COME CHIAMEREMO IL NEOCOLLETTIVISMO CHE DOVREMO DARCI

Morto nel disonore il comunismo, e assodata al di là di ogni dubbio l’irrilevanza delle varie famiglie del sinistrismo gauchiste, resta che l’avvenire è di una variante migliore del collettivismo. Dovrà essere opposta a quelle leninista e maoista, dovrà ispirarsi all’egualitarismo fraterno del convento, della gilda o del kibbuz. Senza la svolta neocollettivista non è concepibile alcuna delle bonifiche e delle opere di giustizia che la società attende, in Occidente come nell’Islam e altrove: ridurre a poca cosa i divari tra i redditi e le condizioni, cioè cancellare i miserabili come i veri e propri ricchi; attaccare i privilegi della proprietà, l’idolatria della crescita, la divinizzazione dell’impresa; azzerare gli abusi dell’alto mandarinato (manager pubblici e privati, top burocrati, generali) e delle professioni indecenti (politici, sindacalisti scervellati, campioni sportivi, stilisti di moda e simili). Solo la disciplina, e anche la coercizione, di un neocollettivismo ancora da progettare realizzeranno le bonifiche e le opere di giustizia. Non farà le une e le altre la sinistra convenzionale a ‘la Repubblica’: è insincera e buona a niente.

Il problema è non solo configurare questo neocollettivismo del futuro, ma anche come chiamarlo. La categoria di comunismo è definitivamente fuori gioco. Il comunismo realizzato  e quello fantasticato dagli ultimi mohicani (intellettuali con arteriosclerosi, cineasti male aggiornati, energumeni antagonisti, etc.) darebbero la certezza assoluta che mai la giustizia trionferà (e mai si spegnerà l’odio dei popoli che provarono lo stalinismo). La parola ‘socialismo’ è usurata all’estremo e in più, specialmente in Italia, Spagna e persino Francia, è sconcia. Per poterla pronunciare a tavola o in presenza dei bambini essa va accompagnata da un altro termine, p.es. socialismo del kibbuz o del convento, guild-socialism e simili.

Al suo inizio ‘Internauta’ richiamò gli apporti di Rodolfo Mondolfo al concetto di socialismo non leninista, cioè umanistico, e quelli di Ramiro de Maeztu al Guild Socialism (sorto in Gran Bretagna quale alternativa al fabianesimo; quest’ultimo si evolse nel Labour, presto ministeriale, liberista e satellite degli USA).  Qui, un anno dopo, segnaliamo con rispetto il ‘socialismo humanista’ di Fernando De los Rìos. Egli fu personaggio storico parecchio più di Rodolfo Mondolfo, che anch’egli voleva il socialismo, anzi il comunismo, libero e amico dell’uomo. Luogotenente di Pablo Iglesias  (fondatore nel 1879 del movimento socialista spagnolo,  incarcerato otto volte, Iglesias fu socialista di una razza opposta a quella dei Craxi, Felipe Gonzales, Blair, Schroeder, Zapatero), De los Rìos fu cofondatore e ministro importante della Repubblica del 1931. Durante la Guerra civile operò quale ambasciatore a Parigi e a Washington a favore della causa repubblicana. Cattedratico di filosofia politica in vari atenei, anche americani, resse brevemente quale rettore l’università di Madrid. Con Juliàn Besteiro, fu il maggiore esponente della tendenza riformista nel partito socialista e nel governo repubblicano. Nel suo nome si riassume il ‘Socialismo Humanista’.

Come vent’anni fa scriveva Elias Diaz, cattedratico a Madrid, “nulla fu più distante dal pensiero ‘humanista’ di De los Rìos dell’economicismo e del meccanicismo derivati dalle interpretazioni positiviste del marxismo”. Rifiutava di prendere la lotta di classe -quale era  nel suo tempo, violenta e persino armata- come valore e centro dell’etica socialista. E mai ammise una proprietà sociale/statale senza libertà. Lo spirito e l’esempio di De los Rios siano, anche sul piano teorico, un modello per l’oggi”.

“El humanismo -puntualizzava il professore Elìas Diaz, se vincula a una doble participaciòn: en las decisiones y en los resultados (…) Junta al Renacimiento, y sin confusiòn con el, la Reforma religiosa del cristianismo serà otra fuente inspiradora del humanismo di De los Rìos. En alguna ocasiòn se autoconfesò ‘cristiano erasmista’ (…) Pero Fernando De los Rìos se declara, sin mas, ‘no marxista’: no acepta, en principio, a Marx, por considerarlo (via Kautsky)  positivista”.  Da ministro della Repubblica come da teorico accademico, De los Rìos avversò il massimalismo della sinistra socialista (poi passata al comunismo) e invece caldeggiò la collaborazione con le forze centriste. Mai rinunciò alla coerenza socialista: “Capitalismo e umanismo sono antitetici”.

Ecco dunque una possibilità in più per chi voglia dare un nome al corso neocollettivista che l’avvenire ci promette, e che le malazioni passate e presenti ci vietano di chiamare socialista. Alle opzioni “kibbuzsocialismo”, “guild socialism” e “socialismo del convento” si aggiunge -nel nome di Rodolfo Mondolfo e di Fernando De los Rìos- “socialismo umanista” o “social-umanismo”.

A.M.C.

IL FUTURO ANNUNCIATO DA LATOUCHE E’ GIA’ COMINCIATO

Mai come nel giorno che FIAT ha confermato l’abbandono del programma Fabbrica Italia risulterà la piena verità della profezia di Serge Latouche sulla decrescita. Una predicazione, la sua, ben più saggia che quella di Pietro l’Eremita per far partire la Prima Crociata. Più le manifatture chiudono, di norma per non riaprire, e più le tesi del filosofo francese risultano fondate. La fine dello sviluppo non è intuizione di Latouche, ma sua è la genialità di descrivere ‘felice’ la decrescita. Sua è, in parte, la coerenza di additare la frugalità come la via della salvezza. Il Nostro mette persino a punto il concetto, promettente proprio perché estroso, di ‘abbondanza frugale’. Dimostra che occorre rifiutare il discorso dello ‘sviluppo sostenibile’. A prima vista, dice, l’espressione suona bene, ma è contraddittoria: in Occidente lo sviluppo è sempre meno realizzabile, ed è bene sia così; ma là dove sembra ancora vigere aggiunge disvalori e problemi.

A parte l’originalità di aggettivazioni che è solo di Latouche, le tesi di cui sopra sono state ripetutamente enunciate da alcuni di Internauta, tra  cui chi scrive: che ha piuttosto insistito sulla meno attraente formula ‘accettare il ritorno alla povertà’, povertà anche proposta come ‘vita semplice’, fatta delle millenarie ristrettezze delle maggioranze sociologiche del pianeta intero. Mettendo l’enfasi sulla impossibilità di prolungare lo sviluppo, il nostro discorso è meno ardito di quello di Latouche, che è l’indesiderabilità del benessere.

Quanto a me, mi concentro sullo sforzo di dimostrare A) l’eticità di chiudere le imprese che esistono per produrre perdite, dunque l’assurdità e l’immoralità -nelle circostanze d’oggi- di ogni tipo di salvataggio. B) Qualsiasi ‘politica industriale’, oggi che la globalizzazione vince (anche perché è una Dea di giustizia: meno siamo ricchi noi, meno sono miseri i paesi arretrati), significa solo sovratassare per sostenere produzioni che hanno perso il mercato, oppure lo perderanno a breve perchè sarà dei produttori d’oltremare. C) L’imperativo generale non è più difendere i redditi di lavoro, ma scoprire i modi per vivere senza lavoro. La collettività deve certamente prendere a suo carico la sopravvivenza basica delle famiglie, a un livello all’incirca pari alla metà del salario del lavoratore del livello inferiore; l’altra metà devono metterla le famiglie, cambiando modi di vita quanto basta. I ceti superiori dovranno perdere i patrimoni al di sopra della media generale, ma lo stile ‘sottoborghese’ di abitare e di consumare che i proletari avevano conquistato in Occidente non è più sostenibile. I modi per reinventare la vita a redditi dimezzati esistono: Latouche, non certamente ma probabilmente, ha ragione ad annunciare che la nuova vita sarà ‘felice’. Dovrà spiegarsi meglio, e probabilmente lo farà.

Il pensatore bretone coglie nel segno quando invoca di ‘far uscire dalla testa il martello economico’ e di ‘decolonizzare l’immaginario occidentale soggiogato dall’economicismo sviluppista’. Quando si scaglia contro il nostro ‘imperialismo culturale sul pianeta’. In fasi passate collocava il suo impegno in un campo ‘marxista non leninista’. Oggi appare trascurare la pregiudiziale marxista, utile quanto una lampadina fulminata. Orienta l’analisi e, più ancora l’inventiva, sul ‘pari de la décroissance’, su come ‘sortir de la société de consommation’. Imaginosamente intitola un libro ‘La planète des naufragés: essai sur l’après-développement’. Va sottolineata ancora l’efficacia delle formule: il doposviluppo, il pianeta dei nàufraghi, persino il brillante ossimoro dell’abbondanza frugale.

La logica di Latouche non ha bisogno di difese, e nemmeno di molte chiose. I governi europei professano fede nello sviluppo perché sono ‘postdemocrazie dominate dai media e dalla finanza’. Il liberismo sociale non ha senso. Il debito di paesi come l’Italia non sarà onorato. Il capitalismo così com’è rischia di finire, ‘a vantaggio di una forma di fascismo dei ceti alti’ (ma, chiediamo noi, perché no dei ceti bassi, alla José Antonio Primo de Rivera?). Meglio la bancarotta, e poi ripartire da zero.

A parte l’esorbitanza, forse, di quest’ultima tesi, l’ardimento del lavoro di Latouche è inoppugnabile. Dando per dimostrata l’ineluttabilità della decrescita, egli dovrebbe procedere oltre e descrivere  come ci organizzeremo nel concreto quotidiano per vivere senza lavoro. Vivere che sarà arduo, non impossibile.

Antonio Massimo Calderazzi

IL PAESE SARA’ GRATO A CHI ABBATTERA’ LE CLOACALI ISTITUZIONI DELLA PEGGIOCRAZIA

Per Giampaolo Pansa (“Se continua così spuntano i colonnelli, ‘Libero’ 23 settembre) le cose dello Stivale vanno così male che la prospettiva del Putsch militare si fa realistica. Pansa ha ragione. La via legale non promette più nulla. Un generale dei carabinieri paracadutisti, anche monostella; meglio, un colonnello con ancora più fegato della monostella, col carisma di farsi seguire da altri ufficiali e sergenti maggiori, vincerebbe senza colpo ferire. Più che coordinare coll’indispensabile talento tecnico azioni disperse nel territorio, renderebbe irresistibile un colpo fulmineo su pochi, pochissimi gangli del potere: compreso lo pseudo ganglo della radiotelevisione di Stato. Non parliamo di quanto efficace sarebbe puntare a salve le bocche da fuoco sulla tribuna delle somme autorità, sparando poche raffiche verso il cielo, in una parata tipo 2 Giugno, poi trasferendo autorità e loro signore a Campo Imperatore (Aquila), dove per poche settimane il maresciallo Badoglio trattenne il Duce.

A valle di 67 anni di peggiocrazia, il repulisti e la proclamazione del Nuovo Ordine susciterebbero maremoti di entusiasmo. Protesterebbero solo i novantacinquenni che fecero la Resistenza, i cinquecentomila e passa (due milioni coi parenti stretti) che vivono di soli furti della politica, le bizzoche delle primarie, i coccodrilli delle urne, i malati delle manifestazioni urbane, gli ex-pensionati d’oro ridotti a mangiare alle mense della Caritas, i consiglieri e palafrenieri del Colle, i quirinalisti uscenti, anzi usciti; più gli impoveriti dalle patrimoniali. L’uomo della strada, cioè le grandi masse, esulterebbe in piazza. Le figlie, quasi tutte liberate, si darebbero ai paracadutisti dopo averli inghirlandati di viole. Non si è mai dato un golpe riuscito che non abbia fatto esplodere la gioia del popolo, cominciando dai proletari e/o precari. Qualche mese fa la percentuale degli estimatori della Casta si aggirava sul 3-4%, comprensiva dell’Uomo del Colle e dei parenti dei politici. Altrettanto irrisorio sarebbe il segmento umano disposto ad esigere la restaurazione della legalità. A valle di Fiorito Penati e Lusi, a valle di un covo di ratti in ciascuna delle istituzioni cloacali della repubblica, la legalità è quella cosa che permise ad Al Capone, pur finito in carcere per evasione fiscale, di non rispondere dei delitti di sangue della sua gang e suoi personali. La rottura della legalità è la costante di tutti i cambi grossi,  di tutti i rivolgimenti e le rivoluzioni della storia. Oggi, da noi, la legalità è il salvacondotto a favore dei saccheggiatori. La Costituzione è il titolo di proprietà che intesta lo Stivale ai peggiori tra noi.

I manuali di storia spiegano che nell’Ellade la tirannide frantumatrice della legalità fu la fase che liquidò i regimi aristocratici, cioè oligarchici, e preparò l’avvento della democrazia (la quale fu l’opposto della nostra partitocrazia).  Pisistrato ricevette dai cittadini la forza armata con cui si fece tiranno di Atene, e governò (considerato tutto) meglio di Solone. Se oggi due-tre miliardi di poveri del Terzo Mondo hanno qualcosa da mangiare, più qualche misura di Welfare, lo devono alla rottura delle comiche Costituzioni postcoloniali operata nei decenni dai militari detentori delle armi. Senza la minaccia della violenza, mai lo Stivale si libererà dei suoi cinquantamila Proci, o meglio capoladri.

Il vasto appoggio delle masse lavoratrici, ma non solo, è il tratto qualificante e normale dei regimi militari, oppure nati militari e poi divenuti autoritari-amici del popolo. Sorgono e si mantengono in quanto rispondono alle esigenze dei molti; e in quanto, non essendo costretti ai compromessi, ai riti e alle convenzioni del costituzionalismo, sono in grado di imporre volta per volta le soluzioni, giuste o sbagliate che siano, rispondenti alle attese popolari; perciò nell’immediato il consenso di massa si conferma e può accrescersi. Le maggioranze sociologiche non sono tenute al rigore e alla lungimiranza degli statisti alla Quintino Sella, specie di quelli cui i patrimoni ereditati consentono di pensare ai posteri affamando i viventi. Dunque, saggi o demagogici che siano, i regimi forti conservano l’appoggio maggioritario.

I legittimisti di casa nostra non facciano affidamento su una brevità dell’ipotetica gestione militare. Il potere nasserista cominciò esattamente 60 anni fa: per vari adattamenti, evoluzioni e, oggi, contrazioni, perdura. Il Terzo Mondo deve a un alto numero di regimi militari, oppure politici ma basati sull’imposizione armata, sorti dopo la decolonizzazione, se persino le società più primitive si sono alquanto modernizzate, con ordinamenti in qualche misura ispirati al Welfare: assistenza medica primordiale, pensioni (per noi) di fame,  più scuole.

Concludendo quanto alla risposta collettiva a un Putsch militare: Iberia docet.  Le dittature instaurate dall’esercito ai danni dei politicanti liberali in Spagna (1923) e in Portogallo (1926) furono abbastanza lunghe: quasi sette anni la prima, quasi  semisecolare la seconda, evolutasi nel 1933 nell’Estado Novo di Salazar (che aveva esordito come famoso economista alla Mario Monti). Quest’ultima finì, nel 1974, per un altro pronunciamento militare; e a primo capo di Stato della presente fase democratica fu eletto un generale (R.Eanes).

Quanto alla Spagna, nessuno storico nega l’eccezionale appoggio che il Paese dette per circa sei anni alla Dictadura bonaria e amica del popolo del generale filosocialista Miguel Primo de Rivera. Appartenente a un casato che vantava numerosi generali di inclinazioni progressiste, fu il più provvido e amato dei governanti spagnoli nei secoli XIX e XX.

Venisse il golpe, ormai più desiderato che temuto dai più tra gli italiani, non sarebbero le sparute cellule clandestine del sinistrismo similpartigiano, meno che mai le conventicole liberal-borghesi, ad abbattere il regime delle spalline elicotteristiche. Semmai il perbenismo nordeuropeo e, più ancora, il potere finanziario e le agenzie di rating. Nel 1930 andò così al generale Primo de Rivera, benemerito sbaragliatore dei ‘politicastros’.

A.M.Calderazzi

IL VIETNAM CHE UMILIO’ GLI USA NON FARA’ PRODIGI NELL’EXPORT?

Quando parliamo di battaglie globali per i mercati (=per la sopravvivenza) tendiamo a rinviare l’inclusione del Vietnam tra i vincitori. Sappiamo che è già un protagonista, però lo collochiamo nello sfondo. Per ora i numeri giustificano che si ragioni soprattutto di Cina. Però dovremmo prepararci a sorprese. 48 anni fa il Vietnam schiacciò i francesi a Dien Bien Phu. Più tardi osò l’inosabile, battere un’America resa spietata dalla vergogna, e vinse. Non fu solo questione di eroismo e di fibra umana; anche di pensare e di organizzare. L’America non ha più potuto cancellare o dimenticare il tremendo scacco subito.

E’ inevitabile ragionare: un Paese che si è coperto di tanta gloria contro la superpotenza planetaria, non possiede un potenziale superiore ad ogni confronto? Non è verosimile che farà meraviglie nella competizione economica, ben al di là della sua superficie, popolazione e Pil odierno? Che su vari piani potrà battere non solo competitori quali India, Indonesia e Brasile, ma persino misurarsi con Germania e Cina? Che relativamente presto peserà più dell’Italia?

Il territorio vietnamita supera di solo un decimo il nostro. Secondo dati riferiti al 2010 o 2011, la popolazione attiva è di 41 milioni su un totale di circa 84 milioni. La disoccupazione dovrebbe aggirarsi sul 6%. Nel lontano passato il Paese fu a lungo vassallo della Cina; la sua successiva indipendenza finì nel tardo Ottocento per la conquista francese. Nel 1954, duramente sconfitta a Dien Bien Phu, Parigi cedette agli USA le pretese sull’Indocina. Il conflitto si trascinò stancamente fino al 1965, quando Washington fece affluire un’armata possente e i bombardieri delle portaerei e di innumerevoli basi. Tre anni dopo, l’offensiva del Tet rivelò la micidiale efficienza dei Vietcong. Il loro trionfo si completò con la conquista di Saigon e la fuga precipitosa degli americani.

La nazione vittoriosa si aprì agli investimenti stranieri nel 1990. Dieci anni dopo il presidente Clinton  andò a Canossa,  cioè ad Hanoi, e da allora cominciò l’afflusso di grandi investimenti, anche americani. Nell’estate del 2010 (oppure 2011) si contavano 544 investimenti statunitensi in corso, per 164 miliardi di dollari. I turisti stranieri superarono i 5 milioni. Il Paese figurava undicesimo al mondo per investimenti stranieri, dodicesimo per sviluppo del turismo. Moody lo collocò sesto tra i paesi industrializzati, con uno dei Pil più alti in Asia. La sola edilizia, terzo tra i settori che attirano più capitali internazionali (primo probabilmente è il tessile) contava nel settembre 2010  $8 miliardi di iniziative straniere. Crescono impetuosamente, e sono in testa nell’export, il legno, l’abbigliamento e l’acciaio. L’export siderurgico si moltiplicò per 20 in dodici mesi. Invece l’azienda campione per brillantezza dei risultati appartiene al comparto calzaturiero.

Nella siderurgia, settore per così dire maturo persino in un territorio cui una guerra feroce aveva inferto distruzioni materiali e umane gravissime, l’aggiornamento tecnologico procede veloce. Un’azienda su tre ha le attrezzature più moderne; cinque anni fa era una su quattro. E’ il risultato della cooperazione di un partner industriale possente, la Cina. Nelle sole infrastrutture vietnamite sono previsti investimenti fino a $200 miliardi in 10 anni, di cui 20 miliardi per modernizzare 6 grandi porti.

Il Paese ha i suoi problemi, due dei quali sembrano essere la corruzione e l’inadeguatezza culturale di una parte dei burocrati. In una società in partenza comunista (ora ‘comunista’ come la Cina?) i burocrati sono ancora importanti. Ma una ex-colonia che riuscì a schiacciare il corpo di spedizione mandato da Parigi per riconquistare l’Indocina; che soprattutto seppe organizzarsi per trionfare in una guerra atroce con gli USA (sganciarono più bombe che nell’intero secondo conflitto mondiale), si può dubitare che risolverà le difficoltà e raggiungerà gli obiettivi?

E si può dubitare che il Made in Italy sarà incalzato da un avversario altrettanto implacabile quanto quello che, con una logistica fatta soprattutto di portatori e da biciclette, obbligò le portaerei americane a buttare a mare gli elicotteri per far appontare altri fuggiaschi della Superpotenza?

Anthony Cobeinsy

MARCO VITALE: QUALI IDEE VECCHIE ABBANDONARE E QUALI IDEE NUOVE SEGUIRE PER USCIRE DALLA CRISI

La crisi finanziaria americana,  e la conseguente crisi economica generale, è anche la caduta della visione ideologica  che ha dominato l’economia mondiale negli ultimi venti anni, sviluppata negli USA e diffusa nel mondo dai neoconservatori americani, dalle banche d’investimento statunitensi, dai loro portavoce presso le Università di tutto il mondo, dalle grandi società di consulenza.

Avevano detto che la deregolamentazione selvaggia dei mercati avrebbe portato produttività e benessere per tutti. Ora sappiamo che non è vero.

Avevano detto che il darwinismo sociale è il motore dello sviluppo e che la solidarietà sociale era un fattore negativo. Ora sappiamo che non è vero.

Avevano detto che le differenze economiche tra i più ricchi e i più deboli dovevano aumentare e non diminuire per creare una più vigorosa spinta allo sviluppo. Ora che queste differenze negli USA e nei paesi americaneggianti, come l’Italia, sono al massimo livello degli ultimi ottant’anni, sappiamo che non è vero.

Avevano detto che bisognava privatizzare ogni cosa, unica via per salvarci dall’inefficienza dello Stato. Ora che i governi americano e inglese e altri governi hanno dovuto massicciamente intervenire per salvare privatissime banche e assicurazioni  e l’intero mercato dal fallimento, sappiamo che non è vero.

Avevano detto che il mercato e solo il mercato doveva reggere la società senza che altri schemi tenessero insieme il tessuto sociale, che il mercato era tutto e che tutto allo stesso dovesse essere sottomesso. Ora sappiamo che non è vero.

Avevano detto che al centro del sistema, come motore dello stesso, doveva esserci il “capital gain”. Adesso sappiamo che non è vero.

Avevano detto che la globalizzazione all’americana doveva andare bene per tutti, perché era il migliore dei mondi possibili. Ora sappiamo che non è vero.

Avevano detto che gli Stati Uniti erano talmente forti non solo militarmente ma anche finanziariamente da non aver bisogno di nessuno e che sarebbero sempre andati avanti per la loro strada, unilateralmente. Adesso sappiamo che non è vero.

Come sempre, dunque, quando si verificano grandi sconquassi economici, si assiste anche  al tramonto di un’intera concezione, di un sistema di pensiero. Oggi sappiamo che non è vero. Ma, tuttavia, ci rifiutiamo di riconoscerlo. La grandissima maggioranza dell’apparato delle scienze economiche e sociali ha fatto quadrato rapidamente, ergendo un muro difensivo per difendere il sistema ed evitare fughe in avanti. Naturalmente ci sono importanti ma non numerose eccezioni (e da noi mi piace citare soprattutto Stefano Zamagni) ma l’atmosfera dominante è stata quella del “quieta non movere”. Ma, per fortuna, le cose non sono più quiete.

Ciò fu subito chiaro,  sicché sin dal 2009 potevo lanciare un allarme verso il sistema che rifiutava di leggere la profondità della crisi e la necessità di nuovi paradigmi culturali, valoriali ed anche tecnici. Il più forte partito in questa direzione fu quello che chiamai “dei minimalisti conservatori[1].

La progressione logica dei minimalisti-conservatori, al di là delle enfasi diverse, segue uno schema abbastanza uniforme, articolato su tre punti:

  • la crisi è sostanzialmente dovuta a errori di valutazione tecnica;
  • la crisi era totalmente imprevedibile;
  • quindi non c’è niente da cambiare, né nella organizzazione economico-sociale né nel pensiero; bisogna  solo aspettare che la crisi passi, magari con l’aiuto di qualche stimolo fiscale.

Questo partito, fortemente ideologico fu, da noi, ben rappresentato dal rettore della Bocconi, Guido Tabellini che, nel 2009, concluse un importante dibattito  su Il Sole 24 Ore[2] con queste memorabili e lungimiranti parole:

“Come sarà ricordata questa crisi nei libri di storia economica? Come una crisi sistemica e un punto di svolta, oppure come un incidente  temporaneo (sottolineatura aggiunta) e presto (sottolineatura aggiunta) riassorbito, dovuto ad una crescita troppo rapida dell’innovazione finanziaria? Se guardiamo alle cause della crisi, e alle lezioni da trarne, la risposta è senz’altro  (sottolineatura aggiunta) la seconda. In estrema sintesi, la crisi è scoppiata per via di alcuni specifici problemi tecnici riguardanti il funzionamento e la regolamentazione dei mercati finanziari, ed è stata acuita da una serie di errori commessi durante la gestione della crisi… Vi sarà un’altra rivoluzione (come quella degli anni Trenta) nelle idee degli economisti circa i compiti della politica economica e il funzionamento di un’economia di mercato? Io penso di no. Le lezioni da trarre, per quanto importanti, sono più circoscritte. Riguardano principalmente il funzionamento di alcuni aspetti dei mercati finanziari, e in particolare la gestione del rischio, e l’assetto della regolamentazione finanziaria. Ma non vi sarà una revisione sostanziale degli obiettivi di politica economica, né dei concetti fondamentali di come funziona un’economia di mercato”.

A questo non pensiero  io contrapposi il pensiero che Luigi Einaudi dedicò alla crisi degli anni 20-30:

“Come si può pretendere che la crisi sia un incanto, e che a manovrare qualche commutatore cartaceo l’incanto svanisca? Ogni volta che, cadendo qualche edificio, si appurano i fatti, questi ci parlano di amministratori e imprenditori incompetenti, o avventati, o disonesti. Le imprese dirette da gente competente e prudente passano attraverso momenti duri ma resistono. Gran fracasso di rovine, invece, a chi fece in grande a furia di debiti, a chi progettò colossi, dominazioni, controlli e consorzi; a chi per sostenere l’edificio di carta fabbricò altra carta, e vendette carta a mezzo mondo; a chi, invece di frustare l’intelletto per inventare e applicare congegni tecnici nuovi o metodi perfetti di lavorazione e di organizzazione, riscosse plauso e profitti inventando catene di società, propine ad amministratori-comparse, rivalutazioni eleganti di enti patrimoniali. L’incanto c’è stato, e non è ancora rotto; ma è l’incanto degli scemi, dei farabutti e dei superbi. A iniettar carta, sia pure carta internazionale, in un mondo da cui gli scemi, i farabutti e i superbi non siano ancora stati cacciati via se non in parte, non si guarisce, no, la malattia; ma la si alimenta e inciprignisce. Non l’euforia della carta moneta occorre; ma il pentimento, la contrizione e la punizione dei peccatori; l’applicazione inventiva dei sopravvissuti. Fuor del catechismo di santa romana chiesa non c’è salvezza; dalla crisi non si esce se non allontanandosi dal vizio e praticando la virtù”.

E aggiunsi[3]

 

“Bisogna smetterla di ingannare la gente facendo credere che i governi abbiano la  bacchetta magica per scongiurare le conseguenze di crisi gravissime come questa. I governi potevano evitare la generazione di una crisi così grave, che è conseguenza di una visione irresponsabile dello sviluppo, della montatura di una economia di carta, del gigantismo bancario, della deregolamentazione finanziaria selvaggia (le banche sono rimaste regolamentate, ma il trucco è consistito nel portare fuori dal circuito bancario, in circuiti totalmente non regolamentati, il grosso delle operazioni finanziarie e di credito), delle conseguenti manipolazioni finanziarie. Si poteva evitare e governare tutto ciò.  Ma ora che, con la loro acquiescenza, la frittata è fatta, i governi possono solo attenuare gli effetti della crisi e cercare di compensarla impostando nuovi temi di sviluppo, ma non certo cancellarne le sue dure conseguenze.”

Questa è la crisi della degenerazione del mercato, non del mercato in sè. Evitiamo dunque di cadere in una astratta disputa astratta e ideologica su più mercato o più Stato, ma analizziamo e curiamo le cose che non hanno funzionato sia nello Stato che nel mercato. Non si tratta di guardare indietro, ma avanti. Non si tratta di invocare più Stato, ma più diritto, più regole, anzi più principi, più responsabilità diffusa, più rispetto del mercato;  si tratta di tagliare le unghie ai ladri, di mandarli in prigione, di ricostruire economie efficienti ma giuste, severe ma solidali e di avviare una globalizzazione al servizio dell’uomo, di tutto l’uomo e di tutti gli uomini e non solo dei potenti, ricchi ed irridenti che hanno contrassegnato la non felice stagione che, forse,  si sta chiudendo. Ma non nutriamo eccessive illusioni. La resistenza del sistema è fortissima

C’è un test divertente di quanto sto dicendo. In un incontro di studiosi, tra i quali alcuni americani, mi è capitato di leggere le profonde parole di un grande economista liberale, Luigi Einaudi. Sono parole lette da Einaudi nell’aprile 1945 nella Relazione del Governatore della Banca d’Italia per l’esercizio 1943. Einaudi disse: “Le banche non sono fatte per pagare stipendi ai loro impiegati o per chiudere il loro bilancio con un saldo utile; ma devono raggiungere questi giusti fini soltanto col servire nel miglior modo possibile il pubblico”. Quando lessi queste parole uno studioso americano presente commentò francamente: “Se qualcuno avesse pronunciato queste parole in America, quattro anni fa, avrebbe avuto buone possibilità di venire ricoverato in un ospedale psichiatrico”. Oggi questo, forse, non succederebbe più, e in ciò consiste il cambiamento e anche la speranza.

Questa resistenza intellettuale della maggioranza degli economisti e dei governi a riconoscere la vera natura della crisi e la sua profondità, fu da me paragonata all’atteggiamento dei medici o governanti milanesi ai tempi della peste descritta dal Manzoni che, nonostante gli allarmi lanciate dagli incaricati  Tadino e Settala, si rifiutarono a lungo di riconoscere l’esistenza della peste:

“Come non paragonare le acrobazie intellettuali e verbali dei medici milanesi che, a nessun costo, volevano parlare di peste e citavano “febbri maligne” e “febbri pestilenti” pur di non usare la parola: “peste”  (”miserabile rufferia di parole, e che pur faceva gran danno”, dice il Manzoni), con il pervicace e prolungato rifiuto da parte dei nostri economisti di usare la parola “recessione” e con la tesi, a lungo sostenuta, che la crisi finanziaria non avrebbe toccato l’economia reale (distinzione già di per sé, sempre e comunque, demenziale)?

Come non paragonare le prime misure prese dai governi e soprattutto gli ultimi atti del presidente Bush e del suo malefico ministro del Tesoro, Paulson, aventi natura più di esorcismi che di rimedi, con la pressione pubblica e popolare che forzò il riluttante arcivescovo Federigo a dare l’assenso alla grande processione, con esposizione delle spoglie di San Carlo, l’11 giugno 1630, che, incrementando le occasioni di contagio a causa della gran folla, fece esplodere il numero dei morti per peste? E qui, invece di  attribuire l’effetto alla causa vera, si scatenò la caccia agli untori.

Come non paragonare l’improvvisa euforia che sta prendendo molti, che festeggiano la presunta fine della crisi prima che si realizzino le correzioni di sistema necessarie per avviare un nuovo ciclo di sviluppo sostenibile, con la felice e serena convinzione di Don Ferrante che “in rerum naturam” la peste non può esistere, perché non è sostanza né spirituale né materiale e che la vera ragione del contagio è la fatale congiunzione di Saturno e Giove: perciò non ci sono cautele da prendere ma occorre solo aspettare che la congiunzione passi (vedi i nostri minimalisti–conservatori e/o nihilisti), sicché Don Ferrante morì di peste sereno e felice? 

La progressione è descritta dal Manzoni, con grande efficacia, con queste parole:

“In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo[4]. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo[5]. Poi, non vera peste; vale a dire peste sì, ma in un certo senso,  non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome[6]. Finalmente, peste senza dubbio e senza contrasto: ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro”.

Con l’idea del venefizio e del malefizio si innesta nella successione la fase tragica degli untori e della caccia all’untore, che finisce per apparire plausibile anche a una mente limpida e acuta come quella del medico Tadino e, persino, si insinua nella mente dell’arcivescovo Federigo. E qui dobbiamo stare bene attenti, per non cadere anche noi in questa spirale. Se abbiamo usato, e ancora useremo, parole severe verso la congrega degli economisti e dei banchieri, perché ciò è indispensabile, dobbiamo guardarci dal veder in loro la causa unica della crisi. Sarebbe una insensata caccia all’untore. Parimenti se abbiamo usato parole di severità verso certi interventi dei governi o verso i loro ritardi e le loro omissioni, dobbiamo guardarci dall’attribuire loro tutte le responsabilità della crisi o del protrarsi della stessa. Sarebbe anche questa un’insensata caccia all’untore.

Dobbiamo piuttosto rivolgere l’attenzione al contesto, all’ambiente nel quale la crisi è stata concepita, è stata a lungo in gestazione ed è poi, alla fine, scoppiata. Dobbiamo guardare a noi stessi come compartecipi di approcci culturali, morali e comportamentali erronei e che dobbiamo correggere”.

Ora dobbiamo guardare avanti con la serenità e la fortezza che scaturisce dalla speranza cristiana, dalla disciplina alla verità (“sia il vostro dire sì quando è sì e no quando è no. Tutto il resto viene dal maligno”), dal disinteresse, dall’amore per l’uomo, tutto l’uomo e tutti gli uomini . Il protrarsi della crisi è tale da giustificare la mia proposta di accantonare la parola crisi (che evoca un processo acuto e breve e che è totalmente usurata) per sostituirla con: processo di trasformazione. Noi siamo, infatti, nel mezzo di un grande processo di trasformazione del quale conosciamo cosa ci lasciamo alle spalle, ma non sappiamo in quale nuova terra approderemo. Ciò dipenderà, in gran parte, da ciò che faremo e da ciò che non faremo, dalle nostre azioni ed omissioni. Il protrarsi di questo processo sta aprendo gli occhi a molti e si sentono, finalmente, voci autorevoli che animano con nuove proposte il deserto intellettuale ancora dominante, che cercano di rispondere un positivo ai gravi avvertimenti di chi non vuole chiudere gli occhi, come Edgar Morin che, nel novembre 2011, scriveva: “Come sonnambuli, camminiamo verso la catastrofe” o come il governatore della Banca d’Inghilterra, Sir Meriyn King che, nell’ottobre 2011, ammoniva: “Siamo di fronte al rischio di un crollo del sistema economico mondiale”; come Stiglitz che nel 2010 diceva: “Stiamo preparando altre crisi altrettanto violente di quella che stiamo attraversando. Crisi che distruggeranno milioni di posti di lavoro nel mondo. Ma, in questi due anni, ci siamo limitati a spostare le poltrone sul ponte del Titone”. In questo panorama un rilievo particolare merita Pierre Larrouturou che, nel 2012, ha pubblicato un denso libretto dal titolo: “C’est plus grave que ce qu’on vous dit… Mais on peut s’en sortir”[7] e che ha fondato un gruppo di pressione, chiamato Roosvelt 2012, insieme a Edgar Morin, Michel Rocard e numerosi altri studiosi ed operatori che si prefigge di combattere il fatalismo e lanciare un New Deal europeo. Una delle loro tesi, da me pienamente condivisa è l’importanza cruciale dell’Europa. Il contributo di pensiero di questo studioso e di questo gruppo è estremamente importante.  Non posso qui riassumerlo, ma mi soffermerò sul punto centrale del loro pensiero, che esprimo con le loro stesse parole: “E’ ora di agire e di reagire. Di esigere ciò che è giusto per noi e per i nostri figli. La giustizia sociale non è un lusso al quale rinunciare in tempi di crisi. Ricostruire la giustizia sociale è il solo modo di uscire dalla crisi. I sonnambuli che governano l’Europa ora devono svegliarsi. Subito.”

Nerlla stessa direzione si muove il recente “Global Democracy Manifesto” lanciato da Attili, Bauman, Chousky, Marrameo, Iglesias, Saviane, Esposito. E Clinton, nel bellissimo discorso tenuto alla Convenzione democratica a sostegno del debolissimo Obama (un fantasma sorretto da un lato dalla moglie e dall’altro da Clinton) ha detto: “

We Democrats – we think the country works better with a strong middle class, with real opportunities for poor folks to work their way into it, with a relentless focus on the future, with business and government actually working together to promote growth and broadly share prosperity. You see, we believe that “we’re all in this together” is a far better philosophy than “you’re on your own”. It is. Now, there’s a reason for this. It turns out that advancing equal opportunity and economic empowerment is both morally right and good economics. Why? Because poverty, discrimination and ignorance restrict growth. When you stifle human potential, when you don’t invest in new ideas, it doesn’t just cut off the people who are affected; it hurts us all. We know that investments in education and infrastructure and scientific and technological research increase growth. They increase good jobs, and they create new wealth for all the rest of us”.

Dunque la giustizia sociale ritorna per molti al centro della concezione dello sviluppo. E come non ritornare qui al pensiero di Maritain (in “L’uomo e lo Stato”) quando afferma che : “da un lato la ragione primordiale per cui gli uomini, uniti in una società politica, hanno bisogno dello Stato è l’ordine della giustizia. D’altro la giustizia sociale costituisce il bene decisivo per le società moderne. Di conseguenza, il dovere primordiale dello Stato moderno è di mettere in atto la giustizia sociale. In pratica, è inevitabile che questo dovere primario venga assolto facendo leva oltre il normale sul potere dello Stato nella misura stessa in cui quest’ultimo è costretto a compensare le deficienze di una società le cui strutture di base sono fuori strada nei confronti della giustizia. Tale deficienze sono la causa prima del disordine. E perciò tutte le obiezione teoriche o le rivendicazioni particolari, per giustificate che possano essere nei loro ambiti specifici, saranno inevitabilmente considerate cose secondarie di fronte alla necessità vitale – non soltanto materiale ma anche morale – di soddisfare i bisogni e i diritti a lungo trascurati della persona umana negli strati più profondi e più estesi della società”.    

Quindi tante delle”idee nuove” altro non sono che idee antiche, idee perenni da ricuperare, aggiornare, rimettere al centro, contrastando la concezione demenziale che ho riassunto nel mio “incipit” e che è ancora dominante. Per queste ragioni la DSC ha ricuperato un nuovo peso, un nuovo ruolo, un nuovo significato. Ma dobbiamo collegarla ad altri filoni di pensiero che pongono al centro l’uomo, il rispetto della dignità dell’uomo, la giustizia sociale. Dobbiamo ricollegarla all’economia sociale di mercato con la quale ha profonde consonanze, con il liberalismo sociale di cui parla Quadrio Curzio, con l’economia civile di cui parla Stefano Zamagni, con la grandissima tradizione dell’illuminismo lombardo per il quale sviluppo economico e “incivilimento” erano la stessa cosa. Questi incroci e collegamenti sono fondamentali perché si tratta di filoni di pensiero che si rafforzano reciprocamente ed assumono, insieme, quella forza necessaria per contrastare il fortissimo “establishment” degli interessi e dell’immobilismo intellettuale  e morale.

L’economia sociale di mercato non è, come molti pensano, una specie di socialistume  o di statalismo mascherato. È una rigorosa dottrina liberale che pretende un mercato efficiente e non truccato. Ma che, al contempo, sa che il mercato non esaurisce tutta la rete delle relazioni umane e sociali, che il mercato deve stare dentro il suo campo di gioco e non prevaricare, che ci sono cose che, come disse Paolo Giovanni II, non si possono né comprare, né vendere. L’economia sociale di mercato rigetta, come male sommo, l’assistenzialismo, ma sa che senza solidarietà e sussidiarietà niente può funzionare bene e durevolmente, ed è proprio qui uno dei grandi incroci con la DSC.

E’ caduta l’economia di carta, cioè quei valori e consumi non frutto del lavoro, dell’impresa, della produttività, della creatività ed impegno dell’uomo, del risparmio, degli investimenti, ma pompati nel sistema dai manipolatori e funamboli del credito, con la complicità e compiacenza dei politici, delle banche centrali, dei regolatori (un fallimento completo), dei santoni dell’economia, dei malfattori in guanti bianchi.  Questi valori erano apparenti, basati sul debito, privi di un attivo sottostante valido e fecondo, proprio come i derivati fasulli. Erano parte del più gigantesco schema Ponzi di tutti i tempi, rispetto al quale la truffa del “povero” Madoff, l’unico che ha pagato, è da asilo di infanzia. E la forza del sistema è stata tale da innestare sulla caduta  la più grande operazione di marketing di successo di tutti i tempo: far credere che il fallimento sia dovuto allo stato sociale, mentre è dovuto alle degenerazioni finanziarie di chi, ora, rimprovera agli stati quei debiti dagli stessi assunti per salvarli  e tenerli al potere, senza condizioni.  La costruzione era simile a quei palazzi che si facevano da ragazzi (non so se i ragazzi di oggi fanno ancora giochi così semplici) con le carte da gioco. Talora, i più abili riuscivano a costruire palazzi persino di tre piani, ma poi bastava una piccola scossa e tutto il castello di carte crollava. L’ho chiamata economia di carta, ma potevo anche chiamarla economia di panna montata. Se è ben fatta e servita molto fresca, la panna montata è molto buona. L’economia di panna montata è stata molto ben servita e tutti o quasi, salvo pochi grilli parlanti, come sempre antipatici e fastidiosi, l’hanno molto gradita. Ma se la si lascia per un po’  al caldo sulla tavola, la panna montata si smonta, si appesantisce, rilascia un liquido non gradevole e diventa rapidamente acida e cattiva. Dobbiamo dirci, onestamente e francamente, che tutti, o quasi, siamo compartecipi ed abbiamo approfittato di questa economia di carta o di panna montata.

Ciò detto e recitato un salutare e liberatorio confiteor è necessario però mettere ordine nella scala delle responsabilità. L’economia di carta, infatti, non piove dal cielo. E’ stata pensata, voluta, teorizzata, costruita, pezzo dopo pezzo, da gruppi dirigenti, soprattutto finanziari ma non solo, che si sono arricchiti a dismisura rubando i soldi dei risparmiatori e che, per quanto possiamo capire ad oggi, rimarranno ricchi, impuniti ed irridenti. L’economia di carta ha avuto i suoi progettisti, i suoi sacerdoti, i suoi cantori, i suoi divulgatori; ha avuto i suoi premi Nobel, tanti, troppi, premi Nobel.

Ma se è caduta l’economia di carta e si è sgonfiata l’economia di panna montata, non è certo caduta l’economia, cioè la capacità dell’homo faber di produrre, migliorare, creare, risparmiare per  una vita ed un futuro migliori. Questa ha solo avuto un forte e salutare rallentamento. Né è caduta la finanza, strumento preziosissimo e chiave di volta dello sviluppo. E’ caduto l’abuso della finanza. La componente di carta e di panna montata non esiste più e va sostituita con nuovi sviluppi di economia vera appoggiata da una finanza sostenibile. Ciò richiederà tempo e sforzi intensi per dar vita ad un’economia finanziariamente, ambientalmente, antropologicamente sostenibile.  Un compito di lungo respiro ed esaltante, che mi fa dire: che bello essere giovani in questi tempi che offrono la possibilità di collaborare alla costruzione di un nuovo mondo e di una nuova economia, molto più civile! Ma dobbiamo accettare serenamente che se l’economia di carta  o di panna montata si è sgonfiata, ciò è un bene e non un male e dobbiamo conseguentemente adattare la nostra vita, i nostri consumi, le nostre abitudini alla nuova realtà. Ecco perché gli agevolisti che vogliono mantenere in vita il passato con la respirazione bocca a bocca sono un grande pericolo. Quello che conta è ricreare lavoro per tutti, anche per quelli che facevano lavori inutili che, inconsciamente, montavano la panna montata. Basta alzare la testa e guardare in giro per vedere quali e quanti sono i bisogni veri ed insoddisfatti dell’uomo, per capire che non c’è un problema reale a perseguire questi obiettivi, ma solo problemi frutto della nostra distorsione e perversione, che dobbiamo correggere.

Dunque le soluzioni non mancano, la direzione di marcia incomincia ad apparire meno oscura, la terra promessa affiora, lontano, tra le nebbie. La speranza cristiana soffia nelle nostre vele. Ma per approdare dobbiamo prima fare una vera e propria conversione. E la DSC può molto aiutarci in questo, soprattutto se sapremo tenere  distinto questo grande pensiero (che non è certo arretrato di 200 anni, come ha detto, nella sua ultima intervista, il cardinale Martini, peraltro parlando di altri temi, ma è anzi all’avanguardia, è il futuro, proprio perché è basata su principi e obiettivi non contingenti), tenerlo distinto, dicevo, dai comportamenti concreti dell’apparto di vertice della Chiesa che, come anche le recenti vicende IOR dimostrano, necessitano, come tutti e, forse, più di tutti, di una seria conversione.

 

Marco Vitale
Intervento al secondo convegno sulla dottrina sociale della Chiesa a Verona
 

 


[1] Marco Vitale, Passaggio al futuro, Egea 2010, Pag. 20

[2] Ora raccolto nel volume, “Lezioni per il futuro. Le idee per battere la crisi”, ed. Il Sole 24 Ore, 2009

[3] Marco Vitale, op. cit. pag. 26

 

[4]  Da noi a lungo è stata rifiutata la parola “crisi”, per parlare, invece, di “rallentamento”.

[5]Da noi  si incominciò a parlare di “minor crescita”.

[6] Da noi finalmente si parla di “crisi”, ma solo finanziaria, che quindi lascerà indenne l’economia reale. A Milano, precisa il Manzoni, si parlava di non vera peste perché non tutti morivano.

[7] Tradotto in italiano con il titolo: “Svegliatevi. Perché l’austerità non può essere la risposta alla crisi. 15 soluzioni da applicare con urgenza”. Ed. Piemme, 2012

ORTEGA Y GASSET vs DE UNAMUNO

I due maggiori pensatori spagnoli del Novecento, Miguel de Unamuno e José Ortega y Gasset, abitano nei Campi Elisi, il primo dall’ultimo giorno del terribile 1936, il secondo dal 1955. In vita si combatterono accanitamente, incarnavano due idee e due fedi divergenti della Spagna. E oggi, dalla loro contrada di paradiso, continuano a litigare? Chi dei due aveva visto meglio il destino della loro patria, che era stata grandissima? Chi è giusto sia il riferimento ideale della nazione del 2012, spaventata dal default ma assai prospera rispetto a quella di un secolo fa?

Tutte le apparenze assegnano la Spagna dei nostri giorni a Ortega y Gasset, che fu il ‘partidario de la modernidad’, l’assertore della omogeneizzazione all’Europa, contro i miti e le eroiche fissazioni nazionali. Ortega era tutto Newton e Kant, tutto Illuminismo aggiornato, tutta fede in un progresso materiato di scienza, logica e tecnocrazia. La Spagna di oggi, lucente di grattacieli, di elettronica, alta velocità, finanza avanzata, ben più aeroporti dell’indispensabile e sperimentazioni temerarie alla Rodriguez Zapatero, sembra appartenere di diritto a Ortega, grande intellettuale madrileno, cattedratico di filosofia ma maestro di ‘filosofia pratica’, instancabile produttore di articoli giornalistici anzi comproprietario di un quotidiano, l’uomo che aveva intrapreso a lanciare un partito delle riforme liberali ed era stato nel pugno di progettisti e promotori della Repubblica del 1931.

Miguel de Unamuno- di cui ‘Internauta’ di settembre dice che “non parla alla Spagna d’oggi, di domani chissà”- fu più volte definito da Ortega ‘energùmeno espagnol’ e il suo pensiero energumenico. Per altri fu “genial tempestuoso” e “el mayor poeta romàntico de Espagna”. Il suo ‘vivir’ era ‘apasionado’ e ‘paradòjco’, la sua prosa ‘confesional’. I titoli delle sue opere maggiori erano straordinariamente intensi: Del sentimiento tràgico de la vida, Agonìa del cristianismo, Cristo de Velàzquez.  Che potrebbe avere in comune con Unamuno la Spagna di un secolo dopo, costernata sì per le vicissitudini dell’economia ed i rimorsi dell’orgia consumista-edonista ma ormai pienamente ostaggio dell’ipercapitalismo (grazie anche a Gonzales e a Zapatero), catturata da una modernità dissacratrice del retaggio?

Unamuno fu il bardo della patria prostrata e dolorosa. Invece gli spagnoli d’oggi si sentono piuttosto europei in momentanee difficoltà, più che mai protesi a rientrare nei modi della prosperità. Non sentono che un romantico estremo possa rappresentare una nazione di portatori di credit cards. I nobili miti della grandezza storica, che Unamuno aveva maledetto per amore -dunque non ripudiato- avevano staccato la Spagna dall’Europa, cioè dall’oggi. Al punto che Manuel Azagna, il demiurgo laicista della Seconda Repubblica, uno degli statisti più falliti della storia contemporanea, aveva creduto di poter scandire lo scherno finale: “Nada puede hacerse (farsi) de ùtil y valedero sin emanciparnos de la historia. Como hay personas heredo-sifilìticas, asì Espagna es un paìs heredo-històrico”. Povero Azagna: presiedeva un paese che ricordava le parole di Carlo V: “El idioma castellano ha sido hecho (fatto) por hablar con Dios”. Non poteva essere più netto il contrasto tra il rettore di Salamanca, grecista, poeta e quasi un flagellante, e l’Ortega partigiano della contemporaneità, l’Ortega che aveva proclamato “Espagna no es nada; por su alma no han pasado ni Platòn nì Newton nì Kant” e “En Espagna no hay sombra (ombra) de ciencia”.

Messa così, l’anima della Spagna passata all’economicismo e alla razionalità appartiene a Ortega y Gasset, il quale visse sì il ‘patriottismo tragico’ della Generazione del ’98, ma aveva fede nell’educazione del popolo e nelle avanzate tecnologiche. La Spagna di oggi è tecnologica professa.

Tuttavia non tutti i giochi sono stati fatti. Forse il futuro non è del capitalismo, falso moltiplicatore della ricchezza, e del progresso dispensatore di felicità. Forse potrà esserci un ritorno agli ideali derisi dal malaugurato Azagna. Forse crescerà un comunitarismo solidale e austero, che inevitabilmente riprenda gli spunti vivi del socialismo ‘humanistico’. Se questo accadesse, chi sarebbe il riferimento storico, se non Miguel de Unamuno? Il quale in gioventù fu appassionatamente socialista e profeta senza speranza di una Spagna sorella dello spirito.

A.M.C.

NACQUE IN GALIZIA IL SENTIMENTO D’EUROPA

Abbiamo l’abitudine di pensare: la Nazione continentale che dovremo a tutti i costi creare nel Vecchio Continente -in odio agli USA dovremmo chiamarlo Glorioso Continente- sorse carolingia e renana, sorse sulla volontà di due grandi popoli che si rifanno al fondatore del Sacro Romano Impero di non combattersi mai più. E’ vero, naturalmente. Tuttavia aveva ragione Manuel Fraga Iribarne -che fu presidente della Galizia dopo essere stato governante di vertice a Madrid; senza dubbio il maggiore tra gli studiosi spagnoli investito di responsabilità politiche- quando affermava che il sentimento d’Europa sorse a Compostela:

“Il Camino de Santiago nasce come una stella di orientamento nell’orizzonte dell’età carolingia, allorquando si disegnava un nuovo tipo di società. Il pellegrinaggio ‘visionaliter’ di Carlo Magno a Compostela è il preannuncio di un’Europa che si alza nell’interrelazione e l’interscambio offerti dal pellegrinaggio verso Finisterre. Assistiamo a un sorprendente risorgere del fenomeno jacobeo, a partire dagli importanti studi storici della seconda metà dell’Ottocento. Nel sec.IX Alfonso II delle Asturie non avrebbe organizzato il culto della tomba di Santiago, se non fosse stato per le antichissime tradizioni sulla presenza del primo apostolo martire negli ‘occidentalia loca’. Oggi il moltiplicarsi dei pellegrini a Santiago è un fatto. Giovani soprattutto, di tutti i paesi europei, e anche dal di là dei mari, i quali tornano a percorrere i passi del Camino antico, a vivere l’esperienza del peregrinare. E’ come rileggere la conosciuta pagina del ‘Liber Sancti Iacobi’, che elenca 74 nazionalità le quali venivano ‘en caravana y falanges, cumpliendo sus votos…Unos tocan cìtaras, otros liras, otros tìmpanos, otros flautas, caramillos, trompetas, arpas, violines, ruedas britànicas o galas, otros cantando con cìtaras, otros cantando acompagnados de diversos instrumentos, pasan la noche en vela…”.

Nel nostro contesto culturale, notava ancora il più illustre dei galiziani (Fraga era nato a Villalba presso Lugo), “la decisione di partire in pellegrinaggio esprime per di più una protesta contro le offerte della nostra società. Il Camino come un’esperienza di autenticità e liberazione”.

Il retaggio giacobeo è solo uno dei contorni internazionali della Galizia. Un altro, forse più decisivo, è che a questo antico piccolo regno dell’estremo nord-ovest della penisola iberica la primogenitura europea spetterebbe anche se a Compostela non si fossero trovate le spoglie dell’apostolo Giacomo, “l’amico di Gesù”. Anche se nell’alto medioevo Compostela non fosse stata proclamata dai papi Callisto II e Alessandro III pari a Roma e a Gerusalemme come capitale dei sentimenti cristiani. Parliamo di primogenitura perché la Patria europea ormai nata, anche se vive una fanciullezza difficile, è sorta da un nucleo strettamente occidentale. Ebbene nessuna regione d’Europa, che abbia partecipato alla storia del Continente, è più occidentale del contesto Galizia-Portogallo. Il capo Finisterre, dove in antico si credeva finisse la terra conosciuta, è a soli 60 km dalla cattedrale del Santo Jacopo.

Le risorse ambientali e il retaggio storico sono così ingenti da candidare la Galizia a polo dell’identificazione culturale e del turismo di qualità. Avremo vantaggio se scopriremo questa terra. Impareremo tra l’altro che la lingua galiziana, il gallego, ebbe fino al sec.XV una sorprendente fioritura letteraria. Si poetava in gallego: era la lingua della lirica nell’intero mondo ispano-lusitano, e persino in Sicilia e nella terra occitana. La conformazione del territorio, mentre rese difficili le comunicazioni non solo rispetto alla Meseta, il grande altopiano castigliano, ma anche tra le valli e i comprensori galiziani, facilitò invece la saldatura col nord del Portogallo. Oggi tale nord è integrato alla Galizia in una ‘Comunità internazionale di lavoro’ di diritto europeo.

A partire dall’800 molti galiziani cominciarono a lasciare la loro terra per le Castiglie, l’Andalusia e il Portogallo. Dopo il 1860 si aprì l’emigrazione per l’America latina, Cuba specialmente. La Casa de Galicia all’Avana è uno degli edifici più imponenti dell’isola. Lo Statuto della regione autonoma riconosce la ‘galeguidade’ degli emigrati: le loro rimesse hanno apportato benessere alla Galizia, pur senza stimolare una vera e propria industrializzazione.

Nell’alto medioevo questa terra fu dei re delle Asturie, per poi diventare un piccolo regno indipendente, che comprendeva anche territori poi portoghesi Col sec.XII cominciò il declino: la Galizia mantenne il rango di regno ma fu assorbita dalla monarchia di Castiglia e Leon. Dopo che verso il 1122 fu completata la costruzione della grande cattedrale voluta a Compostela da re Alfonso VI, il pellegrinaggio ai resti dell’apostolo Giacomo e dei discepoli Atanasio e Teodoro divenne il più importante dell’Europa occidentale. Una bolla di Alessandro III istituì l’Anno Santo di Santiago, con la grazia del Giubileo. Ben presto il Camino de Santiago risultò un grande tramite di civiltà grazie agli scambi culturali tra i pellegrini. A fianco della cattedrale di Compostela fiorì pure una scuola dove si traducevano soprattutto le opere del retaggio ellenico, in quella fase custodito dai dotti del mondo arabo. Si ebbe allora la straordinaria fioritura culturale della Galizia. Nella lingua gallega si redassero per un periodo la maggior parte delle creazioni letterarie ispano-portoghesi. Le Cantigas de Santa Maria composte da Alfonso X il Savio re di Castiglia e Leon, forse coll’apporto di artisti della sua corte, restano tra le maggiori cose della grande letteratura. Sono solo la maggiore delle raccolte poetiche medievali ricollegabili alla lingua gallega.

Nell’argomentare che negli anni Novanta la Galizia aveva progredito in sviluppo e in assertività più che in tutta la sua storia contemporanea, Fraga Iribarne citò tra l’altro un grado di digitalizzazione già prossimo a superare quello di Germania e Francia. E concluse: “Non ci aspetta la Terra Promessa, però certamente un tempo di opportunità uniche. Goethe lo direbbe “il presente puro della storia”.

Questo fu Fraga Iribarne, un grande spirito tradito dai propri successi di mezzo secolo fa. Avrebbe dovuto restare alla goethiana altezza del presente puro della storia. Invece fondò un partito.

A.M.C.

LA METEORA FRAGA IRIBARNE

Come capo di uno dei partiti della Spagna fattasi democratica, Manuel Fraga Iribarne fu un fallimento. Se invece si prescinde dalla sua decisione di mettersi nel gioco del parlamentarismo postfranchista, egli fu il politico più colto e significativo di Spagna nella fase tra il 1962 (ingresso nel governo di Franco) e il primo ministero (1976) svincolato dal Caudillo, presieduto dall’abile Nessuno Adolfo Suarez. Già ministro del Movimiento, cioè sahariana in chief, Suarez seppe convertirsi nel primo presidente della Transiciòn alla democrazia. Fraga, vice premier e da molti pronosticato per il posto di Suarez, non volle servire sotto il brillante giovanotto, successore di Carlos Arias Navarro, uno dei principali luogotenenti del Caudillo.

Il partito che Fraga lanciò si chiamava Popular (così si chiama oggi sotto Rajoy) ed era il contrario che popolare: voleva federare le varie destre. Fraga non fece mistero, anche a livello scientifico, di riprendere l’operazione conservatrice di Antonio Canovas del Castillo, il quale governò a lungo la Spagna dopo avere nel 1876 restaurato la monarchia. Canovas fu il Giolitti, meno aperto, del parlamentarismo iberico; fu assassinato nel 1897 dal solito anarchico. I governanti suoi successori furono talmente inefficienti o sfortunati che nel settembre 1923 fu facile al generale marchese Miguel Primo de Rivera, capitano generale della Catalogna, abbattere il regime parlamentare in poche ore, senza spargimento di sangue. Instaurò una bonaria ‘Dictadura’ legale che durò fino al 1930, sempre appoggiata da un largo consenso popolare (notabili e intellettuali a parte). Collaborarono apertamente i socialisti, allora un partito onesto, e il Dictador ricambiò attuando una parte non piccola del loro programma. Fu sul punto di fare di loro il partito unico del regime.

Quando Primo de Rivera prese il potere, il sistema politico della Spagna era un malato terminale: peggio del nostro del 2012, con in più un terribile conflitto sociale. Governava un’oligarchia di notabili liberal-conservatori, a volte corrotti, sempre tesi agli interessi che rappresentavano, tutti indifferenti alla miseria del proletariato. Nelle campagne le famiglie dei braccianti non mangiavano tutti i giorni dell’anno. Spesso non si permettevano un pasto serale. La previdenza sociale e la sanità pubblica non esistevano. Quando arrivavano le malattie e i lutti non c’era che la mendicità. Metà della popolazione era analfabeta. Lo scontro sociale non poteva che essere estremo: nel quinquennio che precedette il golpe di Primo ci furono quasi 1300 attentati, di cui 843 nell’area di Barcellona. Nel 1922 gli scioperi politici erano stati 429. Nel maggio-giugno 1923 -il golpe venne in settembre- lo sciopero generale dei trasporti aveva fatto 22 morti. Si aggiungeva un’aspra guerra coloniale in Marocco.

Dopo la tragedia del 1898 (disfatta nella guerra con gli USA, perdita dell’impero) il pensatore Joaquin Costa, iniziatore del Rigenerazionismo, aveva invocato un ‘cirujano de hierro’, un chirurgo di ferro che amputasse le cancrene. Primo de Rivera fu il chirurgo: chiuse le Cortes, cestinò la Costituzione, affidò ad ufficiali tutti gli organismi pubblici, fece gestire la politica economica a José Calvo Sotelo, un trentaduenne intelligente e molto coraggioso (infatti morì assassinato nel 1936, e la scintilla fece esplodere la Guerra civile). Il generale si applicò quotidianamente a cambiare le cose e a farne edotti gli spagnoli. Il paese, intellettuali all’inizio compresi, accettò il golpe come salutare. La Dictadura mise subito fine alla guerra coloniale. La cooperazione col partito socialista chiuse lo scontro sociale e il terrorismo.

La maggior parte degli storici riconoscono l’efficacia dell’azione economica: la Dictadura costruì strade e case popolari, allargò l’elettrificazione e l’irrigazione, promosse tutte le attività produttive, creò i primi istituti e provvidenze del Welfare (pensioni, assistenza medica, sussidi ai disoccupati e ai poveri), aprì 4.000 scuole. Tutti gli indicatori, buona congiuntura internazionale aiutando, attestarono una prosperità senza precedenti, con un tasso di sviluppo del 5,5%. Per l’aspra opposizione degli agrari Primo non riuscì a dare terra ai contadini, a parte un piccolo programma; però i braccianti miserabili cominciarono a lavorare nelle città (e questo inferocì i latifondisti: la meccanizzazione era infante, perciò l’esodo dei braccianti li danneggiava sul serio). I proletari ebbero assicurato il pane che prima era stato così precario.

L’euforia finì verso il 1929, quando la Grande Depressione si fece sentire un po’ anche in Spagna, e soprattutto diventò schiacciante un debito pubblico molto dilatato dagli ambiziosi programmi di sviluppo e sociali. Il generale, marchese e Grande di Spagna, aveva speso troppo per le plebi che amava, che aveva beneficato materialmente e di cui condivideva il temperamento e le passioni. Amave danzare coi gitani. Quando arrivava un’entrata imprevista, assegnava modeste doti nuziali alle ragazze povere. In una terra di assassinii, andava in ufficio a piedi sapendosi amato. Come massimo consigliere sulle cose del lavoro aveva preso il capo sindacale Francisco Largo Caballero, il futuro ‘lenin spagnolo’ che nel 1937 sarà il penultimo capo di governo della Repubblica ormai rossa. I latifondisti e le destre economiche non  perdonarono al Dictador di avere di fatto redistribuito parte della loro ricchezza. Minato dal diabete e assillato dalla minaccia della bancarotta, nel 1930 Primo lasciò il potere spontaneamente; morì sei settimane dopo in un modesto hotel parigino.

Gli storici concordano: fu un regime di attacco agli assetti tradizionali (del resto la famiglia dei Primo vantava vari generali che nelle guerre carliste avevano parteggiato contro i conservatori). Il Dictador fu una specie di Gracco, alto aristocratico e tribuno della plebe. Avendo neutralizzato il parlamento e i partiti -tranne quello socialista- il Tribuno/Dictador potè dall’alto modernizzare il paese e aiutare nel concreto i proletari, la borghesia minuta e la nascente tecnocrazia. Furono i privilegiati che combatterono accanitamente e poi abbatterono il Dittatore. Rifiutando il liberismo conservatore, fermando l’anarchismo e punendo l’egoismo dei ceti privilegiati, Primo fu il migliore governante spagnolo degli ultimi due secoli.

Cadde a causa del suo disprezzo per quelli che chiamava i ‘politicastros’ liberali e per gli ‘autointellectuales’ di sinistra; più ancora per le destre ottusamente reazionarie ed egoiste. I suoi oppositori non furono mai appoggiati dal popolo: il popolo aveva ricevuto molto dalla dittatura e avrebbe ricevuto assai poco dai politici progressisti quando, a partire dal 1931, instaurarono la loro repubblica. Infine la Dictadura non oppresse né perseguitò gli avversari. Quelli che si esposero più direttamente furono colpiti da multe. Le carceri non si riempirono; non fu fascismo.

Nel momento di entrare nell’agone politico -fin’allora aveva fatto il meritocrate- Manuel Fraga Iribarne avrebbe potuto avere in Primo de Rivera un precedente, un patrimonio e un retaggio di prima grandezza: l’opzione del riformismo energico, fattivo e guidato efficacemente dall’alto, senza politici professionisti. Fraga Iribarne avrebbe dovuto riprendere l’opera innovatrice e giustiziera dove il generale l’aveva lasciata, e portarla più avanti. Avrebbe dovuto proporre modernizzazione e riforme etiche, da fare assieme alla maggioranza sociologica, consonando con le istanze e i valori di quest’ultima. Oltre a tutto l’eredità del Dictador era stata rilanciata e ‘sublimata’ dall’idealismo temerario del figlio José Antonio, fucilato nel 1936, fondatore sì della Falange filofascista ma anch’egli mosso da slanci solidali e di giustizia, anch’egli spregiatore delle imposture della democrazia. Lo stesso franchismo vittorioso della Guerra civile dovette fare propri in qualche misura, attraverso il messaggio di José Antonio, i contenuti popolari del regime primorriverista. Gli spunti di retaggio e di innovazione che si offrivano a Fraga Iribarne erano abbondanti e vividi, anche a volere rinnegare in tutto l’eredità del franchismo, dal quale pure era stato catapultato al vertice. Ricordiamo: la vera Transiciòn dall’autoritarismo fu realizzata da Adolfo Suarez, ex-ministro del Movimiento. Non avrebbe potuto affrontare il futuro un Fraga continuatore di Primo de Rivera, il governante più saggio e il più sincero amico del popolo dai primi dell’Ottocento, quando la Spagna inventò a Cadice il liberalismo progressista?

Invece Fraga Iribarne scelse di lasciarsi portare dalla deriva democratica, con un partito dei banchieri e delle duchesse, senza alcun titolo di nobiltà ideale, senza una storia positiva, senza potenziale di elaborazione e immaginazione, senza candidatura a sperimentare. Fu solo una puntata legittima dal punto di vista dei professionals della politica e degli opinionisti loro soci. Fu la pessima tra le puntate, anche vista dalla sponda della Realpolitik: un paio di competizioni elettorali perdute e Fraga, che aveva titolo a succedere a Franco, si trovò ridotto a notabile della gestione periferica e dei maneggi politici minori.

Tali erano state l’intelligenza, la cultura e la creatività passate -al servizio delle svolte modernizzanti di Franco- che noi continueremo a raccontare Fraga Iribarne: l’uomo che si giocò la grandezza per adeguarsi, abbassandosi, agli altri: agli edificatori della scadente partitocrazia spagnola, solo un po’ meno ladra della nostra, figliastra di quella che Primo de Rivera aveva sbaragliato in poche mosse, per amore del popolo.

Antonio Massimo Calderazzi

SPAGNA: PRIMO TRENTENNIO DI PARTITOCRAZIA

Madrid cadde veramente ai partiti, ladri un po’ meno dei nostri e meno voraci di emolumenti, rimborsi e ricche pensioni, trent’anni fa, il 28 ottobre 1982. Quel giorno il Partito socialista (Psoe), capeggiato dall’affascinante avvocato andaluso Felipe Gonzales, stravinse le elezioni generali: oltre 10 milioni di voti, 205 seggi alle Cortes contro 106 della malaugurata Alianza Popular di Manuel Fraga Iribarne. Il Partito comunista di Santiago Carrillo -successore ragionevole del fazioso parossismo  della ‘Pasionaria’ Dolores Ibarruri (parossismo temperato dalla volpina abilità di Palmiro Togliatti)- fu sul punto di spirare: 4 seggi.

Nei sette anni trascorsi dalla morte di Franco la Transiciòn si era compiuta sotto i governi di Carlos Arias Navarro, Adolfo Suarez e Leopoldo Calvo Sotelo. Quest’ultimo, predecessore immediato di Felipe Gonzales, era nipote di José Calvo Sotelo, importante ex-ministro delle Finanze il cui assassinio nel giugno 1936, ad opera di un ufficiale di sinistra, fece scattare l’Alzamiento dei generali contro la Repubblica. Fu logico che ai socialisti andassero i voti, dato l’errore di Fraga Iribarne di creare il partito ‘grande destra’ dei banchieri e delle marchese, invece di capeggiare una forza antimarxista amica del popolo. Tale era stata, per sei anni a partire dal 1923, la (fortunata) ‘Dictadura’ filosocialista di Miguel Primo de Rivera, e tale era stato in qualche misura persino il primo franchismo, quando era ancora alquanto ispirato al falangismo sociale di José Antonio (figlio di Miguel) fucilato nel 1936 dai repubblicani.

Col 1982 cominciò il partitismo all’italiana, inevitabilmente destinato ad evolvere nella corruzione delle tangenti; infatti la prima lunga parentesi di potere socialista finì (1996) per scandali di tangenti. Ma la corruzione pervase l’intero sistema partitico: politici ed amministratori pubblici vollero incassare la percentuale sul tumultuoso sviluppo dell’economia: cominciando dall’edilizia, dove le licenze e le variazioni urbanistiche fruttavano e fruttano tangenti pronta cassa. Rinvii a giudizio e condanne sono abbastanza frequenti, ma gli scandali non accennano a ridursi. Dopo Felipe Gonzales fu la volta del governo di José Maria Aznar, brillante capo del partito creato da Fraga Iribarne; poi venne la riscossa socialista con José Luis Zapatero. Ora gestiscono i conservatori di Mariano Rajoy.

Come diversamente sarebbero andate le cose se una personalità eccezionalmente forte -in Spagna e nel mondo Fraga era apparso possibile successore di Franco- si fosse rivolto alla maggioranza sociologica invece che alle destre. L’uomo che aveva convinto il Caudillo a liberalizzare il regime fece male a non mantenere la promessa, fatta persino al carneade qui sottoscritto, di mettere il popolo, la gente, al cuore del suo manifesto politico. Disse, testualmente: “Calderazzi le prometto: nel Programma di Alleanza leggerà molto di ciò che propone”. Non andò così. Fraga mancò al suo destino.

L’avvio del partitismo integrale non fu aiutato dalla congiuntura economica. Quest’ultima era stata più favorevole all’ultima fase franchista. Nel 1970 i disoccupati non arrivavano a 200 mila; nel 1980 superavano 1,5 milioni; nel 1985 tre milioni. Tra la gente si fece frequente l’espressione “con Franco se vivìa mejor”. Se nel 1970 c’era il pieno impiego era anche in quanto un milione di spagnoli erano emigrati all’estero, e tra l’altro con le loro rimesse miglioravano la bilancia dei pagamenti. Soprattutto il lavoro c’era grazie al boom. Invece nel 1980 l’indice della borsa era sotto il 50% del valore di dieci anni prima. Come nel resto dell’Occidente si dovettero riconvertire interi comparti industriali, quali la costruzione navale e la siderurgia. A posteriori Felipe Gonzales dovette ammettere che aveva sbagliato a promettere 800 mila nuovi posti di lavoro in quattro anni. Fu il primo presidente del Governo a non farsi insignire di un grosso titolo nobiliare all’uscire di carica. Adolfo Suarez era stato fatto duca, Arias Navarro e Leopoldo Calvo Sotelo marchesi, e tutti e tre Grandi di Spagna. Franco, avendo rinunciato a diventare re, era rimasto generale.

Ma non fu il declino della congiuntura, bensì quello dell’etica pubblica a chiudere il quattordicennio di Felipe. Nel 1996 Josè Maria Aznar, brillante successore di Fraga alla testa del partito ‘popular’ (conservatore), sconfisse alle elezioni generali un governo Gonzales indebolito dagli scandali. Investito di una maggioranza larghissima il Partito socialista, erede di una tradizione onorevole, era degenerato nel felipismo, versione nazionale del craxismo, apoteosi delle tangenti. Ma la logica della democrazia partitica voleva che di corruzione si ammalassero anche gli avversari. Il sospetto cadde anche sui conservatori di Aznar, poi di nuovo sui socialisti di Zapatero. Oggi non si può dire che il malcostume macchi un partito spagnolo in particolare. Come in Italia, macchia tutti.

Hanno contribuito le autonomie regionali: la moltiplicazione dei centri di potere ha avvicinato ai decisori pubblici i detentori del denaro. Imboccata la via del partitismo amico degli affari, la Spagna ha perso la sua secolare specificità, di anteporre alla ricchezza l’onore orgoglioso. Angel Ganivet, tormentato diplomatico-scrittore, aveva definito disgustoso qualsiasi spagnolo ricco. E invece la Spagna ha imparato dall’Italia, maestra di malapolitica imbellettata di democrazia, erede di un millenario retaggio di corruttela, materna genitrice di Machiavelli e di Togliatti. Madrid e le Comunidades Autonomicas non sono arrivate al degrado di Roma e dei covi decentrati della nostra corruzione. Ma, grazie alle preclari virtù del processo democratico, sono sulla buona strada.

A.M.C.

ONIDA CONFERMA: DI QUESTO PASSO SI INVOCHERA’ L’UOMO FORTE

Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale -cioè uno degli esuberi, il giorno che la Costituzione e la Corte saranno cestinate- ha incriminato gli italiani in blocco nell’irosa risposta che ha dato (‘Corriere’ 24 settembre) a Michele Ainis; il quale aveva definito zavorra il decentramento dello Stato, e sostenuto che dalla riforma nel 2001 del titolo V della parte seconda della Costituzione sono cominciati certi nostri guai. L’Emerito ha indirizzato contro “l’amico e collega” una serie di duri ‘non è vero’: 1) che la Costituzione trasformi le Regioni in potentati (“i potentati sono dovunque, al centro e in periferia, e la Costituzione non c’entra”); 2) che la Costituzione incoraggi il ‘centralismo’ delle Regioni a scapito dei municipi e consegni il governo del territorio alle mani rapaci delle Regioni; 3) che le Regioni a statuto speciale siano anacronismi (“esse sono luoghi di esperienze (sic), come del resto le Regioni ordinarie; 4) che abbia senso chiedere che lo Stato si riappropri di competenze.

Fin qui un dissenso di dottrina tra costituzionalisti. Però Onida va oltre. Accusa Ainis di “accarezzare per il verso del pelo la demagogia imperante che cerca il colpevole di tutto nelle istituzioni (…) senza mai domandarsi se non si debba chiedere conto di ciò che ci scandalizza, non a questa o quella istituzione della Repubblica, ma ai nostri concittadini elettori, i quali col loro voto hanno mandato in parlamento e al governo i famosi ‘nominati’ che hanno approvato le peggiori leggi ed eletto e rieletto discussi presidenti e consiglieri” (N.d.R: Chi avrebbero potuto eleggere, se tutti i politici appartengono alla stessa Casta?). Infierisce sugli italiani la requisitoria: “I politici contro cui si inveisce sono quelli che gli elettori hanno scelto. Non c’entra la Costituzione”.

Vi aspettavate che fosse un pontifex maximus del culto della dea CartaCost a testimoniare le malefatte dei Nonni Fondatori, laddove congegnarono un sistema nel quale gli elettori -il popolo ‘sovrano’- non contano niente, e tutto appartiene ai farabutti insediati dalla Costituzione? Che potevano fare gli elettori se non precipitarsi come lemmings, plagiati a credere che le urne siano la democrazia, ad annegarsi nella gora del partitismo organato dalla gloriosa Carta? Forse che se gli elettori-lemmings avessero scelto la lista Y invece che la Z il risultato sarebbe stato diverso, e non saremmo dove siamo? Forse che la Carta non ha generato la peggiore politica dell’Occidente?

E’ naturale che il pontifex rivendichi le virtù della sua Dea. E’ innaturale e maramaldesco che lo faccia incolpando le vittime dell’oppressione ingegnerizzata dai Costituenti. Michele Ainis, bersaglio dell’intemerata dell’Emerito, ha buon gioco a replicare: “Se la buona democrazia dipende dalle persone e non anche dalle regole, noi costituzionalisti faremmo bene a cambiare mestiere”.

Il pontifex si riscatta in grande col concetto finale della sua argomentazione: “A furia di fare della demagogia anti-istituzionale, rischiamo di alimentare il disamore per la democrazia e di preparare la strada all’invocazione dell’Uomo forte”. Questa sì che è verità sacrosanta: rischiamo di alimentare. Due avvertenze, peraltro: 1) non di disamore occorre parlare, ma di disgusto e odio per ciò che  dobbiamo ai detti Fondatori, non per la democrazia. La democrazia, un giorno, sarà tutt’altra cosa, senza gli eletti della casta. 2) I mali dell’Uomo forte saranno poca cosa rispetto al ‘governo dei delinquenti ai sensi della Costituzione’. Chi si sente di prevedere che gli italiani offriranno i petti ai blindati dell’Uomo forte, perdipiù agitando copie della Costituzione, il ‘libretto rosso’ del misoneismo?

A.M.C.

IMPORTANTE SCRITTO DI ABRAVANEL: IL CONSERVATORISMO DELLA SINISTRA ITALIANA FA CRESCERE LE DISEGUAGLIANZE

Difficilmente si poteva argomentare meglio di come ha fatto il 10 novembre Roger Abravanel (nel blog Meritocrazia.corriere.it) che la disuguaglianza sociale è un’apartheid;  che nei fatti la sinistra rinuncia a combatterla; che non riuscendo a superare certi propri tabù si può dire sia un’alleata della destra “per creare il Paese più disuguale del mondo occidentale”. Scrive Abravanel: “E’ da 20 anni che la disuguaglianza cresce, ma un conto è arricchirsi meno degli altri quando l’economia va bene, un altro è diventare più poveri mentre i ricchi accrescono il loro benessere. Da sempre l’indice Gini in Italia (misura il divario tra i più ricchi e i più poveri) è tra i maggiori d’Europa: è al  livello della iperliberista Inghilterra, è vicino a quello degli Stati Uniti, è molto più alto di quello di altri paesi europei, come  la Germania o i paesi scandinavi. Anche la mobilità sociale, ovvero la possibilità per i figli di genitori poveri di raggiungere un reddito alto, in Italia è basso. Siamo a livello degli Usa, con caratteristiche diverse”.

La diversità è soprattutto nel fatto che in America il gruppo dei super-ricchi (il famigerato One per cent) consegue  redditi top grazie alle scuole elitarie che i super-ricchi frequentano. Da noi i figli dei ricchi ereditano l’azienda e le proprietà dei genitori. E i nostri poveri non hanno accesso alle ricche borse di studio che in America aprono le porte delle migliori università. “Peraltro il nostro welfare non è certo costato poco: è a livelli scandinavi. In Scandinavia hanno trasformato negli anni lo stato assistenziale in un welfare in grado di creare opportunità per ogni cittadino, senza falsare le regole di mercato per sostenere la crescita dell’economia”.

Per Abravanel in Italia si parla poco del ‘problema enorme’ della disuguaglianza, ma è soprattutto sorprendente il disinteresse delle sinistre. “Il nostro welfare non protegge i più poveri, i giovani e le donne: difende piuttosto i capofamiglia maschi, ai quali garantisce il posto di lavoro e la pensione prima di tutti gli altri paesi”. E’ un’impostazione conservatrice e anticapitalista, dice il Nostro,  che pone la sinistra italiana su un pianeta ideologico arretrato. La disuguaglianza viene affrontata “basandosi su principi quasi feudali: non è l’impresa che crea benessere, ma il lavoro”. Abravanel cita beffardamente l’art.1 della Costituzione, che solo il guitto Benigni, benestante come D’Alema, giudica ‘bellissima’ (contro congruo compenso), laddove il resto della plebe Italia, ubriacata dal populismo, la apprezza solo come riserva di carta per incartare la frutta , dovessero scioperare i cartari.

Dice Abravanel, sempre beffardamente: “Il lavoro esiste indipendentemente dal capitale, dall’impresa, dal consumo. Interessa poco il fatto che senza imprese e consumatori che comprano i loro prodotti non ci sono lavoratori (…) Lavori in miniera nel Sulcis? Un altro diritto che va difeso, anche se per difenderlo costa  dieci volte il tuo stipendio. E’ lo stesso atteggiamento del sindacato di fronte a occupati e disoccupati. E’ così che si crea l’apartheid di cui parla Pietro Ichino tra i dodici milioni di intoccabili e i nove milioni di precari e dipendenti di piccole imprese”.

La morale di Abravanel è diamantina: “Se il centrodestra è sempre stato il protettore dei grandi privilegi, la sinistra si è trasformata in protettrice di quelli piccoli. La soluzione per ridurre la disuguaglianza è quella che serve anche a fare ripartire la crescita: rule of law e una vera meritocrazia: intesa come ricerca della competizione, non come semplice riduzione delle raccomandazioni”.

Come si potrebbe non essere d’accordo con Roger Abravanel? Lo scrivente, che non riesce a non essere d’accordo, rivendica però il diritto a un tot di incredulità. Crede poco che Scandinavia sia il paradiso dei piccoli, incredibilmente coccolati dai rampolli dei padroni delle ferriere. E crede poco che, nei frangenti in cui viviamo, il Nostro capitalismo sia così bravo a produrre crescita. Lo era prima della globalizzazione.

In conclusione: condividere le tesi di Abravanel, ma con giudizio. Confutare le scemenze di sinistra è facile e giusto. Non respingere quelle di destra sarebbe diabolico.

l’Ussita

ROBERTO VACCA: Mentana, 3 Novembre 1867, storia patria

Giuseppe Vacca, fratello maggiore di mio padre, era nato a Genova nel 1869. Il primo marito della loro madre eraGiulio Cesareda Passano, amico di Mazzini. In casa giravano parecchi cimeli e ricordi mazziniani. Giuseppe da adolescente frequentava amici repubblicani e conobbe Giovanni Serma di Bogliasco, falegname [“segatore di legno”] garibaldino combattente nel1867 aMentana con Garibaldi.

Nel settembre 1867 il Generale, lasciò Caprera ove era tornato dopo il suo successo a Bezzecca (l’unico nella guerra del 1866). Con 10.000 garibaldini mirava a riconquistare Roma. Aveva progettato l’impresa fiducioso che sarebbe stata appoggiata da una sollevazione armata del popolo di Roma: ma questo non accadde. Menotti Garibaldi doveva condurre una piccola colonna da Terni su Monterotondo.Nicola Acerbidoveva arrivare da Orvieto e Viterbo.Giovanni Nicolettisidirigeva a Velletri da L’Aquila. Ricciotti Garibaldi guidava 100 cavalleggeri. L’attacco avrebbe dovuto svilupparsi in simultanea da tutte le direttrici citate: invece le azioni furono del tutto scoordinate. I fratelliEnrico e GiovanniCairoli erano venutia Romanel settembre per organizzare la rivoluzione, ma furono individuati ed espulsi il 9 ottobre.

Il 22 ottobreGiuseppe Monti eGaetano Tognetti fecero esplodere due barili di polvere da sparo accanto alla Caserma Serristori nei pressi di San Pietro, ove era accantonata una guarnigione francese dai tempi della Repubblica Romana.. Uccisero 23 zuavi francesi, ma furono catturati e un anno dopo decapitati al Circo Massimo..

Il 23 ottobre i fratelli Cairoli con 76 garibaldini presero delle barche a Passo Corese e scesero lungo il Tevere. Presero terra ai Parioli e furono attaccati e annientati da 300 svizzeri del Papaa VillaGlori. Enrico fu ucciso; Giovanni gravemente ferito sopravvisse.

Il 25 ottobre un gruppo di patrioti entrò in azione e si asserragliò nel Lanificio Aiani a Trastevere. Anche questi furono neutralizzati e 9 di loro morirono nello scontro. Garibaldi con un’altra colonna arrivò a Monterotondo il 26 ottobre e si spinse fino al Ponte Nomentano il 29 ottobre, ma, scoraggiato dalla mancata insurrezionea Romaeda numerose diserzioni nelle sue file decise di spostarsi verso Tivoli ove avrebbe sciolto le sue formazioni. Intanto il 29 ottobre era sbarcato a Civitavecchia il Generale de Failly con 3500 zuavi francesi armati con fucili Chassepot a retrocarica e dieci cannoni. Si unirono il 30 Ottobre coni papalinidel Generale Kanzler e a Mentana il 3 Novembre affrontarono i garibaldini male equipaggiati e armati con antiquati fucili ad avancarica. Garibaldi aveva due soli cannoni con poche munizioni. Suo genero, Stefano Canzio, gli salvò la vita durante la battaglia.

I nostri i furono battuti: 150 garibaldini caduti furono sepolti in una fossa comune e molti furono presi prigionieri (1). Garibaldi passò in territorio italiano con 5000 dei suoi.

Giovanni Serma chiamò Mentana la figlia nata nel 1870. Era una ragazza bellissimae GiuseppeVacca se ne innamorò follemente,ma sua madre si oppose al matrimonio. Giuseppe decise di studiare medicina in Svizzera. La madre, vedova, gli passava un modesto mensile e lui sposò segretamente Mentana (diciassettenne) che lo seguì in Svizzera. Vivevano in condizioni disagiate: si ammalarono tutti e due di tubercolosi e tornarono a Genova accoltia casadella madre di Giuseppe in via S. Gerolamo.. Giuseppe dipinse questo acquarello in cui i morti di Mentana risorgono e commemorano il 3 Novembre cacciando da Roma preti e zuavi.

Giuseppe Vacca morì a Genova il 7 Novembre 1888 e Mentana Serma un mese più tardi. Avevano avuto un figlio, Alberto – mio cugino – che fu allevato dalla nonna e da mio padre, ma morì di croup a poco più di 10 anni.

Mio zio Giuseppe non ha lasciato scritti. Quando morì, mio padre aveva 16 anni. Credo che i suoi orientamenti politici siano stati influenzati dal fratello maggiore. Quattro anni più tardi (a 20 anni) era tra i fondatori del Partito Socialista (Genova, 1892).

Roberto Vacca

 

GIORGIO NAPOLITANO, IL BILANCIO DI 7 ANNI

Come giudicare il Settennato che va finendo? Per aver deposto il colpevole del berlusconismo, la nostra riconoscenza verso Giorgio sia eterna. Parecchio meno eterna per aver conferito mandato a Mario Monti di salvare l’assetto partitocratico, invece di abbatterlo. Nella somma algebrica la riconoscenza prevale: il berlusconismo era un vulnus grave. E’ indiscutibile che la scelta della persona di Monti sia stata la migliore in assoluto, per il solo fatto che non appartiene alla Casta dei politici quasi tutti ladri. Peraltro la missione affidata a Monti avrebbe dovuto essere più impegnativa: non solo scongiurare la bancarotta, non solo recuperare per il Paese il sia pur modesto rispetto di un tempo, ma anche sanare la patologia di un sistema politico apparentemente progressivo, in realtà perpetuatore degli equilibri tradizionali. Settant’anni dopo la fine del fascismo l’Italia resta ostaggio della conservazione: conservazione dei privilegi della nascita e della ricchezza, delle usurpazioni dei sindacati, delle lobbies, dei partiti. Le male categorie, i disvalori e i vizi restano uguali. Venendo da un capo dello Stato contraddistinto dal passato comunista, il mandato a Monti avrebbe potuto essere più orientato alla giustizia sociale. D’altra parte, che attenderci da uno che assurse sotto Palmiro    Togliatti? Il comunismo è talmente fallito, talmente esecrato dai popoli, che Giorgio aveva il ‘diritto’ di ripudiarlo, di farsi borghese e satellite degli USA.

Più ancora. E’ imperdonabile che il Presidente si confermi ogni giorno come il Cardinale Protettore ed anzi il pontefice massimo della Casta. Più gli italiani disprezzano la classe politica e più Egli la proclama indispensabile, obbligatoria, una condanna senza scampo. E’ imperdonabile che, dovendo l’attuale posizione alla carriera fatta nel Pci, dunque alla spinta ricevuta dal Pci, Egli si recidivizzi nell’obbedienza agli Stati Uniti.  Si può chiamare diversamente che obbedienza la singolare abitudine -per la verità attenuata negli ultimi mesi- di definire ‘giusta’ l’impresa coloniale nell’Afghanistan, ed ‘eroi’ quei militari di mestiere, ampiamente incentivati in euro a rischiare lì, che ci lasciano la pelle. La compunzione del Presidente di fronte alle bare tricolori è stata deplorevole. Ancora più deprecabile è che un capo dello stato avvezzo a frequenti interventi ed allocuzioni non abbia mai proposto agli italiani di ripudiare il patriottismo/nazionalismo e di desiderare la riduzione delle spese militari. In quasi sette anni hanno ricevuto la firma presidenziale innumerevoli decreti o leggi che, p.es. hanno fatto eccessivo il trattamento di generali e ammiragli, oppure sancito l’acquisto di armi costosissime. Non risulta pubblicamente che Egli spinga per la dismissione di caserme, poligoni di tiro, navi da guerra, ambasciate o altri beni ‘preziosi’, senza i quali la vita si spegnerebbe. Logico: la nostra ineguagliabile Costituzione, statuto del saccheggio dei politici e dei top burocrati, lo vuole comandante in capo delle Forze Armate ed Egli, si sa, stravede per la Costituzione.

Infine. L’uomo pubblico che, prima di diventare il presidente ‘di tutti’, è stato il politico della classe operaia, o meglio del partito detto operaista, non ha sentito il dovere di smantellare il Quirinale quale tempio e rocca dello sfarzo tradizionale, monarchico-pontificio, dunque classista. Sui bilanci quirinalizi ha fatto sforbiciate talmente esigue da contrastare alquanto nuovi incrementi di spesa, non  da operare effettivi tagli. Il Quirinale andrebbe chiuso e venduto al migliore offerente cinese o saudita, attrezzando per le necessità della Presidenza una villa o palazzina, costosa un nono del Quirinale degli arazzi,  dei corazzieri e dei palafrenieri. Poche cose sono più inutili ed offensive dei colossi oltre i due metri che campeggiano in tutte le funzioni presidenziali: va da sé che sarebbero facile prede di qualsiasi sicario del quartiere Scampìa, se volesse molestare il Sommo Inquilino. Peggio: per risparmiare qualcosa quest’anno sulla detestabile parata del 2 giugno -quella dell’anno scorso ebbe un costo enorme- c’è voluta una sollevazione popolare.

L’ex-marxista-leninista che siede nella reggia di Monte Cavallo non ha sentito il dovere di sgombrare di cortigiani, quirinalisti e valletti una parte del Palazzo per destinarla, almeno, a spazi espositivi per le opere d’arte che ammuffiscono nei magazzini dello Stivale. La regina Margherita e suo marito convertirono in ospedale di guerra alcune sale della Reggia. Lo statista che ha fatto il comunista per sessantacinque anni si è guardato bene dal convertire le stesse sale in ostello per i senza casa, o per gli orfani, per gli esodati, per i diseredati. In compenso  ha proclamato che è -a parole- tutto dalla parte dei minatori del Sulcis. Ai quali va fatto ben altro discorso: quello di Luca Ricolfi su ‘La Stampa’ di oggi 11 settembre: sussidi alle famiglie sì, posti di lavoro artificiali no. Il titolo dice tutto: “Il salvataggio è impossibile”.

Peraltro. Nessun predecessore repubblicano al Quirinale ha sentito i doveri ignorati da Giorgio,  oppure ha compiuto altre opere di bene. L’ethos della Costituzione impareggiabile non incoraggia. Giorgio almeno ha cancellato il disonore nazionale del satrapo di villa Certosa. Il quale fra l’altro  ha fatto ministre e parlamentari varie callipigie (=belle di culo), allo stesso modo che Caio Germanico Caligola imperatore, nato quest’anno venti secoli fa, elevò al consolato il suo cavallo.

Porfirio

SE L’AVVOCATO DI BERLUSCONI HA RAGIONE, MANDIAMO PORCI E PANTEGANE IN PARLAMENTO

Il sen.avv.prof. Piero Longo, leggenda del foro padovano e co-principe dei legali di Berlusconi, ha enunciato in rapporto ai casi del Lazio e di ogni altro contesto repubblicano la dottrina che potrà cambiare il futuro delle istituzioni. Ecco, un po’ semplificata, la tesi: poiché ogni corpo sociale comprende anche ladri e imbroglioni, è inevitabile (oppure: ‘è opportuno’) che un tot degli eletti del popolo siano ladri e imbroglioni. In tal modo le assemblee e le élites di governo riproducono genuinamente, dunque rappresentano, la società quale è. Oltre ad essere stringente, la logica della dottrina Longo è corroborata dalle cose, dai fatti reali della politica nata dalla Resistenza. Va tenuta nel massimo conto.

Tuttavia, almeno per un aspetto la Dottrina merita uno sviluppo, anzi un coronamento. Se è vero che delle creature che abitano la clepto-repubblica fondata dai partigiani fanno parte anche i suini -si vedano le feste in costume del Lazio- e le pantegane (voce padana= grossi topi di fogna), è ingiusto che essi ed esse non siano rappresentate in politica direttamente, ma solo indirettamente attraverso i professionisti di  quella che l’Uomo del Colle definisce ‘la nobiltà della politica’. E’ evidente il vulnus ai diritti di cittadinanza del segmento zootecnico  di cui parliamo. Ergo, la Più Bella delle Costituzioni del Globo va aggiornata. Deve sancire che anche i maiali veri e le pantegane vere, a 4 zampe invece delle sole 2 dei loro attuali rappresentanti espressi dalle urne, hanno titolo a candidarsi a primarie ed elezioni, dunque ad entrare fisicamente nei consessi elettivi della Polis.

Apposite Disposizioni Transitorie dovranno regolare le complesse problematiche che sorgeranno  dall’aggiunta degli eletti suini, cloacali e di altri comparti della fauna: necessità di seggi ergonomicamente modificati sia in aula, sia nelle commissioni; buvettes e toilettes specializzate; inserimento nei menu di ristoranti e cafeterias finanziati dal contribuente di alimenti e liquami graditi ai nuovi eletti ai sensi di  uno o più corollari della Dottrina Longo; trattamento economico e pensionistico degli assistenti spettanti agli on.maiali e alle senatrici e consigliere pantegane; regole d’ingaggio per le scorte da assegnare agli eletti muniti di coda, lunga oppure corta e attorcigliata; norme e campagne educative  che combattano lo sfavore che la tradizione assegna all’intimità con suini e ratti di fogna. E così via via per gli altri temi che saranno posti dalla fine del pregiudizio di stampo razzistico contro le zoo-etnie di cui sopra. La saggezza dei Padri Ricostituenti saprà individuare le formule normative che mettano davvero fine alla minorità politica e culturale delle creature in parola. Corretta dalla fraternità del Poverello di Assisi verso tutte le creature viventi, la dottrina Longo prenderà posto tra gli ideali fondanti della società finalmente multi-specie.

Peraltro va bandito ogni facile ottimismo: i passi falsi non mancheranno e la comunità internazionale ci scruterà. La fase iniziale sarà contraddistinta da ingenuità. Non sarà agevole ai rappresentanti di porcilaie e condotti fognarii il pieno godimento dei privilegi e soprusi spettanti ai colleghi bipedi: rimborsi, erogazioni ai monogruppi paraparlamentari, fringe benefits dovuti (permanenti di viaggio, etc.). Assai spinosa la questione dei vitalizi: da una parte c’è la crescente longevità dei bipedi, dall’altra le più corte speranze di vita di suini e pantegane (pur in presenza di oggettive affinità, p.es., tra olgettine e topoline di cloaca). Ai quadrupedi che percepiranno gli assegni  per meno anni andrà corrisposta un’indennità una tantum. Ogni sperimentazione audace comporta trial  and error.

Porfirio

MAI PIU’ SALVATAGGI DI INDUSTRIE FINTE

L’11 settembre, sui problemi di Alcoa e simili, ‘La Stampa’ ha pubblicato un articolo di pure verità, ‘la Repubblica’ un articolo di pure falsità. Il primo ha un titolo che dice tutto: “Perché da noi il salvataggio è impossibile”. Ha scritto l’autore, Luca Ricolfi: “Che cosa si può fare? Mi spiace essere crudo, ma la sola risposta è: niente. O meglio: molto di assistenziale, poco di industriale. Siamo in Europa e gli operai che perdono il lavoro hanno diritto a qualche forma di sostegno del reddito. Ma non raccontiamo la fiaba che spingere un’azienda straniera a produrre in perdita sul nostro suolo sia ‘politica industriale’, o sia una scelta razionale. La realtà è che produrre in Europa è sempre meno conveniente”.

Da quando Internauta esiste, alcuni di noi non fanno che dire queste cose, dire che dobbiamo accettare il ritorno alla povertà e riprogettare una vita con poco reddito, niente mutuo casa e bassi consumi. Dirlo dalla sponda opposta a quella del ‘Wall Street Journal’ e del ‘Liberista’; dirle dalla sponda del “New Collectivism”, del “Guild Socialism” e de ‘Il Confronto’, la testata milanese di cui Internauta è figlio e che tra il 1965 e il ’70 invocò -anche con la voce di Roger Garaudy, allora il maggiore teorico del PCF, e di alcuni altri grandi della sinistra umanista- un comunismo che si ribellasse a Mosca e al togliattismo, un comunismo che scegliesse la libertà. Da quando esiste Internauta  rifiuta, tra le categorie del sinistrismo tradizionale e insincero, la solidarietà meccanica alle lotte sindacal-politiche.

L’articolo di ‘Repubblica’ ha un titolo che dice ‘tutto’ e, per un altro verso, meno che niente: “I doveri di un governo”. Ecco alcuni concetti dell’autrice, Chiara Saraceno: “Nessuno, tanto meno chi governa, può permettersi di dire che non c’è nulla da fare. Il governo non può tirarsi fuori dalle proprie responsabilità di fronte a migliaia di lavoratori e lavoratrici e delle loro famiglie. Occorre, per questi operai, preparare occasioni di lavoro sostenibili. Invece di ripeterci che il lavoro non è un diritto esigibile e che il governo non può garantire il lavoro a tutti, il governo dovrebbe ricordare l’art.4 della Costituzione. Meglio se contestualmente investe e fa investire nella produzione di beni collettivi. Se non ora, quando?”

Non una di queste parole è degna di rispetto. Al contrario: la mano pubblica non dovrà fare più nulla, dopo l’orgia di elargizioni  a colpi di indebitamento, a favore di alcuna impresa rifiutata dai mercati.  Quell’impresa chiuda, qualunque il numero dei licenziamenti. La legge della caccia ai voti non consente tanta nettezza, ma è una legge putrida. Un giorno le urne elettorali andranno chiuse for good e i decisori saranno scelti dal sorteggio tra persone competenti. Tutte le vittime dei licenziamenti, anche dell’indotto, meritano un assegno di (pura) sopravvivenza, uguale per tutti; e questo è l’unico serio tra ‘i doveri del governo’ enunciati dalla Saraceno.

La più stolta delle cui asserzioni è “occorre preparare occasioni di lavoro sostenibili”. Che vuol dire ‘preparare’ se non trovare miliardi ora inesistenti per la resurrezione, vietata dall’Europa, di imprese artificiali, produttrici di merci invendibili, oppure per lavori pubblici superflui? Se trovati, non sarebbero miliardi a carico dei contribuenti, maestranze sarde comprese? E’ capace, la prof.Saraceno, di far pagare il solo ‘One per Cent’, come dicono negli USA? La Nostra deplora il governo perché ripete che il lavoro non è un diritto esigibile, e che non può garantire il  lavoro a tutti;  addita l’art.4 della Costituzione. Orbene quest’ultimo è, di una Carta lardellata di gassosità e di menzogne, uno dei precetti più vuoti, bugiardi e perfettamente ignorati. Infatti per “promuovere le condizioni che rendano effettivo il diritto al lavoro” la Repubblica può solo finanziare imprese senza senso, cioè non-imprese. Invece questo non deve farlo più. Può distribuire pane e latte, non stipendi, e meno che mai quanto serve per il mutuo e le altre voci della condizione sotto-borghese. Impagabile il botto finale della pirotecnia di ‘Repubblica’: “Meglio se contestualmente (il governo) investe e fa investire nella produzione di beni collettivi. Se non ora quando?”. A questa domanda, che in realtà è uno sciocco slogan delle lotte femministe, va risposto ‘Mai’.

Le cose affermate dalla Saraceno sono sufficientemente fallaci. Ancora più colpevoli sono le omissioni: Non ha scritto che il lavoro sarebbe un diritto se la nostra fosse una società collettivista e protesa al bene (alcuni di Internauta la amerebbero), invece che edonista-consumista? Perché Saraceno con convince il suo editore miliardario a propugnare il passaggio al collettivismo idealista del kibbuz? Né ha scritto che per  tassare i soli ricchi, compresi gli intellettuali di Capalbio, occorrerebbe quel maremoto politico che terrorizzerebbe il miliardario editore e lei stessa. E’ pronta a sborsare a favore di Sulcis Alcoa Fincantieri Irisbus Termini Imerese?

A.M.Calderazzi