ROBERTO VACCA – INDIA E BLACKOUT

Seicento milioni di indiani senza energia elettrica per due giorni: un disastro che ha causato distruzioni di ricchezza e di derrate, tragedie personali, ritardi, scomodità, disorganizzazioni a cascata, crollo di reputazioni.

Però è anche grave che questa emergenza sia stata capita solo da pochi esperti. I giornali hanno parlato di ritardi nel realizzare infrastrutture, squilibri fra domanda e offerta, siccità. Questa ha causato mancanza d’acqua di raffreddamento alle centrali di produzione che si sono fermate (vero) e consumi aumentati delle pompe per irrigazione. Si è parlato di consumi eccessivi da parte di utenti che avrebbero dovuto obbedire a severi razionamenti. Si è parlato di guasti inspiegati, ma un blackout gigante non è causato solo da conduttori interrotti o apparecchiature difettose. Taluno ha sostenuto che la rete indiana è troppo grossa: “Se ne avessero avute tante piccole tutto sarebbe andato bene.” Queste spiegazioni sono parziali e inadeguate. Per capire che cosa sia successo, guardiamo i numeri e ragioniamo su struttura e funzioni delle reti elettriche.

 

La rete dell’energia elettrica indiana non è gigantesca. I dati in Tabella 1 mostrano che la rete europea e quella nord-americana la superano di un ordine di grandezza. Conviene realizzare reti molto grandi perché sono in grado di soddisfare la domanda di elettricità ovunque si manifesti e ovunque venga generata l’energia per soddisfarla. Un grande sistema strutturato a rete è una ricchezza enorme – come la rete stradale estesa su oltre 100.000 km che connetteva ogni regione e città dell’Impero Romano.

Conviene molto che la rete sia a corrente alternata – che varia secondo un diagramma sinusoidale da un massimo positivo a un massimo negativo 50 volte al secondo in Europa, nella metà orientale del Giappone e in India (60 volte/secondo in Nord America e nella metà occidentale del Giappone). Il vantaggio è che il  voltaggio si può alzare e abbassare – mediante trasformatori.

Gli alternatori (mossi da motori idraulici o termici) producono energia elettrica alla tensione di circa 10.000 Volt (10 kV). Questa è troppo alta per essere usata nelle industrie. In casa usiamo 220 Volt e stiamo bene attenti a non toccare fili in tensione. Se il tuo corpo è attraversato da una corrente maggiore di 0,1 Ampere, puoi morire. [E’ la stessa intensità di corrente che passa in una lampadina a incandescenza da 25 Watt].

L’energia elettrica va fornita anche a utenti molto lontani. Quando passa in un cavo elettrico di rame, sviluppa calore e, quindi, si perde energia. Questo spreco è proporzionale al quadrato della corrente moltiplicato per la resistenza del conduttore in cui fluisce. Per limitarlo nelle linee di trasporto di energia a grande distanza, si innalza il voltaggio (detto anche “tensione”) e,quindi, si abbassa la corrente. [La potenza elettrica è uguale al prodotto tensione per corrente]. Le linee elettriche di trasporto funzionano a 60, 220, 380, 780 kV [780.000 Volt]. Alimentano trasformatori che gradatamente abbassano la tensione a valori utilizzabili con basso rischio.

Tutti gli alternatori, che generano elettricità (in centrali idroelettriche, termoelettriche, nucleari) sono interconnessi in parallelo sulla rete. Questo si ottiene sincronizzandoli esattamente con le precisione di 1/50 di secondo. Vanno tutti “al passo” dalla Spagna alla Svezia, dall’Olanda alla Sicilia. Come già accennato, questa assoluta compatibilità di frequenza consente alla domanda, ovunque richiesta, di essere soddisfatta utilizzando energia ovunque prodotta. Le quantità scambiate sono registrate automaticamente e pagate ai fornitori: le tariffe dipendono da domanda e offerta. Il funzionamento globale è semiautomatico. La frequenza è mantenuta rigorosamente costante. Se la domanda di energia tende a diventare eccessiva rispetto alle quantità producibili, gli operatori potranno escludere alcune grosse utenze (creando blackout programmati) o, in alternativa, abbassare leggermente la tensione su tutta una regione diminuendo la potenza erogata (il provvedimento si chiama “brown-out”). Dunque, i vantaggi dell’uso della corrente alternata sono notevoli.

Il comportamento delle grandi reti è complesso. Eventi che si verifichino in una parte della rete (interruzioni di circuiti, messe a terra accidentali,  sovratensioni, fulmini, etc.) producono perturbazioni che si trasmettono ad altre parti della rete. I conduttori della rete hanno una loro resistenza (misurata in Ohm), ma anche induttanza e capacità. Non approfondisco (questo non è un testo di elettrotecnica), ma questi parametri possono causare la generazione di onde di tensione e corrente sulle linee. Se nelle reti ci fossero solo resistenze, corrente e tensione sarebbero sempre in fase. Con capacità e induttanza la corrente è sfasata rispetto alla tensione e si producono fenomeni di oscillazione L’elettricità alla frequenza di 50 periodi/secondo (o Hertz) ha una lunghezza d’onda di 6000 km. Su linee di trasporto dell’energia molto lunghe (centinaia o migliaia di km) si possono creare perturbazioni che viaggiano, si riflettono, producono dissesti e squilibri. Questi fenomeni sono più gravi se la rete è più estesa – ma la grande estensione è proprio la caratteristica che la rende più utile..

Un’onda di sovratensione, passando; danneggia apparecchiature di controllo, generatori, trasformatori, isolatori. Mette fuori servizio parti della rete, mentre gli apparati di controllo e protezione distaccano altre parti (danneggiate o no). Si perde il parallelo, gli alternatori si fermano – la rete non funziona più. È arduo farla ripartire. Ri-sincronizzare è processo delicato (reso difficile  dai guasti dovuti al blackout): può richiedere giorni mentre gli utenti restano al buio.

L’immane blackout indiano, come anche quello famoso del 1965 in USA, è stato causato da gravi fenomeni di instabilità. Le cause non sono state solo scarsità di energia tali da non poter soddisfare domande eccessive, né guasti accidentali che abbiano interrotto i circuiti.

Per evitare instabilità delle reti si usano condensatori che modificano la fase della corrente. Non si tratta di armature separate da dielettrico (come avviene per piccoli elementi), ma di grosse macchine rotanti che producono correnti sfasate di 90° rispetto alla tensione. Si chiamano condensatori rotanti: le cui potenza e localizzazione devono essere progettate con cura per assicurarne la stabilità. La progettazione delle reti non esige solo che la potenza installata sia adeguata anche per soddisfare domanda futura. Vanno anche previsti i modi citati di rifasare i carichi e la disponibilità di generatori di riserva in grado di entrare rapidamente in funzione.

 

Quando grandi potenze vengono trasmesse su grandi distanze (molte centinaia o migliaia di km) conviene trasformare l’energia da corrente alternata in continua ad altissima tensione. che non ha problemi di stabilità. La corrente alternata ad alta tensione viene trasformata in continua mediante tiristor, poi viene trasportata su linee aeree in cavo, anche sottomarino, e all’arrivo trasformata di nuovo in alternata la cui tensione viene abbassata. Sulle linee a corrente continua le perdite di energia sono anche più basse perché ad altissime tensioni l’intensità del campo elettrostatico è talmente elevata che l’aria stessa diventa un conduttore dissipando energia (effetto “corona”). Tale dissipazione è più alta per le linee in alternata perché il valore massimo (da cui dipende l’effetto corona) raggiunto due volte ad ogni ciclo è del 40% più alto del valore efficace.

Le linee in continua ad altissima tensione sono diffuse in tutto il mondo. In India ce ne sono 3 alla tensione di 500 kV. Sembra, dunque, che la tecnologia indiana sia abbastanza avanzata, anche se non è stata applicata adeguatamente ai problemi di stabilità. Anche la rete della nostra penisola è connessa con linee in continua a Corsica e Sardegna e a Est con la Grecia.

 

Gravi guasti e disfunzioni di grandi reti elettriche che servono interi continenti si possono verificare non solo in conseguenza di instabilità. Un rischio raro, ma grave può essere costituito da una tempesta di protoni solari. Nel gennaio 2012 corremmo questo rischio che poi non si materializzò. In Appendice riporto l’articolo che scrissi sull’argomento nel Marzo scorso.

 

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Regione India Italia N.America Europa Asia+Oceania Resto del.mondo
Potenza

elettrica

 

140 GW

 

35GW

 

1.200 GW

 

910 GW

 

1.630 GW

 

850 GW

Tabella 1 – Potenza elettrica totale installata per regione (2010)

Dati in Giga Watt (GW = miliardi di Watt)

 

 

Fonte: carbone petrolio gas idroelettrico nucleare
Consumo annuo

energia  MTEP

278 156   62   25     5
Consumo in %   52%   30%   12%     5%     1%

Tabella 2 – India – consumi energia annui per fonte di produzione  (2010)

MTEP = Milioni tonnellate equivalenti di petrolio

 

 

Altri dati sull’energia elettrica in India

La popolazione dell’India è di un miliardo e 210 milioni. Il 34% della popolazione non ha accesso a elettricità. Il consumo annuo di energia pro capite: India  0,43  TEP  –  Italia  2,86 TEP.  L’India ha una popolazione più che doppia di quella europea e genera potenza elettrica pari al 15% di quella europea. Il consumo medio annuo pro capite di un indiano è di 755 kWh, quello di un italiano è di 5.000 kWh.

 

Nota etimologica

Il termine “blackout” era usato ai primi del ‘900 nei teatri per lo spegnimento di ogni luce sul palcoscenico. Poi denotò il segnale, che spegne il raggio catodico di oscillografi e televisori, mentre torna indietro dalla fine di una riga all’inizio della successiva. Dagli anni Trenta il termine indicava l’oscuramento in tempo di guerra di tutte le luci durante la notte per non dare riferimenti agli aerei nemici.

“Blackout” si usa sia in inglese, sia in italiano per indicare una improvvisa mancanza di memoria. Indica anche l’oscuramento del campo visivo di piloti di aereo nella ripresa da un picchiata soggetti ad accelerazioni di alcune volte maggiori dell’accelerazione di gravità, che oscurano il campo visivo (il pilota “vede nero”). Accade d’estate a persone che si alzino in piedi all’improvviso dopo essere state sedute o sdraiate.

Negli anni Sessanta il termine fu usato per indicare la mancanza di energia elettrica in una vasta zona o regione. Il caso più clamoroso fu quello del grande blackout della costa atlantica degli Stati Uniti: il 9 Novembre 1965 lasciò senza elettricità per oltre due giorni più di 30 milioni di americani e canadesi. Lo descrissi 5 anni dopo nel mio saggio “Il Medioevo Prossimo Venturo” (si può scaricare dal sito  www.printandread.com ).

 

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APPENDICE

 

Tempesta solare scampata: e la prossima? di Roberto Vacca, 5/3/2012

L’abbiamo scampata. Il 23/1/2012 satelliti e stazioni a terra segnalarono in arrivo dal sole una tempesta di protoni: quelli con alta energia sono passati da 10 a 7500  per cm2 e per secondo [vedi diagramma]. Poi il flusso di protoni si è affievolito. Se fosse cresciuto molto, avremmo avuto disastri. Anche in Italia il cielo notturno si sarebbe colorato di verde, viola e rosso: aurore boreali che si vedono vicino ai poli. Poi sarebbe diventato rosso sangue. Grossi blackout ci avrebbero tolto l’elettricità. Le linee telefoniche e telegrafiche fuori uso avrebbero impedito gli interventi di emergenza. Ferrovie, gasdotti e oleodotti avrebbero subito danni gravi. Il blocco di reti e tecnologia nelle società più avanzate, prive di energia, potrebbe causare vittime a milioni.

Sono eventi, a decine di anni uno dall’altro, causati dal vento di protoni emessi dal sole: vanno a velocità fino a 7 milioni di km/h e arrivano a noi in circa 20 ore. Queste tempeste si chiamano CME: Coronal Mass Ejection: espulsione di massa dalla corona solare e proiettano miliardi di tonnellate di protoni. Non è fantascienza: SPECTRUM (la rivista degli ingegneri elettrici USA) questo mese dedica all’argomento un lungo articolo.

I protoni seguono traiettorie elicoidali. Le CME più intense producono campi magnetici giganti interagenti con la magnetosfera terrestre. Quindi correnti elettriche molto intense fluiscono nell’aria della stratosfera che a 50 km di quota è un buon conduttore. La tempesta geomagnetica induce sulla superficie terrestre forti correnti elettriche che passano nel terreno, nelle reti elettriche ad alta tensione, nelle tubazioni, nelle rotaie, nei cavi sottomarini. In conseguenza le reti vanno fuori servizio. Sono più a rischio le centrali elettronucleari: senza energia elettrica dalla rete non possono raffreddare i nuclei che possono fondere. In Europa, USA, Cina si potrebbero avere decine di disastri tipo Fukushima.

È meno tragico, ma molto spiacevole, il rischio di fusione degli avvolgimenti dei grandi trasformatori ad altissima tensione (765 kV in USA, 1000 kV in Cina). Ogni unità pesa 200 tonnellate e costa più di 10 milioni di euro. Non sono tenuti a magazzino e la produzione richiede molti mesi. Anche i terroristi potrebbero farne saltare alcuni, ma un CME ne distruggerebbe decine bloccando per anni l’energia di continenti. I trasformatori si possono proteggere installando condensatori sulla messa a terra del neutro e bypassandoli con tubi elettronici per scaricare a terra le sovracorrenti alternate. Queste tecniche, però, non sono state sperimentate in pratica. I CME sono rari. Nel 1859 il più grave, negli Stati Uniti fu preceduto da aurore boreali e cielo rosso a basse latitudini. A quel tempo non esistevano reti elettriche, ma andarono distrutte molte linee telegrafiche.

Un altro CME nel 1921 bloccò telefoni e telegrafi in Svezia e negli Stati Uniti e mise fuori servizio i sistemi di scambi e segnali della Ferrovia Centrale di New York. Le reti elettriche di energia, poco estese all’epoca, non subirono danni gravi. Nel 1989 i cieli colorati da un CME furono interpretati come lo scoppio di una guerra nucleare, ma in Canada ci fu un blackout di un giorno che lasciò senza energia elettrica tutto il Quebec.

Qualche giorno fa Pete Riley  della Predictive Science di San Diego (un centro di ricerca sponsorizzato dalla NASA e dalla National Science Foundation – vedi: www.predscience.com/portal/home.php/) ha pubblicato suoi calcoli secondo i quali ci sarebbe una probabilità del 12,5 % che entro il 2020 si verifichi  una Coronal Mass Ejection. L’affermazione sembra azzardata – ma il centro di Riley sembra affidabile.

Giornali, televisioni, politici e politologi  non parlano dei rischi dovuti agli arsenali nucleari, né di questi – meno letali, ma significativi. Dovrebbero farlo.

Roberto Vacca

IL PENSATORE CHE GLI INGLESI DI CAMERON NON MERITANO

Abbiamo recentemente evocato, nel retaggio di un paese oggi accanitamente conservatore quale la Gran Bretagna (il primo ministro Cameron si rivolge ai ricchi del mondo oppressi o impauriti dalle tasse, “venite ad me”) l’episodio eroico dei Levellers, che verso il 1647 propugnarono l’uguaglianza tra i ceti. Furono schiacciati, anche con le fucilazioni, da Olivier Cromwell, degno maestro di durezza per Winston Churchill, che a Mers-el-Kebir fece affondare la flotta francese. I Levellers precorsero gli sforzi che si impongono, oggi più che mai, per combattere gli eccessi dell’ipercapitalismo. Ma risalendo nel tempo ci imbattiamo in altri uomini che in terra inglese, al presente così nemica del nuovo, anticiparono svolte epocali.

Così John Wycliffe, non solo rinomato maestro ad Oxford ma anche e soprattutto riformatore della fede e della società. Suscitò il movimento religioso dei Lollards, ispirò decisivamente Jan Hus e la grande parentesi ussita, spianò la strada alla più creativa rivoluzione cristiana, la Riforma luterana. Un grande inglese del XIV secolo che pensò il futuro e perciò fu combattuto dalla sua patria. “He was supreme -ha scritto lo storico inglese Reginald Lane Pool- in the philosophical disputations and his lectures were crowded, but it was not until he was drawn into the arena of the politico-ecclesiastical conflicts of the day that Wycliffe became of world importance. He publicly proclaimed the doctrine that righteousness is the sole title to dominion and to property, that an unrighteous clergy has no such title, and that the decision as to whether or not the property of ecclesiastics should be taken away rests with the civil power. Briefly, his argument is that the church has no concern with temporal matters at all, that for the clergy to hold property is sinful”.

Wycliffe contrapponeva la povertà del cristianesimo primitivo alla ricchezza dell’alto clero e al sistema finanziario del papato ad Avignone. La ‘chiesa visibile’ del suo tempo era ormai nemica del Vangelo. Anche i grandi ordini monastici (domenicani, francescani, benedettini, agostiniani) avevano tradito l’ideale evangelico della povertà. E’ ovvia la speciale rilevanza di questa denuncia di sette secoli fa, oggi che il Vaticano è tormentato dalla sua ricchezza e, più ancora, dalla sfida a permettere anzi a guidare nella Chiesa una vera e propria rivoluzione.

Prima di configurarsi come i seguaci, i ‘poveri predicatori’, di Wycliffe, i Lollardi erano attivi in tono minore in Olanda come movimento pauperistico affine ai fraticelli e ai begardi, tutti opposti alle gerarchie mondanizzate. In Inghilterra i lollardi accentuarono in senso ribellistico la predicazione di Wycliffe, e così provocarono aperte agitazioni sociali. Una quarantina tra i Lollards più combattivi, capeggiati da Sir John Oldcastle, furono messi a morte.

Papa Gregorio XI emise cinque bolle per condannare 18 ‘Conclusions’ del Nostro. Il quale rispose, oltre che con argomentazioni teologiche della cattedra, con fatti di concreta ostilità nei confronti del papato. Arrivò a definire Anticristo il pontefice. Sappiamo che suscitò un movimento di ‘simple priests’ che divulgarono le sue dottrine in termini accessibili al popolo. In quanto tradusse (secondo alcuni fece tradurre) la Bibbia, Wycliffe è considerato il fondatore della prosa inglese, così come Lutero sarà il fondatore del tedesco. I Lollards portarono agli umili la buona novella, essere il Vangelo la legge, non il magistero ecclesiastico. Di fatto i predicatori di Wycliffe denunciavano i mali della Chiesa troppo temporale, troppo nemica degli aneliti. I poveri sentirono dichiarare peccaminoso che gli uomini di chiesa esigessero soldi per battezzare, per celebrare matrimoni e funerali. Non è difficile immaginare l’influsso della predicazione lollarda sulla Rivolta dei contadini nel 1381. Ovviamente quest’ultima saldò la coalizione tra conservatori della Chiesa e dello Stato, che accusarono Wycliffe di sedizione. Peraltro, precisa il citato storico Pool, “Wycliffe’s communistic views are theoretical and confined to his Latin scholastic writings. Possibly his followers translated them in their popular discourses, and thus fed the flame that burst forth in the rebellion”. Uno dei trattati latini di Wycliffe, il ‘De officio regis’, fu un’aperta dichiarazione di guerra alla monarchia papale;  anche in questo egli fu precursore diretto di Lutero.

In vita Wycliffe fu ripetutamente processato come eretico. Papa Martino V, assieme al concilio di Costanza, ordinò nel 1515 che le ossa di Wycliffe, morto nel 1384, fossero disseppellite e bruciate. Peraltro il riformatore ebbe, oltre che molti seguaci, anche protettori influenti. Morì nel suo letto. In patria fu seguito solo dai Lollardi ma in Boemia il grande teologo dell’università praghese, Jan Hus, si dichiarò suo strenuo discepolo. Conosciamo la sua fine sul rogo, ma la dottrina del maestro inglese e sua divenne la religione nazionale ussita. Lutero e altri riformatori europei dovettero molto a Hus, “and thus the spirit of the English reformer had its influence on the reformed churches of Europe”.

Questo avveniva quando la stirpe inglese era vibrante, già protesa a mettersi alla conquista del mondo e del futuro. Oggi si compiace di stucchevoli nozze e genetliaci reali, nonché di flussi di capitali altrui alla City.

l’Ussita 

LA LEZIONE DI BERLINO-EST

Ha osservato su ‘Time’ Peter Gumpel, un esperto di cose germaniche, che non la vicenda argentina bensì la rinascita della Germania orientale dopo la riunificazione, dovrebbe dare coraggio alla Grecia in caso di estromissione dall’euro. Nel 2001 l’Argentina fece default, uscì dal circuito finanziario internazionale, attraversò vari mesi di caos, però prima del previsto si mise sulla strada di un vigoroso risanamento. Ma andò così perché l’Argentina aveva abbondanti materie prime da esportare, per di più in una fase di quotazioni alte. La Grecia non ha né questa né altre cornucopie , e comunque non è tempo di corsi favorevoli ai venditori.

Le due Germanie, sostiene Gumpel, fecero cose accessibili anche ai greci. Non mirarono a risultati immediati, ma scelsero pazienza, metodicità e naturalmente rigore. Riformarono le istituzioni dalla A alla Z. Per garantire la pace sociale investirono risorse pronte e abbondanti e fu la Germania dell’Ovest sia a fornire tali risorse -1,6 trilioni di euro in un ventennio, ma non è finita- sia a imporre norme e metodi come certo non potrebbe fare oggi con la Grecia. In proporzione, gli apporti internazionali alla ricostruzione ellenica non sarebbero esigui. In rapporto a questo accostamento tra Grecia e Germania, c’è una circostanza da non trascurare: Angela Merkel, una tedesca dell’Est, mostrò quello che valeva proprio nel contesto della rinascita est-tedesca. Nel febbraio scorso fu lo stesso ministro delle Finanze della Merkel, Wolfgang Schauble, a stabilire un parallelo diretto tra la Repubblica Democratica tedesca e quella ellenica: “Troppo Stato in entrambi i casi. Atene avrebbe importanti attivi da privatizzare, come fece Berlino Est”.  Le privatizzazioni nella RDT, aggiungiamo noi, sono state un caso da manuale di efficienza e di rigore. Se nessuno può escludere che qua e là si siano verificati illeciti ed errori, gli uni e gli altri non devono essere stati gravi. L’organismo istituito per privatizzare, in uno Stato dove pressoché tutto era pubblico, ha funzionato ammirevolmente.

C’è chi afferma che le riforme istituzionali necessarie alla Grecia dovranno somigliare per radicalità a quelle attuate nella Germania dell’est. Sembra un’esagerazione. Però è innegabile l’esigenza di interventi su varie strutture portanti dell’intero sistema ellenico: per esempio, sullo status e sulla remunerazione della  maggior parte dei dipendenti pubblici. Si afferma che guadagnano il 25% più dei lavoratori privati, però lavorano meno ore e non sono licenziabili. Non è chiara l’attendibilità di queste asserzioni, peraltro verosimili. E’ chiaro che in Grecia il lavoro dovrà diventare più produttivo, cioè costare meno. E che molti dovranno emigrare, così come fecero tanti tedeschi dell’Est. Dopo la riunificazione i Laender orientali, pur avendo ricevuto tanti capitali, persero almeno un sesto degli abitanti.

fonte Time 

 

L’EUROPA STRITOLA LA DEMOCRAZIA? IL CONTRARIO

Rischiamo di trovarci senza democrazia, pare. O, secondo una versione più “light”, con una democrazia menomata. Se – è questo il ragionamento – l’Italia sarà costretta a chiedere l’intervento del fondo salva-Stati, la campagna elettorale primavera 2013 risulterà castrata, con i maggiori partiti politici costretti a convergere su un programma di riforme imposto dall’Unione europea. Il rischio è che i partiti populisti e antieuropei facciano il pieno di voti.

L’unica forma di democrazia che pare castrata o compressa da un quadro come questo è la sua versione italica del “facciamo il cazzo che ci pare”, tanto ben rappresentata dall’ultimo governo eletto. Che alla fantasia della partitocrazia italiana provveda a mettere un freno l’Unione europea è quello che qualsiasi persona di buon senso dovrebbe auspicare. L’Europa ci impone degli obiettivi, e vieta di intraprendere percorsi che vadano in direzione diametralmente opposta. Ma non impone – se non entro blandi limiti – il “come” si debbano raggiungere quegli stessi obiettivi. Quindi ai partiti è lasciato uno spazio di manovra sufficiente per differenziarsi, senza strabordare dai confini delle forze responsabili ed europeiste.

Quanto al rischio che proprio gli irresponsabili e gli antieuropeisti prevalgano, questo è esattamente l’apice della democrazia: quando il popolo è chiamato a scegliere tra due alternative radicali. Se – ed è bene sottolineare che siamo ancora di fronte ad un’eventualità – l’Italia dovesse chiedere l’intervento del fondo, venisse stilato un memorandum d’intesa, e la maggioranza degli italiani decidesse che all’affrontare 10 anni di riforme dure, impopolari, che sbriciolano moltissime rendite di posizione e cricche di interessi (non per forza di ricchi speculatori, ma magari di onesti camionisti, avvocati o dipendenti pubblici), preferisce uscire dall’euro e affrontare un default, quello sarebbe il giusto esito di un processo democratico.

La speranza è che un rischio del genere non sussista. Che, per quanto arrabbiati, gli italiani alla fine non si affiderebbero a un comico o a qualche tribuno, ma sceglierebbero la stabilità, magari pagata a caro prezzo, ma preferibile al salto nel buio. Anche perchè, e lo si sapeva ben prima della crisi e ben prima che le riforme impopolari venissero imposte, governare con lo sguardo rivolto al medio-lungo periodo forse non paga in termini di consenso da parte degli elettori, ma salva il futuro dei loro stessi figli.

Tommaso Canetta

UNA NORIMBERGA PER I MISFATTI DELLA CASTA POLITICA

La storia d’ogni tempo è fitta di processi politici. Le città dell’Ellade sottoponevano frequentemente a giudizio e condannavano all’esilio o alla perdita dei beni, magari per una guerra persa. Cicerone sarebbe meno famoso se non avesse infierito con le requisitorie contro Gaio Licinio Verre, saccheggiatore della Sicilia e dunque maestro dei nostri politici. L’esilio di Dante Alighieri seguì a un procedimento di tipo processuale, e lo stesso valga per una miriade di sentenze politiche nei millenni, spesso sentenze capitali. Una delle più vicine a noi, e delle più aspre, fu pronunciata a  Norimberga nel 1946 contro i criminali di guerra del Reich sconfitto: dodici condanne a morte.

I processi politici non meritano molta simpatia. D’altronde i crimini contro il popolo o la società vanno puniti. Perché non dovremmo processare i criminali della nostra politica? Le condanne sarebbero senza confronto più miti. Parecchi personaggi sfuggirebbero al giudizio per vari motivi, compresa la manifesta infondatezza delle accuse. Ciò detto, il senso del diritto e la salvezza della patria esigerebbero un certo numero di condanne. Per esempio: come non processare i gestori della Sicilia da quando strapparono l’autonomia speciale? Non basterebbero i soli numeri -incontrovertibili- dei dipendenti, dirigenti, consulenti, forestali, più i livelli delle retribuzioni, più l’assieme delle malversazioni e rapine, per fare ineludibili le dure condanne pecuniarie ed altre sanzioni, esili compresi, a carico dei decisori più alti? A livello nazionale, come non processare i perpretatori della finanza allegra per la quale oggi il Paese è in pericolo?

Non si osi opporre che la democrazia, all’apertura delle urne, fa di ogni elettore il giudice dei politici. E’ totalmente falso. Gli elettori italiani non hanno mai punito chi li ha portati sull’orlo della bancarotta, e chiunque meritasse di espiare. L’andazzo nazionale e le nequizie della Costituzione macchinata dai partiti “vincitori del fascismo” (in realtà mosche cocchiere degli Alleati) hanno fatto sì che i politici di vertice vengono immancabilmente rieletti: essi sono a vita, da Nilde Jotti, che fu il peggio, al divo Giulio, ad Anna Finocchiaro, a Casini e a Fini. Gli elettori italiani non condannano mai, semmai si vendicano; ma la vendetta è cosa diversa dalla giustizia. Le volte che non rieleggono, gli italiani designano i trombati a presiedere società della mano pubblica, a godere di invidiabili sinecure, a ingozzarsi nei truogoli di Stato, regionali, eccetera. In ogni caso è la partitocrazia, non la magistratura a decidere quale politico va bocciato alle elezioni, ossia destinato alle predette greppie. Tutto si può sostenere, non che le urne sappiano fare giustizia. Le urne sono reti per catturare i pesci.

E’ discutibile che si processi chi decise, p.es., l’adesione alla scellerata Alleanza atlantica. Non è discutibile che si chiami a rispondere chi ha rubato, chi ha assegnato gli emolumenti più alti in assoluto ai membri della Casta, parlamentari o non, soprattutto quando le elargizioni continuano nel momento dei sacrifici generali e alla vigilia di sciagure collettive. Basta impunità.

In generale andrebbe istituito e reso obbligatorio  il processo di rendiconto a carico di chiunque abbia ricoperto cariche esecutive al di sopra di un certo livello. I giudici dovrebbero essere magistrati di carriera e non colleghi in politica. Le pene, tranne i casi estremi, non dovrebbero implicare il carcere, bensì pesanti risarcimenti e, mancando questi ultimi, il lavoro coatto. Tutti i beneficiari di finanziamenti, rimborsi elettorali, indennità eccessive e ‘fringe benefits’ dovrebbero essere costretti a restituire. Beppe Grillo ha invocato tali restituzioni: ha ragione.

A.M.C.

LA PATRIMONIALE PESANTE

Si infittisce il mistero: quando e come Monti comincerà a ridurre il debito? Nella mente dello Jupiter  della Bocconi il piano c’è certamente, ma come potrà evitare la grossa patrimoniale che impoverisca i ceti abbienti; come sfuggirà alla necessità di vendere, persino svendere, gran parte dei beni pubblici (compreso il Sommo Palazzo sul Colle); questo non è dato immaginare. Senza patrimoniale dura, senza grandi dismissioni, senza Tobin tax e parecchio peggio, il piano fallirà. Il debito resterà assassino. Se Napolitano e Monti hanno davvero creduto che il governo tecnico potesse scudare il sistema e il suo assetto politico, è verosimile abbiano sbagliato. Il capitalismo resterà, ma dovrà pagare un prezzo. Pure l’assetto politico pagherà: coll’oligarchia partitica scemerà anche la centralità del meccanismo elettorale.

La patrimoniale dovrà colpire tutte le forme di ricchezza, non solo quella immobiliare. Il prelievo dovrà essere forte e molti non saranno in grado di pagare, né di vendere per pagare. Dunque lo Stato dovrà ipotecare i beni -compresi quelli mobili e non occultabili: veicoli, barche, aerei- e cedere i titoli di credito alle aziende internazionali del factoring, le quali verseranno una parte considerevole del credito. Le aziende del factoring si arricchiranno, ma correranno alcuni rischi. I gioielli, i tappeti, gli arredi sfuggiranno in questa fase; non sarà necessariamente così in un’eventuale fase ulteriore, nella quale lo stato di necessità divenga così grave da legittimare la requisizione fisica dei contenuti di case, uffici, magazzini, fabbriche. Una banca per esempio potrà essere costretta a devolvere per la salvezza della nazione le opere d’arte possedute.

Sin da subito dovranno essere assoggettati a patrimoniale i veicoli d’ogni genere, i natanti, gli equipaggiamenti che siano immatricolati, registrati o in altro modo identificabili. Anche i beni strumentali dovrebbero concorrere, in misura minore, alla riduzione del debito. In conclusione: la collettività è indebitata, i privati no o molto meno. La ricchezza privata è grande, va falcidiata. Tutto ciò farà soffrire i ceti abbienti, ma è accaduto mille volte nella storia, assai spesso senza che fosse necessaria una rivoluzione. E’ giusto così, però certamente necessita nei decisori una volontà implacabile. Una crisi economica veramente grave è come una guerra o un maremoto: cancella o sacrifica i diritti di proprietà e le legittime aspirazioni.

Valga in particolare il caso dei veicoli, grosse motociclette comprese. Rappresentano una base imponibile gigantesca, vanno assoggettati a tassazione straordinaria. Sulle autostrade e sulle grandi arterie quasi non circolano più le utilitarie, quelle che cinquant’anni fa trasportavano famiglie, masserizie e vettovaglie dei paesi natii. Sulle autostrade, oggi, solo berline da confortevoli in su. Persino gli immigrati recenti si permettono le medie cilindrate. Le vere utilitarie sono solo city car costosette oppure le Matiz delle commesse e delle inservienti d’ospedale. Lo Stivale è una gigantesca bisarca di auto accessoriate e di Suv. Niente di male se a partire dai modelli da 10.000 a nuovo si imponga un prelievo straordinario e progressivo: mille euro sui tipi da poco, cinquemila sui Suv vorrei-ma-non posso, ventimila sui marchi dell’opulenza e dell’ostentazione. Anche i top generali cui uno Stato grandezzoso passa le Maserati dovrebbero pagare in proprio la patrimoniale: padroni di rinunciarvi e di muoversi in berline di bassa gamma.

Lo Stato incasserà in grande, i ceti molto agiati soffriranno, decine di milioni di cittadini vedranno ridotta al dignitoso benessere dei Settanta la disgustosa ricchezza dei Novanta. Come tragedia, poca cosa.

Porfirio

IN RICORDO DI ENRICA PISCHEL – APPELLO A PISAPIA

Alberto Toscano, già presidente a Parigi dei corrispondenti stranieri, ha proposto al Sindaco Pisapia di sponsorizzare un convegno su Enrica Collotti Pischel, che illustrò Milano come studiosa dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), poi come cattedratica dell’Università statale.

“Internauta”, che annovera alcuni ex-esperti dell’ISPI, aderisce volentieri all’iniziativa di Toscano, proprio apprezzato collaboratore. Enrica fu tra i principali osservatori italiani della realtà cinese: quali che siano state le interpretazioni sull’ultimo maoismo e sulla Rivoluzione culturale.

CAN OUR ETHIC OF CONSUMPTION CHANGE THE AMOUNT OF FOOD WE WASTE?

Food waste is a topic that gained growing public and institutional concern in the last decade. Its implications are wide and important, from the ecological, social and economic point of view. First of all, food waste should be considered from a social and ethical point of view. In fact, even though the actual amount of food produced globally would be able to feed the world population two times (Stuart, 2009), still more than one billion of people are starving, while at the same time other people carelessly throw perfectly edible food in the bin.

From an ecological point of view, food waste contributes dramatically to the worsening of the current environmental problems, in terms of pollution and climate change. Food waste in landfill generates GHG-equivalent emissions. More specifically, food waste is responsible for the greatest proportion of GHG emissions of municipal waste, as it often accounts for the largest proportion of solid urban waste (OECD, 2000). Moreover, GHG equivalents are emitted in the production, transport, processing, and storage of all the food products that ends up being wasted. In addition, the ever stopping upward trend of food demand, and consequent need for cultivable land, is increasing the pressure over deforestation, with a consequent harshening of the ecological crises (UNEP 2009, FAO 2011).

Finally, waste represents an economic problem, as resources (such as land, labour, water, and capital) are employed to produce goods with a negative utility for the society (Segré 2010, WRAP 2008). Furthermore, consumers apparently adopt an irrational behaviour: they spend resources to acquire, store, and maybe cook food that they will discard. Additionally, as taxpayers, they are charged with the cost of collecting this wasted food, and recycling it, or sending it to landfill, or incinerating it.

Despite all this, food waste is often not perceived by the contemporary society as a problem. People are still mostly unconscious of the damage they cause, when they throw away food.

In order to increase awareness on the topic, further researches are urgently needed, globally. A common definition, methodology of calculation, and unit of measurement have to be agreed upon at the international level; common strategies have to be designed and implemented within international institutions and States. In addition, a greater transparency should be required throughout the whole food supply chain.

The amount of food wasted in the world is impressive. And still, datasets on food waste are mostly unreliable and incomplete. As the FAO (2011) calculated, roughly 1/3 of all the food produced is wasted. In the EU, the household sector is responsible of about the 42% of all food waste (EC, 2010), corresponding to about 37 million tons per year. The most reliable and complete dataset available in the EU is the one of the UK, thanks to the work of the Waste and Resources Action Program (WRAP). WRAP calculated that in the UK, about the 20% of the food bought is wasted. This means, basically, buying five bags of food to throw one of them right at the exit of the shop, untouched. The overall cost for the society, both in terms of price paid for this food, and of taxes paid for the disposal of this waste, corresponds to about 12 billion of £ per year.

The only available data on Italian consumer food waste are the one provided by the Association for Consumer Defense and Orientation (ADOC), by means of an annual random survey of 1000 household living all over the country.

The purpose of the study “Household food waste in Italy: the case of Ethical Purchasing Groups” was to investigate the level of food waste produced within a selected group of consumers, and compare it with the national average provided by the ADOC. The idea was to check how different attitudes towards food consumption effectively influence food waste producing behaviours. Moreover, this is the first study concentrating on food waste produced within Ethical Purchasing Groups (Gruppi di Acquisto Solidale), a special Italian reality.

The Ethical Purchasing Groups (EPG) are informal groups of people gathering together in order to buy food products in bulk, to get access to bio and eco-friendly products at lower prices. Members of EPGs in particular promote a critical approach to food consumption, by allowing members to buy bio and eco-friendly products at an accessible price, and the socialization between producers and consumers; consumption reflects environmental friendly criteria of production, encompassing all the life-cycle of a good, from production till post-consumption disposal.

As WRAP (WRAP 2008) proves, the value each consumer attaches to the food will highly influence its attitude towards waste. The literature on the topic also underlines that an uncontrolled consumer food waste is often a consequence of the lack of a direct link between consumers and producers (Stuart 2009).

A survey was run by means of an online questionnaire, aiming at collecting the same kind of data provided by the ADOC survey. In addition, estimations were asked, about the volume of food waste produced by each household. The questionnaire was online for one month and a half, and the number of households participating was 124, corresponding to 369 people. Half of the interviewed household were living in the North (in the province of Milano), and half in the Centre-South (mainly in the provinces of Siena and Lecce). The questionnaire was organized in three parts, collecting information about the food expenditure levels, the food waste levels, as well as reasons and means of disposal.

The main problem highlighted by this empirical review is the probability that the official available volumes of waste are underestimated. This hypothesis is apparently confirmed by the projections on the Italian national level of the average waste amount produced by households of the analyzed sample.

At a first glance, the empirical investigation based on a sample of households belonging to EPG shows that, at the aggregate level, their food waste behaviour results similar to that reported by ADOC for the average Italian household. However, as previously underlined, average numbers mask important differences at the level of geographic area and household type. The result is strongly affected by the 40% of the sample. In fact, 60% of the household reports a better food waste prevention performance than the ADOC national average.

Further considerations are needed. The EPGs are part of a different, shorter food supply chain, where producers are selected based on ecological, social and ethical criteria. It is important to understand the implication that this choice has on the production of food waste. In fact, food waste can be considered as a failure of the market, inborn in the system. It is not enough to re-equilibrate its negative effects, it is necessary to reduce it before it is created (Segré 2011). Consumer waste, as this study pointed out, is quite relevant within the OECD countries. However, it represents at most one third of total food waste. The remaining two thirds fall under the responsibility of the upper stages of the food supply chain.

It would not be fair, thus, to throw the entire burden on consumers’ shoulders. Choices undertaken at production, processing and especially at retail and distribution level have the power to modify radically the amount of waste produced on the consumer side. As Stuart (2009) explained, big supermarket chains have the tremendous power of pushing the creation of waste up and down the food chain, shifting the burden on consumers and suppliers. These kinds of mechanisms are endemic problems of the system, and need to be addressed by a proper regulation. Whoever wastes has to be held accountable by law. And this kind of mechanisms should be identifies and prevented, by requiring a greater transparency within the system. Without it, no data baseline can be established, and no serious target setting can be done by policy makers.

Nonetheless, consumers still need to get involved and informed. They should acknowledge the magnitude of the problem and the responsibility that each individual has, given the fact that everybody wastes. Overcoming denial is the first fundamental step towards food waste prevention.

Marianna Bianca Galantucci

(if you wish to get more information on the results of the research, please write to )

References:

(EC, 2011) European Union, A Resource-Efficient Europe – Flagship Initiative under the Europe 2020 Strategy, European Commission, Bruxelles, 26.1.2011

(FAO, 2011) FAO, Global Food Losses and Food Waste, Food and Agriculture Organization of the United Nations, Rome, 2011

(OECD 2000) OECD, Strategic Waste Prevention – Reference Manual, Working Party on Pollution and Prevention Control, 2000.

(Segrè 2011) Segré A., Falasconi L., Il Libro Nero dello Spreco in Italia: il Cibo, Edizioni Ambiente, Milano, 2011

(Stuart 2009) Stuart T. Waste: Uncovering the Global Food Scandal, London, Penguin

(UNEP 2009) UNEP, Nellemann, C., MacDevette, M., Manders, T., Eickhout, B., Svihus, B., Prins, A. G., Kaltenborn, B. P. (Eds). February 2009. The environmental food crisis – The environment’s role in averting future food crises. A UNEP rapid response assessment. United Nations Environment Programme, GRID-Arendal

(WRAP 2008) WRAP, The Food We Waste, Waste and Resources Action Programme, Banbury, 2008

YEMEN: DOLORI E PROMESSE DI ARABIA FELIX

Nello Yemen si svolgono oggi le operazioni ‘coperte’ degli USA più importanti di tutte, a parte forse il Pakistan a ridosso dell’Afghanistan. I media internazionali non fanno mistero delle incursioni dei drones, gli aerei senza equipaggio che Obama ha scelto come sua ‘arma vincente’, aventi come obiettivo dichiarato l’uccisione di individui ritenuti ostili all’America (spesso muoiono o sono mutilati bambini e donne che in realtà non mettono a repentaglio la massima potenza militare della storia). Secondo gli americani,  lo Yemen è, fuori dell’Afghanistan, la più importante franchise o filiale di Al Qaeda. Noi non sappiamo fino a che punto le cose stiano così. Certo le condizioni del paese sono molto critiche, secondo una tradizione plurimillenaria: le ambasciate diffidano i turisti dal venire, a scanso di pericoli gravi.

Qui la Primavera araba ha vinto più tardi che nel Nord Africa. Non ci sono stati interventi militari ufficiali, ma è scorso molto sangue. Ali Abdullah Saleh, il dittatore che, al potere da 34 anni, aveva tentato per molti mesi di schiacciare l’insurrezione, ha finalmente lasciato il potere nello scorso novembre. Era sopravvissuto, ferito, a un attentato. Non è noto  quanto ‘nuovo’ è l’uomo che lo ha sostituito, Mansur Hadi, già vicepresidente. Né è noto fino a che punto i parenti e i compari di Saleh hanno perduto le posizioni godute nel Trentaquattrennio. Comunque la vicenda rivoluzionaria è stata meno drammatica che in Libia e in Siria. Sin dalle prime fasi dell’insurrezione Saleh si mostrò più conciliante dei colleghi Mubarak, Gheddafi e Assad. Per esempio desistette presto dal tentativo di farsi succedere da un figlio.

Lo Yemen risulta dall’unione, nel 1990, di due Stati yemeniti di territorio pressappoco uguale, Nord e Sud, quest’ultimo più povero di retaggio ma comprendente Aden, un tempo importante porto e base navale britannica, più alcuni protettorati di Londra. Lo Yemen di oggi conta 528 mila kmq, 24 milioni di abitanti e varie isole. San’a, capitale e città santa, è famosa per le sue architetture. L’economia è molto povera, ma in un passato lontano il paese veniva associato all’Arabia felix, alla regina di Saba, ad altre tradizioni favolose. Veniva detta terra dell’incenso e delle spezie perché larghe parti del territorio, godendo delle condizioni climatiche migliori della penisola araba -San’a è a quota 2350 metri  e riceve piogge monsoniche relativamente copiose- erano state messe a valore con opere irrigue.

Nel IV secolo d.C. il regno dei Sabei -uno dei quattro paesi yemeniti descritti da Eratostene da Cirene, uno dei massimi scienziati e geografi del mondo antico- conquistò l’Eritrea e vaste regioni dell’Etiopia. Il regno abissino rispose alcuni decenni dopo invadendo le terre yemenite e tenendole a lungo. Lo Yemen ricevette così influenze giudaiche (di qui i riferimenti salomonici delle tradizioni etiopiche, connesse tra l’altro alla Regina di Saba) e cristiane. Nello Yemen i principi abissini protessero le comunità cristiane. Nel 575 arrivarono i conquistatori persiani e una serie di fattori fecero cadere in rovina i canali d’irrigazione e declinare la prosperità. L’esplosione dell’energia e della grandezza della stirpe araba dopo Maometto non coinvolse particolarmente i principati yemeniti. Nel 1517 cominciò il dominio ottomano, durato con qualche interruzione fino al 1918.

Nella storia contemporanea dello Yemen si segnala nel 1958 l’adesione alla RAU (Repubblica araba unita), la sfortunata grande nazione comprendente Egitto Siria e Yemen, la quale non durò più di tre anni. Nel 1962 un colpo militare nasserista depose il sovrano e proclamò la repubblica. Seguì una cruenta guerra civile e nel 1963 i territori ex-britannici attorno ad Aden si costituirono in Repubblica socialista, ben presto entrata in contrasto con il Nord nasserista. Non mancarono due guerre di frontiera.  I conflitti tribali e di fazione non si spensero nemmeno dopo l’unificazione del 1990. Il paese soffre di tensioni separatiste e di contrasti confessionali interni all’Islam.

Nell’assieme lo Yemen è rimasto ermeticamente chiuso e arretrato. C’era stato un inizio di modernizzazione, poi i fermenti ribellistici, la povertà  delle masse e l’attivismo delle fazioni -oggi la più importante dovrebbe essere quella islamista- hanno fornito alla CIA il destro di avviare la sua campagna yemenita. Difficilmente cesserà prima che si verifichino rovesci e disavventure quali la Somalia, l’Irak, l’Afghanistan. Un paese meno felice che in tempi leggendari. Eppure se cessassero le lotte intestine potrebbe avere un futuro migliore. Così avvincente è il mito yemenita, tale è la suggestione della natura (il paese è prevalentemente montuoso, con cime che arrivano a 3700 metri e con 1700 km di coste) che il turismo diventerebbe una risorsa importante. Persino le coltivazioni preziose potrebbero rifiorire: non mancano nemmeno gli inverni freddi, le estati temperate, e discrete precipitazioni. Persino nevose, alle quote giuste.

Anthony Cobeinsy                                                       

LUGLIO-AGOSTO 2012

-INTERNAUTA esce ogni mese-

NOVITÁ: La redazione aggiornata è in

                        “CHI SIAMO”
Consultate l’archivio dei singoli autori!

Internauta è un’officina di ideazione, un luogo per proporre e discutere nuove forme di democrazia. Inoltre diamo spazio ad approfondimenti su fatti e idee dal mondo, arte, e diamo cittadinanza a molte opinioni assenti dalla comunicazione di massa. In INTERNAUTA, le linee politiche convivono.

Uno dei modi più vividi di trattare la politica è progettarne il futuro. In questo “Internauta” vanta una credenziale in più. Alcuni di coloro che lo redigono si concentrarono sulle prospettive: nei quotidiani “La Gazzetta del popolo” e “Corriere del Ticino”, nei periodici milanesi “IlConfronto”, “Relazioni Internazionali”, “Europa Domani” e, di recente, in “The Daily Babel” di New York. Formularono previsioni che gli eventi convalidarono:

  • Prima della Primavera praghese IlConfronto additò da posizioni amiche la strada ai comunisti: ribellarsi all’Urss, ripudiare il marxismo, l’operaismo e ogni ubbia sinistrista; convertirsi alla libertà.
  • Ai cattolici propose di disobbedire al Vaticano, nel nome della fede.
  • Nove articoli su “Relazioni Internazionali” durante la Rivoluzione culturale dimostrarono quest’ultima effimera. Mentre i politologi di mezzo modo ipotizzavano che la Cina avesse adottato per sempre la povertà proletaria, noi anticipammo il trionfo dell’economicismo.
  • Nell’estate 1960, quando J.F.Kennedy si candidava alla Casa Bianca, argomentammo quasi soli che la Nuova Frontiera non poteva non essere il vuoto slogan che risultò.
  • Per anni evidenziammo le contraddizioni nei due campi dell’Europa.
  • Mostrammo subito la perfetta inconsistenza del Maggio francese e dell’intero ribellismo studentesco, dagli USA al resto dell’Occidente.

 

Tra gli scenari che si annunciano oggi:

  • Il tramonto della democrazia rappresentativa. Si passerà dal suffragio universale, cioè dalla delega ai politici usurpatori e ladri, a una selezione dell’elettorato attivo. Sarà anche possibile la sovranità di ristretti corpi di supercittadini, sempre selezionati, sorteggiati dal computer. Aggiornata, risorgerà la Polis ateniese.
  • La partecipazione dei lavoratori, volenti o nolenti, ai profitti e alle perdite delle imprese.
  • Le società avanzate accetteranno meno sviluppo e meno benessere. Addosseranno agli alti redditi il tassativo soccorso ai disoccupati e ai precari; fermeranno le avanzate dell’ipercapitalismo; favoriranno alcune rimonte quasi-socialiste.
  • Alcuni dei modelli sociali abbattuti dalle trasgressioni torneranno a valere proprio in quanto generati dai millenni. L’umanità è composta più dei morti, coi loro valori, che dei vivi. E più dei credenti che degli atei.

Molte delle previsioni di “Internauta” non convinceranno. Perciò è probabile si avverino.


NOVITÁ: Nella categoria eBook libri, pamphlet e monografie scaricabili gratuitamente.


Parliamo ai giovani e a chi non vota. I partiti, si fottano.


LOVIS: gli Ex dell’Ispi
Gli articoli sulle idee e i fatti del mondo sono prevalentemente a cura del team Lovis: amici e allievi di Giovanni Lovisetti, che a lungo diresse l’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), a Milano. Gli ex dell’Ispi sono lieti di avere tra loro la vedova di Lovisetti, Laura Fuà traduttrice letteraria, critica musicale, pronipote di Rodolfo e di Ugo Guido Mondolfo.