RAMIRO DE MAEZTU, PROFETA DEL NOSTRO DOMANI

Quasi ai piedi di Cristo il turbocapitalismo delle Borse e quello dei capannoni. Morte tutte le formule di socialismo e di comunismo. Mai come oggi è stato il tempo di riscoprire le idee grosse che nel passato non ebbero fortuna, e  invece sono il futuro. Prima tra tutte il Guild Socialism, o neocorporativismo antiautoritario, di Maeztu.

Maeztu è senza dubbio l’intelligenza più costruttiva tra quante la Spagna produsse nella prima metà del Novecento”.  Manuel Fraga Iribarne –  il  principale tra i liberalizzatori del regime,  preconizzato successore di Franco, ma anche importante cattedratico- traccia il profilo di uno spagnolo ‘fiorito’ a Londra come Karl Popper. Affermatosi all’inizio come liberale crociano, Maeztu divenne in Gran Bretagna la guida del movimento del Guild Socialism’, avviato da una rivista finanziata da G.B.Shaw. Nel momento di massima forza dell’impero britannico Maeztu ammonì che esso ‘moriva’ per eccesso di conservatorismo e per ‘orrore del pensare’.

Soprattutto de Maeztu intuì che il capitalismo plutocratico puro e il socialismo collettivistico non avevano futuro. Propose una via mediana basata sul coinvolgimento e sulla responsabilità dei lavoratori ( Germania docet- N.d.R.) in un quadro vigorosamente etico, senza illusioni consumistiche. Se in Gran Bretagna la vittoria politica fu del Labour, il tempo, conclude Fraga Iribarne, ha dato ragione a Maeztu. Logicamente questo intellettuale tra i più animosi di tutti fu tra i primi a cadere davanti ai plotoni d’esecuzione della Guerra Civile.

Ramiro de Maeztu cresce in quella Bilbao che alla fine dell’Ottocento è un polo di modernizzazione. Dalla madre inglese riceve influenze britanniche e protestanti. Quando arriva a Madrid diventa subito uno degli uomini più rappresentativi di quella ‘generazione del 1898′ che è la risposta autentica della Spagna alle umiliazioni di Cuba, alla disfatta per mano statunitense. A Londra, dove rimane quindici anni, entra in contatto con H.G.Wells, G.B.Shaw e gli altri della Fabian Society, con teologi, col principe Kropotkin attorno al quale volge un secolo di pensiero letterario. Un legame speciale nasce col movimento dei grandi cattolici Chesterton, Belloc e Baring. Come vedremo, il rapporto si farà intenso col gruppo della rivista “New Age”.  Maeztu ammira la capacità britannica di mettere ordine nelle cose umane, un ordine beninteso relativo e dunque flessibile. Lo impressiona la profonda eticità della vicenda sociale, così come l’attitudine del legislatore a migliorare con formule semplici la condizione degli umili.

Ma proprio il fatto d’andare a fondo dei problemi impedisce al Nostro di diventare quel che si dice un anglofilo. Vede il paese materno poco incline a pensare e troppo rispettoso dell’Establishment. Conclude che “il governo è caduto nelle mani di un’oligarchia plutocratica, indifferente ad  ogni ideale che non sia la conservazione del potere”. E’ il momento in cui Maeztu cessa d’essere liberale e di cercare nel liberalismo la spiegazione della superiorità anglosassone. Nel 1912 scriverà: ” In questi giorni sono definitivamente morti niente meno che il liberalismo e l’empirismo, i due grandi principi dell’Inghilterra moderna”. Maeztu punta a quel ‘libero socialismo’ che è il suo aspetto più interessante; egli non rinuncerà mai all’ideale della giustizia sociale. Un suo articolo su ‘ABC’ il 9 luglio 1936 rimprovererà alla destra spagnola di restare paralizzata dallo spirito classista e da un conservatorismo ingeneroso.

Nel decennio più significativo della vita Maeztu fa una scelta fondamentale. Al di là del liberalismo ‘nichilista’ (cioè povero di soluzioni per le società moderne), al di là del socialismo burocratico e dittatoriale, Maeztu cerca con impegno un’altra cosa. La trova in un gruppo intellettuale britannico del quale diventerà capo e maestro: il movimento conosciuto come ‘guild socialism’ o socialsindacalismo. Si esprime nella rivista “New Age”, sorta nel 1907 con un capitale per metà sottoscritto da George Bernard Shaw. E’ il foglio di sinistra per eccellenza, però respinge i facili dogmatismi e si stacca dal laburismo ufficiale, che va diventando collettivista e burocratico, per elaborare la teoria del socialsindacalismo. Il circolo di “New Age” è profondamente religioso, lontano dunque dal positivismo spenceriano e dal materialismo dialettico. I termini puramente economico-sociali del problema politico confluiscono in una concezione più generale dell’uomo e della cultura.

Gli uomini di “New  Age” respingevano la filosofia individualista, nonché il Rinascimento, la Riforma e l’Illuminismo, antecessori del liberalismo. Ma da tale ripudio non traevano conseguenze reazionarie: troppo intelligenti per proporre restaurazioni impossibili. Avevano sì guardato al Medioevo, alle sue corporazioni come alla sua temperie, ma per imparare a costruire il mondo contemporaneo. Ripudiato il socialismo di Stato e naturalmente il marxismo, svilupparono la concezione di una società organica, pluralista, funzionalista, giusta. Il loro ‘guild socialism’ era contro il liberalismo e contro il progressismo, ma al tempo stesso era pluralista e antiautoritario. Un anticapitalismo, inoltre, che era critica di una società basata sul puro potere del denaro; ricerca di forme più giuste di distribuzione della ricchezza (in quegli anni Belloc e Chesterton parlano di ‘distributismo’ come alternativa al capitalismo e al marxismo) e un funzionalismo, o ‘principio funzionale’, per il quale a ciascun individuo o organizzazione si deve dare libertà e autorità in proporzione al contributo che dà al tutto sociale.

Il socialsindacalismo voleva dare ai lavoratori non solo più condivisione della ricchezza, ma più partecipazione e più responsabilità. La vittoria politica andò ai Fabiani cioè agli ispiratori del Labour, ma la vittoria intellettuale spetta ai Guild Socialists, perché il tempo ha dato ragione a loro: il socialismo di Stato non ha risolto i problemi sociali e il sindacalismo tradizionale, agendo senza responsabilità, sta distruggendo in molti paesi l’ordine economico, sociale e giuridico. I Guild Socialists, che raggiunsero il massimo di influenza negli anni 1915-18, proponevano un socialismo più umano e meno collettivista. Insistevano sulla partecipazione dei sindacati alla gestione dell’impresa. Desideravano un’autentica decentralizzazione sociale, l’allegria del lavoro, la partecipazione.

Nel movimento Ramiro de Maeztu fu l’uomo che si impegnò su una formulazione generale, su una sintesi organica. Lo riconoscono tutti gli studiosi del Guild Socialism. La sua dottrina  politico-sociale è una delle  piu complete e interessanti del secolo. Senza dubbio in quegli anni il mondo spagnolo non ne esprime una migliore. E’ innegabile la sua superiorità su quanto produssero in Inghilterra sia i liberali, sia i socialisti. Le cose hanno dimostrato che Maeztu ha ragione quando sostiene che né il liberalismo, né il marxismo  risolvono i problemi delle società moderne. Per esempio, “non c’è alcuna ragione perché il capo di una grande industria o banca debba essere particolarmente ricco. Deve ricevere denaro per le necessità dell’impresa, non per i vestiti della moglie o per i vizi dei figli”.

Piuttosto che di libertà, il Nostro preferisce parlare di partecipazione al governo. “E’ il concetto romano, non quello liberale, della libertà”. Altrove sostiene che sono importanti ‘istituzioni che obbligano a pensare’, più che il mero diritto di pensare. Detto questo, Maeztu è fautore aperto dell’organizzazione democratica. All’obiezione che è il regime dell’incompetenza risponde che “gli uomini non impareranno mai a governarsi se non avranno l’occasione di farlo, di sbagliare e di correggersi”; e poi “la competenza non è collegata ad alcuna forma specifica di governo”. Per Maeztu sono storicamente falliti sia il principio autoritario, sia quello liberale: “Russia e Spagna sono esempi di ciò che costa il primo; i paesi anglosassoni, delle carenze del secondo”.

E’ fondamentale la questione della proprietà del capitale: “E’ male che gli strumenti di produzione siano monopolio dei proprietari. La maggior parte dei lavoratori dovrebbero partecipare alla proprietà”. Ma naturalmente Maeztu respinge il socialismo di Stato. In definitiva mira ad una società libera dal potere corruttore del denaro, cioè sottoposta al controllo sociale. La vuole austera, persino spartana, perché non crede al mito della ricchezza per tutti. (“la povertà del povero sparirà solo con la ricchezza del ricco: sono la stessa cosa”). Non crede che la riforma generale possa venire senza il conflitto. Se ritiene indispensabile un sistema di socialismo neocorporativo è in quanto “non si è inventato altro mezzo per ottenere che il lavoro cessi d’essere una mercanzia a disposizione dei ricchi, e per consentire ai lavoratori una partecipazione al governo della produzione”. L’essenza del suo congegno è “l’unificazione di capitale, direzione e lavoro nella gestione dell’impresa”. Il libro che enuncia queste idee, “La crisi del Humanismo” è uno dei saggi più importanti del nostro secolo sui problemi di una vera democrazia e di un socialismo umano,

Quando torna in Spagna Maeztu mantiene totale coerenza coi suoi principi. In piena dittatura del generale Primo de Rivera si professa ‘uomo di centro’, spiegando in un famoso articolo del 1924 che sia negli uomini di destra, sia in quelli di sinistra “metà dell’anima è addormentata”. Abbastanza presto lascia il paese per fare l’ambasciatore in Argentina. Nel 1933 si dichiara ‘non fascista e ‘internazionalista’; respinge Mussolini e Hitler. Insiste fino all’ultimo nell’auspicare un movimento politico in cui destra e sinistra si risolvano.

Manuel Fraga Iribarne

Chiosa

Chi edificherà la Quarta Repubblica -la Terza, degenerazione delle Prime Due, si decompone già- dovrebbe fare suoi, uno per uno, tutti i punti del neocorporativismo di Maeztu: l’odio all’oligarchia conservatrice, il distacco finale dal liberalismo ‘nichilista’ e dal progressismo inconcludente e truffaldino, la negazione del consuetudinario omaggio al Rinascimento e all’Illuminismo laicista. In un altro angolo di INTERNAUTA (“Presente amaro”) uno di noi propone, vista la vacuità del presente, di tornare ad alcune idee-forza del passato. Ramiro de Maeztu ne addita alcune, con ben altra autorità e forza profetica.

Oggi che si considerano ipotizzabili la bancarotta degli Stati Uniti e il crollo della capacità competitiva delle economie occidentali; oggi che non si vedono rimedi al baratro tra ricchi e poveri, alle retribuzioni forsennate degli alti manager, alle ruberie dei politici e a cento altre patologie, le formule enunciate un secolo fa da Maeztu promettono la resurrezione della socialità nei termini del III millennio. Perché la promettono?

Perché tolgono l’appalto della giustizia sociale alle sinistre disoneste e buone a niente e obbligano i cittadini qualificati ‘a pensare e a governare’.

A.M.C.

 

LA DANNAZIONE BELLICA NELLA STORIA D’ITALIA

Guerre coloniali e guerre mondiali

Ripercorrendo le vicende dell’Italia unita nel suo primo mezzo secolo abbondante di vita (Vedi Internauta di aprile, maggio e giugno) abbiamo appena accennato alle imprese belliche, militarmente poco felici oppure fin troppo facili, ma comunque coronate da successo, che consentirono di estendere il giovane Stato fin quasi a quelli che vengono generalmente considerati i suoi confini naturali. Purtroppo la sua debolezza o, se si preferisce, relativa inefficienza militare doveva trovare ulteriori e penose conferme. Diciamo purtroppo non perché la potenza delle armi costituisca un valore assoluto e primario, così come non lo è il pacifismo ad oltranza, ma perché quello Stato, già nato all’insegna di ambizioni spesso smodate, ancora in tenera età non tardò a voler gareggiare con nazioni ben più consolidate e robuste sotto ogni aspetto benché non necessariamente più attempate (vedi la Germania guglielmina); e ciò con esiti puntualmente disastrosi o quanto meno deludenti e comunque a danno di altre esigenze prioritarie e semmai preliminari.

Passi per Giuseppe Mazzini, promotore di complotti e sommosse, ma profeta e precursore di un nazionalismo italiano non ostile a quelli altrui e offerto anzi come modello ad altri popoli in fase risorgimentale e anelanti ad un’emancipazione che in effetti sarebbe avvenuta guardando spesso all’esempio dato dallo Stivale. Ma che dire di un Vincenzo Gioberti, filosofo e capo di governo sabaudo, cattolico e addirittura papalino, autore di una celebre opera intitolata “Il primato civile e morale degli italiani”, in cui propugnò, prima del “tradimento” di Pio IX, una confederazione italiana presieduta dal pontefice come perno e guida di una confederazione europea? Cavour, che pensava piuttosto a costruire ferrovie e migliorare le tecniche agricole, si guardava bene dal coltivare sogni proibiti e, se fosse sopravvissuto all’unificazione, avrebbe certamente evitato passi più lunghi della gamba. Ma alla tentazione di interpretare la rinascita nazionale richiamandosi all’antica Roma, o almeno alla respublica christiana del Medioevo, molti altri cedevano con grande facilità.

 

Non riusciamo a concordare con Gianni Fodella (vedi l’Internauta dello scorso marzo) che bolla la precoce vocazione colonialista dell’”Italietta” prefascista come uno dei tanti frutti avvelenati dell’unificazione nazionale. A cimentarsi a sua volta nelle imprese coloniali il nuovo Stato fu ovviamente stimolato dagli esempi altrui, ma nulla lo obbligava a farlo per prevalenti motivi di malinteso prestigio e per di più con le conseguenze perniciose inoppugnabilmente sottolineate da Fodella.

 

Nel denunciare la recente partecipazione italiana all’intervento militare occidentale in Libia (Corriere della sera, 6 maggio) due eminenti africanisti,  Giampaolo Calchi Novati e Pierluigi Valsecchi, hanno lamentato che nelle celebrazioni del 150° sia stata trascurata un’esperienza coloniale “che ha avuto una parte così importante nel definire l’identità nazionale e a cui l’Italia dopo tutto deve il suo status di potenza”. Sembrerebbe opportuno precisare che si è trattato di una definizione in senso negativo e che quello status era in realtà fasullo.

 

In Africa, come tutti sanno, ci si dovette accontentare degli avanzi della colonizzazione altrui. La conquista dell’Eritrea, oltre a non apportare alcun vantaggio tangibile, mise l’Italia in rotta di collisione con l’Etiopia che le inflisse l’umiliante disfatta di Adua, gravida di ripercussioni anche in politica interna. Meno contrastata fu l’acquisizione della Somalia, perduta poi durante la seconda guerra mondiale, riacquistata sotto forma di amministrazione fiduciaria su mandato dell’ONU, divenuta infine indipendente ma oggi caso più unico che raro di paese incapace di reggersi come Stato e in balìa di moderni pirati.

 

Anche la conquista della Libia, strappata al decrepito Impero ottomano, fu relativamente agevole. Salutata da Giovanni Pascoli, poeta socialisteggiante, con il festoso annuncio che “la grande proletaria si è mossa”, non tardò però a rivelarsi superficiale e costosa a causa dell’accanita e prolungata resistenza delle tribù interne all’occupazione, con conseguente repressione spesso feroce. Risultò inoltre deludente sia perché le sabbie della “quarta sponda” dovevano svelare la loro ricchezza petrolifera soltanto dopo la fine del dominio italiano sia perché “Tripoli bel suol d’amore” (come si cantava allora) e dintorni non potevano proficuamente ospitare più di alcune migliaia di coloni con relative famiglie e dare quindi un contributo più che modesto allo smaltimento del surplus demografico nazionale.

 

D’altra parte, l’appropriazione della Tripolitania e della Cirenaica doveva in qualche modo compensare la “perdita” (per così dire, all’uso americano) della Tunisia, corteggiata e colonizzata da parte italiana prima che la Francia ingorda ce la soffiasse da sotto il naso con grande scandalo nazionale e, anche in questo caso, con pesanti contraccolpi in politica interna ed estera. La vicenda concorse infatti a provocare un’aspra crisi nei rapporti tra Roma e Parigi, già intensi in ogni campo, sfociata nel rovesciamento delle alleanze, mediante adesione italiana alla Triplice con gli Imperi centrali, e in una vera e propria guerra doganale con la stessa Francia inevitabilmente dannosa soprattutto per la parte più debole.

 

La vecchia collocazione internazionale del paese si ristabilì dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, che offrì l’occasione per completare l’unificazione nazionale con la “redenzione” delle due città-simbolo di Trento e Trieste. Un’occasione, peraltro, che  avrebbe potuto essere sfruttata in modo diverso dalla partecipazione al conflitto a fianco delle potenze dell’Intesa. Così la pensava, tra gli altri, lo statista più autorevole e collaudato di cui disponesse l’Italia: Giovanni Giolitti, secondo il quale dall’Austria-Ungheria si poteva ottenere “parecchio” in cambio della neutralità. Benché ancora molto influente, “l’uomo di Dronero” fu però travolto dalla cieca infatuazione bellicista che colpì il paese e che portò a preferire le munifiche ricompense territoriali (a spese e insaputa altrui) promesse dai nuovi alleati e comprendenti, oltre a mezza Dalmazia, persino un pezzo di Asia minore.

 

La guerra iniziata nelle “radiose giornate di maggio” del 1915 si protrasse molto più a lungo del previsto, costò parecchie centinaia di migliaia di morti e duri sacrifici per tutti (salvo gli immancabili speculatori) e per di più rischiò, con la rovinosa rotta di Caporetto, di risolversi in una catastrofe. Ci salvarono, certo più che il dubbio talento dei comandanti e gli stessi aiuti militari e finanziari degli alleati, l’abnegazione o quanto meno la capacità di sopportazione della truppa, per quanto mandata spensieratamente al macello, specialmente prima della resistenza sul Piave, e soprattutto il progressivo cedimento dello schieramento nemico, in crescente difficoltà sugli altri fronti e indebolito, in particolare sul nostro, dall’incipiente disintegrazione dell’Impero asburgico.

 

Ma se quella di Vittorio Veneto non fu una vittoria delle più fulgide, decisamente funesti furono i suoi seguiti. La prova comunque durissima del conflitto fece esplodere con violenza i contrasti politico-sociali interni, acuiti da influenze e suggestioni esterne a cominciare da quelle della rivoluzione bolscevica in Russia. Contrasti che, tuttavia, si sarebbero forse potuti superare, con le già sperimentate forme di mediazione e compromesso, se agli altri fattori destabilizzanti non si fosse aggiunta l’arrembante campagna soprattutto fascista, ma più in generale ultranazionalista, contro i responsabili, interni ed esterni, della “vittoria tradita”, “mutilata”, ecc.

 

I governanti stranieri, con in testa il presidente americano Wilson, vennero infatti esecrati per il mancato mantenimento di quanto promesso negli accordi di alleanza, addebitando corrispettivamente agli esponenti democratici domestici una difesa non abbastanza  ferma dei veri o presunti interessi nazionali. Si creò così un clima propizio al successo finale del partito fondato e capeggiato dall’ex socialista Benito Mussolini, ancorchè agevolato fin che si voglia dalla sua sottovalutazione anche da parte di personaggi come lo stesso Giolitti, dalle paure o dai calcoli dei ceti più abbienti e/o più reazionari, dalla pavidità di Vittorio Emanuele III, e così via.

 

Tra gli interessi nazionali propugnati dall’estrema destra poteva legittimamente rientrare la rivendicazione della città di Fiume, l’odierna Rijeka croata abitata allora da una maggioranza italiana e la cui annessione al regno non era stata tuttavia prevista dal patto segreto di Londra. Gli alleati obiettarono, non a torto, che l’Italia pretendeva qui l’applicazione del principio di nazionalità, particolarmente caro a Wilson, dopo avere chiesto ed ottenuto il Sud Tirolo o Alto Adige, a maggioranza tedesca allora schiacciante, in base al criterio del confine naturale. Il governo di Roma non insistette e stroncò con la forza, e con qualche vittima, il tentativo di Gabriele d’Annunzio e dei suoi legionari di creare il fatto compiuto occupando la città contesa.

 

Nonostante questa lacerazione intestina, Fiume finì ugualmente in mano italiana col consenso più o meno forzato della neonata Jugoslavia, che in compenso ottenne la riduzione delle acquisizioni italiane in Dalmazia alla sola città di Zara e ad un paio di isole. Ma neppure un simile frutto della vittoria, definitivamente formalizzato con il fascismo ormai al potere, parve soddisfacente agli ultranazionalisti nostrani, tanto che lo stesso governo di Mussolini fu accusato dagli irredentisti più accesi di avere tradito una causa sacrosanta. Da notare, al riguardo, che con il nuovo assetto territoriale rimasero al di là del confine solo poche diecine di migliaia di italiani, mentre vennero a trovarsi in Venezia Giulia oltre 400 mila sloveni e croati contro meno di mezzo milione di italiani. Compresa Zara, la minoranza slava sarebbe poi scesa a malapena al di sotto del 40%, secondo il censimento del 1939, malgrado le persecuzioni e la politica di snazionalizzazione.

 

Come la pensasse su tutto ciò il futuro Duce l’aveva chiarito senza mezzi termini durante una visita alle terre orientali nel settembre 1920: “Di fronte a una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo si possano sacrificare 500 mila slavi barbari a 50 mila italiani”. Dopo la Marcia su Roma il nuovo regime tenne peraltro a freno la propria vocazione espansionistica nell’area balcanica, dove imboccò anzi un indirizzo alquanto contraddittorio fomentando e sostenendo anche materialmente il nazionalismo e separatismo croato, cioè del diretto e principale antagonista, contro l’egemonismo serbo nella Jugoslavia monarchica. Certo ciò contribuì a facilitare il crollo di quest’ultima durante la seconda guerra mondiale, che vide tuttavia nascere lo Stato croato degli ustascia, satellite soprattutto del Reich nazista e pronto a sfruttare, nel 1943-1945, l’occasione sia pure effimera, per esso, di regolare i conti storici con l’Italia.

 

Artefice di una rivincita nazionale sarebbe stata invece la Jugoslavia comunista, nata da una vigorosa resistenza sul campo alle armate naziste e ben piazzata, dunque, per guadagnarsi al termine del conflitto, con l’appoggio della potenza sovietica, la restituzione, dal punto di vista dei vicini orientali, di quasi tutto ciò che l’Italia sconfitta aveva tolto loro vent’anni prima. Per non parlare, naturalmente, delle annessioni seguite all’invasione del 1941 e comprendenti persino l’odierna capitale slovena, Lubiana, ridotta a capoluogo di una nuova provincia del regno benché totalmente priva di qualsiasi presenza italiana. E qui, almeno, i facili conquistatori fascisti, a differenza di quelli tedeschi impadronitisi del grosso della Slovenia, ebbero il buon senso di lasciare municipi e scuole in mano locale, anche se ciò non bastò ad ingraziarsi una popolazione fieramente nazionalista la sua parte. Tanto nazionalista, anzi, da lamentare poi la “perdita”, per la seconda volta, di Trieste, spesso descritta anche più di recente come la propria maggiore città benché abitata solo da una minoranza slovena piccola ma superiore, un tempo, alla popolazione di Lubiana. Trieste, infatti, fu quasi tutto ciò che l’Italia post-fascista riuscì a salvare, a fatica, da rivendicazioni jugoslave a loro volta tendenzialmente insaziabili.

 

Effimera fu naturalmente anche l’annessione dell’Albania, sottomessa senza colpo ferire alla vigilia dello scoppio del conflitto mondiale e già in un clima di ansiosa competizione espansionistica con la Germania di Hitler. Alla quale l’Italia di Mussolini, peraltro, si stava via via legando a doppio o triplo filo sin dalla breve guerra coloniale con la quale, pochi anni prima, aveva conquistato l’Etiopia, vendicando così Adua, realizzando il sogno imperiale insito nell’ideologia del regime e però compromettendo i rapporti con le altre potenze europee e privandosi in tal modo della libertà di manovra vitale per una potenza che restava, malgrado le spacconate del Duce, di serie B.

 

Che quello italiano fosse un imperialismo di cartapesta, o nella migliore delle ipotesi un aspirante sub-imperialismo, lo dimostrò platealmente il fallimento dell’attacco alla Grecia (che da una efficace resistenza passò addirittura alla controffensiva penetrando in territorio albanese), giustificabile solo con l’insensato anelito ad emulare le imprese della Wehrmacht, dopo l’analogo insuccesso militare della “pugnalata alla schiena” inferta alla Francia ormai agonizzante.  Già le prime battute dello scontro bellico evidenziarono per il resto la scontata inferiorità navale ed aerea nei confronti della Gran Bretagna, che si manifestò presto anche sul fronte terrestre nordafricano, dove neppure il soccorso tedesco e le prodezze di un fulmine di guerra come il generale Rommel bastarono a scongiurare il tracollo finale.

 

Nel frattempo, qualche episodica dimostrazione di valore e capacità militari (la tenace difesa dell’Amba Alagi al comando del duca d’Aosta in Etiopia, quella dell’oasi di Giarabub in Libia,  l’ultima resistenza delle divisioni del maresciallo Messe nella ridotta tunisina contro preponderanti forze anglo-americane) non aveva potuto impedire la rapida perdita di tutte le colonie vecchie e nuove. Dal canto suo, l’inutilmente massiccia partecipazione alla campagna di Russia aveva messo nuovamente in luce, di positivo, soltanto la forte fibra e le qualità umane dei nostri soldati, alpini ma non solo, documentate nelle pagine indimenticabili di Mario Rigoni Stern. Soldati che combattevano, in condizioni estreme, non per spazzare via il bolscevismo bensì per “tornare a baita”.

 

Ogni voglia di lottare praticamente cessò, tuttavia, quando il poderoso schieramento avversario, che un Mussolini ormai vaneggiante prometteva di bloccare sul “bagnasciuga” siciliano, portò la guerra sul suolo nazionale, contrastato per quanto possibile solo da parte tedesca. E qui iniziò il capitolo finale dell’avventura bellica, rovinoso in termini materiali e ancor più indecoroso politicamente e moralmente. Nell’estate del 1943 il sovrano e la sua corte trovarono finalmente il coraggio per rovesciare la dittatura con la collaborazione dei vertici dello stesso partito fascista e delle forze armate e quindi troncare il legame con la Germania. Il modo irresponsabile in cui venne attuata la scelta armistiziale sotto ogni aspetto, compresi i comportamenti individuali quale la precipitosa fuga da Roma della famiglia reale e del maresciallo Badoglio nuovo capo del governo, lasciando esercito e marina senza direttive adeguate e abbandonando di fatto il paese alla sua sorte, mise a nudo il vuoto che si celava sotto gli orpelli del caduto regime ma squalificò in partenza anche gli uomini ed ambienti che l’avevano liquidato.

 

Fu in sostanza una rinuncia all’esercizio del potere che diede a luogo ad un generale si salvi chi può e poi alla guerra civile, nel nord in mano nazista, tra le formazioni partigiane mobilitatesi contro l’occupante e la “repubblica sociale” con cui Mussolini tentò di resuscitare il fascismo, mentre più a sud truppe italiane agli ordini del governo monarchico combattevano a fianco degli alleati lentamente avanzanti. L’epilogo era scontato, ma per arrivare alla pace e al definitivo  esaurimento dell’esperienza autoritaria e ultranazionalista, macchiata tra l’altro dall’adesione all’antisemitismo genocida del Reich, dovettero trascorrere quasi due anni di lutti e distruzioni, anche ad opera di micidiali bombardamenti anglo-americani su obiettivi civili, che colpirono duramente, ad esempio, il centro storico di Milano.

 

Una delle peggiori catastrofi della storia nazionale segnava così la conclusione di un’era ultraventennale il cui bilancio, peraltro, sarebbe stato prevalentemente negativo anche se si fosse chiuso prima della fatale estate del 1940. Il regime fascista ebbe indubbiamente la sfortuna di doversi misurare con la Grande depressione mondiale, che non poteva ovviamente risparmiare un paese economicamente fragile come l’Italia. Ma ad aggravare i danni di origine esterna sopraggiunse l’autolesionistimo di una politica autarchica che, incoraggiata quanto si voglia dal contesto internazionale, un paese privo di materie prime poteva permettersi meno di qualsiasi altro e che invece adottò anche perché consona ai suoi indirizzi di politica estera.

 

Crescita e modernizzazione, certo, proseguirono e anzi si accentuarono. L’apparato industriale si rafforzò, la rete stradale e quella ferroviaria si estesero sensibilmente e così pure l’elettrificazione. L’urbanizzazione continuò malgrado il divieto ai contadini (decretato nel 1930 quasi ad imitare l’esempio di Stalin in Russia) di abbandonare le campagne senza il permesso dei prefetti; Roma e Milano raggiunsero nel 1943 una popolazione superiore di circa sette volte a quella del 1871. Le legislazione sociale fece ulteriori progressi benché sbilanciata a favore della promozione della natalità, che rimase però deludente almeno agli occhi del Duce, convinto che il numero garantisse potenza.

 

Una delle realizzazioni più imponenti del regime furono le opere di bonifica delle terre improduttive, già in corso a partire dal 1870 ma effettuate per l’80%, fino a tutto il 1937, dopo il 1923. Ciò consentì il raddoppio della produzione di grano, tra il 1870 e il 1939, e la riduzione del 75% della sua importazione. Il tutto, però, a caro prezzo, perché il cereale domestico costava il doppio di quello americano e la priorità conferitagli danneggiò altri prodotti agricoli importanti. D’altra parte, la quota del latifondo rimase elevata, quella dei braccianti pure e le retribuzioni dei contadini in generale diminuirono analogamente ai consumi alimentari.

Nel 1936, su una popolazione attiva appena superiore al 43%, gli addetti all’agricoltura (48%) superavano ancora largamente la manodopera industriale (29%), e il divario, ormai quasi annullato nel Nord computando anche i trasporti e le comunicazioni, rimaneva invece assai ampio nel Centro e nelle isole e parecchio superiore al doppio nel Sud. I salari dei lavoratori italiani, nel 1930, risultavano essere i più bassi dell’Europa occidentale, mentre l’analfabetismo si era sensibilmente ridotto ma restava ancora ben presente.

 

Le condizioni di vita in cui l’Italia fascista e imperiale venne lanciata ad affrontare le sfide anche tecnologiche di un nuovo immane conflitto si trovano descritte nel bel libro di Marco Innocenti sull’anno 1940: “La gente, a corto di sogni,vive alla giornata, e la vita è così grama, così diversa da come la raccontano i giornali. Povera Italia di povera gente: per tanti la carne è un lusso, la frutta pure, i figli mettono gli abiti rivoltati dei genitori, cuciti di sera nelle macchine Singer a pedali, il ballo, grave peccato sociale, è proibito, il freddo delle case nelle mattine d’inverno è assassino, l’odore di minestra riempie le soffitte, la puzza di cipolla è puzza di miseria e nei campi c’è chi lavora ancora la terra con l’aratro di legno come ai tempi di Cristo”. In simili condizioni, fu già un miracolo che il paese riuscisse a risollevarsi relativamente presto dallo sfacelo in cui precipitò. Merito dello “stellone” di cui si parlava un tempo? Il miracolo, comunque, non sarebbe rimasto l’unico.

 

Franco Soglian

ABOLIRE L’ESAME DA AVVOCATO

Ripubblichiamo qui due articoli già pubblicati in passato, che hanno l’amaro sapore delle verità di Cassandra. Sono stati sufficienti pochi giorni perché la discussione sulla liberalizzazione dell’accesso alla professione forense generasse la prevista reazione della Gilda dei legulei. “O quelle norme spariscono, o noi affossiamo tutto, dalla manovra economica al governo”, avrebbero intimato i molti azzeccagarbugli della maggioranza, in barba alla speculazione internazionale che stava (e sta) massacrando il Paese.

Così i provvedimenti liberalizzatori sono spariti dall’agenda del governo e le tante cariatidi della professione hanno potuto tirare un sospiro di sollievo. In quei pochi giorni però, in tanti ci avevano sperato.

1 LUGLIO 2011

È una proposta, un’ipotesi. Una bozza di un’ipotesi. Insomma praticamente per ora non c’è nulla, ma è stato sufficiente che si azzardasse l’idea di abolire l’esame da avvocato per scatenare il panico nelle stanze sfarzose dell’Ordine.

Secondo la proposta di legge delega, per ora, sarebbero sufficienti due anni di pratica per poter ottenere il titolo e poter esercitare la professione. “Sono sconcertato e allibito”, dichiara Guido Alpa, presidente del Consiglio nazionale forense. “Si vuole delegittimare l’avvocatura. Una simile liberalizzazione ucciderebbe il settore invece che offrire opportunità”.

E, si noti bene, non è in discussione l’abolizione dell’ordine professionale. Qui si parla dell’abolizione di un meccanismo diabolico e inefficiente qual è l’esame di Stato da avvocato. Chiunque conosca lo svolgimento di tale esame sa che se fosse gestito dalla camorra funzionerebbe in modo più equo. La correzione dei compiti è fatta in totale assenza di trasparenza, il tasso di aleatorietà è superiore che in un casinò di Las Vegas, porcherie di ogni sorta sono state testimoniate a più riprese. Eppure si ritiene che sia più efficace mantenere questa specie di ordalia, con tanto di intervento divino in forma di “manine” amiche, che non abolirla.

Certo si dirà che è l’articolo 33 della Costituzione che prescrive gli esami di Stato per le professioni. Se per questo l’articolo 68 dava l’immunità ai parlamentari, eppure lo si è potuto cambiare. Qualcun altro dirà che se l’esame funziona male si deve riformare l’esame, non abolirlo. Certo, ma per riformare l’esame si dovrebbe riformare la testa degli avvocati e degli italiani in generale. Un’impresa decisamente più difficile che non l’abolizione.

Considerato il numero di giovani che, senza demerito o colpa, restano arenati molto più a lungo del necessario in un praticantato sottopagato (vista l’impossibilità di passare con la sola preparazione l’esame di Stato), il provvedimento sarebbe utile e giusto. Tanto gli avvocati sono in sovrannumero già ora. Che la selezione la operi il mercato,  e non quel mostro ibrido al guinzaglio della gilda (metà  “concorso Bisignani”, metà scommessa sulle corse degli struzzi) che è oggi l’esame di avvocatura.

4 LUGLIO 2011

Si è già scritto della paventata abolizione dell’esame da avvocato e oggi, sul Corriere della Sera, Gian Antonio Stella ci emula parlando della situazione generale degli Ordini professionali. Pur trattando solo marginalmente la questione dell’esame da avvocato, dall’articolo emergono alcune considerazioni.

Primo, i problemi dell’esame dipendono soprattutto da un conflitto di interessi tra esaminatori ed esaminati. In Gran Bretagna, ci informa Stella, ai vertici dell’Ordine stanno anche studenti e, soprattutto, consumatori. In Italia ci sono quelli che hanno tutto l’interesse ad escludere concorrenti più giovani e più bravi dal mercato.

Insomma, l’Ordine andrebbe riformato se lo si vuole mantenere, e con esso l’esame di Stato. Non lo si vuole fare? Almeno si abolisca l’esame, e se si è tanto in pena per l’eventuale ingresso in massa di avvocati “peones” sul mercato, con rischi per l’affidamento dei consumatori, allora si riformino le facoltà di Giurisprudenza, introducendo il numero chiuso come già avviene per Medicina. Un test accademico fatto da accademici (puri se possibile, cioè non anche avvocati) sarebbe sicuramente più oggettivo, anche se non sarebbe ovviamente esente dai mali endemici di qualsiasi esame si tenga in Italia. Con tutto che, come dimostrato da un’indagine de il Sole 24h (“Classe forense, i numeri da sfatare”, 28 aprile 2009), in Italia non è che ci sia un numero di avvocati così smodatamente più alto che nel resto di Europa (ad eccezione della sempre citata Francia).

Ma ecco perchè queste riforme non si faranno mai. Su 952 parlamentari 134 sono avvocati. Una lobby di tutto rispetto. Toccare uno degli Ordini professionali, significa mettere in fibrillazione anche tutti gli altri. Stante che i liberi professionisti iscritti agli ordini sono poco meno di 4 milioni di persone (un partito quindi che raggiunge quasi il 10% dell’elettorato), quale partito potrebbe affrontare di petto il problema? Tanto per non essere stupidamente ottimisti, nessuno. Nessuno potrebbe resistere al fuoco di sbarramento di una simile macchina da guerra.

A meno che la pressione dell’opinione pubblica non diventi tale da rendere “politicamente” conveniente fare le riforme.

Tommaso Canetta

 

L’ITALIA SI DIFENDE, EHM, A KABUL

Le escandescenze dell’articolo “Logica demagogica e provinciale” (La Stampa 8 luglio 2011, autore V.E. Parsi) echeggiano l’involontaria, intensa comicità dell’editoriale di un opinion leader del tempo, nei giorni del 1870 in cui la Corte e i marescialli di  Napoleone III decidevano se dichiarare guerra alla Prussia dopo l’affronto del ‘telegramma di Ems’: “Se non attaccheremo Guglielmo I nessuna dama d’Europa accetterà più il braccio di un gentiluomo francese”.   E il quotidiano “La Presse” scrisse: “Se la Prussia rifiuterà di battersi la costringeremo con la clava a ripassare il Reno, a rinunziare alla riva sinistra”. (Si sa come finì. Le dame d’Europa furono appagate perchè il Secondo Impero dichiarò la guerra. Pochi giorni dopo le battaglie di Froeschwiller/Woerth e di Sédan cancellarono sia l’Impero sia l’imperatore, tolsero l’Alsazia e mezza Lorena alla Francia, poi nel 1914 condannarono Parigi a suscitare la Grande Guerra per recuperare le province perdute, infine nel 1939 costrinsero ad affrontare il Reich di Hitler che si vendicava di Versailles annichilando la Terza Repubblica). Prima di scrivere, V.E.Parsi avrebbe fatto bene a pensare alla propria reputazione di studioso.

“Un Suk indegno- esordisce la sua catilinaria- che svende l’onore del Paese e il sacrificio delle sue Forze Armate. Il modo peggiore di rendere omaggio al caporale Tuccillo (terzultimo nostro caduto in Afghanistan– N.d.R.), di far sentire ai suoi commilitoni la vicinanza della Patria che loro difendono e altri umiliano”. Qui, oltre che altrove, è l’assonanza con la tremenda ingiunzione de ‘l’Echo’ ai gentiluomini francesi: l’asserzione secondo cui i commilitoni del caporale Tuccillo “difendono la Patria”. Per scongiurare risate, non era il caso di precisare da chi ci difendono, e quanto grave è la minaccia?

Altro acre rimpianto: “Per quasi venti anni sulle missioni militari internazionali si era dispiegato il tanto auspicato spirito bipartisan, questo convergere sul senso di decenza quando è in gioco la stessa idea di Patria. Tutto questo è stato gettato alle ortiche, per il diktat di chi fatica ad alzarsi in piedi quando passa la bandiera. Le missioni militari internazionali non costituiscono più un inviolabile ‘sancta sanctorum’ in cui tutelare l’interesse nazionale”.

Ad ogni modo, è chiaro: il Suk indegno di cui all’incipit è la decisione di rimpatriare 2000 degli uomini mandati all’estero a fare guerra per la pace. Invece non è chiaro il ‘sacrificio delle Forze Armate’. Esse operano fuori casa -retribuite come mai nella loro storia- soprattutto perché la loro lobby, segmento in divisa del nostro ‘military-industrial complex’, ha fatto di tutto per essere destinata al sacrificio: altrimenti la ragion d’essere delle FF.AA., a quasi 70 anni dalla resa senza condizioni a Cassibile e più anni ancora dalla distruzione della nostra flotta a Taranto, sarebbe quasi sparita. La repubblica che in teoria aveva ripudiato la guerra avrebbe solo bisogno, per il caso di attacchi dall’Eritrea o dall’Albania, della Guardia costiera, di carabinieri e di un po’ di alpini con compiti strettamente difensivi. Non dovremmo mantenere che un terzo, al massimo, dei 100.000 soldati che furono concessi alla Germania dal trattato di Versailles.

E’ andata diversamente. Se spendiamo disgustosamente per la Difesa è perché la Guerra Fredda obbligò noi sconfitti a fornire ‘sepoys’ (erano gli ascari dei britannici in India) alla Santa Alleanza contro l’Urss. La Guerra fredda è finita da un ventennio, è sopravvissuto l’istinto di conservazione della classe militare e dell’industria degli armamenti, quel comparto non molto onorevole del nostro manufatturiero che per ora è al riparo dalla concorrenza globale. Sono sopravvissuti gli obblighi dell’atlantismo. Il sullodato autore chiama questi obblighi “la parola data a Paesi amici ed alleati”, parola che a parer suo non può essere ritirata.

Orbene la nostra parola non ci ha mai impegnato granché. Dall’Unità in poi abbiamo sempre tradito gli alleati (il nostro vessillo dovrebbe chiamarsi il Multicolore, col motto ‘Franza o Spagna purché se magna’). 1) Rifiutammo -ma facemmo benissimo- di entrare nella ridicola guerra di Napoleone III, il quale pure ci aveva dato Milano e la Lombardia. 2) Rinnegammo la Triplice di cui eravamo parte e anzi la attaccammo, perché Parigi e Londra promettevano di più per il molto sangue che avremmo versato. 3) Stipulammo il Patto d’Acciaio col nemico degli alleati del 1915. 4) Ci offrimmo cobelligeranti e mulattieri dei vincitori del 1943, contro gli alleati del Patto d’Acciaio.

Eccoci oggi ascari della Nato. Di solito i mercenari vengono pagati da chi li assolda. Noi no, siamo gratuiti, laddove tagliamo il sostegno ai bambini storpi e ciechi per poter arricchire le indennità ai nostri idealisti in divisa.

Ecco come V.E.Parsi giustifica che Roma alleggerisca il costo delle spedizioni statunitensi: “E’ uno dei pochi risultati concreti di quasi 20 anni di politica estera. Il mondo si era fatto troppo vasto per un paese come l’Italia, che aveva sempre faticato a trovare un posto tra i Grandi. I governi di destra e di sinistra avevano individuato nelle missioni militari internazionali uno strumento per tutelare il  rango internazionale dell’Italia, nonostante molti altri indicatori ne suggerissero un declassamento (…) Proprio la quantità e la qualità della partecipazione militare italiana alle missioni internazionali ha fatto emergere un’immagine dell’Italia capace di sfidare gli stereotipi vecchi e nuovi di un paese cialtrone, arraffone e inaffidabile”.

Avete capito, governanti di Messico, Colombia e Guinea-Bissau? I vostri narco-paesi non hanno una reputazione molto alta, ma parecchio cambierà se riuscirete, magari rivolgendovi a istruttori idealisti delle nostre FF.AA., a realizzare una partecipazione alle missioni militari. Allestite contingenti messicani, colombiani e guineani (almeno di cucinieri, parrucchieri e massaggiatori per guerrieri e guerriere di Panetta e Rasmussen) e il vostro rango si ingigantirà. Forse la comunità internazionale no, ma vari Marii Appelius della Nato vi assegneranno un posto in piedi tra i Grandi.

Domanda. Dov’è la differenza tra il ragionamento di Parsi (forniamo contingenti, saremo importanti) e quello di A.Salandra  e S.Sonnino, quando col Patto di Londra si impegnarono a fornire 600 mila morti e il doppio di feriti e mutilati? Dov’è la differenza con la decisione del Duce di entrare nella guerra del Fuehrer? Altra domanda: dove finirà il rango della Bundesrepublik se continuerà a non partecipare alla Seconda Spedizione di Suez in Libia? Non si rende conto, la incosciente Berlino, che la gloria dei feldmarescialli germanici, da Scharnhorst e Blucher a Manstein,  Rommel e Witzleben, rischia d’essere oscurata dalle recenti intuizioni strategiche del Consiglio supremo di difesa, presieduto in persona dal Comandante in capo? A quest’ultimo proposito mi sia consentito di suggerire una sommessa innovazione: in quanto Comandante in capo,  il capo dello Stato vesta una divisa di generalissimo, quando regge il suddetto Consiglio supremo.

Tra parentesi, oh Italiani: non siete orgogliosi degli splendidi portamenti e delle divise sartoriali dei generali che ornano sale e plance-comando del Quirinale, vari dei quali strategoi hanno spalline a 4 stelle da marescialli, come Pietro Badoglio, il più illustre boccista del Regno, e Rodolfo Graziani, il Leone di Neghelli?

Più ancora, non siete fieri che operiamo tantissimi cacciabombardieri di pace, a 32.000 euro per ora di volo? E una maestosa portaerei tascabile, corrusca come la ‘Graf von Spee’, indispensabile per decisive incursioni su Tripoli e per portare acqua minerale e buondì ai terremotati di Haiti (avremmo forse fatto la stessa figura di grande potenza se avessimo mandato un semplice mercantile?). Purtroppo lo ‘indegno Suk’ che ritira 2.000 difensori della Patria lontana ha anche costretto la ‘Garibaldi’, col pretesto (indegno of course)  che navigando costa 120 mila euro al dì, a starsene alla fonda a Taranto; laddove essa potrebbe, sempre per difendere la Patria, fendere il Mar dei Coralli, acque naturalmente nevralgiche per il nostro rango, oltre che per difenderci.

E’ il prezzo d’essere governati da un suk indegno e provinciale invece che dagli statisti planetari e interstellari che piacerebbero a ogni Mario Appelius del nostro tempo.

Basta cachinni. Riferiamo invece il ravvedimento operoso de La Stampa. Tre giorni dopo il ‘j’accuse’ di V.E. Parsi, e in concomitanza con una storia di prima pagina ‘Polizia sull’orlo della bancarotta: commissariati sotto sfratto e mancano auto e benzina’, pubblica la seguente rettifica di M. Dassù: “Esistono motivi razionali per una riflessione sulle missioni internazionali. Nessuna politica estera seria può continuare a fondarsi sull’uso improprio delle missioni come unico strumento per difendere il rango dell’Italia. Un meccanismo del genere non è utile (…) Il costo non è trascurabile, anche perché penalizza altri aspetti della politica estera: è da tempo che Roma non paga la sua quota di un ‘Fondo globale contro le malattie’ proposto proprio dall’Italia al G8 di Genova. Esistono anche per l’America vincoli economici più rilevanti di prima (…)”.

“Riducendo i suoi impegni militari globali l’Italia perderà anche rango? Non è detto. Oggi il rango non dipende da quegli impegni: essi offrono benefici più bassi che in passato. Invece aumenta il peso della credibilità economica di un paese: perfino per l’America il debito pubblico è diventato una questione di interesse nazionale. Tanto più lo è per l’Italia: non esiste un fattore altrettanto importante per il rango di un paese”.

Oggi il presidente Sarkosy, senza nemmeno attendere la morte di cinque suoi dragoni o zuavi, ha annunciato il ritiro dall’Afghanistan di un quarto del contingente francese. Un Suk indegno. Uno statista provinciale. 

A.M.C.

ABBIAMO TRADITO TUTTI, MA LA NATO NO

Oggi primo giorno d’estate, emozioni forti però salutari. Il noto Ugo Magri ha constatato, non so se alla leggera o con raccapriccio:  “Non si era mai visto -cito a memoria- un ministro che critica il capo dello Stato, il quale è anche comandante in capo delle Forze Armate”. Il bieco, of course, è Roberto Maroni. Non si è fatto ammutolire dal secco diktat dal Colle, il giorno prima: “Dalla Libia non ci ritiriamo, gli impegni si mantengono”.

Dicono si debbano rispettare tutte le opinioni perfino questa, largamente condivisa nel campo ex-Pci, che si mantengano gli impegni pessimi, originariamente antisovietici (che credete, ventenni, che l’ex-Pci parteggiasse per l’Urss?). Peraltro, come non condividere la sorpresa di Ugo Magri, che si critichi il Comandante in capo? Non siamo mica negli Stati Uniti, dove lo si critica eccome. Dove finiremo se detto comandante dovrà subire contraddittori? Non ne saranno ferite l’unità del comando, l’audacia del pensiero strategico, la fulmineità dell’azione –sbarchi, offensive, magari qualche ritirata- se semplici ministri, borghesi che non hanno mai mosso corpi d’armata, stormi e task forces navali, diranno la loro? Come si chinerà sulle mappe della battaglia, il primo guerriero della repubblica, se avvertirà alle spalle un ministro che sbircia i piani e, peggio, ne calcola i costi per l’Erario?

E’ chiaro, l’infido leghista vuole arrivare a palazzo Chigi, dunque è alla caccia di consensi elettorali. Medita di appiedare i nostri piloti, di negare il kerosene e i missili dei voli umanitari, in modo da sussidiare le piccole imprese padane. Questo è elettoralismo: legittimo in via normale, non quando contrasta i piani del Consiglio supremo di difesa adunato nel palazzo dei papi e dei re sabaudi, ora plancia comando del Mare Nostrum. La missione va rifinanziata punto e basta. Le piccole imprese portino i libri in tribunale.

Messa così, Ugo Magri si stupirà anche, forse dolorosamente, che Giuliano Ferrara, pur sempre un ex-ministro, abbia definito STOLTA l’impresa di Tripoli. Stolta, intrapresa con intenzioni misteriose, a quanto pare inconcludente, benché molto umanitaria. Magri però consideri che Ferrara ha dalla sua le titubanze sulla Libia di Obama, altro comandante in capo, quello sì contraddetto villanamente dal Congresso e da grosse masse di disfattisti.

Lo scorso 17 giugno il Corriere della Sera ha parlato in tono grave di ‘improvviso pessimismo’ dell’America “dove nessuno aveva mai vissuto una crisi economica così profonda e prolungata”. E’ cambiato il clima in materia di interventismo americano, ha constatato Massimo Gaggi. “Obama deve affrontare la fatica della guerra e del costosissimo ruolo di gendarme del mondo che Washington si è assunta dal 1945 (…) Le guerre contro il terrorismo durano da 10 anni, il doppio del Secondo conflitto mondiale. Un costo enorme, anche in termini di assorbimento delle sempre più scarse risorse pubbliche. Con le casse federali e delle città vuote (si  fanno) tagli alle scuole, ai sussidi per i poveri, alle infrastrutture essenziali. L’onere per la sicurezza appare agli americani ormai insostenibile (…) Hanno fatto sensazione le parole di Robert Gates “Il futuro della Nato è cupo, l’Alleanza rischia di diventare irrilevante”. Massimo Gaggi: “i conti pubblici di Washington non sono poi messi molto meglio di quelli di Atene (…)Quattro dei sette candidati alla Casa Bianca hanno proposto un drastico ridimensionamento dell’impegno militare americano”.

Noi di Internauta siamo troppo consapevoli della nostra pochezza  per richiamare quanto uno di noi sostenne al primo numero in settembre: dovere l’Italia semplicemente uscire dalla Nato, cestinando i relativi trattati e riducendo le forze armate ai minimi termini (=ausiliari dei Carabinieri, della Forestale etc.). Ma non siamo abbastanza avventati da insistere, dopo il Pacta Sunt Servanda quirinalizio. Anche perchè l’inflessibile senso dell’onore atlantico dei napoletani è condiviso da non pochi opinionisti di guerra alla Franco Venturini (il quale non legge Massimo Gaggi). E non sono iperatlantici due ex-Pci, uno che si trova a comandare le FF.AA., l’altro che dalla barca alla fonda a Gallipoli deplorò assieme a Prodi i vicentini che non volevano l’arcimegabase USA?

Costernato dalla desolazione delle casse statunitensi, mi attendo che il Consiglio supremo di difesa precetti manu militari Tremonti perchè, nel definire la prossima manovra correttiva, non solo rifinanzi la missione umanitaria dei Tornado (è il minimo) ma, soprattutto, prenda in carico una parte non irrisoria né simbolica delle spese del Pentagono, purtroppo un po’ superiori alla somma di tutti i bilanci bellici della Terra. Non da soli bensì insieme all’Estonia, al Kossovo, ad altri Volenterosi assumiamoci il costo planetario della sicurezza e della libertà. Altro che stabilizzare i precari.

L’Italia unita tradì tutti i potenti cui si era legata -il nipote di Napoleone, le Potenze Centrali, il Terzo Reich. Questa volta vuole riabilitarsi agli occhi di Robert Gates e del mite Rasmussen. Maroni e Tremonti non facciano storie.

Anthony Cobeinsy

INTERVISTA VIDEO AD ALBERTO TOSCANO

Riportiamo qui il video dell’intervista rilasciata da Alberto Toscano a La Clè Des Langues e condotta da Damien Prèvost. In occasione dell’uscita del suo libro Vive l’Italie!  Toscano risponde a domande relative al 150° anniversario dell’Unità d’Italia, offre la sua opinione sul processo di unificazione italiana, sui rapporti con la Francia,  e ragiona sulle problematiche odierne.

intervista a Alberto Toscano

NATO: DIETRO LA FACCIATA, NIENTE

Più autorevole del normale la testimonianza sullo scoramento dell’atlantismo offerta (la Stampa, 15 lu.2011) da Kurt Volker, già ambasciatore degli Stati Uniti presso la Nato, oggi capo del BGR Group e direttore del Center for Transatlantic Relations alla School of Advanced International Studies della Johns Hopkins Univ. Ragiona Volker: nell’Afghanistan si finirà con lo scendere a patti coi pashtun radicali e islamisti e con altri gruppi non amici; col rassegnarsi che nell’Ovest del paese resti forte l’influenza dell’Iran e che il governo centrale possa, al meglio, reggersi a malapena dopo che le forze americane e alleate saranno ritirate al di sotto della massa critica. In ogni caso, “la Nato ha avuto un impatto scarso e non durevole, e sta iniziando una ritirata senza avere vinto. Risultati pessimi per la Nato, su tutti i fronti (…) Gli europei potranno concludere che innanzitutto è stato un errore seguire gli Stati Uniti; che la Libia dimostra ulteriormente che le missioni sono una cattiva idea; che l’Europa dovrebbe starsene vicino a casa. L’unico punto  su cui americani ed europei si troverebbero d’accordo è che, qualunque cosa ci riservi il futuro, la Nato non è la risposta”.

Senza alcuna convinzione, Volker accenna a rivolgere il tradizionale rimprovero agli europei, di non spendere abbastanza in armi e in operazioni militari: E’ significativo che dal suo osservatorio ‘privilegiato’ egli attesti che è in atto “la demolizione dei bilanci della difesa europei”. Nessuno di noi, per paura di illuderci, arriva a parlare di una demolizione in atto. Se la denuncia Volker, sia pure senza fiducia che l’Europa ascolti, noi abbiamo seri motivi per sperare.

Nemmeno un americano ragionevole e competente sfuggirà alla nostalgia della perduta onnipotenza degli USA; ed ecco l’inane esortazione “Dobbiamo essere leader e far sì che altri si uniscano a noi”. Sarebbe stato più convincente, l’elevato esponente dell’atlantismo, se avesse precisato ‘altri chi’. Forse le nazioni ultime arrivate, come il Sud Sudan? oppure il Messico, benché dilaniato dagli eccidi tra narcos? oppure il Tibet, assiduamente incoraggiato a farsi indipendente, o almeno scontento? E se avesse indicato come ‘far sì’ che tali altri rimpiazzino gli alleati che vanno demolendo i bilanci bellici. Certo non con le minacce militari: dalle campagne di Kennedy-Johnson in poi, chi ha veramente paura di una macchina militare che è resa inoffensiva dalla sua stessa enormità, oltre che dalla  tenue marzialità dei propri combattenti? Persino le esigenze di benessere fisico -palestre, sia pure da campo;  pomate  per la pelle di guerrieri e guerriere; voli intercontinentali, di aerei più ingenti degli Zeppelin, per ogni ferita seria; e così via- contribuiscono ad aggravare le esigenze logistiche, cioè a rassicurare i potenziali nemici dell’America.

Ultimo, questa volta impeccabile, imperativo di Kurt Volker: “la Nato ha bisogno di un ruolo”. Finita la Guerra fredda, nessuno sa quale potrebbe essere tale ruolo. Non lo sa nemmeno il Nostro: altrimenti lo indicherebbe, Resta il valore della sua  attestazione: “L’alleanza si sta svuotando”.

Anthony Cobeinsy

LO SBIGOTTIMENTO DI ANTONIO GRAMSCI

Noi diversamente giovani ci ricordiamo di com’era il Pci. Era più male che bene quando Togliatti e luogotenenti lo mantenevano stalinista. Poi si aprì una lunga presa di coscienza, un revisionismo troppo guardingo ma orientato nella direzione giusta. Si rifiutavano le ubbie rivoluzionarie e operaiste, però si era attenti a non rinnegare proprio tutto: per esempio un anticolonialismo moderato, per esempio la vigilanza contro la degenerazione bellicista che andava facendo degli Stati Uniti la società più militarista della storia, la più condizionata dall’ossessione dell’overkill  (la capacità di distruggere il nemico N volte, quando una sola volta basterebbe). Il Pci commetteva errori, però otteneva rispetto.

Stringe il cuore, oggi, ascoltare gli ex del Pci. La Lega, che non è una falange di idealisti, e parecchi altri  tentano di proporre il ritiro dalle nostre missioni all’estero, imposte da un Pentagono potentissimo ma poi incapace di fare da solo le sue spedizioni. Chi risponde il no più netto? Gli ex-maggiorenti dell’ex-Pci, ex-Pds: Napolitano, Bersani, i gerarchi in sottordine come la Finocchiaro, i D’Alema non in sottordine ma anch’egli un pasdaran del Patto Atlantico, un transfuga della buona causa.

Quando torneranno a palazzo Chigi, che potranno attendersi gli ingenui che avranno sperato nel cambiamento? Il posto internazionale dell’Italia resterà quello dell’armistizio di Cassibile: legato al carro del vincitore. Eppure il mondo è diventato multipolare, potremmo stringerci all’Europa, non a Rasmussen. Che deprimente in questi giorni la giaculatoria dei pentiti dell’opposizione a Foster Dulles e a Lyndon Johnson: “Siamo legati all’Alleanza”.

Chi dice che non potremmo slegarci? Lo sbarco delle divisioni USA non sarebbe il caso di temerlo: l’ultimo decennio di guerre ha dimostrato la loro inefficienza. L’Italia non è un osso duro come, metti, la Somalia; i brandelli di una Wehrmacht quasi senza carburante ci soggiogarono in pochi giorni. Ma agli Stati Uniti, per punirci, servirebbero i milioni di guerrieri e i trilioni di dollari che non hanno. Idem quanto alla capacità di castigarci con le rappresaglie economiche: i mercati si sono allargati troppo perché Wall Street resti egemone. Non sarebbe una catastrofe se il nostro settore del lusso e alcuni comparti marginali perdessero i clienti che obbediscono a Michelle. Perderemmo sì l’ombrello atomico del Pentagono, ma sono decenni che l’ombrello non serve. Nemmeno per sogno dovremmo spendere di più, come blatera la destra irascibile, per proteggerci da soli: mancando il terribile aggressore dovremmo  invece ridurre ai minimi termini, in ogni caso, il bilancio della Difesa.

Ricapitolando. Il ministro Frattini, la Lega, l’Avvenire e molti altri invocano una tregua in Libia, e chi si erge contro? Napolitano e i rimasugli della schiera un tempo capeggiata da Antonio Gramsci.  Costui fondò L’Ordine Nuovo novantadue anni fa. Che commenti farà con Giovanni Giolitti, Mussolini, Luigi Sturzo e altri pensionati del Regno dei Cieli? 

A.M.C.

Ruolo e storie di un paese che resiste

CONVEGNO NAZIONALE
FAI
SOTTO LA CENERE
Ruolo e storie di un paese che resiste
Intervento di Marco Vitale
Soffiare sulla brace italiana: un dovere degli italiani civili.
Cultura e sviluppo economico
Napoli 26 febbraio 2011

“L’accumulazione del capitale è il nucleo centrale dello sviluppo economico”. (B. Higgins Economic Development, London, Constable, 1959). Questa falsa credenza contenuta in uno dei libri di testo più diffusi di economia dello sviluppo, ha dominato il pensiero economico negli ultimi 50 anni ed è alla base di tanti disastri antropologici, sociali ed economici, che ci scoppiano ogni giorno tra le mani.

Ad essa si contrappone la tesi di chi vede nella conoscenza e nella cultura il motore dello sviluppo.

David Landes, uno dei maggiori storici contemporanei dell‟economia in The Wealth and Poverty of Nations (1998) nel capitolo “The Wealth of Knowledge” la esprime con queste parole: “Istituzioni e cultura innanzitutto; poi il denaro; ma sin dall’inizio e col passare del tempo in misura sempre maggiore, il fattore decisivo per lo sviluppo si rivelò il know-how, il bagaglio di conoscenze .… Cosa significa essere ricchi? (si chiede il rappresentante di una banca d’investimento del Golfo Persico); essere ricchi significa avere istruzione… competenze…. Tecnologie. Essere ricchi significa conoscere. Noi abbiamo denaro certo, ma non siamo ricchi… Senza questa conoscenza, questa comprensione non siamo niente. Noi importiamo tutto… Se la storia dello sviluppo economico ci insegna qualcosa è che a fare la differenza è la cultura”.

La tesi esposta da Landes fu sostenuta, meglio e prima di ogni altro, da Carlo Cattaneo, in un mirabile saggio del 1861 intitolato “Del pensiero come principio di economia pubblica”. Il grande milanese, precorrendo tesi che incominciano a riaffiorare solo negli anni ‟80 del „900, pone al centro dello sviluppo l‟intelligenza e la cultura:

“Gli atti d’intelligenza che apersero ai popoli le fonti di ricchezza più vaste e universali, hanno dovuto necessariamente antecedere ad ogni produzione diretta, ad ogni ammasso scientifico. Non v’è lavoro, non v’è capitale, che non cominci con un atto d’intelligenza. Prima d’ogni lavoro, prima d’ogni capitale, quando le cose giaciono ancora non curate e ignote in seno alla natura, è l’intelligenza che comincia l’opera, e imprime in esse per la prima volta il carattere di ricchezza… Chiuso il circolo delle idee, resta chiuso il circolo delle ricchezze”.

Questo filone di pensiero si salda con quei pochi economisti contemporanei che hanno posto in luce sia i limiti delle misurazioni quantitative della crescita economica (il mitico PIL che è sempre più una misura magica e mistificatrice) che la necessità di differenziare l‟approccio tra crescita economica nei paesi in via di sviluppo ed in paesi ad economia sviluppata. Tra questi mi piace ricordare il grande Giorgio Fuà, maestro indiscusso della crescita economica diffusa, dei rapporti tra economia e territorio, dell‟industrializzazione senza fratture, dei problemi dello sviluppo tardivo in Europa. In particolare in una delle sue ultime opere importanti (“Crescita economica. Le insidie delle cifre” Il Mulino 1993), Giorgio Fuà scriveva:

“Quindi il dovere della solidarietà internazionale non costituisce una ragione sufficiente perché il mondo ricco continui a proporre un forte tasso di crescita della propria produzione come obiettivo primario. Per curare il male della divisione del mondo in paesi più o meno soddisfatti e insoddisfatti sarebbe, del resto, almeno altrettanto importante un altro tipo di azione, che riguarda il campo della cultura e la formazione dei sistemi di valori, Consiste nel contrastare la concezione imperante per cui un singolo modello di sviluppo e di vita (oggi quello centrato sulla crescita delle merci) viene proposto ed accettato come l’unico valido; e nell’apprezzare che ogni popolazione cerchi la via meglio corrispondente alla sua storia, ai suoi caratteri, alle sue circostanze e non si senta inferiore ad un’altra per il solo fatto che quella produce più merci. Oggi questo sembra pura utopia, ma non si può non pensarci”.

La gravissima crisi internazionale scoppiata recentemente, ma che era in gestazione da molto tempo, ha rafforzato e non indebolito questa impostazione.
Questa crisi è in parte anche una crisi che, in termini marxisti, possiamo chiamare di sovracapacità produttiva. E‟ semplicemente folle intestardirsi a produrre sempre più beni dei quali la gente, nei paesi sviluppati, non ha bisogno perché ha gli armadi ed i garage ricolmi, e non produrre e non investire per produrre beni e servizi dei quali c‟è, invece, un crescente bisogno. Per molti secoli il pensiero economico aveva al suo centro l‟antico principio: “omnium rerum mensura homo” Nel corso degli ultimi cento anni circa, pian piano, questo principio è stato se non totalmente rimosso, messo in un angolo ed al centro è stato posto “il profitto” che da strumento di sviluppo ha assunto via via la natura di un vero e proprio totem. Negli ultimi 30 anni questa deriva verso la follia economica ha assunto un ritmo sempre più frenetico e persino il concetto di “profitto” è stato via via scalzato ed, al centro, è stato messo il concetto di “capital gain”, cioè di un profitto che non è più frutto di lavoro e capitale, contropartita di creazione di valore aggiunto, ma profitto frutto di commercio di valori cartacei alimentato da un debito non sostenibile. La grande crisi ha messo un fermo a questo delirio o, almeno, ha lanciato nei confronti dello stesso un forte grido d‟allarme. Dobbiamo rimettere al centro del pensiero economico e dello sviluppo l‟uomo e, dunque, la
cultura, perché è questo che fa la differenza tra l‟uomo e gli altri esseri animati. E mettere al centro l‟uomo, vuol dire, nell‟attuale fase economica mettere al centro l‟occupazione vera e non assistita. Io già dissi questo a Napoli nel 2008, quando nel mio libro: “Viaggio nell‟economia campana” (Ed. Guida, 2008) titolai il secondo capitolo: “Obiettivo centrale: l‟occupazione” ed in esso affermavo:

“Noi pensiamo che l’idea guida, che l’obiettivo centrale, che il parametro di riferimento essenziale debba essere l’occupazione. Ogni idea, ogni progetto, ogni proposta, ogni azione deve passare al vaglio delle seguenti domande: questa iniziativa crea occupazione? Quanta occupazione? Quale occupazione? E’ occupazione produttiva o assistita?. Pensiamo ciò in generale, concordando con il premio Nobel per l’Economia del 2001 Joseph E. Stiglitz che afferma: “Ciò che mi colpì maggiormente fu la disoccupazione. In un’economia dinamica, i posti di lavoro che si perdono in un settore se va in crisi o diventa obsoleto, dovrebbero essere creati in un altro. Ma è compito del governo facilitare questo movimento della forza-lavoro. La prima responsabilità di un governo è mantenere la piena occupazione” (2006). Ma pensiamo ciò ancora più in particolare per la Campania, che continua a presentar tassi di occupazione e disoccupazione del tutto inaccettabili, e ciò vale soprattutto per Napoli, che presenta dati peggiori delle altre province”.

Ma l‟occupazione la si deve cercare e creare dove ci sono reali bisogni e reali opportunità. Non possiamo attenderci occupazione dalle grandi imprese manifatturiere o di servizi, perché è da trent‟anni che la grande impresa riduce posti di lavoro. E‟ difficile anche attenderci, almeno per parecchi anni, significativa occupazione dalle medie imprese manifatturiere tradizionali perché queste, durante la crisi, hanno realizzato grandi incrementi di produttività, sicché possono aumentare la produzione in misura significativa senza aumentare l‟occupazione. Sicché la nuova occupazione si troverà solo nello sviluppo delle nuove tecnologie, nell‟innovazione ad ogni livello ed in ogni cosa, nelle attività legate al restauro delle nostre città, nelle grandi e piccole infrastrutture carenti, nell‟agricoltura specializzata ed in tutte le altre attività dove vi sono bisogni reali insoddisfatti. Tra questi vi è tutta l‟area della cultura, quella della quale l‟art. 9 della Costituzione dice che “la repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica”; e vi è tutta l‟area della tutela e del restauro del patrimonio paesaggistico, storico e artistico della Nazione che parimente l‟art. 9 dice che deve essere tutelato.
E‟ in queste aree che possiamo trovare le fondamenta del nuovo sviluppo e della nuova occupazione. Non è solo l‟amore per la cultura e la scienza, né l‟amore per il paesaggio naturale e urbano del nostro, una volta, bellissimo Paese che ci guida. E‟ anche un rigoroso ed aggiornato pensiero economico che ci porta a queste conclusioni. E, fortunatamente, in molte parti del nostro territorio ciò sta avvenendo. Penso, in Lombardia, alla lungimirante politica della Fondazione Cariplo che ha visto proprio nello strumento dei Distretti culturali e della valorizzazione del patrimonio culturale e artistico dei territori lombardi la chiave di volta per una politica di sviluppo reale, dall‟Oltrepò mantovano alla Valle Camonica e, presto, speriamo ad altre valli dove il distretto culturale è in gestazione. Faccio parte del Comitato Scientifico del Distretto Culturale della Val Camonica che è stato l‟apripista e posso testimoniare che i fondi della Fondazione Cariplo (3,8 milioni di euro) hanno attivato altri fondi privati e pubblici in misura più che doppia su progetti nati nell‟ambito dell‟attività del Distretto. Questo perché i fondi forniti dalla Fondazione non sono una elargizione ma un vero e proprio investimento del quale si dovrà dare conto, inquadrato in un progetto dettagliato e approfondito messo a punto, con un lungo lavoro, dagli Enti locali insieme ai tecnici della Fondazione stessa. Il Distretto Culturale della Val Camonica non si limiterà a restaurare lo straordinario numero di capolavori artistici concentrati in questa Valle, ma creerà posti di lavoro qualificati e stabili e già ha suscitato un nuovo spirito comunitario produttore di energie positive che trovano nella cultura la loro anima e la loro misura. Penso al grande valore delle belle storie emblematiche documentate nel nostro incontro odierno. Penso a tante città minori che non solo hanno salvaguardato il loro patrimonio storico ed artistico, ma lo hanno curato, valorizzato, divulgato, fatto diventare patrimonio di tutti. Ed in quest‟opera, spesso, la presenza del FAI è stata di stimolo, di guida, di aiuto.

E‟ giunto il momento di dire che quelli che lasciano andare in malora siti straordinari ed unici a livello mondiale, come Pompei, e non per mancanza di soldi, che è colossale bugia, ma per mancanza di interesse, di amore, di capacità organizzativa e manageriale, non sono solo dei cattivi ed incolti politici ed amministratori. Sono dei criminali economici, sono dei nemici istituzionali dell‟occupazione giovanile. E chi, per ignobili e disgustose faide personali, ha impedito il decollo dell‟Auditorium che persone generose e fondi europei hanno donato alla città di Ravello, un investimento così congeniale alla bellissima città della costa amalfitana e sicuro creatore di centinaia di posti di lavoro qualificati, pure appartiene alla categoria dei criminali economici. Anni fa lessi su un giornale tedesco un triste articolo-intervista di Muti sul “suo” conservatorio di San Pietro a Maiella, che era intitolato: “Wie viel Staub”; quanta polvere (depositata sui preziosi spartiti). Apprendo con gioia che negli ultimi anni al Conservatorio è stato fatto un eccellente lavoro di ricupero e rilancio. Ma perché non è radicato qui, con il sostegno di operatori privati, si domandava Muti, un grande festival internazionale sulla musica napoletana del „700, che “monnezza” permettendo, attirerebbe migliaia di studiosi ed appassionati da tutto il mondo? Perché Napoli stessa stenta a capire lo straordinario valore economico che, con pochi soldi, tanto amore, tanti giovani appassionati, e qualche amico, Antonio Loffredo ha realizzato ricuperando le catacombe di S. Gennaro e la straordinaria chiesa romanica di San Gennaro fuori mura, un nuovo affascinante itinerario culturale – turistico che è stato donato alla città e che ha arricchito la città di Napoli. Senza un euro di denaro pubblico e, per quello che so, senza neppure un grazie dai rappresentanti della città. Sotto le cortine fumogene continuamente emesse e sotto la cenere prodotta da una deplorevole classe politica che trasmette, con i suoi comportamenti, un‟immagine dell‟Italia deprimente e depressa che lascia sgomenti e umiliati, in mille luoghi un‟Italia seria, un‟Italia del lavoro e della cultura cerca e, spesso trova, nuove strade, nuova dignità, nuova speranza. E‟ qui che essa trova le radici del futuro, è qui che essa lavora per un presente più degno e per prospettive future che riaccendano la speranza. E‟ qui che si restaurano antichi manufatti e borghi non per il gusto di restaurare fine a se stesso, ma per ricostruire, insieme alle antiche mura diroccate, la speranza, con quello spirito e quello sguardo febbrile e ricco d‟amore che guidava il
giovane Francesco quando iniziò il suo viaggio nell‟eternità proprio ponendo mano al restauro ad una chiesetta rustica diroccata: San Damiano.

Credo che questi pochi ma eloquenti esempi concentrati su Napoli siano sufficienti per illustrare il mio assunto. Chi mai ripagherà Napoli, l‟Italia e il Mondo del dissesto dei colpi di machete, dagli immensi danni economici inferti allo straordinario patrimonio paesaggistico storico e artistico di Napoli? Il Prof. Freedberg ha detto: Napoli va protetta. E‟ un errore: Napoli va ricostruita, restaurata, nelle cose e nello spirito, come San Damiano. Perché è stata bombardata e mitragliata, come ai tempi delle 4 Giornate di Napoli, da amministratori pubblici inetti e corrotti. La tutela e la valorizzazione della cultura e della scienza e del patrimonio naturale, storico, artistico italiano non è una divagazione di anime belle, ne è un, sia pure disatteso, imperativo costituzionale. E‟ anche la chiave per capire l‟essenza del nuovo modello di sviluppo economico. Anche l‟eccellenza produttiva di tante imprese italiane del “Made in Italy”, delle quali siamo giustamente orgogliosi, ha proprio qui le sue radici.

Marco Vitale

STEFANIA CRAXI E L’EREDITA’ DEL PADRE

Socialismo italiano e quello degli altri

Cosa sia il socialismo non è mai stato facile dire. Oggi lo è forse meno che mai, dopo il decesso di quello “reale” che se non altro era visibile e tangibile. E la difficoltà diventa addirittura di sesto grado in Italia, paese la cui politica è sempre stata un vero rompicapo per gli stranieri, almeno dopo la scomparsa di Mussolini, che peraltro era stato inizialmente socialista anche lui e dopo la prima caduta si riciclò alla testa di una repubblica “sociale”, finita però presto e male. A rigore sulla scena nazionale il socialismo non esiste quasi più, dopo che il partito più grosso o meno mingherlino che lo professava venne spazzato via, secondo i suoi orfani, dalla perfidia di Mani pulite.

Gli orfani riconoscibili o dichiarati si sono infatti dispersi all’interno degli opposti schieramenti mentre gli ex- o post- comunisti, che sembravano destinati secondo logica a raccogliere l’eredità del vecchio e più o meno glorioso nome, non possono usarlo in alcun modo all’interno dell’attuale PD perché inviso agli ex- o post-democristiani più o meno di sinistra compresa persino la pasionaria Rosy Bindi. Una residua bandiera socialista viene innalzata dalla porzione più moderata e più consistente dell’estrema sinistra capeggiata da Nichi Vendola, in attesa anch’essa, però, di rientrare in parlamento dopo la disfatta elettorale del 2008 e dimostrarsi comunque non effimera.

Su questo sfondo, la complessità e la nebulosità della questione acquistano adesso aspetti addirittura grotteschi. In un’intervista al Corriere della sera l’ex ministro Antonio Martino, alfiere del liberalismo più ferreo, denuncia un’asserita deriva socialista del governo Berlusconi. Gli replica Stefania Craxi, sottosegretaria agli Esteri, protestando per l’offesa all’ “onoratissima parola socialismo” e lanciandosi in una distinzione e una teorizzazione decisamente ardite. A suo dire, infatti, il socialismo di matrice ottocentesca, dopo i successi ottenuti con l’emancipazione di interi popoli e categorie sociali, sarebbe entrato in crisi negli anni Settanta quando, “conquistato il welfare state, non trovò più alcuna meta da additare”.

Missione compiuta, insomma. Fine della storia, allora? No, perchè ci pensò Craxi padre a prolungarla. Sarebbe stato infatti lui a “capire per primo che i nuovi traguardi andavano cercati nella valorizzazione della persona e nell’ampliamento delle libertà”, trovando una folta schiera di imitatori in tutta Europa compresi Tony Blair, i tedeschi della SPD, Zapatero e dirigenti vari della nuova Europa dell’est. Peccato che i traguardi additati dal defunto Bettino, per quanto nobilissimi, fossero perseguiti già da qualche secolo, sia pure con periodici sbandamenti e distrazioni, dagli antagonisti storici del socialismo senza che si sentisse il bisogno di rinforzi proprio dalla sua parte.

Peccato, inoltre, che Martino non sia certo isolato nel rimproverare a Berlusconi e soci la perdita strada facendo dello slancio liberalizzatore ostentato in partenza, senza che ciò impedisse alla Craxi figlia di continuare a trovarsi a suo agio nella Casa delle libertà e di manifestare invece qualche disagio soltanto ora che altri ex socialisti passati al centro-destra, a cominciare da Tremonti, danno segni di ripensamento sull’indiscutibilità del liberismo ad oltranza e della globalizzazione. Stefania peraltro esclude che il collega rischi ricadute nel socialismo e attribuisce piuttosto al “bossismo” l’assenza di tagli ai costi della politica nella manovra da 79 miliardi, che sembra deplorare. Ma non era stato suo padre a proclamare in parlamento, per discolparsi chiamando tutti gli altri a correi, che la politica, in democrazia, aveva i suoi sacrosanti costi?

Peccato, infine, che i suddetti ripensamenti siano nati dalla grande crisi ancora e più che mai aperta dell’economia e della finanza occidentali con conseguenti ripercussioni sul welfare state, che lungi dal confermarsi una conquista definitivamente acquisita è entrato a sua volta in sofferenza. Col concorso di altri fattori anche di politica estera, ne è scaturita una virata a sinistra dei maggiori partiti europei di tipo socialista, dalla SPD ai laburisti inglesi, passati sotto la guida di nuovi dirigenti apparentemente dimentichi degli insegnamenti di Bettino Craxi. E ciò mentre persino Obama, in America, viene accusato dalla destra di inclinazioni bolsceviche. Cose, queste, che la fiera Stefania, benché sottosegretario agli Esteri, sembrerebbe ignorare ovvero non tenere in alcuna considerazione.

Mevio Squinzia

LUIGI STURZO E UN “SUPPLEMENTO DI ANIMA” PER I POLITICI DI OGGI

Quello che stiamo vivendo oggi in Italia è un passaggio molto difficile e delicato. Assistiamo a un progressivo scadimento dei valori culturali nella vita pubblica e all’impoverimento del linguaggio politico, segno di ben più profondo impoverimento morale e spirituale; coloro che dal popolo sono stati investiti del mandato, presi dalla dura lotta della legge della competizione, hanno finito con l’estraniarsi dal senso reale e obiettivo dei problemi e delle esigenze civili del Paese; il disinibito affarismo e una sempre più sfacciata bramosia di potere hanno poi corrotto ogni possibilità di considerare per ciò che sono, nella loro intrinseca validità, le richieste, le aspettative e i bisogni della nostra comunità nazionale, a tutti i livelli.

Colmare questa assenza di morale, proporre una scelta etica credibile e non strumentale, è ora il vero problema da affrontare. Perché non si tratta solo di ricostruire un sistema che ha accumulato debiti e indebolito le risorse, ma di sostituire una mentalità diffusamente corrotta con un impegno etico profondo volto a ricostruire moralmente l’Italia. Può sembrare banale ma la corruzione non rappresenta un fatto grave solo per la scandalosa gestione del pubblico denaro, per la dilapidazione delle risorse, per la crescita indefinita dei costi delle opere pubbliche, per lo sfruttamento del risparmio dei cittadini; la corruzione rappresenta un fatto grave per il danno in sé provocato alla mentalità degli italiani, con il rischio di far loro perdere l’orgoglio dell’appartenenza a questo Paese e, ancor più, il senso profondo dell’appartenenza a una grande civiltà.

Si pone allora la necessità, anzi, l’urgenza, di restituire alla politica quell’ispirazione etica, quella larghezza di orizzonti, quell’autenticità di vocazione culturale per l’impegno civile, che fu già nella migliore e più grande tradizione del pensiero politico cattolico contemporaneo, da Romolo Murri a Luigi Sturzo, a Francesco Luigi Ferrari, ad Alcide De Gasperi. E non c’è dubbio che in questa profonda crisi che il nostro Paese sta attraversando, molti, laici e cattolici, sempre più spesso si richiamano al sacerdote di Caltagirone, il cui esempio di vita offre ancora oggi fecondi spunti di riflessione, a partire dalla sua lunga esperienza politica che, incominciata in Sicilia alla fine dell’Ottocento, al tempo dei Fasci siciliani, continua nell’età giolittiana con le lotte al trasformismo, approda alla fondazione del Partito Popolare Italiano, per poi raccogliersi negli ultimi anni dell’esilio in una forte riflessione sulla natura dei totalitarismi, sulle debolezze della democrazia, sull’eliminabilità della guerra. Ce n’è a sufficienza per capire che l’insegnamento di Sturzo, gravido ancora di un messaggio di grande attualità, merita di essere riletto e approfondito non solo dagli studiosi del suo pensiero, ma dai teorici delle istituzioni e da chi assume compiti politici e rappresentativi del consenso popolare.

Nell’attuale situazione di grave crisi politica e morale una rilettura delle pagine più significative dello statista siciliano appare però particolarmente necessaria non tanto per le soluzioni, pur validissime, che Sturzo propone riguardo agli innumerevoli temi trattati in campo economico, politico, legislativo e per problemi quali le riforme istituzionali, la partitocrazia, le autonomie locali, quanto, soprattutto, per il senso dello Stato, la passione civile, l’afflato etico che sottendono la sua analisi. Oggi, infatti, il ritorno a Sturzo deve riagganciarsi principalmente all’idea suprema animatrice del suo impegno democratico: l’affermazione contemporanea della moralità e della concretezza della politica. Moralizzare la vita pubblica è stata una delle idee fisse sulla quale Sturzo ha insistito con la sua penna vivace e caustica, intendendo ogni sua attività, compresa quella politica, come una missione “saturata di eticità”, ispirata all’amore del prossimo e resa nobile dalla finalità del bene comune. E questo messaggio di Sturzo, che ripropone quell’unione nella distinzione tra politica e morale, costituisce senza dubbio l’insegnamento più profondo e immediato che si deve trarre dalla lettura di ogni pagina della sua immensa e multiforme opera.

Dobbiamo però ricordare che il fondatore del Partito Popolare, partendo dal concetto della inseparabilità della politica dall’etica, a qualsiasi costo, anche con il rischio della perdita del potere, mise continuamente alle strette la classe dirigente italiana, con i suoi difetti e le sue colpe, non fermandosi di fronte ad amici, a partiti e a organismi economici, anzi, i suoi moniti vennero diretti principalmente contro i democratici cristiani, in quanto maggiormente obbligati all’osservanza delle leggi: “La missione del cattolico – ammoniva Sturzo nel 1956 – in ogni attività umana, politica, economica, scientifica, artistica, tecnica, è tutta impregnata di ideali superiori, perché in tutto si riflette il divino. Se questo senso del divino manca, tutto si deturpa: la politica diviene mezzo di arricchimento, l’economia arriva al furto e alla truffa”.

E allora si faccia “pulizia, pulizia morale, politica, amministrativa”, come chiedeva il sacerdote siciliano e, più che “l’effimera organizzazione elettorale, si offra una forza fatta di convinzioni profonde!”. Oggi è più che mai necessario e urgente che chi ricopre posti di responsabilità torni a rispettare quelle regole elementari già ricordate da Sturzo, ma non per questo scontate, anzi spesso dimenticate, come quella di “fare ogni sera l’esame di coscienza e imporsi buoni propositi; rigettare fin dal primo momento che si è al potere ogni proposta che tenda all’inosservanza della legge per un presunto vantaggio politico; avere cura delle piccole oneste esigenze del cittadino come di un affare importante; non coprire con l’autorità le malefatte ma lasciare che la giustizia sia per tutti rigorosa; non amare troppo il denaro perché conduce a mancare gravemente ai propri doveri; non mentire perché la menzogna interrompe il dialogo umano e toglie qualsiasi credito alla resipiscenza; non circondarsi di adulatori perché l’adulazione fa male all’anima e altera la visione della vita”.

A più di cinquant’anni da quelle “prediche al vento”, mentre i mali di allora rischiano di trasformarsi in cancrena e di travolgere la stessa democrazia, queste sono le analisi e i rimedi più semplici ma certamente più validi ed attuali indicati dal grande vegliardo e che gli italiani, soprattutto i giovani, vorrebbero vedere messi in pratica al più presto. E anche se lo stesso Sturzo sosteneva che “non si corregge l’immoralità solo con le prediche, i riferimenti storici o, tanto meno, con gli articoli di giornali”, siamo persuasi che si può essere sempre in tempo per il recupero di quei valori, purché si voglia recuperare da parte di tutti i politici e di ciascun cittadino, quel “supplemento d’anima”, quella passione e quell’apprezzamento per la vicenda umana che, per piccola cosa che sia, aiuti a ritrovare finalmente la dignità del proprio compito.

Concetta Argiolas

E-DEMOCRACY: IN ISLANDA E’ COMINCIATA, A MILANO SPERIAMO

La resurrezione in Italia del referendum, cosa implica a termini di logica se non una tendenza a ridurre, in prospettiva a revocare, la delega alla classe politica peggiore d’Occidente? Occorre, certo, che il referendum sia molto sentito, invece di proporre temi cervellotici o ludici. Questo 12 maggio i temi erano coinvolgenti, e in più agiva l’avversione nei confronti del Berlusconi ultrà del turbocapitalismo.

Se l’animus del 12 maggio durasse, sulla distanza l’effetto sarebbe l’inizio della fine della democrazia rappresentativa, dunque l’avvio di questa o quella versione della sovranità di popolo. Sarebbe il ritorno alla Polis dei cittadini invece che degli oligarchi ladri. Tutto ciò a valle della consapevolezza che la nuova Polis si è già delineata come elettronica. I prodigi della tecnologia sono tali da consentire subito possibilità di potere dei cittadini le quali superano quelle dell’Attica, che aveva solo 40 mila residenti di pieno diritto.

In “Internauta” di giugno Tommaso Canetta ha additato il valore dell’esplorazione di democrazia diretta in Islanda: La Nuova Atene sta già sorgendo tra i ghiacci e i vulcani. Canetta ha riferito puntualmente le novità esposte da Maria Serena Natale su “Il Corriere della Sera”. Siamo alla piena integrazione tra democrazia, tecnologia ed estrazione a sorte. Il quotidiano propone categorie quali ‘agorà virtuale’ e ‘democrazia diretta dell’antica Atene’. Per alcuni di noi a “Internauta” le novità dall’Islanda confermano una tendenza che ha per sé l’avvenire.

La grave crisi apertasi nel 2008 ha indotto gli islandesi a darsi una nuova Costituzione. Per riscriverla hanno eletto all’antica 25 costituenti, ma il testo dal quale essi partono è il documento steso da una commissione che ha riordinato le proposte di 950 cittadini estratti a sorte. Il sorteggio, che quattro settimane fa un titolo de “il Riformista” ha definito “l’anima della democrazia” si fa dunque antagonista dell’urna elettorale, da due secoli strumento principe della spoliazione dei cittadini. L’urna è l’esatto contrario di quella sovranità popolare che tante Costituzioni, cominciando dalla nostra, evocano in tutta menzogna. L’esperienza di due secoli ci dà la certezza che le elezioni esprimono gli eticamente peggiori. Il sorteggio, ‘pescando’-con opportuni meccanismi anzi automatismi- nella società civile, produce randomcraticamente un personale politico pro tempore  impossibilitato dalla brevità dei turni e dall’obiettività del computer a farsi casta.

L’audacia islandese non finisce nella scelta random di 950 ‘pre-legislatori’. I 25 che stenderanno il testo finale della nuova Carta stanno divulgando (o hanno già divulgato) i resoconti e le bozze dei loro lavori attraverso i social network (You Tube, Facebook, Twitter), stimolando i cittadini ad esprimersi e a proporre. A complemento di tanto scrupolo di vicinanza al sentire dei cittadini ci sarà un referendum finale. A quel punto la ratifica da parte dell’ Althing, il vecchio parlamento di sessanta membri, è dovuta. “Non era pensabile” ha spiegato il capo del governo, la socialdemocratica Johanna Siguroattir, “una revisione costituzionale senza la diretta partecipazione del popolo”. Un ruolo così immediato dei cittadini non c’era mai stato, nemmeno nei contesti più avanzati dell’ecumene scandinavo. L’Islanda è primogenita tra le democrazie che andranno facendosi dirette e ‘ateniesi’ , grazie alle straordinarie conquiste dell’elettronica.

Le poleis del sistema ateniese potevano reggersi come si reggevano in quanto le loro cittadinanze erano molto ristrette, dunque gli agorà esercitavano il potere. Nelle gigantesche nazioni d’oggi la tecnologia trionfante permette -oltre a consultazioni generali d’indirizzo attraverso un referendum ‘continuo’ infinitamente più agevole dei nostri- l’esercizio quotidiano della deliberazione da parte di un campione (denominato ‘macrogiuria’ dalla politologia americana) di persone qualificate scelte a sorte -per un turno breve- dal computer, sorteggiate all’interno, p.es., di un centesimo dei cittadini. Varie formule e tecniche programmeranno un computer centrale perchè selezioni i più qualificati in modi inattaccabili.

In giugno “Internauta” ha anche segnalato, sempre per la penna di Canetta, le novità di e-democracy promesse ai milanesi dal manifesto politico di Giuliano Pisapia. Esso annuncia “forte innovazione in statuti e regolamenti finalizzati a strumenti diretti di consultazione dei cittadini, anche via Internet: per esempio proposte di referendum di indirizzo con raccolta firme, voto on-line e certificato elettorale digitali”.

Per ora è solo un annuncio. Forse risulterà la tradizionale bugia elettorale. Ma chi dice che la Milano ‘dei creativi’ non possa capeggiare una svolta coraggiosa, tanto più quando quasi ogni casa ha un computer e molte tasche contengono un telefonino high tech? E’ vero, l’esplorazione del futuro potrebbe risultare più facile in una cittadina-modello del Trentino che in una metropoli afflitta da complessità  e problemi che un po’ la fanno assomigliare a Napoli.

Tuttavia è assolutamente certo: mai, proprio mai, avremo riforme non irrisorie se dovrà farle la classe politica. Invece le faranno giurie di gente onesta -l’opposto dei politici- e preparata,  estratta dal computer per un periodo limitato e con divieto di rinnovo. 66 anni di cleptocrazia hanno dimostrato al di là di ogni dubbio che i mestieranti delle urne non sono mai migliori per cultura della media dei cittadini; sono nettamente peggiori per moralità. Li programmano a malversare i ricatti e le clientele della politica parlamentare (e regionale, e provinciale, e locale, e di comunità montana, etc). Nella peggiore delle ipotesi diciamo che, se Giuliano Pisapia mancherà alla promessa  della e-democracy, avrà quanto meno segnalato agli altri della professione politica la convenienza -per loro- di farsi furbi:  di annunciare novità attraenti e giuste. Magari delegando i nipoti ad attuarle.

A.M.Calderazzi

CONTESTAZIONE A CADORNA

Per capirci meglio

E mettetece un po’ de sale ecco fatto u generale, e mettetece un po’ de corna ecco fatto u Cadorna”, cantavano quasi un secolo fa i marmittoni. Anche per questo mi domandavo da anni perché diavolo tutte le città e cittadine d’Italia si sentissero in dovere di conservare l’intitolazione di vie o piazze, per lo più importanti e specie della stazione, al famoso maresciallo di nome Luigi, comandante in capo nella prima guerra mondiale e da non confondersi col figlio Raffaele, anche lui generale nonché protagonista della Resistenza.

Disastrosamente sconfitto a Caporetto, non illustrato (che si sappia) da successi militari compensativi, celebre per avere mandato pervicacemente e inutilmente al massacro centinaia di migliaia di uomini sottoponendoli a rigori disumani, tentò  poi di scaricare su di loro, vivi o morti e bollati come codardi, la responsabilità per la disfatta. Il tutto sfuggendo a lungo, chissà perché anche qui, all’attribuzione di quella personale; si preferiva incolpare suoi subordinati come il generale Capello oppure, specialmente dopo il 25 luglio del 1943, il futuro  maresciallo Badoglio.

Adesso è improvvisamente esplosa la rivolta storico-toponomastica: amministratori e semplici cittadini di varie regioni reclamano la sua sostituzione con altri nomi, che magari stanno loro a cuore più di quanto non li disturbi quello da rimpiazzare. Sono comunque divampate anche le immancabili polemiche, intrecciate con commenti e puntualizzazioni. Spicca tra queste un trafiletto sul Corriere della sera firmato da Giuseppe Galasso, che ha descritto da par suo, ossia impeccabilmente, la figura dell’oggi controverso condottiero, rilevando però che allo stesso modo di Cadorna si comportava generalmente ogni suo omologo straniero.

Le vite umane, in effetti, contavano zero per tutti, allora e anche fino a tempi recenti, tanto più che “chi per la patria muor vissuto è assai” ecc. Ciò non sembra tuttavia sufficiente a legittimare la conclusione del prestigioso storico partenopeo (il quale sorvola, tra l’altro, sul fatto curioso che il suo conterraneo Armando Diaz, trionfatore a Vittorio Veneto, sia meno onorato del  predecessore in sede toponomastica). Galasso si dichiara infatti perplesso, malgrado tutto, circa le proposte di giubilazione ma confessa di propendere per il no senza ulteriori spiegazioni.

Ammettiamo pure che la questione non sia di importanza vitale per un paese che ha ben altro sul tappeto. Non si vede tuttavia perché onori così duraturi debbano toccare post mortem a personaggi non necessariamente esecrabili alla luce di valori mutevoli nel tempo ma, nella migliore delle ipotesi,  privi di meriti indiscussi. Anche le targhe stradali possono servire a fini educativi.

Nemesio Morlacchi

‘TIME’ CONTRO 5 MITI AMERICANI

A leggerla in fretta, la cover story pubblicata il 20 giugno 2011 dal settimanale della Time Warner, autore Rana Foroohar, potrebbe essere presa per un manifesto antiliberista e ‘unamerican’. Non lo è se non in parte; in ogni caso contiene ammissioni di peso. Titolo: ‘The Five Miths About the U:S:Economy’.

Premesse: la congiuntura resta cattiva, con disoccupazione al 9,1%; di settimana in settimana l’americano della strada si sente più povero; c’è un’intera generazione che non troverà il lavoro ben pagato di un tempo; è incredibile che l’opposizione repubblicana proponga ancora, come stimoli alla ripresa, l’abbassamento delle tasse (che avvantaggia i soli ricchi e le corporations) e i tagli sul Welfare; fuori degli USA c’è almeno mezzo miliardo di persone ‘who can do our jobs’.

Seguono l’elenco e la confutazione dei Five Miths. Primo: sei mesi basteranno, come un tempo bastavano, per far tornare i buoni livelli d’occupazione. Occorreranno sessanta e più mesi. Secondo: agiranno gli stimoli tradizionali. Invece non affronteranno i problemi di fondo del sistema-paese. Terzo: il settore privato ha le soluzioni. In realtà il settore privato investirà nei paesi emergenti, non negli Stati Uniti. Quarto: rimedierà la mobilità dei lavoratori. Negli anni Ottanta si trasferiva il 20% di essi, oggi il 10% (anche perché lavorano di più le donne, ed esse hanno difficoltà a seguire i mariti con un lavoro). Quinto: lo spirito d’iniziativa è sempre la grande risorsa dell’America. In realtà  dagli anni Ottanta  la creazione di nuove aziende si indebolisce.

Conclusione: occorrono novità grosse. Nell’immediato, sostiene l’autore, il governo deve aiutare i tanti che stanno perdendo la casa per l’impossibilità di pagare i mutui. Poi gli americani dovranno ricredersi: ai giovani non basta più andare all’università per trovare un buon lavoro: “not everyone can or should shell out money for a four-year liberal-arts degree”. Sono richiesti più saldatori e impiegati d’ordine che laureati.  E’ necessario mettere fine a un sistema di detrazioni e favori ai ricchi, per il quale i 400 redditi statunitensi più alti non pagano più del 18% in tasse.

Per ultimo gli americani devono smettere di considerare ‘patriottico’ il rifiuto di una politica industriale. Non si tratta di passare a un’economia di comando come quella della Cina, ma di concertare pubblico e privato come fa la Germania. Imitiamo la Germania. Qui, con la cogestione, i capitalisti e i sindacati sono diventati partner. “In una società polarizzata come la nostra questa partnership appare impossibile. Ma alle crisi serie come l’attuale devono seguire i cambiamenti seri. Da come affronteremo i mali strutturali dipende non l’andamento dei prossimi mesi ma il futuro dei  decenni”.

J.J.J.

BELLICISMO U.S.A. FA BUON SANGUE

Con tutta la serietà d’approccio imposta dall’argomento guerra, come non trovare comico lo sdegno degli americani bellicosi di fronte ai tentativi di mitigare il parossismo della loro spesa militare, la più mastodontica e bassa di rendimento della storia? Ha cominciato il segretario uscente della Difesa, Robert Gates, con una confessione elegiaca,  struggente di nostalgia: “Tutta la mia vita adulta l’ho vissuta quando gli Stati Uniti erano la superpotenza che non badava a spese per restare superpotenza. Non aveva bisogno di contare i soldi, l’economia era così forte. Una delle ragioni per cui mi ritiro da capo del Pentagono è che non ammetto di appartenere a una nazione, a un governo che è costretto a ridurre l’impegno verso il resto del mondo”.

Il mondo non tenti di rassicurare Robert Gates bisbigliandogli che non metterà alla gogna gli USA, né li trascinerà in tribunale, se ridurranno alquanto il bilancio del Pentagono. Gates è inconsolabile: “Nel Congresso non c’è consenso sul nostro ruolo planetario.  L’America sta mollando la presa”.

Alcune settimane fa il grado massimo delle forze armate, Mullen, ammiraglio salvo errore. aveva ammonito che l’America, con tutta la sua onnipotenza militare, rischia la rovina se la Cina esigesse da essa la restituzione sull’unghia dei prestiti. Che visione da pezzenti, ha replicato con un articolo Lawrence F. Kaplan, falco tra i falchi per i quali non bisogna parlare di soldi: “Tutto si può discutere circa il da farsi in Afghanistan; non se ci sono i fondi. Il problema non è la minaccia alla prosperità, ma la minaccia alla sicurezza. Non è la guerra che sta facendo affondare il bilancio di Washington. E’ veramente strana la domanda ‘quanto arriveremo a spendere?’,  domanda che dopo il Vietnam sembrava bandita dal nostro lessico strategico-militare”.

Kaplan trova assurdo che si pensi di risolvere la crisi debitoria nazionale tagliando dal bilancio del Pentagono i 107 miliardi previsti per l’Afghanistan l’anno prossimo. Assurdo perchè l’Afghanistan, al limite, potrebbe provocare la bancarotta strategica, non quella finanziaria.  Che sono 1O7 miliardi di dollari  rispetto a una spesa federale totale di 3.7 trilioni? “.

Già, che sono? Kaplan non ha peli sulla lingua: “Mentre si spendono 100 o 107 miliardi  per  gli uomini  e le donne che combattono nell’Afghanistan, si destina il ventuplo a favore dei citizen-spectators , gli americani che stanno a guardare”. Che  schifo, trecento e più milioni di panepersi che competono con i soldati e le soldatesse: e per cosa competono? Kaplan fa l’elenco delle destinazioni indebite: “Medicare, Social Security, Medicaid and other varieties of  domestic spending”.  S’era mai vista un’aberrazione simile, anteporre il domestic spending? Per Kaplan, gli americani non meritano la parentela con Marte, dio della guerra.

Peccato che la maggior parte del pianeta pensi l’opposto di L.F.Kaplan in materia di destinazione della ricchezza. Ha scritto il quotidiano talebano ‘Corriere della Sera’: “Nell’America degli ultimi si vive meno a lungo di ieri. Prima della classe in armamenti, progressi scientifici e libertà individuali;  ultima, tra le democrazie occidentali, nel campo della salute. In una vasta area degli Stati Uniti l’aspettativa di vita è diminuita: soprattutto tra le donne, che fumano di più e tendono all’obesità. 46 milioni di americani non hanno assicurazione medica”.

Niente storie, taglia corto Kaplan: “Si vuole fare la guerra risparmiando, ma questo va a detrimento dell’efficacia strategica. Tutti vogliono il dividendo della pace. Ma non siamo in pace. Chi vuole tagliare il costo della guerra rischia di disfare tutto ciò che le operazioni belliche hanno conseguito”.

E voi cretini pensavate che gli Achilli e gli Aiaci yankee avessero conseguito quasi niente, per quello che hanno distrutto e ucciso, magari a titolo di collateral damage ! Che la macchina bellica statunitense si sia confermata una delle meno efficienti della storia, per quello che esige! Che mai il Pentagono saprebbe conquistare l’Etiopia, anzi l’Albania, come bene o male riuscì a Quello lì da Predappio!

Porfirio