PAOLO FACCHI – IN DIFESA DEI GOVERNI TECNICI

“Keine politik mehr” (di politica non ne facciamo più)

Questa frase sbrigativa mi veniva   ripetuta da occasionali interlocutori nella ancora distrutta Germania del ’48 ‘ e ’49, fra macerie di case e mutilati. Soltanto il disegno delle strade era rimasto delle loro antiche città.

Ora che anche noi, italiani,  dobbiamo camminare fra le macerie della trista e pericolosissima vicenda berlusconiana, non si sa fino a che punto conclusa, forse soltanto sospesa; ora che gli italiani devono apprendere a non dimenticare di quanto fossimo scesi in basso; e di quanto fossimo saliti nella gerarchia dei saltimbanchi e nemmeno dei comici, ma dei commedianti che scivolano su di un palcoscenico dalle assi bagnate; ora è il caso di rivolgersi a coloro che stanno ancora lì con la bocca aperta.

Coloro che non digeriscono i sacrifici del governo Monti e rimpiangono le favole berluscon-bossiane accusano questo nuovo governo di essere soltanto tecnico e non emergente da sovranità popolare. Come se un popolo avesse il diritto di rovinare se stesso. Come se fossero valide soltanto quelle decisioni che sono state prese direttamente dal popolo in forma elettorale, nemmeno dai parlamenti e dai governi; nemmeno da quelle poche persone che hanno la competenza per prendere decisioni presumibilmente le più funzionali.

E un atteggiamento che sembra non tener conto della regola, pur riconosciuta in comune, che chi vuole uno scopo non può non volere i mezzi che ritiene adatti a raggiungerlo. E fa pensare che l’efficacia di tutti i mezzi dipenda da chi li propone,  Il decisore è colui che schiaccia il bottone, e il suo bottone sarebbe quello giusto se lui ha la posizione riconosciuta. Siamo nella suggestione, nella magia. Lo stesso bottone diventa quello sbagliato se lui si è trovato lì senza la valida autorizzazione, che è poi la veste del mago. Un modo di ragionare come questo ha i suoi presupposti ed è molto più diffuso la fra gente di quanto si creda. Fa anche ricordare proverbi come l’occhio del padrone ingrassa la  mucca: non basta la mano del contadino, che certamente meglio del padrone ne sa di fieno e di stalla. Ci sono coloro  che dicono accetteremo di fare dei sacrifici quando ce li chiederà un governo che ha i titoli per chiederceli e quei titolari siamo noi, perché quei sacrifici li dobbiamo fare noi. Soltanto la signora che apre la borsa ha la competenza per sapere se quello che sta acquistando è utile o non lo è. E’ un ragionamento che rende inutili, anche sospetti, tutti i consigli di estetisti, farmacologi, terapeuti e via di seguito. E li sostituisce con la demagogia, la suggestione, l’imbroglio, l’ignoranza saccente.

Si arriva a concludere che soltanto un governo legittimato dal popolo può prendere decisioni per il bene di quel popolo. Ma nella nostra contingenza italiana la mia opinione è che sia proprio il contrario. Perché nel valutare le decisioni di un governo legittimato, votato dalla maggiorana, bisogna vedere come è stata ottenuta questa legittimazione.

Faltar el pueblo, mi sembra si dica nella lingua spagnola. Viene da un vecchio adagio; credo che significhi non si combina niente di buono ingannando la gente. Perché un consenso ottenuto con l’inganno non dovrebbe avere credito alcuno. I signori che rimpiangono la merda berlusconiana, quella che non puzza, perché a lui basta crederlo, e rimpiangono anche quella dei suoi alleati,  perché ci hanno fatto l’abitudine a vederle assieme, si sentono gratificati e non si accorgono dell’inganno che c’era dietro.  Ma questo inganno  aveva soltanto il merito di essere  abbastanza nuovo. Ora non lo è più, e i nostri signori sparano a salve. Anche perché questo continuo parlar da stupidi genera diffidenza.

Questo inganno consisteva nel fatto che gli elettori, e ormai sono quasi tutti elettori, si sentono ripetere alcune cose che pensano loro stessi, o perlomeno che si dicono quando sono fra di loro. E se la sentono ripetere sulla carta stampata, sulla televisione, perfino su certi libri; e quindi con l’autorevolezza che da tali fonti deriva. E vengono anche allenati, incoraggiati, a ripetersele da un’osteria all’altra, magari anche in certi salotti. Certo, tutti sono capaci avere delle opinioni, e ne hanno anche il diritto. Ma  questo non dice nulla sulla qualità di quell’opinione, la quale va giudicata con i mezzi appropriati, e quasi sempre il singolo parlante questi mezzi non li ha. Non ha quello che possiedono in pochi, e che si chiama onesta  competenza. Perché le competenze sono sempre in pochi ad averle e hanno faticato nel procurarsele; e devono faticare per tenerle aggiornate. Il trucco riesce  perché c’è la convinzione che un’ opinione, da opinabile o addirittura sballata, diventa attendibile, diventa vera, se la si ripete in pubblico: se tutti la pensano così, sarà  così che bisogna fare. E si dimenticano che c’è qualcuno che ha interesse a far che tutti la pensino così ed ha anche i mezzi per ottenere quello che gli interessa: è quel qualcuno che controlla i famosi mezzi di comunicazione di massa e ci mette dentro quello che serve a lui. Ma una banalità, una sciocchezza, non diventa una verità perché la si ripete ogni sera in televisione o la si legge ogni mattino su tutti  giornali; e nemmeno se la si ripete a voce, così, distrattamente. Ripetizione, moltiplicazione infinita e incessante sono soltanto quello che sono; non inverano e non santificano nulla.

Se poi quell’opinione, quella sentenza che viene esposta in pubblico è proprio la nostra, chi resisterà alla tentazione di concludere allora avevo proprio ragione, è proprio così che bisogna fare? E la cosiddetta vanità degli ignoranti, che qualche volta sono anche proprio degli imbecilli. E proprio sfruttando questa vanità che si vincono le elezioni, si costituiscono le maggioranze parlamentari. E questi sarebbero i titoli per governare?

Al governo è meglio che ci vadano le persone di competenza, che i problemi se li sono studiati e sanno prospettare soluzioni sensate. E questo lo dovrebbero comprendere anche i parlamenti; che ripetere le banalità degli uomini qualunque è ben diverso dal sapersi orientare in mezzo ai problemi di quegli stessi uomini qualunque.

Paolo Facchi

UN SENATO SORTEGGIATO E CON NUOVE FUNZIONI

Riportiamo qui sotto un manifesto elettorale (di un partito che parrebbe in via di formazione) giuntoci tramite i nostri moduli di contatto. Proviene dal sito MontiPresidenteSn e per molti versi riprende e rinnova alcune delle istanze che Internauta porta avanti da due anni. Sperando sia un utile contributo al dibattito lo pubblichiamo volentieri:

L’Italia è di Noi tutti, Noi Cittadini, Senza alcuna  distinzione di idee, religione, cultura, condizione economica e sesso. Noi siamo la nostra  Storia. Noi siamo il nostro Futuro

E’ TEMPO  per il Paese di  aprire un ampio dibattito fra i cittadini,  sui   media,  all’interno dei  partiti, nelle istituzioni culturali e universitarie, fra gli studenti  ed infine sul blog di questo   Partito,   sulla proposta del  professore universitario Michele Ainis,   di dare al Senato delle funzioni  nuove, diverse da quelle attuali.

Ecco la nostra PROPOSTA per una “Nuova Camera dei Senatori”

Il Senato non sarà più un duplicato della Camera dei Deputati. La “Nuova Camera dei Senatori”, non avrà  funzioni  legislative ma di controllo e di proposta. I componenti dovrebbero essere scelti per sorteggio.

Il nostro sistema giudiziario prevede   per i delitti più gravi, quelli che si giudicano in Corte di Assise, quindi per le cose più serie e ove è richiesta la massima imparzialità, che siano scelti a sorteggio fra i cittadini sei degli otto  membri della giuria. Ciò in base ai seguenti  principi costituzionali “la giustizia è amministrata in nome del Popolo” “la legge regola i casi e le forme della partecipazione diretta del Popolo all’amministrazione della giustizia”

In analogia alle giurie popolari  l’ipotesi da discutere  fra i cittadini  è quella di una “Nuova Camera dei Senatori”, formata da 200 membri, 150  sorteggiati  fra i cittadini e 50 eletti, con  provenienza  rappresentativa da tutte le Circoscrizioni elettorali, in rapporto alla popolazione.

Potrà  essere sorteggiato  o eletto  chi ha un’ età compresa fra un minimo e un massimo (esempio  35 – 65 anni ),  un adeguato livello di istruzione , nessuna condanna per qualunque reato, anche di primo grado.

Le funzioni della  “Nuova  Camera dei Senatori” saranno:

a) Decidere sull’ammissibilità al voto popolare dei referendum per l’abrogazione di leggi o parte di leggi. La decisione dovrà essere data prima della raccolta della firme necessarie (500.000). Il quesito referendario  potrà essere presentato al Senato per l’esame preliminare solo se supportato da  10.000  firme.

b) Imporre alla Camera dei Deputati  la calendarizzazione  e i tempi per la discussione e votazione dei disegni di legge su iniziativa popolare  corredati da 50.000 firme.

c) Decidere sui casi di ineleggibilità,  incompatibilità  o conflitto di interesse dei Deputati o dei Componenti del Governo.

d) Decidere sulle richieste di autorizzazione a procedere nei confronti dei parlamentari.

e) Decidere  gli emolumenti per  i Deputati ed i Componenti  del Governo.

f) Decidere i tetti massimi degli emolumenti per i dipendenti pubblici e per  i vertici delle aziende a partecipazione statale maggioritaria.

g)  Decidere i criteri di professionalità e scegliere i membri del  Consiglio di Amministrazione della RAI .

h) Vigilare sull’imparzialità della RAI nello svolgere il servizio pubblico.

i) Procedere alla scelta dei candidati come  Commissari presso l’Unione Europea .

l) Procedere alla scelta dei Presidenti delle Autority e dei membri dei consigli direttivi delle stesse.

m) Procedere alla nomina dei Giudici della Corte Costituzionale.

n) Sottoporre alla Camera dei Deputati le proposte di legge che siano  sottoscritte da 113 Senatori, da qualunque cittadino o gruppi di cittadini formulate. Tali  proposte di legge, appoggiate dalla firma di  113 Senatori,   avranno la priorità per la discussione e approvazione, modifica o rigetto nei lavori della Camera dei Deputati.  I lavori della Camera dei Deputati per l’esame di queste proposte di legge  saranno trasmessi in diretta sulla  RAI.

Tutto ciò non piacerà a chi oggi gestisce i poteri pubblicamente o con compromessi  nascosti. Non piacerà alle caste!

Però in Italia  la sovranità appartiene al Popolo,  a noi Cittadini.

PARTECIPA ANCHE TU ALLA DISCUSSIONE PER UN’ITALIA MIGLIORE

NUOVE IDEE E TUTTI INSIEME PER UNA NUOVA ITALIA

LO SCHIFO DELLA POLITICA E LA SFIDA DELLA CORRUZIONE

Dire a qualcuno che fa schifo non è vietato, né dalla legge né dall’etica. Lo è al massimo dalla buona educazione, che però in determinati contesti e circostanze passa in seconda linea. Persino dirlo in faccia può diventare addirittura doveroso, alle volte, sia pure correndo gli eventuali rischi del caso. Grazie allo sviluppo tecnologico oggi è più che mai avventato dirlo, di terzi, anche tra amici o comunque in via confidenziale. Ma ciò soprattutto, se non esclusivamente, quando esiste il pericolo di compromettere rapporti che in qualche modo e misura stanno a cuore.

Male perciò ha fatto il ministro Riccardi, cattolico fino a ieri impegnato in attività diplomatiche private a nobili fini di pace, ad esternare il suo ribrezzo per il modo di fare politica del principale partito che sostiene il governo di cui fa parte. A meno che, naturalmente, non intendesse proprio provocare uno screzio funzionale a scopi per individuare i quali non è qui il caso di arrovellarsi. Il suo superiore lo avrà perciò sicuramente redarguito, con l’abituale sobrietà, e verosimilmente esortato a presentare scuse più o meno sentite anziché accusare la stampa, come fanno i più, di avere travisato il suo pensiero, ignorato il contesto della frase e così via.

E tuttavia, premesso quanto sopra, come si potrebbe dare torto sulla sostanza al pur incauto schifato?  Lo schifo è esattamente la prima cosa che viene in mente di prima mattina, prendendo poi alla gola, chi ascolta TG, GR e rassegne stampa o legge sui giornali le cronache relative alla politica nazionale (spesso anche quella estera, ma meno, se non altro perché un po’ più lontana). Ed è anche l’ultima che si prova a tarda sera se non si trovano alternative adeguate per chiudere la giornata in modo meno deprimente. Il perchè, crediamo, è sotto gli occhi di tutti. Se fosse necessario spiegare ed esemplificare, sembrerebbe di vivere in un mondo diverso da quello altrui.

Può perfino capitare, in materia, di sentirsi più vicini ad un giornalista d’assalto e decisamente schierato come Vittorio Feltri che ad osservatori più equilibrati e meno accecati dalla passione. In un recente talkshow televisivo il temporaneo erede di Montanelli, adeguandosi alla più aggiornata evoluzione terminologica del dibattito politico, ha dichiarato di collocarsi nel centro-destra perché questo gli fa meno schifo del centro-sinistra. Tenendo conto anche di una certa indipendenza di giudizio non di rado dimostrata dal personaggio, se ne deve dedurre che neppure il partito tuttora di maggioranza relativa sia di suo gusto, e che se continuerà a votarlo lo farà turandosi il naso come il suo mentore originario con la DC, benché non incomba più lo spettro del bolscevismo e dell’Armata rossa.

Un mio conoscente sosteneva che tra tè e camomilla, l’uno leggermente eccitante e l’altra leggermente calmante, non esiste praticamente differenza. Per analogia, potrei dichiararmi quasi d’accordo con Feltri pur preferendo invertire la sua preferenza. E all’incirca d’accordo con noi sembra d’altronde la popolazione cui apparteniamo dal momento che la popolarità dei partiti in generale risulta demoscopicamente assai vicina allo zero e che vincitore delle prossime elezioni potrebbe essere il partito ideale di quanti disertano le urne. Un’impopolarità spettacolare, dunque, che non esclude affatto gli stessi partiti minori, dei quali riparleremo però in una prossima occasione.

Dopodiché, qualche differenza che pur sempre rimane è emersa anche dalla scaramuccia sullo schifo. A suscitare quello di Riccardi è stata, come si sa, la decisione di Angelino Alfano di disdire un previsto appuntamento con il governo nonché Bersani e Casini. A sua volta, la disdetta è stata motivata o spiegata come reazione negativa al proposito degli interlocutori di affrontare anche temi quali la riforma della giustizia e della RAI e la lotta alla corruzione. Secondo il PDL, infatti, il governo “tecnico” dovrebbe occuparsi soltanto dell’emergenza economica oltre che, presumiamo, dell’ordinaria amministrazione, visto che si arriva a chiedere le dimissioni del ministro degli Esteri per asseriti errori e negligenze riguardo all’incriminazione dei marò nel Kerala e all’uccisione dell’ingegnere sequestrato in Nigeria.

Poichè un governo “tecnico” è un governo normale come ogni altro benchè formato da non politici, non si vede come le sue competenze potrebbero essere ragionevolmente limitate, in linea di principio, a questa o quella materia. E ciò tanto più quando da varie parti, compreso il PDL, si prospetta addirittura una sua possibile durata anche al di là dell’attuale legislatura, ossia dopo la primavera del 2013. Pregiudiziali più o meno pretestuose a parte, poi, pare che il gran rifiuto dell’ex ministro della Giustizia (chissà se comunque suggerito o imposto dal suo ex premier) abbia fatto seguito non casualmente alla notifica da parte di Monti che il governo intende mettere all’asta le frequenze televisive, finora assegnate gratis come ovviamente gradito da Mediaset. Una scelta doverosa, chiaramente, quando il piatto statale piange e i sacrifici colpiscono un po’ tutti ma specialmente in basso.

Cruciale è comunque il tema corruzione. Tutti sanno dove le relative classifiche continuano, impietosamente, a collocare l’Italia: tra gli ultimi (cioè i peggiori) posti in Europa e in posizione tutt’altro che brillante anche nel mondo intero. Mettere in dubbio l’attendibilità delle ben note graduatorie di Transparency International, come quella di tante altre che circolano sui temi più diversi, non è vietato pur apparendo sconsigliabile. Prendendo alla lettera, ad esempio, recenti raffronti internazionali circa le condizioni delle donne, quelle italiane andrebbero esortate a trasferirsi in blocco nel Lesotho, non potendo fruire proprio tutte, in patria, delle risorse del bunga bunga.

Per farsi un’idea di come stiamo a corruzione, in realtà, non occorre neppure Transparency International; basta ascoltare anche distrattamente la radio e la televisione o sfogliare qualche giornale. Non passa giorno, o quasi, che non veda divampare uno o più nuovi scandali a tutti i livelli della politica, della pubblica amministrazione e degli affari, oppure tornare alla ribalta, per nuovi sviluppi e rivelazioni più o meno clamorose, quelli vecchi e spesso dimenticati appunto perché ormai innumerevoli. Anche qui non sembra necessario esemplificare, mentre lo è cercare di chiarire se e come si corra ai ripari oppure ci si limiti a “tenere alta la guardia” come si incita a fare in simili casi.

Giace tuttora in parlamento un progetto di legge anticorruzione varato senza fretta dal governo Berlusconi su proposta dell’allora ministro Alfano, emulo del suo predecessore alla Giustizia, Frattini, padre di una precedente legge sul conflitto di interessi priva di qualsiasi mordente rispetto alla concreta problematica nostrana e neppure  paragonabile ai più classici modelli americani. Anche il progetto Alfano, approvato nel frattempo dal Senato e in attesa del vaglio della Camera, viene generalmente considerato all’acqua di rose (“acqua fresca”, secondo una definizione riportata dalla “Stampa” lo scorso 8 marzo), ossia del tutto inadeguato a fronteggiare quella che sta diventando sempre più una delle tante emergenze nazionali.

Così è stato comunque giudicato dall’Unione europea, che chiede tra l’altro un inasprimento delle pene, l’allungamento dei tempi di prescrizione dei reati e il ripristino di quello di falso in bilancio, depenalizzato com’è noto dal precedente governo, e sollecita da tempo l’Italia ad approvare e applicare le convenzioni internazionali vigenti in materia. Tutto ciò si scontra però con la resistenza, attiva o passiva secondo le circostanze, del Popolo delle libertà, ostile in linea generale al potenziamento delle misure anticorruzione affidate al potere giudiziario. Non a caso, vari portavoce del PDL hanno celebrato il ventennale di Mani pulite quasi inneggiando al fallimento, del resto innegabile e conclamato, di quella campagna, come se sul terreno politico e amministrativo l’azione sia stata invece molto più oculata, costante ed efficace.

Le richieste e le sollecitazioni di Bruxelles sono per contro spalleggiate dalla vecchia opposizione ovvero coincidono con quanto reclamano per proprio conto sia il Partito democratico sia il Terzo polo, oltre naturalmente a Italia dei valori. Il PD, beninteso, non può più vantare in fatto di corruzione una maggiore virtuosità costituzionale rispetto al suo principale avversario, benchè permanga forse un diverso grado di contaminazione. Il deterioramento anche della sua immagine è tuttavia compensato appunto da una maggiore sensibilità alla piaga del malaffare e un superiore impegno a combatterlo, analogamente a quanto avviene riguardo all’evasione fiscale (e non invece, sembra, riguardo ai privilegi della “casta”, dove peraltro può invocare l’alibi di minori legami con i ceti più abbienti).

Non si può comunque negare che il PD condivida con il PDL un’inadeguatezza anch’essa apparentemente costituzionale ad affrontare con lucidità di visione e credibilità di programmi, capacità operativa e responsabilità di comportamenti i gravi problemi del paese. Ci si deve ovviamente augurare che entrambi, o altre formazioni politiche che nascano da un’eventuale rimescolamento delle carte, sappiano rigenerarsi e mostrarsi all’altezza del compito, sotto la spinta del discredito e della disaffezione popolare nonchè di fronte ad una minaccia di bancarotta del sistema paese forse non ancora definitivamente scongiurata. Ma lo scetticismo resta di rigore.

Al momento in cui scriviamo si deve registrare un parziale ripensamento dei dirigenti del PDL, indottisi a riprendere il dialogo col governo e i concorrenti politici senza esclusione pregiudiziale di argomenti. Ciò è avvenuto malgrado la ferma dichiarazione pubblica del presidente del Consiglio che di corruzione si può e si deve parlare se non altro per la sua pesante incidenza sulla salute dell’economia nazionale. Malgrado, oppure proprio per effetto di una simile presa di posizione, che potrebbe anche segnalare una risolutezza di Monti a tirare dritto a costo di mettere in gioco la sopravvivenza del governo, che ai partiti maggiori sembra stare ancora a cuore nonostante e forse proprio a causa delle imminenti elezioni amministrative.

Non sappiamo quale sarà l’esito dei suddetti incontri, la cui montagna potrebbe anche partorire, nella fattispecie come in altri casi, il topolino di qualche “riformetta” (come quella paventata da Dario Di Vico parlando del mercato del lavoro sul “Corriere della sera” del 13 marzo) avente l’unico pregio di non scontentare troppo nessuna parte interessata. Ma sarebbe pur sempre meglio di niente, e il merito di avere fatto almeno qualcosa, se non proprio tutto il necessario ed auspicabile, spetterebbe in primo luogo ad un governo “tecnico” che conserva tuttora il gradimento della maggioranza degli italiani malgrado l’inevitabile impopolarità (non certo nel caso della corruzione, comunque) di varie sue opzioni e decisioni.

Per il momento, ma crediamo ancora per non poco tempo, a rimpiangere il governo dei politici in compagnia di leghisti e dipietristi rimarrà soltanto, tra gli intellettuali improvvisamente colpiti da “afonia democratica”, l’ultimo quanto incompreso difensore del vero liberalismo. Nella sua rubrica sul “Corriere” (10 marzo), infatti, Piero Ostellino ha sentenziato che urge tornare al voto essendo il governo “tecnico” la negazione della “democrazia rappresentativa” e quest’ultima il “male minore”, nel presupposto che un governo che si rispetti deve rispondere al parlamento. Il fatto è, come abbiamo accennato, che il anche il governo Monti deve rispondere e risponde al parlamento, ma che se qualcosa non cambierà, presto e non poco, bisognerà continuare ad aggiungere “purtroppo”.

Mevio Squinzia

ROBERTO VACCA – ENERGIA NUCLEARE, TSUNAMI, ROBOT, POLITICA E COMPETENZA

È passato un anno. Si discute su cause e responsabilità del disastro di Fukushima. La centrale resistette al terremoto e fu avviata automaticamente allo spegnimento. Però lo tsunami alto 20 metri bloccò le pompe di raffreddamento e causò la fusione dei nuclei. Si discute, insieme, di nucleare si-nucleare no. Il rapporto speciale su energia nucleare dell’Economist del 10 Marzo afferma:

A meno di importanti sviluppi tecnologici, l’energia nucleare continuerà a essere una creatura della politica e non dell’economia. Ogni sua eventuale crescita sarà in funzione di volontà politica oppure sarà un effetto collaterale della protezione dei produttori di elettricità da una concorrenza aperta.”

Sulle decisioni politiche influiscono i movimenti di opinione e i dibattiti sulla sicurezza. La svolta giapponese è un indicatore chiaro. Il Giappone era al terzo posto nel mondo (dopo USA e Francia) per potenza installata e numero di centrali. Di 54, ne funzionano solo due. Molte sono ferme per manutenzione e le popolazioni circostanti si sono opposte con successo alla loro riaccensione. Al Giappone manca così un terzo dell’energia elettrica prodotta fino a un anno fa. Il risparmio forzoso è imponente: condizionatori spenti d’estate, illuminazione pubblica e privata al minimo e nuovo deficit della bilancia commerciale dopo tre decenni. Si aggravano localmente gli effetti della crisi economica. Sembra che i giapponesi si avviino a lasciare l’energia atomica.

Le discussioni sulla sicurezza sono decisive – e peculiari. Ogni tecnologia presenta rischi. Per uccidere un uomo basta che il suo corpo sia attraversato da una corrente elettrica di circa un decimo di Ampere – meno di quella che passa in una lampadina. La sicurezza, però, è facile da capire e da assicurare (con limitatori e salva-vita). I morti per elettrocuzione sono pochissimi specie in Europa ove le protezioni sono più stringenti. Anche le automobili sono rischiose e, nel mondo, muoiono ogni anno 1.200.000 persone in incidenti di traffico. I movimenti per abolire le auto, però, sono scarsi e deboli. Molto più energici i verdi anti-nucleari con slogan, marce e propaganda, sebbene nel mezzo secolo da quando c’è l’energia nucleare i morti siano stati poche decine di migliaia. È arduo calcolarli: le radiazioni agiscono a distanza di tempo e spazio e si sommano alla radiazione naturale (da minerali, radon e raggi cosmici).

Che conclusioni trarre per l’Italia? Il CIRN, Comitato Italiano per il Rilancio del Nucleare, conduce una campagna ispirata da esperti del settore. Sostengono che il nucleare sicuro è possibile. Questo è vero, se esistono accertati prerequisiti di competenza e rigore. In Italia certo esistevano nei pochi anni in cui funzionarono le nostre poche centrali nucleari. Discutere di competenza è difficile. Occorrono dati: non facilmente disponibili e compresi solo da chi ha studiato. Anche qui la trasparenza talora è scarsa, come in Giappone su Fukushima. Ci vogliono valutazioni espresse da esperti sulle prestazioni e i record di altri esperti. Spesso sono opinabili.

Molte delle opinioni espresse sono poco meditate e talora viscerali. Già un anno fa pubblicai su La Stampa un pezzo per controbattere chi diceva:”Perfino i giapponesi tecnicamente perfetti hanno avuto Fukushima: figuratevi che succederebbe da noi!” Spiegavo che la rete elettrica nipponica è spaccata in due: la metà orientale alla frequenza di 50 Hertz e l’altra a 60 Hertz. Solo una piccola frazione della potenza producibile può essere trasmessa da una regione all’altra. È una madornale inefficienza sistemica – altro che perfezione tecnica!

Come dico da anni, gli aspetti sistemici sono vitali: non basta essere perfetti, sia pure in alta tecnologia. Le quarantenni centrali di Fukushima erano di buon livello tecnico, ma i progettisti ignorarono il rischio degli tsunami. In quella zona sono fenomeno antico e ben documentato. Ce ne furono di più grossi: nel 1933 con un’onda alta 27 metri e nel 1890 con un’onda di 38 metri. Un recente studio commenta le statistiche sui 70 tsunami che colpirono la regione negli ultimi 12 secoli (vedi in figura: il segmento a destra indica un’onda di 10 metri). Nell’869 un’onda di 70 metri colpì Jorgan e distrusse tutto fino a 4 chilometri entro terra. I progettisti di Fukushima non tennero conto di questi precedenti.

L’ingegneria della sicurezza impone di considerare ogni possibile eventualità e predisporre difese adeguate. Queste mancavano nell’intera struttura della rete elettrica giapponese, nella scelta della località della centrale e nel progetto delle difese contro il mare. Avvenuto il disastro, i tecnici non potevano entrare nelle centrali per non subire gli effetti di radiazioni nucleari pericolose. Si poteva rimediare facendo entrare nei fabbricati robot radiocomandati muniti di telecamere. Anche questi, però, non erano stati predisposti.

Il costruttore americano iRobot mise gratuitamente a disposizione due robot Packbot e due robot Warrior 710 muniti anche di braccia meccaniche per rimuovere ostacoli e manipolare oggetti. I tecnici giapponesi dovettero essere addestrati a usarli. L’impiego pratico potè iniziare solo un mese dopo il disastro. Le difficoltà incontrate erano documentate dal diario di un operatore giapponese, noto solo con le sue iniziali S.H. I diari erano intitolati “Dico tutto quel che voglio”.  Le note di S.H. sono state scaricate da Web (prima che fossero cancellate) da un redattore del mensile SPECTRUM dell’Institute of Electrical and Electronics Engineers [] . Ne risultano situazioni gravine critiche. S.H. racconta che dopo una lunga operazione in cui aveva dovuto avvicinarsi molto al robot (data la scarsa portata della connessione radio) l’allarme del dosimetro che misurava il livello di radiazioni che aveva assorbito cominciò a suonare. Il suo supervisore gli disse che il dosimetro era difettoso e che continuasse a lavorare.

Solo dopo tre mesi arrivarono alcuni moderni robot giapponesi. Erano modelli in cui i circuiti integrati erano vulnerabili alle radiazioni e avevano dovuto essere schermati opportunamente. Nell’ottobre 2011 uno di questi tranciò il proprio cavo e dovette essere abbandonato.

Le strategie energetiche e i problemi di sicurezza non si risolvono con discorsi (anche se “paiono assai fondati”), né su principi ideologici, né su astratti principi di precauzione. Dobbiamo analizzare i fatti, studiare, addestrare tecnici eccellenti, finanziare ricerca e scuole avanzate.

Roberto Vacca

DUE DIAGNOSI MEDICHE A TERAPIE ZERO

Per E.Galli della Loggia c’è di peggio della Casta: è la Supercasta degli alti burocrati costituiti in oligarchia. Può meravigliare che i capibanda della politica e dell’economia non risultino a GdL parte dell’oligarchia. Ma lasciamo stare le collocazioni nominalistiche e per seguire il ragionamento del professore ne trascriviamo, qui e lì abbreviate, le formulazioni principali.

Esordisce, sul ‘Corriere’: “non è vero che il contrario della democrazia sia necessariamente la dittatura. C’è almeno un altro regime, l’oligarchia. In Italia abbiamo una forma intermedia: dietro le quinte delle istituzioni democratiche, e sottratti ad ogni controllo reale, un ceto di oligarchi compiono scelte decisive, governano settori cruciali, gestiscono quote enormi di risorse e potere, spesso sono tentati di abusarne a fini personali. Costituiscono un vero e proprio governo-ombra. Sono contigui alla politica, disponibili alle sue esigenze. Sono intrinseci agli ambienti e agli interessi implicati nei settori che gestiscono. Una volta in carriera gli oligarchi si svincolano dalla diretta protezione politica e costruiscono rapidamente un potere personale. Sono inamovibili, costruiscono reti di relazioni e complicità, sommano incarichi plurimi, attraverso doppi e tripli stipendi e prebende varie realizzano redditi più  che pingui, fruiscono di case, privilegi, vacanze, stili di vita da piccoli nababbi. Se i politici sono la casta, questa oligarchia è la supercasta. Prospera obbedendo alla prima ma facendo soprattutto gli affari propri”.

Patologie e degenerazioni gravi, dunque. Che fare? La soluzione del prof. G.d.L. è sommessa, pressocché infinitesimale: “Il governo Monti ha un’agenda fittissima, si sa. Ma se tra le tante cose da fare riuscisse anche a scrivere un rigoroso codice etico per la supercasta, qualche decina di milioni di italiani gliene sarebbe grata”. L’editoriale finisce qui.

E’ tale l’autorevolezza di Galli d.L. che quasi sicuramente il governo Monti troverà il tempo per scrivere il rigoroso codice etico. A quel punto, il nostro essendo un paese di calvinismi implacabili, impegnato da millenni su laceranti dilemmi morali, trafitto da un intransigente senso del peccato, è chiaro che la supercasta sarà azzerata. Se la logica di Galli della Loggia ha un senso, il codice etico sarà il clangore delle trombe che abbatterono le mura di Gerico.

Se invece il ragionamento del noto politologo è un altro, e noi non lo abbiamo capito, abbia la gentilezza di scrivere un altro editoriale onde far emergere uno scenario diverso dal crollo di Gerico. Così capiremo.

Altrimenti noi e una parte dei milioni di italiani protesi alla gratitudine di cui sopra, però scettici sull’efficacia dei codici etici, saremo legittimati a proporre un ‘che fare’ diverso: decimare gli alti burocrati. Dopo la destituzione e il blocco cautelativo dei beni, anche se intestati a consorti e a badanti bielorusse, mandarli a processo di rendiconto, nel quale sapranno o no dimostrare di non aver tradito la fiducia del popolo. Se sì, li riabiliteremo (avranno imparato la lezione, come gli altri della consorteria). Se no, li spoglieremo di tutto, e ringrazino Iddio se riceveranno i sette-ottocento euro mensili di soccorso spettanti ad ogni senza lavoro che mantenga una famiglia.

Niente di così efferato, ovviamente, se il codice GdL risulterà cosa diversa da una bonaria omelia.

Altra grave diagnosi medica, seguita da una non-terapia. Gian Maria Fara, presidente dell’Eurispes, nel presentare il rapporto annuale sullo stato della Repubblica, ha enfatizzato che il Paese è sfiduciato, depresso, apatico, rassegnato, senza un obiettivo da perseguire. Alla domanda quale fattore potrà energizzarci, condurci verso una meta, ha precisato che nulla dobbiamo attenderci da un agente specifico, p.es. la politica. E’ “dalla classe dirigente generale” che potrà venire la salvezza: imprenditori, politici, manager, studiosi, economisti, magistrati, professori, giornalisti, “tutti coloro che hanno un ruolo”. Come capiamo noi, non più di qualche milione di persone che si uniscano in un fascio di volontà e giurino come a Pontida. Non è chi non veda la concretezza, specificità, dirompenza,  soprattutto immediatezza della  formula Fara/Eurispes per la riscossa dello Stivale.

Sbaglierò, ma prevedo più efficace una moltiplicazione per mille del cauto decisionismo del governo dei tecnici. E’ un’emergenza, si sospendano le prassi della normalità e della Costituzione. Si chiuda l’esiziale Parlamento, senza aprire le inutili urne.

Antonio Massimo Calderazzi

UNIONE EUROPEA, ITALIA E GERMANIA PRONTE AL GRANDE BALZO?

Sabato 10 marzo sul Corriere della Sera e su Die Welt è apparso un appello, firmato da grandi personalità italiane e tedesche, per rilanciare l’integrazione europea. Più unione politica e maggior federalismo sono i cardini della richiesta, e in particolare si chiede che venga lasciato spazio di azione all’Unione in tema di sviluppo sostenibile, immigrazione, politica energetica, dimensione sociale, politica industriale, cooperazione giudiziaria in campo penale, la politica estera e di sicurezza. Insomma, un passo deciso nella creazione di quel soggetto politico europeo che ancora oggi stenta a decollare.

La cosa più interessante nel documento arriva nelle ultime righe, quando i firmatari (tra cui Amato, Prodi, Beck, Bonino, Pottering, Frattini, Brok e molti altri) provano a delineare in modo molto concreto le prossime tappe del percorso da loro immaginato. In particolare, giunti ad avere una Convenzione costituente che adotti un nuovo trattato per andare oltre quello di Lisbona, si chiede che sia iscritta “una clausola di integrazione differenziata, dando tempo sufficiente ai Paesi recalcitranti o di unirsi ai Paesi decisi o di recedere dall’Unione usando il diritto previsto dall’articolo 50  del Trattato di Lisbona”.

Cosa significa, al di là dei linguaggio giuridico?

Significa che, secondo l’intento dei firmatari italiani e tedeschi, la dinamica europea delle “diverse velocità” (o dei “cerchi concentrici”) è solo momentanea e destinata a morire. Non sarà più possibile che ci siano Stati molto integrati, medio integrati e poco integrati, tutti dentro l’Unione europea. Già la moneta unica crea una doppia velocità (chi ce l’ha e chi no) che è difficile gestire ora, figuriamoci quando le politiche economiche e fiscali saranno ancor più interconnesse. Altri sfasamenti in ambiti quali la giustizia penale o la politica estera non sarebbero ammissibili oltre un certo limite di tempo.

Insomma, dopo aver predisposto il nuovo trattato si darà tempo per riflettere a chi nutre dei dubbi sulla propria appartenenza all’Unione europea, e magari verranno indetti dei referendum a tal proposito per consultare le opinioni pubbliche (che sarebbe il caso di informare su costi/benefici della Ue, non di imbottirle di propaganda e populismi). Poi chi vorrà unirsi all’avanguardia di Stati che avrà iniziato ad adottare le nuove regole più stringenti di integrazione lo potrà fare, ma senza mezze misure e balbettii. Chi invece preferirà starsene fuori – sembrano dire i promotori dell’appello – non verrà ostacolato. L’articolo 50 del TUE, “Recesso dall’Unione”, è stato pensato proprio per questo.

Se l’appello dovesse cominciare ad avere i suoi primi effetti, e Germania e Italia iniziassero a promuovere questa revisione dei trattati, a Inglesi e Cechi dovrebbero cominciare a fischiare le orecchie. E non solo a loro.

Tommaso Canetta

Ps. Chi volesse aderire all’appello può farlo inviando una mail all’indirizzo

MARSIGLIA, REGINA DEL MARE NOSTRUM

La città più antica di Francia (fondata 26 secoli fa dai coloni greci di Focea, ma forse erano arrivati prima i fenici), è anche la meno francese, tanti sono gli immigrati dalle ex-colonie. L’esperimento della città ‘planetaria’ procede senza grossi traumi. Del risentimento contro africani e asiatici c’è anche qui, ma nell’assieme la metropoli appare semi-arabizzata pacificamente.

Il fenomeno è antico. Le guerre della Francia utilizzarono molta carne da cannone coloniale. Logico che la Madre-Padrona accogliesse in gran numero i sudditi extraeuropei. Il malandato quartiere tra la stazione di quarantena portuale, oggi trasferita, e l’Arco di Trionfo è abitato soprattutto da maghrebini.

I negozi arabi di moda, le gelaterie tunisine, le macellerie islamiche sgargianti di lustrini, luci e calendari del Ramadan calamitano una Marsiglia maomettana assai più tranquilla della banlieue parigina. Ma i giochi sono rischiosi anche qui. L’estremismo islamico è ben altro che quello ludico-insurrezionale-onanista della gauche 1968 e successiva. Un ex-consigliere di Mitterrand ebbe a declamare “Occorrono le Brigate internazionali, come nella Spagna del 1936. Io sono pronto ad arruolarmi”.

Ai primi del ‘700 una nave dall’Oriente, o dal Levante, portò qui una peste da 40 mila morti. Se in una città tanto araba arrivasse il ribellismo più militante sarebbero guai, magari con meno cadaveri. La forza dell’islamismo combattivo è nella sua capacità di osare l’inosabile e di non perdonare. La Siria insegni.

Secondo una tradizione dell’Islam, un giorno comparirà  un altro al-Mahdi -‘colui che è guidato da Dio’- che convertirà tutti gli uomini alla vera fede e dunque porterà l’Islam al trionfo. Sarà un Messia di combattimento e di vittoria. Il Mahdi che apparve nel Sudan riuscì nel 1883 a sconfiggere un esercito britannico e due anni dopo a prendere Khartum, uccidendo il generale Gordon.

Marsiglia naturalmente è tutt’altra cosa che i suoi ghetti di coloniali. E’ il suo vasto sistema portuale. E’ le sue atletiche membra urbane. E’ le autostrade che attraversano intera la metropoli per collegare il porto al Nord e al Sud dell’Europa. Le vaste colline e i fondovalli che circondano la città storica si sono coperti di fabbriche postmoderne e di laboratori avanzati, per non parlare dei soliti quartieri residenziali, delle tecnopoli vicine (Luminy e Chateau Gombert) e di quelle semilontane quali Sophia Antipolis. In una Francia che ha fatto proprie senza riserve le categorie e le sfide della Information Age, Marsiglia asserisce propri vanti tecnologici che hanno radici lunghissime. Nel secolo XVII il suo grande Arsenal des Galères, allora ‘città nella città’, costruì una nave galera per il figlio di Colbert in un solo giorno. Strabone testimonia che per l’eccellenza delle sue scuole letteraria e medica Marsiglia convinceva una parte dell’alta società romana a far studiare i giovani qui, invece che ad Atene. In effetti alle spalle della realtà produttiva odierna c’è una vigorosa tradizione del sapere. Già quindici anni fa si contavano tre vere università, otto scuole per la formazione di tecnici, una dozzina di centri di ricerca del primo rango, vari parchi scientifici e tecnologici che funzionavano anche da incubatoi di imprese dei settori di punta.

Sono spariti settori tradizionali quali l’oleificio e il saponificio. Sono emerse nuove vocazioni: elettronica, aeronautica, petrolchimica, ricerca nucleare, siderurgia, off-shore, altri comparti che valorizzano le risorse locali di sapere avanzato. In più vari programmi hanno fatto dell’area marsigliese un polo dei trasporti, delle telecomunicazioni e del terziario più moderno.

Il comprensorio Marsiglia-Provenza si vanta il maggiore polo francese di ricerca scientifica dopo l’area parigina. Il porto, qui caratterizzato come Europort du Sud, è il primo scalo di Francia e del Mediterraneo, terzo d’Europa, probabilmente terzo del mondo per gli idrocarburi. Il porto è collegato al Rodano, a sua volta collegato al Reno: è la grande via d’acqua tra il Mediterraneo e il Mare del Nord. Genova, che oggi soffre, ottant’anni fa appariva avvantaggiata rispetto a Marsiglia perchè le ferrovie del Sempione e del Gottardo la collegavano al bacino del Reno, cioè al Mare del Nord.

Imponenti le realizzazioni nel settore energetico. Quando nacque, il centro nucleare di Cadarache gestiva il più grande reattore sperimentale di fusione (superconduttore) al mondo. Una parte considerevole della produzione siderurgica francese avviene a Fos-sur-Mer, mentre le Bocche del Rodano fanno il terzo polo aeronautico di Francia dopo Bordeaux e Tolosa.

Ma Marsiglia si è assegnata soprattutto traguardi di leadership post-industriale,  immateriale, fatta di programmi ispirati al futuro. Marsiglia si vede come centro decisionale dell’azione francese nel Mediterraneo, riccamente dotato di strutture. Per esempio il polo terziario denominato Euroméditerranée, con una base fisica di oltre 300 ettari, impiegherà nel 2015 ventiquattromila persone. Tra altre iniziative di promozione metropolitana vanno menzionate le ‘zone franche urbane’: 38 quartieri marsigliesi nei quali le attività economiche godono di sgravi fiscali e previdenziali.

Nella grande hall della Camera di commercio, decana tra le consorelle dell’Esagono in quanto istituita nel 1599, figura, al posto della solita scultura ornamentale, più spesso che no in ‘style pompier’ la torpedo Turcat-Mery da 7 cavalli, costruita qui nel 1927. Essa sembra rappresentare lo specifico orgoglio dei marsigliesi: non i simboli, i valori alti, ma le cose, materiali e immateriali. La stessa metropoli merita d’essere visitata non perché sia ricca di monumenti allegorici, bensì in quanto larga esposizione delle opere dell’uomo. I monumenti dei secoli remoti sono pochi; in compenso la prefettura è una tra le più belle, della nazione, l’Opéra è un gioiello dell’Art Deco e la Cité Radieuse di Le Corbusier  è una ‘macchina per abitare’ che alloggia 1600 persone. Al largo del Vieux Port c’è l’isola col castello di If, immortalato dal Conte di Montecristo di Dumas. Vi tennero prigioniero l’Uomo dalla Maschera di ferro.

La Marsiglia moderna esplose nell’Ottocento con la conquista dell’Algeria e con i successivi balzi dell’imperialismo francese, secondo solo a quello britannico, in Africa e in Asia, continenti in funzione dei quali il grande porto si dilatò. La prima Esposizione coloniale francese si tenne qui e non altrove, nel 1906. Centinaia di migliaia di rimpatriati dall’Algeria aggiunsero un contorno in più al mito di questa città nel cinema. I marsigliesi avevano conquistato i rivoluzionari francesi col canto che intonarono partendo alla volta di Parigi;  però la ‘Marsigliese’ non fu composta qui, ma a Strasburgo.

Sono glorie locali i navigatori Pitea ed Eutimene, che nel quarto secolo a.C. fecero viaggi di scoperta: il primo arrivò in Germania e nelle isole britanniche, il secondo costeggiò l’Africa fino al Senegal, una delle terre destinate a diventare francesi. Il mare è così importante che Marsiglia acclamò il ritorno dei Borboni alla caduta di Napoleone, visto il danno che aveva subito dalle continue guerre dell’Empereur e dal blocco continentale.  Invece l’Europort du Sud non deve avere perdonato a Sarkosy la mancata realizzazione del suo vasto progetto di integrazione e rilancio del Mediterraneo, sotto guida francese. Non sappiamo se il progetto viva ancora. Se sì, Marsiglia può ancora sperare di incoronarsi Regina del Mediterraneo.

A.M.C.

HOLLANDE COME JOSPIN, O ANCHE NO

Il 3 giugno 1997 il socialista Lionel Jospin, vincitore delle elezioni legislative, andò all’Eliseo e ricevette dal presidente Chirac la nomina a primo ministro. Nella Quinta Repubblica come la volle de Gaulle il primo ministro non è un vero capo del governo (lo è il presidente della Repubblica). Tuttavia la caduta del primo ministro Alain Juppé, seguace di Chirac, ad opera di un socialista fu un fatto grosso. Oggi che il socialista François Hollande, semplice capo di un apparato partitico, cerca di abbattere non un primo ministro ma il presidente Sarkosy vale la  pena di riandare ad alcune riflessioni di quindici anni fa.

In due secoli e un quarto la Francia ha avuto cinque Repubbliche, due imperi e una Restaurazione. Quest’ultima, durata dal 1814 al 1830 (coll’interruzione dei Cento Giorni  dell’Imperatore piombato dall’Elba) reinsediò i Capetingi, ossia il Vecchio Ordine, fino alla brevissima Seconda Repubblica, presidente Luigi Napoleone (presto imperatore).

Nel 1997 Jospin, un socialista convinto, tentò di deviare la storia liberista cominciata negli anni Settanta nel nome di Thatcher, di Reagan e dei monetaristi di Chicago. Tentò di riproporre una linea di sinistra. Con la Waterloo di Chirac sembrò delinearsi un corso neostatalista, non solo in Francia. In Italia venne la vittoria dell’Ulivo; nell’UK si credette che Blair avrebbe rialzato la socialità; che lo stesso avrebbe fatto la socialdemocrazia tedesca. In Francia la mano di Jospin si fece sentire per un po’, intanto con la settimana di 35 ore, giusta o sbagliata che fosse.

Tuttavia il primo atto di governo di Jospin non fu niente di rosso. Approvò l’invio di altre truppe nel Congo-Brazzaville, cioè confermò la coerenza tardo-colonialista che tre lustri dopo si esprimerà nella campagna libica di Sarkò-Cameron. Nelle stesse prime ore di Jospin a palazzo Matignon la Gendarmerie in pochi minuti mise a tacere i simpatizzanti ipergauchisti dei sans papier, simpatizzanti che nei megafoni ululavano al nuovo premier “mantieni le promesse”. Probabilmente coglieva nel segno una cover story del settimanale  ‘l’Express’: “Da Jaurès a Mitterrand la sinistra francese ha sempre fatto distinzione tra conquista ed esercizio del potere”.

A un trimestre dalle elezioni presidenziali del 22 aprile il candidato Hollande si proietta, o forse no, come il Jospin del nostro tempo. Però formule poco pochissimo giacobine, abbastanza compatibili con le direttive di Bruxelles e con le pretese delle agenzie di rating: “Prometterò solo quanto potrò mantenere”. I mesi della battaglia elettorale potranno stracciare la circospezione di Hollande; dipenderà anche dalle posizioni del suo avversario maggiore (il quale è possibile non sia Sarkò). Al momento Hollande si atteggia come un qualsiasi politico di statura regionale, che però non si fa fotografare in auto blu ma in bicicletta.

Questo, in qualche misura, è uno dei  tratti che richiamano Jospin, il quale  sottolineava: “Sono figlio di una levatrice e di un insegnante. Vengo da un ambiente semplice e non intendo allontanarmene. Entrare nell’élite non mi attira” . Forse fu la consegna ricevuta dai maghi della comunicazione, ma all’inizio funzionò. I primi momenti di Jospin furono magici: persino gli avversari gli tributavano riconoscimenti. Era pervenuto a ministro socialista dell’Istruzione, ma seppe distaccarsi dal potere quando intuì che l’era Mitterrand degenerava nella corruzione. Dunque risultava portatore di istanze morali insolitamente elevate.

Se la Francia si interrogava tanto su un nuovo Premier Ministre era perchè lo scacco inflitto a Chirac faceva presagire una cattiva cohabitation tra un Eliseo conservatore e un Matignon socialista. Secondo Georges Vedel, decano dei costituzionalisti di Francia, la Quinta Repubblica non era finita ma era già un’altra cosa. Si sarebbe dovuto ritoccarne i lineamenti, sosteneva un comitato di politologi capeggiato appunto da Vettel. Il  capo dello Stato, dotato dei poteri pretesi e ottenuti da de Gaulle, avrebbe dovuto dimettersi in caso di rovescio elettorale. Infatti ci fu chi ipotizzò un passo indietro di Chirac. Tutto sarebbe dipeso dalla prudenza di Jospin (peraltro “si pugnace, si viscéralement de gauche”) e dei suoi alleati verdi, comunisti, altri cespugli. In ogni caso, insegnava il giurista Vettel, Chirac avrebbe dovuto comportarsi come un monarca costituzionale o come un capo di stato da  Terza Repubblica, non Quinta.

Contro l’idea che fosse risorto un popolo della sinistra pronto a marciare sulle Tuileries della finanza internazionale, ce n’era un’altra che privilegiava piuttosto la volubilità dei francesi (“impazienti e vendicativi -aveva scritto Jean Daniel su un foglio progressista- hanno bisogno di capri espiatori. Hanno divorato la stessa destra che avevano innalzato due anni fa. Divoreranno anche la sinistra se entro due anni non farà prodigi”).

Nel frattempo Chirac era rimasto senza maggioranza, e di fatto risultava il capo dell’opposizione: lacerata quest’ultima dalle vendette intestine che seguono a tutte le disfatte. Il risentimento più aspro andava all’uomo che aveva convinto Chirac a indire  elezioni che “on ne peut pas perdre”. Dominique de Villepin segretario generale dell’Eliseo, eminenza grigia, anzi per i nemici ‘chouchou’, del presidente, membro del triumvirato che reggeva la Francia (Chirac Juppé de Villepin), in quel momento il quarantatreenne diplomatico perse buona parte di un prestigio persino imbarazzante. Aristocratico nell’aspetto, persino più alto di Chirac, di lui si era detto che il suo carisma intimidisse il capo dello Stato.

Oggi è da anni impegnato in un conflitto personale, anche nelle aule giudiziarie, con Nicolas Sarkosy. Ha improvvisamente annunciato che concorrerà per l’Eliseo come capo di un suo partito République Solidaire, o forse come indipendente ‘al di sopra delle parti’. Ex-primo ministro ed ex-ministro degli Esteri, de Villepin ha dimostrato di essere parecchio più di uno ‘chouchou’.

Oggi come oggi non ci sono elementi per predire veri terremoti, dovesse l’Eliseo cadere a Hollande. Ritocchi allo stile, certamente tanti e vistosi: magari meno missioni dei cacciabombardieri e qualche aggravio sui ricchi. Ma forse i ritocchi ci saranno anche se Sarko sarà rieletto.  Ove sul trono  salisse de Villepin, o Marine Le Pen, potrebbe accadere di tutto. Oppure no.

A.M.C.

HESSEL, HOLLANDE E LA REPARLEMENTISATION IN FRANCIA

Giusta nella sostanza, piuttosto comica nelle parole adoperate, l’affermazione di François Hollande, candidato all’Eliseo: “mon adversaire, c’est la finance”. Alquanto più comica la spiegazione: “Je suis indigné de voir que dans cette crise les marchés pèsent plus que la démocratie”. Comica all’estremo, al punto da elettrizzare gli ormoni meglio che il Fernandel dei tempi migliori, la denuncia finale: “Les politiques ne parviennent pas à dominer les marchés!”.

Che diamine, gli omuncoli delle Borse e dei Boards sarebbero più potenti que les politiques, ciascuno dei quali sa tendere l’arco meglio di Odisseo; domare puledri selvaggi; manovrare corpi d’armata come Gebhard Bluecher principe di Wahlstadt, quello che decise la giornata di Waterloo; creare imperi finanziari come J.D.Rockefeller e Steve Jobs! Quanto triste la decadenza des politiques, che un tempo competevano coll’Onnipotente alla pari, abbattevano con semplici trombe le mura di Gerico!

Ma il godurio di leggere certe cronache della campagna presidenziale di Francia non aveva ancora conosciuto l’adrenalina/cocaina Stéphane Hessel. E’ l’autore del best-seller “Indignez-vous”, oltre 4 milioni di copie, traduzioni in 30 lingue, un sisma dunque che farà tremare più di un continente, e dopo il quale nulla sarà più come prima. Un brillante pamphlettista? No: “Un grand homme…il encarne un passé glorieux, il a connu De Gaulle e Pierre Mendès France, il est devenu l’un des prophètes mondiaux de la révolte contre la dictature des marchés. Ha militato nella Resistenza. Diplomatico, ha contribuito a redigere la Dichiarazione dei Diritti dell’uomo. Sogna da 56 anni l’istituzione del Consiglio nazionale della Resistenza”.

Il successo di “Indignez-vous” farebbe contorcere di invidia Thomas Mann, Ernest Hemingway e il più venduto dei giallisti da supermarket. Invece non sembra un granché di passato il curriculum diplomatico di Hessel, visto che solo esigue minoranze si curano della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo.

Parliamo di Stéphane Hessel perché ‘Nouvel Observateur’ ha organizzato un incontro a Nantes tra lui e Hollande. Il noto settimanale parigino ci è parso divertirsi a riferire che il primo ha spronato il circospetto secondo “à etre radical dans les propositions”, ha paragonato Hollande a De Gaulle e a Mendès France, lo ha invitato a collocarsi ai livelli alti della storia contemporanea (“Sois comme Franklin Roosevelt!”).  Soprattutto Hessel ha sbalordito il globo terracqueo quando ha intimato a Hollande di farsi “l’homme de la reparlementisation de la République”.

Quando si dice gettare il cuore al di là dell’ostacolo!  In Italia il parlamentarismo ha raggiunto il nadir assoluto: quasi nessuno, nemmeno i leggendari commessi e stenografi della Camera, pagati più di numerosi cardiochirurghi, dà all’istituzione parlamentare un voto superiore alla bocciatura. Ma l’Italia passi, non è stata devastata solo dal Parlamento, anche da tutte le altre istanze spadroneggiate dai politici a vita. Ma la Francia, la Francia ha visto ammazzate dal parlamentarismo ben due sue Repubbliche, la Terza (uccisa in pochi giorni del 1940 dai feldmarescialli Rundstedt e Bock) e la Quarta, liquidata da De Gaulle nel 1958 quando già agonizzava ad opera del parlamento.

Quanto irresistibile sia la valenza comica della ‘reparlementarisation’ lo fa risultare ‘Nouvel Observateur’ pubblicando il dialogo di Nantes, con le reazioni dei lettori. Ne riferiamo alcune. Prima però rimediamo a una nostra dimenticanza, non avevamo messo nel giusto rilievo la data di nascita di Stéphane Hessel: 1917. I lettori di Nouv/Obs non indulgono:

Quelle age avez-vous? Bon, je vous pardonne.

Si può essere al tempo stesso Resistente e senile.

Mon pauvre vieux, tu a du comme Obelix tomber dans le chaudron.

Hessel est débile avant d’etre sénile. Seul les gens de petite condition intellectuelle peuvent trouver dans ce gugus un semblant d’intéret.

Hessel si è ridotto come Buffalo Bill che girava le fiere e i Luna park a sparare a sagome di pellirosse, solo che quelle di Hessel sono di plastica e rappresentano les Allemands.

Brutta cosa perdere neuroni.

Non voglio diventare così vecchio.

 

Sghignazzare sulla vecchiaia potrebbe non essere la cosa giusta. Lo è farlo sulla mitizzazione di alcuni momenti della storia nazionale, la Resistenza, il ‘trionfo’ a Versailles sulla Germania (pagato carissimo 21 anni dopo), la presa della Bastiglia, eccetera. L’accanimento antitedesco si può capire in Hessel, nato a Berlino figlio di un ebreo. Ma se si invoca il ritorno a un parlamentarismo disastroso, perché non riproporre la Comune parigina, la guerra ai successori di Bismarck per l’affronto del telegramma di Ems, il rilancio delle campagne di conquista del Roi  Soleil (il quale alla fine dovette implorare la pace, e per ottenerla mollare le conquiste)?

Porfirio

CHE PERDONARE AL SEMI-LIBERTADOR MARIO MONTI

Acceso montista quale sono, anche per avere avuto nel passato occasione di parlare all’Uomo, esercito il diritto di rimpiangere le opere grandi che non farà: anche, ma non solo, perchè mille lillipuziani non permetteranno (peggio per Lui, e più ancora per noi, per essersi consegnato a loro invece di spazzarli via).

Prima delle non-opere grandi, chiudere la sudditanza agli USA. Sessantanove anni fa, è vero, a Cassibile (Siracusa) ci arrendemmo senza condizioni a un generale americano (Bedell Smith). Poi per qualche anno fummo aiutati dalla farina e da altri soccorsi inviati, con disinteresse decrescente, da Washington. Ma, quasi un settantennio dopo, il mutuo abbiamo finito di restituirlo. Le ultime rate furono l’ignobile superbase a Vicenza; le missioni mercenarie -ma spese a nostro carico- persino in Afghanistan; i delittuosi stanziamenti bellici che continuiamo a fare, laddove lasciamo morire assiderati gli homeless, raddoppiamo la pena ai carcerati con la tortura del sovraffollamento, tradiamo in altri cento modi i nostri doveri. Solo agli obblighi della servilità non manchiamo mai: non sotto Prodi e d’Alema, non sotto Berlusca e La Russa, non sotto Napolitano, Monti e Terzi di Santagata.  Gli ultimi due volano a Washington anche per confermarci lacché: laddove l’Europa la Russia la Cina e altri protagonisti grossi ci offrirebbero l’occasione per essere più liberi e più eguali.

Altro rimpianto acre: nulla di serio ha fatto/potrà fare Super Mario per correggere alquanto le storture dell’ipercapitalismo: nessuna patrimoniale a carico dei soli straricchi, nessuna avocazione ai redditi “di lavoro” offensivamente alti; nessuna aggressione degna di Dracone legislatore ateniese alle prassi e alle spese del prestigio convenzionale e del fasto pontificio-monarchico: il Quirinale e gli altri palazzi del disonore sono lì, al sicuro dalla ‘sobrietà’ montiana. Nessuna dura opera di giustizia contro le rapine dei politici fecali: ce li ritroveremo tutti a ingozzarsi nel truogolo elettorale già tra un anno, se non prima.

Eppure con Mario Monti, se non la farà più grossa, dovremo essere larghi d’indulgenza. Siamo in molti a sperare che dopo Lui e i suoi professori niente sarà lo stesso (v. in ‘Internauta’ di gennaio lo nostra intervista a Marco Vitale). In molti a sperare che la gestione dei tecnici dimostrerà quanto il sistema progredisce facendo a meno dei politici quasi tutti pregiudicati. In molti a sperare che il governo delle competenze stia prefigurando come migliori saranno la Polis e la vita quando questa o quella formula di democrazia riscattata e qualificata -opposta all’attuale- cancellerà fino all’ultima (beh, quasi) le malefatte dei partiti e dei loro gaglioffi (ce li ha imposti ‘la più bella delle Costituzioni’. Una Camera dei Sorteggiati, invece che degli Imputati, sarà un ottimo inizio -v.la proposta Calenda/Ainis in ‘Internauta’ di gennaio’).

Pur di avere questa Liberazione, senza confronti più redentrice di quella del ’45 (ci addossò il peggiore sistema dell’Occidente) accettiamo di pagare un prezzo: e il prezzo è trangugiare le delusioni inferteci da Mario Monti, Libertador a metà. E perdoneremo anche Giorgio Napolitano, il Sommo Politico che si riscattò imponendo Monti cauto calpestatore dei politici. Giorgio rischia di rivelarsi il più statista  dei reucci settennali del Quirinale, vituperevole palazzo costruito col denaro che avrebbe dovuto andare ai pellagrosi e ai tubercolotici di Cristo.

Antonio Massimo Calderazzi

CROCIERE E CROCIERISMO

Confida Marco Vitale che negli anni ’70 e ’80, da consulente di un’importante compagnia di crociere, insisteva con gli armatori perchè si facessero anche un po’ albergatori e intrattenitori. Ma che oggi additerebbe agli albergatori-intrattenitori della Costa Crociere  il dovere d’essere un po’ più armatori. Questo perché in ultima analisi  tale compagnia -americana, come si vedrà- è responsabile, tra l’altro, di avere affidato “un mostro del mare con 4000 anime” ad un comandante spericolato e portato ai crolli psicologici.

La verità, dice il prof. Vitale, che nella tragedia avvenuta non c’è il retaggio armatoriale italiano. Americana è la proprietà,la Carnival Corp.; americano  il suo capitalista e  capo assoluto Mickey Arison, valore stimato 4 miliardi di dollari; americana soprattutto l’ossessione di costruire navi sempre più grandi, sempre più alberghi/parchi di divertimento galleggianti, a scapito delle componenti armatoriali e dunque della sicurezza. Si privilegiano le esigenze dell’intrattenimento, delle dimensioni, del marketing. Per dirne solo una, si minimizzano le derive.

A confronto con la più grossa di tutte le navi da crociera, la “Oasis of the Sea”,la Costa Concordiaera di dimensioni modeste. La “Oasis”, della Royal Caribbean Cruises, seconda

dopola Carnival, è di 225.282 tonn., molto più mastodontica della portaerei “George Washington”. Ha 16 ponti, è lunga360 metri, larga 64, porta 6296 passeggeri e un personale di 2394 persone. E’ dunque quasi il doppio della Costa Concordia, ma ha un pescaggio di soli9,1 metri, non più di un metro oltre quello della Costa Concordia, che era  poco superiore a quello di una barca a vela importante.  Sono in cantiere navi ancora più immense, da 10 mila passeggeri.

Per fare sempre più profitti si sente il bisogno di un mercato sempre più vasto. E questo persegue incessantementela Carnival: il suo fatturato è passato da 44 milioni di dollari nel1979 a16 miliardi oggi. Ed ecco sempre più navi, ciascuna più grande della precedente, con problemi sempre più complessi, tra i quali la formazione degli equipaggi e la compatibilità tra i requisiti armatoriali, di sicurezza, alberghieri, etc. Vari esperti del settore considerano inevitabile qualche altro disastro, magari in circostanze di mare più gravi, a distanza maggiore dalla costa e così via.

Il gigantismo non si fermerà spontaneamente. Marco Vitale valuta che l’ossessione per la crescita e per i profitti potrà essere frenata solo da poteri pubblici i quali non siano condizionati dalle lobbies del settore crocieristico. Settore chiaramente importante e positivo: 20 milioni di passeggeri a livello mondiale, destinati a crescere. Per la sua collocazione nel Mediterraneo, per la qualità delle attrazioni che offre sulle coste o a breve distanza da esse, per la tradizione stessa, l’Italia resterà protagonista. Si esige però dovunque una decisa riduzione degli eccessi; si esige un ripensamento complessivo che tra l’altro porti a strutture e modalità operative più sostenibili. Non è realistico puntare sull’autoregolamentazione degli operatori. Occorrono, insiste Marco  Vitale, standard di sicurezza più alti, rotte più responsabili, ostacoli al gigantismo e tribunali del mare più severi.

In aggiunta agli imperativi così enunciati, sembra evidente che con navi così spropositate certe prassi vanno abbandonate, nonostante tutte le loro motivazioni tradizionali. Il cosiddetto ‘inchino’ si è sempre fatto, e molto, però con navi tanto più piccole, cioè più manovrabili. Oggi appare grottesco, anche se romantico, l’omaggio a località che sono patrie di capitani di mare,  persino di personaggi minori. Sono cambiate tante cose del mondo, perchè dovrebbero prolungarsi veri e propri vezzi come l’inchino? Possibile debbano corrersi rischi straordinariamente gravi solo per aggiungere modeste attrazioni alle proposte del marketing?

J.J.J.

SERBIA “CANDIDATA” ALLA UE? LA RALLENTANO GLI ANTICHI ROMANI

Il percorso di avvicinamento di Belgrado all’Unione europea ha subito un arresto, breve si spera. Il motivo? Un manipolo di irriducibili antichi romani, parafrasando un fumetto francese, fa da ostacolo alle trattative.

Sono i Valacchi, un’etnia di origine latina (infatti “Valacchi” è probabilmente un termine germanico per “straniero”, loro si autodefiniscono “Rumani” o “Romani”) che è rimasta nei Balcani anche durante il periodo delle migrazioni slave. La Romania, altro pezzo di impero romano sopravvissuto nell’est Europa, si è fatta portatrice dei loro interessi e ha fermato l’attribuzione dello status di “Paese candidato” alla Serbia. Prima vuole avere garanzie sulla condizione della minoranza etnica dei Valacchi.

L’accordo che avrebbe dovuto sottoscrivere oggi il Consiglio dei ministri degli Esteri dei 27 Stati membri è stato quindi fermato. Sarà il Consiglio europeo del 1 e 2 marzo a prendere una decisione, oltre che a ratificarla formalmente.

Se l’esito dovesse essere positivo, la Serbia diverrebbe il sesto Paese candidato all’adesione all’Ue insieme a Turchia, Montenegro, Croazia, Macedonia e Islanda.

Tommaso Canetta

LA REPUBBLICA CECA HA UN RE IN RISERVA?

Altrove in questo ‘Internauta’ si parla degli umori un po’ ipocondriaci, atrabiliari, saturnini della nazione ceca, residuo dell’artificiale Cecoslovacchia inventata nel 1919 a Versailles, abbattuta dal Terzo Reich nel 1938, infine ridotta a Repubblica Ceca il 1.1.1993 dalla secessione della Slovacchia. Non molti giorni fa Praga ha aggiunto credibilità ai cliché temperamentali di cui sopra affiancandosi al Regno Unito, l’arcinemico dell’integrazione europea, nel rifiuto di una rinegoziazione dei trattati che aggiunga un po’ di malta all’unificazione del Vecchio Continente. Sul piano puramente razionale è arduo decifrare la malevolenza o diffidenza verso l’Europa di un paese-ponte tra due anzi tre delle componenti storiche dell’Unione: quella tedesca, quella slava, quella austriaca-mitteleuropea. Allora è più agevole trasferirci a un altro piano, più fantasioso. Che i cechi si avvicinino al Regno Unito perché quest’ultimo, appunto, è il regno che essi non hanno? Che sia un’altra delle ipocondrie nazionali?

In questo caso aveva senso un vecchio articolo del “Wall Street Journal” un tredici anni fa: assicurava che anche in Cecoslovacchia (allora non menomata dalla secessione di Bratislava), come in ogni altro paese ex-comunista c’erano i nostalgici delle teste coronate. E poiché negli ultimi secoli una dinastia cecoslovacca non c’era stata, mancando un regno cecoslovacco, il quotidiano di Manhattan suggeriva semiserio una dinastia austro-tedesca e non slava: la famiglia del principe Karl von Schwarzenberg, in quel momento ‘cancelliere’ (ma non nel senso tedesco di capo del governo) del presidente Havel.

La dinastia proposta dal quotidiano finanziario non aveva mai regnato, però aveva lambito troni. Nell’Ottocento uno Schwarzenberg era stato arcivescovo quasi sovrano a Salisburgo, poi a Praga. Un altro, Karl Philipp, aveva vinto Napoleone in battaglia  e un anno dopo (1814) comandato gli eserciti della coalizione che invadeva la Francia. Un altro ancora, Felix, aveva presieduto il governo imperiale asburgico tra il 1848 e il ’52, tra l’altro reprimendo col cannone l’insurrezione viennese del ’48 e inducendo il quasi-incapace imperatore Ferdinando I ad abdicare in favore del vigoroso nipote Francesco Giuseppe. Un anno dopo Felix spense con la solita artiglieria la rivolta ungherese.

Il rampollo Karl, capo della casa presidenziale a Praga, possedeva castelli e vaste terre in Cecoslovacchia (in precedenza espropriate dai comunisti) oltre che in Baviera. A quell’epoca penetrai senza difficoltà in uno dei castelli, forse sulla Morava, che non era aperto ai turisti: solo uffici dell’amministrazione di casa Schwarzenberg, un piano per gli immobili urbani, due o tre per le proprietà forestali. La didascalia del “Wall Street Journal” sotto l’immagine del Pretendente che proponeva ai cecoslovacchi diceva semplicemente ‘Prince Karl in Prague’. Niente cognome, come usa per i reali. Nell’articolo si facevano insistiti paralleli con Otto d’Asburgo, un figlio d’imperatore che aveva vagheggiato di farsi capo dello stato in Ungheria. Come a dire, Otto in trono a Budapest, Karl a Praga, per Vienna si vedrà. Almeno in Bulgaria uno ex-zar esiliato nel 1946, Simeone di Sassonia-Coburgo-Gotha figlio di Giovanna di Savoia, era destinato a capeggiare abbastanza a lungo il governo di una Repubblica ex-comunista.

Karl von Schwarzenberg non si è eclissato con la fine del mandato presidenziale di Vaclav Havel: oggi è vice-primo ministro e ministro degli Esteri della Repubblica Ceca. Tuttavia, malgrado l’asse antieuropeo col Regno Unito, la sua proclamazione a re di Cekia non sembra imminente.

Allora non è bello che il grande quotidiano di Wall Street abbia fatto nascere illusioni regali nel possidente Karl von Schwarzenberg. A meno che sia stato quest’ultimo col suo charme a far nascere nel direttore del giornale l’illusione di mettere in trono un re. Per censo, come si addiceva al principe dei fogli finanziari.

l’Ussita

IL MANIFESTO: ALZHEIMER COMUNISTA

La speranza di sopravvivere, per il quotidiano di tante sconfitte, è appesa a un’estrema colletta, la ‘Mille per Mille’: mille sponsor da mille euro ciascuno. Io odiatore del capitalismo, del consumismo, del mercatismo dico a figli e nipoti della pattuglia rossandista/parlatista: se riuscirete nel conato 1000×1000, sappiate che sopravviverete su denaro sporco, disonorevole.

Hanno il diritto di elargire male il loro denaro solo coloro che donano parecchio anche, p.es. alle famiglie dei carcerati poveri: mangiano solo perchè esistono le parrocchie e i volontari, vestono solo dai cassonetti della Caritas. Chi dona al ‘Manifesto, o a qualunque causa settaria o futile, e non anche ai derelitti, agli affamati, agli assiderati, è un mascalzone. Chi spende per cani, gatti, barche e cavalli, o nelle boutiques del lusso, o negli altri templi del superfluo, invece che nel soccorso ai più disgraziati, è tecnicamente senza cuore, meritevole delle stesse sciagure cui sono indifferenti.

L’eventuale successo del conato 1000×1000 confermerà una realtà grottesca: una parte della borghesia danarosa è complessata e radical chic al punto di riforaggiare una testata che vive da decenni sui rimorsi, le frustrazioni, i capricci di chi guadagna bene. E’ naturale che i lavoratori e i precari non comprino Il Manifesto. Ma i suoi genuini estimatori riescono a donare 5O non 1000. Le vere elargizioni vengono dai poco-di-buono di cui sopra: riccastri, eredi e redditieri buoni a niente, vedove amicone degli stilisti di moda, accademici nepotisti, più sparuti morti di fame però senza figli da mantenere.

Anche per Il Manifesto i giornalisti dei Grandi Media hanno sventolato fazzoletti di solidarietà ai colleghi dei fogli che boccheggiano. Hanno intonato la solita solfa secondo cui ogni testata che sparisce fa piangere la Pluralità dell’Informazione; invece nell’età di Internet fa piangere il reddito degli interessati e di un minuscolo indotto. I giornalisti che singhiozzano al capezzale delle testate morenti temono che potrà toccare anche a loro. Sempre più si conferma che il giornalismo cartaceo e quello televisivo vanno ad esaurimento.

Ma è il senso politico di giornali come Manifesto e Rifondazione che è finito da almeno trent’anni. E’ giusto muoiano. Tra cinque anni sarà un secolo dalla Rivoluzione d’Ottobre: e già novant’anni fa la maggior parte del mondo respingeva il leninismo-stalinismo. Il plebiscito planetario e permanente contro il comunismo ha addirittura cancellato la nozione che è esistito un movimento marxista. Solo il cristianesimo delle origini è fallito tanto quanto il marxismo. Le società assoggettate dalle armate, milizie e bande rosse (in Europa in Asia dovunque) odiano il comunismo di un odio persino eccessivo, persino sbagliato. Negano al comunismo ogni pur piccolo merito. Cancellano tutte le sue opere, anche quelle che meritavano riconoscenza. Avere suscitato un rancore così soverchiante è -milioni di assassinii a parte- il più grave dei delitti comunisti. 95 anni di stalinismo e parastalinismo nonché del fratellastro strabico, il gauchisme, hanno dato il trionfo all’ipercapitalismo.

 

Eppure la salvezza e il futuro sono nella riscossa di un neo-collettivismo  umanistico e libero, cioè anticomunista, come lo speravano Rodolfo Mondolfo e, da un’altra sponda, il socialismo cristiano e il guild-socialism di Maeztu. Anche a causa delle ultime patologie del sistema di mercato, si rialzerà la speranza. Il socialismo reale fu ucciso dall’inumanità dei suoi padroni; il socialismo degli ideali dalla corruzione e dalle connivenze. Ma è possibile -i cicli della storia direbbero addirittura è probabile- il risorgere dell’ideale.

L’ipercapitalismo non è senza alternative. Là dove l’idolatria del benessere si infiacchirà ci sarà un avvenire per il senso solidale e libero del vivere insieme. Sarà la volta di un comunitarismo ‘del kibbuz’ mondato degli errori e delle degenerazioni. Potranno persino rivivere le non molte ragioni valide di un comunismo che cento anni di cecità partigiana hanno ucciso.

Antonio Massimo Calderazzi

OLIMPIADI, PARTITI E LIMITI DI DECENZA

Per capirci meglio

Un amico mi ha confidato che fino a qualche giorno fa considerava il governo attuale perfino peggiore del precedente, che chiaramente non apprezzava, ma di avere cambiato radicalmente opinione dopo il no alle Olimpiadi a Roma. Non condivido, e come potrei?, la prima parte della confidenza, ma sottoscrivo in pieno la seconda. Senza pretesa, ovviamente, che si tratti di un pronunciamento memorabile, bensì con la soddisfazione di trovarmi almeno per una volta in sintonia con la maggioranza probabilmente schiacciante dei miei connazionali. Una maggioranza, comunque, ampiamente trasversale, visto che spazia da Daniela Santanchè ai leghisti, da Vittorio Feltri al Manifesto, e comprende anche sportivi carichi di gloria come Berruti e Mennea.

Mi spiace, semmai, il disaccordo con quanto aveva scritto in precedenza su questa rivista  Marco Vitale, alle cui argomentazioni a favore del sì non mi sembra tuttavia il caso di replicare, dato che tutte le possibili ragioni del no sono già state abbondantemente esposte sulla stampa, alla radio e TV, ecc. Mi duole, inoltre, che una volta di più il Partito democratico si sia trovato spiazzato dalla decisione governativa e dalle reazioni ad essa, ma non è stata certo la prima e non sarà sicuramente l’ultima, dato l’andazzo.

Mi rallegra, in compenso, lo smacco subito da Gianni Alemanno, che già aveva vanamente provato ad aggiungere la Formula Uno alle attrazioni della Città eterna e ora si sfoga rimproverando al governo di non saper scommettere sul futuro del paese; come se fosse il momento di scommettere su checchessia imitando i manipolatori dei derivati e degli altri balocchi della finanza creativa. Per non parlare, poi, dei massimi ma non prestigiosissimi dirigenti dello sport nazionale, lamentatisi di una mancanza di rispetto da parte del capo del governo anche per aver dovuto fare un po’ di anticamera  prima di essere ricevuti per il doloroso annuncio.

Quanto a Mario Monti, confesso di capire almeno in piccola parte il repentino ripensamento di quel mio amico, nel senso che la battuta del premier sulla noiosità del posto fisso mi era sembrata un’inopinata e allarmante ricaduta nel tipo di esternazioni del predecessore (disoccupati sposate mia figlia, ristoranti e aerei sempre pieni, e così via), fortunatamente controbilanciata in termini di sostanza dal successivo no ad una spesa pazza e per di più incalcolabile. Mentre il suddetto predecessore non solo avrebbe detto sì (benché si sia astenuto dal deplorare il no) ma, come sappiamo, non avrebbe mai rinunciato al ponte sullo Stretto.

Ora comunque bisogna augurarsi che Monti continui su questa strada, come in realtà promette di fare anche con la decisione di esigere dalla Chiesa il pagamento dell’ICI o IMU per gli immobili non ragionevolmente coperti da esenzione, tanto più che il problema si pone, a quanto pare con dimensioni non meno imponenti, anche per altri soggetti a cominciare, figuriamoci, dai partiti. E’ una strada impervia , certo, per un governo privo di una normale maggioranza parlamentare. Basti pensare al finanziamento pubblico dei partiti stessi, di cui abbiamo appena scoperto i più imprevedibili orrori e dai cui insaziabili beneficiari c’è da attendersi una difesa ad oltranza dello status quo, in spregio a quanto intimato a suo tempo mediante referendum e il popolo sovrano verosimilmente continua a reclamare con crescente forza.

Non ha torto Pier Luigi Bersani quando afferma che senza finanziamento pubblico le campagne elettorali potrebbero farle solo i miliardari. I soldi pubblici bisogna tuttavia meritarli, e non si direbbe che i partiti lo facciano dal momento che il loro livello di gradimento giace al 4%, parecchio inferiore a quello della Chiesa cattolica, che sarà anche un po’ troppo dedita agli affari ma svolge pur sempre attività assistenziali finora insostituibili. Esistono comunque limiti di decenza, ammesso che questo concetto sia ancora proponibile, da rispettare o meglio ristabilire, ma che verrebbero imperdonabilmente superati se, ad esempio, di quei finanziamenti continuassero a fruire, copiosamente, perfino partiti ormai deceduti, paragonabili alle anime morte di Gogol con cui i proprietari terrieri russi frodavano lo Stato.

Nemesio Morlacchi