In difesa di Massimo Gramellini

Il Buongiorno che ci ha dato Massimo Gramellini su la Stampa qualche giorno fa è di quelli che a noi di Internauta allargano il cuore. “Qualsiasi persona di buonsenso sa anche che, se i Mario Monti si presentassero alle elezioni, le perderebbero”, ragiona l’editorialista che così conclude il suo breve pezzo:

Dirò una cosa aristocratica solo in apparenza. Neppure le sacrosante primarie bastano a garantire la selezione dei migliori. Per realizzare una democrazia compiuta occorre avere il coraggio di rimettere in discussione il diritto di voto. Non posso guidare un aeroplano appellandomi al principio di uguaglianza: devo prima superare un esame di volo. Perché quindi il voto, attività non meno affascinante e pericolosa, dovrebbe essere sottratta a un esame preventivo di educazione civica e di conoscenza minima della Costituzione? E adesso lapidatemi pure.

Ben lungi dal volerlo lapidare siamo anzi entusiasti che anche sui mezzi di comunicazione di massa il tema delle nuove forme di democrazia si affacci con tanta autorevolezza. Quasi un anno fa anche da questo mensile proponemmo qualcosa di simile, coi due articoli “Il voto condizionato” e “Diritto e dovere di votare”.

Una delle risposte critiche più intelligenti al pezzo di Gramellini è giunta da Luca Sofri, sul suo blog Wittgenstein. Sofri sostiene che la causa principale dell’attuale situazione drammatica stia nell’ignoranza delle persone.

“Ignoranza, cattiva informazione, assuefazione a valori e modelli mediocri: sono limiti presenti in molte civiltà, culture ed epoche, e che le classi dirigenti, intelllettuali, istruite, privilegiate hanno in misura diversa sentito la responsabilità e l’importanza di combattere e superare”, argomenta Sofri. Ed è dunque colpa di tali classi dirigenti, che “si sono date latitanti“, se ora abbiamo la Peggiocrazia citata da Zingales e ripresa da Gramellini. La colpa, insomma, sarebbe dei maestri, non degli allievi.

L’argomentazione di Luca Sofri è debole sotto alcuni aspetti.

In primo luogo, gli allievi non hanno il privilegio di scegliersi i maestri, meno che mai con una votazione. Ve lo immaginate che professore verrebbe eletto se votassero gli studenti? Quello brillante ma severo, giusto e inflessibile oppure quello che chiude un occhio sui ritardi, sulle impreparazioni, su chi copia, su chi fa il furbo?

E infatti la nostra classe politica somiglia proprio a quei maestri permissivi e lassisti, che ci fanno sentire bravi comunque e che non ci mettono mai di fronte alle nostre responsabilità. Evadi il fisco? Eh…ma con le tasse così alte sei quasi nel giusto. Sei ignorante di leggi e Costituzione? Pensa noi, che decidiamo l’attività legislativa in base alla cronaca nera! Non ti interessa approfondire un minimo di conoscenza di economia, esteri, mercato del lavoro o temi etici? Sono materie noiose, troppo tecniche, non ci provate nemmeno ad ascoltare chi tenta di fare divulgazione. E via così…

In secondo luogo, anche non fossero i politici ma la “classe intellettuale” (che per fortuna non si vota) a dover contrastare la dilagante ignoranza, si consideri che anch’essa deve subire una sorta di vaglio democratico. Deve vendere. In assenza di un monopolio di Stato che imponga un certo tipo di informazione (e visto come vanno le cose, meno male), le idee complesse e istruttive, che si concretizzino in un libro, in un articolo, in un documentario o altro, avranno sempre un mercato ridotto e che probabilmente non avrebbe nemmeno un gran bisogno di essere ulteriormente istruito. Per raggiungere la massa l’unico modo è andare incontro ai suoi gusti. E allora addio istruzione e lotta all’ignoranza e benvenuto Moccia, Isola dei Famosi e compagnia saltellante.

Infine, Sofri sembra puntare la sua critica più sul fatto che l’attuale sistema a suffragio universale funzioni, nonostante tutto, che non sulle novità che un suffragio condizionato comporterebbe. Allora si consideri come l’attuale assetto sia fortemente involutivo, mentre quello proposto creerebbe al contrario una tensione virtuosa alla conoscenza, almeno da parte di chi è sinceramente interessato a votare.

In conclusione, ancora grazie Gramellini per aver avuto il coraggio di osare. Noi di Internauta non possiamo che dirci d’accordo con la proposta di condizionare il voto.

Tommaso Canetta

CALCHI NOVATI – LA GUERRA DI LIBIA COME EPITAFFIO

Con il suo famoso affresco sul Novecento, lo storico inglese Eric Hobsbawm  ha reso popolare la nozione di “secolo breve”. Il XX secolo sarebbe durato meno dei cento anni canonici. Interpretato come un secolo connotato essenzialmente dalla lotta fra la piena realizzazione del capitalismo e l’opposizione di marca marxista-operaista, il Novecento nella misurazione di Hobsbawm è compreso fra l’inizio e la fine della “rivoluzione” per eccellenza. La data di partenza diventa il 1917, l’Ottobre russo, e la data conclusiva è il 1990 o giù di lì con la sequenza fatale che vide Tienanmen, il collasso del “socialismo reale” nell’Europa dell’Est e la lenta discesa della bandiera rossa dalla torre più alta del Cremlino.

Ponendosi in un’altra prospettiva, si può argomentare che, accanto al secolo breve, nel Novecento si è dipanato anche un secolo “lungo” protrattosi oltre la soglia del 2000. Se il secolo breve si è svolto all’insegna della classe, il secolo lungo ha avuto come termine di riferimento quel “genere” confuso e un po’ ambiguo che una volta si declinava senza pudore come “razza” e che proprio nel Novecento si cominciò a chiamare “colore”. William Burghardt Du Bois, uno dei padri del panafricanismo, che partecipò da comprimario al primo Congresso panafricano indetto a Londra da Sylvester Williams proprio nel 1900, profetizzò che il Novecento sarebbe stato dominato dalla “linea del colore”. Per “colore”, ovviamente, l’afro-americano Du Bois intendeva nero o negro ma in ultima analisi “colore” era una metafora per rappresentare gli uomini e le donne inferiorizzati, periferizzati e oppressi dagli istituti, dal mercato e dal pensiero unico elaborato dall’Europa all’ombra del colonialismo trionfante nei continenti extra-europei. Il Novecento è stato un’ordalia di emancipazione più ancora che di indipendenza o sovranità per i popoli “di colore” che sottraendosi alla potestà delle nazioni occidentali sarebbero andati a costituire, verso la metà del secolo, il Terzo mondo, riorganizzatosi sotto un’altra specie nel Sud (o Secondo mondo nello schema di  Parag Khanna) contrapposto al Nord una volta scomparso il campo socialista.

Il secolo lungo è stato testimone di tante speranze, tante vittorie e tante sconfitte. Probabilmente il Terzo mondo è finito da un pezzo o è finito molte volte nel logorio di episodi piccoli o grandi sparsi qua e là nel Novecento. Ma adesso si ha l’impressione di essere arrivati all’epilogo di un’intera storia. Le responsabilità dell’involuzione che l’ha chiuso vanno divise, con molti intrecci in andare e venire, fra la pochezza dei gruppi dirigenti che hanno promosso la decolonizzazione, la difficoltà incontrata dai ceti sociali dei paesi afro-asiatici nello stabilire i loro rispettivi diritti e i poteri pressoché illimitati su cui possono contare i detentori dei capitali, della tecnologia e della disponibilità della forza lavoro su scala mondiale. Ogni data destinata a “fare” la storia è convenzionale. Ma ci sono buoni motivi per pensare che questo 2011 abbia marcato la fine suprema del Novecento che doveva celebrare il riscatto delle vittime dell’espansione dell’Europa con i suoi apparati di controllo militare, politico, finanziario e culturale nelle “aree esterne” al di là dei mari e degli oceani. L’apoteosi dell’ideologia e della prassi liberal-democratica seguita al fallimento, brusco o vigilato, del socialismo in Russia e in Cina equivale all’affermazione di un sistema – denominato globalizzazione o Nuovo ordine mondiale – che esporta ovunque, in un crescendo di violenza, l’unilateralismo eurocentrico, l’esatto contrario dello spirito alla base della decolonizzazione, sacrificando la libertà a un modello di sicurezza e organizzazione sociale a misura dei privilegi non negoziabili del Centro con le propaggini fra le élites al potere nella stessa Periferia beffando le speranze e i diritti dei popoli.

Per il significato che ha avuto o le si è voluto attribuire e soprattutto per le modalità in cui è avvenuta, la cancellazione della Libia di Gheddafi con una guerra architettata da Francia e Gran Bretagna, non per caso i protagonisti principali del colonialismo ottocentesco a cui il secolo lungo doveva porre rimedio, contiene in sé tutti gli ingredienti che hanno congiurato in negativo per annullare la mai perdonata audacia di Bandung. Naturalmente, la Conferenza afro-asiatica in terra indonesiana del 1955 viene assunta qui come epitome e simbolo di un’evoluzione ben più complessa. Perché la Libia e Muammar Gheddafi? Già al momento dell’indipendenza dopo la sconfitta dell’Italia, la pseudo-decolonizzazione della Libia antepose la geopolitica a ogni ipotesi di autodeterminazione. Per questo fu scelto Idris a reggerne le sorti: il capo della Senussia, un personaggio dotato di sapere e dignità, aveva diretto la resistenza all’occupazione italiana ma la sua leadership aveva perduto ogni appeal non solo perché il suo titolo di “emiro di Cirenaica” lo relegava in un ambito regionale ma perché il lungo esilio in Egitto lo aveva ridotto a puro strumento della strategia inglese. Posta al centro del Mediterraneo, la Libia doveva presidiare un perimetro con alcune delle più importanti vie d’acqua del mondo, le ricchezze petrolifere del Medio Oriente (quelle della Libia erano ancora di là da venire) e lo Stato di Israele. Il colpo di Stato degli “ufficiali liberi” capeggiati dal futuro “colonnello” aveva l’ambizione di essere una rivoluzione contro il colonialismo e l’imperialismo. Nel percorso, pur tormentato e contraddittorio, che doveva realizzare il programma che l’ispirava, esso aprì un vulnus che si è tentato in molte occasioni di sanare anche con mezzi estremi.

La Libia con la svolta del 1969, dieci anni dopo l’arrivo dei barbudos all’Avana, doveva risultare un’insidia maggiore della stessa Cuba, non foss’altro per l’idiosincrasia di Gheddafi e della sua Jamahiriya per gli schieramenti e le ipoteche della guerra fredda. Nel vertice dei non allineati ad Algeri nel 1973 il Colonnello polemizzò quasi in diretta con Fidel Castro difendendo l’equidistanza contro la teoria dell’alleanza naturale del Terzo mondo con l’Urss. In compenso, Gheddafi non rinunciò a nessuno degli strumenti abituali delle grandi potenze arrogandosi la facoltà di competere con esse nell’uso della violenza nella politica internazionale. La Libia scontò duramente questa trasgressione: il suo spazio aereo e marittimo fu contestato e violato in tante scaramucce e battaglie navali fino al raid lanciato da Reagan con i bombardieri nel 1986 per vendicare un attentato in Germania di cui fu dichiarato colpevole Gheddafi ma in realtà per farla finita una volta per tutte con il “cane pazzo di Tripoli”. La Libia non usufruì di soccorsi prima o dopo. Fu la rivelazione dell’isolamento e quindi della vulnerabilità della Libia ma anche della sostanziale rinuncia dell’Urss alle posizioni che aveva creato nel Mediterraneo. Mosca si limitò ad aiutare la Libia aumentando le forniture di armi presto obsolete: la dipendenza dai sovietici per il suo armamento era la sola eccezione che Gheddafi ammetteva rispetto alla “terzietà” scolpita anche nel Libro verde. L’Onu si trincerò nel mutismo salvo decretare tutte le sanzioni possibili dal 1992 in poi per punire gli “illeciti” commessi dalla stessa Libia così da rendere evidente a tutti che, malgrado le pretese del leader libico, la gestione della diplomazia internazionale a quei livelli resta più che mai a senso unico.

L’Onu ha tradito per ignavia o realismo la sua missione da tempo immemorabile. L’utopia di Dag Hammarskjöld, all’alba della decolonizzazione, di promuovere il Palazzo di Vetro a santuario della giustizia in contrasto con l’anarchia imperante nel sistema mondiale inquinato dalla confrontazione Est-Ovest durò il classico spazio di un mattino fino ai due sacrifici a poca distanza di tempo di Lumumba e dello stesso segretario generale delle Nazioni Unite. L’impotenza della massima organizzazione internazionale – punto d’arrivo di un processo di normazione internazionale iniziato agli albori del Novecento (basta scorrere i nomi dei primi insigniti del premio Nobel per la pace) – non fu alleviata neppure dalla fine della guerra fredda. L’impunità concessa all’invasione anglo-americana dell’Iraq nel 2003 ha fatto capire anche agli ultimi illusi che non si sarebbe più ripresa. A confronto di queste e altre violazioni del diritto, il caso libico è un pulviscolo perché il dossier a carico di Gheddafi è comunque pesante. Ma la messinscena di quest’ultima guerra per procura affidata alla Nato per “proteggere i civili” e culminata, dopo cinque mesi di bombardamenti, nella marcia vittoriosa fino a Tripoli dei “ribelli” sostenuti dagli elicotteri da battaglia francesi e inglesi e assistiti dagli 007 di tutte le potenze del pianeta ha superato davvero ogni precedente. Per questo, la data si merita una caratura storica. Almeno pari, all’inverso visti gli esiti, al 1956 di Suez, non per niente elevato, appena un anno dopo la già citata Conferenza di Bandung, a evento primigenio del Terzo mondo e del terzomondismo.

Nessuno nel 1956 avrebbe scambiato per “liberatori” le truppe anglo-francesi che dopo la nazionalizzazione del Canale di Suez attaccarono l’Egitto con la complicità di Israele. Naturalmente i tempi erano diversi e Gheddafi, che ha insistito fin troppo sul suo ruolo di “erede di Nasser”, non ha mai eguagliato il prestigio e il carisma del Rais del Cairo. Del resto, mentre Nasser al momento dell’aggressione stava percorrendo la sua fase ascendente e impersonava l’idea di una “liberazione” ancora innocente, Gheddafi era entrato in un tramonto senza gloria oscurato dai troppi abusi e da una retorica via via sempre più opaca. Gheddafi non era riuscito a tradurre in pratica nessuno dei suoi progetti di liberazione. Anche il suo anticolonialismo, per quanto sincero possa essere stato, si è spuntato in un faccia-a-faccia sterile con l’Italia, magari necessario per ristabilire l’onore della Libia sottraendo il paese che aveva in mente al ricordo di un colonialismo particolarmente odioso e funesto, ma ha finito per rinchiuderlo in un gioco a somma zero per le contropartite che gli venivano richieste dall’altra parte. Scoppiata la rivolta, i libici avevano davanti a sé o Gheddafi o i bombardamenti della Nato. Fra gli inganni della “democrazia delle masse” e le belle parole intonate alla libertà hanno scelto l’Occidente anche se realisticamente con pochissime possibilità di sfuggire a un altro giro di una stessa ruota. E questo è il marchio più esplicito della disfatta che dalla Libia si estende a tutto l’ex-Terzo mondo.

In Libia, come in gran parte del Terzo mondo, la creazione dello Stato e della nazione ha faticato più del previsto degenerando nell’arbitrio di un uomo o di un clan, senza progresso e senza libertà. Si può capire la diffidenza verso principi che l’Occidente brandisce come un’arma impropria per colpire selettivamente gli avversari dipinti come “mostri”, ma è ironico che un’ideologia come il nazionalismo – arabo o africano – che tanto deve al retaggio occidentale, benché trasmesso e appreso nelle condizioni peggiori durante il colonialismo, si sia dimostrata così impervia proprio nei confronti dei valori meno dubbi di quell’esperienza. Dopo tutto, nessuna conquista è definitiva se non viene garantita la legalità. È un po’ triste constatare che a difendere la “rivoluzione” ci sono solo coloro che ne hanno abusato indebitamente, non coloro che in teoria dovevano beneficiarne come destinatari naturali. Già Nasser, quando senza saperlo era molto vicino alla fine della sua vita, sentì il dovere di riconoscere con amarezza che della rivoluzione si era impossessata una borghesia avida e antipopolare.

I dirigenti del Terzo mondo hanno ingannato a lungo i loro popoli come se quel misto di meriti acquisiti (l’indipendenza dal colonialismo) e di promesse (lo sviluppo e l’eguaglianza) fosse il massimo a cui potevano aspirare. Kwame Nkrumah, uno degli eroi dell’indipendenza dell’Africa, diceva parafrasando il Vangelo: “Cercate il regno politico e tutto il resto vi sarà dato in più”. Il “resto” non si è mai materializzato e quel modello al ribasso si è esaurito in se stesso. Anche per questo l’Occidente ha ripristinato la sua egemonia ed è in grado di sfruttare cinicamente una credibilità a livello mondiale che permette agli Stati Uniti o alla Francia di diffondere ovunque la guerra senza quasi obiezioni. Per la prima volta forse nella storia la Germania è stata deprecata per non avere fatto una guerra. Davanti al bunker di Gheddafi distrutto c’è poco da festeggiare. Già si intravedono gli avvoltoi, consapevoli che sotto le macerie ci sono tante risorse per soddisfare i loro appetiti. Anche le “primavere arabe” che non sono passate per una tragedia paragonabile a quella della Libia ne escono ridimensionate. L’Occidente ha battuto un colpo infierendo contro l’anello più ambito (e più debole) affinché fosse chiaro a chi spetta l’ultima parola nella transizione quando i regimi arabi che esso ha alimentato per tanti anni arrivano alla crisi terminale. Anche se a suo tempo l’Urss ha contribuito a coltivare gli equivoci chiamando “socialisti” o “democrazie nazionali” i regimi del Terzo mondo che applicavano una forma dirigistica e autocratica di capitalismo dipendente, si fa sentire la mancanza di un’alternativa e di un contrappeso adeguato. E qui il secolo breve e il secolo lungo tornano a coincidere. La rivoluzione in Russia e Cina e la decolonizzazione – i tre fattori di rottura del secolo breve secondo Hobsbawm – non hanno cambiato i rapporti di forza. La stessa Unione Sovietica non aveva raggiunto uno status paritario perché tacciata di essere una potenza “anti-sistema” ma ciò non impediva alla deterrenza di funzionare. Il bipolarismo non è sfociato in un multipolarismo più o meno equo bensì nell’assolutezza di un unilateralismo dogmatico ed esigente. Con la guerra di Libia, al massimo Sarkozy può vantarsi di aver segnato un punto a favore nella competizione fra Europa e Stati Uniti nel Mediterraneo. Nessuno più pensa che questa rivalità intercapitalista possa costituire un ausilio quantunque indiretto al senso ultimo che doveva avere il secolo lungo.

L’allegoria maoista della “tigre di carta” è aleggiata pericolosamente in questo passaggio cruciale a danno del Sud globale guidato dalla Cina. La prova migliore della debolezza degli Stati e dei governi che si oppongono al Neo-Impero è la loro riluttanza a sfidare apertamente gli Stati Uniti. Non è solo una questione di forza militare. L’astensione al Consiglio di sicurezza sulla risoluzione che ha “coperto” l’attacco a Gheddafi tradisce un’insicurezza di “civiltà” che è il perfetto controcanto della narrativa con cui l’Occidente si autocelebra come unico depositario della democrazia, della razionalità e della modernità. 

Gian Paolo Calchi Novati

LA CRESCITA E’ DAVVERO URGENTE (E POSSIBILE)?

Il presidente Napolitano esorta insistentemente a promuovere la crescita definendola un’esigenza nazionale “stringente e drammatica” nell’attuale situazione. Difficile obiettare, dal momento che la grande maggioranza degli economisti e, al seguito, anche dei politici premono nello stesso senso. Non manca tuttavia, anche tra gli addetti ai lavori, chi nega che la crescita sia necessaria, possibile ed auspicabile per uscire dalla crisi. E’ il caso dell’attuale presidente tedesco della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, Thomas Mirow, un socialdemocratico già collaboratore di Willy Brandt e Gerhard Schroeder e sottosegretario alle Finanze a Berlino. L’autorevole personaggio ha esposto il suo pensiero in una recente intervista al settimanale “Die Zeit” di cui riportiamo qui un’ampia parte (me. sq.).

Non vi sono molti Stati di rilevante peso economico che abbiano spazio per una politica fiscale espansiva. Di sicuro non la Germania, che ha un indebitamento superiore all’80%. Ci siamo posti un tetto al debito che considero estremamente importante. E’ vero che noi ed altri paesi stabili lo paghiamo con interessi modesti, ma nessuno sa quanto stabile sia il livello dei relativi tassi. E anche se resta basso, cresce la spesa per gli interessi che grava sul bilancio.

Non dobbiamo concentrarci troppo sulle misure a breve termine bensì affrontare i problemi strutturali, quali ad esempio le infrastrutture spesso inadeguate o la scarsità di investimenti per l’istruzione.

Quanto alle manovre per tagliare le spese, non credo che vadano abbastanza lontano. La maggioranza degli Stati dovranno prima o poi rendersi conto che abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi. Oggi assistiamo ad un fondamentale spostamento del benessere nel mondo. Non credo che nel medio periodo il tasso di crescita pro capite nei paesi industrializzati possa superare l’1,5%. Già per raggiungere questo livello dovremmo compiere ulteriori sforzi, ad esempio completando l’integrazione del mercato interno europeo.

Sarà inoltre necessario convincere la gente che si può vivere bene anche con tassi di crescita più modesti e più realistici. Dovremmo impostare su questa scorta i nostri sistemi di sicurezza sociale e i nostri bilanci pubblici anziché sperare in una crescita che probabilmente non arriverà mai. Una crescita artificiale, in quanto finanziata con debiti, non servirà a salvarci.

Il mio non è scetticismo ma realismo. Non vedo da dove potrebbe provenire un forte aumento della domanda di consumi in una società che ha già tanto. Dato l’alto indebitamento anche gli investimenti pubblici potrebbero contribuire alla crescita solo in misura limitata. Infine, non possiamo permetterci di crescere a spese dell’ambiente. Tutto ciò impone dei freni.

Il problema che dovremmo affrontare è chi pagherà i conti. Gli oneri devono essere ripartiti equamente. In molti paesi i sacrifici vengono imposti proprio a coloro che del boom non hanno beneficiato molto. Dobbiamo perciò pensare a come risparmiare determinate categorie ed esigere di più da altre.

L’economia finanziaria costituisce una fonte importante di creazione di ricchezza, perché allora non dovremmo tassarla adeguatamente? In linea generale, in molti paesi si è cercato di combinare elevate richieste di prestazioni statali con la riduzione di tasse e spese, due cose che non possono stare insieme.

In molti Stati le tasse devono aumentare. Non credo, ad esempio, che i problemi degli Stati Uniti di possano risolvere agendo solo sul lato spese. Quanto alla Germania, non riesco a vedervi lo spazio per apprezzabili riduzioni di tasse. Anche quest’anno i bilanci pubblici rimarranno sensibilmente in deficit, benché l’economia sia cresciuta in modo straordinariamente forte per il secondo anno consecutivo. In una situazione così favorevole si dovrebbe puntare piuttosto ad un saldo attivo del bilancio.

Di fronte alle richieste da parte dei mercati di nuove misure di salvataggio o di emissione di titoli comunitari non dobbiamo lasciarci mettere con le spalle al muro. Credo si possa confidare che Stati come la Spagna e l’Italia sappiano risolvere i loro problemi. Ritengo che un forte aumento del Fondo di salvataggio richiesto da alcune parti sia difficilmente sostenibile sul piano politico. Anche gli Eurobond possono essere di aiuto soltanto a lungo termine, perché un indebitamento comune presuppone un previo rafforzamento dell’integrazione della politica economica e finanziaria.

Può darsi che il nostro governo federale sia troppo esitante a questo riguardo. Però se alla fine il popolo tedesco non seguisse questo o un altro governo sulla via verso una maggiore solidarietà europea ne deriverebbero conseguenze fatali per la Germania e per l’intera Europa. Abbiamo perciò bisogno di un lavoro di persuasione, che è sempre penoso.

F.S.

GIOVANI: CON LA BCE, NON COI SINDACATI

Se essere di sinistra da sempre significa stare dalla parte dei deboli, chi oggi voglia dirsi tale non può che stare dalla parte dei giovani. Un tasso di disoccupazione più che triplo rispetto alla media della popolazione, prospettive scarse per il futuro, situazioni paradossali in cui chi è più qualificato meno facilmente trova lavoro rendono le persone con meno di 30 anni il quarto stato di oggi. E dunque, che fare?

In Italia la situazione è come sempre ingarbugliata. I ragazzi che scendono in strada “Indignati”, marciano al fianco di No Tav, antagonisti assortiti, partiti di estrema “sinistra” e sindacati di varia natura. Come se le pecore andassero a manifestare contro la macellazione al fianco degli amanti della costoletta.

Seguire chi bercia nel megafono che si devono difendere le pensioni da qualsiasi riforma, proteggere gli impiegati pubblici da un qualsiasi vaglio di merito, preservare la legislazione sui rapporti di lavoro da qualsiasi innovazione e, allo stesso tempo, dare spazio ai giovani, nella migliore delle ipotesi è ingenuità. Ma come faccio, io azienda, ad assumere 30 giovani qualificati senza mandare a spasso i 30 peggiori dipendenti anziani? Che poi nessuno chiede che vengano gettati dal Monte Taigeto, sarebbe sufficiente licenziarli dandogli un onesto preavviso e un’onesta liquidazione. Basta dire una cosa del genere perchè si invochi il fascismo di Stato. Ma allora per cosa si manifesta? Per la pietra filosofale?

Se i giovani vogliono trovare spazio e avere prospettive non è la linea della Cgil, ma quella della Banca Centrale Europea che dovrebbero sostenere. Basta coi veti delle corporazioni (ordini professionali, sindacati, mestieri e compagnia danzante) e si permetta all’aria fresca di circolare. Non si può continuare a tenere compressa sotto un tappo la potenzialità delle nuove generazioni, perchè altrimenti le vecchie vedrebbero compromessi i loro privilegi. Ci spiace, ma non fare un cazzo e avere un tenore di vita medio non devono essere due cose compatibili.

Allora anche i ragazzi la smettano di inseguire i pifferai magici di turno che promettono l’impossibile. E’ arrivato il momento di scegliere se continuare a ipertutelare i vecchi o aprire ai giovani: millantare di voler fare ambo le cose è solo una scusa per non cambiare nulla. I ragazzi abbiano l’intelligenza di stare dalla parte di chi li potrebbe favorire.

Specialmente nel pubblico impiego, nelle professioni, nell’accademia è necessaria una rivoluzione più che una riforma. Servono soldi, vanno trovati subito (quindi va bene la lotta all’evasione fiscale, ma non può essere una voce del bilancio dell’anno prossimo) e in modo credibile (quindi va bene tagliare i costi della politica, va bene ridurre le spese militari, ma ricordiamoci che “la ciccia” sta altrove). Stare dalla parte di chi, di fatto, difende l’esistente e impedisce ogni razionalizzazione delle risorse è puro suicidio. Se poi scendere in piazza per dire che “siamo incazzati” è legittimo e forse anche utile, allora si usi più attenzione nello scegliersi i compagni di strada.

Tommaso Canetta

IL PARTITO DEGLI IMPRENDITORI? CI È BASTATO BERLUSCONI

Ci vorranno cento anni per smaltire i veleni e i danni iniettati nel Paese dal berlusconismo. Ecco perché diciamo di no ai segnali lanciati da alcuni imprenditori che bramano di scendere nell’arena politica. Gli imprenditori, che devono anche farsi perdonare di avere sostenuto così a lungo, così acriticamente, così ciecamente, così appassionatamente, così collusivamente, Berlusconi, pensino invece a rifondare un’economia seria, pulita, produttiva..

Quando lanciammo un sondaggio tra i nostri lettori, chiedendo quanto tempo sarebbero durati i veleni ed i danni iniettati nel Paese dal berlusconismo, la maggioranza rispose: dieci anni. Ora il vescovo di Mazara del Vallo – dichiarazione che pubblichiamo a parte – parla di quaranta anni. Chi scrive pensa che l’unità di misura corretta sia quella del secolo. Anche se la forbice dell’indicazione quantitativa può essere molto ampia, esistono ormai pochi dubbi, nella maggioranza dei cittadini, compresi molti dei suoi servi più fedeli, che i danni causati al Paese dall’imprenditore Berlusconi sono altissimi, e che il peso della c.d. tassa Berlusconi è più elevato di qualsiasi possibile imposta patrimoniale si sia mai vista sulla faccia della terra.
Una parte di questa gigantesca imposta è riconducibile al genio, in un certo senso, unico di Berlusconi. Ma un’altra parte, non piccola, è direttamente legata proprio al suo essere imprenditore, ed è su questo aspetto che vogliamo riflettere.

Se ci sforziamo di ricordare la figura di qualche imprenditore che abbia svolto, con successo duraturo, una importante funzione di guida politica, ben pochi o nessuno ci viene alla mente nella storia moderna di tutti i paesi. Certo non furono gli imprenditori a guidare la ricostruzione europea dopo la seconda guerra mondiale, i cui artefici si chiamavano Churchill, Adenauer, Schuman, De Gasperi. Né furono gli imprenditori a guidare la ricostruzione degli USA dopo la grande crisi degli anni Trenta, quando la leadership fu assunta da Roosevelt. Né furono gli imprenditori a guidare il processo di unificazione italiana i cui alfieri si chiamavano Cavour, Garibaldi, Mazzini. Né furono gli imprenditori a svolgere una funzione guida nel processo di unificazione europea, al quale, anzi, molti di loro si opposero a lungo.

Ogni tanto troviamo qualche imprenditore che assunse la responsabilità di ministro. Alcuni svolsero, in questa veste, un’azione politica rilevante. Tra tutti, in primo luogo, Walther Rathenau (1867-1922), imprenditore, dirigente industriale (era figlio di Emil il fondatore della AEG) ma anche statista, filosofo sociale, scrittore, pioniere degli studi sulla responsabilità sociale d’impresa, ministro della Ricostruzione nel 1921 e poi ministro degli Esteri dal gennaio 1922 sino a quando fu assassinato da appartenenti alle formazioni giovanili di destra. Un personaggio poliedrico, colto, eminente. Eccellente ministro delle Finanze fu, nel 1925, l’imprenditore e finanziere Giuseppe Volpi, nominato dal fascismo Conte di Misurata (per i meriti acquisiti come governatore della Tripolitania), la cui politica del debito pubblico e delle riforme fiscali andrebbe, ancora oggi, studiata a fondo. Ma molto più numerose sono le figure di imprenditori o alti dirigenti d’impresa che, come ministri, fecero molto male. Come McNamara, grande ed ottimo dirigente industriale, che fu un pessimo ministro della Difesa di Kennedy, come Hank Paulson, grande dirigente bancario, uno degli uomini più ricchi d’America e catastrofico ministro del Tesoro del presidente Bush; come il nostro Lunardi, disastroso ministro dei Lavori pubblici di Berlusconi, il teorico della convivenza con la mafia.

Perché dunque è così difficile che un, pur bravo, imprenditore sia anche un buon politico? Lo spiegarono, con formula assai concisa, i veneziani nel 1534, quando, riferendosi ad Alvise Gritti, dissero criticamente: “Ille vult esse dominus et simul vult esse mercator; esse autem dominus et mercator impossible est”. Il tema è stato analizzato da Ludwig von Mises nel 1922 nel suo libro “Socialismo”, uno dei libri fondamentali del ‘900, che ha spiegato, con un anticipo di 70 anni, perché le economie centralizzate non potevano funzionare: “L’intero scopo dell’imprenditore è di adattarsi alle contingenze economiche del momento. Il suo scopo non è di combattere il socialismo, ma di adattarsi alle condizioni create da una politica che tende alla socializzazione. Non ci si deve attendere che gli imprenditori o qualsiasi altro gruppo nella società debbano, al di là del proprio interesse, fare dei principi generali di benessere la massima della loro propria azione. Le necessità della vita li spingono a trarre il massimo da ogni circostanza data. Non è affare degli imprenditori dirigere la lotta politica contro il socialismo; tutto quel che li riguarda è adattarsi nei confronti della socializzazione, in modo da trarre il massimo profitto possibile nelle condizioni in cui si trovano”.

Lo ha sostenuto, sin dal 1954, Peter Drucker, il massimo cantore dell’impresa e della responsabilità imprenditoriale:

“Solo a questo punto si può affrontare il problema delle responsabilità che la classe dirigente industriale dovrebbe assumersi, essendo uno dei gruppi-guida della società moderna, responsabilità che trascendono quelle di natura puramente aziendale. Non passa giorno, senza che un portavoce dell’industria non affermi l’esistenza di una qualche responsabilità nuova di questo genere. Si è sentito dire che l’industria, e per essa i suoi dirigenti, dovrebbero essere responsabili della sopravvivenza degli studi classici nelle università, della istruzione economica dei lavoratori, della tolleranza religiosa, della libertà di stampa, del rafforzamento o della abolizione delle Nazioni Unite, e della “cultura” nel senso più ampio e della protezione delle varie arti.

Non c’è alcun dubbio che l’essere un gruppo guida comporti delle gravi responsabilità e che nulla è più distruttivo che l’evitare tale responsabilità. Del pari, però, nulla è altrettanto distruttivo quanto rivendicare delle responsabilità che un gruppo non ha; nulla è più pericoloso che l’usurpare delle responsabilità. Il modo con cui la classe dirigente industriale d’oggi ha affrontato il problema, tende a commettere ambedue questi errori, a evitare, cioè, delle responsabilità reali e a usurpare delle responsabilità che non esistono e non devono esistere.

Infatti, chiunque parli di “responsabilità”, afferma implicitamente anche l’esistenza di una “autorità”. Affermare che la classe dirigente industriale ha delle responsabilità in un determinato campo, significa anche affidarle un’autorità in quel campo. C’è, forse, una qualche ragione per credere che in una libera società, una classe dirigente dovrebbe avere autorità in campo universitario, artistico, educativo o in merito alla libertà di stampa o in politica estera? Sollevare il problema significa dargli l’unica soluzione possibile: un’autorità del genere sarebbe inammissibile. Affermazioni del genere non dovrebbero essere concesse neppure alla foga oratoria dei discorsi di apertura dei “picnic” che le aziende, per antica abitudine, tengono ogni anno.

Le responsabilità pubbliche della classe dirigente industriale dovrebbero quindi essere limitate a quelle aree, in cui essa può, legittimamente, invocare autorità”.

Infine la dimostrazione definitiva dell’incompatibilità tra la mentalità, la cultura, la metodologia dell’imprenditore e quelle dell’uomo politico, ci è stata offerta proprio da Berlusconi, la cui azione (a prescindere da tutte le valutazioni di carattere morale) si è dimostrata una delle più inefficienti, inefficaci ed inconcludenti della storia italiana, proprio perché “Ille vult esse dominus et simul vult essere mercator; esse autem dominus et mercator impossibile est”.

Anche chi scrive è stato ed è da una vita un cantore dell’impresa, dello spirito imprenditoriale e della responsabilità imprenditoriale e pensa che il ruolo che lo spirito d’impresa può e deve avere per la decisiva partita in corso per salvare e ricostruire il Paese dai disastri del berlusconismo e della Lega congiunti, sia molto importante. Ma ognuno nel proprio ruolo, facendo le cose che sa fare, assolvendo bene alla sua missione.

Per questo guardo con crescente e doppia inquietudine ai segnali che vedono alcuni imprenditori bramosi di scendere nell’arena politica. Parlo di doppia inquietudine, perché il rischio che corriamo di un’azione di questo tipo è doppio. Rischiamo di avere nuovi governanti pessimi, come sono, salve rarissime eccezioni, gli imprenditori quando scendono (non si dice mai: quando salgono) in politica. Rischiamo di avere nuove forme di conflitti di interesse e di confusioni di ruolo che tolgono alla categoria imprenditoriale, nel suo insieme, quella credibilità necessaria per pesare, come corpo imprenditoriale, nel processo di disinquinamento e ricostruzione del Paese. Un ruolo molto importante spetta agli imprenditori associati nella battaglia per la rifondazione di un’economia seria, pulita, produttiva. Ma proprio per questo dobbiamo dire no al partito o ai partiti degli imprenditori. Qui abbiamo già dato e gli imprenditori devono anche farsi perdonare di avere sostenuto così a lungo, così acriticamente, così ciecamente, così appassionatamente, così collusivamente, Berlusconi. È giusto perdonarli. Ma che non “scendano”in politica, ma piuttosto “salgano” come responsabilità pubblica. Per gli imprenditori in politica abbiamo già dato. E ad occhio e croce, per un centinaio di anni dovrebbe bastare.

Marco Vitale

da www.allarmemilano-speranzamilano.it

MEGLIO NON CRESCERE

UNA VIA DI SALVEZZA I

La crescita, al punto in cui siamo, è nemica dell’uomo (esige più consumismo e più devastazione dell’ambiente) ma è anche una chimera. Non il mostro, in fondo simpatico, del mito greco (muso di leone, corpo di capra, coda di drago, fiamme dalla bocca). Bensì la chimera del dizionario Devoto-Oli: “Ipotesi assurda, sogno vano, utopia”. Milioni di voci si levano a invocarla, dai bonzi dell’economia accademica ai guru alla buona dei quotidiani gratuiti, dai bar Sport ai moniti del Colle. Ma, p.es. in Italia, nessuno dice con precisione cosa -di diverso dagli interventi pubblici che dilatano il debito e la corruzione- farà risorgere la crescita. Le liberalizzazioni, le razionalizzazioni, i tagli ai costi della politica arriveranno, forse, quando sarà troppo tardi.

Un ingigantimento dell’export, è difficile. Non ci sono solo Cina e Corea a toglierci i mercati. Aumentano le imboscate da un pulviscolo di produttori inaspettati. C’è persino un improvviso ‘miracolo’ dell’Angola, dove i portoghesi, ex-padroni coloniali, arrivano per trovare lavoro. E’ certo: spunteranno altre Angole, oggettivamente beneficate da mezzo secolo di conquiste sindacali in Occidente. Inutile dire che i proletari dei paesi poveri meritano il beneficio.

Questo o quel comparto del nostro export potrà riprendersi alquanto ma, concomitando l’arretramento di altre nostre produzioni, non saprà far avanzare l’economia intera, cioè produrre crescita. Resta il mercato nazionale. Chi sa immaginare che la domanda interna si gonfi al punto di riaprire le fabbriche di auto o di elettrodomestici, o i cantieri navali già chiusi o di imminente chiusura? Quando risorgessero le risorse per comprare p.es. autobus, chi dice che sarebbe Irisbus a ricevere commesse e non i concorrenti prestigiosi come Mercedes e Volvo, oppure quelli nuovi arrivati dall’Asia o da altrove? Certo, la politica da Roma potrebbe costringere il settore dei trasporti collettivi a preferire Irisbus; ma poi dovrebbe vedersela coll’Europa. Non stiamo pagando 3,5 miliardi per infrazioni alle quote latte? Quando potesse fare acquisti, il settore del trasporto persone comprerebbe sul mercato concorrenziale. Peggio per le navi. Più le maestranze in lotta occupano le autostrade, più confermano che i nostri cantieri non hanno commesse. Le navi sudcoreane costano meno e nulla da dire sulla loro qualità.

Un editoriale di ‘Repubblica’, massima gazzetta del consumismo chic e del denarismo progressista, ammette il 5 ottobre: “Bisogna cominciare a dire che in Occidente non riusciremo a crescere come ieri. Il nostro futuro sarà fatto di meno consumi: Non di crescita zero, purché sia un crescere diverso”. Chi ha scritto l’editoriale, Barbara Spinelli, è troppo pensatrice perché ci chiarisca se il ‘crescere diverso’ richiederà o no più Pil. Le resta il merito di avere pronosticato un futuro fatto di meno consumi, cioè di negazione di quell’edonismo che fece la fortuna di ‘Repubblica’ e ‘Espresso’, organi non solo della Bella Gente moderna e liberata, ma anche e soprattutto dei borghesi piccoli piccoli che aspirano ai consumi  e all’allure  della Bella Gente.

Torniamo alla Chimera. Perchè la crescita non sia ‘ipotesi assurda, sogno vano, utopia’ occorrerà che il possente Mercato occidentale esca dalla recessione. Che non si ingrossi l’aggressività commerciale dei paesi di nuova industrializzazione. Che infine le economie come la nostra creino produzioni originali le quali resistano abbastanza a lungo alla concorrenza dei paesi non ancora guadagnati all’edonismo e alle conquiste sindacali.

Sono le speranze che cullano gli ambienti colpiti dalla crisi. Ma essi mirano ai loro vantaggi, non al bene generale. Questo bene non si identifica più nella prosperità materiale. La riscossa dei consumi è da temere, non da desiderare (v. in questo ‘Internauta’ di ottobre il nuovo intervento di “Die Zeit”, contributo di Franco Soglian). Almeno i segmenti sociali più coltivati ripudieranno gli imperativi che hanno imperversato finora.

Dovranno accettare l’abbassamento del tenore di vita. Scoprire la sobrietà, la vita semplice, la povertà persino: anche perché sarà una povertà senza le ferocie del passato. I poveri saranno aiutati (parsimoniosamente ma coprendo le necessità) grazie all’avocazione dei redditi più alti. All’atomismo dell’agiatezza individuale -tanti mutui prima casa, tante cantinette e tanti garage quanti percettori di redditi all’antica- succederanno modi nuovi di organizzazione della sobrietà e del reciproco soccorso (v. in questo ‘Internauta’ i pezzi “Un’opzione nuova per i disoccupati definitivi”, “Guild Socialism contro le disfatte  moderne  dell’equità”, “Marx non tornerà. Però l’Impero del soldo si è ammalato”). Divamperà la ribellione liberista-consumista, ma risponderanno forme inedite di solidarietà e di disciplina delle comunità.

Ormai tutti siamo andati a scuola e abbiamo viaggiato: molti di noi abbiamo avuto le opportunità di evoluzione culturale che ci affranchino dai tabù del passato. L’accrescimento della prosperità materiale è ormai un valore negativo -come il vestito buono e la cravatta la domenica- che appiattisce verso il basso e imbruttisce la vita.

A.M.C.

CONTROCANTO A INTERNAUTA: PARLA UN MODERATO

Consapevole d’essere spesso tentato dal messianismo, peraltro come parecchi altri humans, sono andato a fare domande a un uomo di cui conosco la costante medietà: la condizione di ciò che si pone tra gli estremi, l’eccesso e il difetto. Goffredo Giovannetti, uno che diffida dei voli fantastici, è stato per molti anni direttore di “Europa Domani”, mensile di economia e finanza, un po’ anche di cultura non intellettualistica. Lombardo di padre toscano e madre veneta, conosce a fondo il meccanismo che forza i media a caricare le notizie di elementi a sensazione.

Gli chiedo quanto è reale la crisi del capitalismo occidentale. Come mi aspettavo, risponde: “Apocalisse, nessuna. C’è stata una crisi finanziaria importante, difficile, provocata dal mondo anglosassone. Dopo avere investito le banche americane prima, poi quelle britanniche, la crisi ha aggredito i debiti pubblici. Non c’è stato un crac complessivo, però hanno operato fattori che determinano psicosi. Ha agito negativamente l’oligopolio, anche questo anglosassone, delle Agenzie di rating. Detengono un potere assurdo, laddove hanno commesso errori clamorosi, tipo Lehman Brothers. Non avevano capito la bolla finanziaria. Alle Agenzie di rating fa gioco dilatare le difficoltà. Io spero che le Borse continuino a non curarsi dei Soloni del rating, come fanno da qualche giorno” (è l’11 ottobre, poco prima del nuovo monito di Jean-Claude Trichet: ‘Le cose sono peggiorate nelle ultime tre settimane’).

Per Giovannetti il panorama non è drammatico. Non è drammatica in particolare la situazione dell’Italia: “Abbiamo un deficit attorno al 3,5 per cento. Ma in Gran Bretagna è l’8%. Per me è truffaldino il meccanismo angloamericano del ‘leverage’: su una singola operazione creditizia esso carica sette, otto, dieci prodotti derivati. Comunque, a smentire gli eccessi di pessimismo c’è il fatto che le banche americane hanno già rimborsato i grossi prestiti ricevuti dal governo di Washington. Non farlo costava troppo per interessi. Le banche hanno preso varie misure, hanno fatto tagli e messo su ‘bad banks’, e le cose sono tornate alla normalità”.

Il mio interlocutore precisa di non essere un ottimista per principio o per indole: “Sto ai fatti, per semplice buon senso”. In mancanza di fatti sufficienti e concreti non si pronuncia sugli allarmi che si levano su problemi americani quali il crescere dei poveri e la perdita di competitività di grandi settori manufatturieri. Ammette che le economie avanzate non possono continuare a crescere indefinitamente. “Però non è detto nemmeno che la delocalizzazione dall’Occidente verso paesi meno avanzati debba continuare col ritmo di prima. Il nostro Nord-Est si era messo a trasferire produzioni in Romania e altrove. Erano stati istituiti due voli al giorno, Venezia-Timisoara e ritorno. Ora ci sono vari rientri, per questa o quella ragione”.

Il discorso si sposta sulle nostre crisi, per esempio le navi e gli autobus che non si vendono. Giovannetti è guardingo: “Non dimentichiamo la grande tradizione della nostra cantieristica. Non è spacciata. Per le grandi navi da crociera è stata leader mondiale. Oggi il momento non è favorevole; si vedrà. Prendiamo un altro caso particolare, le concerie. Qualche decennio fa, dalle nostre parti sembravano condannate, anche perchè molto inquinanti. Oggi il settore è abbastanza florido. Le cose cambiano. La società cambia”.

Tutto  bene allora? Non tutto bene. “Manchiamo completamente di grandi industrie di base. La finanza ha quasi distrutto la nostra chimica, responsabilità anche della Fiat. Tuttavia, come dicevo, non possiamo pensare a una crescita che non si ferma più. E dovremo creare cose completamente nuove, tentando di imitare Steve Jobs”.

Quanto alle cose da fare per le fabbriche senza mercato, Giovannetti non ha dubbi: quando i dati sono sicuri vanno chiuse, garantendo ai lavoratori meno giovani lo scivolo verso la pensione. Assicurare 1200 euro al posto di una paga di 1500 non è detto debba costare alla collettività più che sussidiare le fabbriche perché producano perdite. Il guaio è che milioni di persone, specialmente ma non solo nel Sud, si sono abituate a vivere nel largo dei sussidi pubblici. E’ una fortuna che l’euro ci vieti di largheggiare ulteriormente. Però il buon senso ci vieta anche di vedere tutto nero”.

Su  questi consigli di prudenza noi messianici rifletteremo: ce lo impone la logica, anche se sono tante le voci che proibiscono l’ottimismo della speranza. In ogni caso non rinunciamo a sperare di liberarci un giorno da un ipercapitalismo consumista le cui magagne crescono. Se volete, il nostro è messianismo, attesa di cose radicalmente nuove, visto che le vecchie si decompongono.

A.M.C.

MARX NON TORNERA’

UNA VIA DI SALVEZZA III

Richiami e invocazioni al Rivoluzionario di Treviri si fanno frequenti, e non è un buon segno: vuol dire che mancano idee nuove. Tuttavia questi richiami attestano che il vento sta cambiando; che il liberismo è parecchio meno perenne del bronzo; che forse non moriremo servi della gleba  mercatista/consumista. I nostalgici non si illudano che un imperatore Giuliano l’Apostata faccia risorgere il credo marxista, fatto di idoli e di falsi dei. Non si illudano nemmeno i tomisti del liberal-capitalismo.

Nel numero scorso di ‘Internauta’ (settembre) l’articolo “Se i ricchi non sborsano tornerà la lotta di classe” di Franco Soglian ha segnalato in dettaglio l’incisivo intervento su ‘Die Zeit’ di Uwe Jean Heuser, un liberale che sottolinea la sua estraneità al campo sinistrista: “Tenere duro su alti salari e più welfare porterebbe presto alla disoccupazione di massa”. Orbene Heuser avverte che “si riaccende la lotta di classe” e che i ricchi e i benestanti dovranno pagare parecchie più tasse. Heuser è categorico: i governi salvano le banche per difendere i patrimoni privati, ma “l’Occidente non può uscire dalla crisi mantenendo inalterato il sistema col quale è precipitato. Mai i paesi ricchi erano stati malmessi come oggi (…) Quando i conservatori cominciano a dubitare, qualcosa sta per accadere. Quando i ricchi raddoppiano i loro redditi, anche la democrazia è in pericolo. La sinistra ha dunque ragione?  No, o meglio solo in parte.”

Per Heuser “una grande ondata redistributiva investirà l’Occidente”. Tassare sensibilmente di più in alto sarà la via obbligata. Estremamente significativa la precisazione: “La sinistra ha solo qualche ragione. Per tassare i ricchi non abbiamo bisogno delle sinistre”.  (Se ci fosse tale bisogno, aggiungo io, i ricchi dormirebbero sonni tranquilli. Oggi le sinistre non realizzano più alcunché di importante. Quanti  prendono sul serio chi non è credibile?).

Forse sessantasei anni di trionfi del danarismo volgono alla fine. In particolare è il momento di chiudere un ventennio di festeggiamenti per la morte del comunismo come potere e come idea. Il comunismo è certamente defunto, ma qualcosa di meno feroce prenderà il suo posto come antagonista dell’egemonia dei soldi. Troppi tonfi borsistici, troppi downgrades, troppi dubbi sull’euro, sull’Europa, su un sistema che si credeva vittorioso per sempre, sulla crescita. Nell’immediato è la non-crescita a suscitare sgomento tra i conservatori, misto a una rabbiosa volontà di reagire. Si vedrà quanto fortunata.

Qualche rianimazione della crescita è possibile ma non sarà né generale né impetuosa sulla distanza. Ormai l’imperativo epocale è la decrescita. Il mondo occidentale si è sviluppato troppo; è ora di avviare lo sviluppo negativo. Due-tre generazioni fa il nostro Stivale era soprattutto abitato da poveri e da gentarella, ora pullula di Suv, barche e futili centri benessere. La retribuzione più alta era qualche decina di volte la più bassa, oggi è qualche centinaia di volte. Tutto ciò è pessimo:  si fermi ed arretri. Non tanto perché lo sviluppo ha devastato il pianeta. Il lago Aral, quarto al mondo, vasto come Piemonte Liguria Lombardia Trentino-Alto Adige insieme, è sparito all’85%: ucciso dall’uomo, soprattutto per produrre cotone ed altro, cioè per dare pane e benessere. Ma le nuove forze dell’economia globale non consentiranno più la perpetuazione del benessere occidentale.

Gli economisti, i politici, gli imprenditori, i sindacalisti del capitalismo ululano alla Luna la loro fame di crescita. Invece col tempo avremo una decrescita che giocoforza abbasserà l’occupazione e il benessere. Le difese del liberismo saranno soverchiate. Si imporrà un nuovo comunitarismo che garantisca il minimo vitale a tutti. Non sarà un collettivismo marxista e non sarà gestito dalle sinistre che conosciamo. Queste ultime, miniaturizzate, svolgeranno ruoli di nicchia.

Nascerà un settore di aggregazioni cooperative funzionali alla cogestione tra capitale e lavoro, lavoro ispirato anche a ideali solidali, antiedonistici, anticonsumistici. Sarà il socialismo egualitario dei kibbuz e dei monaci che prosciugavano le paludi (v. in questo numero “Guild Socialism contro le disfatte moderne dell’equità”).

Le sfere di libertà non potranno non ridursi. La disciplina dovrà prevalere sui diritti. Una comunità generale dalla forza indiscussa dovrà poter espropriare i redditi alti a favore dei senza reddito; e poter fissare, anche con le leggi suntuarie, regole che riducano i divari delle condizioni e i consumi. Sarà populismo? pauperismo? moralismo? Sì, anche.

A quel punto è evidente che il suffragio universale, il parlamentarismo, le Costituzioni liberali non reggeranno alle sfide. L’accoppiata capitalismo-democrazia elettorale ha allargato i divari invece di livellarli, da noi e più ancora negli USA, Eden della demoplutocrazia. Ma a questo paradosso generale si sono aggiunti in Italia paradossi particolari. Per esempio è lunare che lo Stivale, politicamente strutturato da una Costituzione osannata a vanvera, sia incapacitato a licenziare un governante che si è fatto sultano al tempo stesso dispotico e impotente a governare. Ci sarebbero le condizioni perché un Ataturk energico e noncurante della Costituzione deponesse agevolmente il sultano uscito di testa. L”esperienza di due o tre repubbliche insegna che il processo politico demo-pluto-cleptocratico non sa guarire le sue patologie.

A.M.C.

IL GUILD SOCIALISM CONTRO LE DISFATTE MODERNE DELL’EQUITA’

UNA VIA DI SALVEZZA II

Un’ideologia anglospagnola di un secolo fa, ispirata anche a modelli antichi, per i bisogni di socialità del mondo che va sorgendo dalla decomposizione ipercapitalista

Questo è il terzo contributo di ‘Internauta’ su Ramiro de Maeztu (i precedenti sono stati, lo scorso luglio, “Un pensatore profetico”, scritto da Manuel Fraga Iribarne;  in settembre, “Proposta di Guild Socialism”). Per quanti conoscono la storia politica spagnola (e britannica) nel primo Novecento, de Maeztu è un nome significativo.  Con Pio Baroja, Ortega y Gasset, Unamuno e altri, Maeztu fu iniziatore del Regeneracionismo, il movimento di pensiero suscitato in Spagna dal disastro del 1898 (sconfitta nella guerra con gli Stati Uniti, fine dell’Impero a Cuba e nel Pacifico). Per qualcuno, Maeztu fu il più creativo tra i rigenerazionisti.

Nel quindicennio che si chiuse con la Grande Guerra de Maeztu si fece propugnatore del Guild Socialism, una formula di libero collettivismo non marxista che fu alternativa sfortunata al Fabianesimo (poi divenuto Labour). Chi scrive precisa che, se si è fatto tardo seguace del Guild Socialism, non è perché condivida l’assieme delle posizioni di Maeztu;  una parte di rilievo, sì.

Uomo animosamente di destra al punto d’essere, allo scoppio della Guerra civile, incarcerato e poco dopo fucilato dai repubblicani, Maeztu vale come assertore di socialismo proprio in quanto la sua proposta veniva da destra. Egli respingeva la tradizionale posizione conservatrice secondo cui i proletari erano classe subalterna. Al contrario fece suo l’egualitarismo delle gilde. Sia pure richiamandosi a contesti tradizionalistici, il Nostro attribuiva al lavoro un ruolo, quindi una funzione di potere, pari a quelli del capitale. Additava la centralità del mercato e, sbagliando, considerava gli Stati Uniti il massimo riferimento dell’economia moderna.

Tuttavia considerava il liberalismo fallito e morente: infatti aderì alla Dictadura spagnola di Miguel Primo de Rivera e da essa accettò la nomina ad ambasciatore in Argentina. Ma attenzione: la Dittatura, tra il 1923 e il ’30, fu amica del popolo e del partito socialista allora rispettabile, non degli ambienti da cui Primo, generale marchese e collegato all’alta società internazionale, proveniva. Il primo inizio di Welfare della storia di Spagna fu dovuto al Dittatore, non alla Repubblica, sinistrista/popolare a chiacchiere,  sorta dopo che egli spontaneamente si ritirò (morì poco dopo in un modesto albergo parigino. Quand’era dittatore faceva frequentemente a piedi, in pratica senza scorta, il percorso da casa al Ministero della Guerra).

L’importanza di Maeztu nella storia delle idee è appunto nel suo additare da destra qualcosa di socialista. Oggi la tragedia del socialismo è che il quasi niente di esso che ancora vive, viene caldeggiato da sinistra: con la certezza che sia rifiutato, o fallisca. La non credibilità, persino l’indegnità, delle sinistre sono conclamate da molti anni. La parola stessa di socialismo è  divenuta impronunciabile.

E’ senza dubbio possibile discutere sui contenuti di radicale riforma presenti nel Guild Socialism. Però dove furono le vere trasformazioni nel ‘socialismo’ di Craxi, di Felipe Gonzales e di Rodriguez Zapatero, del Labour, delle socialdemocrazie nordeuropee, tutti ‘socialismi’ che fecero onnipotenti il capitalismo e l’atlantismo?

Di fatto il Guild Socialism era il pre-corporativismo non fascista che fu sperimentato -con successo- da Primo de Rivera e dal suo giovane ministro Aunos nei primi anni del regime militare. La pace sociale fu completa, l’opinione pubblica appoggiò (salvo gli intellettuali), l’economia sostenuta dalla congiuntura prosperò, si fecero grandi opere pubbliche, i proletari ebbero non poche case scuole ospedali e, soprattutto, le prime misure di previdenza sociale. Il generale marchese era paterno oltre che paternalista. Di fatto il popolo ricevette quanto invece la successiva Repubblica non seppe dargli: essa amava la borghesia radicale e anticlericale, non il popolo.

Al di là di alcune pratiche autoritarie -ma non oppressive né efferate: nessun nemico venne ucciso; i dissenzienti furono multati piuttosto che arrestati; il grande Unamuno fu facilitato ad evadere dal confino e  trasferirsi al di là dei Pirenei- il bonario Primo de Rivera dimostrò coi fatti d’essere dalla parte dei proletari, non dei suoi pari e parenti latifondisti o finanzieri: i quali infatti lo fecero cadere nel 1930, allorquando le spese eccessive della modernizzazione e delle provvidenze a favore del popolo, aggiunte ai primi contraccolpi della Depressione mondiale del 1929, avevano indebolito il regime militare.

La controprova dell’autentica socialità della Dictadura è, naturalmente, nel ben noto fatto che il generale Primo non sciolse il Partito Socialista, anzi lo favorì e meditò di farne il partito unico di regime; e nell’altro fatto che consigliere ufficiale di Primo nella materia sociale fu Francisco Largo Caballero socialista, massimo sindacalista del paese, il futuro ‘Lenin spagnolo’ cioè leader del massimalismo di sinistra. Largo presiedette il governo della Repubblica prima di Juan Negrin.

 

Maeztu ‘commissario  ideale’ dello svecchiamento spagnolo

Il Guild Socialism, o ‘gremialismo, o quasi-corporativismo, fu un percorso verso l’equità che Maeztu aveva vestito di tradizionalismo medievaleggiante, ma che in essenza proiettava il lavoro verso l’effettiva parità col capitale. Se oggi si ripropone il Guild Socialism, propugnato da un uomo di destra, è perché esso si differenzia e quasi si contrappone a tutti i socialismi falliti che abbiamo conosciuto. Il Nostro dette sviluppo ideologico a una grossa esperienza semicorporativa attuata negli anni di Primo de Rivera.

Peraltro Ramiro de Maeztu, figlio di una madre inglese, marito di una inglese, padre di un figlio che apparve uno dei giovani fisicamente più prestanti della razza britannica, agì per un quindicennio in Gran Bretagna e mosse da formulazioni teoriche fatte lì, a partire dalla fine dell’Ottocento, dagli intellettuali della rivista “New Age”. A Londra interagì con uomini quali H.G.Wells, G.B.Shaw, i grandi cattolici G.K.Chesterton e Hilaire Belloc, con William Temple destinato alla cattedra di arcivescovo di Canterbury, con Bertrand Russell.

Sono gli anni del massimo fulgore di quell’impero e  di quella società, gli anni del liberalismo di Asquith e di Lloyd George; nasce il socialismo evoluzionista del Labour. Si annunciano le svolte e le tensioni del modernismo, del futurismo, di altre rotture. Maeztu diviene intimo del poeta T.E.Hulme, di altri letterati del primo rango, però mantenendo distacco rispetto agli ismi e alle avventure estetiche.

Manuel Fraga Iribarne ha ricordato che Maeztu è colpito dal “profundo eticismo de la vida social britanica. Le incanta la capacidad del legislador inglés para buscar con eficacia y compasion formulas para mejorar a los humildes y desvalidos”. Scrive un libro, “Los pobres y el Estado” che non arriverà al grande pubblico. Tuttavia non diventa un anglofilo come tanti stranieri del suo tempo. Nel 1913 giunge a scrivere che “Inglaterra se muere, de horror al pensamiento”. Troppo potente “una oligarquia plutocratica, ahena a todo otro ideal que el de conservar y aumentar su poder”.

Soprattutto si convince che non è il liberalismo a spiegare la superiorità anglosassone. Per un paio d’anni si è sentito liberale, per l’influsso di Croce; ma conclude “Estas dias ha muerto definitivamente nada meno que il liberalismo economico” (uno spunto in più, dico io, per accostarci al Nostro). Anche Maeztu è arrivato a considerare prioritaria la giustizia sociale rispetto

alla libertà dell’individuo. Addita un ‘libre socialismo’, e ancora il 9 luglio 1936, otto giorni prima dell’Alzamiento dei generali, rimprovera, egli personalità di destra, alla destra spagnola di restare “paralizada por el espiritu de clase y por un conservatismo sin generosidad”. La generosità è al cuore della proposta politica di quest’uomo: verso la fine della vita annunciava agli amici che lo attendeva il plotone d’esecuzione. Così fu.

Il Fraga Iribarne politologo cattedratico, non lo statista, caratterizza così il decennio decisivo della vita di Maeztu: “Al di là del liberalismo, quello nichilista come quello plutocratico, al di là del socialismo di Stato, Maeztu cerca affannosamente altro. Lo trova in un gruppo intellettuale britannico del quale finisce col diventare capo e maestro: il socialismo ‘gremialista’ (gremio=corporazione antica) o Guild Socialism”. Il gruppo pubblica ‘New Age’, “rivista di sinistra per eccellenza; però è profondamente religioso; elabora idee al livello più alto del tempo, superiore a quello della Fabian Society. Una delle conquiste intellettuali di “New Age” è il rifiuto dell’individualismo sfrenato, perché conduce al disastro sociale.   La strada verso la Nuova Era non è il modernismo, ma un certo Medievalismo: Non è possibile parlare di società giusta senza cominciare dall’uomo morale”.

Gli uomini di “New Age” respingono la filosofia individualista e le altre scaturigini del liberalismo. Si volgono ad esplorare il passato, quel  Medioevo fatto di società organiche e pluraliste. Dal  rigetto del liberalismo essi non derivano conseguenze reazionarie. Non tentano di far rivivere il Medioevo; ma da esso vogliono imparare alcune verità”. Il Guild Socialism, rileva Fraga Iribarne, è la nuova base ideologica per una società funzionalista e giusta. Una nuova generazione di economisti, tra i quali J.M.Keynes, condivide le conseguenze etiche di questo nuovo pensiero. Altre idee-forza del Guild Socialism sono la critica del “puro poder del dinero” e della società acquisitiva; la ricerca di forme più giuste di distribuzione. Si parla anche di “distributismo”.

Ancora Fraga: “El socialismo guildista queria dar a los trabajadores non solo una cuota mayor de riqueza en el reparto, sino tambien participation y responsabilidad (…) Los gremialistas insistieron mucho que los sindicatos debìan participar en la direccion de la empresa”.  Visto il vero e proprio trionfo della Mitbestimmung germanica, è evidente che il Guild Socialism fu  pioniere di una concezione straordinariamente innovativa, rispetto alla vecchiaia e allo sfinimento del sindacalismo classista e conflittivo.

In Spagna era stato Primo de Rivera ad aprire la strada, e la politica del lavoro del franchismo aveva sì tarpato gli spunti innovativi del gremialismo e di Maeztu.  Però Franco aveva rispettato una parte delle conquiste guildiste.  La Francia invece, per responsabilità del sinistrismo, vide o volle il rigetto del riformismo lungimirante di Charles de Gaulle:  egli fu ripudiato da un paese che in lui aveva apprezzato solo il nazionalista ‘chauvin’ e il decolonizzatore. Invece il Generale annunciava ai francesi i tempi nuovi della Troisieme voie e della participation, due opzioni fondamentali per il Terzo Millennio. Il Guild Socialism è Terza Via, è Partecipazione.

“E’ indubbia -scrive ancora Fraga Iribarne- la superiorità del grande libro di Maeztu, ‘La Crisis del Humanismo’, un saggio tra i più importanti del secolo XX su democrazia e socialismo, su quante analisi produssero in quel tempo sia i liberali, sia i socialisti di Inghilterra e di Spagna”.

 

Aiutare il futuro

E oggi, che senso può avere il Guild Socialism? Intanto è un’opzione che viene da destra, sfugge perciò alla Nemesi che quasi sempre uccide gli spunti e i tentativi della sinistra.  Poi il Guild Socialism ci permette di rilanciare un concetto -il socialismo- che con i tradimenti, con la corruzione e con altri misfatti i politici socialisti avevano screditato all’estremo. Premettere ‘Guild’, quale che sia l’esatto suo tenore ideologico, vale quanto dichiarare contrapposizione rispetto a una fase recente di sconfitte e di disonore.

I tempi che si sono aperti, con le sfide della globalizzazione e il marasma dell’ipercapitalismo, esigeranno il ritorno a qualche scelta socialista; esigeranno il rilancio di una solidarietà esigente e dura. Quando il mondo di vecchia industrializzazione non produrrà quasi più nulla di essenziale e di ingente, quando offrirà al mercato quasi solo il lusso, il turismo elitario e le sofisticazioni finanziarie, sarà giocoforza redistribuire la ricchezza, se si vuole la povertà, attraverso gli ammortizzatori di massa, cioè l’avocazione dei redditi superiori, l’esilio dei renitenti, l’inevitabile compressione delle sfere individuali di libertà, la prevalenza del bene collettivo. Tutto ciò diverrà condizione di sopravvivenza, al di là della pace sociale. Occorrerà più disciplina, e il garantismo d’oggi sabota la disciplina.

In un’accezione più limitata, Guild Socialism è oggi la specifica proposta di aprire una sfera più o meno circoscritta di libera collettivizzazione. Dovrà nascere un settore organizzato su assiemi affini, ossia comunità, invece che su masse di individui. Su gilde appunto, o kibbuz, o confraternite, o comunità quasi conventuali. Uomini, donne, famiglie, aggregazioni più o meno ampie, le quali si associno accettando una ‘regola’: un patto che accentui le affinità ideali e assicuri la prevalenza del bene comune sulle istanze individuali. Una rete, dunque, di insiemi caratterizzati da una propria fisionomia e dalla comunità di ideali e oropositi. Nel  Medio Evo le gilde erano rese compatte dal cemento religioso. Oggi i cementi non possono che essere plurali, compreso il mutuo interesse a svolgere lavori, a fare acquisti in comune, etc. La prevalenza di finalità collettive andrebbe premiata da esenzioni fiscali e da servizi che siano congeniali allo Stato e ad altre entità pubbliche.

Il fine pratico principale delle gilde risulterebbe la solidarietà e il mutuo soccorso, mettendo  in comune, anche parzialmente, i redditi e le opportunità. La nostra società esigerà la resurrezione di forme antiche di solidarietà, quando il benessere e l’occupazione scemeranno al punto di cambiarci la vita.

A.M.Calderazzi

KIBBUTZ: UN’OPZIONE NUOVA PER I DISOCCUPATI DEFINITIVI

UNA VIA DI SALVEZZA IV

Nella sua ovvietà, è stata paradigmatica il 21 settembre la puntata di “Tutta la città ne parla”,  3° programma Rai. Tema, la chiusura della Irisbus a Valle Ufita in Irpinia. La fabbrica, del gruppo Fiat, conta 681 dipendenti, in cassa integrazione; poi ci sono i lavoratori dell’indotto. Oggi Irisbus non ha clienti, in pratica. Per l’export non ha quasi mai lavorato; il suo mercato era italiano. Le regioni e i governi locali, cui i tagli hanno tolto risorse, non hanno la capacità di ordinare autobus.

Secondo i sindacalisti, la Irisbus è l’unica azienda italiana che può produrre questi veicoli. Teorizzano, testualmente: ”Siamo nati per fornire l’Italia; spetta all’Italia tenerci in vita”. Nessun accenno al diritto/dovere dell’Italia di comprare autobus, quando potrà, da chi li fa pagare meno. Altra argomentazione/apodissi, avanzata in splendida assolutezza, senza riferimenti al problema delle risorse: “Il parco autobus italiano è vecchio, va aggiornato”. Risorse a parte, questo è vero solo in una logica di consumismo ultra-esigente. I bus in circolazione sono abbastanza moderni da  restare operativi per anni. Le motivazioni per sostituirli sono occupazionali, non tecnico-economiche.

Questi i termini di una situazione che vale anche per molte decine di imprese medio-grandi italiane, per qualche migliaia di imprese medio-grandi dell’Occidente intero. Sappiamo, da prima della nanizzazione dei mercati, che la Cina ed altre realtà economiche nuove possono produrre “tutto” per il pianeta, a prezzi e a livelli di qualità che espelleranno dal mercato molte fabbriche dei paesi di vecchia industrializzazione. “Tutta la città ne parla” ha dato la misura dell’inesistenza, magari momentanea, di alternative che non siano i salvataggi industriali a spese del contribuente.   Una parte delle manifatture italiane, europee, americane, persino giapponesi, resteranno aperte solo se riceveranno commesse assistenziali, le quali dilateranno l’invenduto. Altrimenti chiuderanno. Siamo alla crisi grave di sovraproduzione e non uno tra gli imprenditori, i governanti, i guru sembra in grado di indicare rimedi diversi dalla filantropia pubblica.

Sono decenni, in qualche caso secoli, che certe industrie esistono soltanto per gli ordinativi e i sussidi del Principe. L’argomento principale a favore di questa prassi è che un paese industriale non può deindustrializzare, non può privarsi dei suoi ‘gioielli’ e delle collegate ricerche, università, etc. In più, in caso di guerra, si troverebbe sguarnito di opifici e arsenali. La risposta a quest’ultimo argomento è che, nel Terzo Millennio, è imperativo fare in modo di non trovarsi in guerra. Quanto all’indispensabilità dei ‘gioielli’, il denaro pubblico non può pagare per sempre il prezzo  di produrre beni invendibili.

E’ categorica l’esigenza che la collettività (l’impresa no) non abbandoni alla miseria i lavoratori ridondanti. Ma se per dare a ciascuno di essi 1500 euro  occorre spendere il doppio, è evidente che la collettività preferirà pagare 700 per un sussidio piuttosto che 3000 per un salario improduttivo. Sono assai poche le fabbriche senza commesse le quali meritano d’essere salvate. Le fabbriche esistono per produrre merci, non salari. Per il soccorso esistono altre vie.

Molti di quanti perderanno il lavoro, non ne troveranno un altro. Le industrie senza mercato vanno lasciate fallire e i licenziati riceveranno solo un sussidio poco più che alimentare. Di più, la difesa del reddito piccolo-borghese è impossibile. Forse arriva la Seconda Depressione. Le banche potranno o no recuperare in borsa, ma oggi 23 settembre i tre massimi istituti della Francia hanno perso metà del loro valore. Ci sono titoli borsistici che quotano un decimo di pochi mesi fa. Gli Stati Uniti, finora additati come possente centrale di produttività e di ricchezza, hanno più disoccupati di noi: oltre il 9%. Giorni fa il loro Census Bureau ha accertato la povertà più alta sui 52 anni di questa specifica rilevazione: il 15% degli americani vivono al di sotto della poverty line. Ha concluso la columnist Rana Foroohar di ‘Time’: “The American Dream is increasingly becoming a myth”.

A non voler chiudere le frontiere, a non riparare in un’autarchia la quale pure distruggerebbe lavoro, non resterà che accettare l’arretramento del benessere, il ritorno alla parsimonia, la vita semplice e persino povera.

 

Invece che la disperazione, mettersi insieme

Ecco un esempio delle cose che i senza lavoro definitivi dovrebbero fare nella nostra, come in ogni  altra Irisbus del mondo. Invece che scalare gru, piantare nelle piazze tende indignate, incatenarsi ai cancelli, esibire ai cameramen cartelli perfettamente insulsi “Irisbus non si tocca Lavoro è Dignità”, invece di pretendere la difesa di posti parassitari,  gruppi affini (a vario titolo) di licenziati, operai e laureati, farebbero bene a costituirsi in kibbuz o gilde socializzanti, aggregazioni per il lavoro e per la vita (v. in questo numero  “Guild Socialism contro le disfatte moderne dell’equità”).  Metterebbero in comune gli assegni di liquidazione e di disoccupazione, gli sforzi per inventare lavori sostitutivi, più ancora iniziative radicalmente nuove che abbassino i costi del vivere. Trenta famiglie che si mettano insieme e scelgano la vita semplice spenderanno molto meno che la somma di trenta bilanci individuali tiranneggiati dagli standard consumistici e sempre più precari.

Vendano gli alloggi per spegnere i mutui proibitivi, disdicano gli affitti, realizzino un edificio comunitario, magari su un angolo del perimetro industriale o in un capannone dismesso. La casa comune sarebbe progettata in modo da salvaguardare una parte delle autonomie e privacies tradizionali: cucina e refettorio comuni ma anche microangoli di cottura individuali; non tanti soggiorni, cantinette e locali giochi quante famiglie, ma pochi grandi spazi di socializzazione articolata e flessibile. Non 30 0 50 auto ma 3 o 4 da usare a turno, e in più convenzioni con aziende di noleggio e tour operator. Niente garage, niente o quasi acquisti, vacanze e altri programmi dell’individualismo consumistico o dell’indipendenza sofferta e costosa. Per non pagare asili e nidi, una/uno del kibbuz tenga a turno i bambini. Insomma derogare dagli standard, ripudiare abitudini e convenzioni, sia per necessità (cavarsela bene con redditi ridotti), sia per vivere meglio. Ci si liberi del superfluo!

Grazie alle esenzioni spettanti a chi compia rinunce e imbocchi sentieri nuovi, i carichi fiscali della comunità saranno una frazione della somma delle tasse individuali. E il kibbuz sarà premiato in vari modi se avvierà attività produttive o socialmente utili: manutenzioni, riparazioni, confezioni artigianali, servizi professionali, assistenza e ospitalità calmierate agli anziani, compiti specifici per i giovani, etc. Il settore solidale e semisocialista che nascesse nell’economia e nella società sarebbe all’inizio assai modesto, ma il suo esempio trascinerebbe per le sperimentazioni e gratificazioni di un vivere migliore.

E’ certo: il grosso dei senza lavoro di una cento mille Irisbus continuerà a declamare patetici slogan di combattimento e/o accattonaggio. Alla fine si rassegnerà alla miseria, senza le speranze e anche le certezze offerte da una vita diversa. Vincerà l’acume dei cartelli “Irisbus non si tocca”.

l’Ussita

ITALIA CREATIVA? INVENTI UNA POLITICA MIGLIORE

UNA VIA DI SALVEZZA V

Se lo Stivale è così creativo, perchè non s’inventa una politica meno spregevole?

Avete notato che gli ottimisti sul futuro d’Italia -il più visibile di tali euforici  (purchè-resti-il-Cav, beninteso) è Giuliano Ferrara; ma ha parecchi colleghi di fideismo- gridano a più non posso che siamo una stirpe di intelligenza e di slancio tali che supereremo d’impeto ogni difficoltà, a duraturo disdoro delle Agenzie di rating?  Danno per certo che la repubblica del 150° trabocchi di risorse dell’anima. Amando l’understatement non lo dicono, ma fanno capire che siamo esattamente gli stessi che costruirono la gloria dello Stivale. Abbiamo inventato il Rinascimento, il teatro lirico, un design una moda un calcio irraggiungibili; e prima ancora realizzammo i Comuni, le scoperte geografiche, il Papato triumphans di Innocenzo III e quello maculato di Bonifacio VIII. Perché no, siamo indistinguibili dai geniali pecorai laziali che senza farla difficile misero insieme l’Impero più indiscusso della storia.

Siamo talmente creativi che salteremo di slancio, con cavalli superbi, sui profondi fossati del declino, dell’iperdebito, della morte o espatrio delle industrie, su ogni altro ostacolo del feroce steeplechase globale. In particolare G.Ferrara (ogni sera legge al Premier e alle Olgettine pagine giobertiane dal ‘Primato morale e civile degli Italiani’) garantisce: se il suo Idolo reagirà allo spleen, se tornerà il Silvio di un tempo, splendido animale da guerra, lo Stivale farà una rimonta fenomenale, visto quanto è intelligente.

Andrà certamente così. Ma allora perché, sulfurei di estro e michelangioleschi come siamo, perché ci teniamo la politica peggiore del Mondo libero? Perché dai nostri Prominenti, parlamentari, sottogovernanti e altri biscazzieri ci facciamo scuoiare, così come gli esercenti di Palermo pagano senza fiatare agli esattori di Cosa Nostra? Perché le nostre istituzioni, partorite da una Carta di stupefacente perfezione, sono impotenti a liberarci da un sultano grottesco e partito per la tangente, cosa che a Kemal Ataturk nel 1922 riuscì così facile? Perché, avendo generato quasi tutto il Nuovo, il Grande e il Bello da quando la Lupa allattò Romolo e Remo, non inventiamo un meccanismo politico meno pessimo del nostro? La pensata più audace del regime Alfano-Bersani-Fini-Vendola sarà, se sarà, sostituire al Porcellum il Mattarellum, oppure il Sartorium (doppio turno alla francese secondo Sartori). Questo il Regime. E noi 55 milioni di creativi? Se nessuna stirpe è più in gamba della nostra, perché facciamo ridere il mondo lasciandoci gestire da malandrini (metà al malgoverno, metà all’opposizione) non più simpatici dei gerarchi del Ventennio?

Alcuni di noi Internauti guardiamo a un futuro ribellato ai politici, un futuro di democrazia diretta randomcratica, resa possibile e selettiva dal sorteggio elettronico. Ma è un futuro che hanno concepito negli Stati Uniti, ispirandosi all’Atene di Clistene e di Pericle; la metà di Internauta ha fatto solo alcune aggiunte e messe a punto. L’inventività politica degli Itali è ferma a Machiavelli, cappellano ideologico dei pugnali e dei veleni di Cesare Borgia, e a G.Ferrara, direttore spirituale di Villa Certosa su mandato di Bush&Cheney.

Nel campo  opposto, la nostra ingegneria politica non va oltre i girotondi viola, la consegna di imparare a memoria ed amare la Costituzione e  pochi altri ardimenti altrettanto temerari. Che la nostra autostima sia esagerata? Che ragioniamo come quel tale “non sono mai stato ad Amburgo ma non mi piace”?

Tersite

QUIRINALE, ASTA PER VENDERLO

UNA VIA DI SALVEZZA VI 

Molti, quasi tutti, invocano che si smobilizzi in grande il patrimonio immobiliare pubblico. Lo si dovrà fare, quando le manovre non basteranno e  il soccorso dell’Europa e di Pechino verrà meno. A quel momento metteremo a frutto arcipalazzi caserme poligoni di tiro altri templi del superfluo.

Però quasi nessuno sostiene alto e forte che il primo dei templi da offrire al mercato -globale, manco a dirlo: ci mancherebbe che dovesse restare italiano- è il Quirinale. Il primo, non l’ultimo: per ragioni morali. Che la reggia papale-sabauda sia sede della nostra presidenza è uno dei proto-misfatti del regime sorto alla cancellazione della monarchia. Il palazzo edificato fastoso (1574) sui giardini del cardinale Ippolito d’Este, figlio di Lucrezia Borgia santadonna, da papa Gregorio XIII Ugo Boncompagni, poi per 372 anni abitato dalle corti di sovrani prima ‘spirituali’ come i sommi pontefici, poi piemontesi, è il prodotto e il simbolo di malazioni gravi. I papi spesero in lusso quirinalizio ricchezze che erano state donate ai poveri di Cristo (altre ricchezze andarono ai parenti dei Servi dei servi di Dio).

Il primo dei monarchi piemontesi non sentì il dovere di scegliere una sede più modesta per il suo Regno che nasceva con tanta tubercolosi e tanta pellagra. Suo figlio, chissà perché denominato Re Buono -fece sparare i cannoni contro gli affamati milanesi del 1898- esigette per la sua corte una dovizia pari a quella degli Hohenzollern a Berlino. Le cronache dicono che al Quirinale teneva mille cavalli, nutriti meglio delle mondine; e che mai permise limature alla sua Lista civile. Era talmente buono che lo ammazzarono. Dunque l’edificio sul Colle era già il palazzo delle infamie quando vi entrò il futuro Imperatore d’Etiopia. E se il classismo dell’Ottocento legittimava gli elevati livelli d’apparato imposti all’Erario dall’Augusta Coppia (Umberto e Margherita), l’infamia assoluta risaliva a un papa che detestava spartire coi poveri il denaro di questi ultimi. Per non essere frainteso: vado in chiesa con convinzione.

Nel palazzo del vituperio volle sistemarsi la Repubblica che si disse nata dagli eroismi e dai delitti della resistenza. La stessa cosa volle fare nel 1931 la Repubblica di Spagna: si insediò nella reggia di Alfonso XIII. Non le portò fortuna: nel Palacio de Oriente sono tornati i Borboni.

E’ impossibile indulgere sulla scelta dell’Edificio dei misfatti da parte dei Padri della repubblica, sorta sulle macerie della guerra e voluta soprattutto da partiti di popolo. Lo Stato nuovo avrebbe dovuto ripudiare la pompa e l’elitismo monarchici, cioè la distanza dalle masse, a quel momento vestite di stracci. Quello dei Padri dello Stato nuovo fu aperto tradimento della coerenza  (un tempo si chiamava ‘virtù’) repubblicana.

Alcuni dei successori del primo presidente Enrico De Nicola furono persone per bene. Però, a parte le economie lillipuziane annunciate dal presente Inquilino, nessuno dei Primi Cittadini si impegnò a cancellare la repellente identificazione tra valori repubblicani e gli specchi, arazzi e  giardini borgieschi voluti da Gregorio XIII, uno tra i meno evangelici dei pontefici (fece ‘generale di Santa Romana Chiesa’ e capostipite di vasta famiglia principesca, ricca di cinque cardinali, suo figlio Giacomo). La congiuntura del 2011, infine, che ha fatto cancellare provvidenze a favore dei bambini più sfortunati di tutti, avrebbe dovuto muovere l’Inquilino attuale a tagliare con la mannaia, non con le forbici da unghie, l’offensivo bilancio del Quirinale. Avrebbe dovuto ricordare d’essere stato in gioventù dalla parte dei poveri.

Un giorno, quando verrà o faremo la Seconda Liberazione, l’ufficio di capo dello Stato si ridurrà alla dimensione cerimoniale e sarà ricoperto a turno, per sette mesi non anni, da persone qualificate scelte a sorte. La Confederazione elvetica non ha un capo dello Stato, in pratica. Ma se invece la Costituzione dei cleptocrati – il Guitto fa bene a chiamarli Cozze: molluschi ma ladri- si dimostrerà intoccabile, ugualmente il bilancio del Quirinale dovrà essere tagliato di tre quarti. Il palazzo turpe andrà venduto, la Presidenza trasferita in una palazzina consona al rango medio-modesto spettante al protonotario che riceve eroiche salme dall’Afghanistan, e comunque vicina alla misura della presidenza della Bundesrepublik a Bonn.

Da vendere anche le residenze accessorie Rosebery, San Rossore, Castelporziano, etc. Licenziati fino all’ultimo i corazzieri – li sostituiscano ben più meritori vigili del fuoco o urbani-, eliminati quasi tutti i valletti lacché palafrenieri giardinieri e ancora la turba di ciambellani, consiglieri, commessi di lusso pagati come cardiochirurghi. Non pochi dei quali cortigiani, temo, abitano gratis, figli e parenti compresi, le più belle tra le stanze romane, arredate con i lasciti di chi temeva le fiamme dell’Inferno. Io conosco i familiari di un gentiluomo che visse e morì nella reggia di cui parliamo. Perché non dovrebbero morirvi i suoi colleghi cortigiani d’oggi? Sarebbe discriminazione contro la gloriosa repubblica per instaurare la quale- e averla lussuosa- gli avvocati antifascisti languirono al confino, i gappisti uccisero e furono uccisi.

Oltre a tutto: ai valori raggiunti dal Real Estate romano, gli acquirenti cinesi, russi o degli Emirati pagheranno cifre astronomiche per i saloni dei papi-re, ideali set per telefilm in costume. Pazienza se i successori lontani di Enrico De Nicola daranno garden parties più alla buona. E se gli smisurati corazzieri saranno mandati a dare le multe.

JJJ

MIRACOLO ADDIO? I CONTI IN ROSSO DEL 150°

Non solo quelli economici…

Conclusioni sull’Unità d’Italia (vedi parte I, parte II, parte III, parte IV e parte V)

Il cammino compiuto in 150 anni dall’Italia unita e indipendente è stato tanto e complessivamente proficuo, come abbiamo cercato di chiarire a puntate a partire dallo scorso aprile (vedi parte I, parte II, parte III, parte IV e parte V). Lo è stato sia rispetto alle condizioni in cui versava il paese prima del 1861 sia in ciascuna fase successiva dell’intero percorso rispetto alla precedente, compreso, almeno per alcuni aspetti importanti, anche il pur relativamente breve e funesto periodo fascista. Per l’ultima (o, se si preferisce, penultima) fase, quella iniziata nel 1945, si è parlato spesso e volentieri di miracolo italiano, benché con prevalente riferimento allo sviluppo economico.

Oggi però l’insieme di ogni conquista appare per la prima volta in pericolo, inclusa al limite l’unità nazionale. Possiamo perciò renderci conto più e meglio di prima che un alcunché di portentoso debba essere intervenuto davvero, e non solo per un paio di decenni dopo la seconda guerra mondiale. Al tempo stesso, l’inedito stato di pericolo avverte che sui miracoli, ovvero su quello che una volta si chiamava lo “stellone”, non si può fare assegnamento ad oltranza. Non più, d’altronde, che sull’ineluttabilità delle “magnifiche sorti e progressive” di cui già dubitava Giacomo Leopardi.

Come non definire miracolosa, comunque, l’ascesa ai più alti livelli planetari di benessere e progresso compiuta da un paese forte sì di un patrimonio culturale con pochi e forse nessun uguale al mondo ma praticamente privo di ricchezze naturali? Da uno Stato nazionale nato sì con ambizioni persino smodate (e recidive) ma anche con radicati complessi di inferiorità, semmai via via acuiti, rispetto ad altre “potenze” ben più solide? Da un popolo, soprattutto, che non ha mai mostrato soverchia fiducia ed apprezzamento verso i propri dirigenti e che, in effetti, raramente è stato governato con perizia ed efficienza dando spesso l’impressione, anzi, di avere conseguito successi più o meno mirabolanti non grazie ai suoi reggitori ma malgrado essi?

Un’impressione, questa, che potrebbe trovare qualche conforto nell’attuale esempio del Belgio, capace di resistere alla crisi mondiale meglio di altri paesi e anzi di migliorarsi rispetto al proprio recente passato pur in assenza di un vero governo da oltre un anno. Ci siamo già soffermati, tuttavia, sul fatto che la classe dirigente italiana non viene da Marte ma è espressione più o meno genuina di un popolo certamente dotato di non poche qualità e meriti ma gravato da almeno altrettanti e ben noti difetti o, meglio, vere e proprie patologie, a cominciare da una vitalità spesso rivolta al male piuttosto che a fini costruttivi e da una reattività non meno frequentemente distorta.

Indro Montanelli sosteneva che governare gli italiani non è impossibile ma è inutile. Può darsi, ma per rendere utile il possibile occorrerebbero almeno dei tentativi improntati a sufficiente coraggio, costanza e lungimiranza. Un impegno di grande respiro, cioè, mirato in modo particolare ad estirpare o quanto meno ridimensionare le manifestazioni più macroscopiche, devastanti o paralizzanti delle suddette patologie: corruzione, evasione fiscale, criminalità organizzata, illegalità pluriforme e dilagante. Un simile impegno è sinora mancato, e mentre sono svanite ben presto le illusioni che lo sviluppo economico potesse bastare ad eliminarle, di fatto è avvenuto semmai il contrario: il boom ne ha favorito l’ampliamento e l’approfondimento. Per di più mascherandole, in una certa misura, fino a quando l’accentuato peggioramento dei conti nazionali non ha richiamato l’attenzione anche su queste sue cause certo non secondarie.

Alle quali, tuttavia, vanno aggiunti la cronica litigiosità della classe dirigente, l’endemico frazionismo anche all’interno dei singoli partiti, l’incapacità di mantenere lo scontro politico entro limiti ragionevoli e di accettare l’alternanza al potere come un fatto naturale in democrazia anziché una sciagura e un torto imperdonabile, quando ai voti vince l’altro. Tutto ciò spiega una ben nota e tradizionale anomalia italiana come la cronica instabilità governativa, risalente all’unificazione e interrotta soltanto dal ventennio fascista. Nonostante la camicia di forza imposta per mezzo secolo dal contesto internazionale con conseguente esclusione dal potere del grosso dell’opposizione parlamentare, essa continuò infatti a caratterizzare anche il periodo repubblicano, con una durata media dei governi rimasta inferiore a due anni, e addirittura a uno contando i più gabinetti consecutivi capeggiati dalla stessa persona.

Nel periodo monarchico, agitato da ripetute crisi, turbolenze e cambiamenti di scena, persino uno statista di vaglia come Giolitti ricorreva all’espediente di temporanei ritiri per calcolo tattico non sempre azzeccato. Dopo il 1945, a movimentare non solo superficialmente la lunga egemonia democristiana e ad ostacolare la necessaria continuità di qualsiasi azione governativa provvidero le rivalità personali e i contrasti fra le varie correnti del partito di maggioranza relativa, che coinvolgevano anche i suoi mutevoli alleati.

Tutto ciò, a sua volta, contribuisce a spiegare l’altra e ancor più vistosa anomalia italiana, sempre rispetto ai paesi generalmente assunti come termine di paragone. Nessuno di questi ha subito, nella sua storia recente, tre tracolli del sistema politico nazionale attribuibili ad una sua fragilità di fondo e a sue disfunzionalità oltre che a cause esterne o piuttosto che ad esse. Non la Gran Bretagna, dove la continuità politico-istituzionale non è mai venuta meno malgrado la perdita dell’impero e il conseguente declassamento internazionale. Neppure la Francia, dove la terza repubblica è stata abbattuta dalle armate naziste lasciando però il posto ad una quarta largamente simile e dove la transizione alla quinta è avvenuta sì in circostanze drammatiche ma senza bruschi strappi.

La Germania, messa in ginocchio a breve distanza di tempo da due disastrose sconfitte militari inframezzate da una micidiale crisi economica, si è riscattata dall’onta di avere generato uno dei regimi più criminali della storia umana sfoderando quasi un modello di democrazia stabile ed efficiente, che non ha risentito scosse di rilievo per oltre sessant’anni. Anche la Spagna, dopo la tragedia della guerra civile, ha saputo uscire in modo indolore dalla susseguente dittatura franchista e adottare un sistema democratico funzionale, capace di modernizzare il paese promuovendone un rapido sviluppo e di padroneggiare poi con relativo successo, almeno sinora, l’attuale crisi economica.

Tutti questi paesi hanno dovuto affrontare come l’Italia, nella seconda metà del 20° secolo e all’inizio del 21°, sfide interne ed esterne più o meno temibili, comprese alcune forme di contestazione extraparlamentare. Le hanno però superate o almeno arginate senza gravi difficoltà, mantenendo fermi, a differenza dell’Italia, sistemi politici di tipo bipolare contrassegnati anzi, con la sola eccezione della Francia prima della svolta gollista, da una naturale, fisiologica e persino salutare alternanza al potere di due grandi partiti, uno più o meno conservatore, di destra o centro-destra, e l’altro più o meno progressista, di sinistra o centro-sinistra.

L’Italia, per contro, non ha visto solo la resa dello Stato liberale e almeno parzialmente democratico, all’assalto fascista, praticamente senza combattere e per di più non in seguito ad una sconfitta militare ma dopo una vittoria sia pure assai sudata e costosa; né soltanto, poi, il crollo della dittatura mussoliniana definibile, volendo, come un virtuale suicidio in quanto provocato dalla disfatta subita in un conflitto in cui quel regime si era lanciato nel più gratuito e irresponsabile dei modi. E’ stata altresì teatro di un terzo ribaltone, quello dei primi anni ’90, certo meno catastrofico dei precedenti ma ugualmente stravolgente nonchè classificabile come esito fallimentare di un’intera stagione o esperienza politica, di una certa gestione del sistema paese. Ad affossarla  concorsero, come si sa, un insieme di fattori: la fine della contesa planetaria tra Est e Ovest; l’usura del lungo predominio democristiano; l’offensiva della magistratura, finalmente risvegliatasi da un altrettanto lungo torpore, contro il malaffare che pervadeva i partiti, la pubblica amministrazione e il mondo economico; e, infine, la rivolta del Nord  contro il potere centrale.

Dalle macerie della cosiddetta prima repubblica ne è nata, sostengono i più, una seconda, diversa almeno in quanto gestita da formazioni politiche e protagonisti in gran parte nuovi ma soprattutto perché animata da diffuse aspettative di mutamenti in meglio. Di due, in particolare, apparentemente condivisi in larga misura: una gestione della cosa pubblica in generale meno infestata da abusi, pratiche illecite e affarismo dopo il drastico repulisti giudiziario, per un verso, e più stabile a livello governativo, per un altro, grazie all’instaurazione di un sistema bipolare e magari tendenzialmente bipartitico.

In entrambi i casi, sfortunatamente, le speranze si sono rivelate illusorie, al punto anzi da trovarsi di fronte a ulteriori e vistosi deterioramenti su tutta la linea. La corruzione e gli altri tipi di malaffare non hanno tardato a risollevarsi dai colpi ricevuti da Mani pulite, ad espandersi (come provato dal succedersi quasi quotidiano dei relativi scandali, utili peraltro, si direbbe, solo a confermare la diffusione del fenomeno) e ad aggravare la loro incidenza sui conti del paese. Il che non stupisce, e men che meno può stupire quanti denunciano a gran voce la cosiddetta supplenza della magistratura, ossia la sua pretesa invasione di un campo altrui. E’ vero infatti che, fermo restando il dovere di procuratori e giudici di perseguire ogni singolo reato, il compito di affrontare e se possibile risolvere il problema nel suo complesso toccherebbe alla politica. La quale, però, non ha mosso un dito, e semmai l’ha mosso in direzione opposta.

Quanto al bipolarismo, si è ben presto dimostrato precario, sterile e persino dannoso. Nel giro di 17 anni si è votato cinque volte per il rinnovo del parlamento di cui due per elezioni anticipate a causa della frana di una coalizione di centro-destra (1996) e di una di centro-sinistra (2008). Solo due legislature su cinque, insomma, hanno raggiunto la prevista durata quinquennale, e al momento attuale pare improbabile che possano diventare tre con l’arrivo di quella in corso alla normale scadenza del 2013.

Si parla spesso e volentieri di periodo complessivamente dominato dalla figura di Silvio Berlusconi, che ne sarà sicuramente stato il personaggio di maggiore spicco, in senso però anche, se non soprattutto, negativo. In realtà il Cavaliere è stato battuto due volte ai voti dal suo rivale Romano Prodi, sia pure solo di strettissima misura e con effetto effimero, la seconda volta (2006), e comunque al termine di un quinquennio, l’unico completato sinora dal governo di centro-destra, caratterizzato dall’inconcludenza e da un bilancio non meno deludente di quello dei governi di centro-sinistra nel quinquennio precedente, se si esclude l’ingresso in zona euro. In altri termini, il periodo diciamo pure berlusconiano si chiuderà, salvo sorprese, senza che il suo denominatore abbia ottenuto un solo rinnovo immediato dei propri tre mandati.

Nulla di paragonabile, quindi, alla durata in carica e alle pur sempre discutibili realizzazioni di altri mattatori della scena politica europea negli ultimi decenni, quali ad esempio Margaret Thatcher e Tony Blair in Gran Bretagna, Kohl e Schroeder in Germania, Mitterrand in Francia e lo stesso Zapatero ora dimissionario in Spagna. Tutti sostenuti, costoro ed altri, da maggioranze relativamente solide ed omogenee, che sono invece mancate a Berlusconi, al di là delle vantate apparenze numeriche, per non parlare di Prodi, prima sloggiato da un complottino paratrasversale D’Alema-Bertinotti-Cossiga e poi vanamente cimentatosi nel compito proibitivo di rendere operante e tenere insieme una coalizione superaffollata di gente di ogni colore. Il suo rivale, invece, poco dopo avere smentito le previsioni sbaragliando la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto praticamente all’indomani della propria “discesa in campo”, incassò l‘abbandono da parte della Lega Nord, che in seguito ripristinò l’alleanza iniziale avendo già dato però un primo segnale della difficoltà di contemperare il proprio particolarismo regionale con le istanze e le esigenze di un grande partito nazionale come Forza Italia.

Per alcuni anni sembrò peraltro che a questo riguardo le cose si potessero in qualche modo aggiustare, ma il peggio per il centro-destra doveva arrivare proprio col tentativo di entrambi gli opposti schieramenti di rafforzare il bipolarismo. Il buon esempio venne dal centro-sinistra con la fusione tra DS e Margherita dopo la caduta del secondo governo Prodi, ma alla pur onorevole sconfitta del neonato Partito democratico nelle elezioni del 2008 seguì la sua progressiva perdita di consensi e di credibilità a causa della manifesta e crescente disarmonia tra la componente post-comunista e quella di ispirazione cattolica.

Berlusconi si era affrettato a replicare con l’unificazione tra Forza Italia e la post-neofascista Alleanza nazionale nel Popolo della libertà, la cui prima ripercussione fu il distacco dal blocco di centro-destra dell’UDC di Casini. Due anni più tardi è stata la volta di Gianfranco Fini, presidente del Senato e già leader di AN, a rompere con il premier e a fondare un suo partitino, simmetrico a quello cui aveva appena dato vita, uscendo a sua volta dal PD, Francesco Rutelli, già candidato premier del centro-sinistra sconfitto da Berlusconi nel 2001. Nel frattempo il PD subiva una certa emorragia anche sul versante opposto a vantaggio della più forte formazione, capeggiata dal “governatore” della Puglia Nichi Vendola, emersa dall’ennesimo rimescolamento dell’estrema sinistra dopo la disfatta nelle elezioni del 2008 con conseguente esclusione dal parlamento.

La confluenza di Casini, Fini e Rutelli in un terzo polo quanto meno embrionale ridimensionava già di per sé i due maggiori, il cui concomitante indebolimento veniva messo in ulteriore risalto dal succedersi dei sondaggi d’opinione che confermavano l’avvento di un nuovissimo partito di maggioranza relativa: quello idealmente formato dalla parte più delusa dell’elettorato che si rifiutava di esprimere qualsiasi preferenza. Un’altra bocciatura, dunque, del bipolarismo, la cui crisi coincideva con quella della coalizione governativa, che la sola defezione finiana bastava a far barcollare malgrado la decantata maggioranza “bulgara” di cui godeva in parlamento. 

Berlusconi si è salvato, sinora, recuperando una parte dei seguaci di Fini e prezzolando in vario modo un certo numero di disertori di altri partiti e di deputati indipendenti, a dispetto delle promesse ed aspettative di una politica più pulita e trasparente che avevano accompagnato la discesa in campo di un imprenditore straricco anche contro i politici di professione. Aspettative analoghe sono state inoltre frustrate dalla sempre più copiosa divulgazione dei costi della politica, ossia degli spesso smisurati emolumenti e privilegi  accumulati dalla “casta” di gestori eletti e non eletti della cosa pubblica, al centro come in periferia e senza distinzioni di colore. Costi, naturalmente, tanto più ingiustificabili in una fase in cui la crisi economica impone pesanti sacrifici al comune cittadino, già colpito dal continuo aumento della pressione fiscale (anche qui, contrariamente ad enfatiche e ribadite promesse), e in particolare al contribuente onesto o senza via di scampo, vittima indiretta della massa impunita degli evasori.

Berlusconi è stato messo altresì alle strette dalla lamentata persecuzione giudiziaria, forse davvero tale in qualche misura ma pur sempre da rapportare all’eccezionalità del personaggio, con il suo plateale conflitto di interessi, impensabile in qualsiasi altro paese democratico, il suo disinvolto approccio allo Stato di diritto e i suoi comportamenti pubblici e privati. Dannosi fra l’altro, questi ultimi, per l’immagine del paese soprattutto oggi che esiste un particolare bisogno dell’altrui solidarietà e comprensione.

L’Italia politica, in verità, non ha mai goduto di molta considerazione all’estero; i suoi sforzi per farsi accettare da inglesi, francesi e tedeschi come partner paritario nella guida dell’Europa più o meno unita, ad esempio, si sono sempre scontrati con un malcelato fastidio risultando spesso patetici oltre che vani. Ma ormai si è arrivati all’emarginazione pressocchè totale, e per di più con modi bruschi, cosicchè un premier crociato dell’anticomunismo deve accontentarsi dell’amicizia del russo Putin, campione della democrazia “guidata” e un po’ nostalgico dell’URSS.

La resistenza di Berlusconi alle multiformi pressioni per un suo “passo indietro” è d’altronde agevolata dalla persistente pochezza dell’alternativa offerta dal centro-sinistra, sempre incerto innanzitutto se identificarsi più come centro oppure come sinistra. Ma anche se quelle pressioni avranno comunque successo e se, ad esempio, un eventuale governo tecnico riuscisse a sventare le minacce contingenti che incombono sul futuro del paese in campo economico-finanziario, nessuno dovrebbe illudersi e men che meno cantare vittoria: i problemi nazionali di fondo che si trascinano da un secolo e mezzo o che sono sorti più di recente resterebbero tutti sul tappeto.

Franco Soglian

E’ IL MOMENTO DI UN NUOVO COLONIALISMO?

Tra gli atroci privilegi che la tecnologia moderna ci consente, c’è anche quello di poter osservare un bambino siriano di 9 anni che muore tra le braccia dei medici. La sua unica colpa, come quella di migliaia di innocenti che ogni giorno perdono la vita, è stata trovarsi al momento sbagliato nel posto sbagliato. Sulla linea di tiro di un proiettile sparato dalle forze armate del governo Assad. Nella disperazione, il padre grida il suo dolore e lancia i suoi anatemi. Contro chi? Sicuramente contro il dittatore alawita che governa il suo Paese, ma subito dopo anche all’indirizzo di Russia e Cina, colpevoli di aver impedito all’Occidente di prendere misure incisive (anche se a onor del vero difficilmente risolutive) contro il regime di Assad. Sta nascendo un nuovo sentimento nel secondo mondo che non vede l’Europa e l’America come tiranni, ma come possibili salvatori e alleati?

Le primavere arabe emettono sinistri scricchiolii ormai da qualche tempo. In Egitto le persecuzioni religiose sono più spietata che mai, in Tunisia dei fanatici hanno attaccato la sede di una Tv solo perché aveva avuto l’ardire di trasmettere il film anti-regime iraniano “Persepolis”. Probabilmente ci eravamo abituati troppo bene, durante la fase iniziale delle rivolte, a non veder bruciare bandiere israeliane o americane dai manifestanti, a veder sfilare le donne accanto agli uomini.

L’Occidente si trova di fronte a un dilemma, da cui probabilmente dipenderà la Storia del prossimo secolo. Intervenire, come già è stato fatto in Libia, come si dovrebbe fare in Siria, e come forse si dovrà fare in Iran, o non intervenire? Ma, domanda ancor più difficile, interferire in modo risolutivo durante il periodo di transizione, come chiedono i copti (e non solo) d’Egitto e le minoranze laiche tunisine, o non interferire?

Siamo lontani dai tempi del “fardello dell’uomo bianco”, e non si deve in alcun modo tornare a una situazione ottocentesca di colonialismo. Che però l’Occidente decida di giocare la partita, non sarebbe certo uno scandalo. Non solo per interessi economici (e pure sarebbe cieca imbecillità negarne la rilevanza) ma anche per una questione di valori.

Ma quali valori? La democrazia non può essere un valore assoluto, ma un mezzo. Se, in certi contesti, non è un mezzo adeguato per conseguire i valori assoluti (rispetto dei diritti umani, parità della donna, tutela delle minoranze, laicità dello Stato etc), non la si può difendere a dispetto dell’evidenza. Europa e Stati Uniti dovrebbero saperlo, e dovrebbero anche agire di conseguenza.

Forse è il tempo di un “nuovo colonialismo” (a cui forse andrebbe trovato un nome meno evocativo di sfruttamento e persecuzione). Quando un popolo (di solito, una consistente minoranza dello stesso) insorge invocando i valori assoluti di cui sopra e riesce a mettere in crisi il sistema preesistente, allora, com’è accaduto in Libia, l’Occidente dovrebbe intervenire. Quando i valori invocati dalla consistente minoranza che ha avuto il coraggio di causare il cambiamento (e ne ha pagato il prezzo di sangue), rischiano di essere compromessi dall’inerzia che la maggioranza imprime al moto politico (ritorno del conservatorismo, della tradizione, della religione etc), l’Occidente dovrebbe intervenire.

Ci sono dei problemi, dei limiti, delle precauzione. Ci sono mille “se” e un milione di “ma”. Ci sono controindicazioni, realpolitik, compromessi da tenere in considerazione. Ma un Occidente che intervenga a difendere certi valori, quando sono gli stessi popolo oppressi ad invocarli, potrebbe continuare ad essere protagonista nel mondo di domani. Specie se Russia e Cina continueranno a negare quegli stessi valori e quindi a non sentire alcun bisogno di operare attivamente per tutelarli.

J.R.K.