UN PENSIERO NUOVO PER LA SALVEZZA

Il 5 marzo 1997, undici giorni esatti dopo la tremenda accusa di Sergio Cofferati al governo semi-pidiessino di Romano Prodi (“Non ha fatto nulla per creare occupazione”), abbiamo avuto il secondo colpo di palazzo (reale) dell’ultimo cinquantaquattrennio. Nel primo, il Re Imperatore depose il cavaliere dell’Annunziata Benito Mussolini e lo fece arrestare dai carabinieri del maresciallo Badoglio, anch’egli cavaliere dell’Annunziata. Nel secondo colpo l’Inquilino del Quirinale O.L.Scalfaro ha provato ad assumere dei semi-poteri d’eccezione. Ha convocato Prodi e mezzo governo per dirsi pronto a “firmare provvedimenti d’emergenza” sulla disoccupazione. Plauso dei sindacati, così pensosi del bene collettivo.

Non sarà lo scrivente, che considera la Seconda repubblica peggiore della Prima, dunque destinata a finire male, a deplorare l’attentato di Scalfaro alla Costituzione-una-delle-più-avanzate-al-mondo. Costituzione che sarà magistrale ma non prevede la meritata gogna per il Conduttore della partitocrazia: in questo caso un professore bolognese a lungo ipnotizzato dal capo del Partito della Recidiva comunista. Vadano in malora la Recidiva, il Bolognese e  la macchina costituzional-politica che lo ha installato a palazzo Chigi.

Resta però l’emergenza lavoro. Non è solo italiana: si vedano 4,8 milioni di disoccupati nella vigorosa Germania; e si veda la tempesta che infuria questi giorni per il tentativo della Renault di liberarsi di seimila persone superflue. Poiché 3100 di tali superflui sono occupati nello stabilimento Renault di Vilvoorde (Belgio), il capo del governo di Bruxelles, Jean-Luc Dehaene, ha condannato aspramente il tentativo dell’azienda francese. Ha invocato non solo “un’autentica regolazione sociale” e “chiare misure d’armonizzazione sociale” ma anche “controlli contro i disinvestimenti”. Si è unito alle rampogne il sovrano Alberto II, subito promosso da ‘Repubblica’ a “Re delle tute blu”.

Capito? Credevate che Bertinotti, recidivo in cachemire, avesse plagiato il patron di Nomisma, e basta. Invece no: Jean-Luc, momentaneo gestore di un contesto ipercapitalista anzi plutocratico quale il Belgio, si mette  a maledire il mercato; e così pure il suo Sire e il presidente della Commissione europea, Jacques Santer.

Nel 1996 Renault ha perso circa 1500 miliardi di lire e una parte della sua produzione resta invenduta: anche perché l’Europa intera ha una sovracapacità di 3-4 milioni di veicoli. Non ci sono abbastanza compratori, il mercato è saturo. Se governanti come i summenzionati tentano di impedire alla Renault di ridimensionare una produzione generatrice di perdite, vuol dire una cosa assai semplice e assai grave: si tenta di rilanciare l’assistenzialismo; di ricacciare indietro la storia; di far andare il fiume dal piano al monte. Ecco il senso della ‘badogliata’ di Scalfaro: “Sono a disposizione per firmare decreti che creino lavoro”.

Se lo tolga dalla testa. Lo Stato -il nostro, quello belga, francese, tedesco, eccetera- non ha più le risorse per creare attività. Se le avesse, dovrebbe destinarle ad altri scopi (il tracoma in Africa, p.es., non la prosperità piccolo-borghese, con seconda casa, dei dipendenti di Vilvoorde). Il lavoro lo crea l’economia cioè la realtà, non il governo. Il governo è giusto dia un soccorso a chi ha perduto il pane. Il governo genera solo lavoro falso, cioè prodotti senza acquirenti. Oppure crea ‘infrastrutture’, ossia cose che le società ipersviluppate hanno già in eccesso:  autostrade e aeroporti elettorali,  università ciascuna delle quali sforna disoccupati o spostati (a volte molto bravi: mai sentito parlare  dei laureati a spasso? Degli ingegneri messi in libertà?). Oppure ancora il governo può elargire incentivi, per esempio per la rottamazione di auto. Ma sono un doping, drogano il mercato. Infatti, passati gli incentivi, la Renault ha bisogno urgente di licenziare. Nessun Tesoro dell’Occidente dispone di attivi da destinare alla creazione di posti di lavoro, veri o finti che siano, perchè non può collocare d’imperio ciò che gli esuberi producono.

Allora. Se lo Stato, qualunque Stato, non può/non deve fare quasi più niente per giustificare buste paga, e intanto la globalizzazione incalza con minacce ancora più scure di quelle che conosciamo, da dove verrà il pane per i disoccupati? I politici che gestiscono o malversano l’Occidente non hanno più risposte. Gli economisti della cattedra, dei think tanks, delle banche, delle corporations, delle foundations, delle confederazioni, neppure. Le soluzioni vanno cercate fuori dell’ufficialità, dell’Establishment, del know-how riconosciuto dai media. Vanno cercate ovunque ci sia intelligenza creativa, coraggio fino all’estremismo visionario, in ogni caso noncurante della correttezza politica.

Ecco un soluzione, che non viene da un teorico ma da un imprenditore, abituato a confrontarsi coi problemi reali: il Contratto libero. “Dare ai giovani e a tutti la possibilità di scegliere, al momento dell’assunzione, tra i contratti di lavoro esistenti e un nuovo Contratto Libero: quest’ultimo organizzato su paghe più alte, tasse e contributi più bassi, sanità e previdenza a scelta e a carico del lavoratore. L’idea base è di saltare (quasi) completamente le intermediazioni pubbliche ( Stato, sindacati, associazioni), dare ai dipendenti più reddito e più responsabilità. Il Contratto Libero creerebbe nuovi posti di lavoro e alleggerirebbe il contribuente di oneri per assistenza e previdenza. Una rete di protezione per i più deboli, i più imprevidenti, perfino i più fannulloni assicurerebbe un Reddito Minimo Sociale, crescente coll’età e indicizzato all’inflazione”.

E’ possibile confutare questa o quella delle proposte dell’ingegnere-imprenditore milanese che si firma Peter Pan, non la loro logica complessiva: a meno di non volerle contrapporre una logica complessiva ancora più drastica e dirompente. Peter Pan non addita utopie, bensì temperamenti e razionalizzazioni dell’esistente.  Quando l’economia sociale di mercato e la ‘bonomia’ del capitalismo sono rimaste nude occorre ascoltare gli eterodossi. Occorre rifiutarsi al consenso, alla saggezza condivisa, al plauso delle confederazioni. Oggigiorno, nel mercato globale, il Contratto Libero o altre formule di rottura possono dare pane, non i vertici e i decreti di Scalfaro. Non le ingiunzioni di Dehaene o le allocuzioni al burro di Alberto del Belgio. E nemmeno le algebre liberiste dei grattacieli della finanza.

Erano pensieri del 1997. Oggi che le cose sono peggiorate, gli spunti innovativi offerti da Peter Pan ingegnere imprenditore -era Giorgio Peterlongo, di cui lo scorso maggio Internauta pubblicò l’e-book Lo Stato siamo noi- sembrano in qualche misura affiorare nel piano Ichino, cui  dicono si ispireranno le innovazioni di Mario Monti in materia di lavoro. Ma se il finanzcapitalismo  corrente non coglierà la ragionevolezza di metter fine alla consociazione coi sindacati conservatori e coi politici ladri; di ripudiare lo Stato imprenditore produttore di  debiti; di abiurare la fandonia della crescita permanente; di fingere di non sapere che i paesi nuovi sapranno produrre ‘tutto’ per il pianeta intero; allora dovrà sorgere un Pensiero ancora più nuovo.

Dovrà proporre il ritorno generale alla parsimonia, e anche alla povertà;  la cancellazione-avocazione della ricchezza dei pochi; la caduta degli imperativi della produttività e della proprietà individuale. Il Pensiero non delle riforme ma della rivoluzione intimerà a dare la certezza del pane -e poco più del pane- a tutti grazie alla condivisione quasi-egualitaria, al semi-socialismo e alla disciplina delle gilde, dei conventi e dei kibbuz. Le vacche sono macilente, non è più tempo di rising expectations e  di salvataggi di Stato. Addio all’edonismo, sia  elitario sia di massa. Abbiamo ballato, come raccontò un film, la sola estate di Craxi Prodi D’Alema Berlusconi.

A.M.C.

 

KISSINGER CONFORTA ALQUANTO GLI AMERICANI

Gli USA di Roosevelt vollero la guerra al Giappone per conservare la presa sulla Cina. La perdettero in pieno nel 1949. Ora si preparano a cedere a Pechino il primato economico mondiale

Henry Kissinger aprì gli occhi dell’America sulla Cina: nel 1971 andò a Pechino e combinò la storica visita del presidente Nixon. Se tutto ciò non bastava a fare di lui l’americano più autorevole in materia di Cina, da poco ha pubblicato un nuovo libro, On China. Gli hanno chiesto come andrà tra il suo paese e l’Impero di mezzo. Ha risposto che le due massime economie del pianeta ‘interagiranno’ e da questo dipenderanno  pace e progresso nel mondo. Non una gran risposta, per essere il guru più importante sulla materia.

Ha però aggiunto alcune osservazioni che, venendo da lui, hanno peso. Una è che sia Washington sia Pechino mostrano d’essere consapevoli delle rispettive responsabilità. L’altra è che dal passaggio del potere da Hu Jintao a Xi Jinping a partire dal 2012 non bisogna attendersi svolte e risultati vistosi; i cambiamenti prenderanno tempo e non saranno netti: <Nei secoli i cinesi hanno saputo mascherare i loro processi decisionali con lineamenti di continuità. Però col tempo la cosa evolverà, e ovviamente evolveranno la loro politica economica e il rapporto con gli USA. Dovremo risolvere noi, non i cinesi, le difficoltà che ci siamo procurati da soli. La crisi finanziaria ha ridotto in due modi la credibilità degli USA: perché è emerso che le nostre valutazioni non erano accurate; e perché nei circoli di potere cinesi abbiamo indebolito i fautori dell’America e delle sue vie”.

Hanno anche chiesto all’ex-potente segretario di Stato se si aspettava che la Cina cambiasse tanto rispetto a come la vide nel 1971. Ha risposto che quarant’anni fa quel paese in pratica non aveva automobili, neanche un grattacielo e ben pochi beni di consumo. Le tecnologie erano abbastanza arretrate. <Quando venne il presidente Nixon dovemmo portare una stazione di terra per comunicare coll’America. Tipico del loro orgoglio, i cinesi si comprarono la stazione di terra in modo che essa non fosse americana. E ancora nel 1976 il nostro commercio con la Cina era inferiore a quello coll’Honduras>. Per Kissinger le riforme che hanno trasformato la Cina non furono concepite  prima del 1979, e cominciarono ad agire solo verso la fine degli anni ’80. In  non più di vent’anni è cambiato ciò che è cambiato.

Anche per il grande Kissinger l’economia cinese sarà presto prima al mondo. Però il reddito pro capite, con una popolazione così gigantesca, resterà un quinto di quello statunitense. A partire dal 2025-30 la Cina avrà i suoi problemi demografici. I vecchi saranno molti di più e dovrà mantenerli una popolazione attiva decrescente. “E poiché si aggiungeranno i problemi di una urbanizzazione sempre più rapida, non è detto che la Cina si troverà la potenza dominante nel mondo. Le sue recenti agitazioni e difficoltà hanno avuto caratteri soprattutto locali e cause specifiche. Potranno un giorno acquistare caratteri rivoluzionari. Per ora non li vedo”.

JJJ

GIOLITTI PENSO’ DI FONDARE LA REPUBBLICA?

Il 1° ottobre 1920 una testata francese autorevole, Journal des Débats,  pubblicò un articolo sensazionale firmato da   Auguste Gauvin, storico e corrispondente dall’Italia, secondo il quale “M.Giolitti a résolu de faire de la démagogie. Avant 1914 pendant sa longue dictature il a décomposé les forces morales du pays. Maintenant il s’attache à détruire l’organisation industrielle et la propriété (…) On va jusq’à dire, dans l’armèe surtout, que M.Giolitti médite de renverser la royauté et de se faire proclamer president de la République. Il n’a jamais caché son intention de prendre sur la Couronne sa revanche de mai 1915”.

E’ proprio vero, naturalmente, che Giolitti aveva ogni motivo per condannare l’operato della Corona nelle drammatiche giornate che determinarono il nostro intervento nella Grande Guerra. Re Vittorio Emanuele aveva respinto ogni tentativo di pace del maggiore governante italiano dopo Cavour, dello statista liberale che aveva chiuso l’era del liberalismo indifferente alle aspirazioni dei lavoratori. Giolitti voleva scongiurare la guerra e la Corte scelse la strada del bellicismo: quello torvo dei Salandra e dei Sonnino e quello lirico di d’Annunzio (rifiutare la guerra era riuscito invece ai governanti conservatori spagnoli, mentre Manuel Azagna e l’opposizione progressista avevano tentato di ingaggiare la Spagna a fianco dell’Intesa). Re Vittorio aveva anche respinto l’indicazione contro la guerra espressa dagli importanti gruppi politici che seguivano Giolitti. Il maggiore statista del tempo perdette la battaglia e fece la figura del nemico della grandezza nazionale. Nelle piazze si arrivò a gridare “A morte Giolitti”.

Passati cinque anni dal fatidico maggio 1915, la situazione dell’Italia improvvisatasi grande potenza per la ‘gloria di Vittorio Veneto’ (in realtà Austria e Germania avevano esaurito le ultime scorte per combattere, anzi per alimentarsi) stava precipitando: occupazione di fabbriche e di terre, violenze crescenti. Qualche storico sosterrà che Giolitti sopravvalutò la quasi-insurrezione socialista. Altri, all’opposto, che l’ex presidente del Consiglio cercava sia di scongiurare la guerra civile, sia di far emergere dalle cose che il movimento dei proletari, messo a gestire le fabbriche occupate e persino il Paese, non sarebbe stato all’altezza e avrebbe perso forza.

Fatto sta che Giolitti, tornato a presiedere il governo per la quinta volta il 15 giugno 1920, nel settembre successivo firmò il decreto che chiudeva l’agitazione dei metallurgici, culminata nell’estate coll’occupazione delle fabbriche a Torino. Il decreto istituiva una commissione di industriali e sindacalisti delegata a concordare la riorganizzazione delle industrie sulla base di una profetica partecipazione dei lavoratori  alla gestione delle aziende.

Auguste Gauvin, il corrispondente dei “Debats”, concluse che Giolitti aveva accettato l’esperimento dei consigli di fabbrica in modo avventato. Ma il vertice della Fiat aveva offerto di cedere la gestione della fabbrica ai lavoratori; essi non avevano accettato. In quei frangenti Giolitti aveva teorizzato che il movimento sindacale avrebbe attenuato le posizioni massimalistiche se fosse stato realmente coinvolto nelle sorti delle imprese. Questa linea aggravò il risentimento dei moderati, anche in Francia. Del resto il ritorno al potere di Giolitti, dopo sei anni, era stato preceduto da quel famoso discorso di Dronero nel quale lo statista aveva fatto il bilancio della sua azione politica e delineato il programma del suo prossimo governo. Tra le affermazioni che a destra apparvero infauste: ‘se non sarà all’altezza delle sue responsabilità, la borghesia sarà travolta’.  Per qualche piccolo gruppo liberale, questa valutazione implicava sbarazzarsi della monarchia. La proposta giolittiana di una grande inchiesta parlamentare sulle origini e responsabilità del conflitto era apparsa una dichiarazione di guerra al trono .

Il ritorno politico di Giolitti, a 78 anni, non fu fortunato: troppo grave la situazione per le formule che in passato gli avevano dato tanto successo, facendolo ‘dittatore parlamentare’. Si dimise a fine giugno 1921, e negli ultimi sette anni di vita non svolse più un ruolo alla sua altezza. La voce di un suo progetto repubblicano si spense. Forse era infondata, però non assurda: troppo gravi le responsabilità della monarchia  per una guerra tremenda che all’Italia  non aveva dato nulla più di quanto Giolitti aveva garantito  prima del 24 maggio 1915, avendo negoziato con gli emissari di Vienna e di Berlino. Insomma, da come le cose sarebbero andate, Vittorio Emanuele avrebbe potuto essere deposto ventiquattro anni prima. Chissà come sarebbe stata la nostra storia. Forse non avremmo avuto il fascismo. Meglio ancora, non avremmo avuto l’antifascismo.

A.M.C.

SVILUPPO NON CRESCITA: LA LEZIONE DI LUIGI STURZO

Da cinquant’anni la dominante teoria americana non solo identifica lo sviluppo con la crescita economica quantitativa ad ogni costo, ma ha anche alimentato un concetto distruttivo di crescita economica basata prevalentemente sul capitale e sullo sfruttamento più cieco delle risorse disponibili. Questa impostazione oggi è giunta al capolinea. Emerge quindi la necessità di ripensare il concetto stesso di sviluppo. Ecco allora l’insegnamento di don Sturzo, l’unico economista cattolico che si muova sempre all’interno della Dottrina sociale della Chiesa. Quella Dottrina ignorata non solo dai cattolici di questi decenni ma anche da molti degli uomini di Chiesa.

Sturzo si dedicò incessantemente al tema dello sviluppo, che fu un cardine del suo pensiero e della sua azione. Più precisamente, il tema dello sviluppo fu al centro del suo pensiero soprattutto in due fasi: dal 1899 al 1920, quando fu sindaco di Caltagirone, e nel 1946 quando, dopo il suo rientro in Italia dall’esilio, si batté per l’impostazione di uno sviluppo sano prima della sua Sicilia, poi dell’Italia, quindi dell’Europa intera. Sviluppo, ho detto, non semplice crescita economica: Sturzo si impegna per lo sviluppo integrale della persona e della comunità secondo una concezione del pensiero economico che è propria della grande Scuola italiana che va dal Verri al Beccaria, da Carlo Cattaneo a Romagnosi.
Concezione che è propria, inoltre, della Dottrina sociale della Chiesa e che verrà esplicitamente posta a base dell’Enciclica Popolorum Progressio firmata da Paolo VI nel 1967:
“14. Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo”.

Così intenso, lo sviluppo è qualcosa di più di una mera aspirazione. È un dovere in senso teologico:
“15. Nel disegno di Dio ogni uomo è chiamato a uno sviluppo…
16. Tale crescita (intesa come sviluppo integrale o crescita in umanità; ndr) non è d’altronde facoltativa (…). Così la crescita umana costituisce come una sintesi dei nostri doveri (…).
25. Mediante l’applicazione tenace della sua intelligenza e del suo lavoro, l’uomo strappa a poco a poco i suoi segreti alla natura, favorendo un miglior uso delle sue ricchezze (…). Mentre imprime una disciplina alle sue abitudini, egli sviluppa del pari in se stesso il gusto della ricerca e dell’invenzione, l’accettazione del rischio calcolato, l’audacia nell’intraprendere, l’iniziativa generosa, il senso della responsabilità”.

Credo che queste parole riassumano bene il concetto di sviluppo del quale Sturzo fu portatore sin da quando, nel Sabato Santo del 1895, sotto la congiunta influenza della Rerum Novarum, dei Fasci siciliani, degli studi romani all’Università Gregoriana, e della presa di coscienza delle miserie di un quartiere popolare di Roma che visitò in occasione della benedizione pasquale, decise di impegnarsi nel sociale: di fare cioè quello che la citata Populorum Progressio, sulla scorta del Concilio Vaticano II, raccomanderà ben 72 anni dopo.

Questa visione sturziana dello sviluppo come fatto integrale che risulta dall’intelligenza, dalla libertà di intraprendere, dalla volontà, dalla responsabilità e dalla legalità – incivilimento, come lo definivano i grandi pensatori laici italiani del ‘700-‘800 – presenta sorprendenti analogie con il pensiero di un altro grande italiano, Carlo Cattaneo, pubblicato in un saggio intitolato “Del pensiero come principio d’economia publica” del 1861, dieci anni prima della nascita di Sturzo. È improbabile che il sacerdote di Caltagirone abbia mai letto lo scritto di Cattaneo; ma rimarcare le analogie del pensiero economico in personaggi così diversi è importante per rivendicare il fatto che questa visione profonda ed umana dello sviluppo è una costante del grande pensiero italiano, sia laico che religioso, almeno a partire dall’Illuminismo lombardo.

Ed è importante sottolineare questo fatto anche e soprattutto oggi perché, al contrario, da almeno cinquant’anni la dominante teoria americana non solo identifica lo sviluppo con la crescita economica quantitativa ad ogni costo, ma ha anche alimentato un concetto distruttivo di crescita economica basata solo o prevalentemente sul capitale e sullo sfruttamento più cieco delle risorse disponibili. Questa impostazione oggi è probabilmente giunta al capolinea.

Emerge quindi la necessità di ripensare il concetto stesso di sviluppo. Ed è importante notare ed annotare questi incroci di idee e di pensiero tra i grandi economisti italiani, da Sturzo a Cattaneo, da Romagnosi a Gioia, da Pecchio al Beccaria e al Verri, incroci che risultano coerenti con gli insegnamenti sempre più interessanti della Dottrina sociale della Chiesa. È dunque questa concezione integrale dello sviluppo, inteso come incivilimento, tipica della tradizione italiana, che anima e guida Sturzo nell’azione sociale tra i contadini siciliani. Azione che si concretizza in molte direzioni. Fonda casse di mutuo soccorso, casse rurali di prestiti (la prima risale al 1895 e nel 1905 se ne contano già 145: uno sviluppo prodigioso) e cooperative. Organizza l’azione politica e amministrativa dei cattolici nel municipio di Caltagirone (1899: ha vent’otto anni). Diventa pro-sindaco con una maggioranza di 32 seggi su 40 (1905: ha trentaquattro anni); incarico, quest’ultimo, che conserva sino al 1920m(avrà quarantanove anni).

L’impulso decisivo all’azione sociale e pubblica fu dato a Sturzo dalla Rerum Novarum, come lui stesso ci ha raccontato. Tutto il suo pensiero e la sua azione economica si possono inquadrare alla luce dei principi di fondo di quella enciclica, che sono:

– è necessario avere sempre un’azione positiva a favore dei “proletari”;
– la soluzione socialista di accentrare la proprietà non è la risposta;
– l’uomo e la famiglia sono anteriori allo Stato;
– la proprietà richiede un uso produttivo come è di ogni bene che, pur individuale, è patrimonio comune del genere umano;
– lo Stato deve intervenire in via sussidiaria ed i limiti del suo interventi sono “determinati dalla causa medesima che esige l’intervento dello Stato”;
– né il capitale può stare senza il lavoro, né il lavoro può stare senza il capitale.

Potrei sviluppare questa lettura in relazione ad altri documenti della Dottrina sociale della Chiesa, soprattutto in relazione alla Mater et Magistra (dove si legge: “39. Anzitutto va affermato che il mondo economico è creazione dell’iniziativa personale dei singoli cittadini”) ed alla Centesimus Annus; ma riprenderò questi argomenti un’altra volta.

Qui preme sottolineare solo che il pensiero e l’azione economica di Sturzo si muovono sempre dentro il sistema fissato da questi principi e da questi valori, e da essi ricevono forza e capacità di durare nel tempo. Egli è l’unico economista cattolico che si muove sempre all’interno della Dottrina sociale della Chiesa. Per questo egli è stato ignorato e deriso dalla grande maggioranza dei cattolici, dagli anni Cinquanta sino agli anni Novanta: perché i cattolici di questi decenni, ed anche la grandissima maggioranza degli uomini di Chiesa, non hanno né conosciuto né rispettato la Dottrina sociale della Chiesa, nonostante De Gasperi abbia assegnato alla nascente Democrazia Cristiana proprio questo compito.

Marco Vitale

da http://www.allarmemilano-speranzamilano.it

JAPAN AND AMERICA: THE DIFFERENCE

Akio Morita fondatore della Sony.

 

 

 

 

Forse l’industriale giapponese più famoso nel mondo, scrisse un libro Made in Japan di grande apertura verso la modernità e l’Occidente, ma anche di chiaro orgoglio della Via giapponese.

Ne riportiamo estratti su quella che Morita definisce la deplorevole dipendenza degli americani dai loro avvocati, nonché su alcuni divari tra le concezioni imprenditoriali.

I once complained to an American friend that it was becoming difficult to find anything actually made in theU.S.these days, and he said, “Why don’t you take some of our lawyers, a genuine Made- in-America product!” We both laughed over the joke, but it isn’t really funny. The lawyer has become in my mind a major symbol both of the difference between American and Japanese business and management styles and of a weakness in the American system. I have spoken out frankly on the subject of lawyers in speeches in many places in theU.S., including Harvard.

 

Americans know that legal problems are constantly involved in almost all of the relations between individual companies or between companies and the government and its agencies. Americans seem to take it in stride, but I can’t. American businessmen seem to think it is natural always to be looking over their shoulders to see who is coming up behind them with a lawsuit. The intrusion of lawyers and the legal mentality into so many facets of American business is in contrast to Japanese management style and philosophy. I  hope we do not go the way of the Americans in this regard.

 

Other businessmen have been worried about the problems that lawyers create for business and for American society generally. My friend John Opel of IBM wrote an article a few years ago titled “Our Litigious Society”, so I knew that I was not alone in my view that lawyers and litigation have become severe handicaps. In some cases lawyers step in when there is a traffic accident and sometimes take 65% of the insurance money or the court award, leaving only 35% to the victim.

 

There are over 500,000 layers in theUnited States, and I understand that every year more than 39,000 people pass the bar examinations. InJapanwe have approximately 17,000 lawyers, and the number grows only by about three hundred persons a year. The bar examination is so difficult that less than 3% of those who take it pass it. InJapanwe have no huge law firms as in theU.S., where dozen of lawyers’ names cover the front door -sometimes the front wall.

While theUnited Stateshas been busy creating lawyers, we have been busier creating engineers. We have twice engineering graduates, which means, taking the relative size of our countries, four times the ratio of engineers. In the electronics field alone, each year we graduate about 24,000 engineers, to about 17,000 in theU.S.

If we listen too much to lawyers, we cannot do any business. Sometimes nonsensical lawsuits are generated by lawyers. Contingency cases, which are frowned upon inJapan, are common in theU.S.The chairman of Electrolux, Hans Werthen, told me that if he settled a case with Sony without his lawyer’s OK, he might be sued by his own lawyer! Worse, in my opinion, is that nobody seems to trust anybody in the legalistic climate of theU.S.InJapanwe customarily trust each other, which is why government and industry have managed to get along so well since the war.

American companies use the law to harass and actually block Japanese imports. They spent millions of dollars in the legal battles, but they failed to make themselves more competitive against the Japanese makers.

After the war, both the labor law reforms and the destruction of the family-controlled holdings   were major contributors toJapan’s reconstruction. We also devised a union system in which the company family became the labor union rather than the impersonal industry-wide kind of unions that finally developed in theU.S.We have labor peace inJapanmainly because management do not use labor as a tool and tries to be aware of the concerns of labor.

In Parisnot so long ago, someone said rather innocently to me that Japanis a capitalistic country. I said that actually, it would be more accurate to say Japan has a socialistic and egalitarian free economic system.

 

 

The old style of management that is still being practiced by many companies in theUSand by some inJapanis based on the idea that the company that is successful is the one that can produce the conventional product most efficiently at cheaper cost. Efficiency, in this system becomes a god. Ultimately, it means that machinery is everything, and the ideal factory is a perfectly automated one, perhaps one that is unmanned. This machinelike management is a management of dehumanization. But today, management must be able to establish new business ahead of its competitors, rather than pursue higher efficiency in manufacturing conventional products. In theU.S.andEuropetoday, old-fashioned low-level jobs are protected while the new technologies are being neglected.

The company must not throw money away on huge bonuses for executives or other frivolities but must share its fate with the workers. Japanese workers seem to feel better about themselves if they get raises as they age, on an expectable curve.

When crises hit various industries, such as after the oil shocks of 1973 and 1979, Japanese companies showed flexibility. Shipbuilding companies began to manufacture antipollution equipment, computer software, even dishwashers. A mining company began to make bowling machines. A textile company, Kaneba, started making cosmetics and is now a major factor in the local market. When movie attendance declined, a Japanese studio started a leisure industry using its movie theater properties.

More recently, with the fall in world demand for steel, steel makers, already the most efficient in the world, have begun to sell their byproduct gases, such as carbon monoxide and hydrogen, to chemical companies as feedstock, which also lessened the chemical companies’ reliance on petroleum. Now there is lively competition among Japanese steel makers in marketing these gases. In another recent example, a Japanese steel company joined with an American semiconductor maker to produce silicon wafers for making masterslices for semiconductor gate arrays and very large-scale integrations for telecommunications circuits. This was the first case of a steel maker entering the market for semicustom logic chips. The steel company’s experience as an efficient producer of small-batch customized steel products, using computerized production control and quality assurance systems, seems to make a fine fit with the American manufacturer. Both companies will learn from this experience, and especially the employees of the Japanese firm, who will be looking into the future having had the experience of working in a shrinking industry.

Such corporate moves make more sense to me, as a Japanese manager, than some I have seen in the U.S. Americans pride themselves on being rational in their business judgments: the total logic of the American business schools seems to be cold, deemphasizing the human element. We inJapansee the bases for success in business and industry differently. We believe that if you want high efficiency and productivity, a close cordial relationship with your employees, which leads to high morale, is necessary. Sometimes it is more important to generate a sense of affinity than anything else, and sometimes you must make decisions that are, technically, irrational.

You can be totally rational with a machine. But if you work with people, sometimes logic often has to take a backseat to understanding.

 

Estratti dal libro di Akio Morita “Made in Japan”, New York, E.P.Dutton, 1986

NEMMENO MONTI TAGLIERA’ LA SPESA

Vendere i gioielli nazionali, oppure spingere la metapolitica

Sergio Ricossa appoggiava così, nel maggio 1997, la formula di Giorgio Peterlongo industriale milanese in merito al debito pubblico: “Il suo merito è di voler correggere la disgraziata anomalia italiana del debito pubblico mediante un’altra nostra anomalia, questa volta felice: l’Italia possiede un patrimonio pubblico all’attivo enorme anche rispetto al debito pubblico al passivo. Ciò che la proposta ci invita a fare è spostare l’attenzione dal conto delle entrate e delle uscite allo stato patrimoniale (…) La semplice ricetta è alienare quote dell’attivo per rimborsare quote del debito pubblico”. In effetti era ed è una delle idee migliori affiorate dalla fine della guerra, in Italia e altrove in Occidente: anche perché muove dal realismo, anzi da due piani di realismo.

Il primo è quello del senso comune: chi è carico di debiti ma possiede gioielli e sale sontuose, venda i gioielli e le sale invece che fare assegnamento sulla temporanea incapacità a confiscare dei  creditori. L’altro piano di realismo è di percezione meno immediata, anzi richiede ragionamenti concatenati e complessi. In breve la proposta Peterlongo, ‘spostando l’attenzione allo stato patrimoniale’, valutava che le entrate non fossero aumentabili e le uscite non fossero tagliabili. Era un pessimismo storico da condividere.

L’ultimo mezzo secolo abbondante dovrebbe averci convinto che la politica, qualsiasi politica anche quella di Ronald Reagan, è incapace di incidere sulla spesa. Non solo nell’Italia di Fini e Fiom, anche nella Germania di Merkel, nella Francia di Sarko, negli USA di Obama, anzi del Federal Reserve System, operano congegni, diciamo così, di ‘stabilizzazione giroscopica”. Nei transatlantici più raffinati apparecchiature pesanti decine di tonnellate, con rotori, motori e un giroscopio pilota, smorzano e quasi annullano le oscillazioni del rollio e del beccheggio. Nelle società avanzate non c’è Thatcher che tenga: quando si ingrossano le spinte liberiste e ‘per uno Stato leggero’, entrano da soli in azione i girostabilizzatori: ricche dame che si mobilitano per Pisapia (un tempo Bertinotti) e per i centri sociali, figli di appaltatori senza cuore che lottano a fianco dei clandestini, capiracket sindacali che esigono la concertazione, vescovi che additano il ‘diritto al lavoro’ (diritto che la realtà nega e che comunque si asserisce solo a beneficio dei sottoproletari ultimi; non, per esempio, dei giovani laureati o dei disoccupati di mezz’età).

I giroscopi della solidarietà, del rimorso storico, della conta dei voti ed altri sventeranno sempre i tagli grossi alla spesa. Sono intoccabili gli sprechi mastodontici, i privilegi odiosi, le rapine quotidiane: si vedano le sovrapensioni e le liquidazioni dei grossi mandarini, di Stato e no. Dunque, dico io, la politica è impotente ad abbassare la spesa. Dovrebbe intervenire la metapolitica: spinte ideali, prima di tutto di natura religiosa, idonee a sospendere attraverso la crociata anticonsumistica i meccanismi della politica convenzionale.

E’ legittimo non credere al ruolo demiurgico della metapolitica. Però il debito pubblico va tagliato. La spesa quasi non scenderà. Le entrate non saliranno. O la metapolitica, concludo io, o vendiamo i gioielli spocchiosi e inutili, cominciando  dal  Quirinale  di Roma e dai quirinalicchi di provincia.                                                                                                          

A.M.C.

LA DEMOCRAZIA E’ UNA FINESTRA DIPINTA

Panfilo Gentile contro il suo tempo

“Gran parte dell’opinione pubblica non corrottasi respirando l’aria viziata dei partiti ritiene che in Italia la democrazia sia soltanto una finestra dipinta. Quando passo dinanzi a Montecitorio so che il parlamento è ancora un organo costituzionale superstite e formalmente non revocato, ma l’interferenza dei partiti lo rende prigioniero e lo degrada a semplice camera di registrazione. I segretari dei partiti nei loro conventicoli decidono e mandano. Il Parlamento deve mettere solo il sigillo. E’ il notaro dei partiti”.

Quando Panfilo Gentile scriveva queste cose, oggi talmente accertate da apparirci banali, la partitocrazia imperversava da non più di tre lustri. Non era, come oggi è, recidiva da poco meno di settant’anni (a far data dal Congresso di Bari, quando Vittorio Emanuele e Badoglio gestivano il Regno dall’umile prefettura di Brindisi). Però Panfilo Gentile aveva capito come si metteva. Nato all’Aquila nel 1889, era stato dissenziente dal regime fascista e già si trovava dissenziente da quello antifascista. Fece quel che poté in area liberale, scrisse sul ‘Corriere della Sera’ e dove altro accettavano i suoi articoli; nel ’52/53 diresse la ‘Nazione di Firenze; stese libri,  tra cui questa  “Polemica contro il mio tempo”, Volpe editore, Roma 1965, il cui cuore era il capitolo “La degenerazione oligarchica della democrazia”. Una degenerazione, secondo Panfilo Gentile come secondo  Maurice Duverger (“Les partis politiques”, Parigi 1958), assolutamente fatale, e non solo in Italia, in Francia (ma De Gaulle qualche modesta correzione la farà con la Quinta repubblica), nella Spagna del dopo Franco. Osservava Panfilo: “Il regime democratico, secondo gli schemi degli scrittori politici di tipo giacobino, non è mai esistito e mai potrà esistere in nessun luogo. Se tra i nostri lettori vi è qualcuno che abbia studiato Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto, saprà che la teoria delle élites ha dimostrato l’impossibilità storica dell’ideale democratico”.

Peraltro il Nostro non concepiva un’alternativa all’esistente: “Siamo semplici osservatori, non medici sociali. Ci basta associarci all’opinione assai diffusa che la nostra classe politica è un’oligarchia di mezze calzette”. Precisava che “i beneficiari dell’usurpazione costituzionale in realtà non sono i partiti ma i loro dirigenti, e le due cose non vanno identificate. I partiti sono insieme al Parlamento vittime dell’operazione para-totalitaria che stiamo descrivendo. Individui senza scrupoli cominciano col sottomettere un partito (…) restare poi al comando è un gioco da bambini: Nascono così tanti piccoli dittatori interni, i quali debbono solo mettersi d’accordo tra loro per tenere sottomesso il paese”. Chiesero a Chateaubriand se per avere successo in politica fossero necessarie molte qualità. P.Gentile sottolineava la risposta dell’autore del Génie du Christianisme: “Occorre piuttosto saper perdere le qualità. Infatti l’ascesa nel partito è riservata agli elementi più spregiudicati ed affetti da quella specie di paranoia che è propria di coloro che si dedicano al professionismo politico”.

Altra constatazione sconsolata del dimenticato pensatore aquilano: “Si attingono miliardi alle casse statali e parastatali per finanziare i partiti, per far uscire giornali passivi, per regalare sovvenzioni (…) Si ricordi per tutti il caso dell’Eni e l’accorata denuncia di don Surzo. Non meno di tre quotidiani di proprietà dello Stato sono a disposizione degli oligarchi”.

Lo storico fallimento di uno studioso dalla vista così acuta fu che fece solo l’osservatore. Non seppe progettare, né accorgersi del nuovo che fatalmente arriva: per esempio sono arrivati i computer e Internet. P.Gentile aveva ragione ad essere contro il suo tempo. Era un tempo senza idee che non fossero vecchie. Gli sarebbe servito il coraggio di rifiutare le soluzioni di un Ottocento prolungato, allora, fino a La Malfa, Taviani, Moro, Togliatti ed altri scopritori dello stantio pari ai nostri Franceschini, Scaiola, Vendola e simili. A Panfilo Gentile sarebbe servita la fantasia di riscoprire il passato remotissimo: il passato in cui Atene inventò ‘tutto’ della democrazia. Compresa la futura democrazia diretta/elettronica, allora chiamata agorà.

JJJ

UNA CAMERA “SORTEGGIATA”, LA PROPOSTA DI AINIS

Dalle colonne del Corriere della Sera, Michele Ainis lancia una provocazione. Ancora una volta (si veda il caso Gramellini-Megliocrazia) una delle proposte di Internauta trova spazio anche nel dibattito sui mezzi di comunicazione di massa. Riportiamo l’inizio dell’articolo, per leggerlo per intero si veda il link:

Il lascito del 2011? Un serbatoio di malumori e di rancori nel rapporto fra i cittadini e la politica. Una furia iconoclastica, che ha fatto precipitare al 5% la fiducia nei partiti. Faremmo male a liquidar- la inarcando un sopracci- glio, faremmo peggio a cavalcarla senza pronosti- carne gli esiti, senza in- terrogarci sulle soluzioni.

Perché c’è un timbro antiparlamentare, in quest’onda di sdegno collettivo; e infatti il Parlamento è la più impopolare fra le nostre istituzioni. Perché la storia si ripete: accadde già durante gli anni Venti e Trenta del Novecento, quando un’altra crisi economica mordeva alla gola i popoli europei. E perché allora l’Italia, come la Germania, se ne riparò cercando l’uomo forte. E trovandolo, ahimè.

SIRIA, CHE FARE?

In Siria muoiono decine di persone quasi tutti i giorni. Militari che disertano, civili che manifestano, bambini. La carneficina va avanti da mesi, ma nessuno sembra in grado di fermare la mattanza perpetrata dal regime di Bashar Assad. Non l’Occidente, che dopo l’intervento in Libia sembra aver perso ogni entusiasmo verso il moto quasi risorgimentale che attraversa i Paesi arabi. Non la Lega Araba, che ha mandato i suoi osservatori nel Paese ma sembra inerme di fronte all’arroganza del regime siriano. Forse la Turchia è l’unico attore che mostra un qualche barlume di iniziativa.

Ma perchè alla popolazione siriana viene riservato questo trattamento dalla comunità internazionale? Sarà che la svolta islamica in Egitto ha freddato gli entusiasmi europei e non solo. Sarà che la Siria è troppo, troppo vicina a Israele. Sarà che al di là delle dichiarazioni bellicose, il regime di Assad ha sempre avuto un atteggiamento di realpolitik nelle questioni mediorientali. Ed è molto meglio avere un governo che sì finanzia hezbollah, sì strizza l’occhio all’Iran, ma tutto sommato è laico, che non l’ennesima democrazia islamica esposta ai voleri della piazza.

Ma decidere di non intervenire, da parte dell’Occidente, è sicuramente un errore strategico. Il regime di Assad pare condannato a soccombere, tra le pressioni internazionali e la sommossa interna. Lasciare che l’attivismo turco nell’area permetta ad Erdogan di intestarsi un’eventuale cacciata degli Assad sarebbe rinunciare ad avere un ruolo egemone nel Mediterraneo. Evitare di “sporcarsi le mani” con la questione siriana, non impedirà qualsiasi recrudescenza islamica, al contrario. Aumenterà l’ostilità nei confronti di un Occidente immobile di fronte alle stragi di arabi non seduti sopra pozzi di petrolio.

Il nostro disinteresse è dannoso e controproducente, oltre che inumano. Essere intervenuti in Libia ha causato la caduta di una dittatura e ha dato un’enorme opportunità ad un popolo fino ad ora oppresso. Ci saranno stati errori e, come sempre, ci saranno stati interessi che si muovono nel torbido. Ci sono state ritorsioni da parte dei vincitori sui vinti e i consueti orrori della guerra. Ma di fronte allo strazio di innocenti che si sta facendo in Siria, che i nostri media così umanamente in gran parte ci risparmiano, è da chiedersi se l’ostinazione nel non voler intervenire sia un orrore peggiore.

Tommaso Canetta

ZAPATERO UNA DISFATTA CULTURALE

Certo, gli spagnoli hanno dato il trionfo alla destra perchè i disoccupati sono cinque milioni, perché è finita per tanti l’illusione di vivere sulla rendita immobiliare, perchè è grave il debito privato oltre a quello pubblico. Tuttavia forse Rajoy avrebbe vinto lo stesso-non stravinto- anche se gli spagnoli non si fossero sentiti minacciati da un ritorno alla miseria antica. Non è detto che il 20 novembre abbiano vinto le sole ragioni dell’economia. Devono avere agito, perfino prevalso, quelle culturali o di civiltà. Prevalsero e straziarono nel 1936, con la guerra fratricida.

Anzi, è da duecento anni, dalle Cortes di Cadice -nel 1812 votarono la prima Costituzione liberale d’Europa- che la Spagna combatte battaglie di civiltà. Battaglie non metaforiche ma con i cannoni, quelle carliste: lotte di fazioni dinastiche, ma anche scontri tra conservazione integrista e liberalismo aggressivo. Tre guerre carliste lacerarono e uccisero in grande. Erano di fatto carlisti, cioè legittimisti monarchici e cattolici, anche i battaglioni di requetés senza i quali i generali di Franco non avrebbero vinto le  vittorie iniziali, prima che arrivassero gli aiuti di Berlino e di Roma. Del resto, Cadice non inventò il liberalismo d’azione dopo che gli spagnoli si erano battuti fino allo spasimo,  senza motivazioni economiche, contro Napoleone?

La Spagna è fatta così. Sono più di due secoli che revoca in dubbio la razionalità dell’interesse. Che mette in fuga il determinismo economico. Così, in parte, è andata questa volta. Otto anni fa una pattuglia di liberal-radicali di sinistra, chiamiamoli azionisti, capeggiati da J.L.Rodriguez Zapatero, presero il controllo del PSOE, partito socialista, e lo portarono alla vittoria elettorale profittando degli errori del governo Aznar. Insediatisi al governo, Zapatero e i suoi valutarono che la proposta socialista, anche nella versione ‘craxiana’ di Felipe Gonzales (peraltro contaminata dalla corruzione) non aveva più senso nella Spagna entrata nel benessere di massa, per la prima volta nella sua storia.

 Decisero dunque di lasciar cadere il socialismo a favore del radicalismo modernizzante e laicista, ossia antireligioso; a favore dell’ideologia dei diritti  e della liberazione del costume: femminismo spinto, aborto anche delle minorenni, matrimonio omosessuale, e simili. Il tutto confluiva nella ripresa dell’anticlericalismo degli Illuministi prima, poi del liberalismo ottocentesco (condiviso anche da vari generali che facevano i colpi di stato), infine del progressismo Prima Repubblica. La  quale visse meno di un anno (1873), per essere spenta dalla controffensiva monarchica. Nei successivi due anni ci fu l’effimero regno di Amedeo d’Aosta, secondogenito di Vittorio Emanuele II; poi il generale liberale Martinez Campos, sempre con le truppe, mise sul trono Alfonso XII, figlio della regina Isabella deposta nel 1868.

Nel 1931 la vittoria della Repubblica fece di Manuel Azagna, un intellettuale di rango medio, il capofila e l’incarnazione dell’azionismo liberal-radicale. Seguì un biennio nel quale l’attivismo anticlericale e sinistrista moltiplicò gli assalti alle, senza guadagnare il grosso dei ceti popolari e però suscitando abbastanza antagonismi da provocare il ritorno al potere delle destre. Contro queste ultime si scatenò nel 1934 il conato di rivoluzione anarcosocialista nelle Asturie, represso con le armi. Due anni ancora e avviene la conquista del potere da parte del Frente Popular, con Manuel Azagna dapprima presidente del governo, poi della repubblica. Come aveva fatto nel primo biennio repubblicano, anche nel 1936 Manuel Azagna alla testa dei progressisti trascurò la questione sociale, allora terribile. In particolare non si impegnò sulla riforma agraria: il proletariato di Spagna era fatto soprattutto di braccianti e di coltivatori senza terra, i quali soffrivano letteralmente la fame. Invece Azagna dette il massimo impulso all’azione anticlericale, antimonarchica, antimilitarista. Queste scelte di governo confermarono che il liberal-  progressismo azagnista era nei fatti antiproletario, a parte innocue apparenze e misure marginali. Questo esasperò il ribellismo anarchico, prima di tutto nelle regioni del latifondo. Quando il conflitto sociale arrivò alle conseguenze estreme, i congiurati militari guidati prima dai generali Sanjurio e Mola, poi da Franco, aprirono la Guerra Civile.

E’ straordinario che Zapatero e i suoi abbiano scelto, 64 anni anni dopo la totale disfatta della Repubblica, di ripercorrere la stessa strada di Azagna: azionismo liberal-radicale e non-socialista, laicismo accanito, lotta ai retaggi cominciando da quello religioso, tentativo di rivalsa antifranchista (laddove l’uscita dal franchismo era avvenuta nel nome della rinuncia di tutti alle memorie della Guerra Civile). Lo zapaterismo ha agìto in diretta se pur garbata continuità con le crociate di  Azagna: priorità a emancipazioni di vario genere, persino alle vittorie dei diversi e delle cause marginali; sordina alla questione sociale; nessun argine all’ipercapitalismo, alla cementificazione, al consumismo.

Questi otto anni solo la Chiesa spagnola e i militanti cattolici hanno contrastato lo zapaterismo con un certo vigore ma, dati i ricordi della guerra civile, senza eccessi. La nazione nel suo insieme ha temporeggiato prima di pronunciarsi contro l’aggressione all’identità culturale. Si è rivoltata  allorquando la gestione radical-azionista è stata tramortita dalla crisi finanziaria, dallo scoppio della bolla immobiliare, dalla disoccupazione, dall’ammutinamento degli indignados. La disapprovazione della silent majority c’era anche prima della grande crisi, però era anestetizzata dalla speranza nella prosperità permanente.

Con queste considerazioni non si è certo dimostrato che la Spagna avrebbe abbattuto lo zapaterismo anche se non fosse piombata nella crisi. Resta però evidente l’anomalia di una forza minoritaria che ha tentato una specie di Rivoluzione culturale contro i valori, in alcuni casi millenari, della maggioranza. Questo allorquando società avanzate e fortemente secolarizzate come Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo, paesi scandinavi, conservano tenacemente retaggi e assetti anacronistici quali la monarchia e, perché no,  vari versanti del perbenismo. Nel caso di un paese intrinsecamente drammatico come la Spagna, la difesa del perbenismo è, certo, del tutto irrilevante. Anche la Spagna si tiene la monarchia, imposta da Franco. Ma il sovrano, in quanto ‘democratico’, andava e va bene per il PSOE.

Se in questo decennio la Spagna ha fatto credere di dissociarsi dal suo passato, è perché ha dibattuto le questioni del laicismo, delle rotture e delle trasgressioni sin dai primi dell’Ottocento: dall’esordio del liberalismo irreligioso, nato in patria, a Cadice, e temprato nelle guerre carliste e nella tragedia del 1936-39. Inrealtà anche quest’ultimo fratricidio fu una quarta guerra ‘carlista’ tra fedeltà ai valori e conati di snaturamento. Oggi, dopo il 20 novembre, la Chiesa e i cattolici esultano. Non si dimentichi però che in due secoli hanno conseguito molte altre vittorie non definitive.

Jone

LE INVETTIVE CONTRO LA PRIMAZIA TEDESCA

Alla Germania dei nostri giorni non si vuole perdonare che sia ancora traumatizzata dalla spaventosa inflazione di Weimar. Che la sua opinione pubblica insorga contro il salvataggio dei paesi di poca saggezza, né accetti che la BCE cambi ruolo per stampare moneta. Molti fuori dei confini germanici accusano Berlino di cecità, ottusità, egoismo. Chissà, forse si indignerebbero meno se Berlino facesse spedizioni libiche alla Sarkozy-Cameron.

Quest’ultima osservazione non manca di qualche fondamento. Quando nel 1997 i blindati del maggior generale tedesco Klaus Fruehaber apparvero in Bosnia, naturalmente con ogni possibile mandato internazionale e in un tripudio di correttezza politica, non mancarono gli applausi, sia pure circospetti. Nel 1941 la Wehrmacht aveva fatto a pezzi la Yugoslavia (inventata come ‘nazione’ da Woodrow Wilson, recordman tra gli statisti insipienti della storia moderna) in undici giorni. Quattordici anni fa i bosniaci ragionarono “E’ la pace che vogliamo, ben vengano i tedeschi che la portano”. Fossi stato bosniaco, avrei pensato così.

Non protestarono nemmeno i 600 ebrei di Sarajevo. Troppo più vicini i crimini del fratricidio tribale/confessionale che l’infrazione germanica del ’41. Troppe le fosse comuni. L’agosto scorso, dopo una notte in quello che credevo un qualsiasi campeggio bosniaco, la luce piena del mattino mi apprese che la mia tenda distava tre metri da una fossa comune. Gli slavi meridionali che erano stati vittime della  carnivora ferocia di Hitler avevano con le loro fosse fatto in modo da quasi riabilitare il Carnivoro. Si emendavano applaudendo il generale Fruehaber.

Paragonata  alla nazione da preda del 1938 ed anni successivi, la Germania di oggi appare un bestione erbivoro a mansueto pascolo. Probabilmente è ancora vero: nelle cose della guerra, qualunque cosa faccia la fa a regola d’arte. Ha saputo persino rifiutare alcune gesta di guerra. Richiesta nel 1991 di contribuire all’impresa nel Golfo di Bush il Vecchio, disse no (per poi smarrire la ragione a proposito dell’Afghanistan). In ogni caso, secondo una tradizione più che millenaria -risale alla perenne mancanza di coesione del Reich medievale- i tedeschi si confermano fievoli o contradditori nelle cose politiche, anzi storiche, più piene di destino. Nel Medio Evo l’impero germanico si rivelava meno potente di alcuni suoi vassalli, le ‘potenze parziali’ delle dinastie  Babenberg, Asburgo, Hohenzollern e altre, più l’Ordine Teutonico. 

Nel 1848, alla fremente dieta di Francoforte la nostalgia della quiete delle piccole corti frustrò – non senza coazioni da Vienna e da Berlino-  le spinte dei patrioti che volevano il grande stato risorgimentale delle stirpi tedesche.  Ventidue anni dopo Guglielmo re di Prussia riluttò a diventare il primo Kaiser del secondo Reich; fu forzato dalle travolgenti vittorie di Bismarck. Anch’egli parteggiava per la Piccola Germania. Il grande stato di cui venne fatto sovrano non era risorgimentale, cioè idealisticamente patriottico, bensì bismarckiano.

La Germania di oggi non vuole cogliere la sfida a capeggiare l’Europa del futuro, non solo economica,  grande in quanto unita sotto una volontà forte. Difficilmente la Francia, potente solo nel passato, potrebbe  rivendicare la parità nella leadership. Le spetterebbe il ruolo di Second Best. La Spagna e l’Italia, diseguali per retaggio moderno ma abbastanza vicine tra loro, non devono ambire a ruoli sproporzionati alle loro forze. La Gran Bretagna andrebbe sospinta fuori di un’Europa vera, ma se ciò non accadesse non starebbe al livello della Germania, e nemmeno della Francia. Le altre componenti dell’Unione attuale -un’azienda in via di liquidazione, un’aggregazione pletorica- dovrebbero convincersi del nanismo che le attende dopo la possibile, forse indispensabile, liquidazione dell’assetto attuale, abbastanza farsesco. Il progetto del federalismo tradizionale, di un’Europa di uguali nella quale i forti si abbassano per essere pari ai deboli, era dignitosamente insulso, dunque è fallito. La procedura di dissolvimento  si eviterebbe se tutti, o almeno molti, paesi membri rinunciassero improvvisamente e senza riserve alla sovranità e all’eguaglianza.

Spetta alla Germania  la missione di federare, assecondata da una Francia fattasi savia, un’Unione reale invece che velleitaria. Al momento i tedeschi appaiono declinare il ruolo della grandezza, appaiono contentarsi di un’egemonia potenziale e pallida però confortata dall’ingigantirsi degli spread. Ma il sisma che si annuncia non muoverà i tedeschi a pensare alto, ad assumere sull’Europa la parte che fu della Prussia sulla Germania, del Piemonte sull’ Italia, della Moscovia sulla Russia? Oggi abbiamo saputo dello scenario messo a punto da un think tank londinese: nel 2050 la Germania, sola tra gli attuali Grandi europei a figurare nella pattuglia di testa del pianeta, sarebbe decima, sopravanzata da Turchia, Indonesia, persino Messico. Non sorgerà nel Quarto Reich un Conduttore energico e ambizioso a pensionare la Cancelliera? E l’Europa, non preferirà unirsi e fare cose grandi invece che restare scadente  condominio semicentrale?

Porfirio

INGLORIOSA ALBIONE

Contro la Gran Bretagna avevano ragione sia Charles de Gaulle sia, una ventina d’anni prima, Mario Appelius. Il Generale, finché regnò sulla Francia, sovrano prima plebiscitato poi ripudiato dalla plebe, proibì l’ingresso del Regno Unito nell’Europa. Il Regno la spuntò solo quando de Gaulle cadde e gli subentrò Georges Pompidou, il realista degli affari, della sofisticazione altoborghese e del rifiuto dei miti. Però il sovrano abdicato aveva visto giusto: i britannici avrebbero ucciso il sogno della unificazione europea (sogno peraltro non proprio fomentato da Parigi).

De Gaulle si vendicava. Per lanciare la straordinaria impresa della Libération -coronata addirittura da una finta vittoria militare sul III Reich e da vari anni di occupazione francese delle terre renane- de Gaulle aveva dovuto consegnarsi mani e piedi a Londra, e dipenderne non solo per le armi, anche per vitto e alloggio: da quello stesso 3 luglio 1940 che a Mers-el-Kebir le corazzate dell’ammiraglio inglese Somerville affondavano a cannonate la maggior parte della flotta francese ex-alleata. Winston Churchill, troppo a lungo osannato come nobile statista ma in realtà sanguinario uomo di guerra, responsabile primo della sciagura nazionale, non si fidò che gli ammiragli francesi negassero le loro potenti unità alla Germania vittoriosa (l’armistizio, chiesto da Parigi il 17 giugno 1940 e concesso da un Fuehrer per una volta abbastanza generoso, non imponeva la consegna della flotta al Reich).

Risultato, a Mers-el-Kebir il fuoco britannico uccise 1297 marinai, alleati fino a pochi giorni prima, e de Gaulle non poté fiatare.

Nemmeno poté fiatare nel 1945, quando aveva mandato un incrociatore e un corpo di spedizione  a riprendere possesso del Libano e Churchill gli intimò di sgomberare “se non voleva sperimentare la potenza della VIII Armata”  (quella che ad Alamein aveva battuto Rommel e gli italiani). Dopo Mers-el-Kebir de Gaulle sapeva che Churchill non avrebbe esitato a maciullare l’implausibile esercito gollista del Levante.

E Mario Appelius, chi  era? Il più famoso commentatore politico del Regime fascista concludeva tutte (o quasi?) le sue analisi-concioni coll’invettiva “Dio stramaledica gli inglesi”. Appelius non era attendibile, naturalmente. Oggi però, considerato l’odio inglese, da Churchill a Cameron, nei confronti della patria europea, bisogna dire che l’arcifascista non sbagliava. Sarà processato ma non andrà in carcere e morirà poco dopo.

David Cameron, solo contro l’Europa intera, ha proclamato “Mai rinunceremo alla nostra sovranità”, laddove fare l’Europa implica appunto rinunciare alle sovranità pidocchiose. Che fine malinconica per la stirpe britannica: dall’orgoglio del massimo impero della storia moderna ad una  difesa senza vergogna dei saldi contabili della City, difesa non molto dissimile dalle proteste dei negozianti nei giorni dell’aria avvelenata e cancerogena, quando vietano la circolazione. Povero Cameron capofila dei bottegai del mondo. Dovrebbero ingaggiarlo anche gli allevatori padani che sforano le quote latte (però non è detto gli andrebbe bene: il bottegaio-in-chief rischia di non contare più nulla, sfiduciato anche dai committenti Hillary Clinton, Thimoty Gardner e altri assistenti di Obama).

Ebbero ragione anche i fantaccini quasi scalzi, semiaffamati e vittoriosi del Sol Levante, quando derisero l’Union Jack: essa si credeva invincibile ma a Singapore e in Malesia si arrese ignominiosamente. Povera stirpe britannica, finita a passare le notti sui marciapiedi londinesi per godere pochi secondi della vista di una regina insignificante, rimasuglio della grandezza. Sfortunati i suoi sudditi, decaduti da corsari di Sir Francis Drake e da conquistatori di subcontinenti a commessi dello Stock Exchange e a bird-watchers !

Per farsi rilasciare un passaporto del Canada, chi scrive giurò fedeltà ad Elisabetta, la quale capeggia lo Stato canadese solo quando lo visita. Chi scrive si felicita che le visite siano rare. Ha fatto bene la bandiera del Canada a liberarsi delle croci british (San Giorgio e Sant’Andrea), a favore di un’amabile foglia d’acero. Oggi parecchio più gloriosa della Union Jack.

Anthony Cobeinsy

GERMANIA: QUARTO REICH O WEIMAR 2?

Un catastrofista -senza dubbio uno che normalmente sbaglia, e qualche volta no- avrebbe il diritto di affermare: contro tutte le apparenze la salda Germania si trova di nuovo a un bivio fatale. O si fa condottiera, cioè  egemone, di un’Europa da unificare volitivamente, oppure rischia di trovarsi Die Zweite Weimarer Republik.

Dio sa se qui si vuole dir male della repubblica di Weimar, sfortunato tentativo, 93 anni fa, di far nascere una Germania di pace. Tuttavia i fatti della storia sono crudi. Weimar non fu solo assassinata da Hitler; fu anche il grembo che generò il matricida. Il socialdemocratico Otto Braun, che fu importante Ministerpraesident della Prussia, scrisse che furono due le cause del fallimento di Weimar: Versailles e Mosca (quest’ultima per l’errore d’aver visto la Germania sconfitta come il grande paese d’Occidente più maturo per la rivoluzione). Invece Otto Braun avrebbe dovuto aggiungere un terzo assassino, l’ingenuità o l’inefficienza politica del popolo germanico. Essa risaliva a mille anni prima, quando la stirpe tedesca non seppe usare quella formidabile leva ghibellina che era l’Impero, e il grande Federico II svevo si trovò angariato da un papato prevaricatore e dai botoli suoi seguaci periferici.

L’ingenuità nazionale si fece irreversibile tra il 9 novembre 1918 (proclamazione della repubblica)  e il 30 gennaio 1933 (avvento di Hitler). Anzi l’inanità moderna dei tedeschi in politica si dispiegò esattamente 150 anni fa, quando Bismarck prese il governo della Prussia e la nazione, inclusi gli avversari, si fece stregare dall’imperioso carisma del nuovo cancelliere. Il popolo più importante d’Europa, il più colto del mondo, decise di non essere adulto per la politica. Così dal bismarckismo accettò la modernizzazione autoritaria (ma anche l’avvio del welfare, insuperato agente di consenso, anzi di giustizia). Mezzo secolo dopo i tedeschi accettarono dal pensiero unico di Weimar l’abbaglio della supremazia della Costituzione, della democrazia e delle elezioni; dimodoché l’Adolf Hitler in cilindro esercitò il diritto di farsi Fuehrer in quanto capo del primo partito del Reichstag. I troppo numerosi cancellieri repubblicani, prodotti del parlamentarismo e della democrazia, furono il simbolo e l’essenza stessa della ‘Deutsche Republik’ lanciata da Ebert e Scheidemann.

Migliaia di libri sono stati scritti sul sopruso compiuto nel marzo 1933 dalla classe di potere (con buona pace dei tremendi spartachisti del ’18, poi dei duri del partito comunista KPD, comandavano i magnati della finanza e gli Junker dell’Est). Quasi tutti sanno che il colpo di far cadere il governo Schleicher e di chiamare Hitler fu opera dei personaggi più vicini al feldmaresciallo presidente Hindenburg: l’ex-cancelliere von Papen, il banchiere Schroeder, il figlio Oskar von Hindenburg, il segretario di Stato Meissner, pochi altri.

Quando il ‘generale sociale’ Kurt von Schleicher, predecessore di Hitler, aveva tentato nei tre mesi  alla Cancelleria di mettersi al di sopra degli antagonismi tra classi e tra gruppi, il popolo si era aperto a lui perché era apparso l’uomo forte che avrebbe dato lavoro ai disoccupati. Ma Schleicher  non era forte. Due giorni prima dell’avvento di Hitler fu rovesciato dai fiduciari di Hindenburg, che temevano il socialismo e la rovina dei grandi agrari. L’opinione pubblica si fece convincere  che lo stato d’emergenza consigliato da Schleicher era un attentato alla legalità costituzionale, mentre Hitler l’avrebbe difesa. Schleicher morirà assassinato nel giugno 1934. Come osserva lo storico Golo Mann, figlio di Thomas, a Hitler la Costituzione importava così poco che non si curò di abrogarla. La conquista hitleriana del potere avvenne legalmente, non fu un colpo di Stato. “Gran parte del popolo voleva Hitler. La sua nomina corrispose a un principio essenziale della democrazia”.

La nazione e il mondo, aggiungiamo noi, devono Hitler alla democrazia.

Anche queste cose fu Die Weimarer Republik: la credulità democratica, il legalismo costituzionale, la correttezza politica, la rassegnazione ai mali del parlamentarismo, la paralisi della decisione per i conflitti tra i partiti di massa, la modestia del personale dirigente repubblicano, l’eccessivo rispetto del congegno generato dalla sconfitta militare, l’ipertrofia stessa della ragionevolezza disciplinata.

Alcune di queste  anomalie potranno agire nella Bundesrepublik. Se la sua classe dirigente perderà l’occasione “imperiale” offerta dalla rifondazione dell’Europa; se prenderà troppo sul serio i trattati; se prevarrà il rispetto delle procedure, delle logiche istituzionali, della legalità; se continuerà il divertente perbenismo per cui Berlino è pari a La Valletta; più ancora, se la Germania si impoverirà assieme all’Unione e a una parte del mondo, qualcuno con la tempra necessaria si ergerà ad accusatore e ad eversore. Non occorre sia un nuovo Hitler.

Basterà un demagogo minore, capace di convincere che la Germania avrebbe potuto farsi  Caput Europae.  Che un ordine meritocratico del mondo dovrebbe esaltare  il retaggio germanico. Che lo Herrenvolk non doveva abbassarsi a dipendere dal veto di Lilliput. Che Merkel o altri saranno stati gli Ebert, gli Erzberger, i Rathenau dei nostri giorni, succubi di una nuova Versailles. I gestori d’oggi, poveri di estro creatore e ipoassertivi, potranno essere scalzati sia dalle macchinazioni dei nemici -la Gran Bretagna, gli USA, i loro clientes- sia dalla vendetta della nazione.

Un quarto Reich potrà essere più fortunato dei primi tre.

A.M.Calderazzi

ALBERONI: ULISSE SQUADRISTA

 

Sofferta denuncia del noto sentimentologo milanese

Per molti anni il ‘Corriere della sera’ andò pubblicando in prima pagina pensieri del sociologo Francesco Alberoni  che mettevano a fuoco l’Imperscrutabile e il Numinoso che erano e sono sotto, sopra e di fianco alla condizione umana. Prevalevano le esegesi sull’innamoramento; e difatti da qualche mese, da quando il quotidiano di via Solferino non reca più le dette esegesi, i sondaggi d’opinione rilevano una brusca caduta degli imenei, accompagnata dal proliferare di connubi senza innamoramento e senza amorini alati; sostituiti questi ultimi, nel misterioso processo che accoppia gli humans, da commercialisti, prosseneti e consulenti di hedge funds.

Ma a volte Alberoni affrontava altre materie, con alterno successo. Se mai Omero padre dei poeti necessitava di una gloria in più, ecco gli arrivò un giorno, sommo elogio invece che vituperio, un rimprovero di Alberoni: ‘Omero cantò Ulisse nemico della democrazia’. Lo gnomo redattore del ‘Corriere della Sera’ sublimò il pensiero del sociologo col titolo impagabile Non rimpiangiamo Ulisse, era nemico della democrazia. Insomma a chi il merito di avere smascherato Omero e Ulisse, allo gnomo o al pensatore dei dolci sentimenti? Forse non lo sapremo mai.

Restiamo al fatto certo, il tremendo ‘j’accuse’ di quest’ultimo: ”L’Odissea ci mostra quale fosse il destino dei nemici interni. I Proci vengono massacrati tutti”. Rileggete, rendetevi conto di quanto la terribile verità additata da Alberoni sconvolga 30 secoli di cultura abbacinata dalla grandezza di Omero e dal mito ulissiaco! Io per esempio, tutta la vita sono andato avanti ad amare l’Odissea senza accorgermi  che di fatto idolatravo il pensiero di Eichmann. E quella miriade di pagine, quei milioni di aggettivi sostantivi ed avverbi dedicati nei millenni al bardo della Grecia arcaica e al re della pietrosa Itaca, ‘bello di fama e di sventura” (Ugo Foscolo)! Quale grossolano errore, noi tutti che abbiamo fatto di Ulisse l’Eroe proteso a conoscere terre e popoli lontani! Che papera Orazio, dette merito al figlio di Laerte per  avere ‘sopportato molte avversità attraverso l’ampio mare’! Che bischero l’Alighieri, anche lui suggestionato dal Massacratore di Itaca. E quel fesso di Joyce, che apparentò Ulisse a Prometeo?

Nessuno prima di Alberoni ci aveva fatto caso: in realtà Odisseo era un serial killer, uno stragista nero. La ragione: non era democratico. Ed ecco il protofascista d’Annunzio fare nel 1903 l’apologia dei futuri reati contro la democrazia: ‘Eccita i forti/quei che forò la gola al molle proco’ (Maia,’ Alle Pleiadi e ai Fati’). Per non parlare dell’infame proposta  filotirannica, sempre in Maia: “Ma, se un re volessimo avere/te solo vorremmo/per re, te che sai mille vie”.

Veniamo alla costruzione accusatoria di Alberoni: “Ogni elezione, nella democrazia, ha un’aria di competizione sportiva, di festa (N.d.R.: perché omettere la sfilata di moda, di cui il sociologo dell’università di Trento -protoculla della contestazione- è stato anche recensore ed aedo?). Prosegue la requisitoria: “Certo, in democrazia lo sconfitto è amareggiato, ma è sicuro che non verrà perseguitato dal vincitore e che, domani, il suo partito potrà prendersi la rivincita. L’Odissea ci mostra invece quale fosse il destino dei proci, sconfitti da Ulisse”. Qui è la superiorità di Rosy Bindi e  Scilipoti rispetto al sanguinario da Itaca.

Ecco dove avevamo sbagliato, noi fan di Omero! I proci non erano oligarchi usurpatori e ladri, installatisi nella reggia altrui a gozzovigliare sui giovenchi del sovrano assente, a tracannare il suo vino, a palpare le sue ancelle, a molestare Penelope. No. I proci erano candidati battuti. In tempi barbari venivano trucidati, oggi sarebbero consolati dai vincitori, anzi indennizzati con la presidenza di enti, rimborsi elettorali, assunzioni di figli a Canale Itaca.

La teogonia di Alberoni descrive così il sorgere di Democrazia la leggiadra dalle spume del mare  di Afrodite, da lui e D’Alema assiduamente solcato. “E’ dalle regole cavalleresche e dalla tolleranza civile che nasce la democrazia moderna. Nel momento della vittoria il partito vincente non distrugge gli sconfitti. Anzi, come in una competizione sportiva, consente che i vinti si organizzino per il successivo match elettorale: Forse è per questo che il giorno delle elezioni e dello spoglio delle schede ha, oggi, nelle democrazie, un aspetto festoso”.

Alberoni è troppo modesto e dedito all’understatement per dirlo. Lo diciamo noi: egli annuncia una nuova, più corretta filosofia della storia. La vicenda umana è un’interminabile cammino dalla ferocia, p.es., degli Atridi alla bontà veltroniana e all’apollinea misura di Nicky Vendola, dall’ulissiaco arco sterminatore ai complimenti del moderno tennista redimito di marchi pubblicitari all’avversario battuto; dagli atroci imperativi delle Erinni ai caroselli di motorini attorno ai seggi elettorali inghirlandati di viole, dai foschi riti tebani alle sbandierate Ulivo/Bella Ciao/Forza Italia/Forza Milan. Berlusconi ha stretto  la mano e quasi abbracciato l’immeritevole eurocrate che lo ha disarcionato. Che immenso progresso rispetto all’ Arco assassino!

Perché non ingaggiare (a sei cifre) Benigni per dare un finale migliore all’Odissea? P.es., Telemaco diventa molto amico, persino compagno con nozze zapaterine, di uno o più spasimanti della mamma; Ulisse non si oppone ai sentimenti dei Proci e consiglia a Penelope di disfare la tela passatista, risalpa per la terra dei Feaci dove viene eletto Attorney General e stipula un’unione doganale tra Feaci e Proci. Chissà se a questo punto Alberoni non perdonerà all’ex re  di Itaca il suo passato di brigatista nero!

Porfirio

LA SINISTRA AUTOLESIONISTA (O “CORIBANTICA”)

Le  lamentazioni che si sono levate a sinistra, il 29 novembre 2011, sulla morte di Lucio Magri -è andato in Svizzera e si è fatto suicidare da un medico amico- sono state al tempo stesso un coro autenticamente doloroso, un pezzo di bravura drammaturgica e un happening di fanatismo stralunato. Ad ogni suicidio vanno rispetto, commiserazione, anche sollievo per chi ha smesso di soffrire. Ma in questo caso la massima virtù, l’opera più gloriosa, attribuita allo scomparso è di avere fondato un altro foglio sinistrista. Allora mi è venuto di  pensare a quella folle pratica dei coribanti, di evirarsi in parossismo di fede, in delirio di identificazione con un martire semidivino. Chi erano i coribanti?

Nel 204 a.C., seconda guerra punica, la già ellenizzata aristocrazia romana introdusse nell’Urbe, consultati solennemente i Libri Sibillini, il culto di Cibele, Magna Mater degli dei frigi (anatolici). Era una religione di salvezza e Roma, protesa all’imperialismo ma minacciata  dagli eserciti di Annibale, necessitava di sperare nella salvezza. Queste cose accadono nella storia. A fine maggio 1940 l’intero governo di Paul Reynaud, pressocché tutti laici laicisti radicali massoni atei, andò a Notre Dame a pregare collegialmente per la salvezza della République atterrita dalla Wehrmacht. Le preci non si rivolsero, come sarebbe stato naturale data l’importanza e l’abnegazione ideologica degli oranti, direttamente al Creatore, bensì ad un’eroica santa di provincia, Santa Genoveffa salvo errore.

Passano quattro secoli dalla guerra punica e il culto della Gran Madre si è diffuso in tutto l’impero. I popoli, patrizi compresi, si fanno coinvolgere emotivamente dalle grandi liturgie in onore di Cibele; si svolgono in marzo, intense di colori, vesti, musiche selvagge, danze orgiastiche, flagellazioni ed automutilazioni, a volte non simboliche. Cibele non è dea contegnosa come altre. E poi non si celebra soltanto la Madre degli Dei dalle parti di Ilio. Si rivive anche il mito di un dio secondario, Attis, amato da Cibele di un sentimento così geloso che egli sacrifica alla Dea il proprio sesso. La prova d’amore fu suprema; a noi non è chiaro  quanto Cibele dovette gradirla. I fedeli ne erano trascinati: i coribanti, sacerdoti e seguaci più invasati degli altri, orgiastici ma coerenti fino in fondo, giungevano a mutilarsi dove sappiamo onde immedesimarsi in Attis, esotico e sublime portatore di un amore senza limiti. Le liturgie cibeliche ne ricordavano la morte e resurrezione; queste ultime, gioiose, si chiamavano hilaria.

Che c’entra la sinistra fremebonda? C’entra. Il suo delirio di disseppellire dalla fossa e far risorgere il comunismo tanto integrale quanto la dedizione di Attis apparve esordire in forme misurate, cioè razionali, quando Magri Pintor Castellina Rossanda ecc. lanciarono una normale iniziativa editorial-politica. Passarono però i decenni e l’ossessione protocomunista andò rivelandosi coribantica, forsennata, visto che il pianeta intero si convinceva della mostruosità del comunismo non ideale bensì realizzato. Gli storici non si accordano sulle cifre, ma non uno di loro nega che leninismo, stalinismo, maoismo, coerenza rivoluzionaria di khmer rossi e loro varianti abbiano prodotto decine di milioni di morti ammazzati, affamati, spariti nel nulla.

Considerato il furore sproporzionato e cieco della rappresaglia dei popoli che provarono il comunismo, le autoevirazioni dei coribanti non risultano più dissennate del culto delle memorie marxleniniste. Le lodi funebri innalzate a Lucio Magri avrebbero dovuto andare ad altre opere e meriti del compianto – non so, fine poeta, egittologo, entomologo, salvò un bambino dai flutti del Tevere- non all’aver fondato un altro foglio gauchiste.

Il gauchisme è colpevole non da poco del calvario interminabile che viviamo da quando gli implacabili spartachi romani, parigini, berlinesi e West Coast assegnarono al capitalismo un trionfo senza se e senza ma. Più le sinistre si mobilitano, più la gente le trova ridicole. E’ molto più facile e dolce essere straricchi oggi che prima di Stalin, di Mao e di altri sodali di Attis, amante assoluto.

Nei fatti il gauchisme é stato conclamato nemico del popolo. Si cerchi almeno un Muro del Pianto meno implausibile.

Jone