SPAGNA: Piazze antisistema

E’ presto, forse, per vedere la madrilena Puerta del Sol, nera di giovani, altrettanto insurrezionale quanto le piazze della rivoluzione araba. Anche se Felipe Gonzales, il padre nobile della partitocrazia all’italiana, a lungo capo del governo e dunque massimo bersaglio dell’antipolitica, ha commentato che il fenomeno “sigue la estela” delle rivolte del mondo arabo (così come i Re Magi seguirono la Stella per raggiungere Betlemme). Nel capire e persino elogiare l’ammutinamento cominciato il 15 maggio Felipe fa l’elder statesman. Legittima, o mostra di legittimare, l’ammutinamento: “Dicono che votare non vale niente” “Reclamano una cittadinanza permanente e non solo ‘de voto’. E’ sensazionale che i politici importanti hanno accuratamente evitato di attaccare i manifestanti (a parte Mariano Rajoy. capo dell’opposizione conservatrice, il quale ha borbottato: ”lo facil es criticar a los politicos”). Il presidente Zapatero è stato pieno di rispetto per gli Indignati. Esperanza Aguirre ha additato il significato antisistema degli avvenimenti nelle piazze delle grandi città. Inaki Gubilondo ha deplorato il ‘narcisismo dei partiti” e affermato che dovranno rifondarsi.

E’ presto, dicevamo, per presagire grosse svolte. Non è presto, invece, per constatare che gli Indignati spagnoli hanno precorso in inventiva i coetanei italiani, i quali finora hanno solo trasferito voti dai partiti tradizionali a un partito potenziale, restando ostaggi della malapolitica. I gridi di battaglia spagnoli sono più netti: NO LES VOTES, Un politico vale l’altro, La democrazia deve essere reale e non consistere nelle elezioni.

Finito il franchismo, la Spagna imboccò in spirito d’imitazione la via della combutta all’italiana, vituperevole all’estremo soprattutto in quanto fatta per degenerare in corruzione sistemica. Oggi Puerta del Sol è una rettifica, un inizio di redenzione.

Gli italiani, che nei millenni inventarono tante formule di civiltà, non sono stati all’altezza del loro passato. I nostri giovani non si sono ancora spinti oltre posizioni vagamente trasgressive, mai eticamente superiori alle trasgressioni di Arcore e Montecarlo. Invece i giovani spagnoli sembrano avventurarsi in territori inesplorati, col coraggio che fece grandi gli avventurieri delle conquiste, partiti soprattutto dall’Estremadura. Il territorio della nuova Conquista è, a lume di logica (ma lo affermano implicitamente i rivoltosi), quello della democrazia diretta e non delegata; della politica senza politici di professione e senza partiti e massonerie di potere.

Non è affatto da escludere che il movimento perda slancio, tanto potente è la forza d’inerzia e tanto trepida non può non essere la vocazione rivoluzionaria in un paese che combattè la più aspra e la più nobile delle guerre civili.  E’ acquisita ad ogni modo l’audacia concettuale di rifiutare finalmente l’impostura elettorale. Forse i giovani di Puerta del Sol inventeranno o almeno cercheranno un congegno di democrazia diretta che abbia senso nel XXI  secolo. Forse sarà affine al congegno neo-ateniese e randomcratico che alcuni di noi di “Internauta” proponiamo con convinzione assoluta. Più appare un’ubbia, più futuro ha.

A:M:Calderazzi



L’ISLAM IDEOLOGIA DI GIUSTIZIA

La crociata contro la Libia o l’uccisione di Osama bin Laden (coi comici cori di giubilo intonati nei tinelli americani) non devono distrarre dalle terribili realtà dei popoli troppo numerosi e troppo poveri. In questo senso sono da meditare le riflessioni di P.G. Donini, accreditato studioso dell’Islam: “Il fallimento dei modelli tutti di genesi straniera, tutti elaborati da intellettuali reduci da scuole dell’Occidente, lasciava automaticamente spazio all’unica alternativa rimasta: l’Islam come ideologia di giustizia e modello d’organizzazione delle società”. In un libro Il mondo islamico pubblicato da Laterza nel 2003, Donini chiamava per nome tali modelli tutti stranieri, tutti falliti: “Illuminismo, liberalismo, marxismo, lotta di classe, gestione della risorsa petrolio, American way of life”. E precisava: “L’eclissi di partiti, movimenti e modelli laici a vantaggio di un’interpretazione islamica del mondo e della storia è all’origine del proliferare di movimenti chiamati in Occidente integralisti e fondamentalisti. Sarebbe più giusto definirli di islamizzazione o re-islamizzazione”.

Concetti come questo aiutano a capire perché nell’autorevole libro che citiamo ci sia poco spazio per gli imperativi di democrazia, libertà e diritti umani, che crediamo di assegnare alla rivoluzione araba. Il Donini spiega la rimonta dell’Islam con la centralità della questione sociale: nessuna delle nostre ideologie, non in particolare il marxismo e il capitalismo, sa dare pane e giustizia a centinaia di milioni di credenti o semicredenti. Invece, all’atto pratico e nonostante secoli di inosservanza e di tradimenti, è più credibile uno dei pilastri dell’Islam, l’elemosina: “non un atto volontario di carità ma un vero e proprio obbligo giuridico (…) il riconoscimento di un diritto che i poveri hanno sui beni di chi sta meglio di loro. (…) Il ripristino totale del dovere dell’elemosina, più spesso violato che rispettato dai ricchi e dai potenti, è tra le rivendicazioni dei movimenti di militanza islamica”.

Ancora: “Se il cristianesimo si può definire la religione dell’amore per il prossimo, l’Islam va considerato la religione della giustizia”. Se, argomenta Donini, i Fratelli Musulmani negli anni Venti del Novecento rappresentarono una svolta, e oggi grandeggiano nelle prospettive, è perché alle parole d’ordine del nazionalismo sostituirono quelle di natura islamica, espresse dai bisogni reali del popolo. Contro l’inefficace riformismo dei ceti alti e degli occidentalizzanti i Fratelli Musulmani predicarono i valori tradizionali, che la rivoluzione araba di oggi verosimilmente riscopre. Forse che le masse dellì’esplosione demografica possono curarsi di Adam Smith e di Marx? Il fondamentalismo ha allargato il fossato tra le classi medio-alte, che aspirano all’ occidentalizzazione, e le masse sulle quali l’estremismo religioso esercita una presa crescente.

Altro giudizio: l’unica alternativa ai Fratelli Musulmani è stata spazzata via, “sconfitta più dagli errori commessi a Mosca e nelle segreterie dei vari partiti comunisti dei paesi arabi che dalla vittoria degli Stati Uniti nella guerra fredda”.

Logico per Donini il collegamento con situazioni specifiche come quella dell’Algeria. Lì le tensioni cruente che l’hanno attraversata a partire dall’ottobre 1988 vennero classificate come fanatismo religioso. E invece sono state la risposta del popolo alla mancanza di lavoro, alla corruzione imperante nel partito di regime, “autolegittimatosi come protagonista della lotta di liberazione” . La rivolta del 1988 “scoppiò un’estate che interi quartieri rimasero senz’acqua, mentre i rampolli della nomenklatura sguazzavano nelle piscine dei quartieri alti. Non furono gli strateghi e i tattici del Fronte islamico di salvezza a far esplodere la protesta. Esplose spontanea”.

A questo punto, rileva il Donini, “L’esperimento tentato in Iran intendeva dimostrare che esiste una via islamico allo sviluppo (…) Khomeini si proponeva di costruire una società più egualitaria, più amica dei diseredati, capace di moderare i consumi, combattere gli sprechi e ripartire più equamente le risorse, in particolare attraverso l’elemosina canonica (…) L’Iran continua a rappresentare per la maggior parte dei musulmani un esempio esaltante”. Laddove, constatiamo noi (ma di fatto anche Donini), l’Occidente crede di poter condannare il khomeinismo come pura e semplice aberrazione.

I gruppi al potere nei paesi arabi derivavano la loro legittimità dalle antiche vittorie contro il colonialismo. Oggi hanno perduto tale legittimità, visto che ai loro popoli hanno dato troppo poco: hanno dato gli orpelli del prestigio nazionale, il vuoto vanto della sovranità e molti altri falsi conseguimenti: Oggi che la sfida è il pane, o se si preferisce un principio di benessere, falsi risultano i traguardi additati salla mentalità occidentale: libere elezioni, democrazia, diritti, svilimento dei valori antichi, progresso, trasgressione. E’ certamente centrata l’obiezione dell’esecrato ayatollah Khomeini: “E’ forse mandando in parlamento quattro donne che si consegue il progresso?”

Donini: ”Al contrario di quanto si pensa in Occidente, l’Islam è profondamente democratico, ma è anche profondamente restio ad occuparsi di politica (…) Più che affermare che al mondo islamico questa materia “sfugge” affermerei “non interessa”. All’Islam interessa una sola categoria: praticare l’Islam. Come sappiamo, l’Islam non è solo fede religiosa. La fine delle ideologie occidentali ha dato una rilevanza inedita ai fattori etnico-religiosi”.

l’Ussita

La Moratti e Berlusconi in versione forcaiola

Su una cosa Berlusconi ha sempre avuto ragione: l’odiosità dei processi mediatici. Non tanto per il suo caso, infangato da leggi ad personam e porcherie giuridiche di ogni sorta, quanto per i comuni cittadini coinvolti in casi di interesse pubblico.

Vige la comprensibile, ma non per questo meno odiosa, abitudine di dare un risalto enorme alle accuse, all’avviso di garanzia, ad eventuali condanne intermedie, e minimo alle successive assoluzioni, magari intercorse a distanza di mesi o anni. In questo modo la vita delle persone coinvolte viene rovinata, buttata in pasto alla folla, senza troppo interrogarsi sulle ripercussioni di un tale trattamento. Rovinata la famiglia, rovinati gli amici, rovinato il lavoro, la reputazione, la stabilità psicologica e via così.

La battaglia perché questo sputtanamento sulla pubblica piazza venga se non terminato, almeno ridotto, è l’unica battaglia del centrodestra che, da garantisti, non si può non sottoscrivere.

Eppure a 72 ore dal silenzio elettorale, a 27 secondi dalla fine del dibattito televisivo, Letizia Moratti ha scelto dare un calcio a quel poco di giusto che era rimasto nel patrimonio politico della sua fazione, ed ha accusato il suo sfidante, Giuliano Pisapia, di essere stato condannato per furto di un furgone utilizzato a fini di sequestro di persona e violenza.

L’accusa si è dimostrata falsa nel giro di pochi minuti. L’assoluzione, non per amnistia (come invece accadde a Berlusconi per la falsa testimonianza circa la sua appartenenza alla loggia P2) ma per non aver commesso il fatto, è stata prodotta e pubblicata immediatamente.

Ma invece di doverose scuse per il macroscopico errore, o quantomeno per la caduta di stile, il sindaco Letizia Moratti ha rincarato la dose, subito spalleggiata dal suo partito e dal presidente del Consiglio. “Non volevo dimostrare la sua colpevolezza ma la sua contiguità col terrorismo rosso”, è la teoria della signora Moratti.

Di male in peggio. Per una destra che si è spacciata come liberale e garantista (il primo aggettivo si era rivelato male appropriato già molti anni fa) imbracciare una sentenza di condanna di primo grado, contraddetta in appello, per colpire l’avversario è umiliante. Significa essere proprio ridotti ai minimi termini. Perché della sentenza non interessa il merito, ma lo “stigma sociale” che essa produce. Oltretutto Pisapia fu sì accusato di essere amico di alcuni terroristi rossi, ma nella sua assoluzione, oltre all’estraneità alle fattispecie delittuose, è stato dimostrato anche che non conosceva i terroristi in questione. L’unico appiglio che rimane a Moratti&Co. è la militanza nella sinistra extraparlamentare di Pisapia in gioventù.

Da questo punto di vista penso che però il centrodestra non possa dare lezioni. Sorvoliamo su Brandirali (ex maoista, poi forzitaliota) e casi analoghi, ma ci sono il sindaco di Roma, collega di partito della Moratti, e molti altri ministri e deputati Pdl che non fanno mistero del proprio passato nelle fila dell’estrema destra. Neofascisti insomma.

Senza cedere alla tentazione di dire chi fossero più cattivi, i rossi o i neri, possiamo comunque constatare che una ampia fetta della nostra classe politica negli anni di piombo frequentava ambienti estremisti. Oggi l’Italia è cambiata, non tanto in meglio quanto si sarebbe potuto sperare, ma di sicuro è mutato il contesto politico. Non ha senso rivangare militanze passate che sono state superate dalla Storia.

A meno che i neri, oggi istituzionali, non inizino a fare leggi razziali.

A meno che i rossi, oggi moderati, non abbiano nel programma l’esproprio dei mezzi di produzione.

Sempre che si voglia essere garantisti.

Sempre che non si utilizzi lo stigma sociale della pena come mezzuccio per raccattare consenso.

Tommaso Canetta

L’ITALIA DALL’UNITA’ ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE

Ancora sul bilancio del 150°

Un mese fa (vedi Internauta di aprile) ho cercato di dimostrare che la nascita dello Stato nazionale in un’Italia indipendente e unificata fu, contrariamente a quanto alcuni o molti e forse sempre più numerosi pensano, un evento positivo, legittimato a tutti gli effetti dalla storia, dalle condizioni e dalle prospettive del paese, e che quindi la celebrazione del centocinquantenario era ed è pienamente giustificata. Mi ero però affrettato a precisare che il Risorgimento così coronato fu, e rimane in retrospettiva, uno dei pochi se non l’unico momento di grazia degli ultimi quattro-cinque secoli di storia nazionale, il che già implica che ben diversa è la valutazione che si può dare dei suoi seguiti, ovvero del bilancio di questi centocinquant’anni, anche senza cedere alle tentazioni, dalle nostre parti fin troppo facili, del pessimismo e del disfattismo. Forse neppure il grande Benedetto Croce, se fosse ancora vivo, riuscirebbe a conservare in proposito l’ottimismo che continuava ad animarlo in piena era fascista.

Secondo molti gli insuccessi e le delusioni, i fallimenti e i veri e propri disastri di un secolo e mezzo erano già scritti nei vari aspetti tortuosi, rocamboleschi e fortuiti che contraddistinsero l’epopea risorgimentale, nei contrasti spesso aspri e mai del tutto sopiti tra i suoi maggiori protagonisti, nei molteplici errori commessi al raggiungimento di un obiettivo fondamentalmente comune e all’indomani di esso. Tra gli errori oggi soprattutto si indica la mancata scelta di uno Stato federale anziché unitario, in realtà dovuta, probabilmente, non tanto ad un inflessibile centralismo sabaudo o alla scarsa grinta con cui Marco Minghetti difese il suo progetto di sei grandi regioni autonome, quanto al venir meno di adeguate istanze pluralistiche e rappresentanze territoriali dopo l’effimera convergenza tra i vecchi Stati nel 1848 e al perdurante prestigio del modello francese coniato dal primo Napoleone e rinverdito dal terzo.

Prima che dallo statista bolognese, del resto, una soluzione federale o confederale era stata inizialmente vagheggiata dallo stesso Cavour suo predecessore, e qui va semmai messa naturalmente nel conto generale la sfortuna che ebbe il nuovo Stato nazionale di perdere sul nascere la capacità di visione e il talento politico del suo principale artefice. Il peso delle singole personalità nei percorsi della storia non va mai sopravvalutato; un altro grande Stato ancor più giovane, la Germania guglielmina, incappò nel suo primo disastro nazionale, la sconfitta del 1918 e il crollo dell’impero, parecchi anni dopo la giubilazione del suo fondatore, Bismarck, che però era rimasto al potere molto più a lungo di Cavour. E tuttavia, se l’unificazione italiana fu davvero un evento pressocchè miracoloso, la sua duratura fruttificazione avrebbe richiesto, in alternativa ad ulteriori miracoli, l’impegno altrettanto illuminato e lungimirante degli altri suoi artefici e dei loro eredi, accompagnato da circostanze anche esterne sufficientemente propizie. Due requisiti, questi, che non sempre, anzi di rado, vennero soddisfatti.

In realtà sulla brutta piega che presero ben presto le vicende italiane pesarono soprattutto, e non è un paradosso, quelle stesse ragioni oggettive che avevano reso necessarie l’unificazione e l’indipendenza nazionali. A cominciare, ovviamente, dalla relativa e generale arretratezza e debolezza economica al di là delle differenze regionali, rivelatesi peraltro solo dopo il 1861, e anzi non subito, in tutta la loro entità. In una breve storia dell’economia italiana coordinata da uno studioso autorevole come Carlo M. Cipolla si legge che “i protagonisti del Risorgimento erano ben consapevoli del fatto che il nuovo paese sarebbe stato poco omogeneo sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista sociale”. Risulta invece che non lo fossero per nulla, per quanto incredibile ciò possa sembrare ai giorni nostri, pur ricordando che Cavour non si spinse mai più a sud di Firenze (come del resto il ben più longevo Alessandro Manzoni, cui peraltro premeva solo sciacquare i panni nell’Arno a fini linguistici) e persino Giolitti, morto nel 1928, conosceva il Mezzogiorno quasi solo attraverso i rapporti dei prefetti.

Quintino Sella, il ministro piemontese che conseguì il pareggio del bilancio mediante la famigerata imposta sul macinato, definiva infatti “eccezionalmente cospicuo” quel Meridione che per il lombardo Agostino Depretis, a lungo capo del governo e uomo di sinistra, era “il più bello, il più fertile paese d’Europa”, mentre Minghetti esaltava le “inesauribili occulte miniere delle nostre fortune nelle campagne dell’Italia meridionale”. Aveva forse ragione il rivoluzionario e storico napoletano Vincenzo Cuoco quando, esule a Milano, scriveva molti decenni prima che “niente di più comune hanno gl’ Italiani quanto la tendenza ad ignorare se stessi e le cose proprie”? In questo caso, comunque, i politici sembravano in perfetta sintonia con i poeti, primi a decantare in generale un’immaginaria magna parens frugum e quindi ad alimentare il diffuso pregiudizio che l’Italia unita, in quanto grande potenza agricola, potesse anche fare a meno di uno sviluppo industriale.

Proprio il Meridione, invece, era il punto più debole dell’agricoltura oltre che dell’economia nazionale nel suo complesso, a causa sia di condizioni naturali sfavorevoli alle colture più importanti sia di un’arretratezza strutturale e infrastrutturale (il predominio del latifondo, in primo luogo) perdurante da secoli. Ne testimoniava ad esempio il fatto che nel Regno delle due Sicilie, nel 1860 (quando la sola Lombardia contava oltre la metà delle strade pubbliche italiane), quasi il 90% dei villaggi erano privi di collegamenti stradali. Quanto poi a quelli più moderni, è vero che lo Stato borbonico era stato il primo in Italia a costruire una ferrovia, la famosa Napoli-Portici (1839), che, però, sembra servisse più che altro per le escursioni della corte. Una ventina d’anni più tardi, comunque, le strade ferrate del regno non arrivavano al centinaio di chilometri, contro gli oltre 900 del Piemonte su un totale italiano intorno ai duemila. In campo industriale, non mancava nel Sud qualche eccellenza, come si dice oggi, ma le poche manifatture maggiori vivevano di sovvenzioni statali.

Nei primi due decenni della storia unitaria anche il Mezzogiorno trasse vantaggio dalla scomparsa delle frontiere e dalla liberalizzazione dei traffici. Lo sviluppo della sua agricoltura fu rigoglioso e le infrastrutture crebbero, benchè non così rapidamente da rimediare subito a quella carenza di vie di comunicazione e trasporto che, d’altronde, consentì ad una parte dell’industria meridionale di sopravvivere alla concorrenza del Nord. Progressi rilevanti fece altresì l’istruzione di base, mentre una metropoli europea come Napoli, tanto ricca di fasto e tesori culturali quanto afflitta da plurisecolare degrado e indigenza di massa, si avviava verso una modernizzazione che l’avrebbe resa irriconoscibile, alla fine degli anni ’80, agli occhi di William Gladstone, lo stesso uomo politico inglese che ne aveva denunciato lo stato deplorevole sotto il regime borbonico, confermando il quadro tracciato in precedenza da un altro illustre viaggiatore, letterato ma anche lui uomo di governo, quale il tedesco Goethe.

Ma c’era anche l’altra faccia della medaglia: lo sconvolgimento e deterioramento sotto vari aspetti della situazione economico-sociale non solo nel Sud del paese, la delusione di più o meno mirabolanti aspettative (Garibaldi in Sicilia era stato osannato come un santo dalle anime semplici), il malcontento provocato dallo spietato rigore fiscale imposto indiscriminatamente per risanare il bilancio statale e più in generale dagli errori e incomprensioni di un’amministrazione centralizzata, culminati nella drastica e spesso feroce repressione militare di ogni protesta e disordine e in particolare del vero o presunto brigantaggio inscenato o fomentato da nostalgici del vecchio regime. Sta di fatto che nella Palermo invasa e quasi conquistata da rivoltosi di ogni tipo nel 1866 echeggiarono grida inneggianti a Francesco II, alla religione e (in odio alla nuova monarchia) alla repubblica nonché invettive contro la “banda di ladri che ha governato l’Italia per sei anni”, mentre in Emilia e Romagna, insieme all’“abbasso il macinato”, risuonarono gli evviva all’Austria e al papa-re.

Nel frattempo il completamento o quasi dell’unità nazionale con l’annessione del Veneto e poi di Roma rappresentava ovviamente un ambito successo del giovane Stato mettendone però a nudo la debolezza militare. Nel primo caso l’alleanza con la Prussia vittoriosa sull’Austria consentiva ciò che sarebbe stato altrimenti precluso dalle pesanti sconfitte sul campo a Custoza, ancora una volta, e a Lissa sul mare, subite per vistose manchevolezze organizzative e di comando. Le doti che condottieri di nazionalità italiana (da Piccolomini a Montecuccoli, da Eugenio di Savoia allo stesso Bonaparte, prima di Garibaldi) avevano esibito anche nei secoli della decadenza al servizio di potenze straniere cominciavano così a latitare proprio nella fase risorgimentale, e se ne sarebbe avuta presto la conferma nel corso delle guerre coloniali.

Anche per l’incorporazione della Città eterna decisiva fu la vittoria prussiana sulla Francia che privò il pontefice del vitale sostegno di Napoleone III. E qui invece la pur fortunata conclusione della vicenda mise in luce la goffaggine della sua conduzione politico-diplomatica da parte del governo Rattazzi e di Vittorio Emanuele II. Il tutto preceduto dai penosi contrasti interni che avevano accompagnato l’intervento dell’esercito regio per bloccare all’Aspromonte il primo tentativo di Garibaldi di marciare per conto suo sulla futura capitale, cosicché re e governo furono poi ben contenti che a sventare il suo secondo tentativo provvedessero, a Mentana, le truppe francesi. Il seguito più rilevante dell’evento fu comunque l’inasprimento del conflitto già in atto tra Stato e Chiesa, destinato a durare almeno finchè visse l’irriducibile Pio IX contribuendo non poco a complicare la problematica interna del paese malgrado gli sforzi distensivi del governo ormai definitivamente traslocato a Roma.

Tra i problemi più scottanti spiccava naturalmente quello della crescita economica, ad arrestare bruscamente la quale sopravvenne al termine degli anni ’70 un’ondata protezionistica che investì l’intera Europa sfociando tra l’altro in una guerra commerciale tra Italia e Francia. Se ne fu avvantaggiata l’industria del nord, subì duri colpi l’agricoltura e in particolare quella meridionale. Ne conseguì una massiccia emigrazione, diretta soprattutto verso le Americhe, che proseguì del resto anche quando, verso la fine del secolo, vari mutamenti sul piano internazionale consentirono una ripresa di cui beneficiarono un po’ tutti i settori economici. La produzione industriale praticamente raddoppiò nel giro di un decennio (1899-1910) e il valore di quella agricola (compresa la quota del sud grazie anche alla realizzazione dell’acquedotto pugliese e ad altre migliorie) aumentò da 3 a 8 miliardi di lire nel quarto di secolo che precedette la grande guerra.

Tutto ciò non bastò ad impedire che i problemi sociali rimanessero acuti o addirittura conoscessero periodiche esasperazioni come i moti operai di Milano sanguinosamente stroncati dalle cannonate del generale Bava Beccaris. Della necessità di affrontare con adeguato impegno tali problemi si era però presa largamente coscienza prima ancora che a sollevarli in termini di energica contestazione politico-ideologica intervenisse un movimento socialista. Forze ed ambienti conservatori ne furono inevitabilmente allarmati, ma prevalse in definitiva, grazie anche alle divisioni che ben presto si produssero all’interno di questo movimento, un incontro tendenzialmente costruttivo tra le sue componenti moderate e quelle più aperte del vecchio liberalismo. Queste trovarono il loro maggiore esponente in Giovanni Giolitti, la cui strategia, dando spazio anche al movimento cattolico formatosi per rispondere alla sfida socialista in chiave progressista facendo uscire dall’isolamento ampie masse popolari rimaste fedeli alla Chiesa, riuscì a portare avanti un processo di democratizzazione già avviato dalla vecchia sinistra promuovendo i primi passi in direzione di un suffragio universale ancora lontano ma non più chimerico.

Il nuovo secolo iniziava quindi con prospettive apparentemente promettenti su almeno due punti fondamentali, crescita economica e progresso politico-sociale, nonostante le periodiche crisi, altri punti invece oscuri e molti aspetti senz’altro negativi del quadro generale. Dei quali dovremo comunque riparlare perché si tratta delle stesse cause che provocarono dopo pochi anni il tracollo di una certa Italia nata dal Risorgimento e perdutasi nel ciclone scatenato dalla prima guerra mondiale.

Franco Soglian

ADOZIONI PER I SINGLE

La colpa è dell’ambasciatore dell’informazione giuridica. Si tratta di quel tizio che riporta ciò che sta scritto nelle sentenze della Cassazione. Se la moglie, scoprendo il marito a letto con un’altra, lancia un oggetto contro la porta della camera, e a seguito di una causa giudiziaria la Cassazione non la ritiene colpevole di tentato omicidio per una serie di motivazioni tecnico giuridiche, l’ambasciatore dell’info giuridica riporta così “lanciare oggetti addosso ad un uomo non è reato”.

E la stessa cosa è successa con la recente pronuncia in materia di adozione. La Cassazione, pronunciandosi su una particolare forma di adozione, un percorso previsto per specifici casi (tipizzati dalla legge stessa), coglie l’occasione per sollecitare il legislatore a futuri provvedimenti che permettano l’adozione anche da parte dei single. Scandalo a corte!

L’ambasciatore dell’informazione giuridica riporta così “La Cassazione ammette l’adozione per i single”.

La Cassazione non ha mai detto niente di tutto ciò. Sollecita qualcosa che il buon senso non potrebbe non richiedere.

Quando si studia il diritto di famiglia il principio fondamentale su cui si incardina ogni singolo istituto, è il cosiddetto “diritto del minore ad avere una famiglia”. Considerando che nel nostro (cattolico part-time) stato la famiglia è solo quella fondata sul matrimonio, si può quindi riscrivere il principio applicando la semplice equivalenza “ diritto del minore ad avere un paio di soggetti eterosessuali che hanno detto sì ad un ufficiale giudiziario, meglio se ad un prete”.

Ma perché allora non si sollecita il legislatore a farsi un giro in una Procura minorile? Venga l’onorevolissimo legislatore a scoprire cosa succede spesso nelle nutellose famiglie con gli abiti stirati e inamidati la domenica mattina a Messa. Venga a scoprire il legislatore come sono le famiglie italiane del giorno d’oggi. Poi venga a prendere un caffè a casa di Silvia. Una donna di 40 anni, dolce e ammirevole. Silvia ha perso l’affidamento della piccola O. perché diventata single. Single perché il suo sì lo disse ad un perfetto cretino che un bel giorno le dovette ammettere di mantenere un’amante ed un’altra figlia in un’altra città. Venga però quel legislatore a casa di Silvia e mi dica se non vede amore. La stanza di O. ha giochi intelligenti,libri colorati e mille e più figure simpatiche attaccate alle pareti. Silvia è una donna forte, una dolce ragazza in cucina con un temperamento da maschiaccio che rimboccandosi le maniche ha continuato a vivere e a portare avanti con coraggio la sua quotidianità.

Venga un giorno il caro ministro Giovanardi, venga a scoprire che l’amore della famiglia non passa fra le vetrine del negozio di bomboniere, ma passa fra i sacrifici e le carezze del quotidiano. Venga il ministro che tiene convegni sull’ intangibilità del vincolo del matrimonio, venga a scoprire che a volte ci sono padri single eccezionali, aiutati da nonni e zii meravigliosi. Venga a scoprire che, spesso, nelle famiglie Mulino Bianco, si nasconde il silenzio delle mancanze, dell’educazione alla superficialità, si nasconde il fantasma dei tradimenti, soffocati dal pensiero che si debba avere sempre la vetrina pulita. Venga un giorno il ministro a scoprire che ci sono famiglie di ogni genere: a distinguerle non dovrebbe essere solo un certificato scritto da un’autorità, dovrebbe essere la quantità e la qualità di amore che hanno da offrire.

Lo scandalo. Ogni tanto, quando l’ipocrisia si fa insopportabile, nel silenzio assordante degli uomini di buon senso, salgono le parole di una bellissima canzone degli anni 70. Scandalizzò l’Italia cattolica, che come oggi non temeva di zittire la voce delle coscienze. “Dio è morto”. La voce del cantante dei Nomadi, scandiva con rabbia queste parole “… il perbenismo interessato, la dignità fatta di poco, l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto … è un Dio che è morto”.

Emme Effe

DIO PIL

Scrive il grande economista Giorgio Fuà nell’introduzione al suo “CRESCITA ECONOMICA Le insidie delle cifre” (il Mulino 1993): “Le cifre del reddito nazionale – che cinquant’anni fa interessavano solo uno sparuto numero di specialisti – sono oggi argomento quotidiano per il grande pubblico. E’ divenuto uso comune riferirsi ai livelli di reddito pro capite per giudicare se e quanto un paese “stia meglio” di un altro; e guardare il tasso di crescita (in termini reali) del reddito stesso come indicatore della rapidità con cui un paese riesce ad avanzare sulla via del “Progresso”. Il successo di popolarità ottenuto da queste misure statistiche della crescita è tuttavia inquinato dal fatto che in molti casi coloro che ne fanno uso attribuiscono a tali dati un significato ed una validità diversi da quelli che realmente possiedono. Ne consegue un duplice danno, perché con l’impiego acritico delle statistiche si acquista un patrimonio di certezze vasto bensì ma falso, mentre si perdono di vista le indicazioni – limitate ma comunque utili – che si potrebbero ricavare utilizzando con discernimento le statistiche stesse.”

Così il PIL è diventato una divinità di cui siamo bigotti adoratori, ma sarebbe ora di dire basta.

Il livello del PIL pro capite e il suo tasso di variazione nel tempo sono dati importanti per le imprese produttrici di beni e servizi, e a queste soprattutto dovrebbero interessare. Infatti, se il PIL pro capite avrà raggiunto determinate dimensioni, si potrà verificare in quel sistema economico la domanda di certi beni e servizi; se il PIL pro capite crescerà a ritmi elevati questo crescente potere d’acquisto si rivolgerà a beni e servizi nuovi o si tradurrà in una domanda più sostenuta dei beni e servizi già esistenti. Questo è ciò che accade nei sistemi economici ricchi; ma un più alto livello di PIL pro capite e un sostenuto tasso di crescita non indicano affatto che nel sistema economico dove ciò si verifica le condizioni di benessere materiale stiano migliorando, potrebbe anzi essere vero il contrario. Ed è precisamente ciò che sta accadendo nella maggior parte dei sistemi economici ricchi.

Se nel nostro sistema economico si mangia più del necessario, e il cibo non indispensabile così consumato ci costringerà a ricorrere al medico per avere cure e medicine per rimediare ai danni di questa eccessiva alimentazione, l’intera operazione avrà provocato un aumento del PIL pur avendo causato inutili sprechi e danni alla salute. Infatti le spese per il consumo di alimenti eccedente il necessario, per le cure mediche, per le medicine, saranno conteggiate come altrettante voci positive nel calcolo del PIL (e quindi anche del PIL pro capite).

Se l’efficienza dei trasporti pubblici si riducesse ulteriormente anche a causa del crescente traffico automobilistico privato, non resterebbe che aumentare la densità degli autoveicoli circolanti in rapporto alla popolazione. I maggiori acquisti di auto e carburanti farebbero crescere il PIL, e indurrebbero una ulteriore crescita del PIL anche le più frequenti malattie legate all’inquinamento, attraverso maggiori spese mediche, più frequenti degenze ospedaliere, maggiori spese per medicine e protesi legate alle conseguenze del maggior numero di incidenti causati dall’accresciuto numero di autoveicoli circolanti.

Per contro, in un Paese molto povero, politiche agricole appropriate per far uscire il Paese dall’estrema povertà potrebbero far aumentare la produzione dell’alimento base facendone scendere il prezzo. Così, la famiglia che avesse ricavato dalla coltivazione del suo campo 10 quintali di alimento base (pari a un reddito monetario di 1000), nell’ipotesi che potesse produrne 15 quintali (e il prezzo di mercato scendesse da 100 a 60-70 al quintale) potrebbe trovarsi con un reddito monetario addirittura inferiore o di poco superiore (900-1050) pur essendo le condizioni di vita di tutti sicuramente migliorate perché tutti nella nuova condizione potranno mangiare di più di ciò che avranno coltivato e chi non lo coltiva potrà comprarne di più grazie alla diminuzione del prezzo indotta dalla maggior quantità prodotta.

Che cosa significa tutto ciò? Semplicemente che dobbiamo cessare di considerare i dati relativi al PIL i soli rilevanti per capire le condizioni di vita dei cittadini, ma guardare ad altri indicatori che ci permettano di farlo meglio liberandoci dall’asservimento al Dio PIL. Eccone un esempio:

Tabella 1 Mutamenti nelle condizioni di vita e della capacità competitiva dei principali Paesi

Popolazione in milioni di abitanti negli anni:

1960 2009

I 32 PAESI del mondo con almeno 40 milioni di abitanti nel 2009 Durata vita media in anni

(maschile più femminile : 2)

1960(+)=2009

Adulti alfabetizzati:

valori in % (anno)

1960 2009

Quote percentuali (miliardi di $ correnti) delle ESPORTAZIONI mondiali detenute da ciascun Paese nell’anno:

1950 1970 1990 2009

(59,9) (298,8) (3405) (12378,5)

658 1346 CINA 64 (1980) 74 66 (1977) 94 0,92 0,77 1,82 9,71
96 231 INDONESIA 41 (+ 30) = 71 39 91 1,34 0,37 0,75 0,97
94 128 GIAPPONE 68 (+ 15) = 83 98 100 1,38 6,46 8,45 4,69
35 86 VIETNAM 43 (+ 32) = 75 87 (1977) 92 0,13 — — 0,46
26 68 THAILANDIA 52 (+ 17) = 69 68 94 0,51 0,24 0,68 1,23
25 48 COREA del Sud 54 (+ 26) = 80 71 100 0,02 (1955) 0,28 1,91 2,92
934 1907       4,30 totale ESTASIA 19,98
120 142 RUSSIA 68 (- 1) = 67 99 99 URSS fino al 1991 1,12 (1992) 2,45
28 73 TURCHIA 51 (+ 22) = 73 38 89 0,44 0,20 0,38 0,82
73 82 GERMANIA 70 (+ 10) = 80 99 (1977) 100 3,33 11,46 12,04 9,05
46 65 FRANCIA 70 (+ 12) = 82 99 (1977) 100 5,15 5,98 6,36 3,84
52 62 REGNO UNITO 71 (+ 9) = 80 99 (1977) 100 10,56 6,50 5,44 2,88
50 60 ITALIA 69 (+ 12) = 81 91 99 2,01 4,42 5,00 3,29
31 47 SPAGNA 69 (+ 12) = 81 87 98 0,65 0,80 1,63 1,78
43 46 UCRAINA 68 (+ 1) = 69 99 100 URSS fino al 1991 0,21 (1992) 0,32
443 577       22,14 (*) totale EUROPA 24,43
186 307 USA 70 (+ 10) = 80 98 99 17,17 14,28 11,56 8,54
73 191 BRASILE 55 (+ 18) = 73 61 90 2,27 0,92 0,92 1,24
37 110 MESSICO 58 (+ 19) = 77 65 93 0,89 0,47 1,20 1,86
17 49 SUDAFRICA 53 (- 1) = 52 57 89 1,93 1,12 0,69 0,51
16 45 COLOMBIA 53 (+ 21) = 74 63 93 0,66 0,24 0,20 0,26
21 40 ARGENTINA 65 (+ 11) = 76 91 98 1,97 0,59 0,36 0,45
350 742       24,89 totale COLONIE BIANCHE 12,86
442 1161 INDIA 43 (+ 22) = 65 28 66 1,91 0,68 0,53 1,33
50 181 PAKISTAN 43 (+ 24) = 67 15 54 0,82 0,13 0,16 0,14
51 162 BANGLADESH 37 (+ 30) = 67 22 55 con PAKISTAN fino al 1971 0,05 0,10
28 92 FILIPPINE 53 (+ 19) = 72 72 94 0,55 0,35 0,24 0,31
22 74 IRAN 50 (+ 22) = 72 16 82 1,17 0,80 0,57 0,63
22 50 MYANMAR 44 (+ 18) = 62 60 92 0,23 0,036 0,0095 0,05
42 155 NIGERIA 39 (+ 10) = 49 15 60 0,42 0,41 0,40 —
23 79 ETIOPIA 36 (+ 20) = 56 15 (1977) 36 0,06 0,04 0,0088 0,012
28 78 EGITTO 46 (+ 25) = 71 26 66 0,84 0,26 0,08 0,19
15 66 CONGO (Zaire) 40 (+ 8) = 48 31 67 0,44 0,09 0,03 —
10 44 TANZANIA 42 (+ 15) = 57 10 73 0,11 0,09 0,012 0,019
11 43 SUDAN 40 (+ 19) = 59 13 69 0,16 0,10 0,011 0,06
744 2185       6,71 totale AFRO-ASIATICI 2,84
2471 5411 Popolaz. totale     58,04 (*) TOTALE ESPORTAZIONI 60,11
3024 6792 Pop. mondiale     100,00 ESPORTAZIONI MONDO 100,00
        (*) URSS esclusa (stima del 2,5% circa)

Fonte dei dati: Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, vari anni

I 32 sistemi economici più popolosi della Terra (che contano per i quattro quinti della popolazione mondiale e i tre quinti delle esportazioni mondiali) sono fortemente rappresentativi della totalità dei Paesi del mondo e sono stati raggruppati in quattro aree relativamente omogenee suddividendoli in:

– ESTASIA sistemi economici che promettono bene quindi CRESCENTI (con l’eccezione dell’Indonesia che produce ed esporta soprattutto materie prime), che fino a ieri furono poverissimi o relativamente poveri; la sua popolazione è più che raddoppiata passando da 934 a 1907 milioni;

– EUROPA sistemi economici ricchi o non troppo poveri ma STAGNANTI, con l’eccezione di quelli “mediterranei” (Italia, Spagna, Turchia) che denotano un superiore dinamismo rispetto agli altri; la sua popolazione è aumentata soltanto del 30% passando da 443 a 577 milioni;

– COLONIE di popolamento bianco economicamente DECLINANTI, alcune fino a ieri tra i sistemi economici più ricchi del mondo o comunque ricchi, domani chissà; la sua popolazione è quasi raddoppiata passando da 350 a 742 milioni;

– AFRO-ASIATICI sistemi economici poveri o poverissimi CON MODESTE SPERANZE DI RISCATTO, forse con l’eccezione del “mediterraneo” Egitto, dell’Iran e delle Filippine; la sua popolazione è quasi triplicata in Asia passando da 615 a 1720 milioni e quasi quadruplicata in Africa passando da 129 a 465 milioni.

Una prima osservazione che si può fare riguarda le dinamiche demografiche: anche con una popolazione crescente – ci dicono i dati relativi ai Paesi dell’Estasia – le condizioni di vita possono migliorare, sebbene una crescita prorompente come quella asiatica, e soprattutto quella africana, possa essere causa di seri problemi e costituire un freno alla diffusione in quei Paesi del benessere materiale.

La speranza di vita alla nascita (durata media della vita), pur essendo ovunque migliorata (con le vistose eccezioni di Russia, Sudafrica e Ucraina), ha conosciuto i maggiori miglioramenti in Estasia, avvicinandosi ai dati dell’Europa, che erano tuttavia molto favorevoli già nel 1960.

Anche i paesi afro-asiatici hanno conseguito notevoli miglioramenti, ma partendo da dati molto più sfavorevoli nel 1960.

Il progresso nell’alfabetizzazione degli adulti è stato ovunque notevole, ma il fatto che vi siano Paesi dove gli adulti analfabeti superino ancora il 40% della popolazione – come in Pakistan, Bangladesh, Nigeria ed Etiopia (64%) – li rende poco permeabili alla diffusione di qualsiasi misura tesa a diffondere tecnologie più produttive e abitudini di vita più salubri.

La capacità concorrenziale dispiegata dai Paesi dell’Estasia non ha avuto eguali: la quota delle esportazioni mondiali detenuta dai soli 6 paesi elencati è quasi quintuplicata passando dal 4,30% del 1950 al 19,98% del 2009. L’Europa ha mantenuto le proprie già rilevanti posizioni (un quarto delle esportazioni mondiali), mentre le colonie di popolamento europee hanno dimezzato il loro peso passando da un quarto a un ottavo delle esportazioni mondiali. I Paesi più poveri, pur partendo da posizioni modestissime (6,71% nel 1950), le hanno ulteriormente peggiorate (2,84% nel 2009).

Un dato importante per capire quali possano essere le capacità produttive potenziali di un Paese è dato dalla sua capacità di produrre energia elettrica; occorre quindi per questo esaminare in primo luogo la potenza elettrica installata in termini assoluti (in milioni di kW) e pro capite (kW/abitante). Il numero degli utenti, l’estensione territoriale, la fascia climatica e i livelli di vita prevalenti sono gli elementi che ne giustificano e determinano la dimensione quantitativa.

Tabella 2 Classificazione dei Paesi in base alla potenza elettrica installata in milioni di kW Dati relativi al 2009. Vengono poi indicati in termini pro-capite:

potenza elettrica installata in kW/ab. e consumo annuo medio in kWh/abitante

1 USA 995      3,241       13616

2 CINA 716     0,532      2328

3 GIAPPONE 279 2,180 8475

4 RUSSIA 221 1,556 6338

5 INDIA 159 0,137 543

6 GERMANIA 133 1,622 7185

7 Canada 125 3,676 16995

8 FRANCIA 116 1,785 7573

9 ITALIA 105 1,750 5718

10 BRASILE 100 0,524 2154

11 SPAGNA 89 1,894 6296

12 REGNO UNITO 84 1,355 6142

13 COREA del SUD 73 1,521 8502

14 MESSICO 56 0,509 2028

15 Australia 54 2,425 11216

16 UCRAINA 54 1,174 3539

17 IRAN 47 0,635 2325

18 SUDAFRICA 43 0,878 5013

19 TURCHIA 41 0,562 2210

20 Taiwan 41 1,773 10216

21 Arabia Saudita 37 1,439 7236

22 Svezia 34 3,637 15238

23 Polonia 32 0,839 3662

24 Norvegia 30 6,175 24997

25 ARGENTINA 29 0,725 2658

26 THAILANDIA 28 0,412 2157

27 INDONESIA 28 0,121 564

28 Paesi Bassi 24 1,448 7099

29 Venezuela 23 0,798 3078

30 EGITTO 23 0,295 1468

33 PAKISTAN 19 0,105 475

42 FILIPPINE 16 0,174 592

45 COLOMBIA 13,242 0,297 940

46 VIETNAM 12,637 0,147 728

…………………………..

?? BANGLADESH 5,245 0,032 144

?? MYANMAR 1,413 0,028 95

?? NIGERIA 5,898 0,038 137

?? CONGO 2,443 0,037 97

?? SUDAN 1,061 0,025 94

?? TANZANIA 0,957 0,022 83

?? ETIOPIA 0,814 0,010 40

Guardando con attenzione questi dati si potrebbero fare molte utili considerazioni, che tuttavia esulerebbero dal tema di questo breve scritto.

Vorrei soltanto osservare che comparando i consumi elettrici degli Stati Uniti a quelli della Germania (Paesi dove le condizioni di vita materiale sono mediamente simili) è legittimo sospettare che vi sia negli Stati Uniti uno spreco energetico che caratterizza gli stili di vita di quel sistema economico, incurante dei danni provocati all’ambiente e irrispettoso dei diritti delle generazioni future.

Inoltre, può essere sorprendente constatare che Paesi così diversi come IRAN (0,635), TURCHIA (0,562), CINA (0,532), BRASILE (0,524), MESSICO (0,509), THAILANDIA (0,412) possano essere posti quasi sullo stesso piano in termini di dotazioni energetiche – ben lontani da COLOMBIA (0,297) o EGITTO (0,295) e ancora di più dall’INDIA (0,137) – ma basterà guardare gli altri dati proposti nella Tabella 1 per constatarne la coerenza.

Vorrei quindi limitarmi a dire che i dati espressi in quantità fisiche o comunque non monetarie sono sempre più significativi e preferibili a quelli di natura monetaria, con una possibile eccezione relativa ai dati sul commercio con l’estero, perché soggetti a un duplice controllo, essendo le esportazioni di un Paese pari alle importazioni da quel Paese di tutti gli altri Paesi del mondo; vi è quindi la possibilità di controllare due volte lo stesso dato che diviene così più sicuro e fondato.

Per giudicare l’andamento delle economie di questi 32 Paesi così rappresentativi nel corso di mezzo secolo non abbiamo quindi fatto ricorso ai soliti dati economici, quali ad esempio i livelli di spesa rappresentati dal reddito nazionale e dai suoi tassi di crescita in termini assoluti e pro capite, ma abbiamo invece considerata la durata della vita media (dato sintetico che racchiude e riassume in sé una quantità di altri indicatori economici e sociali come meglio non si potrebbe) e un importantissimo “consumo” sociale che è nel contempo il più importante investimento nelle risorse umane di ciascun Paese, e cioè il grado di alfabetizzazione degli adulti.

Come si può vedere, non occorre fare ricorso ai dati relativi al DIO PIL per capire quali siano le condizioni di vita e di benessere materiale prevalenti in un Paese e le sue potenzialità produttive …

Gianni Fodella

IL MITO DI NAPOLEONE NE L’AIGLON DI EDMOND ROSTAND

LÉGENDE NOIR – LÉGENDE DORÉE:

IL MITO DI NAPOLEONE NE L’AIGLON DI EDMOND ROSTAND

“La memoria non è la replica nuda di un fatto successo

ma comporta sempre un grado di mistificazione, di speranza”.

(Diego De Silva)

Il 28 dicembre 1897 al Théâtre de la Porte- Saint-Martin, giorno della rappresentazione di Cyrano de Bergerac, commedia in cinque atti e in versi di Edmond Rostand, segna il trionfo assoluto di un’opera teatrale che manda in estasi pubblico e critica, ma l’autore paradossalmente ne esce disorientato e impaurito perché teme di non poterne eguagliare il successo con l’opera successiva.

In seguito a un periodo di sterilità e con uno stato d’animo per nulla sereno, Rostand, dopo molte esitazioni, sceglie di mettere in scena un altro personaggio storico: lo sfortunato duca di Reichstadt, figlio di Napoleone Bonaparte, incoronato re di Roma durante l’impero, ma vissuto alla corte di Vienna dopo la disfatta del padre durante la restaurazione e morto a soli ventun anni senza aver potuto esprimere la propria personalità, né aver potuto lasciare un segno nella storia.

Come è noto, il mito di Napoleone e del suo sfortunato figlio attraversa tutto l’Ottocento e il termine aiglon , banale di per sé, inizia a essere rappresentativo dopo la pubblicazione di Les Chants du Crépuscule di Victor Hugo coi celebri versi:

Oui, l’aigle, un soir, planait aux voûtes éternelles

Lorsqu’un grand coup de vent lui cassa les deux ailes ;

Sa chute fit dans l’air un foudroyant sillon ;

Tous alors sur son nid fondirent pleins de joie ;

Chacun selon ses dents se partagea la proie ;

L’Angleterre prit l’aigle, et l’Autriche l’aiglon1

Ma furono soprattutto i poeti romantici a creare il mito del pallido e triste adolescente, morto solitario e ignorato in una corte fredda e formale come quella austriaca, e a trasformarlo nel simbolo fatale di quella generazione perduta cantata da Musset come “enfants du siècle”.

Nel 1829 il poeta Barthèlemy aveva portato a Vienna il suo poema epico Le Fils de l’Homme cercando senza successo di farlo pervenire nelle mani del giovane duca, tentativo che fu punito in Francia con tre mesi di prigione e con la confisca dell’opera.

Nel 1930 la rivoluzione di luglio era tornata a far sperare i bonapartisti ma l’attesa era stata sconvolta dalla morte prematura del duca che avveniva due anni più tardi. Nel 1850 era stata pubblicata una biografia scritta da un certo Chopin e nel 1855 i Chaiers du Capitaine Coignet: entrambi i testi presentavano aneddoti della vita del giovane e infelice delfino ripresi, in seguito, anche dalla pièce di Rostand.

Nel 1897 Henry Welschinger, amico di famiglia dei Rostand aveva scritto un autorevole contributo alla causa bonapartista, storicamente fondato, intitolato Roi de Rome.

Anche a teatro il tema era molto presente: il 27 ottobre 1830 F.Sauvage aveva messo in scena Le Cocher de Napoléon, mentre due mesi dopo Eugène Sue con lo pseudonimo di Paul de Lussan faceva rappresentare Le Fils de l’homme che riportava, in forma teatrale, il viaggio di Bathélemy a Vienna.

Nel 1832 al teatro del Panthéon veniva rappresentata La Mort du Roi de Rome di D’Ornoy e al Vaudeville un melodramma di Dupaty, Fontane, Cogniard intitolato Le Fils de l’Empereur.

Con la salita al potere di Luigi Napoleone Bonaparte ogni riferimento al mito napoleonico era apprezzato e guardato con benevolenza, quindi il 13 giugno 1850 all’Ambigu-Comique fu messo in scena un dramma in cinque atti intitolato: Roi de Rome, di Desnoyer e Beauvallet, che sicuramente fu visto da Rostand, in particolare nella ripresa del 1898, al Théâtre de la République.

Storici e romanzieri come Georges d’Esparbès, Paul Adam, Maurice Barrès, drammaturghi incoraggiati dal successo di Madame sans Gêne di Victorien Sardou e poeti come François Coppée col racconto in versi Le Fils de l’Empereur facevano a gara nel proporre temi bonapartisti anche suggeriti dalla vicenda commuovente dell’aiglon.

Ma, come scrive Claude Aziza :”Rostand doit sans doute ancore plus au Roi de Rome d’Emile Pouvillon, pièce d’un auteur régionaliste jouée le 10 janvier 1899 »2.

Se questo era un po’ lo spirito del tempo tuttavia non si può trascurare il fatto che la famiglia Rostand fosse da sempre bonapartista da parte del padre Eugène notoriamente sostenitore della politica di Napoleone, mentre la moglie dello scrittore, Rosemond Gerard, era la nipote di un generale dell’impero, il Maresciallo Maurice Gerard e proprio al figlio Maurice, che perpetuava il nome del bisnonno, Rostand aveva dedicato L’Aiglon.

Inoltre fin da bambino Rostand aveva avuto modo di familiarizzare col personaggio protagonista perché un ritratto del duca di Reichstadt era appeso in camera sua nella casa paterna di Marsiglia e la sua fervida immaginazione di bambino aveva voluto vedervi rappresentato un giovane principe

infelice ancor prima di conoscerne la storia.

Varie circostanze dunque avevano portato Rostand alla scelta di un tema a lui congeniale, ma prima di tutto la richiesta di Sarah Bernhardt che desiderava recitare, come vedette, nell’ opera dell’autore successiva al Cyrano per emulare, se possibile superare, il trionfo che il collega Coquelin aveva appena ottenuto col ruolo del poeta spadaccino. Infatti all’attrice era stato proposto appunto il ruolo da protagonista ne Le Roi de Rome di Emile Pouvillon ma il testo non la soddisfaceva mentre era entusiasta di recitare en travesti, ancora una volta, come già aveva fatto col personaggio di Chérubin nel Mariage de Figaro di Beaumarchais, di Lorenzaccio nel dramma omonimo di Alfred de Musset, di Zanetto ne Le Passant di François Coppée ma soprattutto di Hamlet nella tragedia di Shakespeare3.

Sarah Bernhardt4, la più importante diva francese della fine dell’Ottocento aveva ormai cinquant’anni, ma un fisico da giovinetta, due occhi azzurri e una voce affascinante che avevano ammaliato il poeta appena l’ebbe conosciuta a casa di Jean Richepin:”Entre l’actrice et le poète, il y a tout de suite une entente parfaite. Il ne se quitteront plus: il n’écrira que pour elle, elle ne jouera que pour lui”5.

Se la scelta dell’argomento del nuovo dramma pareva facile e quasi obbligata, in realtà Rostand si trovava di fronte al difficile compito di presentare, se non condividere, due aspetti contrastanti del mito napoleonico. La figura di Napoleone infatti era considerata una delle più controverse della storia europea e intorno ad essa si alternavano elogi e critiche: gli elogi per il soldato ambizioso che, grazie al suo genio era riuscito a raggiungere le più alte vette del potere e diffondere in tutta Europa le idee innovatrici della Rivoluzione francese, mentre le critiche si rivolgevano al conquistatore sanguinario che aveva riempito il continente di campi di battaglia e istaurato un regime di stampo dittatoriale. Ammirato o detestato, eroe o mostro Napoleone era comunque ritenuto un essere d’eccezione che andava oltre il personaggio storico per diventare un mito da cui scaturivano due concezioni opposte note come légende dorée e légende noire.

La légende dorée quella che vedeva in Napoleone l’eroe vittorioso, portatore in Europa degli ideali umanitari di libertà e giustizia della Rivoluzione francese, era nata durante la prima campagna d’Italia e aveva assunto un carattere carismatico negli anni dell’Impero alimentata dalla propaganda ufficiale che si serviva di tutte le forme comunicative dell’epoca, dall’arte all’architettura, dalla diplomazia alla letteratura condizionando la libertà creativa degli artisti e asservendo la stampa al potere.

Parallelamente nasceva una légende noire alimentata dagli avversari politici e dalle madri dei soldati caduti in guerra, condivisa da molti dopo la disfatta di Waterloo e il crollo dell’Impero per le umiliazioni e le gravi perdite umane ed economiche che ne erano conseguite e delle quali era ritenuto responsabile Napoleone.

L’esilio, i cento giorni e infine la morte solitaria e ingloriosa a Sant’Elena, avevano colpito l’opinione pubblica come pure la pubblicazione del famoso Mémorial de Sainte-Hélène nel quale Napoleone raccontava la sua prigionia, rievocava le sue imprese e giustificava il suo operato.

Come si è accennato, era stato Napoleone stesso a costruire il proprio mito partendo dai bollettini di guerra delle sue prime imprese militari, passando attraverso l’autoglorificazione durante l’Impero e chiudendo con una sorta di testamento morale negli ultimi anni della sua vita da esule. Come scrive Jean Tulard:

En 1821, le mythe est définitivement constitué, combinant ses diverses facettes : le jeune

héros, le maïtre du monde, le proscrit. Trois images que Napoléon a lui-même forgées et

imposées à ses contemporains, puis à la posterité.6

 

Dal 5 maggio 1821 il mito è stato affidato ai posteri e, da una generazione all’altra, ha attraversato il XIX secolo tra esaltazione e condanna in un’alternanza di giudizi positivi e negativi a seconda del contesto storico in cui veniva rimesso in discussione.

Infatti, dopo la morte di Napoleone, la légende dorée aveva acquistato immediatamente un nuovo slancio, favorita oltre che dal tragico e commovente epilogo di una vita eccezionale anche dalla crisi economica e dall’instabilità politica che avevano caratterizzato, in Francia, i primi anni della Restaurazione e che facevano rivalutare, in positivo, gli anni dell’impero. Inoltre, come si è detto, tra gli anni venti e trenta, Napoleone era diventato il modello dell’eroe romantico e veniva celebrato e rimpianto dalla generazione degli scrittori affetti dal mal du siècle, che aveva conosciuto i fasti dell’Impero e ora soffriva per lo stridente contrasto tra i grandi eventi del passato e il vuoto del presente:

Ils étaient nés au son des canons de l’Empire. Condamnés à vivre dans une époque

de paix incolore, ils s’efforçaient de tromper leur ennui en revivant le glorieux passé.

Les uns se plaisaient dans des complots bonapartistes, les autres, les artistes, se mirent

a célébrer l’empereur .7

La morte prematura dell’unico figlio di Napoleone nel 1832 e, otto anni dopo, il ritorno in patria delle ceneri dell’imperatore furono due avvenimenti che suscitarono grande commozione ma, nella seconda metà del secolo, con l’ascesa al potere di Napoleone III, la légende noire tornò a prevalere a causa dell’inevitabile parallelismo tra i due imperatori:entrambi si erano imposti con un colpo di Stato, diventando liberticidi ed provocando con la loro caduta un’invasione straniera, motivo per cui una nuova ondata di odio si è abbattuta sulla stirpe dei Bonaparte.

La sconfitta di Sédan e la conseguente perdita dell’Alsazia e della Lorena hanno avuto successivamente l’effetto di risvegliare nel popolo francese un desiderio di rivincita e solo il ricordo di colui che per ultimo, in passato, era riuscito a piegare la potenza militare prussiana poteva infondere coraggio a una generazione che si sentiva profondamente umiliata. Sul finire del secolo si è assistito quindi a un ritorno della légende dorée e l’epopea napoleonica è stata riconsiderata con nostalgia da quanti speravano che la Francia potesse riacquistare la grandeur perduta.

Il mito ha ritrovato dunque la sua dimensione eroica ed è in questo momento che Rostand lo ha ripreso per la creazione de L’Aiglon un dramma in sei atti e in versi che prevede sulla scena la presenza di cinquanta personaggi più un numero imprecisato di figuranti.

Gli attori protagonisti sono stati Sarah Bernardt nel ruolo dell’Aiglon e Lucien Guitry in quello di Séraphin Flambeau, lo spettacolo allestito, la prima volta, il 15 marzo 1900 al Théâtre Sarah-Bernhardt a Parigi fu subito un trionfo che si propagò prima a Bruxelles poi a Londra e infine negli Stati Uniti.

La pièce è ambientata all’inizio degli anni trenta dell’Ottocento periodo in cui, come si è detto, l’epopea napoleonica è stata rivalutata positivamente in Francia grazie alla letteratura romantica mentre alla corte austriaca, dove si svolgono i fatti descritti, il clima è ancora ostile nei confronti del generale corso che ha osato insediarsi tra i sovrani legittimi d’Europa, per cui la rievocazione del mito avviene in un contesto dove, in realtà, lo si vorrebbe cancellare. Ciò nonostante ne L’Aiglon, l’epopea imperiale viene ricordata continuamente e Napoleone è sempre presente nei pensieri di tutti i personaggi come ricorda Patrick Besnier:

L’Aiglon est une pièce fantastique où le fantôme, Napoléon, toujours proche, ne se

décide jamais à apparaître complètement, mais frôle la scène, s’y fait deviner.8

 

Prendendo in esame la struttura dell’opera si può notare una prevalenza degli aspetti legati alla légende dorée nei primi tre atti, quelli in cui il protagonista inizia a nutrire la speranza di fuggire dalla gabbia dorata nella quale è rinchiuso per andare a regnare in Francia. Non a caso i titoli di questi atti presentano tre verbi dal significato incoraggiante coniugati in forma attiva: Les ailes qui poussent, Les ailes qui battent, Les ailes qui s’ouvrent; in essi il duca di Reichstadt agisce in prima persona per tentare l’impresa. Nel primo atto diventa consapevole dell’importante eredità ricevuta

e questa consapevolezza si rafforza nei due atti seguenti, man mano che il mito riceve la sua glorificazione da altri personaggi che spingono il giovane a fuggire e ad agire.

Nel primo atto l’epopea napoleonica ottiene la maggior esaltazione a partire dalle prime battute quando la giovane lettrice Thérèse de Lorget, appena giunta alla corte di Vienna, manifesta con termini enfatici l’emozione che prova al pensiero di incontrare: “Tout ce qui reste sur terre/ De l’Empereur!…”9, vale a dire la moglie e il figlio di Napoleone. Nella dodicesima scena è l’Aiglon stesso a rendere onore alla memoria del padre descrivendo alcuni episodi decisivi dell’importante battaglia di Austerlitz la quale ha permesso a Napoleone di trionfare su due imperatori, quello di Russia e quello d’Austria, il futuro suocero. L’educazione del giovane duca, pur strettamente controllata ed epurata di ogni riferimento relativo alla storia del padre viene integrata grazie alle informazioni passate in segreto dall’amica Fanny Essler. Il rapporto con la madre, Maria Luisa d’Austria, vedova di Napoleone, che l’autore sviluppa nella scena XIII, anche se meno violento, ricorda lo scontro di Amleto con la regina sua madre e ancora Rostand fa riferimento a Shakespeare quando il giovane principe vede avanzare una foresta di fantasmi nel giardino del palazzo già sede del quartier generale di Napoleone proprio come avviene nel Macbeth.

D’altro canto anche il duca, come Amleto, vuole sapere la verità e non si accontenta dello status che la corte di Vienna gli ha preparato ma vola più alto pensando al padre:

Le Duc ricanant: Oui, Metternich, ce fat,

Croit avoir sur ma vie écrit : »Duc de Reichstadt »

Mais haussez au soleil la page diaphane :

Le mot « Napoléon » est dans la filigrane !10

 

Nel secondo atto, intitolato Les ailes qui battent, il principe decide di passare all’azione incoraggiato da Flambeau, granatiere della Guardia imperiale che ha vissuto l’epopea dei campi di battaglia. Il giovane è affascinato dal racconto delle imprese del padre viste dagli occhi di un soldato semplice e appare più determinato a perseguire il suo scopo quando Flambeau gli mostra alcuni oggetti con l’effigie del Re di Roma circolanti in Francia con l’intento di indurlo a credere che la situazione sia favorevole per il ritorno dei Bonaparte sul trono. Descrivendo le sofferenze e le privazioni della vita militare, il soldato tiene viva la légende dorée facendo prevalere il suo orgoglio per aver contribuito alla realizzazione dei grandi progetti di Napoleone. Alla fine dichiara che ciò che manca al periodo storico che stanno vivendo è la gloire: perché come dice Flambeau:”…on trouve irrespirabile, en France, un air sans gloire”11.E’ molto significativo che a sentire nostalgia e a rimpiangere la gloire sia proprio un soldato che ha vissuto in prima persona gli orrori della guerra.

Nel terzo atto l’Aiglon apre le sue ali e tenta di spiccare il volo fermamente deciso a seguire le orme del padre, e particolarmente nella scena terza e nella decima la lègende dorèe riceve l’ultima estrema esaltazione da parte del duca, ma si ritrova a fronteggiare l’opposizione di Metternich che gli ricorda le misure antiliberali attuate durante l’Impero.Viene quindi presentato un aspetto importante della légende noire, quello politico che condanna Napoleone in quanto tiranno liberticida e da questo momento il duca si trova a disagio tra l’ammirazione sconfinata per il padre e il riconoscimento del grave crimine che ha commesso vale a dire la presa del potere con la forza mediante il colpo di stato del 18 brumaio: E’ sempre Metternich a ricordarglielo quando il duca afferma:”J’y suis apparentè /Du côté paternel, sire, à la Liberté!” a cui risponde Metternich (ricanant):” Oui, le duc pour grand- père a le Dix-Huit Brumaire”12.

Nella decima scena Metternich mette definitivamente in crisi il duca convincendolo di essere più un Asburgo che un Bonaparte sentenziando:”Vous n’avez rien de votre père”13: A partire da questo punto l’Aiglon si arrende e si rassegna a vivere senza prendere più alcuna iniziativa per fuggire dalla gabbia rappresentata dalla corte di Vienna..

Infatti gli atti successivi hanno titoli emblematici che anticipano l’idea di una sconfitta perché vengono usati verbi al participio passato con valore passivo: Les Ailes meurtries, Les Ailes brisées, Les Ailes fermées.

Negli ultimi tre atti il duca subisce l’azione e sono altri personaggi ad occuparsi della fuga e ad organizzare il complotto nei minimi dettagli mentre lui non ha più alcun potere sugli avvenimenti, è solo oggetto e non istigatore della cospirazione.

Nel quarto atto, durante un ballo in maschera organizzato da Metternich, i presenti sminuiscono la figura di Napoleone fino a ridicolizzarla proprio mentre i cospiratori sono in azione per l’evasione del duca. E’ in questo atto che troviamo l’appellativo di “ogre” legato alla légende noire :il personaggio Tiburce lo pronuncia in una perifrasi riferendosi all’Aiglon: “Malheur au fils de l’Ogre”14.

L’atto successivo intitolato Les Ailes brisées presenta il tentativo fallito di far fuggire il duca le cui ali metaforiche si spezzano sbattendo contro le sbarre della gabbia. Contemporaneamente la légende noire trionfa definitivamente ispirando la parte finale della pièce dove nella quinta scena vediamo il duca in preda a un’allucinazione mentre percorre la piana di Wagram cosparsa di morti e feriti dopo la battaglia. Le grida di dolore e le richieste di aiuto dei moribondi in mezzo a migliaia di cadaveri abbandonati sono ciò che rimane sul luogo della vittoria. Il duca cerca una consolazione a questa immane sofferenza facendo intravedere ai soldati l’alone di gloria che circonderà i loro nomi per il fatto di aver partecipato alla battaglia:

LE DUC

.Du moins, vous étes glorieux!

Vous portez de ces noms dont la patrie est

fière !15

 

Ma quando i soldati pronunciano i loro nomi ed è evidente che sono nomi comuni che non saranno ricordati, il duca capisce che non ci sarà gloria per questi sconosciuti che hanno rischiato e perso al fronte la loro vita:

LE DUC, pleurant

O noms, noms inconnus!

O pauvres noms obscurs des ouvriers de

gloire !16

 

Il duca trovandosi di fronte agli orrori della guerra si rende conto alla fine dell’alto prezzo pagato per la gloria del padre in termini di vite umane. La pièce termina quindi con il trionfo della légende noire mentre le ali dell’Aiglon si chiudono per sempre nell’atto finale.

La struttura del testo prevede una demarcazione simmetrica tra i personaggi che idealizzano la figura di Napoleone quindi legati alla légende dorée e quelli favorevoli alla visione della légende noire che cercano di cancellarne la memoria o di desacralizzarne il ricordo facendo risaltare le côté sombre del periodo imperiale. Tra questi ultimi emerge evidentemente la personalità del Cancelliere austriaco Metternich, che condanna violentemente Napoleone soprattutto come uomo politico, ha per lui un’ostilità tale da volerlo cancellare dalla storia. Un altro oppositore di alto livello è il maresciallo Marmont che rappresenta quella parte dell’esercito imperiale che, stanca di rischiare la vita nei campi di battaglia, pur avendo seguito l’imperatore fin dalle prime gloriose imprese, alla fine, si ribella e lo abbandona. Il personaggio Tiburce, invece, esprime l’avversione del cittadino francese nei confronti dell’orco della Corsica per l’alto tributo di vite umane che ha richiesto al popolo. Ad ognuno di questi personaggi ne corrisponde un altro legato alla légende dorée infatti a Metternich corrisponde l’Aiglon impegnato a esaltare la figura storica di Napoleone, a Marmont soldato traditore stanco di combattere si oppone Flambeau, soldato devoto e fiero di seguire l’imperatore ovunque; infine Tiburce e Thérèse, fratello e sorella figli di emigrati di cittadinanza francese l’uno ostile a Napoleone e l’altra invece affascinata e nostalgica della figura carismatica di Napoleone.

Metternich, nella pièce come nella storia, è il diplomatico freddo protagonista dell’Europa della Restaurazione e, nella veste di grande oppositore politico di Napoleone, è intento a scoraggiare qualunque iniziativa che ne riporti alla ribalta anche solo il nome.

La leggenda napoleonica, all’epoca dei fatti della pièce, era ormai radicata e il partito bonapartista era pronto a trarne vantaggio, per questo nonostante Napoleone fosse ormai morto da tempo, sentire pronunciare il suo nome o quello del figlio destava preoccupazione:

La légende avait prêté un tel éclat au parti bonapartiste qu’il était devenu une force

avec laquelle il fallait compter . Cela explique la crainte, tournant presque à la pani=

que, que le nom de Napoléon ou celui de son fils provoquaient dans les chancelleries

d’Europe.17

 

In questo senso risulta esemplare l’episodio nella scena VI del primo atto in cui due soldati austriaci, riferendosi al duca di Reichstadt per elogiarne la destrezza a cavallo gridano: “vive Napoléon! ” provocando il panico nella corte viennese e una severa presa di posizione da parte di Metternich.

In realtà Metternich è suggestionato dal mito dell’imperatore più di quanto vorrebbe far credere: ne è indizio il dialogo surreale che il cancelliere intavola con un cappello appartenuto al Bonaparte in cui emerge un tono di odio esasperato non potendo sopportare l’idea che il suo acerrimo nemico abbia ottenuto l’immortalità dalla storia:

METTERNICH

Je te hais pour cette ombre altière et péremptoire

Que tu feras toujours sur le mur de l’histoire !18

 

Anche l’imperatore d’Austria e la figlia Maria-Luisa, madre dell’Aiglon, come gli altri personaggi legati alla légende noire, contribuiscono alla desacralizzazione del personaggio “Napoleone”. Ciò che è più condannabile, dal loro punto di vista, è la scalata al potere di un parvenu che ha osato introdursi tra le teste coronate legittime senza averne il diritto ed è su questo aspetto dell’epopea napoleonica che entrambi puntano per ridicolizzarlo e sminuirne l’importanza.

L’Aiglon invece, come personaggio appartenente alla légende dorée, non solo ha la funzione di esaltare la personalità e le conquiste del padre in un contesto pubblico in cui si cerca costantemente di sminuire le sue azioni o meglio di cancellarne addirittura l’esperienza storica, ma anche di difendere la figura paterna nella sfera privata dove le continue tresche amorose della moglie tendono a disonorarla. Ricorda infatti alla madre che il suo fascino dipende soprattutto dall’essere stata la moglie di Napoleone:

LE DUC

 

Dites- vous, désormais, qu’on ne fait les yeux doux

Qu’au prestige immortel qu’il a laissé sur vous

Et que vous n’êtes belle, et que vous n’êtes blonde

Que parce qu’autrefois il a conquis le monde !19

 

Il personaggio dell’ Aiglon viene anche descritto come un feticista nei confronti degli oggetti appartenuti al padre quando nomina alcune cose che secondo il testamento avrebbe dovuto ricevere in eredità ma che non gli sono mai state consegnate. Pur non possedendo realmente questi oggetti

il duca li sente vicini, li sente suoi:

LE DUC

Ils sont présents!

Pour remettre à mon fils lorsqu’il aura seize ans!”

On ne m’a rien remis !…mais malgré l’ordre infâme

Qui les retient au loin, je les ai : j’ai leur âme….20

 

Nell’atto finale quando l’Aiglon sta per morire compare un altro oggetto appartenuto a Napoleone, il letto da campo da lui usato solitamente come giaciglio ed è proprio su quel cimelio paterno che il giovane moribondo chiede di essere adagiato prima di esalare l’ultimo respiro. “Couchez- moi sur ce lit de camp!..”21

Si conclude così, con lo sguardo rivolto a un passato ormai perduto, una tempesta interiore, una follia frammentata, proiezione fantomatica di una realtà che non può essere rivissuta, ma che condiziona e fa agire tutti i protagonisti della pièce.

Ogni personaggio esprimendo le proprie sensazioni, raccontando le proprie esperienze e dando un giudizio sull’uomo e sull’epopea contribuisce a costruire il ritratto di un Napoleone leggendario la cui presenza è percepita dallo spettatore sulla scena anche se mai direttamente visibile:

Comment se fait-il que le poète réussisse à nous faire sentir la présence de l’empereur

sans que nous le voyions jamais ? C’est qu’il n’abandonne pas à une seule personne

le soin de nous présenter le portrait impérial. Il s’en remet pour cela à des gens de

toutes les nuances politiques.(…) Chacun de ces personnages si divers apporte un coup

de pinceau au portrait et exprime des opinions conformes à l’histoire.22

 

Il fatto che Rostand avesse scelto di trattare la vicenda tragica del figlio di Napoleone in questa pièce aveva indotto i contemporanei a pensare che ne L’Aiglon si dovesse cercare un’esaltazione di tutti gli aspetti cocardiers che avevano caratterizzato il primo impero e in particolar modo i trionfi dell’esercito francese sui campi di battaglia europei. Il ricordo delle guerre vittoriose del grande imperatore avrebbe potuto avere infatti un effetto galvanizzante per la generazione della défaite.

Ma bisogna considerare che Rostand era un pacifista che non aveva l’intenzione di fare un opera politica né di incitare i suoi compatrioti alla vendetta con un’ennesima guerra:

Rostand n’a jamais eu l’intention de se faire, avec cet Aiglon, le chantre de l’esprit

revanchard. Pour lui, la guerre est une invention abominable.23

 

Per cautelarsi dalle polemiche, Rostand aveva dichiarato, nella quartina dedicatoria, che la sua opera “n’est pas autre chose que l’histoire d’un pauvre enfant”24, ma in realtà, come si è detto, molto spazio viene concesso alla rievocazione del mito di Napoleone tenendo però presenti i due aspetti: quello positivo del condottiero vittorioso e foriero di libertà, di innovazione e quello negativo del dittatore senza scrupoli e guerrafondaio. Infine la pièce si conclude presentando l’espiazione di tante tragedie da parte di un innocente, il figlio dell’imperatore.

Il pensiero del drammaturgo sulla guerra era già stato espresso in un poema giovanile, La fête au manège, in cui Rostand ricordava che “lorsque sonne l’heure barbare”25 alle sfilate e all’atmosfera di festa delle parate militari subentrava l’orrore della carneficina e l’ala della morte. Ribadiva poi lo stesso concetto ma in modo più incisivo in un altro poema scritto nel 1894 e intitolato Un Rêve, dove l’autore immaginava di trovarsi in un campo di battaglia circondato da migliaia di feriti e da tutto ciò che avrebbe potuto caratterizzare uno scenario di guerra a conclusione di una battaglia sanguinosa, descrivendolo, in questo componimento, con estrema tragicità.

Rostand voleva sottolineare non solo l’orrore della guerra ma anche l’incapacità umana di opporsi alla carneficina e il sentimento di impotenza di fronte a fatti così cruenti e spaventosi:

Que faut-il que je fasse?

Couvrant éperdument de mes deux mains ma face

Je demeure écroulé, gémissant, inactif.

Désespéré.26

 

Il poema è rimasto incompiuto, ma l’immagine sconvolgente del campo di battaglia è stata ripresa da Rostand nel quinto atto de L’Aiglon dove, come si è detto, il figlio di Napoleone per una sorta di allucinazione si ritrova a Wagram dopo la famosa battaglia circondato da feriti e moribondi che si lamentano e chiedono soccorso. Nel quinto atto infatti con quella rievocazione sanguinosa, Rostand si schierava apertamente e definitivamente con la légende noire ribadendo che la grandeur della patria non può essere cercata per mezzo della guerra, condannando quindi apertamente l’epopea imperiale. Infine la pièce, dopo aver deplorato gli innumerevoli massacri, affronta anche il problema dell’espiazione da parte di chi li ha commessi.

Il concetto di espiazione, riferito alla vicenda napoleonica, appare per la prima volta nella raccolta poetica di Victor Hugo Les Châtiments, nella parte intitolata appunto L’Expiation. Nel poema Napoleone è un uomo che si interroga per capire la natura del crimine che ha commesso e, rievocando i momenti bui del suo regno, si chiede la ragione del castigo divino. Alla fine l’imperatore scopre qual è stato il suo crimine maggiore: è il 18 brumaio ovvero l’assassinio della libertà con il colpo di Stato:

 

Deux mots dans l’ombre écrits flamboyaient sur César;

Bonaparte, tremblant comme un enfant sans mère,

Leva sa face pâle et lu : DIX-HUIT BRUMAIRE !27

 

Secondo Rostand invece il crimine che Napoleone deve scontare sono le guerre e i massacri in cui ha trascinato l’Europa e la sua espiazione è la triste sorte riservata al figlio. Il giovane accetta rassegnato il suo destino quando capisce che sarà lui a pagare per le colpe del padre:

 

LE DUC

Mais j’ai compris, Je suis expiatoire.

Tout n’était pas payé. Je complète le prix.28

 

Infatti il giovane accetta di espiare al posto del padre e si rivolge al cielo :“Prends- moi! Prends-moi, Wagram!”29 mettendosi nella posizione di un Crocifisso. Rostand suggerisce così allo spettatore un finale a sfondo religioso paragonando la figura dell’Aiglon con la figura di Cristo che muore per espiare le colpe di altri.

Si ripete quindi ne L’Aiglon una costante del teatro rostandiano cioè quella di concludere la pièce  con l’elevazione spirituale del personaggio protagonista attraverso il sacrificio e l’oblatività:

Dieu n’est pas incessamment présent dans l’oeuvre, telle une obsession qui viendrait

hanter les personnages. Dieu au contraire, se fait discret, apparaissant parfois dans les

propos des personnages, les laissant seuls, face à leur liberté. Dieu n’apparaît seulement

que pour ce que je pourrais appeler le moment du jugement dernier, au stade supérieur

de l’élévation du personnage.30

E’ quindi lecito affermare che in questo testo Rostand ha presentato il mito di Napoleone secondo le sue idee e la sua coscienza: lo ha esaltato per amor di patria, lo ha condannato perché pacifista e in quanto tale rifiutava ogni forma di guerra e infine ispirandosi alla sua fede religiosa, ha trovato una via di espiazione ai peccati dell’uomo.

A questo punto è però necessaria una precisazione siamo all’inizio del nuovo secolo e nonostante che la formula del dramma eroico impiegata nel Cyrano e ancor più incisivamente ne L’Aiglon consacri Rostand come poeta nazionale, i personaggi proposti non sono altro che dei ratés sublimes spezzati nella lotta per raggiungere un ideale irraggiungibile, preludio ai personaggi meno enfatici, ma ugualmente impotenti e irrisolti che in quegli anni iniziavano a calcare i palcoscenici europei.

Inoltre se si considera L’Aiglon in funzione di exemplum, ciò che il poeta ha messo in scena era già nella vita e quindi la tragedia non farebbe che esibire un processo di agnizione della realtà ossia una presa di coscienza che purifica l’eroe e insieme con lui lo spettatore secondo i canoni classici, ma Rostand è andato oltre alle formule tradizionali in quanto propone un dispositivo spirituale che opera in situazioni- limite attraverso il rovesciamento degli opposti trasformando la perdizione in salvezza. Ma anche più significativo è notare come il divino si manifesti ripristinando il legame del tragico con la storia, indicando così come la tensione verso l’unità passi attraverso l’infinita scissione e l’infedeltà del ricordo rendendo visibile il portentoso che anziché essere imprigionato in una simmetria senza alternative si apre su uno spazio di reale alterità.

La scena teatrale quindi non è più contigua e dipendente dalla realtà, e il contenuto non esaurisce la forma per cui il testo puramente letterario postula la scena ma come spazio illustrativo della pagina scritta la sua presenza è invasiva occupando i corpi, le voci, gli spazi.

L’evento della rappresentazione subisce così una profonda metamorfosi impedendo l’imitazione della vita e della storia a favore dell’assoluta teatralità.

Mariangela Mazzocchi Doglio

1 V.Hugo, Les Chants du Crépuscule, in Napoléon II, Paris, Garnier, 1950, p.200.

2 C.Aziza, Préface, in E.Rostand, Théâtre, Paris, Omnibus, 2006, p.XI.

3Cfr : J.lorcey, Edmond Rostand ,Paris, Empreinte Séguier, 2004, tome I, p.362.

4 Cfr.J.DUPONT-NIVET, Sarah Bernhardt, éd. Ouest-France,1996, pp.170-177 ; M.PEYRAMAURE, La Divine, roman de Sarah Bernhardt, Paris, Laffon, 2002, pp.481-494.

5 c.AZIZA, op.cit., p.IV.

6 J.Tulard, Le Mythe de Napoléon, Paris, A.Colin, 1971, p.44.

7 D.Page, Edmond Rostand et la légende napoléonienne dans l’Aiglon, Paris, H.Champion,1928, p.8.

8 P.Besnier, Préface,E.Rostand,L’Aiglon, Paris, Gallimard, 1983, p.21.

9 E.Rostand, L’Aiglon, cit.,atto I, scena I, p.33.

10 Ibidem, atto I, scena XIII, p.113.

11 Ibidem, atto II, scena X, p.175.

12 Ibidem, atto III scena III, p.198.

13 Ibidem, atto III, scena X, p.233.

14 Ibidem, atto IV, scena II, p.251.

15 Ibidem, atto V, scena V, p.356.

16 Ibidem, atto V, scena V, p.357.

17 D.PAGE, op.cit., p.13.

18 E.ROSTAND, L’Aiglon, cit.,atto III, scena VIII, p.217.

19 Ibidem , atto IV, scena VII, p. 271.

20 Ibidem, atto III, scena III, p.203.

21 Ibidem, atto VI, scena III, p.379.

22 D.Page, op. cit., p.104.

23 J.Lorcey, op.cit., p. 428.

24 E.Rostand, L’Aiglon , op. cit., p.27.

25 E.Rostand, La fête au manège, nella raccolta:Le Cantique de l’aile, Paris, Charpentier et Fasquelle,1922, p. 94.

26 E.Rostand, Un Rêve,pubblicato nell’edizione de L’Aiglon di P.Besnier, Paris, Folio,1986, p.404.

27 V.Hugo, L’Expiation, in Les Châtiments ,Paris, Le Livre de Poche, 1985, p.216.

28 E.Rostand, L’Aiglon,op. cit.,atto V scena V, p.359.

29 Ibidem, p.361.

30 P.Bulinge, L’héroïsme dans l’Aiglon d’Edmond Rostand, Paris, PDF., 2005, p. 73.

QUANDO NACQUE LA SPAGNA MODERNA

La Spagna di oggi, confrontata con quella della tradizione, è una delle società economiche più avanzate. Ai tempi più alti della grandezza, sotto Carlo V, le carestie erano frequenti al punto che si verificavano casi di cannibalismo. Alla fine dell’Ottocento i pensatori del Rigenerazionismo, spiritualmente tramortiti dalla catastrofe del 1898 (disfatta nella guerra con gli Stati Uniti, perdita di quasi tutto l’impero) erano arrivati a pensare la Spagna come un paese africano (“l’Africa comincia ai Pirenei”), condannato alla miseria, negato all’operosità e all’efficienza economica, digiuno di tecnologia, intimamente incapace di rientrare in quel contesto europeo che nel passato aveva condiviso e in parte dominato.

Il paese lacero di 113 anni fa è oggi, a parte le vicissitudini della fase più recente, più o meno prospero come l’Italia. Se il nostro Nord è la macroregione più ricca d’Europa, la Spagna ha comparti produttivi ben più diffusi di un tempo, quando la ricchezza si produceva solo a Barcellona e a Bilbao. La Spagna è stata vicina a superarci, e qua e là raggiunge traguardi che per noi sono ancora ardui. Se da noi tanti operai hanno il garage, in Spagna pure.

Quali forze, quando, hanno prodotto questa mutazione e quasi palingenesi? Si usa rispondere: la fine del franchismo, l’aiuto americano, l’Europa, l’accelerazione economica del mondo intero. E si sbaglia, in qualche misura. Il riscatto da una continuità arretrata che sembrava condannare per sempre la Spagna cominciò un ventennio prima che Franco morisse: allorquando si cominciò a dire che, pur sempre sotto il Caudillo, erano andati al potere i tecnocrati; che avevano soppiantato la vecchia guardia militare e, diciamo così, ‘falangista’. La prosperità cominciò sì a delinearsi con gli aiuti americani e col turismo di massa, ma anche con lo sviluppo di politiche economiche e sociali avviate negli anni Venti, nei sette anni di dittatura di Miguel Primo de Rivera. Infatti per quei sette anni gli storici parlano di ‘modernizzazione autoritaria’.

La Spagna della monarchia liberale aveva preso a raccogliere i frutti della sacrosanta decisione di non partecipare alla Grande Guerra. La neutralità aveva giovato alle produzioni nazionali. Agli inizi degli anni Venti l’accelerazione produttiva si era delineata, i livelli medi di reddito avevano cominciato a salire. Però i rovesci della guerra coloniale nel Marocco avevano esasperato il conflitto sociale di fondo. La condizione dei lavoratori delle manifatture e dei servizi, cioè delle plebi urbane, migliorava lentamente. Tuttavia il proletariato rurale, misero e specificamente sottoalimentato, aveva recepito la predicazione ribellistica dell’anarchismo, caso unico al mondo, e questo contribuiva ad acuire con gli scioperi politici e con gli atti di violenza lo scontro urbano. I conflitti di lavoro avevano preso la piega dell’insurrezione: nel 1922, quattrocentoventinove scioperi politici. Ventidue i morti nello sciopero generale dei trasporti del maggio-giugno 1923.

La Dittatura di Primo de Rivera smentì le aspettative di quanti si attendevano la pura e semplice repressione della rivolta proletaria. Il generale dittatore deviò bruscamente le linee egoistiche e conservatrici del regime liberal-costituzionale. Impostò una correzione corporativa, intrinsecamente filo-popolare, solo in parte importata dall’Italia di Mussolini: non solo moltiplicò gli interventi pubblici nell’economia, che creavano occupazione ma impose la composizione dei conflitti di lavoro attraverso organismi d’arbitrato obbligatorio nei quali i lavoratori erano per la prima volta fatti concretamente uguali agli imprenditori. I sindacati socialisti furono rafforzati invece che sciolti.

Dopo sei-sette anni di sperimentazioni spesso improvvisate quindi disordinate, e di spesa pubblica resa eccessiva dalle spinte paternalistiche, qualche volta demagogiche, il paese fu raggiunto dalle ripercussioni (pur meno gravi che in paesi industrializzati quali Gran Bretagna e Germania) della Grande Depressione americana. Così le azioni positive mosse da Primo de Rivera e dai suoi giovani luogotenenti civili -José Calvo Sotelo, superministro economico, e Eduardo Aunòs ministro del Lavoro e progettista della riforma corporativa- si fermarono. Il consenso soverchiante del paese nei primi anni della modernizzazione filoproletaria scemò per la crisi congiunturale.

La classe lavoratrice guidata dallo storico Partito Socialista, che aveva accettato di allearsi al regime Primo de Rivera, manteneva l’appoggio al Dittatore che aveva parteggiato per i poveri. Ma l’opposizione dei ceti benestanti, degli imprenditori, degli intellettuali liberal-azionisti e degli studenti universitari si fece accanita. Lungi dall’asserragliarsi al potere sotto la protezione dei militari (che gli restavano fedeli) Primo de Rivera si ritirò volontariamente e subito. L’anno dopo la monarchia morì: de Rivera l’aveva costretta a volgersi verso il popolo, ma i tempi esigevano discontinuità.

La Repubblica che nacque in insolita armonia tra i partiti (ma la ‘allegria’ che sembrò levarsi era solo degli studenti e degli attivisti radical-libertari) cominciò a morire poche settimane dopo: mobilitazioni, lotte, scioperi politici, incendi di chiese e di conventi, i primi conati insurrezionali della sinistra e degli anarchici. Nel 1934 i minatori delle Asturie si rivoltarono contro la Repubblica, due anni prima del generale Mola e dei suoi sodali, uno dei quali- Francisco Franco- aveva represso coll’artiglieria l’insurrezione asturiana per conto del governo di Madrid. La Repubblica, inizialmente non rossa ma ‘azionista’ e anticlericale, crollerà per non aver dato la terra ai contadini e per avere offerto agli altri proletari quasi solo sventolio di bandiere, parole d’ordine, più insegnanti che erano anche propagandisti repubblicani, ma ben poca socialità concreta oltre quanta ne avesse avviato la Dittatura.

Lo Stato moderno fatto soprattutto di dirigismo, produttivismo e Welfare non risale al quinquennio repubblicano (1931-36) e alla mobilitazione di guerra guidata dai comunisti, bensì alla scelta filosocialista, alle provvidenze e opere pubbliche di Primo de Rivera: non solo strade e ferrovie, anche case popolari e incremento dei diritti dei proletari. Dopo la vittoria il franchismo, pur configurandosi vendicatore delle persecuzioni subite dal clero, dai latifondisti e dai banchieri, riprese gli indirizzi livellatori di Primo e di Aunòs, spogliando quegli indirizzi dei lineamenti fascistoidi del corporativismo. Le pensioni e la sanità pubblica, oggi pari a quelle italiane, cominciarono con Primo e proseguirono con Franco. Guadagnato l’appoggio degli Stati Uniti (e dunque passato il pericolo che veniva dalle plutodemocrazie occidentali) il regime di Franco portò avanti l’interclassismo di de Rivera e recepì gradualmente le linee di democrazia economica, amicbe del mercato, comuni a tutte le società occidentali. Il miracolo economico spagnolo cominciò pienamente alla fine degli anni Cinquanta.

L’interventismo economico franchista, derivato come sappiamo dal settennio della Dittatura, si era rafforzato durante la guerra civile. Nel 1937 sorge il Servizio nazionale dei cereali, tre anni dopo vengono nazionalizzate le ferrovie, nel 1941 la telefonia. Quello stesso anno sorge l’Iri spagnolo (Ini, Instituto nacional de industria). Dopo d’allora si allargano le partecipazioni pubbliche. La disoccupazione si riduce ai minimi storici.

Si aggiunga, come fattore decisivo, il crescere del potere sindacale inaugurato da Primo de Rivera, animoso e persino temerario regista della lotta alla disoccupazione, delle assicurazioni sociali cominciando dalle pensioni, dell’assistenza sanitaria, delle provvidenze alle famiglie. Il Dittatore istituì di fatto anche la rigidità del mercato del lavoro, non sempre benefica: la franchista Ley de Contrato de Trabajo del 1944 rese molto difficile, o se si vuole costoso, licenziare un lavoratore. L’assetto moderno della produzione e dei rapporti tra le classi risale a Primo e a Franco, non a Felipe Gonzales e a Rodriguez Zapatero.

Il desarrollo, l’accelerazione dello sviluppo, risale alla fase 1948-57. Alla fine di quel decennio le provvidenze di matrice social-autoritaria si accentuano al punto che, come lamentarono gli avversari di destra, todos aspiran a vivir a expensas de todos los demas (di tutti gli altri). E così, in qualche misura, avvenne.

Come ha scritto il noto economista Juan Velarde Fuentes, la linea generale a partire dal primo dopoguerra è stata dominata dagli interventi pubblici; da un nazionalismo economico che ‘ampliava il protezionismo’; dalle componenti corporative; e soprattutto dal “populismo social, obsesionado por el mantenimiento dell’empleo através de rigideces (rigidità) continuas del mercado de trabajo”.

In conclusione. La struttura economica e sociale della Spagna d’oggi, così simile a quella italiana, è il prodotto di forze aggregatesi a partire dagli anni Venti e dal franchismo, quest’ultimo operante già nel 1936 nelle province sottratte alla Repubblica. Solo nel 1959, già cominciati il miracolo e il benessere diffuso, un Piano di stabilizzazione aprì una fase di rettifiche liberiste, consonanti coll’integrazione nell’Europa. Primo de Rivera, forse, vi avrebbe riluttato.

AMC

GENERALE DITTATORE FILOSOCIALISTA

Dal saggio di un accademico americano, Colin M.Winston, titolo della traduzione spagnola La clase trabajadora y la derecha en Espana 19OO-36, trascrivo o riassumo i due capitoli dedicati alla politica del lavoro della Dittatura di Miguel Primo de Rivera. Si rileva che il golpe del 13 settembre 1923 “non fu una versione iberica della Marcia su Roma, bensì il classico pronunciamiento spagnolo. Primo de Rivera non evocò Mussolini ma il generale ottocentesco Prim e Joaquin Costa, lo scrittore che aveva invocato un ‘chirurgo di ferro’ perché la Spagna si salvasse. Il pronunciamiento fu il risultato della confluenza di una serie di crisi tra loro legate. I partiti liberali e conservatori avevano funzionato bene nell’assetto corrotto e semioligarchico di fine secolo XIX, ma erano incapaci di adattarsi al carattere più fluido e più democratico del sistema politico evolutosi a partire dal 1900. Nella Spagna del 1923 le Cortes immerse nel caoas e i politici che vi agivano avevano perso qualsiasi prestigio. L’odio viscerale di Primo de Rivera per i giochi del parlamentarismo e il disprezzo in cui teneva los politicastros gli valsero vasti consensi. Persino critici puntigliosi quali Ortega y Gasset si convinsero che il sistema era crollato, impossibilitato a riformarsi. Intellettuali come Ortega non tardarono a perdere le illusioni nella Dittatura, però l’adesione che le dettero all’inizio attesta a che punto era caduto il liberalismo”.

Il nuovo regime agì immediatamente per ristabilire la pace sociale. Il successo fu sorprendente: nel 1923 la Spagna aveva contato 819 attentati; l’anno dopo solo 18. La fase in cui lo scontro politico e sindacale si esprimeva in assassinii si chiuse col 1923. Fu soprattutto merito dell’applicazione rigorosa della legge marziale nei primi due anni del potere di Primo. A Madrid come a Barcellona l’autorità riuscì a disarticolare le formazioni anarchiche senza ricorso a metodi illegali. Rapinatori di banche e pistoleros furono passati per le armi. Le draconiane misure della settimana che seguì al colpo di Stato ebbero effetti immediati sul terrorismo. I pistoleros che non fuggirono si videro obbligati a guadagnarsi da vivere in altro modo. Sette anni di pace industriale imposta con la forza indussero le parti contrapposte a rinunziare alla violenza omicida. Lo sciopero generale proclamato il giorno dopo il golpe fu represso senza difficoltà dai militari.

Primo de Rivera non colpì tutti i sindacati. Il nemico era l’estremismo, non il sindacalismo. Nutriva una vera ammirazione per la centrale sindacale socialista UGT. Le dette un’assoluta libertà d’azione e una posizione privilegiata. La elogiava come una delle forze vitali della Spagna -l’altra era la formazione ufficiale Uniòn Patriotica. Nominò i suoi dirigenti in alcuni organismi pubblici. Invece non ci furono favori al sindacato cattolico, che si era subito dichiarato a favore del golpe.

Il regime Primo puntò a fondo sui comitati d’arbitrato che aveva istituito, composti alla pari di rappresentanti del padronato e dei lavoratori e, a partire dal 1926 coordinati nella importante Organizaciòn Corporativa Nacional, concepita e realizzata dal giovane ministro del Lavoro Eduardo Aunòs. I socialisti, considerati amici al punto che il Dittatore meditò di trasformarli in partito unico del regime, divennero egemoni della struttura nazionale di arbitrato che, liquidati in pratica i conflitti sindacali, componeva le controversie di lavoro.

La Dittatura riconobbe per la prima volta in Spagna la personalità collettiva del proletariato e i sindacati socialisti, guidati da Francisco Largo Caballero (futuro presidente del governo repubblicano, prima di Negrin, nella Guerra civile) cooperarono efficacemente alla creazione del nuovo ordine corporativo. I sindacati meno caratterizzati politicamente apprezzarono la liquidazione dei partiti e dell’elettoralismo, nel quale “todo se compra y se vende”. Vennero meno le differenze ideologiche tra regime e mondo del lavoro, egemonizzato dai socialisti col ribadito favore della Dittatura.

Il ministro del Lavoro Eduardo Aunòs si ispirava direttamente ai teorici del fascismo italiano: Ma altri statisti spegnoli avevano propugnato forme di corporativismo modernizzante, non necessariamente autoritario: sia l’ex primo ministro conservatore Antonio Maura sia Joaquìn Costa avevano formulato progetti per una ristrutturazione corporativa della realtà spagnola. Alcuni teorici anche stranieri hanno affermato a posteriori che il corporativismo non era propriamente importato dall’Italia; che anzi era una forma tipica di organizzazione sociale iberica. Si incontrano idee corporative in quasi tutte le correnti politiche della Spagna nel primo Novecento; finché assunsero la fisionomia di autentica terza via tra capitalismo liberale e collettivismo marxista o anarchico.

JJJ

SDOGANATO IL GOLPE MILITARE

Perchè no?

Ultimo, forse, tra gli ideologi della gauche bien à gauche, Alberto Asor Rosa ha auspicato la rottura della legalità repubblicana. E’ convinto che abbattere con la forza la banda Berlusconi -per insediare la banda De Benedetti- fermi il ‘collasso della democrazia’ (così si intitola il suo intervento sul ‘Manifesto’, 13 aprile 2011). Io credo che la seconda delle due bande non sia migliore della prima. Che vadano sgominate entrambe. Asor Rosa si illude: andassero al governo, i sinistristi con la loro disonestà intellettuale (e non solo) gli darebbero soprattutto dispiaceri. Però il suo pensiero catilinario è logico.

Premessa: incombe secondo lui il pericolo di “un sistema populistico-autoritario dal quale non sarà più possibile uscire”, perciò la democrazia deve reagire “per mettere fine al gioco che la distrugge”. Evidentemente il Nostro non si fida della imponente linea Maginot costruita in 66 anni a difesa della repubblica tarlata: il Colle, la Costituzione con annessa Corte, la stampa democratica, l’università democratica, Benigni, Zagrebeski, il resto. Teme che la Maginot serva come nel 1940.

Argomentazione 1 :”Chi avrebbe avuto da ridire se Vittorio Emanuele III nell’autunno 1922 avesse schierato l’Armata a impedire la marcia su Roma? Se Hindenburg nel gennaio 1933 avesse continuato a negare ostinatamente il cancellierato a Hitler, chiedendo alla Reichswehr di far rispettare la sua decisione?”.

Argomentazione 2: il ‘gruppo affaristico-delinquenziale’ di Berlusconi accresce i consensi invece di perderne. La prova di arrestare il degrado democratico per la via parlamentare è fallita. Mancano le condizioni per una prova di forza dal basso. La pressione della parte sana del paese è insufficiente. Chiede Asor Rosa: si vuole “nel nome del rispetto formale delle regole” che le cose vadano verso il precipizio, oppure si preferisce “incidere il bubbone, chiudendo di forza questa fase per aprirne un’altra tutta diversa?”

La proposta: Asor Rosa invoca “una prova di forza che scende dall’alto”, che instaura un “normale stato d’emergenza”, si avvale “più che di manifestanti generosi, dei Carabinieri e della Polizia di Stato; che congela le Camere, stabilisce d’autorità nuove regole elettorali, rimuove le cause d’affermazione della lobby affaristico-delinquenziale. La democrazia si salva anche forzandone le regole”.

Con i dovuti rovesciamenti, ragionavo così un trentacinquennio prima di Asor Rosa. Sostenevo: i politici delle democrazie parlamentari, soprattutto da noi, sono Proci usurpatori e ladri a ininterrotto banchetto. La soluzione è nell’arco infallibile di Ulisse, incarnazione del popolo. Uno sterminio metaforico, non cruento, però tale da trasferire intera la genia dei Proci nei campi di villeggiatura coatta. L’arco di Ulisse è la cancellazione della delega elettorale e il passaggio a una democrazia diretta selettiva e funzionante randomcraticamente per turni. Così faceva Atene, alla testa di altre poleis , ai tempi della grandezza ellenica

La nostra repubblica invasa dalle termiti ha la peggiore, la più corrotta e avida delle democrazie all’occidentale. E’ posseduta dal 1945 da una partitocrazia altrettanto invincibile quanto la Mafia. Mai gli oligarchi cleptocrati faranno alcuna riforma: si mutilerebbero. Meno del 10% degli italiani stimano i loro politici; tuttavia le spinte dal basso sono inesistenti. E’ dalle guerre civili della tarda Repubblica romana che la Penisola obbedisce a chiunque prenda il potere (‘Francia o Spagna…’).

Una congiura militare che apparisse energica non avrebbe bisogno di sparare se non a salve. Il 25 luglio 1943 i Moschettieri del Duce, la Milizia, il PNF non mossero un dito. La cosa si ripeterebbe, a parte gli episodi insignificanti. Gli intellettuali furibondi, i giornalisti che hanno capito Guicciardini, la Fiom e il popolo viola si allineerebbero all’istante, il paese applaudirebbe come la Spagna applaudì, si può dire unanime, nel 1923 quando il generale Miguel Primo De Rivera spazzò via i notabili del potere liberal-costituzionale, e governò sette anni coi socialisti, allora onesti e amici dei lavoratori.

Ignoro, come tutti, i dettagli del piano Asor Rosa; né comprendo che egli faccia affidamento sui soli Carabinieri e commissariati. Perché trascurare gli altri corpi armati? Pochi voli radenti dei Tornado sarebbero meno efficaci delle manette della Benemerita? Farebbero poco effetto i tiri a salve dei carri da 50 tonnellate? Le evoluzioni delle corvette della Marina non seminerebbero il panico tra le barche battenti bandiera rosso-sbiadita, tra i pensatori sotto gli ombrelloni di Capalbio?

Decisiva sarebbe la retata fisica di tutti, nessuno escluso, i personaggi delle tribune d’onore, e loro consorti, alle sfilate del 2 giugno o in altre delle impettite solennità che tanto gratificano me e le grandi masse. Ribadisco: basterebbe un pugno di colonnelli, al massimo generali a una stella, che ordinassero raffiche d’avvertimento e requisissero autobus e furgoni per trasferire i lorsignori, dal primo all’ultimo, in località appartate dell’Appennino, dove non malverserebbero più.

In conclusione. La legalità repubblicana è la blindatura che fa invulnerabili i malfattori sia di governo, sia d’opposizione. Come dice Asor Rosa, “la democrazia si salva anche forzandone le regole”. L’importante è che i benemeriti eversori non si facciano a loro volta regime oligarchico-cleptocratico. Per questo la classe politica, schiuma della società, non va sostituita, va abolita. I cittadini qualsiasi siano precettati ad autogovernarsi. Se i seggi elettorali non si chiudessero per sempre, i furfanti di regime si rigenerebbero come le code delle lucertole e gli zoccoli dei quadrupedi. Questo il pericolo. Occorrerà vigilare anche sui Liberatori.

AMC

CORRUZIONE, NOI E GLI ALTRI

Correre ai ripari o cercare alibi?

Il parlamento russo dovrebbe approvare entro il corrente mese una legge anticorruzione reclamata a gran voce dall’opinione pubblica, qualificata e non, in quanto urgente per combattere un morbo largamente diffuso in ogni settore dell’apparato statale (vedi l’”Internauta” di ottobre 2010) e gravemente dannoso per l’economia del paese. L’invocazione pressocchè corale di pene durissime per pubblici funzionari e altri dipendenti incontenibilmente venali ha trovato echi anche tra i rappresentanti del popolo, che non hanno mancato di prendere in considerazione esperienze e modelli stranieri di ogni tipo compresi quelli più drasticamente giustizialisti.

Il progetto di legge finale è rimasto tuttavia lontano da casi estremi come la Cina, dove chi estorce o accetta somme superiori all’equivalente di 150 mila dollari viene punito con la fucilazione (subita da oltre 10 mila trasgressori negli ultimi anni), la confisca dei beni e accollando ai congiunti il costo delle pallottole. O come Singapore, dove la durezza e la certezza delle pene comminate hanno spinto al suicidio un ministro che aveva intascato indebitamente 400 mila dollari.

I populisti della Duma capeggiati dal rinomato Zhirinovskij, sistematicamente intemperante benché in sostanza allineato con Putin, si erano spinti fino a proporre un castigo medievale come il marchio di infamia. La maggioranza ha invece preferito seguire all’incirca il più moderno esempio americano, comunque tutt’altro che improntato ad indulgenza verso chi sgarra. Si è optato infatti per una scala di penalità comprese tra un minimo di 3 anni di carcere, in alternativa al pagamento di una somma superiore di 25-50 volte a quella intascata, per mazzette inferiori a 25 mila rubli, e un massimo di 8-15 anni o moltiplicazione per 80-100 volte di somme superiori ad un milione di rubli.

Ma se la Russia è afflitta da livelli di corruzione tra i più elevati nel mondo, si sta muovendo nella stessa direzione anche un paese come la Gran Bretagna, che non sarà dei più esemplarmente virtuosi ma nelle relative graduatorie annuali di Transparency International occupa posti non disonorevoli. L’iniziativa per l’adozione di una normativa più severa ed aggiornata era stata assunta nel 2008 dall’allora governo laburista, con l’appoggio però dei conservatori e dei liberal-democratici che dopo l’avvento al potere della loro coalizione, un anno fa, hanno semmai accelerato un iter legislativo che dovrebbe concludersi all’inizio del prossimo luglio.

Pur concedendo qualcosa alla pressione frenante del mondo degli affari con in testa la locale Confindustria, anche a Londra si è riusciti a concordare un sensibile inasprimento delle pene detentive (fino a 10 anni di reclusione) e pecuniarie per infrazioni comprendenti quelle commesse nei rapporti commerciali e finanziari con l’estero, un settore particolarmente esposto, nel caso britannico, a pratiche corruttive.

E da noi? L’Italia, come ben si sa, è messa molto peggio del Regno Unito benché non così in basso come la Russia post-comunista. Anche a Roma si era finalmente risposto a crescenti denunce di uno stato di cose in continuo deterioramento e sollecitazioni di adeguate contromisure con il preannuncio da parte del governo, lo scorso anno, di un progetto di legge del quale, tuttavia, non si è poi sentito più parlare. Che si sia data la precedenza ad altre urgenze ed emergenze è possibile, benché non facilmente giustificabile. Sembra lecito però sospettare qualcosa di peggio.

Si parla infatti, da qualche tempo, di una funzione propulsiva che la corruzione svolgerebbe oggettivamente, al di là di qualsiasi valutazione morale, nei confronti delle attività economiche e della crescita in generale, e quanto meno si ventila il timore che uno sforzo per arginarla e scoraggiarla metta a repentaglio il già malcerto processo di ripresa dalla crisi degli ultimi anni. Sono discorsi che non hanno mancato di suscitare confutazioni abbastanza serrate ancorché insufficienti, pare, a tacitarli. C’è naturalmente da augurarsi che rimangano isolati come è accaduto in passato, almeno a livello di pubblico dibattito, alla sortita di quel ministro della Repubblica che aveva prospettato l’opportunità di convivere con le mafie. E che non siano invece indirettamente incoraggiati e alimentati anche dalla campagna governativa contro i magistrati (o sia pure solo contro “una parte” di essi), istituzionalmente chiamati a svolgere un ruolo di punta in una rinnovata offensiva contro il malaffare. D’altra parte, se questa offensiva sfumasse per renitenza del potere politico, sarebbe forse più temerario insistere a stigmatizzare la “supplenza” della magistratura nei suoi confronti.

Licio Serafini

Luigi Sturzo e il discorso di Caltagirone del 1905

Chiusa la vecchia Opera dei Congressi, la prima organizzazione cattolica papale nazionale, e ridotto il non expedit a una protesta più formale che sostanziale, Luigi Sturzo affrontò più di un secolo fa la nuova situazione che si apriva per i cattolici nell’età giolittiana con il famoso discorso su I problemi della vita nazionale dei cattolici italiani più noto come il discorso di Caltagirone, vera magna charta del futuro Partito Popolare Italiano, lucida e geniale analisi della passata esperienza del cattolicesimo intransigente e anticipazione consapevole e coraggiosa di ciò che avrebbe dovuto essere il futuro partito nazionale dei cattolici.

Dai resoconti della stampa dell’epoca, in particolare della «Croce di Costantino», questo discorso programmatico porta la data del 24 dicembre 1905 nell’edizione del 1906 delle sturziane Sintesi sociali, ora in Opera Omnia, figura la data del 29 dicembre 1905, mentre nell’appendice al volume Dall’idea al fatto addirittura quella del 25 dicembre 1905. Fatta salva questa precisazione, preme qui evidenziare come l’ipotesi prospettata ai cattolici democratici da Sturzo nella sua città natale vedeva con lungimirante modernità un partito che doveva nascere come risultato di un’analisi storica, nonché di un’esperienza avente il suo costante riferimento nel sano sviluppo della vita civile e sociale da cui dipende l’azione politica.

A quell’epoca Sturzo pur affermando che il Papa non poteva rinunziare «alla sua ingenita libertà e indipendenza», sosteneva decisamente che se il partito doveva nascere, esso doveva essere pienamente autonomo dall’autorità ecclesiastica, i cattolici dovevano accettare la caratteristica della vita pubblica moderna, che era e resta civile, e abbandonare la mentalità della contesa per la fede, dei blocchi clerico-moderati e della norma del “caso per caso”; con evidente allusione alla tesi giolittiana delle due parallele Sturzo escludeva cioè che si potesse fare del temporalismo, del legittimismo e del clericalismo clientelare la ragion d’essere del futuro partito.

C’era in queste affermazioni una disponibilità sostanziale e storica all’invenzione di un nuovo grande partito di massa di cui Sturzo sentiva la necessità e avrebbe potuto promuoverne la nascita: le idee, come si vede, erano chiare sin dal 1905, ma il sacerdote siciliano non si lasciò tentare, perché la Santa Sede, che aveva concesso le prime evasioni al non expedit ammettendo solo che i cattolici divenissero elettori ma non eletti, non lo permetteva, e il sacerdote era sicuro che senza l’abolizione ufficiale di quella formula il partito sarebbe riuscito né più né meno di una «chiesuola, di una congrega di partiti e di velleitari». Sfidare la Chiesa? Per Sturzo era improponibile, perché impensabile per un fedele come lui era l’idea di affrontare il clima di sospetti che l’ondata antimodernista aveva provocato intorno ai democratici cristiani, così come impensabile era, per chi come lui profondamente temeva l’accusa di ribellione, l’idea di trasformare modernamente la Chiesa per poi muoversi alla conquista del potere politico.

Certamente egli voleva qualcosa di inimmaginabile a quell’epoca, ed è per questo che il testo sturziano, distinguendosi nettamente dal discorso di Rho di Filippo Meda e dal programma di Romolo Murri, troppo intriso di operatività immediata il primo e da ansia religiosa il secondo, finiva con l’ipotizzare un partito che doveva nascere piuttosto come risultato di un’analisi storica e di un’esperienza che ha il suo costante riferimento nel sano sviluppo della vita civile e sociale da cui dipende l’azione politica. Il suo buon senso e il suo realismo di politico sincero, inducendolo a liberarsi dall’ibridismo politico-religioso della passata esperienza del movimento cattolico e da ogni indulgenza verso sogni integralisti, in difesa della necessità dell’autonomia, dell’aconfessionalismo e della vocazione democratica del futuro partito, spiegano come egli, pur simpatizzando con Murri e i suoi amici, non si sentì attratto da programmi che in qualche modo mostravano di essere ancora legati alle polemiche del passato.

Il progetto di Sturzo rimase per il momento lì, sulla carta; la chiarezza delle idee non significava realizzabilità politica; bisognava nel frattempo puntare a salvare, grazie anche al coinvolgimento dei ceti medi rurali e artigianali, le opere sociali ed economiche cattoliche, evitando il rischio che esse venissero assorbite e depotenziate, dopo lo scioglimento dell’Opera, dalla pratica trasformistica, e creando in tal modo le condizioni affinché la nascita del partito avvenisse, ma al momento opportuno, secondo le necessità dei tempi che, all’inizio del secolo, non erano ancora maturi. Potremmo allora dire che il discorso di Caltagirone del 1905 chiude l’esperienza del movimento cattolico organizzato nell’Opera dei Congressi e la fase dell’«ibridismo politico-religioso» che caratterizzò le lotte dei cattolici democratici dalla fine del secolo scorso all’età giolittiana, e nello stesso tempo preannuncia con grande chiarezza le prospettive di impegno di un partito democratico, laico e popolare di cattolici di ispirazione cristiana, ma con la piena consapevolezza dei ruoli e dei fini della Chiesa, dello Stato e dei partiti in una società moderna.

Ci vollero ben 14 anni, una guerra mondiale, il pontificato di Benedetto XV, la fine di ogni possibilità di ritorno al temporalismo e la liberazione della questione romana dal peso dei condizionamenti legittimistici, perché si presentassero le circostanze necessarie a favorire e ad aprire il varco alla fondazione del Partito Popolare, a cui Sturzo conferì quelle connotazioni politiche e ideologiche che recano indubbiamente il segno di tutta la sua complessa esperienza civile, politica e religiosa di cattolico e di sacerdote fedele e obbediente alla sua Chiesa che ha saputo dimostrare come ogni innovazione o rivoluzione politica operata dai cattolici non avrebbe mai potuto superare, da un lato il limite di una tensione controrivoluzionaria con il rischio di asservire il partito al blocco d’ordine, dall’altro il limite di una conversione progressista, che avrebbe fatto del partito una forza subalterna al socialismo materialistico, inaccettabile da parte della Chiesa. Lungimiranza politica, coerente realismo e coraggiosa ma non passiva attesa sono, dunque, gli ingredienti che contraddistinsero il successo della tesi sturziana del discorso di Caltagirone che, pertanto, merita veramente di essere considerato il primo grande discorso di un cattolicesimo moderatamente impegnato nella lotta politica, dell’inizio di una storia di partito di ispirazione e struttura laica e democratica, della piena acquisizione da parte della tradizione cattolica democratica di un concetto di partito come strumento per l’esercizio di un potere dentro e non più fuori dall’organizzazione liberale dello Stato moderno.

Concetta Argiolas

Morto il diavolo Bin Laden si lasci spazio alla riflessione

Bin Laden è morto. Quando mi sono reso conto che la mia scrollata di spalle e un mentale “mm…bene” mi rendevano una specie di otaria volante rosa, non per stazza e colore ma per rarità, mi sono posto qualche domanda.

Chi era Bin Laden? Per me era un terrorista, un fanatico religioso, uno accecato dall’odio e forse dal potere. Me lo immaginavo rintanato in qualche buco, ma anche in una villetta mi sta bene. Era comunque anche un personaggio sconfitto dalla Storia. La primavera araba, così bella scandita dalle invocazioni di libertà e democrazia, e così indipendente, senza bandiere americane o israeliane bruciate, lo avevano relegato nella marginalità. Era comunque il leader di Al Qaeda.

Ma cos’è Al Qaeda? Per me un’organizzazione terroristica. Un network di fanatici islamici. Ma soprattutto un brand, un franchising. Terroristi di tutto il mondo hanno usato il marchio, traendone profitto e fama, garantendo anche un ritorno di immagine alla casa madre.

Purtroppo temo che Al Qaeda sopravvivrà a Bin Laden. Penso infatti che siano motivi sociali ed economici quelli che generano il terrorismo islamico ed il suo brodo di cultura. Non il carisma di un leader.

Stante queste premesse, la morte di Bin Laden mi ha suscitato quel minimo di contentezza per la scomparsa di uno di cui certo non sentiremo la mancanza, e quel minimo di tristezza per l’uccisione di un uomo (ampiamente mitigata dalla consapevolezza che muoiono migliaia di uomini migliori ogni giorno senza che nessuno ne parli). Mi ha fatto incazzare che si sdoganasse la tortura come metodo valido per raggiungere l’obiettivo, e che nessuno abbia fatto mistero che l’intento era quello di uccidere, non di catturare. Non proprio i valori occidentali che vorrei vedere difesi in primo luogo da noi stessi.

Poi ho visto le scene di giubilo negli Stati Uniti. Urla, pianti, caroselli in auto, “U-S-A! U-S-A!”, preghiere, titoli di giornali celoduristi e viscerali, “Brucia all’inferno!”, giustizia è fatta, giustizia come vendetta.

Comprensibile. Tutto comprensibile, almeno alla luce della scarsa stima che è lecito nutrire nei confronti della massa, più che mai di quella americana (non che in quella italiana si affollino i Beccaria e i Verri…). Ma quel senso di nausea, di estraneità, di otaria volante rosa imponevano altre domande e altre risposte.

Chi era Bin Laden per gli americani?Evidentemente Bin Laden era l’incarnazione del male, qualcosa di molto più vicino a Satana che a un terrorista. Bin Laden era un demonio onnipotente e onnipresente da esorcizzare, un cattivo da fumetto, il bersaglio unico (o quasi) dell’odio generato dall’11 settembre. Bin Laden era la ragione di due guerre, o almeno del consenso ad esse, era il valido motivo per cui accettare una diminuzione della propria libertà di spostamento, di comunicazione, di pensiero. Era il peso sull’altro piatto della bilancia di Guantanamo, della tortura, delle operazioni illegali all’estero.

Viviamo in un’epoca di simboli universali. Bin Laden, come prima di lui il Word Trade Center, era un simbolo. Ma come proprio le torri gemelle insegnano, si possono abbattere i simboli, ma non ciò che simboleggiano. L’America non è stata distrutta per la distruzione dei suoi più famosi grattacieli. Il capitalismo non è crollato perché la sua piazza più importante è stata colpita. Perché per Bin Laden dovrebbe valere il contrario? Cosa c’è di così eclatante da festeggiare? Morto un simbolo non ci rendiamo conto che ciò che ci resta in mano sono solo poche ossa, rimpiazzabili da altre ancora tenute insieme da muscoli e da un cuore pulsante?

È morto Bin Laden. “Mm…bene”.

Otaria Volante Rosa

A PROPOSITO DI DRAGHI AL TIMONE DELL’EURO

E di cosa lascia indietro

Qualche anno fa, viaggiando in Norvegia con la famiglia, mi capitò di dimenticare del denaro allo sportello di un piccolo ufficio postale dove lo avevo cambiato; un somma non ingente ma neanche disprezzabile. Me ne accorsi solo dopo avere percorso un centinaio e passa di chilometri ed essermi nuovamente fermato per quale motivo. Che fare? Ebbi fortunatamente la buona idea di rivolgermi ad un altro ufficio postale di paese, il cui impiegato telefonò all’istante al collega del precedente e dieci minuti più tardi, con mia indicibile meraviglia oltre che compiacimento, mi versò la somma in questione; per di più, se ricordo bene, senza neanche chiedermi un documento di identità.

Lascio immaginare ad un eventuale lettore quali sviluppi avrebbe avuto in Italia un caso del genere. Mi limito a segnalare che da almeno dieci anni attendo una qualsiasi risposta ad una formale richiesta di restituzione di una somma erroneamente versata con bollettino di conto corrente postale duplicando un pagamento già effettuato. O che ho dovuto rinunciare all’abbonamento ad un quotidiano perché spesso arrivava uno o due giorni dopo oppure non arrivava affatto, e anche quando andava bene mi conveniva prelevarlo personalmente in posta.

E’ vero che nel frattempo le nostre vecchie Poste e telegrafi sono diventate, grazie anche all’avvento della Rete, più una banca d’affari che altro e non hanno più tempo da perdere per le quisquilie; d’altronde, l’artefice di questa mirabolante trasformazione è meritatamente passato a dirigere la prima (o seconda) banca nazionale.

Ma parliamo di banche, allora. Giorni fa mi sono recato nella vicina (per me) Svizzera per ottenere la chiusura di un conticino, inattivo e quasi vuoto da vari anni, che detenevo presso la maggiore banca elvetica. Anche in questo caso l’operazione ha richiesto una diecina di minuti, e non solo è avvenuta a titolo gratuito ma mi sono stati versati i pochi franchi residui che pensavo sarebbero stati trattenuti a pagamento di una nuova imposta già in vigore sui depositi stranieri inferiori ad una certa cifra.

Confronti? Mia figlia attende da oltre un anno, invano malgrado ripetute sollecitazioni, la chiusura di un conto, di dimensioni sempre modeste e mai molto movimentato, presso una banca del profondo nord, pur avendone nel frattempo aperto un altro nella stessa agenzia. La quale, oltre a non fornire spiegazioni plausibili, non esita ad esigere versamenti atti a mantenere il conto in attivo per evitare denunce penali e, presumo, coprire spese di tenuta e interessi passivi che intanto continuano tranquillamente ad accumularsi.

Un’esperienza analoga era già toccata del resto anche a me con una banca straniera subentrata all’italiana che mi aveva tra i suoi clienti, trattati nella fattispecie come le anime morte di Gogol, ossia venduti senza preavviso né altra avvertenza. Non so se la banca straniera in questione si comporti allo stesso modo con la clientela connazionale o di paesi diversi dal nostro. Sospetto però, anche in base ad altre indicazioni, che in campo bancario come in altri gli stranieri non siano affatto restii ad adeguarsi alle usanze nostrane.

Morale? Siamo tutti felici e orgogliosi che Mario Draghi ascenda alla testa della Banca centrale europea. E ci auguriamo naturalmente che sappia difendere vittoriosamente l’Euro dalle minacce che gravano sulla sua stessa esistenza, nell’interesse anche del nostro paese con buona pace di chi rimpiange la lira e relative svalutazioni. Saremmo stati tuttavia più contenti se Draghi, prima di cambiare lavoro, avesse cominciato a fare qualcosa di concreto e utile per rendere meno borbonico il sistema bancario italiano. Se l’avesse fatto a nostra insaputa, chiederemmo venia e dovremmo semmai dolerci della sua promozione pur avendo a cuore la sorte dell’Euro.

Mevio Squinzia

BATTONO LA U.S.NAVY I PIRATI SOMALI

Nei primi tre mesi del 2011 gli attacchi di pirateria in mare sono stati almeno 142, di cui 97 al largo delle coste somale. Nello stesso periodo dell’anno scorso erano stati 35. Sono cifre dell’International Maritime Bureau, che ha sede a Kuala Lumpur e monitora la pirateria a livello mondiale. In mano ai pirati ci sarebbero (fine marzo) 28 navi e 596 persone.

Priva di governo da quasi quattro lustri, la Somalia non è in grado di controllare le sue acque territoriali, quindi è il fronte più critico della lotta al banditismo marittimo. Inefficace è stata finora l’azione della forza internazionale guidata dagli Stati Uniti, la Combined Task Force 150. La più grande potenza aeronavale e militare della storia non riesce a debellare un’agile schiera di predoni, munita di armi e imbarcazioni leggere.

In passato la lotta alla pirateria è stata addotta per legittimare forme differenziate di conquista territoriale. Oggi, è stato notato, l’equivalente dell’impegno contro i pirati è la tutela dei diritti umani e la promozione della democrazia, spesso insistite al di là del ragionevole. E il contrasto all’immigrazione clandestina via mare non dà risultati.

Intorno al 1830 la Gran Bretagna motivò con la protezione della legalità sui mari l’impossessamento di una serie di basi lungo la costa della penisola araba, battezzata Costa dei Pirati o anche Costa della Tregua (Trucial Coast): più o meno, il territorio degli odierni Emirati Arabi Uniti. Tra i pirati in azione in quelle acque non mancavano gli inglesi, spesso legati alla East India Company. Nel 1695 un grosso vascello da 80 cannoni, ammiraglia della flotta mercantile del Surat, di ritorno da Mokha e carica di pellegrini d’alto bordo e di merci costose, fu catturato da due navi corsare inglesi. I ricchi passeggeri furono depredati, le donne stuprate. Il Surat reagì occupando la ‘fattoria’ dell’East India Company e incarcerando i suoi uomini.

Nel Mediterraneo la pirateria fu esercitata, oltre che dai musulmani, anche dai Cavalieri di Malta e da rinnegati che diventavano musulmani per fare fortuna. Nel XVII secolo gli Stati o Reggenze barbaresche del Nord Africa si reggevano sulla pirateria, cui era strettamente connessa la tratta degli schiavi (oggi, dei migranti). La cattura di ostaggi e il business dei riscatti erano il versante più redditizio della pirateria, perdurato fino al XIX secolo. “Stare usanza del mare” si giustificò nel 1804 un capobarca tunisino con un prete italiano che aveva catturato nel golfo di Napoli.

Tutti i governi pagavano veri e propri tributi ai bey di Algeri, Tunisi, Tripoli e ad altri capi minori perché le proprie navi transitassero senza danno, o con meno danni, le acque più infestate del Mare Nostrum. Considerati i costi della repressione militare della pirateria, pagava tributi anche la Gran Bretagna. Attraverso Londra, pagavano anche gli armatori delle sue colonie nordamericane. Quando queste ultime si furono dichiarate indipendenti la protezione britannica cessò e il presidente Jefferson non esitò a mandare una minuscola squadra della U.S.Navy contro il bey di Tripoli. Il futuro presidente Adams propose una piccola flotta che bloccasse in permanenza il porto di Algeri “anche per darci una Marina vera e animosa di fronte alla bandiera di Maometto, laddove gli altri sono codardi”.

Non risulta che la flotta onnipossente di Obama e dei suoi alleati stia conseguendo più successo della flottarella di Jefferson e Adams.

JJJ