IMITANDO DISRAELI E CERTI GRANDI TORIES MONTI AIUTI I POVERI. A SINISTRA NON LO FARANNO

Giorni fa un economista ha osservato che, oltre a un popolo di lavoratori precari, c’è un popolo di aziende precarie; e che queste ultime, messe in pericolo a tempo indeterminabile, rilutteranno a dare lavoro anche quando il peggio sarà passato.

Dunque la questione sociale si farà seria: già ora centinaia di migliaia di dipendenti pubblici minacciati  dalla scadenza dei contratti a termine, un alto numero di aziende in crisi, da quelle grandi -le Ilva, Fiat, Sulcis, Alcoa, Irisbus- ai negozietti da una commessa, che hanno chiuso o farebbero bene a chiudere. A parte l’ipotetica ripresa, la questione sociale quale si pone oggi non ha che una soluzione, una svolta solidaristica e redistributiva. Per ora l’Agenda Monti non la prevede, se non minima. Ancora meno c’è da attendersi da un governo del Pd, se Bersani manterrà la rotta tradizionale, se cioè dipenderà dai Vendoli/Fassini/Landini, i quali mai avranno forza per redistribuire. L’Agenda Monti, se sarà applicata, apporterà questa o quella razionalizzazione semplificazione modernizzazione. Nessuna svolta.

Intanto la disoccupazione sale, il non-lavoro giovanile batte ogni record e non ha toccato il fondo. Ci viene detto che i pilastri dell’Agenda Monti sono il consolidamento dei conti e la crescita: niente novità grosse.  Ci si dice che la morsa del rigore potrebbe a tempo debito essere allentata, sempre che lo spread si stabilizzi in basso. Potrebbero essere addolciti gli scaglioni dell’Irpef, potrebbero arrivare vantaggi fiscali per le imprese che fanno innovazione e si internazionalizzano (e i negozietti da una commessa?). Il più ambizioso dei capitoli dell’Agenda è quello delle liberalizzazioni ideate da Passera: professioni, servizi, energia, gas, trasporti, utilities. Se anche tutte si realizzassero, allevierebbero le difficoltà del momento, ma non ridurrebbero un indebitamento patologico.

La spesa pubblica potrà un giorno ridursi, con la lesina tradizionale,  di un ventesimo, da circa 800 a 760 miliardi. Ma ove si dovessero garantire mediamente sei-settecento euro al mese a 4 milioni di famiglie senza reddito, la spesa sociale diretta crescerebbe di una trentina di miliardi all’anno: quasi niente andrebbe ad abbassare l’indebitamento. Conseguenza: a volere dimezzare quest’ultimo entro un decennio, la lesina tradizionale non basterà mai. Occorrerà lo sventramento rivoluzionario dei conti. In aggiunta al mantenimento dei prelievi straordinari quali l’Imu, si imporranno le avocazioni dei redditi più alti, gli espropri a carico delle grandi fortune e di quanti esporteranno illegalmente i capitali, l’esilio dei nemici più accaniti del nuovo corso. Né un ipotetico Pd tutto guadagnato al sinistrismo, né un futuro Fronte popolare più assertivo di quelli francese e spagnolo degli anni Trenta saprebbero fare tali avocazioni, espropri ed esilii, costituendo questi ultimi una rivoluzione non violenta. Nello stantio gioco della democrazia elettorale perderebbero presto il potere.

Le sinistre tradizionali non tenteranno mai la rivoluzione non violenta. Faranno come Léon Blum e Mitterrand in Francia, Azagna e Zapatero in Spagna: novità nelle sole mode e nei soli linguaggi della politica, ribaltamento dei costumi, dilatazione dei diritti e dei contesti più o meno innocui, ma quasi nessun livellamento delle condizioni. Peraltro il probabile naufragio dei conati sinistristi e l’ennesima controffensiva del mercato non vorranno dire il ritorno al benessere edonistico e agli alti consumi. Le condizioni per questo ritorno non ci saranno, vietate dalla globalizzazione.

Resta invece la teorica possibilità che, in tempi molto difficili, un nuovo Disraeli o un nuovo Giolitti, di nome Monti, politicamente più fortunato del Monti del 2012, riesca da destra a scompaginare i vecchi giochi. Se rimediasse agli errori ed omissioni del 2012, Mario Monti sarebbe certamente in grado di farsi Disraeli o Giolitti, dal Luigi Facta che appariva al momento delle dimissioni indotte dal malanimo berlusconiano. Benjamin Disraeli, da premier come da capo dell’opposizione di Sua Maestà come da romanziere, operò coerentemente per fare più aperto e più provvido il conservatorismo britannico. In questo lavoro di correzione riuscì solo in parte, ma mostrò la strada a vari successori, p.es. ai tre autorevoli tories da Birmingham: Joseph Chamberlain e i suoi figli Austen e Neville seppero parlare ai popolani. Seppero ottenerne abbastanza consensi da attestarsi ai vertici del governo. Vent’anni prima di diventare primo ministro, Neville realizzò la costruzione di quasi un milione di case popolari. Harold Macmillan figlio di un grande editore, genero del duca del Devonshire governatore generale del Canada, infine primo ministro dopo Anthony Eden, governò sei anni da prudente ‘riformatore sociale’: “Non siete mai stati così bene” poteva dire ai proletari. Quanto a Giovanni Giolitti, sappiamo tutti che se i massimalisti pappagalli di Marx&Engels non avessero vietato, egli avrebbe allargato la sua larga maggioranza ai socialisti di Turati. Forse non avremmo avuto il fascismo e le guerre.

Mario Monti dovrebbe imitare i Disraeli d’ogni tempo e nazione, dimenticando Goldman Sachs e altri operatori di iniquità. Dovrebbe farsi paterno, all’occorrenza paternalistico, coi poveri cui le sinistre non sapranno dare nulla di importante. Se il Bocconiano non avrà voluto accettare la particolare lezione del torismo britannico, altri farà al suo posto. Forse sarà un grande uomo di religione (o di tensione ideale, che è la stessa cosa).

Anthony Cobeinsy

MARIO MONTI COME JEKILL E HIDE?

Chissà se tra gli indecisi, a quanto pare ancora numerosi, sul voto da dare o non dare in questi giorni, ce ne sono pochi o molti che si domandano chi sia davvero Mario Monti nella sua fresca veste politica. Bisogna dire che lo stesso premier tecnico non ha fatto gran che, durante l’ineffabile campagna elettorale nostrana, per chiarire eventuali dubbi; semmai ha fatto non poco per sollevarne di nuovi. Chi non sembra nutrire alcun dubbio sul suo conto sono, nel loro complesso, i suoi avversari, ossia praticamente tutto il resto dello schieramento politico, a lui più o meno aspramente ostile. E da lui, certo, cordialmente ricambiato nel quadro di un rocambolesco rovesciamento all’incirca dell’80% dei rapporti parlamentari rispetto ai tredici-quattordici mesi precedenti.

Sia quanti già lo avversavano, infatti, sia i molto più numerosi che per tutto quel periodo hanno sostenuto il suo governo, sono adesso largamente concordi, pur con qualche sfumatura, nel dipingerlo come un’entità variabile tra un omuncolo (“non capisce niente di economia”, Berlusconi dixit) e un mostro, un novello dracula capace solo di dissanguare i suoi connazionali o per sadismo o per libidinoso servilismo, secondo tradizione, nei confronti dello straniero di turno. Nel mezzo si colloca una raffigurazione un po’ più benevola che lo descrive come un accademico piuttosto freddo e leggermente ottuso incapace di avventurarsi oltre la mission (italiano moderno, non dialetto veneto) di far quadrare i conti dello Stato (“per forza, è un tecnico e non un politico, non ha la visione”, Giorgia Meloni, tra gli altri visionari e veggenti). Sempre succube, comunque, della prepotenza teutonica.

Che il Professore ci abbia messo del suo, lo ripetiamo, alla creazione di una certa sua immagine, soprattutto più di recente e forse specialmente per effetto perverso di certi suoi sforzi di modificare quella iniziale, sembra evidente e va detto. Ma è fin troppo facile attribuire gli eccessi della vilificazione, denigrazione o demonizzazione del personaggio alla sua discesa o salita in campo, al timore di perdere voti a vantaggio del nuovo competitor (vedi sopra) continuando a tributargli anche solo un minimo di apprezzamento per il suo operato, naturalmente da parte di chi lo faceva. Un timore comprensibile e perfino legittimo, che però ha spinto vecchi e nuovi avversari ad esagerare contando troppo sulla credulità degli elettori e sulla opinabilità dei fatti.

Vale la pena allora di dare un piccolo contributo a chiarire un po’ i termini della questione alla luce non più del vecchio “visto da destra, visto da sinistra”, dato che destra e sinistra nostrane sono nella fattispecie in piena convergenza, bensì di un “visto da sud, visto da nord”. In un articolo intitolato “Il grande malinteso” e pubblicato un mese fa, il settimanale tedesco “Die Zeit” (liberale più di centro-sinistra che di destra) si sofferma sulla divisione dell’Europa in politica economica ricordando innanzitutto come Angela Merkel, parlando al World Economic Forum del 2010, avesse indicato la strada da seguire per rendere il vecchio continente più competitivo.

Tutti dovevano, secondo la cancelliera, imitare l’esempio dei “membri migliori” della UE in tre settori chave: l’Olanda  per le riforme del mercato del lavoro, la Germania per il freno all’indebitamento, la Scandinavia per il sistema scolastico. Lo scorso anno la Merkel ha ribadito la sua filosofia durante un’altra sessione del WEF svoltasi a Roma in ottobre, scontrandosi però con quella dei paesi dell’Europa meridionale, inclusa anche la Francia di Hollande, anelanti sì a rafforzare le loro economie più o meno sofferenti ma usando strumenti diversi, praticamente riassumibili nel “comune sostegno alla congiuntura” ossia, in parole povere, spendendo tutti più soldi per promuovere crescita, innovazione, ecc.

L’autore dell’articolo, presente per l’occasione a Villa Madama, individua proprio in Mario Monti, il padrone di casa, l’esponente più autorevole di questa filosofia meridionale. Nel suo intervento il premier tecnico avrebbe infatti additato come imperativo del momento la promozione della crescita e non il “dibattito quasi teologico sul controllo delle finanza statali”, lanciando così una prima bordata contro i tedeschi, per i quali “la crescita bisogna prima meritarsela”. Una seconda bordata sarebbe seguita raccontando di avere spiegato ad Obama che “per i tedeschi l’economia rientra sempre nella filosofia morale”. Una battuta che avrebbe suscitato l’ilarità del pubblico sudeuropeo ma fatto ridere anche i tedeschi, vittime come altri del malinteso denunciato nel titolo dell’articolo.

Monti avrebbe d’altronde reso altresì omaggio all’economia sociale di mercato, cara alla Merkel erede di Adenauer e di Ludwig Erhard, interpretandola però in modo da far rizzare i capelli in testa alla cancelliera. Ossia contrapponendo al modello anglosassone, che esalta la deregulation come fine a se stessa, un modello europeo fondato su alte tasse destinate al benessere per tutti. Infine, il premier tecnico si sarebbe spinto fino a suggerire alla Merkel di copiare in Germania alcune riforme italiane, lodate dalla stessa cancelliera, delle quali si è dichiarato particolarmente fiero. Evitando tuttavia (sempre secondo l’articolista) di precisare che molte di esse sono rimaste sulla carta e che l’Italia è ancora all’inizio e non alla fine del cambiamento di rotta, come altri italiani avrebbero invece confidato a Villa Madama.

Che dire? Se il resoconto del settimanale amburghese è esatto, il nostro premier uscente ne uscirebbe come un Giano bifronte o un Jekill-Hide, capovolgendo tuttavia il malvezzo nazionale, tradizionale anche per politici e diplomatici, di parlare in un modo in patria e in un altro all’estero e agli interlocutori stranieri, per compiacere rispettivamente i connazionali e questi ultimi. Ma è forse più verosimile che un discorso come quello di Roma Monti lo abbia fatto semplicemente perché riteneva arrivato il momento di correggere la rotta una volta raggiunto l’obiettivo di mettere relativamente al sicuro i conti pubblici e di scendere o salire in campo per gestire in un modo o nell’altro anche una nuova fase di politica economica.

Se invece il discorso riflette almeno in parte una linea seguita fin dall’inizio, il suo tenore non fa che confermare la versione già nota di almeno un paio di occasioni, nel corso del 2012, nelle quali il Professore riuscì a far prevalere le posizioni sudeuropee su quelle nordiche, indipendentemente da più o meno rigide “filosofie” contrapposte. In ogni caso, quali che siano i suoi limiti o infortuni, non meriterebbe le accuse di sistematica acquiescenza nei confronti dei diktat teutonici, specie da parte di chi implorò Bruxelles (di nascosto, a quanto pare) di inviare a Roma prescrizioni scritte di misure anticrisi per non doverne rispondere al cento per cento all’elettorato e riservandosi, un anno e passa dopo il cambio della guardia a Palazzo Chigi, di denunciare una tresca anche internazionale per silurare il governo Berlusconi. Avendo, nel frattempo, fatto fare il lavoro sporco al suo successore con i necessari appoggi parlamentari.

F.S.

IL PARTITO SOCIALISTA SPAGNOLO QUANDO MERITAVA RISPETTO

L’autore Gil Robles fu, prima della Guerra civile, il maggiore esponente delle destre che avversavano il Psoe: all’epoca, assieme agli anarchici, la sola sinistra del paese.

Surgiò potente un bloque de izquierdas, en torno a la poderosa fuerza del partido socialista. Fundado por Pablo Iglesias -su verdadero nombre era Pablo de la Iglesia- cuando solo tenìa veinticinco agnos, fue la segunda organizaciòn socialista, después (dopo) de la alemana, que se constituyò en Europa. Tuvo (prese) un caràcter exclusivamente obrerista, de lucha de clases, debido quizàs (dovuto forse) alla incomprensione, in Spagna più accentuata que en otros paìses, de un capitalismo cerrado a toda idea de convivencia. Esto hizo (fece) que surgiera, frente a la obtusa mentalidad de la clase dirigente, una reacciòn lògica del proletariado, dispuesto a emanciparse mediante los ùnicos procedimientos que le parecìan viables (fattibili) y que se manifestarìan en la huelga (sciopero) general del 1917. Tiene también (anche) importancia este primer estallido (conato) revolucionario, porque a él aparecen vinculados (coinvolti) los nombres representativos del socialismo espagnol: Pablo Iglesia,  Besteiro, Prieto, Largo Caballero. A la muerte de Pablo Iglesias, las dos principales figuras del partido, los segnores Besteiro y Largo Caballero, representaban la tendencia moderada. Eran partidarios (fautori) de un procedimiento evolutivo y reformista, para facilitar la salida (uscita) del régimen monàrquico. Frente a ellos, el segnor Prieto enarbolava (innalzava) la bandera de la demagogia revolucionaria.

El hombre de confianza de Pablo Iglesias y su consejero màs (più) directo, fue el catedràtico de universidad don Juliàn Besteiro, quien (il quale) le sucederìa en la presidencia del Partido Socialista Obrero Easpagnol y de la Uniòn General de Trabajadores. Hombre extraordinariamente cordial y afectuoso, manifestò siempre una gran reserva (misura) polìtica, a la vez (al tempo stesso) que un cierto desdén hacia (verso) sus correligionarios, a ninguno (nessuno) de los quales tuteò nunca (dette del tu). Fue opuesto a la participaciòn de sus correligionarios (compagni di partito) en actividades de gobierno. Y es muy posible que influyese esta deliberada actitud de retraimiento (isolamento) dentro del partìdo socialista, en el hecho (fatto)  de que sus hombres no se hallaron (trovarono) debidamente preparados, al advenir la Repùblica, para asumir las funciones del ejercìcio del poder. Parece como si el socialismo espagnol hubiese (avesse) restringido su capacidad de actuaciòn pùblica al limitado àmbito de los municìpios, donde (dove) sus representantes dieron muchas veces buen ejemplo de gestiòn administrativa.

Debìdo, sin duda (dubbio) a esa actitud del segnor Besteiro, su predominio dentro del partido, después (dopo) de proclamada la Repùblica, marcò un constante descenso. Fuertemente minada su autoridad, sobre todo por el segnor Largo Caballero, cuando se le ofreciò el encargo de formar gobierno, al dimitir el segnor Azagna el 8 de junio de 1933, no obtuvo (ottenne) la autorizaciòn del comité ejecutivo para cumplir la misiòn recibida, que se le otorgò (assegnò), en cambio, al segnor Prieto. No faltaron (mancarono) amigos che llegaron (arrivarono) a aconsejarle que se apartase del socialismo. Si no lo hizo (fece) fue por su fidelidad a un riguroso concepto de la disciplina y por respeto, sobre todo, a la memoria de Pablo Iglesias, a quien veneraba sinceramente.

En la misma lìnea reformista figurò, en un principio, el segnor Largo Caballero,  De orìgen modesto, empezò trabajando come obrero estuquista (stuccatore), y con esta profesiòn figurò en las Cortes constituyentes. Su rostro (volto) impasible era reflejo de un caràcter fanàtico y obsesivo, que despreciaba cuanto no contribuyese a la realizaciòn de una idea previamente concebida. Tambien era reflejo de su caràcter la amarga (amara) ironia de que gustaba hacer gala (esibire) en sus discursos. Aunque no fue un gran orador, lograba (riusciva) acerar (ricoprire) la palabra de manera extraordinariamente agresiva.

Obsesionado por el dominio de su clase, la tàctica del segnor Largo Caballero, antes de que derivase hacia (volgesse verso) métodos violentos, consistiò en aduegnarse (impadronirsi) de los resortes (leve) del Estado desde el interior de la propia fortaleza. Durante la dictadura del general Primo de Rivera, llegò (pervenne) a ser consejero de Estado (membro dell’organismo di vertice del regime). Pero, sobre todo, consiguiò extender por toda Espagna una perfecta organizaciòn sindical, que terminarìa por hacerle duegno (farlo padrone), no sòlo de la Uniòn General de Trabajadores, sino tambien del Partido socialista. Incansable (instancabile) en el trabajo y de gran talento natural, logrò (riuscì) asì articular una formidable fuerza polìtica. Al caer la Dictadura, el partido socialista era el ùnico estructurado en el paìs. La organizaciòn sindical de la UGT agrupava a la mayorìa de los trabajadores espagnoles.

Gil Robles

L’ultimo paragrafo dell’importante ministro cattolico, che alla vigilia della Guerra civile guidò la coalizione di tutte le destre, rafforza il  consenso si può dire unanime degli  storici: i quasi sette anni della Dittatura del generale marchese Primo de Rivera (il cui figlio José Antonio, fondatore della Falange, fu fucilato dai repubblicani), lungi dall’attuare politiche conservatrici, valorizzò nell’azione sociale il marxista Largo Caballero. Inoltre Gil Robles conferma al di là di ogni dubbio che la confederazione sindacale UGT e il Partito socialista furono alleati organici del Dittatore riformista, cui gli storici attribuiscono il disegno di fare del PSOE il partito unico di regime. La Depressione del 1929 e l’indebitamento dello Stato per le grandi opere pubbliche e per i costi del primo Welfare spagnolo provocarono nel 1930 le dimissioni del Dittatore. Largo Caballero fu il penultimo capo di governo della Spagna repubblicana, impegnata nella disperata resistenza contro Franco. (A.M.C)

IL 28 FEBBRAIO INCONTRO CON CALCHI NOVATI, SERGIO ROMANO E ALTRI SU “MILANO E LA VITA POLITICA INTERNAZIONALE”

Osservatorio Sul Mondo

Sedicesimo Ciclo di Incontri su

MILANO E LA VITA POLITICA INTERNAZIONALE

I grandi avvenimenti tra attualità e storia

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Giampaolo Calchi Novati
Carlo Filippini
Danilo Manera
Riccardo Perissich
Sergio Romano

parleranno di

2012: bollettino medico di un mondo malato.

28 febbraio 2013 – ore 17.00

Auditorium di Assolombarda

Via Pantano 9
Milano

L’iniziativa è promossa dal Centro per gli Studi di Polita Estera e Opinione Pubblica

D’intesa con il Comune di Milano e con la collaborazione di Assolombarda, Ispi e Telecom

MARCO VITALE: APPELLO PER AMBROSOLI

Milano, 21 febbraio 2013

A TUTTI COLORO CHE HANNO ADERITO E SEGUITO LA CAMPAGNA PER UMBERTO AMBROSOLI, PRESIDENTE ALLA REGIONE LOMBARDIA

 

“Non usate Dio per ragioni di potere”

Papa Ratzinger

 

Sembra che la possibilità di salvare la nostra cara Lombardia dall’ignominia leghista, alleata organica del corrotto formigonismo, e dal dannoso ed inquietante equivoco del montismo, rappresentato in Lombardia da Albertini, l’anziano sindaco berlusconiano di Milano quello dei parcheggi  e dei grattacieli selvaggi, sia in vista.

Comunque vada a finire si ê trattato di un grande impegno morale e intellettuale che ha coinvolto gran parte del popolo lombardo contro il tentativo di umiliarne e soffocarne gli spiriti vitali, e la sua grande vocazione libera ed europea. Questo impegno non andrà comunque perduto e darà buoni frutti, ben oltre le prossime elezioni.

Ci tengo a esprimere a tutti coloro che hanno partecipato a questo impegno la mia più viva gratitudine e i miei più profondi ringraziamenti.

Lo faccio inviando i miei ultimi due contributi (uno scritto per Arcipelago e l’altro per l’Eco di Bergamo), nei quali mi sforzo di guardare oltre le elezioni.

In  Lombardia  può  nascere  una  nuova  politica  economica  insieme  ad  un  rinnovato  spirito democratico, che riaccendano la speranza per tutto il Paese.

Da questa vicenda emerge comunque una lezione fondamentale valida per tutti: non possiamo interessarci dei nostri problemi comuni e di chi ci amministra solo in occasione delle elezioni. Non possiamo affidare iI nostro futuro e la nostra Regione solo a professionisti della politica, molti dei quali profondamente corrotti.

Facciamo allora an ultimo grande sforzo per portare alla presidenza della nostra Regione un giovane presidente, certo poco esperto di politica ma integro e bandiera di una generazione di amministratori per bene non abituati a servirsi delle istituzioni ma a servirle.

Grazie a tutti

Marco Vitale

www.marcovitale.it

GRILLO, I GIOVANI E UN PAESE DA RIGENERARE

Mi concedo una piccola nota autobiografica; è per mettermi alla berlina, non per pavoneggiarmi. Una trentina abbondante di anni fa scrissi un fondo di quotidiano in cui spiegavo come e perché Ronald Reagan non poteva diventare presidente degli Stati Uniti anche se il suo rivale, Jimmy Carter, non mi sembrava un genio. E che se per caso, invece, lo fosse diventato sarebbe stata una disastrosa pagliacciata (un’ “americanata”, come si soleva dire una volta) per il suo paese e per l’orbe terracqueo. Devo confessare che delle prestazioni dell’uomo come governatore della California, mica del Molise, non sapevo moltissimo, cosicché dal mio punto di vista si trattava essenzialmente di un attore di Hollywood, e neppure di un grande della categoria.

Probabilmente non riusciva a farmisi luce nel cervello l’idea che almeno nella Repubblica stellata, con le sue peculiarità socio-culturali e del sistema politico, chiunque potesse ascendere al vertice del potere, e in qualche modo cavarsela, indipendentemente dal suo curriculum. Come tutti sanno, non solo Reagan stracciò Carter, andò alla Casa bianca e ci rimase per otto anni, ma operò in modo da farsi generalmente giudicare uno dei migliori presidenti americani. Una valutazione, questa, che in verità stento non poco a condividere, ma per motivi diversi dalla difficoltà di ammettere di avere preso a suo tempo un bel granchio.

La nota mi serve comunque come premessa per un paio di considerazioni sull’attualità, profondamente dolorosa ma improvvisamente un po’ illuminata, almeno ai miei occhi, della nostra più o meno cara ma inguaiatissima patria. Fino a qualche settimana fa progettavo di scrivere due righe sul fenomeno Grillo, più che altro per paragonarlo a quello a prima vista analogo di Poujade, l’agricoltore francese che negli anni ’50, sullo sfondo di un’acuta crisi economica, sconvolse la scena parigina irrompendo a Palazzo Borbone alla testa di varie diecine di deputati e all’insegna di motti antipolitici ovvero qualunquisti. E contribuendo così ad aggravare una crisi anche politica superata alla fine solo con il ritorno al potere del generale de Gaulle, la “riserva della repubblica” ovvero l’ “uomo forte” che qualcuno invoca oggi anche per salvare l’Italia dalla perdizione.

Poi mi sono reso conto che le analogie tra il poujadismo e il movimento Cinque stelle sono meno sostanziose delle diversità, compresa quella derivante dalla superiore capacità di presa del secondo sull’elettorato. Sulla base dei sondaggi non si esclude infatti che possa arrivare addirittura al 20%, lasciandosi alle spalle formazioni più grosse o più accreditate, e prestandosi quindi al paragone, semmai, con un altro recente mattatore sulla scena transalpina, quel partito lepenista uscito un po’ ridimensionato solo dalle ultime elezioni.

Va tuttavia precisato che il poujadismo e il lepenismo godevano o godono in Francia solo del favore dei loro rispettivi affiliati, sostenitori o simpatizzanti dichiarati, mentre per le altre formazioni politiche più o meno tradizionali costituivano o costituiscono uno spauracchio, una minaccia più o meno temibile e allarmante, comunque qualcosa di decisamente negativo. Del grillismo in Italia non si può dire lo stesso. Anche chi non apprezza l’oratoria, il frasario, insomma lo stile del suo creatore e animatore, e/o rimprovera al suo movimento le carenze agli effetti costruttivi, spesso se non sempre conviene almeno sul fatto che la sua comparsa non debba suscitare brividi di terrore bensì vada accolta come qualcosa persino di salutare per ciò che significa e per i positivi contraccolpi che, a rigore di logica, dovrebbe provocare.

Per quanto qualunquistico e demagogico, “antipolitico” o nichilistico, culturalmente sprovveduto e programmaticamente inconsistente possa apparire, e magari sia davvero, un simile movimento, anche tutte le sue pecche vanno pur sempre rapportate al contesto in cui è nato e si muove. Ovvero, in primo luogo, alla situazione in cui versa il paese interessato nonché al bilancio, alle credenziali e ai comportamenti delle forze politiche che l’hanno finora governato. Se c’era bisogno di una conferma, l’attuale campagna elettorale, francamente desolante  e non di rado indecorosa, ha confermato che tutti questi indici difficilmente potrebbero essere peggiori. Una situazione, insomma, tale da rendere sacrosanta, benemerita e indispensabile un’energica reazione anche di sola protesta ovvero puramente distruttiva.

La reazione del Cinque stelle, del resto, non lo è, benchè alcune sue proposte e iniziative sicuramente valide e meritorie (come la rinuncia esemplare a beneficiare di stipendi assurdamente lauti elargiti da regioni e altri enti di governo ai rappresentanti del popolo) siano controbilanciate e magari sopraffatte da altre insensate e potenzialmente deleterie (come il referendum per sbarazzarsi dell’euro o la soppressione di Equitalia). Il movimento, comunque, sta già avendo modo di svelare eventuali capacità costruttive grazie ai clamorosi successi ottenuti a livello locale e a quelli che si appresta a cogliere in sede centrale. E poiché esso sta altresì acquistando dimensioni di massa, si direbbe che le maggiori attese dovrebbero concentrarsi non sul suo capo carismatico o sull’eminenza grigia che lo affianca ma piuttosto sul personale più o meno anonimo che opera sul campo e che nei singoli casi già potuti osservare non sembra assomigliare molto al modello di vertice.

Ammettiamo pure, tuttavia, che non sia proprio il caso di aspettarsi troppo, che sarebbe una straordinaria sorpresa se il comico genovese o chi per lui rivelasse insospettabili doti di statista, se smentisse clamorosamente le previsioni di osservatori incauti come già Ronald Reagan. O se, addirittura, dimostrasse di saper adempiere lui ad una missione salvifica simile a quella di Gaulle nella Francia destabilizzata anche da Poujade, oltre che dalle guerre coloniali, anziché limitarsi a spianare indirettamente la strada all’avvento di un emulo italiano del generale con la croce di Lorena sul petto e la grandeur nel cuore. L’Italia odierna è una malata molto più grave della “sorella” transalpina di allora e il suo salvataggio da parte di un outsider tra i più inopinati costituirebbe un autentico miracolo, che non si può mai escludere ma sul quale non può seriamente contare neppure chi magari crede ancor oggi nel mitico “stellone”.

Occorre già una buona dose di ottimismo per confidare che Grillo e i suoi riescano a dare almeno la sveglia al paese, a smuovere quella che è o dovrebbe esserne la classe dirigente dalla sua incredibile cecità, insensibilità e inerzia. A provocare, soprattutto, quella mobilitazione della società civile tanto evocata e invocata da varie parti, ma finora più che altro nella retorica elettoralistica di ogni parte, e indispensabile tuttavia per qualsiasi soluzione duratura, non improvvisata né superficiale, dei mali nazionali.

Che una simile funzione il movimento Cinque stelle la possa svolgere sembra comunque legittimo quanto meno augurarselo, e a sperare che questo mezzo miracolo si avveri incoraggia un dato tra i pochi non deprimenti offerti dalla contabilità politica di questi giorni. Dai conti firmati Mannheimer apprendiamo che la creatura di Beppe Grillo raccoglie quasi il 19% dei consensi tra i giovani di età tra i 24 e i 25 anni, superata soltanto,ancorché largamente, dal PD (31%). E che sale addirittura al primo posto, col 30% e rotti, nelle preferenze degli ancora più giovani (18-23 anni), distaccando sia pure di poco lo stesso PD.

Che dire? Ammesso che il tutto venga all’incirca confermato dal responso delle urne, è doveroso ipotizzare che le risorse istrioniche e la carica vitalistica del comico-nuotatore-arruffapopolo pesino in una certa misura (evito di proposito l’ormai dilagante “in qualche modo”) sulle valutazioni delle due classi più giovani di elettori. Ma anche altri dati alimentano la fiducia che non sia questa l’unica né la principale spiegazione. Vitalismo e istrionismo, come sappiamo, non fanno difetto, quanto meno al vertice, neanche al PDL, che però entrambe le graduatorie citate danno irrimediabilmente relegato al terzo posto. Un partito ruspante come la Lega Nord, che coltiva per sua natura il populismo e non disdegna il turpiloquio, langue appena al di sopra del 2% tra i più giovani e dell’1% dei meno giovani in questione.

Se il centro-destra nel suo insieme, dunque, gode soprattutto del favore dei più attempati, quasi soltanto questi ultimi risultano abbacinati dal miraggio della Padania indipendente. Se è vero poi che i giovani sono tradizionalmente più attratti degli anziani dagli opposti estremismi, ora non appaiono sedotti più di tanto né da quello di destra né da quello di sinistra. A meno che non si consideri senz’altro di sinistra, come si tende generalmente a fare, lo stesso M5S, che però delle varie sinistre in campo sarebbe sicuramente la meno tradizionale e tutto sommato la più sovversiva, se l’abusata qualifica di “antipolitico” che gli si assegna significa qualcosa.

Un’altra possibile obbiezione alla valenza degli orientamenti giovanili è che, invecchiando, i giovani perdono via via le pulsioni rivoluzionarie e palingenetiche trasformandosi spesso in conservatori tutti d’un pezzo quando non ferventi reazionari. E’ altrettanto vero, però, che tutte le generazioni si rinnovano comprese le ultime arrivate, i cui orientamenti possono mutare anche di molto rispetto alle precedenti come sembra stia accadendo attualmente in Italia, sotto la spinta di situazioni oggettive a loro volta così mutevoli, incidendo inevitabilmente sia sugli orientamenti delle generazioni più anziane sia sul complessivo impatto di entrambi.

Il rischio di riesumare involontariamente il “largo ai giovani” caro alla dottrina fascista esiste, come pure quello di passare per corifei del rottamazionismo renzista. Varrebbe tuttavia la pena di correre entrambi se diventasse definitivamente chiaro che soltanto i giovani, non tutti bamboccioni o fiaccati dalla disoccupazione forzata, avvertono l’esigenza pressante di cambiare davvero il paese. O quanto meno la avvertono in misura largamente superiore ai meno giovani, sia pure dimostrandolo attraverso una discutibile adesione al grillismo in mancanza di diverse alternative.

“E’ ora di rigenerare l’Italia”, ci dice un sacrosanto appello recente degli architetti ai politici che non vale solo per la problematica urbanistico-ambientale, anche perché neppure questo settore sarebbe rigenerabile al di fuori del suo contesto generale. E poiché si tratta di un compito di lunga lena oltre che di ampio respiro la sua attuazione è impensabile senza la mobilitazione e il contributo dei giovani, più portati per natura a guardare al futuro e a lavorare per costruirlo. Tanto più quando la fiducia con cui lo guardano i meno giovani viene dimostrata mettendo al mondo sempre meno figli, col rischio in questo caso di far scomparire a lungo andare la materia stessa di cui ci si occupa, spesso senza accorgersene..

Nemesio Morlacchi

LA CASTA STA TRIONFANDO: CONVINCIAMOCI A ODIARE QUESTA DEMOCRAZIA

Non poteva andare peggio a noi millenaristi imbecilli, a noi messianici ebeti che abbiamo preso sul serio gli opinionisti dei grandi media, soci in affari degli oligarchi. Per uno sforzo di umiltà avevamo anteposto al nostro il loro giudizio: più che sbagliato, truffaldino. Scrivevano sapendo di mentire. Soprattutto agli inizi del 2012 annunciavano che la partitocrazia e il malaffare nati dalla Resistenza erano spacciati, che la Seconda Repubblica moriva e con essi quasi un settantennio della nostra storia, prevalentemente dominato dalle malazioni. Fingevano di credere che la peggiore classe politica e le peggiori istituzioni del mondo occidentale fossero condannate dal disprezzo del Paese. Noi imbecilli abbiamo dato credito ed ora ci constatiamo frodati. La confederazione dei ladri impostori si è rialzata di colpo, così come un pugile al tappeto ritrova miracolosamente le forze.

La Terza repubblica comincia uguale alla Seconda e alla Prima. Tutto il potere torna ai partiti  delinquenziali. Più che mai i grandi media pendono dalle labbra dei segretari, portavoce e capigruppo. Niente tagli ai costi della politica, niente paletti contro i reati, niente crepuscolo degli Dei. Business as usual. Il prossimo 25 febbraio mille gaglioffi  si insedieranno e passeranno alla cassa per percepire la quota legale del bottino; per quella illegale daranno tempo al tempo. Nessuno dei vecchi ceffi sparirà, nessun ladrocinio sarà fermato, gli elettori non si ammutineranno. Al ristorante gli opinionisti delle grandi testate sghignazzeranno di soddisfazione coi segretari, portavoce, capigruppo.

Dalla sventura impariamo almeno una lezione. Il regime resiste, catafratto. I nostri connazionali sono lemmings spensierati: programmati a obbedire agli istinti, enzimi ed ormoni, non si fanno domande, accettano tutto, votano. Questo vuol dire una cosa sola: il sistema sorto nel 1945 e difeso dalla peggiore tra le Cartestracce costituzioniali non è risanabile. Un giorno un manipolo di militari giustizialisti, guidato da un uomo di fegato, dovrà abbatterlo come fecero gli ufficiali portoghesi del 1974. Imprescindibile il possesso delle armi, ma da noi basterà la minaccia delle armi. Quasi nessuno si leverà a difesa di una legalità data in appalto ai fuori legge.

Il 2012 dimostra che l’esperimento di un governo tecnico insediato anche perché ripristinasse la razionalità non ha neanche scalfito la politica delinquenziale. Nulla mai migliorerà finché le Istituzioni non saranno messe fuori gioco, visto che questa legalità difende i saccheggiatori. Anche se era prevedibile, è drammatico che un governante emergenziale come Monti abbia visto fallire o decomporsi ogni tentativo di risanamento (ma le regole d’ingaggio ricevute dal Colle -salvare la partitocrazia- non gli lasciavano scampo). Se non ci resta che sperare in un manipolo di congiurati giustizialisti è perché  verosimilmente la minaccia della forza taglierà il nodo che ci imprigiona.

La democrazia delle urne non vale niente. Chi sa immaginare una prospettiva non eversiva? Una volta che reparti d’elite, carabinieri paracadutisti eccetera, avranno fisicamente chiuso i portoni delle Camere, delle assemblee, delle istituzioni, degli uffici che erogano i fondi a centomila gerarchi, il regime non troverà seguaci e i giustizieri/demolitori avvieranno la Seconda Ricostruzione.

Il governo dell’eccezione militare sarà breve: il tempo di radere al suolo gli assetti sciagurati e di aprire una fase costituente gestita in compartecipazione con la gente: gli strumenti ora ci sono, collaudati e credibili. L’ideale, verosimile, sarebbe andare verso l’instaurazione di una delle varie formule di democrazia diretta selettiva. Ma sarebbe pur sempre una bonifica salutare se, dopo la parentesi di governo riformatore armato, si riaprissero i giochi convenzionali, però drasticamente risanati, amputati, asportati quanto basti. Il parlamento potrebbe diventare monocamerale, perdere l’ottanta per cento dei membri, essere in parte reclutato col sorteggio. Le Regioni e ogni altro organismo elettivo verrebbero risanati e ridotti a tutti i livelli. Cento altre riforme sarebbero varate dai militari. I consulenti, meglio stranieri. Esclusi tutti i politici professionisti e invece inclusi i cittadini individuati dal sorteggio. Prima di rientrare nelle caserme i reggitori giustizialisti dovrebbero almeno impostare le draconiane riforme di struttura richiedenti tempi più lunghi. Mancherebbero di sofisticazione costituzionale, ma meglio così. La più imperativa delle misure sarebbe rendere meno immorali e costose tutte le istituzioni e le funzioni pubbliche.

Questo e altro farebbe la gestione dei bonificatori militari, grazie alla minaccia delle armi di cui sono detentori unici, e grazie all’appoggio di settori sociali votati al cambiamento vero, non quello dei cartelloni elettorali. Nulla di rispettabile verrà mai dalla casta dei politici.

A.M.C.

LA SOCIALITA’ DI PRIMO DE RIVERA SECONDO RAYMOND CARR

Altrove in questo numero (“La Casta sta trionfando: convinciamoci a odiare questa democrazia”) si sostiene che il nostro sistema non è più risanabile -troppo porcina la classe politica- e che non ci resta che sperare, un giorno, nel sollevamento di ufficiali giustizialisti alla Portogallo 1974, il quale abbatta le Istituzioni. La dimostrazione più efficace della positività di tale colpo di Stato viene dai sei anni della dittatura in Spagna di Miguel Primo de Rivera (1923-29). Sei anni di modernizzazione autoritaria, di prosperità, di generale avanzamento delle classi povere e di accanita resistenza di tutte le destre.

Lasciamolo dire a Raymond Carr professore a Oxford, probabilmente il maggiore storico straniero della Spagna contemporanea. Riassumiamo fedelmente infatti i giudizi di Carr sulla Dittatura di Primo, quali si succedono nei capitoli dal XII al XIV della 9^ (nona!) edizione dell’opera

Spain 1808-1975, pubblicata in spagnolo sotto il controllo dell’Autore da Editorial Ariel, Barcellona, 1999.

 

Nemico dei politici, amico dei lavoratori

“Il pensiero di Primo de Rivera era primitivo, personale e ingenuo: un odio ossessivo dell politica e dei suoi professionisti. L’ideale del generale era una Spagna senza politici. Avevano distrutto la Spagna; un sincero patriota l’avrebbe fatta risorgere. Con la farsa delle elezioni la Casta dei politici aveva isolato il governo dal popolo, egli invece sapeva di poter comunicare direttamente col popolo, restituendo al governo il suo carattere democratico. Conversava in continuo con la gente, spiegava i suoi decreti, confessava i propri errori. Lo faceva con franchezza sorprendente, proiettando l’immagine di un despota benevolo che cercava di operare al meglio delle sue possibilità, benché non sempre con successo; e che dopo una giornata di duro lavoro scriveva a mano lettere ai suoi sudditi. Rilanciava così lo spirito della democrazia: “Quando correggiamo i nostri errori ribadiamo che il popolo è sovrano se si fa guidare dalla ragione”.

Il suo costante paternalismo benefico rasentava l’eccentricità. Il primo avanzo di bilancio lo destinò a riscattare la biancheria che i poveri di Madrid avevano portato al monte dei pegni. Questa propensione al bene, che comprendeva un vero e proprio entusiasmo per i diritti della donna, gli guadagnò subito l’affezione del popolo. Al contrario la bonomia e la spontaneità da franco cacciatore gli attirò prontamente la malevolenza della classe dirigente di ieri. Agli inizi la sua ingenua emotività fu una virtù salvifica: “Ho baciato un soldato annerito e sporco”. Solo sulle sue spalle pesava la responsabilità di rigenerare il Paese: “So di valere poco e non dubito che sia la Provvidenza divina a fare che uno che non sa governare se stesso riesca a governare venti milioni di spagnoli. Non ho esperienza di governo; i nostri sono i semplici metodi di chi vuole il bene della patria”.

L’odio per i vecchi politici si razionalizzò in un antiparlamentarismo che si proclamava più democratico del passato liberalismo. La Dittatura rispettava pragmaticamente le grandi realtà collettive; invece le dottrine dei diritti individuali erano invenzioni artificiali, ‘arabeschi di intellettuali disoccupati’.

 

Non fu fascista

“La Dittatura di Primo de Rivera -sottolinea sempre Raymond Carr- non era fascista. La sua teoria della sovranità si apparentava più con la Scolastica aristotelica che col totalitarismo. Joaquìn Costa era stato il Precursore che profetizzò la venuta di un ‘chirurgo di ferro’, lui il Dittatore. E Ortega y Gasset, intellettuale disincantato, aveva argomentato a favore di una selettività che rifiutava ‘una falsa uguaglianza tra gli uomini’. I seguaci del Dittatore e del figlio José Antonio veneravano gli attacchi di Ortega alla vecchia politica.

La linea di Primo de Rivera in materia di lavoro fu un successo. Come era accaduto con Napoleone III, il senso dell’azione del Dittatore fu l’eliminazione dello spettro rosso e al tempo stesso la simpatia per i lavoratori. Negli anni di Primo l’anarchismo sparì; il movimento sindacale accettò il meccanismo d’arbitrato introdotto dal governo e si rafforzò decisivamente a spese del sindacalismo rivoluzionario, le cui organizzazioni cessarono di esistere. Su questo terreno l’azione del Dittatore era ben altro che repressione. Il generale e marchese si impegnava seriamente per il benessere materiale e per le altre rivendicazioni degli operai. Non si limitò a predicare l’etica del lavoro: ai proletari dette case popolari, un’assistenza sanitaria e, sopratutto, un meccanismo d’arbitrato che i dirigenti socialisti accettarono e gestirono.

Il buon rapporto con lo Stato fu formalizzato dal Codice del lavoro varato nel 1926 dal giovane ministro Aunos. Tutti i conflitti salariali e normativi erano risolti da comitati paritari nei quali padroni e dipendenti avevano lo stesso peso; il voto decisivo spettava al governo, che non nascondeva il suo favore ai lavoratori. Il sistema non era un’importazione dal corporativismo fascista: in Spagna aveva una lunga storia. In quanto membri dei comitati paritari i delegati sindacali erano stipendiati dallo Stato. Appena insediatosi al potere, il Dittatore si accordò coi sindacati. Cooperando con la Dittatura, la maggiore centrale sindacale UGT si trovò l’organizzazione operaia unica, operante ed efficace.

Nel 1924 il suo leader F.Largo Caballero e il Dittatore considerarono  la possibilità di unire l’UGT e il Partito socialista in un partito ufficiale di regime. Largo Caballero stesso entrò nel Consiglio di Stato, organo di vertice del regime. Si salvò la coscienza rifiutando di prestare giuramento in abito da cerimonia: e il Dittatore apprezzò. I capi del movimento sindacale non potevano condividere l’orrore dei politici per il ripudio da parte di Primo del parlamentarismo borghese. E infatti i sindacalisti rifiutarono di unirsi a tutti i tentativi di cospirazione contro il Dittatore.

 

Filosocialismo e opere pubbliche

Il socialismo fu il figlio prediletto del regime, perciò fu avversato sia da molte imprese, sia dai sindacalisti cattolici che denunciavano ‘l’ingiusto monopolio socialista dei comitati d’arbitrato’ e il favore del governo ai ‘sindacati senza Dio’.

A credito della Dittatura va ascritta, oltre a un’eccellente legislazione sui municipi -autentica riforma strutturale- una pianificazione finanziaria ed economica progettata da giovani tecnocrati ‘apolitici’. I successi riformistici di Primo de Rivera furono il frutto di 50 mesi di ‘cordialità emotiva’ e di un gabinetto di ministri la cui parola d’ordine era ‘No somos politicos’. Inevitabilmente i tecnocrati si scontrarono con banchieri e capitalisti che non simpatizzavano in nulla col benevolo radicalismo sociale e  col dirigismo della Dittatura.

Le idee di Primo de Rivera erano quelle, semplici, di un soldato: far pagare al capitale. Calvo Sotelo, ministro dell’Economia, voleva un fisco moderno e socialmente giusto: “La democrazia autentica si riconosce per la capacità redistributiva delle imposte, non per una Costituzione politica formale”. Però il regime non arrivò a mobilitare le masse  contro le classi agiate: fu fermato dall’accanita campagna di stampa dell’aristocrazia bancaria. Per grande che fosse stata l’utilità del Dittatore come restauratore della pace sociale, i conservatori avversarono frontalmente la riforma fiscale e il governo stesso. La Spagna si vide così privata di una rivoluzione del fisco che le era indispensabile. Dovette contentarsi del più serio consolidamento del debito pubblico dell’intera storia nazionale, nonché dei numerosi avanzamenti amministrativi e tecnici.

Il problema fu che gli investimenti, le opere pubbliche, le misure espansive, le provvidenze sociali, i programmi di edilizia popolare  esigettero sia gli aumenti ‘bolscevichi’ delle tasse, sia le nazionalizzazioni: gli uni e le altre aspramente combattuti dagli ‘aristòcratas’ e dai ‘financieros’. La costruzione di case economiche fu una delle opere maggiori del regime; così pure le misure del Welfare, che comprendevano p.es. i sussidi alle donne incinte. Le opere pubbliche – strade, dighe, sviluppo del turismo- apparvero un keinesianismo prematuro, ma in realtà erano la ripresa degli ideali dei riformatori settecenteschi. E poi il mercantilismo e l’autarchia: andava prodotto in Spagna tutto il possibile, dalle automobili alle cotonate, dall’elettricità alle pelli di coniglio. Con tutti i difetti delle concezioni autarchiche, i tecnocrati del Dittatore portarono avanti un nobilissimo impegno di modernizzazione. Le strade e l’elettrificazione rurale furono spettacolari, la siderurgia si sviluppò ai livelli della Grande Guerra, quando i belligeranti compravano avidamente dalla Spagna neutrale. Il commercio estero crebbe del 300%. La rete ferroviaria fu modernizzata. Imponenti le opere di valorizzazione dei grandi bacini fluviali, Duero ed Ebro. La Dittatura mostrava un volto di espansione e di prosperità: vista retrospettivamente, fu quasi un’età dell’oro.

 

Detestato dai ricchi

La modernizzazione e il benessere non furono ‘falsi’ come sostenevano gli oppositori, né dipesero solo dalla buona congiuntura internazionale di prima del crollo del 1929. Invece il regime può essere criticato per non aver saputo compiere una grande riforma agraria; eppure i progetti agrari erano più ambiziosi di tutte le opere che furono realizzate. La prosperità del primo quinquennio di Primo fu sì il risultato del ristabilimento dell’ordine, ma anche il prodotto di uno sforzo deliberato.

Eppure non fu il collasso della prosperità che nel 1929 determinò la fine del regime. Furono i poteri forti.  Primo de Rivera sottovalutò le forze che lo combattevano. Fino all’ultimo confidò nella gente: ‘I principali, a volte i soli sostegni del governo, sono le donne e i lavoratori’.

Il regime fu abbattuto dalle destre, non dalle sinistre. L’aristocrazia madrilena e la corte detestarono il Dittatore. Più in generale i ceti conservatori e possidenti si sentirono minacciati da uno Stato corporativo che veniva gestito nell’interesse dei lavoratori”

estratti da Raymond Carr

ROBERTO VACCA: OBAMA E BERSANI, DUE SPRAZZI POSITIVI IN TEMPI OSCURI

Il degrado culturale non imperversa solo in Italia. Anche gli Stati Uniti ne soffrono. I segnali negativi sono molti. Oggi, però, sia da noi che in USA c’è almeno uno sprazzo positivo. Vediamoli.

Sulle prime pagine anche dei migliori giornali italiani affiorano notizie minimaliste o deplorevoli. La Chiesa si offende perché il PdL non va a festeggiare la ricorrenza dei patti lateranensi. Due gay dicono che si baceranno sul palco di San Remo. Il noto uomo politico/affarista asserisce che il Professore è indecente e dice “grandi cazzate”.. Poi appare in un video in cui spara doppi sensi volgari a una signora.

Queste volgarità richiamano alla mente il diario di Alistair Hershom. Era il famoso giornalista britannico personaggio del mio romanzo “Kill?” (2005) che scriveva:

Ho deciso di uccidere Silvio Berlusconi. Non sono un terrorista, né un sicario prezzolato. Non sono comunista, nè ulivista. Sono parole brutte e spero che non restino nel nostro vocabolario. Ne faccio una questione di gusto, morale e fair play. Da quando i ministeri sono occupati da imputati latitanti, sento il disagio di vivere in Italia. Mi sento uno straniero. Mi sento esiliato. 70 anni fa era primo ministro Benito Mussolini: tragico pagliaccio. Volle la guerra e fece morire 400.000 italiani. Pessimo gusto anche lui. Mieteva grano a torso nudo. Fingeva di pilotare aeroplani. Diceva: “Dio stramaledica gli inglesi”. Proclamava: VINCERE E VINCEREMO, e perdeva. Ma non cantava canzonette, nè dedicava ogni sua energia ad ammassare una fortuna personale smisurata.”

Nel romanzo Hershom all’ultimo momento non sparava. Se esistesse davvero, forse mi biasimerebbe perché lo bloccai quando aveva già il suo bersaglio nei fili incrociati del canocchiale e  il dito sul grilletto.

Ma passo allo sprazzo positivo. Lo firma Pierluigi Bersani su Repubblica. È il piano del PD per la scuola. Prevede più risorse e più insegnanti. Offrirà “formazione ai docenti in servizio per innovare la didattica, nuove tecnologie, scuole aperte tutto il giorno, rilancio della formazione tecnica e professionale de nuovo sistema di formazione e reclutamento degli insegnanti”.

Sono proprio misure che suggerivo nel pezzo che vi mandai il 5 Maggio 2012. Avevo già deciso da un pezzo di votare PD alle prossime elezioni. Ora faccio notare agli indecisi che i programmi di altre formazioni politiche tacciono su questo argomento vitale.

La notizia minimalista americana è che oggi il 40% dei dipendenti CIA sono donne. Quella deplorevole è riportata da Paul Krugman sul NY Times di oggi – “The Ignorance caucus –il movimento per l’ignoranza.” Cita Eric Cantor, il rappresentante della maggioranza (repubblicana) del Congresso, che ha proposto di tagliare tutti i finanziamenti federali alle ricerche di scienze sociali, a quelle sull’efficacia comparata dei farmaci e alle valutazioni degli “effetti magici” delle misure proposte dai repubblicani per diminuire le tasse ai ricchi..

Lo sprazzo positivo americano è l’anticipazione del discorso di Obama sullo State of the Union (data, anche questa, dal NY Times di oggi). Oltre a dichiarazioni su disoccupazione, energie rinnovabili, piccole armi in mano a privati, immigrazione e politica estera [i soli argomenti citati da Repubblica a pagina 15 di oggi] dovrebbe parlare di un’ulteriore riduzione degli arsenali atomici. Dovrebbe essere il risultato di un accordo con Putin – fatto in modo tale da non richiedere la ratifica del Congresso. L’obiettivo è quello di ridurre da 1722 a 1000 il numero di testate nucleari nell’arsenale USA.

La notizia sarebbe buona, anche se tardiva. Infatti a Obama già è stato dato anni fa il Premio Nobel per la pace – solo per aver manifestato l’intenzione di eliminare tutte le armi nucleari. Inoltre i conti non tornano. Le 1722 testate nucleari americane sono solo quelle “deployed” – cioè messe in campo, pronte all’uso. In effetti, secondo l’Istituto Brookings e la SIPRI svedese, gli USA ne hanno altre 2800 “non deployed”, cioè funzionanti ma non di uso immediato. Nessuno ci dice in quanto tempo. Infine hanno anche circa 500 armi atomiche per uso tattico. Questo significa che hanno un potenziale distruttivo da meno di 1 kiloton fino a centinaia di tonnellate di alto esplosivo simili, dunque, a quelle usate a Hiroshima e Nagasaki. La riduzione delle bombe atomiche dovrebbe essere molto più drastica.

Le notizie cattive sono più numerose. Quelle buone vanno analizzate e non è immediato accertare se, veramente, possano generare aspettative positive.

QUANDO LA DECRESCITA FELICE TROVERA’ UN PROFETA NON DISARMATO

A guardarci intorno, è esiguo ma non irrisorio il popolo di coloro che hanno abiurato la fede nello sviluppo, e dunque la logica fondante del mercato e del capitalismo d’oggi. Si fanno meno rari i riferimenti ai teorici della decrescita: dal romeno Nicholas Georgescu-Roegen (gli si attribuiscono i concetti di bioeconomia e di entropia) al polacco Zigmunt Bauman, all’italiano Maurizio Pallante, che con Andrea Bertaglio cerca di animare da noi un movimento politico della decrescita. Con più convinzione si richiamano le idee di Serge Latouche, cui l’appartenenza alla tradizione francese facilita un’insolita chiarezza e incisività dell’argomentazione. Sono ormai molti a riflettere, predicare, inveire contro l’economicismo che innerva la modernità (modernità che nella sostanza vige da tempo immemorabile). Peraltro le tesi che conosciamo -non sono certamente tutte- si confondono quasi sempre con parole d’ordine collegabili alla decrescita ma da essa differenti: l’ecologismo, le sociologie alternative, le enunciazioni politiche progressiste; e perdono concentrazione. Sarebbe più utile separare la decrescita da decine di altre tematiche probe.

Serge Latouche non divaga. Al centro del pensiero suo e di quanti vivono l’attesa di una svolta radicale  (anzi brutale, perché implica il rifiuto del benessere e il ritorno alla povertà) Latouche ha messo la limitazione dei desideri, cioè la frugalità: condizione, sostiene, per quella che chiama ‘abbondanza’. Per il Nostro l’economia moderna -moderna di tre secoli- si basa su una perversione morale: l’idea che greed is good. La dipendenza dal benessere materiale nella quale siamo precipitati è per Latouche una patologia da cui guarire. Occorre organizzare una società diversa, inventare un altro modo di vivere. Quale che sia l’efficacia della descrizione di tale diversità, è merito del teorico francese aver messo a punto un pensiero circoscritto al dilemma crescita-decrescita e all’imperativo di respingerere la pseudo-eticità dell’arricchimento ininterrotto.

Tutto giusto. Ma il messaggio arriva a poche migliaia di seguaci: recepiscono, rielaborano, si galvanizzano, affollano la Rete con intenzioni e tematiche che inevitabilmente si allargano, sconfinando in crociate meritorie ma ormai tradizionali: difesa dell’ambiente, anticonsumismo, nuova morale, priorità agli alimenti che viaggiano poco,  fuga dalla congestione metropolitana, lotta alle spese militari, e tante altre. Movimenti ereticali di origine antica, come tali molto degni, ma già riproposti da decenni, con poca fortuna. Hanno reclutato adepti che inevitabilmente si annullano nell’immensità dei numeri degli idolatri del Pil. Per ora il rifiuto dello sviluppismo è un movimento senza futuro. E’ la proposta estrema di una setta di zeloti. Tale resterà fino al giorno di un cataclisma ideale quale pochissime volte si verificò nella storia. Nessun principio a vocazione universale è mai sorto in assenza di una grande guida, di un Maestro. Buddha Confucio Cristo Maometto Lutero, tutti capi religiosi. I leader laici, incapaci di generare visioni (o illusioni) ultraterrene, non hanno fatto nascere che movimenti periferici, limitati nel tempo.

In altre parole. C’è Serge Latouche con la decrescita genialmente felice. Ci sono migliaia di blog simpatizzanti, ci sono attivisti fervidi di iniziative e di esperimenti. Ma in una prospettiva non lontana non accadrà nulla di decisivo. L’arricchimento di chi lavora, cioè ‘merita’, resterà il principale tra gli idoli della tribù planetaria, di recente ingigantita dai miliardi dell’Asia e di altri continenti.   Perché non accadrà nulla? Perché il rilievo sociale di quanti propongono ideologie alternative è insignificante. Sono sconosciuti. Le idee nascono nuove, quelli che le avanzano non contano. Magari sono politici o accademici, il che guasta. Quando le novità vengono da rivoluzionari di sinistra è persino peggio: l’esperienza di 224 anni dalla rivoluzione del 1789 attesta la falsità delle rivoluzioni politiche e l’insincerità di quanti le proclamano. Semplicemente i popoli non si fidano, così come oggi i proletari non si fidano più dei sindacati. Abbondano gli entusiasmi e gli sdegni del Web, ma sono fatti minoritari, sostanzialmente innocui.

Accadrà qualcosa quando, ammutoliti i politici e gli accademici, un Maestro conosciuto da tutti e magari odiato da molti, incarnerà un pensiero nuovo, scandaloso. Sarà un capo superiore ad ogni altro. Per esempio, un presidente americano di ben altro prestigio e inventiva che l’attuale. Meglio, molto meglio, un Papa demolitore e ricostruttore, che abbia agito clamorosamente invece di predicare e ‘invocare’ quotidianamente. Le nazioni si accorgeranno. Nulla sarà come prima. Dopo millenni di fede nella ricchezza, dubiteremo delle virtù del lavoro e del progresso materiale. Ci ricorderemo dei  disarmati profeti della decrescita felice.

l’Ussita

‘NON POSSUMUS’: SCALFARI SDEGNATO COME PIO IX CON LE IDEE NUOVE

“Buffalo Bill, Toro Seduto e l’Arbitro al Quirinale”: l’editoriale di ‘Repubblica’, il 13 gennaio, ha questo di diverso dagli altri: ti lascia in dubbio se Scalfari l’abbia scritto nella sua qualità di Fondatore, o piuttosto in quella di controfigura di D’Alema o di Napolitano nel colossal legittimista di Cinecittà, ‘Non Possumus’. Nell’enciclica omonima, Pio IX ( ‘cittadino Mastai’ Carducci lo apostrofò perché levasse il bicchiere) scandì l’intransigenza verso le nuove idee liberali. Logico: si era visto togliere Romagna (1859), Umbria e Marche (1860) e la stessa Roma (1870).

Perché ci interroghiamo sull’animus di Scalfari il 13 gennaio? Perché in altre domeniche il Fondatore ci era parso più sciolto, quasi sbarazzino, aperto alle sperimentazioni. Questa volta, quale controfigura di D’Alema o Napolitano, il Nostro ha sillabato l’orrore per le novità. Papa Mastai-Ferretti non avrebbe fatto meglio. “A quanto -si è chiesto il Nostro- può arrivare il consenso che uscirà dalle urne alle varie forme di demagogia che si vale, ciascuna, di imbonitori ben collaudati? All’ingrosso, almeno 40% nel loro complesso. Marciano separati ma colpiscono insieme. Dunque la minaccia è forte”.

Che minaccia? “Non hanno programmi, salvo quello di mandare all’aria tutte le strutture esistenti, la democrazia rappresentativa, lo Stato di diritto, la Corte costituzionale, le imposte che devono essere ridotte al minimo. E ovviamente la politica e i partiti”. Così parlò Eugenio il Legittimista (dizionario= ‘fautore di un sistema costituzionale decaduto’) dell’Anno. Oppure, vista la sua passione per l’Esistente, il Coprofilo dell’Anno.

Una delle eresie esecrate da Mastai-Scalfari è la società civile. “Non si sa cosa rappresentino queste due parole, quale sia il nuovo che esse esprimono e il vecchio che condannano”. Forse, opina il Misoneista dell’Anno, “la novità consiste nel rifiutare il concetto (intendeva il Dogma) di democrazia delegata. Il più coerente da questo punto di vista è il grillismo, che prevede i referendum come unici strumenti di governo; peggio, prevede gestori della cosa pubblica guidati da capi pro tempore, in carica per pochi mesi a rotazione. Una sorta di condominio al posto dello Stato, cioè il peggio del peggio”. Il Solaro della Margarita dell’Anno dixit.

Se le varie formazioni antipolitiche e populiste, stima Non Possumus, avranno attorno al 40%, rimane il 60% per le formazioni “che si propongono il cambiamento e la modernizzazione per rinnovare le istituzioni senza distruggerle”. Questa sì è una notizia: sotto l’egida p.es. della Bindi le istituzioni saranno rinnovate! E quali sono queste formazioni? Risposta, il Pd, “il solo in tutto il panorama attuale che sia un vero partito e non si vergogni di dirlo, anzi lo rivendichi con orgoglio”. Quanta fierezza in questa riproposizione da Sillabo (sempre Pio IX, però 1864) dell’inoppugnabilità/nobiltà della partitocrazia!

Ci sarebbe, ammette Non Possumus, anche il centro di Mario Monti, a riscuotere una parte del 60%. Però, avverte, c’è un problema “estremamente inquietante. Se al Senato sarà necessaria un’alleanza tra il centrosinistra e i montiani, questi ultimi pretenderanno di prendere tutto il piatto della partita: un governo guidato da Mario Monti  e strutturato a sua immagine”. Non Possumus non esclude che “ad elezioni avvedute i montiani si ravvedano”. Teme sì che “possano proporre la medesima soluzione a un Berlusconi che sarebbe sicuramente molto più arrendevole alle loro richieste”. Però conclude con virile speranza: “Non andrà così. Per fortuna dell’Italia c’è un arbitro al Quirinale”.

Anche questo è uno scoop. Apprendiamo che l’Arbitro, tra il 25 febbraio e il giorno della scadenza del Settennato. riuscirà a dare allo Stivale un Successore partitocratizzante. Non dovesse riuscirci, forzerà il Successore antipatico a pensarla come lui & Scalfari  almeno per le prime settimane d’arbitraggio.

Le cose potranno andare come legittimamente auspica il Misoneista. Ma noi, non siamo legittimati a chiederci perché il Rinnovatore-delle-istituzioni-senza-distruggerle, dominus di un giornale che adora la modernità, si allinea al conservatorismo di D’Alema & Co., per i quali guai a toccare l’assetto incrostatosi in un sessantottennio di malazioni? Alla pari di D’Alema & Co., Scalfari ragiona e agisce come fosse un émigré a Coblenza in odio alla Rivoluzione.  Gli émigrés avevano ottime ragioni, ghigliottina compresa, per non rimpatriare. Ma l’Inquilino del Colle, il Velista da Gallipoli (ora agroristoratore in Umbria) e il Fondatore non guadagnerebbero qualcosa se si dissociassero dai pochi che ancora credono nelle verità del 1947?

Perché imitano gli ultimi monarchici che andavano a Cascais a baciare la mano all’ultimo Re?  E’ vero, D’Alema  e Scalfari incarnano un passato non onorevole: però si riscatterebbero se dessero un’occhiata al futuro. Sanno d’essere co-imputabili d’avere ridotto la repubblica a una Gomorra, anzi Geenna. Ma gli italiani brava gente perdonerebbero.

Un ultimo nostro dubbio. Con un titolo modernissimo -dentro ci sono anche Buffalo Bill e Toro Seduto- Scalfari non avrebbe potuto essere meno rancoroso con Santoro, colpevole sì di avere rilanciato Berlusconi ma pur sempre gran tenore della sinistra? “Showman di provato talento, venditore di bubbole che rimonta in ogni occasione il vecchio film in cui Totò vende la Fontana di Trevi a Peppino De Filippo”: così Santoro è stato crocifisso da Non Possumus.

Ohibò.

Porfirio

FORTUNE: TECHNOLOGICAL ACHIEVEMENTS

Scientific breakthroughs help China’s agriculture

“China has 19% of the world’s population but just 7% of its farmland. The country has lost more than 20 million acres of arable land since the mid-1990s. The good news is that China has made remarkable progress toward feeding itself in the last 30 years. The central government spent $71 billion on agriculture in 2008; that number soared to $164 billion in 2011. One result of these investments is that China is now the world’s largest agricultural producer; and is the first developing country to meet the UN Millenium Development Goal of cutting in half the number of people living in extreme poverty and hunger by 2015. The nutritional intake of the average Chinese continues to improve, to about the same as the average American.

“The challenges are plentiful. China needs to ensure that the food is affordable for all, and that an increasingly affluent population gets the proper nutrition. Well-publicized cases of tainted food have raised concerns about food safety and waste. To address these concerns, China has sought out the best available science and know-how through partnerships with companies including DuPont and others. Even as productivity increases, food safety remains an essential part of food security.

“With the UN estimating recently that 870 million people around the world go hungry, success in China can serve as a model for many other countries. One single example of a scientific innovation with a broader payoff emerged when DuPont Nutrition and Health tackled the problem of popular yogurt drinks that could not always be kept cold during distribution. The company developed Yo-Mix, yogurt cultures that resists further acidification even at room temperature. Immensely successful in China, the product is now sold globally.  Innovation in China promises to have world impact. Indeed China’s transition from recurring hunger to a food security showcase is a model for global change”.

 

Growing green oil

Sapphire Energy has built the world’s first large-scale farm to grow algae and produce crude oil. Algal oil has the potential ‘ to change the world’ because any nation will be able to produce oil.  Productive and versatile creatures, algae grow fast, don’t need to be fed and build up oil in their cells after being exposed to sunlight and CO2. They like salty or brackish water, so ponds can be built on cheap land where not much else will grow. Into each pond go genetically engineered single-cell algae that grow to maturity in about 5 days, after which they are skimmed from the water and put through a thermo-chemical “wet extraction” process to separate the oil. The company plans to make about 100 barrel of oil a day in New Mexico. If all goes according to plan, commercial production of perhaps 10,000 barrels a day will begin in 2018. Alas, no company can make algal oil at a cost that enables it to compete with conventional petroleum-yet.

 

On the world’s largest fir-tree farm

Holiday Tree Farms is the largest Christmas-tree producer on earth.M Beginning in late October, Holiday’s staff swells from about 250 employees to 700 working 16-hour shifts. They will fan out across the company’s 8,500 acres, while about a half-dozen helicopters crisscross the sky, each hauling 15 trees per load to processing centers. By mid-December the company has cut and transported 1 million trees. After a certain date, the product is completely worthless.

The company (which is private) grossed $25 million in 2011. Each year Holiday plants more than 1 million two-year old seedlings. After two years, workers prune the trees once a year, shaping them into that perfect cone. The company is now growing more of  ‘table-top trees’. There’s been a bigger demand for two- to four-footers. They say it’s the bad economy. Perhaps it’s a baby boomer thing. That generation is getting too old to deal with a big tree.

 

The driverless revolution, by Brian Dumaine

Google has now proved that a self-driving car can travel more than 300,000 miles without a mishap. Its customized Toyota Priuses use an impressive combination of GPS, radar, and a 3-D mapping camera on the car’s roof that ‘sees’ traffic signals, road lanes, and pedestrians in real time. In 2010 four driverless electric vans made the 8,077 miles drive from Parma, Italy, to the World Expo in Shanghai. Last October  California became the third state, after Nevada and Florida, to make self­-driving vehicles street legal. (The catch, for now, is that a human must sit in the driver’s seat, ready to take over in an emergency). Nissan revealed a self-driving prototype. GM, Ford, Toyota, and BMW are experimenting with similar models. In 10 or 15 years you’ll see a lot more of there cars.  These vehicles could also help boost fuel efficiency. For instance, GPS could identify empty parking spaces. In congested urban areas, about 40% of total gasoline use is in cars looking for parking.

The average American commuter now spends 250 hours a year behind the wheel of a vehicle. What if those hours were spent answering e-mails? The technology could be a boon to the trucking industry. Picture long lines of self-driving 18-wheelers, 12 inches apart, speeding down a special lane on the Interstate at 100 mph. Self-driving trucks would boost fuel efficiency by 15% to 20%. No drivers, no stops for fuel and food, and no one sleeping overnight in the cab with the air conditioning running. In remote areas mining companies can use giant trucks carrying tons of ore without an operator at the seat. In Western Australia the mining giant Rio Tinto saves as much as $100,000 a year per truck of exactly this kind.

Source: FORTUNE

E’ ANDATO A INSEGNARE A HARVARD IL SUPERUOMO NIETZSCHIANO

Non sentivo l’urgenza di leggere un articolo di Fortune firmato Michael Porter: forse perché annunciato in copertina, messianicamente, “How to Fix America”. Ma un pezzo di presentazione così descriveva l’autore: “He has influenced more executives, and more nations, than any other business professor on earth. Now he and an all-star team aim to rescue the U.S. economy”; nonché come “the most famous and influential business professor who has ever lived”. Questo non bastando, anche come “the all-time greatest strategy guru. Businesspeople aren’t  the only ones who speak Porter’s language. Leaders of nations, regions and cities use his ‘diamond model’ to frame their plans for becoming more competitive. Environmental policymakers apply the Porter hypothesis. Health care reformers study his work on transforming that broken industry. Now Porter aims to change the conversation on another vast topic: American competitiveness”.

Legittimamente Fortune additava anche i profili prodigiosi dell’ascesa di Michael Porter: “Eight years after graduating from high school he was teaching at the world No.1 business school. He holds a University Professorship at Harvard, the highest honor the school can bestow, held by about 1% of the faculty; it means he isn’t tethered to any particular school within Harvard, but can roam across the entire university, wherever his interests lead him”. Manco a dirlo in un paese anglosassone, “sports were the center of his existence as a kid, and at Monmouth Regional High School in New Jersey he was an all-state football and baseball player. At Princeton, where he majored in aeronautical engineering, he made the NCAA All-America golf team and graduated first in his class”. Infine, “at 65 Porter looks 55 and has more energy than the average 35-year old”.

A questo punto, coronata la grandezza accademica del Nostro coll’eccellenza del palmares nel football, baseball e golf, a tutto disdoro di Pico della Mirandola, non era istintivo chiedermi se Fortune annunciava il Prof. Porter e non piuttosto il Superuomo di Nietzsche, oppure Prometeo, oppure direttamente Jupiter padre e re degli Dei? O magari piuttosto l’Eroe (curiosamente denominato Il Lavoratore, oppure l’Operaio) concepito dalla geniale teogonia di Ernst Junger? Non era obbligatorio che leggessi l’epocale articolo di Michael Porter?

L’ho letto e, per cominciare, ho appreso da così alta autorità che gli americani “have a tremendous goodwill and influence. People listen, and we have to take advantage of that”. Un importante, parrebbe, capitale d’avviamento. Ora, tutti sappiamo che gli USA non vanno presi sottogamba, però da qualche tempo, magari dai mishaps  della guerra d’Indocina, o se si preferisce dalle prodezze industriali dell’Asia, Giappone prima, Corea, Cina Indonesia Malaysia Vietnam dopo, ci eravamo disabituati dal delirare per gli Stati Uniti. Il franco rilancio nazionalista del prof. Porter non può non sorprendere per originalità e coraggio. Ulteriore ragione perché anche voi vi tuffiate nel pensiero di Porter.

Una delle cui strutture portanti è il concetto, nelle parole del Nostro, che “every firm draws on the business environment in the community where it operates. When a firm improves the community, it  often boosts its own profitability, while also advancing the prospects of other U.S.-based businesses”. Altra idea-forza: ” The U.S. is competitive to the extent that firms operating here can compete successfully in the global economy while supporting high and rising living standards for the average American”. La mission che il nietzschiano di Harvard assegna alle aziende statunitensi promana dallo stesso, costruttivo patriottismo: “Some companies are getting far more pro-active. They’re partnering with educational institutions and providing curricular guidance, so school produce workers these companies would love to hire. Now sophisticated companies are finding innovative ways to upgrade their U.S. supplier networks (…) Innovation accounts for a large fraction of growth in national productivity, and the knowledge gained by one firm frequently spills over the others”.

Il famoso scritto, degno di Mosé, va avanti di questo passo. Però gli ultimi tre paragrafi presentano qualche interesse in più:

“We’re at a turning point for American business and for America. Our competitiveness is declining while trust in business erodes. Those developments are not independent. With companies moving operations abroad as the business environment weakens, and reporting strong profits even as opportunities for Americans diminish, a dangerous dynamics emerges that shows itself in America’s dysfunctional political discourse. Trust in business declines, U.S. policies turn against business, companies leave America, and trust erodes further. Business has contributed to the problem. In failing to revitalize their U.S.-based operations and communities, companies are undermining their own opportunities for productivity and growth. It’s time for business to lead in restoring U.S. competitiveness rather than wait for Washington. As business steps up to this broader role, it will turn the tide of cynicism that threatens the very core of America’s prosperity.”

Veniamo a noi. Ingaggiare il Nietzschiano di Harvard difficilmente fornirebbe al vincitore del 25 febbraio idee operative per rilanciare la nostra competitiveness. C’è il pericolo che Fortune, proiettando Porter come un arcidemiurgo, abbia fatto come Hollywood e i grandi media USA, per i quali i Marines e i Navy Seals sono i soldati più vittoriosi al mondo (benché a volte intralciati da vietcong e talebani). Il soverchio magnificare ha i suoi rischi.

Anthony Cobeinsy

C’E’ CHI AMA NEGLI STATES IL MAXIDEBITO USA

Nelle ultime settimane, settimane del fiscal cliff, è andata avanti una curiosa discussione tra esperti americani sul loro macroindebitamento. Paul Krugman, premio Nobel, ha fatto il provocatore coll’affermazione sul New York Times: “We’re not facing any kind of a fiscal crisis”. Nessuna necessità di accordo bipartisan per scongiurare l’insolvenza di Uncle Sam, niente obbligo per la Casa Bianca di ingegnerizzare un procedimento per la riduzione del debito. Manco a dirlo,  pochi hanno aderito alla filosofia di Krugman. Non per esempio lo staff dell’ex-presidente Clinton, nel quale così si sono espressi: “The debt will become a much bigger problem when normal economic growth returns and causes interest rates to rise; passing a credible 10-year plan now will keep the government’s borrowing costs much lower than they will be without one. It’s important not to impose austerity now before a growth trend is clearly established, because as the austerity policies in the Eurozone and the U.S. show, that will slow the economy, cut jobs, and increase deficits; and any credible deficit-reduction plan requires three things -spending reductions, revenue increases and economic growth”.

Nel 2011 il governo federale incassò $2450 miliardi e spese 3540 miliardi. Fu il quarto esercizio fiscale che chiudeva con un disavanzo di questa portata: l’ultimo disavanzo è stato di $1,100 miliardi, pari salvo errore a circa $17,000 di nuovo indebitamento per ciascun americano, uomo donna o bambino. Una giornalista specializzata, Becky Quick, ha calcolato che i $258 miliardi che Washington spende ogni anno per interessi superano l’assieme dei bilanci di sette dipartimenti: Commercio, Istruzione, Interni, Energia, Stato, Homeland Security, Giustizia. A stare al Congressional Budget Office, tra 10 anni il servizio del debito arriverà a costare $1000 miliardi. Secondo una previsione che appare attendibile, la dotazione (trust fund) della Social Security si estinguerà nel 2033 e tutte le sue erogazioni dovranno essere tagliate di un quarto. Anche di qui la proposta della commissione Simpson-Bowles, nominata da Obama, di allungare l’età lavorativa di un anno nel 2050 e di un altro anno nel 2075. Il co-autore della proposta, Bowles, era stato chief of staff di Clinton. Una cinquantina di amministratori delegati delle massime corporations americane appoggiano i provvedimenti Simpson-Bowles, che invece Paul Krugman respinge (“a really bad plan”) in quanto “we are not facing any kind of fiscal crisis”.

Ciascuno può farsi un’idea propria del ragionamento Krugman leggendolo sul New York Times. In ogni caso è certo che la linea del premio Nobel, spensierata come può apparire, ha i suoi sostenitori. Ha proposto Allan Sloan, un esperto in passato repubblicano (nel settembre 2011 ha ripudiato il GOP con una cover story di ‘Fortune’ intitolata ‘American Idiots’), di prendere in prestito  altri 200 miliardi. A scanso di nostri errori, trascriviamo qui in inglese la proposta, dall’autore presentata come un ‘regalo d’addio al segretario al Tesoro Tim Geithner, se lascerà la carica’: “Now here’s what I propose -make a private deal with the central bank of a country that has huge holdings of Treasure securities (for instance, China) and doesn’t dare risk having a default on the interest or principal due on its holdings. Let’s borrow $200 billion by doing this, giving our lender a 10-year security that the Treasure can redeem early if if it chooses to. While Congress is playing its destructive game of chicken, you (Geithner) can keep the government functioning and be the hero who helped us avoid an economic calamity. The Treasure will have to pay an above-market interest rate on this borrowing. But you can score points -very deserved ones- by blaming House obstructionists for the added taxpayer expense”.

Sbagliamo, o questo è un aggiungere miliardi al debito? Oppure non è, ma il risultato è uguale? Ci sembra una logica bislacca, però è condivisa. Che chi governerà a Roma dopo il prossimo febbraio non si invaghisca di Paul Krugman & Allan Sloan. Quanto al secondo,  aggiungiamo per completezza d’informazione  qualche altro suo concetto. Proclamava nel suo ‘manifesto’ (American Idiots): “What’s ailing us? It’s the takeover of the economic debate by fanatics who are up to no good. Fix that, and maybe you fix the economy. Yes, the Tea Party types bear primary responsibility for today’s crisis – but they couldn’t have done it without the cowardice and incompetence of the Obama administration. The root of our current problem is that there are no grownups in positions of serious power in Washington. I spent July whatching with increasing horror as market-illiterate knownothings, abetted by the craven leaders of the Republican Party and the unspeakable ineptness of Obama and his minions, brought our country to within an inch of defaulting on its debt. If I sound angry, it’s because I am. Think of me as an angry moderate who’s finally fed up with the lunacy and incompetence of our alleged national leaders. The one saving grace we have is that the rest of the world seems to be run by midgets too”.

Anthony Cobeinsy 

ROBERTO VACCA – PSICOLOGIA DELLA GUERRA

Perché analizzare la psicologia della guerra? Perché capirne i meccanismi ci suggerisce misure mirate a evitare le sofferenze e la distruzione di risorse causate dalla guerra. È impossibile prevenire ogni possibile conflitto locale – come è impensabile prevenire ogni delitto. Il problema vitale è la prevenzione di grandi guerre totali. Nel 1932 il problema fu discusso in uno scambio di lettere fra Albert Einstein e Sigmund Freud, che fu pubblicato in un volumetto (“Perché la guerra?”) che ebbe scarsa diffusione. I due autori trovarono un accordo su due punti principali, che trattarono molto superficialmente.

Il primo era il concetto che gli esseri umani sono soggetti all’istinto di conservare e unificare – di amare e anche all’istinto di odiare e distruggere. Ciascun istinto è indispensabile quanto lo è il suo opposto. I fenomeni della vita vanno considerati come derivanti dalla loro interazione.

Il secondo punto era che l’impulso verso la guerra potesse essere frenato solo formando una classe superiore di pensatori indipendenti di alta moralità e capaci di illuminare e guidare sia gli intellettuali, sia le masse ispirate, quindi, a seguire i dettami della ragione – una speranza utopica secondo i due autori.

Discuterò queste ingenue opinioni in base a prove storiche e ad argomenti teorici nelle conclusioni propositive di questo scritto.

Ovviamente nel 21° secolo la guerra totale sarebbe un conflitto termonucleare capace di produrre l’Olocausto. Accettiamo, allora, l’imperativo categorico di evitare questa guerra totale. Ricordiamo che la Carta di Londra dell’8 Agosto 1945, firmata dai plenipotenziari dei governi di Francia, Inghilterra, USA e URSS, stabilì il principio che “La sola preparazione della guerra totale costituisce un reato internazionale contro la pace e l’umanità”. Era un intento sensato e meritevole, ma in quasi 7 decenni non è stato fatto nessun tentativo di applicare questo principio – sebbene le 4 nazioni che originariamente lo avevano affermato abbiano preparato guerre totali enormemente più distruttive  di quelle combattute fino al 1945.

Storicamente le grandi guerre furono scatenate da autocrati e anche da governi democratici – appoggiati dal popolo. Spesso il pubblico veniva indotto all’interventismo per mezzo di campagne che evocavano passioni viscerali mascherate falsamente come motivazioni razionali, nazionalistiche o etiche. Durante la guerra fredda l’equilibrio del terrore era accettato da milioni di persone. L’impensabile olocausto nucleare globale veniva pensato come normale. Se ne proponeva una giustificazione razionalizzando la minaccia di una esiziale guerra nucleare come se fosse un fattore frenante – un deterrente atto a garantire la pace.

Gli Accordi SALT per la Limitazione delle Armi Strategiche ci misero decenni per fare passi in direzione della eliminazione totale delle armi nucleari. Al colmo della guerra fredda il potenziale distruttivo contenuto in tutti gli arsenali nucleari del mondo era stimato equivalente a 4,5 tonnellate di alto esplosivo per ogni essere umano sulla terra. Dopo il disarmo parziale raggiunto in parecchi anni di negoziati, quel potenziale è oggi di solo 700 kilogrammi di alto esplosivo per ciascuno di noi.

Oggi NATO e Patto di Varsavia non si fronteggiano più. I Paesi che possiedono armi nucleari sono molti e cresce la probabilità che esse siano presenti negli arsenali degli “stati canaglia”. Questo termine (“crazy states”) fu coniato dal Prof. Y. Dror per definire governi che siano molto aggressivi, inclini a correre rischi, scegliere mezzi sproporzionati rispetto ai fini e preferire stili basati su riti e dogmi curiosi. Esempi: i Crociati, gli anarchici violenti, i nazisti e, recentemente, Iran e Al Qaeda. La psicologia degli ststi canaglia è ardua da analizzare. Per definizione, sono imprevedibili.

I sistemi che integrano radar e satelliti per rivelare attacchi nemici e per mirare e controllare in tempo reale le traiettorie di vettori nucleari sono molto sofisticati. La loro complessità è simile a quella dei sistemi che controllano le centrali elettronucleari. Queste hanno provocato gravi disastri (Chernobyl, Fukushima). Le cause dipendevano da grave incompetenza nel progetto, nella realizzazione e nella gestione, cui non si era ovviato sebbene quelle situazioni fossero note e soggette a eventuali critiche costruttive di esperti. Invece progetto, strutture, prescrizioni, sicurezze, relative ai sistemi di armi nucleari, sono segreti. Gli esperti esterni non possono suggerire miglioramenti, né cautele verso rischi ancora occulti. La conseguenza di un guasto potrebbe essere una prima esplosione termonucleare, seguita da altre per rappresaglia verso l’attacco ritenuto volontario. Per convincere la nazione colpita che l’attacco non era deliberato, l’attaccante potrebbe, forse, infliggere un attacco identico a una delle proprie grandi città. Questo dramma fu rappresentato vividamente in un noto romanzo e nel film che ne fu tratto (Failsafe . “A prova di errore”).

La situazione è resa più critica perché la complessità del sistema non è trasparente. È nascosta nel software di controllo e dei sistemi telematici e in vari casi non è ovvia nei dettagli nemmeno agli esperti. Un problema critico nel delegare decisioni a computer è quello di integrare il funzionamento del software con le decisioni di operatori umani. I sistemi esperti servono a poco se vengono usati da incompetenti. Un obiettivo vitale è quello di rendere trasparente il software di controllo in modo che operatori addestrati possano monitorare i processi e, quando necessario, esautorare il software (come possono fare i piloti di aereo sostituendosi al pilota automatico).

Il pericolo più imminente, dunque, è che una guerra nucleare sia scatenata a causa del malfunzionamento di un sistema di controllo computerizzato o a causa di una decisione umana di lanciare per rappresaglia missili intercontinentali, dopo aver concluso in base a segnali radar erronei che è imminente l’impatto di missili nemici. Nel 1983 i radar del bunker Serpuchov15 vicino a Mosca rilevarono 5 missili americani in volo verso la Russia. Il comandante colonnello S. Y. Petrov delle Forze di Difesa Aerea Sovietiche, identificò l’evento come un falso allarme e non lanciò contro gli Stati Uniti un attacco nucleare di rappresaglia che avrebbe potuto scatenare la terza guerra mondiale.

Probabilmente, dunque, la guerra non sarebbe deliberata da politici, né decisa da militari. Sarebbe irrilevante analizzare la psicologia di quei decisori, dato che un attacco nucleare unilaterale sarebbe probabilmente dovuto a guasti dei sistemi di controllo oppure alla folle azione estemporanea e improvvisa di stati canaglia o di gruppi di rivoluzionari o jihadisti.

Il solo modo per evitare una guerra nucleare è quello di neutralizzare tutte le armi nucleari.

Più che della psicologia della guerra, dovremmo studiare la psicologia delle popolazioni assenteiste che non vedono la eliminazione di tutte le armi nucleari come la sola salvezza dalla guerra totale. Non possiamo attenderci ched lz diplomazia internazionale raggiunga questo obiettivo: il progresso in questa direzione è stato troppo lento. Non possiamo attenderci che un firanno benevolo decreti la eliminazione delle bombe A e H. Dobbiamo riportare la questione del disarmo nucleare nei programmi dei nostri Paesi e degli enti sopranazionali (ONU, Consiglio di Sicurezza dell’ONU, FAO, ILO, OCSE, Corte Internazionale di Giustizia, UNDP, UNEP, UNESCO). Queste organizzazioni  dovranno essere spinte dal pubblico attraverso tutti i canali dai mezzi di comunicazione di massa alle università, dal WWW a gruppi locali, dalle strutture politiche alle organizzazioni non governative. Devono essere sfidati i capi spirituali di religioni organizzate e di movimenti informali. Se continuano a ignorare questo rischio esiziale, siano sfiduciati e considerati irrilevanti.

La guerra non può essere eliminata da una (benevola?) forza bruta superiore. Può essere bloccata dalla forza della cultura. Questa asserzione è dimostrata dall’evidenza storica.

Negli anni Trenta governi militaristi e  nazionalisti erano pronti a scatenare la guerra e lo fecero a sangue freddo. La cultura di quel tempo non era uniforme. Includeva democrazia proveniente dal parlamentarismo britannico, da principi Jeffersoniani, dalla Rivoluzione Francese. Includeva anche dittature nazi-fasciste e bolsceviche che negavano le libertà fondamentali ed esercitavano violenze estreme. Anche oggi ci sono dittatori e stati canaglia, ma non ci sono grandi potenze che attribuiscano alla guerra valori mistici superiori.

Nel 2012 all’Unione Europea e alla Commissione Europea fu dato il Premio Nobel per la Pace con la motivazione: “per oltre sei decenni hanno contribuito all’avanzamento della pace, della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa”.

Il Prof H Menudier della Nouvelle Sorbonne tenne un discorso all’OCSE a Viennaper celebrare quel Nobel il 18 Dicembre 2012. Disse che dal 1870 al 1945 in 75 anni la Francia e la Germania avevano combattuto tre guerre fratricide con disastrose conseguenze materiali, umane e morali – mentre oggi la sola ipotesi di una guerra franco-tedesca ci sembra del tutto assurda.

La pace europea deriva dalla cultura europea. È vero che alcuni politici estremisti e violenti hanno ancora seguaci in Francia, Grecia, Ungheria. Perè le tirate isteriche e aggressive nello stile di Hitler o Mussolini non incontrerebbero il favore di vasti pubblici.

Oggi, nel 21° secolo, la pace non è certo globale. Gli europei sono intervenuti, hanno combattuto e sono morti in Irak, Afghanistan, Libia, Mali. Sno scoppiate guerre locali in Asia e in Africa. Dobbiamo ancora temere che si estendano. Quindi dobbiamo studiare, pianificare e agire per identificare una psicologia applicata a prevenire la guerra. Questa non sarebbe efficace, se si limitasse a disseminare esortazioni a fare il bene. Il messaggio FATE L’AMORE – NON LA GUERRA non ha avuto successo adeguato. Il simbolo seguente:

viene interpretato dai più come “una cosa per la pace”, mentre sta per “DN” = Disarmo Nucleare [è la sovrapposizione dei caratteri per D e per N nell’alfabeto a bandierine dei semaforisti. La cultura anti-armi nucleari deve essere disseminata spiegando il significato dei simboli, i meccanismi causa-effetto della minaccia – l’unica soluzione: il Disarmo Nucleare. Questi fattori essenziali devono essere integrati per capire e modificae la  psicologia dell’assenteismo.

Certo che la cultura deve continuare a essere migliorata e rinnovata come fattore di crescita umana, progresso scientifico, ricerca e sviluppo. In senso specifico dovrebbe essere orientata verso il Disarmo Nucleare – un movimento mondiale da resuscitare sulla scia di grandi pensatori come Linus Pauling e Bertrand Russell.

L’obiettivo è quello di innalzare i livelli culturali in modo che intere popolazioni capiscano i numeri e le probabilità che ci confrontano – il fatto che il rischio è l’estinzione, non solo vita dura e decimazione. Per capire davvero questa imminente tragedia, il pubblico deve imparare a prevedere eventi futuri, a identificare pericoli reali e a calcolarne le conseguenze. Il fatto che l’equivalente di 700 kilogrammi di alto esplosivo per ogni essere umano, contenuti negli arsenali nucleari, potrebbe distruggere la maggior parte del mondo dovrenìbbe motivarci ad accettare e disseminare un nuovo manifesto BAN THE BOMB (NO ALLA BOMBA). Non dobbiamo limitarci a diffondere un testo edificante che contenga una sola idea.

Il manifesto deve essere un appello a progettare e realizzare una grande iniziativa internazionale che coinvolga molti sponsor pubblici e private, università, aziende, comunicatori, operatori Web, enti, agenzie e mezzi di comunicazione di massa.

La guerra hitech è una minaccia molto più grave della guerra convenzionale. Quindi il movimento dovrà promuovere la diffusione di un innalzamento del livello tecnologico del pubblico. Oggi l’alta tecnologia corre il rischio di essere strangolata dalla mancanza di cultura. I personal computer potenti e velocissimi costano sempre meno, ma (a parte contesti professionali) vengono usati principalmente per videogiochi, riprodurre immagini inessenziali, ascoltare musica, vedere film e chattare. Dovrebbero essere usati, invece, a fini significativi: acquisire, elaborare e creare conoscenza. Se il pubblico capirà meglio il mondo, si convincerà che conviene evitare la guerra.

Stanno crescendo i numeri e la complessità delle scelte tecnologiche che devono messere fatte da governi, enti internazionali e imprese. Esse hanno forti impatti sulle risorse, la salute e la stabilità della società e anche su drammatici problemi internazionali. Fra questi: povertà, ingiustizie, violenza esercitata per assicurarsi risorse, migrazioni verso Nord e Occidente. Molti paesi che non sono nemmeno sulla via dello sviluppo, hanno vaste risorse naturali (minerali, energia, terre coltivabili) che non sono sfruttate per mancanza di cultura e di investimenti. Non servono misure di emergenza a breve termine, ma grandi interventi internazionali mirati a pacificarli e stabilizzarli e, quindi, a soluzioni tecnologiche avanzate. Gli impatti socio-economici della tecnologia sono positivi, se è permeata di cultura e se la cultura è disseminata e offerta come un’opzione realistica. Questi risultati attenuerebbero anche le tensioni internazionali generate dall’aspirazione dei paesi sfavoriti ad assicurarsi  una più equa distribuzione di risorse. Innalzare i livelli culturali è la ricetta per evitare non solo una mortale guerra totale, ma anche disuguaglianze inumane e penosi conflitti locali.

*      *      *

Risorse, strumenti, pietre miliari

Il WorldWide Web offre banche dati, pacchetti di software, sofisticati servizi finanziari e bancari, testi significativi, informazioni su sistemi moderni di controllo e decisione – ma la maggioranza della gente (spesso inclusi manager, pianificatori, decisori) non ne sanno abbastanza per utilizzare al meglio queste risorse. In effetti spesso non sono nemmeno in grado di distinguere informazioni e servizi di alta qualità da proposte illusorie o fuorvianti di cui la rete è piena. Finiscono così ad accontentarsi di materiale irrilevante o volatile.

È necessario creare alleanze e task force che arruolino cultura, accademia, parlamenti, aziende di ogni dimensione perché usino i media per offrire al pubblico strumenti per un continuo miglioramento culturale. Questo farà crescere non solo domanda e profitti per industrie hitech, ma anche il valore aggiunto dalle attività umane a ogni altra risorsa. La prosperità cresce nelle società in cui la ricerca di conoscenza è un valore accettato – e finanziato.

Questa impresa userà tutti i media: giornali, TV, radio, riviste, editoria elettronica. Lo stesso concetto di intrattenimento dovrà essere ridefinito. I nuovi contenuti non saranno volatili, ma edificanti.

L’arte di comunicare sarà al servizio della cultura. La disseminazione di cultura è compito di basse delle scuole, ma le loro funzioni devono essere integrate per stimolare l’emulazione. Le scuole sono lente a innovare. Occorre far partire nuove imprese culturali fuori dalle scuole. Nessuna azienda, nemmeno le maggiori, ha tante risorse da poter finanziare un programma così vasto. Si dovrà creare un consorzio internazionale di aziende (editori, produttori di tecnologia dell’informazione e della comunicazione, società di ingegneria, pubblicitari, esperti) – tutti uniti pedr promuovere una rivoluzione culturale. La cultura non può essere surrogata da spot televisivi, slogan e s e banalità.

Gli obiettivi seguenti dovranno essere pubblicizzati da persone sagge, autorevoli, visibili che torcano i polsi a politici, imprenditori, editori. La loro non partecipazione dovrà essere considerata uno scandalo.

Un programma dettagliato, preparato con l’aiuto di un numero adeguato di esperti, dovrà essere preparato e presentato a sponsor – un’impresa impegnativa.

 

Indottrinamento alla cooperazione

L’impresa di innalzamento culturale ha bisogno di un vastio appoggio popolare per avere sucesso. Vanno indottrinati: accademici, insegnanti, manager delle risorse umane, parlamentari, editori, giornalisti, attori. Vanno proposti esempi di pensiero razionale positivo e condannate le iniziative vaghe e astratte,

Dalla preistoria la psicologia della maggioranza è stata coartata a credere che sul lungo termine traiamo profitto dall’egoismo e dall’avidità. In tempi abbastanza recenti la teoria matematica della cooperazione ha mostrato che è vero il contrario. La cooperazione è più vantaggiosa dell’egoismo. Certo le prove logiche e il pensiero razionale sono spesso rifiutati: la gente si fida di più della pretesa saggezza convenzionale e degli impulsi viscerali. La teoria della coppe razione deve essere insegnata nelle scuole di ogni livello.

Saranno usati ovvii passaparola e ci vorranno esperti di pubblicità che si riorientino  dai loro approcci tradizionali (sacrificare gusto e rigore per essere più popolari, basare i messaggi su slogan e icone) verso caratteristiche più intellettuali. Le loro abilità mireranno alla diffusione virale dell’equazione: “miglioramento culturale = salvezza”. Non abbiamo linee guida per questo percorso: dovremo procedere per tentativi-

 

Massime da scolpire nella coscienza collettiva

I migliori fabbri di parole dovranno produrre memi atti a incidersi nelle menti umane. Massime significative e motivanti – non slogan.

 

Insegnamenti dai classici – non solo dalla tecnologia

Il miglioramento culturale userà la moderna tecnologia dell’informazione e della comunicazione. Non proporrà solo programmi di riabilitazione tecnologica presentati da tecnocrati, ma la coltivazione delle “due culture” e di molte oltre le due. Diffonderà conoscenza degli insegnamenti dei classici.

 

Collaboratori eccellenti

Saranno arruolati a supporto scienziati di prima classe, già impegnati in attività di redenzione culturale. Come, per esempio.

1)     Prof John L. Casti, Ricercatore Senior presso IIASA, International Institute for Applied System Analysis

2)     Prof. Richard Dawkins, autore di “Il gene egoista”, Foundation for Reason and Science

3)     Prof. Freeman Dyson, il fisico

4)     Sir Harold Kroto  – ha scoperto le molecule di C60 “buckyballs”, ha fondato il Vega Science Trust (www.vega.org.uk ) ingaggiando scienziati per disseminare le loro conoscenze. Ha fondato il Kroto Research Institute per nanoscienza e tecnologia.

5)     Carl Weiman (Nobel per la Fisica 2001) – propone programmi per migliorare l’istruzione superiore (vedi www.livescience.com/technology/080725-sb-education-future.html)

 

Letture raccomandate

  1. Lowell Jones, R. – International Arbitration as a Substitute for War between Nations, University Press, St.Andrews – 1907
  2. Burdick, E., Wheeler, H. – Fail-Safe, 1962
  3. Hardin, G. The Tragedy of the Commons, Science, 162, p. 1243, 1968
  4. Dror, Y. – CrazyStates, Kraus Reprint, 1980
  5. Axelrod, R. – The Evolution of Cooperation, Basic Books, 1984
  6. Vacca, R. – A Juridical Solution to the Problem of Nuclear Disarmament, 8th World Conference of World Future Studies Federation: “The Futures of Peace – Cultural Perspectives”,  San Jose,  Costa Rica, 1984.