IL SORTEGGIO É L’ANIMA DELLA DEMOCRAZIA

A Internauta alcuni di noi sosteniamo da sempre che per scacciare l’oligarchia dei peggiori, cioè dei politici professionisti, esiste una sola via: le elezioni andranno sostituite dal sorteggio, da operare all’interno di un grosso campione qualificato che riproduca la democrazia diretta di Atene. Riportiamo in proposito una parte dell’articolo di Filippo La Porta (il Riformista, 10 giugno 2011).

Per Aristotele il sorteggio è l’anima della democrazia (un’idea poi ripresa da molti: Guicciardini, Rousseau, etc). Confesso un debole verso tutto ciò che conserva almeno qualcosa dell’imperscrutabile casualità che presiede alle leggi governanti l’universo. Così ho molta simpatia, in politica, per la democrazia del sorteggio messa a punto da Luigi Bobbio su ispirazione prevalentemente americana (le giurie popolari) e in Italia sperimentata localmente, a Torino, a Bologna: elezione di cittadini presi a caso (tutti hanno eguali probabilità di ricoprire cariche pubbliche) all’interno di un ragionevole campione, i quali dopo confronti con esperti e sulla base di un’informazione bilanciata, prendono decisioni su determinati argomenti.

Con il risultato di motivare anche quelli considerati meno “attivi”, che neanche parteciperebbero a un’assemblea. Ma pure il primo romanzo del grande Philip K.Dick- Disco di fiamma (Solar lottery) del 1955- tratta un tema analogo. Con il sistema minimax (dalla teoria dei giochi) il governo mondiale dell’umanità viene scelto attraverso una sofisticata lotteria: ogni persona che gode dei diritti civili ha le stesse possibilità di essere eletto ad ogni elezione, o estrazione (…)

Il Caso alla fine sembra essere, paradossalmente, meno iniquo di qualsiasi altra modalità o tecnica deliberativa, oltre al fatto che mantiene un elemento-sorpresa.

Filippo La Porta

ISLANDA: DEMOCRAZIA DIRETTA E INTERNET PER LA COSTITUENTE

La nuova Atene forse sta già sorgendo tra i ghiacci ed i vulcani dell’Islanda. Un articolo comparso su Il Corriere della Sera, di Maria Serena Natale, ha fatto conoscere all’Italia un esperimento molto avanzato di integrazione tra democrazia, tecnologia ed estrazione a sorte. È la stessa giornalista ad utilizzare espressioni come “agorà virtuale” e a citare la democrazia diretta dell’antica Atene. Per noi di Internauta la lettura del resoconto è la conferma di una tendenza che speriamo andrà sempre più affermandosi.

L’isola scandinava ha pagato un prezzo altissimo alla crisi economica del 2008, e da allora è iniziato il progetto di riscrittura della Costituzione. Sono stati eletti 25 costituenti per redigere il testo. Il loro punto di partenza è stato un documento di oltre 700 pagine scritto da una commissione, che ha riordinato le osservazioni di 950 cittadini islandesi estratti a sorte e riuniti nel National Forum. Il metodo dell’estrazione a sorte comincia dunque a riaffacciarsi nel mondo occidentale, oltretutto per contribuire alla stesura di un testo costituzionale.

Ma non si esaurisce qui la spinta innovativa che l’Islanda ha deciso di dare al momento più alto della costruzione giuridica di uno Stato. I 25 costituenti stanno utilizzando i social network, come il canale YouTube o Facebook o Twitter per diffondere le dirette delle proprie riunioni e le bozze dei propri lavori, e, soprattutto, per raccogliere le osservazioni e le proposte dei cittadini.

Terminata questa fase ci sarà, tra giugno e luglio, un referendum ed una decisione parlamentare che ratifichino il nuovo testo costituzionale.

Dunque oltre ad un intelligente (e speriamo esemplare) utilizzo del metodo randomcratico, democrazia diretta e tecnologia sono state protagoniste in questo processo. Il primo ministro islandese, la socialdemocratica Johanna Siguroardottir, ha dichiarato che non era pensabile una revisione costituzionale “senza la diretta partecipazione del popolo”, e il popolo è stato chiamato ad esprimersi come mai aveva fatto in passato.

Tommaso Canetta

PISAPIA E LA SFIDA DELLA E-DEMOCRACY

E’ evidente che i partiti e i politici non sono tutti uguali. La vittoria di Giuliano Pisapia a Milano non può non rallegrare chiunque abbia a cuore il futuro della città. Lungi dall’essere un taumaturgo onnipotente, il nuovo sindaco ha però mostrato una determinazione ed una sensibilità molto apprezzate nell’immaginare una Milano diversa e migliore. I prossimi cinque anni diranno quante delle grandi aspettative suscitate in campagna elettorale verranno soddisfatte.

A noi di Internauta interessa particolarmente un punto del programma di Pisapia. Nella sezione Per i cittadini si parla di democrazia partecipata. “La partecipazione deve essere uno strumento reale per decidere e governare, dal bilancio partecipato alle scelte di insediamento, di infrastrutture, ecc”, si legge nel testo. Ma al di là di questa generica enunciazione, il paragrafo più promettente è quello dedicato alla E-democracy: “forte innovazione in statuti e regolamenti finalizzati a strumenti diretti di consultazione dei cittadini, anche via internet: es. proposte di referendum di indirizzo con raccolta firme e voto on line con certificato elettorale digitale, osservazioni al PGT, ecc”. Non solo osservazioni dunque, ma voto on line e certificato elettorale digitale. Primi tentativi probabilmente, esperimenti, ma che fanno ben sperare. Internauta porta avanti da mesi (e alcuni suoi autori, da anni) un dibattito sulle nuove forme di democrazia, selezionata, random, diretta, immaginando un futuro sottratto alla partitocrazia grazie all’impiego delle tecnologie telematiche. Questo è solo un piccolo passo, ma tutte le lunghe marce cominciano così. Altrove nel mondo (ad esempio di recente in Islanda) la commistione tra Internet, social network, e democrazia ha già dato alcuni frutti. Il Comune di Milano ha nel programma del proprio sindaco le basi per diventare un centro sperimentale per l’intero Paese.

Certo, siamo ancora lontani da quella “nuova Atene” che andiamo vagheggiando. Bisogna però cominciare a far funzionare questi primi esperimenti, ampliarne l’impiego, trovare il modo di evitare distorsioni e malfunzionamenti. Si deve poi parlare della selezione dei contributi. Se si chiama a votare su temi che richiedono certe competenze tecniche, si deve prima appurare che i cittadini coinvolti abbiano una base minima su cui poter costruire il proprio giudizio. Con la tecnologia telematiche non è difficile immaginare diverse possibilità. Si dovrà in futuro passare sempre più potere dagli eletti ai cittadini coinvolti, fino a selezionare ed estrarre a sorte giurie di persone (specializzate nei vari campi) che possano prendere le decisioni migliori, senza i ricatti e le clientele della politica. La città tutta sarà poi coinvolta nelle decisioni di indirizzo generale, tramite strumenti di democrazia diretta e rapida, grazie ai computer.

Tutto questo oggi può sembrare utopia, e forse lo è, ma già un piccolo passo è stato mosso. Che il tema della E-democracy trovi spazio nel programma di un politico serio e competente, e non solo nel delirio movimentardo di Beppe Grillo, è una notizia che noi di Internauta non possiamo che salutare con grandi speranze.

T.C.

LE COLPE DI MLADIC E DEGLI ALTRI

IL MOSTRO ALLA SBARRA

Ratko Mladic è nelle mani della giustizia internazionale. Giustizia giusta? In partenza sicuramente sì, almeno per chi non dubita che giusti siano stati i processi e le condanne dei capi nazisti a Norimberga. Tanto più che l’ex generale serbo-bosniaco viene giudicato, appunto, da una corte internazionale credibilmente neutrale come quella dell’Aja (dove l’accusa contro Slobodan Milosevic venne sostenuta dall’elvetica Carla Del Ponte) anziché da un tribunale quasi di guerra creato su due piedi dai vincitori in un paese vinto e debellato, ossia senza più Stato, come la Germania del 1945.

La prassi ormai avviata di sottoporre a giudizio in linea di principio imparziale i responsabili di crimini imperdonabili non può che essere salutata con pieno favore, a condizione che si diffonda fino a diventare sistematica a livello planetario e senza guardare in faccia a nessuno. Naturalmente non si tratta di un obiettivo facile da raggiungere in tempi brevi, ma il suo coerente perseguimento, se non verrà meno e anzi si rafforzerà, meriterà di essere incoraggiato.

Nel caso dei crimini commessi nell’ex Jugoslavia la prova sembra destinata al superamento. Dopo il fin troppo lungo processo al defunto presidente serbo, infatti, una dura condanna è stata inflitta all’ex generale croato Gotovina, tra le proteste di molti suoi compatrioti che lo considerano un eroe nazionale e un martire, come era già avvenuto in Serbia e in Bosnia con lo stesso Milosevic e come avviene adesso con Mladic.

Se poi il processo e la probabile condanna del “mostro di Srebrenica” (sempre che sopravviva, essendo dato in pessima salute) saranno equi fino in fondo resta ovviamente da vedere. Già si contesta ad esempio la pertinenza dell’imputazione di genocidio, in testa ad altri capi di accusa, che nella fattispecie suona in effetti discutibile all’inevitabile confronto con antecedenti classici quali l’Olocausto ebraico o l’ecatombe degli armeni per mano turca. Non si annovera invece tra i genocidi quello di Katyn, dove Stalin fece trucidare 20 mila militari polacchi mentre le vittime musulmane e in gran parte civili di Srebrenica sono state, donne e bambini compresi, circa 8 mila.

Simili conteggi e sottigliezze possono disgustare, ma è presumibile che ad essi si affidi anche Mladic rifiutandosi, come ha fatto davanti ai giudici dell’Aja, di dichiararsi innocente oppure colpevole e riservandosi di studiare il dossier a suo carico. Essendo difficile negare il massacro, la sua entità e la responsabilità personale, la colpevolezza potrebbe essere ammessa ma senza raggiungere la soglia del genocidio. Da notare che contro l’applicabilità di questa qualifica al caso di Srebrenica, come ad altri analoghi, si è pronunciato il giurista canadese che presiede l’Associazione internazionale degli studiosi del genocidio; a suo avviso sarebbe preferibile quella di crimine contro l’umanità.

Per il resto, l’ex comandante dell’armata serbo-bosniaca proclama di avere agito, a Srebrenica come nel lungo assedio di Sarajevo, unicamente in difesa del suo popolo e dunque, si direbbe, escludendo pentimenti e rimorsi. Scarsamente rilevante agli effetti giudiziari, ciò basta ad assicurargli solidarietà e persino ammirazione non solo da parte di numerosi connazionali. Tra gli stranieri figura anche l’onorevole Borghezio, che senza esitare lo scagiona da ogni addebito in quanto patriota eroico e come tale irreprensibile. L’esponente leghista è notoriamente piuttosto marginale anche all’interno del suo partito, ma la sua sortita certamente ne riflette sia pure in forma estrema gli umori anti-islamici e gli ostentati atteggiamenti filo-serbi dello stesso Bossi durante i conflitti jugoslavi con relativi interventi della NATO Italia compresa.

Si tratta oggi di tendenze o pulsioni residuali analoghe a quelle ancora più sbiadite dell’estrema sinistra, dove pure prevaleva la tenerezza nei confronti della Serbia di Milosevic, tinta almeno un po’ di rosso rispetto alle altre repubbliche ex jugoslave e più vicina di loro alla Russia di Elzin, post-comunista ma pur sempre contrappeso in qualche misura allo schieramento atlantico. Parteggiare ad oltranza, e magari a prescindere, può anche andar bene per i tifosi del calcio ma in politica, crediamo, è sbagliato per principio. E lo è ancor di più, ovviamente, in casi specifici e magari personali come quello di Mladic. Per la stessa ragione, tuttavia, neanche la Serbia e i serbi meritano di vedersi assegnare sistematicamente la parte del torto, indipendentemente dal fatto che il paese segue oggi un corso filo-occidentale e filo-europeo, sia pure non saldissimo.

Nella fase iniziale, in particolare, della disintegrazione jugoslava la Serbia ebbe sicuramente meno torti delle repubbliche secessioniste. Contrastò infatti solo simbolicamente, in ultima analisi, la secessione della Slovenia etnicamente quasi omogenea. Si oppose invece con le armi a quella della Croazia e della Bosnia-Erzegovina, restìe a concedere a Belgrado adeguate garanzie per i diritti delle rispettive e cospicue minoranze serbe in sostituzione della tutela, forse fin troppa, goduta nell’ambito della Repubblica federativa fondata da Tito. Minoranze che, durante la seconda guerra mondiale, avevano subito una sanguinosa persecuzione soprattutto da parte del regime ustascia di Zagabria, satellite del Terzo Reich, ma anche dei musulmani bosniaci, in maggioranza filo-nazisti.

Non mancò al riguardo una corresponsabilità dell’Occidente e in particolare della Comunità europea, che dopo avere cercato invano di salvare la federazione con la mediazione dei propri rappresentanti favorendo di fatto Belgrado, invertì la rotta affrettandosi a riconoscere l’indipendenza croata e bosniaca (ma non quella della Macedonia, a causa delle obbiezioni greche). Alla sola condizione, nel secondo caso, di un referendum popolare dall’esito scontato ma solo per la maggioranza musulmana e croata. Ne conseguirono gli inevitabili conflitti, la condotta serba dei quali fu senza dubbio contrassegnata da non pochi eccessi, ricambiati peraltro dagli avversari.

Quanto poi al Kosovo, Milosevic ebbe il torto di annullare progressivamente l’ampia autonomia che Tito e i suoi eredi avevano concesso, entro la repubblica federata serba, alla provincia abitata in maggioranza ormai schiacciante da albanesi. I quali, a loro volta, avevano tuttavia peccato di incontentatibilità puntando, una parte di loro, alla piena indipendenza o all’unione con l’Albania e rendendo comunque la vita sempre più difficile alla sempre più esigua minoranza serba.

Il tutto sfociò in una prolungata resistenza passiva albanese, una dura repressione serba e un impari scontro armato che, drammatizzato da denunciati ma mai pienamente dimostrati massacri di kosovari, provocò infine l’intervento della NATO e l’espulsione serba della provincia soprattutto per effetto di pesanti bombardamenti aerei su Belgrado e altri obiettivi serbi. Un intervento “umanitario” dalle modalità non meno discutibili, dunque, della sua giustificabilità, anche alla luce del successivo comportamento sotto vari aspetti dei kosovari ormai padroni o quasi del campo.

Tutto ciò non può modificare in alcun modo quanto detto all’inizio sul caso Mladic. Serve però a far capire, a chi vuole capire, che gli sforzi degli Stati e delle altre componenti organizzate della comunità internazionale devono mirare ad attrezzarsi e ad operare in modo da impedire, anziché permettere o persino favorire, esasperazioni di crisi e contrasti tali da culminare in genocidi o crimini contro l’umanità. In fondo, il caso del “mostro di Srebrenica” può essere accostato almeno per un verso a quello di Hitler e del nazismo, i cui obbrobri erano pur sempre maturati nello stato di inferiorità e discriminazione nel quale la Germania era stata gettata dalla vendicativa cecità dei vincitori della prima guerra mondiale.

F.S.

L’UPPER CLASS SA QUELLO CHE FA

Quando, mille e più anni fa, un re pagano si faceva cristiano, l’intera corte lo seguiva nella fede. Sovrano e capi guerrieri erano una sola cosa, che poi imponeva al popolo la conversione. Il 15 e 29 maggio l’Upper Class italiana, poteri forti e salotti di retaggio compresi, ha abiurato il paganesimo berlusconiano e si dispone a praticare riti, in paramenti arancione, che un tempo aborriva. Ha fatto bene: l’anomalia turbocapitalista e porcacciona era durata troppo, era divenuta aberrazione. Ma come mai l’Upper Class si fida ora di gestori e di intendenti che entrano dalla porta di sinistra?

Si fida perché in 66 anni li ha conosciuti a fondo. E’ dal 25 aprile 1945 che i padroni del vapore monitorano i politici di sinistra. Sanno per certo che sono addomesticati, anzi sono nati domestici. Le verifiche più convincenti le hanno compiute con Prodi e D’Alema. I due capipattuglia della Gauche al potere non hanno fatto alcun graffio al capitalismo, alcuno sgarbo a Bush; al contrario. Hanno fornito contingenti (spesati da noi) alle imprese del Pentagono. Hanno disonorato Vicenza costringendola nel reticolo planetario delle basi USA. Hanno spiccato ordini per flotte di corvette e di cacciabombardieri. Hanno adottato le tariffe di Wall Street per remunerare gli alti manager a peso d’oro, come gli indiani affamati facevano con certi loro prìncipi, imparentati con una o più divinità.

All’occorrenza i reggitori della Gauche si sono fatti lo yacht e si sono acclimatati alle deliziose terrazze romane, adorne di principesse pontificie però disponibili al progresso. Anzi: quattro Sommi Bonzi di indiscussa militanza bella-ciao si sono incorporati nel fasto quirinalizio, senza porsi problemi di coscienza. Se ne ponevano i papi atei che fecero Roma inimitabilmente bella con le indulgenze e i soldi destinati ai poveri di Cristo?
L’Establishment conosce i suoi polli. Sa che gli Arancioni non morderanno alcun polpaccio, oppure morderanno con le gengive, senza canini e molari. L’Establishment sa che il personale politico di sinistra, pur meno stomachevole di quello di destra (la nostra destra; in Francia i Legittimisti avevano stile), è negato a compiere opere di giustizia. Se le tenta, fallisce perché il popolo non li stima. Quanto a noi, sappiamo che gli Arancioni appartengono alla stessa antropologia dei loro avversari. Lo ha dimostrato, di nuovo, il Sessantaseiennio dal ’45. I sinistri diverranno credibili quando vivranno una mutazione genetica, quando saranno un’altra stirpe, capace di idealismo e di profezia, non di solo senso pratico. Stirpe piuttosto di Gioacchino da Fiore che di Niccolò Machiavelli.

Al momento uno solo tra i trionfatori di maggio, il sindaco di Milano, è chiamato a fare qualcosa di nuovo, nelle piccole cose ma subito. Pisapia forzerà al limite il fisco comunale, ripristinando l’Ici sulle prime case costose e con ciò deludendo i suoi nuovi fan che-hanno-gli-indirizzi-giusti? Farà viaggiare gratis in tram i soli bassi redditi, oppure alla Prodi-D’Alema aborrirà il populismo e assegnerà equanimi pass anche agli arteriosclerotici con miliardi? Rinuncerà a promuovere i luoghi dello chic, dell’arte per pochi e dei cristalli sofisticati, in modo da dare un tetto a quelli che dormono sui marciapiedi e agli sfrattati con bambini? Giuliano ha giustamente additato che le periferie meritano di più: farà cose impegnative o visite pastorali con bagni di folla sottoproletaria?

Sul piano nazionale, presto o tardi le sinistre vinceranno le elezioni: ebbene non accadrà nulla. Sentiamo da decenni che i costi e i furti della politica sono insopportabili, ma è sicuro che non si abbasserà né il numero né la voracità dei cleptocrati. Che si manterranno due Camere-doppioni, con numeri tripli del necessario nonché munite di un camerino di 120 scrocconi chiamato Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro. Che imperverseranno migliaia di organismi fatti per mantenere centinaia di migliaia di galoppini. Che non si ridurranno a un terzo i bilanci di ministeri nocivi quali Difesa ed Esteri, e non se ne cancelleranno altri come Pari Opportunità. Che non ci ritireremo da decine di spedizioni all’estero e dalla Nato. Che il Quirinale resterà un pinnacolo di prestigio ridicolo però costosissimo, un’offesa a quella che fu l’etica repubblicana. Che insomma il Potere Arancione non farà nulla di virtuoso. I precari, gli handicappati, gli ultimi, non si facciano idee false.

Hanno ragione gli Indignati di Spagna: NO LES VOTES. Né gli uni né i loro avversari. Le cose cambieranno solo se passeremo a una democrazia opposta all’attuale, niente politici a vita e con partiti senza palazzi e senza potere.

L’Ussita

ALBERTO TOSCANO: MISOGALLO INNAMORATO

“I francesi sono degli italiani di cattivo umore”. Alberto Toscano, storico corrispondente da Parigi, fa dire a Jean Cocteau qualcosa che è una delle idee innervanti il proprio libro Critica amorosa dei francesi (Novara, Interlinea, 2011, con una presentazione di Corrado Augias), traduzione italiana di un lavoro appena uscito in Francia. Che Toscano, presidente della stampa europea in Francia, sia uno tra i corrispondenti più autorevoli ed efficaci, lo attesta tra l’altro l’intervista fattagli sul caso Cesare Battisti da leJDD/ Journal du Dimanche (la riportiamo a complemento di questa nota e di quanto pure pubblichiamo di Critica amorosa).

Il quale libro è come un body scanner degli aeroporti: quasi niente della realtà moderna dell’Esagono (amano chiamare anche così la Francia) sfugge a Toscano, questo novarese d’Alesia perspicace e spesso perforante, però mai bilioso e anzi sorridente (“in 21 secoli la storia è cambiata a più riprese. Speriamo Parigi se ne accorga”. Quest’ultimo è un rilievo sul “supercentralismo parigino, sempre più anacronistico”). Il libro è organizzato come commento (confutazione/conferma) a una schiera di luoghi comuni sui nostri cugini.

Ogni straniero coltivato, nell’Atene di Clistene, nella Roma imperiale, a Londra o a Berlino dei nostri giorni, è esposto alla tentazione di vendicarsi antipatizzando delle ineluttabili difficoltà del non essere indigeno, d’esser visto (dalla parte ignorante dei locali) come metèco. Alberto Toscano sfugge alla tentazione, anzi si fa spesso allegro giudice dei discendenti di Vercingetorige sfortunato avversario di Giulio Cesare. Come si diverte, e fa divertire, il Nostro a celiare sull’impegno che fu messo dall’Eliseo per ottenere che la chateaubriand più altri commestibili e vini di Francia venissero proclamati ‘patrimoni dell’umanità’. Lepida chiosa di Toscano: ‘a ciascuno i suoi castelli in aria’.

Altrettanto felice l’osservazione: “La pietra filosofale made in France è la frase ‘non abbiamo petrolio, abbiamo le idee”. Conseguenza di tanto concetto di sé -pensano che l’Europa sia una Francia in grande- è un boomerang: ad ogni modesto rovescio i francesi temono d’essere in declino, lamentano che la loro ‘eccezione culturale’ sia in crisi, si impermaliscono quando viene loro ricordato, per dirne una, che Charles De Gaulle favoriva il maquillage della storia nazionale, col cerone dell’ambizione, ‘nel nome di ideali superiori’.

Uno dei miti fioriti in Francia dopo il 1936 fu il Front Populaire, ‘momento magico’ del progressismo. Saviamente Toscano nota che il suo artefice Léon Blum dette ai francesi, per la prima volta, le ferie pagate e la settimana di 40 ore, ma ben poco di più. In compenso il Fronte non fece nulla contro il colonialismo di Parigi, aiutò di scarsa voglia la Spagna governata da un Frente Popular gemello e non abolì la ghigliottina (comportava anche la macabra esecuzione in pubblico). Due Costituzioni dell’ultimo dopoguerra, del 1946 e del 1958, non cancellarono la pena capitale.

Il fiorire abnorme del business del lusso e della moda è uno dei non pochi vizi comuni a Francia e Italia: “i sauditi hanno il petrolio, gli ivoriani il cacao, i francesi e gli italiani il lusso”. E’ cattivo segno quando i trionfi dell’effimero, del superfluo e del tamarro più o meno sofisticato si sostituiscono ai voli alti di glorie meno dozzinali.

La fase storica, dai francesi rimpianta, che andò dalla ripresa impetuosa dopo le sciagure del 1870 alla fine della Belle Epoque nel 1914, fu come sappiamo lo zenit del parlamentarismo, pretesa ‘realizzazione della volontà popolare’. In realtà, sottolinea Toscano, fu l’avvento di una grossa oligarchia borghese di professionisti della politica. Oggi, con la correzione monarchica del sistema imposta da De Gaulle e dai suoi successori, Mitterrand in testa, la partecipazione dei cittadini può risultare persino più bassa che in Italia. Quanto all’imperversare nel vissuto francese dell’aggettivo -come a dire corretto, civico, fedele al retaggio giacobino- esso è, rileva Toscano, uno ‘choc per lo straniero’. Lo è pure la concordia bipartisan su varie ubbie: la ‘vocazione universale’ della Francia (“come se il paese avesse bisogno di Sarkosy per guadagnarsi il Paradiso”); l’imperativo della laicità in teoria vigente in 64 milioni di cittadini; i fasti del nucleare nazionale. Quanto a quest’ultimo: oltralpe l’uomo della strada è proprio fiero dell’atomo. Toscano però ricorda l’ingloriosa chiusura dell’ipergeneratore Superphénix.

Tutto ciò premesso, sarebbe sbagliato leggere Critica amorosa come testimonianza antifrancese. Intanto è ‘amorosa’. Di fatto Toscano si confessa fiero di appartenere anche al contesto francese. Visto dall’esterno, il suo è un atteggiamento equanime e cordiale piuttosto che severo. Egli non si accanisce, come chiunque di noi potrebbe, sui profili più dolorosi e insani del patriottismo guerrafondaio, massima delle sciagure della Francia: un milione e mezzo di morti francesi, più tutti gli altri, di una Grande Guerra voluta dagli sciovinisti di Raymond Poincaré nel disegno quasi miserabile di recuperare due provincie perdute nel 1870; perdute per quell’autentico accesso di follia gallica che fu l’impresa antiprussiana dei marescialli e ministri di Napoleone III. La guerra dichiarata nel 1939, conseguenza obbligata del ‘trionfo’ di Versailles, si risolse in un paio di settimane nella più grave disfatta della storia. Vennero poi le sconfitte e le ignominie di tutti i tentativi per conservare colonie nel Nord Africa, nel Levante, in Indocina.

Toscano ha la mano leggera sui parossismi risalenti a Georges Clemenceau ‘veillard sanguinaire’, il quale viveva e operava nella fede “en notre Armée, en notre Race”. Clemenceau arrivò, oltre che a far fucilare vari défaitistes di medio rango, ad incarcerare un ex primo ministro, Joseph Caillaux, il quale aveva tentato di fermare con un negoziato invece che con la Victoire gli stermini della Grande Guerra, allora i peggiori della storia.

Su molte altre colpe della Francia Alberto Toscano ha voluto sorvolare. Perché? Per l’orgoglio, suo e di tutti noi, d’essere parenti così vicini degli adorabili mascalzoni che popolano la patria di Claude Debussy. D’essere eredi di uno stesso retaggio luminoso. Critica amorosa si affianca ad altri testi significativi che raccontano un orgoglio che è anche nostro.

Non hanno concluso, Cocteau e Toscano, che i francesi sono italiani di cattivo umore?

AMC

BATTISTI LIBÉRÉ, L’ITALIE “HUMILIÈE”

La décision de la justice brésilienne de libérer l’ancien militant d’extrême-gauche Cesare Battisti a provoqué de nombreuses réactions en Italie, où il a été condamné par contumace à la réclusion à perpétuité pour quatre meurtres et complicité de meurtres commis à la fin des années 1970. Pour leJDD.fr, Alberto Toscano, journaliste et écrivain, explique l’état d’esprit des Italiens.

La libération de Battisti a-t-elle provoqué la colère des Italiens?
Ce n’est pas une réaction de colère ou de vengeance mais de déception. Le fait qu’une décision de justice [sa condamnation à perpétuité par la justice italienne en 1993, ndlr], dans un cas si grave, ne soit pas appliquée est vécu par les Italiens comme une humiliation nationale. Il y a un sentiment d’amertume. Il n’est pas question d’harceler Cesare Battisti pour se venger de quelque chose. Mais tous ceux qui ont vécu la peur à cette époque et la tragédie du terrorisme ont le droit de ne pas être humiliés. Le problème finalement, ce n’est pas que Battisti soit libéré, mais que la magistrature italienne ait été bafouée.

En Italie, comment s’explique-t-on la décision brésilienne de libérer Cesare Battisti?
On se l’explique par des considérations politiques, quoi sont elles-mêmes le fruit de pressions internationales, notamment françaises. Le dernier jour de son mandat, le président Lula a décidé de libérer Battisti. La Cour suprême brésilienne n’a fait que confirmer la décision du président brésilien. Pourtant, elle avait dans un premier temps décidé de l’extrader. Cela voulait bien dire que le dossier juridique était bien ficelé. C’est donc un calcul politique du président Lula.

«Cela étonne les Français qui ont une attitude un peu légère vis-à-vis de l’Italie»

En Italie, la classe politique est unanime pour condamner cette libération…
Oui. Cela étonne les Français qui ont une attitude un peu légère vis-à-vis de l’Italie et qui ne prennent pas la peine d’étudier l’histoire de l’Italie avant de prendre une position politique. Une partie du monde politique français a d’ailleurs manqué de respect à l’Italie au sujet du terrorisme. Or, en Italie, l’ensemble de l’opinion publique considère que Battisti aurait dû être extradé. Mais je le répète, ce n’est pas une question de vengeance. Il s’agit tout simplement de défendre la démocratie italienne et sa dignité.

Le souvenir de ces années de plomb est-il toujours très présent en Italie?
Le souvenir est très présent dans toutes les têtes de ceux qui ont vécu cette période horrible, où les terroristes d’extrême droite et d’extrême gauche ont combattu la démocratie. Ces deux formes différentes de terrorisme voulaient la même chose : la déstabilisation de l’état de droit démocratique. Durant cette période, des centaines de personnes ont été tuées, des actes de violences ont été commis contre des magistrats, des journalistes, des professeurs d’université… A l’époque, tous ceux qui étaient loyaux au principe de l’Etat républicain risquaient leur vie. Je cite toujours cet exemple très symbolique de l’actuelle présidente du parti démocrate italien, Rosy Bindi, qui était à côté d’un professeur d’université au moment où il a été assassiné par les Brigades rouges. Ce souvenir est donc encore très vif parmi les hommes politiques actuellement au pouvoir en Italie.

La page n’est donc pas tournée…
En Italie, on voudrait bien tourner la page mais pour cela, il faut que l’on dise clairement de quel côté était le mal, de quel côté était le bien, pour qu’il n’y ait pas d’ambiguïté. Les victimes du terrorisme sont celles qui se sont battues pour notre démocratie et notre état de droit. La démocratie était du côté de l’écrasante majorité du peuple italien qui a traversé cette période difficile avec courage. Et les Italiens sont fiers d’avoir gagné par des moyens démocratiques la bataille pour la défense de leurs institutions.

Marianne Enault – leJDD.fr
Jeudi 09 Juin 2011

CASO BATTISTI: PER CHI SUONA LA CAMPANA

Per capirci meglio

L’indignazione nazionale per il no carioca all’estradizione di Cesare Battisti (da non confondersi con il suo omonimo, ormai probabilmente anonimo, cui sono ancora intitolate migliaia di vie e piazze d’Italia), restituito addirittura alla piena e incondizionata libertà, è corale e pressocchè unanime. Come non condividerla? Se il personaggio fosse minimamente simpatico, se avesse dato per lunghi anni e anzi decenni qualche segno di resipiscenza e se la sua latitanza non fosse stata pervicacemente protetta da una muta di boriosi quanto ignoranti intellettualoidi transalpini, qualche circostanza attenuante a suo discarico si potrebbe anche trovare e far valere. Ad esempio, la lontananza nel tempo delle sue malefatte, commesse quando era da poco maggiorenne; i suoi odierni coetanei vengono generalmente definiti ragazzi nelle cronache, giudiziarie e non, e tali rimangono fin quasi alla quarantina.

Simpaticissimi, poi, non sono neppure i suoi attuali ospitanti e protettori, che negano credibilità alla giustizia italiana, forti della loro recente ascesa a membri del club dei nuovi potenti della terra, ma fino a ieri facevano notizia, in campo extracalcistico, soprattutto per gli eccidi degli indios della foresta amazzonica e di chi li difendeva dalla speculazione selvaggia anche in quanto assassina. E, prima ancora, per l’altrettanto drastica soluzione del problema dei “ragazzi di strada” di Rio con il repulisti affidato a squadre di autonominati ma tollerati giustizieri.

Eppure…purtroppo c’è un eppure che a differenza di Battisti può effettivamente rendere più comprensibile se non proprio giustificare la scelta dei governanti brasiliani. Alle loro orecchie, nonostante la distanza, sarà certamente arrivato qualcosa di tutto ciò che si dice e si scrive da noi, giornalmente, circa il cattivo funzionamento della nostra giustizia, anche da parte di chi non condivide e semmai condanna la campagna berlusconiana contro la magistratura. L’ex presidente Lula e i suoi amici, d’altronde, avranno sicuramente saputo, fors’anche direttamente dal nostro premier come altri ”grandi”, che lo stesso capo del governo italiano è vittima di una persecuzione da parte della suddetta magistratura, alla cui dittatura sarebbe soggetto lo stesso paese.

Se poi, essendo Lula e i suoi collocati alquanto a sinistra, non crederanno che si tratti (né Berlusconi avrà troppo ricamato al riguardo, con loro) di una magistratura e di una dittatura comuniste, avranno in compenso avuto altresì sentore del fatto che dalle file della sinistra italiana si levano non di rado denunce più o meno vibranti di un regime dittatoriale che lo stesso Berlusconi starebbe instaurando nel paese e addirittura invocazioni di un colpo di Stato, magari militare, per sventare una simile minaccia.

Stando così le cose, è proprio il caso di stupirsi e scandalizzarsi per il diniego di estradare uno scrittore di apprezzati libri gialli oggi apparentemente inoffensivo benché condannato trent’anni fa per alcuni omicidi perpetrati in un clima di tensione politico-sociale e secondo qualcuno addirittura di guerra civile? Duole ammetterlo, ma sembrerebbe di dover rispondere negativamente.

Nemesio Morlacchi

LIBIA: CAPORETTO DELLE DIPLOMAZIE

E’ giusta l’abitudine di irridere alle risoluzioni dell’ONU, la scadente organizzazione planetaria in origine voluta, col nome Società delle Nazioni, dal cervellotico presidente Woodrow Wilson, e successivamente ingigantita da Franklin Delano Roosevelt, ben più furbo discepolo del Cervellotico. L’Onu non ne ha fatta, in proprio, una di buona. Le volte che ha agito è stato per l’impulso, gli interessi, i bombardieri e i tanks dei suoi azionisti più potenti, anzi prepotenti. Era stata architettata per mettere fuori gioco gli egoismi degli Stati e introdurre nella vicenda internazionale elementi, o almeno vaticini, di governo mondiale. L’ambizione, almeno a chiacchiere, era di sostituire le diplomazie tradizionali con una multilaterale, mossa da afflati universalistici.

Nulla di tutto ciò è accaduto a partire dal 1919, poi dal ’45. Le feluche multilaterali si sono dimostrate persino più inette di quelle delle cancellerie nazionali. Nel passato accadeva a qualche ambasciatore di fare colpi grossi, come scatenare conflitti immani che momentaneamente dilatavano il suo miserabile ego. Nel 1914 Maurice Paleologue, intimo del bellicista presidente francese Poincaré, contribuì da capo missione a Pietroburgo, col ministro russo Sazonov e col granduca Nicola a convincere lo zar a ordinare la mobilitazione generale, ossia ad aprire la Grande Guerra, dunque a rendere inevitabili la disfatta, la Rivoluzione, la fine dell’impero, lo sterminio della famiglia imperiale, zar naturalmente compreso.

Altro successo ‘magistrale’ fu, nel 1915, il comprare l’intervento in guerra dell’Italia con un futile patto di Londra invece che cash. Gli ambasciatori francese e britannico fecero la loro parte nell’indurre Roma a passare dalla parte di chi, a parole, offriva molto: più colonie, più Dalmazia, persino un po’ di Turchia. Quelli erano ambasciatori! Gli inviati dell’ONU non fanno mai colpi grossi, non foss’altro che per essere servitori di più padroni.

Quanto accade in Libia conclama sì la nullità della diplomazia multilaterale, ma anche l’inutilità degli apparati diplomatici nazionali più prestigiosi (=pretenziosi). Nelle particolari circostanze del Nord Africa 2011 far cadere, oppure domare, Gheddafi avrebbe potuto essere conseguito senza missili e cacciabombardieri ma con le mosse, le trame e gli chèques della diplomazia. Invece il Dipartimento di Stato, il Quai d’Orsay, il Foreign Office, l’impomatata Farnesina, magari i Talleyrand di Mosca e di Berlino, si sono conclamati una confraternita di negoziatori buoni a niente. Migliaia di morti, distruzione fisica di quanto aveva modernizzato la Libia. Che si tengono a fare le diplomazie, gli apparati pubblici più costosi ed improduttivi di tutti?

I tempi sono cambiati, le feluche sono superflue e persino ridicole nell’età della telematica, di Skype, di dozzine di altre tecnologie prodigiose. I veri decisori non sono nemmeno i ministri degli esteri, sono i capi di governo, ed essi si intendono o litigano direttamente. I diplomatici prenotano alberghi, consigliano cravatte e al più corteggiano mogli di grandi industriali.

E’ vero, oggi la diplomazia è fatta un po’ meno di cerimoniale, protocollo e ricevimenti, un po’ più di contratti, forniture eccetera. Allora le feluche andrebbero sostituite da piazzisti, commercialisti e veri esperti. Per gli eventi mondani ci sono le PR e i catering, per intrattenere madame non occorrono plenipotenziari e consiglieri di legazione con la brillantina. Licenziandoli i risparmi sarebbero immensi; in più la vanagloria si rattrappirebbe.

Anthony Cobeinsy

L’AMERICA HA l’ALZHEIMER?

Lo sappiamo tutti che le nazioni non si ammalano in blocco, e poi ci sono le vaccinazioni di massa. Ma avantieri c’è stata la notizia che D.Strauss-Kahn restava in carcere un paio di giorni in più perché a Manhattan un condominio, o forse un intero rione, non lo voleva come affittuario. Preoccupazione per la virtù, anzi l’integrità, di mogli compagne e figlie? Peggio, rivolta morale contro un libertino d’ Europa?

Venendo dopo migliaia di annunci, dai media di Francoforte a quelli della Patagonia, che DSK rischiava 70 anni di carcere, lo sdegno dei manhattani evoca un quadro demenziale. Se DSK avesse sterminato gli angioletti di un kindergarten, crimine più grave delle intemperanze di un satiro su una ninfa, basterebbe il III millennio d.C. per punire l’orco del Fondo Monetario? Poi: nella fase di civiltà che ha cancellato il pudore, proibito la verginità e azzerato ogni colpa sessuale, ha senso disseppellire la salma puritana? Raggiunta l’equiparazione tra i sessi, quello femminile esige ancora la speciale protezione che Hollywood assegnava nei western alle biondine che insegnavano ai bambini dei cow boys? Infine: non occorrerà una pm femminista venuta dalla Luna per dimostrare che l’esistenza della cameriera d’albergo è stata devastata per sempre? Una galanteria grossolana, uccide?

La diagnosi di Alzheimer è resa più probante dal fatto che il vulnus, anzi i vulnera, celebrali di derivazione DSK sono sopraggiunti dopo il baccanale nazionale delle celebrazioni per l’Osamicidio. Le quali si capirebbero, eccome, se i Navy Seals avessero fisicamente eliminato Al Qaeda, anzi tutto il terrorismo antiamericano. Invece hanno fatto fuori il solo Barbablu: la nazione del Manifest Destiny celebrerebbe così orgiasticamente se non fosse già assalita dalla dementia? Legioni di kamikaze si sono fatti saltare per odio all’America: i tripudianti dei giorni scorsi sanno per certo che nell’Islam il martirio politico non ha più candidati?

Se gli USA non fossero un paese libero, anzi un palladio di libertà, l’executive order di un Goebbels sul Potomac vieterebbe almeno agli americani obesi, o parecchio sovrappeso -un cento milioni, a spanne- di farsi fotografare/teleriprendere mentre brindano a soft drink sulla morte assistita di bin Laden. Così, per non far ridere i polli del mondo.

Questo, per l’esultanza collettiva dei semplici. Ma che dire dei guru e dei columnists celebrati? A sfogliare gli ‘speciali’ della grande stampa sull’uccisione di Belzebù i sintomi dell’Alzheimer si infittiscono. Copertine ditirambiche. Peana ed inni al trionfo di un Presidente Obama che ha finalmente cancellato l’inferiorità rispetto a quel formidabile Commander in Chief che in tuta pressurizzata da top gunner proclamò ‘Mission accomplished’ (ma 8 anni dopo l’Irak resta l’Irak). Ingiunzioni a tutti gli antipatizzanti del pianeta: ‘Pagherete come ha pagato Osama’. Compiaciute descrizioni del marasma preagonico dell’antiamericanismo. Eccetera.

Leggiamo a caso i titoli di uno ‘speciale euforia’. ‘Obama’s Winning Focus. In triumph, the president’s restraint served us well’. ‘No human’s death is ever a blessing. But this comes close’ ‘bin Laden death was preferable to capture’. ‘Pride of a Nation’. ‘So long since something so good has happened’. ‘The burden of victory’. E così esultando.

A noi sembra impagabile il concetto seguente: ‘America turns out not to be in decline after all; it remains the superpower envied by the world’. Non tanto per il ritenere che un’operazione di teste di cuoio abbia restituito un rango planetario che richiese due guerre mondiali, quarantacinque anni di duello potenzialmente nucleare, l’afflosciarsi dell’antagonista sovietico e la morte per cause naturali dell’ideologia comunista. Quanto perchè non è vero che ‘il mondo’ invidi la superpotenza. Abbastanza spesso, piuttosto, la compiange. Come non essere benevoli con un popolo che, pur di potenziare mensilmente la macchina bellica più pletorica della storia, rinuncia alla sanità di cui ormai godono i calmucchi?

Andiamo avanti ad elencare sintomi infausti. ‘Pakistan: a terrorist State. This time the facts on the ground speak too loudly to be hushed up’. Nostra domanda: il premio Nobel afroamericano farà anche una guerra per soggiogare il Pakistan? Non è stato sempre chiaro che il Pakistan è solidale coll’Islam, non col Dipartimento di Stato?

Altro sintomo di vanagloria: ‘COMMANDER IN CHIEF- The daring Bin Laden raid is being billed as the New Obama (but) He’s been itching to pull this trigger all along At last, Obama has escaped the shadow of Jimmy Carterism. Beneath its softer talk of values, Obama’s speech was shot through with steel’. ‘When (America ) leaders change history’. Ancora: “The value of Boldness”.

Infine l’ebbrezza militarista: “The coolest guys in the World”. Sembra il titolo di un film di guerra hollywoodiano, nel quale un platoon di Rangers tiene a bada un’intera Panzerdivision. Invece no, è il titolo di un servizio che spiega come i Navy Seals “proved themselves America’s top soldiers”.

Teoricamente il futuro potrebbe dare agli Stati Uniti una cornucopia di glorie e di vanti dei quali la storia è normalmente avara. Ma l’America brinda e inneggia come se la cornucopia ci sia già e straripi di doni. Nei bassi napoletani il parentado di Totò o di Eduardo aspettava che l’ambo uscisse, prima di festeggiare.

Dicono che di Alzheimer non si guarisce. E invece le lezioni della realtà potranno fare miracoli. Inoltre farà miracoli, su un paziente così patriottico e così invaghito del suo Commander in Chief, se quest’ultimo, appena rieletto, farà un discorso più storico degli altri. Se spiegherà agli americani che sono sì mediamente bravi, ma non superuomini.

Altrove un comandante in capo non debellerebbe l’Alzheimer. Negli USA, forse sì.

Anthony Cobeinsy

NORD E SUD D’ITALIA TRA IL 1861 E IL 1915

Ancora sul bilancio del 150°

Continuando il nostro discorso sui 150 anni di indipendenza e unità nazionale (vedi Internauta di aprile e maggio) e avvicinandosi il momento di tirare le somme, è lecito anticipare una prima conclusione, ancorchè piuttosto scontata e a rischio di sembrare scarsamente significativa. E’ vero infatti che il paese assurto a Stato nel 1861 ha beneficiato di una crescita economica, sociale, culturale, civile, ecc. forse persino straordinaria ma in ogni caso incontestabile. Un testo più che rispettabile (la “Storia facile dell’economia italiana” di C. M. Cipolla) parla di “progresso tutt’altro che trascurabile e a livello mondiale tutt’altro che comune”. Un progresso quanto meno materiale che, pur con un cammino spesso stentato, tortuoso e rovinosamente accidentato a più riprese, l’ha portato dalla condizione iniziale di povertà e generale arretratezza agli onori del G7 o G8, ossia all’ammissione nel ristretto (benchè ormai in via di impetuoso allargamento) club dei paesi più ricchi del pianeta.

E’ anche vero, tuttavia, che il mondo intero ha nel contempo complessivamente progredito, chi più e chi meno, chi prima e chi dopo, il che potrebbe ridimensionare alquanto i meriti dello Stato indipendente e unitario anche alla luce dei veri e propri primati che l’Italia divisa e spesso in mano straniera aveva potuto vantare in secoli più lontani dopo le glorie della romanità. D’altra parte, sembra difficile sostenere che le cose sarebbero andate ancora meglio se il Risorgimento non ci fosse stato, se non altro per la nota impossibilità di fare la storia con i “se”, benché qualcuno ogni tanto ci provi. Conviene dunque accontentarsi di ammettere senza difficoltà, sempre con Cipolla, che l’Italia unita “si è sviluppata meno dell’auspicabile, meno del possibile”, a causa di “errori di omissione e di commissione”, magari più gravi e copiosi che in altri casi.
L’attuale stato di relativo benessere nazionale, misurato da un PIL di cui oggi giustamente si invoca il rimpiazzo con diversi e più comprensivi indici ma che finora non aveva plausibili alternative, si deve senza dubbio soprattutto al “miracolo economico” del secondo dopoguerra. Ad un balzo quantitativo e qualitativo, cioè, compiuto in un periodo nel quale si è potuto avviare la ricostruzione di un paese devastato e prostrato con aiuti esterni senza precedenti storici (Piano Marshall) e procedere oltre, con ritmi di sviluppo molto elevati, in un contesto di cooperazione internazionale ugualmente inedita (processo integrativo dell’Europa occidentale). Il tutto malgrado la guerra fredda tra Est comunista e Ovest più o meno capitalista e semmai, paradossalmente, con l’indiretto favore di essa.

Tutti ben sappiamo che solo dopo il 1945 un paese prevalentemente agricolo si è convertito in grande potenza industriale mentre veniva praticamente eliminato l’analfabetismo da sempre preponderante. Meno numerosi sono probabilmente quanti ricordano che all’indomani delle celebrazioni del centenario si potè segnalare che per la prima volta nella sua storia nessuno vi soffriva più la fame. A conseguire simili risultati contribuì sicuramente un’insolitamente lunga assenza di conflitti armati, nonostante la permanente minaccia di trasformazione in calda della suddetta guerra fredda e il peso delle conseguenti spese militari, d’altronde per certi versi stimolatrici di sviluppo economico e tecnico-scientifico ancorché malaugurate.

Neppure gli otto decenni precedenti erano tuttavia trascorsi invano. Tra il 1860 e il 1915 il reddito nazionale era aumentato più del doppio, passando da 6.250 milioni a 14.300 milioni di lire-oro. Secondo certi calcoli, tra il 1870 (anno del completamento o quasi dell’unità nazionale) e l’inizio per l’Italia della prima guerra mondiale la ricchezza privata era cresciuta del 2,25% in media annua, salendo da 36 a 51 miliardi di lire a fine secolo (una stima del 1910, questa, che porta la firma dell’economista Spectator, cioè il futuro presidente della Repubblica Luigi Einaudi) e a 90-100 miliardi nel 1915. L’incremento della popolazione, nel frattempo, era stato inferiore ad un terzo, ossia da 26 milioni nel censimento del 1861 a 28 milioni in quello del 1871 e a 36 milioni e rotti in quello del 1911.

Dietro queste cifre si celava addirittura una sorta di mutazione genetica, se si deve credere a quell’economista francese che in un articolo pubblicato dalla “Revue de Paris” nel 1901 e intitolato “La renaissance économique de l’Italie” annunciava la demolizione di un pregiudizio corrente secondo cui “se si riconoscono al popolo italiano doti di sobrietà, tolleranza e laboriosità, gli si nega generalmente il senso degli affari, non lo si stima né pratico né intraprendente”. A suo avviso, il bilancio degli ultimi trent’anni attestava invece la “conquista di uno spirito attivo e pratico da parte di quello che fu il vecchio uomo italiano, artista, leggero, un po’ indolente”, per cui si doveva “riconoscere che l’unità fu di questo rinnovamento un fattore psicologico di primo ordine”.

All’alba del nuovo secolo, peraltro, il grosso dell’avanzata era appena cominciato. La progressione più vistosa avvenne nel quindicennio antecedente la prima guerra mondiale, quando la produzione industriale e gli investimenti raddoppiarono toccando punte di eccellenza tecnologica specialmente in campo militare (esportazione di incrociatori e vendita di licenze per sommergibili Fiat a Inghilterra e Stati Uniti) ma anche civile (automobili, cavi elettrici Pirelli, primato europeo nello sviluppo dell’energia idroelettrica). Il commercio estero si triplicò pur permanendone il saldo negativo causato dall’accresciuto fabbisogno di materie prime, e proseguì a ritmo accelerato il rafforzamento delle infrastrutture. Nonostante gli oneri straordinari per una serie di catastrofi naturali, culminate nel terremoto di Messina, migliorarono persino i conti statali consentendo un secondo ripristino della convertibilità della lira, che giunse a far premio sull’oro, e l’alleggerimento del debito pubblico.

Non mancarono neppure sensibili progressi in campo sociale, sotto la crescente pressione del movimento sindacale e cooperativo, con annessi scioperi e rivolte, e del movimento socialista, avvantaggiato dalla democratizzazione del sistema elettorale coronata dall’adozione del suffragio universale maschile. Si estese la legislazione sociale e aumentò la remunerazione del lavoro compreso quello rurale; grazie ad una produzione agricola finalmente in ripresa i contadini ottennero incrementi salariali in alcuni casi da una lira al giorno fino a tre o cinque. L’agricoltura, malgrado il suo peso, rimase tuttavia la cenerentola dell’economia nazionale, con il latifondo sempre predominante al sud e una bassa produttività generale, benché non si potesse più parlare di ignoranza o trascuranza del problema. Se è vero infatti che prima i deputati si annoiavano ad occuparsene, le ormai numerose, appassionate e spesso accurate inchieste l’avevano imposto all’ordine del giorno.

Nonostante la crescita, il reddito pro capite italiano restava ancora inferiore a metà di quello francese, ad un terzo di quello inglese e di poco superiore ad un quarto di quello degli Stati Uniti. Il divario tendeva però a ridursi, mentre era certamente più grave il fatto che, pur essendo già ben aperto e vivace il dibattito nazionale sulla “questione meridionale”, tendeva semmai ad ampliarsi quello interno tra Nord e Sud. Lo sviluppo industriale privilegiava quasi esclusivamente il settentrione e in particolare il triangolo Milano-Torino-Genova, cosicchè anche quello delle comunicazioni e trasporti favoriva soprattutto lo smercio al sud della produzione manifatturiera del Nord, solo parzialmente controbilanciato dal flusso inverso di prodotti agricoli. L’industrializzazione, largamente propiziata da un protezionismo penalizzante invece per l’agricoltura del Sud, consolidava così quello che il meridionalista radicale De Viti De Marco bollava come un rapporto di tipo coloniale tra le due parti del paese.

Il Mezzogiorno, in effetti, dopo avere subito il sequestro piemontese delle cospicue risorse finanziare accumulate (e d’altronde tesaurizzate piuttosto che valorizzate) dal governo borbonico e utilizzate per riassestare l’erario del nuovo regno dissanguato dai costi delle guerre d’indipendenza, era stato danneggiato economicamente anche dall’imposizione di un sistema amministrativo e fiscale centralizzato, indiscriminatamente pesante e quindi oggettivamente vessatorio. Il conseguente deterioramento o quanto meno insufficiente miglioramento delle condizioni di vita trovava rimedio solo nell’emigrazione, inizialmente alimentata quasi per intero dai piemontesi e veneti diretti in Francia e Austria ma divenuta di massa dopo la metà degli anni ’70, quando milioni di meridionali, indigenti e per lo più illetterati, cominciarono a cercare fortuna soprattutto nelle Americhe.

Ancora nel 1909 (anno in cui, pare, aspirò a varcare l’oceano per sfuggire alla disoccupazione anche Benito Mussolini), su un totale di 625 mila emigranti in varie parti del mondo, poco meno della metà (309 mila) provenivano dalle regioni del defunto reame delle due Sicilie. Secondo qualche studioso meridionalista, questo esodo quasi biblico, e naturalmente doloroso sotto vari aspetti, contribuì in modo determinante alla scomparsa del brigantaggio (reale o cosiddetto) e quindi al miglioramento dell’ordine pubblico, con effetti benefici anche per il bilancio dello Stato. Quanto poi alla massa a lungo imponente delle rimesse degli emigrati, grazie ad esse (citiamo ancora Cipolla) non solo “l’industria del Nord fu finalmente in grado di importare le materie prime e i macchinari di cui aveva bisogno” ma esse “permisero altresì all’Italia di ricomprare quasi interamente il debito pubblico che era nelle mani degli stranieri”.

Hanno dunque ragione i meridionalisti di allora e di oggi di mettere sotto accusa lo Stato unitario per il trattamento ricevuto per molti decenni, almeno fino al 1945, dalla porzione del paese più handicappato in partenza? In parte certamente sì, ma solo in parte, perché della gestione di quello Stato, bene o male democratico, assunsero ben presto la corresponsabilità anche i rappresentanti del Meridione. In uno scritto del 1900 il lucano Francesco Saverio Nitti rilevava che, fino ad allora, dei 174 uomini che avevano esercitato una o più volte funzioni di ministro, solo 55 erano del Sud contro i 47 del Piemonte, 19 della Lombardia e 14 della Liguria. Il confronto, per la verità, non appare così sfavorevole alla rappresentanza meridionale, tenuto conto di come era nato il nuovo Stato e del progressivo aumento della quota dei ministri del Sud inclusi i presidenti del Consiglio, che sarebbero diventati 5 contro 10 del Centro-nord, dopo il 1900 e prima dell’avvento del fascismo, con l’aggiunta di Salandra, Orlando e lo stesso Nitti a Crispi e Di Rudinì.

Nitti lamentava inoltre che “il governo delle province, prefetti, intendenti di finanza, generali, ecc., è ancora adesso in grandissima parte nelle mani di funzionari del Nord”. Ma anche qui il rapporto stava rapidamente cambiando avviandosi anzi a rovesciarsi, come ben si sa, nel corso del ventesimo secolo, per ciò che riguarda, oltre all’apparato burocratico in generale, la magistratura, e in misura crescente anche altri settori chiave come quello bancario. Nitti riconosceva d’altronde che se il rapporto Nord-Sud si presentava nel suo complesso così sbilanciato e quindi insoddisfacente ciò avveniva “soprattutto per colpa stessa dei meridionali”, cioè di una loro classe dirigente priva di educazione politica, impegnata sì in politica ma nel senso deteriore di questa, dotata di una morale pubblica “molto scadente” per cui “spesso la politica voleva dire corruzione e sopraffazione”. E specificava infine che “soprattutto dopo il 1876 l’Italia meridionale è stata considerata come il paese destinato a formare le maggioranze ministeriali”: una discreta allusione, che altri meridionalisti tramutavano in aspra denuncia, alla prassi della compravendita di deputati, in largo anticipo sull’odierno scilipotismo.

Nato in Basilicata, la “più povera terra del Mezzogiorno”, Nitti scriveva che “gli abitanti di quella regione sono ritenuti abili, poiché alcuni di essi sono stati prefetti, altri ministri; si dicea che molto avessero avuto dallo Stato. Ma tutte le volte che ho traversata questa terra, triste, solenne, povera, io mi son chiesto: in che cosa ella è stata abile?” . Come dire che il fatidico ingresso nella “stanza dei bottoni” non era mancato, ma risultava deludente come sarebbe stato quello dei socialisti di Nenni nel secondo dopoguerra. Il che non impediva comunque allo statista lucano di ammettere l’impossibilità di “negare che dopo il 1860 l’Italia abbia molto progredito: le province si sono aperte alla civiltà; la coscienza generale si è elevata; il popolo soprattutto è più libero e ha sentito la possibilità di una vita migliore…la carta della civiltà avea nel Mezzogiorno grandi spazi bianchi, che si vanno sempre più riducendo”.

Il bilancio di fine secolo, malgrado tutto, non suonava dunque fallimentare, e tanto meno quello dei cinque lustri successivi, descritto anche molto più tardi, da fonte competente, in termini di “serena economia di pace, in cui si parlava di equilibrio, di rosee previsioni, di sicurezza nell’avvenire”. Un ottimismo retrospettivo, questo, sostanzialmente condiviso da Benedetto Croce, il quale, dopo avere registrato con compiacimento che “così si viveva e si lavorava e si prosperava, in Italia come in Europa”, aggiungeva però “movendosi tranquilli sopra un terreno tutto minato”. Ma della prima guerra mondiale e del fascismo ci occuperemo nella prossima puntata.

Franco Soglian

REFERENDUM, LA RIFORMA DEL QUORUM RESTA NECESSARIA

Era dal 1995 che un referendum in Italia non raggiungeva il quorum del 50%+1. Ce l’hanno fatta i quattro quesiti su acqua, nucleare e legittimo impedimento, con un’affluenza che è arrivata al 57%. Schiacciante la vittoria dei “sì”.

Per quanto riguarda il merito dei quesiti, traspare un rifiuto diffuso nel popolo italiano dell’energia nucleare. Probabilmente è stata l’ondata emotiva dopo l’incidente di Fukushima a portare la gente a votare, e non un calcolo razionale costi/benefici nel medio periodo della tecnologia nucleare di terza generazione.

Allo stesso modo pare evidente la preferenza per l’acqua pubblica. Gli sprechi e i malfunzionamenti della rete idrica nazionale sono sotto gli occhi di tutti, ma l’affidamento ai privati senza garanzia di un effettivo miglioramento è uno strumento giudicato inefficace dalla volontà popolare.

Resta infine il legittimo impedimento. Questo quesito era il più “politico” dei quattro, quasi una sorta di voto sulla legislazione ad personam che Berlusconi ha imposto al Paese negli ultimi anni. Non ha rilevato che la Corte Costituzionale avesse già azzoppato il legittimo impedimento. Non è servito nemmeno dire che di qui a pochi mesi sarebbe scaduto. Il referendum ha reso manifesto un sentimento di insofferenza nei confronti di Berlusconi, anche nel suo elettorato, che covava da mesi. Basta mignotte e lenoni, basta leggi su misura, basta attacchi ai giudici, in patria e all’estero. La dittatura delle toghe rosse è solo un’ossessione del Presidente del Consiglio. Gli Italiani si sono stufati, e la maggioranza parlamentare, a furia di inseguire un cavallo sempre più pazzo, ora è minoranza nel Paese.

Ma veniamo a una questione di metodo. Il superamento del quorum dopo tanti anni rischia di far scomparire la discussione sulla riforma dello stesso.
Non è pensabile fare affidamento sulle sciagure naturali per far funzionare l’unico strumento reale di democrazia diretta previsto dalla Costituzione. Una modifica è necessaria. I referendum falliti negli ultimi anni hanno pagato dazio all’astensionismo fisiologico (anche per questo la recente vittoria è straordinaria) più che non ad un’effettiva avversione ai quesiti proposti. Sosteniamo allora la proposta per cui si vuole calcolare il quorum non sugli aventi diritto, ma sui votanti alle ultime elezioni politiche (o su una media delle ultime consultazioni nazionali). Sperando che il rischio di un più facile (e onesto) raggiungimento del quorum spinga i contrari ad andare a votare “no”, ridando finalmente vita e senso all’istituto referendario.

T. C.

UN MANTRA EBETE: INVESTIRE DI PIÚ

Ho voluto ascoltare con un sovrappiù di attenzione i dibattiti tra esperti su due futuri: dei giovani che fanno l’università e dell’industria pesante nazionale (partendo dalla débacle della cantieristica). In realtà nessun dibattito. Una proposta unanime: lo Stato investa. Sola divergenza, alcuni chiedono “più” (investimenti), altri “molto di più”.

La Fincantieri non ha ordini, soprattutto perché il mercato internazionale è fermo da anni, e quando si muoverà si rivolgerà ai coreani (30 anni fa erano neofiti della costruzione navale e oggi primeggiano, oltre a tutto con prodotti della qualità più alta) e ai cinesi (40 anni fa non costruivano navi, oggi puntano al primato). La domanda armatoriale europea era il 30% di quella mondiale, ora è il 4%.

La soluzione che si addita per Fincantieri, la sappiamo: investire di più per salvare l’occupazione e non disperdere professionalità. Ossia, produrre navi per le quali non ci sono compratori. Per la cantieristica militare il discorso è un po’ diverso: però, a parte che è vituperevole, dipende da eventuali ordini del Pentagono. Qualcuno suggerisce a Finmeccanica una joint venture con cinesi o coreani o russi: ma la Fiom si opporrà di nuovo, salvo che il partner straniero rinunci a far bene i conti. A Fiom piacerà di più la seguente pensata: l’Eni, cioè lo Stato azionista anche di Fincantieri, si faccia una propria flotta, ordinandola a Monfalcone, sede di Finmeccanica. La proposta è sempre ‘investire’.

Per la disoccupazione dei giovani con laurea, la linea generale non cambia: investire in istruzione e ricerca. Inutile segnalare che l’investimento c’è stato già, visto che gli atenei hanno proliferato e che studenti, professori, viceprofessori e borsisti si sono moltiplicati N volte. Non importa, va investito nell’intelligenza: come se ogni iscritto all’università, magari a Lettere, prometta svolte copernicane e brevetti che vadano a ruba e invertano il declino dello Stivale.

Naturalmente “Investire di più” è il grido che, oltre a levarsi da quasi tutti i settori produttivi, si alza anche da quelli un tempo pù timidi: musei, scuole, cinema, teatro, istallazioni dell’avanguardia, musica, festival estivi, aiuti ai popoli poveri, forze di polizia, difesa dell’ambiente, difesa dei confini, guerre per la democrazia, formazione della classe politica. Giorni fa, nell’illustrare il rilancio di un foglio di partito, il suo amministratore ha annunciato come verità ovvia che esso godrà del finanziamento pubblico. Lungi dal pagare da ciò che saccheggia almeno la propria stampa, la classe politica meglio remunerata e più ladra d’Occidente passa la fattura a Pantalone. Da anni si impongono sacrifici ai cittadini, ma la classe politica, il nostro Mubarak collettivo, non accetta nemmeno un piccolo taglio simbolico. Anzi. Il giurista Pietro Ichino ci ricorda oggi che esiste un extra parlamentino di 120 membri, il Consiglio nazionale dell’Economia e del lavoro, che ha funzioni zero e costi non bassi. Ai giornalisti di regime il Mubarak collettivo fa sostenere che sventrando i costi e i furti della politica si farebbero risparmi irrisori. Logico: tali giornalisti sono fatti della stessa pasta di quelli un tempo inquadrati dal Minculpop.

Per le troppe lauree la sonata è la stessa: impossibile sacrificare tante risorse di intelligenza: bisogna investire. Come se ogni iscritto all’università, magari a Lettere, prometta svolte copernicane e brevetti che andranno a ruba, così invertendo il declino nazionale. A fare la somma di tutte le richieste, l’aritmetica non avrebbe abbastanza zeri, dunque dovremmo investire anche in zeri. E sia, diciamo che la mano pubblica deve farsi carico di tutto, come se lo Stivale intero più le isole sia stato travolto da uno tsunami. Chi si opporrà a salvare la Patria, per di più nel suo sesquicentenario?

Tuttavia: che risorse possiede la Patria? Non un euro che non sia già impegnato. Allora onestà vorrebbe che si dicesse: non lo Stato ma tutti noi abitatori dello Stivale investiremo, esigendo di pagare più tasse. Per completezza occorrerebbe aggiungere -in realtà premettere- che solo una società pentita del benessere e convertita a un mezzo socialismo accetterebbe di iperinvestire.

Io, per dire, accetterei. Non per salvare i jobs della cantieristica né per finanziare cinema, teatro, sport, eccetera. Bensì per garantire un assegno alimentare minimo a tutti i senza lavoro. Il lavoro sarà sempre meno base e condizione dell’esistenza; dove ci saranno figli la collettività dovrà dare loro l’essenziale. Forse dovremo regredire tutti agli stenti di un tempo, quando salire su un tram era un piccolo lusso. Altro che elettronica di consumo e Suv.

Il benessere di oggi e la idolatria del Pil sono stomachevoli (in Internauta di maggio leggere la stringente argomentazione dell’economista Gianni Fodella contro il “Dio Pil”). Cominciamo a svezzarci dal latte tossico degli alti consumi. Disgustiamoci del restare prigionieri nel porcile di Circe.

JJJ

UNA COSTITUZIONE DI FANFALUCHE

Quante volte, a leggere i Comandamenti (o le vacuità) della Costituzione; peggio, ad essere afflitto dai ditirambi in lode di Essa, ho invidiato i francesi della Terza Repubblica: se ne avevano voglia si prendevano il gusto d’essere legittimisti, cioè nemici della République, cioè monarchici. Ma ogni volta mi sono zittito. La monarchia non può che essere una bizzarria. Invece la repubblica è una cruda necessità, come i sanitari del bagno. Un alloggio senza sanitari, si concepisce?

Però la repubblica non si prenda troppo sul serio. Non portò bene à la République il culto di Marianna (un busto Belle Epoque in ogni municipio; sappiamo come finì nel ’40). E la nostra Costituzione si dia meno arie. Se vorrà adottare un feticcio tipo Marianna, propongo uno scaldabagno. Senza dubbio altrettanto noiosi/inoperanti sono gli statuti delle altre nazioni, per non parlare dell’ONU, dell’Unione Europea, mettete voi altri consessi. Però la nostra Magna Carta è singolarmente velleitaria oltre che faziosa. Infatti la esalta solo la fazione De Benedetti, altrettanto idealista e virtuosa quanto quella di Arcore.

Che vogliono dire, di utile, principi ‘fondamentali’ quali (art.1) “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” quando è sostenibile che essa sia pluto-cleptocratica. E quando molto più decisivi del lavoro sono i capitali, la nascita, le conoscenze, le appartenenze, le protezioni, le collusioni, nonché il puro e semplice caso? Che vuol dire “la sovranità appartiene al popolo” quando il popolo può solo scegliere, ogni tanto, a favore di quale delegato-padrone spogliarsi della sovranità?

Che vuol dire, art.2, “La Repubblica richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale? Né a me né a voi essa Repubblica ha richiesto alcunché. Né avremmo adempiuto, non foss’altro che per non conoscere i ‘doveri inderogabili’.

Un art.3 assegna alla Repubblica “il compito di rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini”. In effetti mi sento uguale al cittadino De Benedetti, al cittadino Berlusconi, ad ogni altro cittadino tycoon. Però, per scrupolo, domandiamolo ai precari, ai disoccupati, agli handicappati: quando hanno visto rimossi gli ostacoli “che impediscono il loro pieno sviluppo”?

L’art. 4, poi, rasenta anzi strofina il comico quando ingiunge “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. In realtà è molto più facile trovare l’ago nel pagliaio che un disoccupato, tanto è divenuto effettivo il diritto art.4. Guai ad aver bisogno di un lavoratore. Non lo trovi. Gli USA hanno jobless il 9%, i giovani spagnoli il 45% ma in Italia, ‘in Italia (canta Leporello) mille e tre’ di numero. La percentuale risulta bassissima grazie al dettato costituzionale.

Forse ancora più lunatico, il comma III dell’art.10 impone allo Stivale di dare asilo allo straniero “al quale sia stato impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana”. Attenzione: asilo non allo straniero che faccia la fame, ma a quello delle contrade del globo dove la Costituzione del 1948 non sia arrivata. Ho capito bene, i Padri e i Nonni Costituenti ci hanno fatto carico di accogliere quasi tutti i popoli del pianeta?

Visto che l’art.11 statuisce “l’Italia ripudia la guerra”, è chiaro che, se abbiamo contingenti armati in una dozzina di conflitti (compresa una Libia in cui spariamo sì missili, però poco pericolosi, quasi grossi spumoni), è stato per una serie di sviste della Consulta. Le è sfuggito, può capitare a tutti, che spariamo e a volte ci rimettiamo eroici alpini. Presto Napolitano -comandante in capo delle Forze Armate in forza dell’art. 83- richiamerà i contingenti. Che vi viene in mente, che si disattenderà il Principio Fondamentale n.11?

Mi danno fiducia altre promesse di detti Padri e Nonni. Art.34: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze”. Questo è vero: il campus del MIT e quello di Shanghai formicolano di nostri capaci e meritevoli tenuti lì da ‘assegni alle famiglie’. Mai sentito parlare di assegni alle famiglie? Affare vostro. Laddove, art.36, “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione (…) in ogni caso sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa’.

Art.46: “Diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende”. Balbettante, balbuziente com’è questo accenno alla nostra Mitbestimmung, in un sessantennio abbondante non ha avuto la benché minima applicazione.

Art.50. C’è poco da ridere, voi qualunquisti: “Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere”. Si sa che le Camere sono attentissime ad esaudire i cittadini: basterebbe che lo chiedessero apposite petizioni, e le Camere si abolirebbero stipendi, diarie, pensioni e saune agevolate, in più restituirebbero i miliardi percepiti dalla notte dei tempi e si scioglierebbero.

Art.52: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”. Suona come un dovere di quando si usciva dalle trincee al grido ‘Savoia’? Beh sì, gli audaci novatori costituenti hanno ribadito chiodi vecchissimi sulla croce del patriottismo, chiodi cui dobbiamo le guerre del glorioso sesquisecolo tricolore. E invece morire e uccidere per la Patria non è affatto sacro dovere. Lo attesta, per dirne una, l’avvenuto passaggio all’esercito di mestiere.

Il 2 giugno del 150° un mezzobusto della Radio, Terzo programma of course, ha sillabato con voce rotta dalla commozione, forse con guance rigate di lacrime, i Principi fondamentali della Costituzione. Chissà perché era così emozionato. Mettiamo pure che essi Principi vadano equiparati alle Tavole della Legge mosaica. Chi si sente di affermare che abbiano mai mosso i cuori e le menti, né al livello degli oligarchi, né a quello delle turbe sovrane (art.1, secondo comma)?

La Repubblica, ribadiamo, è altrettanto indispensabile quanto i sanitari. Ciò non toglie che un libretto d’istruzioni sui sanitari non andrebbe letto nel pathos. Così è per la Costituzione, si dia meno arie I suoi precetti sono perentori, ci ammutoliscono nella riverenza. Però ancora di più contano le cose fatte nel concreto dal 1948, in perfetta noncuranza per le Tavole mosaiche.

Cose poco onorevoli, se abbiamo la peggiore realtà politica d’ Occidente.

l’Ussita

NON RIMPIANGERE LA CULTURA LIBERALE O QUELLA DEMOCRATICA

Vi disgusta il capitalismo virulento, reso tossico dall’immoralità dei suoi gestori, berlusconiani o no? Ve lo dà la democrazia delle elezioni, appaltata ai gaglioffi che ci adescano dai manifesti.

Vi disgusta il sinistrismo, sincero solo nelle frange lunatiche e per il resto, sotto la regia di DeBenedetti e Santoro, perfettamente falso? Ve lo dà la democrazia delle elezioni, appaltata come sopra. Dunque non ci libereremo mai del capitalismo/consumismo se non volteremo le spalle alla democrazia delle elezioni. Le sue urne sono il vanto di un Occidente sclerotico: il non-Occidente va dimostrandosi sempre più reattivo, vitale e indifferente alle glorie dell’elettoralismo.

Questo discorso vale in generale per l’intero campo demo-plutocratico, rassegnato ai riti e ai misfatti parlamentari. Ma le situazioni non sono le stesse. I francesi furono vaccinati da Charles De Gaulle contro la malattia di rispettare i partiti e i loro lestofanti. Gli inglesi sono troppo sgomenti per la fine della loro grandezza per porsi problemi. I tedeschi e gli spagnoli trangugiano tutto pur di non rivivere vicende tragiche. Gli americani non contano, screditati per troppo patriottismo guerrafondaio.

Per gli italiani sarebbe diverso. Nei millenni inventarono molto più degli altri: dall’imperialismo efficiente di Roma -l’opposto di quello americano- al Rinascimento gestito, oltre che da Firenze, da papi satanici; dall’opera lirica al fascismo. Sarebbe giusto che gli italiani, oppressi dal peggiore dei sistemi moderni, fossero primi assoluti a sperimentare la politica senza politici.

“Berlusconismo e antiberlusconismo -ha scritto Piero Ostellino- sono due facce della stessa medaglia: lo scomparire della cultura borghese. Nel 1922 ci fu una frattura, Mussolini. L’antica borghesia era ricomparsa nel 1948 con Luigi Einaudi e Alcide De Gasperi. Ma la borghesia “democratica” che le succedette trasformò le conquiste della democrazia liberale nell’occupazione dello Stato da parte dei partiti”. E infine: “Che nella storia agisca una ‘potente razionalità generatrice di progresso’ è falso. Ciò che oggi la nostra borghesia sa esprimere è il berlusconismo e l’antiberlusconismo. Poco davvero per chiamarlo progresso”.

Non è detto che la cultura borghese fosse tanto benemerita, se consentì allo stupro oligarchico dello Stato. E se a fini di laicismo e di modernità ha retto il sacco alla rapina e alla dissacrazione. Ostellino dovrebbe ammettere che berlusconismo/antiberlusconismo sono il prodotto inevitabile dello stesso scadimento etico ascrivibile anche al liberalismo borghese, spregiatore delle virtù e dei contrappesi di un tempo meno progressista e più ‘timorato di Dio’. Che cultura di retaggio è una che si fa imporre, p.es., il Gay and Lesbian Pride? Ad ogni modo il cuore del problema è, ha ragione Ostellino, nel fatto che la “borghesia democratica ha consegnato lo Stato ai partiti”. In che modo lo ha fatto? Ecco il modo: la democrazia delle elezioni genera i peggiori -i professionisti della politica- e i peggiori saccheggiano e devastano.

Da qualche tempo si fa strada l’opinione che il Giappone declini come l’Italia (Internauta ne riferiva un mese fa: “Il Giappone nanizzato”), ma che il cataclisma di Fukushima abbia rivelato la grandezza d’animo dei nipponici al tempo stesso che la mediocrità dei loro governanti. Ne deriva, di necessità, che il Giappone si salverebbe in fretta se al posto dei suoi dirigenti mettesse piccoli campioni di una cittadinanza eccellente, espressi non dalle urne -congegni di truffa inventati dai politici- bensì da qualche segmento di democrazia diretta. Non c’è la prova provata delle alte qualità della gente, contrapposte alle carenze di un Establishment composto di politicastri, affaristi e burocrati?

Nessuno può affermare che la nazione italiana sia migliore dei suoi politici allo stesso grado che la nazione nipponica è migliore della sua presunta élite. Ma i politici italiani, destra o sinistra non conta, sono talmente peggiori, più cariati e più ladri, dei loro colleghi internazionali, che non sarà difficile migliorare se un giorno l’uomo della strada si sostituirà (sfasciate le urne e trovato un congegno di democrazia neo-ateniese) agli appaltatori delle elezioni e dei partiti. Molti tra noi siamo più onesti dei politicastri. Dovendo scegliere tra un portaborse e uno/una del volontariato, da chi comprereste un’auto usata?

A.M.C.