L’EUROPA DEI PENSATORI SINDACALI

Negli anni scorsi erano più frequenti che oggi le invocazioni all’Europa sociale: a un riequilibrio della costruzione europea nella direzione del sociale, a un patto per il lavoro che, secondo una formulazione di socialdemocratici tedeschi, realizzasse “una migliore coordinazione tra gli Stati membri volta a stimolare l’espansione”. Ma non si era chiari su quali avrebbero potuto essere le misure di rilancio.

Gli Stati membri dell’Unione Europea compongono un contesto di grande sofisticazione culturale. Tutto ciò che possono fare in pro dell’espansione lo fanno già. Allora ciò che in realtà si proponeva e si propone è il ritorno all’assistenzialismo. Ma il lavoro vero lo crea il mercato, non i governi. Quando questi ultimi ‘creano’ in realtà pagano salari artificiali col denaro dei contribuenti. Il che potrebbe anche andare, ove si producessero beni nuovi e vendibili.

Invece nelle economie ipersviluppate quasi mai esistono beni nuovi che siano vendibili, a parte il caso di invenzioni clamorose, i cellulari per esempio. Tutto ciò che il mercato richiede è già offerto dai produttori esistenti. Si possono però produrre beni fuori mercato, da regalare: rimboschire tutte le montagne, bonificare in grande l’ambiente, dare una casa e una protesi proprio a tutti, accogliere molti più immigrati dal mondo della miseria, portare le plebi alla cultura e alle arti, molte altre cose di elevata eticità.

Però mobilitare le risorse per opere così nobili esige una rivoluzione spirituale, per la quale palingenesi tutti i governi che conosciamo, cominciando da quello multinazionale che regge l’Europa, sono impotenti. Occorrerebbe un nuovo Lutero, meglio un nuovo Maometto, un grande capo capace di lanciare valori rivoluzionari e di convertire ad essi le società, non i ministri i commissari i parlamentari europei, tutti follemente innamorati dell’Ideale. Un tale nuovo Maometto ce l’hanno i promotori dei ‘Patti per il lavoro’ oppure contano di trasformare le società con le loro mozioni e direttive comunitarie?

Che poi, i beni prodotti nei posti di lavoro ‘creati’ dai ministri sarebbero competitivi con quelli dei continenti che, grazie anche alla ‘arretratezza’ delle loro legislazioni sul lavoro, si industrializzano in fretta ? Tipica risposta dei proponitori di misure espansive della mano pubblica: “Va creato lavoro di qualità”. Una volta una laburista, Ms Helen Liddell sottosegretaria all’Economia nel governo Blair, formulò un programma di insipienza irraggiungibile:  “Essere competitivi sul mercato globale implica un’economia altamente qualificata con alti salari”.

Dov’è il problema, allora? Per affrontare lo scontro finale con la Cina, alziamo i salari e abbiamo vinto! Draghi cinesi, tigri asiatiche, coyoti sudamericani non fatevi illusioni. Ogni incremento in busta paga a Dortmund, Lille e Mirafiori è un chiodo nella vostra bara.

E poi voi di pensatori sindacali ne avete pochi. Noi invece, abbiamo pensatori sindacali e Labour per qualsiasi necessità. Alzando le paghe, e non di poco, vi spegneremo voi draghi tigri e coyoti.

J.J.J.

LA TELEMATICA AL SERVIZIO DELLA SOVRANITA’ POPOLARE

L’ipotesi della “democrazia elettronica” si affacciò in quel laboratorio di idee che talvolta -tutt’altro che sempre- sono gli Stati Uniti e vi divenne consistente nella campagna 1992 per la Casa Bianca. L’aggettivo ‘elettronica’ non è da prendere alla lettera: muove dall’idea che, con tutti i limiti e le incognite del computer, quell’alternativa sarà comunque meglio dell’usurpazione e della rapina cleptocratica. In un primo momento i professionisti americani dell’usurpazione politica reagirono abbassando il profilo, fingendo di aprirsi alla discussione. Bill Clinton lasciò credere di voler tenere a battesimo qualche forma di ‘coinvolgimento telematico’. Il vicepresidente Al Gore vaticinò l’avvento di una ‘Neo-Athenian democracy’. Altri, in posizioni meno eccelse, stettero buoni, lasciandosi accreditare come possibilisti. Insomma la professione politica fece una sia pur modesta puntata sulle novità.

Si comportarono invece da catoniani intransigenti (Catone Uticense, pronipote del più not Censore, avversò come poté l’ascesa di Cesare; finì suicida) i commentatori che facevano opinione. Denunciarono i terribili inconvenienti di associare il popolo nella gestione della res publica:

a) si assegna troppo potere alle posizioni di maggioranza, a scapito dei dissenzienti e dei marginali. Se l’uomo della strada si facesse Principe o socio del Principe si eliminerebbero i filtri tra impulsi popolari e produzione legislativa; in più, sostennero, ci sono casi -per esempio il trattamento di trasgressivi e devianti- in cui la maggioranza è ‘meglio’ non prevalga.

b) ledeliberazioni della ‘democrazia istantanea’ non sono meditate; mancano le ‘mediazioni’ che sono il mestiere dei politici professionisti (i più bravi dei quali siedono a vita nei solenni senati della convenzione americana). Altre obiezioni: la democrazia diretta degenererebbe in videocrazia. Se le istituzioni oligarchiche fossero costrette ad applicare la volontà del popolo, deciderebbero opportunisticamente e non secondo saggezza. Il popolo come tale è negato alla saggezza, mentre i politici di mestiere, sempre secondo l’Ancien Régime, ne sono colmi: infatti tutte le Costituzioni si fidano dei politici, non del popolo.

Sarebbero argomentazioni da rispettare se fossero vere le virtù degli ottimati. Invece le cronache di tutti i giorni confermano al di là di ogni ragionevole dubbio che i politici, soprattutto quelli all’italiana, sono quasi tutti ladri e lestofanti, altro che legislatori; che quelli all’americana vincono per il denaro che riescono a mettere insieme, dunque sono al servizio del denaro.

Quanto alla tesi secondo cui l’uomo della strada coarterebbe le minoranze di tipo libertario, diciamo le cose come stanno: visto che le posizioni trasgressive non sono molto condivise -la gente non vuole liberalizzare le droghe, la gente preferisce rallentare le conquiste libertine- si esige che vengano imposte dall’alto, dai politici. Se le stesse posizioni fossero largamente accertate, se ne esigerebbe il trionfo nel nome della sovranità popolare. La maggioranza può essere sovrana solo se la pensa come la minoranza.

Che i politici siano distillatori di senso dello Stato e monopolisti di saggezza lo ha smentito per sempre la Tangentopoli che si aggrava invece di attenuarsi (in Italia lo ha appena certificato la Corte dei Conti). Più ancora lo smentiscono tutti i sondaggi e tutte le analisi, i cui risultati si riassumono in un dato crudo e comunemente accettato: da noi la stima per i politici e i partiti è scesa a una percentuale tra il 7 e il 4 per cento. Hanno stima dei politici non più di 2 americani su 10. Il resto è pura chiacchiera o frode. Fidarsi, oggi, dei rappresentanti eletti è un disordine mentale. Oppure è nostalgia di un tempo lontano che sfuma nel mito (gli slanci del Risorgimento, Jefferson, il secolo dei lumi, San Tommaso, Marco Tullio Cicerone, Aristotele, tutti i codificatori delle virtù da scuola media inferiore.

La grande e giusta obiezione alla democrazia diretta è che un corpo legislativo di milioni o centinaia di milioni di persone è inconcepibile. Dunque, referendum a parte, i numeri della Polis sovrana vanno rimpiccioliti di mille e più volte: portati alla dimensione ateniese. Abolito il suffragio universale e azzerata la classe politica, il modo più equo di reclutare i supercittadini pro tempore è di farli sorteggiare dal computer, in presenza dei requisiti più alti, per un ‘servizio politico’ di x mesi, che esiga forti meriti oggettivabili ma escluda ogni ambizione di carriera, persino in chi abbia fatto turni da legislatore o da governante. Un congegno random che esalti l’onestà e la competenza riprodurrà le condizioni per il governo dei migliori al posto del governo dei più bravi cacciatori di voti/percettori di tangenti.

A.M.Calderazzi

MARZABOTTO, MY LAI, I DRONES DI OBAMA

“On March 16, 1968, two platoons of American soldiers arrived at the hamlet of My Lai, in the district known as Son My in what was then South Vietnam. They were on a search-and-destroy mission: They entered the village around 8 in the morning. Several hours later, between 300 and 500 villagers lay dead. The details were horrific. Eyewitnesses described bayonetings, clubbings, and close-range shootings, all without a single shot being fired at the Americans. Many of the dead were women, children, and the elderly. Some were killed while kneeling in prayer”.

E’ l’incipit dell’articolo di Stephen L .Carter, ‘My Lai revisited’, che apre ‘Newsweek’ il 26 marzo 2012. L’autore constata che “il massacro non determinò, come molti credono, una svolta nel giudizio degli americani sulla guerra del Vietnam, Un solo imputato, il tenente William Calley comandante dei reparti di My Lai, fu condannato per la strage: ma gli americani biasimarono la condanna. Un sondaggio confidenziale della Casa Bianca accertò che 4 americani su 5 volevano la liberazione del tenente Calley”.

L’articolo di Carter prosegue: “Lt.Calley was sentenced to life in prison. But the sentence was later reduced to 20 years, then to 10. Calley was finally released after three and half years of house arrest.” Per Carter l’ergastolo era giusto “per un uomo che aveva personalmente adunato in un fosso e ucciso le vittime”. Altro rilievo agghiacciante: “Support for the war had begun to drop a bit. After the massacre became known, public support actually increased”.

Stephen L. Carter allinea alcune attenuanti dell’orrore: “All’epoca del massacro oltre un milione di americani avevano servito o stavano servendo nel Vietnam. Tutti conoscevano qualche reduce. Sarebbe assurdo giudicare l’America e i suoi militari per gli imperdonabili crimini di alcuni, sia pure considerando le dozzine di altri fatti gravi che emersero nel 2006 dalla declassificazione di documenti del Pentagono”.

Sarebbe assurdo, sì. Assurdo però anche “capire” il Lt. Calley in quanto un milione di americani avevano servito nel Vietnam. Essere lì, a sganciare più bombe che nell’ultimo conflitto mondiale, a uccidere un milione di vietnamiti, era un’aggravante, la suprema delle aggravanti, non una giustificazione. Più terribile che la ferocia di un ufficiale e dei suoi due plotoni di assassini, fu che “public support for the war actually increased after the massacre became known”. Fu orrendo che “four out of five Americans wanted Calley released”. ‘Newsweek’ non dice che l’America applaudì alla cancellazione della pena, dall’ergastolo a 42 mesi di arresti domiciliari; noi non possiamo affermarlo. Però ne siamo sicuri.

Il giornalista Carter si dice certo che non troverà clemenza lo Staff Sgt. Robert Bales, che dalle parti di Kandahar (Afghanistan) ha ucciso giorni fa 16 donne, vecchi e bambini. Si dice certo in quanto “America has changed (…) our instinct had been to sweep our atrocities under the rug, lest they distract from the larger cause at stake. My Lai mercifully put an end to that habit”. Questo è un lapsus: due paragrafi prima Carter non ha scritto “After the massacre became known, public support for the war actually increased”?

E noi, il mondo dei non americani, dei non devastati dalla lebbra del patriottismo bellicista e del diritto di uccidere, abbiamo bevuto fino in fondo il calice dell’orrore, di appartenere alla stessa umanità del Lt.Calley? Oppure su Marzabotto abbiamo essiccato tutte le nostre lacrime e non dobbiamo versarne più sulle quotidiane My Lai dei drones di Obama?

Anthony Cobeinsy

FEDE E POLITICA NELLA RISCOSSA ISLAMISTA

Nello sforzo di meglio comprendere le nozioni di islamismo e di fondamentalismo sono tornato a compitare le pagine in proposito di un libro recente ed autorevole, “Il Sud del Mondo” (Fondazione A. e G. Boroli, 2009) di Gianpaolo Calchi Novati, il professore di storia dell’Africa di cui “Internauta” ha pubblicato due interventi impegnativi: un ‘epitaffio sulla Libia‘ lo scorso ottobre; sul futuro dell’Eritrea e del Sud Sudan nel numero di gennaio 2012.

La prima precisazione ricavata è che le origini del movimento islamista vanno collocate nella sofferenza coloniale di tante terre musulmane, e dunque in un’area politica, piuttosto -o prima- che in un rilancio dell’ispirazione religiosa o in un impegno di ridefinizione teologica. Alcuni leader della mobilitazione anticolonialista apparvero persino poco religiosi, troppo raziocinanti e laici. In questo senso, nota Calchi Novati, l’islamismo “si è protratto e diramato fino alla rivoluzione khomeinista in Iran e alla guerra totale indetta dalla nebulosa terroristica che si nasconde dietro Al Qaeda (‘La base’), fondata da Osama bin Laden”. Fu soprattutto agitatore politico il capostipite del panislamismo Jama al-Din Afghani (1839-97), che era nato in Persia ma che agli inizi ebbe contatti col re dell’Afghanistan. Si rifà ad Afghani il movimento salafista (da ‘salaf’, parola che esalta gli antenati). Il suo insegnamento si diffuse e riverberò soprattutto in Egitto e nell’Arabia Saudita.

Nel primo paese l’effetto maggiore fu il sorgere dei Fratelli Musulmani ad opera di Hassan Ibn Ahmad al Banna, ucciso nel 1949, e di Sayyid Qutb. Al cuore della predicazione di Qutb fu l’imperativo che la giustizia sociale fosse la funzione prima dello Stato islamico ideale. Qutb si spingeva ben al di là del sostanziale centrismo del regime di Nasser, per avanzare una proposta rivoluzionaria. Infatti Qutb fu condannato a morte dal governo del Cairo (anche se l’incitazione terroristica non figurava nel suo messaggio). In qualche misura si può dire che il fondamentalismo dei nostri giorni risale a Qutb, guida e martire. Finalità di questa variante dell’islamismo era, per Calchi Novati, la modernizzazione (o il perfezionamento) dell’Islam al tempo stesso che il movimento contrastava gli aspetti deteriori della modernità.

Nell’Arabia Saudita il movimento islamista espresse la dottrina wahhbita, risalente a un pensatore e predicatore del XVIII secolo, Muhammad Ibn al Wahhab. Al centro di questa dottrina c’è il rigore assoluto della pratica. E’ il credo imposto al paese dal governo di Riyad, anche in quanto il wahhbismo rafforza nei fatti l’egemonia dell’Arabia Saudita su non poche realtà del mondo islamico contemporaneo.

La riscossa dell’identità musulmana favorì, senza determinarle, le prime prove in Africa dell’anticolonialismo. Nel sec.XIX la fascia subsahariana conobbe addirittura una serie di ‘guerre sante’ o jihad; peraltro solo in parte rivolte contro i dominatori occidentali. Erano intese anche, a volte soprattutto, contro eresie e reinsorgenze di riti pagani.

La valenza anticolonialista dell’attivismo islamista fu a volte importante. Secondo quanto rileva Calchi Novati, il “califfato” che Othman dan Fodio fondò a cavallo tra Settecento e Ottocento nella regione settentrionale dell’attuale Nigeria apparve un grosso conseguimento, con un’articolazione avanzata, a metà strada tra Stato islamico e monarchia tradizionale. Sarà però agevolmente abbattuto dalla preponderanza europea.

Le affermazioni più note delle “guerre sante” ottocentesche furono le campagne militari condotte fino al 1885 dal Mahdi (Salvatore) Muhammad Ahmed. Quell’anno i mahdisti riuscirono a sconfiggere sul campo e ad uccidere il generale britannico Gordon. Conquistarono Khartoum. Anche in questo caso la controffensiva della potenza coloniale ebbe ragione del tentativo del Mahdi.

Naturalmente le affermazioni originarie dell’Islam nel Continente nero risalgono ben più indietro nei secoli. Poco dopo il Mille il Marocco arrivò a signoreggiare l’Africa occidentale, oltre che la penisola iberica. Invece nel secolo XIX la religione islamica, pur avendo un parziale ruolo politico, non guidò lo sforzo anticolonialista, che fu piuttosto condotto da leadership laiche. In seguito questo non poteva non suscitare conflitti all’interno del mondo islamico. Il caso limite fu l’Algeria, dove la lotta di liberazione fu condotta vittoriosamente dal FLN, mosso da spinte e contenuti laici e modernizzanti. Però qualche tempo dopo la vittoria emerse il fallimento sia degli indirizzi socialisti, sia di quelli liberisti dell’indipendenza, ai fini della lotta alla povertà.

Si profilò dunque un’avanzata impetuosa dell’islamismo politico, innervato soprattutto dal precetto religioso della carità verso i poveri. Nelle prime elezioni libere, un anno dopo la legalizzazione, il Fronte Islamico della Salvezza trionfò con parole d’ordine riferite alla fede, nonché al concreto impegno assistenziale degli islamisti. In teoria non erano formule idonee ai tempi. E invece riempivano un vasto vuoto e proponevano valori sorretti da un retaggio millenario.

Il regime rispose con un colpo di stato militare; gli islamisti reagirono con la violenza e l’Algeria indipendente cadde in una guerra civile sanguinosa. Alla fine il presidente Bouteflika trovò una formula conciliativa che mise fine alla contrapposizione frontale tra religione e Stato.

E’ passato un decennio e le rivolte della ‘primavera araba’ hanno confermato con crudezza la débacle delle varie formule della modernizzazione laicista. Gli epigoni dei vincitori dell’indipendenza non hanno saputo dare pane ai proletari, alle nuove generazioni soprattutto. La modernizzazione ha molto allargato il ruolo della borghesia urbana occidentalizzata, ma alle masse è risultata ingiusta, aggravatrice dei divari sociali, produttrice di alienazione culturale e di perdita d’identità.

Il fronte decisivo è quello sociale. Nessuna ideologia laica, né liberista né collettivista, è oggi credibile nel mondo come fattore di giustizia e di redenzione. Nell’ Islam resta più che mai netta la verosimiglianza che una forte svolta ideale restituisca slancio al fatto religioso, perché la fede torni a guidare i popoli sul terreno politico, come alle origini. Ipotizzo che anche l’ecumene cristiano potrà conoscere un processo analogo, visto l’esaurimento di tutte le spinte ideologiche oggi conosciute, dal liberalismo al marxismo. Però la rottura della continuità religiosa dovrà acquistare in Occidente caratteri più dirompenti, e le conseguenze saranno ancora più decisive che nell’Islam, dove sia il capitalismo sia il collettivismo hanno avuto meno possibilità d’azione.

A.M.C.

AMERICA DIVISA COME IL PAESE DI DISRAELI

“GOP candidates denounce talk of inequality as class warfare, but a conservative historian believe the eonomic divide -Rich America, Poor America- is real, and offers a solution”. Presentato così, l’ampio scritto su ‘Newsweek’ (23 gennaio) del conservative historian -Niall Ferguson, professore a Harvard- va letto col massimo impegno: non promette ‘la soluzione’ al problema dei problemi?

Il professore esordisce: la diagnosi di Benjamin Disraeli sull’Inghilterra del 1845 è applicabile tale e quale agli Stati Uniti del 2012: “There are two nations; between whom there is no intercourse and no sympathy…the Rich and the Poor”. Orbene per Ferguson i veri conservatori comprendono appieno che “un’economia capitalista non potrà non perdere legittimità se i benefici del congegno economico vanno solo all’elite dell’1%”.

I fatti elencati dallo storico di Harvard sono inappellabili e noti a tutti. Il reddito reale del quarto inferiore delle famiglie americane è sceso rispetto agli anni Settanta; laddove il reddito reale dell’1% superiore è più che raddoppiato: da sotto il 10% a poco meno del 24% (2007).

La presente campagna per la Casa Bianca vede Obama schierato dalla parte dell’America povera e Mitt Romney campione dei privilegiati. Ferguson si impegna perciò a descrivere la posizione di quello che considera il portavoce più attendibile della coerenza conservatrice, Charles Murray dell’American Enterprise Institute, il cui recente libro ‘Coming Apart’ è “a much needed antidote to the campaign for a European America”. Alla società americana si chiede da sinistra, da economisti come Paul Krugman e Jeffrey Sachs, di imitare i paesi scandinavi, nei quali “the rich have not being getting richer and social mobility remains high”, laddove l’America premia l’appartenenza e i meccanismi elitari, non il merito. Nel 1970 i capi delle 500 maggiori corporations era di un milione di dollari, nel 2010 di $13 milioni (incremento 1200%). Il reddito medio di tutti gli americani era nel 1975 di $12 mila, nel 2010 di $49 mila (incremento 308%).

Ebbene il conservatore Ferguson disapprova il troppo rigore dell’analisi del conservatore Murray, pur il migliore dei campioni della ricchezza, precisamente campione di quella ‘cognitive elite’, della ‘new upper class’ che si appropria sempre più largamente dei ‘financial returns on brainpower’. Secondo Murray le cose non possono non peggiorare per ‘Lower class America’, in quanto in quel contesto le quattro strutture portanti della società americana -famiglia, lavoro, comunità locale, pratica religiosa- stanno collassando.

Obietta lo storico di Harvard: Murray chiede all’America di stare alla larga dell’Europa, e di tornare invece alle sue radici. Propone cioè di liquidare le istituzioni del New Deal e della Great Society, che hanno fatto il male del ceto inferiore; di rimpiazzarle con un reddito di base garantito e di puntare tutto sui valori fondanti dell’American way, religione compresa. Ma come tornare a un’America che quasi non conosceva il divorzio e le nascite fuori del matrimonio? A un’America nella quale metà della nazione andava in chiesa la domenica? Come guadagnare i privilegiati della ‘cognitive elite’ ai valori dell’uguaglianza? Che poi, non è vero che 80 anni fa i divari sociali fossero inferiori ad oggi. Dunque no al massimalismo di destra e al catastrofismo. E’ verosimile che gli USA possano tirare avanti a lungo con le loro attuali contraddizioni.

Arriva il paragrafo con la soluzione promessa nell’incipit: “Meglio ancora che tirare avanti, propongo di prendere di petto la questione delle disparità. Propongo di smontare il Welfare anni ’30 e anni ’60 prima che portino l’America alla bancarotta, e garantire un reddito di base a tutti”. Dov’è la differenza rispetto alla teoria Murray? Ecco la precisazione autentica: “Then simplify the tax code to restore the incentives that used to exist for everyone to work hard. Finally, end the state monopolies in public education to launch a new era of school choice and competition”.

Come si vede, Harvard si contenta di poco. Prende le distanze del fondamentalismo della ‘cognitive elite’. Ma in ultima analisi ribadisce i semplici precetti del liberismo. La ‘soluzione Ferguson’ era un diverso modo di dire. Era il semplice suggerimento di evitare sostantivi ed aggettivi del fideismo reaganiano. E di non chiamare ‘class warfare’ le invettive del 99% contro l’1%.

Anthony Cobeinsy

LE LEZIONI DI SARAJEVO

Commemorare a distanza di vent’anni l’inizio dell’assedio e del lungo martirio di Sarajevo è doveroso, anzi sacrosanto. Insieme con il massacro di Srebrenica e con la distruzione e gli eccidi di Vukovar, anch’essi per mano serba, è stato uno degli apici delle nefandezze che hanno costellato, da ogni parte, i conflitti nel cui baratro è sprofondata e perita la Jugoslavia di Tito. Un paese fiero ma dalle fondamenta fragili, soprattutto psicologicamente, che si vantava non senza qualche ragione di essere stato l’unico in Europa, oltre all’URSS, a tenere testa alle divisioni di Hitler e a darsi un regime comunista senza l’aiuto determinante dell’Armata rossa. Un regime cui rimane comunque il merito di avere compiuto l’unico tentativo serio di unificare costruttivamente popoli molto affini ma al tempo stesso assai diversi, poco o per nulla inclini ad affratellarsi ma inestricabilmente mescolati sul comune territorio.

Nell’ostinata speranza che la storia riesca ad essere davvero maestra di vita, la tragedia dell’antico capoluogo e oggi malcerta capitale di una Bosnia-Erzegovina indipendente più sulla carta che nella realtà, una città ricca di storia, cultura e persino esperienze esemplari di convivenza interetnica, va costantemente rammentata e rievocata come una di quelle lezioni che gli europei e l’umanità in generale dovrebbero scolpire nella roccia. E che tuttavia, per essere veramente utile per il futuro, presuppone un’adeguata conoscenza dei fatti e un’attenta depurazione del loro uso da ogni partito preso e da qualsiasi tipo di strumentalizzazione. Due condizioni, queste, che non sempre, per non dire raramente, vengono rispettate, come avviene anche in questi giorni.

Le colpe serbe, dei serbi della Serbia e della Bosnia-Erzegovina, sono fuori discussione. Nell’intera vicenda dell’agonia jugoslava come in quella di Sarajevo e dintorni i peggiori crimini contro l’umanità, spinti fino al limite del genocidio, sono stati commessi soprattutto benchè non soltanto da loro. Non deve perciò stupire né indisporre che soprattutto loro capi, sottocapi e gregari siano stati chiamati a renderne conto davanti al tribunale dell’Aja per subire i meritati castighi. I comportamenti penalmente perseguibili non esauriscono però il quadro delle responsabilità anche indirette per i percorsi approdati a quegli eccessi, che sono responsabilità anche soltanto politiche e neppure ricadenti esclusivamente sui protagonisti o comprimari jugoslavi di quelle vicende. E tutte, comunque, da mettere nel conto per la comprensione di queste ultime e le lezioni, appunto, da ricavarne.

La Bosnia-Erzegovina veniva spesso chiamata “piccola Jugoslavia” perché caratterizzata anch’essa dalla multinazionalità e in particolare dalla compresenza di tre principali etnìe: musulmani, croati (cattolici) e serbi (ortodossi), questi ultimi maggioritari prima che gli islamici, promossi sotto Tito a gruppo nazionale oltre che religioso, li scavalcassero dopo il 1945 grazie al più alto tasso di natalità. Proprio per questa sua caratteristica i suoi governanti si batterono fino all’ultimo, spalleggiati per analoghi motivi dalla Macedonia, per preservare l’unità jugoslava minata dal secessionismo sloveno e croato e dal suo scontro con il centralismo ed egemonismo serbo, in qualche modo arginati dal peso delle due repubbliche settentrionali nell’assetto costituzionale adottato nel 1945.

Falliti i tentativi di trovare compromessi accettabili per tutti, come la riduzione dello Stato federale ad una meno compatta confederazione, ed avviato il processo di disintegrazione della Repubblica federativa con il distacco della Slovenia al termine di un breve conflitto armato, la Bosnia-Erzegovina venne costretta a scegliere (con l’aspro confronto bellico tra Serbia e Croazia ancora aperto) tra la permanenza in una federazione gravemente amputata e perciò dominata più che mai da Belgrado e un’indipendenza oltremodo problematica sotto vari aspetti, a cominciare dalle reazioni di due forti minoranze e in particolare di quella serba. Reazioni rese temibili in partenza da non lontani precedenti storici, che avevano visto i serbi locali soffrire le più crude vessazioni da parte degli ustascia, i fascisti  di Ante Pavelic che sotto la protezione della Germania nazista avevano incorporato il grosso del paese nell’effimero stato croato teoricamente indipendente durante la seconda guerra mondiale.

Ad infierire allora sulla popolazione serba, tra le cui numerose vittime vi fu anche la famiglia di Ratko Mladic, il futuro “macellaio di Srebrenica”, aveva collaborato almeno una parte dei musulmani, alcuni esponenti della quale, insofferenti della Jugoslavia monarchica, avevano d’altronde chiesto prima del conflitto l’annessione al Terzo Reich adducendo una fantasiosa origine tedesca del loro gruppo etnico. Alla memoria sempre viva di una simile esperienza si aggiunsero poi i timori suscitati dal fatto che il governo di Sarajevo, capeggiato dal “bosgnacco” Alja Izetbegovic, aveva manifestato nella fase terminale della crisi jugoslava la tendenza ad accentuare l’islamicità della propria repubblica federata coltivando a questo scopo anche i rapporti del caso col mondo esterno.

Nonostante tutto ciò la scelta cadde sull’indipendenza, con il solo conforto di un’adesione della componente croata inficiata peraltro da riserve mentali. Decisiva fu comunque, secondo ogni apparenza, l’entrata in scena di un nuovo protagonista: la Comunità europea, che già aveva svolto un ruolo determinante nella crisi jugoslava. Dapprima, infatti, si era adoperata per scongiurare la disintegrazione della Repubblica federativa, incoraggiando così di fatto, benchè non intenzionalmente, il tentativo serbo di impedire con la forza la secessione slovena e soprattutto quella croata. Poi invece aveva appoggiato entrambe col risultato di favorire l’esplosione del conflitto armato, rapidamente rientrato solo nel caso della Slovenia, con la quale Belgrado non aveva un problema di minoranza serba da difendere come con la Croazia.

Ancor più avventata e addirittura fatale fu la decisione della futura Unione europea di accogliere la richiesta di riconoscimento dell’indipendenza avanzata dal governo di Sarajevo nel dicembre 1991, dopo la proclamazione in ottobre della piena sovranità repubblicana cui i serbo-bosniaci di Radovan Karadzic avevano replicato disertando il parlamento e creandone uno separato. Le autorità di Bruxelles condizionarono il riconoscimento all’approvazione dell’indipendenza mediante un referendum popolare, che si svolse il 29 febbraio e 1° marzo 1992 con il boicottaggio serbo, tanto più scontato in quanto Izetbegovic lasciò cadere un progetto di divisione del paese in cantoni confederati secondo il modello svizzero.

Altrettanto scontato risultò così il verdetto delle urne, che premiò i voti favorevoli ma in misura limitata al 63%, con la contrarietà quindi di un’intera componente nazionale. Ciò bastò tuttavia all’Europa dei 12 e agli Stati Uniti per concedere il riconoscimento (6-7 aprile), e fu solo all’indomani di questo passo che scattò la reazione serba, dura e persino feroce quanto si voglia, con i primi colpi di fucile nel cuore di Sarajevo che, seguiti ben presto dalle cannonate, segnarono l’inizio dell’assedio e della guerra civile. Un conflitto inevitabilmente impari, perché, come già avvenuto in Croazia, la parte serba fruì di quanto restava (e restava parecchio) della vecchia Armata popolare di Tito, uno dei più forti e meglio attrezzati eserciti d’Europa, da sempre prevalentemente in mano a comandanti e ufficiali serbi e comunque animati da spirito “unitarista” .

Il vero o presunto maggiore rapporto di continuità della Serbia di Milosevic con il vecchio regime, comunista o socialista che fosse, rispetto alle altre repubbliche jugoslave, e la sua maggiore vicinanza alla Russia pur decomunistizzata di Elzin, sicuramente influirono non poco sulle scelte occidentali benchè la guerra fredda tra Est e Ovest fosse ormai archiviata. Poiché tuttavia Belgrado aveva ormai abbondantemente dimostrato, all’inizio del 1992, di non lasciarsi frenare da alcuna remora nel perseguire i propri obiettivi, giusti o sbagliati che fossero, l’Occidente avrebbe dovuto modulare almeno con più accortezza le proprie mosse riguardo alla Bosnia-Erzegovina. E una volta compiuta comunque la propria scelta politica, certo non doveva lasciar passare poi oltre tre anni prima di optare per l’intervento militare necessario per porre fine alla peggiore carneficina continentale del secondo dopoguerra dopo avere oggettivamente contribuito a scatenarla.

Franco Soglian

COME SOPRAVVIVERE SENZA FUTURO

Dice Donatella Viti, che lavorò in un rinomato ufficio studi: l’Italia non ha più un futuro. Anzi l’Europa. Per qualcuna delle nazioni europee, forse Viti si dispera troppo. Per lo Stivale, chissà. Sono morti tutti gli imperi grandi, perché non potrebbe morire l’improvvisata prosperità degli Eighties craxiani?

I filosofi della storia dicono che i popoli non muoiono, e magari hanno ragione. Però non è detto che vivano sempre nelle circostanze migliori. Le plebi campavano negli stenti ai tempi gloriosi di Ottaviano Augusto. Oggi sono plebe (agiata) la maggior parte degli italiani (il 99% degli americani, dicono quelli di Occupy Wall Street). Non è escluso che le masse dell’Occidente ex-padrone del mondo debbano un giorno adattarsi a vivere del poco, come al tempo di Ottaviano, come a quelli Belle Epoque di Parigi quasi-capitale della finanza internazionale.

Vivremo dunque, ma non necessariamente come oggi, quando quasi non circola più un’utilitaria e quando una coppia che lavora in fabbrica non scende mai sotto i 30 mila all’anno, confortevoli per qualsiasi focolare plebeo. Non sarà un dramma. Sono superflui la maggior parte dei nostri consumi. Se invece la regressione alla vita semplice ci apparirà una sciagura, allora sì ci attendono giorni grami.

Il lavoro sarà di relativamente pochi, dunque perderà la sua egemonia. Tutti gli altri dovranno mangiare senza lavorare. Neanche questo sarà un dramma, purché la società si converta in una compagine di sopravvivenza, nella quale agli ultimi sia assicurato il minimo. Fattori oggi imprevedibili costringeranno a grossi arretramenti i ceti del privilegio spinto, oggi pervenuti a guadagnare quanto cinquecento lavoratori manuali o altrettanti borghesi proletarizzati. Nessuno sa quali fattori risulteranno coercitivi, anzi rivoluzionari, ma la probabile rottura della pace sociale avrà chiari effetti livellatori.

Una cosa sembra certa: il travaglio attuale di questo capitalismo -seguirà probabilmente un capitalismo diverso- non farà risorgere la mummia del marxismo-leninismo. Sarà perfettamente vano richiamarsi a Rosa Luxemburg, a Stalin, Gramsci, Togliatti, Dolores Ibarruri; sarà vano esaltare le glorie della lotta partigiana -tutte lampadine fulminate che non danno più luce. Questo capitalismo forse va verso la fine, ma chi lo spegnerà non assomiglierà agli antagonisti che conosciamo.

Le fedi religiose, finora rifiutate o snobbate come agenti del cambiamento sociale, potranno essere la rivelazione giustizialista di un avvenire non troppo remoto. Se si metterà in movimento, questo inedito giustizialismo attingerà una forza straordinaria da millenni di conati, di avanzate e di sconfitte del senso religioso del vivere. In ogni caso si alimenterà di un bacino sotterraneo profondissimo di aspirazioni millenaristiche. E’ per la mancanza di questa ‘riserva strategica’ che tutti i movimenti rivoluzionari laicisti e materialisti sono caduti e sono destinati a non rialzarsi.

Forse la Donatella dell’incipit vede giusto: non abbiamo più il futuro di una volta. Ne abbiamo un altro, sorprendente.

l’Ussita 

UNA VERGOGNA DELLA REPUBBLICA: LA SUA REGGIA

La velina che il Segretario generale della presidenza della repubblica ha diramato ai media ai primi di febbraio è un testo burocratico-promozionale che consolida sia i pregiudizi, sia le verità accertate su quella vergogna nazionale che è il fasto del Quirinale. Un solo esempio, tratto dalla comparsa difensiva del segretario Donato Marra: “Spesso si rinfacciano al Quirinale i dati dei bilanci di altre nazioni e la mancanza di un bilancio certificato e reso pubblico. Si fa il parallelo con l’Eliseo che costa 112,5 milioni, sostanzialmente la metà”. Come rintuzza il Segretario generale? Rimanda a “note precedenti che spiegano l’impossibilità del confronto, per la diversità delle funzioni e dei criteri contabili”. Stop. Nessun chiarimento, p.es. sulla “diversità delle funzioni”. Ovvio che non si chiarisca: nel sistema semimonarchico dato da de Gaulle alla V Repubblica le funzioni dell’Eliseo sono un multiplo delle funzioni del Quirinale talmente grosso che nessun segretario generale, pur di tempra michelangiolesca, riuscirebbe a difendere lo sconcio di funzioni assai minori e di costo doppio.

E’ vero, tre mesi fa l’Inquilino della reggia papal-sabauda ha cominciato a salvare il paese con il benemerito similcolpo di Stato che ha deposto Berlusconi e insediato Mario Monti. Ma a) per il similcolpo non occorrevano le 1787 persone del personale quirinalizio; ne sarebbe bastata una dozzina b) il personale e la ‘dotazione’ della presidenza sono ipertrofici, sproporzionati da sempre. Il Quirinale repubblicano è uno scandalo dal tempo, oggi a torto o a ragione rimpianto, di Enrico De Nicola. Se il segretario Marra vanta che i dipendenti sono 394 in meno rispetto al 2006 (insediamento di Napolitano) vuol dire oltre ad altre cose che fino al 2006 i parassiti della Corte erano 394 al di là del giusto secondo i criteri attuali, certamente oltre mille al di là del giusto secondo noi contribuenti.

Vuol dire che da due terzi di secolo la Repubblica, modellata da un Costituzione detta mirabile, impone agli italiani una reggia esorbitante, costosa, immorale. Costruito con i soldi rubati ai poveri per il fasto di un papa poco cristiano che ancora tentava di dirsi superiore a tutti i sovrani, il Quirinale non avrebbe dovuto essere assolto della sua indegnità, dunque non avrebbe dovuto essere scelto come casa-ufficio del capo nominale di uno Stato secondario, e in più disastrato dalla guerra. Tutti i presidenti repubblicani sono colpevoli di non aver chiuso il Quirinale per una residenza più sobria e meno gaglioffa. Avrebbero fatto risparmiare, ai costi di oggi, una decina di miliardi di euro.

 

Pur consapevole da sempre dello sconcio regale per una repubblica quasi partigiana, conosco poco i comportamenti dei vari padroni di casa e dei loro parenti, cortigiani, ciambellani e lacché: a parte alcuni dei fatti che costrinsero al ritiro personaggi quali il presidente Giovanni Leone.

Annotiamo che verso la fine del 2009 un segretario generale da poco uscito di carica, Gaetano Gifuni, fu indagato dall’autorità giudiziaria su denuncia, presentata ‘con grande rammarico’ (sembra in seguito alla scoperta di ammanchi di cassa) dagli uffici della presidenza. Secondo l’accusa, Gifuni aveva autorizzato il nipote Luigi Tripodi, capo del servizio Tenute e Giardini del Segretariato generale, ad abitare in una villa costruita abusivamente all’interna della tenuta presidenziale di Castelporziano. Il Tripodi fu colpito dagli arresti disciplinari sull’accusa di essersi appropriato, insieme ad un direttore e a due cassieri, di quattro milioni di euro. Ignoro il seguito.

Quali sono le prassi della dorata burocrazia quirinalizia lo dice il fatto che Gifuni, dopo uscito di carica, risultava ‘segretario generale emerito, consulente di Napolitano e risiedeva a palazzo Sant’Andrea, “dov’era il ministro della Real Casa”, dunque presumibilmente una bella sede, di proprietà dello Stato.

Tornando alla velina dell’incipit. Essa sottolinea che gli adeguamenti delle retribuzioni, forse anche dei fondi di dotazione, sono bloccati per il 2013, ma non per il 2014. Non è il preannuncio di un recidivo aumento degli oneri? Emerge anche che la previsione di spesa, 245,3 milioni, è superiore a quella che essa velina indica come dotazione a carico del bilancio dello Stato: 228 milioni.

Altri, cominciando da Gian Antonio Stella, hanno fatto le bucce alla perorazione pubblicitaria del Segretario generale (anch’egli fatto oggetto nel recente passato di non ammirativi rilievi circa l’entità dei suoi emolumenti. Egli replicò adducendo l’elevata dignità e responsabilità del suo ruolo. Tutti in effetti sappiamo quanto indispensabile sia alla Patria la burocrazia succeduta al ministero della Real Casa.

Come dicevo, sono poco informato sui nefasti della Corte repubblicana. Se fossero in parte fondate le dicerie e le accuse del genere di quelle che abbatterono un presidente e chiacchierarono i suoi edonistici figli, il Quirinale risulterebbe la reggia democratica meno amabile d’Occidente. Presto o tardi, meglio presto, andrà chiusa. In teoria lo farebbe uno come Monti, se ci arrivasse.

A.M.C.

SALAZAR ESORDI’ COME UN MONTI

Appena giunto l’annuncio -che lo Stivale esulta della mortificazione dei partiti; che a nessun costo vorrebbe rivedere le solite facce- è un accorrere di pietosi e di prèfiche a confortare i dolenti, a rianimare gli spaventati, a portare il consòlo. Chi confida ‘è un falso allarme’; chi sentenzia ‘la politica non è scalzabile’; chi, più faccia di bronzo, rievoca la ‘nobiltà della politica’ (benché fatta dalla confederazione degli Al Caponidi); chi incoraggia i già saliti sulla forca: ‘Forse la corda si spezzerà’. L’elder statesman Massimo D’Alema, con l’imperturbabilità di chi è ‘multa passus’, e in più ha compiuto molte perigliose traversate della baia di Gallipoli, ha pronunciato le parole che queste sì rincuorano: ”E’ legittimo che chi fa politica progetti il dopo Monti”.

Chi più attendibile di un homo consularis che ha seduto a palazzo Chigi? Il maggiore e il più pervicace rappresentante sindacale dei gaglioffi che ‘fanno politica’ ha detto ancora: “Non si può governare solo con scelte tecniche efficaci. Occorre una visione del futuro, che può venire solo dalla politica”. A chi pensa che Napolitano e Monti vanno invitati a restare, l’ex-presidente dei Pds risponde invece che si deve tornare a una dialettica democratica, “restando nel campo della democrazia parlamentare”, cioè della gozzoviglia dei Proci, Massimo rassicura: la politica dei partiti sembra naufragata, appare una Costa Concordia, e invece no: “con una nuova legge elettorale e con la fine del bipolarismo selvaggio chi vince le elezioni potrà costruire in Parlamento le convergenze programmatiche per governare”. In altre parole, traduciamo noi, “nessuno ci schioderà. Hic manebimus optime. Si illude l’Italia se agogna a liberarsi di noi solo perché ci stima a un livello vicino allo zero”.

Meno tracorante, o più pensoso, ma ancora abbastanza vicino al doglio dei politici di regime, Michele Salvati: “Anche ammesso che ognuno dei partiti affermasse ‘sono il continuatore della linea Monti, chi ci crederebbe? La nostra democrazia ha bisogno di riforme radicali. Di conseguenza richiede per un lungo periodo, almeno l’intera prossima legislatura, un governo ‘tipo Monti’. Assicurare nelle prossime elezioni una solida maggioranza a questo tipo di governo è per i partiti l’unico modo per uscire dal discredito in cui sono caduti”.

Ma il consòlo più corroborante, anzi più virile, ai dolenti del partitismo l’ha dato Piero Ostellino (“Il male minore della democrazia”, Corriere della Sera): “A certi intellettuali colpiti da improvvisa afonia democratica (perdita di voce politica dovuta ad alterazione tecnocratica) il governo dei tecnici piace assai più della democrazia rappresentativa. Si chiedono se non sarebbe meglio rinviare le elezioni e andare avanti indefinitamente col salazarismo in salsa bocconiana”.

Bravo Ostellino (dico sul serio): il riferimento a Salazar è un colpo d’ala, un pezzo di bravura, degno dell’ex-direttore scientifico dell’ISPI, istituzione in cui alcuni di noi Internauti agimmo a lungo, prima dell’arrivo di Ostellino. In effetti agli inizi Antonio de Oliveira Salazar fu un Mario Monti. Era un importante, austero professore 36enne di economia a Coimbra, primo ateneo del Portogallo, nel 1926 quando lo fecero ministro delle Finanze perché fermasse il dissesto lusitano. Era stato novizio gesuita, destinato al sacerdozio. Risanò i bilanci, impose sacrifici, seppe fare. Sei anni dopo divenne capo del governo e da allora le parvenze liberal-democratiche finirono. Non erano solo parvenze di Salazar: i tempi non erano amici del parlamentarismo gradito solo ai benestanti, qui più putrefatto che in Spagna e che in varie altre contrade d’Europa.

Sotto il Professore il paese migliorò. Dette una mano al movimento di Francisco Franco, però rispetto all’autoritarismo spagnolo lo Stato corporativo di Lisbona fu più lontano dal fascismo. Il regno di Salazar terminò solo nel 1968, per una paralisi che due anni dopo spense il semi-dittatore. Nel 1951, quando camminammo per una giornata per le strade di Lisbona (seguiti discretamente da un paio di agenti della Polizia), la capitale portoghese così come le sue vigne e le sue fisheries appariva piuttosto una dipendenza della demoplutocratica Londra che della Madrid ancora in pieno assetto franchista.

Ostellino riconosce che il salazarismo bocconiano “avrebbe il pregio di evitare il ritorno dei partiti ad opera del ‘popolo bue’. Stigmatizza che (certi intellettuali) scrivano “giù le mani dalla Costituzione, se qualcuno ne segnala incongruenze e contraddizioni; che fondino la Repubblica sull’antifascismo; che quando ‘gli altri’ vincono le elezioni citino Tocqueville sui pericoli della ‘dittatura della maggioranza; che fino a ieri l’invocazione di Marco Minghetti ‘fuori i partiti dalle istituzioni’ fosse una bestemmia; che oggi siano contrari al ritorno dei partiti in quanto la tecnocrazia postdemocratica non deve rispondere al Parlamento”. L’ex-direttore del ‘Corriere’ asserisce che i partiti, con tutte le loro carenze ‘da sanare’, aggregano valori e interessi. Il male è che occupano quasi tutto, “ma il modo c’è per neutralizzarli: farli fuori col voto”.

Qui è il limite del colto studioso, autore dell’acuto parallelismo super Mario-super Salazar:

una momentanea, umana amnesia non gli fa ricordare che far fuori col voto il partito X è perfettamente inutile visto che si insedia il partito Y, altrettanto esiziale quanto il primo. X e Y sono sezioni dello stesso monopartito della frode e del furto. La lealtà di “vecchio (e quasi ultimo) liberale” fa quasi tenerezza. Ma è già passato più di un secolo da quando Giovanni Giolitti la lasciò cadere, per il fatto stesso di fare il ‘dittatore’ liberale.

A.M.Calderazzi

AFGHANISTAN ONTA FINALE

“Ha senso restare a Kabul fino al 2014?”. Si intitola così il 13 marzo l’editoriale de ‘La Stampa’; il titolo è così eloquente da non richiedere la lettura del testo. E invece leggiamolo: perché dice la posizione di un quotidiano equanime come pochi; e perché è firmato da V.E. Parsi, opinionista che più volte in passato indossò prima di scrivere l’uniforme della Nato, e sopra il pastrano del patriottismo militare all’antica.

Argomenta il Nostro: la sicurezza peggiora, molti si chiedono se sarà realistico ritirare i contingenti alleati. “Eppure la domanda giusta è un’altra: Che senso ha tirare al 2014? Non sarebbe più saggio accelerare, prendere atto del sostanziale fallimento, militare e politico, di oltre 10 anni di campagna?” . Non sono stati conseguiti successi. Bin Laden è morto, Al Qaeda ha subito colpi durissimi, molti insorgenti sono stati uccisi, “ma molti altri ne hanno preso il posto e, fatto più grave, quella parte di popolazione che aveva salutato l’intervento occidentale ci sta girando le spalle”.

Per Parsi il ‘mentoring’ e il ‘training’ delle truppe locali si sta dimostrando fallimentare. Sempre più i militari occidentali sono percepiti dagli afghani come l’ennesima forza d’occupazione. L’editorialista valuta in particolare che i militari americani non sono all’altezza: “C’è qualcosa da cambiare nella selezione e nell’addestramento delle forze armate USA, che hanno perso la battaglia per il cuore e la mente della popolazione (…) E’ amaro doversi lasciare alle spalle un altro Iraq, avendo deluso milioni di afghani, a cominciare dalle donne che perderanno i pochi diritti conquistati. Ma se occorre rivedere la strategia, prima se ne prende atto meglio è per tutti. Abbiamo cominciato a perdere la guerra quando non siamo riusciti ad assicurarci l’effettiva collaborazione del Pakistan (…) Il Pakistan ha probabilmente vinto la sua guerra. Nel 2014, 13 anni e decine di migliaia di morti dopo, proprio il Pakistan tornerà ad essere l’arbitro assoluto dei destini afghani: esattamente come quando a Kabul regnava il mullah Omar”.

Se le cose stanno come dice ‘La Stampa’ -per altri stanno peggio- la guerra di Washington e satelliti è persa, altrettanto disonorevolmente quanto quella d’Indocina. Andarono di male in peggio le sette crociate ufficiali per la Terrasanta, le ultime due guidate da Re San Luigi IX, il quale morì di peste appena sbarcato a Tunisi e la settima crociata si spense. Le guerre condotte dagli USA, da quella di spoliazione contro il debole Messico (1845-46) ad oggi, sono state tutte ‘crociate’ per questa o quella causa, normalmente menzognera. Le crociate ottocentesche fruttarono grosse acquisizioni territoriali. I due conflitti mondiali, di W:Wilson e di F.D.Roosevelt, fecero dell’America la potenza planetaria; i profitti ci furono.

 

A partire dalla Corea le campagne militari presero ad andar male, ma agli americani non insegnarono niente. Oggi i Joint Chiefs of Staff fanno piani di attacco contro Siria, Iran ed altro. Il possesso in sé delle forze armate più mastodontiche della storia condanna il Pentagono a preparare nuove imprese, ciascuna delle quali benemerita della libertà, dei diritti, delle donne, dei diversi, eccetera.

Però i 62 anni passati dal conflitto sul 38° parallelo non hanno fatto che peggiorare la reputazione dei guerrieri americani. I 16 civili afghani uccisi giorni fa da uno zombie dei Marines -un corpo cosiddetto d’élite che frequentemente riabilita le SS- non sono il frutto più delittuoso di una ‘addiction’ nazionale, abbellita come esercizio del premoderno diritto di portare armi.

Resta la qualità singolarmente bassa sia dei combattenti statunitensi, sia dei loro condottieri e polemologi. Dopo i trionfi del 1945, conseguiti a valle della consunzione fisica degli avversari, non ne è andata bene più una. Chi dubita che l’Andorra, se avesse le armi del Pentagono, prevarrebbe sulle flotte e sui gruppi di armate di Obama e Panetta?

 

A partire dal Vietnam gli Aiaci statunitensi si confermano sempre meno idonei, sempre più psicolabili. Sembra che abbiano servito in Iraq e Afghanistan due milioni di guerrieri (le nostre fonti non parlano di donne: fatto non senza significato, visto che la guerra del Golfo era sembrata affermare -in contesto islamico!- che Uncle Sam promuoveva le girls a guerriere di Pentesilea. Con l’occasione ricordiamo che la regina delle Amazzoni fu uccisa da Achille che peraltro, come prevedibile, si innamorò della caduta). 400 mila reduci hanno avuto bisogno di terapie e pensioni d’invalidità. A quasi 221 mila sono stati diagnosticati problemi mentali. Sorprendentemente numerosi i suicidi, 12 solo nella base di Fort Lewis, da cui veniva il mostro che ha spento 16 vite, infanti compresi.

In due guerre il Pentagono ha reclutato una non gloriosa legione straniera di un milione di mercenari (un centinaio di nazionalità). George W.Bush, il presidente di combattimento e di vittoria che tuttora fa sognare l’Elefantino, aveva promesso la cittadinanza automatica ai meteci che si arruolavano. Dicono che il 30% delle reclute abbandonino la divisa dopo 6 mesi. Non si sa di altri eserciti al mondo i cui soldati subiscano crolli e insufficienze altrettanto gravi. Il materiale umano necessario per imporre la pax americana al globo è talmente screditato che di recente la macchina della propaganda si è acconciata ad esaltare come the best among the best l’esigua specialità dei Navy Seals (v. in questo Internauta ‘L’ultima di Hollywood sulle prodezze belliche’), la cui unica gesta è stata di macellare Osama bin Laden.

Se non ci saranno sorprese, l’impresa afghana è fallita. Non è solo la sconfitta del presidente ‘umanitario’ Obama, che col surge e coi drones l’ha fatta sua. E’ lo scacco di tutti i governanti stranieri affiliati a Washington, che puntando sulla carta sbagliata hanno fornito ascari a costo zero per il committente. Hanno fatto figura di pecore stupide gli opinion makers di mezzo mondo che per un decennio hanno garantito “l’Afghanistan non è l’Iraq”.

Nel nostro paese i mille pundit alla Franco Venturini e i leader progressisti alla D’Alema avevano caldeggiato lo sterminio dei talebani. Il savio presidente Napolitano aveva ripetutamente definito ‘giusta’ la spedizione. L’Afghanistan, insieme al mancato contrasto alla casta dei politici e allo sfarzo quirinalizio, è l’errore più grave del personaggio che pure passerà alla storia: ha deposto il visir di Arcore e affidato lo Stivale a un governante degno.

Anthony Cobeinsy

USA: CHE TASSE PAGA IL BIG BUSINESS

Nell’universo della libertà, facilità, scioltezza dell’intraprendere, nel pianeta dove il Big Government è quotidianamente contestato, la materia fiscale -aliquote, detrazioni, esenzioni, incentivi, contenziosi- è talmente irta di complessità tecnico-giuridiche che si discute da mesi su un punto quasi lunare: almeno al momento la General Electric e altri pesi massimi non pagherebbero tasse federali. La cosa appare perfettamente assurda. Eppure è partita da un intervento di prima grandezza: nel marzo scorso il ‘New York Times’ affermò appunto che la GE, incarnazione della grande corporation, agisce certi anni tax free. Pronte smentite, tra l’altro additandosi la confusione tra ‘current tax’, ‘taxes incurred’ ed altri concetti e concettismi.

Tuttavia non c’è accordo su come accertare la verità; al punto che un rock group di successo Crosby, Stills & Nash- ha messo la elusione o giù di lì della GE e sue sorelle al cuore di uno spettacolo di denuncia, con canzoni/show quali “Can you believe that they paid no income tax? In fact GE did not pay last year. Not only that, GE got a $3,5 billion giveback!” Veementi proteste dai grattacieli più alti, con deplorazioni della ‘class warfare’ che sarebbe condotta da sinistra. Tuttavia anche ambienti amici dei grattacieli biasimano che essi resistano ostinatamente agli sforzi per fare chiarezza. Gli studi e i calcoli degli esperti indipendenti non sono in grado di ovviare alla reticenza delle corporations, in particolare delle prime 250.

L’esperto Allan Sloan sostiene di avere chiesto per mesi a tre Grandi -GE, Verizon, Exxon Mobil- dati che dimostrino l’effettivo pagamento di imposte federali sul reddito 2010. Le Tre hanno opposto che la legge non esige tale dimostrazione. Sloan: “I suspect that if I called the rest of ‘Fortune 500’ I’d get 497 similar responses”. Per suo conto il competente organismo federale Financial Accounting Standard Board dichiara di non essere tenuto ad imporre alle società quotate di rendere pubbliche cifre sulle ‘taxes incurred’. Questa posizione ufficiale non placa i critici. Sloan insiste: “Disclosing information will save the companies from themselves. And from the Crosby, Stills & Nash folk rock group”.

Anthony Cobeinsy

MOGLI E SORELLE DEL MALAFFARE NON PIU’ TENUTE A BADA DAI LODEN

Franco Soglian, in Internauta di marzo, ha scritto che al mattino ci sveglia una notizia di corruzione, alla sera ci consegna al sonno la notizia di un’altra corruzione; Soglian ha riflettuto molto sulla corruzione (primi numeri di Internauta). La corruzione è l’aria stessa che respira la Repubblica nata dalla Resistenza e retta da una Costituzione “bellissima”.

Qui parliamo solo di alcune aggravanti della corruzione: i parenti e poche altre circostanze. Gran parte dei papi e cardinali dei secoli scorsi sono stati alloggiati, da Dante come da altri spiriti magni, nelle fiamme eterne dell’Inferno, perché nepotisti/familisti. Meriteranno sorte migliore i politici ed altri detentori di potere che agiscono in correità con mogli figli fratelli sorelle?

Prendiamo nota che un ex-ministro, in un primo tempo chiacchierato soltanto per un costoso appartamento romano ‘acquisito a sua insaputa’, oggi lo è anche per non so quale ruolo nella realizzazione di un grosso porto nautico. L’ex-ministro risulta proprietario di un posto barca nel detto porto. Anche la moglie. Anche la sorella. A un giornale che gli contestava la pluralità degli approdi, l’ex-ministro barcaiolo ha risposto: “Mia sorella è un’imprenditrice. Avrà il diritto di comprare ciò che vuole?”.

Certo che ha il diritto -a non tener conto della puzzolenza della cosa- nell’Italia, sorta , fulgida dalla Resistenza, oggi al 69° posto quanto a etica pubblica (dietro al Ruanda) nell’ultima classifica di Transparency International. Nella Repubblica intonatrice di inni del 151° nella quale, dice Galli della Loggia sul ‘Corriere’ 19 marzo, “c’è qualcosa di smodato nel rapporto tra la classe dirigente e il denaro e il lusso che il denaro consente: E’ una sorta di incontinenza e di esibizionismo senza freno, di compulsività acquisitiva. Sembra che ogni retribuzione non sia abbastanza elevata, ogni manifestazione di ricchezza mai troppo smaccata”.

Un editoriale partito così incisivo si affloscia repentinamente, finito il primo paragrafo, e si converte in una delle più mosce requisitorie contro l’imputato ‘Potere’. Interminabile, ma noto, l’elenco di malazioni ‘di chi conta qualcosa’: ville sull’oceano: case con viste strepitose; resort esotici; pranzi e cene da nababbi (con dettagli: uno spaghetto 180 euro); regali di pesci dal costo di quotazione in borsa; viaggi lussuosi a grosse delegazioni intere, impreziosite di parenti e amanti di entrambi i sessi; yacht, aerei privati, hotel a 5 stelle ‘minimo’.

Che oppone l’editorialista a un latrocinio così generale e sfrontato? ”Il gusto aristocratico della sprezzatura, che è il contrario dell’affettazione; il senso dell’eleganza basata sulla sobrietà; il presidente Einaudi che condivideva la sua mela con un commensale; (più ancora) “i giovani della haute lombarda di una volta, vestiti con i loden e le alte scarpe di Vibram; i vecchi tweed inglesi indossati con nonchalance dai signori della buona borghesia napoletana”. Avvertenza per il lettore: quest’ultima citazione a sfondo sartoriale non faccia pensare che il prof. Galli d.L. lavori a un’opera, ispirata al capolavoro di Edward Gibbon, sulla decadenza e caduta dell’abbigliamento signorile uomo.

Non è chiaro, invece, se per l’editorialista del Corriere il ‘mondo della sprezzatura’ e delle maniere eleganti sia un Paradiso Perduto, oppure una Riconquista nel nome della quale andare all’assalto. Nel primo caso non ci spetta che unirci al lamento funebre. Nel secondo, ci dica GdL : a) come abbatteremo dalle Alpi a Lampedusa ‘qualcosa di eccessivo, di smodato nel rapporto tra la classe dirigente e il denaro’; b) se il ritorno al loden, al tweed e alle scarpe al Vibram basterà a redimere lo Stivale, o almeno a risalire un po’ dal 69° posto in classifica; c) chi se non la politica democratica ha precipitato l’Italia tanto in basso, dai cieli alti del 1945, nonostante sia viva e operante la ‘più bella Costituzione del mondo’.

Se vorrà rispondere almeno alla domanda c), il professore non la prenda troppo alla lontana: dall’abiezione della plebe nella Roma dei Quiriti, dai panem et circenses, dalla corruttela del papato, dal fallimento da noi della Riforma, dalle dominazioni straniere. Passi in rassegna ciò che abbiamo oggi.

La verità è che la democrazia succeduta al fascismo non ha migliorato, ha peggiorato l’etica pubblica: Che l’ultimo mezzo secolo è stato un crescere della ricchezza e un immiserimento dell’anima nazionale. Che se un evento tellurico, cioè un Grande Distruttore, ben più Dracone di Monti, non azzererà la classe di potere lo Stivale non si salverà più. Che a fronte di una minaccia così grave i discorsi sullo stile, cioè sul bon ton, sono lapsus inspiegabili, benché divertenti. Laddove non deve sorprendere che quasi mai un politologo indichi le cose da fare. Now (un tempo si diceva ‘Hic et nunc).

A.M.C.

ROBERTO VACCA – ABOLIRE PROVINCE O PREFETTURE?

Il Governo riduce il bilancio delle prefetture di mezzo miliardo. Ridurrà un po’ il deficit. Nessuno dice, però, quanto costino all’anno i prefetti. Si può risparmiare ben di più. Si è parlato di abolire le province che hanno funzioni concrete: istruzione, cultura, turismo, trasporti, viabilità, territorio, protezione dell’ambiente, sviluppo economico. Se le aboliamo, altri vicarieranno le loro funzioni. Il risparmio sarà illusorio: consisterà in controllo di qualità e innalzamento dell’efficienza. di cui c’è sempre bisogno. Indago in rete sul costo annuo di province e prefetture. [l’Annuario ISTAT non lo cita].. I numeri non sono univoci: ci sono: spese impegnate, di competenza, residui. Grosso modo le prefetture costano circa 9 miliardi, ma fanno cose utili. Le prefetture costano 6 miliardi, ma non hanno funzioni utili. A parte sprechi lussuosi, i prefetti servono solo a frenare ed estendere in periferia il potere centrale. Hanno anche effetti peggiori: 68 anni fa li descrisse duramente Luigi Einaudi. Fu il più rivoluzionario Presidente che abbia avuto la nostra Repubblica. Non teneva tanto nemmeno alle province. Scrisse queste parole – in Svizzera, quando l’Italia era sotto i tedeschi:

 

Via il prefetto! di Luigi Einaudi, Gazzetta ticinese 17/7/1944, (firmato Junius)

Proporre, in Italia ed in qualche altro paese di Europa, di abolire il “prefetto” sembra stravaganza degna di manicomio. Istituzione veneranda, venuta a noi dalla notte dei tempi, il prefetto è quasi sinonimo di governo e, lui scomparso, sembra non esistere più nulla. Chi comanda e chi esegue fuor dalla capitale? Come opera l’amministrazione pubblica? In verità, il prefetto è una lue che fu inoculata nel corpo politico italiano da Napoleone. Gli antichi governi erano, prima della rivoluzione francese, assoluti solo di nome, e di fatto vincolati d’ogni parte, dai senati e dalle camere dei conti o magistrati camerali, gelosissimi del loro potere di rifiutare la registrazione degli editti regii, che, se non registrati, non contavano nulla, dai corpi locali privilegiati, auto-eletti per cooptazione dei membri in carica, dai patti antichi di infeudazione, di dedizione e di annessione, dalle consuetudini immemorabili. Gli stati  italiani governavano entro i limiti posti dalle “libertà” locali, territoriali e professionali. Spesso “le libertà” municipali e regionali erano “privilegi” di ceti, di nobili, di corporazioni artigiane ed erano dannose all’universale. Nella furia di strappare i privilegi, la rivoluzione francese distrusse, continuando l’opera iniziata dai Borboni, le libertà locali; e Napoleone, dittatore all’interno, amante dell’ordine, sospettoso, come tutti i  tiranni, di ogni forza indipendente, spirituale o temporale, perfezionò  l’opera. I governi restaurati trovarono comodo di non restaurare, se non  di nome, gli antichi corpi limitatori e conservarono il prefetto  napoleonico. L’Italia nuova, preoccupata di rinsaldare le membra disiecta degli antichi ex-stati in un corpo unico, immaginò che il federalismo fosse il nemico ed estese il sistema prefettizio anche a quelle parti d’Italia, come le province ex-austriache, nelle quali la lue erasi infiltrata con manifestazioni attenuate. Si credette di instaurare libertà  e democrazia e si foggiò lo strumento della dittatura.

Democrazia e prefetto repugnano profondamente l’una all’altro. Né in  Italia, né in Francia, né in Spagna, né in Prussia si ebbe mai e non si avrà mai democrazia, finche esisterà il tipo di governo accentrato, del quale è simbolo il prefetto.

Coloro i quali parlano di democrazia e di costituente e di volontà  popolare e di autodecisione e non si accorgono del prefetto, non sanno  quel che si dicono. Elezioni, libertà di scelta dei rappresentanti, camere, parlamenti, costituenti, ministri responsabili sono una lugubre  farsa nei paesi a governo accentrato del tipo napoleonico. Gli uomini di  stato anglo-sassoni, i quali invitano i popoli europei a scegliersi la  forma di governo da essi preferita, trasportano inconsciamente parole e  pensieri propri dei loro paesi a paesi nei quali le medesime parole hanno  un significato del tutto diverso. Forse i soli europei del continente, i quali sentendo quelle parole le intendono nel loro significato vero sono, insieme con gli scandinavi, gli svizzeri; e questi non hanno nulla da  imparare, perché quelle parole sentono profondamente da sette secoli.  Essi sanno che la democrazia comincia dal comune, che è cosa dei cittadini, i quali non solo eleggono i loro consiglieri e sindaci o  presidenti o borgomastri, ma da se, senza intervento e tutela e comando di  gente posta fuori del comune od a questo sovrapposta, se lo amministrano,  se lo mandano in malora o lo fanno prosperare. L’auto-governo continua nel  cantone, il quale è un vero stato, il quale da sè si fa le sue leggi, se le vota nel suo parlamento e le applica.  Il governo federale, a sua volta, per le cose di sua competenza, ha un parlamento per deliberare le leggi sue proprie ed un consiglio federale  per applicarle ed amministrarle. E tutti questi consessi ed i 25 cantoni e  mezzi cantoni e la confederazione hanno così numerosissimi legislatori e centinaia di ministri, grossi e piccoli, tutti eletti, ognuno dei quali attende alle cose proprie, senza vedersi mai tra i piedi il prefetto,  ossia la longa manus del ministro o governo più grosso, il quale insegni od ordini il modo di sbrigare le faccende proprie dei ministri più  piccoli. Cosi pure si usa governare in Inghilterra, con altre formule di parrocchie, borghi, città, contee, regni e principati; cosi si fa negli  Stati Uniti, nelle federazioni canadese, sudafricana, australiana e nella  Nuova Zelanda. Nei paesi dove la democrazia non è una vana parola, la  gente sbriga da se le proprie faccende locali (che negli Stati Uniti si  dicono anche statali), senza attendere il la od il permesso dal governo  centrale. Cosi si forma una classe politica numerosa, scelta per via di  vagli ripetuti. Non è certo che il vaglio funzioni sempre a perfezione; ma  prima di arrivare ad essere consigliere federale o nazionale in Svizzera, o di essere senatore o rappresentante nel congresso nord americano,  bisogna essersi fatto conoscere per cariche coperte nei cantoni o negli  stati; ed essersi guadagnato una qualche fama di esperto ed onesto  amministratore. La classe politica non si forma da sé, ne è creata dal  fiat di una elezione generale. Ma si costituisce lentamente dal basso; per  scelta fatta da gente che conosce personalmente le persone alle quali  delega la amministrazione delle cose locali piccole; e poi via via quelle  delle cose nazionali od inter-statali più grosse.  La classe politica non si forma tuttavia se l’eletto ad amministrare le  cose municipali o provinciali o regionali non è pienamente responsabile   per l’opera propria. Se qualcuno ha il potere di dare a lui ordini o di annullare il suo operato, l’eletto non è responsabile e non impara ad  amministrare. Impara ad ubbidire, ad intrigare, a raccomandare, a cercare  appoggio. Dove non esiste il governo di se stessi e delle cose proprie, in che consiste la democrazia?

Finche esisterà in Italia il prefetto, la deliberazione e l’attuazione non spetteranno al consiglio municipale ed al sindaco, al consiglio  provinciale ed al presidente; ma sempre e soltanto al governo centrale, a  Roma; o, per parlar più concretamente, al ministro dell’interno. Costui è  il vero padrone della vita amministrativa e politica dell’intero stato.  Attraverso i suoi organi distaccati, le prefetture, il governo centrale  approva o non approva i bilanci comunali e provinciali, ordina l’iscrizione di spese di cui i cittadini farebbero a meno, cancella altre  spese, ritarda l’approvazione ed intralcia il funzionamento dei corpi  locali. Chi governa localmente di fatto non è né il sindaco né il  consiglio comunale o provinciale; ma il segretario municipale o  provinciale. Non a caso egli è stato oramai attruppato tra i funzionari  statali. Parve un sopruso della dittatura ed era la logica necessaria  deduzione del sistema centralistico. Chi, se non un funzionario statale, può interpretare ed eseguire le leggi, i regolamenti, le circolari, i  moduli i quali quotidianamente, attraverso le prefetture, arrivano a fasci da Roma per ordinare il modo di governare ogni più piccola faccenda  locale? Se talun cittadino si informa del modo di sbrigare una pratica dipendente da una legge nuova, la risposta è: non sono ancora arrivate le  istruzioni, non è ancora compilato il regolamento; lo si aspetta di giorno  in giorno. A nessuno viene in mente del ministero, l’idea semplice che  l’eletto locale ha il diritto e il dovere di interpretare lui la legge,  salvo a rispondere dinnanzi agli elettori della interpretazione data? Che  cosa fu e che cosa tornerà ad essere l’eletto del popolo in uno stato  burocratico accentrato? Non un legislatore, non un amministratore; ma un  tale, il cui merito principale e di essere bene introdotto nei capoluoghi  di provincia presso prefetti, consiglieri e segretari di prefettura, provveditori agli studi, intendenti di finanza, ed a Roma, presso i  ministri, sotto-segretari di stato e, meglio e più, perché di fatto più  potenti, presso direttori generali, capi-divisione, segretari, vice-segretari ed uscieri dei ministeri.  Il malvezzo di non muovere la ” pratica ” senza una spinta, una  raccomandazione non è recente né ha origine dal fascismo. E’ antico ed è  proprio del sistema. Come quel ministro francese, guardando l’orologio, diceva: a quest’ora, nella terza classe di tutti i licei di Francia, i  professori spiegano la tal pagina di Cicerone; così si può dire di tutti  gli ordini di scuole italiane. Pubbliche o private, elementari o medie od universitarie, tutto dipende da Roma: ordinamento, orari, tasse, nomine  degli insegnanti, degli impiegati di segreteria, dei portieri e dei   bidelli, ammissioni degli studenti, libri di testo, ordine degli esami,  materie insegnate. I fascisti concessero per scherno l’autonomia alle  università; ma era logico che nel sistema accentrato le università  fossero, come subito ridiventarono, una branca ordinaria  dell’amministrazione pubblica; ed era logico che prima del 1922 i deputati  elevassero querele contro quelle che essi imprudentemente chiamarono le  camorre dei professori di università, i quali erano riusciti, in mezzo secolo di sforzi perseveranti e di costumi anti-accentratori a poco a poco  originati dal loro spirito di corpo, a togliere ai ministri ogni potere di   scegliere e di trasferire gli insegnanti universitari e quindi ogni   possibilità ai deputati di raccomandare e promuovere intriganti politici a   cattedre.  Agli occhi di un deputato uscito dal suffragio universale ed investito di  una frazione della sovranità popolare, ogni resistenza di corpi autonomi, di enti locali, di sindaci decisi a far valere la volontà dei loro  amministrati appariva camorra, sopruso o privilegio. La tirannia del centro, la onnipotenza del ministero, attraverso ai prefetti, si converte  nella tirannia degli eletti al parlamento. Essi sanno di essere i ministri del domani, sanno che chi di loro diventerà ministro dell’interno, disporrà della leva di comando del paese; sanno che nessun presidente del  consiglio può rinunciare ad essere ministro dell’interno se non vuol correre il pericolo di vedere “farsi” le elezioni contro di lui dal  collega al quale egli abbia avuto la dabbenaggine di abbandonare quel  ministero, il quale dispone delle prefetture, delle questure e dei  carabinieri; il quale comanda a centinaia di migliaia di funzionari piccoli e grossi, ed attraverso concessioni di sussidi, autorizzazioni di  spese, favori di ogni specie adesca e minaccia sindaci, consiglieri, presidenti di opere pie e di enti morali. A volta a volta servo e tiranno  dei funzionari che egli ha contribuito a far nominare con le sue  raccomandazioni e dalla cui condiscendenza dipende l’esito delle pratiche  dei suoi elettori, il deputato diventa un galoppino, il cui tempo più che dai lavori parlamentari è assorbito dalle corse per i ministeri e dallo   scrivere lettere di raccomandazione per il sollecito disbrigo delle pratiche dei suoi elettori.

Perciò il delenda Carthago della democrazia liberale è: Via il prefetto! Via con tutti i suoi uffici e le sue dipendenze e le sue ramificazioni! Nulla deve più essere lasciato in piedi di questa macchina centralizzata; nemmeno lo stambugio del portiere. Se lasciamo sopravvivere il portiere, presto accanto a lui sorgerà una fungaia di baracche e di capanne che si  trasformeranno nel vecchio aduggiante palazzo del governo. Il prefetto  napoleonico se ne deve andare, con le radici, il tronco, i rami e le   fronde. Per fortuna, di fatto oggi in Italia l’amministrazione  centralizzata è scomparsa.  Ha dimostrato di essere il nulla; uno strumento privo di vita propria, del  quale il primo avventuriero capitato a buon tiro poteva impadronirsi per  manovrarlo a suo piacimento. Non accadrà alcun male, se non ricostruiremo  la macchina oramai guasta e marcia. L’unita del paese non è data dai prefetti e dai provveditori agli studi e dagli intendenti di finanza e dai segretari comunali e dalle circolari ed istruzioni ed autorizzazioni romane. L’unita del paese è fatta dagli italiani. Dagli italiani, i quali  imparino, a proprie spese, commettendo spropositi, a governarsi da sé. La  vera costituente non si ha in una elezione plebiscitaria, a fin di guerra. Così si creano o si ricostituiscono le tirannie, siano esse di dittatori o  di comitati di partiti. Chi vuole affidare il paese a qualche altro  saltimbanco, lasci sopravvivere la macchina accentrata e faccia da questa  e dai comitati eleggere a costituente. Chi vuole che gli italiani   governino se stessi, faccia invece subito eleggere i consigli municipali,  unico corpo rimasto in vita, almeno come aspirazione profondamente sentita  da tutti i cittadini; e dia agli eletti il potere di amministrare  liberamente; di far bene e farsi rinnovare il mandato, di far male e farsi  lapidare. Non si tema che i malversatori del denaro pubblico non paghino il fio, quando non possano scaricare su altri, sulla autorità tutoria, sul governo la colpa delle proprie malefatte. La classe politica si forma cosi: col provare e riprovare, attraverso a fallimenti ed a successi. Sia che si conservi la provincia; sia che invece la si abolisca, perché ente artificioso, antistorico ed anti-economico e la si costituisca da parte con il distretto o collegio o vicinanza, unita più piccola, raggruppata attorno alla cittadina, al grosso borgo di mercato, dove convengono naturalmente per i loro interessi ed affari gli abitanti dei comuni dei dintorni, e dall’altra con la grande regione storica: Piemonte, Liguria, Lombardia, ecc.; sempre, alla pari del comune, il collegio regione  dovranno amministrarsi da se, formarsi i propri governanti elettivi,  liberi di gestire le faccende proprie del comune, del collegio e della provincia, liberi di scegliere i propri funzionari e dipendenti, nel modo  e con le garanzie che essi medesimi, legislatori sovrani nel loro campo, vorranno stabilire. Si potrà discutere sui compiti da attribuire a questo o quell’altro ente  sovrano; ed adopero a bella posta la parola sovranità e non autonomia, ad  indicare che non solo nel campo internazionale, con la creazione di  vincoli federativi, ma anche nel campo nazionale, con la creazione di  corpi locali vivi di vita propria originaria non derivata dall’alto, urge  distruggere l’idea funesta della sovranità assoluta dello stato. Non temasi dalla distruzione alcun danno per l’unità nazionale. L’accentramento napoleonico ha fatto le sue prove e queste sono state negative: una burocrazia pronta a ubbidire a ogni padrone, non radicata  nel luogo, indifferente alle sorti degli amministrati; un ceto politico  oggetto di dispregio, abbassato a cursore di anticamere prefettizie e  ministeriali, prono a votare in favore di qualunque governo, se il voto poteva giovare ad accaparrare il favore della burocrazia poliziesca e a premere sulle autorità locali nel giorno delle elezioni generali; una polizia, non collegata, come dovrebbe, esclusivamente con la magistratura inquirente e giudicante e con i carabinieri, ma divenuta strumento di inquisizione politica e di giustizia “economica”, ossia arbitraria. L’arbitrio poliziesco erasi affievolito all’inizio del secolo; ma lo  strumento era pronto; e, come già con Napoleone, ricominciarono a giungere  al dittatore i rapporti quotidiani della polizia sugli atti e sui propositi di ogni cittadino sospetto; e si potranno di nuovo comporre, con quei fogli, se non li hanno bruciati prima, volumi di piccola e di grande storia di interesse appassionante. E quello strumento, pur guasto, e pronto, se non lo faremo diventare mero organo della giustizia per la prevenzione dei reati e la scoperta dei loro autori, a servire nuovi  tiranni e nuovi comitati di salute pubblica. Che cosa ha dato all’unità d’Italia quella armatura dello stato di polizia, preesistente, ricordiamolo bene, al 1922? Nulla. Nel momento del pericolo è svanita e sono rimasti i cittadini inermi e soli. Oggi essi si attruppano in bande di amici, di conoscenti, di borghigiani; e li chiamano partigiani. È lo stato il quale si rifà spontaneamente. Lasciamolo riformarsi dal basso, come è sua natura. Riconosciamo che nessun vincolo dura, nessuna unita e salda, se prima gli uomini i quali si conoscono ad  uno ad uno non hanno costituito il comune; e di qui, risalendo di grado in grado, sino allo stato. La distruzione della sovrastruttura napoleonica, che gli italiani non hanno amato mai, offre l’occasione unica di ricostruire lo stato partendo dalle unità che tutti conosciamo e amiamo: la famiglia, il comune, la vicinanza e la regione. Cosi possederemo finalmente uno stato vero e vivente.

Roberto Vacca

L’ULTIMA DI HOLLYWOOD SULLE PRODEZZE BELLICHE USA

L’Afghanistan è una nazione di duri combattenti, ma finora chi prendeva sul serio ministri e politici di Kabul? Tra l’altro l’amministrazione del presidente Hamid Karzai è considerata molto corrotta. Ebbene da qualche tempo ci sono esponenti di Kabul che alzano la voce. Per esempio Zalmai Rassoui, ministro degli Esteri: “Quando sono arrivati, gli americani ci hanno fatto un sacco di promesse. Distruggeremo Al Qaeda e i talebani, dicevano. Ebbene il lavoro non è finito ma tolgono le tende. Com’è possibile che l’esercito più potente del mondo in dieci anni non abbia sconfitto un branco di talebani?”.

E il ministro della Difesa Abdul Rahim Wardak, a proposito della stanchezza dell’opinione pubblica in Occidente per la guerra afghana: “Anche noi siamo stanchi. Combattiamo da 30 anni. Nella lotta contro i russi abbiamo avuto due milioni di caduti. Il resto del mondo ha prosperato perché abbiamo tolto dalla circolazione migliaia di tank russi. Noi abbiamo dato il via alla distruzione dell’Urss. E gli americani non sono venuti qui perché ci amano, ma per difendere se stessi. Ora la Nato deve aiutarci a fare il nostro lavoro, passandoci una parte di ciò che risparmierà ritirandosi”. Il ministro della Difesa ha anche fatto una puntualizzazione incisiva quanto al basso rendimento della macchina bellica americana: “Un soldato Nato costa come 70 soldati afghani. Noi sappiamo come combattere. Da Alessandro Magno ai sovietici abbiamo sconfitto vari imperi. Ritiratevi pure, ma dovete sostenerci finanziariamente”. Discorsi insolitamente assertivi in governanti che sono Quisling al servizio dell’occupante.

Altro segnale antiamericano dall’Afghanistan e da altri paesi musulmani, la protesta per il rogo di materiale religioso, comprendente copie del Corano, ordinato dal comando della base statunitense di Bagram. Bilancio della protesta una ventina di morti, compresi almeno due militari statunitensi.

La fase più recente dell’impresa afghana ha visto, assieme alla determinazione di Washington di ritirarsi anche senza avere conseguito gli obiettivi, una singolare concentrazione dell’orgoglio nazionale sulle prodezze, definite straordinarie, dei Navy Seals, i reparti speciali che riuscirono, con un eccezionale spiegamento di uomini, mezzi e tecnologie sofisticate, ad uccidere il capo di Al Qaeda. L’ultima cover story di ‘Newsweek’ definisce “l’arma segreta di Obama” i Seals, teste di cuoio quali esistono ovunque. Soprattutto ‘Newsweek’ ha sparato in copertina l’immagine chiaramente artefatta di una carica di Invincibili accuratamente scelti tra fotomodelli e comparse di Hollywood.

Altri media degli States si sono invaghiti del ‘secret army’ di Obama, così come della sua intuizione di preferire i ‘drones’ e le ‘special, pinprick operations in the dark corners of American foreign policy’ alle ‘disastrous military occupations’. E’ dunque assodato che l’astro politico asceso da Harvard è anche un pensatore militare alla Clausewitz ed uno stratega vittorioso pari a von Manstein.

Assicura ‘Newsweek’ che i Seals “are morale boosters, and they know it. Which may explain why they collaborated in an upcoming full-length feature film called ‘Act of Valor”. Il capo supremo delle Special Operations, ammiraglio McRaven, ha fatto sapere al mondo che “his infatuation with Special Ops began when he saw John Wayne in The Green Berets”. Ammirevole sincerità e aspra lezione per chi prende troppo sul serio la scienza degli Stati Maggiori.

Peraltro il settimanale di New York, in omaggio alle ferree regole della professione, non ha mancato di riferire “some in the military regard (the film) as foolish and helpful only to the enemy”. Anche perché “the Seals move from place to place -Costa Rica,Somalia,Mexico,etc-, treating the world as their war zone”.

Mentre l’America profonda sembra compiacersi di avere un presidente assai meno amante della pace e dei diritti umani di quel che sembrava, nonché di avere uno snello esercito nuovo, combattenti acrobatici che vincono vittorie più spettacolari di quelle tradizionali di Hollywood, ci sono critici per i quali “Afghanistan today has the potential to be even more destabilizing for the region and the world than it was under the Taliban (…) When the Americans leave, the country could easily revert to the failed narcostate and terrorist training ground that it once was”.

‘Time’, del cui rapporto “Why the U.S. Will Never Save Afghanistan” steso nel decennale dell’invasione, riportiamo giudizi e previsioni, ricorda che a tutto ottobre 2011 gli USA hanno perso lì 1786 militari e 763 private contractors, più i feriti. Hanno aperto attorno al paese più di 180 basi avanzate, hanno impiegato 9.000 ‘mine-resistant vehicles’, hanno speso 444 miliardi di dollari “and it simply hasn’t worked (…) The truth is that the country is just steps from the precipice”.

Agraconclusione: “It used to be that American withdrawal was conditioned on success. Now, it seems, withdrawal has become the definition of success. If that’s the case, success in Afghanistan will feel a lot like failure”.

Anthony Cobeinsy

ROBERTO VACCA – SISTEMI CIBERFISICI

Nelle nostre case e nelle nostre auto sono in funzione computer nascosti (in inglese embedded – incassati) che gestiscono il funzionamento di accessori, elettrodomestici, apparati di regolazione o comunicazione. Già su questa piccola scala i vari hardware cominciano a essere integrati in rete. Nell’industria (reti elettriche, trasporti, fabbriche), nei laboratori, negli ospedali, hardware e software regolano operazioni e processi ben più complessi. Si tratta di sistemi tecnologici di dimensioni fisiche talora modeste, ma comprendenti vari sottosistemi che interagiscono fra loro e con l’ambiente fisico. Si chiamano CPS, Cyber Physical Systems (= sistemi ciber.fisici). Sono mirati a creare sinergie fra computer e strutture o componenti fisiche in modo connesso e coordinato. Le procedure e le strategie relative devono esser state prima modellate su altri computer per mezzo di equazioni differenziali e di automi (virtuali) a stati finiti.

Un primo esempio semplice é dato dai sistemi che governano i serbatoi di carburante su grandi aerei. Ogni motore ha un suo serbatoio di alimentazione che riceve flussi variabili di fluido da diversi serbatoi comunicanti fra loro. Le portate di carburante sono calibrate per mantenere un livello adeguato nei serbatoi di alimentazione. I flussi fra serbatoi intermedi variano nel tempo in modo da mantenere un assetto equilibrato all’aereo e da non sollecitare eccessivamente alcuna struttura portante. Il carburante stesso funziona come refrigerante dell’olio lubrificante. Esce dagli scambiatori a temperatura più alta con il che si ottimizza il rendimento dei motori. Le portate dei fluidi citati, la pressione e la temperatura sono governate da computer embedded nel sistema. Questi ricevono segnali, oltre che dalle variabili regolate, anche da grandezze fisiche: quota, pressione e temperatura esterne, assetto dell’aereo e sue variabili dinamiche. Per ottimizzare  il coordinamento fra unità, la sicurezza, i rendimenti e l’equilibrio dell’aeromobile, il sistema ha la struttura di una rete che integra i software dei sottosistemi e tiene conto dei segnali ricevuti dai processi fisici.

I sistemi ciber-fisici trasformeranno i modi in cui interagiamo con la tecnologia in modo analogo a quello in cui Internet ha modificato i modi in cui le persone umane interagiscono con l’informazione. In effetti l’ingegneria dei sistemi non ha ancora prodotto strumenti generali per realizzare sistemi ciber-fisici estremamente affidabili. Questi sono ancora a livello di descrizione concettuale, di progetto di larga massima o di dibattiti su periodici professionali.

Si parla da anni di grandi reti elettriche intelligenti (smart). Dovrebbero incorporare strutture informatiche che facilitino la scelta di strategie centralizzate o distribuite. Gli obiettivi sono: massimizzare i rendimenti, lasicurezza e l’affidabilità del servizio, automatizzare la individuazione di guasti e sovraccarichi e l’adozione di misure correttive. Per conseguirli occorrerà integrare i controlli computerizzati della generazione e della domanda di energia, elaborando anche i dati fisici rilevati sulla rete stessa e sull’ambiente circostante.

Attualmente anche il sistema di gestione e controllo del traffico aereo si sta trasformando in un sistema ciber-fisico. La sua configurazione, evolutasi nella seconda metà del secolo scorso, include radar terrestri, piloti automatici e umani, connessioni radio fra piloti e controllori del traffico, computer che forniscono proiezioni dei dati meteo e dello  stesso traffico aereo. Ogni tanto la situazione corrente è insoddisfacente: il numero dei voli è cresciuto più velocemente di quello dei controllori. Negli Stati Uniti decollano oltre 50.000 voli al giorno e si stima che le perdite dovute a ritardi nei voli ammontino a più di 40 miliardi di dollari all’anno. Il vasto progetto in corso di definizione ed elaborazione negli Stati Uniti si chiama NextGen (Next Generation Air Transport System. Sarà decentralizzato su 22 centri di controllo, ciascuno suddiviso in 20 settori. La localizzazione degli aerei sarà effettuata con GPS (Global Positioning System) da satellite. Quando tutte le nuove funzioni saranno disponibili, ogni aereo potrà adattare la propria traiettoria alle condizioni del traffico e di meteo rilevate in tempo reale. I piani di volo saranno definiti in quattro dimensioni (tre spaziali piùil tempo). NextGen ne suggerirà modifiche in funzione della situazione meteo e delle possibili interferenze mutue. Proporrà manovre attagliate alle caratteristiche tecniche di ogni aereo mirando, otre che alla sicurezza, alla riduzione del tempo di volo e del consumo di carburante. La transizione dal sistema attuale a NextGen dovrà essere graduale.

Sono in corso di elaborazione sistemi ciber-fisici per la supervisione, il monitoraggio e il controllo coordinato di apparati di misura continua di parametri fisici di pazienti, pacemaker, defibrillatori e sistemi di supporto usati per pazienti in terapia intensiva.

Le applicazioni dei sistemi ciber-fisici hanno in comune la complessità, il numero notevole di variabili rilevanti  e la necessità di fornire i risultati delle elaborazioni in tempi molto brevi. Monitoraggio e controllo dovrebbero essere trasparenti. Questo richiede che sia formato personale addestrato adeguatamente e che le comunicazioni dalle macchine all’uomo siano effettuate con qualità molto migliore di quella raggiunta finora.

Roberto Vacca