LA MORALE GRILLINA CI INGANNA SULLE VERE PRIORITA’

Arrotondiamo per eccesso: ci sono 1000 parlamentari che guadagnano 15.000 euro al mese. Quindi, contando tredicesime e quattordicesime, lo Stato spende per loro 210 milioni di euro all’anno. Se dimezzassimo i parlamentari e gli riducessimo a un quarto dell’attuale lo stipendio, otterremmo un risparmio di oltre 180 milioni di euro. A prima una vista una cifra ragguardevole, specie se consideriamo che il budget attuale serve a sfamare gente come Scilipoti. Ma il gravissimo danno che la morale grillina sta causando al Paese, è la mistificazione sistematica sugli ordini di grandezza del problema.

Uno Stato che spende ogni anno per la Sanità una cifra intorno ai 110 miliardi di euro, e che di quei 110 miliardi potrebbe risparmiarne 10 solo portando ad uno standard medio di efficienza le Regioni dove invece lo spreco e la bassa qualità del servizio sono la regola, non può illudere i cittadini che la soluzione dei problemi passi dalla lotta ai privilegi della casta. C’è una sproporzione di quasi 50 a 1 tra i risparmi che si ottengono accanendosi sugli stipendi degli onorevoli e quelli che si otterrebbero accanendosi sugli sprechi della Sanità.

Si dirà che i due problemi non sono scindibili, che il motivo per cui la sanità spreca tutti quei soldi è che è collusa col potere politico. Questa affermazione purtroppo non è strettamente vera, ed è dimostrato dal fatto che la Lombardia è una delle Regioni con il sistema sanitario al contempo più efficiente e più colluso con la politica. Ovvio che si debba intervenire sul tema della nomina dei primari, dei dirigenti, delle clientele etc. Ed è una priorità “etica”. Ma non si può pensare che basti questo a risolvere il problema macroeconomico dello Stato.

Un’altra questione che viene sbandierata come discriminante per l’attuale fase politica è quella dei rimborsi elettorali. Nessuno nega che i politici che impongono misure lacrime e sangue al Paese dovrebbero essere i primi a dare l’esempio ed imporsi una cura dimagrante. Ma ancora una volta si ingannano i cittadini sulle proporzioni della questione: 250 milioni di euro (in cinque anni) che vanno ai partiti (di nuovo arrotondiamo per eccesso) non sono rilevanti per uno Stato che deve pagare 80 miliardi di euro all’anno di interessi sul proprio debito pubblico. Abbattere quel debito sì che è una priorità. E proporre l’uscita dall’euro o un non meglio precisato reddito di cittadinanza (da tenere ben distinto dal reddito minimo garantito, provvedimento di assoluto buonsenso ed equità) non sono misure che vadano nella giusta direzione.

Insomma la casa sta crollando. Invece di ascoltare gli ingegneri che chiedono preoccupati di risistemare le fondamenta, rafforzare i pilastri portanti  e riparare il tetto, ci stiamo lasciando abbindolare dall’arredatore che la priorità sia sbarazzarci degli arazzi polverosi (oggettivamente orribili) che infestano tutta la casa, piantare le margherite nel giardino e ridipingere la facciata di uno spensierato color pistacchio. E che questo dovrebbe bastare ad impedire il crollo…

Tommaso Canetta

NONNO CONTRO NIPOTI A ‘REPUBBLICA’ SCALFARI PROIBISCE IL FUTURO

Prendendo esempio dal Papa Emerito -più giovane di lui- il Fondatore dovrebbe rinunciare a pontificare, dovrebbe cedere l’editoriale della domenica a persone meno stregate dal passato, meno opacizzate nella vista dalle cateratte misoneiste. Ove rifiutasse, una congiura di Giovani Turchi dovrebbe, con dolce violenza e per amore della grande testata, iscrivere il Nonno a un corso di rieducazione de-legittimista. Oppure farlo operare di cateratta.

Questi sommessi pareri esprimiamo sotto l’impressione dell’aspro contrasto tra le cose che accadono e la rappresentazione che di esse fa il Patriarca. In questi giorni un pilota di punta della sua scuderia, Massimo Giannini, ha scritto di “un’onda anomala e gigantesca che stravolge per sempre il sistema politico italiano, seppellisce definitivamente la Prima e la Seconda Repubblica, uccide sul nascere la Terza, di domanda di rottura istituzionale, di piazza pulita delle odiate, vecchie cariatidi di Palazzo, di riduttività del parlare di anti-politica, di inadeguatezza dei partiti tradizionali, di mura sfondate dell’esecrato Palazzo d’Inverno, di errori fatali di Bersani”. Per Michele Serra “l’avanzata travolgente delle Cinque Stelle non è antipolitica, è politica allo stato puro. Il nostro mondo comincia a diventare  vecchio”.

Cose anche più vivide ha scritto Filippo Ceccarelli. “Prima o poi i partiti e i politici dei talk shows se ne andranno davvero a casa. L’Apocalisse si è abbattuta sulla Seconda Repubblica schiantandola dalle sue gracili fondamenta. Un autentico castigo di Dio. I vanitosi e gli astuti si guardino bene dal definire Grillo, con vano disprezzo, un comico o un giullare. (Egli) si connota come la risposta alla società paralizzata, come un personaggio che chiude finalmente, definitivamente, un ciclo di potere. Questa novità sconvolge il paesaggio politico italiano. Verrebbe voglia di scomodare le intuizioni di Max Weber sul carisma. Chi dei vecchi politici può competere con Grillo?”. Grillo potrà essere smascherato anche lui, però il Movimento, così corale, va ben al di là del leader. Ceccarelli constata “il disastro buffo che la sconcia e sventurata allegria della Seconda Repubblica ha pianificato dando il peggio di se stessa”.

Infine Gianluigi Pellegrino, sempre in barba all’Antemarcia della Partitocrazia, ha concluso  una sua riflessione su “L’ultimo scempio del Porcellum” consigliando: “Meglio dare a Cinque Stelle ciò cui ha diritto che alimentare il grillismo nelle piazze. Come tutti, almeno ora, dovrebbero aver capito”.

Lo Zeus di ‘Repubblica’ non ha capito. Questa è l’analisi del visionario autore di La sera andavamo in via Veneto, denso e profetico libro del 1986: (I seguaci di Beppe Catilina) “non hanno programmi salvo quello di mandare all’aria tutte le strutture esistenti, la democrazia rappresentativa, lo Stato di diritto, la Corte costituzionale, la politica e i partiti (…) Non si sa cosa rappresentino le parole ‘società civile’. Forse la novità consiste nel rifiutare la democrazia delegata. Il grillismo prevede i referendum come unici strumenti di governo: peggio, prevede i gestori della cosa pubblica guidati da capi pro-tempore, in carica per pochi mesi a rotazione. Una sorta di condominio al posto dello Stato, cioè il peggio del peggio”.

Giganteggia la coraggiosa soluzione del pontifex dell’Obsolescenza: P.L.Bersani e il Pd. La grandezza di quest’ultimo essendo, secondo l’Editorialista della domenica, il restare orgogliosamente più partito degli altri

‘Non possumus: Scalfari sdegnato come Pio IX con le idee nuove’:  si intitola così un  recente pezzo in argomento di Internauta. Scalfari non si è accorto che da qualche tempo le sue idee-forza, democrazia delegata in testa, sono oggetto di disdegno e ludibrio. E’ superfluo sottolineare lo scontro  frontale tra la generazione dei nipoti, Giannini, Ceccarelli e gli altri, e quella del Nonno legittimista, adamantino nel rifiuto di sbirciare nel futuro, anzi di dare una semplice occhiata al presente.

L’anno prossimo, il 24 aprile, il Fondatore compie novant’anni. Il suo combattimento  contro les Sans-culottes  sfasciatori di quanto gli è più caro, è intrepido. Umanissima anche la compassione che deve provare per Ratzinger, il quale ha lasciato. Però non dovrebbe mantenere requisito per sé, vita natural durante, il domenicale di Repubblica: perché non assomigli sempre più a ‘La Perseveranza’, quotidiano dell’aristocrazia terriera lombarda, cessato nel 1922. Oh grande Vecchio, cedi qualche spazio a quanti non si intestardiscono contro il futuro!

A.M.Calderazzi

RIFERITI A METTERNICH IL PENSIERO E L’AZIONE DEGLI SCALFAREGGIANTI

Ci furono i Flagellanti, confraternite laiche che compivano viaggi penitenziali di trentatré giorni, con più sferzate al dì col flagello, strumento di autosupplizio e disciplina. Furono condannati nel 1349 da Clemente VI, il quale prima appoggiò, poi scomunicò Cola di Rienzo. Uomo di cultura, protettore di Petrarca, era un papa cui non andavano a genio i fondamentalisti della fede, detti appunto Flagellanti.

Oggi si animano gli Scalfareggianti. Chi sono? Niente di penitenziale, al contrario. Sono gli opinion leaders gregari del potente Eugenio Scalfari (Civitavecchia 1924), al quale fanno capo le vaste masse degli edonisti di sinistra. Nel 1976 il movimento venne lanciato in orbita dalla fondazione del quotidiano La Repubblica. Il grande successo della testata si dové al suo proporre valori trasgressivi e modelli consumistici elitari ai ceti piccolo-borghesi in passato rassegnati alle ristrettezze, e -sempre in passato- ingenuamente inclini all’egualitarismo d’ispirazione socialista. La laicità neo-illuministica e libertina è efficace lievito del moderno radicalismo chic.

Di recente, nell’agonia della Seconda Repubblica e nel mortale pericolo che incombe sulla partitocrazia nata dalla Resistenza, Eugenio Scalfari -abbiamo visto pensatore principe della sinistra filoplutocratica- è andato sviluppando un severo rifiuto dei conati ostili all’ordine costituito, in particolare di ogni malinteso passaggio alla Democrazia Diretta. Ha suscitato e fatto implacabile lo sdegno di Scalfari l’iconoclastico movimento 5Stelle, sobillato da un Catilina genovese di formazione comica. Gli opinionisti e i politici che, accettando il carisma di Scalfari, si schierano a difesa delle Istituzioni e delle Prassi cleptocratiche consolidate, si configurano appunto come Scalfareggianti, nemici giurati del disordine e dell’antipolitica. Scalfareggia, orgogliosamente, chi non tollera gli scherni, lazzi e cachinni che si indirizzano al benemerito assetto oligarchico, a partire dai risultati riprovevoli delle recenti legislative.

Ergendosi farinatescamente contro la sollevazione dei ciompi e dei sanculotti antiregime, il Fondatore di Repubblica viene a giusto titolo portato sugli scudi quale capofila di un vigoroso neo-legittimismo italiano, storicamente più giustificato di quelli d’Oltralpe. In  apparenza  il backlash  degli Scalfareggianti si rifà al conte Monaldo Leopardi, inflessibile genitore del dolce innamorato di Silvia e autore (Monaldo) di un manifesto iperconservatore firmato ‘don Muso Duro’. Invece il Fondatore  non nasconde che il suo combattimento contro le perniciose novità si ispira direttamente a Clemens von Metternich. L’ingratitudine dei sediziosi viennesi nei confronti di un titano che aveva torreggiato sull’Europa (nella rivoluzione del 1848 costrinsero il principe a mettersi in salvo a Londra; quando rimpatriò non gli restituirono il suo eccelso rango), l’ingratitudine dicevamo motiva oggi il Fondatore  all’intransigenza: nessuna debolezza verso i contestatori della democrazia rappresentativa e dei partiti cui si deve il presente splendore repubblicano.

Autorevoli esponenti neo-legittimisti a Vienna e nelle altre capitali dove si rimpiangono le dinastie storiche hanno già avviato l’iter per l’aggiunta al cognome civitavecchiese del superbo patronimico Metternich. Non è chi non veda l’apporto che la caratterizzazione metternichiana darà all‘engagement  degli scalfareggianti contro i perturbatori dell’ordine demopartitico. La presente irresponsabile insurrezione fu vaticinata nel 1997 da una bieca vignetta di Vincino dal titolo “Natura Morta”: raffigurava ” fiasco di vino con pera mela grappolo banana e copia della Costituzione italiana”.

Eugen Clemens Scalfar-Metternich non è uomo da lasciare impuniti il ‘Vaffa’ alle Istituzioni e il ”Tutti a casa’ ai rapprentanti della Nazione che se li guadagnò con le lotte!

Porfirio

M5S PDL ASTENSIONE: TUTTO TRANNE IL PARTITO DEMOGERIATRICO

Comunque andranno le cose, da noi si chiude il secolo della sinistra bacchettona, protesa un tempo a sovvertire, oggi a difendere l’esistente. Lo prova lo sgomento dei cappellani intellettuali, e più ancora dei burocrati, del postcomunismo di fronte alle novità: tutte le novità, non solo quella delle Cinque Stelle. Oltre metà del Paese, tra astenuti e voti per Grillo e altri, non ne può più del perbenismo riciclato Bersani D’Alema Napolitano Finocchiaro (come del destrismo volgare). Non ne può più delle superstizioni: democrazia rappresentativa, fedeltà alla Costituzione oligarchica, glorie resistenziali e sindacali, diritti, fedeltà europea (in realtà atlantica), patriottismo di partito, obbedienza al mercato. Oltre metà del Paese ha capito che i mantelli, le stole e i paramenti rosso-stinto addobbano una realtà Ancien Régime.

Provò il sindaco di Firenze con la sua geniale rottamazione a trasformare il Pd nel partito delle novità, dunque potenzialmente della maggior parte degli italiani. Gerarchi, pensionati, sagrestani e bizzochi serrarono i ranghi a difesa e il Vecchiume vinse. Il trionfatore delle primarie credette di garantirsi l’apoteosi prendendo al suo fianco un vezzoso governatore similbolscevico da Terlizzi (Bari): al partito degli sperimentati e dei responsabili avrebbe apportato estro e spirito cor cordium.

Il Vezzoso apportò solo il tre per cento dei voti, facendo fuggire un multiplo dell’apporto. Il rimmel sinistrista non  fece maliosi, bensì cisposi gli occhidei candidati Pd. Ancora una volta è confermata una verità sancita già nel 1948 (per non parlare dell’Ottocento e del  primo  Novecento): il grosso degli italiani non vuol sentir parlare sinistrese. Consigliò ‘Internauta’: se vogliono bene al popolo le sinistre cambino connotati, si diano altre bandiere, oppure si sciolgano. E’ quel che faranno, abbastanza presto.

Il 25 febbraio 2013 è venuto il Dies irae. Lo Stivale ha espresso una collera che nessun sondaggio aveva previsto. Per odio al sinistrismo ha persino imposto un immorale ritorno di Silvio, ritorno impensabile quando la premiata Casa di riposo di largo Nazzareno appariva destinata a ereditare la Repubblica. Un tot non piccolo di elettori ha stranamente valutato i peccati della Destra meno gravi di quelli del duo Bersani-Vendola. Il Muro di Berlino è già caduto da un quarto di secolo ma molti -esagerando- non vogliono sdoganare gli innocui ex-comunisti.

Oggi Grillo è sospettato di affari in Costarica. Ma il Movimento non è solo Grillo. Le 5 Stelle vittoriose sono accusate di lavorare per il tanto peggio. Ma come negare al loro disegno una coerenza vantaggiosa per tutti? Hanno saputo compiere l’exploit prodigioso di avvicinare il 25 luglio dei partiti. Perché non dovrebbero andare fino in fondo, puntare al potere? La furibonda sobillazione del Genovese ha felicemente osato l’inosabile, convincere le moltitudini che lo Stato è loro, non dei partiti e dei loro furfanti; che i Proci possono essere sterminati da un Ulisse che impersona il Popolo e lo vendica.

Più di un punto programmatico del M5S appare delirante: far abortire l’Europa, per dirne uno. Potrà essere lasciato cadere senza danno. Peraltro, quanto al fronte internazionale, non si può del tutto escludere che questo o quell’esperimento del laboratorio Italia (v. il presente Internauta) possa riprodursi altrove, dentro o fuori l’Unione. Esperimento audacissimo sarà, se sarà, ridurre i partiti a club di discussione, da bande di oligarchia e rapina che sono.

Ancora più audace sarà, se sarà, velocizzare l’ineluttabile passaggio alla Democrazia Diretta, come i Fati esigono.

A.M.C. 

ORAZIO PIZZIGONI – PERCHE’ RISCRIVERE LA COSTITUZIONE

Le ragioni del cambiamento

I parrucconi sono ancora fra noi. Tenaci. Insofferenti. Pronti a scendere in campo con tutta la faziosità (e non è poca) di cui sono capaci. L’ultima occasione l’ha offerta (e la offre) la Costituzione. Attorno alla legge fondamentale dello Stato si sta sviluppando una feroce querelle solo per il fatto che qualcuno ha sostenuto che bisognerebbe metterci mano per adeguarla ai cambiamenti intervenuti nella società italiana in questo ultimo mezzo secolo. Dal I948 (anno della sua entrata in vigore) molta acqua è passata sotto i ponti. I mutamenti intervenuti nel corpo del nostro paese sono risultati sempre più rapidi. Oggi sono addirittura incalzanti. E domani? Domani chi può dirlo. Nessuno è in grado di prevederlo. Quali saranno i ritmi del cambiamento fra cinque, dieci, cinquanta, cento anni è difficile, per non dire impossibile, immaginarlo.

Eppure, nonostante l’incertezza che domina il futuro, c’è chi, con ostinazione, e rabbia, si rifiuta di prendere in considerazione l’idea che sia giunto il momento di mettere in discussione la Costituzione. Insomma la questione sta sollevando un vespaio di polemiche. C’è chi vorrebbe intraprendere un percorso che consenta di avviare l’adeguamento della Costituzione ai cambiamenti che sono intervenuti nella società italiana e chi, invece, si dichiara assolutamente contrario ritenendo ogni tentativo in questa direzione un vero e proprio attentato al carattere democratico del nostro paese. Gli accenti sono alti, a volte addirittura furiosi. I parrucconi di tutte le tinte alzano alte grida per denunciare chi si muove sulla strada del cambiamento della legge fondamentale dello Stato. Il senso di queste polemiche (vere e proprie risse senza esclusioni di colpi) sta nelle passioni che hanno caratterizzato e caratterizzano settori non piccoli della società civile e che, dalla fine della seconda guerra mondiale, hanno imperversato in ogni comparto della vita coinvolgendo un grande numero di persone. Una società quella italiana vocata come e più delle altre a scendere in campo con violenza? Difficile sostenerlo senza rischiare di apparire faziosi o, comunque, di parte. Un rischio, diciamolo senza falsi pudori, che corriamo tutti. Per una ragione fondamentale: che il coinvolgimento non dipende solo da noi ma dalle vicende in cui, volenti o no, finiamo. E’ la storia che ci portiamo dietro, con tutte le sue implicazioni, che detta i nostri comportamenti. Ecco perché ci troviamo spesso, per non dire sempre, al centro di un groviglio di problemi che non è facile, per la loro complessità, districare. D’altra parte non è forse proprio la complessità delle questioni che siamo chiamati ad affrontare a dare senso (e sale) alla nostra vita? Non sta in queste difficoltà il significato più profondo del percorso che ognuno di noi ha deciso di scegliere assumendosi tutte le responsabilità che ogni scelta comporta?

Domande retoriche. Ma allora perché meravigliarsi se, dopo oltre mezzo secolo di vita, in un mondo che sta segnalando mutamenti straordinari (straordinari rispetto all’idea che ce ne eravamo fatti), c’è chi sostiene che è arrivato il momento di riscrivere la Costituzione. Oggi. In attesa di doverlo rifare fra venti, quaranta, sessant’anni. Per un tempo infinito. Tutto invecchia. Anche la Costituzione.

(PER LEGGERE L’INTERO PAMPHLET CLICCA QUI)

RATZINGER LASCIA ENTRARE IL FUTURO

Le forze fisiche del Papa scemavano, ma non fermiamoci alle giustificazioni mediche della Rinuncia. Essa è anche, non può non essere, 1) l’enunciazione di una crisi epocale della Chiesa e della fede; 2) l’ammissione di una sconfitta; 3) la formulazione dolorosa della prospettiva di un futuro incompatibile con la coerenza del papato all’antica. Un pensatore, diciamo pure un uomo superiore, come il Papa non poteva ingannarsi sull’impotenza della Chiesa di fronte alle sfide sempre più aggressive della modernità. Non sfide cui qualsiasi pontefice possa sottrarsi al riparo del retaggio; tanto più in quanto sia un retaggio da ripudiare. Questo papa è stato soprattutto custode della tradizione, ma in quanto maestro di teologia, cioè in quanto ideologo e filosofo della fede, era consapevole come nessun altro della minaccia mortale che incombe su tutti i credi trascendenti, non solo sul cattolicesimo.

Un’ammissione di sconfitta, ipotizzavamo, perché otto anni di pontificato non hanno né risolto problemi, né allestito basi di partenza verso il futuro. Un po’ è andata come a Flavio Claudio Giuliano imperatore, l’Apostata, che tentò di riaprire i templi degli  Dei pagani. Benedetto XVI provò a far risorgere l’inconcussa fede antica, ma quello che chiamava relativismo è stato più forte.

Infine Ratzinger sa che scelte rivoluzionarie attendono la Chiesa: non solo per respingere gli assalti dell’ateismo, anche per cogliere le possibilità di forte rilancio religioso le quali apparivano scomparse per sempre, e invece si alzano: rilancio riferito non tanto alla Rivelazione quanto all’insopprimibile bisogno del divino anche negli uomini del Terzo Millennio. Quando Dio muore, gli uomini ne vogliono un altro, altrettanto Luce del mondo.

Ratzinger sa che se la Chiesa si rifondasse temerariamente, forse ritroverebbe sul piano spirituale il ruolo superbo dei tempi, foschi ma immensamente vitali in termini terreni, di Indebrando da Soana (Gregorio VII) e di Lotario di Segni (Innocenzo III), protagonisti superiori a tutti i sovrani della Terra. Un papa sovvertitore che con le azioni, non con le parole, dichiarasse chiuso il ciclo bimillenario e il paradigma romano, si proporrebbe come maestro del mondo: tanto è ancora il potenziale del senso religioso dell’esistenza (v. in questo Internauta “Da papa a parroco del mondo”). E Ratzinger sapeva di non poter essere il Sovvertitore/Rifondatore.

Messa così, la Rinuncia dell’11 febbraio 2013 acquista un significato epico, come profetica  fu, sette secoli fa, quella dell’eroico eremita da Morrone. Fu una scelta molto più drammatica di questa. Ma Benedetto XVI è stato certamente sconfitto nel conato di aggiungere idealità alla Chiesa istituzionale, senza prima diroccarla. Per quello che si sa, Benedetto voleva nobilitare, arricchire di spirito, non riformare né deviare il corso del cattolicesimo. Era missione impossibile, anche perché egli è stato colpito da autentiche sciagure, quali lo scandalo della pedofilia o l’allargata repulsione verso i beni materiali della Chiesa. Anche le lotte di fazione in Vaticano sono state una sciagura, però non grave come le turpitudini del decimo secolo, le infamie del papato quattrocentesco  e il non breve durare del nepotismo. Le divisioni della Curia sono normale dialettica tra concezioni e interessi al vertice di un grande organismo temporale, e non sono vituperevoli come i peccati negli oratori e nei seminari.

Per aprire tempi nuovi non servirà un papa liberal, ne servirà uno rivoluzionario. Dovrà rigenerare non solo la Curia -sia in quanto alta burocrazia, sia in quanto governo collegiale della cattolicità- ma la Chiesa intera. Non riuscirà senza chiudere fisicamente e vendere i palazzi romani, cioè senza sconfessare il retaggio che essi tramandano. Ogni volta che sul soglio di Pietro salirà un papa di alto sentire, il mondo si attenderà che ingaggi una lotta frontale con la Curia. Non potrà vincere senza troncare la continuità. La Chiesa della continuità non ha futuro. Quella della palingenesi si trasfigurerà e, per così dire, ‘erediterà la terra’ in quanto unica religione/ideologia sopravvissuta alla moria delle dottrine che hanno guidato gli ultimi secoli. Questa palingenesi stordirebbe e coinvolgerebbe il mondo. Ma il cristianesimo dovrà essere se stesso e il suo contrario. Finita nel disonore l’idea marxista, oggi si contrappone al messaggio evangelico  solo il miserabile materialismo capitalista/consumista, con i suoi vari satelliti.

Il futuro cristianesimo sommovitore avrà la forza dirompente dell’Islam delle origini, se troverà un Maometto.

l’Ussita

PER PUNTELLARE LA LORO REPUBBLICA I GRANDI MEDIA SOSTENGANO GRILLO

Con un plumbeo editoriale di P.L.Battista (“Un monarca nelle piazze”) Il Corriere della Sera si dice costernato per il possibile successo elettorale del Movimento 5 Stelle. Il noto columnist mostra di rivolgere l’indignazione più verso i partiti che contro lo stesso Pericolo Pubblico. Li accusa di rassegnarsi al ‘quasi certo exploit di  Grillo’ e, peggio, di ‘lavorare per lui’: “In un anno e mezzo di inattività, affidata a un governo tecnico la missione di far uscire l’Italia dai guai, non hanno nemmeno cominciato a ridurre sul serio i costi esorbitanti della politica, regalando fertile terreno all’antagonismo polemico del Mov.5 Stelle. Non potranno lamentarsi quando, a urne aperte, si scoprirà l’effettiva dimensione del consenso grillino e dovranno sperare, per il dopo, che Grillo commetta molti errori per permettere loro di tirare un po’ il fiato”.

E lui, il columnist legittimista, è sicuro di non avere lavorato, assieme all’arciconfraternita degli opinionisti di palazzo, a favore dell’Antagonismo polemico? All’inizio dell’ascesa di Grillo  l’arciconfraternita  reagì coll’espediente di liquidarlo come ‘un comico’, invece di spiegare perché solo da un comico venivano proposte nuove. Tacendo per decenni sui crimini della casta (prima di emozionarsi nel 2012) i pensatori cesarei hanno semplicemente coonestato il saccheggio e il lungo scempio del Paese da parte della politica. Una Banca centrale che omette di controllare gli istituti bancari viene crocifissa se manca al suo dovere di ispezionare. La stampa di prestigio dovrebbe essere una centrale di controllo della vita pubblica. Oltre a informare, dovrebbe guidare l’opinione.

Quando gli opinionisti come Battista, dopo avere tardivamente denunciato, hanno anche additato le soluzioni? Milioni di parole sul disgusto degli italiani per la loro politica. Ma mai l’arciconfraternita delle grandi firme si è spinta fino a scrivere le parole di verità che non potevano non essere spietatamente propositive: che le istituzioni e le prassi sorte nel 1945 non sono riformabili, dunque vanno abbattute; non sono riformabili perché possono farlo solo i loro appaltatori/usurpatori, i quali mai sopprimeranno se stessi; che la Costituzione è la blindatura che protegge l’impunità del cartello dei politici; che i discorsi sul cambiamento sono bugiardi by default; che la sovranità di popolo è un’impostura; che semplicemente la politica dei partiti è un monopolio assegnato ai peggiori, e va cancellata.

Invece i grandi media hanno sempre sparato a salve. Mai  un vero colpo in canna. Di fatto tutte le loro requisitorie hanno proposto l’assoluzione: i capi-cloaca dei partiti non l’avevano mai fatta abbastanza turpe (infatti il 25 febbraio si reinsedieranno tali e quali come prima). I grandi media avevano dato ad intendere che a valle dei loro rimproveri la cloaca si sarebbe nettata, le malefatte sarebbero scemate. Tra l’altro i politici di più lungo corso sarebbero spariti, non insediati in una greppia quale, p.es. il CNEL: e gli enti di Stato.

Siamo alla battuta di caccia del 24 febbraio 2013 e nessuno dei ras uscirà di scena. Peraltro: perché il Corriere della Sera si rattrista dell’avanzata di Grillo? E’ un segno di vita. Non ci fosse, la morte della  Repubblica del malaugurio sarebbe certa. Nella sostanza le svolte invocate da Grillo sono prudenti. Solo demolizioni marginali, più numerose misure razionalizzatrici e non estremistiche. Il Parlamento non rappresenta i cittadini ma i partiti, va soppiantato dai referendum anche propositivi (senza quorum) e dalla partecipazione della gente via Web. Abolire le province, i rimborsi elettorali e i vitalizi per i politici, abbassarne le retribuzioni, limitarne la carriera a due mandati, proibire loro il cumulo delle cariche e l’esercizio di altre attività. Istituire il ‘politometro’ per monitorare la ricchezza di politici, alti burocrati e boiardi di Stato. Accorpare i Comuni sotto i 5000 abitanti. La pretesa incompetenza dei grillini è smentita da un certo numero di idee settoriali che essi enunciano in dettaglio.

Al di là della sua vistosa esagitazione, Grillo impersona il buonsenso della gente, contrapposto alla nequizia dei Proci usurpatori. I media di sistema avrebbero dovuto appoggiare, non irridere o ignorare. Se un miracolo realizzasse le circospette svolte delle 5 Stelle, è innegabile che le oscenità  si attenuerebbero e avrebbe un po’ meno senso il nostro invocare il sisma distruttore della Repubblica. I philosophes dei grandi media hanno mai provato a pensare con meno inibizioni, come fa l’Eversore temperato da Genova?

A.M.C.

ROBERTO VACCA – Finanziamenti, olocausto nucleare: i numeri

È giusto che lo Stato finanzi i partiti? Certo che no. Infatti nel 1993 il 90% degli italiani votò a favore del referendum (promosso dal Partito Radicale) che abrogava il finanziamento pubblico ai partiti. Però già nel dicembre 1993 il Parlamento approvò un’altra legge per il rimborso delle spese elettorali ai partiti Questo veniva calcolato in 5 €  per voto ricevuto, ma le spese da rimborsare (non rendicontate) sono state molto inferiori ai rimborsi.

Oggi si dibatte fra partiti, e dentro i partiti, se vadano aboliti questi rimborsi. Il 90% dei votanti molto probabilmente è ancora a favore dell’abrogazione. Le discussioni sono inani.

Ma guardiamo i numeri. Di che cosa si sta discutendo? Cito a memoria –sbagliare di poco: gli ordini di grandezza sono questi.

 

Prodotto interno lordo (PIL) italiano        1.600 miliardi di €

Bilancio dello Stato                                        500 miliardi di €

Rimborsi elettorali                                         200  milioni di €

 

Dunque i rimborsi elettorali da abolire equivalgono a un centesimo dell’1% [cioè a un decimillesimo] del PIL – e a 3 centesimi dell’1% del Bilancio dello Stato. È una somma grossa, ma non sconvolgente. Inopportuna, ma non rovinosa. Non è quella che taglia le gambe al Paese.

Passo ad argomento ben più (cento volte più) vitale. Gli investimenti totali (pubblico + privato) in ricerca e sviluppo sono di circa 20 miliardi di € annui – percentualmente sono 2 ordini di grandezza più grandi. Si tratta di poco più di 1 centesimo del PIL (non di decimillesimi). Questi investimenti dovrebbero essere triplicati: dando forza alla nostra industria e alla nostra economia. Contribuirebbero a innalzare il livello professionale e culturale della nostra forza lavoro – e della popolazione. Le prime pagine dei giornali, le televisioni, i dibattiti pubblici non ne parlano. È segno grave di degrado culturale.

C’è un altro segno grave di cui non si parla affatto. Tre giorni fa il governo della Corea del Nord dichiara che la tregua delle guerra coreana dopo 60 anni è scaduta. La Nord Corea ritiene di esser minacciata di annientamento da parte di Sud Corea e USA e afferma il suo diritto di attaccare con missili nucleari sia la Corea del Sud, sia gli Stati Uniti. I pochi che ne hanno scritto, asseriscono che il dittatore Nord Coreano non lo farà mai. Non ci riuscirebbe. Verrebbe annientato. Dovremmo esserne ben più sicuri, parlarne, cercare rimedi, assicurazioni. Dovremmo propugnare il disarmo nucleare totale. Qui non si tratta di minime percentuali della nostra ricchezza. Se proliferasse una guerra nucleare, distruggerebbe le nostre risorse e le nostre vite.

Si sveglia nessuno?

Roberto Vacca

DA PAPA A PARROCO DEL MONDO

Parroco del mondo: ma non solo a beneficio della Cristianità. Anche per umanizzare un pianeta dominato da ferocie e consensi triviali. Diciamo il papa, non perché meriti di primeggiare sui grandi della Terra; sono passati molti secoli da quando risultò falso il vanto d’essere vicario di Cristo e primo dei sovrani. Diciamo il papa perché è solo tra i Grandi a poter fare scelte rivoluzionarie senza doverle contrattare con altri poteri. E solo il papa, portatore sommo delle istanze di continuità, può fare la scelta rivoluzionaria di rinnegare la continuità che uccide.

Facile sostenere che, passati due millenni, è il retaggio in sé che sta spegnendo il cattolicesimo, la parte più importante della cristianità. Meno facile argomentare che l’umanità intera si gioverebbe, almeno di rimbalzo, se un papa del futuro non lontano deviasse -di colpo, non gradualmente- la rotta della sua Chiesa. E che la novità sarebbe così dirompente da impressionare il resto del mondo. In primis l’Occidente, poi gran parte del pianeta, condividente  o no i valori di rottura proposti dal Mosé dei cattolici, non sarebbero più gli stessi.

I nuovi valori non deriverebbero dai concetti: scaturirebbero dai fatti. I papi della modernità hanno fatto inutilmente migliaia di enunciazioni, invocazioni, appelli. Un magistero ininterrotto, smisurato, spesso discutibile e sempre più inefficace. Sarebbe meglio se un pontefice come Ratzinger, ricco di un insolito prestigio intellettuale, si chiudesse nell’intenso silenzio della meditazione. Non più quotidiani moniti a fin di bene, progressivamente più scontati e senza effetti.

Per ciò che sappiamo non sarà Benedetto XVI a varcare il più fatale Rubicone della storia. Quello tra i suoi successori che lo farà devierà i tempi, aprirà un’altra era. Non tanto per i credenti, sempre più minoranza, quanto per l’intero consorzio umano. Annuncierà una grande rivoluzione, e i messaggi delle grandi rivoluzioni arrivano a tutti.

I fatti non le idee, anche se coraggiose, saranno rivoluzionari. Il pontefice Demolitore e Ricostruttore dovrebbe proclamare la chiusura di un ciclo più che bimillenario, la morte della Chiesa costantiniana e il ritorno alle origini eroiche. Dovrebbe abbandonare Roma, trasferirsi in un monastero e nelle sue celle allogare i non molti uomini e donne richiesti dalla conduzione della Nuova Chiesa mai più centralizzata/ monarchica. Dicasteri, ambasciate, nunziature, riti diplomatici, eventi mediatici, zero. La Santa Sede non sarebbe più né uno Stato, né alcun tipo di potentato: solo un Tempio, casa del Signore, coi suoi sacerdoti, accoliti, conversi ed economi, casa senza confronti più povera della sinistra opulenza di san Pietro (sito da ristrutturare come sarebbe piaciuto al Nazzareno).

Cessando d’essere sovrano, sia temporale che spirituale, il papa tornerebbe il servus servorum Dei di Gregorio Magno,  come tale molto più di prima maestro dei popoli. Quanti delitti della Chiesa dovrebbe confessare: partendo persino prima del saeculum obscurum, il X, quando la senatrix Marozia fu l’amante di un papa (Sergio III), l’assassina di un altro (Giovanni X) e la madre di un terzo (Giovanni XI), finché non venne imprigionata dal figlio del suo terzo matrimonio, Alberico, che si fece signore di Roma per ventidue anni. Quanti dogmi e quante condanne andrebbero sconfessati: ultimi quelli incomprensibili come l’infallibilità del pontefice (1870), l’Immacolata concezione (1853), il Sillabo (1907), il giuramento antimodernista imposto al clero (1910), il Codice di diritto canonico (1917), l’enciclica antiecumenica del 1928, gli accaniti pronunciamenti contro il controllo delle nascite.

Quanti Concordati si dovrebbero stracciare, quanti interdetti ritirare. L’intero modello incentrato sul ‘sistema romano’ vigente dal XI secolo andrebbe ripudiato. La Nuova Chiesa, pur severa verso la banalizzazione dell’aborto e la dissacrazione dei costumi, non dovrebbe combattere ma aiutare il birth control, ovunque la miseria venga aggravata dalla crescita demografica. Come scriveva il teologo tedesco Hans Kung, cui Roma nel 1979 proibì di insegnare, la Seconda Chiesa dovrà mettere fine al culto della personalità e rinunciare ai troppi viaggi pontifici,  proclamazioni di Santi, pellegrinaggi ed altri eventi di massa organizzati dagli specialisti. Rinunciare persino alle enfatiche ammissioni di peccati, quasi mai seguite da atti di concreta coerenza. Hans Kung ebbe a invocare un Giovanni XXIV che riprendesse l’opera grande di Roncalli. Ma Roncalli, con tutto l’affetto che meritò, fu ancora un papa del passato. Con lui e dopo di lui le canonizzazioni, l’incremento delle devozioni popolari (p.es. il Cuore di Gesù e quello di Maria) sono continuati, a detrimento della ricerca e del pensiero. La spiritualità si è approfondita solo nei cenacoli quasi catacombali  della Chiesa di base.

Il grande Demolitore che l’avvenire porterà non si limiterà a riproporre la dottrina sociale della Chiesa -con tutta la sua superiorità sul marxismo e sul liberalismo- ma smaschererà per sempre, con nomi e cognomi, l’egoismo degli abbienti. Dovrà rifiutarne il tradizionale e non disinteressato ossequio verso la Chiesa istituzionale. Dovrà silenziare i media furfanteschi dai quali gutturali voci d’inflessione balcanica o africana promettono ai più semplici che inoltreranno le loro suppliche al Cuore della Madonna. Voci gutturali che incessantemente scandiscono le coordinate bancarie per i versamenti al suddetto Cuore.

Quando queste e altre asprezze saranno non enunciate ma compiute  (tra l’altro mettendo al lavoro nella vigna del Signore le donne, finora discriminate, quasi avessero mezza anima: laddove è solo davanti all’altare che meritano più dei maschi); quando queste cose avverranno, la Nuova Chiesa provocherà gli uomini, religiosi o atei, come non era più accaduto dai tempi apostolici.

Il mondo sarà sfidato a non essere più se stesso, materiato di malvagità. Solo i migliori accetteranno la sfida, ma la loro forza non sarà irrisoria. Non poche iniquità, come i privilegi della nascita e gli eccessi della ricchezza, risulteranno non più tollerabili. I potenti gestori della modernità, i signori dei grattacieli, saranno confrontati dagli esempi che verranno da quel disadorno monastero caput mundi, e a volte proveranno ad emendarsi.

Molto risulterà merito di un papa fattosi Parroco del mondo. Non sarà il ritorno all’Eden: ma qualche guerra sarà scongiurata, qualche portaerei convertita in dormitorio per i miserabili, qualche animale da calcio o da moda espropriato dei sozzi milioni, espropriato assieme a chi lo fa ricco.

l’Ussita

CO-HOUSING E BOTTEGHE ARTIGIANE NEI CAPANNONI DA ABBATTERE

Tanti disoccupati, tante aziende fallite, una disperazione che produce suicidi, da un lato. Da un altro lato una sterminata fungaia di capannoni, in parte vuoti, che hanno consumato territorio e sconciato le contrade di quello che fu il Bel Paese: Cominciando dal Veneto e dal Friuli di pianura e di collina, comprensori dove potendo non si va più., dolorosi da attraversare se costretti. In queste condizioni è inevitabile ragionare: una parte dei capannoni, condannati dalla globalizzazione a non riaprire persino in caso di ripresa, andrebbero demoliti per mitigare l’aggressione all’ambiente e al turismo. Altri capannoni forse riapriranno. Altri ancora vanno ristrutturati radicalmente invece che abbattuti: per non distruggere a cuor leggero la loro residua utilità. In questa sede non possiamo fare numeri, e non sapranno farlo presto gli economisti, i sociologi, gli ingegneri. Possiamo additare alcune ipotesi di riuso.

Molti disoccupati definitivi non potranno non perdere la casa (anche perché al tempo dell’euforia molte case erano state volute esageratamente grandi, proibitive oggi da pagare, mantenere, riscaldare, salvare dai pignoramenti. Ebbene, ove ricorrano le condizioni, senza dubbio ardue, un tot di questi capannoni sarebbero idonei ad essere convertiti in aggregati di abitazioni per chi ha perso il reddito. Anche gli architetti più modesti sanno come ristrutturare e abbellire edifici sorti come fabbriche, centri logistici, magazzini specializzati. Gli esempi sono molti e sotto gli occhi di tutti.Filande, cartiere, mulini e pastifici industriali che sono diventati edifici residenziali, uffici, atelier di moda. I giovani architetti sono tanti, hanno idee: sono in grado di offrire le soluzioni perché le famiglie che perdono la casa tradizionale, quella per cui non si può più pagare il mutuo o l’affitto o le spese, ottengano alloggi meno tradizionali e meno costosi. La formula più razionale è probabilmente il co-housing: aggregazioni abitative dove gli alloggi individuali siano ridotti alle dimensioni minime imposte dai bisogni di base, mentre ampi spazi comuni complementino le ridotte funzioni del alloggi individuali. Quindi grandi bagni, lavanderie, ambienti di lavoro e di studio, aree di soggiorno tipo terrazze e atrii da utilizzare insieme, come nelle hall degli alberghi e delle grandi comunità; oppure da utilizzare a rotazione ove esigano privacy.: Sono disponibili ogni tipo di componenti prefabbricati e coibentati che rendano la riconversione più o meno spartana di delle strutture industriali/commerciali. Nelle hall degli alberghi e della grandi comunità gli individui e i gruppi trovano le condizioni per convivere. Il co-housing non vuole innumerevoli soggiorni e tinelli, ma uno solo di dimensioni adeguate.

I disoccupati e gli imprenditori sfortunati non hanno i mezzi per le ristrutturazioni e il co-housing. Qui la collettività interverrebbe in una prospettiva di razionalità: non salvataggi di imprese fallite e morenti, bensì dare una casa (e, come vedremo, una modesta occasione di lavoro, magari in cooperativa) alle vittime della crisi e della sfortuna. Quando possibile  le persone pagherebbero un affitto, oppure comprerebbero a condizioni di favore. L’investimento pubblico sarebbe produttivo e non puramente assistenziale. Se i complessi di co-housing offrissero anche spazi per attività lavorative, per esempi laboratori o botteghe, persone o cooperative vi avvierebbero attività, giovandosi tra l’altro della vicinanza casa-bottega, così contrastando la resa all’inattività e all’indigenza. Un metalmeccanico può imparare a farsi idraulico o riparatore. Nelle condizioni opportune si incoraggerebbe la nascita di cooperative tra membri del co-housing.

Non sarebbero molti i capannoni e le fabbrichette idonei alla ristrutturazione, ma questo non dovrebbe scoraggiare bensì favorire esperimenti al tempo stesso di solidarietà (un alloggio a chi l’ha perduto) e di bonifica ambientale (ridurre il numero di offensivi capannoni, relitti di naufragio).

A.M.C.

SI VEDA IL BLUFF DI GRILLO

Mai governi coi partiti, si sgolava fino a ieri. Mai fiducia a governi tecnici, strilla oggi. Beppe Grillo, sempre più calato nei panni del politico navigato, sta giocando la sua partita e la sta giocando abbastanza bene. Manda in giro (poco, a dire il vero) i suoi a sproloquiare sui 20 punti del programma, gli fa eleggere i capigruppo per alzata di mano in puro stile okkupazione del liceo, si diverte – probabilmente – a vedere quanta attenzione mediatica si crei intorno alle uscite infelici dei suoi neoparlamentari (l’ultima sul fascismo è degna di Berlusconi). Intanto lui gioca la partita vera, l’unica che in fondo gli interessa: quella per il potere.

Beppe Grillo ha capito che lo straordinario successo del suo movimento rischia di essere spazzato via in un battito di ciglia perché per i consensi, così come per i soldi, vale il detto “presto vinti presto persi”. Ha accumulato un grande capitale su presupposti effimeri e se i cittadini italiani dovessero avere il sentore che tutti quei “vaffa” e tutte le promesse roboanti della campagna elettorale altro non sono che una variante del solito spettacolo, lo punirebbero immediatamente. Non potendo Grillo ancora attuare il suo programma (posto che ne abbia uno), non può in alcun caso partecipare alla politica attiva dei prossimi mesi. Non può pretendere che i suoi elettori gli perdonino quello che non hanno perdonato agli altri politici: la trattativa, il compromesso, “l’inciucio”.

Non potendo quindi intervenire nella politica per evitare un crollo dei consensi, sono due le mosse del suo gioco immediatamente evidenti: evitare da un lato il logoramento della sua truppa parlamentare (Grillo già mette le mani avanti su un 15% di Giuda) per evitare un effetto “scilipoti” sull’elettorato, dall’altro evitare il logoramento della sua base elettorale. Questo secondo fronte è particolarmente insidioso, e chi ha giocato col fuoco del qualunquismo per anni lo sa di sicuro. Ed ecco la mossa cinica del politico scafato: rendere inevitabile (o quasi) l’accordo Pd-Pdl, così da poter monopolizzare l’opposizione, urlare all’ennesimo inciucio della casta che difende se stessa dal nuovo e lucrare consenso su una situazione di crisi economica e sociale destinata a durare ancora per mesi.

Alle elezioni successive, scacco matto. Con ogni probabilità il Movimento 5 stelle sarebbe in grado di aggiudicarsi il premio di maggioranza alla Camera e forse di conquistare il Senato (sempre che non si sia cambiata la legge elettorale nel frattempo). E Grillo avrebbe vinto la sua partita, ovvero avrebbe finalmente conquistato il potere.

Ma tutta questa strategia si regge su un colossale bluff: convincere i partiti che tornare al voto sarebbe peggio per loro (e incidentalmente per il Paese). Ma questo non è necessariamente vero. “Meglio” e “peggio” sono termini relativi, non assoluti. E non c’è verso che un governo di un populista dal linguaggio violento, dagli intenti semisconosciuti e dal programma economico catastrofico sia “meglio” di altri mesi di instabilità politica e recessione economica durante la (nuova) campagna elettorale. I partiti, e in particolar modo il Pd, abbiano il coraggio di andare a vedere quel bluff. Osino sfidare Grillo sul terreno dei contenuti, invece di scimmiottarlo o trattarlo con sufficienza, e dimostrino di aver imparato la lezione. Una nuova strategia e una nuova coerenza sarebbero il miglior viatico possibile per un differente risultato elettorale.

Tommaso Canetta

LA SARDEGNA RINUNCI ALLA RESURREZIONE DELLE INDUSTRIE

Chi aspira ai voti dei sardi, è logico inveisca contro la ‘desertificazione industriale’ e sbraiti che l’isola ha ‘diritto’ al denaro del contribuente perché miniere e manifatture risorgano. Ma è un inveire e sbraitare senza speranza. Non una delle attività decedute o morenti dovrà ricevere ulteriori investimenti caritatevoli.

Meritano modesti aiuti pubblici solo quelle piccole manifatture che siano giustificate da una genuina domanda locale o di nicchia; che cioè grazie a speciali circostanze riescano a battere la concorrenza nazionale e dell’intero globo. Tra tali speciali circostanze non può mancare l’accettazione di salari, profitti e diritti sindacali più bassi; e così pure la disponibilità di incentivi a carico dei soli contribuenti sardi. Mancando i fattori speciali, le manifatture locali vanno lasciate chiudere. Erano sorte quasi tutte artificialmente, poi erano state a lungo mantenute dai sussidi. I sussidi non dovranno riprendere: non tanto perché contribuirono ad ingigantire un debito pubblico oggi forse indomabile, quanto perché crearono e puntellarono industrie senza mercato, false.

Con la concorrenza globale una Sardegna industriale è una contraddizione in termini. Non è scritto da nessuna parte che tutti i territori della Terra creino o conservino un settore manufatturiero: a meno che sia voluto da un patriottismo locale eroico, per motivazioni non economiche e con risorse proprie. Però i fini di redistribuzione della ricchezza nel territorio si conseguono meglio diversamente.

Invece l’Italia, nonché l’Europa nelle sue componenti prospere, hanno il dovere di aiutare la Sardegna a soccorrere i suoi disoccupati: non con salari, stipendi e dividendi impossibili, ma con sussidi minimi di sopravvivenza. Sembra che a una parte dei senza lavoro dell’isola non arrivino nemmeno gli assegni previsti dalla ‘mobilità’ o altre provvidenze di fascia bassa. Qui come ovunque è tassativo garantire che a nessuna famiglia, specie se con figli, manchino le poche centinaia di euro mensili indispensabili per campare; e pazienza se la certezza del soccorso incoraggerà all’ozio una minoranza di indolenti. Né la Sardegna né alcuna altra parte del contesto europeo -italiano in ogni caso- dovrà rassegnarsi alla tragedia della fame.

Detto questo, segmenti non irrisori della popolazione sarda dovranno tornare al settore primario: all’agricoltura ovunque ne sia possibile l’intensificazione, e all’allevamento, soprattutto ma non solo ovino. Quest’ultimo  è giusto sia promosso al massimo delle possibilità. Non sappiamo se possano migliorare le prospettive di mercato per la lana e le pelli. E’ certo che la caseificazione, già importante, va rilanciata in grande. Il  pecorino sardo è uno dei formaggi più importanti in assoluto; quello molto stagionato può superare il migliore parmigiano. Probabilmente la pastorizia merita più aiuti che la stabulazione. Il lavoro  pastorale esige abnegazione, anche se oggi i disagi possono essere sensibilmente attenuati (un camper può essere più confortevole, certo più amabile, di certi alloggi operai). E non è necessario additare altri aspetti della qualità del vivere sui pascoli alti che incombono su due mari.

Restano le grandi promesse del turismo, ben oltre le località costiere e del diporto costoso. E’ eccezionalmente alto il valore del patrimonio naturalistico. Ma la sua valorizzazione esige l’abbattimento di molti edifici pseudo-industriali. L’invenzione di un settore manufatturiero è stata una sventura doppia: ogni capannone, oltre a creare illusioni, ha cancellato il turismo.

L’attenuante è che un tempo il turismo di massa non esisteva. Esistevano il miraggio del carbone, le lusinghe dell’alluminio e le elargizioni romane a cambiali.

Demetrio 

USA: COME PUNIRE I REATI DELLA FINANZA PIRATESCA

Jed Rakoff, alto magistrato federale a New York, è conosciuto sia per l’importanza dei casi da lui giudicati monocraticamente, sia per la relativa clemenza di alcune sue sentenze. Condannò per insider trading  un manager del vertice  Goldman Sachs a due anni di carcere e a pagare $5 milioni, laddove le norme suggerivano (non ingiungevano) una pena pecuniaria quadrupla e una detenzione più lunga. Dalla rivista ‘Fortune’ riportiamo per estratti alcune argomentazioni del giudice Rakoff contro gli eccessi di severità nei confronti dei crimini non violenti.

The  American public, I’m afraid, is very punitive. We have more people in prison on a per-capita basis than any country in the world by a very substantial margin: well over 2 million. When someone does wrong, something deep in the American character says, ‘Send him away forever’. (That probably explains our historic love for the death penalty. In 2002 Rakoff unsuccessfully declared the federal death penalty unconstitutional).

There is a strong moral streak in American culture. That can be good. I haven’t been shy in my own opinions about expressing moral outrage when I thought it was called for. But there is a danger of that being transmuted into a kind of lynch-mob psychology.

Under federal law I’m required to take account of the personal history and character of the defendant. There are defendants who are good people who have nevertheless done some bad things. I’m not interested at all in people who make charitable contributions, but I am interested in where people have spent their time doing good.  And I’ve given white-collar defendants 20 years, like Marc Dreier, a Manhattan lawyer convicted in 2009 of a scheme to defraud investors of $700 million. I found very little that was redeeming in his character.

The kind of person who receive my sympathy has shown by his acts that he cares about his fellow man and who has acted honorably for maybe 99% of his life and then makes a mistake. Mr Dreier did contribute to charities, but that wasn’t the nature of the man.

The people who think there’s no difference between a violent crime and a nonviolent crime are people, I think, who never experienced a violent crime. Civilization really breaks down if violence is not dealt with severely. The public revulsion against white-collar crime over the last 10, 15 years has led to ever-escalating (federal) penalties for white-collar criminals. A sentence is often higher for a white collar criminal than it is for a violent non-white-collar criminal. 30 years ago white-collar offenders got lower sentences than drug offenders. This is no longer true.

Our system rightly distinguishes betetween people who do things knowing they’re wrong and people who make mistakes negligently. So that’s a problem, particularly in complicated financial situations.

There is a tendency, not wholly irrational, to say: ‘Well, because he is at the pinnacle of business, and because these are difficult cases to make, we ought to string him up’.  China carries this to the extreme, with the death penalty for 66 crimes. They impose the death penalty on somethig like 10,000 people each year. If deterrance is the whole ball game, we should have the death penalty  for exceeding the speed limit by 10 miles an hour.

Fonte: ‘Fortune’

CUORE DI PIETRA DELLA REPUBBLICA NATA DALLA RESISTENZA

L’annuncio dell’istituzione della Social Card bis, dotata di 50 milioni, è al tempo stesso una notiziola positiva -il poco, pochissimo, è meglio di zero- e un’occasione di sgomento. a chi non ha pane promettiamo una fetta, non subito. L’Istituto Italiano di Statistica ha accertato che oltre 8 milioni di persone sono poveri veri. Non tutti ma molti sono poveri estremi, a reddito zero. La nuova Social Card promette alle famiglie che saranno selezionate due-trecento euro al mese, 400 se i figli bambini saranno cinque. Il programma riguarderà 12 grandi Comuni: Bari potrà assegnare 1 milione, Genova 3, Roma 11. Sono fissate procedure non semplici, coinvolgenti un certo numero di enti, talché le famiglie non riceveranno nulla prima di luglio.

Fino ad allora potranno mangiare alle mense caritatevoli; per coprirsi rivolgersi alle parrocchie, le quali quando possono distribuiscono abiti usati; in più, distribuiscono alimenti donati dalla gente o, se prossimi a scadere, da supermarket e negozi.  Per tutte le altre necessità, cominciando dalla casa e dalle bollette, i prescelti non avranno alcuna risorsa prima di luglio, sempre che le previsioni vengano confermate. Per i residenti senza reddito, nonché non residenti nelle 12 grandi città, non è previsto alcun soccorso dello Stato. Molti dovranno mendicare.

Se siamo una tra le società più avanzate del pianeta, questa è barbarie. E’ parossismo di ferocia. Con la sola’dotazione del Quirinale si finanzierebbero quattro o cinque Social Card bis. Lo stipendio di un solo superburocrate darebbe la Social Card bis a 200 famiglie. Una patrimoniale dura sulle grandi fortune ereditate cancellerebbe la povertà estrema.

Se un quarto, più o meno, delle entrate fiscali va in sprechi, furti e spese immorali come armi,  sfarzo,  sprechi e  furti dei politici, il Paese ha bisogno di ben altro che le correzioni, le liberalizzazioni, le riforme razionalizzatrici che piacciono alle classi dirigenti e agli opinion leaders dal cuore di pietra, gente peggiore dei gerarchi in orbace, che almeno mandavano i bambini poveri in colonia. Il Paese ha bisogno di un terremoto grave, che sconvolga le coscienze e gli assetti, che abbatta le Istituzioni.

Nelle ultime settimane abbiamo appreso che, in aggiunta all’infamia dei 91 cacciabombardieri F35 e di altri equipaggiamenti bellici  straordinariamente costosi, abbiamo anche comprato due sommergibili d’attacco U 212, i quali  costano quanto 30 o 40 Social Card bis. Il che vuol dire che al soccorso di  8 milioni di poveri destiniamo 6 euro ‘nuovi’ per ogni miserabile; però non prima di luglio. Noi non sappiamo quanto l’Italia dei magnifici 150 anni destina al calcio, alla moda, ai consumi d’alta gamma. Sappiamo che la civile Repubblica nata dalla Resistenza e regolata dalla Più Bella delle Costituzioni -così la chiama quel pagliaccio che schiamazza in toscano- nega il pane ai miseri per  dedicare un paio di centinaia di miliardi l’anno alla difesa, al prestigio, ai costi della politica, agli altri impieghi criminosi a norma di Costituzione.

Se i capi-appaltatori della nostra politica, ultimo Mario Monti, penultimo Berlusconi, sono i colpevoli finali di questo crimine, è verosimile che i vincitori del 25 febbraio facciano meglio di Quei Due? Non sappiamo, al di là dei discorsi elettorali, ciò che farebbe un governo Grillo, o un governo Ingroia. Sappiamo i fatti degli uomini del Pd, da Prodi e D’Alema a P.L.Bersani: sono colpevoli come Berlusconi e Monti di decenni di spese militari, di missioni all’estero, di cento altre condotte delinquenziali. Quanto alle promesse del potere di sinistra, è recente la conferma che il presidente Hollande agisce in campo militare come ogni altro governante al mondo. Non faranno meglio  Bersani e Vendola, con o senza l’appoggio del Centro montiano.

Oggettivamente, il fatto che quasi tutti i governi del mondo affamano i poveri per finanziare gli eserciti attenua un po’ il reato di chi ha gestito o gestirà la nostra repubblica devastata dalle carie. Ma non può impedirci di odiare questa democrazia, se ciò che abbiamo è il suo prodotto. Lo Stato  di Napolitano non è più fraterno di quello di Umberto I, il ‘re buono’ che amava i cavalli molto più dei milioni di proletari famelici e sempre minacciati da pellagra e tubercolosi. Il regime d’oggi merita più disprezzo -considerato il grasso dei nostri tempi- del Ventennio  fascista. Di meglio ha che, non per propri meriti, non ci ha  trascinato in un conflitto mondiale. Francisco Franco ebbe questo merito, e più ancora ne ebbero i governanti spagnoli del 1914.

A voler smettere di illuderci dovremmo abbandonare ogni speranza,  concludere che le canagliate dei governi sono invincibili, più che certe malattie. Tuttavia, a volte nascono gli uomini superiori. Come escludere che uno di essi compaia, e non faccia guerre come Napoleone o olocausti come Hitler, Stalin e Pol Pot? Tanto di guadagnato se, in mancanza di un grande uomo uno statista pedestre come P.L.Bersani sarà trafitto dalla Grazia e, per aprire una civiltà delle Buone Azioni, straccerà i contratti F35, venderà in perdita gli U 212 e chiuderà il Quirinale, con ciò solo  quadruplicando le Social Card.

A.M.Calderazzi