CAPITALISTI CONTRO IL CAPITALISMO – UN PRODUTTORE SUI GENERIS

Ha scritto ‘Fortune’: “An executive who tries to talk his customers out of buying his products? It sounds nuts, but that’s what Yvon Chouinard loves to do. The outspoken, iconoclastic founder of Patagonia, maker of high-end outdoor clothing and equipment, believes that capitalism is on an unsustainable path”. Un altro imprenditore rosso? Oppure zelatore dell’ambiente? Niente di sensazionale. Ma ‘Fortune’ spiega che il Nostro “contends that we must move toward a ‘post-consumerist economy where goods are high quality, recyclable and repairable”. Il clou è in questi aggettivi, recyclable and repairable: “Have a Patagonia ski parka with a rip in the arm? Don’t throw it away and buy a new one. Send it back, and the company will sew it up. Is your tent beyond repair? Send it back, and Patagonia will recycle the material. In the process of making and selling, we use too many resources and buy low-quality goods that we quickly throw away”.

‘Fortune’ non nasconde sorpresa, ma ammette che questo produttore originale può avere ragione. Fattura 400 milioni l’anno e sostiene di fare profitti suggerendo ai  clienti di comprare meno, Perché si affaccia sui mercati una generazione di giovani che non simpatizzano col consumismo inquinatore. E perché, sempre secondo Chouinard, i produttori parsimoniosi come lui si troveranno con un vantaggio competitivo man mano che le materie prime costeranno di più per l’incremento demografico. Ovviamente ‘Fortune’ commenta: “When one looks at the unbridled growth in China, India, and other parts of the developing world, where billions are vying for an American lifestyle, it’s hard to imagine that Chouinard’s utopian world of less consumption, less waste, and higher-quality goods will prevail. (How low-income consumers will afford high-quality products, he doesn’t say)”.

Conclusione del quindicinale americano: Per ora nessuna attività produttiva è ecologicamente sostenibile, nemmeno quella di Patagonia  una cui polo di cotone organico consuma molta acqua e produce il trentuplo del suo peso in CO2. “But Chouinard is leading the charge to get us there”.

fonte: Fortune.

DA RESETTARE E RIPULIRE C’E ANCHE IL LINGUAGGIO

Ormai ci siamo. L’“italiano moderno” (B. Severgnini) sta penetrando in profondità anche nel linguaggio politico ad alto livello. Il viceré del PDL, Angelino Alfano, si è dichiarato risoluto a resettare il partito. Quanti avranno capito, specie tra la popolazione più anziana, d’altronde in procinto di diventare maggioranza assoluta nell’elettorato e perfino nel paese? Molti lettori o ascoltatori lombardo-veneti, meno acculturati e aggiornati dell’uomo politico siculo, avranno subodorato la caduta accidentale di una enne, essendo del tutto plausibile che la creatura di Berlusconi necessiti quanto meno di una vigorosa risciacquatura, ovvero di essere “resentato”. Ma tant’è, forse meglio non esporsi troppo, lasciare un certo margine alla polivalenza concettuale e alla libertà di interpretazione, piuttosto che dovere troppo spesso smentire il giorno dopo quanto detto il giorno prima.

L’inconveniente, comunque, era già familiare, grazie all’avanzata conversione di giornalisti e frequentatori della rete (web, per intenderci) ad un idioma nazionale debitamente svecchiato, sprovincializzato e globalizzato. Chi ha qualche nozione linguistica si domanderà perché si debba dire o scrivere “rumor”, “mission”, “step”, “competitor”, ecc. quando esistono i ben noti corrispondenti italiani “voce”,“compito”, “passo”, “concorrente”, ecc. O perché si preferisca “esaustivo” ad “esauriente”, “attrattivo” ad “attraente” o “implementare” ad “attuare”; forse per il solo gusto di anglicizzare. Anche ai colti, tuttavia, capita di restare perplessi di fronte al significato talvolta oscuro di “suggestione”, termine spesso ma non sempre usato sotto la suggestione, e quindi come equivalente, di quello che in inglese, tolta la e finale, sta invece per “suggerimento”. Ai meno colti, poi, sorgerà magari il malizioso dubbio che chi continua a “supportare” il governo tecnico lo faccia pur trovandolo assai antipatico.

Chiariamoci. Nessuno oggi, è da credere, vorrebbe ripetere gli sforzi erculei compiuti, con esiti spesso comici e comunque con scarso successo, nell’Italia fascista o nella Francia gollista e più o meno antiamericana per trovare ad ogni costo dei surrogati ai vocaboli stranieri dilaganti, che erano poi ancora quelli francesi nel primo caso e sono da tempo quelli di provenienza anglosassone nel secondo. Le lingue franche diventano tali per buoni motivi e del resto si alternano nel tempo; anche l’italiano ha avuto nei secoli i suoi momenti di gloria. I primati e le preponderanze nella civiltà materiale e/o in campo politico e culturale si traducono inevitabilmente in egemonie o predominanti influenze linguistiche che è vano combattere senza quartiere. Tanto più che, in generale, tutte le lingue nascono per poi evolvere e modificarsi in modo incessante e sostanzialmente incontrollabile.

Tutto ciò, però, non significa che si debba rinunciare in partenza a difendere la lingua patria, fin dove possibile, da ingiustificati stravolgimenti e gratuite  invadenze allogene. Sarà inutile a lungo andare, anzi si dimostra già inutile, cercare di convincere i concittadini, come molti si sono prodigati a fare, che le pene giudiziarie vengono “comminate” solo dai legislatori e “irrogate” o inflitte, invece, dai magistrati; oppure che definire pomposamente “vertice” un incontro di sottosegretari o commissari di polizia è oggettivamente ridicolo. La moneta cattiva, assicurano gli economisti, scaccia sempre quella buona, ma una buona causa resta tale anche se destinata a perdere. La sua difesa, intanto, serve a limitare la confusione, gli equivoci e al limite l’incomunicabilità che così spesso ostacolano il dibattito pubblico e i rapporti interpersonali.

Lo stesso discorso può valere del resto per un’altra infezione sempre più contagiosa del linguaggio corrente quale il turpiloquio. Il fenomeno non va stigmatizzato e possibilmente contrastato per un fatto di perbenismo quanto per motivi di buon gusto, di rispetto per se stessi prima ancora che per gli altri, per la propria intelligenza, se c’è, e per quella altrui, da presumere esistente fino a prova  contraria. La scurrilità o l’insulto occasionalmente dettati dall’ira o dalla ricerca dell’effetto umoristico possono starci, non invece il loro abuso sistematico che, oltre a squalificare personalmente chi lo pratica e contribuire allo scadimento collettivo del costume, strapazza e vanifica anch’esso il patrimonio culturale rappresentato dalla lingua e aggrava le difficoltà già così acute della convivenza civile.

A qualcuno, forse ai più, sembrerà ozioso preoccuparsi di questioni di lessico quando sono di scottante attualità tante altre apparentemente ben più sostanziose. Conviene però ricordare che personaggi sicuramente rispettabili e autorevoli ci hanno assicurato nel corso dei secoli che in principio sta il verbo, che le parole sono pietre e che ne uccide più la parola che la spada. Le parole di cui parliamo mietono certo vittime più che altro metaforiche o comunque non direttamente umane, ma non per questo di poco conto. E d’altronde è vero che se il dono della parola distingue, in meglio, gli uomini dagli animali, questi ultimi possono ampiamente rifarsi quando quel dono viene usato malamente.

Licio Serafini  

NON E’ PREZIOSA L’INCOLUMITA’ DEI POLITICI

Visto che per la scorta  di Fini in vacanza all’Argentario sono state pagate in un albergo 9 camere per due mesi e mezzo, è giocoforza concludere: A) la sicurezza del presidente della Camera non sia più una priorità nazionale oltre i costi di due questurini alloggiati parsimoniosamente. Pertanto il detto presidente paghi in proprio tutto il di più. Dall’estate prossima, ridurre i questurini a uno: occorrendo, egli chieda soccorsi col cellulare. B) Si cancelli il diritto stesso alle vacanze del gerarca in parola e di ogni altro gerarca, se il contribuente deve addossarsi una parte anche minima dei costi. Non vadano in vacanza, né al cinema, né a ballare, nuotare, sciare, etc. C) Le Alte Cariche istituzionali, lungi dal  meritare sforzi e sacrifici, sono un gravame che andrebbe miniaturizzato.

Tutto ciò, com’è chiaro, prescinde dalla persona di Fini. A non volerne prescindere, andrebbe aggiunto che il Nostro, avendo fatto l’intera carriera ‘lavorativa’ in politica, cioè legalmente o indirettamente a spese dell’Erario, senza essersi mai guadagnato il pane, dovrebbe più di altri sentire il disagio di costare molto al paese. Due recenti titoli di giornale lo hanno descritto come ‘l’Uomo Casta’ e ‘il re della Casta’. Raramente due caratterizzazioni polemiche sono state più appropriate. E’ difficile immaginare un personaggio altrettanto identificabile con la professione e il business dello sfruttamento, anche monetario, della rappresentanza politica; nonché coi mali del parlamentarismo. Messa così, non può destare sorpresa che sia stata avviata un’indagine giudiziaria preliminare su un’altra autoblu assegnata a non so quale segretaria particolare dell’on. Fini.

Tornando all’incolumità dei gerarchi. La vita e la peace of mind di quelli che il protocollo ancora chiama Grandi Ufficiali dello Stato non è più preziosa della vita di ferrovieri, vigili del fuoco, inservienti d’ospedale e di quasi ogni altro essere umano. Non potendo moltiplicare N volte i costi della sicurezza di tutti indistintamente i pubblici servitori, si dovrebbero abolire quasi tutte le scorte. Poco danno, anzi parecchio vantaggio, se pochi o molti o tutti i politici professionali rinunziassero per paura. Farebbero posto a quanti non abbiano paura, oppure si proteggano con speciali polizze assicurative a loro carico. E poi, perché difendere i notabili di alto rango e di lungo pelo sullo stomaco e non tutti indistintamente i dipendenti pubblici, ossia qualche milione di vite?

Se, abolite le scorte  per quasi tutti i politici, arrivasse un’ondata di attentati, che sciagura sarebbe? C’è vera differenza tra essi politici e i consigliori, i capizona e i capibastone della Casta? Se gli attentati e i baronicidii convincessero non pochi figuri ad uscire dalla politica, quanti si straccerebbero le vesti? Cancellando quasi tutte le scorte si potrebbe rafforzare la lotta al crimine in generale, dunque anche al terrorismo politico che è parte del crimine. Rendendo più efficace la repressione dei reati si renderebbe più sicura anche l’attività -poco benemerita quanto si vuole- dei professionisti delle urne.

In conclusione. Fino a quando la democrazia diretta, più o meno elettronica, non cancellerà i politici di carriera, siano essi a pagarsi la protezione e le scorte. Sono retribuiti e rubano abbastanza per sostenere costi che finora addossavano ai contribuenti. Meglio, molto meglio, se diventando meno lucrativa, la carriera politica venga abbandonata e restino solo gli intrepidi e, si fa per dire, i disinteressati.

Porfirio

SETTIMANA DELLA COMUNICAZIONE A MILANO – UN REFOLO D’ARIA

Si sta svolgendo in questi giorni a Milano la Settimana della comunicazione, un “cantiere” aperto a tutti i soggetti interessati a portare le proprie idee e e prendere spunti da quelle degli altri. Come negli anni passati il calendario degli eventi (consultabile sul sito) è fitto. Sono previste mostre, meeting, seminari e incontri, mescolando business, cultura e formazione. L’idea è quella di favorire la partecipazione e la condivisione, portando avanti un ideale di cooperazione tra individui e saperi più che non uno di competizione.

I soggetti che intendono aderire a questa iniziativa hanno l’opportunità di interagire attivamente nei percorsi creativi e di sviluppare le proprie idee. L’evento si rivolge particolarmente ai giovani talenti creativi ma non solo. Anche professionisti della comunicazione, istituzioni e imprese sono coinvolte. Questa edizione prevede quattro percorsi tematici, che, come spiegano gli organizzatori “costituiranno la struttura portante dell’evento. Nel loro insieme, queste aree tematiche sono i quattro punti cardinali che abbracciano il comparto della comunicazione in toto, esprimendo in modo esaustivo ogni processo di comunicazione”. E tali percorsi sono esperienza, responsabilità, provocazione e aspirazione/status.

Un evento non come tutti gli altri. Una sorta di brodo di coltura in cui far nascere e crescere idee con un traguardo ideale: Expo 2015. Cultura e comunicazione dal basso, condivisione e cooperazione, una ricetta diversa da quelle imperanti negli ultimi decenni in Italia, influenzata dalle idee che nascono e si sviluppano intorno al mondo di internet, dei nuovi media e dei social network. Un refolo di aria quasi californiana nella grigia, e sempre più autunnale, Milano.

Qui sotto le immagini delle due opere d’arte “Arca” e “Naviglio”, realizzate da Francesco Arecco per la settimana della comunicazione

ROBERTO VACCA – City di Londra: appropriazione indebita e aggiotaggio?

Nel delizioso film The Ladykillers (1955) (mal tradotto come “La Signora Omicidi”), Alec Guinness e Peter Sellers organizzano una rapina in banca. Sono pensionantia casa di una vecchietta e si fanno passare per musicisti. Incontrano inciampi di ogni tipo e non si possono godere il grosso malloppo in banconote. Lo danno alla vecchietta che si stupisce. La tranquillizzano: “Sa che in banca girano milioni di pagamenti. Spesso su ciascuno avanzano alcuni penny che non servono a nessuno. Si sommano e costituiscono una bella somma  di cui non si sa che cosa fare. La diamo a lei: sono solo tanti centesimini messi insieme.”

Devono aver meditato questa storia parecchi banchieri inglesi che, a forza di penny, hanno fatto fuori molti miliardi. Se ne è parlato poco, specie in Italia, ove sentiamo frequenti, orride notizie di concussioni e appropriazioni indebite (da parte di pubblici ufficiali) e aggiotaggi commessi da finanzieri, (l’aggiotaggio è il reato di chi specula su variazioni del prezzo di titoli o merci, valendosi di informazioni riservate o divulgando notizie false).

Faccendieri o cassieri di partiti si sarebbero appropriati di decine o centinaia di milioni di euro. Non ho trovato una stima dell’ammontare totale di queste ruberie. Azzardo a valutarle in alcuni miliardi di Euro. La Corte dei Conti ha valutato che, se non ci fosse stata evasione fiscale, il debito pubblico sarebbe ora  il 76% del PIL invece del 120%. Ammonterebbe a 1200 miliardi di euro (G€) invece che a 1880 G€. Questi 680 miliardi e quelli rubati gridano vendetta. Però reati gravi sono stati commessi dai grossi banchieri inglesi cui accennavo sopra. Avevo previsto “manovre pilotate da speculatori” nel mio libro su come salvare il prossimo decennio nel  Gennaio 2011: riporto in calce il mio articolo del Maggio scorso in cui ne cito passi rilevanti e racconto cosa siano gli IRD, Interest Rate Derivatives. Ecco la storia.

Il LIBOR  (London InterBank Offered Rate) viene fissato dalla BBA (British Bankers Association) in base a dati forniti da 18 banche inglesi. Si escludono i 4 valori più alti e i 4 valori più bassi e si calcola il tasso medio sui 10 restanti. Il valore di questo tasso medio determina fra i vari derivati (IRD) che hanno per sottostante tassi di interesse quali salgono di valore e quali scendono. Il circolante di questi IRD a fine Settembre 2012 era salito a 518.000 miliardi di dollari (T$). Di questi pare che 300.000 miliardi di dollari siano influenzati proprio dalle decisioni della BBA sul LIBOR. Se i banchieri che fissano il LIBOR intanto speculano su quel tasso, sanno in anticipo quello che fisseranno in avvenire. Quindi scommettono sul sicuro e incassano profitti indebiti percentualmente piccoli, ma proporzionali alle gigantesche somme totali citate.

Nel Luglio 2012 il Financial Times scriveva che i banchieri avevano manipolato il LIBOR ela Federal ReserveBankUSA li accusava di collusione e menzogna. La banca accusata di essere responsabile delle più forti manipolazioni era la Barclay’s. Ai primi di Luglio 2012, Marcus Agius, il presidente della banca, dava le dimissioni. Doveva tornare al suo posto due giorni dopo per occuparsi di trovare un successore  all’amministratore delegatoBob Diamond, dimissionario in seguito alle accuse di essere il maggiore responsabile elle manipolazioni, sebbene fosse molto stimato per aver innalzato turnover e profitti della banca. Anche J. del Missier, direttore generale di Barclay’s,  dava le dimissioni in conseguenza dello scandalo. Diamond dichiarava di rinunciare al suo bonus annuale, ma si veniva a sapere che dal 2007 al 2011 aveva incassato 186 milioni di dollari fra stupendi e premi. Dopo le dimissioni, Diamond si ritirava dal comitato organizzatore di una cena  per finanziare (25.000 dollari a piatto) la campagna di Mitt Romney

Barclay’s veniva multata dalla Financial Service Authority britannica e dal Department of Justice americano per 453 milioni di dollari per le manipolazioni effettuate. Non è chiaro l’ammontare del ricavato dalle manipolazioni perpetrate da Barclays ed altri. Se ne trovano in rete valutazioni molto diverse fra loro Jamie Doward (The Observer del 30/6/2012) riporta  la cifra di 45 miliardi di sterline equivalenti a 70 miliardi di dollari. In questo caso la multa citata ne rappresenterebbe solo i 2/3 dell’uno per cento. La punizione e le dimissioni del top management di Barclays sembrano nettamente inadeguate.

Curiosamente da oltre due mesi dello scandalo non si parla e non si scrive più. Il 19 settembre il Commons Treasury Committee britannico sottolineava che già il 15  settembre 2010 aveva espresso ufficialmente  la propria opinione che Bob Diamond fosse inaccettabile alla guida della Barclays  proprio perché implicato nelle manipolazioni sul LIBOR.

Temo che le cifre che ho citato siano incerte: non sono il risultato di una inchiesta, ma soltanto stime. Sembrano nettamente più grosse di quelle dei scandali italiani. Quei banchieri britannici (li immaginiamo con bombetta e ombrello?) non avevano pensato male di prelevare centesimini: 70 miliardi su 300.000 fanno solo un terzo dell’uno per mille. Gli è andata anche bene per qualche anno. Poi, almeno alcuni, sono stati smascherati – e trattati con indulgenza eccessiva. Quis custodiet custodes?

 

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Derivati di Damocle – 13 Maggio 2012

I giornali di oggi titolano tragicamente “Boom dei derivati valgono 14 volte le Borse”. È vero: il problema esiste, ma il rischio era ben noto. Lo avevo spiegato oltre un anno fa nel mio libri SALVARE IL PROSSIMO DECENNIO (Garzanti, 2011). Ne riporto qui una pagina in cui scrivevo che alla fine del 2010 il livello degli IRD era  450 trilioni di $ = 32 volte il PIL degli USA. Non ci dovrebbe stupire che dopo un anno e ½ sia cresciuto a 504 T$ (36 volte il PIL degli USA. Dovremmo stupirci che le regole severe sul funzionamento delle banche non siano state ancora imposte.

Estratto dal Capitolo 8 di “Salvare il Prossimo Decennio”, di R. Vacca

“Sorge ildubbio se gli esperti esistano davvero in economia. Tranne rare voci (come quella di N. Roubini), nessuno previde la crisi economica del 2008 e nemmeno suggerì come evitarla. A posteriori, le cause sono state: rilassamento di regole e controlli USA su banche e istituti finanziari. Sono stati emessi titoli estremamente speculativi supportati da garanzie immaginarie e bilanci falsi per giustificare bonus ridicolmente alti dei vertici manageriali. La struttura dei derivati spesso è instabile, o perversa. Nel mio “Patatrac – la crisi: Perché? Fino a quando?” (Garzanti 2009) definisco i derivati e ne spiego i meccanismi. Nello stesso testo indico il livello altissimo del circolante dei Credit Default Swaps:  (55 T$ = quattro volte il PIL USA) che, insieme a perdite, frodi, crediti irrecuperabili etc., mostrava che la crisi sarà lunga. Ricordavo quanto sia implausibile che l’andamento di titoli basati su mutui contratti da squattrinati, produca lauti utili incassati da ricconi. Ora il livello dei CDS è diminuito.

Cresce smisuratamente il volume dei derivati basati sui tassi di interesse (Interest Rates Derivatives – IRD) – vedi tabella seguente.

Anno IRD in T$ CDS  in T$
2001   69,2     0,9
2002 101,3     2,2
2003 142,3     3,8
2004 183,6     8,4
2005 213,2   17,1
2006 285,7   34,4
2007 382,3   62,2
2008 403,1   38,6
2009 427   30,4
2010 449   30

  1 T$ = 1 Teradollaro (detto anche trilione di dollari) = 1012 $

 Fonte: ISDA, International Swaps and Derivatives Association, Inc.

Il sottostante di un derivato basato su tassi di interesse è il diritto a pagare o a ricevere una certa somma di denaro a un dato tasso di interesse. Pare che la maggioranza (80%) tra le 500 maggiori aziende del mondo  si serva di questi derivati per controllare il proprio flusso di cassa. Il volume totale degli IRD alla fine del 2009 era di 449 T$ – circa 32 volte il prodotto interno lordo USA!

In effetti questo impiego é un’assicurazione contro tassi di interesse eccessivi e consegue – talora –  una riduzione dei tassi pagati. Questi strumenti vengono talora presentati come scevri da ogni rischio – ma non è così. Esistono IRD più sofisticati il cui valore è funzione non soltanto del livello corrente di un indice (come, ad esempio, il LIBOR – London InterBank Offered Rate), ma anche dei valori passati dell’indice e dei valori e andamenti passati propri, cioè dello stesso IRD. In quest’ultimo caso il titolo, o strumento, si chiama Snowball (= palla di neve) e tenderà a ripetere amplificate o attenuate le proprie  vicissitudini precedenti. Esistono molte altre varianti degli IRD. Ad esempio, le clausole dette “bermudiane”, a certe date fisse, permettono all’istituto emittente o all’acquirente di interrompere il rapporto a certe condizioni prestabilite. Le strategie più convenienti per gestire un IRD possono solo essere arguite in base all’impiego di modelli matematici probabilistici: ne sono disponibili parecchi aventi caratteristiche diverse. Per orientarsi su questo terreno, occorre aver raggiunto un alto livello di professionalità. È raro che un investitore o l’amministratore di un’azienda riesca a innalzare adeguatamente le proprie competenze e a prevedere i rischi che sta correndo. I livelli dei tassi di interesse sono stabiliti da leggi nazionali e da accordi internazionali. Oltre a questi è pensabile che si possano sviluppare manovre pilotate da speculatori, data la citata enorme mole delle risorse coinvolte.”

 Roberto Vacca

UNAMUNO NON PARLA ALLA SPAGNA D’OGGI. MA A QUELLA DI DOMANI?

Un secolo fa Miguel de Unamuno fu il maggiore tra gli intellettuali di Spagna, la voce più dolorosa e lirica di quella Generazione del ’98 il cui sorgere dal Desastre di quell’anno – disfatta totale di fronte agli Stati Uniti, perdita dell’impero oceanico- testimoniò che la nazione non moriva, che esprimeva l’intenso pensiero del Regeneracionismo. La cultura spagnola non avrebbe più raggiunto le altezze di Joaquìn Costa, di Ganivet, di Ortega y Gasset e, soprattutto, di Unamuno: filosofo e poeta, anzi profeta, nel senso di sacerdote dello spirito del Paese. Come ha scritto Carlo Bo, il Nostro, “maestro del parlare tragico” e “uomo agonico” non smise mai la meditazione sul passaggio dell’uomo sulla terra e il dialogo col Dio ignoto.

Ma diversamente da Pirandello e da William Blake, cui fu spesso accostato da critici e da storici, Unamuno fu il bardo di una patria prostrata e gloriosa, l’incarnazione del sentimento nazionale. Tale era stato riconosciuto sin da giovanissimo: chiamato a 27 anni alla cattedra di letteratura greca a Salamanca, rettore a 36, un seguito proclamato rettore a vita della più illustre delle università nazionali.

Troppo poeta e troppo romantico per cogliere il potenziale progressista e umanitario del colpo di Stato militare di Miguel Primo de Rivera, che nel 1923 abbatté il morente parlamentarismo dei notabili e dei latifondisti, Unamuno si mise alla testa dell’opposizione intellettuale con tale foga che nel 1924 fu mandato al confino nelle Canarie. Pur veementemente socialista, non aveva intuito che il Dittatore avrebbe governato da amico del popolo e in collaborazione coi socialisti, a quel tempo un partito di onesti. Primo de Rivera non solo non lo sciolse, ma fu sul punto di costituirlo partito unico di regime. Suo alto consigliere fu il capo sindacale Francisco Largo Caballero, futuro capo del governo repubblicano e ‘Lenin spagnolo’. Tali erano il prestigio del rettore e la bonarietà del dittatore che a Unamuno fu permesso di ‘evadere’ in Francia, e fu anche offerta l’amnistia, che rifiutò. Va precisato che, almeno nel primo quinquennio del regime militare, gli oppositori erano un’esigua minoranza. Il colpo di stato contro i partiti e i politici aveva suscitato un consenso assai vasto. Venne meno verso il 1929, quando gli effetti, in Spagna pur non troppo violenti, della Depressione internazionale e gli oneri del grosso debito provocato dalle opere pubbliche e delle provvidenze a favore dei proletari, misero in difficoltà la Dittatura. Primo si dimise spontaneamente.

Unamuno incarnava il paese del suo tempo, povero e, nei suoi intellettuali, nobilmente allucinato. Certo non avrebbe voluto convivere con la Spagna odierna della modernità spinta, dell’omogeneizzazione capitalista,  della bolla immobiliare. E’ altrettanto certo che gli spagnoli d’oggi non possono/vogliono riconoscersi nell’uomo che aveva scritto “Del sentimiento tràgico de la vida” e “Agonìa del cristianismo’. Ma l’Unamuno del Regeneracionismo esaltante, fino a che punto aveva ripudiato i miti antichi della Spagna ‘inmortal’, i miti di Calderon e di Cervantes, che sembravano avere staccato il Paese dall’Europa?

José Luis Varela, della madrilena Universidad Complutense, provò a rispondere a questo interrogativo col saggio ‘Unamuno y la Tradiciòn espagnola’. Non dette una risposta univoca; infatti l’incipit del saggio recitava: “En 1906, todavìa inmerso Unamuno en el reino de las negaciones, considera que nada es mas engagnoso que el concepto de tradiciòn”, e che “con la voz tradiciòn puede entenderse todo, hasta la vuelta al paganismo”. Per Varela è decisivo in proposito il primo dei libri di Unamuno ‘En torno al casticismo’, del 1902 (in italiano rendiamo ‘casticismo’ come tradizionalismo; ‘casta’, a sud dei Pirenei, è la stirpe in purezza): opera che il saggista definiva “excesiva, de mocedad (prima giovinezza) beligerante”, ma in ogni modo situata “a la cabeza del ensayo moderno sobre Espagna”, venuta prima dei Ganìvet, dei Costa e dei Maeztu. In più Varela precisava anche che l’oggetto del ‘combate civil’ di Unamuno era, specificamente, il ‘narcisismo casticista’. Ma aggiungeva, a dissipare l’aspettativa di una risposta netta, che in Unamuno c’è “una palinodìa, que va de la negaciòn rotunda y global a la defensa, cautelosa y condicionada, de la grandeza pasada”. E d’altra parte il rettore di Salamanca “de entrada se declara antinacionalista, ya que sòlo el aire de fuera regenera nuestros pulmones”.

Nei 37 anni trascorsi dalla morte di Franco la Spagna ne ha respirata, di ‘aire de fuera’, persino troppa. Anzi cominciò a respirarne  negli anni Cinquanta. Fatta la scelta dell’alleanza americana, poi dell’apertura al turismo, del capitalismo liberista e della tecnocrazia, cominciò allora, per la conversione del Caudillo e anche per la spinta di Fraga Iribarne, la agognata saldatura all’Europa e al mondo. Risultati, dite voi.

La ‘palinodìa’ che Velarde attribuisce al grande bilbaino non è fatta per coinvolgere i connazionali di Rajoy e Zapatero, ostaggi dell’ipercapitalismo, della prosperità idolatrata e oggi rimpianta, della dissacrazione. Ma forse gli spagnoli di domani avranno anch’essi la loro palinodìa. per tedio della modernità. Potranno riscoprire qualche contenuto casticista, vergognarsi d’essersi troppo vergognati dei lunghi secoli di povertà gloriosa. Uno spagnolo ricco è ributtante, aveva scritto Ganìvet. Gli spagnoli di domani, a valle di una crisi purificante, potranno guardare con simpatia al fervido triennio socialista (1894-97) di Unamuno. Velarde sottolinea che il socialismo, benché ‘experiencia fugaz y juvenil, no fue superficial y literaria(…) Unamuno concibe al socialismo como una nueva religiòn, como superaciòn del egoìsmo de las clases poseedoras”.

Oggi ‘socialismo’ è parola da non pronunciare a tavola, anche in Spagna. Eppure forse il domani è di un neo-socialismo spiritualista, totalmente rigenerato, diametralmente opposto sia alla ferocia assassina del comunismo, sia alla corruzione del craxismo e del felipismo (di battesimo si chiamava Felipe, Felipe Gonzales, il primo governante socialista del post-franchismo). Ramiro de Maeztu, compagno di ‘combate civil’ di Unamuno, propose -da destra-  il Guild Socialism, un comunitarismo che oggi chiameremmo dei kibbuz invece che delle gilde.

Quello che conta, e che resterà per sempre, è l’invocazione del Rettore a favore del popolo spagnolo: “Que le dejen (lascino) vivir en paz y en gracia de Dios. Que no le sacrifiquen al progreso, por Dios, que no le sacrifiquen al progreso!”.

Antonio Massimo Calderazzi

SE DESSIMO IL REGNO AL SALADINO CHE SPREGIAVA IL DENARO?

Secondo Bahà ad-Din, il più accreditato tra i biografi del Saladino, il suo Eroe, il vincitore dell’Anticrociata, morì che le sue elemosine extracanoniche gli avevano consumato ogni avere personale. “Finì i suoi giorni lasciando solo 47 dramme nasirite, cioè coniate al suo nome ufficiale (al-Malik an-Nasir) e un, dicesi un, pezzo d’oro di Tiro; né possedeva beni immobili, né case né fondi né giardini né villaggi né seminati né altro avere alcuno”. Il biografo Bahà ad-Din (1145-1234) è certo sospettabile di inclinare all’agiografia: del Saladino era stato familiare e da lui era stato fatto cadì dell’esercito. Sotto i primi successori del famoso sultano fu gran cadì di Aleppo. Eppure gli studiosi considerano gli scritti di Bahà ad-Din una fonte storiografica attendibile, scevra di servilismo cortigiano.

Allora alle qualità oggi conosciute il Saladino aggiunse quella sorprendente d’essere il contrario dei grandi capi di oggi: morì ‘povero’. Non basterebbe questo per fare di lui un  modello, un maestro di vita anche per i nostri giorni? Altro merito del Sovrano: “Detestava i filosofi, gli eretici, i materialisti e tutti quelli che avversano la Legge”. Per la verità la famosa misericordia del Saladino, esaltata a partire dall’Illuminismo, non gli impedì occasionali crudeltà, come far crocifiggere il giovane filosofo e mistico as-Suhrawardi, il quali si diceva eretico e nemico della fede. Peraltro questo era lo spirito dei tempi, questa era l’intolleranza del Corano preso alla lettera. Nonostante tutto Saladino fu più clemente dei suoi pari cristiani.

Il 1187 fu l’anno della vittoriosa controffensiva musulmana, l’anno del trionfo del Nostro. Vinse la terribile battaglia campale di Hittin, riprese la maggior parte dei porti e delle rocche del Litorale e, soprattutto, riconquistò Gerusalemme. Quest’ultimo conseguimento gli fu facilitato dalla discordia nel campo crociato. Il conte di Tripoli Raimondo di Saint-Gilles aspirava a farsi re dei Franchi di Siria, ma la sua ambizione fu frustrata e così si offrì alleato al Saladino. Non gli servì’: riconciliatosi coi Franchi, dopo il disastro di Hittin morì di crepacuore. La spietata decapitazione di tutti i prigionieri Templari e Ospedalieri -varie centinaia- è una scura macchia sulla reputazione del  magnanimo Saladino. Con molti episodi feroci i due Ordini cristiani si erano meritati lo speciale odio dei musulmani, ma dal cavalleresco sultano si erano attesi una generosità consona alla sua fama. Manco a dirlo, il prode Riccardo Cuor di Leone re d’Inghilterra fece di peggio: ordinò di massacrare a freddo tutti i musulmani catturati con la presa di Acri (1191).

Il Saladino morì poco dopo la conclusione di un’importante tregua tra gli eserciti contrapposti. Spirò in edificante devozione ai dettami e agli slanci della sua fede. Chi, come il drammaturgo Gotthold Ephraim Lessing, uno tra i massimi letterati tedeschi, vagheggiò Saladino come un sovrano quasi illuminista, nel senso di nemico di ogni fideismo o fondamentalismo, ne sottovalutò sia l’ardore religioso, sia le non rare crudeltà che offuscarono la generosità del personaggio. Comunque nessuno tra i condottieri crociati gli fu pari in magnanimità. Il Saladino fu più spesso generoso che spietato.

Lo abbiamo additato per la circostanza di cui all’incipit: il maggiore sovrano dell’Anticrociata morì che aveva elargito in elemosine volontarie, cioè non imposte dal Corano, quasi tutto ciò che possedeva, egli che avrebbe potuto farsi ricchissimo anche solo dei riscatti e dei bottini. Come non essere costernati, noi che deleghiamo a rappresentarci e a governarci una classe di ladri tra i peggiori della storia? Se la sentono il laburista Blair e il democratico Clinton, divenuti straricchi, d’esser messi a confronto  col Saladino? Se la sente, nel suo piccolo, il D’Alema che non sa rinunciare alla barca?

l’Ussita

LA COSA BIANCA E IL SOPRAGGIUNTO FINI

Se gli arcangeli Gabriele, Michele e Raffaele, più Giovanni Battista il Precursore, Stefano protomartire e alcune migliaia di minori martiri fondassero oggi un nuovo partito, la Cosa Santa, tra pochi anni finirebbero quasi tutti indagati o imputati. Parecchi di loro, divenuti parlamentari peones o no, meriterebbero la galera; in parte vi entrerebbero. I costi della politica crescerebbero per un partito in più, la ripresa dell’economia verrebbe ritardata dalle tangenti imposte alle imprese nelle regioni, comuni e aziende pubbliche amministrate dalla Cosa Santa.

Beninteso la medesima cosa accadrebbe se Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg uccisi nel 1919, più Antonio Gramsci, Babeuf detto Gracchus suicida per la causa, la Pasionaria Dolores Ibàrruri e altri apostoli della non violenza proletaria lanciassero una moderna forza politica dal nome Spartakusbund Due o Nuova Cospirazione degli Uguali. Tempo qualche anno e la maggior parte degli assessori alla Sanità, dei presidenti di provincia e dei consiglieri Rai in quota alla Cosa Scarlatta dovrebbero stabilirsi in Tunisia o in altri Stati che non estradino. Tutto ciò è certo, certissimo, come il buio dopo il tramonto. Sessantasette anni di ‘democrazia dei partiti’- la definizione imprudente/spudorata è sfuggita di recente a Massimo D’Alema, l’implicazione essendo che tale democrazia è una condanna senza scampo, come la finitezza della vita biologica- il sessantasettennio dicevamo ha dimostrato al di là di ogni possibile dubbio che i partiti sono bande di malavita, famiglie dello stesso Mob dei Twenties a Chicago. L’Uomo del Colle non perde occasione per parlare di ‘nobiltà’ della politica e di indispensabilità dei politicanti e dei partiti. Ma è vero l’opposto.

Dunque il ministro Andrea Riccardi, il capo della Cisl e quello delle Acli, più un certo numero di Avv.Prof. profondamente cattolici farebbero meglio a lasciar cadere la Cosa Bianca. Li tormenterebbe il rimorso di aver dilatato la cleptocrazia nata dalla Resistenza. L’impegno religioso è una cosa molto seria: non lo insozzino con un altro partito di ladri. Tanto più in quanto il 18 agosto, in concomitanza coll’arrivo del caldo-killer Caligola, è andato a Pieve Tesino (Trento) per offrirsi come co-lanciatore della Cosa Bianca il noto cattolico, eremita e volto nuovo della politica Gianfranco Fini.

Per non mancare all’appuntamento degasperiano -a Pieve Tesino nacque lo statista democristiano, da Ciriaco De Mita, l’ex premier un po’ malalingua, lodato come “inventore del modello di governo di coalizione” (cioè come pacificatore della guerra tra bande)- l’ascetico Fini ha interrotto la sua adorazione della Croce all’Argentario o a Montecarlo. “A valle delle polemiche sulle sue superscorte, ha scritto Marco Cremonesi sul ‘Corriere’, il presidente della Camera è giunto a Pieve Tesino con un seguito non ridottissimo: quattro agenti e due autisti; ad attenderlo sul posto c’erano altri tre uomini. A precedere le due vetture del convoglio presidenziale, la staffetta della Polstrada”. Ogni sincero democratico,  ogni lettore assiduo della nostra mirabile Costituzione, non può che rallegrarsi del forte impegno dell’Erario sull’incolumità dell’aitante ma spirituale correligionario di Charles Péguy -quanti pellegrinaggi insieme a Notre-Dame di Chartres!- e di Georges Bernanos.

Se il terziario francescano Fini non fosse arso dalla fiamma dell’engagement civile, se ne sarebbe stato

all’Argentario a fare il sub -si sa che sotto la muta porta il cilicio- e a stendere quattro capitoli delle  Memorie: “Palinodia: Mussolini NON fu il maggiore statista del secolo”, “Fascismo altrettanto sterminatore quanto lo stalinismo”. “Sofferto distacco da Silvio” e “Ho pianto con Bernanos sulle Carmelitane di Port-Royal”. Sfidando l’ilarità generale, dei valligiani di Pieve Tesino come dell’intero arco dolomitico, l’aspirante quadrumviro della Cosa Bianca e homo novus del regime ha dichiarato: “Quel che conta è dar vita a una buona politica che abbia a cuore l’interesse generale”. Anche fuori del heimat degasperiano è universalmente noto che l’asceta dell’Argentario non ha smesso un istante in vita di avere a cuore l’interesse generale, soprattutto quando confliggeva coll’interesse proprio. I fatti parlano con voce di bronzo. E poi, il suo livre-de-chevet non è ‘Journal d’un curé de campagne’?

Porfirio

P.S.- Però Porfirio un merito lo riconosce all’Assetato di Dio che presiede Montecitorio: ruppe col Lubrico da Arcore.

PERCHE’ L’ANTISLAMISMO E’ ANIMALESCO

Tutte le volte che sappiamo di eccidi tra musulmani, specialmente ma non solo tra sunniti e sciiti; e tutte le volte che veniamo incitati ad odiare gli islamici quali nemici ereditari ed eterni del cristianesimo, dunque dell’ebraismo, e dell’Occidente, dovremmo sentire il bisogno di uscire un po’ più dall’ignoranza della storia dell’Islam. Una storia non di compattezze, ma di frequenti conflitti tra credenti seguaci dello stesso Profeta. Scrive Ibn Al-Athir (1160-1233), il più celebrato di tre fratelli d’una famiglia intellettuale mesopotamica: “I Franchi si installarono da padroni in alcune terre dell’Islam allorché gli eserciti e i sovrani islamici si combattevano l’un l’altro”. Ne conseguirono coalizioni franco-musulmane che combattevano altre coalizioni franco-musulmane.

Le divisioni nel campo anticristiano agevolarono ai Crociati la conquista, anche se pure gli iniziali vincitori si scontrarono spesso: grandi condottieri come Baldovino di Edessa e Tancredi di Antiochia non esitarono a partecipare ai conflitti tra emiri rivali. Ed ecco, narra Al-Athir, “Kawasìl, un armeno signore di varie rocche a nord di Aleppo, che aveva con sé una quantità di rinnegati dell’Islam, aiutare in guerra uno dei maggiori conti cristiani”. Poco dopo un gran numero di musulmani cercarono rifugio presso Baldovino e Jocelin, i quali li trattarono benignamente, curarono i feriti, rivestirono gli ignudi e li avviarono ai loro paesi”.

Inutile dire che le cronache della Crociata e dell’Anticrociata sono fitte di stragi efferate, le quali contrastano e smentiscono gli episodi cavallereschi. Lo scontro tra Cristianesimo e Islamismo avvenne tra due civiltà, in quel momento fondate su principi sostanzialmente uguali eppure contrapposte fanaticamente. Oggi, un millennio dopo, le contrapposizioni sono cadute, salvo che per pochi lunatici. Anzi, constatava 55 anni fa l’illustre arabista Francesco Gabrieli, “è divenuto quasi di moda, da parte cristiana e cattolica, un atteggiamento comprensivo e conciliante, appunto, verso l’Islam”. Gabrieli sottolineava che le Crociate colpirono l’Islam in un momento critico della sua storia, “quando l’ondata araba si era arrestata, o rifluiva, e quella turca si andava ancora affermando. L’attacco in forze dell’Occidente latino colse di sorpresa una società musulmana politicamente divisa.

Verso la metà del sec-XII la resistenza musulmana si è irrigidita. L’arabismo come forza politica è ormai passato in seconda linea e sono turche le dinastie che conducono la lotta. Il grande Saladino, curdo di stirpe, muove dall’Egitto (da lui riportato all’ortodossia) per abbattere il regno latino di Gerusalemme. La cancellazione degli Stati cristiani che resistevano sulla costa sarà l’opera dei sultani mamelucchi, che alla metà del sec.XIII si insediano in Egitto soppiantando gli ultimi Ayyubiti. I rozzi soldati mamelucchi rafforzano il feudalesimo militare già introdotto dai Selgiuchidi, respingono verso il 1260 l’invasione dei Mongoli e liquidano le Crociate. Il papato, che aveva deviato le crociate contro i battezzati Albigesi e Svevi, deve rassegnarsi alla definitiva riscossa islamica”. Da parte musulmana, insegna ancora Gabrieli, non si parla di pace con i cristiani, ma solo di momentanea tregua. Molti islamici contrastarono la più famosa delle tregue tra i due campi, quella del 1192 tra il Saladino, sultano di Egitto e Siria, e Riccardo Cuor di Leone, molto prode ma non poco meno nobile e generoso del suo grande avversario, “l’optimus princeps dei musulmani, ricco di slanci più pietistici che cavallereschi”. Peraltro furono frequenti le “empie alleanze” tra credenti di fedi opposte contro nemici di entrambe le fedi.

I contrasti interni all’Islam cominciarono negli anni a ridosso del Profeta: lo scisma sciita risale al suo cugino e genero Alì ibn Abi Talib. E nei tempi che seguirono le divisioni anche atrocemente sanguinose tra credenti sia in Cristo, sia nel Profeta confermano crudamente l’impotenza delle fedi di fronte ai contrasti di interessi, agli odi politici e nazionalistici, ai particolarismi tra detentori del potere, ai materialismi, agli edonismi. Eppre mai come in questo avvio del terzo millennio d.C. le fedi -tutte- hanno il potenziale di esprimere direttrici e conduttori per società che hanno perso sia la maggior parte dei valori tradizionali, sia le guide ideologiche che sembravano reggere la modernità. Erano soprattutto le guide laiciste: capitalismo, liberalismo, comunismo. Tutte finite o morenti. Nei paesi più direttamente riferiti alle grandi religioni, le dottrine laiciste hanno dimostrato di non possedere più capacità propulsiva. Di qui nei paesi islamici la prevalenza, anche nelle prove elettorali, dei partiti e movimenti di ispirazione religiosa. Le fedi, che non hanno mai saputo impedire odii, guerre e sciagure, risultano in quanto ideologie terrene ben più vive ed efficaci delle idee laiche che, almeno in Occidente, dominarono l’Ottocento e il Novecento.

l’Ussita

CONTRO GLI SCANDALI DELLA POLITICA, COMMISSARIARE TUTTO

Che il miglior governo italiano degli ultimi decenni – tale ritenuto unanimemente all’estero e a in maggioranza anche in patria – non sia stato eletto dai cittadini, dovrebbe farci riflettere. Che personaggi come Francone Fiorito, il Batman del Lazio (citiamo lui ma gli esempi potrebbero essere molteplici), siano campioni di voti e preferenze, dovrebbe farci preoccupare. Che addirittura il Corriere della Sera, uscendo dal consueto ruolo di Bella addormentata, se ne renda conto, è ai limiti dell’allarmante.

Non pochi articoli sono usciti in questi ultimi giorni in cui si sottolinea chiaramente che il problema non è nel parlamento dei nominati, non solo e non tanto. Il problema è la classe politica locale, votatissima, che gozzoviglia senza remore alla faccia nostra e della crisi. E pensare che proprio i politici locali dovrebbero essere quelli che i cittadini sono maggiormente in grado di “controllare”. Pare vero il contrario. Coi soldi, coi favori, con il “chiudere un occhio”, i politici controllano i voti dei cittadini (tanto ne bastano relativamente pochi, migliaia, per governare regioni e comuni popolati da milioni di abitanti) e si garantiscono la poltrona.

Allora ammettiamolo candidamente: il problema è lo scambio che sta alla base del voto democratico. In una società dove si sono perse ormai da decenni le idee, non solo le ideologie, i meccanismi della politica – specialmente quella locale, ma non solo – sono sempre più simili a quelli del mercato del bestiame. Un vile mercanteggio al ribasso tra persone che, spesso né da una parte né dall’altra, pensano di dover fare gli interessi della collettività, ma al contrario ritengono di dover barattare il mantenimento dello stipendio con una serie di favori e promesse.

Non vogliamo spazzare via con un rapido colpo di spugna la democrazia rappresentativa fondata sul suffragio universale? Va bene, allora si predisponga una procedura di commissariamento molto più efficace e rapida di quella attuale. Si garantisca che il commissario sia un tecnico estratto a sorte da una lista predeterminata di persone qualificate e incensurate, prive di conflitti di interesse e che mai potranno ricoprire il medesimo incarico per via elettiva. Si attribuiscano a tali commissari tutti i poteri necessari, e gli si dia un tempo adeguato, per risanare i bilanci, fare le giuste riforme (specie quelle impopolari), le infrastrutture (senza appalti e favori agli amichetti) e purgare legislazione e istituzioni dai rispettivi obbrobri. Soprattutto, se ne faccia un impiego massiccio, rendendo necessarie poche severe condizioni per procedere al commissariamento.

La democrazia rappresentativa non può essere buttata a mare senza un secondo pensiero. Si può però trovare un accordo per cui essa dura fintanto che funziona. Quando non ottiene più i risultati (e in termini di economia e servizi si potrebbero fissare standard e obiettivi programmati), viene – in parte – commissariata. In fondo è esattamente quello che sta accadendo in seno all’Unione europea. Fintanto che un Paese col proprio sistema democratico tiene i conti in ordine, la Ue non interferisce. Se un Paese elegge per 20 anni dei farabutti (o dei semplici incompetenti, o dei populisti di ottimo cuore e pessimo cervello) e si ritrova col sedere per terra, mamma Ue arriva a salvare la situazione con una montagna di soldi. In cambio impone, surrogando la classe politica nazionale, il calendario delle riforme e degli obiettivi da raggiungere.

Perché non emulare, e in modo molto più drastico visto che la nostra è una comunità nazionale e non ci sarebbero problemi di sovranità dello Stato, questo stesso meccanismo all’interno dell’Italia?

Tommaso Canetta

FORTUNE: THE ECONOMY STINKS

“Absent substantive changes, federal debt will soon rocket to levels no country can bear. By far the largest elements of unsustainable spending are Medicare and Social Security. If you get the right people in the room, you can solve Social Security in 15 minutes, says former Fed chairman Alan Greenspan; Medicare is a far tougher challenge. (…) The largest element of spending after social insurance is defense. Its budget can and should be cut. It is greater than the combined defense spending of the next 15 biggest defense spenders. In May the House of Representatives voted to give the Defense Department some $3 billion more than the $519 billion it requested for 2013. It’s time for Members to think less about directing pork to their districts and more about the nation’s future”.

Sono alcune valutazioni delle due principali firme di ‘Fortune’, Geoff Colvin e Allan Sloan, cui la rivista ha affidato il pezzo portante del proprio Speciale Elezione, titolo: “Hey, Washington: enough already”. Come si vede, nessun dubbio sulla patologia bellicista dell’America: “Defense budget can and should be cut”. Se la Camera  assegna più di quanto il Pentagono ha chiesto è perché i Rappresentanti pensano a ingrossare il ‘pork’ (=’Money, position or favors obtained from the government, as a result of political patronage’). In altre parole, commesse militari per essere rieletti. L’elettoralismo è il peccato mortale della democrazia rappresentativa.

Più scabrosa la soluzione dei due guru di ‘Fortune’ per Medicare:

“The biggest problem is the endgame -when people enter their final descent and are kept alive, expensively. So we would restrict the end-of-life care that Medicare will pay for. In 2006, the last year for which data are available, more than 25% of all Medicare spending went for people in their last year of life (only 5% of the covered population”). Insurance companies, hugely important players in our health care system, already heavily restrict the procedures they pay for. Taxpayers, collectively, should do the same”.

Ulteriore, non sentimentale ma apprezzabile chiarimento:

“We propose that if you want to use heroic measures to keep yourself or any other Medicare or Medicaid recipient alive, either you spend your own money or buy supplemental end-of-life policy from the market”. In aggiunta a tanta (logica) franchezza, Colvin & Sloan chiedono che la copertura sanitaria costi di più ai fumatori, agli obesi e agli assistiti a più alto reddito; e che l’età della pensione venga alzata.

In ultima analisi i due si dichiarano ottimisti:

“Major reforms happened under presidents Kennedy and Reagan; if our country gets a big enough scare, they could happen again. These things have their moments. As  the economy cries for help, just maybe the moment has arrived”.

Un anno fa uno dei due, Allan Sloan, chiamava “American Idiots” la classe politica “che stava distruggendo l’economia con l’accanimento delle posizioni”. Individuava il problema centrale nel “takeover of the economic debate by fanatics who are up to no good”. Questo un anno fa. Oggi ‘Fortune’ non si attende più propensione alle intese bipartisan: “If Obama is elected, he’s likely to stop making concessions to the GOP, and to force a confrontation”. Questo non porta necessariamente a prevedere sviluppi positivi dall’eventuale vittoria di Romney. Né peraltro ad anticipare vere accentuazioni destrorse a seguito dell’inserimento di Paul Ryan nel ticket repubblicano: “History tells us that vicepresidents are more about politics than policy”.

La copertina dell’Election Special di ‘Fortune’ reca due slogan speculari: ‘Don’t vote for Romney’ e ‘Don’t vote for Obama’.

J.J.J.

QUANDO GOVERNERA’ IL PARTITO DI REPUBBLICA

Il 23 maggio la Repubblica- che oltre ad essere una testata è un partito, come lo fu l’Uomo Qualunque- pubblicò una ‘peroratio’ del suo terzo leader dopo De Benedetti e Scalfari. Titolo, ‘Per chi suona la campana’. La leggemmo rigo per rigo, per avere la premonizione di come sarà lo Stivale dopo che laRepubblica avrà preso il potere. E ricavammo la certezza che lo Stivale resterà scadente tale e quale. Sola differenza, le decisioni saranno prese a Capalbio invece che, fino al novembre 2010, nei board Fininvest. Le diagnosi del 23 maggio garantiscono che quando laRepubblica capeggerà il governo cambieranno solo i modi di dire e di vestire. Stesse insipienze della stagione Prodi, stesse ricreazioni da primarie, stesse euforie da ‘cambi della guardia’ (il Ventennio chiamava così gli avvicendamenti tra alti gerarchi). Nulla di nuovo.

Ecco una delle analisi di laRepubblica, a valere come punto programmatico: “L’impoverimento progressivo della politica ha prodotto negli ultimi anni solitudini civili sparse, smarrimenti individuali del sentimento di cittadinanza”. Come desiderare prospettive più concrete di azione quando si promettono psicologismi e gassosità quali “autonomia e libertà della politica, aperta alla società e alla sua disponibilità a trovare nuove forme di coinvolgimento, di responsabilità e di impegno”?

Non una parola sulla natura cleptocratica della nostra democrazia. Ezio Mauro sembra ignorare che i politici della sua parte saccheggiano il paese dal 1945, come saccheggiano quelli avversari. Ha ogni ragione a dare per spacciato il Pdl, dopo una fortuna indegna. Ma che promette agli italiani? “Il Pd resiste più degli altri partiti perché ha una naturale capacità di coalizzare a sinistra, con Di Pietro e Vendola” e perché “dopo l’anomalia berlusconiana, in un sistema che funziona dovrebbe essere la sinistra ad avvantaggiarsi direttamente della scomparsa della destra”.

Di fronte alle sfide della globalizzazione non potrebbe essere più bismarckiano, cioè irresistibile e travolgente, il manifesto del Repubblica-partito: “La vera domanda è una domanda di lavoro, e cioè di obbligazione reciproca davanti alla necessità di legame sociale, di dignità e di responsabilità”. Con idee così perforanti e insolite, come dubitare che le elezioni del 2013 daranno il meritato suggello alla superiorità concettuale della sinistra? A condizione di “ridare un senso alla politica, alla funzione democratica dei partiti”. L’antipolitica, accusa l’aspirante Premier, “genera storie più che biografie, personaggi più che uomini di Stato”. E dice bene: il partitismo ha figliato statisti sub specie aeternitatis a bizzeffe del calibro di D’Alema, Casini ed Ezio Mauro. “L’antipolitica. spiega il Nostro, è sempre la spia dell’indebolimento di un sentimento pubblico e di una coscienza nazionale”. Ed ecco l’imperativo assoluto, arra di salvezza: “L’establishment italiano deve rendere conto di questo deficit complessivo di rappresentanza, di questo impoverimento del sistema-Italia, dello smarrimento di ogni spirito repubblicano condiviso”.

Non potrebbe essere un progetto di salvezza più circostanziato: programmi, circostanze, numeri. Nulla manca per articolare, nero su bianco, il piano d’azione del movimento che spazzerà via il deficit di rappresentanza, farà ricco il sistema-Italia e ricatturerà ogni spirito repubblicano condiviso.

Tuttavia. E’ stato accertato che i nostri politici sono i più disonesti ed avidi in assoluto (per la verità lo sono sempre stati, per lo meno da quando il propretore Verre saccheggiava la Sicilia e Cicerone lo metteva in croce). Dunque sono i peggiori. Che farà il premier Mauro, li espellerà dalla vita pubblica, cominciando dai quaranta-novantenni che sono in politica dai giorni della scuola dell’obbligo? Oppure farà come si è sempre fatto, ostracizzare solo gli avversari della cleptocrazia figlia della Resistenza, chi non ammira i divorzi facili e le nozze omosessuali, chi ama entrare in chiesa più che nelle sale-convegno, chi detesta i consumi edonistici che hanno fatto la fortuna di Scalfari e De Benedetti, in definitiva chi non si entusiasma per le conquiste laicoprogressiste? Ancora: guadagnano troppo i politici, gli alti burocrati, i boiardi e i top manager del capitalismo privato: in gran parte gente che si dà l’aria della modernità leggendo laRepubblica (la legge anche la piccola borghesia stracciona però aperta ai tempi). Mauro confischerà i sovraprofitti di regime? Poi: spendiamo troppo per lo sfarzo ufficiale, per darci un tono con i saloni e i corazzieri. Mauro taglierà con la  mannaia? Infine: tre quarti dei nostri bilanci militari sono superflui e nocivi, Repubblica li sventrerà, oppure li manterrà per preservare la capacità dello Stivale democratico di compiere spedizioni contro l’oscurantismo islamico, nonché per non danneggiare lavoratori, tecnici e tangentisti di Finmeccanica, gente moderna che legge le testate del gruppo Espresso?

Affrontare i mali qui esemplificati non sembra degno dell’engagement del gabinetto Mauro. Piuttosto assegnerà la priorità allo ‘spirito repubblicano condiviso’. Le Camere e ogni altra assemblea di lestofanti saranno abitate dalla stessa fauna che guarda alla Costituzione. Poco male. L’importante è che trionfi il progresso,  cominciando dalle nozze gay&lesbian.

Basilio

ROBERTO VACCA: PUBBLICITA’ ED ECONOMIA

“Per assicurare il successo a un libro, quanto sono utili le recensioni sui giornali, le interviste e la pubblicità su periodici, in radio e televisione,?”

Un editore mi propose –una trentina di anni fa – di fare una ricerca per rispondere all’interessante quesito. Chiesi che mi fornissero: testate, date di pubblicazione, testi di articoli e copy di inserzioni e, d’altra parte, numero di copie vendute settimana per settimana.

I dati su recensioni, interviste e pubblicità  erano disponibili. Invece il numero di copie vendute non era disaggregato per settimana, ma solo anno per anno per ciascuna opera. Non c’era possibilità di correlare le iniziative promozionali con le vendite. Lasciammo perdere.

I numeri bruti dicono poco anche su grande scala. Fra il 2000 e il 2011 il Prodotto interno lordo italiano (PIL) era intorno a 1500 miliardi di euro e gli investimenti in pubblicità erano la metà dell’uno per cento del PIL, cioè circa 7 miliardi. La correlazione statistica fra le due grandezze in quegli 11 anni era il 97%. Crescevano e calavano insieme, ma i numeri non ci dicono se la pubblicità più intensa fa crescere il PIL o se si spende di più in pubblicità quando il prodotto lordo è più alto – le cose vanno meglio. Un’alta correlazione statistica fra due grandezze non vuol dire affatto che una sia la causa dell’altra. Sembrava pensare il contrario Henry Ford che disse: “Chi smette di fare pubblicità per risparmiare soldi, somiglia a chi blocchi le lancette dell’orologio per risparmiare tempo. La pubblicità è l’anima del commercio.”

Però Jerry W. Thomas, Presidente di DecisionAnalyst (azienda attiva in ricerche di mercato e sondaggi), scrisse nel 2008: “Il settore della pubblicità ha sempre un grande potenziale, ma controlla la propria qualità peggio di ogni altro settore. Solo la metà della pubblicità che viene diffusa ha effetti positivi. In parecchi casi ha effetti controproducenti.”

Valutare l’efficacia di messaggi pubblicitari, singoli o facenti parte di una campagna, è arduo. L’andamento delle vendite, infatti, dipende da tanti altri fattori: prezzi, azioni della concorrenza, efficacia della distribuzione (non si vende, se gli stock sono esauriti), tempo atmosferico e così via. Gli effetti della pubblicità non sono istantanei. Si possono manifestare dopo mesi. Dunque sappiamo bene che in certi casi estremi la pubblicità ha impatti forti e drammatici. Misurare gli impatti medi o deboli è un compito molto difficile. Certe grosse aziende specializzate in sondaggi sostengono di saperlo svolgere in modo scientifico. Vi dicono quante persone hanno visto il vostro messaggio, quante lo ricordano a distanza di tempo e quante ne sono state convinte, di che percentuale ha fatto crescere le vostre vendite – e così via. Sono credibili?

Forse io non sono un campione rappresentativo dei bersagli cui mira la pubblicità, ma non credo di aver comprato un’auto, un libro, un paio di scarpe, una bottiglia di vino dopo averne visto uno spot o un’inserzione. Ricordo la serie di vignette per la reclame della Guinness. La didascalia era sempre la stessa: “My Goodness, my Guinness!”, e la birra veniva portata via a un personaggio da elefanti, scimmie, rapinatori. Chiedevo ad amici ingegneri: “Dell’aria a 2 atmosfere si immette in fondo a un recipiente pieno di un liquido: quando arriva alla superficie del liquido gorgoglia alla pressione di 3 atmosfere. Che liquido è?”  La risposta era: “Vecchia Romagna Buton Cognac – il cognac che crea un’atmosfera.” Però in vita mia ho bevuto solo una Guinness e comprato una sola bottiglia di Vecchia Romagna.

Forse le pubblicità troppo intelligenti sono quelle meno efficaci. Dopo tanti anni ricordo bene Massimo Lopez di “una telefonata ti allunga la vita”, che rimandava la sua fucilazione con lunghe chiacchiere al telefono. Sorrido di Marzocca che fa la mamma di Garibaldi [“Giuseppe passa un momento difficile – risponde!”] ma dubito che abbiano fatto salire di un euro il fatturato della SIP e poi della Telecom Italia.

In TV usano spesso, dopo un programma che si spera sia stato gradito, comunicare: “Questo programma offerto da  xxxx”. Non so quanto possa essere efficace.  Quanto meno si evita così l’irritazione o l’avversione evocata dalla ripetizione eccessiva di certi spot. Se sono decenti causano, comunque, negli ascoltatori la sordità a quel messaggio. Se sono spiacevoli, possono causare nla decisione di rifuggire dal prodotto. Sarebbe bene ricordare cheil tempoin cui gli spot in TV interrompono il film che stiamo vedendo, coincide spesso coniltempo perandare al bagno.

Devo ammettere, in fine, che l’idea stessa di convincere tanta gente a fare certe cose è attraente e divertente. La creazione dei messaggi – scritti, detti, in video – è attività stimolante. Nel 1933 Dorothy L. Sayers pubblicò uno dei suoi gialli – “Muder Must Advertise “, Harcourt,  Brace – col personaggio di Lord Peter Wimsey che investigava assassini nell’Agenzia pubblicitaria Pym – e intanto progettava una forte campagna a premi per le sigarette Whiffle. Molto divertente.

Nel mio romanzo UNA SORTA DI TRADITORI ci ho messo un ex terrorista che si mette a fare il pubblicitario e inventa una campagna per diffondere l’uso del bidet nei paesi anglosassoni. Gli attribuisco anche un’astuta persuasione occulta che fu davvero usata con successo da un noto tycoon passato alla politica, ma ormai avviato al tramonto. (Real cowboys never die – they fade away.)

Roberto Vacca

ALTI INSEGNAMENTI DEL PENSIERO GRAMSCISTA – CRITICA A LUCIANO CANFORA

Membro non solo di un organismo autorevole, Institute for the Classical Tradition, ma anche di un altro così così, la romana Fondazione Istituto Gramsci, il brillante filologo e storico Luciano Canfora si è lanciato tempo fa sul ‘Corriere’ in un autentico esercizio di bravura: dire e non dire, vilipendere e difendere i ‘topoi’ del presente e morente discorso politico. Una volta mi scrisse d’essere stato rallegrato da un opuscolo “il Pericle elettronico” che a lui studioso della grecità avevo mandato, opuscolo che denigrava il più accanitamente possibile le istituzioni e le idee obbligate del marasma politico a noi contemporaneo. E’ dunque certo che al prof. Canfora l’ideologia demoparlamentare piace come al cane la cipolla. Però deridere apertamente la convenzione risalente ai Padri costituenti non si usa, o costa fatica. Ed ecco che Luciano Canfora lascia che lo si pensi condividere la critica tradizionale alla  “tirannia dei molti”, cioè ad ogni possibile formula di democrazia diretta, ormai matura e attuale dopo un paio di secoli di tedio del parlamentarismo. Canfora stesso appare riferirsi più volontieri alle conquiste dell’arcontato di Solone (594/3) che a quelle della Seconda Repubblica italiana.

Il filologo della Fondazione Istituto Gramsci premette ad altri ragionamenti un plauso a Solone per avere insegnato “che non si deve rischiare di cadere in schiavitù per debiti”. Questo rischio non è oggi molto attuale, però il plauso a Solone gli viene utile per poter deplorare “i finanzieri del tempo nostro, nonché i responsabili delle strutture bancarie, che sull’altrui indebitamento prosperano”. Altra scappellata al politicamente corretto: “Una forte corrente di pensiero politico moderno nella seconda metà del sec.XX, su impulso di una figura notevole come F.Mitterrand, pose il problema della cancellazione del debito di alcuni paesi del Terzo e Quarto mondo”. Canfora sorvola sulle spese militari, sulla corruzione e sul saccheggio dei politici che hanno fatto gigantesco il debito del Terzo e Quarto mondo.

Messa a verbale la propria conformità alla “forte corrente di pensiero politico moderno”, Canfora ammette che “tirannide è parola dal significato in origine non negativo” e che era stato il demo di Atene (il popolo sovrano) “ad attribuire all’abile demagogo Pisistrato una guardia del corpo armata come strumento e garanzia di potere”. Sottolinea pure “che la tirannide nascesse da un significativo consenso popolare era però fenomeno imbarazzante”. E inoltre: “La diretta gestione del potere da parte dei detentori della piena cittadinanza è tutt’altra cosa rispetto alla procedura elettiva che .produce una rappresentanza”. E qui uno si aspetterebbe -abbiamo detto sull’esperienza di due millenni e  mezzo dopo Solone- la pura e semplice constatazione che la “procedura elettiva” perpetua l’oligarchia della Casta: il Mob o Mafia dei politici di professione. Invece il discorso di Canfora trascolora nella descrizione dei ‘doppi negativi di forme politiche positive (monarchia/tirannide, aristocrazia/oligarchia; democrazia/oclocrazia), col risultato di non dire ciò che andava detto: che il meccanismo elettorale è fraudolento,  attribuisce tutto il potere ai professionals della raccolta dei voti.

E d’altra parte Canfora riconosce che “questo arrovellarsi intorno al modo in cui la volontà popolare può lasciarsi deviare fino ad autodistruggersi è problematica nostra e sommamente moderna”. Cioè (interpretiamo noi): il congegno partitico-parlamentare non potrebbe essere più truffaldino; ma Canfora non insiste. Preferisce ricordare che “i critici della procedura decisionale a maggioranza, cioè democratica, opponevano la questione della competenza alla legge del numero”. Ecco completato così il recupero da sinistra dell’argomentazione oligarchica: dobbiamo gestire noi che sappiamo farci eleggere. Non abbiamo alcuna competenza aggiuntiva rispetto ai molti, moltissimi, che oggi studiano, viaggiano, forniscono saperi, intraprendono, dunque potrebbero esercitare la sovranità diretta; però noi sappiamo farci eleggere e sappiamo cooptare coloro che sapranno farsi eleggere. Canfora obietta qualcosa a questo autoperpetuarsi dei professionisti della rappresentanza? Sì: solo che le codificazioni costituzionali del secondo dopoguerra stiano “cedendo il passo al ritorno in grande stile al predominio di coloro che, intrinseci al mondo arduo della finanza, si pretendono competenti”.

Canfora sa benissimo che se il gioco politico tornerà presto in toto ai partitocrati, il risultato sarà ancora più cleptocrazia. Ma non lo dice: non è appropriato dirlo quando si appartiene alla Fondazione Istituto Gramsci, dove si suppone che il Profeta sardo non approverebbe il chiamare pane il pane e ladro ciascun professionista delle urne.

Che si impara infine da un maitre-à-penser gramscista? Che va bene tutto, compreso il predominio della finanza internazionale, purché non si intacchi il ruolo dei politici amici della sinistra intellettuale di Capalbio.

A.M.C.

IL CORO DEI PAROLIBERI

Le ‘parole in libertà’ furono una delle conquiste del Futurismo (=giustapporre sostantivi aggettivi avverbi secondo principi extra-sintattici). ‘Paroliberi’ furono gli scrittori e i poeti che utilizzarono la libertà conseguita dal Movimento. E paroliberi, ma insinceri, sono coloro -dalle casalinghe democratiche che inviano sms solidali ai marciatori su Roma con gli striscioni del Sulcis, all’Uomo del Colle che si è detto tutto dalla parte degli elmetti minerari: senza menzionare le circostanze che vietano di tenere in esercizio una miniera che aveva senso ai tempi dell’autarchia. E senza menzionare che la collettività ha sopportato per decenni l’onere di una produzione antieconomica. La Regione Sardegna, proprietaria al 100% dell’impianto, non ce la fa più; lo Stato ha altri obblighi verso 60 milioni di persone. Paroliberi sono quanti argomentano a favore del carbone e dell’alluminio sardo, delle auto di Pomigliano e di Torino, dell’acciaio di Taranto, di ogni altra attività in perdita o  produttrice di patologie. La collettività ha l’obbligo di dare del pane a tutti i bisognosi, non quello di difendere il benessere e il consumismo.

Le parole in libertà preferite sono ‘diritto al lavoro’, ‘dignità’, ‘non molleremo’, ‘il governo si assuma  le sue responsabilità’, ‘salvare il know how e le eccellenze’, ‘adottare una politica industriale’. Dietro tutte è il concetto più parolibero di tutti: il contribuente paghi più tasse per garantire i nostri stipendi. Belluini lottatori sindacali fanno asserzioni ancora più irragionevoli, tipo “Ciò che abbiamo lo dobbiamo alle lotte, perciò lottiamo ad oltranza”. Naturalmente i paroliberi dimenticano che in Gran Bretagna, madre della rivoluzione industriale che andava a carbone, i minatori sono scesi dal mezzo milione di prima della Thatcher ai diecimila di oggi. Che l’alluminio si produce dove l’energia costa poco. Che se l’Enel volesse dire sì al Sulcis dovrebbe dire no a un altro territorio italiano. Che le regole dell’Europa vietano gli aiuti di Stato (acquisti di favore, prezzi politici): infatti Bruxelles ha mosso contro Roma numerose procedure d’infrazione, una parte delle quali ci sono costate pesantemente.

In realtà un paese come il nostro deve convincersi d’essersi industrializzato troppo e in parte artificialmente, per i congegni dell’elettoralismo e dell’indebitamento parossistico. Un paese come il nostro deve accettare una misura di deindustrializzazione. I grandi impianti produttivi sorti nel Sud, in Sardegna e altrove hanno fatto danni gravi, sono falliti o sono in pericolo. Meglio sarebbe stato puntare sul turismo, soprattutto quello culturale, sull’agricoltura, sulle ricche risorse eolica e solare, sull’economia verde. La U.S. Navy prevede di ricavare entro il 2020 il 50% dell’energia che consuma da fonti rinnovabili.

Così come stanno le cose, sono pochi gli investimenti concepibili col denaro pubblico: in primis a) un assegno di sopravvivenza a tutte le famiglie senza reddito, quindi anche ai minatori ; b) la demolizione di una parte dei capannoni che hanno assassinato il paesaggio; c) la ristrutturazione di edifici industriali e commerciali per farne abitazioni ipereconomiche e parzialmente comunitarie per i senza lavoro; d) qualche sostegno alle piccole iniziative associate dei disoccupati che intraprendano. Di difendere veri e propri salari, veri e propri stipendi, benefits e ottime pensioni si parlerà sempre meno.

Deindustrializzazione vuol dire meno job: infatti occorre accettare, non solo in Italia, la parziale regressione negli stenti che erano la norma ancora due generazioni fa. La globalizzazione non ci consente alternative. Ricordiamo che molte crisi industriali non sono nuove -in qualche caso hanno decenni- e sono crisi di sovracapacità produttiva. In qualche misura chi promette la crescita, oggi, mente. Le parole in libertà del Futurismo erano estrose e creative. Quelle dei supporter di Sulcis Ilva Alcoa Irisbus Termini Imerese sono tristi, incapaci non solo di convincere, anche di illudere.

Antonio Massimo Calderazzi