UNA VIOLLET-LE-DUC DELLE MASSERIE, GIOIELLI DELLA PUGLIA

Una delle sette meraviglie del mondo di noi viventi è la Loira dei castelli. Un’altra è la Puglia delle masserie (oltre che dei castelli e delle basiliche). I castelli stanno al corso inferiore della Loira come le masserie, i castelli e le basiliche stanno alla Puglia. Ma se le fortezze sveve e aragonesi sono oggi nei cuori dei tanti che hanno fatto gli studi. Le masserie non ancora.

Hanno trovato in Antonella Calderazzi, professore del Politecnico di Bari, la storica dell’architettura che, un secolo e mezzo dopo l’avvio del lavoro di Eugène Emmanuel Viollet-le-Duc, si è fatta teorica dell’interpretazione filologica dell’architettura rurale maggiore, fiorita in Puglia nei secoli tra il XVI e il XVIII; interpretazione da svolgere non solo attraverso l’analisi razionale delle sintassi costruttive, ma anche ripensando le funzioni economiche che fecero sorgere tra il Gargano e il Salento i meravigliosi manieri della cerealicoltura e del grande allevamento. La Nostra, che è anche nota studiosa dei castelli, impostò il lavoro che le ha dato autorevolezza con un saggio pubblicato dalla rivista “Castella” nel 1981, tema la masseria-convento fortificata a S.Vito di Polignano a Mare (Ba).

Nel libro “Masserie. L’architettura rurale in Puglia”, Schena Editore, la Calderazzi  ricostruì, a premessa dell’esegesi architettonica, le fasi storico-economiche nelle quali il regime dei territori evolse dalle ‘villae’ romane agli insediamenti protetti denominati ‘curtes’ o ‘massae’, influenzati nelle tipologie anche dal fenomeno della transumanza. Per quattro secoli la ‘mena delle pecore’ determinò decisivamente la conduzione e la fisionomia costruttiva delle masserie. L’Autrice nota che nel Seicento e Settecento “l’architettura rurale segue il gusto del tempo e si arricchisce di decorazioni, vestiboli, scalinate, cappelle”. Noi osserviamo che non sono gli artifizi cittadini ma le funzioni rurali e i fatti paesistici che fanno fiabesche tante masserie (quasi dicevamo pagode).

“A partire dalla seconda metà del Seicento le masserie diventano teatro del nefasto fenomeno del brigantaggio meridionale: nel 1863 i briganti si contano a decine di migliaia”. Da loro le masserie si difendono con elementi architettonici che oggi fanno la delizia del turismo colto. La modernità, nota la storica delle masserie, porta a scoprire che non lontano dalla città “vive un insediamento rurale, fiero della sua povera storia. L’architettura minore, o spontanea, si riscopre nei suoi aspetti di solidità e di ricchezza strutturale e ambientale, insieme all’aspirazione a far rivivere il paesaggio agrario”.

Agli occhi di noi abitatori del XXI secolo le masserie pugliesi non sono più architettura minore. Sono parte di quel panorama di autenticità che il ‘gotico’ Viollet-le-Duc contrappose alle voghe classiciste e accademiche divulgate dall’Ecole des Beaux-Arts. L’equivalente di quelle voghe ci stanno disamorando coi loro marinismi o gongorismi dalla produzione architettonica XXI secolo, aprendo in parecchi di noi vuoti che sono mirabilmente riempiti dalle proposte monumentali delle masserie pugliesi. Al confronto dei cui valori sfigurano la maggior parte delle fattorie toscane e le più qualificate tra le grandi cascine di pianura lombarde.

Sacrosanto perciò il rimpianto di ‘Antonella delle masserie’: “un patrimonio culturale e ambientale resta ancora oggi incompreso e per lo più abbandonato”. In quell’ancora oggi è però il presagio di una futura salvezza per i fortilizi agropastorali. Accadrà, ha già cominciato ad accadere, che persone dotate di sensibilità oltre che di risorse valorizzino le masserie. Il meglio sarebbe che esse non divenissero solo agriturismi e sedi di banchetti nuziali. L’Autrice addita come traguardo ideale, dunque difficile, il rilancio della funzioni economiche ed abitative che modellarono queste pagode di campagna.

Recentemente la Calderazzi ha pubblicato per l’editore Adda -uno tra i più qualificati di una Bari che nell’editoria vanta una tradizione alta- un’altra monografia, anche questa intitolata “Le Masserie” (apre la collana ‘Puglia fortificata’, diretta dalla Nostra). Quest’altra opera è, tra le altre cose, un insostituibile censimento di circa 600 masserie fortificate, che ha richiesto otto anni di lavoro sul campo. Quasi mai le rilevazioni sono state agevoli. Com’è noto, molti insediamenti sono risorti come agriturismi sofisticati ed anche costosi. Invece altri sono in stato di completo abbandono: “Masserie che si sono difese dai saraceni e dai briganti ma non riescono a sopravvivere alle aggressioni dei nuovi Vandali”. Nel comprensorio urbano di Bari, seconda capitale del Sud, la raffinata masseria Lamberti ha subito la demolizione della scala centrale e lo sventramento della cappella. Sulla strada per l’aeroporto hanno infierito i ladri di ‘chianche’ (dal latino clanca): deliziose lastre di pietra chiara tipica, dice il dizionario Devoto-Oli, dell’architettura tradizionale pugliese.

Insiste l’Autrice: “Dove  non ci sarà recupero le masserie spariranno. Nei comprensori turistici, in particolare tra Monopoli e Fasano, il facile accesso al mare ha favorito la conversione d’uso per ricettività a cinque stelle, con casi esemplari di recupero. Nell’Alta Murgia e in Capitanata la situazione è opposta. Sparita la grande pastorizia le masserie cadono in rovina”. E’ stata, notiamo noi, la sorte del grappolo di edifici monumentali e di corral che a San Basilio, tra Bari e Taranto, facevano il cuore di una vasta proprietà dei duchi Caracciolo, ai primi dell’Ottocento una delle rare tenute d’avanguardia del Mezzogiorno. La sacrosanta riforma agraria ha tolto ai proprietari le troppe terre e una dozzina di grosse  masserie, però ha oltraggiato un contesto ambientale che non aveva pari. Anche il poetico monumento marmoreo, innalzato lì dalla famiglia a un giovane Caracciolo suicida per amore, è un desolato mucchio di pietre divelte e saccheggiate.

“Laddove possibile, invoca la Calderazzi, il recupero delle masserie come aziende agricole sarebbe non soltanto filologicamente corretto, ma anche un modo per ritrovare, attualizzandola, l’autenticità dei luoghi. Sono manufatti che, solo in parte vincolati, non possono continuare ad esistere nell’immobilismo e nel concetto romantico di “musei di se stessi”. Dovrebbero tornare ad essere strutture produttive, senza ignorare le potenzialità residenziali e ambientalistiche. Il turismo alternativo e qualificato richiede e valorizza fortemente tali potenzialità”.

Il libro è materiato, oltre che di trattazioni per gli architetti, anche di notazioni avvincenti per tutti, dal rapporto tra pascoli, campi, boschi e edifici, alle singolarità e agli episodi. Alberobello, il paese di trulli che quasi tutti conosciamo, era nel 1481 la masseria di un grande feudatario, il conte di Conversano. “L’architettura rurale pugliese è caratterizzata dall’assenza di spazi aperti, questa terra essendo stata tormentata dalle scorrerie di pirati, dagli assalti dei briganti e dalle lotte sociali. Per questo le masserie più importanti sono fortificate: garitte, feritoie, caditoie in corrispondenza delle aperture, alto mura di cinta, ponte levatoio, torrioni angolari, camminamenti, scarsità di aperture sui prospetti. Una tipologia a sé è la masseria castello, nel Cinquecento munita anche di ponte levatoio”.

In determinate aree le numerose grotte in tufo furono integrate nello schema funzionale delle aziende: se ne fecero ricoveri di animali, magazzini, frantoi, cantine, perfino chiese. Un ‘Comprensorio dei trulli e delle grotte’ annovera 14 comuni al centro del triangolo Bari-Brindisi-Taranto. Il territorio tarantino è ricco di ‘gravine’, di ‘lame’, di villaggi sotterranei scavati nella roccia. Il Salento, lunghe coste offerte alle incursioni piratesche, conta il numero più alto di masserie fortificate.

Agli insediamenti protetti si aggiungono le vere e proprie masserie-castello, uno dei cui tratti specifici è la lunga scalinata esterna. In qualche caso anche questa tipologia specifica è stata preceduta dall’organizzazione di grandi grotte, divenute così insediamenti ipogei. In almeno un caso gli ambienti sotterranei furono addirittura adibiti a carceri, più probabilmente del feudatario che del lontano sovrano. Le masserie sono un piccolo mondo nel mondo.

Diego Marinaro

SERVIVA UN GENERALE PER SMASCHERARE LA GUERRA IN AFGHANISTAN

Una delle requisitorie più efficaci contro l’impresa dell’Afghanistan, anzi contro tutte le guerre attuali delle Nazioni maiuscole, la dobbiamo a un generale di corpo d’armata, Fabio Mini, il quale comandò la forza Nato nel Kosovo. “Non si tratta di combattere il terrorismo globale tra le montagne afghane: non ci crede più nessuno”. Chissà come la metterà il suo Comandante supremo, quel presidente della repubblica il quale ha più volte proclamato che la guerra in cui siamo stati trascinati lì è “giusta” e, di fatto, democratica e progressista. Farà bene, il Comandante supremo, a scorrere tra i suoi arazzi e valletti il libro appena uscito del generale: Perché siamo così ipocriti sulla guerra?, editore Chiarelettere.

Il generale denuncia la menzogna secondo cui resteremo in Afghanistan dopo il 2014 (quando gli americani si ritireranno: ma porteranno avanti, qui come nello Yemen e altrove, operazioni clandestine tutt’altro che incruente) “per addestrare”. Menzogna che “da dieci anni maschera la nostra partecipazione alla guerra e giustifica il sospetto che sia un pretesto per continuarla”. Fingiamo, valuta Mini, di non vedere che gli americani “l’hanno già perduta. Sono stati sconfitti sul campo di battaglia nel 2003, quando dovettero coinvolgere la Nato per l’incapacità di gestire la violenza dei talebani e la corruzione del governo che avevano instaurato. Sono sconfitti ogni giorno sul campo dell’etica militare per l’incapacità di gestire l’eccesso di potenza”.

Quest’ultima, incapacità di gestire l’eccesso di potenza, è una delle analisi più penetranti sulla Nemesi che dopo F.D.Roosevelt e Kennedy condanna gli USA a fare guerre e, tutto considerato, a perderle. Gli Stati Uniti sono troppo colossali, dunque troppo tentati di sopraffare; però non sono all’altezza, anche in quanto poveri di retaggio e di intelligenza storica, nonché piuttosto incapaci.

Altri giudizi del generale colpiscono non tanto l’atlantismo ovviamente servile dell’età Berlusconi, quanto quello scervellato di Monti: “Ancora una volta si ricorre all’ipocrisia per giustificare interventi armati decisi da altri, scambiando la coesione con la piaggeria. Così staremo indefinitamente in Afghanistan, come in Iraq, in Libano e nei Balcani. E’ dal 1984 che un nostro contingente non rientra avendo concluso la missione. Abbiamo preso parte a tutte le guerre mistificate. L’ipocrisia delle operazioni umanitarie, della costruzione di nuove nazioni e dell’esportazione della democrazia si è affiancata a quella della guerra e molte volte l’ha sostituita. La minaccia della guerra si è trasformata in ‘minaccia della pace’, e molti guardano ad essa come ad una catastrofe incombente sui grassi interessi che la guerra garantisce”.

Non solo i Berlusconi, i La Russa, i G.Ferrara, anche i Prodi, i D’Alema, gli attuali occupatori del Quirinale e di Chigi, dovrebbero meditare i pensieri del guerriero raziocinante Fabio Mini. “La guerra nasce dai pretesti, quasi sempre basati su menzogne. I fautori politici, industriali e militari della guerra si sono inventati pretesti inverosimili per renderla preventiva e interminabile. L’ipocrisia ha reso permanente la guerra cambiandone il nome, agendo sulla pace, sulla democrazia e sulla libertà”.

Monti e Napolitano, diciamo noi, si ostinano a fornire ascari e materiali alle campagne di Obama -costi a ns/ carico- per scongiurare lo scemare delle commesse del Pentagono a Finmeccanica etc, e per non ingrossare i numeri della disoccupazione. Così facendo il primo rinnega la promessa di mettere anche l’equità, cioè l’etica, nell’azione di governo. Il secondo conferma, se mai ce n’era bisogno, il carattere fraudolento di un secolo, quasi, di campagne comuniste “per la pace”. Molto meglio se a smascherare il bellicismo ammantato di democrazia e di Costituzione è un generale di corpo d’armata, invece che un corteo pacifista con striscioni.

Pacomio

PER GRAMSCI GLI AVVERSARI ERANO “STRACCI MESTRUATI”

Un giovane politico professionale, membro di una classe appassionatamente amata dal 2% degli italiani -si chiama Domenico De Santis, responsabile organizzativo Pd Puglia- ha provato giorni fa a rispondere alla domanda, centrale al nostro tempo, “Se Antonio Gramsci fosse nato nel 1982 come me, al posto delle Lettere dal carcere avrebbe forse scritto post su fb, o magari twittato qualche messaggio dal suo profilo?”.

Per chi si galvanizzava alla prospettiva di entrare in un Gramsci nato nel 1982, delusione immediata: “Non so rispondere” scrive a muso duro il gerarca in erba. Però riferisce ammirativamente un paragrafo di Gramsci, scritto sulla crisi della rappresentanza a fascismo appena insediato “Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

Non essendomi mai curato troppo di Gramsci (forse in quanto a lui risale, in piccolo, il settarismo che ha contribuito ad uccidere l’idea comunista nel mondo intero), non sono in grado di valutare il fondamento delle accuse al Gramsci “pedagogo violento e intollerante” del sociologo Alessandro Orsini, di recente pubblicato da “Sette” (Corriere’). Però impressionano; valutate voi: “I documenti dicono che Gramsci, fin quando fu libero di partecipare alla lotta politica, affermò che i giovani militanti di partito dovevano essere educati a chiamare gli avversari politici “porci” e “stracci mestruati”, ed esprimeva il suo giubilo quando i liberali venivano presi a cazzotti in faccia. Il 5 giugno 1920 negò il diritto alla vita degli avversari, affermando che la rivoluzione comunista prevedeva la loro uccisione. Contro i critici della violenza bolscevica era solito riversare una valanga di insulti. Per lui Turati era uomo spregevole. In una lettera a Palmiro Togliatti del maggio 1923 dichiarava di voler distruggere tutto ciò che il riformismo rappresentava. Il 1° settembre 1924 Turati era “un semifascista”. Nei Quaderni, Turati è citato 7 volte con disprezzo immutato. Il 28 agosto 1924 Giacomo Matteotti è definito sprezzantemente ‘un pellegrino del nulla’, per avere sprecato la sua vita politica dietro il riformismo. Gramsci difese energicamente, a proposito della soppressione della libertà di stampa in Russia, quel tipo di società che amava, pur essendo consapevole dell’esistenza della GPU e delle sue funzioni (…) Quando Togliatti ricoprì di fango la figura di Turati, nel giorno della sua morte,si limitò a ripetere quanto Gramsci aveva sempre detto: Turati è un essere ributtante”.

Incalza ancora Orsini: “In una lettera che Gramsci scrive alla moglie (30 dicembre 1929) sull’educazione dei figli, emerge la concezione pedagogica che precede l’arresto: l’educazione al comunismo deve essere basata sulla coercizione. Le menti dei fanciulli devono essere sottoposte a un’autorità esterna anche con la forza e la violenza, se necessario. Il tema dell’educazione torna in una lettera del 27 luglio 1931, quando il figlio Delio stava per compiere sette anni, un’età che Gramsci giudicava decisiva per imprimere l’ideologia comunista nella coscienza del figlio”.

“Gramsci, riassume il sociologo Orsini, accantonò la violenza rivoluzionaria non in quanto negazione del socialismo ma perché, dopo una serie impressionante di sconfitte, era giunto alla conclusione che non poteva essere utilizzata con successo. A questo si riduce la differenza pedagogica tra i due Gramsci: il primo voleva instaurare la dittatura del Partito unico uccidendo gli avversari. Il secondo voleva instaurare la dittatura del Partito unico occupando la mente di migliaia di persone”.

Togliatti -questo lo diciamo noi- confermò l’animus violento e totalitario di Gramsci quando esaltò l’uccisione di Giovanni Gentile, da lui descritto nei termini più insultanti, e ogni altro crimine di tipo gappista. Lenin e Stalin non sono stati affatto soli ad assassinare il comunismo: li hanno aiutati uno stuolo di luogotenenti. Nel nostro paese i sicari migliori furono i gramscisti: i Togliatti, i Longo, i Secchia, i ‘colonnello Valerio’.

A.M.C.

HOLLANDE, PALINGENESI SVOGLIATA

Nella misura in cui la presidenza Sarkozy è stata un’offensiva mercatista/capitalista, Hollande ha qualcosa -non gran cosa- da offrire alla Francia. Però Sarkò non è stato abbastanza offensivo, non abbastanza protervio del capitale e del mercato. Neanche Berlusconi si caratterizzò nel senso delle idee, in compenso compì tali misfatti e mancò tante occasioni che tutto risultò meglio di lui. In Francia un retaggio stomachevole come quello di Arcore è impensabile. Si torna allora alla domanda: che offre Hollande? La sua carriera è povera di insegnamenti e di testimonianze, al di là di un’evidente decency. Ha minacciato di appesantire il prelievo sui ricchi; ma pochi si attendono che lo faccia davvero.

In mancanza di un ‘passato di Hollande’ si usa riandare a Mitterrand. E’ un riferimento un po’ così. Mitterrand è stato l’unico presidente sinistreggiante della Quinta Repubblica, ma non ha deviato la storia nel senso sospirato dalla Gauche. Poté prendere certe iniziative e atteggiamenti in quanto egli prolungava gli anni Trenta. Fu persino giovane commissario per i combattenti del 1940 prigionieri della Wehrmacht. Hollande, fiorito pochi mesi fa, si misura coi temi di settantadue anni dopo, non risulta avere riproposto concetti degli anni Trenta.

Naturalmente il giornalismo ad effetto non ha interesse a rimarcare le differenze tra l’oggi e il 1981, quando Mitterrand riuscì ad atteggiarsi nei modi antichi, e a vincere. Insediatosi all’Eliseo fece un po’ di spavento alle Duecento Famiglie che possedevano la Francia. Però col tempo le Duecento si acconciarono a piccoli sacrifici. Non voltarono le spalle all’Esagono glorioso. Poche settimane fa un capofila del padronato, Serge Dassault editore del Figaro e capo del grande gruppo aeronautico che porta il suo nome (fabbrica i Mirage e i Rafale) ha sentenziato minaccioso “Gli imprenditori che non hanno già abbandonato la Francia per colpa della patrimoniale lo faranno grazie a Hollande. I ricchi danno lavoro, meglio tenerseli. I poveri non creano occupazione”. Peraltro Bernard Arnoult, l’uomo più ricco di Francia, forse d’Europa, in quanto numero Uno del colosso del lusso LVMH, non accenna a fare come nel 1981, quando si rifugiò fisicamente in Florida e ci restò tre anni, tempo per Mitterrand di mitigare i progetti anni Trenta.

Anche la Francia, come l’Italia e l’Occidente intero, avrebbe bisogno di un lavacro, di una palingenesi mossa dagli ideali di una realistica socialità. Ma né Hollande. né alcun Bersani sono credibili come rigeneratori di ideali. La partecipazione al potere, il condominio col denaro a tutti i livelli, gli insegnamenti stessi della modernità inducono i francesi come gli italiani come gli altri a non curarsi degli allineamenti ideologici. Sarebbe diverso se Hollande Bersani eccetera potessero addurre esperienze concrete, fatti. Non possono. Possono vincere delle elezioni, poi le cose che contano restano uguali.

A sentire Serge Dassault, il consorte di Carlà ha già imposto una patrimoniale “che ha fatto fuggire gli imprenditori”. Chi si sente di dare per certo che Hollande farà più del consorte di Carlà? Dire ‘qualcosa di sinistra’ è alla portata di tutti. Attuarlo, di quasi nessuno.

Porfirio

I CEFFI DELLA POLITICA FESTEGGIANO

Sollevati, rinati, visto che le amministrative li hanno sì puniti ma non annientati come qualche tremulo tra loro temeva, i cleptocrati si sono messi d’impegno a fare progetti di contrattacco, recupero e recidiva. Bersani, il discusso Agamennone degli Achei sotto le mura di Troia, ha prenotato per sé palazzo Chigi. Casini apporta ritocchi al camuffamento della sua gang, incerto se aggiungere lineamenti obamiani, hollandiani o democristiani. Alfano attende ordini da Arcore e nel frattempo, per mettere in maschera l’accozzaglia della Libertà, rovista armadi, spogliatoi, camerini di burlesque, scaffali di costumisti. Fini DiPietro Vendola Bossi con Maroni almanaccano, per ora senza successo ma non disperano, qualche idea verrà per travestirsi. E poi coloro che credono nel voto sono di bocca buona, manderanno giù.

In ogni caso, ai Ceffi tornerà il gioco. Ci eravamo illusi, brevemente. Riprenderanno a rubare, a imperversare, a toglierci la gioia di vivere. Mario Monti, l’esperimento dei tecnici, tutto sarà dilavato dalla pioggia elettorale, forse persino senza attendere il 2013. Il Colle l’ha pensata giusta per farla scampare alla Casta: il parafulmine Monti contro i sospetti dei mercati e l’odio del Paese, poi le elezioni per reinsediare i Proci. Nemmeno Monti è uno statista: se lo fosse avrebbe fatto altro. Avrebbe spazzato via i ladri del partitismo, avrebbe tolto loro gli arnesi da scasso. Invece è arrivato a fare grotteschi elogi del ruolo dei partiti. Nel mondo di “’Topolino’” il commissario Basettoni non elogia la banda Bassotti, la ammanetta.

Un po’ illividiti (dimagriti no non avendo mai interrotto la crapula) riavremo senza scampo i Ceffi. Sono quasi infallibili le reti elettorali: catturano i pesci. Sono persino munite di appositi varchi che consentono l’astensione, utile via di fuga e valvola di sfogo. La teologia della democrazia elettorale non offre più un’unica alternativa, votare per il partito avversario. La gente capito ha capito che il partito avversario è parte integrante della stessa casta, allora le si offre l’astensione. In più le si offre la possibilità di votare per candidati vaffa, indignados e Piraten. La medicina di un tempo prescriveva il cavar sangue, il salasso a volte assassino, per gran parte degli stati morbosi. Il salasso di oggi è il non voto o il voto vaffa/Piraten. La cultura popolare ignora la democrazia diretta, opposta a quella delegata. Ignora anche il surrogato elvetico (referendum frequenti perché sia il popolo non i parlamentari a legiferare). Perciò andiamo avanti ad eleggere la banda Bassotti.

Avete presenti quelle Pantere della polizia e quelle Gazzelle dei carabinieri che circolano con le foto segnaletiche incollate sulla plancia? Sono le facce dei ricercati, dei sospetti da tenere d’occhio. Nella Repubblica ideale le Pantere e le Gazzelle viaggerebbero con le foto segnaletiche di ABC Fini DiPietro Vendola Bossi. I volti della nostra classe politica sono i ceffi delle foto segnaletiche. Ad ogni modo, attenti a Quei Due che proteggono i ricercati e i gaglioffi.

Un ultimo, facile presagio. Quando la Casta sarà reinsediata e risarcita dei dispiaceri degli ultimi mesi, come esulteranno le Grandi Firme e i sacerdoti della Costituzione! Quanto loderanno il ritorno della politica, il sovrano primato della demoplutocleptodemocrazia! Salvo a cambiare istantaneamente registro, dette Grandi Firme, il giorno che la pentola a pressione esploderà. Andò così il 26 luglio 1943: zitti e buoni i moschettieri del Duce. Spariti dagli occhielli i distintivi col fascio. Mai indossati, anzi mai esistiti, orbaci, sahariane, semplici camicie nere. Gli italiani, intellettuali compresi, erano accesamente antifascisti da un Ventennio.

Porfirio

25 APRILE 2013, UNA NUOVA LIBERAZIONE

Aggravatasi paurosamente la crisi, inferocitosi l’odio per i partiti, il 25 aprile 2013 l’Uomo di fegato ha preso il potere senza colpo ferire. Ha applicato alla lettera il metodo di Miguel Primo de Rivera, quella volta di novant’anni fa in Spagna: accordi tecnici tra i principali comandanti territoriali, perfetta sincronizzazione degli interventi, niente impiego delle armi, pura e semplice destituzione dei gerarchi e notabili del regime. I più non hanno fiatato, i meno sono stati ospitati in amene località montane.

Il 26 aprile 2013 giornali e teletestate non sono usciti o presentavano vasti spazi vuoti; quelli del giorno successivo inclinavano già a capire le ragioni del Movimento; un altro giorno ancora e le Grandi Firme, i Pensosi Opinionisti e i Testimoni del Tempo, insomma le icone del pensiero democratico, hanno preso ad inneggiare all’Uomo di fegato.

Camusso, Landini e ogni altro leader sindacale sono stati prontamente guadagnati al colpo di stato. Portati subito nella tenda del comando supremo, l’Uomo di fegato ha spiegato loro, libri di storia alla mano, che a partire dal 1923 il capo dei sindacati spagnoli Francisco Largo Caballero -il ‘Lenin spagnolo’, futuro capo del governo repubblicano cioè rosso- fu l’ascoltatissimo consigliere ufficiale di Primo de Rivera: questo perché il Dictador volle essere primo nella storia moderna di Spagna a innovare dalla parte del popolo: case, ospedali, avvio delle pensioni e delle assicurazioni sociali. Nacque allora il Welfare iberico, e in più si attuò un vasto programma di opere pubbliche (strade, canali, ferrovie, persino paradores) che dettero occupazione. Niente scioperi ma parità tra capitale e lavoro in organismi d’arbitrato obbligatorio. Nessuno storico nega il consenso quasi unanime che andò al regime militare nel primo quinquennio, prima che i forti interventi statali ingigantissero il debito, e prima che arrivasse la Grande Depressione.

Messa così, è chiaro che l’Uomo di fegato del 2013 è deciso a correggere la rotta della nave, a cancellare gli eccessi del capitalismo. Per indebolire l’onnipotenza del diritto di proprietà e la prepotenza del mercato ha sospeso anche il Codice civile e ha cassato il concetto del diritto acquisito. Con un decreto entrato in vigore di notte ha espropriato le grandi fortune, mandando in esilio quanti hanno cercato di esportare i capitali. Ha dichiarato di non sapere rilanciare la crescita; pertanto la società andrà riorganizzata nella presunzione della decrescita. Le grandi masse dovranno vivere con un po’ meno, i privilegiati con moltissimo meno. A tutte le famiglie sarà garantito il minimo vitale. Il governo del Dictator ha notificato l’uscita dall’Alleanza occidentale e la rinuncia a tutte le operazioni internazionali, a parte rari e autentici interventi caritatevoli.

Il sistema derivante da queste riforme non sarà fondato sulla libera iniziativa; i suoi parziali lineamenti neo-collettivistici avranno poco in comune con i fallimenti del marxismo. Questi sconvolgimenti non li attueranno i militari dell’Uomo di fegato: troppo impreparati, in ogni caso troppo pochi. Si aprirà l’era della democrazia diretta selettiva, senza più elezioni. Tra i cittadini più qualificati per capacità professionali e meriti civici quali il volontariato, il computer centrale estrarrà una Polis ristretta, per turni non rinnovabili di pochi mesi. Assistiti dai tecnici e dai burocrati, i circa cinquecentomila ‘supercittadini’ saranno decisori e gestori. Mai più politici di mestiere.

Il meccanismo congegnato dall’Uomo di fegato avrà molti difetti, eppure risulterà preferibile a quello, insopportabilmente pessimo, cancellato con le brusche. Lo dimostrerà ad abundantiam l’approvazione del popolo. In Spagna i primi anni della gestione primo riverista furono i migliori tra il crollo del parlamentarismo dei notabili e la Guerra Civile.

l’Ussita

CARI POLITICI, RICICLARVI A SHERPA NON VI SALVERA’

Tambureggiano i moniti ai partiti dei politologi di Palazzo: su come passà a’ nuttata; su come rifarsi la fisionomia perché l’immagine sia migliore della realtà; in definitiva, su come imbrogliare gli elettori in modi nuovi. Angelo Panebianco, politologo onusto di esperienza, ha trovato, per condensare i suoi consigli di trasfigurazione plastica, una formula fulminante: “Non più un Principe ma un utile sherpa”. Farsi sherpa, come non averci pensato prima! Un tocco di genio: non più occupatori di tutto- istituzioni, enti, partecipate, municipalizzate, mano pubblica, Asl, Rai, comunità montane, consorzi, reparti ospedalieri, and so on- bensì umili portatori indigeni, poco più che facchini, per le spedizioni himalayane di pensionati, esodati, co.co.co, precari, etc.

Questo si chiama avere imparato e migliorato la lezione di Machiavelli, di Guicciardini! Questo si chiama prorompere di creatività e di insuperabile made in Italy! “Se si vuole sconfiggere l’antipolitica” ha scandito il Politologo “occorre che i partiti si rassegnino ad un ruolo assai più modesto che in passato”. Quanti dispiaceri avrebbe risparmiato Panebianco ai Sommi cleptocrati, se si fosse ricordato prima dell’Himalaya. Ai cleptocrati sarebbe bastato farsi facchini d’alta quota, e oggi non sarebbero in quarantena, sospettati delle malattie più ripugnanti.

Comunque non è troppo tardi. A partire dal sullodato editoriale Panebianco, si calcoli il tempo per una semplice trasmutazione in sherpa, e sapremo quando comincia la Vita Nuova. Come vuole Panebianco, i gerarchi dismetteranno sahariane, finanziere, marsine e smoking per indossare gli stracci dei portatori himalayani. Nel sistema sconciato della repubblica cara ai politologi tornerà l’euritmia. Le grandi idee sono le più semplici.

C’è anche da meditare il pensiero sapienziale dell’Agamennone degli Achei sotto le mura di Troia, P.L.Bersani: “Se c’è qualcuno che crede di stare al riparo dell’antipolitica, si sbaglia alla grande. Se non la contrastiamo, spazza via tutti”. Ed inoltre: “Abbiamo in giro molti apprendisti stregoni che sollevano un vento cattivo. Siamo nei guai. E’ mancata la correttezza dell’informazione sui rimborsi ai partiti, perché continuano a scendere e arriveranno a 140 milioni nel 2015, il che significa 2,38 euro per ogni italiano. Possiamo ancora scendere, ma un décalage c’è già (…) Il pagamento di 100 milioni (non sono 182? N.d.R.) lo posponiamo. Ma non voglio che il mio paese muoia di demagogia”. In effetti, al primus inter pares tra i caporioni dovremo eterna riconoscenza: ci guarirà della mortale malattia demagogica, e pazienza se resteremo malati di tutti i furti e tutte le menzogne.

 

Tuttavia il 2% di stima ai partiti/ai politici è già un livello di approvazione sufficientemente basso da giustificare l’impeachment di chi pretende che la nostra sia una democrazia rappresentativa. E’ una democrazia sopraffattiva. Resta in piedi per imposizione di una minoranza irrisoria. In uno Stato ideale il 2% giustificherebbe l’immediata destituzione di tutti i detentori di cariche, compresa la prima. Invece nella repubblica dell’usurpazione i cleptocrati perpetueranno il loro potere mascherandosi da sherpa. Infine: indecifrabile il nostro capo dello Stato! A pochi mesi dal primo atto da statista della sua carriera -ha deposto il Pagliaccio, ha imposto Mario Monti, ha di fatto proclamato il fallimento della partitocrazia- lo scorso 25 aprile si è lanciato in un’arringa, focosa secondo la tradizione del foro partenopeo, a difesa dei partiti.

Peraltro il 98% degli abitatori dello Stivale non sembra curarsi dell’arringa. Non più che delle cento precedenti.

A.M.C. 

STORIA DI UN’ECCELLENZA ITALIANA: IL COMMON RAIL

In campo automobilistico il common rail è un sistema di alimentazione montato su motori diesel, ideato e sviluppato dal Gruppo Fiat (Magneti Marelli, CRF ed Elasis), e successivamente industrializzato da Bosch, il cui lancio mondiale per le vetture di serie avvenne nel 1997 con la prima applicazione su Alfa Romeo 156 1.9 e 2.4 JTD. Si tratta di un sistema rivoluzionario nel campo automobilistico che ha portato ai veicoli diesel così come li conosciamo oggi. Per circa due anni è stato un’esclusiva di Fiat, Alfa Romeo e Lancia, di seguito è stato montato sulla totalità dei maggiori gruppi automobilistici.

 

Storia

La storia del Common Rail è una storia molto italiana: nacque infatti dalla necessità di svincolare dalle licenze Bosch la fabbrica di Bari da parte di un gruppo pionieristico diretto dall’ing. F. P. Ausiello, Direttore della Ricerca e Sviluppo Diesel della Marelli, che portò in tre anni, dal 1987 al 1990, alla dimostrazione della fattibilità industriale di questo sistema. Dal 1990 il sistema fu sviluppato dal Dr. Mario Ricco, oggi considerato padre della tecnologia, subentrato, dopo l’intervento della R. Bosch, alla direzione del “Centro Ricerche Alimentazione Motori Elasis” a Bari. Ed infatti, mentre la parte elettronica è stata sviluppata dal Centro Ricerche Fiat di Orbassano e dai centri Magneti Marelli di Torino, l’iniettore, la pompa ed il regolatore di pressione (in pratica il “cuore” del sistema Common rail) sono stati sviluppati proprio dal “Centro Ricerche Alimentazione Motori Elasis” di Bari (centro ricerche del gruppo Fiat). Ed ancora oggi a Bari, nella zona industriale, si trova lo stabilimento della Bosch che produce le pompe ad alta pressione per tutto il mercato europeo.

Nonostante la storia del common rail in campo automobilistico sia relativamente recente motori con lo stesso principio del common rail sono stati utilizzati in passato in ambito sia navale sia ferroviario, sulle locomotive. Il motore Cooper-Bessemer GN-8 (del 1942) è un esempio di motore diesel common rail ad azionamento idraulico, conosciuto anche come common rail modificato. Il principio del motore “Common rail” ad iniezione diretta è stato sviluppato dai ricercatori del politecnico di Zurigo a partire dagli anni trenta ma era inapplicabile sui motori diesel per uso automobiistico, la prima applicazione su autovetture avvenne nel 1997: una pompa, indipendentemente dal regime di rotazione del motore, introduce gasolio all’interno di una condotta (il “common rail” o collettore comune) e genera una pressione all’interno della stessa, che diventa così un accumulatore idraulico, cioè una riserva di combustibile in pressione pronto per essere iniettato nei cilindri. Il gasolio in eccesso (ad alta temperatura) viene rimandato al serbatoio dove si miscela con il gasolio a temperatura ambiente. Nelle prime applicazioni (Alfa Romeo 156 1,9 JTD) questo ricircolo di gasolio caldo nel serbatoio causò problemi di affidabilità legati all’innalzamento della temperatura globale nel circuito carburante con pericoli di degradazione dei componenti di plastica. Nei veicoli di serie il problema fu risolto con una serpentina metallica di raffreddamento posizionata sotto la vettura. Elemento importante nel sistema Common Rail è il filtro del gasolio poiché gli iniettori di ultima generazione sono particolarmente sensibili alle impurità e all’acqua (più che a problemi di infiltrazioni nel serbatoio del gasolio o in fase di rifornimento, è dovuta alla condensazione notturna dell’umidità presente nell’aria, per l’abbassamento della temperatura nel serbatoio). Per ovviare alla presenza di acqua, nella maggior parte dei filtri gasolio sono installati un sistema di separazione dell’acqua e un sensore presenza acqua che ne rileva il superamento del livello di accumulo massimo consentito.

La pre-industrializzazione del sistema “Common rail” è iniziata, nel 1990 dalla collaborazione tra Magneti Marelli, Centro Ricerche Fiat ed Elasis. Dopo lo sviluppo portato avanto dal Gruppo Fiat, il progetto venne ceduto, nell’aprile 1994, alla ditta tedesca Robert Bosch GmbH (sotto pressione della casa automobilistica Mercedes) che si occupò dell’industrializzazione e della commecializzazione. Il 27 giugno 2008 è stata presentata la seconda versione del Common Rail destinata ad auto di cilindrata medio grande ed auto di classe Euro 6.

La Fiat aveva presentato, nel 1986, la prima vettura con motore a ciclo diesel con iniezione diretta, la Fiat Croma TD i.d.; a questa fece poi seguito, nell’ottobre del 1997, l’Alfa Romeo 156 JTD equipaggiata con un motore a ciclo diesel che lavorava con il sistema d’iniezione del combustibile “Common rail”. I motori common rail di tipo MultiJet sono attualmente in uso su tutti i modelli del Fiat Group Automobiles. Tutti gli odierni motori diesel usano il sistema common rail, anche il gruppo VAG, che gradualmente ha dovuto “arrendersi” alla tecnologia di origini italiane, mentre le precedenti generazioni dei motori diesel Volkswagen utilizzano un sistema Iniettore pompa, o PDE, dove ogni iniettore è dotato di una pompa.

 

Struttura e Funzionamento

È caratterizzato dalla presenza di una pompa a bassa pressione con in serie un’ulteriore pompa ad alta pressione, di un condotto comune di accumulo ad alta pressione (da 300 al minimo a oltre 1800 bar a pieno carico) per il combustibile e di iniettori a comando elettronico. In questo modo la gestione della pressione e del tempo di iniezione sono svincolate tra di loro, permettendo grande flessibilità di funzionamento.

Nei precedenti motori ad iniezione diretta una pompa ad alta pressione alimenta dei condotti ad alta pressione fino alle valvole controllate da un albero a camme o agli iniettori ad apertura meccanica che si aprono grazie alla pressione esercitata dal combustibile stesso su un corpo conico che ottura l’orifizio di iniezione e nebulizzazione vincendo così la forza della molla, tarata (tra i 350 e i 450 bar per i grandi motori navali e tra i 750 e i 950 bar nei comuni motori per autotrazione) che lo mantiene in posizione di chiusura. L’apertura e la chiusura degli iniettori sono quindi determinate dalla pressione generata dalla pompa di iniezione.

Il sistema di alimentazione Common Rail è stato battezzato con la sigla di JTD (unijet Turbo Diesel) in casa Fiat, mentre presso gli altri costruttori è stato siglato come CDI presso la Mercedes, HDI presso il Gruppo PSA, DCI presso la Renault ecc.

La pompa ad alta pressione mette il combustibile in pressione (generalmente pochissimi giri consentono già la generazione della pressione massima di funzionamento) e lo trasferisce al condotto comune che funge da serbatoio di accumulo della pressione. La pressione viene regolata grazie ad una valvola controllata elettronicamente in modo da mantenere nel condotto comune, comunemente chiamato “flauto”, la pressione richiesta dalla centralina elettronica.

Il combustibile giunge quindi agli iniettori ed occupa due vani, uno posto al di sopra ed uno al di sotto dell’ago polverizzatore. Le due forze contrastanti si annullano e l’ago resta in posizione di chiusura grazie alla piccola forza applicata da una molla. Il vano superiore, detto camera di comando, ha uno sfogo regolato da una valvola a solenoide o a comando piezoelettrico. Quando la centralina elettronica comanda l’apertura della valvola il vano superiore all’ago si svuota, la pressione presente nel vano inferiore comanda l’apertura dell’ago e inizia il processo di iniezione nella camera di combustione, che finisce solo quando viene interrotto il comando alla valvola e la formazione di pressione nella camera di comando determina la chiusura dell’ago polverizzatore.

In questo modo, grazie alla grande velocità di reazione delle valvole di comando, è possibile ottenere anche più iniezioni per ogni ciclo di lavoro. Si ha quindi una preiniezione, che serve ad innalzare pressione e temperatura nella camera di combustione, una o più iniezioni principali ed anche delle postiniezioni. Grazie alla preiniezione e alla suddivisione dei ratei di mandata principale la pressione nella camera di combustione si innalza in modo più graduale, evitando così la rumorosità di funzionamento tipica dei motori Diesel ad iniezione diretta.

I sistemi common rail riescono quindi a ridurre le rumorosità e gli elevati picchi di pressione ed ottengono una combustione più ordinata, grazie alla quale diminuiscono le emissioni di gas incombusti ed i consumi (circa il 15%) e si ha un sensibile aumento delle prestazioni (circa il 12%). Si hanno inoltre postiniezioni che fanno parte delle strategie antinquinamento. Il sistema di preiniezione rende il common rail molto più simile ai motori ad accensione comandata (i comuni motori a benzina) che ad un tradizionale motore ad accensione spontanea (motore diesel).

I motori più sofisticati, in alcuni casi anche grazie agli iniettori piezoelettrici, possono effettuare fino a otto iniezioni per ciclo. Appartengono a questa famiglia i motori Fiat Multijet. I precedenti JTD (uniJet Turbo Diesel), invece, avevano solo due iniezioni: quella principale e la preiniezione.

GERMANIA NEL MIRINO SENZA PUDORE

Il mondo va spesso a mode e adesso dilaga quella di prendersela con la Germania. Cosa, beninteso, del tutto legittima (come pure va di moda dire oggi, anche nei casi più inverosimili); nessuno è perfetto, errare è umano, e così via. Cosa, peraltro, forse un po’ troppo facile perché male che vada si può sempre tirare in ballo il nazismo, l’Olocausto, ecc., per cui prendere le difese dei tedeschi, invocando un diritto che spetta a tutti, rischia di esporre il temerario all’accusa di antisemitismo o, quando si tratti di un italiano, di intelligenza col nemico secolare. Ma è proprio sul caso italiano che, essendo italiani, ci si deve soffermare, tenendo presente che altrove il fenomeno si presenta nelle forme e dosi più diverse, tra greci che dipingono Angela Merkel come un Hitler alla riscossa e americani che si accontentano di sollecitare i tedeschi, magari ruvidamente, a preoccuparsi meno dell’inflazione e dei debiti e più della crescita, propria e soprattutto altrui.

Il caso italiano, diciamolo subito, è francamente scandaloso. Anche da noi si contesta sempre più diffusamente e vivacemente per gli stessi motivi l’attuale gestione della crisi economico-finanziaria europea e in particolare dell’eurozona da parte del governo di Berlino. Non lo fa naturalmente il governo Monti, semmai accusato di essere troppo succube dei voleri teutonici o quanto meno troppo timido nel far valere contro di essi i nostri più o meno sacrosanti interessi e ragioni. Ma lo fanno in misura crescente ormai quasi tutte le forze politiche, che pur sostenendo formalmente il governo Monti trovano comodo criticarlo, pressarlo e condizionarlo accomunandolo a vari effetti a quello tedesco. E lo fanno ormai quasi coralmente i media, compresa la grande stampa.

Non più, cioè, soltanto quella vicina (altro eufemismo in voga) al precedente governo e perciò scatenata da molti mesi a denunciare il diktat o tresca di confezione o ispirazione alemanna che avrebbe provocato la caduta di Berlusconi, aliena dal perdonare i pubblici dileggi cui il cavaliere di Arcore venne sottoposto dalla Merkel duettando con l’altrettanto reietto Sarkozy e più che mai protesa ad accreditare responsabilità straniere per la situazione in cui era precipitata e tuttora versa l’Italia, in modo da scagionare per quanto possibile i governi nazionali precedenti, ex officio responsabili pro quota, e in particolare quindi quelli capeggiati dal suddetto cavaliere. Al coro tendono infatti ad unirsi anche i giornali di maggiore tiratura e prestigio, inclusi quelli non politicamente e ideologicamente schierati.

Ultimo ad alzare la voce è stato il “Sole 24 ore”, sul quale, il 17 maggio, Carlo Bastasin, ha aspramente criticato la Merkel diffidandola dal giocare d’azzardo con la Grecia e dando per scontato che il distacco di questa dall’euro sarebbe una sciagura non solo per essa ma per l’intera Europa. Un presupposto, come si sa, fors’anche giusto ma tutt’altro che unanimemente condiviso ad ogni livello. Ben più in là si era tuttavia spinto, prima ancora che la crisi ellenica precipitasse, il “Corriere della sera”. C’era da aspettarsi qualcosa da Piero Ostellino, che il 5 maggio, nella sua rubrica intitolata alquanto impropriamente “Il dubbio” (visto che il titolare professa in realtà le più incrollabili certezze), ha sparato a zero sul governo Monti, incolpato di “totale disprezzo dei diritti dei cittadini”, dispotismo e autoritarismo, distruzione in corso “di quel poco che c’era di democrazia liberale” e inclinazione verso un “fascismo di popolo”, il tutto con il sostegno dei media ovvero di un “neoMinculpop” per il quale anche il nuovo “Duce ha sempre ragione”.

La filippica dell’Ultimo Liberale (“sono rimasto il solo a dirlo”) ha sollevato l’entusiasmo del “Giornale” già di Montanelli (oppure di “Libero”, non ricordo bene, ma fa lo stesso), che ha anzi rimproverato al direttore del “Corriere” di averle negato il dovuto rilievo relegandola a pag. 58. Il buon De Bortoli è subito corso ai ripari, e così Ostellino ha sfoderato una seconda tirata (9 maggio), stavolta con la dignità dell’editoriale e prendendo di mira in prima battuta il neo presidente francese François Hollande, reo di parlare una “lingua di legno” propria del defunto socialismo reale. Ma è solo lo spunto per tornare a sparare sull’ “amico” Mario Monti, “cattolico-liberale” e “persona intellettualmente onesta” (così nell’articolo precedente), epperò traviato anche lui da una “vecchia cultura politica collettivistica e corporativa”, ferma al “carattere antagonistico della società”, che si trova riflessa tra l’altro in quell’articolo della nostra Costituzione che, orrore degli orrori, “definisce (ancora) il lavoro ‘un diritto’”.

Verosimilmente incluso anche lui nella categoria dei “nostri intellettuali…tanto incolti quanto politicamente vecchi” da non sapersi liberare da simili handicap, il professor Monti insiste tuttavia a coltivare un sogno, continua il pasdaran del liberalismo. E sapete quale? Qui veniamo finalmente al punto. Il sogno sarebbe quello di applicare all’Italia il modello tedesco incarnato dalla Merkel e imperniato sul rigore, che significa tenere i conti dello Stato in ordine, e sull’economia sociale di mercato. La quale poi non sarebbe altro che una riedizione del suo precedente bismarckiano nonchè “la versione, oggi pacifica, del nazionalismo e delle ambizioni egemoniche europee della Germania che, in passato, si erano tradotti in militarismo e avevano generato tre guerre”.

E ce n’è ancora, anzi tanto da far valere la pena di citare per esteso, a beneficio dei molti connazionali che non leggono i giornali e preferiscono la rete: “Nella Germania d’oggi, lo Stato è il direttore e, al tempo stesso, uno degli attori di una società fondamentalmente organicista, dove ogni tassello si incastra nell’altro; i sindacati non sono antagonisti, ma collaborano col mondo della produzione alla stabilità sociale e allo sviluppo economico, le banche operano in sintonia con i sindacati e il mondo della produzione, la popolazione tiene disciplinatamente il passo. Un caso unico”.Caso unico davvero, ma è quello, al limite anche clinico, dell’autore di un simile brano.

A sentir lui, l’odierna Germania, in attesa di vedere il proprio esempio seguito dall’Italia di Monti, sembra avere adottato su scala molto più vasta e con ben maggiore profitto il modello del Portogallo salazarista ovvero edificato con metodi meno drastici un sistema affine a quello dell’Italia di Mussolini se non addirittura della Russia di Stalin. Un nuovo miracolo tedesco, insomma, ben più straordinario di quello che, come generalmente si riteneva finora, ha consentito alla Germania post-nazista di dotarsi di un sistema democratico solido e funzionale, in cui il predominio dei partiti maggiori che si contendono il governo non impedisce che la dialettica politica sia arricchita dalla periodica comparsa di forze nuove espresse spontaneamente dalla società e capaci di conseguire successi non sempre effimeri. E, naturalmente, ha consentito altresì di creare un sistema economico in grado di assicurare una relativa prosperità nazionale ed equità sociale nonché di resistere meglio degli altri agli urti delle crisi di provenienza esterna.

Se qualcosa dello spirito di caserma prussiano poteva ancora ritrovarsi nella politica economico-sociale dei tempi di Bismarck, quel tanto di militarismo che minacciava di rinascere dopo la disfatta del Terzo Reich è probabilmente svanito con la fine della guerra fredda e la scomparsa dalla scena tedesca di un personaggio un po’ inquietante come il leader bavarese Franz Josef Strauss. Che la governassero i “neri” o i “rossi” la Germania pur rafforzata ed emancipata dalla riunificazione partecipa tuttora a numerose missioni militari più o meno di pace all’estero, Afghanistan compreso, ma si è dissociata dalla seconda invasione dell’Irak e dall’attacco alla Libia. Fino a pochi anni fa si parlava di lei, spesso e volentieri anche in Italia, come di un “gigante economico” ma “nano politico”, quasi incoraggiandola a farsi valere di più. Gli sviluppi dell’integrazione europea nell’ultimo ventennio l’hanno vista piuttosto trainata da altri che in un ruolo propulsivo. Più attratta come in passato da una pur pacifica, oggi, “marcia verso est”, si lasciò convincere solo a fatica a sacrificare il suo florido marco per aderire al salto nel buio dell’euro.
Con l’euro ora in crisi e Berlino ferma e dura sul “rigore” per uscirne, tra i tanti che dissentono gli italiani, in particolare, non esitano a strafare (e magari a straparlare, come nel caso di Ostellino) dipingendo un’immagine di comodo occasionale della Germania in contrasto insuperabile con la realtà. Sempre sul “Corriere” (15 maggio) anche un osservatore acuto come Antonio Polito si mostra troppo frettoloso nel minimizzare il recente voto nella Nord Renania-Vestfalia, come aveva già fatto il giorno prima Franco Venturini, ed escludere che i socialdemocratici, se tornassero in qualche modo al governo in sede federale, si comporterebbero diversamente da Frau Merkel.

E’ vero che fu proprio l’ex cancelliere Schroeder, con le sue riforme di tipo blairista del 2005, a portare il paese fuori da una fase critica inaugurando la linea portata avanti e difesa oggi dalla leader della CDU. L’uomo che insieme a Chirac disse “no” a G.W. Bush è però uscito ormai di scena dedicandosi a curare i rapporti d’affari con Putin e la SPD è passata in altre mani, rischiando prima di sprofondare nel declino ma risollevandosi ben presto con una serie di successi in sede regionale. I quali, di per sé, non preludono necessariamente ad una rivincita nelle prossime elezioni federali ma col concorso delle attuali circostanze le promettono di presentarvisi con chances in continuo miglioramento. Il tutto all’insegna di una correzione di rotta verso sinistra segnalata, ad esempio, col proporre un’imposta del 49% sui redditi superiori a 100 mila euro, ben più pesante del 75% su oltre un milione promesso o minacciato da Hollande in Francia.

In Renania-Vestfalia, d’altronde, i socialdemocratici hanno trionfato sì grazie alla popolarità del ministro-presidente Hannelore Kraft, che secondo i sondaggi potrebbe battere nettamente la Merkel se si candidasse al cancellierato, ma al tempo stesso malgrado il fatto che il Land più popoloso della Repubblica federale sia anche il più fortemente indebitato, ancorché a causa di una costosa quanto profonda ed esemplare trasformazione da mastodontico polo industriale, la mitica Ruhr, a battistrada delle produzioni ecosostenibili e del recupero agricolo. In ogni caso, il dopo voto potrebbe rivedere a Berlino una “grande coalizione” tra i due partiti maggiori, già sperimentata un paio di volte per fronteggiare temporanee situazioni di emergenza o comunque delicate, aventi poco in comune, ad ogni buon conto, con la sua versione improvvisata e scalcagnata che a Roma sostiene a suo modo il governo tecnico.

Se dunque è del tutto fuori luogo identificare il governo Merkel con uno stabile modello Germania, per di più radicato in un passato anche molto lontano, va aggiunto che la stessa gestione Merkel di questo presunto o travisato modello non sembra condannata alla più inflessibile continuità. In attesa, mentre scriviamo, di vedere l’esito del confronto in corso tra le posizioni tedesche e quelle dei soci, alleati e amici della Germania, si direbbe che tenda ad andare incontro ad essi già il cospicuo aumento dei salari ottenuto dopo molti anni dal potente sindacato IG-Metall con l’approvazione del governo e il conseguente effetto stimolante sulla domanda interna. Senza peraltro dimenticare, infine, che la linea Merkel deve fare i conti anche con correnti interne al suo partito inclini ad una durezza ancora maggiore nei confronti della porzione più debole dell’eurozona (come del resto i suoi più “virtuosi” membri centro-settentrionali) al punto da far temere possibili secessioni e nuove confluenze a destra. La SPD, intanto, si mostra ostile anch’essa agli eurobonds ma non ad altre misure a favore della crescita comportanti consistenti impegni finanziari.

Premesso tutto quanto sopra, resta da annotare che almeno sul tema Germania Ostellino non ha sofferto o goduto la solitudine neppure sulle pagine del primo o secondo giornale italiano. A distanza di quattro giorni gli è giunto alquanto inopinatamente di rincalzo Ernesto Galli della Loggia, non nuovo ad improvvise e sconcertanti illuminazioni ma generalmente non condizionato da idee fisse. L’autorevole cattedratico riconosce, bontà sua, che “il carattere assolutamente pacifico della Germania odierna non può essere messo in dubbio” e che quindi non si deve temere che essa scateni per la terza volta un conflitto mondiale pur di soggiogare l’Europa. Si spinge tuttavia anche più in là del collega giornalista partendo da due presupposti: che essa sia “destinata da oltre un secolo ad un ruolo virtualmente egemonico in Europa”, e passi; e che questo ruolo “negli ultimi venti anni si è manifestato in una germanizzazione di fatto della costruzione europea…culminata nell’adozione dell’euro”, il che, come già accennato, suona per lo meno esagerato ma diciamo pure storicamente inesatto.
Altrettanto inesatto è asserire, poi, che sia stata la Germania a fornire all’Unione europea “la sua politica economica di fondo, il suo impianto ideologico, i suoi paradigmi sociali e culturali” e persino il “suo insopportabile politicamente corretto”; significa, come minimo, ignorare il ruolo sotto molti aspetti e in varie fasi determinante della Francia e anche quello di membri minori della comunità in particolare del Nordeuropa. Non è possibile, perciò, sostenere che “la macchina di Bruxelles è sostanzialmente una macchina tedesca”, benchè ne sia “evidentemente nulla più che un simbolo” quella cancelliera Merkel contro la quale si vota oggi in modo massiccio a Parigi come ad Atene e a Palermo.

Ora questa pressocchè generale rivolta, afferma o lascia intendere Galli della Loggia, avviene, da un lato, perché comunque sotto la guida della Merkel la Germania sembra tentata di imporre la propria supremazia in Europa non più con la forza delle armi, come in passato, bensì con quella della sua preponderanza economico-finanziaria, costringendo i suoi soci della UE e in particolare dell’eurozona ad accettare le sue ricette per il superamento della crisi in atto. Ma la sua tentazione e i conseguenti sforzi sono destinati a fallire, sembra prevedere ed auspicare il Nostro, anche perché la Germania ci offre un tipo di egemonia che ha ben poco di affascinante, perché a differenza di quella americana (forte di una way of life, egli ricorda, resa gradevolmente “ariosa” dalla gomma da masticare, dalla Coca Cola e dai jeans) non ha nulla (con buona pace di Mario Monti) che faccia sognare, alimenti l’eterna illusione, vada incontro alle esigenze dell’individuo e della sua libertà, “i due massimi valori dei tempi moderni”.

Al contrario, e qui Galli della Loggia ricalca e integra il discorso di Ostellino, il modello tedesco si lega “con l’intrinseco antiindividualismo, con l’idea e l’immagine pesanti di organizzazione e autorità che emanano…dall’immagine” del paese, con “il rapporto non certo semplice, e tanto meno limpido con la libertà e i suoi istituti che storicamente ha avuto la Germania”. Un modello che ai giovani europei offre “solo” le “opportunità del mercato del lavoro” oltre allo “smagliante panorama urbano di Berlino”, e all’intero continente soltanto “burocrazia, convegni, vertici e tenuta in ordine dei conti”. Insomma un’Europa tedesca sarebbe “vuota e ripiegata su se stessa”, fatta di gente “che quando la sera si addormenta l’unico pensiero che può permettersi è quello sullo spread che l’attende l’indomani”.

Vale la pena di confutare dettagliatamente simili affermazioni? In qualche misura l’ho già fatto, e per il resto mi sembra sufficiente osservare che l’intero discorso, benchè così alato, non si chiude per caso menzionando lo spread. Tutto nasce infatti, in ultima analisi, dal rifiuto tedesco sinora fermo (ma come già accennato le cose potrebbero anche cambiare tra breve, se non stanno già cambiando) di sborsare del proprio oltre un certo limite per far quadrare i conti di paesi renitenti o riluttanti a sobbarcarsi ai necessari sacrifici e a prestare le necessarie garanzie anche per i loro comportamenti futuri. Fino a qualche mese fa nessuno o quasi si sarebbe avventurato a descrivere l’odierna Germania nei termini di cui sopra, né dopo la sua riunificazione né prima, quando si esaltava quella occidentale come “vetrina” del benessere ma anche modello di libertà e democrazia nonché solido baluardo contro il vicino e minaccioso “impero del male”. Al massimo qualcuno ironizzava, piuttosto bonariamente ancorché cinicamente, sulla preferibilità che le Germanie rimanessero due.
Se ora molti alzano la voce, ci sarebbe poco o nulla da obiettare se si limitassero a criticare sotto il profilo tecnico, ma anche politico e se si vuole persino morale, le posizioni tedesche sui temi attualmente più scottanti facendo del loro meglio per modificarle. Anche Berlino ha le sue responsabilità, le sue colpe attuali o passate, che può essere persino doveroso rinfacciarle. Come è stato fatto, ad esempio, riguardo alle scappatoie con cui tedeschi e francesi, forti del loro maggiore peso a Bruxelles, si sono impunemente sottratti qualche anno fa dall’obbligo comunitario di non superare i prescritti limiti di deficit dei loro bilanci. O come invece non è stato fatto abbastanza, che si sappia, riguardo alla semiimposizione alla Grecia già avviata verso il default di acquistare copioso e costoso materiale bellico di produzione tedesca.

Ma spingersi fino a demonizzare in blocco e gratuitamente la Germania e chi la rappresenta per raggiungere lo scopo è, oltre che insensato e indecoroso, anche inutile e semmai pericoloso. Da un lato, infatti, è molto improbabile che anatemi e denigrazioni servano di per sè a smuovere la potenza più o meno fatalmente egemone in Europa e peraltro visibilmente in grado di raccogliere e conservare intorno a sé un buon numero di paesi associati e alleati, checchè ne pensi Galli della Loggia. Dall’altro servono sicuramente a deteriorare il clima già pesante nel quale già si svolge il dibattito sulla problematica continentale e a rendere più arduo il compito di promuovere un’ulteriore integrazione europea o quanto meno salvaguardare i risultati già raggiunti, in un contesto planetario nel quale il vecchio continente nel suo complesso tende a contare sempre meno.
Infine, si deve tornare a sottolineare il carattere particolarmente scandaloso del caso italiano. Si possono capire entro certi limiti i greci, cittadini di un paese relativamente piccolo e povero che lo spettro incombente della rovina e della fame spinge a bollare come un mostro lo straniero egoista e spietato che lesina o addirittura nega la solidarietà. Tanto più che, se i discendenti (lontanini) di Pericle e Aristotele ci hanno messo parecchio del loro, e in varia forma, per ridursi sul lastrico, la bufera che li sta travolgendo è arrivata davvero da fuori, benchè non dall’Europa ma da oltre oceano.

L’Italia però non è la Grecia, come si ripete fin troppo spesso da più parti pur non completando il discorso come si dovrebbe. Le sue condizioni attuali, per quanto non rosee, sono ancora assai meno allarmanti. Resta comunque uno dei paesi più benestanti del pianeta col PIL tra i primi dieci, la seconda potenza industriale in Europa davanti a chi ha inventato l’industria (Gran Bretagna) e al colosso che l’aveva sviluppata a furia di tremendi piani quinquennali (la Russia ex sovietica). La sua crisi viene tuttavia da lontano, già preparata dall’accumularsi di un enorme debito pubblico e maturata prima dell’esplosione del credit crunch americano: la stagnazione della sua economia, senza uguali nell’Unione europea, è ormai ultradecennale.
Soprattutto, l’Italia è oberata da una micidiale miscela di corruzione, evasione fiscale e criminalità organizzata che Stato e classe politica hanno finora combattuto, o finto di combattere, con governi effimeri o paralizzati dalle faide e dalla pusillanimità e con un apparato giudiziario operante in tempi biblici per mancanza di mezzi, sperperando nel contempo le risorse sempre più scarse con elargizioni ai partiti (anche deceduti) di munifiche sovvenzioni saccheggiate senza che nessuno se ne accorga e lasciando invece inutilizzati fondi altrettanto ingenti per lo sviluppo messi a disposizione da Bruxelles.

Il rigore ad oltranza e la miope avarizia vengono ormai vivamente deplorati nella stessa Germania, e non solo da Atene, da personaggi illustri quali Günther Grass e Joschka Fischer. Che da un paese come l’Italia si possano lanciare al loro indirizzo bordate e anatemi come quelli citati a cuore così impudicamente leggero si stenta quasi a credere, e costituisce forse un ennesimo e certo non gaudioso mistero dell’anima nazionale.

Franco Soglian

LA STORIA RECENTE DELLA FRANCIA, ANCHE PEGGIO DELLA NOSTRA

Cominciammo, in età moderna, a sentirci sovrastati dalla Francia prima ancora che un generale ventisettenne figlio di toscani vincesse la campagna d’Italia. A Napoli tre patrioti si fecero impiccare nel 1794 per aver tentato di anticipare (di cinque anni) una repubblica giacobina satellite di quella francese. Un ventennio dopo, la dominazione francese finisce con la Waterloo dell’oriundo toscano, ma tra il trattato di Plombières (1858) e la deposizione di Napoleone III l’Italia deve soprattutto a Parigi la propria unificazione. Nel 1870 Vittorio Emanuele II tenta di pagare il debito di riconoscenza accorrendo in aiuto della Francia, ma viene saggiamente impedito da consiglieri e ministri.

Nei quarantacinque anni che seguono, il nostro rapporto con la Francia è quello tra parenti-serpenti. Se nel 1915 entriamo in guerra a fianco di Parigi (e Londra) è per la canagliata stupida di Salandra, Sonnino ed altri (secondo loro i massacri sul Carso ci frutterebbero più che la neutralità; laddove la Spagna fa affari d’oro restando fuori del conflitto). Nel 194O il Duce corona la sua gallofobia pugnalando alla schiena la Francia. Non basterà il Trattato di Roma e la nascita dell’Europa a ridurre il divario di status tra Parigi e Roma.

Oggi facciamo bene a guardare con dovuta riverenza all’Eliseo, dove si insedia un nuovo monarca quinquennale. Sappiamo che per male che vada riuscirà a gestire la Francia, grazie alla liquidazione del parlamentarismo quartarepubblicano attuata da Charles De Gaulle. Tuttavia non dovremmo dimenticare che, mentre abbiamo cento ragioni per arrossire della nostra storia contemporanea, anche i francesi hanno alle spalle un secolo e mezzo di fallimenti e di errori. Lo “Spezzeremo le reni alla Grecia” di Mussolini non fu più velleitario e ridicolo che la dichiarazione di guerra di Parigi alla Prussia di Bismarck, voluta per vanagloria da cortigiani e ministri di Napoleone III, più che dal loro sovrano. La premessa era che la “piccola” Prussia non fosse temibile; e invece le furono sufficienti due giornate campali per azzerare la capacità bellica del Secondo Impero. Seguì una Terza Repubblica sorprendentemente vitale e prospera, ma la vittoria del 1918 esigette prezzi micidiali: non solo un milione e mezzo di morti francesi, ma un’estenuazione complessiva, materiale, morale e demografica, talmente grave che al successivo, fatale confronto bellico, nel 1940, la sconfitta fu fulminea come nel 1870, però più catastrofica. Fu la sconfitta più umiliante della storia.

Lo sfruttamento della vittoria nel 1919 fu il campo su cui l’azione internazionale di Parigi commise gli sbagli più gravi, tali da offuscare durevolmente molte glorie nazionali. Si veda l’oltranzismo alla conferenza di Versailles. La Francia, oltre ad addossare alla Germania tutta le responsabilità -che invece condivideva alla pari- della Grande Guerra, e a pretendere che Berlino pagasse riparazioni spropositate, tentò anche di annettere territori renani, poi di farli secedere dalla Germania perché diventassero un proprio satellite. In più il Quai d’Orsay, assecondato da un bislacco presidente Woodrow Wilson, credette di realizzare il proprio capolavoro inventando o ingigantendo a est-sudest della Germania una collana di Stati funzionalmente antitedeschi -Polonia, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Romania- ipoteticamente capaci di impegnare le armate tedesche su campi di battaglia lontani dalla Francia. Al momento della prova ciascuno degli Stati antitedeschi sarà cancellato in pochi giorni. In più, il “trionfo” della Francia a Versailles fu il principale dei fattori che determinarono l’avvento di Hitler, dunque quel secondo conflitto mondiale che annientò la Francia. Tecnicamente le feluche francesi furono, se possibile, più insipienti e fatue delle nostre.

Crollato il Terzo Reich, Parigi credette di ritrovare potenza e prosperità nel suo smisurato impero coloniale, secondo solo a quello britannico; ma si scontrò subito col nazionalismo dei paesi assoggettati. L’8 maggio 1945, quando la Madrepatria festeggiava l’implausibile ‘vittoria’ su Hitler, a Costantina le forze francesi soffocavano il primo tentativo insurrezionale dell’Algeria: 15 mila morti. Cominciava lì la quarta delle guerre sbagliate della Francia (1870, 1914, 1939, 1945), la guerra per tenere l’impero coi cannoni. Nella stessa primavera del ’45 De Gaulle prova a mandare un corpo di spedizione che riprenda Siria e Libano; è costretto a ritirarlo sotto la minaccia dell’VIII armata britannica. Seguono nel 1947-48 la cruda repressione in Madagascar, poi la rovinosa impresa d’Indocina, finita per la Francia col disastro di Dien Bien Phu, per gli USA nella vergogna del Vietnam. Infine venne la tragedia algerina.

Gli italiani, i tedeschi, i giapponesi, i britannici (vincendo nel 1945 si sono ritrovati nazione di second’ordine, satellite diretto di Washington), i sovietici, gli americani (costretti da settant’anni a fare guerre e, tranne quella da essi cercata nel 1941, a perderle) abbiamo tutti una storia di cui vergognarci. Ma anche i francesi hanno proprie onte da lavare, cattivi ricordi da rimuovere. Con la coraggiosa intesa franco-germanica cominciò De Gaulle a redimere la Francia da un ottantennio di umiliazioni ed errori. Forse sarà Hollande a ritrovare, abbandonando certi aspetti della diplomazia sarkosista, la saggezza di quel suo predecessore col kepì, che nel 1958 si fece “re” della Francia, ma seppe, al di là delle apparenze, della force de frappe, del Mirage eccetera, non prendere alla lettera la grandeur.

A.M.Calderazzi

IL PAESE HA SBARAGLIATO LA CLASSE POLITICA

E’ accertato, è passato in giudicato, che dal 1945 i partiti hanno derubato il Paese in una molteplicità di modi, una parte dei quali legali. Hanno commesso innumerevoli reati, a valle dei quali si sono assegnati un finanziamento pubblico incostituzionale. Nessuno più contesta che la partitocrazia si è trattata al decuplo del ragionevole. 67 anni dalla cattura del potere sono stati un’ininterrotta grassazione, per di più crescente se è vero, come usiamo dire, che per andare a Washington a firmare trattati, Alcide De Gasperi si fece prestare il cappotto.

Concesso che, a un decimo di quanto ha erogato legalmente, la collettività aveva qualche obbligo verso la politica, risulta che tutto il resto -nove decimi- è stato un furto, che si è aggiunto a tutto l’illegale: tangenti, corruzione, presidenze, stipendi, consulenze, appalti. Coloro che hanno perpretato tutto ciò, perché non dovrebbero essere processati, tutti insieme compresi i Sommi, come a Norimberga? Si dirà, a Norimberga il vincitore ha imposto la sua giustizia. E il popolo italiano non è forse trionfatore morale sui suoi nemici, i politici? Chi può negare il significato di quel vero e proprio controplebiscito che è “il 2% ama i partiti”? Da quanto sopra discende che il finanziamento della politica, a un livello nove volte inferiore all’attuale, non dovrebbe riprendere se non dopo che il rapinato fosse stato restituito. Risarcire prima di osare richiedere. Discorso utopico, naturalmente. Il XXI secolo scorrerebbe via intero prima che la classe politica risarcisse.

Tuttavia sostenere che la politica è obbligatoria, e che sostenerne il costo è dovere dei cittadini, è pura gagliofferia. Per definizione, l’attività dei politici non è mai a beneficio del Paese. Per quello che danno, un decimo di quanto ricevono è sufficiente. Il di più è furto. Gli opinionisti dei grandi media sostengono il contrario perché sono soci e mezzadri dei politici. Se stanotte Kemal Ataturk si impadronisse del potere, tempo una settimana gli opinionisti dei grandi media inneggerebbero a Kemal Ataturk e vilipenderebbero (questa volta giustamente) la democrazia liberale. Ma il ragionamento varrebbe anche se Ataturk si chiamasse Giuseppe Bottai e portasse il kepì della Legion.

L’Italia che il 25 luglio 1943 tripudiò era stata compattamente fascista, e a certe condizioni lo ritornerebbe. Non avesse fatto la guerra nel 1940, il Regime sarebbe durato molto a lungo. Probabilmente più del franchismo, che pure aveva fatto scorrere tanto più sangue fraterno, ma che nel 1975, alla morte di Franco, si ritrovò con un paese piuttosto povero di veri antifranchisti. Ripetiamo: ad ogni 25 luglio/aprile lo Stivale finge di celebrare una propria vocazione democratica. Ma prima che cominciassero i rovesci in Grecia e in Africa, lo Stivale era fascista. I maitres à penser di oggi davano fama e onore ai Littoriali.

Porfirio

ROMNEY ORCO RAGIONEVOLE

Premessa. Obama si era fatto eleggere come un mezzo uomo di pace, dopo le furie guerresche di Bush&Cheney; poi ha scatenato il surge e soprattutto, senza farsi turbare dai costi in vite afghane e pakistane, ha moltiplicato i lanci di drones. Ancora una volta si confermano inattendibili le promesse elettorali degli aspiranti alla Casa Bianca. Nella campagna del 1940 Franklin Delano Roosevelt si impegnò con gli americani “non manderò a combattere i vostri figli”, nei giorni stessi in cui saldava le intese di collaborazione bellica con Winston Churchill, e in cui metteva a punto gli ultimatum e gli embargo contro il Giappone che tutti sapevano avrebbero reso certa la guerra. Perciò impegnarsi un granché a seguire le campagne per la Casa Bianca è fatica sprecata. Chi non si è impegnato come chi scrive non sa se Mitt Romney ha una vera chance d’essere eletto. Ma se la avesse, che dovremmo attenderci?

“I want to make everybody richer. I don’t want to make the few rich poorer and make everyone else poorer at the same time”. A chi pensi l’esatto contrario, non solo quanto al trattamento dei troppo ricchi, anche alla seduzione degli everybody con la prospettiva della ricchezza, uno statement come questo dovrebbe fare di Romney l’Orco assoluto. E invece, attardandosi un poco sul Romney-pensiero, si ricavano elementi per restare abbastanza distaccati, per non fare un dramma per un’eventuale vittoria del Ricco che vuole fare ricchi tutti. Mitt non è l’Orco assoluto. E’ un average hopeful, bugiardo quanto basta ma nemmeno troppo. Infatti su questo o quel punto altri concorrenti alla candidatura repubblicana sono più duri del Nostro. Dopo tutto fece per 30 mesi il missionario-attivista mormone in Europa; non dovrebbe comportarsi in modi efferati. Nato nel 1947, figlio di un governatore, ha governato il Massachusetts e ha presieduto l’organizzazione delle Olimpiadi d’inverno a Salt Lake City 2002. Come finanziere ha avuto molto successo.

“I want to makeAmericathe most attractive place in the world for enterprise” è il progetto di Romney, laddove “the business leaders I talk to feel they are being attacked by their own President”. Secondo il Nostro gli attacchi consistono nelle tasse e nelle politiche regolatorie di Washington. La minaccia più grave alla prosperità americana non viene per il Nostro dall’indebitamento, dall’ascesa della Cina, dalla crisi immobiliare, dalle spese folli del Welfare europeo, Viene da “a government that is overbearing, intrusive and demanding”. Questo Stato federale non è dannoso solo in quanto gestito dal welfarista e spendaccione Obama: per esempio Mitt denuncia una legge non amica delle corporations che reca la firma del presidente G.A.Bush, legge che “incentiva le aziende ad espatriare”.

Tra i programmi parasocialisti che il ricco mormone, brillantemente laureato a Harvard, combatterà se eletto c’è naturalmente Obamacare, che allarga alquanto la copertura sanitaria della popolazione; inoltre eliminerà gli ostacoli alle ricerche di idrocarburi. Le tasse sì, cercherà di abbassarle a favore degli alti redditi che a suo parere alimentano gli investimenti produttivi, ma più in là, non subito come promettono altri candidati repubblicani. Romney sottolinea che vuole lavoorare a favore della classe media, non del top 1%. Precisa che i divari tra i redditi non lo turbano; invece vuole arricchire i meno ricchi. “I don’t want to make the few rich poorer”. Non nega che le aliquote attuali favoriscono la fascia alta: con Bush l’aliquota massima, che nella fase 1950-63 aveva superato il 90%, scese al 35%.

Commento di un giornale statunitense: “Romney was a stellar operator as head of the Salt Lake City Olympics. But if he wins, he’ll face a painful lesson: there is no substituting for demand. You can take the shackles off of businesses. But if they can’t sell the stuff, why should they produce any more or hire anybody? Presidents can’t make businesses sell or customers buy”. Se lezioni del genere saranno abbastanza perentorie, l’ipotetico presidente Romney accantonerà i propositi più ambiziosi e governerà più o meno come gli altri, Obama incluso. Difficilmente il ricco Mormone farà l’Orco vero.

Jone

LA FANTASCIENZA IN AIUTO DELLA SCIENZA

Forse soprattutto negli Stati Uniti e in Giappone gli scienziati sono affascinati dalla prospettiva di sfruttare l’energia solare in termini più avveniristici di quelli attuali, pur abbastanza avanzati. Il settore fotovoltaico è già una realtà imponente, però ha le sue limitazioni: il tempo piovoso o coperto, il buio notturno, la concorrenza di altre destinazioni, cominciando da quella agricola, delle superfici richieste dalle attuali ‘solar farms’. Nei comprensori aridi o desertici dell’Africa non ci sarà ‘mai’ scarsità di territori per tali farms, ma altrove la ricerca di soluzioni più audaci è giustificata. Il limite forse assoluto sarà la scarsità delle risorse economiche, e anche scientifiche, mobilitabili per i programmi molto avventurosi.

Il più verosimile tra tali programmi appare il progetto di una “solar farm” fotovoltaica nello spazio, la quale invii sulla Terra l’energia derivata dal Sole grazie a una tecnologia oggi in pratica inesistente, però che appare teoricamente fattibile, visti quanti sono i programmi spaziali e i progressi compiuti nei pannelli solari. Si formula l’ipotesi che pannelli fotovoltaici orbitanti nello spazio risultino una quarantina di volte più efficienti di quelli funzionanti sulla Terra. L’energia derivata dal sole verrebbe irradiata sulla Terra sotto forma di microonde (microwave radiation). Una limitata ricerca in ambito Nasa ha già sperimentato la trasmissione senza cavi di elettricità tra due isole delle Hawaii. Lo schema sarebbe dunque: pannelli fotovoltaici in orbita, resi più efficienti da specchi concentratori, invierebbero energia prodotta nello spazio mediante “microwave radiation”. I ricevitori terresti catturerebbero l’energia dal fascio di microonde, la convertirebbero in elettricità e la metterebbero in rete.

Meno fantascientifica appare la prospettiva di produrre carburanti sfruttando la straordinaria capacità vegetativa delle alghe marineoceaniche. Le alghe meglio conosciute, che crescono in acque poco profonde (stagni, piccoli laghi) hanno già prodotto -ma con difficoltà- piccoli volumi di combustibile. Ma la ricerca attuale dà per certo che le macroalghe dei fondali oceanici siano capaci di crescita rapidissima, non esigano concimazioni, non consumino superficie terrestre e meno che mai richiedano deforestazioni. Metà della massa secca delle macroalghe è costituita da zuccheri, facili da convertire in etanolo o butanolo.

Le entità che si sono fatte coinvolgere in questo programma sono molto importanti: il Dipartimento statunitense dell’Energia, il colosso chimico Du Pont, l’ente petrolifero di Stato norvegese Statoil. Si prevede che il procedimento chimico per la conversione sarà messo a punto relativamente presto, a costi interessanti. L’energia richiesta dalla valorizzazione in grande di questa biomassa potrebbe in avvenire essere fornita dal CO2 “estratto” dall’aria (v. Internauta di Aprile, “Fare soldi dall’aria disinquinandola?”) o da procedimenti innovativi di produzione fotovoltaica, localizzati addirittura nello spazio (v. più sopra in questo pezzo). Sono prospettive che non devono suscitare facili entusiasmi, ma sulla distanza appaiono promettenti.

J.J.J.

ROBERTO VACCA – ASTEROIDI, RISCHI E OPPORTUNITA’

Criminali, concussori, corruttori, evasori fiscali, vandali, spreconi, terroristi, guerrafondai premeditano azioni mirate a danneggiare la società.  Sono motivati da avidità senza limiti, sete di potere, voglia di imporre agli altri le loro folli credenze. È bene individuarli e combatterli. Non dimentichiamo, però, i pericoli dovuti a catastrofi naturali. Terremoti, maremoti e uragani sono frequenti e attesi. Meno probabili e ben più gravi possono essere le tempeste geomagnetiche e gli impatti di asteroidi.

In passato grandi meteoriti hanno lasciato crateri larghi 140 km (in Canada e in Sud Africa). Molto più numerosi quelli con diametri di 1 km. Pare che i dinosauri sparirono 65 milioni di anni fa per i cataclismi prodotti dal meteorite gigante caduto nel Golfo del Messico. Se un grosso meteorite cade in mare produce un’onda altissima che viaggia per migliaia di kilometri. Se cadesse in terra, avrebbe l’effetto di un’atomica mille volte più grossa della più grande mai esplosa. Genererebbe un polverone fatto di centinaia di milioni di tonnellate di terra che coprirebbe il sole per anni raffreddando il pianeta.

Su questi eventi rari possiamo fare calcoli e congetture. Non hanno traiettorie pericolose i grandi asteroidi (Cerere, con diametro di 940 km), Eros (23 km), Gaspra (18 km), Ida (56 km) e nemmeno i piccoli: Apollo (1,4 km), Adone (1,5 km), Hermes (0,8 km), ma ce ne sono altri.

Nel 1967 al Massachusetts Institute of Technology (MIT) furono organizzate molte tesi di laurea a formare un progetto di difesa dall’asteroide Icaro (largo 1,5 km e con massa di 4 miliardi di tonnellate, scoperto nel 1949) che ogni 19 anni passa a circa 5 milioni di km. Quelle tesi ipotizzavano che la sua traiettoria cambiasse facendolo impattare nelle Bermude. La traiettoria fu simulata e fu progettata una batteria di 6 missili (Saturn V) da usare come vettori di testate nucleari da cento milioni di tonnellate equivalenti di TNT. L’obiettivo era frammentare Icaro o deviarlo. L’investimento previsto era di 7,5 miliardi di dollari (l’1% del prodotto nazionale lordo USA del tempo) – equivalenti a circa 140 miliardi di dollari 2011.

Nel 2000 la NASA spendeva 2 M$/anno per individuare asteroidi vicini. E’ stata finanziata con 4,1 M$/anno dal 2006 al 2012 per individuare oggetti (pericolosi) vicino alla Terra (NEO = Near Earth Objects). Si stima che ce ne siano 1100 più grandi di 1 km e 100.000 più grandi di 140 metri. L’impatto di uno di questi ultimi causerebbe una catastrofe regionale- Un asteroide delle dimensioni di 1 km produrrebbe un disastro planetario e uno più grande di 10 km potrebbe estinguere la vita sulla Terra.

Nel 2005 una legge del Congresso USA impose alla NASA di identificare entro 15 anni il 90% dei NEO con dimensioni superiori a 140 metri e con un perielio inferiore a 1,3 unità astronomiche (= UA – la distanza dalla Terra al sole: 150 milioni di km). La NASA ha redatto uno studio secondo cui è più opportuno identificare i corpi con diametro superiore a 50 metri che si avvicinino all’orbita terrestre a meno di 1/20 di un’unità astronomica (cioè a 7,5.milioni di km). Il meteorite che esplose a Tunguska (Siberia) il 30/5/1908 aveva un diametro di circa 40 metri, distrusse 80 milioni di alberi su un’area di 2100 km2 con un potenziale distruttivo di 2,5 milioni di tonnellate di TNT (185 volte più della bomba di Hiroshima).

Le risorse stanziate in USA sono migliaia di volte inferiori a quelle necessarie per avertere le catastrofi descritte. Nella fase iniziale si dovranno creare 2 nuovi osservatori a terra dedicati a identificazione e tracking e mettere rivelatori a infrarossi in un’orbita simile a quella di Venere. È già in via di realizzazione un Panoramic Survey Telescope and Rapid Response System (Pan-STARRS – Telescopio panoramico di ricerca con sistema a risposta rapida) con una risoluzione di 1,4 miliardi di pixel. Con 4 Pan-STARRS si possono seguire 5 miliardi di oggetti nello spazio. Il radar si usa per seguire le traiettorie e valutare le dimensioni degli oggetti, quando non siano troppo lontani.

Una volta deciso che un asteroide sia un pericolo grave, si potrà raggiungerlo con vettori della classe Ares o con i sistemi previsti per gli allunaggi. Poi si può impattarlo ad alta velocità con un veicolo pesante (soluzione semplice, ma di dubbio effetto – ad esempio se l’asteroide fosse friabile potrebbe spaccarsi e ciascuno dei pezzi prodotti potrebbe causare ancora gravi danni raggiungendo la Terra

Si può usare una bomba H colpendolo a volo oppure facendola atterrare sull’asteroide, praticandoci una cavità in cui farla esplodere.

Altrimenti, se si riesce a prevedere una collisione pericolosa con la Terra con anni di anticipo, si può modificare la traiettoria dell’oggetto in modo lentissimo e graduale. L’ex astronauta Schweickart propone di portare in prossimità dell’oggetto un altro asteroide più piccolo) che lo devii per attrazione gravitazionale. Si può anche pensare ad asportare materiale dall’oggetto (con un laser o con un concentratore di raggi solari che ne vaporizzi i costituenti volatili) e a proiettarlo velocemente nello spazio.

Prossimamente saranno lanciati nello spazio un certo numero di telescopi in orbite prossime ad asteroidi di cui determineranno la composizione per decidere quale sia la strategia migliore per ottenere una deflessione adeguata.

Un’altra tecnologia possibile prevede di attaccare all’asteroide una grande e sottile vela solare. La radiazione solare eserciterebbe sulla vela una piccola pressione. La forza esercitata su una vela di un ettaro perpendicolare ai raggi solari sarebbe equivalente a quella di pochi grammi. Essa causerebbe, però, una piccola accelerazione che, agendo per anni, impartirebbe all’asteroide una velocità sensibile allontanandolo da una traiettoria pericolosa per noi. Spostamenti sensibili, causati dalla pressione di radiazione, sono stati rilevati su astronavi e satelliti. Il fenomeno è visibile anche nei radiometri di Crookes, esposti nelle vetrine di certi negozi di ottica: una ruota con palette quadrate annerite da una parte entra in rotazione, se viene illuminata da una lampada intensa e si ferma se questa viene spenta.

Un banco di prova di queste imprese si potrà avere nel 2029 quando, forse, si dovrà deflettere di almeno un raggio terrestre (6400 km) l’asteroide Apophis (330 metri di diametro – massa di 30 Mt (milioni di tonnellate) e potenziale distruttivo pari a 500 Mt di alto esplosivo). Vari astronomi russi ritengono che il rischio di collisione fra Apophis e la Terra sia stati sottovalutato.

Sarà ragionevole formulare un bilancio costi/benefici: (compito arduo). Rispetto al vantaggio di evitare un’enorme catastrofe si direbbe che ogni costo è giustificato, ma, come visto, i costi sono incerti. Fra i benefici vanno contate le attività delle aziende hitech per ricerca e sviluppo, sia in termini di profitti, sia in termini di spin-off. Un beneficio, intangibile, ma di grande valore, sarà costituito dai progressi nella conoscenza della cintura degli asteroidi, delle comete e della genesi del sistema solare.

Un beneficio tangibile consisterebbe nell’estrarre da miniere in asteroidi metalli rari per trasportarli sulla Terra è l’obiettivo della Planetary Resources fondata da Peter Diamandis, Burt Rutan ed Eric Anderson – già responsabili di imprese spaziali private di successo [anche il regista James Cameron è azionista]. L’investimento iniziale nell’impresa spaziale mineraria sarebbe di 100 miliardi di dollari. I metalli candidati sarebbero iridio e platino – attualmente molto cari per la loro rarità. Taluno si chiede se il loro prezzo crollerebbe, ove fossero resi disponibili in grande quantità. Però estrazione e trasporto sarebbero molto costosi – e soggetti a rischi ben più alti di quelli dell’estrazione del petrolio offshore. L’idea di perforare un pozzo profondo più di 9 km su un fondo di 1500 metri sembra temeraria – e, infatti, a Macondo (Golfo del Messico) nel 2010 le cose andarono male. Il progetto delle miniere nello spazio appare molto più audace. Lo sconsiglierei. Meglio concentrarsi su nanotecnologie, stando sulla terra ferma.

MARCO VITALE – L’ERRORE DI MONTI

Un amico, professore al Politecnico di Milano, mi ha chiesto di scrivere un pezzo da inserire in un libro di disegni di studenti della scuola di design e nuova accademia di Belle Arti di Milano  dedicati al tema: PER. L’anno scorso, analogo libro era stato dedicato a : BASTA, cioè alla critica, all’indignazione, alla ribellione contro il malgoverno. Quello di quest’anno è dedicato a: PER, cioè alle proposte, ai progetti, alla speranza, alla parte costruttiva, al buon governo.

Ho accettato con gioia perché il mio cuore e la mia mente sono colmi di: PER. Ma accingendomi a scrivere il pezzo mi sono accorto che è impossibile scindere i PER dal BASTA, si tratta di due facce della stessa medaglia.

La fase in cui ci troviamo è la più difficile e pericolosa dall’inizio della crisi, sia sul piano internazionale che nazionale. Nella pubblicistica internazionale sta emergendo un filone revisionista che, più o meno dice: abbiamo sbagliato ad adottare e cavalcare il neocapitalismo selvaggio che ha dominato  negli ultimi 30 anni. Facciamo una correzione di rotta di qualche grado e tutto andrà a posto: un po’ di economia sociale di mercato (ma non si capisce come questa si concili con la politica europea della Merkel e dell’establishment tedesco), un po’ di liberalismo sociale (viva Hollande), un po’ più di sussidiarietà come vuole Formigoni, un po’ più di solidarietà (come vogliono i preti), un po’ più di sviluppo, anzi di crescita (come vuole la Marcegaglia e insieme la Camusso), un po’ più di licenziamenti (come vuole la Fornero).

Quando sulla  linea dell’economia sociale di mercato troviamo studiosi seri, come Alberto Quadrio Curzio, che l’ha sempre sostenuta, va bene. Quando la vediamo fatta propria da studiosi che sono stati megafoni del neocapitalismo selvaggio, dobbiamo diventare sospettosi e dire che forse c’è qualcosa che non va. Quello che non va è che non si tratta solo di rettificare alcune idee sbagliate e di fare un po’ di maquillage, ma di ingaggiare battaglie politiche  e concettuali durissime contro chi ha condotto il mondo ed il paese a questo punto e che vuole continuare così. Non c’è un PER senza un’aspra lotta per il BASTA. E si tratta di una lotta di idee ma soprattutto di interessi.

Sul piano internazionale è ormai chiaro anche ai ciechi che la speranza di mettere qualche freno responsabile alla finanza speculativa è svanita. Il fallimento di Obama e del G20 è stato clamoroso. Per cui ci siamo incamminati lungo le stesse strade che ci hanno portato al 2008. I padroni della finanza e dell’economia mondiale restano loro, i grandi finanzieri, i  grandi petrolieri, la casta feudale dei grandi manager. Ma con una differenza: gli Stati superindebitati non hanno più risorse per operare i salvataggi che hanno realizzato nel 2008-2010, salvando simultaneamente il sistema ed i suoi killer. Il secondo fattore fortemente negativo sul piano internazionale è che l’Europa, alla quale la storia aveva offerto un’occasione straordinaria per ritornare a pesare nell’assetto mondiale, non ha accettato la sfida. Si è rinchiusa come una lumaca nel suo guscio, anzi nei suoi tanti gusci, ed ha, così facendo, favorito la rinascita di approcci nazionalistici. Il fatto più minaccioso è il cambio di politica della Germania.

Nel marzo 1946 all’Università di Colonia, si alzò la voce di un grande vecchio antifascista, un settantenne, un grande europeo, un grande cattolico, che si erse, contestualmente, contro il mito dello Stato- Nazione e contro il centralismo marxista. Fu il primo discorso pubblico, dopo il nazismo, di Konrad Adenauer, ed è stato giustamente definito dallo storico inglese Paul Johnson, uno dei discorsi più importanti del dopoguerra, quello che segnò l’inizio della nuova Germania ma anche della nuova Europa Occidentale. Adenauer disse: “siamo prima persone, cittadini, europei e poi tedeschi. Ma più lo Stato-Nazione, mai più lo Stato etico. Una Germania federale per un’Europa federale”. Questa impostazione: prima europei e poi tedeschi, è stata una costante della politica tedesca sino al cancellierato di Kohl. Poi, prima con Schroeder e, ancor più, con la Merkel, questo principio è stato ribaltato. La Germania di oggi è ritornata a pensare: prima tedeschi e poi europei. E’ una svolta storica, che si realizza dopo 60 anni, ed è una pessima notizia. Se la Germania è, per la sua importanza in Europa, la frontiera più preoccupante, il ritorno ad approcci nazionalistici è sempre più evidente in molti altri paesi, anche non europei. Non è senza significato che molti organismi bancari internazionali stiano smantellando le loro strutture internazionali e stiano ritornando a strutturarsi su base prevalentemente nazionale.

L’unica notizia positiva su questo fronte è che, per la prima volta, al centro della competizione elettorale in Francia e Grecia vi è stata proprio la politica europea.

In questo mondo sempre più difficile e competitivo, l’Italia si muove con una rinnovata dignità, ma con dei pesantissimi pesi legati alle caviglie.

Sintetizzo, brevemente, quelli che sembrano a me i più grevi, in ordine di priorità(…).

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