VIVA LA SCONFITTA DELLA POLITICA

 

Per capirci meglio

Il momento più alto della storica seduta di Montecitorio del 12 novembre è scoccato quando Domenico Scilipoti si è alzato per pronunciare l’omaggio funebre a Silvio Berlusconi (forse) politicamente deceduto e una sferzante condanna dei vili che l’hanno tradito. A molti i suoi nobili e appassionati accenti avranno senza dubbio ricordato quelli attribuiti da Shakespeare a Marcantonio nell’orazione in onore di Cesare assassinato. Questo per quanto riguarda l’aspetto soprattutto emotivo della conclamata fine di un’era.

Sotto il profilo storico-politico spicca invece un altro Leit-motiv. Anche l’eminente statista e anestesista calabrese si è unito al coro di quanti, nelle file di quello che resta (forse) il partito di maggioranza relativa, hanno denunciato a gran voce la sconfitta della politica in cui si sarebbero tradotte le forzate (dallo spread e dalla magistratura, da Sarkozy e dai comunisti, dai poteri forti e, in ultima analisi, da “questo paese di merda”, oltre naturalmente ai traditori) dimissioni del Cavaliere e la sua sostituzione con un governo tecnico senza attendere l’indispensabile investitura popolare.

Basta a suffragare una simile versione delle cose il fatto che la denuncia abbia riscosso l’adesione perfino di Romano Prodi? Rincresce di dover rispondere di no.

Da premettere, innanzitutto, che i governi nascono giuridicamente in parlamento, secondo la vigente Costituzione, anche se sulla base politica di un voto popolare. E muoiono sempre in parlamento, normalmente per una perdita anche solo parziale (in una delle due camere) della maggioranza, come è avvenuto o stava avvenendo in questo caso, oppure per effetto di sconfitte politiche confessate, risentite o comunque evidenti in quanto tali.

Neanche in questo caso l’evidenza si può negare. Ma ammettiamo pure che la svolta dei giorni scorsi sia avvenuta in modo alquanto contrastante con il meccanismo introdotto di fatto dopo il crollo della cosiddetta prima repubblica. Il contrasto non può impedire di vedere che proprio la politica deve intervenire con ogni suo mezzo lecito disponibile per rimediare alle suddette sconfitte specialmente in situazioni di emergenza come quella attuale.

Se l’intervento riesce con qualche speranza di successo si tratta di una vittoria e non di una sconfitta della politica, o al massimo della sconfitta di un certo disegno o programma politico (nella fattispecie, l’instaurazione del bipolarismo e la consacrazione dell’elezione popolare diretta o semi-diretta del presidente del Consiglio), fallito per una determinata combinazione di motivi politici come in politica è sempre possibile.

A tutto ciò va aggiunto che, nell’Italia degli ultimi due decenni, i governi tecnici o comunque di emergenza si sono distinti per la loro salutare efficienza certo più di quelli cosiddetti politici. Amato e Ciampi salvarono il paese dalla minaccia di bancarotta e reso possibile l’adesione all’euro, con buona pace di chi oggi avversa la moneta comune. Dini varò una riforma pensionistica che sarebbe stata sufficiente a far quadrare i conti pubblici se non fosse sopraggiunta la crisi planetaria e i governi politici l’avessero fronteggiata meglio.

Una riforma, tra l’altro, cui il centro-destra fece seguire una brusca impennata dell’età pensionabile con lo scalone Maroni, che il centro-sinistra si affrettò a cancellare e la parte avversa evitò, poi, di ripristinare. Oggi, in piena emergenza, la Lega nord ostile al governo Monti si oppone in modo intransigente a qualsiasi elevazione dell’età pensionabile, anche minima rispetto a quella disposta dal suo stesso ministro. Dio ci salvi, dunque, almeno per il momento, dai governi politici, e viva le sconfitte della politica se proprio vogliamo classificare così quella avvenuta il 12 novembre.

Nemesio Morlacchi

DEFICIT DEMOCRATICO UE: SE NON FOSSE UN PROBLEMA?

Merkel e Sarkozy vogliono un nuovo trattato europeo. Non è ancora chiaro il metodo con cui apporteranno le modifiche, nè il numero di Stati che verranno coinvolti (17 o 27? o 2?). Quello che emerge dalle indiscrezioni circa i contenuti è comunque spunto di riflessione.

In particolare si vorrebbe limitare l’autonomia fiscale degli Stati membri, inserendo parametri più stringenti e sanzioni efficaci a loro presidio, dando in cambio più libertà di agire alla Banca centrale europea. Un’ulteriore riduzione di sovranità nazionale degli Stati in favore dell’Unione europea.

A questo punto viene da chiedersi dove siano gli strenui difensori della democrazia, quelli che hanno lamentato per anni “il deficit democratico” dell’Europa. Almeno nella nostra patria, possibile che si siano resi conto che tanta più intermediazione c’è tra la base e i centri decisionali, meglio è? Perchè mai come con l’ultimo governo italiano si è dimostrato l’assunto, che da mesi Internauta prova a diffondere, per cui quando sceglie la popolazione in base alle proprie idee si ottengono risultati peggiori rispetto a quando le scelte vengono calate dall’alto da un elite competente e (il più possibile) disinteressata.

Tommaso Canetta

MARIO MONTI E’ SPRECATO

…se non gli si danno pieni poteri

Per ciò che mi capitò di imparare avvicinandolo molti anni fa, Monti è l’unico rispettabile tra i figuri della Seconda Repubblica, forse finita forse no. Imparai per esempio che a uno come lui era possibile essere importante, riverito e al tempo stesso assai più cortese di quanto fosse indispensabile nel rapporto con un cronista. Io ero il cronista che lo intervistava su temi economici abbastanza irti da suggerire che gli mostrassi il mio testo per accertare che avessi capito il suo pensiero. Mario Monti mi chiese di ‘permettergli di apportare alcune correzioni’, con una  gentilezza che sono certo mi avrebbe negato l’ultimo dei suoi assistenti volontari,  l’ultimo dei funzionari delle grandi imprese, la Commerciale e la Fiat, di cui era alto consigliere.

Oggi, conoscendo intera la  sua biografia, non posso che considerarlo il meglio assoluto della nostra nomenklatura, oltre che l’esatto contrario  di colui cui succede. Ma la politica dello Stivale non merita questo salvatore, e non saprà nemmeno profittarne. Se Monti non fosse esistito, sarebbe stato meglio. Certo c’è lo spread, c’è l’imminenza della bancarotta. Tuttavia non è incoraggiante la prospettiva che l’ipercapitalismo e il regime vengano salvati prima di emendarsi e prima di espiare. Mario Monti potrà allontanare il default, rendere sostenibile il servizio del debito, razionalizzare questo o quell’aspetto. Però non potrà rovesciare e sfasciare il tavolo come occorrerebbe. Il tavolo sono i partiti, la Casta, le elezioni.

Se anche, per assurdo, Monti volesse farsi Cromwell o de Gaulle, il suo rispetto della legalità e la malevolenza delle istituzioni lo bloccherebbero. La meno nobile tra queste istituzioni, il parlamento, saboterà ogni grande opera tentata da un governante molto qualificato ma quasi certamente timido di fronte al ‘Mob’ che avrà di fronte. Il significato n° 3 di ‘mob’ nel Webster Dictionary è ‘criminal gang’. Contro la gang che nel 1945 si impadronì della Polis Mario Monti sarà inerme. Nella migliore delle ipotesi otterrà che il Mob delinqua meno. Senza sovvertire   l’assetto vigente, il più onorevole dei governanti possibili raggiungerà forse gli obiettivi congiunturali ma mancherà quelli storici. Ci farà restare in Europa, però come parenti di mala reputazione.

Divenuto improvvisamente nouveau riche, lo Stivale non sente il bisogno di moralizzarsi. Volterà le spalle a un Mario Monti eventuale operatore del bene duraturo, peggio di come la Francia rinnegò Charles De Gaulle quando, fatta fallire la comica rivoluzione del Sessantotto, il Generale chiese ai francesi di approvare il preliminare della sua opera maggiore, la costruzione della Troisième Voie tra capitalismo e comunismo. Per abbattere significativamente un debito di quasi duemila miliardi Monti dovrà imporre la patrimoniale; ma per poter aggredire i grossi patrimoni dovrà lambire anche i piccoli. Il ricatto delle urne (v.in questo Internauta “Gramellini: peggiocrazia ad esaurimento) non  permetterà questo lambire;  i grossi patrimoni saranno tassati poco, laddove Monti sa che per entrare nella storia dovrebbe invece smantellarli.

Nel 1868 il Giappone conobbe quell’autentica rivoluzione dall’alto che abbatté il regime dello shogunato (durava dal 1603, sembrava invincibile) e restaurò il pieno potere imperiale. L’imperatore Mutsuhito (Meiji Tenno) si fece riformatore globale dello Stato e della società, creatore del Giappone moderno. Una delle condizioni che consentirono la colossale svolta e l’industrializzazione fu la confisca delle immense proprietà dello shogunato e l’abolizione dei feudi (1871). Trent’anni dopo il Giappone era sbalorditiva potenza militare ed economica, annientatrice di flotte e di armate dell’impero zarista. Con Monti non potremmo sognare qualcosa di simile noi che sottostiamo al più basso degli shogunati, la Casta dei politici e dei padroni dell’economia finanziaria?

Volesse ispirarsi a Meiji Tenno (che non era un brutale despota, anch’egli come altri gran signori scriveva delicate poesie), Monti dovrebbe assalire non solo gli immobili e gli investimenti della fascia alta: anche le automobili, le barche, ogni consumo di lusso. Se i porticcioli da diporto e i campi da golf si sono moltiplicati oscenamente, se sulle autostrade sembrano andare solo macchine oltre i 150 cavalli, persino 400, è segno che gravare una tantum di tremila euro ogni veicolo di gamma medio-alta, oppure di una tassa di possesso quadrupla dell’attuale, sarebbe sostenibile, frutterebbe parecchio, aiuterebbe l’ambiente, darebbe l’annuncio di tempi nuovi.

Se invece Mario Monti esordirà con liberalizzazioni guardinghe,  privatizzazioni marginali (p,.es. salvando la Rai della Casta), e provvidenze simboliche, egli risulterà sprecato. Sono tempi da economia di guerra,  da requisizioni ed avocazioni, non di semplici riordini e di accordature impercettibili. Misura, ragionevolezza, riserbo, rigore, le altre qualità che hanno propulso Monti a salvatore della patria, forse lo perderanno.

E poi: non ci sono salvatori della patria senza poteri eccezionali. La Camera degli Imputati, il Senato dei Mariuoli, altre soi-disantes istituzioni andrebbero messe fuori gioco, impedite di nuocere. Col nemico alle porte, la virtuosa Repubblica dei Quiriti farebbe ‘dictator’ Monti, così come fece con Lucio Quinzio Cincinnato, dittatore per 16 giorni poi tornato ad arare, poi ancora dittatore a ottant’anni. I Quiriti concentravano in un uomo solo i poteri di tutte le magistrature. Il dictator faceva grandi cose perchè ogni altra istituzione era sospesa. Furono dittatori Garibaldi in Sicilia e Luigi Carlo Farini in Emilia.

Monti suscita troppe aspettative per fare solo il Paolo Boselli del 1916, persino il V.E.Orlando di dopo Caporetto.

Antonio Massimo Calderazzi

QUANDO “LA CASTA” ERA D’ESEMPIO

Massimo D’Azeglio vendette i suoi cavalli (per risparmiare fieno), e non volle la pensione di primo ministro. Da quale dei nostri politici ci attendiamo un sacrificio personale?

Tormentato da quei tafani implacabili che i grammatici chiamavano ‘assilli’, se vede uno stagno il manzo o il mulo vi si caccia dentro per trovare sollievo. Così io scribacchino. Reso folle dal lezzo della nostra repubblica e sul punto di soccombere all’apnea etica, ho accantonato per un tot di giorni le cronache del quotidiano malaffare (il più pulito ha la rogna, il più signore ha rubato la posata d’argento) e ho riletto ‘I miei ricordi’ di Massimo d’Azeglio, uomo nato nel 1798. Intendevo fare una protesta puerile, un gesto retrò, leggere un sussidiario per le seste o settime del tempo di Giovanni Pascoli. E invece questi ‘Ricordi’ risultano un racconto epico e un testo sapienziale a confronto coll’oggi.

Come pittore, scrittore e co-regista del Risorgimento d’Azeglio non fu nel primo rango. Ma paragonato ai nostri cacicchi, che arcangelo di luce, che incarnazione del bene! Trovandosi, per esser nato nell’alta nobiltà, ufficiale giovanissimo nel ‘Piemonte Reale’, il più prestigioso tra i reggimenti di cavalleria, lasciò subito per andare a studiare pittura a Roma. Quando si mise a creare furono tele storiche, esclamative, che però facevano retorica ai nobili fini del Risorgimento: Scoperto che il discorso patriottico gli riusciva ancora più efficace per iscritto, stese un romanzo, ‘Ettore Fieramosca’, che ebbe successo. Sempre facilitato dal fatto d’appartenere alla cerchia del potere, di avere accesso diretto al Re, di punto in bianco si trovò capo dei patrioti moderati, ostile ai metodi mazziniani, garibaldini, persino cavourriani. Ed eccolo tra il ’49 e il ’52 presidente del Consiglio sotto Vittorio Emanuele II. Ma nella guerra del ’48 aveva combattuto da prode, ferito piuttosto seriamente sul Monte Berico.

Qui d’Azeglio inizia a stagliarsi come la personificazione di tutto ciò che i nostri Potenti non sono, distaccati dal denaro prima di tutto, poi consapevoli degli aspri doveri di chi è chiamato a comandare. I nostri Potenti si appellerebbero alla Corte dell’Aja se qualcuno li costringesse al disinteresse, ad avere una parola sola, ad essere galantuomini. Vissuto quasi sempre relativamente povero, appena lasciato il potere a Cavour (1852) d’Azeglio si priva dei due cavalli coi quali aveva  fatto la guerra e resta appiedato. ‘Athos’ lo vende bene; ‘Baiardo’  gìà vecchio lo manda a finire i suoi giorni sui prati di una cascina. Il politico più importante dopo Cavour non ha i mezzi per tenere carrozza, e nemmeno calesse. “Ho fatto piazza pulita fin delle striglie, onde mettermi in paro” scrive alla moglie Giulia, figlia di Alessandro Manzoni. “Caso che venisse il bisogno (=un’altra guerra; Massimo era aiutante del Re) è presto trovato un cavallo; ma per l’inverno non occorrerà, e si risparmia fieno”. Ancora alla moglie, dopo lasciata la presidenza del Consiglio: “Non ho accettato le amorevoli offerte del Re, perché finché uno può essere obbligato a sé del pranzo, non mi par bene di doverlo agli altri”.

Ha declinato il grado e l’assegno di generale: “Infine volevano farmi Collare dell’Annunziata e, niente meno, cugino del Re! Ho detto che non mi pareva conveniente che un suo parente vendesse quadri -fatti da lui- per vivere. Con tutti questi rifiuti d’onori, mi trovo senza fatica allo stato d’eroe”. Spiega meglio l’aver declinato pensioni e collari: “In me l’orgoglio supera la vanità e l’avarizia; e siccome l’uno e le altre son peccati mortali, le diable n’y perd rien”. Del resto d’Azeglio aveva dato in beneficenza il ‘beveraggio’ di 50.000 franchi, somma per lui enorme che gli spettava -curiosa prassi dell’epoca- per aver firmato il trattato di pace del ’49 con l’Austria. “Non diranno che l’amor patrio mi serva a riempirmi le tasche”.

Buon sangue di signore non mentiva. Suo padre Cesare, colonnello di un reggimento distrutto dai francesi sul Piccolo San Bernardo nel 1792 o ’93, si trovò prigioniero. Secondo gli usi del tempo non riceveva pasti ma 10 soldi al giorno in assignats che, valendo poco, venivano accettati per 2 soldi; così l’orgoglioso marchese non poteva comprare di che sfamare se stesso e il servitore-attendente. Mendicavano il cibo. Un giorno, trasportati sul Rodano su un barcone sul quale erano anche cavalli e muli, dei passeggeri buttarono loro cipolle che caddero tra gli escrementi dei quadrupedi. “Dopo una risciacquata nel fiume” le cipolle servirono da pranzo al marchese e all’attendente. “Fortuna per mio padre” si legge nei ‘Ricordi’ del figlio ex-primo ministro “sentire che il dover dividere quelle cipolle imbrattate col povero montanaro non era un’umiliazione, bensì un onore (ns. corsivo)”.

Passano alcuni mesi e al colonnello piemontese viene offerta la liberazione “contro la parola di non più servire contro la Repubblica fino a cambio reciproco”. Il prigioniero, che ha moglie e figli, risponde che ha fatto un giuramento (di portare le armi contro i nemici del suo sovrano); come poteva dare la parola che gli chiedevano? Resta  prigioniero altri sei mesi, al regime alimentare che sappiamo.

Sentimentalismi, anticaglie, donchisciottate secondo i canoni di Prodi, Berlusconi, Craxi, D’Alema, Nilde Jotti in Togliatti, Alessandro Profumo ed altri maitres à penser del nostro tempo, secondo concetti odierni dell’onore che farebbero arrossire una tenia intestinale. Tuttavia una cosa sia chiara. Per molti aspetti -non tutti- il nostro è un tempo ributtante. Nessuno ci obbliga a vergognarci di viverlo. Però da coloro che ci comandano nel nome della Costituzione e del Pil non attendiamoci nulla. Da nessuno di loro verrà la salvezza alle nostre anime. Verrà da ‘perdenti’ eroici, da visionari Lohengrin e Savonarola per i quali gli ideali varranno più della vita. I quali, lungi dal padroneggiare l’arte del successo, sapranno lavare nel Rodano le cipolle cadute nello sterco equino, o vendere i cavalli per risparmiare fieno. Insomma uomini che ci insegnino a arrossire di come siamo. Di come ci acconciamo ai tafani. Di come facciamo arrossire  di noi le nostre tenie intestinali.

l’Ussita

QUALI TERAPIE PER L’ITALIA ANORMALE

Il bilancio che abbiamo provato a tracciare dell’Italia centocinquantenne (vedi parte Iparte IIparte III,parte IV parte V e parte VI) si presta alle più diverse valutazioni a seconda dei diversi possibili angoli visuali. Nel complesso, non crediamo tuttavia che possa considerarsi soddisfacente e in ogni caso, allo stato attuale, abbastanza  rassicurante per il futuro. Il paese non è certo da buttare ma le sue pecche e carenze sono innumerevoli, gravi e, nella migliore delle ipotesi, almeno pari ai suoi pregi e potenzialità. Forte sarebbe la tentazione di definirlo malato incurabile, data appunto la sua avanzata età statuale, se non fosse che mai è stato sottoposto, o ci sbagliamo?, a terapie adeguate.

Proprio su quest’ultimo punto, d’altronde, si accentra il discorso che più ci interessa, da portare avanti e poi finalmente concludere senza allargarlo troppo. Quale che sia l’esito di un attendibile checkup nazionale, sembra comunque lecito ribadire e partire dal presupposto che il paese assai raramente sia stato governato  in modo sufficientemente oculato, responsabile e lungimirante. Che ciò possa derivare anche da difetti più meno connaturati o storicamente generati del popolo italiano, lo abbiamo già rilevato. Certamente influenti sull’insolvenza delle sue classi dirigenti, non possono essere ignorati neppure in sede di esame dei possibili rimedi alle loro conseguenze.

Guvernè bin, come diceva Giolitti, uno dei migliori o dei meno peggio, non significa soltanto amministrare il paese “con la diligenza del buon padre di famiglia”, secondo una vecchia e consacrata formula. Significa anche, all’occorrenza, andare ben oltre l’ordinaria amministrazione fronteggiando con coraggio le emergenze più critiche, perseguendo con tenacia la soluzione dei maggiori problemi di fondo, sfidando se necessario l’impopolarità e le eventuali resistenze. Tutto ciò è troppo spesso mancato, come ad esempio, in modo particolarmente vistoso, all’indomani della prima guerra mondiale e nel momento cruciale della seconda, e in generale nei confronti della corruzione, della criminalità organizzata e dell’evasione fiscale.

Quanto all’impopolarità, l’ultimo della lunga serie di nostri presidenti del Consiglio, non contento di esprimere comprensione per gli evasori, benché campione dichiarato ed esaltato della liberalizzazione ha confessato di non poter mantenere le promesse al riguardo per timore di perdere i consensi delle categorie interessate. L’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt, oggi novantenne, rivela invece di essersi trovato pronto a dimettersi in almeno tre occasioni se non fosse riuscito ad imporsi su questioni ritenute vitali, nel presupposto che “un capo di governo deve sempre accettare il rischio di venire deposto”.  E il generale de Gaulle, com’è noto, si ritirò a vita privata dopo la bocciatura per referendum della regionalizzazione della Francia da lui propugnata.

Nell’Italia prefascista le dimissioni dei governanti non erano una rarità; qualcuno persino eccedeva. Sono diventate estremamente rare negli ultimi tempi, che hanno visto casi addirittura madornali di attaccamento alla poltrona per nulla nobilitato da lotte ad oltranza per cause sacrosante, o almeno apprezzabili, ma incomprese. Quella di Massimo D’Alema, fattosi da parte dopo un’imprevista sconfitta in elezioni regionali, è rimasta un’eccezione. Silvio Berlusconi compie il suo “passo indietro” solo dopo una lunga e pervicace resistenza, ancora convinto di rappresentare il più grande statista della storia nazionale, godere un alto prestigio all’estero e cadere vittima del tradimento, esattamente come lamentava dopo il 25 luglio 1943 Benito Mussolini. Dal quale (qualcosa bisogna pure riconoscergli) il più recente ”uomo della provvidenza” si distingue almeno per avere rispettato, malgrado una certa disinvoltura interpretativa, le regole democratiche, a dispetto delle mire autoritarie addebitategli dagli avversari.

Frattanto, ha assunto dimensioni massicce e le forme più smaccate la moltiplicazione dei privilegi e delle prebende della classe politica in generale, l’ormai famigerata “casta”, in stridente contrasto con le ripercussioni della crisi economico-finanziaria sui redditi del grosso della popolazione e al punto da dare corpo all’immagine di una vera e propria deriva cleptocratica. Si è così giunti al più sconcertante tra i tanti primati negativi via via accumulati dal paese: i politici ed amministratori più pagati e tuttavia più inetti, e fors’anche più corrotti, dell’Occidente.

La crisi che fa incombere sull’ottava potenza economica mondiale lo spettro del default, avendo messo finora al tappeto solo la piccola e ben più povera Grecia,  ha messo tanto più a nudo l’irresponsabile imprevidenza e insipienza dei suoi governanti, non a caso trattati come inaffidabili e al limite minorati dai loro colleghi dell’Eurozona. I quali, sempre più preoccupati per la sorte della moneta comune, si sono visti infine costretti, insieme alle autorità di Bruxelles e Francoforte, a porre sotto umiliante tutela quelle di Roma per di più bersagliandole con una escalation di ultimatum.

Tutto ciò ha ulteriormente accentuato ed esasperato l’anomalia del caso italiano, di una nazione, cioè, appartenente per censo e lignaggio all’élite planetaria ma sempre afflitta da squilibri e piaghe secolari, da cronica inefficienza e instabilità politica e ora anche dall’inedita prospettiva del declino e del regresso. Si spiega, perciò, che da un lato abbia preso piede, in un paese che fino a poco tempo fa vantava livelli tra i più elevati di partecipazione al voto, la tendenza ad un crescente astensionismo e siano ricomparsi movimenti di tipo qualunquistico. E che, dall’altro, non manchino proposte di rinnovamento radicale di un sistema politico comprensibilmente giudicato non all’altezza di un compito che rimane comunque insostituibile.

L’amico Massimo Calderazzi e anche Gianni Fodella caldeggiano su questa rivista nientemeno che il rimpiazzo della democrazia rappresentativa, imperniata su parlamento e partiti, con un governo di tecnici eletti a rotazione da un consesso di cittadini selezionati periodicamente mediante sorteggio e con sistematico ricorso a referendum popolari per via elettronica, rispolverando così un antico modello ateniese debitamente aggiornato. L’idea è meno peregrina ovvero avveniristica di quanto possa apparire a prima vista. Qualcosa del genere è stato infatti già sperimentato in sede locale o regionale negli Stati Uniti e addirittura nella Cina ancora ufficialmente comunista, e magari si arriverà a realizzarla su scala più o meno vasta in un futuro non necessariamente lontano.

Essa solleva però due obbiezioni, pur prescindendo da un’analisi politologica che richiederebbe una specifica competenza. Entrambe riguardano specificamente proprio il caso italiano con la sua conclamata anomalia. Perché pensare, innanzitutto, a soluzioni così rivoluzionarie, ad una fuga in avanti così difficile da concepire in un paese che non brilla più da secoli per spirito innovativo e il cui unico esempio dato sinora agli altri e da non pochi altri effettivamente seguito, con i ben noti risultati, è stato quello di un regime fascista?

Nauseato per l’attuale condizione nazionale e affascinato dal modello Pericle, Massimo non esita ad auspicare la sua introduzione, se necessario, mediante un colpo di Stato e una dittatura ad hoc. Chi si sentirebbe di sottoscrivere data l’esperienza già fatta in materia? Qualcuno, oltre a tutto, ha ricordato nei giorni scorsi che anche il precedente ateniese non suona particolarmente incoraggiante in quanto il governo illuminato di Pericle spianò la strada alle molteplici malefatte del suo allievo Alcibiade, del resto guerrafondaio come il celebrato cugino.

Ma guardiamo all’oggi. Da quando è nata, o se si preferisce risorta, l’Italia si crede pari se non addirittura migliore degli altri maggiori Stati europei, indipendentemente dalla loro età per i più ben più avanzata; e anzi, per la precisione, dei più forti e progrediti tra essi. Se ciò avviene, diciamo, a livello ideale o retorico, a livello pratico sono questi paesi i nostri termini di riferimento abituali ed è ad essi (naturalmente con la più recente quanto ingombrante aggiunta degli Stati Uniti) che ci sforziamo più o meno alacremente e coerentemente di assomigliare. D’altra parte, tutti hanno avuto, hanno tuttora e continueranno ad avere i loro problemi, le loro crisi e le loro pecche. Nessuno, però, è gravato da trascorsi complessivamente paragonabili a quelli italiani, come abbiamo già cercato di chiarire; e, soprattutto, nessuno versa oggi in una situazione generale, di immagine e di sostanza, in termini quantitativi e qualitativi, anche soltanto avvicinabile a quella italiana.

Non mancano ovviamente punti sui quali possiamo vantare qualche superiorità, e che non bastano tuttavia a modificare una condizione di inferiorità quanto meno sotto il profilo della gestione politica. Fuori d’Italia, quest’ultima bene o male funziona, senza che si avverta un particolare bisogno di profondi rinnovamenti; neppure in Spagna, paese di democrazia giovane, di sviluppo economico recente e ancora fragile, e però governato meglio (malgrado una disoccupazione doppia della nostra) e comunque in modo molto più apprezzato all’estero, mercati finanziari compresi.

A questo punto conviene citare nuovamente D’Alema, non perché sia il moderno Aristotele bensì in quanto autore, qualche anno fa, di un libro intitolato “Un paese normale”. Personalmente non l’ho letto ma mi risulta abbia additato tra i primi un obiettivo ormai largamente condiviso: quello appunto di curare i mali nazionali senza perseguire palingenesi più o meno rivoluzionarie ma una più banale normalizzazione. La quale può significare soltanto portarsi ai livelli e moduli predominanti nel resto dell’Europa occidentale (senza dimenticare che anche buona parte di quella orientale sta progredendo rapidamente in tale direzione), cercando beninteso di salvaguardare le positive peculiarità nazionali che pure esistono.

Gli sforzi in questo senso, sinora, hanno dato frutti insoddisfacenti, ma nulla vieta e semmai tutto consiglierebbe di insistere, malgrado le delusioni. Resta però da vedere come, ossia giocando quali carte e scartando invece quali altre. Un dibattito nazionale al riguardo è tutt’altro che inedito e poco frequentato, ma pur rispondendo evidentemente ad un’esigenza largamente sentita si mantiene troppo spesso sulle generali oppure si concentra eccessivamente su temi di dettaglio. Da decenni si reclama, soprattutto a sinistra, un “nuovo modo di fare politica”, senza che nessuno abbia mai chiarito o capito in che cosa esattamente consista. A destra si contava molto sull’effetto B, ovvero sulla ventata d’aria fresca, creatività e capacità propulsiva apportata dall’avvento al potere di un grande imprenditore, di un “uomo del fare” in luogo dei profeti di “convergenze parallele”, “teste d’uovo” e dottori sottili di questo o quel colore. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Nel mondo politico e tra gli studiosi ed esperti, adesso, ci si confronta soprattutto,  quotidianamente e accanitamente, su come cambiare o ritoccare il sistema elettorale, nel pur giusto presupposto dell’indecenza del vigente Porcellum. Con il dovuto rispetto per la sapienza e l’autorevolezza del professor Sartori e di altri vecchi e nuovi guru, nonché per la tenacia e l’abnegazione di Mariotto Segni e di altri combattenti per la nobile causa, sembra in realtà fatica sprecata e tempo perso. Non si vede infatti cosa ci si possa aspettare da un nuovo cambiamento della legge elettorale dopo gli esiti dei precedenti, a meno di non voler provare proprio tutti i modelli esistenti al mondo prima di dichiararsi vinti, naturalmente senza alcuna garanzia di trovare quello buono. Non è comunque intellettualmente lecito sostenere oggi che i voti di preferenza siano indispensabili quando ieri li si bollava come un invito a nozze per le mafie, oppure lamentare che i deputati non siano scelti dal popolo ma dai capipartito come se nella spesso rimpianta prima repubblica avvenisse il contrario. O, ancora, stigmatizzare l’eccessivo premio di maggioranza previsto per la Camera e rivelatosi tuttavia perfettamente inutile ai fini dell’agognata governabilità.

Stupisce quindi che anche una persona di buon senso come Romano Prodi, contrario oggi ad un governo tecnico giudicato incompatibile con il bipolarismo, auspichi l’adozione di una legge elettorale che confermi quest’ultimo; e ci auguriamo anzi, questa volta, che l’ex premier smentisca una simile esternazione dichiarandosi frainteso dalla stampa, come ormai i politici nostrani fanno quasi sistematicamente. L’esperienza dimostra in modo incontrovertibile, mi sembra, che con le leggi elettorali non si confermano, almeno dalle nostre parti, né il bipolarismo, rimasto sinora una pia illusione come a maggior ragione il bipartitismo (il cui antesignano Veltroni, peraltro, dissente adesso da Prodi), né qualsiasi loro contrario.

Di qui, per concludere, la seconda obbiezione che credo di dover rivolgere alla proposta della democrazia elettronica. Tutto lascia pensare che i più brillanti ed ingegnosi ritrovati tecnici, di cosiddetta ingegneria costituzionale o altro, forse utili per risolvere al massimo qualche problema molto specifico all’interno di un determinato sistema politico, difficilmente possano rispondere all’esigenza di crearne uno nuovo, sufficientemente funzionale, per sostituirne un altro inficiato dalla prolungata e comprovata inadeguatezza delle classi dirigenti di un determinato paese. Se i tentativi di riuscirvi sono falliti su scala ridotta, come sperare che possano andare a buon fine mirando così in alto?

Siccome però il problema di un leniniano “che fare” si pone, anzi certamente si impone all’ordine del giorno, e quindi alle proposte che non convincono è quasi d’obbligo replicare avanzandone delle altre, diciamo subito che per rimediare ai gravi difetti del sistema politico e del personale politico appare necessario tenere ben presenti anche quelli del paese in generale e del suo popolo, indissolubilmente intrecciati con i primi come si è già detto e ripetuto. Ma ne riparleremo alla prossima puntata, ossia nell’ultimo articolo di questa serie.

Franco Soglian

ANCHE I GAPPISTI DI BORSA SONO TURGIDI DI FEDE

Un’importante gazzetta finanziaria americana ha illustrato un articolo sulla crisi, in USA e altrove, con le fotografie di 18 operatori di borsa, chiamiamoli traders, con le mani nei capelli, le bocche contratte e altre mimiche dello sgomento mentre i tabelloni elettronici annunciano i soliti tracolli. Le immagini sono pregnanti: i traders sono miniprotagonisti del nostro tempo come nel 1944-45  furono i partigiani dei Gap, manovalanza della ferocia che uccideva, p.es. il filosofo Gentile o i parenti dei fascisti o i tirolesi di via Rasella, su decisioni recapitate loro da intrepide portaordini cicliste, future deputate togliattiane.

I traders si espongono ai crolli ogni giorno perché il Sistema viva. Non sono loro i responsabili dei misfatti finanzcapitalisti, così come i gappisti in bicicletta non decidevano bensì attuavano le esecuzioni. Un credo ideologico accomuna i sicari di Borsa a quelli del Gap. I secondi avevano fede nel comunismo, allora tutt’uno con lo stalinismo; i primi hanno fede nella santità del denaro. I gappisti avrebbero potuto dubitare che fosse giusto uccidere, sprattutto alle spalle, soprattutto da angoli relativamente sicuri, soprattutto quando tutto era studiato in funzione di un’immediata fuga che scaricava su altri, innocenti, l’immancabile rappresaglia. I sicari partigiani, se non gli andava storto, ricevevano onori, posti, seggi  a Montecitorio. I gappisti di Borsa, quando non si mettono di traverso le quotazioni, guadagnano molto. Eppure potrebbero chiedersi se la loro professione sia onorevole.

E’ certamente vero che la finanza non è tutta rapinatrice né tutta fraudolenta. Però chi sa montare arcani modelli matematici per prevedere andamenti e ‘futures’ ha ampie risorse mentali e -non si direbbe- etiche per giudicare la liceità di un contesto che, per produrre i parossismi di disuguaglianza che conosciamo, non può che impoverire, magari di poco, i molti per arricchire i pochi. Tempo fa Alessandro Profumo, allora capo di Unicredit, confidò compiaciuto a chi lo intervistava che la sua mamma lo rimproverava “Guadagni troppo” e che lui, figlio amorevole, la rassicurava “E’ perché sono molto bravo”. Bravo sicuramente sì, se lasciando Unicredit ha percepito quaranta milioni (a carico dei microcorrentisti qui sotto derisi), e se da qualche mese si offre alla patria in pericolo come il manager-in-chief moderno e benvisto a sinistra che mette fine al marasma senza impensierire i traders. Tuttavia qualche conto non deve tornare se una Procura lo ha indagato, magari sbagliando, in compagnia di altri bravi bravissimi escogitatori di operazioni finanziarie.

I gappisti di via Rasella e del Salviatino a Firenze (lì, sulla porta di casa, la ‘giustizia di popolo’ freddò Giovanni Gentile) non si ponevano domande perché erano turgidi di fede stalinista e il capobanda stalinista di zona aveva mandato a dire di uccidere. I traders non si fanno domande perché hanno pronunciato  voti di capitalismo;  in più sanno che il capitalismo non è la religione dei soli ricchi: pure di oceani di aspiranti al ceto medio. Per esempio, a decine di milioni di italiani -anche se iscritti alla Fiom, se votanti per Vendola, se impegnati in decine di cause umanitarie, se coll’anima macrobiotica- non sognatevi di toccare il mercato e la libertà. A partire dagli anni Sessanta il mercato ha dato alle decine di milioni di mini-agiati una casa in proprietà con garage. A nessun figlio di messo comunale il mercato ha negato laurea breve e vacanza a Formentera.

Così, se il gappista di Borsa non ha scrupoli è in quanto, in aggiunta alla fede danarista, sa che il grosso dei miniredditi suoi connazionali non si fa domande. E che nessun quotidiano liberopensatore di De Benedetti e nessun furibondo  santoro bolscevico si sogna di spiegare che la nostra malattia non  passa eleggendo Obama o Anna Finocchiaro senza anche espropriare la ricchezza, senza riscrivere il Codice civile per rimpicciolire i diritti acquisiti, sia elitari sia di massa. Più ancora: misfatti e vergogne resteranno se non rinnegheremo il benessere e gli alti consumi esaltati da ‘Repubblica’, rotocalco con cadenza quotidiana e pubblicità d’alta gamma.

Il gappista del ’44 la faceva franca confondendosi nella gente. Il gappista dello Stock Exchange pure si confonde nella gente, fatta prevalentemente da mezzi spiantati, che però non rinunciano a sognare, magari per i figli, guadagni e mini-bonus da trader.

JJJ

PIETRO ICHINO, UN RIVOLUZIONARIO DI SINISTRA

 

Pietro Ichino è di estrema sinistra. Potrà sembrare un’affermazione provocatoria, ma non lo è. Da quando è asceso al governo Mario Monti, il Partito Democratico è attraversato da forti tensioni sotterranee tra aree diverse. Da un lato c’è chi, come Ichino e tanti altri, vorrebbe approfittare di questo esecutivo tecnico per far evolvere il partito e l’intero schieramento ad uno stato riformista. Dall’altro si assiepano ex sindacalisti e affini, come Cesare Damiano, che non vogliono alcuna modifica o quasi al diritto del lavoro vigente.

Secondo la vulgata corrente i secondi rappresenterebbero l’ala “sinistra” del partito. La definizione è quantomeno arbitraria. Evitando di addentrarci in una dissertazione su cos’è la destra, cos’è la sinistra, registriamo che sembra comunque più “rivoluzionaria” la proposta di Ichino in materia dei contratti del lavoro (in sintesi: un’unica forma contrattuale a tempo indeterminato che non garantisca l’inamovibilità del lavoratore come quella attuale, e che favorirebbe l’ingresso dei giovani nel mercato) che non la non-proposta dell’ala sindacalista che mira a difendere lo status quo.

Ichino da questo punto di vista, come già detto, è di estrema sinistra. Vuole sovvertire regole in vigore ormai da decenni, mira a far entrare nel mercato forza lavoro finora esclusa o sfruttata, ha come obiettivo la riduzione dei privilegi di una corporazione (peraltro minoritaria) che per difendere la propria situazione impedisce un miglioramento di quella altrui. Chi si schiera contro questi intenti non può essere definito in altro modo che “conservatore”o “reazionario”. Insomma, “di destra”.

Se infatti ci si discosta da una pedissequa osservanza di regole pratiche scritte in un contesto economico completamente differente, pare molto più in linea con l’impeto ideale del socialismo delle origini un pensiero oggi definito “riformista”, che non quello della Fiom o di Rifondazione Comunista (o di Stefano Fassina del Pd).

Certo, per una questione di convenienza politica ed elettorale, Ichino (e non solo lui) non si definirà mai “di estrema sinistra”, visto il significato corrente dell’espressione. Ma chi, sotto sotto, quando sente suonare l’Internazionale un po’ si commuove; chi non riesce a distaccarsi del tutto da quel aspetto utopico e romantico del socialismo; chi prova un’emozione ripensando alle lotte di cento anni fa da parte di chi era escluso dalla società per entrarvi; tutti queste persone “di sinistra” dovrebbero riconoscersi nell’assalto operato da alcuni “riformisti” alle regole consolidate e ormai ingiuste del mercato del lavoro. Non nella strenua difesa di privilegi antistorici messa in atto dai “conservatori”.

Tommaso Canetta

MONTI SI ISPIRI ALL’ALBA MEIJI DELLA GRANDEZZA NIPPONICA

First things first. Per il momento Mario Monti deve riuscire a scongiurare l’insolvenza. Ma quando ci sarà riuscito, allunghi lo sguardo e il tiro. Se vorrà attuare la Ricostruzione che ha annunciato, ripensi la gigantesca impresa di 143 anni fa, quando un pugno di statisti aristocratici cui egli potrebbe assomigliare inventarono il Giappone moderno, un fatto più miracoloso che la riedificazione dalle macerie del 1945 e che la successiva conquista di molti primati assoluti. 143 anni fa, 1868, pochi ottimati attorno a un imperatore di sedici anni -Mutsuhito, poi assurto alla gloria come Meiji Tenno, abbatterono un regime ‘merovingio’, cioè inetto e nocivo, che durava ininterrotto dal 1603, ma la cui tradizione risaliva all’ultimo decennio del XII secolo d.C.

Sette secoli prima la sovranità era passata dal Mikado, l’imperatore, allo Shogun, capo militare e in realtà detentore unico del potere esecutivo. L’imperatore, come discendente degli dei che regnarono sulla nazione preistorica, restò fino al 1868 un simbolo, un sommo sacerdote, inaccessibile, incarnazione della patria e della storia, ma del tutto impotente. Il vero monarca era lo shogun ereditario, dal 1603 un membro della casata Tokugawa. Un regime immutabile e intoccabile, che aveva mummificato l’impero del Sol Levante. Nel 1868, quando l’Occidente trionfava come assieme di società avanzate, il Giappone era un paese rurale, di poco cambiato rispetto al medioevo, retto da princìpi e strutture medievali, tradizionalmente dilaniato dalle guerre intestine: i potenti daimyo, grandi feudatari che regnavano su principati quasi sovrani, si affrontavano frequentemente in battaglie campali degli eserciti di samurai loro vassalli. La stessa restaurazione imperiale Meiji venne dopo una guerra civile.

Dopo tanti secoli di immobilismo il paese era rimasto primitivo. Sotto la casta dei feudatari la massa contadina era fatta in pratica di servi della gleba; anche gli artigiani e i commercianti erano prigionieri di uno status di soggezione. I mali dell’arretratezza segnavano la normalità.

La Restaurazione del 1868 si identifica col nome di Mutsuhito. Come già accennato, la pattuglia di consiglieri capeggiata dall’imperatore sedicenne “instaurò” la modernità nel nome di princìpi che sembrano quelli della Ricostruzione annunciata da Mario Monti: collaborazione tra le classi e le sezioni del paese; abbandono delle “antiche, assurde usanze”; consolidamento dell’impero “ricercando la saggezza in ogni parte del mondo”; innovazioni molto audaci.

Le opere seguirono immediatamente: esproprio delle vaste proprietà terriere dello shogun e dei feudatari. Modernizzazione del fisco. I samurai privati del ruolo di guerrieri e ridotti a pensionati dello Stato. Istruzione elementare per tutti (1872). Coscrizione obbligatoria. Svecchiamento generale delle strutture. Furono ingaggiati esperti nei paesi più avanzati (p.es. in Gran Bretagna per la marina,  in Germania per l’esercito, negli Stati Uniti per le materie economiche). I giovani più promettenti furono mandati all’estero per imparare. Nacquero le ferrovie, i telegrafi, le strade carrozzabili, le comunicazioni in generale, le banche. Grandi industrie furono finanziate dalla mano pubblica. Sorse uno Stato nuovo, incredibilmente dinamico, destinato anche a cancellare di colpo la passata soggezione quasi-coloniale alle potenze occidentali, solo in parte meno grave della soggezione della Cina dopo la sconfitta nella guerra dell’oppio. Nel 1854, a Yokoyama, i minacciosi cannoni americani del commodoro Perry avevano costretto il Giappone ad aprirsi agli occidentali e questo aveva esasperato il nazionalismo nipponico.

I risultati arrivarono fulminei. Nel 1876 si apre la conquista della Corea. Nel 1895 il Giappone sconfigge duramente l’impero cinese. Dieci anni dopo consegue strepitose vittorie sulla Russia zarista, fino a quel momento considerata possente. Al largo di Tsushima la flotta dell’ammiraglio Togo sbaraglia completamente la squadra russa, accorsa dal  Baltico, circumnavigando l’Europa e il Continente nero, per tentare di fermare un Giappone ormai molto temibile. Gli ultimi sviluppi fanno acquistare Mukden, Formosa, le Pescadores, parte dell’isola di Sakhalin, mentre si rafforza la presa sulla Corea. Sia pure con qualche apporto dall’estero, le navi e le armi sono state costruite in Giappone. Il mondo assiste stupefatto all’improvvisa trasfigurazione, da paese di contadini e di pescatori a grande Stato industriale e militare, capace di misurarsi con le massime nazioni del mondo.

Se è straordinario il fenomeno della fulminea acquisizione delle conquiste tecnologiche che in Europa ed in America avevano richiesto più di un secolo e in Cina erano allora impossibili, ancora più sorprendente è che un paese arretrato, povero di materie prime, abbia trovato le risorse finanziarie per il balzo in avanti più clamoroso della storia moderna. La spiegazione: la Restaurazione, cioè un team di vibranti decisori aristocratici (Ito, Inuye e pochi altri attorno al giovanissimo imperatore), ha tolto  allo shogun ed ai feudatari la terra, allora massima ricchezza del Giappone, e ne ha fatto il capitale di un tumultuoso sviluppo. Un fatto rivoluzionario, attuato fulmineamente dall’alto dal vertice di un sistema di destra.

E’ qui la lezione e la sfida per un Mario Monti statista e ‘ricostruttore’ invece che gestore e potenziale politico: operare il più possibile come i sodali di Meiji Tenno. Avere la temerarietà di fare dall’alto e da destra -in modi irrituali e alleandosi con la nazione invece che coi partiti- l’energica demolizione di un assetto che nel futuro ha soprattutto il declino, ideale più ancora che economico.

E’ facile sghignazzare di queste ubbie. Ma ubbia apparve ai benpensanti misoneisti l’eruzione di energia nipponica nei pochi anni tra il 1868 e l’apoteosi di Tsushima.

A.M.Calderazzi

QUANDO SARKOZY GHIGNAVA DELL’ITALIA

Quante ilari sorprese, anzi solluccheri, per noi fescennisti (cultori dei fescennini, quei versi salaci e scurrili scambiati alle feste dei raccolti tra rozzi contadini etruschi e protolatini) la mattina del 24 ottobre 2011, quando abbiamo appreso dei ghigni di Sarko e Merkel a ludibrio della maestosa Italia del 150° too big to fail! Dello sguardo serpigno del primo alla seconda appena menzionato il ns/ Primo Ministro, tipo da pochade sì ma pur sempre, insieme a Giorgio, personificazione della Patria! Che giorno luttuoso per gli zelatori della Costituzione repubblicana, lieto per noi fescennisti!

Alcuni dei portenti (segni dell’umore degli Dei) di quella mattina: un editoriale patriottico del direttore de ‘La Stampa’, persona  per bene e dunque da non leggere sghignazzando, capofila di quanti non sopporteranno insulti d’oltre confine; Giuliano Ferrara che convoca la Curva sud berlusconiana a vociare sotto l’ambasciata di Francia;  mails gocciolanti mestizia a Rai Tre; latrati di sdegno, alcuni all’indirizzo di Silvio, altri dei Due Ghignatori; pronostici neri a bizzeffe causa ghigni (quasi che un giorno prima incutessimo timore riverenziale); falliti sforzi di un mezzobusto Rai per reclutare Marcello Veneziani tra i latratori antiCav; falliti sforzi di Veneziani per dirsi indipendente dal Cav, indipendenza prontamente contraddetta dalle proprie rampogne contro la maleducazione di Sarko e Merkel, due ingiuriatori dell’Italia pullulante di dinamiche piccole imprese, calciatori e stilisti capovolti.

Che larga materia di lazzi e punzecchi è d’ora in poi disponibile ai Grandi della satira letteraria, da Aristofane, Menippo e Giovenale al Berni, a Ulrico von Hutten e, last but not least, a Trilussa! Quella mattina, portento dei portenti, abbiamo persino ascoltato Antonella Rampino, quirinalista de ‘La Stampa’ (quotidiano incautamente identificatosi col patriottismo sesquicentenario), sostenere quanto segue: le lodi fals-cortesi alle istituzioni italiane, fatte seguire dai Due al loro vile ludibrio,  erano in realtà elogi sperticati al presidente della Repubblica, il quale incarna da solo trentine di  Istituzioni

Come se la lebbra dello Stivale sia solo il berlusca e non anche l’Opposizione, il Parlamento, la Costituzione, l’intero regime democleptocratico, l’intera inettitudine da regno merovingio, quella che meritò la distruzione di Pipino il Breve. Anche lo Stivale, come la Francia del sec. VIII, come la Turchia dell’ultimo sultano, come la Spagna del 1923, ha bisogno di un Distruttore -Pipino o Kemal o Primo de Rivera- non dei moniti del Colle. Invece la quirinalista se ne viene a inventare che in fondo al cuore Sarko e la Cancelliera hanno un lago, quanto meno uno stagno, di stima per il Quirinale!

Ancora poche settimane fa, nella chiesa napoletana di San Gennaro extra Moenia, il capo dello Stato ha sentenziato, tra il compiacimento di tutti i colleghi della professione politica a vita: “Si impreca molto contro la politica, ma stiamo attenti: la politica siamo tutti noi” (veramente Loro). Con proverbiale correttezza istituzionale il presidente non dimentica la riconoscenza dovuta alle Camere riunite di ladri che lo hanno insediato nel fasto del Quirinale. A stare agli editoriali quirinalisteggianti, i Due Reggenti dell’Europa ci presteranno miliardi senza garanzie reali, per ferma fiducia nel Colle: Colle che nulla ha fatto contro una cleptocrazia costosa più del quadruplo -tangenti e sprechi esclusi- della gestione politica della Bundesrepublik. Scendendo alle piccole cose, la cleptocrazia ha da poco istituito province a Tortolì e a Lanusei (cercare nell’enciclopedia). Con meno innocenza ma in piena coerenza camorristica, il regime considera intoccabili  vitalizi, tangenti e truffe degli eletti.

Sempre secondo la fazione quirinalista, la calamita che attirerà le tranches di Francoforte è Chi, oggi smentito dagli stessi americani (v. in questo Internauta il rapporto di TIME The Unwinnable War) sosteneva alle frequenti esequie delle salme dall’Afghanistan, che lì si muore ‘per una causa giusta’.

Fermiamo qui, per oggi, il fescennino sui ghigni e sguardi italofobi. E’ assolutamente improrogabile la deposizione dello statista-macchietta da Arcore. Messo a palazzo Chigi, qualunque altro personaggio della Casta, Scilipoti e Anna Finocchiaro compresi, farà meno danni della Macchietta. Tuttavia sia chiaro: la nostra politica è tutta berluscona (aggettivo, femminile), al dritto o al rovescio. Tutta da defenestrare. Il passo indietro non va fatto solo a palazzo Chigi. Sembrerà un paradosso, ma ci salveremo quando ci troveremo acefali.

Ora si apre l’attesa del secolo. Che altro farà Giuliano Ferrara, dopo avere radunato una piazza di fellow-spasimanti del Cav per un happening antifrancese? Manderà, il Mario Appelius di palazzo Grazioli, un proprio cartello di sfida all’Eliseo? Contro la Merkel farà duellare la sua Signora, così leonina quando inneggiava a Bush? Oppure otterrà da Cheney e Panetta un blitz delle infallibili Special Forces che vendichi l’insulto al Cav? E lo stesso Cav, sarà sopraffatto dallo scoramento nonostante i clisteri di ottimismo praticati dall’Elefantino? Cercherà rifugio nel ranch di George W Bush, oppure in una repubblica della Melanesia (v. “Consigli al Cav e agli AntiCav”, Internauta di ottobre)? I Centocinquantisti, come zittiranno coloro per i quali, in 150 anni, siamo passati dagli ardori del Risorgimento alla cianòsi con diarrea del 2011? E Sarko e Merkel, alle prossime conferenze su noi cianotici, si metteranno occhiali neri per nascondere sguardi da insulto? Si faranno inceronare i muscoli facciali al doppio e al triplo per non ghignare?

l’Ussita

THE UNWINNABLE WAR

Estratti dalla cover story

Why the U.S. Will Never Save Afghanistan

(“TIME” Oct.24, 2011)

Despite 10 years of U.S. power, talent and money, Afghanistan is a country of squandered hope

Ten years after the U.S.invaded this long-suffering country and then settled in for a long occupation,Afghanistanis nowhere close to being able to stand on its own- militarily, economically or even politically. To many, it has become an expensive misadventure. Meanwhile, theU.S.keeps broadcasting its intention to leave, recoiling from a problem it seemingly no longer has the will or ability to solve. The prospect is frightening:Afghanistantoday has the potential to be even more destabilizing for the region and the world than it was under the Taliban. Lawlessness has become the rule, so much so that many Afghans have grown nostalgic for the cold but effective dicta of Mullah Mohammed Omar’s theocracy. When the Americans leave, the country could easily revert to the failed narcostate and terrorist training ground that it once was. That alone would be a potent propaganda victory forAmerica’s foes.

The U:S: established over 180 forward operating bases around the country, deployed over 9,000 mine-resistant vehicles and spent a total of $444 billion in the past decade. American best strategists were set to work on one of the largest country-building efforts since the Marshall Plan. And it simply hasn’t worked. The U.N. holds that 2011 is on track to be the most violent since the invasion for Afghan civilians.

The Afghan National Army is judged not on its ability to fight but on the number of recruits trained. The metrics should tell the story of a nation rising from the ashes; the truth is that the country is just steps from the precipice. As attacks on the capital have increased, the economy has nose-dived. The consensus is that the surge has not been the success it was inIraqand that in some ways it has failed as a strategy. Meanwhile, the ever more frequent air strikes and night raids that hit innocent along with insurgents are starting to undercut public support for the foreign forces.

TheU.S.has looked the other way when Afghan government officials, whose salaries are paid by American funds, flagrantly indulge in corruption and graft. The resulting lawlessness has Afghans across a broad spectrum of society waxing nostalgic for the era when a single Talib in the town square would dispense justice with a quote from the Koran and a flick of his lash. “Even as a liberal, I can say that the Taliban time was better” says Gholam Sadiq Niazi, a Soviet-trained technocrat inAfghanistan’s oil and gas industry. Few Afghans today support the wanton violence of the reincarnated Taliban insurgency, and history shows that the Taliban too were no strangers to corruption- but the fact that both women and religious moderate speak well of their reputation for security shows how shallowly rooted the support is for 10 years of Western assistance.

Military officials say things will get worse before they get better and that it will take time for the shaky Afghan forces to find their footing. Meanwhile, the Taliban have taken their campaign of rural intimidation to the cities, where their highly organized, complex suicide attacks undermine whatever  confidence is left. NATO officials blithely assert that the suicide attacks are a sign of desperation, proof that the enemy is no longer capable of mounting a frontal attack. That may be the case, but the Taliban’s ability to recruit volunteers for ‘martyrdom’, as demonstrated by their profligate use of three or four at a time, indicates to me a far more terrifying kind of strength.

Even as the Obama Administration assures the American public that the drawdown of troops is on track,U.S.diplomats and military officials inKabulweave a hopeful narrative of progress. Few of us on the ground see it that way. It used to be that American withdrawal was conditioned on success. Now, it seems, withdrawal has become the definition of success. If that’s the case, success inAfghanistanwill feel a lot like failure.

by Aryn Baker

ABOLIZIONE DEGLI ORDINI PROFESSIONALI: ORA C’E’ UN TERMINE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ora una data c’è: 13 agosto 2012. Entro questo termine o gli Ordini professionali saranno riformati, o verranno aboliti. Il governo Monti non ha affrontato direttamente le liberalizzazioni nell’ambito delle professioni, ma ha promesso di farlo in tempi brevi. Brevissimi.

Se nei prossimi 252 giorni non si troverà la quadratura del cerchio, gli Ordini saranno aboliti. I rappresentanti delle professioni sanno di avere la pistola alla tempia. Si dovrà trattare su tutto e rapidamente. Questo governo ha dato prova di serietà, rapidità e competenza. Ci si aspetta che non vengano lesinate anche nella seconda tornata di provvedimenti, si auspica più improntati alla riforma che non al taglio.

Attenzione però: non è finita. Le lobby e le corporazioni, portatori di interessi legittimi ma talvolta contrastanti con quello generale, non si arrendereanno facilmente. Sarà compito di tutti vigilare che non si scampi la tagliola del 13 agosto 2012 con qualche escamotage: magari una mini riforma che cambia tutto perchè non cambi niente. Per aiutare il governo a fare bene, sperando che duri, si dovrà restare vigili e affamati.

Tommaso Canetta

da LaStecca

GRAMELLINI, PEGGIOCRAZIA AD ESAURIMENTO

Un pensiero politico fertile, non quello dei nostri politologi

Di solito le varie professioni hanno nelle università, laboratori e think tanks, persone che fanno ricerche, a volte invenzioni, grazie alle quali le loro scienze avanzano. Nello Stivale la politica ha politologi che non inventano niente: sapete di alcun avanzamento della nostra scienza della polis? Libri corsi dottorati convegni pensiero unico temi di attualità scottante: Gobetti, Burke, Machiavelli, Aristotele. Qualcuno si spinge a riscoprire Karl Marx o a inneggiare alla libertà.

D’altronde lo Stivale ha Massimo Gramellini, che per fortuna fa il vicedirettore di un quotidiano invece che l’inutile politologo. Nella sola prima settimana di novembre u.s. due ‘Buongiorni’ di Gramellini hanno aperto, senza farla difficile, altrettante finestre su un futuro migliore. Una è che, la nostra democrazia essendo “una caricatura, una peggiocrazia (governo dei peggiori)”,  la prospettiva di salvezza esiste. Non, ovviamente, grazie alle ”sacrosante primarie”. Invece grazie al “coraggio di rimettere in discussione il diritto di voto”.

Naturalmente è da secoli -in particolare in casa nostra dall’allargamento del voto nel 1919, coi risultati fecali che conosciamo- che si negano le virtù del suffragio universale. Gramellini invoca “un esame preventivo di educazione civica e di conoscenza minima della Costituzione” che rimedi alla “immaturità del nostro elettorato” (“Se i Mario Monti si presentassero alle elezioni, perderebbero. Verrebbero surclassati da chi conosce l’arte della promessa facile e dello slogan accattivante”). Ha confessato un noto politico, Jean-Claude Juncker, primo ministro del Lussemburgo: “Sappiamo benissimo cosa fare. Quello che non sappiamo è come farci rieleggere dopo averlo fatto”.

Anche per Gramellini il suffragio universale è tutt’altro che una conquista: “Non posso guidare un aereo senza superare un esame di volo”. Dunque, così come pochissimi possono pilotare, pochissimi dovrebbero votare. Peraltro: ammiratore come sono del Gramellini teorico della politica, obietto alla levità e insipienza dell’esame che propone per miniaturizzare -a 1 o 2 milioni, dico io- la vera Polis; ossia per espellere gli elettori che, quasi tutti, “per ignoranza, corruzione, menefreghismo” privilegiano i peggiori. Domanda: possibile che il Nostro prenda sul serio la disciplina scolastica dell’educazione civica? Peggio, molto peggio, possibile che annetta importanza “alla conoscenza minima della Costituzione”?  La Costituzione, arnese e passione della Casta, struttura portante della peggiocrazia, è utile quanto una lampadina fulminata.

La risposta alle mie obiezioni è nelle parole sante del primo dei due Buongiorni: “Uno dei frutti velenosi di questa crisi è che abbiamo smesso di credere nel potere della democrazia di migliorarci la vita”.

Gramellini considera emblematica la contrapposizione “tra due pesi massimi del nostro immaginario, Steve Jobs e Barack Obama: il primo chiese al secondo di garantire il permesso di soggiorno agli stranieri che si laureavano in ingegneria negli Stati Uniti. Obama rispose che gli mancavano i voti per far approvare la riforma dal Congresso. Jobs si imbestialì”. Aggiunge il Buongiorno del 1° novembre: “Il cittadino confuso e infelice si riconoscerà nel pragmatismo autoritario di Jobs, uno che non doveva mediare con nessuno. Obama incarna invece l’impotenza della politica: anche quando si riempie la bocca di cambiamento, deve misurarsi coi meccanismi della democrazia che ne rallentano e depotenziano le decisioni. L’idea che per cambiare la politica basti cambiare i politici è una pia  illusione che si rinnova ad ogni campagna elettorale. Bisogna cambiare le regole: di funzionamento e di rappresentanza. La democrazia è partecipazione. Si può ripartire solo da lì. Prima che i cittadini esasperati imbocchino la solita scorciatoia del dispotismo.”

Alcuni di noi sosteniamo queste cose dalla prima uscita di Internauta, e qualcuno da decenni. La democrazia è talmente partecipazione che va cancellato il concetto di rappresentanza. La delega ai politici attraverso il voto dovrà un giorno risultare un perfetto assurdo (nessuno si illuda che arrivino politici meno spregevoli). Se non si inventerà qualcos’altro, il voto va sostituito dal sorteggio all’interno di un ristretto corpo sovrano di cittadini elitari, a loro volta sorteggiati per turni brevi -il mestiere di politico a vita va ucciso- tra persone migliori delle altre in quanto possiedano determinati requisiti (cultura, esperienze di lavoro, meriti dimostrabili quali il volontariato -v. a quest’ultimo proposito un pezzo specifico in questo Internauta).

Lo sviluppo logico della teoria Gramellini dovrebbe essere: una volta estromessa dalla cittadinanza sovrana la massa degli inutili e dei nocivi  “per ignoranza, corruzione, menefreghismo”, i pochi e migliori non dovrebbero affatto votare, cioè delegare, cioè mettersi nelle mani della gentaglia elettiva. Dovrebbero deliberare e governare, a turno. La teoria moderna della democrazia diretta offre vari meccanismi perché i Meritevoli, i Supercittadini, esercitino la sovranità, come ad Atene facevano in pochi. La giustizia penale, la quale è del popolo  non dei magistrati professionali, non è amministrata da campioni di popolo (giurie) tratti a sorte? L’ipotesi di “macrogiurie” che gestiscano a turno la sovranità a nome della nazione intera, ma non attraverso la frode elettorale, è stata derivata un ventennio fa, da uno degli istituti del sistema ateniese, in alcune università degli USA: nelle quali, non come nelle nostre, si cerca a volte di inventare il nuovo.

Le nostre cose cambieranno da così a così quando i Gramellini, in coerenza alla conclusione  “abbiamo smesso di credere nel potere della democrazia attuale di migliorarci la vita” annunceranno “la democrazia va cambiata in tutto, e  e si può”.

A.M.C.

L’AMORE “LAICO” COME PROGETTO RAZIONALE

Ho letto con interesse l’articolo del Card. Scola sul Corriere del 20 novembre scorso, sul tema “l’amore autentico è per sempre”. Nell’articolo viene affrontato l’amore coniugale e ne viene argomentata l’indissolubilità,  chiamando a modello la dedizione totale e irreversibile, l’amore totalmente disinteressato di Gesù, esempio principe per tutti i Cristiani.

Il messaggio di Scola toccherà sicuramente il cuore di quanti credono sinceramene ed hanno una visione rigorosamente cristiana dell’amore, e in particolare dell’amore coniugale.

Tuttavia, la crisi del matrimonio, della vita di coppia, e più in generale, le difficoltà di rapporto fra individui a tutti i livelli, necessitano a mio giudizio un’educazione “laica”, e non confessionale, all’amore: amore che ha un ruolo profondo nella società anche al di fuori della concezione religiosa della vita. Dunque, un’educazione all’amore “laico”, che non ritengo affatto in contrasto con quello cristiano, ma semplicemente diversamente motivato all’origine.

Scola parla “educazione all’affetto”, ed è giusto, ma parliamo invece, in modo più esplicito e diretto di “educazione all’amore”: amore inteso non come un sentimento più o meno collegato ai propri bisogni di affetto, di sesso, di appoggio e sostegno; non come una serie di atti e gesti tesi a tenere legato a sé l’oggetto del proprio cosiddetto amore. Bensì, amore inteso come scelta concreta quotidiana di fare, di costruire qualcosa per e insieme al prossimo (compagno o compagna, famiglia, comunità, gruppo di lavoro ecc.).

Questo amore è a mio modo di vedere un modo di vivere, che porta ad adoperarsi quotidianamente, e che oggi si vede attuato da molte persone religiose e laiche.

L’educazione all’amore è quindi l’educazione ad avere attenzione al prossimo (prossimo inteso come chiunque venga in contatto con noi), alla sua persona in tutti i suoi aspetti; attenzione che non è solo rispetto, ma che comprende rispetto, comprensione, tolleranza, aiuto, solidarietà; e il suo fine non è uno sterile annullamento di se stessi, ma la realizzazione di un progetto, che comprende noi e tutti quelli con cui abbiamo contatti.

Quanto ho scritto non è nulla di nuovo; questi concetti sono passati anche nel nostro ordinamento civico, nel quale, ad esempio, i principi di rispetto della persona e della pluralità di culture e opinioni e di solidarietà sociale ne sono l’istituzionalizzazione. Tuttavia non vedo spesso, nell’educazione scolastica e familiare impartita ai ragazzi, e neppure nell’educazione mediamente impartita dagli istituti religiosi, un chiaro richiamo a questi principi e un profilo educativo ad essi esplicitamente ispirato.

E quando si parla di “indissolubilità” di un rapporto di amore, la motivazione prima dovrebbe essere a mio modo di vedere la dedizione al progetto sotteso a questo rapporto, dedizione che non può venir meno fino alla sua compiuta realizzazione. Questo progetto coinvolge una pluralità di individui con ruoli ben definiti (ad es., una famiglia con genitori e figli), e ciascun membro deve essere – e sentirsi – parte attiva e insostituibile, e in tal senso, pur mutando nel tempo il suo ruolo nell’ambito del progetto, non può e non deve abbandonare il progetto stesso.

E quando si parla di famiglia, famiglia intesa anche come cellula della società, è facile comprendere come il progetto possa naturalmente coinvolgere l’arco intero della vita dei coniugi.

G.C.

PRODURRE ACQUA

Rapporto di “Fortune” sul balzo in avanti delle tecnologie

Per un milione degli abitanti di Città del Messico c’è solo acqua trasportata dalle autocisterne. Sappiamo tutti che la risorsa idrica si assottiglia sul pianeta: 13 milioni di assetati nel Corno d’Africa; oltre un miliardo di persone non hanno accesso ad acqua pulita.

Invece sappiamo in pochi che il business dell’acqua industriale sta ingigantendosi, grazie al crescere degli investimenti e, più ancora, al velocizzarsi delle avanzate tecnologiche. Sono ormai disponibili filtri capaci di purificare, in parte anche potabilizzare, le acque più luride. A Singapore un quinto dell’acqua potabile viene ricavata dalle fogne.

La novità è dunque l’ingrossarsi del trattamento industriale, col dilatarsi del relativo, vasto indotto. Nel 2010 il fatturato complessivo è stimato da ‘Fortune’ a 508 miliardi di dollari; cresce di oltre il 6% annuo. I colossi del settore sono Veolia (francese, leader mondiale, fatturato 17 miliardi di dollari), Suez ($8,9 miliardi), ITT (3,4 miliardi), United Utilities (3,1 miliardi). I primi due servono i servizi municipali di varie nazioni da più di un secolo. Altri attori di rilievo sono Thames Water, American Water Works, GE Water, Siemens Water Technologies, quest’ultima operativo da poco; fornisce soprattutto membrane per la purificazione.

Sui $508 miliardi del mercato globale i comparti più importanti sono la distribuzione e gli impianti di trattamento ($226 miliardi); le fogne, la lavorazione dei fluidi, il riciclo ($170 mld); l’imbottigliamento ($59 mld);  la fornitura alle industrie ($28 mld); i filtri e le apparecchiature ($15 mld); i prodotti per l’irrigazione ($1O); l’agricoltura consuma i sette decimi delle risorse idriche mondiali. I prezzi dell’acqua ai consumatori vanno da 1 US cent ogni 100 galloni da 3,78 litri a Buenos Aires,  a 46 cent a Tokyo, a $1,35 ad Oslo, a $3,03 a Copenhagen.

Il maggiore dei progetti idrici  avviati nel mondo è cinese: dirotterà acqua da quattro fiumi meridionali verso il Nord-Est arido del paese. Richiederà 62 miliardi di dollari e fino a 50 anni per posare 2900 km di condotte. A grande distanza vengono altri programmi: negli USA per il progetto Carlsbad nel Sud-Ovest e per quello della Tampa Bay (Florida) sono preventivati $900 milioni. L’India spenderà 128 milioni per il programma irriguo Karnataka. Le opere per addurre acqua al mare di Aral (Kazakhstan/Uzbekistan) costeranno 86 milioni di dollari e avranno ricadute benefiche sull’agricoltura.

Jone

VOLONTARIATO, LA SCOPERTA DI TERRE E CIELI NUOVI

Il volontariato caritatevole dei grandi numeri, non solo delle élites, è per consenso generale il fenomeno dell’ultimo cinquantennio: al di là delle apparenze, una novità dirompente come e più che l’avvento del computer, dei voli low cost e delle energie rinnovabili. Io conosco da vicino un angolo di volontariato a Milano, una mensa di francescani, periferia Sud. Anni fa essa era in due stanzoni del convento di S.Angelo. Ma si trovava in uno dei quartieri più costosi della metropoli; gli stanzoni e i suoi avventori distavano pochi passi da uno dei massimi palazzi dello Stato Maggiore bancario, coi suoi generali e colonnelli della finanza. I condomini di gamma alta che incombevano sulla mensa avevano lottato decenni per liberarsi dei pezzenti che la mensa sfamava. I pezzenti erano brutti, vociavano, rissavano, disseminavano cartacce oleose prima e dopo i pasti, urinavano e peggio. Alla fine la mensa traslocò lontano, nell’ex-edificio scolastico che un volitivo ed efficiente padre Clemente aveva saputo ottenere e ristrutturare.

Oggi la mensa serve due-trecento poveri per pasto, due volte al giorno, tutti i giorni dell’anno. Gli ambienti sono accoglienti, pieni di luce. Al piano superiore dormono giovani, immigrati o no, e persone che la risacca della vita deposita ai margini della grande città: quasi sapendo, la risacca, che ci sono i frati e ci sono i volontari ad accogliere, ad aiutare come possono.

Lo spirito samaritano soffia dovunque sulla cristianità e su tutte le religioni. Fuori di questo ecumene di persone che credono, o si struggono per non riuscire a credere, non risulta un granché di filantropia, né atea né agnostica. Soprattutto non sembra esistere un volontariato operoso, di pane indumenti e piccole cose, tra i teorici e i militanti del sinistrismo sia rispettabile sia antagonista, essi che si vantano compagni di lotta degli ultimi e dei reietti (invece sono a fianco dei sindacalizzati iperprotetti o degli aspiranti alla protezione).

Essi, i militanti e i teorici, vanno a cortei convegni girotondi e sit-in, troppo protagonisti e troppo attivisti per pulire i tavoli alle mense e prodigarsi ai dormitori, alle stazioni ferroviarie, ai marciapiedi dove dormono i barboni. La fraternità delle cose umili, cioè vere, non si addice ai rigorosamente laici e ai commissari ideologici delle lotte. La carità, anzi, la stigmatizzano. Vogliono ben altro, vogliono capovolgere il mondo pur essendo certi d’esserne incapaci. In attesa di capovolgere, o meglio di analizzare e denunciare, si alzano tardi la mattina e nei bar e ristoranti non fanno rinuncie. Il cilicio e i fioretti non sono per loro, rivoluzionari di abitudini ceto medio. Nel preparare l’apoteosi proletaria non si avvicinano troppo ai proletari senza bidet e senza dopobarba.

La mensa che conosco, a via Saponaro, è fatta essenzialmente di un frate, sostenuto dal suo convento, e di un drappello di volontari. Prevalgono i pensionati, modesti o di qualche livello, che rinunciano alla bocciofila o alle passeggiate in collina; e prevalgono le casalinghe con laurea, o che hanno viaggiato e sanno rivolgersi in inglese agli immigrati; qualcuna potrebbe servire minestre con la chevalière ma signorilmente non lo fa; qualcuna ha un marito ex-manager che non fa fatica a passare 100 euro al  frate. All’occorrenza, quando gli telefonano che un volontario ha il dentista, l’altra deve gestire i nipotini, l’altra ancora coll’influenza, il marito ex-manager indossa il grembiale e dà una mano al banco della mensa. Un tempo i samaritani lavavano i piatti oltre a riempirli di pasta; ora che ci sono le grosse lavatrici allestiscono bicchieri, posate e stoviglie di plastica, servono risotti e frutta, nettano vassoi e tavoli degli avanzi sgradevoli dei pasti.

I volontari mettono anche da vent’anni ininterrotti l’abnegazione ostinata, due o tre volte alla settimana; fanno chilometri di città e di periferia perché la mensa non chiuda. Ci sono quelli che rispondono immancabilmente sì ad ogni richiesta di accorrere fuori turno.  Il frate assilla le autorità e i benefattori. Un suo fiduciario organizza tutto come il nostromo di una nave. Un immigrato ventennale dal Maghreb batte ogni giorno supermercati panifici fabbrichette di buondì per raccogliere partite piccole o grosse di alimentari e qualsiasi altro donativo. Uno che ha espiato duramente in carcere si incarica di imporre disciplina ai riottosi.

Non sembrerebbe, ma il volontariato non è fatto solo di idealisti e di dame di carità. E’ fatto anche di poco sentimentali esercenti, dirigenti e professionisti che hanno compassione dei poveri e stima per chi si adopera gratis. Perciò, per esempio, quei negozianti e manager donano a furgoni interi viveri, magari prossimi a scadere di validità legale e peraltro perfettamente commestibili. Medici e avvocati aiutano in altri modi.

Il volontariato è questo, un intenso convergere di bontà, chiamiamole col loro nome deamicisiano. Bontà non solo di settantenni con l’artrite, di donne che antepongono gli altri a mariti e a nipoti, di gente valida che lavora per aiutare non per guadagnare. Altruisti cui non basta la sola mensa ma aggiungono questa o quella charity. Bontà anche di non pochi giovani i quali trascurano le occasioni e le piacevolezze di un’età che, come l’acqua del fiume, passa e non torna più. Il volontariato, insomma, è tutta la generosità di cui noi, i più, non siamo capaci.

‘I too have a dream’: che un giorno le nostre società trarranno le conseguenze di questa immensa scoperta del volontariato, scoperta che tanti sono migliori di quel che credevamo, per stanchezza o per sfiducia. Esiste un’umanità che non conoscevamo buona. E’ una scoperta che dovrebbe cambiarci la vita. Un giorno forse prenderemo decisioni ardite. Per dirne una, affideremo a quelli del volontariato di amministrare loro, direttamente, buona parte della cosa pubblica. La cosa pubblica va tolta ai politici, dei quali sappiamo con certezza assoluta che rubano, frodano, malversano, nella più benevola delle ipotesi agiscono in funzione della carriera propria e dei parenti. Degli uomini e delle donne del volontariato sappiamo, con ancora più certezza, che vivono per dare, non per prendere.

Un giorno andrà creato un elenco di chi avrà fatto volontariato per, diciamo, due-tre anni. E da quell’elenco estrarremo a sorte un ruolo più ristretto di Benemeriti dal quale trarre, secondo le capacità e disponibilità, i più tra gli amministratori e i rappresentanti. Per un mandato breve, non a vita come accade attraverso il congegno della truffa elettorale. Da come sono fatti quelli del volontariato, potremo non pagarli. Oppure pagarli francescanamente. Quanti piccioni prenderemo con una sola fava!

JJJ