PROPOSTA DI GUILD SOCIALISM

Rodolfo Mondolfo dimostrò nel 1919
perché la futura disfatta del comunismo. Oggi, morte
tutte le altre formule socialiste, e nel marasma
del libero mercato, la logica della lezione
di Mondolfo addita una

PROPOSTA DI GUILD SOCIALISM

Noi non sappiamo se l’economia di mercato è arrivata alla resa dei conti. Molti lo dicono. Forse non è vero. E’ vero che la sua tracotanza è finita, che l’ideologia liberista ha perso la spinta, appesantita anche da un sessantennio di vittorie e forse rifiutata da una logica della globalizzazione la quale sì esalta il capitalismo dei paesi emergenti, ma con ciò stesso minaccia gli assetti di quelli industrializzati, pace sociale compresa. Se c’è poco futuro per il liberismo, dovremmo ancora una volta riflettere sul perché il suo antagonista storico, il comunismo, si è suicidato. Sappiamo che là dove imperava i popoli si sono ribellati, decretando anche la morte istantanea del comunismo altrove. E’ certo che non ci sarà una resurrezione. Però è giocoforza chiederci cosa verrà dopo il marasma del capitalismo.

‘Internauta’ ha la fortuna di avere nella sua compagine una nipote di Rodolfo Mondolfo il quale fu, meglio di altri in Italia, l’alternativa teorica, e sfortunata, al leninismo (v.Internauta, ottobre 2010); dunque noi abbiamo avuto un accesso migliore alla testimonianza mondolfiana. Il Nostro già nel 1919 denunciò la degenerazione antiumanistica del bolscevismo: “Dalla contemplazione religiosa di una sacra icona, che è deformazione della Russia reale, può soltanto uscire l’illusoria fede in miracoli”. Mondolfo constatava che il capitalismo di Stato e, più ancora, la violenza e il terrore condannavano il comunismo alla disfatta. Nel 1919! Per l’importante studioso accademico di Marx, il leninismo non offriva la prospettiva della liberazione dell’uomo, ma il suo feroce contrario.

A pochi mesi dalla Rivoluzione d’Ottobre Mondolfo accusava: “Ai proletari russi si nega il pane”. Nel momento stesso del trionfo leninista, egli definiva ineluttabile, un giorno, la restaurazione capitalistica. Nella fase fino alla Nep, Mondolfo vedeva soprattutto il tentativo di forzare i contadini a fornire vettovaglie alle città, incapaci per loro conto di produrre prodotti industriali per le campagne. I giorni di Lenin preparavano la terribile violenza stalinista: industrializzazione forzata (presto volta soprattutto a rifornire le forze armate); brutale collettivizzazione. Col capitalismo di Stato la ferrea dittatura staliniana pervenne a moltiplicare la produzione industriale, ma le campagne restavano in un assetto semifeudale. Lo sterminio dei kulaki non mancò di ‘legittimare’, quasi per assonanza, la schiavizzazione dei lavoratori urbani. Vivo ancora Lenin, Mondolfo dimostrava che la dittatura del partito cancellava ogni prospettiva di socialismo.

Trentasette anni dopo il Nostro trovava nella requisitoria kruscioviana contro lo stalinismo la conferma della contraddizione assoluta tra le intenzioni strategiche del dittatore e la tremenda realtà dei suoi crimini, generatori diretti dell’anticomunismo, in Russia come nel mondo: “Il partito trasformò la proclamata dittatura ‘del’ proletariato nella propria dittatura ‘sul’ proletariato.

Mondolfo scriverà nel 1956 che le proprie dimostrazioni dei tragici errori del leninismo e dello stalinismo “oggi possono apparire profetiche: anche se allora suscitarono l’opposizione di Gramsci, il quale irrideva alla ‘pedanteria professorale e pantofolaia che pretendeva di fissare limiti alla rivoluzione’. In realtà il partito schiacciava ogni opposizione e poi usava il potere dello Stato per realizzare un programma “che era proprio di esso partito, ma non corrispondeva affatto alle concezioni ed aspirazioni delle masse. Esse sapevano bene che non sarebbero state le beneficiarie della rivoluzione”.

Per Mondolfo il sistema trionfatore nel 1917 “conduce inevitabilmente all’assolutismo. Sia che si verifichi una dittatura collegiale, sia che le si sovrapponga una dittatura personale, non c’è differenza per le masse. La differenza sarà solo per la ristretta cerchia dei dirigenti, che nella dittatura personale sono più esposte alla minaccia delle purghe e delle soppressioni violente”. E’ noto, aggiungiamo noi, che Stalin mise a morte tutti i grandi compagni di Lenin nella Rivoluzione d’Ottobre.

Da Mondolfo e dalle gilde di Maeztu
una ben altra prospettiva comunitaria

Fosse vivo, Mondolfo deriverebbe dall’odierna condizione precomatosa dell’ipercapitalismo l’imperativo di definire un’idea di socialità aggiornata al XXI secolo. Essa non potrebbe che contrapporsi a tutte le formule di comunismo. E non potrebbe che contrapporsi a tutte le esperienze socialiste e socialdemocratiche, tanti sono i rovesci e la corruzione sia del socialismo europeo, sia di quello terzomondista; e tanto disonorevoli sono le rese al capitalismo, al burocratismo e all’atlantismo del Labour e delle socialdemocrazie nordeuropee. Non potrebbe che accertare la nullità, a volte persino nocività, di ogni proposta dell’odierno sinistrismo ‘alternativo’: rivoluzione dei diritti, difesa delle devianze, iperlaicismo, nozze in deroga, eccetera.

Se i pochi, pochissimi produttori di idee grandi alla Mondolfo non inventeranno qualcosa di nuovo, venuto da un futuro che solo i profeti vedono, che altro fare se non cercare nel passato ciò che appaia promettente, anche in quanto già verificato nella realtà? Non è sbagliato tralasciare le intuizioni e le esperienze passate di uomini come noi, non meno creativi di noi?

Le più importanti delle formule storiche di aggregazione e solidarismo furono gli ordini religiosi, le congregazioni monastiche e simili. Esistono tuttora, ne nascono alcuni nuovi; però esigono il forte collegamento ad un credo, nonché la rinuncia personale a vari aspetti dell’esistenza. Conquiste massime del monachesimo restano la vita in comune, la disciplina, l’uguaglianza, il ripudio degli imperativi dell’individualismo e dell’edonismo. Tuttavia riprodurre oggi fuori del contesto religioso le categorie del monachesimo è quasi impossibile. Non così altre formule di comunitarismo.

Nel medio Ottocento britannico nacque ed ebbe uno sviluppo non irrisorio il Guild Socialism, una formula di collettivismo alternativo a quella marxista. Col nuovo secolo fu superata dal Fabianesimo, poi divenuto il Labour. Quando l’anglo-spagnolo Ramiro de Maeztu -secondo M.Fraga Iribarne (in quanto studioso cattedratico, non in quanto politico) Maeztu fu il maggiore pensatore spagnolo della prima metà del Novecento- si fece aggiornatore teorico del Guild Socialism, gli conferì contenuti moderni. Caratterizzò il Guild Socialism nel senso di un corporativismo non autoritario, ben distinto da quello fascista (v. in ‘Internauta’ di luglio 2011 lo scritto di Fraga Iribarne su Maetzu).

Alle sue origini ottocentesche il Guild Socialism si rifaceva alla lunga esperienza medievale delle ‘gilde’. Saldate dall’affiliazione religiosa, le gilde erano confraternite laiche di solidarietà, condivisione e mutuo soccorso tra persone che svolgevano attività affini; si affermarono non poco, soprattutto in Germania Francia Inghilterra, e giunsero a togliere prerogative pubbliche ad altri poteri ed istituzioni.

Se recuperassimo gli spunti principali del Guild Socialism quali attualizzati da Ramiro de Maeztu, perverremmo a svilupparli in un progetto alternativo ai socialismi falliti. Le Nuove Gilde susciterebbero valori comunitari ed esperienze solidaristiche innovative che ricaccerebbero i precetti dell’individualismo. Antagonizzerebbero il culto del denaro, del benessere, della proprietà individuale. Le Nuove Gilde aggregherebbero laici liberamente disposti a mettere in comunità aspetti più o meno importanti dell’esistenza: vari gradi di convivenza, di comproprietà, di lavoro e impresa, il tutto in chiara contrapposizione a molti dei dettami che ci opprimono da millenni: consumismo e arricchimento individuale prima di tutto. Inizialmente le gilde attrarrebbe solo minoranze elitarie, ma darebbero l’esempio.

Il comunitarismo egualitario, variamente articolato, delle gilde andrebbe premiato da importanti sgravi fiscali, a compenso della rinuncia più o meno larga al perseguimento della prosperità individuale. Queste ed altre provvidenze si aggiungerebbero alle economie di scala del vivere e intraprendere in comune. Come le Arti dell’età comunale (ma esse esistevano, anzi erano obbligatorie, nel Tardo Impero romano), come le altre corporazioni, gilde e hanse del Nord Europa, come i kibbuz, come le nostre cooperative, le Nuove Gilde svolgerebbero attività economiche, sempre in spirito mutualistico. In questo senso i membri giovani troverebbero più facile inserirsi nel mondo del lavoro.

Probabilmente il comunitarismo delle gilde (come quello di matrice diversa) sarà una delle risposte ai dilemmi gravi della decrescita. La decrescita, più o meno ‘felice’, è una necessità contro la disumanizzazione e l’imbruttimento dell’esistenza. Ma essa sarà inscindibile dalla gemella disoccupazione. Il solidarismo delle gilde ripartirebbe al loro interno lo sforzo di soccorrere i disoccupati, a volte di dar loro lavoro. Oggi i disoccupati nei paesi dell’Ocse sono 44 milioni; aumenteranno, prima di tutto tra i laureati.

Ovviamente le Nuove Gilde, cellule di una società più fresca, parzialmente affrancata dal capitalismo/consumismo, sarebbero anche protagoniste in prima fila di un epocale passaggio dal sindacato e dallo sciopero alla cogestione: niente di più cogestito di una gilda. Il sindacato stesso è destinato, anche dal dissesto del capitalismo, a trasformarsi in agente della cogestione. La società dell’avvenire prossimo dovrà organizzarsi attorno alla partecipazione dei lavoratori ai profitti e alle perdite delle aziende; e nessuna partecipazione sarebbe più avanzata di quella realizzantesi nella gilda, larga come una Hansa nordgermanica o minima come una comunità di pochi individui o famiglie.

Antonio Massimo Calderazzi

SE I RICCHI NON SBORSANO TORNERA’ LA LOTTA DI CLASSE

Così la pensa un liberale tedesco

L’Occidente nel suo complesso è alquanto malmesso e minacciato persino da rivolte di tipo arabo. I moti inglesi, soprattutto, hanno suscitato forte impressione; si crede poco che si tratti di puro teppismo. Il settimanale amburghese “Die Zeit” ha recentemente pubblicato in prima pagina un articolo il cui autore, Uwe Jean Heuser, proclama la propria fede liberale contrapposta all’ideologia e alle ricette tradizionali della sinistra. Avverte tuttavia che sta riaccendendosi una lotta di classe che non ritiene immotivata bensì provocata da errori, eccessi e carenze del moderno capitalismo, ai quali si deve rimediare facendo valere le esigenze di riequilibrio economico e giustizia sociale prima che sia troppo tardi. E raccomanda, in particolare, un’adeguata tassazione dei grandi patrimoni, dei ceti più benestanti e delle transazioni finanziarie. Riportiamo qui il testo pressocchè integrale dell’articolo, per un utile confronto con proposte spesso analoghe ma dai toni ben più blandi avanzate da esponenti e ambienti moderati del nostro paese. Per non parlare, naturalmente, del nostro ineffabile premier, il cui cuore sanguina all’idea di dover chiedere un obolo a chi introita più di 150 mila euro all’anno ma rimane secco davanti ad innalzamenti dell’IVA uguali per tutti, vanificazioni di contributi pagati per uno straccio di pensione e aumenti di quelli a carico dei co.co.co. (me. sq.)

Ritorna la lotta di classe. Dovunque in Occidente la gente vuole sapere chi paga per la crisi. Erogando miliardi per i salvataggi gli Stati hanno difeso i patrimoni dei possidenti. Molti sono ora minacciati di bancarotta, può arrivare una nuova recessione ed è sempre più chiaro quanto costosa sia questa crisi. Dobbiamo ancora astenerci dal toccare i benestanti? No, gridano i poveri e con loro anche molti ricchi. E hanno ben ragione. L’Occidente non può uscire dalla crisi mantenendo inalterato il sistema con il quale vi è precipitato; deve invece correggerlo.

In realtà tutto va sempre peggio. I paesi industriali non sono alla prese soltanto con gli indebitamenti ma devono fronteggiare anche la catastrofe climatica. Collegando le due cose diventa evidente che mai i paesi ricchi erano stati così malmessi come oggi. Il dibattito su chi dovrà dare e quanto per salvare l’euro e il dollaro, per sanare i bilanci e per la svolta energetica, dominerà nelle capitali fino a che i politici non avranno trovato una risposta.

Ne consegue quasi automaticamente una domanda: la sinistra aveva dunque ragione? L’ha posta un conservatore britannico ritrattando la sua fede nel mercato. L’editore della Frankfurter Allgemeine Zeitung l’ha ora estesa alla Germania. Come tutti sanno, quando i conservatori cominciano a dubitare vuol dire che qualcosa sta per accadere. E’ importante perciò dare una risposta alla domanda sulla sinistra, e la risposta è no.
In effetti la sinistra ha ragione solo nella misura in cui ce l’ha chiunque metta in guardia contro gli eccessi. Naturalmente si finisce in rovina quando i banchieri possono fare qualsiasi cosa e i cittadini non ne guadagnano niente. E viene meno la democrazia quando, come in America, i ricchi raddoppiano la loro quota del reddito nazionale.

Non dimentichiamo però che la Germania si è rimessa in piedi solo con l’Agenda 2010 dei liberali e non con la redistribuzione di sinistra. Oggi i lavoratori dell’Occidente devono competere con un miliardo di cinesi, indiani e brasiliani, che un tempo ricavavano dai loro campi solo lo stretto necessario e oggi invece partecipano al mercato mondiale come contadini, operai industriali o addetti ai servizi informatici. Tenere duro su salari elevati e più welfare state porterebbe ben presto alla disoccupazione di massa.

Non abbiamo bisogno della sinistra neppure per capire che nel capitalismo in crisi qualcosa è finito fuori strada. Il senso della decenza e l’aspirazione ad un’economia di mercato funzionante dicono la stessa cosa: non è ammissibile che chi sta in alto giochi d’azzardo e chi sta in basso paghi.

Da tempo si avanzano a Berlino buone idee per più equità. Perché i benestanti pagano la stessa aliquota massima di imposta del 42% come i percettori di redditi medi e perché solo per i più ricchi c’è ancora un supplemento? Estendiamo dunque l’aliquota più elevata all’intera categoria. E’ altresì inspiegabile che in Germania l’imposta di successione sia così bassa rispetto al resto del mondo. Per i grandi patrimoni essa dovrebbe aumentare. E’ ugualmente necessario tassare tutte le operazioni sui mercati finanziari, a carico di chi ha molto e traffica molto. Non mancano neppure i mezzi per alleviare i meno abbienti in sede fiscale e di contributi sociali e migliorare la formazione dei figli dei poveri.

Almeno altrettanto importante è ridistribuire la responsabilità. Due anni fa la Germania ha cominciato a sottoporre ad una rigorosa normativa tutti gli istituti finanziari, ma si è fermata a metà strada. Non serve neppure denaro per mettere in regola quanti mettono in pericolo il nostro benessere e liberare dalle pastoie di legge coloro che lo creano. Occorre solo la volontà di farlo.

Rientra nelle leggi del movimento politico che nei momenti di crisi ci si rivolga ai benestanti. Però non illudiamoci: quando si dice che si batte cassa presso i ricchi, la faccenda riguarda anche il ceto medio. Il che si può giustificare soltanto se anche lo Stato si assume le sue responsabilità e frena la propria vocazione ad indebitarsi.

Dopotutto la Germania si è obbligata per Costituzione a non contrarre praticamente più debiti nel prossimo decennio. L’Europa, come Angela Merkel ha chiesto questa settimana a Parigi, deve seguire l’esempio tedesco. Anche la svolta energetica è un tentativo di mettersi in regola nei confronti del futuro.

Ma chi pagherà? Il paese deve creare un nuovo equilibrio tra denaro e responsabilità, se possibile prima che la grande ondata redistributiva investa l’Occidente; e lo farà. Resta da vedere se sapremo agire con previdenza e promuovendo il benessere oppure ci lasceremo travolgere; se sarà uno Schroeder a dare il là alla risposta oppure un Lafontaine. O, meglio ancora, la signora Merkel.

F.S.

FALLISCE IL SUFFRAGIO UNIVERSALE, SI CHIEDE IL CONTO ALL’EUROPA

Con un picco di onestà (e patetismo) da record, il nostro presidente del Consiglio a Bruxelles ha chiesto al presidente europeo Van Rompuy che sia l’Europa a imporre ai governi l’innalzamento dell’età pensionabile. Con quale motivazione? Una necessaria uniformità nei Paesi che condividono la stessa moneta? Certo che no. “Ogni governo che provasse a farlo perderebbe voti”, spiega Berlusconi. Alla faccia del “miglior sistema di governo possibile”. Se le democrazie fondate sul suffragio universale non sono in grado strutturalmente di prendere decisioni non dico giuste, ma addirittura necessarie, perchè si basano su un consenso irresponsabile, non sarà il caso di riconsiderare il nostro sistema?

Troppo facile chiedere che ad addossarsi l’impopolarità delle decisioni inderogabili sia l’Unione europea. Già da anni sconta continui attacchi da parte del populismo (sia di destra che di sinistra), già da anni i cittadini europei sono sempre meno entusiasti della propria appartenenza comune. Le spinte nazionaliste sono in costante aumento, i partiti antieuropei crescono ovunque, c’è già chi parla di abbandonare l’Unione. In un contesto del genere è accettabile che i governi nazionali chiedano di poter addossare all’Unione la responsabilità di quello che sarebbe loro dovere fare? Alla lunga il giocattolo rischia di rompersi.

Cari governi nazionali, se il sistema politico in vigore vi impedisce di attuare le politiche necessarie alla nostra stessa sopravvivenza, non invocate un capro espiatorio, un santo martire che si immoli per voi. Cominciate ad immaginare come cambiare quel sistema.

Tommaso Canetta

DIALOGO SULLA GUERRA E SULLA PACE

Le tre persone che qui conversano, Candido, Cinico, Celestina, pensano, come quasi tutti i viventi, che un conflitto armato fra popoli e nazioni sia un avvenimento eccezionale. E pensano questo malgrado nei libri di storia che hanno letti i periodi di pace vengano inquadrati come poco più che intervalli fra una guerra e l’altra. C’è una storia nera e una storia bianca. E la prima, che occupa tanti anni meno, è tanto più narrata e tanto più estesa della seconda. Anche la storia bianca è zeppa di avvenimenti significativi e determinanti, e sarebbe anche possibile ricondurre ad essi le truci vicende della storia nera. Dovendo stabilire delle dipendenze si potrebbe concludere che la nera dipende dalla bianca assai più che questa da quella. Si fanno le guerre in conseguenza della pace che c’era assai più che non si faccia la pace in base alla guerra che l’ha preceduta.

“Candido”. Delle guerre si parla tanto, nella storia come nei romanzi, perché una guerra la si deve giustificare; e la giustificazione si fa in parole, che si sentono, si vedono, e non possono restare nel privato. Le guerre non si giustificano da sole. Chi va in giro con elmo e corazza ha da dire perché, diversamente dal civile che, straccione o elegante, non è tenuto a dir niente a nessuno. E se anche è un guerriero dei tempi moderni, con le sue tute a macchia e quei bizzarri segnetti, o patacche, dovunque, ha un bel dire che servono a mimetizzarlo; lo si nota molto di più.
“Celestina”. Quei tipi alteri, quel vestire insolito, alle donne fanno impressione. C’è anche, o forse c’era, più di oggi, un’eleganza militare. Quelli alti in grado dovevano far impressione, con bandoliere, coccarde, pennacchi. Dai marescialli di Napoleone a oggi, è stato tutto un semplificare.

“Cinico”. Ma non sarà stato per far impressione alle donne che ci si vestiva in quel modo. Bisognava farsi riconoscere dai sottoposti, dai soldati, i quali in battaglia potevano sbandarsi se non vedevano il superiore. C’era sempre un problema di visibilità. Il diplomatico può anche nascondersi, ma il guerriero deve farsi vedere. Lo si vede oggi anche in certe divise di certi corpi speciali. La divisa ha sempre fatto eleganza.

“Celestina”. Se però non la usi. Se sei stato in battaglia e torni a casa tutto sporco e magari anche di sangue, magari anche non del tuo sangue, non mi direte che fa un bel vedere. Ma così conciati non si fanno vedere mai. Li vedono soltanto le crocerossine.

“Candido”. Il sangue, il sangue, è proprio questo che eccita! È il “segno rosso del coraggio”, così si è detto. Ma noi sappiamo anche che è il segno rosso della morte, del dolore, della sfortuna.
“Cinico”. Sangue, sangue, sangue! E violenze, e distruzioni, e crudeltà! Tutto questo eccita, e fa sentire al centro di quello che è successo. “Una notte di Parigi rimedierà a tutto questo”, sembra abbia detto Napoleone per un momento esitante. E anche il cinico Mussolini ebbe a dire che aveva bisogno di cinquantamila morti per contare qualcosa al tavolo della pace. Dunque i morti si rimediano, o rendono, per certi tipi!

“Celestina”. Che le guerre siano violenza e crudeltà, che distruggano e impoveriscano anche i vincitori lo sanno tutti. Ma io, donna, mi chiedo “perché non se lo dicono”, i signori maschi che fanno le guerre.

“Candido”. Non se lo dicono perché molte volte non sanno immaginarsi qualcosa di diverso. E d’altra parte, quando compare uno come Hitler, che cosa vuoi fare?

“Celestina”. Se un popolo si sente superiore non troverà qualcuno che gli spiega che questa superiorità se davvero esiste, finisce per affermarsi? Furono i Greci vinti che conquistarono i Romani! Le guerre sono una scorciatoia, uno di quei sentieri che ti fanno scivolare nel fosso. La pace, la pace, è la strada maestra. Ascoltate noi donne, che non siamo gente di guerra.

“Cinico”. In questo mi piace dire che noi italiani siamo stati maestri. Passato il medio evo, passato il quattrocento, abbiamo esportato la nostra civiltà senza farla precedere da armati. Gli italiani sanno far tante cose, ma non la guerra! Così la pensava anche Churchill!

“Celestina”. Hai ragione. Anche i nostri condottieri erano più bravi a trattare che a vincere. Andrea Doria, grande ammiraglio genovese, faceva capire che avrebbe potuto vincere, ma poi trattava. Non aveva, come Napoleone, la passione della vittoria. E quando hai ben ben vinto, che fai? Ti trovi con il vinto da mantenere!

“Candido”. A molti piace fare la faccia feroce. E dopo non son più capaci di tornare quello che erano prima.

“Cinico”. E invece proprio di aver fatto la faccia feroce dovrebbero vergognarsi. Ma c’è questo culto della cattiveria, che io non comprendo. I cattivi diventano eroi. Del troiano Ettore, eroe degli eroi, non si dice che prima di sacrificarsi al suo destino ne aveva accoppati tanti, soldati e forse anche non. Se poi è stato ucciso lui pure, sarebbe da dire che ha avuto in fondo quel che si meritava. La stessa cosa io direi per Achille.

“Celestina”. Tutti maschiacci, non son questi che piacciono a noi.

“Cinico”. Gente che la guerra, prima di farla, se la inventa. Io non sono uno che ama la violenza perché la violenza sarebbe sincera. Non esiste una violenza sincera. C’è sempre la menzogna che viaggia con lei. Ho scoperto che già i re assiri giustificavano la guerra. La presentavano come un comando di Dio. Al quale poi rendevano conto con delle lettere, che erano cosa molto simile ai bollettini ufficiali delle guerre moderne, redatti per informare il popolo. Al quale veramente quel che era davvero accaduto non si poteva dire, o andava travisato; le famose “ritirate strategiche” dei bollettini tedeschi. Bisognava figurar bene con il dio che ti aveva mandato ad uccidere, non diversamente che ai popoli, sedicenti che ti hanno mandato.

“Celestina”. Già “menteur comme un bullettin” si diceva in Francia. E anche reticente; la reticenza è menzogna?

“Cinico”. Io direi di sì, se taci qualcosa che avresti il dovere di dire. Chi ha deciso una guerra non lo può certo dire. Deve presentarsi come uno che fa qualcosa che non potrebbe non fare. Ma poiché son decisioni che non si possono tenere nascoste, perché una guerra segreta non è possibile, una ragione ci vuole. I re, forse, non ne avevano bisogno, come quel Federico II di Prussia: “quando muovo i miei eserciti, il popolo non se ne deve accorgere”. Già, ma ne avrà pur subito le conseguenze! Perché la prima menzogna è quella sui costi, e quelli li pagano tutti.

“Celestina”. Si racconta della prima guerra mondiale italiana la presa di Gorizia, sottratta agli austriaci dopo lunghi e sanguinosi combattimenti. Ma non si racconta di quell’ufficiale italiano che vide un’anziana donna piangente e si prese l’iniziativa di redarguirla:

– Ma come, lei non partecipa al generale contento?
– Vede quel mucchio di mattoni e di pietre? Era la mia casa.
– Ma signora, ne faremo una di più nuova e più bella.
– E’ che sotto a quei mattoni, a quelle pietre, c’è sepolto mio figlio; e io dovrei gioire che siete arrivati voi?

Non si sa che cosa abbia risposto l’ufficiale, ma c’è da augurarsi abbia avuto la dignità di non farsi più vedere.

“Candido”. Il punto è che di una guerra non si dice mai tutto.

“Cinico”. Reticenza e menzogna. Reticenza su quello che accade, menzogna sui propositi che l’hanno fatto accadere. E tanta censura, per noi e sugli altri. La censura segue la menzogna, naturalmente, perché poi bisogna essere coerenti. Oppure è la menzogna che rende necessaria la censura.

“Candido”. L’una cosa e anche l’altra. E’ a cominciare dalle intenzioni che bisogna mentire. C’è sempre qualcuno che tira il primo colpo. Ma non vorrà mai dire che è stato lui. Fu l’artiglieria austriaca, tirando su Belgrado, che diede inizio alla prima guerra mondiale. Ma a quell’iniziativa ci si disse costretti, per difendere la dignità dell’impero dalle provocazioni di un piccolo popolo. Provocazioni che non furono mai dimostrate, come si dovette riconoscere che di armi non riconosciute non ne furono trovate in Iraq.

“Cinico”. Si inventa qualcosa che ha preceduto la tua decisione.

“Candido”. Bisogna rispondere alla domanda “perché”? Le risposte son di due tipi: Uno: “è successo qualcosa che mi ha ‘costretto’ a sparare”. Due: “se l’ho fatto avevo le mie buone ragioni”. Cause e ragioni si alternano, ma sono diverse, molto diverse l’una dall’altra.

“Cinico e Celestina”. ??? spiegati meglio.

“Candido”. Quando invoca una causa , uno si presenta come passivo. Se proprio non è come il lampo, che succede al tuono perché sono la stessa cosa, è un poco come bagnarsi quando piove e non si ha l’ombrello. La pioggia è la causa e tu con i tuoi vestiti bagnati siete l’effetto. L’azione compiuta diventa un fatto naturale, necessario.

“Cinico e Celestina”. Continua.

“Candido”. Quando presentarsi come determinati non è possibile, allora si invoca una ragione: “perdevo la faccia, non sarei più stato io se non avessi deciso di sparare”.

“Cinico e Celestina”. Che cosa significa “non sono più io”?

“Candido”. Significa che io mi sono fatto corrispondere a talune regole, o valori, non rispettando i quali non esisto nemmeno più; non sono più riconoscibile, non sono più io; io stesso non mi riconosco più. E ognuno ha bisogno di riconoscersi.

“Cinico”. Ma qui bisogna stare attenti, perché uno queste cose se le può anche inventare.

“Candido”. Ma poi se ne dimentica, e ci rimane attaccato come fossero sempre esistite prima di lui.

“Celestina”. Ma ci sarà ben qualcosa.

“Cinico”. Il guaio è che non lo sappiamo. Il sacro si traveste, è sempre un’altra cosa che ti viene incontro. E’ sempre un’altra cosa che si presenta al tuo animo.

“Celestina”. Proprio sempre sempre? Io non dispero.

“Cinico”. C’è anche una violenza individuale, fra persone singole, e questa riesce a nascondersi. Ma quando diventa pubblica, collettiva, la violenza non si può nascondere. Allora si deve giustificare. O anche, e questa è la situazione più difficile, travestire. Per esempio si traveste da eroismo, che è già qualcosa di cui ci si può vantare. Ma io vorrei sapere che eroismo c’è a montare su di un aereo carico di bombe e lasciarle cadere su di un villaggio pieno di supposti guerriglieri; semmai son quelli gli eroi. Dopo che è venuta fuori l’artiglieria era questa che faceva più danni; ma gli artiglieri eran quelli che rischiavano di meno, perché restavano indietro. Un altro bel travestimento è il sacrificio, altra parola positiva. Poi c’è il rischio. Chi rischia e si sacrifica diventa un eroe, a spese di altri, quasi sempre. Avevano ragione i fantaccini della prima guerra mondiale, che non amavano quelli che gli arrivava la medaglia; loro morivano e il capitano si prendeva la medaglia. Aggiungiamoci anche il dovere, la solidarietà e altre cose. Tutti travestimenti.

“Celestina”. Queste belle cose, e altre ancora, son fatte per quelli che non combattono, per le donne ad esempio. E se quelli che combattono avessero il coraggio di disertare farebbero un servizio a tutti. Potrà sembrare una provocazione, ma io darei un premio ai disertori. O comunque li lascerei in pace, come accade a quelli che si chiamano “obiettori”.

“Candido”. Questa sì che è un’idea brillante. Ma come la si concilia con tutto il discorso “la Patria chiama”, “il dovere impone” e cose simili?

“Cinico”. E’ appunto sul clima guerrafondaio, così penso si possa dire, che vorrei soffermarmi. A tutti quelli che in guerra non andavano, ma si chiedeva che fossero d’accordo, si rendeva più omaggio qualche guerra fa, che non nelle recentissime. Sono spariti i bollettini di guerra. Perché non ci vien detto niente di ufficiale su ciò che accade in Afghanistan, in Libia e in tanti altri luoghi?

“Celestina”. Ah! Questa sarebbe bella!

“Candido”. Le guerre di oggi son camuffate da operazioni di polizia. E la polizia non dà bollettini, semmai riferisce alla magistratura, secondo certe regole; perlopiù a cose fatte. Ma il poliziotto che insegue un malfattore non può accopparlo lui direttamente; è soltanto autorizzato ad acciuffarlo. Ma queste di oggi son guerre senza prigionieri! Si ammazza e basta.

“Cinico”. Fra le spiegazioni-giustificazioni delle quali abbiamo detto mi viene alla mente un caso particolare, che conseguenze gravissime. E’ quando si invoca una causa che non è accaduta ma si dà per certo, per scontato, che accadrà. E’ una causa possibile, data per necessaria e inevitabile. Questo atteggiamento è all’origine delle “corse al riarmo”, come vengono chiamate. Il mio vicino costruisce navi corazzate, si arricchisce di mitragliatrici e cannoni. Finirà con l’usarle, e contro di me. Allora devo essere pronto, con più corazzate, più canoni ecc. Così si è arrivati a primo conflitto mondiale, fra Germania e Inghilterra. Invece con la “guerra fredda” fra URSS e Stati Uniti uno dei due ha mollato. E così siamo tornati alla guerre locali.

“Candido”. Ma questa mania del riarmo alcune guerre, guerre locali, le ha fatte succedere. Dove si provano queste armi? Non possiamo con il grosso? Proviamo sul piccolo, vedi Vietnam, Corea, Etiopia e tante altre. Così si fanno anche soldi, perché naturalmente ai minori, ai poveri, le armi si vendono.

“Cinico”. E’ così che nascono le cosiddette “guerre legali”. Son quelle guerre che si dice di fare a vantaggio di coloro che le subiscono. Ad esempio la repressione del brigantaggio dopo l’unità d’Italia, che fu più sanguinosa delle guerre che l’avevano preceduta; ma era sangue “impuro”, sangue di fuorilegge.

“Celestina”. Le armi, gli aerei da combattimento e simili invecchiano, più rapidamente di ogni altro prodotto industriale. Però non si possono buttare, sono costati molto. E allora contro chi usarli, se non chi ne ha altri ancora più vecchi? I fucili dei briganti sparavano male, al confronto con quelli dell’esercito regolare.

“Candido”. E’ certa una cosa, che se questa storia della corsa alle armi venisse a cessare si risparmierebbero tanti soldi, da usare per l’umanità. Ci deve essere qualcosa di sbagliato in queste guerre di polizia. A proposito, il famigerato Pol Pot l’ha acchiappato qualcuno?

“Cinico”. Più che acchiapparli, isolarli si dovrebbe, fargli il vuoto attorno. Far capire alla gente che nessuna causa, anche buona, può servirsi di mezzi cattivi. Un’umanità civile è quella che sostiene le proprie cause con mezzi che consentono il rifiuto, che sono la parola, il denaro, il confronto, la persuasione. La violenza è una scorciatoia che squalifica e fa danni subito, rimandando i risultati; quando hanno capito questo anche le Chiese sono diventate non violente; non è bruciando gli eretici che si combattono le eresie.

“Candido”. La corsa agli armamenti è micidiale perché fa sentire costretti quando invece si ha scelto. L’altro ha un cannone più di te? Lascia che sua lui a tenerselo pulito. A che cosa ha servito la famosa Grosse Berte (il cannone tedesco che arrivava fino a Parigi nella prima guerra mondiale)?

Che cosa c’era nel suo passato? E’ spesso così, nelle cose germaniche; non si sa mai che passato abbiano. Non basta l’artiglieria a vincere le guerre; ci vuole la volontà degli artiglieri. A Caporetto i cannoni italiani c’erano, ma non hanno sparato; e la spiegazione c’è, ma si dovrebbe avere il coraggio di andare a cercarla nel posto giusto, nell’animo dei comandanti e degli artiglieri.

“Celestina”. Avere più armi può essere utile a far ammazzare più gente. Ma quando la mattanza è finita, restano le baionette; e su queste non ti puoi sedere. E alla fine il vincitore è quello che ti ha messo un cuscino sotto il sedere.

“Cinico”. E’ così che nascono le cosiddette “guerre contro l’altro, ma ad uso interno”. Servono a militarizzare la nazione, e la nuova disciplina militare si rimangia tutti i diritti civili faticosamente conquistati e dolorosamente concessi. L’operaio in divisa non sciopera più. Il soldato deve soltanto “krepieren”, come fa dire il soldato Sc’veik al maresciallo austriaco Conrad. Ecco un bel tema per la prossima volta.

Paolo Facchi

CONCHITA, PREFICA DEL SOCIALISMO ‘MAGICO’

Giornate quasi luttuose, agosto 2011, per lo Stivale, per l’Occidente, per il Mercato, eccetera. Ma gli Dei benigni ci donano una parentesi lieta, il mesto articolo “Adios Zapatero. Sogno infranto” di Conchita De Gregorio (Repubblica). Spiega il sommario: ‘Errori e crisi economica hanno infranto il sogno del socialismo magico’.

Non rinunciamo ad additare a titolo preliminare la deliziosa, femminea immagine del socialismo ‘magico’. Non avrebbe saputo dir meglio Sibilla Aleramo. Oppure quel dolce affabulatore, estremista lirico con judicio, rivoluzionario estatico per signora, che è il governatore di Apulia ridens. In tempi di degrado profondo del nome Socialismo, chiamarlo magico è un altro e lene modo per dire Non socialismo o De cuius socialismo. Sono però possibili altre accezioni: Socialismo vezzoso, delle bambole, del Lsd, della cipria o del mascara, e così via.

Unico dubbio: che c’era di propriamente magico, vezzoso ecc. nella partitocrazia PSOE: signori delle tessere, auto blu, giochi correntizi, tangenti, elettoralismi spinti, e così via? Direte, sono così i conservatori del Partido Popular, e ogni altro partito del mondo libero. Giusto. Ma allora perché non parlare anche di liberalismo magico, reazionarismo magico, cleptocrazia magica?

“Sogno infranto” è lettura euforizzante per chi, come me, per sette anni è andato chiedendosi perché Zapatero e la sua compagine operavano come operavano. Perché pensavano di imporre a una nazione orgogliosa, straricca di retaggio, memore dei guasti repubblicani e dei drammi della Guerra civile, un corso accelerato e obbligatorio di dottrina trasgressiva, progressista ma non proletaria, soprattutto anticlericale e iconoclasta. Manuel Azana e una parte degli intellettuali che con lui avevano deposto re Alfonso XIII e proclamato la repubblica tentarono la stessa operazione iperlaicista e giacobino-borghese. La congiuntura politica e la malattia sociale, con la tentazione rivoluzionaria dei socialisti e degli anarchici, scatenarono subito la violenza: incendi di chiese, assassinii, controviolenze della destra fascisteggiante; finché esplose la Guerra civile.

Nel 1919, crollato l’impero guglielmino, lo scrittore spartachista Kurt Eisner aveva provato ad instaurare una repubblica dei soviet nel più conservatore dei Laender, la Baviera cattolica. Lì la temerarietà dell’impresa fu messa a nudo immediatamente: l’immensa forza di un esercito mai sconfitto ebbe ragione in pochi giorni del tentativo rivoluzionario. Eisner fu assassinato.

Azana, il modello di Zapatero, non era né rivoluzionario né marxista; tra il 1931 e il ’36 ebbe il torto di indulgere sulle violenze anarchiche, di atteggiarsi a fazioso, soprattutto di non affrontare se non svogliatamente una riforma agraria che aveva l’obbligo di considerare sacrosanta. Mise una veemenza acre nell’assalire le tradizioni religiose: ‘La Spagna ha cessato d’essere cattolica’ proclamò. Sorprendentemente Zapatero ha creduto di potere riprendere l’opera di Azana, il più sconfitto degli statisti, finito a piedi in una marea di fuggiaschi che cercavano di riparare in Francia.

Conchita De Gregorio non si dà pace: “Una cosa inconcepibile, contro le ragioni del tempo. Come se i nonni ereditassero il paese dai nipoti. Ci abbiamo provato, abbiamo perduto. E’ stata una lunga allegria, poi una lunga agonia. Non bisognerebbe mai illudersi. Rajoy, l’erede di Fraga, potrebbe trovare un varco nel disorientamento del paese, nella disillusione (…) Zp aveva 40 anni -veramente ne aveva 43. Che tocco delicato, togliere anni a un maschio; il quale peraltro, per aver voluto tante donne nel governo, si è quasi amalgamato ad esse, perciò meritando da Conchita tre anni di extra giovinezza- quando è arrivato al governo promettendo la rivoluzione gentile, il sogno, la cimosa che cancella la lavagna e la lascia vuota per chi ha coraggio e talento, le donne, i giovani, la nuova Spagna”. Il rimpianto acre di Conchita va alla legge d’eccezione contro la violenza maschilista, al divorzio rapido, all’aborto delle minorenni, al matrimonio gay and lesbian, ai baci in bocca tra efebi in canottiera ciclamino. Peraltro la sacerdotessa del socialismo magico ha l’aria di insinuare che sarebbe stato giusto uno Zp acclamato alla testa sia degli Indignados, sia della nuova rivolta del paese. Tacendo che sia gli Indignados sia il paese si rivoltavano, per cominciare, contro chi era al governo da sette anni.

Ma ecco l’analisi politica, senza sconti, al posto dell’elegia: “Zp ha creduto davvero di poter fare da solo (per poi) piegarsi alle ragioni della grande finanza. La rivolta giovanile sta riconsegnando il paese ai 60enni, 70enni, un paradosso. Per sette anni la Spagna e il mondo hanno conosciuto il socialismo magico, un sortilegio per cui all’improvviso la Spagna non aveva paura a sfidare il Papa con la legge sul matrimonio tra omosessuali, a sfidare la cultura cattolica, il machismo, l’ordine sociale fondato sul buon padre di famiglia e sul franchismo ancora sotto traccia (…) Un paese così diventa il posto dove il Codice penale è più severo con gli uomini violenti che con le donne, pazienza per la Costituzione, si tratta di parità sostanziale”. Pazienza per la Costituzione…

Singhiozza la Prèfica: “Quella notte che Zp vinse le elezioni Madrid impazzì di felicità (…) Ma la Chiesa ha portato in piazza le moltitudini, la Spagna è Opus Dei, è le signore con le perle vestite di marrone, madri di otto figli. ‘Il problema è stato aver chiamato matrimonio le nozze gay’ mi disse allora il vescovo di Valencia. Ma Zp, l’uomo dagli occhi di Bambi, rispose l’AMORE NON CONOSCE REGOLE (…) Il socialismo magico dava guerra al clero e gli spagnoli, i nipoti del franchismo, erano lì (…) E’ nella seconda legislatura, cominciata nel 2008, che Bambi diventa Mr Bean. L’ingenuità infantile è diventata difetto senile. La straordinaria campagna ostile di Cadena Cope, potente radio dei vescovi, ha condotto l’opposizione che la destra non riusciva a fare (…) Socialista nei criteri di spesa, conservatore nei criteri di entrata, Zp promuoveva leggi sulla Memoria storica, abbatteva le statue del franchismo e intanto il fiume carsico dell’antica destra era lì che scorreva e aspettava. Il giorno fatale è stato il 15 maggio 2010 quando la Cee, il Fmi, i grandi poteri economici hanno preteso e ottenuto che il socialismo magico smettesse di giocare con la realtà. Tagli pesantissimi, fine dello Stato sociale, testa china alle banche. Fine del socialismo dei cittadini. Inizio di Mr Bean. I vecchi signori delle tessere hanno ricominciato a lavorare nell’ombra, lasciandolo giocare ancora un po’ col suo femminismo, con la sua ingenuità già sconfitta (…) Ha dovuto ritirarsi per la richiesta delle banche. Il veliero del tempo è fermo, prua al vento. Socialismo del popolo arrivederci. Zapatero, adios”.

Finisce qui il lamento per l’Eroe caduto, femminista (l’eroe) quasi al punto dell’androginia, anello d’unione tra laicismo e amore che non conosce regole. Per carità progressista Conchita non fa che un accenno alla circostanza che la Spagna di Zp si era data senza ritegno al turbocapitalismo. E, sempre per carità progressista, nessun rimprovero allo Zp che prese a modello Manuel Azana. Come sappiamo, Azana mise tutto il suo talento a combattere preti e suore, ma dei braccianti e degli altri proletari non si curò, perciò essi si dettero a quel ribellismo anarchico che egli Azana, l’intellettuale radical-benestante, detestava.

Zapatero e Azana si immolarono nell’asserzione di cause di minoranza, contro i sentimenti della gente. Che guastatori intrepidi, caduti nella lotta. Ma che dolce consolazione, i singhiozzi della Prèfica!

A M Calderazzi

DALLA PRIMA ALLA SECONDA REPUBBLICA

A rischio il consuntivo dei 150 anni

Dei 150 anni finora trascorsi dall’unificazione dell’Italia in uno Stato nazionale indipendente la prima metà abbondante sfociò nella catastrofe materiale e morale del secondo conflitto mondiale, la cui responsabilità ricade sul regime fascista generato dalla precedente “grande guerra” (vedi in proposito l’Internauta di luglio-agosto). Altri conflitti pur meno immani, partecipati o ingaggiati dal giovane Stato, già avevano contribuito non poco a turbarne più o meno gravemente la vita. Si può ben dire quindi che dalla cessazione di impegni bellici per di più prevalentemente fallimentari sul piano militare potevano derivare solo vantaggi, anche se i fallimenti erano a loro volta attribuibili almeno in parte a carenze di quello che oggi si chiama sistema-paese.

Non sembra comunque un caso che i progressi maggiori, veri e propri salti di qualità e conquiste storiche, come il raggiungimento di un relativo benessere e l’eliminazione dell’analfabetismo, siano stati compiuti nel periodo posteriore al 1945, caratterizzato da una lunga pace sul fronte esterno benché resa precaria e persino “calda” dalla cosiddetta guerra fredda tra Est e Ovest con annessa e costante minaccia di un apocalittico conflitto termonucleare. Questo stesso contesto internazionale, come sappiamo, era così fortemente condizionante da scoraggiare qualsiasi iniziativa e tentazione bellica anche a carattere locale o comunque limitato, che tornarono infatti ad agitare la scena europea (altrove non vi fu stasi) solo dopo la fine di quell’epocale confronto.

Altri risvolti favorevoli di un simile contesto si ritrovano nell’interesse degli Stati Uniti, leader dello schieramento occidentale, a rafforzare sotto ogni aspetto i paesi alleati, compresi quelli appena vinti in guerra, per meglio fronteggiare insieme la sfida del mondo comunista, e nell’interesse degli stessi alleati a stringere i loro legami al medesimo scopo. L’Italia potè così fruire prima degli aiuti economici e finanziari americani dispensati nel quadro del Piano Marshall ai fini della ricostruzione post-bellica e del decollo del proprio sviluppo, e poi dei molteplici vantaggi ricavati dalla partecipazione al processo di integrazione economica dell’Europa occidentale.

Non va inoltre dimenticato che in Italia, come in tutto l’Occidente, la suddetta sfida giocò un ruolo tutt’altro che secondario nel rafforzare la spinta a promuovere, insieme allo sviluppo economico, anche adeguate soluzioni dei problemi spesso gravi di giustizia sociale per non lasciare fianchi troppo scoperti alla contestazione e agli allettamenti del grande avversario politico e ideologico, reso tanto più temibile dalla potenza militare dell’Unione Sovietica almeno fino a quando le molteplici pecche del “primo Stato socialista del mondo” non divennero sempre più evidenti anche agli occhi di chi soggiaceva più ciecamente al suo fascino.

In Italia, anzi, questo fattore fece sentire il suo peso più che altrove data la complessiva, maggiore arretratezza e fragilità rispetto ai paesi con i quali essa generalmente si confrontava e si confronta, con conseguente e imponente presenza di quello che diventò e rimase per decenni il maggiore partito comunista del mondo occidentale. Naturalmente, e per contro, ciò conferiva una particolare asprezza alla dialettica politica interna, che rischiò infatti a più riprese, soprattutto nella fase iniziale del dopoguerra, di sconfinare in scontro aperto, al limite in una nuova guerra civile.

Se questo pericolo, tuttavia, fu scongiurato, lo si dovette non soltanto agli oggettivi condizionamenti di cui sopra ma anche alla capacità dimostrata dai capi degli opposti schieramenti di padroneggiare una problematica così ardua con senso di responsabilità, reciproca moderazione al di là delle violenze polemiche e una disponibilità al compromesso anche costruttivo, quando necessario, come nel caso della Costituzione democratica e repubblicana del 1947-48. La lezione di De Gasperi e Togliatti, in qualche modo emuli, nella fase più difficile, di Giolitti e Turati mezzo secolo prima, non venne dimenticata e fu semmai ulteriormente sviluppata dai rispettivi successori, però in forme e con percorsi più tortuosi ed ambigui, anche a causa della comparsa di un’aspirante terza forza rappresentata dal partito socialista di Craxi.

Il grande compromesso storico preconizzato da Gramsci e rilanciato in qualche modo da Berlinguer verso la fine degli anni ’70 non giunse comunque mai in porto anche perché se ne sentiva sempre meno il bisogno, in un contesto internazionale ormai avviato a cambiare radicalmente. Il tracollo finale del blocco orientale ebbe il duplice effetto di minare sia le fondamenta quanto meno storiche dell’egemonia democristiana sul vittorioso schieramento anticomunista sia la consistenza e il credito di un’alternativa comunista quantunque riveduta e corretta. La susseguente crociata anticorruzione di Mani pulite spazzò via il PSI e mise in ginocchio la DC fino a frantumarla ma non bastò a consegnare il potere alla sinistra, vecchia o nuova che fosse.

Nata dunque da una duplice scossa tellurica e mai riuscita poi a liberarsi da una cronica instabilità e sostanziale inconcludenza, la cosiddetta seconda repubblica doveva in realtà scontare l’eredità per molti aspetti pesante della prima oltre alle svariate asperità del nuovo ordine internazionale e, naturalmente, alle proprie carenze congenite o sopravvenute in aggiunta a tradizionali difetti o vere e proprie tare nazionali.

Difficile dire se nel bilancio consuntivo della classe politica che gestì la prima repubblica prevalsero i meriti oppure i demeriti. In testa ai primi campeggia quello di aver saputo guidare il paese in un processo di crescita senza precedenti in ogni settore malgrado la profonda spaccatura politico-ideologica della sua anima. Ma non meno meritorie furono la conduzione di una politica estera tendenzialmente equilibrata ed aperta pur nel quadro dell’appartenenza all’alleanza atlantica, la graduale benché a tratti estremamente contrastata acquisizione al gioco democratico anche della rappresentanza solo inizialmente modesta dei nostalgici del fascismo e, a cura delle intere maggioranze governative, la preservazione della laicità dello Stato malgrado la professione cattolica del partito dominante.

In campo economico, tuttavia, la crescita procedette con slancio solo finchè propiziata, insieme agli altri fattori esterni già menzionati, dal basso prezzo di una fonte energetica essenziale come il petrolio. Tenuto conto delle ingenti accise imposte sulla sua commercializzazione, non si mancò di ironizzare sulla repubblica fondata su di esso, anziché sul lavoro come voleva la Costituzione. Non a caso i dolori cominciarono negli anni ’70, quando il mondo dovette subire due crisi consecutive provocate da bruschi rincari dell’”oro nero”.

L’Italia, in particolare, le scontò con un sensibile rallentamento della crescita e il divampare di un’inflazione che giunse a superare il 20%. A smorzarla concorsero in seguito soprattutto ulteriori mutamenti esterni, che non bastarono però ad impedire un nuovo e più duraturo sbandamento, mai veramente combattuto e perciò via via aggravatosi: l’accumulazione di un gigantesco indebitamento pubblico, senza uguali tra i grandi paesi più avanzati con la sola eccezione del Giappone. Sulla scia di una crisi planetaria di cui ancora non si intravede l’esaurimento, esso fa incombere addirittura lo spettro della bancarotta di Stato.

L’aumento delle difficoltà economiche frenò, comprensibilmente ma forse non del tutto inevitabilmente, la riduzione del divario tra Nord e Sud, inizialmente agevolata dalla massiccia emigrazione interna dalle terre meridionali in concomitanza con l’imponente attività della Cassa del Mezzogiorno, uno strumento concettualmente appropriato per promuovere lo sviluppo ma usato con criteri e finalità specifiche (come l’industrializzazione indiscriminata) per lo meno discutibili quando non inficiati dal clientelismo sistematico, dalla corruzione e dai compromessi con la criminalità organizzata.

Col passare del tempo il processo si arrestò e addirittura si invertì, mentre crebbero parallelamente i traffici delle mafie, il loro controllo sul territorio e la protervia della loro sfida ad uno Stato troppo spesso, come minimo, tollerante, assente o imbelle. Da ultimo, il complessivo aggravamento della questione meridionale contribuì alla comparsa di una questione settentrionale, sollevata da una Lega nord ondeggiante tra autonomismo e separatismo ma comunque lanciata a colmare in qualche misura il vuoto lasciato dalla DC.

Un altro antico male nazionale, l’evasione fiscale, dilagata anch’essa di pari passo con la crescita economica e mai programmaticamente combattuta come del resto la corruzione, è ovviamente divenuto tanto più deleterio quando si è dovuti passare a difendere dalle successive crisi i progressi compiuti negli anni ’50 e ’60 e a parare la minaccia di ricadute all’indietro. E qui, per la verità, la classe politica, con tutte le sue manchevolezze, ha dovuto fare i conti con un paese forse complessivamente migliore di lei ma per certi aspetti o in certi momenti peggiore, al di là del fatto lapalissiano di averla espressa, ormai da molti decenni, libero da presenze e imposizioni straniere.

Quasi esplicitamente approvata dall’attuale presidente del Consiglio, l’evasione fiscale non suscita particolare scandalo presso l’italiano medio anche quando si lamentano sperequazioni tra le diverse categorie di contribuenti. Certo ne suscita meno che altrove, dove sarebbe difficile trovare equivalenti del vecchio adagio nazionale “piove, governo ladro”. Lo stesso vale, anzi vale ancor più per la corruzione, che vede l’Italia ai primissimi posti nell’Europa occidentale e che sembra attirare scarsa o nessuna attenzione anche da parte dell’opinione pubblica più o meno qualificata e dei media che denunciano quotidianamente gli inverosimili privilegi e l’insaziabilità della “casta”. E ciò mentre un paese come l’India, a proposito di caste, contro la corruzione inscena oggi una sollevazione popolare.

Si tratta di abiti ovvero storture mentali per le quali si possono trovare le più diverse spiegazioni più o meno persuasive, compresi un atavico fatalismo, la rassegnazione, il cinismo, ecc. Esistono però anche altre singolarità nazionali, ugualmente negative ma di tipo diverso se non opposto. Come spiegarsi il terrorismo di estrema sinistra scatenatosi negli anni ’70, sulla scia della contestazione giovanile del ’68, e protrattosi molto più a lungo ma soprattutto con dimensioni molto più ampie e con un bilancio di sangue molto superiore rispetto ad altri paesi occidentali? I suoi capi incitavano, invano, alla rivoluzione proletaria, proprio mentre il vituperato regime reazionario adottava uno Statuto dei lavoratori che innalzava la tutela dei loro diritti a livelli senza uguali, si scioperava sempre più senza freni, si voleva rendere il salario variabile indipendente e si discettava spesso su quello del tempo libero come un problema prioritario.

Non stupisce perciò la ricerca, peraltro vana, di ispirazioni e finalità del fenomeno diverse da quelle dichiarate, di mandanti nascosti e più o meno insospettabili; lo sforzo, insomma, di smascherare quelle “trame oscure” e quei complotti che in qualche altro caso, in effetti, furono anche appurati, ma quasi mai in misura del tutto esauriente e senza mai uscire da un clima morboso al limite della paranoia. La grande maggioranza del paese, in compenso, conservò nonostante tutto, come si usa dire, i nervi saldi, continuando anzi a dare ulteriori prove di multiforme e costruttiva vitalità e mostrandosi impermeabile alle suggestioni estremistiche di qualsiasi colore. Facilitò così la resistenza praticamente compatta e alla fine, se si vuole, vittoriosa che la classe politica riuscì ad opporre all’offensiva terroristica, pur con qualche dissenso al vertice in alcuni momenti culminanti come l’assassinio di Aldo Moro e malgrado il troppo tempo occorso per stroncarla.

Ancor più tempo dovette trascorrere, invece, affinché il governo potesse vantare successi di qualche rilievo nella repressione della criminalità organizzata. Una lotta, in verità, mai sembrata abbastanza risoluta e limpida in ogni sua fase ed aspetto (basti ricordare le ombre addensatesi sull’assassinio del generale Dalla Chiesa e dei giudici Falcone e Borsellino), e successi che mai sono parsi definitivi o anche solo tali da avvicinare la soluzione del problema. Il quale, già reso più complesso dall’apparente conversione delle mafie a pratiche più sfuggenti e sofisticate, più di recente si è semmai ampliato geograficamente, all’insegna dell’affarismo, con il loro insediamento in varie aree del Settentrione.

Confrontata anch’essa con questo autentico flagello nazionale come con gli altri, la seconda repubblica presenta un bilancio complessivo ancora provvisorio la cui voce più positiva è una pace interna pur sempre relativa ma comunque migliorata rispetto al passato ed anche in confronto ad altri paesi. Una pace, tuttavia, accompagnata da perduranti o nuove turbolenze e sulla quale soprattutto incombono una serie di minacce anche esterne. Nel ventennio a cavallo del cambio di secolo il successo più vistoso, del paese e dei suoi governanti, è stato il laborioso ingresso nella zona euro, benché vecchi vizi nazionali abbiano fatto sì che se ne sia largamente e impunemente approfittato per raddoppiare i prezzi.

L’adozione della moneta unica doveva aiutare a far quadrare i conti statali malgrado l’onere del debito pubblico ed in effetti ha assolto questa funzione ma, in modo rassicurante, solo fino a quando la bufera finanziaria ed economica scatenatasi in tutto il mondo occidentale ha finito con l’investire la moneta stessa. Il superamento della crisi tuttora in corso richiede non solo la sua tenuta, a sua volta condizionata dalla coesione dell’eurogruppo, ma anche un adeguato sforzo individuale di risanamento da parte di un paese in oggettiva difficoltà come l’Italia. Una sfida, questa, che l’attuale coalizione governativa ha affrontato sinora con determinazione e razionalità quanto meno dubbie.

Il risanamento dei conti, tra l’altro, presuppone (a quanto generalmente si sostiene e ammonisce, benchè la cosa non sia del tutto pacifica) la ripresa della crescita, che in Italia langue ormai da tempo più che altrove e per rilanciare la quale urgerebbero riforme tuttora latenti. Una prospettiva tutt’altro che implausibile resta perciò, semmai, quella di una inarrestabile decrescita, già minacciata, prima ancora dell’attuale crisi, dalla perdita di competitività del paese sull’arena internazionale.

Sarà possibile scongiurarla con una classe politica renitente a combattere la corruzione perché troppo facile essa stessa ad incapparvi? Chiaramente restìa a ridimensionare i proventi di deputati a Roma e al Lussemburgo, senatori e consiglieri regionali ecc., ingiustificabilmente superiori a quelli di quasi tutti i loro omologhi europei (per di più molto meno assenteisti di loro); a tagliare spese sontuarie come le ambasciate regionali all’estero e a sfoltire il personale spesso pletorico delle amministrazioni locali specie nel Meridione (Napoli con più dipendenti di New York ecc.)? Clamorosamente incapace di porre fine ad emergenze già di per sé inconcepibili come quella dei rifiuti a Napoli e di utilizzare i fondi per le aree più depresse stanziati dall’Unione europea? Messa in grave e multiforme difficoltà da un’immigrazione di gran lunga inferiore a quella accolta dalla Svizzera?

Qui il dubbio, ovviamente, è tanto più di rigore. Resta solo da rilevare che una larga parte delle pecche e macchie appena menzionate chiamano in causa le responsabilità sia dell’attuale maggioranza di centro-destra sia dell’opposizione di centro-sinistra. Entrambe, tra l’altro, hanno concorso a vanificare il vantaggio minimale promesso al paese dalla seconda repubblica rispetto alla prima (e anche al passato prefascista): una maggiore stabilità governativa in virtù di un bipolarismo non anomalo, ossia zoppo, come il precedente e, nelle aspettative, più funzionale di esso.

Un po’ di maggiore stabilità in effetti vi è stata (due sole elezioni anticipate in meno di un ventennio…) ma il bipolarismo non ha tardato a dimostrarsi fasullo, prima da una parte e poi dall’altra, e comunque inefficace e inconcludente. Ha persino consentito, anzi, se non favorito, il profilarsi, per la prima volta dal 1861, di un rischio di disintegrazione del paese, con l’avanzata a lungo impetuosa della Lega almeno potenzialmente e a tratti apertamente secessionista, al nord e la comparsa di speculari tentazioni al sud. Un rischio accresciuto piuttosto che allontanato, si direbbe, da quel tanto di cosiddetto federalismo sinora introdotto o messo in cantiere, anche con la collaborazione del centro-sinistra.

Franco Soglian

CATTOLICI, ALLA LARGA DEI FEDERATORI

C’è chi dice che da noi il mondo cattolico è in fibrillazione, dopo essersi estraniato dalla politica “per più di quindici anni dai rantoli finali della Repubblica dei Partiti” (Andrea Riccardi). A parte che la Repubblica dei Partiti, dopo avere rantolato, appare in ottima salute (semmai la sua funzione naturale -rubare- opera oggi più a favore di questo o quel maggiorente che delle tesorerie dei partiti stessi, le quali rubano ex lege), è giusto capire se la fibrillazione è reale. “Non meraviglia, osserva Riccardi, che i cattolici riscoprano oggi un patrimonio di pensiero” (in effetti il pseudo-grandioso retaggio comunista è defunto, la destra ha un momentaneo leader ma non un retaggio onorevole). Il patrimonio cattolico “non è deperito in questi anni, malgrado la secolarizzazione, perché è connesso a una rete sociale e religiosa prossima alla gente. Nel mondo dei cattolici ‘ci sono riserve importanti di senso, energie e socialità’.

Tutto questo è vero. Ma Riccardi sbaglia quando conclude “manca però un federatore: non si vedono all’orizzonte né un De Gasperi né un mons. Montini (che agì dal Vaticano con la benedizione di Pio XII), capaci di far germinare un partito come negli anni Quaranta”. Quest’altro ci mancherebbe, un altro politicante e un ulteriore alto prelato che facciano resuscitare la DC! Se abbiamo la pessima tra le repubbliche, oggi in piena attività di malaffare dopo avere ‘rantolato’, è colpa, eccome, anche di De Gasperi e di Montini, coloro che conferirono la cultura cattolica alla cleptoplutodemocrazia, nata dalla Resistenza e ben presto degenerata in Occupazione indegna di alcun rispetto.

Ad ogni modo Riccardi sostiene:”La DC non rinasce perché rappresenta un partito e un modo di fare politica di ieri (…) Non ci sono federatori tra i cattolici, ma ci si chiede quanto ancora questo mondo possa stare ai margini di quel che dovrebbe avvenire: un processo rigenerativo della politica e della guida del paese”. Se le parole hanno un senso, questo vuol dire: se individuiamo un federatore rifacciamo una DC più aggiornata alle circostanze e alle voghe. Un mons.Fisichella o un similFisichella potrebbe funzionare da cappellano massimo al posto di Montini. Un politico che abbia qualcosa di Alcide lo si trova.

Sarebbe una sventura, diciamo noi, ma non accadrà. La secolarizzazione ha fatto più strada di quel che Andrea Riccardi creda. I cattolici sono assai meno -non è detto sia un bene- ma, quanti che siano, chiedono ben altro che un nuovo prelato di palazzo e intrigo, indistinguibile dagli innumerevoli prelati che in 2000 anni hanno estenuato il messaggio cristiano. Inoltre chiedono ben altro che un Casini meno peso piuma o un Franceschini meno stridulo/comico.

Ben altro, che vuol dire? Non un partito in più, capace di propalare menzogne abbastanza efficaci da sostituirsi ad altri partiti in un ruolo di minoranza associata al potere. Vuol dire una svolta epocale della Chiesa in prima persona. quale testa di un cristianesimo rigenerato, capace d’essere popolo nuovo, movimento potenzialmente vincitore. Tutte le ideologie che conosciamo sono morte o languono. Una Chiesa drasticamente diversa da come è sarebbe invincibile.

Un altro partito cattolico sarebbe una banda secessionista di Proci usurpatori e ladri: però non grossa come la DC ma, al meglio, un ingranaggio in più, magari revisionato cioè riciclato, del peggiore congegno politico d’Occidente. Nell’immediato, un altro partito cattolico sposterrebbe un x per cento di voti. Sulla distanza, sarebbe il nulla di nuovo. Invece una Chiesa opposta a come è sarebbe invincibile.

E’ una Chiesa ‘opposta a come è’ che dovrebbe metterci la faccia, farsi protagonista, non politica ma ideologica, di civiltà e di costume. Occorrerebbe naturalmente un Papa di rottura, rivoluzionario, con discepoli/compagni di lotta da sostituire a quasi tutti i prelati di Curia e di Diocesi gestionale. Un Papa che abbandonasse il Vaticano per ripudiarne il retaggio peccatore all’estremo. Un Papa sovvertitore, coi suoi compagnons, avrebbe ascolto, anzi creerebbe entusiasmo anche tra i non credenti. Molti tra essi si farebbero, da atei da dozzina, cristiani del nostro tempo.

Un federatore che fosse un politico come gli altri servirebbe al più da segretario amministrativo, sacrestano a part time.

l’Ussita

UNE GUERRE, POURQUOI?

Toutes les guerres qui occupent nos livres d’histoire n’ont pas empêché qu’on réagisse à un conflit armé entre peuples et Etats comme à un événement exceptionnel. Si “Guerre et paix” est le titre d’un roman célèbre, c’est “guerre et monde” qui exprimerait la véritable contraposition, la véritable antithèse. Car on peut bien penser un monde sans guerre, – et la guerre comme un refus du monde, un refus de la vie. Pourtant, si la guerre enrichit les cimetières, elle n’est pas on ne dit pas qu’elle est “un cimetière” ; on dit même souvent qu’elle “enrichit la vie”. Et c’est plutôt la paix qu’on compare à un cimetière, quand on parle de “la paix des cimetières”. Mais, bien sûr, ce n’est pas à cela qu’on pense quand on parle de la paix comme d’une manière de vivre. Une vie, en tant que vie, contient en soi la conflictualité. Mais la conflictualité n’est pas nécessairement la guerre.

C’est là le point qu’on en vient trop souvent à perdre de vue.

La conflictualité entre humains alterne avec la collaboration. C’est bien grâce à cette alternance que l’humanité a pu bâtir depuis ses origines ce progrès qui nous étonne de jour en jour. Mais collaboration et conflictualité ont chacune leur forme propre de dégénération. On pourrait appeler “omertà” la dégénération de la collaboration, et on pourrait appeler “guerre” la dégénération de la conflictualité.

Toute collaboration devient redoutable et même dangereuse quand elle s’exerce sans aucune considération du “bien commun” de la collectivité, de ses problèmes, de ses difficultés. On peut alors la désigner du mot italien “omertà” (accord tacite et solidaire). Sous cette forme, elle peut aller jusqu’à devenir destructive de l’ensemble de la collectivité “ou : de l’“ensemble” du vivre ensemble”. On peut en dire autant de la conflictualité quand elle devient “aveugle”, quand il n’y a plus de sélection portant sur les moyens, car c’est la victoire, rien d’autre que la victoire, qu’on poursuit.

Que la guerre soit une dégénération de la vie conflictuelle, on peut l’affirmer facilement du seul fait qu’on se pose à chaque fois la question de sa cause : “encore une guerre, pourquoi?” – c’est la question qui accompagne chaque début de guerre et que se posent les populations et les combattants eux-mêmes.

Il y a toujours quelqu’un qui tire le premier coup. C’est donc à lui qu’on demande “pourquoi?”. Ses réponses sont de deux types:
– J’ai été déterminé,
– Je me sentais obligé.

Quand on parle de contrainte déterminante, on se réfère à une cause, externe et déterminante nécessitante ; quand on parle de justification, on se réfère à une norme à laquelle on aurait bien pu se soustraire, mais à laquelle on a décidé d’obéir. Dans le premier cas, la contrainte, on remonte à une cause, dans le deuxième cas, la justification, on remonte à une décision.

Mais dans les deux cas, l’origine est un acte unilatéral. Et un acte unilatéral n’est jamais sans alternatives possibles. Il s’ensuit que la différence même entre cause et obligation présente une possibilité d’alternative, car elle est subjective et se réfère à la personne qui agit et non à l’action en soi. C’est le sujet qui doit expliciter s’il se sent déterminé ou obligé. Les autres, ceux qui observent sans être responsables, doivent seulement comprendre : écouter ce qu’il en dit, mais aussi faire parler ce qu’ils observent de lui, – mais écouter et observer, il arrive que ce ne soit pas suffisant. Toute détermination peut être vue comme une décision : la décision de se soumettre à une loi de la nature. Mais alors, la “loi de nature” devient une norme, dont on peut chercher l’origine historique. Et on comprend que, si on oublie cette origine historique, on ne peut subir la norme que comme une nécessité : ainsi la défense de la terre des anciens ou sa reconquête si elle a été perdue ; l’honneur de la nation qui en fait tradition. La conséquence est que les individus qui se refusent à obéir se trouvent aussitôt hors de la communié, ils en sont exclus, ils deviennent des isolés, des suspects, ils perdent tout droit à la solidarité personnelle. Un individu n’est rien s’il n’est pas dans une collectivité reconnue, quelles que soient ses décisions collectives : “right or wrong, my country”.

Une guerre est toujours cruelle et destructrice de richesse. Une guerre n’est pas une guerre s’il n’y a pas des morts, des blessés, des destructions. Les guerres sont toujours sales. Pour que la guerre soit acceptée, il faut donc mettre en œuvre un processus de nettoyage. Et les procédés de nettoyage sont en nombre infini, comme infinie est l’intelligence des hommes, surtout quand elle s’exerce dans l’art de mentir.

La plus grossière, la plus simple, des justifications est de dire qu’“on fait la guerre pour avoir la paix”. Bien sûr, “une autre paix”, car on pourrait, sinon, se dire “si tu veux la paix, préserve la paix que tu as”. Bien sûr “une autre paix”, c’est-à-dire “une paix plus juste”, elle-même le plus souvent résultat d’une “guerre juste”.

Mais pourquoi “plus juste”? Parce qu’elle correspond mieux, d’après certaines croyances et certaines valeurs, à ce que mérite son “peuple” et qu’on est en droit de réclamer pour lui ; ce peut être un port, une montagne, un territoire qui sont habités par des gens “comme nous”. Une guerre est appelée “juste” parce qu’on la commence pour se venger d’un tort.

Autres techniques de justification plus subtiles : celui qui a tiré le premier coup se présente comme l’agressé, il a simplement prévenu l’autre, qui aurait tiré le premier. “Mais il n’a pas tiré” – “Oui, mais il avait menacé de le faire”. Ici, la fantaisie est vraiment à son aise dans l’art de voir une menace dans toute parole, dans toute action de l’autre, même dans sa simple présence. Qu’on se souvienne de la fable du loup et de l’agneau : “tu bois de mon eau”.

Un troisième genre de techniques consiste à se fabriquer un idéal, un but final et suprême. Alors “le but justifie les moyens”. Dans les idéologies nationalistes, cet idéal regarde exclusivement son propre peuple, par exemple “les Serbes”. Alors, je suis serbe (italien, français…), – les problèmes des autres ne me regardent et ne m’intéressent pas. Mais on finit par en arriver à comprendre qu’une guerre unilatérale conduit nécessairement à une paix unilatérale, et donc provisoire, qui, dès son commencement, est déjà destinée à mourir. Alors surgit l’exigence d’une paix internationale, qui concerne plusieurs peuples mais est imposée par un seul. C’est la “pax romana” de l’Antiquité, c’est la “pax americana” de notre temps ; mais il y a eu aussi, en Occident, une paix espagnole, une paix anglaise, etc. Un cas original est la “paix de l’Eglise” au Moyen-âge, à laquelle les “princes chrétiens” étaient obligés de consentir sous la menace d’être exclus de la communauté chrétienne et catholique (universelle). Dans tous les cas, il y a quelqu’un qui se fait policier des autres, et le problème se pose alors de savoir s’il agit vraiment au service de la collectivité, ou de lui-même. Ses interventions perdent la qualité de guerres nationales, du moins en apparence.

Une autre justification, souvent cachée, mais pas trop tout de même, est l’unité de la nation, la cohésion interne, l’élimination des subversifs, la résolution de la lutte de classes. Il faut lui montrer un ennemi, et la nation sera compacte. Ici, l’identité de “nous” se constitue à partir de l’existence d’un autre. Si l’autre n’est pas là, il faut se le poser le poser “pour se l’opposer” : je suis occidental, je dois m’opposer à ceux qui viennent de l’Est ; je suis serbe, je ne peux pas (je ne dois pas…) être croate…; je serai toujours plus serbe en étouffant en moi ce qu’il y a de croate. L’exaspération des différences crée l’identité. Une autre justification encore, souvent cachée, est l’unité de son peuple. On se bat contre un autre peuple pour ne pas se battre entre soi. L’armée nationale pourrait être tentée de s’imposer à l’intérieur si elle n’était pas envoyée contre un ennemi extérieur ; l’armée devient une grande école, qui éduque à la discipline sociale, aux vertus du patriotisme. On observe facilement que les pays autoritaires et militaristes sont souvent les moins totalitaires, les plus libéraux à l’intérieur. Mais là, on touche à la différence entre guerre externe et guerre civile. Une opinion courante est que seules les guerres externes ont le droit d’être appelées “guerres” ; les guerres entre citoyens qui avaient un Etat en commun sont difficiles “faciles ?” à confondre avec une “révolution”. “Et, de fait,” Toute révolution aboutit à une guerre civile, ou à des guerres externes, s’il arrive un “Hercule qui sait étrangler le monstre” (Napoléon par Chateaubriand). Mais, parvenu là, le discours tend à devenir trop large…

Paolo Facchi

NON C’É LEGGE ELETTORALE CHE TENGA

La maggioranza di governo emette sinistri scricchiolii e, complice l’ennesimo referendum, torna sul tavolo la discussione sulla legge elettorale. Proporzionale, maggioritario, due turni, collegi piccoli, sistema tedesco, ungherese o spagnolo, ognuno ha la propria ricetta. Ma che la si cucini in padella, al forno, in casseruola o cruda, la merda ha sempre lo stesso sapore.

Tutta la corrente vulgata che invoca il ritorno delle preferenze forse dimentica che con un tale sistema si incitano i partiti a scegliere cacicchi locali, portatori di pacchetti di voti o personaggi noti non certo per meriti politici. Se l’occasione fa l’uomo ladro, e se per essere eletti serve un pacchetto di voti, il sillogismo si conclude da sè.

Ma qual è l’alternativa? Le liste bloccate? Di male in peggio. In questo modo non sarebbero i pacchetti di preferenze a determinare chi viene eletto e chi no, ma le segreterie dei partiti. E quali criteri seguiranno mai i capicorrente delle varie aree? La competenza o la lealtà? L’onestà o la posizione di potere?

Sarebbe opportuno tornare al maggioritario, invoca qualcunaltro. In questo modo i partiti sarebbero costretti a scegliere il candidato con più possibilità di vincere in base al voto dell’intero collegio, non di qualche migliaia di preferenze incanalate su qualche amico di amici. Già, peccato che anche con questo sistema non si privilegi la competenza e l’onestà, ma la popolarità e la connivenza coi centri di potere. Senza contare che le segreterie di partito manterrebbero un potere semi-divino sulla scelta del candidato.

E se si facessero le primarie per determinare chi correrà per il seggio? Questo sistema avrebbe il pregio di escludere dalla decisione le persone meno interessate e eluderebbe, almeno in parte, lo strapotere dei partiti. Peccato che si riproponga il problema delle infiltrazioni e dei pacchetti di voti (vedi Cozzolino a Napoli).

Insomma, che si lasci decidere al qualunquismo della maggioranza, che si deleghi alle segreterie di partito o che si incentivino le cricche di potere, non c’è un sistema esente da vizi e rischi. Meglio sarebbe che le persone chiamate a governare venissero estratte a sorte da una platea di esperti selezionati, o al massimo venissero votate da un numero ristretto di elettori selezionati in base a competenza e onestà.

Solone X

UNA PIETRA SULL’AGENTE ORANGE?

Il Vietnam tra Stati Uniti e Cina

Agosto è mese di molteplici anniversari, per lo più riguardanti misfatti e catastrofi del “socialismo realizzato”, ovvero del defunto mondo comunista. Siamo arrivati al cinquantenario del Muro di Berlino, innalzato per troncare le fughe in massa dalla Repubblica democratica tedesca e perciò oggetto di facili irrisioni da parte dei vignettisti, tipo “stiamo edificando il socialismo, mattone dopo mattone”. Sono appena trascorsi, poi, 43 anni dall’invasione sovietica della Cecoslovacchia, colpevole di tentata transizione ad un “socialismo dal volto umano”. E 23 anni più tardi quello dal volto non umanizzato scontava i suoi peccati con il crollo dell’URSS in seguito ad un altro tentativo riformista avviato da Michail Gorbaciov.

Va d’altronde annotato che il conseguente trionfo paneuropeo della controparte democratica e più o meno capitalista stenta a produrre frutti incondizionatamente apprezzabili nelle vaste terre già dominate direttamente o indirettamente dal Cremlino. Persino nell’ex RDT, ricongiuntasi all’altra Germania per condividere libertà e prosperità, non pochi tuttora rimpiangono (sarebbe la cosiddetta Ostalgie) il regime che si proteggeva sparando su quanti cercavano di scavalcare il Muro. E che, per la verità, si consolidò via via anche con opere più creative, trasformando la Germania-est in una sorta di vetrina del “campo socialista”.

Le suddette ricorrenze di piena estate non devono comunque indurre ad dimenticarne o ignorarne altre riguardanti invece le magagne dei trionfatori del 1989-1991. Un trionfo che, come si sa, avvenne soprattutto se non esclusivamente in Europa. Quanto all’Asia, oggi si parla spesso del Vietnam, che si riunificò ben prima della Germania e ben diversamente da essa, ossia con l’annessione della sua parte meridionale a quella settentrionale sotto regime comunista, al termine di una lunga guerra, diciamo pure di popolo, con gli Stati Uniti, uscitine perdenti nonostante la dovizia di mezzi di ogni genere impiegati per vincerla.

Tuttora ufficialmente comunista come la Cina, il Vietnam vanta una crescita economica poco meno strabiliante di quella del grande vicino e difesa efficacemente, sinora, dai contraccolpi della crisi planetaria degli ultimi anni. Il paese è ancora relativamente povero, ma la sua popolazione, un po’ più numerosa e molto più giovane di quella tedesca, sembra dotata anche in tempo di pace di energie e risorse non inferiori a quelle esibite in tempo di guerra, che consentirono tra l’altro di respingere con successo anche un violento attacco cinese dopo le vittorie militari sulla Francia e sugli Stati Uniti. Il regime non disdegna periodiche repressioni del dissenso e tende a scansare riforme troppo audaci, ma ha largamente aperto al mercato e all’iniziativa privata, al turismo e agli investimenti stranieri e, in politica estera, fa della pace e dell’amicizia con tutti, o quasi, una propria bandiera.

Anche nel cuore della vecchia Indocina francese si registra però un infausto cinquantenario. L’11 agosto 1961, infatti, l’aviazione americana cominciò ad inondare le campagne del Vietnam meridionale con l’agente Orange, un composto tossico destinato a sfoltire le foreste in cui si muovevano a loro agio i guerriglieri vietcong, tenendo in scacco anche i marines meglio addestrati, e a distruggere i raccolti che alimentavano combattenti e popolazione civile. L’Orange contiene diossina, di una varietà una cui dose di soli 80 grammi, dispersa nell’acqua potabile, basterebbe a rendere disabitata New York. Secondo dati del Pentagono, su di un’area di 2,6 milioni di ettari, pari ad un decimo del territorio sud-vietnamita, sono stati riversati a più riprese, tra il 1961 e il 1971, 170 chili di diossina; addirittura 400, invece, secondo un gruppo di ricercatori privati sempre americani.

Vittime potenziali dell’operazione (inutile, come si è visto, ai fini militari perseguiti) sono stati 4,8 milioni di abitanti di 20 mila villaggi. Di fatto, sarebbero state colpite direttamente o indirettamente, secondo la Croce rossa vietnamita, almeno un milione di persone, tra decessi, patologie di elevata gravità e malformazioni alla nascita (handicap fisici e mentali, carenza o eccesso di organi, lesioni irreversibili al sistema nervoso, ecc.). Il tutto protratto nel tempo e tuttora in corso, in quanto la diossina in questione, sostanza a lentissima degradazione, una volta inquinato l’ambiente fino ad integrarsi nella catena alimentare e a penetrare nel latte materno, continua a produrre i suoi effetti per decenni. Ammontano a circa 150 mila, oggi, i bambini e adolescenti vietnamiti gravemente menomati che sopravvivono grazie ad una costosa assistenza; e la cifra non sembra destinata a calare.

Non è il caso di parlare di genocidio? Se la parola può suonare grossa, negli ultimi tempi è stata spesa, sempre più spesso, anche per misfatti di dimensioni assai minori e di molto minore durata. Che si tratti quanto meno di crimine contro l’umanità, categoria cui gli esperti assegnano una gravità inferiore, pare difficile negare. Come tale, tuttavia, l’operazione Orange non è stata ancora classificata nelle sedi competenti a tutti i possibili effetti. Il governo americano non la smentisce e anzi fornisce dati già di per sé eloquenti benché forse riduttivi. La linea ufficiale di Washington, inalterata anche quando vittime di sostanze che dovrebbero essere bandite sono stati, secondo ogni apparenza, militari americani (nello stesso Vietnam come più di recente in Irak, Afghanistan ed ex-Jugoslavia), è però che il rapporto di causa ed effetto tra il contatto con diossina o uranio impoverito o altro ancora e certi decessi o danni fisici e mentali non sia sufficientemente provato.

Neppure da Obama, verosimilmente, ci si potrà aspettare almeno la presentazione di scuse ancorché tardive. Può invece sorprendere, piuttosto, che un gesto del genere non sia stato preteso da parte vietnamita, né al tempo dei negoziati di pace con Nixon e Kissinger né in questi ultimi anni, che hanno visto uno straordinario sviluppo dei rapporti tra i due paesi in tutti i campi; si è parlato persino di idillio e luna di miele. Sta di fatto che dopo la normalizzazione diplomatica proclamata da Bill Clinton nel 1995 Hanoi ha calorosamente accolto anche il suo successore Bush alla fine del 2006 e adesso i due ex nemici hanno effettuato manovre militari congiunte. Gli Stati Uniti sono al primo posto nelle esportazioni vietnamite (con oltre un quinto del totale) e negli investimenti diretti, e un recente accordo prevede che collaborino alla costruzione di 13 centrali nucleari.

Nel 2009 il Vietnam è stato visitato da 400 mila americani, compresi moltissimi veterani non privi di nostalgia, in un clima di amicizia turbato a tratti da qualche screzio in materia di diritti umani. Non però, a quanto sembra, dai tentativi sinora vani di un associazione di famiglie vietnamite di ottenere indennizzi per i guasti provocati dall’”erba americana” chiamando in causa una trentina di aziende USA produttrici dei relativi veleni con in testa due colossi come Monsanto e Dow Chemical. Queste hanno declinato ogni responsabilità sostenendo che per loro l’Orange era soltanto un defogliante, e due successive sentenze di tribunali americani hanno respinto la citazione in giudizio.

Il governo di Hanoi, per quanto si sappia, si è tenuto al di fuori della questione non meno di quello di Washington, dando l’impressione di voler mettere una pietra sul passato in nome di preminenti interessi economico-finanziari e, probabilmente ancor più, strategici. Il Vietnam, infatti, risente sempre più la crescente potenza di una Cina già minacciosa e aggressiva quando la comunanza politico-ideologica era molto più marcata e rilevante di adesso, tanto più che non mancano contese territoriali tra i due paesi. Con Pechino Hanoi si sforza di mantenere rapporti amichevoli, ma ad ogni buon conto si cautela coltivando alacremente anche quelli con l’altra grande vicina, l’India, oltre agli Stati Uniti.

Tutto normale, se vogliamo, e ben comprensibile. E’ altrettanto chiaro, però, che in un’era come l’attuale, ormai costellata da pesanti interventi armati in ogni parte del globo ufficialmente giustificati da finalità umanitarie, diventa inconcepibile passare sotto silenzio, e così in qualche modo legittimare, operazioni qualificabili come crimini contro l’umanità, da chiunque commessi, quanto meno allo scopo di scongiurarne il ripetersi in futuro.

Può darsi che un ulteriore indebolimento della cosiddetta superpotenza americana favorisca qualche soluzione del caso specifico di Orange. Oppure, che l’indebolimento complessivo dell’Occidente, principale se non esclusivo paladino di vere o presunte cause umanitarie, risolva il problema in generale nel senso di spazzare via solo ogni ipocrisia. Ci si deve invece augurare qualcosa di più e di meglio: che la comunità internazionale cresca davvero in quanto tale e riesca ad organizzarsi per perseguire in modo sistematico finalità indiscutibilmente nobili in linea di principio senza discriminazioni e senza guardare in faccia a nessuno. Sarà un’utopia, ma l’unica alternativa è quella minimalista della legge della giungla.

F.S.

ORA SCRIVONO CHE LA NOSTRA POLITICA BALLA SUL TITANIC

Mai sirene d’allarme avevano ululato tanto. Mai campane avevano suonato a martello come nelle ultime settimane. I grandi media del Regime nato dalla Resistenza e ingrassato dal Boom si sono accorti che le cose vanno veramente male. Non solo quelle dell’economia. Tutte le cose, cominciando dall’anima fatta lercia dalla corruzione dei politici. I giornalisti Grandi Firme, che avevano dato del tu a generazioni di inquilini del Colle per aver cantato i fasti repubblicani, hanno scoperto che la nostra celebrata democrazia è un assetto cleptocratico, e che in cleptocrazia si ruba. In più, incombe il Default.

Quando le Grandi Firme del Regime hanno aperto gli occhi si erano appena spente le celebrazioni del Sesquicentenario dell’Unità, compunte e un po’ pompate (benché immalinconite dal quasi nullo sventolio di tricolori, nonché dalla certezza che nessun cittadino raziocinante si è curato di dare un’occhiata alla Carta costituzionale, dalle Grandi Firme lodata come una delle più mirabili del globo per sapienza e vicinanza al comune sentire). Dunque non stiamo parlando delle vili imboscate delle agenzie di rating, ma della decomposizione causa furti del sistema politico fondato da De Gasperi e Togliatti: con tutta l’eccellenza della Costituzione che lo ha gestito.

Il florilegio delle geremiadi è impressionante. Ecco qui elencate a caso alcune delle più diffuse in questi giorni sui media che avevano raccontato il crescere della Repubblica, da vezzosa bambina a
escort e donna del Mob.

Siamo ormai alla tragedia. Unanime l’esecrazione per la classe politica. E’ in gioco la sopravvivenza nazionale (G.Napolitano). Questa politica è una fogna morale. L’indignazione è morale, purtroppo non si organizza. I nostri politici sono i più pagati e i più indagati al mondo. Mezzo milione, un milione vivono sulla politica, a carico degli italiani. Forti analogie col crollo della Prima Repubblica. La classe dirigente non riformerà nulla perché prigioniera di una rete di rendite, privilegi, interessi. Voltare le spalle a tutti i partiti. Non si intravede via d’uscita. Non era mai accaduto che tutte le forze sociali invocassero un nuovo corso. La corruzione è strabiliante, peggiore che al tempo di Mani Pulite. Contestualmente ai duri tagli della manovra Tremonti i parlamentari hanno esentato dai tagli i loro vitalizi. I pagamenti ai partiti, vietati dal popolo con un referendum, si ingrossano. Se la classe politica non si ravvederà il crollo sarà clamoroso. Tremonti avrebbe dovuto sapere che il nostro Titanic sbatteva contro un iceberg. La gente è pronta a impugnare i forconi. I più sfrontati tra i furfanti asseriscono d’essere in politica per spirito di servizio. Ogni mese il deputato riceve 3690 euro per il portaborse, che di solito è moglie figlio compagna oppure è un precario a euro ottocento, il resto nelle tasche del deputato. La giusta sede delle nostre istituzioni è un penitenziario, il braccio A per la maggioranza, il B per l’opposizione (Vincino). Sono giorni neri nella storia della Repubblica. Il berlusconismo è al tracollo, il PD è parte integrante di una Casta impunita. No, non possiamo chiedere ancora ai cittadini di fidarsi della classe dirigente. Per mantenere i politici ciascun italiano spende euro 27,40 all’anno, ciascun americano 5,10. C’è rischio che la polveriera salti in aria (Rizzo e Stella). A chi elargisce ai partiti il fisco dà sconti 51 volte più alti che per le donazioni alla ricerca sulle malattie gravi dei bambini. I più stretti collaboratori di Obama sono pagati 118 mila $ o Euro, 15 mila meno di quanto prendeva 40 anni fa uno dei 15 (o 19) barbieri del Senato. La deriva antipolitica è giustificata da comportamenti che mettono in pericolo l’idea stessa della rappresentanza, della democrazia. Sola divinità è il denaro (P.L.Battista). I moderati si sentiranno pronti all’insurrezione. Nemici sono sia il governo, sia l’opposizione. O si va avanti, o si va a fondo (G.Tremonti). Nella Repubblica erano Lord rispetto a Quelli di oggi (A.Di Pietro). Siamo già nella Nuova Tangentopoli. 7.000 società partecipate dagli enti locali hanno assunto 25 mila consiglieri. Se si continua così è la rivoluzione. Certe cose si respirano nell’aria: il nostro futuro è il declino. Il comune sentire è fatto di scoramento e sfiducia (E.Galli della Loggia). La crisi morale è superiore ai tempi di Enrico Berlinguer (W:Veltroni).

Idee su che fare, nessuna. Le Grandi firme, abituate a pensare allo stesso modo che piaceva al Colle & altri Palazzi, comunque a credere immutabile e dunque accettabile l’ordine delle cose, non arrivano a concepire che detto ordine -demoplutocrazia, materialismo, edonismo, partitocrazia, impostura democratica, corruzione- possa essere sovvertito. Le Firme in orbace bella ciao considerano esaurito il loro compito, e combattuta la giusta battaglia, stendendo filippiche che impressionino per una mattina gli Inquilini dei Palazzi, magari li inducano a ravvedersi.

Ma gli Inquilini hanno dimostrato, questa estate, che se i politici di carriera sono gentaglia, i loro leader sono persino peggiori. Non riformeranno niente, non si emenderanno mai. Attendere da loro la bonifica della palude mefitico-malarica è come delegare alla Mafia la distruzione della Mafia. La democrazia fondata sulle elezioni e sui partiti non potrà che perpetuare l’esistente. Le eventuali correzioni fatte dai politici riprodurranno i vecchi mali. Le differenze migliorative saranno irrisorie; le altre saranno peggiorative.

Allora la salvezza sta nel sorgere di un grande uomo, o manipolo di uomini, ancora più ispirato di Mosé, che ci guidi verso orizzonti opposti a quelli che abitiamo; e in una crisi collettiva di coscienza, indotta o no da un duro trauma sociale, la quale ribalti le certezze e ci affranchi dalle dipendenze: dal denaro innanzitutto.

La rigenerazione della politica verrà da un sommovimento spirituale, non da alcun congegno democratico. Le eventuali formule dei politici -nessuno, proprio nessuno escluso- le rifiuteremo, anche se travestite da riforme. Meno che mai accetteremo le proposte travestite da riforme che vengano dagli eredi degli storici fallimenti: marxismo, liberalismo, democrazia sconciata dal fimo elettorale, dal suffragio universale, dal laicismo-radicalismo dissacratore, dal cinismo che favorisce tutte le devianze e le trasgressioni.

Allora la salvezza non è vicina. Verrà da una palingenesi ardua. Dal concorrere di due fatti epocali, rari nella storia: il sorgere di un grande uomo, o manipolo di uomini, più ispirato di Mosè, il quale ci guidi verso orizzonti lontani da quelli che abitiamo; e una crisi collettiva di coscienza che rovesci le nostre certezze, ci affranchi dalle nostre dipendenze. Dal denaro e dai consumi, innanzitutto.

La rigenerazione della politica verrà solo da un sommovimento spirituale. Dopo la disfatta miseranda della triade Marx Lenin Mao non è più comparso un grande rivoluzionario. Eppure dovrà sorgere, immensamente più puro di cuore. Guai se sarà solo uno statista: corromperà (cominciando dal corrompere se stesso), opprimerà, muoverà guerre ‘giuste’.

I modelli del Ricostruttore saranno piuttosto i lottatori dell’ideale e gli operatori del bene: il Tolstoji socialista cristiano, l’Albert Schweitzer che ha pietà dei lebbrosi, il Giovanni Bosco che porta a dignità i figli dei poveri ed accoglie i più sventurati di tutti, gli errori della natura, i mostri. Più lontano dalla santità, il Ramiro de Maeztu che predica il ritorno al solidarismo delle confraternite o gilde medievali (Guild Socialism).

Quando sapremo rivoltarci contro gli eccessi del mercato, con ciò stesso vorremo il ritorno agli ideali della condivisione e della carità. Per averlo questo ritorno, pessimo errore guardare alle sinistre che conosciamo: sono quasi due secoli che le sinistre falliscono, oppure tradiscono. Dovremo invece sostenere qualche raro eretico della destra il quale, come Maeztu, disprezzi le tradizionali scelte di campo della sua parte. Un secolo fa Ramiro de Maeztu prese la guida in Gran Bretagna del Guild Socialism, un movimento di ispirazione antica contro le degenerazioni e i misfatti dell’ordine plutocratico. Un uomo venuto dalla cultura di destra aveva maledetto il cieco egoismo di tutte le destre.

In Gran Bretagna prevalse invece il laburismo, moderna espressione social-burocratica destinata all’ignominia di Harold Wilson e Tony Blair. Maeztu fu sconfitto: morì fucilato dai repubblicani spagnoli, benemeriti maestri degli assassini di un fascista rispettabile di nome Giovanni Gentile. Ma la storia fa molte prove e giravolte prima di vincere.

l’Ussita

IL CETO MEDIO, LA MANOVRA CHE MERITA

“Tutto nella manovra sembra congiurare contro quel ceto che è così ‘medio’ da non avere alcuna rappresentanza, nessuna ‘Conf” che lo protegga (…) Gente senza nome e senza volto come gli statali, che per decenni si sono tenuti lo Stato come datore di lavoro e ora ne pagano il fio. Perdono il Tfr per due anni e perdono pure i ‘ponti’: i veri poveri i ponti li fanno a casa, i veri ricchi li fanno quando vogliono, ma è il ministeriale che vive sui ponti”.

Insomma per Antonio Polito (Corriere della Sera 14 agosto) la cancellazione dei ponti è ‘la vera grande riforma di questa manovra, se mai sopravviverà all’ira popolare e all’iter parlamentare’. Ha ragione, nel dubitare che la cancellazione dei ponti sopravviverà, e più ancora nel considerarla, a Dio piacendo, la sola vera riforma. Quel ‘ministeriale che vive sui ponti’ è degno di ogni elogio. Sul presupposto di considerare ministeriali, a fini di ponti, quelle altre legioni di bancari e assimilabili -pagati abbastanza ma non troppo, un po’ straccioni come me, ma all’opposto di me consumisti e assidui davanti ai teleschermi- che all’imbocco dei ponti si mettono al volante dei loro camper, coll’aria intensa di chi va incontro al Destino. Il borghese piccolo piccolo dei nostri giorni ha il camper accessoriato, in ogni caso pensa con le categorie del camperista.

Quando si arrabbiava coi francesi, Charles de Gaulle li bollava ‘una nazione di épiciers’, stirpe negata all’epica. Dovremo interrogarci, fino a che punto vogliamo intenerirci sul ceto medio dello Stivale? Ci siamo tutti dentro, certo, ma differenze ci sono. Il grosso del ceto era entusiasta del Duce un tempo, oggi del gruppo Fininvest o del gruppo De Benedetti, copia conforme del primo. Piangeremo sulle sue sventure? Inerte e plagiabile com’è, ha ciò che si merita. Non che lo stesso ceto sia migliore in Gran Bretagna, o in Norvegia con le sue fissazioni monarchiche o macrobiotiche o femministiche. Anche in Gran Bretagna o in Norvegia il borghese piccolo piccolo entra docile nel parco buoi e ci permane appagato.

Dal capitalismo, dal libero mercato, dal furbo progressismo alla Venerdì di ‘Repubblica’ il ceto medio ha ricevuto una felicità dei consumi quale i nostri padri non avrebbero osato sognare. E’ logico ne paghi i costi. Nascesse una schiera di grandi maestri, di Mosé, di guide spirituali, a proporre il ripudio del benessere consumistico, il ceto medio li crucifiggerebbe, inneggiando al Barabba micro-edonistico.

Chi altro incolpare, come ‘utile idiota’ del Male che modella e governa il mondo in cui viviamo -la fame e le troppe nascite degli africani, le spese militari e il lusso in crescita, l’idiozia del tifo calcistico, i redditi sconci dei top manager, l’importazione di badanti e di schiavi da pomodori- se non il ceto medio di tutti i continenti? Sotto i ceti medi ci sono le turbe di tubi digerenti, impossibilitati a pensare ma idonei (qualche volta) ad essere sobillati. Al sopra i ricchi e i dritti, i quali semplicemente esercitano il diritto dei grandi carnivori di mangiare gli erbivori leggeri (i pachidermi no, né i bufali cafri).

Noi, il ceto medio minoritario, dovremmo voler condurre la Polis e il resto dell’ecumene umano. Invece no, lasciamo tutto ai carnivori grandi e piccoli, tra i quali ultimi imperversano i politici di professione. Allora è naturale, nonostante le voci che si levano a nostra difesa, che le leve fiscali siano manovrate in modo da colpire innanzitutto noi. Se ci autogovernassimo, con questo o quel congegno di democrazia diretta, decideremmo noi non i carnivori.

La spesa pubblica sarebbe più leggera -niente spese militari e di prestigio, niente sfarzo, niente sprechi, solidarietà forte solo con gli infelici meritevoli, decimazione dei burocrati, cancellazione dei politici, avocazione dei redditi osceni- e il ceto medio non sarebbe più vittima sacrificale. E non avrebbe più alibi. Il male è che il ceto medio, edonistico come può, agogna alla ricchezza anche quando sa che non l’avrà mai. Fa come gli italiani quando fecero il successo di ‘Quattroruote’: allora non possedevano l’automobile ma la sognavano.

Pereat il ceto medio degli edonisti da strapazzo. Piuttosto: l’interrogativo finale dello scritto di Antonio Polito è: “La manovra d’agosto segna l’inizio di un’era nuova nella politica italiana. Ora che è stato tradito, che farà il ceto medio?” Già, che farà se non avviticchiarsi al camper? Francia o Spagna, purché si edonizzi.

A.M.C.

LA PADANIA NON ESISTE, MA…

Per capirci meglio

Massimo Gramellini è un genio assoluto della satira giornalistica. Riesce ad essere godibile anche quando denuncia le peggiori nefandezze del nostro tempo. Aldo Grasso è un autorevole esperto, alle volte un po’ cattivello, ad altre fin troppo compiacente (si tratta pur sempre di gusti personali, però), ma sulle questioni più serie anche non di TV raramente sbaglia un colpo. Tutti i due hanno sparato a zero sul giro ciclistico di Padania; e come si potrebbe eccepire? L’inedita gara patrocinata dal Trota, contestata ad ogni tappa e vinta alla fine da Ivan Basso, ormai incapace di vincere i grandi giri storici, è l’ennesima brillante trovata della Lega, impegnata adesso a recuperare il terreno inopinatamente perduto nelle ultime elezioni locali. Pare in realtà che ne stia perdendo ancora, malgrado l’apertura a Monza, Villa Reale, di un paio di sezioni ministeriali strappate a Roma ladrona.

Attenzione, però. Gramellini e Grasso, come tanti altri, si uniscono per l’occasione al coro di quanti, da tempo, gridano che la Padania (o Padanìa, secondo qualcuno, che forse dice anche la PDL) non esiste. D’accordo, naturalmente; ma sbagliano lo stesso. Quello che non esiste oggi, infatti, potrebbe esistere domani o posdomani. Il quadro geopolitico dell’Europa e del mondo non è immutabile, anzi cambia in continuazione. Stati e nazioni nuovi nascono quasi ogni mese. Non è di per sè un bene ma neppure un male. Dopotutto, poco prima di unificarsi anche l’Italia veniva sbeffeggiata dal principe di Metternich come una pura espressione geografica, ed erano in molti, non solo all’estero, a condividere.

Ora, difficilmente sarà il giro della Padania a risollevare le sorti del partito di Bossi e a rimetterlo in corsa per diventare la principale forza politica del Norditalia. Solo qualora raggiungesse questo obiettivo la questione potrebbe diventare seria, e noi ci auguriamo, con Gramellini, Grasso, ecc., che non ce la faccia. Quando non c’è oppressione o prevaricazione interna od esterna, restare uniti è meglio che dividersi, tanto più in un’Europa che da decenni si sforza di integrarsi,e non senza successi. Il cosiddetto federalismo, ovvero le autonomie più ampie possibili, può servire a risolvere certi problemi di convivenza nazionale purchè impostato razionalmente, di comune accordo e senza secondi fini.

La priorità spetta però, oggi, al problema di scongiurare la bancarotta o un declino inarrestabile dell’intero paese col responsabile contributo di tutti. Se non ci si riuscisse, diventerebbe più facile frantumarlo, per un verso. Per un altro, non è detto che la frantumazione sarebbe indolore come, ad esempio, quella della Cecoslovacchia dopo il crollo del regime comunista. Potrebbe invece assomigliare di più a quella della Jugoslavia orfana di Tito, tenuto conto anche del fatto che una grossa fetta dei, pardon, padani è costituita da italiani del sud o oriundi meridionali e da famiglie miste. Anche scongiurare una simile evenienza rientra comunque, chiaramente, nelle responsabilità di chi della Padania non vuole sentir parlare come di chi la sogna.

Nemesio Morlacchi

GALLI DELLA LOGGIA: DEMOCRAZIA DA CAMBIARE

“L’estate del 2011 sta facendo suonare un campanello d’allarme generale per tutti i regimi democratici”, crede Ernesto Galli della Loggia. Noi, che vorremmo un campanello forte come molte campane a martello, consideriamo fievole, esilissimo, l’allarme di questa estate. Non sa segnalare un pericolo incombente, non annuncia tempi nuovi. I regimi democratici della cui salvezza Galli d.L. si preoccupa meriterebbero un trauma brutale, un sisma distruttore.

Ad ogni modo il Nostro ha ragione su un punto centrale: col suffragio universale ciò che conta è raccogliere voti. Raccogliere voti vuol dire ormai una cosa sola, allargare la spesa pubblica e, ineluttabilmente, tassare. “E’ la regola generale dei regimi democratici. Hanno perduto di peso o sono svaniti i motivi di consenso di tipo politico-ideologico. Le motivazioni materiali hanno sostituito quelle immateriali. La crescita dei redditi e la rivoluzione dei consumi occupano sempre più l’orizzonte delle nostre società. Ogni elemento ideale è stato espulso. L’unica sostanza delle democrazie è diventata la tutela di sempre nuovi diritti (…) Di conseguenza la finanza è diventata l’effettivo padrone degli Stati, dei governi e della società nel suo complesso. Il vero disavanzo delle democrazie è il non saper essere che democrazie della spesa”.

Galli d.L. ha il merito grande di additare una soluzione (di solito i politologi non lo fanno; analizzano, sistematizzano, filano lana caprina). <C’è un’unica strada: trovare alla democrazia nuovi contenuti. Contro l’unidimensionalità economicistica riscoprire la politica; allargarne lo spazio ai valori essenziali che ci preme salvaguardare. Nei tempi, forse durissimi, che ci attendono, la sola speranza della democrazia è in una politica siffatta>.

Trovare alla democrazia nuovi contenuti. Sarebbe stato meglio se il politologo cui dobbiamo questa consegna sacrosanta avesse offerto esempi di nuovi contenuti. Lo facciamo noi, derivando dalla prima delle sue premesse “Tutto ha inizio col suffragio universale” la conseguenza obbligata. Ebbene, se la politica si è ridotta a ricerca dei voti attraverso la spesa, il suffragio -universale o ristretto- va abolito.

I politici hanno bisogno di voti per essere eletti. I cittadini qualificati, se costituiti attraverso il sorteggio in macrogiurie temporanee di legislatori/governanti per un turno breve, non allungabile né rinnovabile, non hanno bisogno di voti. Responsabili in proprio della cosa pubblica, impossibilitati a diventare politici di carriera, non allargheranno la spesa per vincere elezioni che non esisteranno più.

Altri ‘nuovi contenuti’ per la democrazia, aggiuntivi alla cancellazione del parlamentarismo a tutti i livelli. Per avere tanto saccheggiato, gli ex-politici dovrebbero espiare nei campi di lavoro. Idem i burocrati, in parte corrotti, in parte corruttibili: non si debellerà mai la corruzione senza un’incruenta decimazione, inevitabilmente affidata al sorteggio, dei funzionari. Alcuni innocenti perderebbero il posto, tutti i suoi colleghi imparerebbero; a tempo debito coloro che si dimostrassero innocenti al di là di ogni dubbio sarebbero reintegrati (ma senza indennizzi, altrimenti le lezioni sarebbero troppo leggere).

I ‘diritti acquisiti’ andrebbero espunti dal codice civile, in concomitanza con un ragionevole depotenziamento della proprietà privata. A più lungo termine la politica, rigenerata attraverso la democrazia diretta selettiva, dovrebbe -nel nome dell’antieconomicismo giustamente invocato da Galli d.L.- fermare la crescita e invertire il montare dei consumi: non con i corsi di etica, ma con la responsabilizzazione permanente e, perché no, con le leggi suntuarie e coll’austerità. Si tolga di mezzo chi non è d’accordo.

La globalizzazione non potrà che ridurre l’occupazione e il benessere nelle società industrializzate.  Tanto varrà riscoprire la sobrietà, la felicità di ripudiare il superfluo per vivere meglio. Redditi e pensioni andranno tagliati. Dovrà essere garantito solo il minimo vitale alle famiglie più povere. I ricchi andrebbero indotti, in sostanza costretti, a praticare una filantropia aggiuntiva agli esborsi fiscali: così facevano gli Andrew Carnegie e molti altri titani dell’economia americana, allora rampante.

Ovvia obiezione, i Carnegie elargivano perché quasi non pagavano tasse. Vero: ma se il collettivismo socialista è fallito, nemmeno il capitalismo è in buona salute. I tempi esigeranno il rilancio di una socialità senza scampo e senza larghezze -si mangia ciò che passa il convento-, magari modellata su non fortunate esperienze del passato. Così per esempio il Guild Socialism, sorto in Gran Bretagna un secolo fa nella tradizione  delle antiche confraternite di mutuo soccorso, presto sconfitto dalla voga di un laburismo destinato al finale disonore di Tony Blair, epperò consegnato -il Guild Socialism- a noi posteri dall’anglo-spagnolo Ramiro de Maeztu. Sorry, il marxismo è una distesa di cadaveri, il liberismo soffre di una pluralità di morbi incurabili, occorre cercare altrove.

Ci sarebbe pure la dottrina sociale della Chiesa, ma la Chiesa dovrebbe farsi rivoluzionaria.

l’Ussita