul serio, non per burla- i genitori, figli, vedove, amici stretti, vittime della frenesia ardimentistica/ gladiatoria dei campioni. Sbagliavamo. Dolenti, inconsolabili possono essere gli strateghi, gli impresari, gli imbonitori persino gli accademici del calcio. Non presiedono squadre i migliori tra noi, da Agnelli a Berlusconi? Un tempo alla testa delle nazioni si invocavano i re-filosofi. Oggi abbiamo i titani del business e gli statisti pluri-condannati.

Ai quali comunque vada un consiglio col cuore: smettano di regalare Ferrari ad ogni giocatore che segna, se non vogliono farsi una testa così di lacrime, imitati da cittadinanze intere, quando si schiantano sull’Autosole.

Porfirio

NOBILTA’, IN REALTA’ FURTI, DELLA POLITICA

“Sembra finalmente arrivata l’ora dei tagli alla politica”. Che Massimo Teodori abbia ragione, contro le apparenze che invece fanno pensare a  sforbiciate lievissime? Ad ogni modo Teodori ha fatto molto bene a concentrare in marzo un suo vice-editoriale del Corriere della Sera, invece che ad analisi e a sociologie, a un solo punto: togliere soldi alla Casta. Fa seguire un decalogo dettagliato: abrogare il rimborso spese elettorali, i contributi ai gruppi parlamentari e a quelli consiliari, i finanziamenti ai giornali di partito e simili; dimezzare le indennità dei parlamentari eliminando tutti gli accessori; pagare direttamente i collaboratori parlamentari; abolire tutti i benefit (staff, appartamenti, auto blu) ai presidenti di Camera Senato Corte costituzionale; abbassare i vitalizi parlamentari, cancellare quelli regionali. Infine disciplinare rigorosamente i denari pubblici e privati che vanno alle fondazioni politiche e parapolitiche. Piccola svista: nessun accenno all’abolizione di una Camera o alla falcidia dei parlamentari.

Secondo Teodori,  la maggiore voce  nascosta oggi sono le “centinaia di fondazioni che drenano miliardi di euro fuori di ogni regola e controllo a beneficio di capi e capetti corrente (vedi, ad es. i bilanci Finmeccanica, Eni…). Molti ignorano che la vera idrovora che succhia soldi per i partiti sono le fondazioni che istituzionalizzano corruzione e comparaggio’. Il Nostro propone altresì di sequestrare i tesori costituiti con i denari pubblici versati a partiti fantasma tipo Margherita, An, Pds, Idv, etc.; e conclude: “‘Tagliare le basi materiali su cui la Casta fonda il potere nei partiti e sui partiti”.

Tutto vero naturalmente. Ma Teodori avrebbe assai più meriti se, considerati sessantotto anni di saccheggio della ricchezza nazionale da parte dei partiti, azzardasse una spiegazione su un fatto grottesco: le insistite asserzioni dell’Uomo del Colle, da quando sorse  l’odio per i partiti e i loro mestieranti, sulla “nobiltà della politica”. Egli non si riferiva alla politica come categoria ideale, come passione,  partecipazione e Ars..  Si riferiva  alla nostra politica, notoriamente la più detestabile e camorristica d’Occidente. Il detto Uomo aveva fatto per una trentina d’anni il gerarca culturale del Pci, una setta che era riuscita ad egemonizzare la repubblica delle lettere e il demi-monde  dei giornali, dello spettacolo, degli editori, degli altri mercati e marciapiedi di spaccio della cultura. Come aveva, come ha il Defensor nequitiae, il coraggio di dire nobili i furti, i borseggi, le tangenti, le frodi quasi settantennali della consorteria cui gli Alleati vincitori consegnarono lo Stivale? Si farebbe psicanalista per farci capire il professor Teodori?

A.M.C.

CALDERAZZI: NON MI PARVE UN ORCO VIKTOR ORBAN PREMIER “LIBERTICIDA” D’UNGHERIA

Intervistai l’attuale capo del governo magiaro poco prima che salisse al potere la prima volta, nel 1998. Mi aveva convocato un portavoce cui dovevo d’avermi fatto parlare piuttosto a lungo con Arpad Goncz, il presidente della Repubblica che da intellettuale era stato ospite a lungo delle prigioni comuniste. Ero accorso alla convocazione di prima mattina, attratto dalla fama di trentaduenne di energia e carisma eccezionali. Lui mangiava la sua prima colazione, io facevo domande, più teso a intuire l’uomo che ad annotare le risposte, secche anzi metalliche ma non conturbanti. A sera mi capitò di confidare a cinque o sei commensali, solo accademici, “ho intervistato un genio”.

Orban lasciò il potere nel 2002. Lo riprese nel 2010. Oggi è “l’autocrate di Budapest”, bestia quasi nera dei liberal dentro e fuori il Paese, sospettato di voler trasformare la democrazia magiara in un regime autoritario ‘magari ispirato all’ammiraglio Horthy’. L’Unione Europea riprova la linea di Fidesz, il partito del capo del governo; ha persino avviato una procedura d’infrazione, non è chiaro a quale preciso titolo. Nelle ultime settimane il Nostro è apparso ancora più deciso a sfidare, oltre che l’opposizione domestica includente gli ex-comunisti, anche l’Europa. Barroso, il presidente della Commissione di Bruxelles, ha  provato  a scongiurare certe modifiche costituzionali volute dal governo: non è stato ascoltato; il governo, appoggiato dal 53% degli elettori e dai due terzi del Parlamento, è andato per la sua strada. Secondo gli avversari più accaniti, è la strada che porta allo Stato autoritario; se si preferisce, alla fine dello Stato di diritto Con gli emendamenti costituzionali dell’11 marzo la forte maggioranza di Orban avrebbe compiuto un ‘golpe bianco’, dopo il quale ‘nulla sarà come prima a Budapest’. La Corte Costituzionale potrà inpugnare solo nella forma, non nella sostanza, ogni futuro emendamento. La libertà d’opinione potrà essere limitata ‘se ferirà la dignità della nazione’. I laureati non potranno cercare lavoro all’estero per un numero di anni pari a quello richiesto dai loro corsi di studi. Il Partito comunista, da cui è nata l’attuale formazione socialista, è stato dichiarato ‘organizzazione criminale’. Le autorità municipali potranno vietare ai senzatetto di vivere e dormire all’aperto. Sono state introdotte limitazioni alla propaganda elettorale dei media privati. Le coppie di fatto, senza figli o gay non avranno pari dignità con le coppie regolari.

A Orban si attribuiscono altri propositi illiberali e anti-europei: una vera e propria ‘deriva autoritaria’. Si giudica eversiva l’affermazione che ‘al popolo interessano le bollette troppo care che paga alle multinazionali, non la Costituzione’. Si giudica severamente la ‘strategia euroasiatica’ di attrarre investimenti da Cina, Iran, Azerbaijan. Il premier viene accusato di omofobia, razzismo, antisemitismo, xenofobia. Sul piano delle relazioni internaziobali, è comprensibile che egli vagheggi, o vaneggi, di ottenere qualche sia pur modesta compensazione o restituzione da parte dei paesi confinanti (Croazia, Slovacchia, Romania (forse anche Serbia?) cui il trattato del Trianon (1920) permise di cannibalizzare l’Ungheria sconfitta. Orban per esempio ha offerto la cittadinanza magiara agli appartenenti alle minoranze ungheresi dei paesi limitrofi; alcuni dei quali hanno risposto con la minaccia di spogliare della propria nazionalità coloro che accetteranno quella ungherese.

Certe misure autoritarie, p.es. quelle a danno dei senzatetto, si inquadrano nella secolare ostilità dell’Europa centromeridionale verso gli zingari, lì troppo numerosi, nonché nocivi.

Peraltro va sottolineato che Fidesz, il forte partito di Orban, non è o non è ancora, una destra estrema. Lo è invece Jobbik, Movimento per un’Ungheria migliore, che detiene 40 seggi parlamentari e forse è in crescita. Per ora sembra opportuno un certo distacco rispetto all’orrore dei media liberal di fronte all’Orco/autocrate di Budapest. Nello  Stivale abbiamo solidi motivi per relativizzare la sacralità della Costituzione-manomorta. E per non crocifiggere affatto Viktor Orban per l’efferata valutazione “Spero di no, ma forse potrebbe diventare necessario sostituire la democrazia con un altro sistema”. Che un giorno si possa cambiare democrazia, io e molti altri speriamo di sì.

A.M.Calderazzi

ROBERTO VACCA: Nuovo Ordine Mondiale di incultura e chiacchiere – senza distintivo

Il comico inglese con bastoncino, baffetti e bombetta era più bravo di quello genovese coi capelloni. Il Grande Dittatore aveva un simbolo con doppia croce invece della svastica: distintivi riconoscibili, anche se insensati. Invece le 5 icone di M5S ricordano alberghi di lusso e contraddicono gli slogan di risparmio e rifiuto contributi pubblici. I messaggi programmatici del movimento, poi, sono in gran parte vuoti. I contenuti mancanti non vengono surrogati dalle urla nelle piazze, né da tante parole disseminate in rete con video, chat, twitter. I toni ieratici e la preminenza di personalità individuali ricordano tristemente la Dianetica dello scrittore di FS Ron Hubbard, movimento trasformato in Scientology (chiesa condannata per vari reati, ma che soprattutto ha diffuso confusione di idee inutili).

Pare che una delle basi culturali di M5S sia un video pretenzioso (su Youtube e su Gaia Casaleggio) che si chiama NWO, New World Order e descrive il nuovo ordine mondiale. Usa molta grafica: icone animate, foto ferme e carte geografiche. La voce inglese, chiara e assertoria, informa che il 14/8/2004 è cominciata la rivoluzione della conoscenza. Ne elenca i precursori:

L’Impero Romano: aveva 100.000 kilometri di strade, percorse non solo da messaggeri e anche da commercianti e da legioni. Le orde di Gengis Khan si concentravano contro un nemico dopo l’altro in base alle informazioni trasmesse da staffette veloci. Savonarola e Lutero diffondevano i loro messaggi riformatori in molte copie. Diderot e D’Alembert, con l’Enciclopedia, e Voltaire con il Dizionario Filosofico, disseminarono l’illuminismo. Mussolini usò la radio per indottrinare e arruolare gli italiani. Hitler si assicurò il successo con i film di Lena Riefenstahl. Clinton e Obama diventarono Presidenti usando TV e Internet. Al Gore non riuscì a essere eletto Presidente, col suo movimento internazionale massmediologico blaterava di disastri – riscaldamento globale antropico – e prese un premio Nobel finto. Beppe Grillo adottò pesantemente la comunicazione online e nelle piazze e urlando chiacchiere si è affermato nelle elezioni. Il video glissa su quei personaggi che fecero ben presto una brutta fine e passa a profetizzare gravi crisi dei paesi occidentali, di Cina, Russia e Medio Oriente.

Poi vaticina che nel 2020 scoppierà la Terza Guerra Mondiale. Le armi nucleari e batteriologiche uccideranno miliardi di persone. Ne resterà in vita solo un miliardo e farà grandi passi verso la rivoluzione della conoscenza collettiva. Spariranno libri, giornali, radio, TV: saremo tutti uniti in rete. È vitale comunicare in rete, a parte i contenuti. [Molti decenni fa, lo aveva già detto Marshall McLuhan: “The Medium is the Message”: il Messaggio è il Mezzo, e, già allora, era un’asserzione irrilevante].

Così comunicheremo di continuo manifestando le nostre idee [quali?] e i nostri desideri realizzando nel 2040 la “Net democracy” – democrazia in rete. Nel 2047 Google, che avrà comprato Microsoft, realizzerà “Earthlink” la nostra identità online – chi non l’avrà non esisterà più. Nel 2050 l’intelligenza collettiva in rete risolverà i problemi più difficili con una struttura chiamata “braintrust”. Nel 2051 sarà abolita ovunque la pena di morte. Nel 2054 ci sarà GAIA [1] – il governo mondiale senza partiti, né religioni, né ideologie. Saremo tutti liberi e parteciperemo della “collected knowledge” – conoscenza raccolta. Con tutta questa conoscenza, un altro video apre con; MAN IS GOD di stantio sapore Nietzschano.

Questa accozzaglia informe denota la incapacità di distinguere un belin da una cattedrale, come si dice a Genova. Meno volgarmente proviamo a raccogliere almeno qualche brandello comprensibile di discorso.

Per parlare di conoscenza bisogna averla – e si ottiene studiando. Questi M5S e il loro ispiratore pubblicitario non hanno studiato. Usano un linguaggio scheletrico e invece di descrizioni e analisi riesumano “catchword” [neologismi di moda] prendendole in prestito ovunque senza discriminazione. Da Alvin Toffler riprendono l’affermazione che non ci saranno più produttori e consumatori: saremo tutti “prosumer” (productor + consumer). Però manca ogni riflesso degli acuti ragionamenti di Toffler: le idee sono dimenticate e resta solo un nominalismo inefficace.

Da Second Life, video giochetto del 2003 rapidamente declinato, si trae la convinzione che nel 2027 Prometeus, altra enorme risorsa online descritta sempre vagamente, ci darà SPIRIT. È un trucco online che permetterà a ciascuno di noi di diventare chi vuole: crearsi una nuova personalità e avere nuove esperienze nel tempo e nello spazio. Esempi: assistere a eventi sportivi e rivivere guerre, rivoluzioni, cerimonie.

Queste aperture sono presentate come prodotti originali, personalizzati – ottenuti da attività cooperative in rete. Non sarebbe così. Creare animazioni è un lavoro altamente professionale eseguito da persone addestrate. Anche questi prodotti sofisticati hanno qualità variabile. Occorre valutare e controllare la qualità: prescrizione alla base dei successi della tecnologia, dell’innovazione, dell’alto rendimento di gruppi umani organizzati. Questi sedicenti guru sembrano credere che diffondere conoscenza sia un lavoretto facile da realizzare con sapienza in pillole, slogan, icone, schemini, video. Non hanno mai sentito dire che “Ars longa”.

Un obiettivo importante del nuovo ordine mondiale è l’abolizione dei diritti d’autore. Al copyright si sostituisce il “copyleft”. Tutti possono copiare  e disseminare ogni scritto, ricetta o formula. Questo accadeva nei tempi antichi e giravano testi apocrifi, degradati, centonati.   Liberalizzare tutto è concetto molto attraente, ma non è un modo di ottimizzare la qualità. Fra gli esempi citati, c’è la “Opencola” una lattina vuota su cui è stampata la ricetta della CocaCola. Ognuno se la può fare da sé. Non solo. Saranno libere le ricette delle medicine, anche queste ce le faremo da noi. È facile prevedere che sprecheremmo tempo e denaro, ottenendo risultati spesso inefficaci e anche letali.

Un altro video presenta l’arma segreta per assicurarsi i vantaggi delle comunità online. Sono gli “influencers”, gli influenzatori: giovani persone che indagano su quali siano le scelte migliori e convincono il pubblico a uniformarsi con recensioni e con tweet. Le comunità impareranno a scegliere teorie, credenze, vestiti, gadget, luoghi per le vacanze. Trarranno cultura e saggezza da Wikipedia, competenze professionali da Linkedin, amicizie da Facebook.

In questi ambienti, dunque, girano poche idee, ma confuse. Non è vero che qualunque cosa abbia spazio on line abbia anche significato e valore notevoli. Non sono sullo stesso piano Google, Wikipedia, Linkedin, Facebook.

Google è un ottimo motore di ricerca che permette in tempi minimi di reperire informazioni di ogni tipo. Lo usi gratis – e non ti aspetti che sia un distributore di verità assolute. Gli inventori, Larry Page e Sergej Brin sono diventati miliardari con la pubblicità, ma vanno considerati benefattori, oltre che innovatori straordinari.

Wikipedia è un’opera di notevole valore, anche se molto ineguale. Chi collabora gratuitamente a disseminare proprie conoscenze su questa enciclopedia aperta compie una buona azione.

Linkedin permette di contattare persone interessanti professionalmente in vari campi. Appartenere a Linkedin non è una patente di competenza professionale.

Facebook permette di comunicare con amici vecchi e nuovi, non registra dati né conoscenze e serve anche a trasmettere notizie neutre o pettegolezzi.

Concludo: il mezzo non è il messaggio. I messaggi seri, interessanti, utili non si improvvisano. Aiutare il pubblico e i giovani ad acquisire buoni criteri di giudizio è meritevole e necessario, ma la scuola lo sta facendo troppo poco.

Chi è a favore della rivoluzione M5S farebbe bene a meditare su quanto ho scritto e ad informarsi.

Mi sembra probabile che M5S sia un fuoco di paglia. Nel 1946 il Movimento dell’Uomo Qualunque di G Giannini mandò in Parlamento 30 deputati. In Francia nel 1956 Poujade protettore dei piccoli artigiani, ne mandò 52 all’Assemblé Nationale. Durarono poco.

Roberto Vacca
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[1] Il nome Gaia ricalca quello ideato nel 1979 da James Lovelock per indicare la Terra (in greco Gea o Gaia) vista come un organismo vivente autoregolante. Nel 2012 Lovelock rivide questa concezione ammettendo di esser stato troppo allarmista sui temi ambientali e in particolare sul riscaldamento globale antropico. Lovelock riconobbe per primo gli effetti avversi dei fluoroclorocarburi che degradano la presenza dell’ozono ad alta quota (favorendo il buco dell’ozono).

 

MASSIMO GIANNINI SCORDA LE REGOLE DEL GIOCO OLIGARCHICO

Il vicedirettore di Repubblica, che da qualche tempo appare più saggio del suo direttore, e quasi l’opposto ideologico del Fondatore neolegittimista, rampogna il Colle perché intima alla magistratura di fermarsi, di non perseguire un Cagliostro da Arcore al punto di impedirgli di fare l’oligarca, capo dell’opposizione e coprotagonista della democrazia. Se i magistrati obbediranno, chissà perché, la prescrizione sancirà il diritto di Cagliostro all’impunibilità.

Ma che si aspettava Giannini? C’è logica, dunque prevedibilità piena, nell’azione dell’usufruttario del Colle. Scelse, quando i tempi furono maturi, di passare dal comunismo alla democrazia occidentale. Da allora, coerente con la scelta, ne accetta le conseguenze e le derivate. Aveva professato l’internazionalismo, oggi è il patriota che celebra oltremisura il sesquicentenario dell’Unità (lo celebra in un tempo di disdetta per ciò che presiede) e bacia in Quirinale i marò che hanno ucciso, non per cattiveria ma per difendere la (petroliera della) Patria.

Nella Guerra fredda era stato antiamericano ‘senza se e senza ma’, oggi va a rapporto alla Casa Bianca, grato del riconoscimento della fedeltà atlantica di Roma e sua personale. Ha più volte definita “giusta” la guerra nell’Afghanistan. Aveva condiviso lo storico antimilitarismo dei socialisti occidentali; oggi enfatizza all’occasione il ruolo delle Forze Armate di cui è il supremo comandante, ne difende i costi, lascia comprare F35 e sommergibili in una fase buia della nostra economia (come ci difenderemmo dal nemico?). Aveva a viso aperto parteggiato per i poveri, ora autorizza a tagliare il sostegno agli scolari storpi e ciechi. Benché incline a gusti sartoriali patrizi, aveva indossato le tute e i camici morali dei proletari. Oggi si lascia inneggiare per non avere in nulla mortificato la pompa e il costo della reggia pontificia (dei tempi peggiori del papato) e sabauda, nonché di varie dipendenze. Corazzieri, palafrenieri, ciambellani e lacché ringraziano per paghe e vitalizi eccellenti.

Tutto ciò discende dal distacco degli storici ormeggi del 1945-90 e dalla conquistata omogeneità all’oligarchia istituzionalizzata dalla Costituzione stesa dai giuristi di regime. Il berlusconismo è componente forte dell’assetto oligarchico: è naturale che l’Alto Garante ne protegga il  capo, per pessimo che sia. Giannini, perché ti sorprendi? Non ricordi le regole del gioco?

Alleggerire il carico scongiurerebbe lo stallo del trimotore Italia. Tra le casse da far cadere nel vuoto c’è il parlamentarismo/partitismo, dunque la Costituzione del malaugurio. La cabina di pilotaggio non permette, il trimotore perde quota, nell’atterraggio di fortuna potrebbe sfasciarsi.

Se regnassi tu Massimo Giannini, e arrivasse una calamità grave, a fini di salvezza non metteresti da parte istituzioni e procedure? Non promuoveresti tra l’altro l’allungamento dei termini della prescrizione? Non sospenderesti il parlamento, se coi i suoi ritmi e regolamenti avvicinasse la bancarotta? Ti aspetti che sia il Quirinale a sventare i ricatti del parlamentarismo e di quella summa iniuria che è il summum jus. Ma dimentichi che il Quirinale assegnò a Mario Monti il mandato stretto di salvare la gestione partitocratica. Ora quella gestione, della quale il Pdl è socio è pesante,  esige l’impunità per Cagliostro.

Tu vorresti che il Colle esercitasse una saggezza diversa: ma la Costituzione non lo permette. Tienitela.

Porfirio

LA FORZA TELLURICA DI UN PAPA CHE SI CONTRAPPONGA AI PREDECESSORI. E FRANCESCO…?

Cinquemila giornalisti di tutto il mondo hanno chiesto l’accreditamento per seguire il Conclave. Saranno cinquantamila il giorno che apparirà possibile ciò che questa volta nessuno si attende: l’avvento di un papa rivoluzionario, cioè molto più cristiano. Oppure la trasformazione di un papa continuista come gli altri in uomo della rottura.

Così com’è il mondo, così com’è in particolare l’Occidente, il Pontefice potrebbe essere -non diciamo affatto ‘è’- la massima autorità morale del pianeta. Nessuno si sognerebbe di affermare questo p.es. del presidente degli Stati Uniti: egli risulta spesso, al pari di altri statisti importanti, la più alta delle autorità immorali.

Se diciamo che un Papa del futuro potrebbe migliorare il mondo, come nessun imperatore saprebbe, è in quanto quel Papa impersonerebbe un grande pensiero; gli statisti e i grossi teorici no. Morti sia l’ateismo marxista, sia il materialismo liberista/conservatore, il cristianesimo -come altri credi superiori- muoverebbe un’azione irresistibile. Quella cristiana è, insieme a quella islamica, la sola sopravvissuta tra le dottrine salvifiche.

Protestano i puristi che la parola di Cristo non è una dottrina né un’ideologia. In astratto hanno ragione, ma tant’è: gli atei e gli agnostici non credono alla Rivelazione, eppure anche per loro il cristianesimo è, almeno in Occidente, un pensiero di salvezza. Giorni fa Angelo Scola arcivescovo di Milano diceva parole al tempo stesso fuorvianti ed eterne: “La missione della Chiesa è di annunciare sempre la misericordia di Dio, annunciarla anche all’uomo sofisticato e smarrito, anche in questi tempi grami”. E’ fuorviante limitare la missione della Chiesa all’annuncio della misericordia di Dio. Molti non credono in Dio (il che non toglie nulla all’immensa realtà delle fedi, anche se considerate espressioni solo umane). E molti non considerano Dio misericordioso, visto il male e il dolore che Egli, onnipotente, permette. Ma il cardinale di Milano ha inoppugnabilmente ragione: l’Annuncio varrà “anche per l’uomo sofisticato e smarrito, anche in questi tempi grami”.

Siamo partiti dai 5000 giornalisti venuti dai Continenti. Sono accorsi per conoscere un papa che, per quel che è dato sapere, risulterà “inutile” oppure sconfitto, come i predecessori: troppo simile a loro, troppo condizionato  dalla continuità. I giornalisti accorreranno in numeri giganteschi, e con ben altre attese, il giorno che presentiranno la venuta di un pontefice aspramente nuovo. Anche i continenti che non adorano il Dio della Cappella Sistina, anche gli uomini ‘sofisticati e smarriti’ di Angelo Scola saranno tramortiti, più di Paolo sulla via di Damasco, dalla novità dirompente, tellurica, di un Papa in grado di offrirsi come guida di tutti gli uomini. I più non lo accetteranno come messaggero e profeta del Dio unico. Ma come conduttore morale sì, se si contrapporrà al retaggio frustrato.

Che annuncerà al mondo il Papa della nuova età? Non la misericordia di Dio, né la sua onnipotenza; anzi  confesserà la debolezza e le sconfitte del Padre. Non solo il Figlio, anche il Padre è salito sulla croce. Il Rifondatore del cristianesimo, anzi del senso religioso del vivere, si rivolgerà agli uomini quali generatori essi stessi dell’anelito. Gli uomini vanno nelle chiese (nelle moschee, in ogni altro tempio) per riscattarsi dalla miseria di vivere e morire senza speranza; e la liturgia vivifica il torpore dell’anima.

Il Ricostruttore restituirà la Chiesa alla povertà, rafforzerà l’aiuto ai poveri e la dedizione alla giustizia. Però l’accresciuto impegno sociale sarà solo il mezzo. Il fine sarà convincerci della porcinità dei disvalori, della bassezza dei moventi che ci imprigionano: arricchirci, consumare, abituarci al male. Dunque la missione sarà spiritualizzare il pianeta, Farlo vergognare dell’egoismo capitalista, delle troppe disparità, di innumerevoli altre abiezioni

Spiritualizzare il pianeta: solo con le opere. Le parole convinceranno sempre meno, fino a che scorreranno come acqua sul marmo. Dopo due millenni di parole, di quotidiane esortazioni al bene, la Chiesa è fragile, sempre meno rilevante. Impressionerà quando darà esempi fulminanti. Quando il Papa compirà atti demolitori, perciò clamorosi: ripudiare le abitudini e le prassi, abbandonare Roma, ripudiarne i paradigmi, vendere a favore  dei poveri i palazzi fastosi, come dicono abbia fatto l’arcivescovo di Boston per indennizzare le vittime della pedofilia. A quante malazioni la Chiesa dovrà riparare, non col denaro,  dopo lunghi secoli di potere temporale, di nepotismo, di cento altre degenerazioni e tradimenti del Vangelo?

Nel 1945 due atomiche misero fine al conflitto mondiale. L’atomica del Papa sarà, un giorno forse lontano, la rottura col passato.

l’Ussita