L’EGITTO DEI CREDENTI E LA ROTTA DEL LAICISMO

Ora che il rilancio religioso-politico è sul punto di prevalere anche in Egitto, è naturale interrogarsi: sarà un’asserzione ingannevole della fede quale fu nel 1948 il trionfo della nostra Democrazia Cristiana? Nessuno può rispondere se non in via ipotetica. Alcuni punti si possono però fissare. E’ nella logica e nella giustizia delle cose che il fronte della modernizzazione laica venga sfondato, in Egitto come altrove nel Terzo Mondo. Il laicismo ha fatto e mancato le prove decisive: quella della rivoluzione socialista, in sé obbligata nel contesto di tanta povertà (l’Egitto è il più sovrapopolato dei paesi arabi); e quella del liberismo occidentalizzatore a partire dal 1972. Il regime nato nel 1952 è rimasto militare e in teoria nasserista fino a oggi. Però con Sadat l’ispirazione socialista del primo ventennio si è andata spegnendo.

Nel passato l’opzione collettivista del Terzo Mondo era corroborata dall’esistenza stessa del campo comunista. Morto quest’ultimo, i gestori del potere sono ripiegati sull’ideologia capitalista. Oggi che quest’ultima, a valle del 2008, risulta grottesca nelle condizioni del mondo povero, la laicità non ha più nulla da proporre e l’islamismo si configura come grande protagonista, anche politico. Alle masse  promette il pane prima ancora che la salvezza dell’anima. Scriveva sessant’anni fa un musulmano egiziano di spicco, Ahmed Hasan al-Zayyat: “I Fratelli musulmani non concepiscono la religione come cosa di eremiti solitari, né il mondo come un remoto mercato, ma si rendono conto che la moschea e la piazza del mercato sono tutt’uno. I Fratelli hanno la lingua per fornire la guida, una mano per l’economia, un braccio per la Guerra santa e un’opinione per la politica”.

Il movimento fu fondato da Hasan al-Banna nel 1928, in Egitto. Ha attraversato molte fasi, comprese la clandestinità, la violenza fondamentalista, le repressioni e le reincarnazioni. Il fondatore era un laico e agli inizi i maggiori ‘ulama’ non aderirono. Sin dai primi passi la Fratellanza si confermò vicina ai ceti inferiori, incline sì a parlare il linguaggio agitatorio del populismo ma anche ad operare concretamente nella quotidianità, fornendo pane e riso agli affamati. Dimostrò che gli ideali islamici offrivano soluzioni sociali ben più idonee di quelle del liberismo e quelle del progressismo. Predicò anche la necessità della violenza per combattere l’ingiustizia e, a quel tempo, il colonialismo britannico.  Ottantaquattro anni dopo le parole d’ordine della Fratellanza sono più attuali che mai. Forse, indebolitasi l’estrema configurazione del regime sorto sessant’anni fa come nasserista, è giunto il momento della loro massima rilevanza. Fuori di esse c’è il vuoto, o meglio ci sono i relitti delle zattere progressiste, cui si aggrappano i naufraghi del radicalismo piccolo-borghese e urbano, gente che guarda a New York più che all’Egitto. Gente che addita emancipazioni e diritti che il popolo sente estranei, anzi combatte.

Nella misura in cui si impegnava nel costruire un socialismo arabo, il nasserismo sentiva i Fratelli islamici come concorrenti. In effetti, a volte essi si contrapponevano frontalmente a Nasser; un loro grande esponente, Sayyid Qutb, fu condannato a morte. In altri momenti prevalsero le spinte armonizzatrici: anche i militari di Nasser si prefiggevano in origine una società modellata sulla solidarietà, precetto coranico. Qutb, il martire, aveva scritto un libro sulla giustizia sociale come quintessenza dello Stato islamico.

Nel 1948 il movimento era stato sciolto una prima volta. Il capo del governo che aveva firmato il decreto fu assassinato da un adepto della Fratellanza. Un anno dopo fu ucciso il fondatore, al-Banna. A distanza di alcuni anni si ebbero tentativi di ammazzare il presidente Nasser e l’esecuzione di Sayyid Qutb. I militanti della Fratellanza affollarono le carceri egiziane alla pari dei comunisti. Invece non pochi tra i Fratelli condivisero il corso quasi-socialista del nasserismo. Lo stesso fece l’università al-Azhar, caposaldo egiziano dell’ortodossia. Queste vicende evidenziano nella Fratellanza il prevalere dei temi sociali e politici su quelli ‘teologici’. Rivolgendosi al popolo invece che alla borghesia occidentalizzante e secolarizzata, i Fratelli si identificavano con le istanze che coinvolgevano le masse.

Negli anni Ottanta la militanza islamica in Egitto tradusse il disagio sociale, che si aggravava per l’esplosione demografica, in forme di vera e propria guerriglia. Nella nuova politica di apertura al mercato, all’Occidente e ad Israele il successore di Nasser, Anwar al-Sadat, aveva in parte smantellato il Welfare e applicato le misure di rigore imposte dal Fondo monetario internazionale. La disoccupazione si aggravò, i divari si esasperarono. Sadat cadde assassinato.

Mezzo secolo fa i Fratelli avanzavano soluzioni che nel contesto arabo si impongono oggi:  redistribuzione della proprietà, sgravi fiscali sui redditi bassi, lotta alla speculazione, sobrietà, moderazione dei consumi, resistenza agli organismi internazionali. Il tutto nel nome di Allah e del dovere della carità. Il Corano sancisce il diritto di proprietà, però lo contrappesa coll’obbligo della condivisione (=col diritto dei poveri sui beni di chi ha molto). Il fallimento sia del socialismo arabo, sia di tutti i modelli importati dall’Occidente -dall’illuminismo al marxismo, dall’ideologia liberista al radicalismo laicista- ha lasciato la religione come sola ispirazione di giustizia e come stampo organizzativo. Del resto l’Islam non è mai stato solo religione: anche strutturazione della società. Per questo, nonostante i drammi, gli insuccessi e i tradimenti, si guarda all’Islam come religione e idea della giustizia. Ai credenti si offrono idee importate e astratte, ma essi scelgono il loro retaggio più che millenario. In qualche misura, è più operante che mai.

Antonio Massimo Calderazzi 

GIANNI FODELLA: QUANDO LE CALUNNIE SERVONO LA CAUSA DEI “MERCATI”

Nel commentare un recente articolo del quotidiano Washington Post sulla situazione economica del nostro Paese, Marco Fortis (economista e vicepresidente della Fondazione Edison) in un’intervista del 3 luglio – fattagli da Paolo Vites per “il sussidiario.net”, sottolinea come il fosco quadro dell’economia italiana dipinto dal quotidiano americano sia privo di fondamento quando parla del “crollo di competitività” nei confronti della Germania.

Quanto al nostro “modello culturale” (evasione fiscale e scarso spirito civico) potremmo ribattere discutendo delle ruberie fatte dai banchieri inglesi e americani (speculazione contro la lira, freno a una politica energetica indipendente dalle “7  sorelle”) e non soltanto negli ultimi anni caratterizzati dai titoli tossici e dai mutui subprime che hanno innescato la crisi finanziaria che ha ormai contagiato l’economia reale in quasi tutto il mondo.

In nome di quali principi morali le banche inglesi sono venute a proporre “investimenti” a enti pubblici italiani che la legge inglese proibisce di proporre a enti pubblici inglesi? Per il solito motivo che ha sempre guidato le azioni del governo britannico fin dagli albori: se all’interno del Paese vi sono regole cui attenersi, nel resto del mondo prevale il solo imperativo degli interessi inglesi, a qualunque costo.

Come illustra con dovizia di particolari Il Golpe Inglese di M. J. Cereghino e G. Fasanella pubblicato nel settembre 2011 da Chiarelettere, gli inglesi hanno sempre cercato di mantenere l’Italia nella loro orbita di influenza, mal tollerando che cercasse di svincolarsene e facendo uso della loro stampa (Economist, Financial Times), reputata “seria e indipendente” ma in verità sempre asservita agli interessi finanziari anglosassoni. Del resto la finanza, che quando opera sola è distruttiva dell’economia reale, è rimasta con il commercio quasi la sola fonte di reddito in un Paese che non ha artigianato e piccola impresa, che non ha quasi più industria manifatturiera e che ha condotto la propria agricoltura a generare il morbo della mucca pazza.

Le calunnie del Washington Post non sono un segnale di giornalismo superficiale e disinformato, ma fanno parte di una ben precisa strategia attuata dai più potenti mezzi di disinformazione di massa (quelli di lingua inglese) utile ai “Mercati”. Serve a gettare il discredito sull’Italia, e a far diventare vero ciò che si afferma essere vero, anche quando così non è.

Premesso che – come osserva Marco Fortis, “l’Italia ha oggi il miglior avanzo primario non dell’Europa ma dell’intero mondo avanzato. È un Paese che negli ultimi due anni ha aumentato il debito pubblico di 4 punti di Pil, mentrela Germanialo ha aumentato del doppio ela Gran Bretagnadel triplo. Per non parlare poi degli Usa.”- i titoli del debito pubblico di un Paese sono emessi per raccogliere quei mezzi finanziari che servono gli scopi della mano pubblica e che si rivelerebbero insufficienti se si facesse ricorso alla sola imposizione fiscale.

Se il gettito derivante da imposte e tasse non basta per far fronte alla spesa pubblica che serve i cittadini non vi sono che due vie: aumentare la pressione fiscale o chiedere la collaborazione dei cittadini facendo in modo che sottoscrivano il debito pubblico. Gli interessi che remunerano questi prestiti dei cittadini allo Stato devono essere adeguati, altrimenti i titoli rimarrebbero senza compratori.

Gli italiani hanno sempre sottoscritto per intero il debito pubblico italiano, a differenza di quanto è accaduto in quasi tutti i Paesi che ci vengono oggi additati come esempi da seguire. Questi hanno invece dovuto far ricorso al risparmio estero perché quello nazionale era insufficiente.

Gli italiani poi, quando hanno avuto la possibilità di investire anche all’estero i loro risparmi, lo hanno fatto contribuendo a finanziare il debito pubblico di molti Paesi, anche se spesso con esiti non molto felici per il loro patrimonio privato a causa della disonestà dei Paesi emittenti e dei loro consulenti e intermediari.

I problemi per noi sono nati quando i titoli del debito pubblico italiano sono finiti nei portafogli delle grandi società finanziarie che, lungi dall’accontentarsi degli interessi regolarmente pagati, hanno preso a speculare sempre più avidamente sui corsi di questi titoli pubblici e contro la moneta nella quale erano denominati, l’euro.

Forti del loro enorme potere di mercato, le più potenti banche d’affari come Goldman Sachs (si vedano in proposito http://www.ultimenotizie.we-news.com/politica/estera/6231-goldman-sachs-ha-causato-la-crisi-di-grecia-e-italia-e-ora-impone-la-soluzione e anche http://www.lapennadellacoscienza.it/goldman-sachs-teoria-del-complotto-tra-leggenda-e-verita/) sono state in grado di indirizzare i corsi dove volevano facendo uso delle agenzie di rating, della stampa economica anglosassone e dei loro uomini di ogni nazionalità che ricoprono cariche politiche, economiche e burocratiche nelle più importanti istituzioni internazionali e di ciascun Paese. Così hanno spinto i corsi di questi titoli al ribasso per comprarne quote sempre più ampie e lucrare interessi sempre più elevati.

Ora la posta in gioco è ancora più alta: scompaginare le economie dei paesi che hanno adottato l’euro e impadronirsi per lo meno dei loro patrimoni, se non sarà possibile farli tornare alle valute di origine per completare poi l’opera contro ogni singola valuta.

Per risalire alle origini di tutto ciò si può ricordare che in questi giorni ricorre il XX anniversario di un importante evento: nel giugno 1992 si insediò il governo di Giuliano Amato, un personaggio in armonia con gli speculatori che ambivano ad appropriarsi dell’Italia attraverso le privatizzazioni.

Il 2 giugno 1992 al largo di Civitavecchia, ma in territorio inglese dato che siamo sul Britannia (panfilo della regina Elisabetta scortato dalla nave da guerra Battleaxe) si discute delle privatizzazioni e vengono prese decisioni di grande portata per le sorti economiche dell’Italia. Mario Draghi, Direttore Generale del Tesoro dal 1991, è uno dei convitati e presiederà dal 1993 il Comitato per le Privatizzazioni.

Amato, avvalendosi del decreto Legge 386/1991, e con l’appoggio del Fondo Monetario Internazionale, che spingeva ovunque nel mondo per le privatizzazioni delle imprese pubbliche, trasforma gli enti statali in Società per Azioni in modo tale che l’élite finanziaria anglosassone interessata a comprarsi l’Italia a prezzi convenienti (tra queste le banche d’affari Goldman Sachs, Merrill Lynch e Salomon Brothers) li possa controllare e poi rilevare.

La svalutazione della nostra moneta avrebbe reso meno costose le acquisizioni derivanti dalle privatizzazioni, e così l’abbassamento dei corsi delle azioni. Nel settembre 1992, a causa di forti pressioni speculative sul mercato dei cambi, la lira esce temporaneamente dal sistema.

La guerra contro la lira e contro la borsa italiana ebbe un protagonista: l’americano di origine ungherese George Soros che con le informazioni ricevute dai Rothschild e da altri banchieri anglo-americani, per tacere della complicità italiana ai massimi livelli, riuscì a far crollare la nostra moneta (nel novembre 1993 la lira perse il 30% del suo potere d’acquisto internazionale) e le azioni di quasi tutte le aziende italiane.

Con la nascita della Banca Centrale Europea non abbiamo più un prestatore di ultima istanza, mentre il nostro istituto di emissione ha cessato di esserlo. L’attuale natura della Banca d’Italia divenuta una SpA (la sola tra i soci della BCE le cui quote sociali sono detenute soltanto da alcuni gruppi bancari e assicurativi privati) è qui delineata.

Ma come è potuto accadere tutto ciò? Dov’erano i nostri politici e i nostri tecnici come Giuliano Amato, Beniamino Andreatta, Piero Barucci, Carlo Azeglio Ciampi, Lamberto Dini, Mario Draghi, Mario Monti, Romano Prodi? Proprio tutti complici nel distruggere l’economia del Paese? E l’opinione pubblica dov’era, mentre gli incompetenti – forse prezzolati, forse soltanto stupidi – consegnavano il Paese nelle mani di altri, interessati soltanto a denigrarci e a sfruttarci?

Perché continuiamo a invocare gli investimenti esteri e a implorare gli stranieri perché vengano ad investire in Italia? Quando arrivano, sulla base dell’esperienza fin qui fatta, non si tratta di un buon affare per noi: chiedono facilitazioni, licenziano e alla prima difficoltà (ma soltanto dopo aver incassato i contributi incautamente elargiti loro dalla mano pubblica) se ne vanno lasciando l’inquinamento che ci hanno portato, le famiglie dei dipendenti sul lastrico e tenendosi le quote di mercato di cui nel frattempo si sono impadroniti.

Anche se la capacità di risparmio delle famiglie italiane si è ridotta (perché si sono ridotti i redditi medi) siamo ancora capaci di generare investimenti, se soltanto lo volessimo e se il nostro sistema bancario finanziasse le imprese e le famiglie continuando a funzionare con le regole della Legge Bancaria del 1936, presa ad esempio in tutto il mondo.

Se non abbiamo bisogno che altri vengano a portarci i loro capitali ancora meno ci servono le capacità imprenditoriali altrui. L’Italia ne ha da vendere. Gli strumenti che governano l’economia e la sua gestione contabile hanno avuto origine tutti nel Mediterraneo, la maggior parte nel nostro Paese. Il contributo della finanza anglosassone è stato nullo o negativo, e ne paghiamo da tempo le conseguenze.

Quando impareremo a difenderci? Dobbiamo deciderci a dichiarare a chiare lettere che determinate attività che riducono il potere d’acquisto dei cittadini o che vanificano i loro patrimoni sono attività criminose che vanno perseguite; chi se ne macchia va punito.

Costringere il Tesoro italiano a indebitarsi pagando interessi sei volte superiori rispetto a quelli tedeschi o inglesi è semplicemente criminoso, ma poiché non esiste crimine se non sia giudicato tale dalle legge (nullum crimen sine lege) è ora che i nostri tecnici mostrino il loro valore e chiariscano la natura criminosa di quei comportamenti fraudolenti che sottraggono ai cittadini italiani incolpevoli i frutti del proprio lavoro nella forma di reddito, o di ricchezza lecitamente accumulata.

Gianni Fodella

ROBERTO VACCA: BOSONE DI HIGGS, NON CI SARA’ MAI UN’ULTIMA SCOPERTA (per fortuna)

Nel 1948 furono inventati i transistor: “Piccoli elementi solidi atti a costituire circuiti elettronici, in cui fluivano quantità minime di energia”. Ci si sarebbero realizzati radio, televisori, forse computer. Un ingegnere che conoscevo era scettico:

“Quando mai? È un’esagerazione giornalistica!”

Poi si convinsero tutti. Ci fu una invasione di radioline. Pochi anni dopo vennero i grandi computer allo stato solido sempre più veloci. L’impatto della scienza sulla tecnologia fu rapido. Gli utenti finali non si chiedevano come funzionassero transistor e radio, ma gli ingegneri lo capivano bene. Gli elettronici di oggi conoscono teoria e pratica di transistor e chip.. Costruiscono televisori, computer, robot e i gadget che usiamo e di cui si parla di continuo. I progressi sono continui, tangibili. Le loro genesi e meccanismi sono familiari almeno a parecchi esperti. Sono intuiti, in modo superficiale, anche da una parte del pubblico. La fisica dello stato solido (dei transistor, dei chip) è complessa, ma “si capisce”.

Invece è estremamente più arduo capire i progressi della fisica moderna. Al CERN di Ginevra è stato rilevato il bosone di Higgs, uno dei 6 bosoni elementari. La sua esistenza fu arguita nel 1964: doveva esistere per spiegare la coerenza di altre osservazioni fatte, ma non era stato ancora osservato.

Da Planck in poi i fisici si sono scostati nettamente dal principio di Galileo “Ciò che l’esperienza e i sensici dimostrano, devesi anteporre a ogni discorso ancorchè ne paresse assai fondato.” Prima si definisce la natura di oggetti che, soli, possono spiegare processi complessi. Poi, vengono osservati e misurati. Fermi definì nel 1934 il neutrino, la cui emissione avrebbe spiegato come un neutrone decada producendo un protone e un elettrone: i neutrini furono osservati da F. Reines nel 1958. Abdus Salam definì nel 1968 i bosoni “gauge” W+, W e Z che mediano la forza nucleare debole: furono osservati da Rubbia nel 1983. Questi scienziati ebbero tutti il Premio Nobel.

Taluno dice: “Ora che si è “visto” il bosone di Higgs, si è capito tutto. Non ci saranno più scoperte.” La frase non ha molto senso. Certo la scoperta avrà conseguenze interessanti, anche tecnologiche – in avvenire. Ora, soprattutto, i fisici d’avanguardia capiscono meglio quale sia l’origine della massa delle particelle elementari. Ma già questa affermazione per essere capita impone a ogni non esperto, di studiare a lungo solo per capire la definizione degli enti di cui parliamo:

“I bosoni sono particelle a spin intero (non frazionario). Sono governati dalle statistiche di Bose-Einstein, non da quelle di Fermi-Dirac. Sono bosoni: i mesoni, i fotoni, i gluoni e i nuclei con numero di massa pari (come quello dell’elio), i 4 bosoni gauge, il bosone di Higgs e i gravitoni.”

E che c’è da scoprire ancora? Quasi tutto. Molti fisici pensano che esistano i multiversi. Sono ipotetici insiemi di universi multipli coesistenti in diverse dimensioni dello spazio o a distanze enormi gli uni dagli altri. Ciascuno avrebbe, come il nostro, tre dimensioni spaziali (o forse di più) e una temporale. Non sono osservabili. Altri fisici famosi  dicono che l’universo è fatto di stringhe. Sarebbero entità a una dimensione, cento miliardi di miliardi di volte più piccole di un nucleo atomico. Neanche le stringhe sono osservabili, ma taluno – ardito – sostiene che con la teoria delle stringhe si dimostra che i multiversi sono reali e che il nostro mondo ne è una proiezione olografica. Molti premi Nobel dissentono: quella teoria non ha basi sperimentali.

Il fisico Brian Greene ha pubblicato sull’argomento La realtà nascosta: Universi paralleli e le profonde leggi del cosmo”. Una teoria dei multiversi fu esposta già nel 1957 da Hugh Everett. Un elettrone ha una probabilità p di emettere un fotone e una probabilità (1-p) di non emetterlo, ma un evento non escluderebbe l’altro: se nel nostro universo lo emette, subito si creerebbe un universo alternativo in cui non lo emette. Ogni processo subatomico soggetto alla elettrodinamica quantistica sdoppierebbe l’universo – ne esisterebbero, quindi, tanti paralleli e in ciascuno avverrebbero cose diverse. La elettrodinamica quantistica in base a relazioni matematiche probabilistiche permette di prevedere i risultati di esperimenti ancora non effettuati con la precisione di una parte su 100 miliardi. Non consente, però, di prevedere eventuali effetti di fenomeni subatomici su oggetti macroscopici e certo non sull’intero universo. Queste teorie non possono essere confermate, né falsificate dall’esperienza: vanno considerate come “vaccinate”, cioè non dibattibili, nè interessanti. Come scrisse Feynman:”Abbiamo bisogno dell’immaginazione, ma costretta in una terribile camicia di forza”.

Greene arguisce anche: se l’universo è infinito deve contenere copie del nostro sistema solare, della Terra, di noi stessi che differiscano fra loro solo per qualche dettaglio. Lascia freddi questa ipotesi: se queste copie esistono a miliardi di anni luce da noi non possiamo saperlo e non ci fa differenza.

Non ci attendiamo scoperte straordinarie solo in fisica. Gli strumenti della fisica stanno permettendo di studiare e capire il funzionamento del cervello umano: l’oggetto più complesso, interessante e ancoranon bene noto dell’universo. Potremo capire chi siamo, come siamo fatti, come possiamo curarci meglio. Ogni giorno i panorami delle cose nuove da scoprire e da capire si rivelano più vasti e interessanti. I grandi scienziati  ci possono sembrare troppo eccelsi e irraggiungibili. Anche ciascuno di noi, però, sa bene che, se ci prova, può aprire la sua mente a capire le discipline antiche, anche umanistiche, e quelle moderne: nanotecnologie, biofisica, cosmologia, biologia molecolare, scienza dei computer. Non c’è limite – e, dove non riusciamo ad arrivare, esortiamo i nostri figli a provarci.

Roberto Vacca

CINA FORSE EGEMONE NON NECESSARIAMENTE

Secondo la maggior parte degli osservatori, le fazioni che si contendono il dominio del regime cinese sono tre: i liberalizzatori, inclini a ridurre le distanze tra le linee e le prassi finora vigenti e il capitalismo occidentale; i centristi, fautori della semplice continuità; i radicali di sinistra, impegnati nello sforzo di contrastare quella che  caratterizzano come deriva liberista. Sembra che la prima abbia al momento, e salvo imprevisti, le possibilità migliori. Il suo maggiore esponente Li Kequiang potrebbe salire a capo del governo, mentre il suo alleato Wang Yang, capo del partito comunista del Guangdong, sta rafforzando la sua posizione. Si parla di Xi Jinping come prossimo capo dello Stato, ma al momento non è chiaro se egli inclini a correggere la rotta, e in quale direzione. I centristi o continuisti controllano le leve di comando principali: potrebbero, secondo gli sviluppi dell’economia e della politica,  coalizzarsi con uno o l’altro dei gruppi di potere.

Gli uomini della terza fazione, variamente descritti come ‘populisti’ o ‘egualitari’, appaiono indeboliti dalla caduta di Bo Xilai nel marzo scorso. Era il segretario del partito a Chongqing, con 30 milioni di abitanti la maggiore metropoli del paese, e la sua potenza derivava anche dal fatto d’essere figlio di un cofondatore del partito comunista e del regime. In tempi recenti si era fatto notare anche, ma non solo, per una serie di iniziative nel segno di un rilancio di slogan rivoluzionari. Il suo prestigio di rianimatore dello zelo maoista, e anzi di pretendente a futuro Mao era stato pregiudicato da accuse, persino da uno scandalo: tra l’altro la sua consorte potrebbe essere coinvolta, in misura incerta, nell’assassinio di un uomo d’affari britannico. In più circolano voci di corruzione e di esercizio arbitrario del potere a Chongqing. Persone imparentate con Bo avrebbero depositato somme ingenti in banche estere. In altre parole, un’ascesa e una caduta clamorosamente teatrali. In ogni caso, ha scritto un’analista americana, “Bo was too turbocharged to truly fit in a contemporary China that values stability and consensus above all (…) he was an extreme embodiment of some of modern China’s biggest contradictions. How could Bo suddenly spout iterations of Mao’s class busting ideology? In today’s China there is no need for a Mao”.

Dicono che Bo Xilai abbia taglieggiato i maggiori operatori economici  di Chongking sia per vantaggio personale, sia per finanziare vaste iniziative di mobilitazione politica, p.es  celebrazioni rievocative  di massa dei fasti maoisti quali la Lunga Marcia e la Rivoluzione culturale. La riproposta del fervore rivoluzionario è incongruo in una fase in cui l’imperativo assoluto resta il crescere ininterrotto della potenza economica. Le preoccupazioni principali del momento vengono dall’indebolimento della crescita, con numeri in calo nella produzione industriale e nell’export. Non che la via cinese sia esente dai vizi mostruosi del turbocapitalismo; ma non saranno gli slogan delle Guardie rosse e del Mao rivoluzionario permanente a additare la salvezza. E’ interessante la voce secondo cui il vertice del regime ha avviato un’esplorazione concettuale delle esperienze europee di socialdemocrazia.

Il disagio sociale e altri fattori potranno rallentare l’ascesa della Cina, e anche provocare sussulti. Ma secondo Goldman Sachs sembra sicuro che tra una dozzina d’anni il paese sarà non solo la maggiore economia del pianeta, ma anche quella che avrà ridotto l’abissale divario tra le classi. Le preoccupazioni più acute degli USA riguardano le ambizioni militari di Pechino; in particolare il programma per disporre di un apparato missilistico, non esposto agli attacchi americani, in  grado di attaccare le portaerei degli Stati Uniti. Non per niente il potente missile balistico sviluppato dalla Cina viene  indicato come carrier killer. Com’è noto l’ammiraglio Mullen, autorevole capo degli Stati Maggiori Riuniti fino a pochi giorni fa, ha fatto scalpore con la previsione che in un’eventuale guerra per il predominio nel Pacifico le portaerei, massima espressione della potenza statunitense, sarebbero facile bersaglio dei missili di Pechino. A parte la circostanza che, secondo l’ammiraglio, la più infallibile delle armi di Pechino è in realtà il fatto di detenere il grosso del debito degli Stati Uniti e  di potere sempre pretenderne iil pagamento.

Sul piano militare, tuttavia, le ambizioni cinesi sembrano limitarsi al Pacifico occidentale, in particolare a Taiwan. E’ probabilmente la cyberwar lo scacchiere dove i cinesi potrebbero insidiare prima l’egemonia statunitense (vedi l’articolo di un autore di Internauta in proposito). L’anno scorso un hacker cinese riuscì a penetrare i sistemi di sicurezza di Google. Secondo Richard Clarke, già massimo responsabile dell’antiterrorismo statunitense, “We know of 3,000 U.S. companies that have been hacked. It is a serious threat to our economy. China regularly breaks into the networks of U.S. companies to steal anything of value”. Nel passato il Pentagono  ebbe ad ammettere  di avere subito, assieme ad altri organismi ufficiali “certain computer network intrusions”.

Peraltro ricordiamo una valutazione complessiva di Henry Kissinger, che 41 anni fa andò a Pechino e aprì il fondamentale rapporto tra Cina e USA: “La Cina non può non diventare presto la massima economia del mondo, però il debito pro capite resterà un quinto di quello americano. E verso il 2025 o 2030 dovrà affrontare duri problemi demografici: urbanizzazione troppo rapida, crescente peso sulla  popolazione attiva dei segmenti anziani, fermenti sociali potenzialmente (teoricamente) rivoluzionari”. Per il grande segretario di Stato, non è detto che “the largest economy” debba per forza diventare “the dominant country”.

A.M.C.

MARIO MONTI E’ DI SINISTRA?

In questi giorni pare divertente a molti giornalisti, opinionisti e politici discettare dell’appartenenza del presidente del consiglio Mario Monti alla famiglia della destra o della sinistra. Certo, nessuno arriva a dire che Monti abbia qualcosa a che spartire con questa destra, ma molti lo ascrivono alla famiglia della destra storica. Può essere, ma parliamo di una categoria politica vecchia di un secolo che chissà oggi se sarebbe ancora considerata di “destra”.

Personalmente penso che Mario Monti possa essere considerato, ovviamente con riferimento al XXI secolo e non a quelli precedenti, una persona di sinistra. Non conosco le sue posizioni sui diritti civili, e questo è un grave discrimine, ma quanto alle politiche economiche e sociali esistono pochi dubbi.

Se essere di sinistra significa parteggiare per i più deboli, oggi in Italia questo significa parteggiare per i giovani e le donne, che sono esclusi dal mercato del lavoro e dalle relative protezioni, impegnarsi per creare un tessuto economico e sociale che non lasci indietro nessuno, ma che sappia premiare il merito, creare un benessere tale da poter caricare sulle spalle della società i costi dell’aiuto ai bisognosi, italiani o immigrati.

In questo senso l’esempio a cui si deve guardare sono ovviamente le socialdemocrazie scandinave. Per una persona di sinistra, quello è l’esempio realizzato di stato sociale funzionante. E la sinistra italiana, specie l’ala sindacalizzata e fortemente conservatrice, fa di tutto per convincere le persone che quella ricetta in Italia non funzionerebbe, per i motivi più disparati. Dal carattere nazional-popolare alle dimensioni del Paese, dal tessuto economico alla classe imprenditoriale. Può essere che ora sia prematuro, ma la direzione in cui remare resta quella. Dietro alle critiche invece spesso di celano gli indicibili interessi di chi non vuole cambiare nulla per mantenere le proprie rendite di posizione.

Allora a Mario Monti va riconosciuto che più di chiunque altro si è mosso nella giusta direzione. Non a caso un politico di sinistra e rivoluzionario come Pietro Ichino sostiene fortemente le ragioni del premier. E tuttavia, al di là dell’iscrizione a questa o quella famiglia politica, il problema più grosso che rimane sul tavolo è sempre lo stesso: la democrazia che funziona in modo troppo mediocre, e abbisogna di una revisione. La società si è evoluta, che si evolvano anche i meccanismi che la regolano.

Mario Monti non vincerebbe mai un’elezione con un programma di riforme giuste e necessarie. Nessuno vincerebbe. Perché gli interessi del domani esigono un sacrificio degli interessi di oggi, e la politica sembra aver perso ogni capacità di mediazione decidendo di tutelare solo i secondi. Il tempo del riformismo sta scadendo, coi suoi tempi lunghi rischia di non essere in grado di dare le giuste risposte nei giusti tempi. Presto sarà il momento della rivoluzione, e non certo quella populista e demagogica che alcuni agognano, ma quella liberale che fu già teorizzata da Gobetti. Come fare per renderla possibile? Su Internauta abbiamo avanzato moltissime proposte, alcune più attuabili, altre più efficaci, tutte per ora decisamente fantasiose.

Ma dopo il 2013, quando avremo di nuovo la nostra classe politica seduta al suo posto, se ricomincerà lo scempio quotidiano cui siamo abituati – cosa su cui vale la pena scommettere – perché non ammettere che non vanno cambiati solo i giocatori ma anche le regole del gioco? Il malcontento non può portare alla dittatura dei Grilli. Dovrebbe stimolare la ricerca di una formula per portare al governo dei competenti, di destra o di sinistra, ma che rispondano a logiche di razionalità e non di becero calcolo politico.

Solone X

UN PAPA SI FACCIA NUOVO MAOMETTO RIFONDATORE DI CIVILTA’

Non le tribolazioni e i rimorsi della storia cattolica, e nemmeno gli scandali dei nostri giorni, ma una visione di futura grandezza muoverà un papa rivoluzionario a ripudiare il passato, a smantellare la Curia, ad abbandonare Roma col suo retaggio, ad aprire un nuovo millennio cristiano e, più ancora, a guidare la rigenerazione di una modernità che non è amica dell’uomo. Pensieri come questi possono suonare farneticanti. Ma si rifletta, fuori degli schemi tradizionali. Cinquecento anni dopo la rivolta luterana la Chiesa cattolica è di nuovo sulla soglia delle scelte fatali. E’ stata un organismo prodigiosamente, animalescamente vitale: nessun impero lo è stato altrettanto. Ma un destino di decadenza è segnato: non reagire sarebbe certezza della fine. Reagire comporterà il coraggio di cambiare “tutto”, non di emendare questo o quell’errore. Si tratta di non perire.

In più c’è la crisi sempre più buia del contesto cui la Chiesa appartiene, il mondo moderno egemonizzato dal mercato. Sono nel marasma i grandi antagonisti del cristianesimo: il marxismo morto, il capitalismo minacciato. In Occidente va aprendosi un vuoto immenso. L’Islam è di nuovo in cammino, ma non gli sarà facile annettersi i territori culturali e umani che ripudieranno la continuità. Il campo laicista, sia liberale sia sinistrista, non ha più niente da proporre dopo tre secoli di conati dell’Illuminismo e del socialismo. La deificazione della modernità consumistico-edonistica è uno spasimo estremo che ricorda Giuliano l’Apostata. In questo nuovo crepuscolo dell’Occidente il  solo antagonista del cristianesimo è l’Islam (che in verità non è un vero nemico).

I valori e i progetti laicisti vanno verso l’irrilevanza e la paralisi. Le grandi religioni dell’Asia non danno segni di risorgenza vicina. Le fedi cristiane protestanti sono state la verità e la via cinquecento anni fa; oggi mancano di massa critica, di vocazione centralizzatrice, di spirito di conquista. La Chiesa cattolica, nonostante tutto, è una bestia immane, un potenziale possente. Un papa, o un grande capo religioso, che abbia tempra di abbattere e di riedificare, risulterà by default ‘il’ protagonista. Le sue schiere resteranno padrone del campo. Questo leader dell’unica grande forza organizzata dell’Occidente si imporrà come nuovo Carlo Magno, anzi come nuovo  Maometto, per il solo fatto di tramortire con atti di rottura temeraria. Se sarà papa, o un cristiano veramente grande; se abbandonerà Roma come caput Ecclesiae; se scioglierà la Curia e manderà nelle diocesi e nelle parrocchie i prelati (cominciando da quelli italiani); se metterà la sua sede in un monastero tra i boschi; se annuncerà un migliore e più alto umanesimo; se aggredirà implacabilmente incrostazioni e degenerazioni, il movimento neo-religioso e spiritualista sarà impetuoso. Questa sua rivoluzione farà di lui la guida dell’Occidente intero, credenti e soprattutto non credenti, nella lunga marcia verso la rigenerazione.

La società occidentale è un gregge senza pastore: un distruttore della Chiesa vecchia risulterebbe tale pastore, capace di condurre il gregge -la nostra civiltà- verso pascoli nuovi e lontani. L’Occidente tutto ha altrettanto bisogno di palingenesi quanto il cattolicesimo. L’idolatria del denaro e dei consumi; l’edonismo; i feticci quali gli sport, la moda, la carriera, il successo; i cancri della corruzione e dell’ingiustizia stanno consegnando il mondo all’irrazionale e all’inumano. La modernità, contro tutte le apparenze, ha fame di valori generali nuovi: fondarli esige una mente a misura di molti secoli. Il distruttore/ricostruttore del cattolicesimo sarebbe guida anche per i non credenti.

Sarebbe il nuovo Maometto, autore di un miracolo quale fu l’esplosione della grandezza araba nel secolo VII. Maometto non condusse spedizioni di conquista, non vinse le grandi battaglie che dettero alle tribù arabe un impero pari a quello di Roma. Invece creò lo spirito che fece i credenti invincibili. Altri, cominciando da Omar il secondo califfo, conseguirono le vittorie e le conquiste. Il Profeta creò l’uomo nuovo, il musulmano. Migliorare la civiltà occidentale è l’opera che attende un grande cristiano rivoluzionario. Sarà più forte se sarà papa.

l’Ussita

PENSIERI DEL CAPO DI 167 STABILIMENTI GENERAL MOTORS

Anche non è più prima al mondo -superata da Toyota- General Motors è una realtà industriale formidabile, operante in 33 paesi. In qualsiasi momento prodotti per un valore di 90 miliardi viaggiano per rifornire i 167 impianti dell’universo GM. Ma nel 2009 questo impero fu sul punto della bancarotta: lo salvò un massiccio intervento del governo americano.

Dan Akerson, che in quel momento divenne il capo supremo di GM, non avendo mai operato prima nell’industria dell’auto), è consapevole del pregiudizio di immagine, cioè commerciale, che l’azienda subisce quanto meno negli Stati Uniti per il fatto d’essere in piedi grazie ai soldi dei contribuenti: “There’s a percentage of people who say that as long as the company has 26% government ownership, they’ll not buy a car from General Motors. There is a certain percentage of the buying public that has a very free-market perspective on the economy. I do too. But had GM and Chrysler gone down, a good part of the supply chain would have collapsed. The supply chain folks like BorgWarner, Delphi, Visteon and others, plus the dealerships, employ 8 million people. $500 billion a year in payroll and $70 billion in taxes that would have been at risk, plus the social destruction. Every once in a while you have to do something for your citizens. Two administrations had the courage and the leadership to stand up”.

A valle di questa franca ammissione dei limiti del mercato, dunque dell’onnipotenza del capitalismo, questo titano del management ha articolato in un’intervista a ‘Fortune’ i principi che ispirano la sua conduzione di un’industria che mezzo secolo fa impersonava l’economia americana (‘What’s good for GM is good for the US’). Intanto “hats off to Toyota, they are a great company. But to produce the most cars, quite frankly, is pretty easy. Overproduce and no margin. That’s not the game we’re trying to play. The resurrection of General Motors has been centered on great products: the product lineup we have is what’s really important. In the month of April we were the first car manufacturer in the U.S. ever to produce and sell 100,000 cars whose average mileage exceeded 30 miles per gallon. Over the next three years, 70% of our portfolio will be turned over“.

‘Turned over’ in quale direzione? Akerson sottolinea che l’auto di oggi è fondamentalmente la stessa di un secolo fa: stesso motore a combustione interna, però più grossa, più potente, più sicura, eccetera. La prima delle propulsioni alternative è quella elettrica. L’80% circa degli americani non superano 40 miglia al giorno e la Volt di GM fa 40 miglia con una carica (un piccolo motore a scoppio interviene automaticamente per ricaricare la batteria, dunque la propulsione è sempre elettrica). Un giorno si faranno 300 miglia per carica, ma oggi “I  have been drìving my Volt for 3,000 miles, and I’ve used one gallon of gas. One gallon“. Un’altra rivoluzione per il mercato americano sarà il motore che va sia a benzina, sia a gas. Ma ‘il vero nirvana’ sarà, non prima degli anni Venti,  ‘the hydrogen fuel-cell technology’.

J.J.J.

COME REAGIRE ALLA SPECULAZIONE?

Per reagire alla speculazione, serve una garanzia integrale di ultima istanza per le banche e per i debiti statali nell’eurozona, insieme a un bilancio federale, anche in deficit

Ci sono alcune cose esasperanti quando radio, tv e giornali danno informazioni sui problemi economici e politici europei o, ancor di più, tentano di commentarle. La peggiore è il tentativo di “dare un senso” ai comportamenti dei mercati finanziari. Esempio: perché i mercati, dopo un primo apprezzamento per le garanzie europee alle banche spagnole, hanno fatto ribassare le borse e aumentare gli spread speculando contro Italia e Spagna. Chi parla dei dati sulla recessione, chi attribuisce un ruolo alla disoccupazione dei due paesi, chi si preoccupa dei possibili aggravamenti dei deficit contabili degli Stati, chi vi aggiunge le apprensioni per gli equilibri politici, e così via. Il punto è che le “ragioni” dei comportamenti dei mercati e delle ondate di vendite e acquisti non riflettono, di solito, particolari congetture razionali.

I cosiddetti “mercati” consistono in ordini di acquisto o di vendita di determinati titoli finanziari; la maggior parte di tali ordini obbedisce a dei “modelli” adottati dai gestori di fondi vari. I gestori non sono speculatori attivi. I loro modelli sono meramente reattivi; sono cioè in genere costruiti in modo tale da suggerire di reagire positivamente (comprando specifici titoli) o negativamente (vendendoli), in una certa misura, al variare di determinati indicatori e tenuto conto di una serie di attributi nella composizione dei fondi stessi (struttura del portafoglio e valutazione del suo rischio). Possono intervenire “correzioni” rispetto ai suggerimenti dei modelli, ma il comportamento di massima è sostanzialmente legato ad essi. Solo una piccola ma strategica quota delle ondate di acquisti o vendite è governato dai giochi volontari di un numero ristretto ma estremamente potente di speculatori attivi e professionali, in grado di indurre l’innesco di rialzi o ribassi su determinati titoli.

Mentre lo scopo dei modelli dei gestori è quello di trovare una qualche forma di compromesso tra il mettere in sicurezza i fondi gestiti e il conseguire determinati tassi di rendimento (ovviamente senza nessuna pretesa di dare una interpretazione corretta del funzionamento delle economie nel loro complesso e non solo dei titoli finanziari), lo scopo degli speculatori attivi è quello di guadagnare il più possibile e nel più breve tempo da manovre operate intorno ai movimenti da loro stessi indotti nell’andamento dei titoli. Per questo gli speculatori hanno bisogno di tenere i mercati finanziari in continuo movimento; possono guadagnare anche relativamente poco sui singoli movimenti, ma se i movimenti sono tanti il guadagno per anno è comunque grande. La leva è data dal comportamento dei gestori dei fondi e in ultima analisi dai suggerimenti dei loro modelli, comunque ben noti agli speculatori attivi.

Il gioco, le motivazioni e i modelli di comportamento dei giocatori hanno le loro perversioni. Se tale gioco esaurisse i suoi effetti sui soli giocatori non ci dovremmo preoccupare, come non ci preoccupiamo di coloro che perdono i loro patrimoni nelle bische del mondo. Il problema è che eurocrati, politici e opinion makers danno a quel che succede nelle sale da gioco la dignità di segnalatori credibili dello stato di fiducia che i “mercati” attribuiscono ai singoli sistemi economici, come se quel che succede nei mercati finanziari fosse ispirato dai migliori modelli disponibili per l’interpretazione del funzionamento dei sistemi economici nella loro interezza (sia della loro parte reale che della loro parte finanziaria). Gli stessi soggetti, poi, si sentono autorizzati dalla loro pretesa superiore capacità, di scegliere di volta in volta, sulla base dei loro interessi o delle proprie convinzioni ideologiche, i “colpevoli” di turno (debito pubblico, mercato del lavoro, ecc.).

La seconda questione esasperante riguarda le opinioni dei policy maker sul fatto che si “sia fatto abbastanza” sui più diversi piani: in materia di austerità, di raccolta di fondi di garanzia europea, di prestiti o di emissioni di moneta per salvare le banche, ecc. Non vi è mai omogeneità tra le diverse autorità: se qualche commissario europeo dice che l’Italia è al sicuro, il presidente del Fondo dice che ci sono tre mesi per salvare l’Eurozona, o vicende simili.

Occorrerebbe essere chiari una volta per tutti. A fronte del manipolo di grandi speculatori capaci di mettere in moto i mercati finanziari è probabile non esista un fondo internazionale di entità sufficiente a fugare i timori dei detentori dei titoli (in realtà nessuno ci può mettere la mano sul fuoco ma nessun soggetto pubblico se la sente di scommettere). E allora è chiaro che il problema non è quantitativo ma qualitativo.

L’unica risposta che “metterebbe al sicuro” sarebbe una garanzia integrale di ultima istanza non solo per le banche ma anche per i debiti degli stati dell’eurozona (per il solo passato), accompagnata dall’unico atto in grado di rendere “normale” la situazione dell’eurozona stessa: la costituzione di un bilancio federale con la possibilità che esso possa essere gestito in deficit per sostenere il rilancio dello sviluppo. Naturalmente si tratta di accompagnare un tale cambiamento con una riforma delle normative europee che regolano le modalità di funzionamento della Bce, rendendole simili a quelle degli altri grandi stati del mondo. A questo fine occorre semplicemente rendere possibile per il futuro finanziare con emissione diretta di moneta, anche totalmente, il solo deficit federale.

Il ricorrente gioco delle parti, divenuto ormai un po’ ridicolo, sul credit crunch e le responsabilità delle banche è “l’altra faccia”, altrettanto irritante, di quanto appena detto. E’ facile parlare oggi di comportamenti aberranti delle banche; ma dove e per volontà di chi nascono i sistemi organizzativi e la struttura degli incentivi che hanno condotto le banche a gonfiare i loro portafogli di titoli, oggi considerati tossici, a cominciare dai titoli di stato di molti paesi dell’eurozona?

Tutto nasce, a ben vedere, da due “riforme” fortemente volute dalle banche centrali europee già dagli anni Ottanta:

(1) quella che “superava” la distinzione tra banche ordinarie di raccolta del risparmio, banche per il credito industriale a medio e lungo termine e banche d’affari;

(2) quella che faceva divieto alle banche centrali dei paesi europei di acquistare i titoli del debito pubblico degli stati membri sul mercato primario al momento della loro emissione.

Come conseguenza della riforma (2) le banche centrali hanno preso l’abitudine di prestare denaro a bassi tassi di interesse alle banche – ormai tutte eguali per effetto della riforma (1) – affinché esse sottoscrivano i titoli del debito emessi dagli stati. Si è trattato di una sorta di invito a nozze per le banche, cui si dischiudevano così impieghi lucrosi e che apparivano a prima vista del tutto sicuri; inizialmente almeno tutti ritenevano infatti che i titoli del debito fossero sostanzialmente garantiti (come accadeva prima delle riforme).

Ne risultarono notevoli distorsioni nei comportamenti delle banche, di particolare pericolosità nel caso di quelle un tempo ordinarie, la cui capacità di raccolta era connessa alla fiducia che era loro accordata dai depositanti in virtù di una ben fondata e antica fiducia su garanzie di carattere istituzionale. Le banche si gonfiarono sempre più di titoli (per conto proprio e della clientela depositante), rinunciando in misura crescente al loro ruolo di finanziatori degli affari commerciali e industriali, sia a breve che a lungo termine.

Lo spiacevole “risveglio”, connesso al fatto che la Bce non ha più la veste tradizionale di garante di ultima istanza per i titoli dei debiti pubblici, avvenne solo con l’esplodere della crisi finanziaria. Solo allora i titoli pubblici, di cui le banche erano divenute innaturalmente “rigonfie”, apparvero essere “tossici” per via dell’emergere – una novità per i paesi europei – di differenziali nei “rischi paese”. Ma nonostante il risveglio le banche sono state in pratica costrette a continuare a sottoscrivere i titoli pubblici, salvo essere considerate sempre più esposte a rischio.

In realtà – ed è forse la più sottile tra le cose irritanti – media e policy makers continuano a tenere distinti i problemi connessi ai rischi bancari e quelli connessi ai rischi paese. Appare invece evidente, tanto da non avere bisogno di spiegazioni, che il rischio delle banche scomparirebbe se si eliminasse il problema dei rischi paese, lasciando che la Bce funga da garante di ultima istanza per i “debiti paese” pregressi. Il rischio Europa, poi, verrebbe del tutto fugato se il vincolo di pareggio di bilancio per i paesi membri venisse temperato ammettendo – come già detto – che il bilancio federale europeo possa essere finanziato, oltre che con imposte federali, anche in deficit in relazione a programmi di sviluppo e innovazione e a nuove politiche industriali e commerciali capaci di fare dell’Europa un nuovo polo competitivo planetario.

Ma queste cose, che già la primavera dello scorso anno venivano sostenute da Sbilanciamoci.info e da poche altre voci a livello europeo, sembra ormai le abbiano capite quasi tutti, sia pure con colpevole ritardo. E allora perché tenere in piedi tante finzioni e tanti tavoli diversi di trattativa? Solo per trattare la Germania con i guanti di velluto o perché il fronte dei paesi “sviluppisti” non è ancora sufficientemente coeso? E se invece il fronte degli sviluppisti è davvero coeso, perché non si invertono le parti, minacciando la Germania di metterla fuori dall’Euro?

Il problema, infatti, è che, come aveva ben compreso il Keynes di Bretton Woods, non è ammissibile che in una comunità di paesi che fanno del commercio internazionale un perno di coesione possa esservi un paese o un gruppo di paesi che sono sistematicamente in avanzo; cioè quello che la Germania colpevolmente pretende.

di Sergio Bruno

da www.sbilanciamoci.info

IMU: PER LA SERIE “DEVI MORIRE”?

Spero che i miei venticinquemila lettori mi rimangano fedeli anche se ripeto (ma solo per cominciare) quanto già scritto oltre un anno fa, se ricordo bene, a proposito dell’ICI abolita da Silvio Berlusconi anche per la prima casa. Un atto deleterio, oggi ne sono convinti quasi tutti, per le finanze comunali, e quindi gratuitamente demagogico. Benchè restìo a parlare di me stesso, informavo quei venticinquemila che la mia abitazione, pur avendo poco in comune con Buckingam Palace e tanto più con una qualsiasi residenza estiva o invernale del senatore Lusi, non è neppure una catapecchia. Ciò nonostante, l’ICI che dovevo pagare non superava la ventina di euro l’anno, per cui il pagamento, se non proprio gioioso, non provocava neppure fitte dolorose.

Naturalmente, essendo personalmente sconosciuto a chi fissava rendite, aliquote, ecc. e soprattutto ai relativi esattori, non godevo di uno speciale trattamento di favore. Devo presumere che accadesse lo stesso ad una folta schiera di italiani appartenenti ai ceti dal medio in giù, magari con qualche differenza non irrilevante, ma certo non abissale, tra chi abita nelle città maggiori e chi nei piccoli centri (ovvero, pardon, “realtà”, come si tende a dire oggi). Una schiera resa anzi foltissima o addirittura schiacciante dal ben noto fenomeno per cui intere categorie di percettori di redditi sicuramente molto superiori ai mio ne dichiarano al fisco di parecchio inferiori, quando dichiarano qualcosa.

Tutto questo discorso mi spinge a riprenderlo la buriana scatenatasi adesso intorno all’IMU, l’imposta-centauro, metà statale e metà comunale, che ha sostituito l’ICI e della quale evito di proposito, anche per incompetenza, di commentare gli aspetti più tecnici tra quelli maggiormente contestati. Sulla stampa e gli altri media è ormai pressocchè corale l’esecrazione di un balzello odioso come l’antica tassa sul macinato che colpisce spietatamente e ciecamente, si dice, “le famiglie”, e per di più obbliga i loro capi o membri più ferrati in alta matematica a sottoporsi a spaventosi rompicapo o a rivolgersi a CAF sovraffollati o a commercialisti esosi per l’esecuzione (ovvero, pardon, “implementazione”) di proibitivi conteggi.

Critiche e contestazioni culminano in gesti e appelli alla disobbedienza civile come i roghi di F24 inscenati da esponenti della Lega Nord e l’esortazione di Daniela Santanchè a rinviare almeno il pagamento della prima rata, come del resto possibile e previsto però a costo di pesanti penalità, che la “pasionaria” del PDL non si offre di saldare per tutti forse a causa dei magri dividendi ricavati dai suoi investimenti nel Billionaire . A livello politico, comunque, il malcontento e l’ira sono trasversalmente predominanti, senza differenze rilevanti tra destra e sinistra nei confronti di un governo tecnico dipinto come emulo di Quintino Sella e sempre più inviso ormai anche dalla sua maggioranza ufficiale.

Intendiamoci. Nel caso dell’IMU come in tanti altri c’è probabilmente parecchio da precisare e da distinguere. Non escludo affatto, ad esempio, che gli immobili destinati ad attività economiche o collegati ad esse vengano colpiti in misura scarsamente compatibile con la loro prosecuzione, resa già difficile dalla congiuntura così ingrata, dai terremoti ormai cronici e così via. Il governo tecnico, è quasi superfluo dirlo, non ha sempre la mano felice nell’affrontare un cumulo straordinario di problemi tanto macroscopici quanto delicati e al limite anche socialmente esplosivi. La sollevazione contro la nuova imposta sulle abitazioni, di per sé e nel suo insieme, in nome di un’equità violentata, mi sembra tuttavia assolutamente ingiustificata, e demagogicamente strumentale quando si arriva a bollarla come una patrimoniale a rovescio.

Non so dove Massimo Gramellini sia andato a scovare quel paio di contribuenti messi in croce quasi fantozzianamente, e certo gustosamente nella descrizione dell’elzevirista della “Stampa” (15 giugno), dall’apparente sadismo di chi ha congegnato il famigerato balzello. Per la mia esperienza, posso solo testimoniare che una frequentazione discretamente proficua della scuola dell’obbligo, se non di quella elementare, dovrebbe consentire un assolvimento relativamente rapido e agevole dell’implementazione di cui sopra. Quanto poi al quanto, l’esito dei conteggi mi ha consentito di non pagare nulla a titolo di prima rata, pur non avendo figli a carico, e di prevedere un esborso finale persino inferiore a quello dell’ultima ICI. Un caso più unico che raro, e se vogliamo pietoso? Tra le mie conoscenze, il solo sensibilmente diverso riguarda un tale consultatosi con un commercialista ottenendo un responso chiaramente errato.

A questo punto, e per concludere, mi resta da confessare che, essendo la mia famiglia proprietaria anche di una seconda casa, un pezzo di baita in montagna, l’IMU mi è costata naturalmente parecchio di più e anche qualcosa di più dell’ultima ICI. Non per questo però mi sento vittima piovosa del governo ladro (anche se un po’ fremo e tremo al pensiero della fine che potrebbero fare i miei soldi) né legittimato a scendere in qualche piazza Tahrir nostrana per rovesciare il sistema. In attesa che qualcuno mi spieghi meglio come si potrebbe eventualmente cambiarlo alla radice senza sprofondare in guai maggiori, ritengo e affermo, a costo di passare per fesso, che almeno chi può permettersi il lusso di una seconda casa non può ragionevolmente lamentarsi di dover contribuire alla quadratura dei conti pubblici tanto più quando incombe la minaccia della bancarotta nazionale. O sbaglio?

Nemesio Morlacchi

LE MANI PIU’ FORTI DI UN ALTRO MONTI. SE NO, ATATURK

Al suo avvento, Mario Monti avrebbe dovuto fare le cose grandi e aspre di un’economia e di una società in guerra. Sei mesi dopo, contabilizziamo cose piccole e facili, appropriate non al Demiurgo

che molti, anche fuori d’Italia, invocavano; ma ad uno dei successori dorotei di Mariano Rumor; un successore più esperto degli altri nelle dottrine economiche e nei vertici decisivi/innocui in lingua inglese. Un’economia di guerra non può non esigere dagli alti redditi sacrifici straordinari quanto straordinari sono i frangenti. Monti si è erto a difesa degli alti redditi. Una patrimoniale era il minimo che dovesse imporre loro, al posto dell’esproprio. Una patrimoniale che in un colpo solo tagliasse l’indebitamento di 500 miliardi. Invece l’ha imposta a tutti, inevitabilmente leggera. Gli alti redditi, come i politici ladri, l’hanno scampata. Ringraziano Monti e il Metternich che, dal Colle, ha fissato le regole d’ingaggio.

Il professore che ha preso gusto al Palazzo e alla tribuna delle autorità non la racconta giusta, quando sostiene che una patrimoniale dura avrebbe fatto fuggire i capitali. Lo Stato che ha varato la tracciabilità e i blitz di Befera è tecnicamente in grado di intercettare la fuga, con un basso margine d’errore. E’ in grado di punirne gli autori coll’espulsione loro e delle famiglie, nonché con la confisca dei beni che non riescono ad esportare. Questo si chiama esilio. Era in onore ad Atene e a Firenze: va riscoperto in grande, trascurando la Costituzione (da cestinare) e la sua Corte (da chiudere).

Un’economia di guerra avrebbe imposto tagli draconiani sulla spesa pubblica improduttiva. Più ancora su quella imperdonabile: lo sfarzo per tenere alto il prestigio, le convenzioni, il protocollo, le parate, le insulsaggini diplomatiche, le canagliate della spesa militare imposta da Washington, la protezione del fatturato e del monte stipendi di Finmeccanica. Qualsiasi altro successore di Mariano Rumor avrebbe fatto come Monti: non tagli ma nuove commesse all’industria bellica. A volere tenere alte le spese militari, bisognava ottenere che se le addossasse il Pentagono che le esige.

Di dismissioni di beni pubblici, nemmeno l’ombra, col pretesto che si sarebbero sviliti se fossero stati messi sul mercato sul serio: come se chi è sul punto del fallimento può pretendere di vendere ai livelli più alti del mercato. Alcune centinaia di caserme, di quando eravamo 8 milioni di baionette, sono lì a richiedere manutenzione. L’abolizione delle province e di ‘n’ enti inutili resta una fata Morgana. L’aggressione ai costi, ai furti e alle frodi della politica è vietata dai partiti, la pensata di Napolitano essendo consistita proprio in questo: un Mario Monti che scongiura il crollo del sistema, però è sostenuto e ricattato dai partiti. L’uomo del Colle non perde occasione per ululare che i partiti sono indispensabili, fingendo di dimenticare che i partiti sono amati da un italiano su 50. Monti era atteso dal compito storico di sfasciare, non puntellare, la partitocrazia. Se il Colle si opponeva, dirlo al Paese, non temere il conflitto tra istituzioni. Quando un assetto è pessimo, va smontato.

Il gesto più clamoroso, perciò più efficace, avrebbe dovuto essere tagliare di nove decimi il bilancio della presidenza della  Repubblica, la più ipertrofica delle strutture, il peggiore dei cattivi esempi. Licenziare quasi tutti i cortigiani, i ciambellani, i lacché, i giardinieri, gli stallieri delle residenze presidenziali. Mandare i corazzieri a dirigere il traffico, meglio a farsi fotografare dalle turiste. In breve, chiudere e vendere il Quirinale  sapendo che Pechino, Seul o Mosca pagherebbero bene una reggia papale/sabauda dove alloggiare in licenza premio, a migliaia alla volta, i rispettivi lavoratori e gerarchetti. Per gli uffici del capo dello Stato bastano 25 stanze e 23 milioni invece di 230. Applicando trattamenti ruvidi a tutti gli organi della cosa pubblica, l’elettroshock sarebbe salutare, il risparmio mastodontico.

Tutto ciò potrebbe ancora farsi, visto che la crisi peggiorerà. Però esigerebbe da Monti il coraggio, la volontà scardinatrice, la consapevolezza che, come sul ‘Corriere’ ha scritto Gian Arturo Ferrari “le mandibole della crisi frantumano perbenismi, buone intenzioni, fedeltà, appartenenze, speranze, dignità, ideali”; e che “nel 1928, un anno prima della Grande Crisi, il partito di Hitler valeva il 2,6%; nel settembre 1930 balzò al 18,3%; nel luglio 1932 raggiunse il 37,4”. Il superministro Passera ha calcolato che “sono colpiti dalla crisi metà degli italiani, 28 milioni”, e ha confidato a tutti “mi chiedo ogni giorno con ansia cosa fare per la crescita”. Se Passera, un astro del management, non sa cosa fare, vuol dire che il perbenismo di Monti ha poche chances. Occorre un Imperioso, non un Prudente.  L’emergenza ci costringerà ad una nuova e ferma disciplina da kibbuz. Dimenticheremo la venerazione della libertà, della proprietà e dei diritti acquisiti o, peggio, ereditati.

Come sappiamo, Monti una scusante grossa ce l’ha. Ha ricevuto dal Colle il mandato di non cambiare un bel nulla di importante.  Sarebbe un mandato da denunciare apertamente: ma lui Monti è un supergestore, non un demolitore/ricostruttore. Saranno le “mandibole  della crisi” a trovare quest’ultimo. Oppure a snaturare Monti, da così a così.

A.M.Calderazzi

TORNINO I LEVELLERS, SCONFITTI EROI DELL’EQUITA’

La storia conosce sia i movimenti grandi che fallirono dopo aver prodotto aberrazioni e fosche tragedie (nazismo comunismo eccetera), sia i movimenti piccoli che fallirono senza aver fatto il male dei primi, epperò seminando il futuro. Tra questi ultimi meritano ricordo e riconoscenza i Levellers, che tentarono la sorte in Inghilterra verso il 1647, in quella guerra civile chiamata Rivoluzione inglese che mise a morte Carlo I e dette il trionfo a Olivier Cromwell. Con la clemenza che gli era propria il futuro Lord Protettore, momentaneo sostituto di un re Stuart, non fece fatica a liquidare i Levellers con un controllato impiego del plotone d’esecuzione.

Ma il nome dei Levellers era fatidico. Senza il menomo successo tentarono di propugnare il livellamento dei ceti, la riduzione delle ineguaglianze sociali. Furono schiacciati come moscerini fastidiosi,  ma di loro avrebbe bisogno il mondo d’oggi devastato dall’ipertrofia del capitalismo e dai mali collegati. Sono finiti nel disonore i conati dell’alternativa comunista: tutti, salvo il grottesco ‘comunismo’ cinese, che garantisce la prosperità solo agli oligarchi e agli ottimati che facciano bene il loro mestiere depredatorio.

In piedi non restano che le proposte dei profeti disarmati, dei pensatori miti, dei tanti che furono scherniti dai faziosi e dagli intransigenti pseudovittoriosi: calvinisti, gesuiti, illuministi rampanti, rivoluzionari borghesi e rivoluzionari marxisti, tutti operatori del nulla di buono. Non restano che gli idealisti di un neocollettivismo amico dell’uomo. Non restano che i comunitaristi cristiani, musulmani e di altri credi, e più ancora quelli della carità, gli operatori del volontariato, gli impotenti di fronte alle cose grandi che agiscono nelle cose minime e terribilmente umane. Non restano che gli equivalenti dei Levellers, illusi e facili da neutralizzare, eppure…

Il fatto è che i vittoriosi, i padroneggiatori della realtà, i maneggiatori dell’efficienza, i detentori del potere e dei capitali, gli edificatori dei centomila grattacieli del pianeta, hanno messo insieme un mondo moderno sostanzialmente depravato. Una società non povera di conseguimenti e di vanti, ma ingiusta all’estremo anche dove attraverso il Welfare tratta con riguardo i grandi numeri. Infatti a ciascun progresso dell’economia e dello stesso Welfare si accompagna, per norma categorica, l’allargamento dei divari sociali.

Ma oggi i Levellers non auspicherebbero la barca per tutti. Non si sognerebbero di propugnare il livellamento a quota alta, i tenori di vita agiati di massa. Il presupposto, anche per i Levellers, sarebbe l’opposto delle ‘rising expectations’. Sarebbe il quasi-ripudio del denaro, il ‘lowering of expectations’, l’accettazione di qualche arretramento, il ritorno alle ristrettezze e alla parsimonia  scelta e non necessariamente subita. I Nuovi Levellers toglierebbero molto ai ricchi per garantire il pane a tutti, anzi poco alla volta abolirebbero i ricchi. Però negherebbero simpatia ai giovani che aspirano alla ricchezza, alle gratificazioni degli sport, ai meretrici della moda. Toglierebbero lustro e legittimità al benessere. I Livellatori sarebbero in realtà Capovolgitori di valori e di modelli.

l’Ussita 

ROBERTO VACCA – Se i disastri nucleari derivano dalla mancanza di buonsenso

“TEKENO ALTAI!”,  “No alla riaccensione”, cantavano in coro i dimostranti nella Prefettura di Fukui nel Giappone occidentale non lontano da Kyoto. Li abbiamo visti nei telegiornali di oggi. Protestavano contro la decisione annunciata dal Primo Ministro Noda di rimettere in funzione a Ohi due grandi centrali elettronucleari della potenza complessiva di 2350 MegaWatt.

Non ci sono piani per far ripartire le altre 48 centrali nucleari giapponesi spente dopo il disastro di Fukushima. La situazione energetica del Giappone è critica. Si attendono severe limitazioni all’uso dell’aria condizionata – così essenziale per assicurare benessere e produttività dei giapponesi. Curiosamente anticipò che il Giappone sarebbe diventato una potenza dominatrice, se avesse avuto l’aria condizionata S.F. Markham. Era un meteorologo e parlamentare inglese. Nel suo libro del 1942 (“Climate and the Energy of Nations”) sosteneva che hanno dominato vaste aree del mondo proprio i Paesi fioriti fra le isoterme tra 16°C  e 24°C oppure capaci di regolare il clima del loro habitat.

Per quanto tengano all’aria condizionata, molti giapponesi sono restii a sfruttare l’energia nucleare per assicurarsela. Ci sono 11 città nel raggio di 30 kilometri dalle centrali di Ohi. I sindaci di 8 di queste si sono opposti alla riaccensione. Anche questa zona è sismica: una faglia importante è molto vicina a Ohi. Il sindaco di Maizuzu, Ryoto Tatami, ha detto: “Gli standard di sicurezza attuali non sono stati ancora definiti in base alle analisi del disastri di Fukushima.”  Toyojo Terao, sindaco di Kyotamba, ha accusato il governo  di non aver nemmeno analizzato a fondo la situazione dell’offerta e della domanda di energia del Paese.

Parti significative dell’ingegneria della sicurezza e dell’analisi dei rischi tecnologici sono state elaborate proprio dagli ingegneri nucleari. È paradossale:che incidenti gravi di centrali nucleari siano avvenuti a causa di trasgressioni evitabili solo in base al senso comune. Chernobyl fu causato da sprovveduti ingegneri elettrotecnici che in assenza di veri esperti tentarono un esperimento temerario e assurdo. Fukushima è avvenuto perchè la centrale era sorta in zona sismica, soggetta notoriamente a tsunami di decine di metri ed era stata protetta da un muro di soli 8 metri.

Come dice un’antica massima: “Si perse un chiodo e il cavallo perse un ferro. Si perse il cavallo e non arrivò mai il messaggero, così si perse la battaglia e si perse la guerra e si perse l’impero.”

I progettisti e i tecnici più esperti devono eccellere nell’alta tecnologia, ma devono anche possedere immaginazione vivace e infinito buon senso. Devono anche essere aiutati da collaboratori, aiutanti e decisori di grande classe.

Queste doti sono essenziali anche per l’analisi d guasti e disastri. Dopo il fallimento di un’impresa, la malfunzione estrema di un sistema tecnologico, di una macchina importante o di un’organizzazione,  vengono ingaggiati esperti per capire cause, concause, errori, incompetenze – e er suggerire come evitare eventi negativi simili in  avvenire. Questa attività si chiama “autopsia” (in inglese o latino britannico: post-portem o PM). Dopo l’incidente della centrale nucleare di Three Mile Island (28/3/1979)  una commissione dell’Institute of Electrical and Electronics Engineers (IEEE) fece l’autopsia degli eventi – seguiti minuto per minuto – e pubblicò i risultati sul mensile SPECTRUM nel Novembre 1979 (8 mesi dopo). È una lettura istruttiva: evidenzia errori umani e deficienze di hardware.

Molto istruttiva anche l’analisi, pubblicata sullo stesso numero di SPECTRUM, delle caratteristiche, della posizione e del livello di sicurezza delle 72 centrali nucleari all’epoca in funzione in USA. I giudizi erano fattuali e severi. Riguardavano: management, competenza del personal tecnico, sismicità, livello e tempestività della manutenzione. Il giudizio in un caso critico diceva:

“La sicurezza è scarsa a causa dell’atteggiamento marginale del management e dei controlli inadeguati che esso esercita.. Il management non riesce a eliminare errori e incuria dei tecnici. La selezione del personale è criticabile e i rapporti sindacali sono cattivi. I problemi del management sono aggravati dalle dimensioni enormi dell’azienda. La sicurezza è degradata per scarso rispetto delle specifiche tecniche e delle procedure amministrative e relative alle emergenze.”

Questi giudizi recisi ebbero l’effetto di migliorare notevolmente la situazione. È comprensibile che sterzate positive nella realizzazione e nella conduzione di grandi strutture tecnologiche vengano operate dopo un disastro che faccia molto rumore. Nel  caso delle centrali nucleari i rischio sono alti – ma lo sono anche in altri campi e settori. (Nel mondo 1.200.000 persone muoiono ogni anno in incidenti di  traffico). Bisogna ricorrere alla Gestione Globale della Qualità: una disciplina onerosa da praticare. Molti non ne conoscono nemmeno l’esistenza. Anche ove sia perseguita seriamente, non riesce ad azzerare ogni rischio. Il mondo è complicato. In certa misura è migliorabile, ma bisogna studiare e impegnarsi per migliorarlo.

SHALE GAS: EUFORIA E TIMORI

Da una parte notizie sensazionali dagli USA, dalla Cina, dalla Polonia. Dall’altra diffuse resistenze, soprattutto ambientalistiche. La grande novità del ‘fracking’, contrazione di ‘hydraulic fracturing’, sta quasi capovolgendo le prospettive tradizionali degli idrocarburi. Con l’impiego combinato di esplosivi, tecnologie chimiche e acqua in forti quantità si rendono accessibili  da strati di roccia facilmente friabile che noi chiamiamo scisti ingenti volumi di metano (in certi casi di petrolio: ma si tratta di realtà diverse, ne parleremo a parte). A distanza di poco più di dieci anni da quando si anticipava che gli Stati Uniti avrebbero dovuto, per lo scemare della produzione interna, importare gas liquido (liquefied natural gas-LNG), oggi le compagnie del settore stanno premendo su Washington per essere autorizzate a esportare LNG; il relativo prezzo è sceso al minimo sul decennio, al punto che il colosso Exxon -profitti nel 2008, $45 miliardi- ha rallentato l’estrazione di metano in attesa di prezzi migliori. La Exxon, finora grandissimo produttore di petrolio, dedica metà delle sue operazioni al gas, metà al petrolio.

La Cina cui si accreditano le riserve di gas più importanti al mondo – si parla di 36 trilioni di metri cubi, contro 24 del Nord America, 22 dell’Argentina, 18 dell’Europa, 11 dell’Australia- ha annunciato investimenti nel gas che dovranno produrre entro il 2015 oltre 6 miliardi di metri cubi. A tal fine ha stipulato almeno una grossa joint venture con la Shell. L Polonia sembra in testa a livello europeo sia per le riverve, sia per l’estrazione. Il governo sembra avere offerto oltre un centinaio di concessioni. Ma sono gli Stati Uniti che hanno aperto la fase, se non addirittura l’era, di una cornucopia di metano che dotrebbe affrancare molti paesi dalla dipendenza dalla Russia, dall’Algeria, etc. A buon titolo gli Stati Uniti vantano d’essere stati pionieri e di avere beneficato l’intero settore mondiale dell’energia.

Tuttavia  si sono già levate le obiezioni e le aperte opposizioni al fracking, soprattutto per i pericoli, più o meno fondati, di contaminazione delle acque di falda e di fenomeni sismici. Negli USA le preoccupazioni, relative soprattutto alle acque, appaiono alquanto indebolite per l’euforia della prospettiva di una bonanza da LNG. In Europa, insediata dalla popolazione tanto più densa che il Nord America, sembra più sentito il timore dei pericoli sismici; coll’allargarsi della prospezione e dell’estrazione è prevedibile l’inasprimento dei contrasti. Le considerazioni ambientali hanno già indotto i governi di Germania, Francia e Bulgaria a vietare al momento il fracking. Nell’Inghilterra nordoccidentale la compagnia Cuadrilla Resources aveva già avviato le perforazioni, ma le ha sospese dopo che mesi fa si sono registrati due terremoti di debole intensità. Secondo il settimanale ‘Time’, la stessa compagnia ha attribuito al fracking i due fatti sismici A questo tipo di ostacoli si aggiunga che gli abitanti dei distretti metaniferi del Vecchio Continente non ricevono vantaggi diretti dalla valorizzazione della risorsa del sottosuolo,  visto che quest’ultima appartiene agli Stati. La situazione è opposta negli USA: i diritti minerari competono ai proprietari dei terreni.

Si è visto che anche in Gran Bretagna è  viva la vigilanza contro le insidie sismiche e di altro genere. Le riserve britanniche di gas vengono dette importanti, ma le stime resteranno poco attendibili fin quando il fracking non avrà inizio, quanto meno a titolo esplorativo.

Invece la Cina porta avanti senza esitazioni il programma ‘metano da scisti’, che prevede il passaggio da quasi zero oggi a 60 miliardi di metri cubi fra 18 anni. Nel 2011 Shell ha aperto una dozzina di pozzi, e ne prevede altrettanti quest’anno. La rivista ‘Time’ non ha dubbi: le opposizioni degli ecologisti non fermeranno il fracking nonostante le sue insidie: “Fracking is here to stay, scrambling a global energy picture that had long seemed settled. There’s no guarantee it will  be golden, but we’re definitely entering the age of gas”. Tale ‘picture’ usava essere lineare: il gigante planetario del metano era la Russia e le nazioni sviluppate dovevano accettare i prezzi dei produttori. Dovevano farlo anche paesi ex-satelliti come Polonia. Romania e Ucraina. Ora Mosca è preoccupata, in particolare per le ambizioni metanifere della Polonia ricca di gas.

Anthony Cobeinsy

I TRIUMVIRI DEL LEGITTIMISMO E LA CRIPTA DEI CAPPUCCINI

E’ più in crisi l’economia o la politica nella Repubblica delle tangenti? Risposta, la seconda. L’economia troverà modo di acconciarsi. La politica no, se non verrà un fatto tellurico di grado alto. Tra un certo numero di mesi torneranno le elezioni e i soliti ceffi. Per impressionanti che siano i segni dello scontento, la stagione venatoria dei partiti si riaprirà, le doppiette dei cleptocrati faranno strage, persino un clamoroso successo della protesta -Cinque Stelle e il resto- sarà frustrato senza un colpo di stato che sospenda le istituzioni e la Carta. Mario Monti avrebbe potuto farsi bonificatore, avendo quasi i numeri di Charles De Gaulle nel 1958. Il generale vinse perché era il più illustre dei francesi e perché aveva un progetto eversore della Quarta (esecrabile) Repubblica.

Mario Monti nel novembre 2012 appariva il più illustre degli italiani, ma non aveva il progetto eversore contro una repubblica peggiore della Quatrième. Monti si contentava di metter fine alla  pochade berlusconiana. Riacquistare il rispetto dei partner europei era essenziale ma non sufficiente. I primi  sette mesi del montismo hanno mostrato che Mario Monti intende razionalizzare, non amputare come necessario. Simbolo e metafora del non-impegno di Mario Monti per entrare nella storia fu, il 2 giugno dei terremoti e della Parata, Mario Monti che per inerzia batteva mani annoiate nella tribuna di Napolitano. Tutto, anche le codse stupide, fuorché liquidare il peggiore regime d’Occidente.

Per ora vince il legittimismo. Vince la Santa Alleanza di Metternich, di Clemente Solaro della Margarita e dell’uomo del Colle. Il quale ultimo è l’antica ordinanza dei similbolscevichi Togliatti e  Longo, diventata incarnazione della continuità patriottica e liberal-liberista. La reggia pontificia e sabauda difende la classe politica allorquando gli italiani non sopportano più i politici.

Sappiamo chi oggi incarna Solaro della Margarita, nel nome del principe Metternich. Ma se ci sono legittimisti di osservanza carlista invece che asburgica, chi hanno come Sire se non D’Alema? Da sempre il machiavelli velista non perde occasione per martellare sull’insostituibilità dei partiti e sull’intoccabilità del professionismo politico (è anche la predicazione del Colle). All’occorrenza D’Alema si farebbe don Carlos Maria Isidro di Borbone: rifiutò un ruolo eccelso alla corte della nipote Isabella, regina a Madrid per l’arbitrio del di lei padre Ferdinando VII, ed aprì  tre guerre ‘carliste’ che dilaniarono la Spagna, pur di non rinunciare al principio della legittimità dinastica.

Preparatevi a vedere il don Carlos da Gallipoli salire con nobile fermezza gli scalini del patibolo, piuttosto che permettere alcun pregiudizio ai diritti della Casta nata dalla Resistenza. Però, se invece di difendere la coerenza con una morte gloriosa don Carlos D’Alema rafforzasse il suo carisma, guai a Matteo Renzi e alle migliaia di sventati che vorrebbero rottamare i settantenni; guai a Beppe Grillo; guai ai milioni di illusi che vagheggiano di demolire il Palazzo tarlato e bieco.

Il Misoneismo ha un terzo ferro di lancia: Giovanni Sartori. La più abominevole delle novità è per lui la democrazia diretta, che schernisce come “direttismo” e che peraltro riconosce come soluzione unica per quando la delega elettorale finirà. L’irascibile professore ha un tale orrore della modernità che invia i suoi  editoriali al quotidiano “Potere Forte”, di via Solferino, dalla cripta dei Cappuccini a Palermo. Lì ha prenotato uno spazio perché, grazie a Dio, le salme indossano abiti secondo la moda del Congresso di Vienna (moda che ama anche in quanto Vienna vanta una Kapuzinergruft gemella). Nella cripta palermitana vorrà congenialmente risiedere per sempre, tra coetanei di due secoli fa. Dalla cripta leverà muto ed intenso il rimprovero ai tanti che bestemmiano all’indirizzo del parlamento.

Dietro i triumviri del legittimismo procedono in processione alcune centinaia di giornalisti e di politologi, più alcuni milioni – decrescenti, però- di idolatri delle urne e  fanatici della Costituzione. Però i triumviri non si fidino troppo dell’esercito misoneista. I giornalisti e i politologi cambieranno prontamente padrone quando il vento girerà. Più ancora si adegueranno i feticisti delle urne, quando saranno una buona volta chiuse.

Porfirio

LA PARATA BENEFICA

Quando il terremoto si è fatto feroce, dalla Rete cioè dal popolo si è levato il grido “Niente parata del 2 Giugno”. Immediata la ripulsa del volitivo Comandante delle Forze armate (art.87 della “più bella delle Costituzioni”; in realtà essa è la nostra afflizione: quando la stracceremo?). La ripulsa: ‘La parata si farà. Più sobria, e dedicata ai lavoratori emiliani. Ma si farà’. Fuehrerprinzip  rivisitato sul Colle. E così ai molti nostri problemi si è aggiunto quello dell’incapricciamento marziale dell’ex ufficiale di Stato Maggiore alle Botteghe Oscure. Oltre a tutto, egli non ha spiegato come mai in tempo di pace il Comandante può impartire ordini così imperiosi.

La parata, è ovvio, era da cancellare. Da cancellare anche lo sfarzoso ricevimento in Quirinale, offerto alla zavorra della capitale: diplomatici con la brillantina, generali quasi feldmarescialli a vittorie zero, consorti e compagne di sindacalisti, parenti dei mandarini, boiardi e ladri di Stato, ufficialesse culacchiette,  politici tutti in immeritata libertà provvisoria. Si usa sostenere che la parata serve per onorare le Forze armate (“difendono la nostra sicurezza” ha precisato giorni fa il loro Supremo, sorvolando sull’inesistenza di insidie ad essa sicurezza), anzi per esaltare l’unità della nazione. Che le Forze armate rappresentino la nazione  è un falso: molti, moltissimi detestano dette Forze; rappresentano la fazione patriottobellicista, non il paese. La lettura della Costituzione è troppo noiosa perché uno senta l’obbligo di controllare che la Carta non attribuisca ai militari funzione di rappresentanza nazionale, meno che mai quella di simbolo. Se attribuisse, sarebbe un’altra delle scadenti trovate dei Padri e Nonni della repubblica.

Semmai, trattandosi di repubblica ‘fondata sul lavoro’, dovrebbero sfilare in parata i lavoratori (non solo manuali, meno che mai solo sindacalizzati). Mille volte meglio i falegnami e i pescatori che i carristi, i pompieri che gli artiglieri, i maestri di scuola che i paracadutisti, i vuotatori di padelle ospedaliere che i piloti di F35. La verità è che da anni il Comandante uscente ed altri personaggi della sinistra archeologica hanno fatto proprie le tradizionali categorie militar-patriottiche del passato: in più hanno sviluppato un debole per le uniformi espresse dalle nostre eccellenze sartoriali, dall’estro degli stilisti e dalla vocazione al pavone del maschio italiano. Una volta assistetti nella massima base della RAF a un raduno importante di aviatori militari Nato. I nostri componevano un defilé di indossatori, capeggiati da un generale quarantenne biondo-oro, un efebo parecchio più bello di Apollo o di Paride, tuta volo di seta o raso, un Luigi XIV at his best. Poi arrivarono i piloti del più glorioso degli stormi germanici, quello di von Richtofen, il Barone rosso: le divise del comandante e di altri assi erano così spiegazzate, cadevano così male, che la povertà sartoriale della nazione più guerriera della storia mi parve punizione divina per avere trascurato l’alta moda, a vantaggio di una pedestre supremazia in tutto.

Avete notato, da non molti mesi, che certe nostre  bande militari e drappelli  cerimoniali vantano colbacchi che avevamo visto sotto Buckingham Palace, mai da noi? Magari portava colbacchi la Guardia del Ducato di Modena, o delle Due Sicilie, o del papa-re: perà prima dell’annessione al regno di Sardegna, la quale depresse la verve stilistica dei guerrieri dello Stivale. Chissà se il Comando supremo, alto sul Colle, ha avuto un ruolo nel raccordare il look delle nostre armate coi primati del Quadrilatero della moda. Manuel Azagna, capo dello Stato semicomunista spagnolo, dedicò tempo e impegno, quando la guerra civile andava verso la fine, sia alle nuove uniformi della Guardia presidenziale, sia ai roseti del palazzo presidenziale.

Ma forse il puntiglio su quella Parata che tanto gratificherà vedove, orfani ed altri pezzenti del terremoto non è stato solo  del Marte supremo. P.L.Bersani inneggiò subito al “Si farà” di Giorgio. Inimmaginabile è il dispiacere che i nemici della Parata hanno dato e daranno, anche sotto forma di lazzi e cachinni, al Velista da Gallipoli, il quale mise tanto zelo a lanciare contro i serbi la nostra micidiale Air Force. E senza dubbio marziali sono stati nell’arcitribuna dei Fori Imperiali i sentimenti della Finocchiaro, la cui maschia voce di ufficiale vicino al vitalizio copre i belati pacifisti della foto di Vasto. Quando lascerà la reggia repubblicana (dove non sono arrivati sfollati emiliani, laddove Elena del Montenegro maritata Savoia voltò saloni della reggia a ospedali), l’Uomo che ha messo in fuga ogni molle sentimento pacifista dovrebbe lanciare, con D’Alema, Finocchiaro ed altri Clausewitz, una nuova formazione politica, perfettamente equidistante tra Obama e Mitt Romney e tra Cheney e Panetta: i Comunisti Atlantici. Porteranno avanti senza debolezze, sterminando ogni colomba della pace, il programma riferito pochi giorni fa dal ‘Wall Street Yournal’: vendere alla nostra Repubblica cor cordium missili e bombe a guida laser per armare sei droni Reaper per l’Afghanistan, dove gli USA rinunciano e dove i nostri Reaper uccideranno osservando rigorosamente il dettato costituzionale. Se così sarà, l’Italia di Napolitano e dell’ ammiraglio Di Paola sarà terza al mondo, dopo USA e Regno Unito, ad operare droni armati. La Bundeswehr se li sognerà. Il partito degli Atlantocomunisti contrasterà in tutte le sedi le dannose tendenze al disimpegno, fomentate dalla presidenza Hollande. Ma speriamo che Wall Street Journal sbagli.

Una cosa finale sia chiara. In altri anni la Parata di Napolitano serviva ad irrobustire lo spirito combattivo delle Forze che in Afghanistan e nel mondo ci proteggono dai nemici. Quest’anno, dedicata alle vittime del terremoto, ha invece ridato voglia di lottare e di vivere a vedove e orfani  sventurati. Ad essi si è brindato nei giardini del Quirinale. Quasi tutti gli invitati, nel degustare paté e tartine repubblicane, si stringevano idealmente all’Emilia martoriata, con gli occhi rossi di lacrime.

Porfirio