COME FARE SOLDI DALL’ARIA DISINQUINANDOLA

La rivista ‘Fortune’ ha illustrato un servizio “The Business of Cooling the Planet” con il rendering del progetto dell’americana Carbon Engineering: un impianto mammut di circa 150 ventilatori, ciascuno del diametro sui 7 metri, che assorbirebbe C02 dall’atmosfera e rilascerebbe aria purificata dell’anidride carbonica (recuperata come prodotto commerciale). E’ una delle molte avventure scientifico-industriali concepite, in qualche caso avviate sperimentalmente, per ‘raffreddare il pianeta’ e al tempo stesso dar vita a un business forse colossale. Un altro di tali progetti americani, della Intellectual Ventures, prevede una ‘canna’ lunga 28 km, sorretta da palloni frenati, che diffonda minuscole particelle capaci di bloccare in parte i raggi solari. In questo come in altri studi l’obiettivo prioritario è di abbassare il riscaldamento di (parti del) pianeta, dunque di controllare il cambiamento climatico.

Tra i finanziatori dei progetti è Bill Gates, il padrone di Microsoft, che ha già versato $4.6 milioni alla Intellectual Ventures guidata dagli scienziati David Keith dell’univ. di Calgary (Alberta) e Ken Caldeira della Carnegie Institution. Gates ha perfino cofirmato la domanda di brevetto per una tecnologia che riduca sugli oceani la forza -che il riscaldamento terrestre sembra moltiplicare- degli uragani. Gates si appassiona anche di progetti più promettenti di risultati immediati: citiamo quello per migliorare la salute delle popolazioni più povere del mondo. Non mancano le ipotesi francamente inverosimili: sempre secondo ‘Fortune’, qualcuno vagheggia esplosioni nucleari sulla Luna per modificarne l’orbita, col risultato di bloccare più raggi del Sole.

Estrarre anidride carbonica dall’aria mediante impianti colossali appare ipotesi non bizzarra. Oltre a Bill Gates danno sostegno concreto altri miliardari: N.Murray Edwards della Canadian National Resources (estrae petrolio dagli scisti bituminosi dell’Alberta), Edgar Bronfman (Warner Music, Seagram), sir Richard Branson (Virgin), l’ex -vicepresidente Al Gore, Gary Comer (Lands’ End). Quest’ultimo ha fatto in tempo, prima di morire nel 2006, a donare 60 o più milioni alla ricerca climatica. Era stato colpito cinque anni prima dall’aver potuto fare col suo yacht il Passaggio a Nord Ovest, un tempo chiuso dai ghiacci. Con l’occasione va sottolineata, come raro lineamento di superiorità dell’America, la secolare tradizione filantropica dei grandi ricchi, tradizione dalle nostre parti inconcepibile. Anche se a volte i grandi ricchi d’oltre oceano non trascurano le possibili ricadute economiche della munificenza.

Infatti il byproduct di combattere il riscaldamento terrestre sarebbe, in caso di successo, un business mastodontico. Il CO2 ha già un valore commerciale. Combinato coll’ossigeno e col calore produrrebbe idrocarburi. Le relative tecnologie esistono. La condizione è che il costo di estrarre CO2 dall’aria sia inferiore a $50/tonn. Tra gli impieghi dell’anidride carbonica ci sarebbero l’estrazione di greggio e di gas naturale dal sottosuolo e la produzione di combustibili, anche sfruttando certe straordinarie caratteristiche delle alghe. Ora come ora l’anidride carbonica è pagata, secondo le distanze ed altri fattori, da $20 a 200 la tonnellata. Nei sommergibili e nei veicoli spaziali l’anidride carbonica viene rimossa dall’aria utilizzando la lisciva ottenuta dalla cenere di legno, un tempo largamente usata per lavare e produrre sapone.

L’industria petrolifera è al momento forte utilizzatrice di CO2, usato per recuperare volumi di greggio dispersi nei giacimenti. ‘Fortune’ riferisce una stima del governo statunitense secondo cui quest’ultimo impiego dell’anidride carbonica aggiungerebbe alle “Recoverable Oil Resources” statunitensi una novantina di miliardi di barili, un quarto delle riserve accertate attuali. In effetti le compagnie petrolifere conducono un centinaio di progetti in questo senso, e comprano C02 via pipeline. Tra altre ipotesi serie c’è, secondo gli scienziati Eisenberger e Chichilniski la produzione di benzina e gasolio grazie a un innovativo processo che abbasserebbe il costo dell’idrogeno ottenuto dall’acqua. L’idrogeno, combinato con CO2 da aria e riscaldato da energia solare, produrrebbe carburanti.

JJJ

DIALOGO TRA PREMIER (FALLITI) AL CAPEZZALE DI MONTI

Personaggi: Romano Prodi-Luigi Facta-Mario Monti

Prodi– Vi ho convocato, qui nella sede amica del velo-club “Pedale serio e democrazia ginnica”, per scambiare esperienze di governo e al contempo consigliare al collega designato dalla Bocconi le vie per scongiurare il default del governo e suo personale. Muoviamo da ispirazioni ideali diverse, ma siamo accomunati dalla devozione alla serietà, sobrietà e fedeltà alle istituzioni. Io, non lo nascondo, incarno l’assistenzialismo consociativo e le istanze dei boiardi di Stato, al fine di conciliare l’atlantismo con la linea guerrigliera del subcomandante Fausto. Voi, che incarnate?

Monti– Io la sobrietà, incardinata nella philosophy dello Stock Exchange of London in materia di derivati e peraltro non insensibile, detta sobrietà, al grido di dolore dei commessi del Senato, assaliti da frequenti e scortesi proposte di abolizione del medesimo, proprio allorquando ne sono diventato membro vitalizio. Il mio governo sente di condividere la preoccupazione dei benemeriti lacché parlamentari: prestano la loro opera gratuitamente, e in occasione di disdicevoli alterchi, gesti col dito medio ed espettorazioni di aggettivi sconci, ristabiliscono con garbo e fermezza il prestigio dell’Istituzione, pur scalfito dalla deprecabile vicepresidenza Rosi Mauro. Sono stato chiamato al governo per ridurre lo spread, senza obbligo di successo. Non mi piacerebbe trovarmi, dopo il 2013, membro a vita di una Camera Alta depotenziata ad areopago delle utilities municipalizzate, oppure a centrale di ridondanza. Right or wrong, my country.

Facta– Sono ancora scosso dalla sinistra esperienza del 28 ottobre 1922, quando Sua Maestà mi negò lo stato d’assedio con cui volevo fermare la Marcia su Roma e invece accettò dalle mani del Duce l’Italia di Vittorio Veneto. A me dettero dell’eunuco. Compilando detto decreto credevo di portare avanti la linea social-liberale di Giolitti di cui ero scudiero. Invece il Capo, che il ‘Corriere della sera’ definì ‘bolscevico’ ma che nel 1921 aveva presieduto un governo di unità nazionale, non bandì la crociata antifascista. Non avevo capito che il repertorio liberal-parlamentare non tirava più, cosi come oggi la Costituzione lascia indifferenti e inclini al pernacchio quasi tutti. Lo stesso serio errore stai commettendo tu, commendevole sen. prof. Monti. Vai avanti a sviolinare la sovranità delle Camere, cioè dei partiti, quando il paese al 96% ha concluso che i partiti sono bande di ladri che, oltre a rubare, si installano per sempre, vitto e alloggio, nella casa del derubato. Non ti accorgi che gli italiani agognano ad una brusca svolta antipolitica e, se questa è la democrazia, antidemocratica. Il Parlamento piace al paese come la cipolla al cane. Non fallire come me, Mario.

Monti– Scusami Facta, queste cose le so meglio di te, che il lezzo della Repubblica nata dalla Resistenza lo conosci solo per sentito dire. Io sono praticamente gemello della Repubblica, la conosco a fondo. So che i partiti sono i padroni e non posso che sviolinare, altrimenti mi sfiduciano e addio SalvaItalia.

Prodi -Per un realismo tipo il tuo, Mario, io ho pagato caro. Mi fossi sbarazzato dei cespugli sinistristi, forse sarei ancora a palazzo Chigi invece che columnist del ‘Messaggero’. Però ammetto che non avrei dovuto dare al Pentagono la base di Vicenza, calpestando la volontà del popolo. E non avrei dovuto preparare con D’Alema, sai il Velista Rosso, le condizioni per il mega-ordine degli F35. SuperMario mio, non cancellando l’ordine degli F35 rischi molto. Lascia che te lo dica, aggiungere all’Aeronautica il top del meglio in fatto di capacità offensiva è una belinata. Non parlo certo di offesa alla Costituzione, visto che della Costituzione gli italiani se ne fregano altamente. Parlo di criminosa inutilità della spesa. Con qualche milione di famiglie senza reddito e duecento suicidi economici l’anno, potresti farti bello cancellando l’ordine. Spendere per i cacciabombardieri è da mascalzone, non da Mario Monti.

Facta -Fossi ancora deputato di Pinerolo, invece che trapassato dal 1930, stenderei per conto di Giolitti un decreto da proporre a Sua Maestà: impeachment per chiunque ordini F35 invece che la carta igienica per le scuole.

Prodi -Guarda Monti che a rifiutarti alla lobby delle armi avresti tutto da guadagnare. Hai rinunciato a domare la Camusso e Fiomlandini, e pagherai per questo. Ora hai paura a scontentare l’Aeronautica littoria? Gli italiani sono figli di puttana, abituati ad obbedire, ma cretini non sono. Arrivano ad amare chi li libera da un oppressore, in questo caso dalla lobby del bellicismo. Io e il collega D’Alema, oggi non potuto essere con noi per una regata velica a Gabicce Mare, siamo stati puniti per Vicenza. Tu ti giochi tutto per l’irrisorio Pil che l’F35 produrrà a Cameri per manutenzioni. In ogni caso per farti ricattare dalla Trimurti Alfano Bersani Casini.

Monti –Disregarding i mercati dei derivati da cui dipendo non rientra nella mia mission, come diciamo nel mio ateneo.

Facta -Se il sen. prof. Monti mi consente, egli rischia di fallire come me, come il collega Prodi e come questo collega D’Alema (non l’ho presente, morto come sono dal 1930). Giolitti ci insegna che la maggioranza sociologica non va scontentata. Ciò spiega che riuscì a fare il dittatore parlamentare per trent’anni.

Monti -Ma fu disapprovato da chi lo definì ministro della malavita. Io sono entitled a passare alla storia come ministro della sobrietà e come indossatore di loden.

Prodi e Facta, all’unisono -Ti hanno dato alla testa gli elogi dei primi 100 giorni. Ti avvii ad essere un altro Facta/ un altro Prodi/ un altro D’Alema. Rischi di mancare l’occasione grossa come la mancò un altro fallito importante, Manuel Fraga Iribarne, che rispetto agli altri aspiranti diadochi di Franco era un astore tra i fringuelli. Fraga si perdette adeguandosi al pensiero unico, scimmiottando la democrazia. Tu SuperMario credendo di dover fare come Fraga, rinunciando al colpo di forza sul Senato dei Gaglioffi e sulla Camera degli Imputati, stai autoaffondandoti. Tu e Fraga avreste dovuto contrapporvi, non adeguarvi. La vostra ‘mission’ avrebbe dovuto essere demolire, non puntellare. Ci siamo spiegati, collega?

Porfirio

NAZIONALISTI AMERICANI IN GUARDIA, RICORDATEVI DI CLEMENCEAU

Nella fase in cui il presidente Obama -che a confronto con G.W.Bush era stato creduto amante della pace- prende tempo per metter fine all’impresa afghana, e in cui ogni tanto si fanno ancora sentire i bellicisti spinti quali Dick Cheney, ha senso ricordare che ci fu un capo di governo che volle allungare la Grande Guerra di un anno, prendendo sulla coscienza un’infinità di lutti in più. Parliamo del francese Georges Clemenceau. Pochi anni prima non era stato un guerrafondaio. Aveva appoggiato il trattato che nel 1911 scongiurò un conflitto armato con la Germania a seguito dell’episodio di Agadir, trattato che fece sperare in un accomodamento duraturo tra Parigi e Berlino.

Due anni dopo Clemenceau diventa ‘le veillard sanguinaire’, ‘le vieux Tartare’, il Tigre invasato dell’eccidio che, tornato al potere nel 1917 per imposizione del capo dello Stato Raymond Poincaré, fa naufragare gli sforzi internazionali per mettere fine alla strage, perseguita gli esponenti francesi che si erano uniti ai tentativi di pace, incarcera per alto tradimento il più importante tra loro, Joseph Cailleaux, che sei anni prima aveva firmato l’accordo con Berlino. Perché il Nostro diventa feroce?

La risposta non è in alcuna degenerazione umana dell’uomo e dei molti che lo seguono. E’ nel patriottismo nazionalista, malabestia della storia d’Europa. Scrive Poincaré, uno dei protagonisti che più fortemente vollero il primo conflitto mondiale, che Clemenceau ha in grado più alto “la fibre nationale. Il est patriote comme le Jacobin de 1793”. Coll’autorità d’essere stato capo del governo (1906-09) contribuisce, ancora in tempo di pace, all’allungamento della leva a tre anni; comincia la campagna contro ‘les ravages du pacifisme’ e contro la Gran Bretagna che non istituisce l’obbligo del servizio militare; auspica che il Giappone mandi divisioni per rafforzare la Francia; esalta lo ‘spectacle de sublime grandeur’ che offre la sfilata militare di Longchamp. Ha un suo quotidiano, letto quasi solo dai professionisti della politica ma importante perché egli è ‘le tombeur de ministères’, e quando viene la guerra vi scrive quasi quotidianamente, all’insegna di “nous voulons etre des vainquers’. Clemenceau è per definizione ‘l’homme de la Victoire’, il capo che la Germania (e non solo) ‘invidia alla Francia’. Per attirare nel conflitto l’Italia imposta un negoziato parallelo, nel quale ci offre Tunisi.

Agli inizi del 1917 i belligeranti sono spossati ma Clemenceau esige a Parigi “un gouvernement d’acier, indéfectible, armature inflexible d’une des plus nobles races de l’histoire”. Si offre come nuovo Gambetta, visita trincee di prima linea ‘pour flairer le Boche’, inneggia alla “magnifique unanimité et volonté supérieure à toutes chances de fléchissement”, soprattutto grida che “la France a besoin pour vivre que ses enfants donnent leur vie”. Il Tigre proclama che “la razza, la storia e la tradizione fanno guerriero ogni francese”. L’esaltazione e il disprezzo per l’uomo individuo raggiungono vette quali “mourir n’est rien, il faut vaincre”. N”est rien.

Quando, il 22 gennaio 1917, Woodrow Wilson propone ai belligeranti una ‘pace senza vittoria’ Clemenceau si scatena nell’insulto: ”Il presidente americano pensa sublime, perde lo sguardo nell’abisso delle ere, al di là del tempo e dello spazio, plana nel vuoto al di sopra delle cose che hanno il difetto d’essere reali”. Immensi elogi invece quando nell’aprile Wilson decide l’intervento USA.

Non mancano nel parossismo gli aspetti quasi comici. Rimprovera ancora al Giappone di anteporre i suoi disegni asiatici al soccorso alla Francia. Quando la Rivoluzione russa abbatte lo zarismo il giacobino Clemenceau annuncia che “l’insigne beauté du drame révolutionnaire est une première et décisive victoire sur l’Allemagne”. Per dieci giorni descrive come ‘successi’ le sporadiche operazioni militari di Kerensky. Ma l’impegno supremo è altro: martella che il pacifismo è tradimento; che la propria missione è ‘la guerre, rien que la guerre”; che “un giorno applaudiremo le nostre bandiere vittoriose, bagnate nel sangue e nelle lacrime, squarciate dagli obici, magnifica apparizione dei nostri grandi morti. Ce jour, le plus beau de notre race”.

Quando alla fine la Germania, rimasta senza munizioni e senza viveri, si dà per vinta il Nostro tenta di stravincere. Cerca non solo di ottenere riparazioni ancora più inverosimili ma di staccare dalla Germania la Renania e la Baviera per farne satelliti della Francia. Alla conferenza di Versailles ottiene una serie di successi diplomatici, tra cui l’artificiale grandezza di nazioni fino ad allora inesistenti (Polonia, Cecoslovacchia, Jugoslavia), o minori (Romania), legate a Parigi.

Il resto della storia è noto: i trionfi dello sciovinismo parigino (tra i quali l’occupazione della Ruhr) danno la Germania a Hitler e sette anni dopo Hitler annienta in due settimane la Francia, allora accreditata del primo esercito di terra al mondo. Questa ‘parabola di Clemenceau’ non dovrebbe insegnare qualcosa agli ipernazionalisti, negli Stati Uniti e altrove?

Porfirio

ROBERTO VACCA – PANICO DA DERIVATI, NON E’ UNA SORPRESA

I giornali di oggi titolano tragicamente “Boom dei derivati valgono 14 volte le Borse”. È vero: il problema esiste, ma il rischio era ben noto. Lo avevo spiegato oltre un anno fa nel mio libro SALVARE IL PROSSIMO DECENNIO (Garzanti, 2011). Ne riporto qui una pagina in cui scrivevo che alla fine del 2010 il livello degli IRD era  450 trilioni di $ = 32 volte il PIL degli USA. Non ci dovrebbe stupire che dopo un anno e ½ sia cresciuto a 504 T$ (36 volte il PIL degli USA). Dovremmo stupirci che le regole severe sul funzionamento delle banche non siano state ancora imposte.

Estratto dal Capitolo 8 di “Salvare il Prossimo Decennio”, di R. Vacca

“Sorge il dubbio se gli esperti esistano davvero in economia. Tranne rare voci (come quella di N. Roubini), nessuno previde la crisi economica del 2008 e nemmeno suggerì come evitarla. A posteriori, le cause sono state: rilassamento di regole e controlli USA su banche e istituti finanziari. Sono stati emessi titoli estremamente speculativi supportati da garanzie immaginarie e bilanci falsi per giustificare bonus ridicolmente alti dei vertici manageriali. La struttura dei derivati spesso è instabile, o perversa. Nel mio “Patatrac – la crisi: Perché? Fino a quando?” (Garzanti 2009) definisco i derivati e ne spiego i meccanismi. Nello stesso testo indico il livello altissimo del circolante dei Credit Default Swaps:  (55 T$ = quattro volte il PIL USA) che, insieme a perdite, frodi, crediti irrecuperabili etc., mostrava che la crisi sarà lunga. Ricordavo quanto sia implausibile che l’andamento di titoli basati su mutui contratti da squattrinati, produca lauti utili incassati da ricconi. Ora il livello dei CDS è diminuito. Cresce smisuratamente il volume dei derivati basati sui tassi di interesse (Interest Rates Derivatives – IRD) – vedi tabella seguente.

Anno IRD in T$ CDS  in T$
2001   69,2     0,9
2002 101,3     2,2
2003 142,3     3,8
2004 183,6     8,4
2005 213,2   17,1
2006 285,7   34,4
2007 382,3   62,2
2008 403,1   38,6
2009 427   30,4
2010 449   30

  1 T$ = 1 Teradollaro (detto anche trilione di dollari) = 1012 $

  Fonte: ISDA, International Swaps and Derivatives Association, Inc.

Il sottostante di un derivato basato su tassi di interesse è il diritto a pagare o a ricevere una certa somma di denaro a un dato tasso di interesse. Pare che la maggioranza (80%) tra le 500 maggiori aziende del mondo  si serva di questi derivati per controllare il proprio flusso di cassa. Il volume totale degli IRD alla fine del 2009 era di 449 T$ – circa 32 volte il prodotto interno lordo USA!

In effetti questo impiego é un’assicurazione contro tassi di interesse eccessivi e consegue – talora –  una riduzione dei tassi pagati. Questi strumenti vengono talora presentati come scevri da ogni rischio – ma non è proprio così. Esistono IRD più sofisticati il cui valore è funzione non soltanto del livello corrente di un indice (come, ad esempio, il LIBOR – London InterBank Offered Rate), ma anche dei valori passati dell’indice e dei valori e andamenti passati propri, cioè dello stesso IRD. In quest’ultimo caso il titolo, o strumento, si chiama Snowball (= palla di neve) e tenderà a ripetere amplificate o attenuate le proprie  vicissitudini precedenti. Esistono molte altre varianti degli IRD. Ad esempio, le clausole dette “bermudiane”, a certe date fisse, permettono all’istituto emittente o all’acquirente di interrompere il rapporto a certe condizioni prestabilite. Le strategie più convenienti per gestire un IRD possono solo essere arguite in base all’impiego di modelli matematici probabilistici: ne sono disponibili parecchi aventi caratteristiche diverse. Per orientarsi su questo terreno, occorre aver raggiunto un alto livello di professionalità. È raro che un investitore o l’amministratore di un’azienda riesca a innalzare adeguatamente le proprie competenze e a prevedere i rischi che sta correndo. I livelli dei tassi di interesse sono stabiliti da leggi nazionali e da accordi internazionali. Oltre a questi è pensabile che si possano sviluppare manovre pilotate da speculatori, data  la citata enorme mole delle risorse coinvolte”.

Roberto Vacca

ALBERTO TOSCANO – SARKOZY “LO SPACCONE” SCONFITTO DA HOLLANDE “IL NORMALE”

Com’è diverso questo Sarkozy, che esce sconfitto dall’Eliseo, da quello che cinque anni fa vi fece il proprio ingresso da trionfatore. La differenza riguarda l’uomo più ancora della sua relazione col potere. Il Sarkozy di oggi ha il corpo pieno di lividi, ma ha trovato la maturità per lanciare all’opinione pubblica un messaggio di riconciliazione. Il Sarkozy di cinque anni fa era una sorta di miscuglio tra « Veni, Vidi, Vici » e Louis De Funès, tra il « De Bello Gallico » e le commedie sui poliziotti di Saint-Tropez. Era un seducente spaccone, come certi personaggi cari a Belmondo. In realtà era più spaccone che seducente, come hanno mostrato le sue mosse del 2007, all’indomani dell’elezione alla massima carica della République. Dalla scelta di festeggiare il successo nell’esclusivo ristorante Fouquet’s a quella di partire una settimana in vacanza a bordo dello yacht dell’industriale Bolloré (nelle acque di Malta, dove ogni giorno il cortese imprenditore gli inviava la posta e il pane fresco da Parigi, col suo jet privato) passando per le scene di jogging davanti alle telecamere, che per l’osservatore italiano avevano un’impressionante aria da Cinegiornale Luce. Senza dimenticare quel giorno in cui il superuomo Sarkozy, in visita in Camargue, fu protagonista di un numero da cavallerizzo, infliggendo all’equino una passeggiata di fronte alla schiera dei giornalisti, ammassati come animali nelle scuderie (in cui i fotografi si sentivano più a disagio dei quadrupedi, anche perché in numero decisamnte maggiore).

Nel suo film « L’ultimo imperatore » Bernardo Bertolucci fa dire al protagonista che « gli uomini non cambiano mai ». Sarà perché – a differenza dell’ultimo imperatore cinese – Sarkozy ha vissuto davvero il potere, ma il presidente uscente sembra cambiato rispetto al 2007. Il Sarkozy di oggi cerca di far dimenticare certi suoi atteggiamenti tracotanti e certi sbagli che gli sono costati cari al momento dlele urne : come il suo (fallito) tentativo di imporre la nomina del figlio Jean alla presidenza di un ente pubblico nel quale il giovanotto (in base ai suoi titoli accademici, zoppicanti pur non provenendo da università albanesi) non avrebbe potuto essere assunto neppure col contratto a termine di stagista. Adesso Sarkozy è più consensuale che in passato. L’8 maggio ha voluto la compagnia del suo soccessore socialista Hollande al momento di inchinarsi al milite ignoto in occasione della festa nazionale. I suoi interventi pubblici e privati esprimono l’emozione di un uomo ferito e per questo più maturo. Dice di voler diventare « un cittadino come gli altri ». Ma non è escluso che nel 2017 cerchi la rivincità in una nuova sfida elettorale con Hollande per riprendersi il suo amato Eliseo. In politica non bisogna mai dire mai.

Hollande ha vinto e si prepara alle elezioni di giugno per il rinnovo dell’Assemblea nazionale. Le possibilità sono tre : o i socialisti avranno da soli la maggioranza assoluta (cosa difficile, ma non impossibile) e allora il nuovo presidente disporrà di uno straordinario margine di manovra ; o i socialisti dovranno formare un governo di coalizione con la sinistra più radicale (Verdi e comunisti) e allora Hollande dovrà dimostrare la sua nota abilità di mediatore ; o la maggioranza parlamentare resterà a destra (cosa poco probabile) e allora Hollande sarà costretto a coabitare con un governo di segno politico opposto al suo. Comunque Hollande non vivrà tempi facili, anche perché in Francia la crisi è grave quasi come in Italia.

In campo europeo, Hollande cercherà in ogni modo di ottenere dalla Merkel l’assenso ad alcuni provvedimenti di stampo keynesiano, che mal si conciliano con l’attuale allarme generalizzato sul fronte del debito pubblico. La ricetta di Hollande è quella di un’intesa comunitaria per l’emissione di titoli pubblici  che sarebbero garantiti tutti insieme dai paesi europei e che dunque non porrebbero problemi di spread. Essendo la Germania membro di questo gruppo, il tasso d’interesse sarebbe per forza di cose limitato e al tempo stesso si coniugherebbe con un messaggio di coesione di fronte alla crisi. Con i proventi di quell’emissione di titoli pubblici verrebbe finanziato un programma di iniziative sul fronte delle infrastrutture, della ricerca e dell’energia. Ovviamente tutto dipende dalla Germania, che per adesso da quell’orecchio proprio non sente. Ma i tempi possono cambiare, proprio come gli uomini.

Alberto Toscano

ROBERTO VACCA – NON SPARARE SULLE SCUOLE

In Europa la disoccupazione cresce. In USA la crescita dell’occupazione si rallenta. La disoccupazione giovanile ha raggiunto tassi più che doppi rispetto alla percentuale globale, come illustrato nella *tabella a fondo pagina.

Mitt Romney, candidato repubblicano alla presidenza USA, consiglia ai giovani di laurearsi prendendo soldi in prestito (da chi?) e, intanto, propone di ridurre i fondi a disposizione delle borse di studio Pell. Questo implicherebbe di costringere un milione di studenti ad abbandonare gli studi.  Il Manufacturing Institute americano ha rilevato che ci sono 600.000 posti lavoro non occupati per mancanza di lavoratori con qualifiche adeguate. Il Presidente Osama ha sostenuto che occorrono corsi mirati che possano preparare i giovani disoccupati a svolgere lavori produttivi. La sfida è stata raccolta dai Community College. Sono corsi biennali che danno un diploma di associato, preparano al College, ma insegnano anche abilità tecnologiche e organizzative richieste dalle aziende (assistenza sanitaria, logistica, trasporti, amministrazione, lavori tecnici).

I Community College esistono in tutti i paesi di cultura anglosassone. Ce ne sono1200 inUSA, 300 nel Regno Unito,150 inCanada e73 inAustralia. Ce ne sono anche in Malesia e nelle Filippine.

La recente iniziativa del governo italiano di analizzare e ridurre tutte le spese della pubblica amministrazione è ragionevole. È un bene che non preveda altri tagli alle risorse delle scuole  e miri solo a ridurre le spese per acquisti o per appalti. Sarebbe opportuno intraprendere iniziative per migliorare la qualità dell’insegnamento e per controllarla attentamente.

Sarebbe anche opportuno che le aziende più avanzate leggessero l’Articolo 33 della Costituzione: “L’arte e la scienza sono liberee liberone è l’insegnamento. …. Le istituzioni di alta cultura … hanno il diritto di darsi  ordinamenti autonomi.” Quindi farebbero bene a fondare ed esercire scuole che facciano acquisire ai giovani proprio le abilità richieste nelle loro attività produttive innovative. Si potranno chiamare Collegi Comunitari o con altro nome che suoni bene. Su questo punto è bene rileggere quanto scrisse Luigi Einaudi nel suo saggio ”Vanità dei titoli di studio” del 1947. [“ … non si corra dietro alle parole invece che alla sostanza.”

Si facciano scuole nuove e ottime. Non si parli di abolire scuole ottime (come gli Istituti Tecnico Industriali Statali, da cui sono provenuti inventori e tecnici di alto valore). Le aziende aumentino drammaticamente gli investimenti in ricerca e sviluppo creando attività di alto livello che contribuiscano alla ripresa. Non usciremo dalla crisi con trucchi contabili.

Roberto Vacca

*Tabella

USA EU27 Germania UK Francia Italia EIRE Grecia Spagna
% giovani disoccupati 16,5 22   9 22 23 28 30 45 48


MONTI CHIUDA LE CAMERE E LA CONSULTA

Non conta se da Seul sia venuta una minaccia o un segno di scoramento. Se SuperMario (“Potrei lasciare”) abbia lanciato un ultimatum, oppure anticipato un’abdicazione (quel ‘gran rifiuto’ di papa Celestino V che il Poeta chiamò ‘viltade’). Se in definitiva confermi o smentisca di voler entrare nella storia come il maggiore tra i governanti repubblicani. Ciò che conta è se la missione di redimere l’Italia sia o no compatibile con i partiti, la tangentocrazia, il parlamentarismo, le urne.

Non è compatibile. La logica dell’esperienza Monti è antitetica all’elettoralismo. Non solo a quello italiano, o mediterraneo (francese, iberico, ellenico): persino a quello britannico, quest’ultimo peraltro deperito, quasi estinto come modello. Sulla distanza la ‘mission’ del Nostro è di abbattere la Seconda Repubblica, di edificarne una Terza che sia molto più innovativa di quella, poco ardita, imposta da De Gaulle alla Francia. Se Monti non costruirà lo Stato Nuovo, mancherà il suo destino e la gloria. Risulterà niente altro che uno dei successori di Mariano Rumor.

La prospettiva che alle prossime elezioni il gioco torni ai (delinquenziali) soggetti di prima, al Mob dei partiti ladri, fa accapponare la pelle, secondo la perforante formula di Michele Salvati (aveva tentato di razionalizzare alquanto la camarilla del potere). Il cardinale Bagnasco, che nei giorni scorsi ha auspicato che a emergenza economica finita la cosa pubblica ritorni ai suoi gestori ‘fisiologici’, fa come quegli uomini di chiesa che a Chicago benedivano nozze e funerali dei boys di Al Capone; e che a Napoli tributano ad altri boss l’omaggio della processione del Santo. La nostra classe politica è una Camorra Generale che supera i confini delle malavite regionali. Sembra accertato che non più del 3-4% degli italiani ha stima dei partiti e dei politici: ma se si indiranno elezioni, la Camorra Generale raccoglierà assai più del 3-4%. Chi dubita che si reinsedierà appieno la Casta, magari un filo meno sfrontata però altrettanto rapinatrice?

Se Mario Monti vorrà compiere l’opera le urne dovranno restare chiuse molto a lungo, perché i rizomi della gramigna partitica secchino e l’infestazione si riduca. Il senso dell’esperienza Monti va oltre la riduzione dello spread e la nostra riabilitazione agli occhi degli investitori stranieri (sempre che non si accorgano della militanza Fiom e delle non poche Alcoa e Fiat che tenteranno di traslocare). Se Monti vorrà compiere l’opera dovrà affrontare la bonifica della palude malarica che è la nostra politica ‘democratica’.

Si usava dire che la Francia guarì dell’epilessia quartorepubblicana perché aveva un De Gaulle, più il dramma algerino. Ma noi oggi abbiamo Monti, più l’emergenza economica, più la corruzione. Monti non è da meno. Con tutta l’ammirazione dovuta al Generale, la sua grandezza non va esagerata. Che avesse liberato la Francia e partecipato alla vittoria fu una sua amplificazione. La vera gloria fu di avere liquidato l’Impero africano e fatta presidenziale la Quinta Repubblica: oggi largamente ricaduta alle vecchie consorterie, però in qualche misura risanata. I meriti di Monti sono già ragguardevoli, ma si faranno smisurati se demolirà il vecchio ordine e avvierà la Nuova Ricostruzione.

La logica dell’impresa Monti vuole un lungo rinvio delle elezioni. Il Parlamento si può tenere chiuso senza danno, finché sia trasformato in strumento della democrazia diretta, reclutato per sorteggio tra i qualificati e i virtuosi (p.es. tra chi fa vero volontariato). Si possono licenziare i parlamentari, i funzionari, i commessi, gli stenografi; si possono cancellare i bilanci, pagando solo le donne e i filippini per le pulizie delle sale tre volte l’anno; si possono disdettare quasi tutti i palazzi (il solo Montecitorio basterà per un’unica assemblea di 200 sorteggiati). Al tempo della sua gloria la Repubblica romana sospendeva tutte le magistrature a favore del Dictator: sia che incombesse il pericolo (Lucio Quinzio Cincinnato), sia che nascesse l’Impero (Giulio Cesare).

Molti invocano la ‘nuova fase costituente’. Dunque la Costituzione vecchia vada in bacino per estesi e lenti lavori. A titolo simbolico un giudice costituzionale, scelto a sorte, venga immesso nel governo costituito in Comitato di salute pubblica o in Direttorio straordinario. La Consulta venga tenuta chiusa dai corazzieri di re Giorgio. Delle proteste di giuristi, intellettuali, cantautori e calciatori non ci si curi. Sindacati e gruppi antagonisti vengano guadagnati confiscando le grandi proprietà e i redditi spropositati perché si garantisca il pane a tutti.

Se nulla di tutto ciò faranno, Monti e Napolitano si dispongano a malinconica pensione.

Antonio Massimo Calderazzi

IL FLAGELLO SUICIDI

Se il dato è vero -187 persone si sono suicidate nel 2010 per motivi economici- siamo a una tragedia quale nessuno se la attendeva così grave. I governanti che non sentissero l’urgenza estrema di fare qualcosa di straordinario risulterebbero peggiori di quelli di cui Mario Monti ci ha liberato. Risulterebbero i peggiori in assoluto dal 1945. Abbiamo il diritto d’essere certi che il Premier vorrà agire. Che dimostrerà di non essere l’uomo della Bocconi e della finanza internazionale.

Ove ci siano elementi per temere un gesto estremo, ove si conosca una situazione umana particolarmente dolorosa, un rappresentante del governo, il locale prefetto, meglio un ministro, contatti personalmente la persona in pericolo per annunciare un soccorso vero, la sospensione dei sequestri di Equitalia, la corresponsione di un sussidio. Il disperato terminale va aiutato a prescindere. I costi dei sussidi vengano coperti da cespiti di finanza straordinaria. Mario Monti e il capo dello Stato potrebbero rivolgersi insieme al paese, a reti unificate e derogando a tutte le prassi, e lanciare un Prestito di fratellanza.

Per garantirne il rimborso e gli interessi del Prestito i due presidenti dovrebbero annunciare la pronta vendita di beni pubblici non essenziali e il taglio di spese che, nelle circostanze, sono delittuose: l’acquisto di armamenti, la perpetuazione delle attività ‘di prestigio’, quali p.es. i ricevimenti diplomatici a Roma e nel mondo. E’ vero, gli F35 sono indispensabili per difenderci dalla vendetta dell’Albania, della Turchia, di Addis Abeba, Asmara e Mogadiscio, di altre capitali che abbiamo colonizzato o offeso nei secoli (siamo non poco esposti per le vittorie delle legioni romane!). Ma non abbiamo già tre o quattro gloriose armi (a ciascuno dei cui feldmarescialli con Maserati paghiamo mezzo milione l’anno, per non parlare del decoro che assicuriamo alle relative vedove e badanti?). Se le tre-quattro Armi non sono sufficienti a salvarci almeno dall’assalto sqipetaro, che le teniamo a fare? Per fornire ascari gratis alle imprese di conquista di Obama/Romney? La spending review di Monti e Passera, quando comincerà? Difendiamoci da Tirana con la panoplia che abbiamo, e gli F35 li compri l’Arabia Saudita.

Niente potrà giustificare l’inazione, ove si tratti di salvare delle vite. L’inazione dovrebbe giustificare una sorta di impeachment. Ciò premesso, sancito una volta per tutte l’obbligo della collettività di scongiurare sia i suicidi, sia la miseria estrema, quasi niente si potrà fare per l’altra sciagura di cui si hanno notizie recenti: nel 2011 hanno chiuso quasi 12 mila imprese, prevalentemente piccole; un record sul quadriennio. Mentre i suicidi e la fame delle famiglie vanno scongiurati a tutti i costi, le imprese senza mercato o inefficienti non vanno salvate. Difendere la condizione imprenditoriale non è una priorità sociale. Meno che mai lo è ripristinare il benessere consumistico, la vacanza Club Mediterranée e un veicolo per ogni componente della famiglia. Al contrario dovrebbe diventare priorità la evangelizzazione contro l’idolatria del denaro, perfino contro l’ossessione del lavoro e del migliorare. Lo sviluppo, l’arricchimento, non può essere ininterrotto. Nemmeno la mobilità sociale è un valore, quando il perseguirla produca aberrazioni e parossismi. Qualcosa è sbagliato quando un umile muratore si indebita fino agli occhi per presentarsi al lavoro col pick-up costoso quanto un Suv. Quando un giovane al primo impiego sente di dover comprare casa con cantinetta e garage.

Meriterebbe campagne ampie ed autorevoli il dissuadere dal guadagno, dalla carriera, dall’ascensione sociale. Passi l’aspirazione alla crescita: come potrebbero scoraggiarla i Monti e i Passera? Ma quanto più felici vivono coloro che se ne liberano. A riflettere, povero è bello.

Porfirio

DIRITTO DI TELEVOTO

Non ho mai avuto la pretesa di votare per il Grande Fratello. Non ho mai seguito il reality show nelle sue varie edizioni, né mi hanno mai appassionato le vicende umane (più o meno reali) che si svolgevano nella “casa”. Chi siano Floriana, Jonathan, Filippo o Patrick, lo so giusto perché i telegiornali o la Gialappa’s Band ogni tanto me ne hanno parlato. Avrei anzi trovato molto ingiusto da parte mia immischiarmi nelle decisioni sulla sorte dei protagonisti, magari sull’onda di una sola settimana di (scarsa) attenzione. Me ne mancano le basi, l’interesse e la competenza per farlo, e non è una vergogna ammetterlo. Che di Grande Fratello decidano coloro che ne sanno di Grande Fratello, è il mio motto.

Il televoto è un diritto, e per esercitarlo serve coscienza e competenza. Sarebbe arrogante da parte mia sfruttare la possibilità di votare, pur non essendo interessato al reality e non capendone nemmeno le dinamiche.

Si obietterà: “ma a te cosa cambia se voti o meno? E dai, vota, divertiti! In fondo puoi”. Verissimo, a me non cambia niente. Quelli a cui cambia sono le persone che magari con mesi di attenta osservazione hanno imparato a conoscere le complesse interazioni all’interno del Grande Fratello. Se ne sono anche appassionati, e per loro è importante l’esito dello show.

Bene. Dal televoto al voto, non c’è che un passo. E se tutti i discorsi fatti per un popolare reality show possono, con le dovute cautele, essere trasferiti alla politica, non si vede perché debba andare a votare una persona che orienta le proprie scelte sul criterio del “è un bell’uomo”, “è simpatico”, “è il presidente della mia squadra di calcio”, “Crozza che lo imita mi fa ridere” (ogni riferimento a persone reali è puramente voluto).

Anche qui viene facile l’obiezione: è un diritto, è possibile esercitarlo, anche sulla base di criteri idioti. In fondo a me, che su tali criteri fondo la mia decisione, votare o non votare cosa cambia? Come appunto nel televoto, a chi preme il bottone o mette una X, cambia poco. Il problema è tutto di quelli che al voto attribuiscono importanza, e per votare hanno deciso di informarsi, e magari è una vita che lo fanno. Non che serva una laurea o l’essere connessi al mondo dell’informazione tutti i giorni tutto l’anno. Basta avere quel minimo di coinvolgimento che serve per appassionarsi allo show, pardon, alla politica, ed essere interessati – anche in modo non disperato – al risultato delle elezioni.

Per favore, o tu elettore che sai perfettamente che della politica non te n’è mai fregato nulla; tu che addirittura te ne fai un vanto di essere disinteressato e di non capirne una beneamata; tu che decidi cosa votare nella settimana precedente le elezioni in base a criteri che tu stesso non sai definire in altro modo che idioti; tu, per favore, il giorno del voto stattene a casa, guardati un film, cucina, fai l’amore, leggi un libro, dedicati a tutte quelle nobili attività che suscitano la tua attenzione e la tua passione. Ma non annacquare col tuo disinteresse e la tua ignoranza ostentata il voto di chi, anche nel suo piccolo, prova a decidere con una parvenza di razionalità. Una volta dato, il tuo voto vale quanto il suo. Anche se uno è costato mesi o anni di energia cerebrale e l’altro è stato deciso nella pausa-cacca la vigilia delle elezioni.

 

Già che sono in argomento, mi corre l’obbligo di citare una proposta di riforma elettorale avanzata da un amico, penso in modo provocatorio ma non so fino a che punto. Il voto alternativo: o voti per il Grande Fratello, l’Isola dei Famosi, San Remo etc (non mi è chiaro se l’elenco sia tassativo o si fondi su criteri generali), oppure voti per il Parlamento italiano. In questo modo sicuramente il voto alle elezioni verrebbe scremato: tutti coloro che, lo dico senza alcun moralismo, preferiscono decidere chi uscirà dalla Casa – perché il tema li appassiona di più che la politica – non avranno nemmeno la tentazione di voler poi decidere chi entrerà nella Camera e nel Senato. Io per parte mia, sempre in virtù dell’assoluto rispetto che nutro nei confronti di chi decide di votare per i reality o simili, continuerò ad astenermi dal televoto.

Solone X

OGNI UOMO UN PATRIOTA

Per descrivere icasticamente il processo di militarizzazione dell’Europa sec.XIX -senza il quale la Grande Guerra non sarebbe venuta, antefatto categorico anzi causa della Seconda- il britannico John Keegan, storico della guerra di Hitler/Stalin/Churchill/ Roosevelt, ricorre a Friedrich Engels, il socio di Karl Marx. Scrive che nell’agosto 1840 Engels cavalcò tre ore dal suo ufficio di Brema per assistere alle manovre combinate dei reparti delle città-stato indipendenti della Germania del Nord (Brema, Amburgo, Lubecca, ducato di Oldenburg). Stima Keegan che al momento della cavalcata di Engels le forze delle città libere non superavano gli effettivi di un reggimento: 3000 uomini al più. Quando Engels morì (1895) le stesse città fornivano al Secondo Reich il grosso di due divisioni di linea, più due della riserva, più una mezza divisione della Landwehr (coscritti anziani). Totale 30.000 uomini, il decuplo del contingente del 1840, con un accrescimento ben superiore alla crescita demografica.

Engels, cofondatore del comunismo ma anche figlio di un industriale, assisté in vita a un impetuoso sviluppo economico che finanziò la militarizzazione generale. Come tutti sanno, le ferrovie furono parte integrante degli apprestamenti bellici. La rete tedesca era, sempre al tempo della giovinezza di Engels, di 469 chilometri; nel 1914 avrebbe superato i 61 mila km. I trasferimenti di uomini su ferrovia furono enormi: nelle prime due settimane dell’agosto 1914 venti milioni di europei presero la tradotta per il fronte. L’importanza militare attribuita alle ferrovie dalla Germania “di Engels” spiega che i suoi ferrovieri non vennero mai autorizzati a sindacalizzarsi. La ragione è nella parola stessa ‘sabotaggio’: nel loro grande sciopero del 1905 i ferrovieri belgi sbullonavano le rotaie dalle traversine (sabots). Però la militarizzazione della vita non portava solo sacrifici e morte: il nutrimento dei soldati era più abbondante di quello dei proletari in tempo di pace. “Sotto le armi, tutti i giorni minestra e carne, senza lavorare” diceva una canzone di coscritti del Nord.

La logica della militarizzazione produsse i suoi frutti più atroci tra il 1939 e il 1945: il più aspro evento bellico della storia venne combattuto in sei dei sette continenti e su tutti i mari, uccise 50 milioni di persone, ne mutilò o ferì centinaia di milioni. Nel mondo del 2012, a quasi settant’anni dalla fine di quel cataclisma, solo gli USA appaiono decisi a non imparare alcuna lezione. L’America è l’unica grande potenza che accetta senza esitare i costi sempre più forsennati, più i crimini e i rimorsi, della supremazia bellica; e che pratica, o è tentata di praticare, le linee di azione internazionale imposte dal militarismo. Tutti gli altri protagonisti dei grandi conflitti del passato hanno tirato i remi in barca: si consentono molto meno armi di quel che le loro economie permetterebbero. Oggi si ipotizza che la Cina possa candidarsi all’egemonia militare; ma per ora è solo un’ipotesi. In ogni caso l’ambizione di Pechino si limiterebbe ad alcuni quadranti dell’Estremo Oriente. Il Pentagono ha molte centinaia di basi nel pianeta, oltre a quelle domestiche.

Resta dunque macroscopica, soverchiante, la vocazione bellicista degli USA: superiore a quella della Germania guglielmina (nella quale si preparavano e si facevano guerre, ma si portavano avanti -più che nell’America d’oggi- tutte le arti della pace, dalla chimica all’astrazione metafisica. I generali Junker contavano molto, ma più ancora sono entrati nella storia gli operatori germanici della scienza e dello spirito). Solo sulla sponda opposta a quella statunitense, cioè al livello infimo della potenza e dello sviluppo, troviamo paesi straccioni che destinano ai tank e agli eserciti -naturalmente per mantenere al potere i governanti- una quota esorbitante delle risorse pubbliche. I bilanci del Pentagono come proporzione del Pil si apparentano alle spese militari di vari stati-canaglia di improvvisata indipendenza.

E di tanto in tanto si leva in USA una voce per ‘non escludere alcuna opzione, inclusa quella nucleare’ a fronte di contenziosi che lasciano indifferenti decine di Comandi Supremi che dominarono il passato.

Demetrio

ROBERTO VACCA – CORRUZIONE: MISURARLA ED ELIMINARLA

Dove ti giri, trovi corruzione, furti, concussione (perpetrata da pubblici ufficiali o da ministri), tangenti, stipendi e pensioni pantagrueliche. È difficile sapere a quanto ammonti questo bottino: i criminali coprono le tracce – per fortuna non sempre. Secondo Gherardo Colombo l’ammontare annuo nel 2011 è stato di 60 miliardi di euro (60 G€). Adottiamo la sua stima: è un esperto e ha condotto le inchieste di Mani Pulite, Imi-Sir, Lodo Mondadori, SME. La cifra che indica è grossa: il 4% del Prodotto Interno Lordo. Se la eliminassimo, la nostra economia crescerebbe più di quelle dei paesi nordici.

Speriamo che le scoperte di ruberie e appropriazioni degli ultimi mesi servano da deterrenti – ma: quale è stata la tendenza negli ultimi anni? Ai tempi di Mani Pulite  il PIL era di 1.100 miliardi (in Euro odierni – oggi è di circa 1500). Quindi è verosimile che il bottino sottratto da corrotti e parassiti fosse di una quarantina di miliardi. Una fonte approssimativa, ma credibile, è Transparency International, organizzazione indipendente non governativa fondata nel 1993 da Peter Eigen, già della Banca Mondiale, che promuove trasparenza e responsabilità nello sviluppo internazionale. Dal 1995 questo gruppo pubblica ogni anno tabelle dell’Indice di Corruzione Percepito – valutato per ogni nazione (ne sono considerate 182) mediante ricerche e interviste a esperti, magistrati, commercianti, istituzioni pubbliche. È un indice qualitativo e approssimativo: vale 10 per un Paese ove la corruzione sia assente e vale zero se il Paese è profondamente corrotto. Nel 2011 la Nuova Zelanda sta al primo posto con un indice di 9,5 – all’ultimo posto Somalia e Nord Corea con un indice di 1. La tabella seguente dà numero d’ordine e indice di corruzione per l’Italia negli ultimi 20 anni.

 

Anno 2002 2004 2006 2008 2011
Indice corruzione   5,2   4,8   4,0   4,8   3,9
Numero d’ordine 31 42 45 55 61

 

La situazione è grave e peggiora. Le leggi ci sono: mancano indagini adeguate, principi etici condivisi ed equità. Sono ben noti casi di parlamentari incriminati e protetti da mancate autorizzazioni a procedere delle Camere. Il Consiglio d’Europa propose nel 1999 una convenzione Internazionale contro la corruzione [http://conventions.coe.int/treaty/ita/summaries/html/173htm] su proposta di 19 Paesi. La Convenzione impegna gli Stati firmatari (riuniti nel Gruppo di Stati contro la Corruzione – GRECO con sede a Strasburgo) a promulgare leggi adeguate che colpiscano pubblici ufficiali (nazionali o comunitari), parlamentari, funzionari e giudici per reati di riciclaggio, falsi contabili, corruzione passiva e attiva.

La Convenzione è stata firmata e ratificata da 43 Paesi. È stata firmata, ma non ratificata da: Austria, Germania, Italia, Lichtenstein, San Marino, USA, Messico. Non è stata nemmeno firmata da Canada, Giappone e Santa Sede.

L’11 Aprile scorso Transparency International ha censurato l’Italia per i trasferimenti eccessivi di fondi pubblici ai partiti politici. I nostri governi, che portano un ritardo di molti anni nel ratificare la Convenzione, hanno atteso che la situazione fosse svelata recentemente per reagire debolmente. I funzionari GRECO redassero il 2/7/2009 un lungo rapporto sulla corruzione in Italia (www.coe.int/t/dghl/monitoring/greco/evaluations/round2/GrecoEval1-2(2008)2_Italy_EN.pdf) Andrebbe pubblicizzato e discusso ampiamente. Rileva autorevolmente fatti noti: legami fra corruzione e mafia; il governo ha mirato a incrementare l’efficienza della Pubblica Amministrazione, NON a prevenire e colpire la corruzione; molte condanne vengono evitate per decorrenza dei termini o per abuso dell’immunità. Il numero di condanne per corruzione pubblica, furto alla Pubblica Amministrazione, abuso d’ufficio e concussione è diminuito gradualmente da 3.627 nel 1996 a 494 nel 2006. Non era il numero dei reati a decrescere – dell’86,4 % in 10 anni! – diminuivano l’energia e la tempestività nel perseguirli. Il rapporto suggerisce nuove leggi, procedure e snellimenti, che dovremmo discutere ampiamente e apertamente. Non lo hanno fatto i nostri politologi.

Lassismo e apatia sono stati anche favoriti da ingenue teorie. Secondo Robert Klitgaard (“Controlling Corruption”, University of California  Press, 1991) e consulente di 21 governi, la corruzione si combatte con i controlli, che costano. Più corruzione si elimina, maggiori sono i costi. Oltre un certo limite  la società spende di più per i controlli di quanto risparmi in corruzione evitata: conviene tollerarne piccole dosi. Sono bizantinismi, dato che le dosi sono massicce.

Oltre a leggi più stringenti ed efficaci, ci vuole una riscossa morale. Non servono a produrla le prediche dei guru. La può esprimere il pubblico (la società civile?). E’ già accaduto. Mezzo secolo fa nessuno avrebbe creduto che gli italiani avrebbero smesso di vantarsi di non pagare le tasse, di fumare al cinema, di gettare cocci dalla finestra l’ultimo giorno dell’anno, di non superare 130 km/h in autostrada. Invece lo hanno fatto e reagiscono ai trasgressori. I corrotti e i concussori, vanno bloccati prima che si ritirino latitanti nelle ville comprate all’estero con il bottino. L’Italia deve ratificare la citata convenzione del 1999 per rendere più agevoli gli espropri di immobili e capitali in Paesi stranieri.

Servono deterrenti più efficaci. Ad esempio, corrotti e concessori devono essere esposti alla gogna. Non vanno legati in piazza a blocchi di legno e bersagliati con frutta marcia. Una riforma della giustizia dovrebbe istituire fustigatori che in rete e sui media descrivano i loro reati, l’odiosità dei danni che arrecano, la loro infima meschinità, il penoso cattivo gusto.

Roberto Vacca

NON RESTA CHE IL TRIBUNALE DELL’AJA

La Giustizia ha vinto una battaglia quando il Tribunale dell’Aja ha condannato duramente i tre generali serbi – Galic, Milosevic,Perisic- che assediarono Serajevo per tre anni e mezzo -morirono 11541 persone, di cui 1500 bambini. Le pene sono state, nell’ordine, l’ergastolo, 29 anni, 27 anni. Ignoriamo a che punto è il processo a Radovan Karadzic, ex-presidente della Republika Srpska, anch’egli imputato.

Ebbene, non sorgerà un manipolo di avvocati d’assalto, anche di studenti di legge animosi, capaci di tradurre davanti alla Corte penale internazionale tutti i caporioni della politica italiana? Tutti, cominciando dalla Trimurti malandrina che ricatta Mario Monti perché non tagli di un ette il finanziamento illegale dei partiti, perché accetti le malefatte della Casta, perché non tenti di fare il suo dovere: liberarci non solo dei trasgressori diretti, ma anche dei loro protettori nelle Alte Poltrone.

Chiedere giustizia alla magistratura italiana è inutile. Si considera istituzione e strumento del Regime, dunque persegue questo o quel peculato, questa o quella concussione, ma per essa l’oppressione, la corruttela spirituale, le omissioni non sono penalmente rilevanti. Per quasi tutti gli italiani i politici sono il peggio; per la Costituzione e per i codici no.

Ci informano (per imbellettare i costi della politica) che per arrivare alla Casa Bianca Barack Obama si indebitò per 760 milioni di dollari. Una spesa così sarebbe stata meno vituperevole se fosse servita a guadagnare voti mediante un intervento pubblico gradito al paese. Invece 760 milioni hanno pagato solo i costi della propaganda, cioè dell’impostura. Come negare che in queste condizioni la democrazia è in realtà plutocrazia? Un sistema, quello americano, che si concede un travisamento così grave -si fa chiamare ‘government by the People’ quando è governo del Denaro- è però organizzato in modi singolari che spesso, non sempre, attenuano l’arbitrio dell’oligarchia. Un modo lo trovarono per incarcerare un po’ Al Capone. Il nostro Al Capone collettivo, il nostro Mubarak collettivo la fa franca sempre. Il sistema brevettato nel 1945 non è risanabile, salvo non intervengano fattori straordinari affini a quelli che consegnarono il potere alle consorterie antifasciste. Per ora, la legalità appartiene alla Casta. I partiti non si riformeranno, né permetteranno a Mario Monti di riformare.

Perché allora la giustizia internazionale non dovrebbe sentenziare sui reati che si consumano in Italia? Perché i boia della Srpska sì, i grassatori dello Stivale no? Senza dubbio, i genocidi e le stragi meritano pene più dure di quelle spettanti ai ladri ed ai mariuoli. Ma qualche anno per i nostri Proci nei campi di lavoro coatto sarebbe un trionfo della morale e di alcuni altri ideali.

A.M.C.

CON I BARBARI ALLE PORTE SOSPENDERE LE ISTITUZIONI

La ripresa, chi ci crede? Non Corrado Passera, ministro ‘della ripresa’ appunto, che in questo governo dovrebbe essere l’uomo forte, ben più decisivo della Semiriformatrice del lavoro. Il paese tirerà avanti anche senza ripresa. Però Monti non potrà sottrarsi a imperativi aspri: il primo, pagare un assegno di sussistenza a vari milioni di persone in più: probabilmente 6 milioni. Aumenteranno i disoccupati, gli esodati, i giovani non più parcheggiabili agli studi. L’emergenza sociale si aggraverà, assai più dura dell’antiquata questione art.18. Si imporranno provvedimenti da stato di guerra.

Sarà obbligatorio dimezzare la spesa attuale, per creare spesa nuova. Le misure dovranno essere straordinarie, incompatibili con gli ordinamenti, con la continuità, con le prassi, con questo o quel diritto -proprietà e assetti tradizionali compresi. La tassazione degli alti redditi e dei grandi patrimoni andrà inasprita. Sorgeranno problemi insolubili con le bande del Mob (v. in Internauta “Il Mob dal Protezionismo al partitismo”) che sostiene/ricatta il governo. Quest’ultimo dovrà fare a meno della patente di legalità se vorrà affrontare le sfide della depressione.

Intanto si dovranno vendere quanti più asset superflui possibile. Gli immobili e le grandi partecipazioni sono rimasti esclusi dai piani di finanza straordinaria; ma si è sbagliato. I famosi gioielli di famiglia vanno messi all’asta. Sarebbe doveroso cominciare dal Quirinale, la cui dotazione annua (230 milioni) è delittuosa, e che dovrebbe mettere sul lastrico -con sussidio alimentare uguale per tutti- un buon 1.000 dipendenti. Occorrerebbe mettere in vendita centinaia di altri edifici dalle Alpi al Lilibeo che servono solo al ‘prestigio’: le ambasciate di maggiore pregio immobiliare per esempio. Ma vendere il Quirinale e chiudere le ambasciate, ignorando il raccapriccio dei benpensanti, implica una forma mentis rivoluzionaria che per ora non esiste. E non c’è tempo per farla sorgere: i sussidi contro la miseria e le misure di salute pubblica devono essere immediati.

Chiuse subito le operazioni militari all’estero, andrebbero fermati all’istante tutti gli acquisti della Difesa, accettando di pagare in parte le previste penalità. ‘In parte’ in quanto gli investimenti bellici sono in genere dovuti ad obblighi diplomatici cui è giusto e facile venir meno. La Nato e il Pentagono non possono né pignorarci, né minacciare spedizioni punitive (Somalia, Iraq e Afghanistan hanno chiarito che non ne sarebbero nemmeno capaci). Sono passati i tempi quando si teneva fede ai trattati stipulati dalle feluche o, peggio, da politici bellicisti alla Salandra Sonnino Mussolini Prodi D’Alema. Quei trattati denunciamoli. Usciamo dalla Nato. Scordiamoci di esportare nel mondo libertà-democrazia-diritti delle donne e dei diversi.

Non solo non comprare più armi, ma vendere quelle che abbiamo e per le quali esista un mercato: cacciabombardieri, fregate, sommergibili, corazzati. I compratori si trovino tra gli Stati straccioni testé acceduti alla sovranità. Vendiamo loro, o ai giganti asiatici, tutte le possibili Finmeccaniche che producono armi. Il Pil crollerà, così come si infiacchirà per i brutti colpi al consumismo, alla moda, agli sport commerciali. Di conseguenza dovremo aprire mense e ostelli popolari. A farla breve: ripudiare le categorie del benessere e dello sviluppo permanente, passare a quelle della solidarietà austera e sempre più nemica delle ingiustizie.

Monti dovrebbe cancellare subito e in toto il finanziamento dei partiti (chiamato ‘rimborsi’), i contributi all’editoria, l’autonomia finanziaria di regioni come la Sicilia. Non riuscendo ad abolire il finanziamento, dovrebbe abolire i partiti. Dovrebbe sventrare centinaia di bilanci (Parlamento, altre Istituzioni spocchiose e largamente superflue), Dovrebbe licenziare in grande. Le destinazioni della spesa siano rivoluzionate, perché nessuna famiglia conosca la fame. Le situazioni umane dolorose sono le sole che meritano incrementi. Le chiusure e i fallimenti industriali non potranno essere scongiurati dall’assistenzialismo. E’ la povertà estrema delle famiglie che la collettività dovrà contrastare con esborsi straordinari e automatici. Il pane va garantito a tutti, e così pure un tetto (non la villetta né la proprietà in condominio). Le dislocazioni sociali saranno gravi e i modi di vita cambieranno.

Monti non opponga che c’è la Costituzione e c’è il Parlamento (cioè i partiti ladri) da rispettare. I barbari sono alle porte, non è tempo di normalità. La stretta legalità fa il gioco del Mob delinquenziale. Monti sospenda la Costituzione, il Parlamento e molto altro.

Il Paese sarà entusiasta.

A.M.C.

MARIANGELA MAZZOCCHI DOGLIO – ESEMPI DI PERSONALITA’ FEMMINILI TRA I PERSONAGGI DELLA COMMEDIA ITALIANA DEL CINQUECENTO

Stereotipi allegorici o modelli di modernità?

L’esigenza di  far rivivere il passato di riprovarne i sentimenti, le passioni, i sogni di rivederne mentalmente i colori è compito dell’arte  che più e meglio della storia talvolta cattura la conoscenza dell’ umanità [1] riproponendo nella loro integrità le esperienze di un tempo.

Anche il teatro assolve questo impegno e come scrive Roland Barthes  in particolare “la Commedia che è il genere privilegiato delle essenze storiche perché sono i tipi reali a far ridere maggiormente….e precisamente la comicità consiste nell’astrarre il linguaggio dalla sua naturale socievolezza, ponendo le parole in conflitto logico con le situazioni in cui vengono proferite”[2].

Non a caso tutte le poetiche relative al mondo dello spettacolo, prima o poi ricadono in una metafora sempre uguale a se stessa:” il teatro come specchio della vita….le cui immagini  ci si sente spinti a guardare con particolarissima attenzione e intensità non tanto per controllare se esse siano più o meno “reali”, quanto per conoscere da esse una verità altrimenti invisibile “ [3]. Si tratta però non della realtà ma come la chiama Cesare Segre di “una realtà indice…il segno si attua come simbolo quanto il significante”[4],   non per questo meno efficace per quanto ci  concerne.

Niccolò Machiavelli nel 1514 scrivendo il Dialogo intorno alla nostra lingua esprime il suo pensiero  mettendo in luce l’utilità sociale ed etica  della commedia quando questa rifletta veridicamente la realtà  con un linguaggio autentico:

Di questa sorte sono le commedie, perché ancora che il fine di una commedia sia proporre uno specchio d’una vita privata, nondimeno il suo modo del farlo è con  certa urbanità e termini che muovino riso, acciò che gli uomini correndo a quella dilettazione gustino poi l’esemplo utile che vi è sotto.[5]

Ugualmente  Giovambattista Gelli nel 1543 nel prologo della Sporta,  afferma l’opportunità che la commedia sia libera interpretazione dei fatti di cronaca:

La comedia, per non essere elleno altro ch’un specchio di costumi della vita privata e civile sotto una immagine di verità, non tratta d’altro che di cose che tutto il giorno accaggiono al viver nostro”[6].

Per quanto riguarda l’immagine più o meno veritiera della donna  che la commedia del Cinquecento riflette attraverso i suoi personaggi femminili  possiamo ricordare che il secolo si interrogò a lungo sulla natura muliebre oltre che a teatro anche in trattati che esaltano, denigrano o si propongono di educare la donna che costituisce l’altro per eccellenza e la complessità di un arcipelago sconosciuto.

E’ noto che nel corso dei secoli si sono spesso fronteggiate la misoginia e la filoginia in letteratura come sul palcoscenico ma come scrive Marina Zancan:

Nei primi decenni [del Cinquecento], quando la tendenza di fondo è comporre in armonici modelli l’immagine della propria realtà culturale e umana, anche la figura femminile viene composta in un modello alto ed equilibrato, in un’immagine che è parte della rappresentazione del proprio valore culturale e civile[7].

Infatti se scorriamo alcuni trattati, prima scritti in latino poi in volgare, riguardanti la donna dagli ultimi decenni del Quattrocento fino al Cinquecento avanzato,” può sorprenderci il processo di idealizzazione a cui fu sottoposta la figura muliebre”[8] attraverso la stesura di opere come Della eccellenza e dignità delle donne di Galeazzo Flavio Capra del 1525 o Della nobiltà e preeccelentia del femminile sesso di Cornelio Agrippa scritto probabilmente nel 1530, o il terzo libro del Cortegiano  di Baldassarre  Castiglione. Incontriamo numerose riedizioni del De claris mulieribus del Boccaccio,  pubblicato in italiano nel 1506, e ovviamente testo chiave e mai dimenticato i Triumpfi petrarcheschi in cui come scrive Maria Luisa Doglio  si trovano modelli femminili “di fama e di grandezza nel bene come nel male” e ancora” non c’è alcuna differenza tra uomini e donne, anzi c’è in assoluto uguale dignità e uguale eccellenza”.[9]

Come si è detto, la commedia italiana del Cinquecento può essere considerata  un luogo letterario privilegiato  della domanda e del conflitto, conflitto e costruzione di un modello da imitare/evitare con la presentazione di personaggi  ideati in modo esemplare. Tra questi,  i personaggi femminili, spesso evidenziati dal titolo stesso, hanno una loro particolare peculiarità che rispecchia la realtà quotidiana e i comportamenti abituali del tempo. In generale sia che rappresentino ricche borghesi o prostitute o cameriere, vecchie o giovani, le donne  sono personaggi che hanno in sé una grande determinazione e forza d’animo che permette loro di portare a termine con soddisfazione quanto si sono prefissi.  La debolezza, il languore la rassegnazione di certe eroine della tragedia non fanno parte del mondo femminile della commedia che è invece radicato in una salda concretezza  legata al denaro ma anche ai sentimenti e all’appagamento dei sensi  con una sbrigliata libertà e con comportamenti del tutto disinibiti che contravvengono e irridono la rigidità della morale  tradizionale.

Non potendoci occupare per ragioni di tempo di tutti i personaggi femminili della commedia in questione, proporremo alcuni esempi che  più di altri ci appaiono  rappresentativi di un modo di pensare e di comportarsi che spesso sfida un destino avverso o comunque non liberamente scelto.

Come scrive Federico Doglio:

Fermeremo la nostra attenzione su quei pochi testi significativi, composti da scrittori di forte personalità che servendosi del “genere” commedia, presero posizione nei confronti della società del proprio tempo, nei confronti del potere  e dell’opinione di quel pubblico autorevole che assisteva agli spettacoli, compiendo una vera funzione di rottura e non mostrando davvero, nonostante le apparenze, “il lato negativo” del secolo[10].

Iniziamo a parlare   della fanciulla cui la società del tempo richiedeva come prima cosa di essere buona cristiana e di prepararsi ad essere sposa e madre esemplare, mai oziosa ma impegnata a cucire, a filare, a tessere, a  frequentare la chiesa, a digiunare una volta alla settimana, a tenere gli occhi bassi e la bocca chiusa,a  vestire modestamente e  a non accettare approcci,lettere, serenate da uomini che non poteva incontrare se  non accompagnata da un famigliare.

Con l’influsso dell’umanesimo  l’educazione delle ragazze è diventata  molto più articolata, infatti come scrive Baldassarre  Castiglione nel Terzo Libro del Cortegiano  la donna di palazzo deve essere il compiuto pendant del perfetto cortigiano  con uguale dignità nella vita di corte quindi  deve accedere a una conoscenza letteraria, filosofica e artistica, per saper conversare con tutti evitando sia la pruderie sia la libertà eccessiva, stando attenta a salvaguardare la propria reputazione per essere degna del matrimonio importante cui è destinata.

Alcuni personaggi di fanciulle presenti nella commedia cinquecentesca  ricalcano lo stereotipo, già noto in quella  latina, dell’ inattivo e impotente oggetto del desiderio  di giovani  che con l’aiuto di servi e mezzani alla fine riescono nell’intento di sedurle o di convolare a giuste nozze. Questo avviene nella Cassaria dell’Ariosto dove Eulalia  e Corisca, due fanciulle di buona famiglia ridotte in schiavitù, sono amate da due giovani benestanti che cercano di riscattarle, come dice Corisca:”Speriamo, Eulalia: avemo tu Erofilo et io Caridoro, che tante volte ce hanno promesso, e con mille giuramenti affermato di farci presto libere”[11], cosa che si realizza alla fine della commedia, o come  Licina nella Lena dell’Ariosto personaggio che non compare mai in scena, ma è sempre evocato e desiderato da Flavio giovane  di famiglia che compie per lei molte follie.

Col passare del tempo e l’evolversi del genere teatrale  il personaggio della fanciulla diviene più  complesso, presentando ragazze  pronte,  come  le eroine dei poemi cavallereschi, a sfidare il mondo per amore : vestendosi e fingendosi uomo,  fuggendo dai monasteri dove vengono educate e ingannando la famiglia e la società, senza tuttavia intaccare la propria moralità,  restando fedeli a un unico amore e  illibate  fino al matrimonio.

Di questo tipo  è il personaggio di Santilla che compare col fratello gemello Lidio ne La Calandria di Bernardo Dovizi detto il Bibbiena. I suoi tratti caratteristici sono una somiglianza perfetta col fratello gemello Lidio , così come un’abilità, del tutto accidentale, di sostituirsi a lui, proprio nei momenti opportuni . I due fratelli sono alla ricerca l’uno dell’altro perché separati da un destino avverso  e alla fine si ritrovano a Roma dove Santilla vive sotto spoglie maschili e dove può scambiare il ruolo con il fratello una volta ritrovato. Infatti nella Calandria viene modificato il motivo dei Menaechmi di Plauto e dei Suppositi ariosteschi dando ai gemelli sesso diverso. Lo scambio degli abiti e l’amore reciproco dei gemelli rinviano alle cerimonie rituali dell’androginia  e motore della vicenda teatrale sarebbe l’ansia di ritrovare la dimensione perduta, per ristabilire l’unità primordiale.[12]

L’invenzione cinquecentesca dei gemelli di sesso diverso serve inoltre per sviluppare l’intreccio amoroso, ed il gemello donna e fanciulla, molto più di quello di sesso maschile,offre  col personaggio di Santilla un esempio di coraggio, di intraprendenza, di lucidità. L’intento comico non sarebbe affatto predominante nella genesi dei personaggi, infatti l’uomo si traveste da donna per poter avvicinare e conquistare la donna amata, come servizio e prova d’amore, la donna si trasforma per fuggire, per nascondersi, ma sempre con intenti onesti che non minano in  alcun modo la sua virtù virginale infatti Santilla rimane casta, benché Fulvia si infili per ben due volte a letto con lei. Entrambi i personaggi dunque usano un’altra identità per aggirare ostacoli e interdetti che vengono vinti mediante la presenza scenica di un altro se stesso. Tale meccanismo libera dal senso di colpa e permette una sovversione sociale altrimenti vietata offrendo alla fanciulla travestita da uomo la possibilità di dimostrare la sua capacità a sostituire e spesso a superare sia fisicamente che intellettualmente le azioni maschili a cui è costretta. Il travestimento da uomo di Santilla (come parallelamente quello da donna del fratello Lidio) diviene tanto il mezzo pratico per superare le difficoltà di una vita avventurosa, quanto l’espressione esterna di una critica dell’avidità e della violenza sessuale maschile e della duplicità sessuale femminile  che conduce a tali inganni erotici. Per l’antropologa Natalie Z. Davis il travestimento e il cambio di identità  è difesa da minacce, rituale di passaggio o di fertilità, che può deridere le gerarchie prestabilite e tentare di correggere sistemi troppo rigidi, proponendo nuove idee sociali e nuovi comportamenti[13].

Ancor più caricato di fatti avventurosi è il personaggio di Lelia de Gli ingannati commedia anonima composta nell’ambito  dell’Accademia degli Intronati di Siena intorno al 1531. La fanciulla fugge dal monastero e travestitasi da uomo si pone al servizio dell’amato Flaminio  che non riconoscendola la manda come messaggera d’amore da Isabella che a sua volta si innamora di Lelia in vesti maschili. Ma ecco arriva il fratello  Fabrizio che simile a lei può, sostituendosi alla sorella, gradire l’amore di Isabella e permettere a Lelia di riavere Flaminio festeggiando un comune matrimonio.

Tuttavia in questa commedia i toni sono più  spregiudicati, infatti Lelia racconta alla nutrice i particolari della sua vita nel monastero e come sia riuscita ad uscirne:

Lelia: Ivi stando, né d’altro che d’amor ragionare sentendo a quelle reverende madri del monistero, m’assicurai ancor io di scoprire il mio amore a suor Amabile de’Cortesi. Ella ebbe pietà di me, non finò mai ch’ella fece venire più volte Flaminio a parlar seco e con altre acciò che io, in questo tempo, che nascosta dopo quelle tende  mi stava, pascesse gli occhi di vederlo e l’orecchio d’udirlo che era il maggior desiderio ch’io avesse[14].

Quindi  Lelia avendo saputo in questo modo che Flaminio  cercava un servitore decide di seguirlo con l’approvazione  di suor Amabile.

Lelia: ella me ne confortò e ammaestrommi del modo che avevo a tenere; e accommodommi di certi panni che nuovamente s’aveva fatti per potere ella ancora, alcuna volta, come l’altre fanno, uscir fuor di casa travestita a fare i fatti suoi[15].

L’amore che il personaggio della fanciulla Isabella prova per Lelia in vesti maschili viene descritto dalla sua cameriera con termini scurrili:

Pasquella:…da certi dì in qua, è intrata in tanta frega e in tanta smania d’amore che né dì né notte ha posa. Sempre si gratta il petinicchio, sempre si stropiccia le cosce, or corre in su la loggia, or corre a le finestre, or di sotto, or di sopra; né si ferma altrimenti che s’ella avesse l’ariento vivo in su piedi[16].

Più semplice e limpido ma non meno  audace è il personaggio di Flamminia de L’Erofilomachia di Sforza Oddi, fanciulla che destinata dal padre a sposare un vecchio decide di fuggire di casa per raggiungere a Genova il giovanetto cui bambina ha giurato amore eterno ma questo ragazzo di nome Leandro per amor suo fa il servitore in casa sua sotto il falso nome di Fabio e proprio a lui si rivolge nel momento della fuga:

Flamminia: Sono stata cinque anni in Firenze, che mai né giorno né notte ho avuto in cuore altro che Leandro….E perché ora mio padre mi vuol dare ad altri io, per non lo fare, me ne fuggo, o Fabio, e vo ritrovare il mio Leandro  a Genova dove se in lui sarà qualche scintilla di quello smisurato ardore che allora per me soffriva, spero con la mia lunga fede e con le lacrime muoverlo a compassione di me e mi vorrà per sua benché indegna, consorte, come io bramo lui per mio meritissimo signore. A te Fabio sta di darmi la vita e la morte; s’io per te mi resto, tu mi uccidi; se mi lassi andare, mi rendi due vite[17].

Per quanto riguarda le donne sposate in generale e a maggior ragione le signore, nobili o  borghesi il primo dovere è quello di essere dolci, pazienti e caste. Ma è soprattutto la castità quella che ha più valore e prevale su tutti le altre virtù,  imponendo alla donna di resistere agli attacchi galanti dell’uomo. La donna non deve neppure lagnarsi delle eventuali avances maschili perché verrebbe subito accusata dal marito e dai famigliari di averle provocate con un comportamento scorretto e con un atteggiamento equivoco.

Invece l’uomo deve usare ogni mezzo lecito o illecito per vincere la resistenza della donna e ottenere il pegno d’amore perché il coraggio del conquistatore, in amore come in guerra, è la  virtù maschile per eccellenza. Così i rapporti tra i sessi assumono l’aspetto di una guerra dove la donna che soccombe perde l’onore del mondo e trova guai in famiglia, talvolta anche la morte[18], mentre l’uomo  vincitore viene ammirato, invidiato e da tutti tenuto in considerazione anche se si tratta di un  amore  adulterino. Come spiega Lidio nella seconda scena della Calandria  quando dice:

Lidio:…Io non posso volere se non quello che Amor vuole: e mi sforza ad amare questa nobil donna più che me stesso. Il che, quando mai si risapessi, credo che io ne sarò da molti più reputato; per ciò che, come in una donna è grandissimo senno il guardarsi  da amore di maggior uomo che ella non è, così è gran valore nelli omini di amare donne di più alto lignaggio che essi non sono[19].

Se la commedia italiana ci presenta come abbiamo visto fin’ora fanciulle che preservano la loro verginità o il loro onore sessuale, interpretando a tratti  ruoli maschili  e assumendo  comportamenti  indipendenti ed audaci sfruttando le risorse della teatralità,  la donna sposata  ci viene descritta, con l’antica formula misogina propria della farsa e della novella, come corrotta e disinibita più femmina che signora la quale, con l’astuzia, riesce a superare i vincoli della morale corrente e a godere dell’amore fisico di un giovane amante in barba al marito vecchio, e spesso impotente, impostogli dalla famiglia con un matrimonio combinato.

Un esempio  ci è dato da Valeria personaggio della Venexiana che parla col suo innamorato con un linguaggio patetico che non ignora la consapevolezza della schiavitù della carne, cui risponde Iulio in termini forbiti di stampo petrarchesco anche se pronunciati  in dialetto veneziano:

Valeria: Disè, se Dio ve guarda: perché comenzassi cuscì a guardarme?

Iulio: La bellezza e gentilezza vostra, la prima fiata che io le vidi, me ligorno per vostro perpetuo prigione.

Valeria: In che luogo me vedessi?

Iulio: In chiesa, a quelle mòneghe, ove era festa.

Valeria:  Non savèvu che gera noviza ?

Iulio: I’ non pensai se non a la gratia et beltà de Vostra  Signoria[20].

E infine:

Valeria: Vu avé guadagnà un corpo e un ‘ anima che gera persa, se non vegneve a vederla.

Iulio:  Signora non volio aver guadagnato più che la grazia de Vostra Signoria,ché Quella se degna avermi in servitore suo.

Valeria: Digo in mio mazor. Vu savè ben che pena m’avè dà, perché ho volesto esserve mazora. Ma da qua avanti voio esserve menora in ogni canto.

Per concludere:

Valeria: Oria , fia, sera la camera e va’ su a Misser Grando, che no ciga. E se ‘l dise gnente de mi, di’ che ho mal e che questa sera, non voio che nessun me rompa la testa.

Oria: Lassé far a Oria, che ‘l tuto provederà a ben e presto[21].

Anche Fulvia, personaggio della Calandria,  moglie del ricco Calandro,ma  innamorata di Lidio è franca e  ardita nel cercare il piacere e non esita a travestirsi da uomo per andare a casa del ragazzo che ama :

Fulvia: Nulla è certo, che Amore altri a fare non costringa. Io, che già sanza compagnia a gran pena di camera uscita non sarei, or, da Amor spinta vestita da uomo fuor di casa me ne vo sola. Ma se quella era timida servitù, questa è generosa libertà[22].

Qui con sua grande sorpresa trova il marito tra le braccia  di una prostituta e anziché farsi  intimidire si mette a inveire da comare gelosa contro di lui  fingendosi disperata  e sommamente offesa:

Fulvia:…In fede mia, non so come io mi tengo che io non ti cavi gli occhi. E forse non pensavi  ascostamente farmi questo inganno? Ma per mia fè, tanto sa altri quanto tu. E a quest’ora, in questo abito, d’altri non fidandomi, io propria sono venuta per trovarti. E così ti meno, come tu sei degno, sozzo cane, per svergognarti e perché ognuno prenda compassione di me che tanti oltraggi da te sopporto ingrato…[23]

Mario Apollonio scrive che qui sono” riportati echi del Boccaccio e del recente Quattrocento fiorentino, ma proporzionati nell’esigenza della commedia e del personaggio e della battuta”[24].

Se questo è il cliché tradizionale della donna sposata nella commedia cinquecentesca, è opportuno proporre alla vostra attenzione un personaggio femminile molto noto e diverso dal modello prima accennato, perché donna di onestissimi costumi e di irreprensibili intenzioni, Lucrezia la celebrata bellezza protagonista de La Mandragola di Machiavelli.

L’intreccio come è noto prende spunto da una coppia di facoltosi borghesi “lui ricco, lei bella donna, savia costumata ed atta a governare un regno”[25], come spiega l’amico Ligurio, entrambi spasimano per avere figli a cui destinare i beni e il patrimonio, figli che non riescono ad arrivare dopo ben  sei anni di matrimonio. Mentre la moglie, Lucrezia appunto, è giovane il marito pur non essendo troppo vecchio, né impotente è probabilmente sterile o forse, come hanno sottolineato alcuni critici, omosessuale[26]. La moglie paziente e collaborativa  si sottopone di buon grado a tutte le follie che il marito le impone secondo i dettami della medicina del tempo fino a che un sedicente medico di nome Callimaco arrivato da Parigi offre il consiglio risolutivo.

Come spiega nel primo atto della commedia, Callimaco che, innamoratosi di Lucrezia, tenta di sedurla:

Callimaco:In prima mi fa guerra la natura di lei che è onestissima ed al tutto aliena dalle cose d’amore; l’avere el marito ricchissimo, e che al tutto si lascia governare da lei e se non è giovane, non è del tutto vecchio, come pare;non avere parenti o vicini con chi ella convenga ad alcuna  vegghia o festa o ad alcuno altro piacere, di che si sogliono dilettare le giovane. Delle persone meccaniche non gliene càpita a casa nessuna; non ha fante né famiglio, che non triemi di lei: in modo che non c’è luogo ad alcuna corruzione [27].

Lucrezia, figlia di Sostrata che “è stata buona compagna” [28]cioè donna di facili costumi, è  un personaggio enigmatico tutta immersa in una realtà religiosa  “una figura di aspra moralità, di sofferto pudore”[29] il cui linguaggio arricchito di una  terminologia  cristiana è per lei un” lessico famigliare”[30].

Lucrezia è un personaggio dal carattere riservato, che parla poco e che vive una sorta di solitudine morale non essendo in sintonia né con la madre superficiale  né col marito rozzo e credulone . Quello che sappiamo  ci viene detto dagli altri personaggi che però ci danno un’immagine di lei filtrata dai loro occhi.

Quando la madre e il suo confessore le prospettano di trascorrere la notte con uno sconosciuto che poi all’indomani  morirà risponde inorridita:

Lucrezia:Ma di tutte le cose che si son tentate, questa mi pare la più strana, di avere a sottomettere el corpo mio a questo vituperio, ad essere cagione che un uomo muoia per vituperarmi: perché io non crederrei, se io fussi sola rimasta al mondo e da me avessi a risurgere l’umana natura, che mi fussi simile partito concesso.

Sostrata: Io non ti so dire tante cose, figliola mia. Tu parlerai al frate, vedrai quello che ti dirà, e farai quello che tu di poi sarai consigliata da lui, da noi, da chi ti vuole bene.

Lucrezia: Io sudo per la passione [31].

Questa frase rinvia all’ evangelista Luca quando descrive la passione di Cristo che nell’orto del Getsèmani suda sangue per l’imminente passione[32], anche Lucrezia è oppressa  dall’angoscia per la violenza che il suo corpo tra breve tempo subirà e conclude dicendo:

Lucrezia: Ma non credo mai essere viva domattina[33].

Considerandosi ormai morta per il dolore di essere stata tradita nella sua devota fiducia dal frate confessore e dalla madre e per la vergogna di esporre il suo corpo, come un condannato al supplizio, al ludibrio di un personaggio  sconosciuto, forse orribile.

Il linguaggio di Lucrezia non è mai passiva ripetizione di un lessico da beghina, ma risulta sempre investito da una carica alta, da un afflato religioso autentico “Dio m’aiuti e la Nostra Donna che io non capiti male” …”Sentiamo eccheggiare con queste parole scrive Alonge- il sigillo grandioso del Padre Nostro, ‘libera nos a malo’”[34]. Ma la vittima non è rassegnata e sappiamo dal racconto del marito  Nicia che fino all’ultimo ha tentato di sottrarsi al “vituperio”:

Nicia: Quanti lezzi ha fatto questa mia pazza! Ella ha mandato le fante a casa la madre, e ‘l famiglio in villa. Di questo io la laudo; ma io non la lodo già che innanzi che la ne sia voluta ire a letto, ell’abbi fatto tante schilfiltà:- Io non voglio!…Come farò io?…Che mi  fate voi fare?…Ohimè, mamma mia!…E, se non che la madre le disse el padre del porro, la non entrava in quel letto…[35]

Per quanto succede in seguito, la critica ha individuato varie chiavi di lettura, riteniamo che quella più corretta sia interrogare ancora il testo che riporta solo un resoconto di Callimaco che dopo le prodezze notturne è propenso  ad amplificarne i risultati. Lucrezia resta defilata e scontrosa nei confronti del marito che commenta “Guarda come la risponde! La pare un gallo!”[36]. Infine, soprattutto in vista della sospirata prole, Lucrezia esce dalla sua abituale riservatezza e quando il marito la esorta a porgere la mano a Callimaco esclama: “Io l’ho molto caro e vuolsi che sia nostro compare” [37] che può essere espressione di sottomissione muliebre alle scelte strategiche del marito, soddisfazione per aver trovato un amante appassionato, ma più probabilmente l’espressione verbale  di un calcolo designato da  Lucrezia per inglobare, nell’ormai allargata  famiglia, il vero padre dei  figli tanto accanitamente desiderati. Così Machiavelli ,in modo beffardo, si prende gioco delle parole e delle manifestazioni d’amore in un  panorama in cui prevale l’egoismo e la concretezza borghese del denaro e della famiglia, ma il pubblico più avvertito è  già stato messo sull’avviso dalla filigrana intertestuale del Prologo.

Per quanto riguarda il personaggio della prostituta, gli autori delle commedie si ispirano soprattutto  alla figura di quella che era chiamata la “cortigiana onesta” che esercitava “l’onorato mestiere” , sapeva far l’amore, cioè parlane in termini poetici  e letterariamente raffinati agli uomini della città e soprattutto ai giovani che risolvevano così i loro gli istinti sessuali e spesso le amavano in modo tormentato e passionale[38]. La cortigiana viveva all’interno della propria casa arredata elegantemente e situata nel centro cittadino servita e riverita come una ricca signora borghese di cui la donna di piacere copiava l’abbigliamento, il comportamento esteriore e la frequentazione alla chiesa andando alla messa accompagnata dalle sue fantesche e offrendo  elemosine. Un esempio importante di questo genere di prostitute era senza dubbio Veronica Franco, scrittrice e poetessa che durante un soggiorno di Montaigne a Venezia nel 1580 lo aveva invitato a pranzo e gli aveva regalato  un libro di Lettere[39] cosa riportata nel Journal de voyage  dal filosofo francese  che  la ricorda come “gentil femme Venitienne”[40].

Una lista presentata dal governo fiorentino nel 1569, riconosce lo status di questa prostituta appunto come “onesta” e  la inserisce  senza scandalo  nella società urbana del Cinquecento differenziandola dalla “mediocre”che appartiene all’ambiante popolare e da quella ”povera” che appartiene al ceto più umile[41] che a stento riesce economicamente a sopravvivere.

Al genere più alto appartiene il personaggio di Ardelia, cortigiana innamorata di Amico nella commedia, di Sforza Oddi,  L’Eterofilomachia che proclama l’integrità del suo amore e la sua assoluta fedeltà ad Amico, l’uomo amato cui ha anche donato ingenti somme di denaro per il gioco d’azzardo:

Ardelia: O Amico, la cagion di questo la sapete pure; ma sempre bisogna che io ve la ridica. Voi dubitaste da principio e poi più volte me l’avete accennato che io sia la meno onesta femmina e la meno generosa cortigiana di Firenze; anzi che non vi sia la più rea e la più sottoposta alle voglie amorose di me….Ma vi rispondo che mi accusate di questo per ricoprire la vostra crudeltà, perciò che questo vi dovrebbe essere un segno che non sono così spessi i miei piaceri, come voi credete, anzi che per l’astinenza ch’io fo con gli altri, mentre sono priva di voi, nasce che come io vi vedo mi viene si gran voglia di abbracciarvi…..e ch’io desideri anzi abbia fisso il chiodo di morire allora quando non sarete più mio…..che tosto che inchinerete il cuore ad abbandonarmi, come fe’ Teseo della sua Arianna nell’isola di Chio, in questa io subito con le mie mani m’ucciderò come fa’ l’infelice Cleopatra….[42]  .

Vittoria personaggio della cortigiana nel Candelaio di Giordano Bruno invece è più concreta e meno sognatrice e, ricordando anche se in modo blasfemo, la parabola evangelica, programma avvedutamente la sua vita:

Vittoria:…Considero che, come di vergini, altre son dette sciocche, altre prudenti; così anche de noi altre che  gustiamo de meglior frutti che produce il mondo, pazze son quelle che l’amano sol per fine di quel piacer che passa, e non pensano alla vecchiaia che si accosta ratto, senza  ch’altri la vegga o senta insieme, insieme facendo discostar gli amici. Mentre quella increspa la faccia, questi chiudono le borse….S’io aspetto il tempo, il tempo non aspetterà me. Bisogna che ci serviamo dei fatti altrui, mentre par che quelli abbian bisogno di noi. Piglia la caccia mentre ti siegue e non aspettar che ella ti fugga…[43]

Più drammatica e più soggetta agli incerti del mestiere è descritta la vita delle prostitute più povere che vivono una vita di stenti come è il caso della Lena personaggio dell’omonima commedia di Ludovico Ariosto rappresentata a Ferrara nel 1528. Questo  personaggio che malgrado la vita che conduce, non manca di una sua forza e di una certa dignità personale,  tenta di ribellarsi, senza peraltro riuscirci, ai personaggi maschili che la sfruttano: da un lato un  marito lenone come lo apostrofa  la donna:

Lena: Chi m’ha fatto puttana?

Pacifico: Così chiedere potresti a quei che tuttodì s’impiccano chi li fa ladri.      Imputane la propria tua volontà.

Lena:   Anzi la tua insaziabile golaccia, che ridotti ci ha in miseria; che se non fossi stata io che per pascerti, mi son di cento gaglioffi fatta asina, saresti morto di fame. Or pel merito del bene che ti ho fatto, mi rimproveri poltron, ch’io sia puttana?[44]

D’altro canto anche l’amante Fazio è un  vecchio  lucido e crudele che tiene soggetta la giovane donna per i suoi  volgari interessi :” Spero d’abbattere tanta superbia: io non voglio già vendere la casa, ma si ben farglielo credere….Vo con tanti stimoli, da tanti canti pungere questa bestia che porle il freno e il basto mi delibero” [45] trattando Lena alla stregua di una bestia da cui trarre solo vantaggi.

Lena è ben consapevole  della situazione se parlando di Fazio dice:

Vorrebbe il dolce senza amaritudine; ammorbarmi col fiato suo spiacevole e strascinarmi come una bell’asina e poi pagar d’un “gran mercè”. Oh che giovene! Oh che galante, a cui dar senza premio debbia piacere![46]

Alla fine Lena è isolata,tutti i suoi piani di riscatto, anche se illeciti, falliscono, non ha alternative e accetta di rientrare nella vita quotidiana nel grigiore e nella tristezza di sempre.

Stessa sorte è quella delle  cameriere e delle serve vezzeggiate e lodate dalle padrone quando queste hanno bisogno di farsi aiutare per coprire  traffici amorosi illeciti,  poi subito svillaneggiate o  picchiate se accade qualche sgradevole imprevisto e spesso accusate dai mariti delle colpe delle padrone. Viene così evidenziata, anche attraverso la commedia,per le donne di umile condizione, una realtà  sociale estremamente instabile dove hanno poco valore le qualità individuali e l’onestà, mentre è spesso l’astuzia che salva da una situazione difficile e  permette  la sopravvivenza in un mondo dove il lavoro femminile è sempre pericolosamente deprezzato  e il cui salario è solo precariamente garantito .

Donna desiderata,  pericolosa,  costretta al silenzio o astuta manipolatrice, fanciulla avventurosa ma rispettabile, prostituta biasimata,ma anche donna di reputazione e di potere: ecco la presenza sulla scena della commedia cinquecentesca di personaggi femminili  controversi, ma di notevole personalità,  più o meno corrispondenti alla realtà  del tempo ma sempre originati da una relazione tra le donne e la società  che si dirama dal testo alla scena in un movimento costante esterno ed interno. Vi è tuttavia  un momento costitutivo anteriore che rimanda a un problema sociale autentico: infatti il personaggio femminile della commedia non è che la punta di un iceberg sommerso , è il momento visibile e culminante di un rapporto storicamente determinato tra il mondo maschile e quello femminile in cui sussiste la prevaricazione maschile nei confronti della donna considerata come intellettualmente inferiore e sessualmente incontrollabile, con l’ineluttabile conseguenza di dover dipendere  sempre e comunque dall’uomo sia in famiglia che nella società. Una situazione difficile e irragionevole  che gli autori rinascimentali  fanno affiorare e mettono in discussione, (forse inconsapevolmente)  proprio attraverso la satira, l’ironia e la spregiudicatezza della commedia. Si può quindi concludere con le parole di Alessandro Bianchi che si è occupato di modelli femminili nel Cinquecento, che scrive:

“E’ legittimo e direi doveroso relazionare l’opera con la società, i luoghi comuni, la storia macro e micro, aspetti della realtà che non è lecito in nessun modo eludere per chi studia il mondo altro, ma non altrove dell’arte [47].

   Mariangela Mazzocchi Doglio

                                Università degli studi di Milano

 


[1] C.VIOLANTE, Le contraddizioni della storia, Palermo,Sellerio,2002, p. 85.

[2] R.BARTHES, Sul Teatro, Roma, Meltemi, 2002, p. 183.

[3] R.ALONGE-R.TESSARI, Lo spettacolo teatrale,Milano, LED, 1996, pp.11-12

[4] C.SEGRE, Teatro e romanzo,Torino, Einaudi,1984, p.5.

[5] N. MACHIAVELLI, Il teatro e tutti gli scritti letterari, Milano Feltrinelli,1965, p.196.

[6] G.B. BELLI,Opere ,Torino,Utet, 1952, p.42.

[7] M.ZANCAN, La donna, in Letteratura Italiana, diretta da A.Asor Rosa, vol .V, Torino, Einaudi,1986, p. 789.

[8] A.CHEMELLO, Donna di palazzo, moglie, cortigiana: ruoli e funzioni sociali della donna in alcuni trattati del Cinquecento, in La Corte e il “Cortegiano”. II, Un modello europeo, a cura di A.Prosperi, Roma, Bulzoni 1980, p.116.

[9] G.F.CAPRA, Della eccellenza e dignità delle donne, Introduzione a cura di M. L. Doglio, Roma, Bulzoni, 2001, p. 26 e p.49.

[10] F.DOGLIO,Teatro in Europa, vol.II, Milano, Garzanti, 1988, p.56.

[11] L. ARIOSTO, La Cassaria, in Opere, vol .IV, Commedie, Milano, Mondadori, 1974,  atto I, sc. II, p.9.

[12] Cfr: R.ALONGE, La riscoperta rinascimentale del teatro, in Storia del teatro moderno  e contemporaneo, vol. I, Torino, Einaudi, 2000, pp.26-27.

[13] Cfr. N.Z.DAVIS, Society and Culture in Early Modern France, Palo Alto, Stanford University Press, 1965, cap. V.

[14] ANONIMO, Gl’ingannati, in Il teatro italiano, La commedia  del Cinquecento, t.II, Torino Einaudi,1977,  atto I, sc. III, pp. 108-109.

[15] Ibidem.

[16] Ibidem,  atto II, sc.II, p.120.

[17] SFORZA ODDI, L’Eurofilomachia, atto IV, scen. IV, in Il teatro italiano, La commedia del Cinquecento, Torino, Einaudi, 1978, p.87.

[18] Cfr.M.LAZARD, Images littéraire de la femme à la Renaissance, Paris, Presses  Universitaires de France,1985, p.133.

[19] B.DOVIZI da BIBBIENA, La Calandria, atto I, scena II, cit.,p.15.

[20] ANONIMO,La Venexiana, in Teatro italiano , La Commedia del Cinquecento, t. I , cit., atto IV, scena V, pp.384-385.(Valeria:Dite, se Dio vi guardi: perché cominciaste così a guardarmi? Iulio: La bellezza e la gentilezza vostra, la prima volta che io vi vidi, mi legarono per vostro perpetuo prigione.  Valeria: In che luogo mi vedeste? Iulio: In chiesa, da quelle monache, dov’era festa. Valeria: Non sapevate che ero sposa da poco? Iulio:Non pensai  se non alla grazia e alla beltà di Vostra Signoria).

[21] Ibidem, scena VI ,pp.398-401.(Valeria: Voi avete guadagnato un corpo e un’anima che era persa, se non venivate a vederla.Iulio: Signora, non voglio aver guadagnato più che la grazia di Vostra Signoria, giacché ella si degna di avermi per suo servitore. Valeria: Dico per mio superiore. Voi sapete bene che pena m’avete dato, perché ho voluto esservi io superiore. Ma di qui in avanti voglio esservi inferiore in ogni cosa) per concludere ( Valeria: Oria, figlia, chiudi la camera e va su da Messer Grande, che non gridi. E se dice niente di me, digli che ho male e che questa sera, non voglio che nessuno mi rompa la testa. Oria:Lasciate fare a Oria, che a tutto provvederà bene e presto).

[22] B.DOVIZI da BIBBIENA, La Calandria, cit.,  atto III, scena VII, p. 51.

[23] Ibidem, atto III ,scena XII, pp. 54-55.

[24] M.APOLLONIO, Storia del teatro italiano, vol.II, Firenze, Sansoni,1939, p.79.

[25] N.MACHIAVELLI,La Mandragola, atto I, scena III, p.106.

[26] G.INGLESE ,”Mandragola” di Niccolò Machiavelli, in Letteratura Italiana, vol. I, Torino, Einaudi,1992, p.1027; e R.ALONGE, op. cit.,p.11.

[27] N. MACHIAVELLI, La Mandragola, cit. ,  atto I, scena I, p.103.

[28]  Ibidem.

[29] R.ALONGE, Quella diabolica coppia di messer Nicia e di Madonna Lucrezia, “Il castello di Elsinore”(34) 1999,p. 13.

[30] P.GIBELLINI, Prefazione a Niccolò Machiavelli,Mandragola, Milano, Garzanti, 1997, p. XXXVIII.

[31] N. MACHIAVELLI, La Mandragola, cit., atto III, scena X , p.126.

[32] R.ALONGE, op. cit., p. 15.

[33] N.MACHIAVELLI, op.cit. scena XI, p.128.

[34] R.ALONGE, op. cit., p.16.

[35] N.MACCHIAVELLI, La Mandragola, cit. atto IV, scena VIII, p. 139.

[36] Ibidem, atto V, scena V, p.148.

[37] Ibidem,  atto V, scena VI , p. 149.

[38] J.ROSSIAUD, La prostituzione, Bari, Laterza , 1984, p.173.

[39] Lettere  famigliari a diversi della Signora Veronica Franco, Venezia, 1580.

[40] N. CLERICI BALMAS, Les courtisanes de Montaigne, in “Journal of  Medieval and Renaissance Studies”, t. 25, n.3 (1995), cfr. MONTAIGNE, Journal de voyage, aux soins de Fausta Garavini, Paris, Folio/Gallimard, 1983, pp. 310-312.

[41] Ibidem, pp. 270-271..

[42] SFORZA ODDI, L’erofilomachia, cit., atto III, scena II, pp.55-56.

[43] G. BRUNO, Candelaio, in Il teatro italiano, La commedia del Cinquecento, t. III, Torino, Einaudi, 1978, atto II, scena IV, p. 187.

[44] L. ARIOSTO, La Lena,in Commedia del Cinquecento, t. I, cit., atto V, scena XI, pp.228-229

[45] Ibidem, atto II, scena I, p.175.

[46] Ibidem, atto II, scena II, p.175.

[47] A. BIANCHI, Alterità ed equivalenza. Modelli femminili nella tragedia italiana del  Cinquecento, Milano , Unicopli, 2007, p. 15.

ROBERTO VACCA – RIARMO CINESE

Una guerra totale mira a distruggere un’intera nazione: città, popolazione civile, infrastrutture, risorse. L’8/8/1945 i governi di Francia, Regno Unito, USA e URSS stabilirono che la sola preparazione di una guerra totale è un reato internazionale contro la pace e l’umanità (Protocollo di Londra).

In una guerra asimmetrica, una parte (in genere la più debole, ad es. guerriglieri insorti) mira a colpire le vulnerabilità dell’altra, compensando le proprie deficienze in quantità e qualità degli armamenti o delle truppe.

Nel 1939 la Wehrmacht mirò a scatenare la guerra lampo asimmetrica, fidando negli Stuka (bombardieri di precisione in picchiata) e nell’alta mobilità. Sottovalutavano, però, il potenziale degli altri paesi. Nel 1939 la produzione tedesca di acciaio era di 23 Mton. Quella inglese, francese, russa e americana di 89 Mton. Sul medio-lungo termine il rapporto di forze era asimmetrico a sfavore del Reich. Se Hitler avesse continuato per anni a migliorare i suoi armamenti, avrebbe avuto i carri armati Tigre dall’inizio invece di attenderli per tre anni. Avrebbe perfezionato con guida radar le bombe volanti V1 e V2 – invece 35.000 di esse dall’Agosto 1944 al Marzo 1945 uccisero 9000 inglesi e non ebbero alcun impatto militare. I tedeschi avrebbero forse prodotto anche una bomba atomica superando gli alleati in terra, mare e cielo. Per fortuna furono surclassati in ogni campo. Già nel 1921 la rivista francese Je Sais Tout aveva pubblicato una descrizione della battaglia di Midway fra Giappone e USA, sostenendo che nella II Guerra Mondiale le portaerei sarebbero state decisive. I tedeschi non lo capirono: nel 1939 non ne avevano nemmeno una. Tentarono con tardiva ferocia di trasformare la Blitzkrieg in guerra totale e ottennero la distruzione di mezza Europa e le condanne al Tribunale di Norimberga. La tabella seguente riporta i numeri dell’armamento totale di alcuni paesi  nella II guerra mondiale..

 

Tank pesanti Portaerei Bombardieri Caccia
Germania   24.800      –     23.000   64.000
Regno Unito   10.000       1     27.000   46.000
URSS   65.500      –     68.000   63.000
USA   35.000     17     59.000   92.000

 

Questi confronti hanno una certa utilità anche se oggi gli arsenali nucleari squilibrano la situazione. Non valgono più i bilanci tra forze contrapposte. Il potenziale distruttivo massimo è in mano americana e russa. Attacchi atomici scatenati da Cina, India, Pakistan, Francia, UK o Israele sarebbero folli e inefficaci. Il timore che dispongano di armi nucleari Nord Corea e Iran è in parte giustificato, ma sostengo da anni che il rischio più grave è il conflitto atomico iniziato per errore o malfunzione dei sistemi tecnologici di controllo. Dovremmo esigere che il disarmo nucleare sia totale. La minaccia è tragica: anche i verdi dovrebbero combatterla invece di ripetere: “Nucleare? No Grazie!”.

Intanto consideriamo gli eventuali rischi implicati dalla crescita straordinaria del più grande paese del mondo. La Cina cresce rapidamente in industria, economia, scienza e tecnologia. La produzione di acciaio oggi è meno rilevante che nel 1939, ma è significativo che la Cina sia al primo posto con 680 Mton annue. L’Europa è a 177, il Giappone a 107, il Nord America a 118. Pesa di più l’alta tecnologia e la Cina eccelle anche in quella. Investe il 2% del PIL nelle spese per la difesa: 160 G$ – contro i 740 G$ degli USA [che li stanno riducendo]. Francia, UK, Russia, Arabia Saudita, Giappone, Germania, spendono in armi circa un terzo della Cina. Dunque la Cina sarebbe una minaccia militare mondiale più plausibile di quanto lo fosse la Germania nel ’39.

The Economist , nel numero del 7-12 Aprile, pubblica un servizio sulla crescente potenza militare cinese: “I denti nuovi del dragone”. Eccone i punti salienti (ma vari esperti dicono di non esagerare la minaccia cinese). La Cina ha già nel mondo influenza crescente con mezzi pacifici. Ha, dunque, interesse nella stabilità del sistema economico globale. Il reddito medio pro capite è ancora basso: innalzarlo ha la precedenza sulle ambizioni militari. L’apparato militare cinese è modesto rispetto a quello USA, di cui potrebbe colpire la vulnerabilità usando migliaia di missili balistici e di crociera, sottomarini nucleari e convenzionali, radar e satelliti capaci di accecare le comunicazioni nemiche neutralizzando la minaccia delle portaerei USA. L’Esercito di Liberazione del Popolo (ELP), con 2.300 000 soldati, è il più grande del mondo ed è diretto dalla Commissione Militare Centrale del Partito Comunista. La catena di comando, altamente computerizzata e i progetti a lunga scadenza non sono trasparenti. I rapporti fra ELP e Pentagono dibattono temi di sicurezza, monitoraggio e intelligence e sono talora più stretti di quelli fra i governi. Nei prossimi anni la Cina disporrà di migliaia di satelliti, di aerei da combattimento senza pilota e di 60 sottomarini atomici “stealthy” (non monitorabili da sonar).

Altre fonti forniscono dati futuribili più preoccupanti. Il Professor Phillip A. Karber (Georgetown University), esperto che ha lavorato per il Segretario alla Difesa Americano, ha descritto una rete di tunnel (la “Grande Muraglia Sotterranea”) che si dirama per migliaia di chilometri con un sistema ferroviario atto a spostare velocemente missili balistici a testata nucleare in modo che si possano lanciare da molte postazioni inaspettate. I dati sono stati desunti da documenti cinesi e da immagini prodotte da satelliti. Il potenziale nucleare cinese potrebbe essere molte volte maggiore di quanto dichiarato o stimato finora. Il lavoro di Karber e collaboratori è stato criticato severamente perché basato su traduzioni di bassa qualità e su interpretazioni affrettate delle immagini satellitari. Pare, però, che fonti militari cinesi abbiano ammesso di aver realizzato una rete ferroviaria sotterranea di 3000 chilometri. Rispetto alla relativa trasparenza dei trattati e delle informazioni rilasciate dalle autorità russe e americane, quelle cinesi sono molto più reticenti.

È arduo formarsi opinioni affidabili su argomenti così complicati. Ho raccolto altri dati da fonte cinese (si trovano anche in rete). Fra questi un’idea fantascientifica di una portaerei cinese da stracciare quelle americane (vedi i disegni che seguono). Forse è solo un’idea buttata là. A me non sembra plausibile. Con missili di crociera e missili balistici precisi, mi pare che le portaerei, anche così grosse, non abbiano più funzioni importanti. Le avevano 79 anni – e i giapponesi lo avevano capito bene – ma intanto avevano costruito la supercorazzata Yamato da 73.000 tonnellate che non servì a niente e fu affondata nell’Aprile 1945. Forse anche i cinesi fanno ragionano bene oggi – e poi costruiranno armi antiquate? Ragioniamoci sopra e raccogliamo  informazioni. L’importante è capire – e far sapere.

Roberto Vacca