BERSANI STUDI DA DEPRETIS E GIOLITTI: CON RENZI POTREBBE FARCELA

In sé Pierluigi Bersani non è che il Proco buono. Uno dei pochi vassalli di Itaca che avrebbero potuto essere risparmiati dall’implacabile arco di Odisseo. Bersani è, tra i capibanda della nostra camorra partitica, forse quello che ha le mani e l’anima meno sporche. Appartiene al Mob di Chicago, ma è un fatto che ha vinto bene le primarie ed ora è premier in pectore, fa visite di presentazione alle cancellerie, compila liste di ministri. Gli ha giovato esser figlio del Benzinaio di Bettola, comune piacentino che ha la fortuna d’essere scambiato per la giurisdizione di don Camillo & Peppone, la prediletta tra le piccole patrie italiane. Anzi, se ci saprà fare, lui next premier fonderà in sé, casalingo centauro metà uomo metà cavallo, i cromosomi e i Dna dell’arciprete che fu cappellano d’artiglieria e dell’unico gerarca simpatico di provenienza Pci.

Persino con questi atouts il successore di Monti rischia grosso. Rischia di risultare nient’altro che uno dei tanti pari grado di Rumor e Forlani. A Monti questo è già capitato, per aver deciso di rispettare le regole dell’oligarchia e il mandato del Colle. In più Bersani non ha dietro di sé un partito di potere vero, quale era la Dc di Rumor e Forlani. Ma se il rischio è grande, grandi sono anche le opportunità. Potrebbe andargli meglio del previsto. Di seguito elenchiamo le cose che gli occorrono per fare il gran salto, da comprimario a mattatore.

1. Liquidare Vendola, of course. Lo indennizzi facendolo ambasciatore all’inutile Onu, oppure ad Ottawa onde avvicinare al luogo natio il convivente il cui nome ci sfugge. Potrebbe anche, con la minaccia di un’uscita dell’Italia dal Palazzo di Vetro, ottenere per l’Esodato da Terlizzi la copertina di ‘Time’ o di ‘Vanity Fair’. Sempre facendo la voce grossa, potrebbe fargli assegnare il Nobel per l’affabulazione lirica o, a scelta, per il massimalismo da macchietta.

2. Destinare Matteo Renzi a n° 2 del governo, oltre che Mario Monti al Quirinale. Così le vittorie elettorali sarebbero schiaccianti e il Pd si ergerebbe a partito di quasi tutti gli italiani: non degli astenuti, delle schede bianche e nulle, dei grillini, dei padani, delle amazzoni pdl e di un po’ di lunatici.

3. Realizzare le promesse e mezze promesse mancate da Mario Monti: equità dei sacrifici, tagli brutali ai costi della politica, cancellazione di una Camera e delle province, dimezzamento dei compensi ad alti burocrati e a boiardi, dismissione di beni pubblici, eccetera. In più, rottamazione dei vecchi gerarchi e volti nuovi. La crescita, Monti non l’ha mai veramente promessa; per Bersani-Renzi non è tassativa, né del resto è realizzabile attraverso ‘politiche industriali’ o ‘di sviluppo’.

4. Una volta che il compimento dell’agenda Monti abbia rafforzato il nuovo corso, lanciare e imporre l’agenda Bersani-Renzi: passaggio a uno Stato social-liberale, o liberal-sociale, le cui priorità siano un certo livellamento delle condizioni e la graduale evoluzione del sistema in senso tendenzialmente collettivistico. I contenuti popolari dell’agenda Bersani-Renzi otterranno un vasto consenso, coll’inoperante opposizione delle columns di Piero Ostellino, delle invettive di Oscar Giannino e di altri nostalgici del liberismo. Dovranno seguire la patrimoniale e le immediate rettifiche della politica estera: ritiro di tutte le operazioni militari, uscita dalla Nato, miniaturizzazione dei bilanci della difesa. Obbligatoria la chiusura e vendita del Quirinale coi suoi arazzi e le dipendenze estive.

Direte: sono discorsi semiseri. Tuttavia ammetterete che, combinando i vari fattori -l’agenda Monti, le novità di Renzi, l’affidabilità del figlio del Benzinaio, la bonomia di don Peppone, le direttive di Bruxelles, le esigenze dei mercati- i futuribili qui esposti si fanno verosimili. Storicizzando, diciamo che a Bersani, se farà i compiti a casa, potrebbe arridere la fortuna che andò ad Agostino Depretis e a Giovanni Giolitti. Le loro furono le strade maestre della politica italiana tra l’Unità e il fascismo.

Mazziniano in gioventù e pro-dittatore in Sicilia nel 1860, Depretis dominò la scena tra il 1875 (discorso di Stradella) e  la morte nell’87. Presidente del Consiglio per undici anni, è deprecato come l’inventore del Trasformismo. Ma il Trasformismo non fu solo inciucio e connubio. Fu anche fine del monopolio della Destra agrario-preindustriale, confluenza di tradizioni, gestione condominiale della realtà di un regno appena unificato. Di Giolitti, il maggiore governante italiano tra gli anni di Cavour-Garibaldi e quelli di Mussolini, tutti sanno tutto. Va solo ricordato a Bersani, quando le prime difficoltà lo deprimeranno, che l’avvio del trentennio giolittiano non fu fortunato (scandalo della Banca Romana, fuga del Nostro in Germania). Successivamente Giolitti torreggiò come ‘dittatore parlamentare’ e artefice della trasformazione del liberalismo, da notabilato dei ceti alti a grande forza centrista, conduttore naturale della nazione. La sola dura sconfitta dell’Uomo da Mondovì fu il non essere riuscito a scongiurare l’intervento del 1915.

Nonostante gli anatemi di rito alla Salvemini, il trasformismo e il giolittismo restano riferimenti obbligati per la prossima fase. Il Partito democratico deve trasformarsi, e insieme al Pd deve trasformarsi lo Stivale. Depretis e Giolitti non erano pensatori, ma statisti del concreto. Nemmeno Bersani e Renzi sono pensatori; statisti del concreto possono diventarlo (Teodorico, Carlo Magno e il sassone Ottone il Grande non sapevano né leggere né scrivere). Non è chi non veda le affinità delle circostanze politiche tra i tempi Depretis-Giolitti e i nostri. Non è evidente il potenziale sincretico tra il vinattiere di Stradella il deputato di Dronero e ‘quei Due’?

Porfirio

ORAZIO PIZZIGONI: CRISI DEI PARTITI CRISI DELLA DEMOCRAZIA E’ VERAMENTE COSI’?

La democrazia è in crisi. Tutti si stracciano le vesti. Accusandosi a vicenda per lo stato comatoso dei partiti, che della democrazia moderna sono la struttura portante. Per non parlare del cosiddetto centro, di cui Casini si è arrogato la rappresentanza; egli si tira fuori della questione e non si capisce perché. Nessuno offre una soluzione. Una crisi allora senza speranza? Siamo arrivati alla fine di un’epoca? La democrazia moderna chiude qui il suo ciclo vitale? Al di là delle ripicche che dominano la vita politica, gli approfondimenti sulle ragioni della crisi sono pressoché inesistenti. La verità è che essa ha ragioni lontane. Affonda le sue radici nella seconda guerra mondiale, che mise alla prova le vecchie logiche democratiche segnalandone, di fronte all’irruzione sulla scena delle grandi masse popolari, le insufficienze e i limiti. La partecipazione attiva di milioni di civili alla lotta contro il nazismo e il fascismo ha modificato i vecchi assetti istituzionali. La delega, considerata strumento esclusivo della democrazia secondo le vecchie logiche di potere, ha mostrato la corda. Chi si era impegnato, in armi o no, contro le concezioni autoritarie di nazismo e fascismo, chiedeva, in termini più o meno precisi, di poter essere protagonista anche in tempo di pace. Ma come? Utilizzando quali strumenti? Facendo riferimento a quali progetti?

Nessuno disponeva di progetti. Né a destra, né a sinistra. Mancanza di intelligenza politica? Scarsa fantasia istituzionale? Al di là delle insufficienze delle forze politiche, la crisi metteva allo scoperto un problema più profondo. Quello della sofferenza non di questo o quell’aspetto ma della medesima logica di potere che in passato risultava funzionale alle classi dirigenti, le quali selezionavano chi assumeva posizioni di responsabilità. Attacco non a questo o a quel caposaldo, ma al cuore del sistema stesso. L’adeguamento della democrazia moderna alle nuove esigenze delle società uscite dalla guerra implicava un passaggio verso nuove forme di rappresentanza, che richiedevano un salto di qualità nel senso della partecipazione. Ed è proprio sulla partecipazione che la democrazia, così come concepita sin lì, manifestava i suoi limiti organici. Di qui il disagio che ha pervaso quasi tutti i paesi, in modo particolare nella vecchia Europa. Un disagio che si va estendendo e rende vani (o quasi) gli aggiustamenti, i rattoppi, gli interventi chirurgici ora qui ora lì. Che fare allora? Quali le prospettive in un mondo che reclama in termini sempre più precisi ed estesi il coinvolgimento della società civile? Sono i quesiti che tormentano il nostro tempo. Destinati ad aggravarsi se non troveranno risposte.

Orazio Pizzigoni

 

PIU’ INVESTIMENTI  PIU’ DISOCCUPAZIONE?

L’idea, accettata da quasi tutti, che basti investire per ridare fiato all’economia, si scontra con una verità solare: che gli investimenti si fanno (quasi) sempre col proposito di ridurre i costi di produzione, con particolare riguardo per quello del lavoro. Più macchine e più innovazione significano organici più magri. Nell’Inghilterra del Settecento gli operai reagirono distruggendo le macchine. Siamo di fronte al medesimo dilemma? Direi di no. Ma certo è impossibile negare che gli investimenti, invocati come la panacea, comportano la drastica riduzione dell’occupazione. Allora non ci sono prospettive per lo sviluppo? La disoccupazione è la sola alternativa alla crisi? Che dobbiamo metterci l’anima in pace e accettare le ferree leggi del mercato.? No. Bisogna cercare nuove strade, scatenando la fantasia e l’intelligenza. Mi domando per esempio se una di queste strade non sia rappresentata (aprendo una nuova fase epocale) dalla riduzione dell’orario di lavoro: da otto a sette ore, e quindi via via a sei, a cinque. Secondo filosofie che tengano conto dei mutamenti intervenuti in tutti i campi.

o.p.

I RICCHI PIANGERANNO, MA SPENDING REVIEW ANCHE PER CIPPUTI

Se a uno, due, tre successori di Mario Monti seguisse, con poteri pieni pienissimi, Licurgo leggendario legislatore spartano; o Tommaso Moro il progettista di Utopia; oppure San Benedetto da Norcia fondatore di quasi tutti gli ordini monastici della storia; oppure infine Ho Chi-Minh trionfatore sui francesi: quante ne farebbe più di Bersani uno qualsiasi dei sullodati! Per cominciare, con apposite spoliazioni  e avocazioni abolirebbe i molto ricchi (e raddoppierebbe il prelievo fiscale su quanti deplorassero l’invidia sociale). Annichilirebbe i consumi d’alta gamma, partendo dalla moda eccellenza italiastra. Però farebbe la spending review anche sui bilanci e gli stili di vita della classe operaia. Avrebbe grasso da tagliare anche sotto la sacra soglia dei 1200€, raggiunta grazie alla combinazione tra lotte dei lavoratori con fischietti, mantelline rosse e tamburi di latta, e astute concessioni dell’economia di mercato.

Una volta decimate le varie articolazioni dell’agiatezza da media in su, il Diadoco dei diadochi di Monti non si farebbe scrupoli: colpirebbe i costumi di spreco di quel proletariato industriale che negli States si considera -chissà perché- middle class; da noi no, un po’ per questo o quel complesso e più ancora per un senso critico più sviluppato. Riflettete, peraltro: al metalmeccanico, né disoccupato né esodato, che gli manca -se in famiglia c’è un secondo reddito, rispetto all’impiegato di fascia bassa? Quasi niente gli manca: più o meno lo stesso trilocale col mutuo, la stessa figlia studiosa all’università sotto casa per una laurea triennale, gli stessi 8 giorni mezza pensione low cost a Marbella, gli stessi elettrodomestici  quasi sempre esagerati di pollici, di litri e di altri parametri sostitutivi di quelli del passato. Il Giustiziere del futuro non indulgerà sui microlussi cretini. Non perché il metalmeccanico meriti meno del competitor impiegatizio: merita spesso un po più.

Il quarto successore di Monti non si accanirà nella spending review per sadismo, né per amore di santa povertà. Questo paese entrerà in frangenti amari: declino complessivo, montare della disoccupazione, popolazione che invecchia e vuole terapie sempre più costose. L’Italia si chiamava la Grande Proletaria; forse lo ritornerà, passata la lunga sbornia da Pil, che ci aveva catapultati verso l’alto della classifica. Più la gente si alfabetizza e più si impongono opere di razionalizzazione e  giustizia: dall’espropriare i redditi degli alti mandarini, e non solo dei politici, a costruire carceri  e ostelli per i senza dimora, a cento altre misure che esigono ripartizione dei sacrifici. Licurgo, Tommaso Moro, San Benedetto, Ho Chi-Minh, nessuno di loro riuscirà a colpire solo i ricchi. Avrà bisogno di prendersela anche con Cipputi. E dove dovrà tagliare Cipputi, sotto la benevola minaccia di Equitalia, quando tot milioni di famiglie dovranno farcela con €700 al mese, congratulandosi eccome di averli conquistati i 700, in cambio di zero lavoro?

Cominciando dalle cose minime, Cipputi dovrà rinunciare all’abbonamento allo stadio, alle sigarette (suo nonno fumava mozziconi), all’abbigliamento high speed quando fa il ciclocampione della domenica, alle spese venatorie, al televisore grande come un mobile, a decine di altre spese insulse. Cipputi si faccia raccontare come campavano padre e nonno, i quali risparmiavano sul biglietto del tram e credevano che Marbella fosse un asteroide. I lunghi passi indietro toccheranno ai soci del Golf molto più che a lui; però toccheranno. L’auto individuale costa troppo, ed è inverecondo anche il mini-autoparco di casa, quando ogni figlia commessa e ogni figlio precario ha bisogno della 4ruote, è più comoda per andare in palestra o all’ happy hour. La finanza pubblica diventerà spietata quando dovrà mantenere sempre più disoccupati di lungo corso. Piangeranno soprattutto i proprietari di barche, ma per la legge dei numeri i Cipputi non rideranno.

Infine il lusso d’ultima generazione, che fa sbigottire i nonni: la casa col mutuo. Nè Cipputi né i suoi giovanotti al primo impiego saranno più in grado di ragionare “il mutuo mi costa come l’affitto”. Mutuo e affitto non sono la stessa  cosa, lo si sapeva bene un tempo.  Neanche il lavoratore di concetto si consentirà la casa individuale come quando le vacche erano grasse. Il “co-housing” sarà strada obbligata per molti. Alla fine del 2012 si calcolano 900 mila mutui in sofferenza: ecco un primo grosso contingente di obbligati al co-housing. I trilocali e servizi con posto macchina e/o cantinetta, specie se da finire di pagare, andranno venduti. Nel co-housing, cooperativo o no, gli alloggi individuali avranno meno della metà dei metri quadrati tradizionali; altri spazi e funzioni saranno in comune e saranno poco onerosi. Per i senzalavoro stabili sarà una scelta obbligata: i traguardi del benessere si faranno umili.

Ma non sarà espiazione dura. Il co-housing e la decimazione delle auto saranno un vivere civile, e in più ci libereranno da angosce antiche e moderne. Il pane sarà assicurato a tutti perché la collettività solidale metterà in comune non tutte le risorse, ma parecchie.

l’Ussita 

SE AMANO LA CAUSA DEL POPOLO LE SINISTRE SPARISCANO or LASCINO LA POLITICA

Quale più quale meno, i paesi del Vecchio Continente avrebbero bisogno di socializzare ricchezza e povertà. Di mettere in comune le risorse e redistribuirle con meno iniquità. Non solo Grecia Spagna Portogallo Italia; anche Gran Bretagna, Germania, Scandinavia, più l’intero campo ex-comunista. A termine non immediato l’Europa tutta è minacciata dall’ergersi di competitori che non esistevano quando essa raggiunse il benessere generalizzato. Per non diluire il discorso, non parliamo del resto del mondo, cui pure il discorso neocollettivistico -ma amico dell’uomo- varrebbe.

Non saranno le forze conservatrici a fare la svolta socializzante di cui sopra; e questo è naturale. Non è naturale, anzi è mostruoso, che (tutti sappiamo) non saranno nemmeno le forze di sinistra. Si prenda l’Italia. Ovviamente né il recidivo Berlusca né chiunque gli succederà alla guida del campo conservatore attueranno mai le opere di giustizia e di razionalizzazione. E’ altrettanto certo -ma in teoria è contro natura- che senza Matteo Renzi non le attuerà Bersani, because of the funny Character da Terlizzi (Ba). Che anzi, più si rafforzeranno nel campo Pd le linee massimaliste, meno ricchezza sarà ridistribuita, meno opere di equità verranno compiute. Più la pace sociale sarà investita dalla militanza gauchiste, meno si allenterà la presa del capitalismo. Non per colpa dell’idea egualitaria; per colpa degli  uomini che ne sono portatori.

Spiegazione. Coloro che propongono di svoltare a sinistra sono (dai più) disistimati sospettati detestati oggi come lo furono un secolo fa, quando eccedettero nella Rivoluzione d’Ottobre; e come lo furono nei successivi settantacinque anni di stalinismo, di socialismo ‘realizzato’, di conati qua e là di presa del potere, di settarismo in armi, di pretese di sopraffazione ideologica e di coazione morale. Nel 1919-21 italiano provarono a imporsi con gli scioperi, l’occupazione delle fabbriche, lo sventolio di tessuti rossi, gli insulti ai sentimenti della gente. Il Fronte popolare francese naufragò in una dozzina di mesi. Quello spagnolo resse 16 settimane, poi fu abbattuto dalla Guerra civile. La mite repubblica di Weimar, prevalentemente governata dai socialisti, cercò l’appoggio dei Corpi Liberi prenazisti contro i tentativi rivoluzionari. Lo scontro sociale in mezzo mondo non fece mai avanzare la causa popolare, al contrario. Nel 1948 ci si illuse in Grecia di vincere coi mitra guerriglieri, in Italia con la ripresa delle mobilitazioni del 1919-21.

Tutto ciò è stato abbandonato con la morte dell’Urss e delle democrazie popolari, odiate dai popoli come pochi altri regimi della storia (oggi l’ex campo comunista è una marmaglia di satelliti degli USA). Tuttavia quasi dovunque sono rimasti nel business dell’opposizione i luogotenenti dei rivoluzionari e dei sobillatori del trentennio che finì nel 1948, poi degli agitatori disarmati del sessantennio successivo. Perché i popoli che difendono i propri retaggi avrebbero dovuto, perché dovrebbero, accettare una proposta sinistrista sempre accompagnata dalla pretesa di una (cervellotica, cioè falsa) superiorità culturale e morale? Si usa ripetere che sarebbe innaturale che le sinistre rinunciassero ad essere se stesse. Innaturale forse, utile sicuro. Restando sinistre le sinistre vengono regolarmente battute, anche là dove vincono le elezioni. Dopo Mitterrand la Francia fu più, non meno, prigioniera delle Duecento Famiglie. Idem la Spagna dopo Zapatero, l’Italia dopo Romano Prodi e Fausto Bertinotti, il Vendolo d’antan.

E’ ineluttabile. Se amano la causa del popolo, gli uomini di sinistra abbandonino la politica. Lascino che le svolte e i raddrizzamenti dei sentieri le facciano uomini e pensieri nuovi, mai identificati coi fatti e le illusioni del secolo che si aprì nell’Ottobre rosso; mai attivi a sinistra. Ogni volta che i reduci del detto secolo tentano la riscossa, la loro causa arretra.

Allora nessuna speranza per l’ecumene dei poveri? Qualcuna sì: che sorga e si metta in azione qualche apostata del credo capitalistico, qualche transfuga del liberismo, qualche riformatore energico e spregiudicato del vecchio ordine. Bismarck in Germania, Ataturk in Anatolia, Miguel Primo de Rivera in Spagna, i miliardari F.D.Roosevelt e Harold Macmillan in USA e Gran Bretagna, Charles de Gaulle in Francia -per non parlare di una schiera di governanti autoritari che erano colonnelli, persino sergenti, e per non parlare di alcuni leader religiosi- fecero nel concreto a favore della giustizia, quali che fossero le loro bandiere, molto più che tutti gli agitatori e i teorici rossi che conosciamo. Gli uomini che additiamo furono tutti vituperati dai duri e puri della lotta di classe (ma i perdenti furono questi ultimi). Il meglio sarebbe un grande papa che si facesse rivoluzionario. Un papa può dirsi ed essere rivoluzionario, con effetti sismici. Un personaggio di sinistra, no.

Conseguenza terra terra: ogni scheda deposta nell’urna color rosso rafforza l’Impero del Denaro, cioè del male. Nulla inganna di più che l’euforia da primaria progressista. E’ facile farla ai lettori di ‘Repubblica’ e di ‘Manifesto’, a quanti pensano all’unisono di Santoro e di Landini, a quanti si twittano l’un l’altro per inneggiare ai bagni di gauchisme.

l’Ussita

PROFETIZZO’ ANCHE PER NOI IL MAZZINI DI SPAGNA JOAQUIN COSTA

Tutti i regimi che hanno retto la Spagna nell’ultimo novantennio -Primo de Rivera (1923-30), la Repubblica (1931-39), Franco (1936-75), i socialisti e i conservatori del postfranchismo- si sono richiamati a Joaquìn Costa.  Egli è come se fosse il padre della Spagna tra Ottocento e Novecento. I manuali di storia precisano che in senso stretto  fu il primo pensatore del Regeneracionismo, il risveglio della coscienza nazionale dopo la prostrazione seguita al 1898, quando le corazzate degli Stati Uniti affondarono al largo di Cuba l’intera flotta spagnola, dalle bandiere gloriose ma dagli scafi di legno; e misero fine all’Impero di Madrid. L’abissale umiliazione apparve uccidere la fierezza nazionale: ma un uomo si contrappose per primo alla disperazione e mobilitò i sentimenti delle élites. Per questo si è affermato che gli scorsi novant’anni hanno guardato a Joaquìn Costa, a prescindere dai credi politici. A differenza di Charles De Gaulle, che volle riscattare la Francia dagli smacchi del 1870 e del 1940, il Nostro non ebbe dalla sua né il potere, né il carisma, né le circostanze che fecero di de Gaulle un grande protagonista.

Nato nel 1846 a Monzon, cittadina dell’Alto Aragonese ai piedi dei Pirenei, figlio di un modesto coltivatore, Costa pervenne alla reputazione di caposcuola attraverso sacrifici giovanili eccezionalmente aspri. D’inverno studiava e lavorava in letto, mancando di riscaldamento. Ridusse a pezzi l’unico paio di scarpe che possedeva. Arrivato a insegnare all’università madrilena, rinunciò subito per protesta contro certe linee del governo di Antonio Cànovas del Castillo, una specie di Giolitti spagnolo. Quando il Nostro morì, nel 1911, tutta la Spagna ufficiale e intellettuale si unì nel lutto; ma egli non aveva mai avuto una vera cattedra, né un ruolo pubblico pari alla sua fama. Ciononostante resta un maestro e un simbolo: per capirci, fu un apostolo alla Giuseppe Mazzini, autore di un prodigioso sforzo di scrittore, di promotore e di acceso patriota. “Soy aragonés; espagnol por dos veces” (volte).

Il suo nazionalismo era identificazione assoluta col retaggio  popolare. Dalla vocazione storicistica e dalla tradizione derivava i contenuti più attuali: così per la drammatica questione dei contadini senza terra. Non perdonava ai governanti liberali di avere spogliato i municipi e le comunità tradizionali delle terre che possedevano da secoli. Al di là dei camuffamenti laici e modernizzatori, i liberali arricchirono la nuova borghesia e gli agrari che allargarono i loro latifondi; i contadini poveri non furono in grado di comprare. Tutta la vita Costa lottò, egli non militante di sinistra, per la restituzione delle terre e per la rinascita delle tradizioni collettivistiche. Tentando di far rivivere l’antico, di fatto professava alcune tesi socialiste. La sua era una posizione così radicalmente anticapitalista, legata ai vecchi usi collettivi e alle tradizioni municipali, da fargli rifiutare il concetto stesso dei confini di proprietà.

Il riformatore che amava riproporre in termini nuovi le conquiste del passato, derivava da queste ultime valori quali le ‘libertà aragonesi’, il diritto di non obbedire agli ordini illegali del re (il sovrano non essendo che il più alto dei servitori della nazione) dunque il diritto all’insurrezione, il rifiuto dell’assolutismo e della teocrazia, implicante la separazione tra Chiesa e Stato. Invocava il reclutamento di una nuova classe politica: non tra i tradizionali ‘clientes’ dei maggiorenti e dei partiti ma nella ‘massa neutra’ della media borghesia, delle professioni e dell’imprenditoria (il proletariato era fatto di analfabeti). In più esortava all’azione tutti gli onesti che si vergognavano della miseria dei lavoratori iberici. La Spagna, predicava, doveva europeizzarsi per sfuggire a un destino di africanizzazione.

Col tempo Costa andò abbandonando il romanticismo antiquario, e inasprì la critica del liberalismo conservatore. Prese a negare ogni legittimità al Parlamento. Respinse in toto la versione rappresentativa della democrazia, perciò sfiduciando i ceti dirigenti del suo tempo: una ‘necrocracìa’, un’oligarchia di morti contro la quale era giusto rivoltarsi, essere anarchici. Ma assai più concreta fu la sua famosa invocazione, riferita da tutti i manuali di storia, di un ‘cirujano de hierro’,  un chirurgo ‘ferreo’ cioè deciso, capace di amputare le cancrene nazionali. A questo personaggio mitico andava la missione di azzerare la casta dei politicanti, allora i notabili liberali. Questo avrebbe fatto nel 1923 il generale marchese Miguel Primo de Rivera,  amico del popolo e dei socialisti.

Alcuni, non troppi, hanno creduto di vedere nel ‘chirurgo di ferro’ la prefigurazione dell’autoritarismo fascista che, muovendo anche da impulsi socialisteggianti, undici anni dopo la morte di Joaquìn Costa avrebbe conquiststo l’Italia e fatto scuola in non pochi paesi. E invece nel grande disegno di Costa prevalevano i caratteri egualitari e ridistributori della ricchezza. Però nulla poteva accadere senza il ‘cirujano de hierro’ che abbattesse le istituzioni create per i propri fini da una borghesia neoilluminista che non aveva interesse a saldarsi ai proletari. Per Costa il sistema realizzato, con la Restaurazione borbonica, dal vigoroso conservatore Cànovas del Castillo era rimasto sterile: aveva fatto gli spagnoli fisiologicamente incapaci di avvicinarsi all’Europa: “C’è un’energia vitale -constatava- che manca a un popolo che accetta di farsi spogliare da una classe di potere indegna”.

Un secolo dopo la morte del profeta aragonese queste diagnosi desolate non si attagliano agli spagnoli sottomessi a Zapatero e a Rajoy? Più ancora, non descrivono quella specie di ‘malattia del sonno’ (tripanosomiasi) che, oltre a infierire nell’Africa tropicale, rende noi italiani incapaci di liberarci degli usurpatori che ci opprimono dal 1945? Joaquìn Costa profetizzò anche per noi.

A.M.Calderazzi

SE BONAPARTE E IL CAVALIERE FOSSERO RIMASTI ALL’ELBA

Straripando di rispetto verso il Grande Sconfitto da Arcore, quando si è riofferto all’Italia non ci siamo uniti al coro dei denigratori, dall’Economist agli ultrà del merkelismo. Invece siamo riandati alla fosca vicenda del Corso, che col suo avventurismo aveva sconvolto l’Europa e qualcosa di più. L’epilogo andò come segue. Il 1° aprile 1814 il cinico Talleyrand, tra l’altro principe di Benevento, si fece nominare dalla ‘coda del Senato’ parigino -60 senatori su 140- capo del governo provvisorio della Francia. Il giorno dopo, alla testa della coda del Senato, proclamò decaduto Napoleone; il quale abdicò senza opporre resistenza (lo stesso farà il Cavaliere nel novembre 2011), ottenendo in cambio, oltre alla sovranità dell’isola d’Elba, di conservare il titolo di imperatore, di portare con sé un battaglione della Guardia, nonché di incassare un assegno di 2 milioni. Giorni dopo ebbe un crollo, tentò di avvelenarsi, ma il 20 aprile si accomiatò dai suoi granatieri a Fontainebleau e fece rotta per l’Elba. Dieci mesi dopo, “animato com’era -scrive uno storico della Sorbona- dalla fede nella propria stella”, sbarcò improvvisamente in Francia e così cominciarono i fatali Cento Giorni. Sconfitto definitivamente a Waterloo, l’ex-sovrano elbano provò a imbarcarsi per l’America, ma la via del mare era bloccata dalla flotta britannica. Dovette consegnarsi  e fu deportato a Sant’Elena, per morirvi sei anni dopo.

Se doveva finire così. per l’Eroe non sarebbe stato saggio restarsene a Portoferraio (Elba) col blasone imperiale, il comando di un battaglione e il beneficio della buonuscita? Venendo ai Cento Giorni del sovrano brianzuolo, i presagi non sono benigni. Abbandonato nella disgrazia, come Napoleone dai marescialli ingrati, non gli rimane che una coda del Pdl, cui cambierà il nome ma con la quale coda difficilmente scongiurerà la Waterloo di Febbraio. Certo il regnetto d’Elba/Mediaset era troppo diminutivo per l’ego del Cavaliere. Così rieccolo tra noi, candidato alla disfatta elettorale e al wagneriano Goetterdaemmerung, crepuscolo degli Dei.

Se morganaticamente sposerà Francesca, oscura adolescente forse conosciuta a Napoli oppure all’Elba, troverà finalmente la pace, nonno coccolato da una dolce nipotina. Però avrà dovuto pagare alti prezzi, persino in termini monetari. Dopo la sconfitta finale, i suoi vincitori -specialmente stranieri- non avranno clemenza. Forse non faranno prigionieri.

A Waterloo l’Imperatore seppe che l’Europa coalizzata sarebbe stata implacabile. Il Congresso di Vienna apprese la notizia del ritorno dall’Elba alla fine di una  delle sue tante feste da ballo (la grande diplomazia di allora era persino più futile di quella dei nostri giorni). Il solito Talleyrand-Perigord, uno dei più bei nomi di Francia ma bieco traditore del suo sovrano (traditore come quel Gano di Maganza, cognato di Carlo Magno, che a Roncisvalle fece morire Orlando, il più prode dei paladini) fece adottare dal Congresso la Dichiarazione del 13 marzo: “Napoleone si è messo fuori del consorzio civile. Come perturbatore della pace del mondo si è esposto alla vendetta del genere umano”. Immaginate voi la condanna, all’apertura delle urne di febbraio, che dilanierà il Grande Postribolatore! Si fosse contentato del piccolo reame dell’Elba, non sarebbe sfuggito a un destino orribile?

In ogni caso, restando all’Elba Egli avrebbe a tempo debito potuto acquistare cash, o con un concambio con una ‘division’ di Fininvest, una repubblica dei Caraibi. Ammaliati dal suo porgere e dai suoi shows televisivi,  i nuovi sudditi, molto più numerosi e allegri di quelli di Portoferraio, lo avrebbero plebiscitato Capo dello Stato. con conseguente impunità diplomatica rispetto a tutte le Procure del pianeta. E’ stato un errore non leggere più libri sul Corso maledetto.

Basilio

PERCHE’ SVEZZARCI DAL SALARIO

“Anche nei paesi più pesantemente industrializzati, l’occupazione industriale non arriva a superare stabilmente la metà del totale degli occupati, così come la percentuale di occupati sulla popolazione totale non arriva a superare stabilmente la metà degli abitanti. Nel Regno Unito si realizza negli anni Ottanta un profondo processo di abbandono dell’industria tradizionale, con la sostanziale chiusura delle miniere e la fortissima riduzione delle industrie siderurgica e automobilistica, coll’abbandono della politica di protezione e di sussidi pubblici (…) Ormai nelle economie avanzate 8 lavoratori su 10 sono occupati nel ‘settore terziario’ dagli aspetti variegati, sempre meno  definibile in termini di ‘posti’ di lavoro. Ed è proprio qui che si diffondono categorie nuove: il lavoro a tempo parziale o a tempo definito e il telelavoro si combinano in una crescente frammentazione di compiti, prestazioni, modalità, sistemi di remunerazione; e rendono necessario un discorso nuovo”.

“Il cerchio così si chiude. Ci aggiriamo sperduti tra le macerie del lavoro domandandoci come fare a ricostruire qualcosa; parliamo ancora di ‘posti’ di lavoro quando non se ne creano di fatto quasi più, di salari minimi quando il salario è diventato una forma di remunerazione relativamente antiquata”.

Queste enunciazioni dal saggio di Mario Deaglio “Il lavoro e le sue prospettive“, pubblicato nel 2000 nell’Atlante del Novecento della UTET, appaiono un riferimento obbligato quando si voglia pensare l’avvenire né immediato né lontano. Deaglio addita le positività di quattro prospettive, che definisce ‘importanti campi d’azione’: l’istruzione; l’allungamento dell’attività produttiva al di là dei rigidi limiti d’età, ‘con carichi via via più leggeri’; la disciplina della mobilità; una regolazione equa dei flussi migratori e del tipo di competizione che può avvenire a distanza. Sono prospettive largamente condivise, le quali contrastano l’inclinazione a vedere il futuro nei termini più pessimistici. Tuttavia resta, con tutta la sua forza, la constatazione “di posti di lavoro, non se ne creano di fatto quasi più”. In Occidente l’area della povertà, cioè della mancanza di lavoro, tende ad allargarsi. Per l’Irlanda si parla di un 6% in più.

Probabilmente gli irlandesi dovranno dimenticare l’euforia di pochi anni fa, quando una serie di circostanze (che potrebbero non tornare) sembravano aver cancellato per sempre quel parossistico squilibrio tra risorse e popolazione che nella Great Famine del 1845-47 aveva fatto un milione e mezzo di morti per fame e spinto l’anno successivo un milione di persone a emigrare nel Nord America. Tendiamo a considerare ormai impossibili in Occidente sciagure così gravi, e diciamo che a pensare così facciamo bene. Tuttavia faremo meglio a prevedere delle vie di fuga. Non dobbiamo temere il flagello della distruzione del raccolto di patate, che uccise tanti irlandesi. Però ci minaccia la capacità dei nuovi paesi manufatturieri di produrre ‘tutto’. La via di salvezza più promettente sarà forse di avvezzarci alla fine dello sviluppo. Per molti implicherà di imparare a vivere senza un reddito di lavoro. La collettività dovrà imporre gravi sacrifici agli abbienti per poter garantire il minimo vitale a tutti i bisognosi; e tutti i bisognosi dovranno rinunciare ai confortevoli stili di vita che i tempi prosperi elargivano.

Tutto ciò renderà necessarie restrizioni sempre più dure alle libertà economiche e ai diritti di proprietà. A meno di non tornare alle ferocie della Great Famine, quando gli inglesi che mangiavano -e le loro élites erano comproprietarie del mondo: la Gran Bretagna egemonizzava il mercato mondiale- consideravano naturale che la carestia spopolasse l’Irlanda, come in passato facevano le pestilenze- a meno di non tornare alle ferocie, dicevamo, le società democratiche e libere dovranno accettare la disciplina dell’irreggimentazione collettivistica, sola capace di distribuire la ricchezza con qualche equità, come Londra non fece in Irlanda. Il riorientamento politico richiesto dall’imperativo della solidarietà coi miseri sarà verosimilmente più arduo nei paesi che avranno meglio conosciuto gli urti della lotta di classe e l’attivismo delle sinistre. Ciò in quanto l’aggressività di queste ultime avrà aggiunto anticorpi difensivi negli strati abbienti e diffuso diffidenze nelle masse teoricamente rappresentate dalle sinistre settarie.  Forse la socialità prevarrà più agevolmente dove le bandiere rosse avranno sventolato meno.

Anthony Cobeinsy

PAESE RICCO E POVERO PAESE

C’è ancora qualcuno che cerchi disperatamente una buona notizia, qualcosa che possa allietare la fine d’anno e il nuovo inizio? Eppure c’è, sotto gli occhi di tutti, grossa come una casa, e neppure freschissima. Già in settembre l’”Economist” ci aveva informato che siamo ricchi, addirittura i più ricchi di tutti. Emergeva da una tabella ricavata dalle fonti più autorevoli che ci attribuiva un patrimonio familiare complessivo superiore, in percento del PIL, a quelli di Gran Bretagna, Francia, Giappone, Stati Uniti e Germania (quest’ultima umiliata da uno spread a rovescio di oltre 150 punti) nell’ordine. Niente male, per la vecchia “grande proletaria” di un secolo fa, ancora piuttosto stracciona nell’era fascista, protagonista di un miracolo economico dopo la seconda guerra mondiale ma ricacciata indietro di brutto dalla crisi generale tuttora in corso, che l’ha colpita più duramente di qualsiasi altro paese più avanzato dell’Occidente.

Una vera bomba, insomma, a malapena ridimensionata da un rapporto della Banca d’Italia a metà dicembre che ci retrocede al terzo posto, dopo (per pochissimo) Gran Bretagna e Francia ma sempre davanti a tutti gli altri. Se dobbiamo invece credere a “Die Zeit”, che quasi contemporaneamente ci ha dedicato un paginone con i nostri dati economici essenziali, saremmo soltanto settimi al mondo con un patrimonio medio pro capite di quasi 43 mila euro. Ma anche così, crediamo, c’è di che sgranare gli occhi. Lo stesso settimanale tedesco non nasconde la sua sorpresa e cerca infatti di spiegare il vistoso contrasto con la maggiore parte dei suddetti dati e i tanti altri aspetti meno o per nulla gaudiosi della nostra realtà nazionale. I quali, oltre a tutto, non sono mutati di molto rispetto a sei anni fa, quando la ricchezza smise di aumentare e cominciò invece una discesa di oltre undici punti.

Spicca notoriamente tra essi un debito pubblico tra i più alti del mondo nonché fonte recentissima, per chi non crede alle trappole e ai complotti, di gravissimi guai e tormenti. E tuttavia non si può dire che il relativo dato sia tale da svuotare di significato classifiche che dovrebbero confortarci. L’indebitamento pubblico complessivo  risulta di poco inferiore ad un quarto del patrimonio familiare, ma la quota dei corrispondenti titoli di credito detenuti da enti e privati connazionali supera la metà del totale ed è anche nettamente più elevata dell’analoga quota dei debiti esteri altrui, con la sola eccezione del Giappone tra i paesi grosso modo confrontabili.

Quanto ai debiti delle sole famiglie, quelli italiani si considerano relativamente leggeri in quanto inferiori, rispetto al reddito disponibile, di quasi un terzo a quelli francesi e tedeschi, di poco meno della metà a quelli americani e giapponesi e di tre quinti a quelli britannici. La pesantezza del debito nazionale nel suo insieme è d’altronde alleviata dalla modestia del deficit del bilancio statale che deve sostenerla e che soprattutto nel 2012 è stato ridotto ad un livello superiore solo a quello della Germania nonchè destinato ad azzerarsi prossimamente se non vi saranno mutamenti di rotta governativa e il contesto internazionale favorirà l’operazione.

La ricchezza, insomma, assoluta o relativa che sia, esiste, per cui anche dell’Italia si può parlare, come si faceva tradizionalmente per la Francia, di uno Stato povero in un paese ricco. Ma è poi davvero povero lo Stato italiano? Se lo è, chi lo amministra può sicuramente darne la colpa ad un’evasione fiscale di massa, da primato europeo se non mondiale. Gli evasori, tuttavia, possono a loro volta scaricare responsabilità dirette e indirette su gestori della cosa pubblica incapaci di estirpare o almeno ridimensionare una corruzione altrettanto radicata e diffusa e una criminalità più o meno organizzata, che gravano anch’esse sull’erario, oltre al resto. E, soprattutto, raramente capaci di usare in modo equo, oculato ed efficace i proventi del fisco quando non dediti nel loro insieme, come nella fase attuale, allo sperpero sistematico del denaro loro affidato, all’arricchimento personale e di gruppo o addirittura al ladrocinio individuale e collettivo.

Nonostante tutto, il paese ha saputo comunque accumulare nel corso dei decenni una ricchezza della quale soltanto adesso si tende a paventare la precarietà, non senza validi motivi, proprio nel momento in cui viene coralmente rivelata o riconosciuta e documentata, mentre persino la potente e prospera Germania comincia a dubitare della propria. In attesa però di vedere meglio come si vorrà o potrà reagire a simili timori, va registrato e sottolineato sin d’ora un dato che già offusca largamente un quadro che altrimenti potrebbe apparire un po’ rasserenato se non proprio luminoso.

La ricchezza, infatti, non soltanto è male gestita e utilizzata a livello collettivo, al punto da rendere fin troppo frequenti ma spesso giustificate le denunce di infrastrutture, servizi amministrativi e giudiziari, sanitari e scolastici, ecc. “da terzo mondo”. Di tutto ciò, insomma, che insieme alla qualità della rappresentanza politica poteva autorizzare il generale de Gaulle ad affermare, contraddicendo Indro Montanelli, che l’Italia non era un paese povero ma un povero paese. La ricchezza nazionale è anche assai male distribuita, al punto da rendere scarsamente o per nulla significativa la relativa media pro capite. Poco meno della metà dei patrimoni familiari è da tempo in mano al 10% più facoltoso della popolazione, mentre la sua metà meno abbiente ne detiene meno del 10%.

Nel primo caso la quota è venuta crescendo dopo il 2008, ossia negli anni della crisi, mentre nel secondo è diminuita, conformemente ad una tendenza ben diffusa in tutto l’Occidente e che in Italia si è fatta in realtà sentire un po’ meno che altrove. Ancora più squilibrata anche nel raffronto internazionale è la ripartizione dei redditi, malgrado una leggera riduzione tra il 1995 e il 2008. Il coefficiente Gini che misura il loro grado di disuguaglianza ci vede superati in Europa solo dal Portogallo e alla pari con la Gran Bretagna. Nel mondo stanno peggio gli Stati Uniti o paesi più poveri e arretrati come il Messico, per non parlare, ironia della sorte, delle grandi potenze ex comuniste, Russia e Cina.

E’ fin troppo facile prevedere che se non si correrà ai ripari in fretta e con risoluta volontà di cambiare strada sotto una moltitudine di aspetti la ricchezza si scioglierà come neve al sole e anche prima di completarsi la sua liquefazione continuerà a colpire soprattutto le masse già più indigenti. Aggravando, nel frattempo, anche un’altra forma di sperequazione: quella geografica, esemplificata tanto per citare una cifra dal fatto che tre quarti delle esportazioni nazionali provengono dalle sole regioni settentrionali. Quelle centro-meridionali stanno specializzandosi nell’export di rifiuti, a spese proprie o meglio di tutti i contribuenti, non senza la complicità delle mafie. Le quali, espandendosi, non mancano peraltro di trovare al nord non poca ospitalità.

Dopo un lungo periodo di sostanziale stagnazione l’Italia è stata, tra i paesi membri del G7, quello con la crescita del PIL più vicina allo zero anche nel 2011, sopravanzata solo dal Giappone vittima però del disastro di Fukushima, ed è l’unica a chiudere il 2012 in marcata recessione accompagnata forse, ma a distanza, dalla Gran Bretagna.

Esistono alternative credibili alla crescita ininterrotta e a tutti i costi? In linea teorica probabilmente sì. In concreto, la loro eventuale adozione non potrà certo avvenire su due piedi, sarà sicuramente laboriosissima se non dolorosissima e in ogni caso richiederà la profusione di creatività, sacrifici e compromessi per consentire l’instaurazione di inedite forme di vita e di convivenza interne e internazionali. Non tutti i paesi riusciranno nell’impresa con la stessa rapidità e lo stesso successo. Mentre in Germania il dibattito sull’opzione della crescita zero è già in fase avanzata, nell’Italia che stenta a sbarazzarsi del problema Berlusconi  non se ne trova quasi traccia.

Nel frattempo si vanno creando un po’ dovunque, nel mondo generalmente considerato più sviluppato e più progredito, ma in modo particolare in Italia, situazioni economico-sociali sempre più simili a quelle che Carlo Marx vaticinava come premessa per il salto ineluttabile dal sistema capitalista a quello comunista. Più che dal fiasco delle esperienze russa, cinese ed altre le profezie, se non le analisi, marxiste sono state smentite finora dalle contromisure che il capitalismo ha saputo porre in atto nei confronti sia delle sfide avversarie sia dei propri stessi punti deboli. Può darsi che ce la faccia anche dopo la crisi recente e tuttora non superata, della quale si continua a discutere se sia più o meno grave di quella del 1929-1932.

Il suo esito resta comunque incerto, mentre è pressocchè certo che dall’Italia non ci si potrà aspettare un grande contributo all’apertura di nuove vie su scala planetaria, o quanto meno regionale. Eppure solo un quarto degli italiani dichiarano di  apprezzare il capitalismo (e i francesi ancor meno, per la verità, sempre secondo un sondaggio del 2010) e qualcuno all’estrema sinistra ricomincia a parlare di rivoluzione sia pure “civile”. Inutile dire che in questo caso una smentita sarebbe altrettanto sorprendente e ancor più gradita della scoperta della ricchezza.

Franco Soglian 

CALCHI NOVATI: CHE MALE CI HA FATTO IL MALI?

Il Mali è uno Stato dell’Africa occidentale. Ben pochi italiani saprebbero localizzare con esattezza il Mali sulla carta geografica. Eppure il ministro Andrea Riccardi ha ripetuto più volte in queste settimane che l’Italia confina con il Mali. Una forzatura? Una metafora?  Riccardi – già presidente della Comunità di Sant’Egidio, benemerita per le molte iniziative di mediazione e di pace condotte in Africa e in altre parti del mondo – è ministro dell’Integrazione e della Cooperazione internazionale. Sarebbe spontaneo aspettarsi nelle parole di Riccardi un motivo di solidarietà. Nel Mali è in atto una crisi che minaccia la stabilità e la stessa integrità dello Stato. In realtà, Riccardi aveva in mente la “sicurezza”: non del Mali, ma dell’Italia, dell’Europa, della Nato. Pensava all’alternativa militare. La crisi interna al Mali, uno dei tanti problemi che derivano dalla formazione di Stati segnati dalle peripezie della storia e per finire dalla spartizione dell’Africa fra una mezza dozzina di nazioni europee nella seconda metà dell’Ottocento, è stata trasformata d’imperio in una crisi globale. La comunità internazionale, come si dice, dovrebbe mettersi in gioco per difendere gli assetti di cui l’Occidente usufruisce per il suo benessere e in ultima analisi per i privilegi del blocco sociale che detiene il potere qui da noi e nel centro del sistema. Se ci sarà un “intervento” avallato da qualche istanza regionale o internazionale e forse dalla stessa Onu, malgrado qualche giustificazione apparentemente di buon senso, si tratterà di un’altra guerra Nord-Sud.

L’argomento corrente è che l’attività ribellistica nel Mali, come del resto con maggiore o minore intensità in tutta la regione sahelo-sudanese, riproduce la fenomenologia del terrorismo e della guerra al terrorismo indetta più di dieci anni fa da Bush junior e proseguita con metodi un po’ ritoccati da Barack Obama. I suoi riverberi possono estendersi all’Europa. Il Mali come un nuovo Afghanistan o forse, con più verosimiglianza, una nuova Somalia: tanto deserto, l’islam in crescita e poco controllo del territorio da parte delle autorità più o meno legittime. Da qui nasce l’allarme anche per l’Italia. Poco importa se l’Italia rischierà di trovarsi di fronte a una realtà che è fuori dal perimetro abituale dei nostri interessi in Africa e con cui non abbiamo nessuna vera dimestichezza. A Bamako, capitale del Mali, un nostro “vicino” stando alle parole di Andrea Riccardi, l’Italia non ha neppure un’ambasciata. Così come non ha un’ambasciata nel Burkina Faso, altro paese dell’Africa occidentale ed ex-possedimento della Francia come il Mali, il cui presidente sempre Andrea Riccardi invitò come co-protagonista del Forum per la cooperazione internazionale organizzato a Milano dal governo italiano ai primi d’ottobre. Il presidente del Burkina Faso si chiama Blaise Compaoré: posa a uomo d’ordine e a interlocutore fidato dell’Occidente ma si porta dietro la fama di aver tradito il suo compagno e “fratello” Thomas Sankara, con cui aveva compiuto un colpo di Stato diventato una “rivoluzione” per realizzare una società pura ed egualitaria. Con i suoi ideali radicaleggianti e minimalisti Sankara si inimicò la Francia e la vicina Costa d’Avorio, presieduta allora da Félix Houphouët-Boigny, massimo garante dell’“Afrique du papa”, e finì assassinato in un complotto che in molti imputano a Compaoré, suo vice e successore.

Nominalmente l’evento di ottobre si proponeva di rilanciare la cooperazione allo sviluppo dell’Italia. Ciò nonostante, Monti, intervenuto alla tribuna del Piccolo Teatro dove si svolgeva il Forum, dichiarò – in parte leggendo il testo preparatogli dai consiglieri di Palazzo Chigi o della Farnesina e in parte per farsi capire meglio sciogliendo in “bocconiano” il “politichese” dei burocrati – che l’Italia contava molto sulle relazioni con l’Africa per i ritorni che possono beneficiare la nostra economia (il famoso “sistema paese”) ma che l’Italia allo stato attuale non ha fondi da mettere a bilancio per la cooperazione.

Il Sudan, come dalla locuzione araba che nella versione completa (sudan al-bilad) significa “terra dei neri” è nota la regione che si estende immediatamente a sud del Sahara, è stato la sede dei primi imperi africani di cui il mondo esterno sia venuto a conoscenza tramite gli scrittori e geografi arabi. Nel Sudan, dove prevale la savana con vegetazione bassa e terre relativamente fertili, sono possibili ampi insediamenti umani, si pratica l’agricoltura e si fanno sentire i lasciti del mondo arabo, cui si devono la religione del Profeta e una concezione dello Stato. Uno degli Stati sudanici fiorito fra il XII e il XIV secolo si chiamava appunto Mali. Il suo sovrano era così ricco che le spese e generose elargizioni sue e del seguito nel corso del pellegrinaggio rituale alla Mecca provocarono un’inflazione al Cairo. Il commercio trans-sahariano, retto principalmente sullo scambio fra il sale degli arabi e l’oro degli africani (“commercio muto” perché le due parti aggiungevano sale o oro finché si trovava un accordo a gesti), promosse lo sviluppo di città come Timbuctu, Gao e Djenné, tutte comprese nei confini del Mali moderno, che sono entrate nella leggenda della memorialistica di viaggio. Le moschee di sabbia che risalgono a una decina di secoli fa – e che non hanno ovviamente la resistenza degli edifici in pietra o marmo del potere e del culto nell’area mediterranea – sono state continuamente rimaneggiate con devozione e sapienza permettendo loro di sopravvivere al tempo. Da quando le rotte dei traffici con l’Africa si sono spostate dal Mediterraneo all’Atlantico, le regioni interne a contatto con il deserto hanno conosciuto un inarrestabile declino a vantaggio delle zone costiere. Le città da favola sono state via via invase dalla sabbia. Nelle cronache di oggi hanno perso ogni grandezza e sono presentate come borghi polverosi. Minacciate dall’iconoclastia dei ribelli, che contestano l’ortodossia della loro architettura, potrebbero di qui a poco essere prese di mira dai carri armati dello scassato esercito del Mali o dai missili e aerei senza pilota americani che potrebbero partire da una base lontana, persino dall’Italia.

La geopolitica di origine coloniale che in questa regione dell’Africa vide la Francia come capofila ha portato alla costituzione, dal Senegal al Nilo, di Stati compositi a cavallo fra l’universo arabo-islamico e l’Africa nera. L’amministrazione francese ha favorito le élites nere, più malleabili e più facili da convertire al cristianesimo rispetto alle popolazioni arabizzanti di fede musulmana del nord. È così che i governi al momento dell’indipendenza avevano il loro fulcro nel sud, anche nell’estremo sud, come in Mali (ex-Sudan francese), di Stati che si prolungano poi in enormi distese desertiche o semidesertiche dentro il Sahara. L’Inghilterra nel Sudan vero e proprio ha perseguito un obiettivo opposto, appoggiandosi al nucleo arabo-islamico del nord per non scontentare troppo l’Egitto, ma ha egualmente preparato una scissione virtuale formando a sud un’élite anglofona e in parte cristianizzata da monaci siriani nei primi secoli dopo Cristo e più tardi, a partire dal XIX secolo, da missionari europei (fra cui si distinse per zelo religioso e attenzione alla cultura locale il nostro Comboni).

Il Sahara è il regno dei tuareg e più in generale delle popolazioni berbere che si dedicano al commercio lecito e illecito lungo le antiche linee carovaniere. Gli Stati costituiti, con la città e l’agricoltura come propri segni distintivi, non amano i modi di vita dei nomadi. Le frontiere sono una garanzia per gli uni e un impedimento per gli altri. Pressoché ovunque si sono succedute forme di irrequietezza, resistenza ai processi di sedentarizzazione e vere e proprie guerre (non necessariamente a fini secessionistici). In Mali governo e tuareg anni fa hanno stipulato un accordo di pace in piena regola, che non ha impedito tuttavia la ripresa della belligeranza perché le terre dei nomadi sono rimaste lontane dagli occhi e dal cuore del potere centrale.

È su questo sfondo che va visto lo scontro che preoccupa la diplomazia internazionale. I termini del conflitto rimontano indietro nel tempo. Ma è ormai evidente la contaminazione frutto da una parte dei movimenti jihadisti che riecheggiano al-Qaida e dall’altra della strategia americana per contenere l’islamismo politico. Il Sahel è una zona di confine fra due mondi nel senso ambivalente di ogni confine. La tradizione africana concepisce il confine come una terra di transito e comunicazione piuttosto che come una barriera. Ma la war on terror non ammette zone grigie. Lo Stato, per alcuni versi guardato con diffidenza da chi vorrebbe soprattutto mercato e flusso di capitali e prodotti, ridiventa prezioso per le funzioni di polizia che dovrebbe svolgere. Mai gli Stati saheliani hanno avuto confini così rigidi come oggi, sotto la tutela delle reti di vigilanza e comunicazione approntate dalle politiche di contrasto di al-Qaida e più in generale delle bande criminali o a sfondo politico-ideologico che praticano il contrabbando e si autofinanziano con le estorsioni e i sequestri di turisti o cooperanti occidentali (il cosiddetto walking money). La “militarizzazione” dello spazio è un ostacolo che i clan berberi vedono come una minaccia esistenziale anche a prescindere dalle logiche che appartengono alla mobilitazione islamica. Il presidio esasperato autoproduce in tutto o in parte i fenomeni che vorrebbe scongiurare e li perpetua. Non è un caso che nessun governo africano abbia voluto prestare il proprio territorio agli Stati Uniti come base ufficiale del loro Comando unificato per l’Africa (Africom), temendo evidentemente di diventare un bersaglio. Ma Gibuti a est e il Mali a ovest forniscono agli americani più di una facility e le conseguenze si vedono. Il Mali è diventato la madre o il padre di tutte le turbolenze e di tutte le interferenze. Le sue istituzioni, fragili malgrado un percorso di democratizzazione coronato da successo, sono esplose.

Il 10 dicembre scorso l’esercito di Bamako ha battuto un colpo. In prima linea c’è  l’ambizioso capitano Amadou Haya Sanogo. Il 22 marzo aveva deposto il presidente Amadou Tamani Touré, il padre della rivoluzione democratica che si era indebolito dopo aver cercato di brigare un terzo mandato riformando la Costituzione. Inseguito alle pressioni ricevute dagli stessi protettori del Mali, il capitano aveva accettato di cedere il potere ai civili. La transizione non ha funzionato alla perfezione. Il capo del governo uscito dall’accordo con i militari, Cheikh Modibo Diarra, un astrofisico della Nasa ed ex-presidente di Microsoft Africa, si è dimostrato troppo ingombrante per le pretese di Sanogo, che chiaramente al comando vuole solo uomini di sua stretta fiducia. Il colpo del 10 dicembre non sarebbe peraltro da intendere come un Putsch ma come un semplice avvicendamento al vertice: fuori l’indigesto Diarra e dentro Diango Cissoko. L’Unione europea avrebbe preso per buona la versione di Sanogo.

Lo scopo dell’irruzione dei militari sulla scena già in marzo era di rendere più efficace – ma anche di “nazionalizzare” – la lotta contro la rivolta separatista dei tuareg nel nord del Mali, che hanno finito per essere inglobati, volenti o nolenti, nel big game del terrorismo e dell’antiterrorismo. La guerra si è intensificata ed è stato proclamato uno Stato indipendente, detto Azawad, pari a quasi tre quarti del paese, in cui si mischiano tendenze separatiste e spinte fondamentaliste. I militari lamentavano appunto l’incapacità del governo di venire a capo dell’insorgenza. All’atto pratico, il capitano Sanogo ha incontrato tuttavia le stesse difficoltà e per di più si sta dimostrando tutt’altro che contento di lasciare la leadership alle forze “neo-coloniali”.

Considerando l’impotenza del Mali, in effetti, si è messa in moto una sia pure confusa iniziativa che combina attori regionali e grandi potenze. L’organizzazione regionale per l’Africa occidentale (Ecowas o Cedeao nei due acronimi inglese e francese) ha approvato un intervento militare con truppe che dovrebbero essere fornite anzitutto da Nigeria, Niger e Togo. L’Ecowas è di per sé un’organizzazione economica ma ha già messo alla prova la sua vocazione militare in Liberia e Sierra Leone. È la Nigeriaa dettare i temi e i tempi. La fragilità del sistema regionale è un’incognita per tutti. Dal nord premono in varia misura gli Stati che si affacciano sul Sahel: la Libiaesportando i quadri dismessi della Legione costituita a suo tempo da Gheddafi, la Mauritaniacon la sua cronica instabilità e i confini porosi, l’Algeria con una politica spregiudicata che non si sa dove sia di freno e dove di fomentazione delle ribellioni a fini di controllo per preservare la pace all’interno. L’Algeria è il solo Stato a possedere una strumentazione militare efficace ma è troppo gelosa della sua indipendenza per essere bene accetta agli Stati Uniti come partner a distanza e contraccambia Washington con la medesima moneta. La stessa Unione africana potrebbe chiedere garanzie sulla “costituzionalità” del sistema politico vigente a Bamako prima di assecondare un intervento.

La Francia e gli Stati Uniti, per una volta in sintonia e non in competizione come spesso accade in Africa, sono pronti a fornire assistenza tecnica, armi e addestramento. L’obiettivo sarebbe di ripristinare la sovranità del Mali sull’Azawad. Ci si chiede però quale sovranità e quale Stato viste le condizioni in cui versa il Mali. L’Italia è disponibile per qualche forma di sostegno. I comandi e le corporazioni militari hanno trovato un portavoce interessato nel ministro della Difesa del governo Monti, un ammiraglio che aveva un posto di rilievo alla Nato. C’è chi sta pensando a come reimpiegare in altri teatri di guerra le truppe italiane e le esperienze che saranno ritirate dall’Afghanistan?

La vicenda del Mali ha una portata che trascende la fattispecie singola. È tutta l’Africa compresa fra il Mediterraneo e la fascia sahelo-sudanese a essere progressivamente coinvolta, e quasi assorbita, nelle vicende del mondo arabo-islamico. Da una parte la minaccia del terrorismo, dall’altra gli apparati della war on terror. Non avrebbe molto senso distinguere fra un prima o un dopo, Ci sono ovviamente più di una correlazione e molte reciprocità. È come se l’Africa fosse tornata a quando, nell’Ottocento, il jihadismo politico contendeva all’Europa l’esclusiva dei processi di centralizzazione dello Stato e in prospettiva della modernizzazione. L’azione diplomatica e strategica si dispiega attorno alle crisi che via via scoppiano ma alla base c’è un riassetto che riguarda con gradi diversi la struttura, l’infrastruttura e la sovrastruttura. Anche l’idea di riorientare la cooperazione dell’Italia dal Corno al Sahel appare velleitaria proprio per la complessità dei problemi e delle poste in palio.

Risucchiata nell’Arabistan (non manca nemmeno il petrolio), l’Africa deve fare i conti con il Neo-Impero del Duemila. Gli Stati africani dopo l’indipendenza hanno fatto ampiamente uso delle risorse “esterne” per la loro politica a livello internazionale, a cominciare dai contenitori d’impronta coloniale come il Commonwealth e la Comunitàfrancofona, dimostratisi di gran lunga preferibili per molto tempo agli accordi bilaterali o multilaterali proposti dagli Stati Uniti. Hanno subito i condizionamenti della guerra fredda e in parte l’hanno sfruttata per i loro progetti nazionali. Oggi sono dentro un calderone globale che distorce ogni logica di nation-building o di good govenance dando la precedenza a cause che li scavalcano o li strumentalizzano: la sicurezza di Israele, la bomba di Teheran, le ricchezze del Golfo e naturalmente il revivalismo islamico.

Al di là del merito degli episodi, l’Africa ha mal sopportato il modo in cui la Nato e la Francia in particolare hanno condotto nel 2011 le operazioni in Libia e Costa d’Avorio. Proprio mentre l’Unione africana sembrava aver trovato un’intesa sulla necessità di assicurare soluzioni africane alle crisi africane le crisi in Africa hanno cessato di essere africane e assumono pericolosamente contorni globali. Il governo italiano rischia di lasciarsi trascinare nella ricerca di una pseudo-stabilizzazione con poca o nessuna attenzione per i casi specifici. Romano Prodi è stato nominato rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per il Sahel: la sua designazione, sicuramente caldeggiata da Riccardi e dal già citato Compaoré, probabilmente accolto con deferenza in Italia anche per questo, ha scontentato altri candidati, fra cui esponenti dell’Algeria e del Ghana e l’ex-presidente dell’Union africana, Jean Ping. Ma Prodi è stato nel complesso accettato con favore in Africa e avrebbe confermato la sua fama di “uomo di pace” procrastinando ogni decisione sull’eventuale operazione militare.

Ci si può chiedere con quale credibilità la Nigeria, tormentata all’interno da una crisi non tanto diversa a parte le proporzioni da quella che imperversa nel Mali, esporti la guerra in un paese vicino invece di risolvere o cercare di risolvere i problemi interni. La Nigeriain effetti compete con il Sud Africa per l’egemonia in Africa. Mentre il Sud Africa è attaccato nel complesso a principi di autonomia come potenza “emergente” del Sud prendendo le distanze dalle strategie occidentaliste, la Nigeriaha tutto l’interesse ad accreditarsi come un buon alleato degli Stati Uniti e della Nato. Anche la gigantesca rendita petrolifera in Nigeria è impegnata in grande quantità per munirsi di armi e expertise militare. Tutte le occasioni per esibite l’hard power sono buone. Per questola Cina in Nigeria è poco presente e se mai è attivala Russia, che offre aiuti militari.

Nelle due crisi maggiori del 2011, Libia e Costa d’Avorio, la Nigeria aveva battuto il Sud Africa per due a zero ma le imprese delittuose di Boko Haram e le domeniche di sangue nelle chiese nigeriane hanno convinto i più a rompere gli indugi affidandosi al Sud Africa quando si è trattato di scegliere il nuovo presidente dell’Unione africana. L’elezione della candidata del Sud Africa, addirittura una ex-moglie del presidente Jacob Zuma, è un segnale importante. Il mancato rinnovo del mandato al presidente uscente, il gabonese Ping, può suonare come una sconfitta dei paesi francofoni ma è stata prima di tutto una sconfessione della Nigeria che l’ha appoggiato strenuamente per bloccare la vittoria di Nkosazana Dlamini-Zuma alla testa della Commissione di Addis Abeba.

Gian Paolo Calchi Novati

UNA FERROVIA DELLA BASSA COME CONTRADA DELL’ANIMA

Scacciati con le brusche, i venditori di colombi e gli altri mercanti rientrarono nel Tempio appena Gesù si fu allontanato. Figuriamoci se poteva andare meglio a Mario Monti, così lontano dalla potenza e dalla virtù del figlio di Dio. Per qualche mese estromise dal potere centrale la gentaglia dei politici professionisti, ora la gentaglia è di nuovo in business, più agguerrita e turpe di prima. Anzi, di una frazione dei venditori rientrati a insozzare il Tempio egli Monti si è fatto addirittura maestro e condottiero. Il Male, com’era da attendersi, è invincibile. Con tutta la loro autostima, i ministri tecnici si sono ridotti ad aspiranti carpetbaggers.

Ancor più risalta ciò che si contrappone al Male: il Bene. Nel concreto, i primi che vengono alla mente quali operatori del bene sono coloro che fanno volontariato, coloro che sono l’esatto contrario dei parlamentari, degli uomini d’apparato, dei consigliori (=dignitari della Mafia)  istituzionali. Chi volesse progettare un sistema di democrazia diretta selettiva, una Polis di supercittadini estratti a sorte per turni brevi a deliberare e a governare, non esiterebbe a riservare a quelli del volontariato vero -quello faticoso e persino costoso, quello che esige sacrificio- le maggiori chances d’essere sorteggiati a deliberare e a governare. Gli uomini e le donne del volontariato praticano una sommessa santità terra terra.

Ma il volontariato non è solo sfacchinare nelle mense dei poveri e negli ospizi, visitare gli ammalati, soccorrere gli homeless. E’ volontariato anche, laico o no non importa, spendersi (e spendere) per il bene comune, soccorrere le menti e le anime invece che la sola carne. Sono caritatevoli anche quei quarantenni con figli e più d’una laurea che dedicano sforzo a provare e riprovare nel coro la cantata  di Bach invece di frequentare al Rotary o al golf la gente utile alla carriera; e in più si quotano per pagare il maestro del coro, l’affitto della sala e ogni altra spesa. E’ grazie alla loro filantropia che la cantata sacra bachiana vive ed è a joy forever.

Altrettanto caritatevole è la gente come Fabio. Fabio Malavasi, ordinario di genetica medica all’università di Torino, che con la sua scienza, tra l’altro scienza di tumori, potrebbe farsi ricco, tiene da molti anni accesa una lampada di sentimenti. Nato in un casello ferroviario della linea Suzzara-Ferrara, figlio di casellanti, non si è limitato a comprare e ad abitare il casello dove vide la luce -lo faremmo in molti- ma dedica opera e soldi, oltre che a iniziative altruistiche nella sua piccola patria, a strappare alla rottamazione locomotive e vagoni della Suzzara-Ferrara. Con lui si prodigano (e pagano), con un’abnegazione che è silenzioso eroismo, un pugno di santi matti. Hanno restaurato una superba macchina che un secolo fa trascinava convogli a 100 all’ora. Ne fanno di tutti i colori per riportare in vita -chissà quando sarà- una locomotiva del 1887, umile giumenta da lavoro su una linea che faceva viaggiare soprattutto povera gente. Quella di Fabio e dei suoi amici è il contrario che una passione antiquaria/collezionistica: é dedizione filiale a una terra, la Bassa ferrarese, che idealmente è patria di ciascuno di noi, perché è una contrada dell’anima.

Nella nera officina ‘rialzo’ della ferrovia Torino-Ceres, mi onoro di avere parlato con Claudio Di Maria, sodale di quel Fabio che coltiva i valori della Bassa anche attraverso i passaggi a livello della Suzzara-Ferrara. Claudio è un incontro emozionante. Responsabile, ovviamente volontario,  dell’officina meccanica del Museo ferroviario torinese, nelle ore libere dalle incombenze che gli danno il pane, ore che altri dedicano all’edonismo, al riposo, alla famiglia e, peggio, allo sport, lavora anche manualmente tra le viscere, le bielle e i ruotismi ferroviari, e poco alla volta, assieme agli altri, risuscita la ferraglia -ma certe componenti d’un sol pezzo pesano tonnellate- di nobili veicoli che ‘devono’ tornare a funzionare. Su un piccolo locomotore da manovra i volontari hanno adattato il motore di un ‘Leoncino’, autocarro leggero OM. Alcune veloci  littorine hanno ricevuto i propulsori dei carri armati Sherman o Grant residuati di guerra. E’ straordinario come Claudio e i suoi compagni  riescano a farsi ingegneri meccanici oltre che saldatori e fresatori, lavorando gratis in un tempo assetato di denaro. Solo il volontariato fa questo ed è slancio religioso, slancio anche di atei.

Fabio, Claudio e gli altri sono la polarità perfettamente opposta ai malfattori che, lo dicevamo nell’incipit, si sono riappropriati della repubblica ma meriterebbero lo sdegno e lo scudiscio del Nazzareno a Gerusalemme. Tutto il potere andrebbe dato agli operatori del volontariato: compresi quanti si sentono figli e fratelli dei manovali della Bassa ferrarese. ‘Servo di Dio servo dei poveri’  hanno scritto sulla tomba di un misericordioso. Troveranno misericordia, è scritto nel Discorso delle Beatitudini, molti altri che avranno amato gli umili più che se stessi.

l’Ussita

IL BELLO (l’Italia), IL BRUTTO (Monti), IL CATTIVO (la politica)

UN’ALTRA ITALIA è POSSIBILE?

 

Pasqua è ancor lontana, eppure questi sono già giorni di “Passione” per la nostra seconda Repubblica: partita di slancio, vent’anni or sono, col suo carico di promesse (una nuova etica pubblica, un rinnovamento della classe politica, riforme strutturali…), è rimasta praticamente ferma ai nastri di partenza.

Miracolosamente recitano ancora sul palco del teatrino politico italiano personaggi “evergreen”, quali Berlusconi, Fini, Casini, Bersani: se un paziente, caduto in coma nel ’94, si risvegliasse solo oggi, sarebbe assai difficile convincerlo che sono trascorsi invano diciotto anni!

La seconda Repubblica ha offerto solo il peggio di sé. Eppure rimpiangere la prima, come in voga tra i nostalgici, è un’operazione “ai limiti dell’irragionevolezza”: come dimenticare che la prima Repubblica è miseramente crollata travolta da un’ondata di corruzione e monetine? E come nascondere che quel fardello -chiamato debito pubblico- che gli italiani si caricano sulle spalle è stato riempito dalla politica clientelare ed affarista di quei favolosi anni ‘80?!

 

Nell’anno trascorso, il Capo dello Stato, affidando ad un tecnico il compito di traghettare l’Italia tra le onde burrascose della speculazione finanziaria, ha agito da “curatore fallimentare” della seconda Repubblica, non più fidandosi dei vari “Schettino” della politica nostrana. Ma dove dirigere, adesso, la nave Italia?

Tornare indietro non è più possibile, così come proseguire sulla rotta tracciata dal bipolarismo malato di questi anni. Occorre guardare avanti e far rotta verso una terza Repubblica, completando finalmente quella traversata perigliosa iniziata nel ’94.

In che modo? Seguendo tre direttrici:

◆ in primis, una riforma strutturale dell’assetto istituzionale del Paese (attuando un vero federalismo, abolendo le Province, riparando i guasti di un’affrettata riforma del Titolo V della Costituzione ed introducendo l’elezione diretta del Capo dello Stato);

◆ in secundis, un rinnovamento radicale della classe politica italiana (introducendo il limite di due mandati per ogni carica elettiva ed imponendo ai partiti per legge le primarie);

◆ in tertiis, il ripristino sostanziale di una “democrazia rappresentativa” (restituendo ai cittadini -ancora detentori della sovranità- la facoltà d’incidere sulle scelte della politica, abolendo il Porcellum, rivitalizzando l’istituto referendario con l’abolizione del quorum ed introducendo i referendum propositivi).

Via maestra per conseguire un traguardo così ambizioso sarebbe l’elezione di una nuova Costituente. Sarà mai il nostro Paese pronto ad una simile “prova di maturità”?

 

 

UN’ALTRA POLITICA è POSSIBILE?

 

Il Natale ha portato in dono agli italiani una campagna elettorale: non certo il regalo più ambito (c’è da scommettere che i più avrebbero preferito un meteorite su Montecitorio!). A cinquanta giorni dal voto, il quadro politico appare ancora confuso, indecifrabile: citando indegnamente Zarathustra, da questo “caos” non verrà certo fuori una “stella danzante”, per lo più un’Italia decadente!

 

Il centrosinistra, ancora una volta, ha cambiato contenitore pur di non cambiar contenuto: dopo i Progressisti, l’Ulivo e l’Unione, è arrivato il turno dell’“Italia Bene Comune”.

Questa coalizione parte favorita ai nastri di partenza, ma la probabile vittoria del Pd non dovrebbe entusiasmare più di tanto un partito che si conferma incapace da un lato di andar oltre quel 30% del suo massimo consenso storico (nonostante il “vuoto politico” lasciato dagli avversari), dall’altro di sciogliere il nodo della propria identità politica (fra i democratici, c’è persino chi si vergogna d’apparire Keynesiano!).

La vittoria del centrosinistra, inoltre, rischia di rivelarsi una “vittoria di Pirro” nel caso in cui non disponesse di una maggioranza assoluta al Senato. In quest’ipotesi, l’unico errore da non commettere sarebbe “porgere l’altra guancia” a Casini, offrendogli un’alleanze di legislatura. La via maestra, piuttosto, sarebbe battezzare un “governo di transizione” con un mandato di scopo: consentire al Parlamento di varare una nuova legge elettorale, con la quale ripresentarsi alle urne entro l’estate 2013.

 

Nel centrodestra Berlusconi sembra muoversi a ritmo di valzer, alternando passi “avanti” (l’annuncio della sua sesta ridiscesa in campo), poi “indietro” (la disponibilità a cedere il passo prima a Monti, poi ad un altro premier gradito alla Lega), poi ancora “laterali” (l’indicazione del fido Angelino alla successione).

Che il Cavaliere sia tornato dalle vacanze Keniote con idee più confuse che mai lo dimostrano le sue mosse: prima l’avallo delle primarie (con tanto di candidature e raccolta firme), poi la loro cancellazione; prima la sfiducia a Mario Monti, poi l’indicazione dello stesso come federatore dei moderati (in una colazione inclusiva della Lega e con al primo punto del programma l’abolizione dell’Imu!).

A tal punto, o il centrodestra avrà il coraggio di compiere il “regicidio” oppure rischia di lasciarsi trascinare inesorabilmente a fondo dal suo stesso fondatore!

 

La Lega, schiacciata dalla vergogna di dover giustificare i diamanti di Belsito, gli investimenti in Tanzania del partito e le “miracolose” lauree albanesi del Trota, ha oggi una sola priorità: non più entrare a Palazzo Chigi, quanto superare la fatidica soglia di sbarramento al Parlamento. Probabilmente Maroni e Tosi, i “barbari sognanti” del nord-est, riusciranno nell’impresa di rianimare un movimento indipendentista e legalitario scopertosi centralista e ladrone. Il dubbio è se il tempo sia oramai troppo stretto da qui alle prossime elezioni…

 

Il centro “naviga a vista”, sperando solo in capitan Monti, finalmente decisosi a prendere in mano il timone dei moderati. Anche se la nave del Pdl sembra guidata da capitan Schettino e quella del Pd non mostra segnali di ostilità, in acqua vi sono altre presenze ingombrati: i pirati grillini ed i rivoluzionari di Ingroia. Se non si ricostituisse l’asse Pdl-Lega, al Pd si aprirebbe lo spiraglio giusto per vincere anche in Lombardia e Piemonte, con tanto di “adieu” alle ambizioni centriste di porsi come ago della bilancia in un futuro Parlamento balcanizzato! Per la prima volta, così, Casini rischierebbe d’aver fatto i conti senza l’oste: il grande centro potrebbe rivelarsi solo un grande fiasco!

 

A Sinistra del centrosinistra si è affacciata una nuova formazione politica: “Rivoluzione Civile”, la lista guidata da Ingroia, sostenuta dai sindaci De Magistris ed Orlando. Le chance di successo (ovvero di superare la soglia di sbarramento) di questo nuovo soggetto politico dipenderanno da un solo fattore: la capacità di aprirsi alla società civile ed imporre ai partiti che lo sostengono (Idv, Prci, Pdci e Verdi) un profondo rinnovamento.

I primi segnali sono incoraggianti (i partiti hanno rinunciato al loro simbolo ed i loro segretari al ruolo di capolista). Vedremo se alle belle parole seguiranno fatti concreti: se si tratterà di tracciare un nuovo percorso per una Sinistra finalmente progressista e di governo oppure di un cartello elettorale: l’ennesimo “maquillage politico”!

Che dire? Se son rose… saran rosse!

 

In questo marasma, l’unica certezza è l’ingresso di una folta schiera di “grillini” nel prossimo Parlamento. Il Movimento Cinque Stelle è sbalorditivamente cresciuto puntando tutto sulla protesta: sullo smascheramento dell’ipocrisia di chi siede in Parlamento e sulla denuncia degli odiosi privilegi di un’intera classe politica. Ma le famose “Cinque Stelle” (acqua pubblica, mobilità sostenibile, sviluppo, connettività ed ambiente) non saranno certo sufficienti per una proposta seria di governo del Paese.

Tanti gli interrogativi irrisolti:

◆ quali posizioni assumerà il Movimento sulle più disparate questioni di politica nazionale fin ora non discusse? Chi detterà la linea? Grillo o qualche organismo collegiale rappresentativo della base?

◆ Il ruolo dei parlamentari grillini sarà quello di meri “portavoce” del Capo, il cui massimo grado d’autonomia sarà apporre un “Mi piace” ai suo post? Quale ruolo si ritaglierà Grillo? Quello di “padre nobile” del Movimento o di “padre padrone” dell’ennesimo partito personale?

A molte di queste domande credo nemmeno Grillo possa ancora dar risposta…

 

 

UN ALTRO MONTI (BIS)? NON E’ POSSIBILE!

 

In qualsiasi democrazia, chiunque miri alla più alta carica di governo può percorrere una sola strada: candidarsi alle elezioni ed ottenere “un voto in più” del proprio avversario. Non è concepibile, dopo la breve parentesi del governo tecnico, immaginare “un’altra eccezione” a questa basilare regola democratica! Mario Monti ha tutto il diritto di ambire alla premiership, ad una condizione: dimostrare di disporre di un’ampia legittimazione popolare. Fino a prova contraria, difatti, la sovranità appartiene ancora al popolo!

 

Senza voler apparire “portatore di sventura”, per una volta l’Economista della Bocconi potrebbe aver fatto male i conti: la sua scelta di “salire in politica” potrebbe rivelarsi un inaspettato boomerang!

Fino a pochi giorni fa, Mario Monti si presentava al Paese come un “deus ex machina”: un salvatore della Patria, capace di far uscire l’Italia da una situazione apparentemente senza più via d’uscita. Di contro, l’unica via d’uscita dalla sua esperienza di governo portava dritto al Quirinale (in qualità di successore di Napolitano) o di nuovo a Palazzo Chigi (in qualità di premier “super partes” indicato dai partiti) o in Europa (magari in veste di successore del presidente Barroso).

Una volta che il Professore si è tirato in mezzo all’agone politico, il quadro è profondamente cambiato: alle prossime elezioni, la coalizione Monti rischia di porsi come terzo, forse quarto polo del Paese (dato Bersani per favorito, Berlusconi e Grillo hanno le carte in regola per ambire a prendere un voto in più di Fini e Casini!).

A tal punto, a che titolo Mario Monti potrebbe contendere il posto a Bersani, ragionevolmente leader del primo partito d’Italia, per di più legittimato dalle primarie?

Se “è tanto più facile ricambiare un’offesa che un beneficio” (P.C.Tacito), perché mai il Cavaliere, dopo aver ricevuto il gran rifiuto dal Senatore, dovrebbe appoggiare una sua corsa al Quirinale? Se “non c’è vendetta più bella di quella che gli altri infliggono al tuo nemico” (C. Pavese), perché mai Berlusconi, dopo esser stato ridicolizzato dall’ironia british del Professore, non dovrebbe preferire al suo posto persino la Finocchiaro al Colle?

 

 

UN ALTRO PAESE, Più SEMPLICEMENTE “NORMALE”, è POSSIBILE?

 

Nel 2008, in piena campagna elettorale, Walter Veltroni pronunciò queste parole: “L’Italia è un Paese migliore della destra che lo governa”. In tutta onestà, come credere al mito degli “Italiani brava gente” o alla favola per cui il Paese reale sia fatto di tutt’altra pasta rispetto a chi lo governa?

Se gente come Raffaele Lombardo, Marcello Dell’Utri, Cesare Previti ed i vari Scilipoti di turno e De Gregorio d’Italia hanno assunto ruoli di responsabilità pubblica è perché non pochi italiani hanno riposto in loro la loro fiducia!

Si dirà che il Porcellum ha estromesso gli elettori della facoltà di scelta dei candidati. Ma nel Lazio, dove alle elezioni regionali sono previste le preferenze, Fiorito -meglio noto come “er Batman”- non è forse risultato il consigliere più votato?

Alle parlamentarie del Pd gli elettori non hanno forse candidato a furor di popolo anche personaggi condannati o indagati, quali Genovese, Crisafulli e Papania in Sicilia?

L’ex assessore regionale Zambetti pare aver “comprato” 4.000 preferenze dalla ‘ndrangheta per assicurarsi l’ingresso al Pirellone. Ma, dietro ad ogni voto comprato, non vi è forse un elettore “venduto”?

Totò Cuffaro, all’epoca già condannato in primo grado per favoreggiamento mafioso, è stato candidato dall’Udc al Senato. Gli elettori siciliani non l’hanno forse premiato con un consenso plebiscitario? Qualcuno ha interpretato la massiccia astensione dell’elettorato siciliano alle ultime regionali come la prova del disgusto nei confronti di un certo modo di fare politica. Ma non è più probabile che molti, essendo consapevoli di non poter più ottenere “nulla in cambio” dalla politica di questi tempi, abbiano preferito risparmiare il proprio voto, aspettando “nuovi acquirenti”?!

Il “vaccino del berlusconismo” -per citare Montanelli- è stato iniettato ripetutamente agli italiani, pur producendo pesanti “effetti collaterali” (colossali conflitti d’interessi, ripetute leggi “ad personam” -dal decreto “salva ladri” del ’94 alla legge sul legittimo impedimento del 2010-, soppressione delle voci dell’informazione sgradite al potere -ricordate l’editto bulgaro?-, cancellazione della facoltà degli elettori di scegliere i parlamentari -si veda il “Porcellum”-, abuso del ricorso alla fiducia ed alla decretazione d’urgenza…). Eppure gli elettori non hanno forse atteso la “sesta” ridiscesa in campo del Cavaliere prima di iniziare a provare qualche “intimo prurito”?!

Come poter credere, allora, che gli italiani siano davvero migliori della “Casta” che li governa?

di Gaspare Sera

Blog “Panta Rei

E’ STATO UN BEL SOGNO, DISSOLTO DA UNA SOLA PRIMARIA

Decenni fa ci fu un film (scandinavo?) chiamato, all’incirca, “Ballammo una sola estate”; per ballare intendendosi la felicità. E lo Stivale ha ballato un solo inverno, i pochi mesi che seguirono alla bieca estromissione dei politici dal pinnacolo del potere. Oggi i grandi media e i partiti sembrano cani infoiati dietro cagne in calore: le primarie, Rigeneratrici e Taumaturghe. Si è diffusa un’euforia incontenibile. Guarite le spietate leucemie, scomparse le lebbre, i caporioni dei partiti mondati da ogni colpa e incoraggiati ad allestire combinazioni ministeriali, le terribili catilinarie dei guru annullate. La politica italiana, riabilitata in toto, non ha più nulla da invidiare a quella danese. Perché tanto tripudio?

Perchè col (non antipatico) Figlio del Benzinaio ha vinto la continuità, il calmo possente fluire partitocratico che cominciò prima ancora che i mitra partigiani tacessero negli ultimi Triangoli. Rientrati i timori dei salti nel buio le vecchie barbe torneranno, le elezioni di primavera ripristineranno la sovranità parlamentare, così cara agli italiani. Niente più deficit di legittimità. Gli opinionisti delle grandi testate hanno obliterato con un clic i loro propri ululati dei mesi scorsi, quando scrivevano del baratro tra politica e paese; quando chiamavano suicida la sorda resistenza dei leader alle riforme; quando i leader e le loro dame ballavano nei saloni del ‘Titanic’; quando il populismo minacciava di farsi santa rivolta; quando la stima per i partiti e i professionals delle urne era scesa al 4%; quando arrivava il Giudizio universale.

Finito tutto. Contrordine: Sodoma e Gomorra sono salve. Gli opinionisti sono quasi tutti Smemorati di Collegno; nessuno ricorda quando uno tra loro, Michele Salvati principale progettista del Pd, scriveva che, a politici messi fuori gioco, il pensiero che potessero tornare ‘faceva accapponare la pelle’. Un altro modo per dire che quel ritorno era assurdo. Chi avrebbe comprato più un’auto usata dai mille sozzi parlamentari e dai loro reggisacco e cortigiani intellettuali? Oggi paparazzi e telecameristi impazziscono all’emergere dei leader dalle auto blu, e brave bravissime le croniste che riescono a raccogliere una battuta di Cicchitto o del Frasivendolo da Terlizzi.

Dal silenzio che regna su quanto si singhiozzava poche settimane fa dovremmo parlare di  vera e  propria Resurrezione. Le pie donne sono andate al sepolcro e l’Angelo ha detto loro “E’ risorto”. Le primarie hanno fatto il miracolo, tornano i tempi aurorali, appena chiuse le urne il popolo che negli anni Cinquanta ricostruì l’Italia si rimetterà all’opera. Cessate le geremiadi, gli appaltatori e i tenutari delle prime due repubbliche sono di nuovo in business. Tutto questo perchè il provetto apparato ex-Pci ha saputo portare ai gazebo 3,1 milioni di  democratici. Un po’ meno delle vaste masse che insediarono Veltroni e Prodi, ma in effetti tanti di più dei quattro gatti che si potevano ipotizzare nel semestre che gli italiani credettero di ballare.

Opporrete, giustamente: i tecnici a palazzo Chigi hanno deluso. Nessun taglio ai costi della politica, delle Istituzioni (cominciando dal  Colle), dell’alta burocrazia, del ‘military-industrial complex’, delle operazioni nel mondo al servizio gratuito di Panetta. Monti non ha mantenuto la promessa dell’equità (equo sarebbe stato colpire gli alti redditi, non i bilocali più servizi). Monti non ha abbattuto alcun muro della partitocrazia, la quale è ladra anche quando non viola apertamente il Codice (ha occupato tutto e trattenuto troppo per sé). In una parola, Monti non ci ha liberato dagli oligarchi. La fine dell’allegria dell’inverno scorso si capisce: ma come fanno gli opinion makers a dimenticare le angosce di poco fa? Stiamo come stavamo sotto Berlusconi e predecessori. Mettiamo Monti a capo dello Stato -per scongiurare l’arrivo di un altro orbace di partito- ma non facciamoci più illusioni. Al suo avvento lo mettemmo per iscritto: senza pieni poteri Monti sarà sprecato.

Conclusione. Come la vediamo noi, il sistema politico italiano è un malato terminale. La débacle economica potrà anche essere rinviata. Quella politica no, se basta una primaria a galvanizzare i media e il Palazzo. I media sono talmente affiliati all’oligarchia che poco male se venissero chiusi; le primavere arabe vinsero senza giornali e tv amiche. E’ certo però che le nostre piazze non faranno primavera. Occorreranno menti e mani più forti delle piazze malcontente. Menti e mani come quelle degli ufficiali portoghesi, che il 25 aprile 1974 si impadronirono dello Stato a fin di bene.

Catilina

DESTINO MEROVINGIO PER MARIO MONTI

Lo sanno tutti che la prima grande dinastia franca, i Merovingi, fondata da re Clodoveo nel 481, non finì bene: abbastanza presto ridotta dal potere dei maestri di palazzo al ruolo di rois fainéants. L’ultimo sovrano merovingio, Childerico III, fu deposto da Pipino il Breve padre di Carlo Magno. Nei suoi tredici mesi Mario Monti ha fatto il merovingio, menomato dall’arroganza dei partiti, camuffata da senso di responsabilità. Al di là delle rivalità intestine, i partiti erano e sono strettamente confederati in un ‘maestro di palazzo collettivo’ capeggiato  da una specie di Pipino il Breve chiamato Giorgio Napolitano. Il collettivo ingiungeva, il Merovingio applicava.

Nel novembre 2011, insediandosi a palazzo Chigi, il Nostro cinse la corona di Clodoveo -dell’antenato primo, Meroveo, si sa poco- nel migliore dei modi. Annunciò che, oltre a scongiurare il default, pericolo supremo, avrebbe ucciso il drago della malapolitica. Ne avrebbe tagliato in grande i costi e i ranghi, abolito o diradato le province e le prefetture, avocato i redditi dei superburocrati e dei boiardi oltre il livello del più alto dei magistrati, incoraggiato il passaggio al parlamento unicamerale, avviato le grandi dismissioni; e parecchio altro. Soprattutto avrebbe fatto avanzare in modo simultaneo austerità ed equità, spirito imprenditoriale e socialità. Equità avrebbe voluto che il dovizioso One per Cent dello Stivale soffrisse, p.es. per l’Imu, tanto quanto soffrirono gli abitatori di bilocali più servizi. Perché la sofferenza fosse eguale, se i bilocali pagarono mille, i più ricchi di tutti avrebbero dovuto pagare cinquecentomila: questo essendo all’incirca il divario tra le condizioni.

Nulla di simile è avvenuto. Nell’anno di Monti l’incremento della progressività del prelievo fiscale è stato infimo. In realtà l’aggressione straordinaria sugli spiantati inermi avrebbe dovuto essere accompagnata da un’autentica patrimoniale sulle grandi fortune. Se all’espatrio illegale dei capitali si fosse risposto con espropri di beni non espatriabili e coll’esilio dei possessori nemici della collettività, ben pochi capitali avrebbero abbandonato il suolo patrio. All’asserzione, fatta anche dal Merovingio, che la patrimoniale avrebbe disincentivato gli investimenti stranieri, è agevole opporre che sarebbe stato facile esentare da prelievi eccezionali per ‘x’ decenni i nuovi investimenti dimostrabilmente stranieri.

Nessun gioiello nazionale è stato messo in vendita: cominciando dal Quirinale offensivamente costoso e sfarzoso. L’azione contro i costi e le prevaricazioni della politica, tutta delinquenziale, non è mai cominciata. Se un giorno sarà intrapresa, avverrà sotto un altro consolato. Inoltre appariva naturale, coerente con la logica bonificatrice del governo tecnico, che imitassimo i numerosi paesi che hanno ridotto le spese militari e chiuso le spedizioni all’estero. Incomprensibilmente, nel 2012 lo zelo atlantista e l’offerta a Washington di contributi a nostre spese sono cresciuti invece di ridursi. Per comprare super-armi di ultima generazione, Monti ha tagliato il Welfare. Invece nessuno può censurare il Fiduciario della partitocrazia per non avere preso misure in pro della crescita: primo perchè nessuna di tali misure era possibile nel 2012, secondo perché la crescita non dovrà più essere perseguita come lo è stata nell’ingannevole passato. Va sì perseguita la fraternità verso chi resta senza reddito. Gli alti consumi di massa non sono una priorità.

A credito del Merovingio devono certamente andare le parziali migliorie nei conti dello Stato e l’indubbio incremento della nostra reputazione internazionale rispetto al ludibrio in cui era affondata. Però: chi si sente di fare previsioni su quando e come dimezzeremo il debito sovrano, ove non cesserà la protezione ai privilegi della  nascita, della ricchezza e delle caste? Dovesse Monti diventare capo dello Stato, il suo volto sarebbe cento volte preferibile a quello di qualsiasi altro avanzo delle repubbliche trapassate.  Però il potere vero sarà dei partiti: il collettivo dei maestri di palazzo i cui capostipiti si chiamano De Gasperi Nenni Togliatti invece che Pipino il Breve Pipino di Herstal  Carlo Martello.

Ad ogni modo, non finirono molto bene nemmeno i vincitori carolingi. Il loro impero non fu millenario. Né durerà per sempre l’usurpazione dei partiti che soggiogarono Monti.

A.M.C.

GIANNI FODELLA: LA RAZZA NON ESISTE

Anche se il razzismo esiste, vi faccio osservare che è scientificamente appurato che le razze umane non esistono: apparteniamo tutti alla stessa razza, per l’appunto umana.

Parlare di “parità di trattamento e rimozione delle discriminazioni fondate sulla razza o sull’origine etnica” fa invece pensare che le razze e le etnie (un pietoso quasi sinonimo) esistano. La razza umana è composta di persone con gli occhi tondi o a mandorla, dalla pelle più o meno scura, con capelli che variano dal nero, al rosso, al biondo e che parlano le lingue più diverse avendo abitudini alimentari diverse e professando religioni e credenze differenti.

Il fatto che i serbi e i croati si combattano pur parlando la stessa lingua (che scrivono con i caratteri cirillici o latini)e professando il cristianesimo(cattolico od ortodosso) non li fa diventare razze o etnie diverse. La razza juventina è sicuramente diversa dalla razza interista, ma soltanto sulla base dei pregiudizi calcistici. Non esistono quindi “discriminazioni fondate sulla razza o sull’origine etnica” ma soltanto discriminazioni sulla base di credenze infondate.

Contribuiamo a chiarire questo punto. Scusate la pedanteria e cordiali saluti.

Gianni Fodella

LE MASSERIE DI RANGO, VANTO DELLA SOLA PUGLIA

Nicola Costantino, Rettore del Politecnico di Bari, ha individuato una virtù ingegneristica  aggiuntiva delle masserie pugliesi, una delle sette (sette volte sette) meraviglie del mondo: “Molti particolari costruttivi e compositivi un tempo poco studiati, o frettolosamente liquidati come scelte di carattere tecnologico o estetico, appaiono oggi come il risultato di empirici affinamenti progettuali tendenti ad ottimizzare il funzionamento micro e bioclimatico degli organismi edilizi (…) La (ri)scoperta di  come si possano ottenere condizioni climatiche ottimali in termini quasi esclusivamente passivi grazie al sapiente equilibrio di ventilazione naturale, inerzia termica, differenti valori di trasmittanza dei materiali trova così oggi nelle masserie fortificate di Puglia altrettanti laboratori di analisi e ricerca, che possono svolgere un ruolo fondamentale nella formazione dei giovani architetti e ingegneri. Un’ulteriore conferma dell’attualità culturale, ma anche scientifica ed economica, di questo grande patrimonio architettonico, da conservare e volgarizzare insieme”. In parole povere: chiunque abbia vissuto qualche settimana in un edificio tradizionale pugliese, magari modesto ma con volte a botte, muri di tufo da un metro di spessore e collocazione ventosa, ha constatato che quegli ambienti sono quanto di più gradevole col caldo, a condizionatore spento. D’inverno è lo stesso: superflui i termosifoni, e i camini, delle masserie come delle modeste ‘lamie’, nobilitano l’abitare.

Le considerazioni specificamente professionali/accademiche del rettore Costantino sono a presentazione di un nuovo libro di Antonella Calderazzi, docente di architettura al Politecnico barese: “Puglia fortificata: le Masserie”, Bari, Mario Adda editore, 2011, 352 pagine di grande formato sontuosamente illustrate dalle foto, spesso sensazionali, di Nicola Amato & Sergio Leonardi. A parere nostro, “Puglia fortificata” è uno dei ‘coffee-table books’ più utili, nel senso di meno frivoli e di più rivelatori, pubblicati negli ultimi anni. La formula editoriale aggiunge importanza, se ce ne fosse bisogno, al lavoro culturale che l’Autrice svolge da alcuni decenni. La castellografa Calderazzi si è qualificata come vera e propria scopritrice del sistema masseriale in quanto risorsa specifica della Puglia, senza competitori diretti. Con le debite eccezioni, nessuna regione italiana vanta qualcosa che possa concorrere direttamente con l’assieme di molte centinaia di grandi masserie pugliesi. Il libro si basa su 600 schede, molte delle quali riguardano complessi che in realtà sono castelli. Le fattorie toscane e venete, le maggiori cascine della pianura lombardo-piemontese sono ‘a volte’ monumenti d’architettura e vere e proprie concrezioni urbanistiche. Le grandi masserie pugliesi sono queste cose ‘quasi sempre’, naturalmente grazie anche a fattori paesistici e ambientali che fanno l’incanto del Sud. Un precedente lavoro della Calderazzi ci era parso tale da fare di lei una sorta di Viollet-le-Duc, ripropositrice di grandi acquisizioni passate -dunque presenti- dello spirito. Il gotico dell’architetto e teorico francese ci sembra corrispondere al ‘linguaggio masseriale’ che la studiosa barese sta facendo conoscere e valorizzando.

Questo secondo libro sulle masserie, anche per il suo concentrarsi su quelle fortificate, mette a punto una serie di aspetti che si aggiungono a quelli messi in luce dalla presentazione del professor Costantino. Per esempio le masserie, irresistibili quali architetture, residenze e pastorali shangri-la, ci dicono anche la forza e la protervia dell’antica organizzazione feudale-latifondistica delle campagne meridionali. Più era esteso l’organismo cerealicolo-zootecnico, più era cospicua l’azienda vitivinicola e olearia, più erano monumentali le masserie: con gli inevitabili risvolti di tranquilla ferocia classista. Un provvido duca Pignatelli volle costruiti anche i letti per i braccianti-pastori: blocchi di pietra a castello. Rievocava con nostalgia un principe, membro di una casata baronale di grande nome, che i Pignatelli, alla pari della sua stessa famiglia, mantenevano eserciti privati, con i dovuti armamenti, che “impensierivano i Borboni”. E uno storico moderno, nel descrivere l’organizzazione del palazzo ducale di Martina Franca, utilizzava frequentemente la categoria di ‘corte’: musicista di corte, cappellano di corte, ecc.

Fino a tutto il Settecento era rara una masseria ‘da campo’ o ‘da pecore’ che non sorgesse su un latifondo nobiliare. Però i gran signori non erano soli a possedere masserie monumentali: anche ordini religiosi, badie, capitoli di ricchi canonici, non di rado prelati e singoli religiosi i cui discendenti spesso possiedono ancora oggi terre, case, stalle e ‘iazzi’ (recinti ben più superbi dei corrals del New Mexico). La masseria Torre Alemanna fu fondata nel XII secolo addirittura dai Cavalieri Teutonici: ma gli Ordini militari erano ben altra cosa che i Mastri Don Gesualdi che così spesso compravano le terre di monasteri, di mense vescovili e di nobili rovinati dal lusso, dall’ozio e dai costi del prestigio. Quelle spose che portavano in dote ai mariti ufficiali della Guardia a Napoli o a Caserta difficilmente si curavano del conforto dei letti bracciantili.

La lunga ricerca di Antonella Calderazzi (600 schede di altrettanti possessi) si concentra soprattutto sugli edifici fortificati, che in numerosi casi condividono l’orgoglio e l’assertività dei castelli. Soprattutto le masserie del Salento sono contraddistinte da apprestamenti difensivi contro la minaccia di pirati che venivano dal mare. Invece nella Puglia settentrionale le aziende si difendevano dalle bande del brigantaggio. Manco a dirlo, le masserie diciamo così ‘da guerra’ sono a volte le più prestigiose ed eleganti. Di conseguenza sono anche quelle che si sono trasformate con più smalto in agriturismi sofisticati e costosi.

Tutto il libro di cui parliamo è attraversato, oltre che dalle esegesi architettoniche, anche dalle notazioni economiche e sociali: le bonifiche e le riforme agrarie, l’eversione della feudalità, l’emigrazione transoceanica che nei vicini anni 50 e 60 provocò l’abbandono e il degrado fisico di molte masserie; più ancora, la sapienza costruttiva e la ‘arguzia’ delle maestranze locali. Non avrebbe potuto trascurare l’agriturismo. Sono sorti centinaia di alberghi di campagna che fanno un settore economico un tempo inimmaginabile. L’agriturismo, rileva l’Autrice, è l’unica fonte di finanziamento per le masserie. In molti casi ha soppiantato, osserviamo noi, il ruolo della transumanza, della ‘mena delle pecore’.

Le masserie non sono solo bellissime, spesso raffinate. Sono anche funzionali alle vacanze marine, alle villeggiature confortevoli, agli stati di grazia.  Nessun hotel cittadino offre gli agi mentali delle masserie e in più, perchè no, la facilità del parcheggio, l’affrancamento dal condizionatore d’aria, la protezione dal caldo, dal freddo e dai rumori rappresentata dai muri delle masserie, spessi a volte vari metri. E’ quanto additava nell’incipit il rettore Costantino: “Condizioni climatiche ottimali in termini quasi esclusivamente passivi”: tra l’altro la ventilazione costante, il tufo e altri materiali usati da millenni. Lo sanno quanti hanno vissuto almeno un po’ sotto quelle volte: condizioni abitative semiparadisiache. Antonella Calderazzi ci mostra un sentiero in più per una felicità che è anche la gratificazione di soggiornare in quelli che chiama “serbatoi di memoria, documenti irripetibili”.

Diego Marinaro