SGOMENTO DI REGIME: La scaramanzia agirà?

Strana, e abbastanza comica, dopo i fatti di fine marzo la costernazione degli editorialisti, dei canonici e sagrestani della Costituzione, delle anime belle che amano la Repubblica. ‘Mai così in basso’ ‘Imbarbarimento’ ‘Ormai il Parlamento è fuori controllo’ ‘La generazione dei De Gasperi e dei Pajetta non si dava al turpiloquio’ ‘Di ominicchi così non se ne può più’ ‘Gentaglia’ ‘Non ci meritavamo tanto scempio’  ‘Non si va più avanti’ ‘Il fiume sta per straripare’ ‘A un passo dal baratro’ e così via.

Ora, fin quando si tratta di confronti con la temperie del parlamento subalpino, a palazzo Carignano, e persino con le maniere e le marsine dei giorni di Di Rudinì, poco male. Ben più turpi sono dal 1945 i misfatti del regime. Ma quando leggiamo ‘A un passo dal baratro’ e ‘Dove finiremo?’ si impone la domanda: che si intende, precisamente, per baratro e per fine?. La morte delle istituzioni? E che baratro sarebbe:  sorsero malate e sono da parecchio nel marasma (=stadio pre-agonico). Istituzioni che non meritano quasi niente, c’è dramma se muoiono? Verosimilmente, più che l’affezione a ciò che abbiamo avuto per 66 anni, è l’avvenire, il dopo-Terza repubblica, che terrorizza quanti si erano appena compiaciuti che il Quirinale papalregio e gli altri palazzi del potere si portassero così bene, a 150 anni. Allora, che baratro si teme? La libanizzazione? La libizzazione? Una guerra civile come diecimila altre nella storia? Il destino della repubblica di Weimar e di quella di Spagna?

E’ opinione diffusa che manchino le condizioni tradizionali per una svolta violenta. Peraltro: la repubblica di Weimar, che morì il 30 gennaio 1933 (Hitler cancelliere), aveva superato le sue fasi più drammatiche dieci anni prima, quando la Reichswehr schiacciò il tentativo di rivoluzione rossa in Sassonia e in Turingia; e quando il Rentenmark di Hjalmar Schacht spense di colpo la più orrenda delle inflazioni. Insomma Hitler salì al potere che l’economia della Germania, ripresasi prima della metà degli anni Venti, già cominciava a superare, disoccupazione a parte, le conseguenze della Grande Depressione. Notiamolo dunque: il passaggio al nazismo avvenne in un momento duro ma non il più tragico di Weimar.

Il caso spagnolo si addice al nostro, non poco. Si compose di due crisi molto gravi, nel 1923 e nel 1936, intervallate da un relativo benessere dell’economia. Nel 1923, quando il generale Miguel Primo de Rivera (padre di José Antonio, il fondatore della Falange) si fece dittatore senza colpo ferire, il sistema costituzionale agonizzava. Il parlamentarismo liberal-conservatore, avviato da Canovas del Castillo con la prima restaurazione della dinastia borbonica, si era dimostrato in quarantasette anni un assetto oligarchico tra i meno efficienti: analogo al nostro, pluto-democratico, progressista a chiacchiere, truffaldino come pochi, nel quale a centinaia con cravatta rossa percepiscono un milione all’anno.

I notabili liberali che dal 1876 si erano alternati al governo a Madrid avevano soprattutto gestito l’immobilismo: rubando molto meno che la partitocrazia italiana nata nel 1945, però indifferente alla miseria dei ceti proletari.  In più i politici di Alfonso XIII non erano stati capaci di liquidare gli avanzi di un colonialismo condannato senza speranza dalla disfatta del 1898 nella guerra con gli Stati Uniti. Si ripete che il Re perdette il trono per i postumi di un disastro militare nel Marocco. In realtà fu la questione sociale ad abbattere la monarchia liberale dei benestanti.

Da anni i conflitti di lavoro avevano preso la piega della rivoluzione. La Spagna era sola a conoscere un anarchismo militante, votato all’insurrezione e al terrorismo. Nel quinquennio che precedette il colpo di stato del 1923 erano avvenuti quasi 1200 attentati, di cui 843 nell’area di Barcellona. Nel 1923 uno sciopero generale dei trasporti aveva fatto 22 morti. L’anno prima si erano contati 429 scioperi politici. All’inevitabile ribellismo proletario rispondeva la violenza controterroristica dei pistoleros padronali..

Dopo la catastrofe del 1898 il pensatore Joaquin Costa, un Mazzini/Cattaneo iberico, iniziatore del movimento intellettuale ‘rigenerazionista’, aveva predicato che la Spagna non si sarebbe salvata se un ‘chirurgo di ferro’ non avesse amputato la cancrena nazionale. I primi due decenni del Novecento, anche col moltiplicarsi in Europa dei movimenti antiparlamentari e autoritari, dimostrarono che Costa aveva ragione, Nel 1923 le circostanze spagnole erano divenute così intollerabili che Miguel Primo de Rivera, un generale di affiliazione liberale come tanti altri protagonisti ‘castrensi’ dell’Ottocento spagnolo e portoghese, poté compiere un colpo di stato fulmineo, facile e del tutto incruento. Ad esso andò il consenso pronto del paese, a parte l’élite intellettuale e una parte degli studenti. La Spagna approvò riconoscente. Nacque un regime militare denominato Dictadura. Finì non meno di sette anni dopo; durerà meno la Repubblica di Azana e della Pasionaria, esaltata dal sinistrismo internazionale.

La forte popolarità di Primo de Rivera andò scemando quando in Spagna arrivarono le ripercussioni (pur meno gravi che in altri paesi) della Depressione del ’29, e quando la finanza statale fu aggredita dai debiti dei grandi lavori pubblici e dell’avvio del Welfare State, entrambi ostinatamente voluti da Primo. Marchese e Grande di Spagna, il generale promosse nel concreto il riscatto della classe lavoratrice. Collaborò strettamente col forte partito socialista di Largo Caballero (capo del governo antifranchista, prima di Negrin), anzi provò a trasformarlo in partito unico di regime. Primo de Rivera fu odiato dalle classi alte, che risultarono, insieme ai notabili liberali e agli scrittori, la sua opposizione. Non fu abbattuto: lasciò istantaneamente il potere e la Spagna quando i capi delle forze armate declinarono di dargli una specie di voto di fiducia. Il suo regime non era stato né sanguinario né propriamente poliziesco:

Gli italiani di oggi disprezzano la loro classe politica. La cleptocrazia che essa gestisce li disgusta. Le Istituzioni, anch’esse possedute dai partiti -non importa se governativi o d’opposizione- hanno sempre meno titolo ad essere difese. Dopo sessantasei anni di malaffare, si può dubitare che ove sorgesse un Primo de Rivera,  con la sua propensione per il popolo, la sua personale onestà di gran signore andaluso, persino la sua demagogica bonomia, egli prenderebbe il potere in Italia? Che quasi d’incanto sparirebbero gli oppositori fermissimi e ‘viola’? Che almeno in una fase iniziale egli avrebbe il sostegno del paese?

Questo, sotto sotto, sgomenta gli opinion makers, i moschettieri delle Istituzioni (il 25 luglio ’43 quelli del Duce non mossero un dito; lo stesso farebbero i moschettieri di De Benedetti). Le beghine della Costituzione piangerebbero in silenzio, però senza esagerare.

Impaurisce il regime che il suo sopravvivere sia appeso a non più di tre fili. 1). Che non nasca un uomo d’azione, persino mancante della gloria di Charles De Gaulle (quando agì, Primo de Rivera non aveva la gloria di De Gaulle). 2). Che l’economia non si sfilacci troppo. 3). Che la pace sociale e la rassegnazione non vengano cancellate di colpo da eventi traumatici. Il più duro di essi potrebbe essere, da un certo punto in poi, lo ‘tsunami umano’ dall’Africa, e non solo.

Forse i traumi gravi non sono imminenti, sempre che l’economia non deperisca troppo. La costernazione degli editorialisti e delle anime belle passerà. Il turpiloquio (peccato veniale) e il furto eufemizzato come costo della politica (peccato capitale) continueranno. Però il Mubarak collettivo che ci possiede faccia qualche gesto dimostrativo. Altrimenti il banchetto dei Proci finirà come quella volta, in una delle isole ionie.

A.M.C

UNITA’ NAZIONALE NELLA STORIA E OGGI

Un’altra riflessione sul 150°

“Ahi serva Italia di dolore ostello
Nave senza nocchiero in gran tempesta
Non donna di provincia ma bordello”

Colgo al volo l’invito di Gianni Fodella (Internauta di marzo) a riflettere ancora per un momento sul 150° dell’unità d’Italia prendendo spunto proprio dalle sue stimolanti “note a margine”. Delle quali mi suona senz’altro condivisibile l’affermazione che una nazione italiana esiste almeno da un paio di millenni e non certo dalla nascita appena commemorata del relativo Stato. Fodella si spinge però ben oltre, sostenendo che questa nascita non sarebbe stata affatto un lieto evento bensì una iattura, perché gravida di conseguenze soltanto (pare di capire) negative che tuttora si scontano e alle quali urge rimediare con drastiche misure. 

Alla sua citazione iniziale di un celebre verso di Francesco Petrarca comincio a replicare premettendo a mia volta tre versi un tempo celeberrimi di Dante e chissà da quanti conosciuti ancora oggi. Essi non esprimono solo un comune sentire di appartenenza ad un’entità nazionale fondata su basi storiche, culturali, linguistiche (nonostante il prevalente uso di dialetti spesso assai diversi fino a tempi relativamente recenti) ed anche religiose, come molti adesso sottolineano, fino ad un certo punto giustamente. Sono, anzi, soprattutto un’accorata denuncia della soggezione del paese a potenze straniere e della carenza di una guida capace di unificarlo ed emanciparlo (anche da una condizione postribolare forse ancora più difficile da sradicare; ma non è il caso di approfondire qui questo aspetto).

Lo stesso Petrarca, che oltre a poetare faceva l’ambasciatore, dunque almeno un po’ il politico, non è facilmente riconoscibile nell’immagine riduttiva attribuitagli da Sergio Romano (Corriere della sera del 17 marzo) in quanto portavoce di un’Italia “unita soprattutto dalla sua fede, dalla presenza del pontefice, dall’orgoglioso ricordo del suo ruolo centrale nell’Impero romano”. In quella che è viene generalmente annoverata come la sua canzone politica per eccellenza (“Italia mia, ben che ‘l parlar sia indarno”) egli lancia infatti ai principi connazionali un vibrante appello a desistere dalle loro risse fratricide e a rivolgere piuttosto le armi un tempo invincibili contro i barbari invasori  e in particolare la “tedesca rabbia”.

All’epoca di Dante e Petrarca, peraltro, la già ingombrante presenza straniera era controbilanciata dalla vitalità anche politica dei comuni, principali artefici di un primato nazionale in vari campi destinato poi ad offuscarsi se non a svanire del tutto.  Tanto più si comprende, quindi, come i loro accenti sdegnati quanto dolenti abbiano potuto ispirare a distanza di secoli i cantori sette-ottocenteschi del risorgimento nazionale in chiave non puramente culturale e morale bensì anche politico-istituzionale.  Tra i successivi precursori di Alfieri e Foscolo, Leopardi e  Manzoni, ecc. spicca Niccolò Machiavelli, statista fiorentino e padre fondatore della moderna scienza politica, non poeta, che sollecitava uno dei Medici a farsi redentore della patria confidando che nessun italiano si sarebbe rifiutato di seguirlo perché “a ognuno puzza questo barbaro dominio”.  

Ma anche questo appello era destinato a restare vano, dopo il fallimento, tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, del tentativo di Lorenzo il magnifico di costruire un’unità politica sulla base di momentanee sintonie tra le signorie di Firenze, Milano, Venezia, Roma e Napoli e quello della Lega santa creata da papa Giulio II all’insegna del motto “Fuori i barbari”. Già la precedente calata in Italia di Carlo VIII, atto iniziale del rapido processo di instaurazione della dominazione straniera, aveva fatto registrare il prevalere delle voci italiane esultanti per l’arrivo del sovrano francese rispetto alle nuove grida di dolore per la sorte della patria. Quella, ad esempio, del poeta emiliano Matteo Maria Boiardo, che insieme al napoletano Jacopo Sannazzaro era stato uno dei primi ad adottare il toscano come lingua italiana. A causa di quell’evento funesto, vedendo “Italia tutta a fiamma e a foco”, l’autore dell’ “Orlando innamorato” non riuscì più a riprendere la penna e morì poco dopo.

Degli Stati italiani sostanzialmente indipendenti sarebbero ben presto sopravvissuti, senza contare il caso peculiare di quello pontificio, soltanto il Piemonte e la Repubblica veneta. Ma mentre la Serenissima, dopo secoli di multiforme gloria, si avviava verso un declino pur lento e ancora punteggiato da residui fasti, e lo smalto ritrovato dalla signorìa medicea sotto Cosimo I si rivelava effimero, il ducato di Savoia riusciva (talvolta miracolosamente) a non farsi schiacciare dalla morsa prima franco-spagnola e poi franco-austriaca, anzi a rafforzarsi e ad espandersi diventando un attore via via più importante sulla scena nazionale.

Il casato sabaudo era di origine francese, ma il suo esponente che pose le basi per la crescita di un ducato destinato a trasformarsi in regno, Emanuele Filiberto, si proclamava principe italiano, chiamava il Piemonte bastione d’Italia e cercò di stringere alleanza proprio con Venezia per salvare quanto rimaneva dell’ indipendenza nazionale. Di lui un ambasciatore veneto scrisse: “Gli Spagnoli sel credono Spagnolo; i Francesi francese; ma tutti s’ingannano, perché egli è nato italiano, e tale vuole la ragione e vuole lui che sia tenuto”. Semianalfabeta pur parlando quattro lingue, promotore di cultura, scienze e arti, volle che atti giudiziari e notarili e i nuovi statuti del ducato fossero scritti in italiano. Capo militare di grande talento, ebbe tra i suoi discendenti un condottiero ancora più illustre, che conseguì vittorie epocali al servizio degli Asburgo ma si firmava Eugenio von Savoie, in quanto principe di nazionalità italiana, cittadinanza austriaca e cultura francese.

Fatte salve queste eccezioni, la deriva della nazione politica coincise, certo non casualmente, non solo con la decadenza economica e civile della penisola nel suo insieme ma anche con la perdita del suo primato culturale. Parlare qui di declino in assoluto sarebbe forse inesatto, tenuto conto che in alcuni campi (musica, arti figurative, filosofia) la creatività italiana continuò a brillare e in quello scientifico persino crebbe come aveva vaticinato Galileo nella prefazione al suo capolavoro: “Spero che da queste considerazioni il mondo conoscerà che se le altre Nazioni hanno navigato di più, noi non abbiamo speculato meno”. Secondo il recente commento di Giulio Giorello ad uno scritto del genio di Arcetri, se nel Seicento anche a causa di una crisi morale il paese “era davvero poco più di un’espressione geografica”, sarebbe stata “la scienza a plasmare la nuova fisionomia dell’Italia non meno che le lettere e le arti”.   

Quella che nonostante la frammentazione politica e l’invadenza straniera può essere vista come la seconda età dell’oro nazionale dopo l’epoca romana era comunque giunta a termine. I poli di sviluppo e progresso su scala generale si erano ormai trasferiti o stavano crescendo altrove, di pari passo con il consolidamento dei grandi Stati nazionali o multinazionali. Come immaginare, sul piano logico innanzitutto, che l’Italia potesse risollevarsi senza imboccare la stessa strada e senza quindi che l’obiettivo dell’emancipazione e dell’unificazione statale venisse prima o poi rilanciato come scelta obbligata nel contesto entro il quale il paese si trovava?

La domanda sembra consentire una sola risposta, pur mettendo nel conto che le dominazioni straniere non meritano di essere denigrate oltre misura. Persino la gestione spagnola del ducato di Milano, a lungo simboleggiata dalle grida manzoniane, è stata alquanto rivalutata da studi recenti. Non vi è dubbio che quella austriaca del Lombardo-Veneto, come del resto della Toscana, sia stata illuminata e costruttiva sotto vari aspetti prima ancora che il vento in Europa cambiasse per impulso dei filosofi francesi e che l’epopea napoleonica minasse le fondamenta dei vecchi regimi. Ritorcendosi, poi, contro lo stesso potere di Vienna, se è vero, come è stato autorevolmente suggerito, che le Cinque giornate di Milano e le Dieci di Brescia videro una partecipazione popolare spiegabile anche con l’introduzione dell’istruzione elementare obbligatoria nel 1818, una primizia nel paese. La risposta resta tuttavia quella implicita nell’affermazione dello storico inglese Mack Smith che il “relativo torpore” in cui l’Italia era scivolata nel 16° secolo, perdendo il suo primato commerciale e culturale, “fu dovuto almeno in parte alla sua incapacità di costituirsi in Stato nazionale come la Francia e la Spagna”.

E’ sicuramente vero, d’altro canto, che il successo della causa risorgimentale non possa essere ascritto alla consapevole adesione ad essa di una maggioranza numerica delle popolazioni coinvolte. Molti furono, come si sa, i picciotti siculi che accorsero ad ingrossare le file dei Mille, ma la rapida conquista garibaldina della Trinacria e dell’intero regno meridionale, grande solo per le sue dimensioni e la pompa della sua corte, fu evidentemente agevolata soprattutto dalla fragilità e dalle molteplici carenze dello Stato borbonico; con un contributo popolare, quindi, semmai di tipo passivo. Anche altrove le masse rimasero per lo più spettatrici del rivolgimento in corso, spesso attonite come quel pastore dell’Appennino che Garibaldi cercava di smuovere dalla sua atavica diffidenza nel 1849: “Di che hai paura? Parliamo forse tedesco? Noi combattiamo per te; siamo del tuo paese!”

Ma come poteva essere altrimenti? L’Italia a metà dell’Ottocento era un paese a schiacciante maggioranza contadina, e tale sarebbe rimasta ancora a lungo. Gli abitanti delle campagne costituivano da sempre, non solo in Italia, una categoria sociale emarginata e sfruttata, vessata e comunque più o meno deliberatamente mantenuta in condizioni di inferiorità anche dopo l’emancipazione dallo stato servile. Ridotta, quindi, a oggetto anziché soggetto della storia, fatta eccezione per le sue periodiche rivolte, spesso assai violente quanto vane, contro un potere estraneo se non fondamentalmente nemico.

Un’evoluzione era in atto anche a questo riguardo, nell’orientamento delle classi dirigenti e soprattutto delle élites intellettuali, sotto la spinta sia del pensiero illuminista sia delle ideologie nazionaliste. In concreto, tuttavia, ancora poco stava cambiando rispetto a quando il cardinale Richelieu, uomo di Chiesa prima  che di Stato, paragonava i contadini a muli che “essendo avvezzi a portare fardelli, sono più danneggiati da un lungo riposo che dal lavoro”, e gli faceva eco Giuseppe Maria Galanti, economista partenopeo suo contemporaneo, definendoli “bestie da soma”, mentre in Polonia si discuteva se fossero da considerare parte della nazione, ferma restando di fatto la loro esclusione dalla “nazione politica”, tradizionale monopolio dei nobili e solo moderatamente aperta alla borghesia cittadina. Con la conseguenza, secondo alcuni, che l’insurrezione polacca del 1830 forse non sarebbe stata sconfitta dalle truppe zariste se i suoi capi avessero abolito la servitù della gleba.                                            

Malgrado la progressiva introduzione dell’obbligo scolastico, l’analfabetismo in Italia era ancora superiore al 70% nel 1861, vicino al 90% nelle regioni meridionali e pressocchè totale nelle campagne. Culturalmente sprovveduta, la popolazione rurale era altresì soggetta ad un’influenza particolarmente forte da parte della Chiesa che alimentava ulteriormente il suo istintivo conservatorismo, ispirato per secolare esperienza da sfiducia nel nuovo e timore di un peggio sempre possibile. Non diversamente, appunto, dalla Chiesa, per quanto storicamente più duttile nel sapersi adeguare sia pure con ritardi più o meno ampi ai mutamenti inizialmente osteggiati pur di mantenere le sue posizioni di potere ovvero, a seconda dei punti di vista, di poter continuare la propria missione pastorale.

Parliamo, nella fattispecie ma non solo, soprattutto della Chiesa al suo vertice, perché nel basso clero non mancarono come si sa gli appoggi alla causa risorgimentale e cattolici di grande statura e di sicura fede, benché talvolta un po’ in odore di eresia come Alessandro Manzoni e Vincenzo Gioberti, in un modo o nell’altro la sostennero. La stessa Chiesa ufficiale, d’altronde, finì col beneficiare dell’unificazione italiana in quanto premessa indispensabile del processo evolutivo che portò al graduale inserimento nella “nazione politica” di masse popolari esposte a suggestioni di segno opposto alle prescrizioni religiose. E portò altresì, ancor prima, alla liquidazione del potere temporale dei papi, fieramente combattuta e condannata da Pio IX ma riconosciuta vantaggiosa per il papato e la Chiesa in generale da Paolo VI un secolo più tardi.

Oggi la Santa Sede ribadisce tale riconoscimento e partecipa quasi ostentatamente alle celebrazioni del centocinquantenario. Il suo esempio sembra però ignorato da vari studiosi e politici anche cattolici che insistono a denunciare o addirittura riscoprono per l’occasione l’asserito carattere non democratico dell’unificazione, contestandole una legittimità certo non conferitale dai famigerati plebisciti ma  derivante dalla storia nazionale; dall’impegno o dal consenso dell’unica parte della popolazione culturalmente attrezzata e politicamente rilevante, ancorché minoritaria quanto si voglia; e, infine, dalla sua portata oggettivamente progressista, agli effetti sia della problematica nazionale sia di quella europea e mondiale, indipendentemente dai successivi sbandamenti, inadempienze e misfatti della nuova compagine statale.

Una contestazione incomprensibile, dunque, se non rispondesse, quanto meno nella maggioranza dei casi, al trasparente bisogno di strumentalizzare una certa versione della storia per promuovere interessi particolaristici attuali e al limite assecondare disegni o comportamenti disintegrativi della formazione statale nata nel 1861. La storia, insomma, politicizzata all’estremo e, diciamolo pure, irresponsabilmente, perché disfare è sempre più pericoloso che costruire e il salto nel buio sarebbe tanto più insensato in quanto si tratterebbe di operazioni in stridente contrasto con la spinta all’integrazione sovranazionale tuttora in atto nel continente europeo malgrado periodiche crisi o battute d’arresto e apparenti inversioni di tendenza.

Il che non significa, naturalmente, ostracizzare il cosiddetto federalismo come tale ovvero la causa di un decentramento equo e solidale e di autonomie regionali anche molto ampie, e neppure negare pregiudizialmente che se l’Italia fosse nata federale o confederale anziché unitaria le cose sarebbero forse andate meglio. Giova peraltro ricordare, in proposito, che l’illustre federalista Carlo Cattaneo era un patriota italiano almeno quanto devoto alla piccola patria lombarda. La storia, comunque, si può anche disfare ma non rifare, mentre tutto questo discorso riguarda soltanto la genesi e le ragioni dell’unificazione nazionale, la cui ineluttabilità, multiforme legittimità e sostanziale positività sono proclamabili senza minimamente pregiudicare un altro discorso sul dopo, ossia sul bilancio di un secolo e mezzo di vita nazionale unitaria che può anche risultare di tutt’altro segno.

Qui Fodella (che ad ogni buon conto mi guardo bene dall’accusare di voler contribuire al disfacimento dell’Italia) ha gioco fin troppo facile ad indicare alcune voci ed aspetti fra i più negativi, riconducibili o meno che siano all’evento  celebrato il mese scorso. E fa altresì benissimo a proporre drastici rimedi per le conseguenze che tuttora se ne soffrono. Ma sarà il caso di riparlarne.

Franco Soglian

Bunga Bunga – Priapo, Fantozzi e Drive In

Mentre qualcuno rimpiange di non poter sparare agli immigrati, la Chiesa si indigna, ovviamente per il mancato sostegno dell’Europa all’Italia (gli spari del resto li possiamo contestualizzare nella, in assenza di una definizione più corretta, “mente” del leghista Castelli), il Parlamento si occupa di una legge, la prescrizione breve, che a detta del ministro Alfano ha un impatto irrisorio sui processi (e allora perchè sono settimane che l’aula ne discute?), la Chiesa (sempre lei) per azzeccarne una deve affidarsi ad un errore di traduzione, nel Belpaese ruba la scena l’ulitma sul Bunga Bunga.

Due giovanissime ragazze aggiungono la loro testimonianza al già interminabile elenco di prove contro il presidente del Consiglio. Quale rilevanza abbiano lo decideranno i magistrati, intanto è grottesco e divertente (questo del resto è lo spirito del tempo) indulgere su due o tre particolari.

Primo – La Statua di Priapo. Confermando la sua passione per il mondo classico (vi ricordate le tombe fenice di villa Certosa?) pare che il mai domo presidente del Consiglio facesse girare nelle cene di Arcore una statuetta di Priapo (per chi non lo sapesse, dio della fecondità: insomma un ometto piccolo piccolo con un grosso grosso pene), e invitasse le sue ospiti femminili ad intrattenersi col suddetto in un qualche gioco erotico.

Secondo – E’ un bel presidente! Berlusconi racconta barzellette sconce che, come nella tradizione dei migliori consigli d’amministrazione, non fanno ridere i sottoposti meno zelanti. Interviene Emilio Fede con piccoli colpi di gomito, invitando le più riottose (o quantomeno quelle dotate di un senso dell’umorismo degno di questo nome) ad unirsi al coro di risate “eccessive e forzate”. Un film di fantozzi, privato di umanità e decoro (che già non grondano abbondanti), non avrebbe potuto regalare una scena di maggior servilismo.

Terzo – Rejoice. In una versione privata e depravata del Drive In, ad Arcore le sedicenti pupille (o culi – copyright Ruby) del presidente del Consiglio, sempre secondo il resoconto delle due giovani testimoni, ”si dimenavano, ballavano, cantavano ‘Meno male che Silvio c’è’, si facevano baciare i seni dal presidente, lo toccavano nelle parti intime e poi facevano lo stesso con Fede”. E qui viene il bello. “A un certo punto Berlusconi, visibilmente contento (sic!), disse ‘Allora siete pronte per il bunga bunga?’, e tutte le ragazze in coro hanno urlato ‘Siiii!’”.

Non è che la notizia stupisca. Difficilmente uno si può immaginare che a uno degli uomini più ricchi d’Italia tocchino in sorte delle sciatte prostitute annoiate che masticano la cicca e fumano distratte, ed all’invito “Facciamo il bunga bunga?” rispondono “Sì vabbè, cheppalle…”. Però è sempre edificante sapere come si comporta, e che comportamento pretende, il proprio presidente del Consiglio.
Ora si capisce il viso scuro con cui affronta le lungaggini parlamentari, che a sua detta “trasformano un purosange in un ippopotamo”, e i limiti della Costituzione. Non sarebbe tutto molto più semplice se le cose andassero semplicemente come vuole lui?

“Allora siete pronti per il processo breve?”, “Siiiii!”, “L’Aula approva”.

Tommaso Canetta

da La Stecca

L’ETICA DEL CAPOBIFOLCO TONINI CESARE

Un editoriale di ‘Avvenire’, firmato dal direttore Marco Tarquinio, è molto diverso (=migliore) dei consimili scritti che hanno celebrato il 17 marzo (ricorrenza che era giusto festeggiasse gli aneliti del solo Risorgimento, non una fase sesquisecolare comprendente troppe nequizie e volgarità). Ha  sostenuto Tarquinio: “La memoria ha bisogno di segni. Visto che nessuna memorabile opera è stata progettata per  ricordare questo anniversario, ci permettiamo di proporre un’alternativa. Si faccia del 2011 l’anno della grande riforma del fisco italiano, e finalmente lo si orienti -come promesso- al rispetto e al sostegno delle famiglie, rimuovendo un’incredibile e a tutt’oggi strutturale ostilità verso chi si sposa e mette al mondo figli”.

Questa proposta modesta sembra riverberare il messaggio che un grande vecchio, Ersilio Tonini cardinale novantasettenne, rivolge al paese, lo stesso giorno in un’altra pagina di ‘Avvenire’, attraverso un intenso colloquio con Marina Corradi. Un messaggio che insegna “la nobiltà e la sapienza della gente semplice, del popolo, delle famiglie. Io provengo da quel mondo, l’ho conosciuto”.

Cesare Tonini, padre del cardinale, era “capobifolco della più grande cascina di Centovera, frazione di San Giorgio Piacentino”.  Aveva fatto solo la terza elementare, ma al figlio futuro porporato diceva “verrà il giorno che anche i figli dei contadini studieranno”. Voleva essere lui, i pomeriggi di domenica, a insegnare al figlio a leggere e a scrivere.

Nel Tonini prelato si leva l’orgoglio della condizione popolare: “Se oggi in Italia abbiamo un’opinione pubblica libera non lo dobbiamo ai dotti e agli studiosi ma a una sapienza della gente semplice, del popolo, delle famiglie”. Ha scritto la Corradi: “Il 17 marzo per il cardinale è festa di ‘quella’ Italia umile, concreta, benevola, in cui è cresciuto. L’Italia di una limpida saggezza popolare; le veniva da una tradizione cristiana che aveva come colonna la famiglia e gli affetti, custoditi e venerati”.

Il cardinale è fiero che in quarta elementare, per andare a scuola, faceva ogni mattina a piedi 5 chilometri; e in quinta di più, 8 chilometri a piedi. Riscoprire De Amicis e Don Bosco, quanto ci aiuterebbe a liberarci degli Avv.Prof., delle mignotte, degli antagonisti e dei loro soci de facto,  i percettori d’alti redditi!

Nell’articolo di Marina Corradi campeggia anche un patriottismo diciamo così ‘generalista’ e da 17 marzo del cardinale; a me appare meno significativo. Invece da Lui ci viene, alla lontana e in ultima analisi, una lezione dirompente: dagli intellettuali dei sofismi e delle chiacchiere;  peggio, dai politici intellettualizzanti che, qualunque il loro colore, tengono il sacco agli amministratori delegati, non verrà più alcuna verità. Dopo 150 anni hanno perso il diritto di rappresentare e di governare. L’attuale classe dirigente sono soprattutto loro, dunque essa va liquidata. Al suo posto va insediato un grande segmento della società civile, scelto a caso dal computer, meritocraticamente.

Il meglio sarà se prevarrà l’etica, il sentimento (anzi nella lingua di Centovera il ‘sent…ument‘) del capobifolco della grassa cascina vicina al Po. Un proletario con quella etica e intelligente, non è cento volte migliore come ministro governatore assessore etc., dei volponi che opprimono e derubano, uomini e donne dall’anima cariata? E non fu grande testimone il Giovanni Guareschi che idealizzò un parroco e un sindaco comunista, all’occorrenza caritatevoli  mungitori di vacche?

JJJ

RISCOPRIRE LA PIETA’ – UN INVITO DAL FILM “I GESTI DEL CARAVAGGIO”

Presentato nell’ambito di eventi culturalmente importanti del Mediterraneo (a Mola di Bari, Venezia, Atene, Milano, Modena, Trieste, Napoli, Palermo, Messina, Siracusa, Padova, Roma, Argentario, Bari, San Giorgio di Nogaro, Haifa, Tel Aviv, Crema, Saint Jean Cap Ferrat); d’Europa (a Vilnius, Strasburgo, Helsinki, Copenaghen, Dublino); d’Asia (a Shanghai, Kyoto, Osaka) e d’America (a Cincinnati), il film Voluptas dolendi   I gesti del Caravaggio prodotto dalla Fondazione Marco Fodella e interpretato da  Deda Cristina Colonna danza & recitazione   e Mara Galassi arpa doppia  con la regia di Francesco Vitali e i costumi  di Barbara Pedrecca, è in corso di programmazione dal 10 aprile sul canale televisivo satellitare 728 (Classica.tv) che prevede le successive messe in onda di martedì 12 aprile 15:30   lunedì 18 aprile 12:00    giovedì 21 aprile 17:40    mercoledì 27 aprile sera 00:05   venerdì 6 maggio 9:30.

Nato nel 2002 da un’idea di Mara Galassi come spettacolo del teatro musicale con la regia di Deda Cristina Colonna, è stato accolto da critici e pubblico come un’opera d’arte contemporanea degna di nota ed è stato rappresentato in varie località della Penisola e a Namur fino al 2006. Sarà ancora una volta rappresentato in forma teatrale giovedì 12 maggio a Cremona al Teatro Amilcare Ponchielli.

Perché l’opera non finisse con l’ultima replica, ma potesse invece durare nel tempo, la Fondazione Marco Fodella ha deciso di produrne il film. Girato a Milano nella Basilica di San Marco nel 2007 con ottiche cinematografiche, il film fin dal suo apparire ha stimolato i commenti di:

Francesco Alberoni

“Voluptas dolendi  I gesti del Caravaggio” è un’opera cinematografica di grande sensibilità e originalità, che potrà divenire un classico.

Una parabola sulla caducità della vita e una manifestazione di “pietas” nei confronti di Caravaggio così come “Il mestiere delle armi” di Ermanno Olmi lo è stata nei confronti di Giovanni delle Bande Nere …

Milano 5 aprile 2008

Ermanno Olmi

Mi compiaccio della eccellente riuscita del film “Voluptas dolenti” e auguro i migliori esiti nella diffusione di questa opera di Francesco Vitali.

Asiago 22 maggio 2009

e i saggi di

Dinko Fabris  I gesti e i suoni del Caravaggio in un film   AAM-TAC ARTS AND ARTIFACTS IN MOVIE – Technology, Aesthetics, Communication  An International Journal  n.5 2008  Fabrizio Serra Editore,  rivista della Fondazione Giorgio Cini, Venezia, Istituto per la Musica, MMIX (aprile 2009) pp.21-27:

(…) Si tratta () di un prodotto assolutamente originale, anzi unico nel panorama filmico del nostro tempo. I paralleli con numerosi titoli del cinema italiano e straniero degli ultimi decenni sono ovviamente possibili e saranno certamente proposti dai critici. Possiamo cominciare a dire quel che questa pellicola non è: non una trasposizione cinematografica di una pièce teatrale; non un documentario; non un film musicale e neppure un balletto. Il film (come lo spettacolo da cui deriva) non usa una sceneggiatura con un testo moderno, bensì incasella quadri come diapositive in una presentazione ed usa le citazioni di testi antichi per far risultare una “storia” dall’insieme di movimenti, colori, luci, suoni e parole. (…) una possibile finalità è di ripercorrere l’arte visionaria del primo grande pittore della modernità, Caravaggio, per imparare a guardare che cosa di lui è rimasto in ognuno di noi (…)

Davide Verga  Intorno al film Voluptas dolendi. I gesti del Caravaggio Un’unica strategia espressiva per musica e pittura  CRITICA D’ARTE  Anno LXXI n.37-38 Gennaio-Giugno 2009 (maggio 2010) pp.31-40:

(…) Se ad essere impresse sulle tele del Caravaggio non sono idee astratte, concezioni filosofiche, bensì la realtà, gli oggetti e gli esseri viventi, sempre copiati dal vero, esplorati nelle relazioni di spazio e di luce che tra di essi intrattengono generando combinazioni ritmiche ed emotive, l’omaggio dell’arpista Mara Galassi e della danzatrice-attrice Deda Cristina Colonna all’arte di Michelangelo Merisi pare davvero uno dei più illuminati e fecondi fra i numerosi proposti negli ultimi anni. …

Dotato di sottotitoli in francese, inglese, spagnolo e tedesco (lingue alle quali si sono aggiunte il lituano  e il giapponese per le proiezioni in Lituania e in Giappone), accompagnato da un raffinato libro bilingue italiano inglese di 84 pagine in edizione numerata  (rilegato, con sovra coperta e custodia) questo primo  campione di ArtFILM, ora anche in DVD, ha tutte le caratteristiche per poter essere conosciuto e apprezzato ovunque nel mondo presso chi abbia la necessaria sensibilità artistica e passione musicale, come prova il successo delle presentazioni che si sono susseguite dal Mediterraneo all’Europa e dall’Asia all’America.

Mostrando come l’opera pittorica di un grande maestro quale Caravaggio possa influenzare gli artisti contemporanei anche in campo cinematografico, questo film ribadisce l’unità delle arti e nega il concetto di progresso nell’Arte. Può essere un’occasione da cogliere per coniugare la pittura con la musica, la danza, la recitazione e l’architettura. Sottolineare questa vicinanza reciproca delle arti serve anche a richiamare l’attenzione dei giovani, oggi troppo distratti verso forme di banalizzazione dell’arte, su forme espressive ed estetiche che sono elementi fondanti della nostra memoria collettiva e del nostro patrimonio culturale.

La lingua usata nel film, che appartiene essenzialmente all’epoca di Caravaggio, forse proprio per la sua straordinaria attualità che porta a riflettere sulla natura e l’uso della lingua, sembra essere senza tempo; un invito alla riflessione che permette di fare paragoni con altri grandi film alla luce di un tema dominante, poiché qui come ne Il mestiere delle armi (2001) di Ermanno Olmi, al quale questo film si avvicina, il sentimento prevalente è quello della pietà (pietas), un sentimento che andrebbe oggi riscoperto.

Il film apre una visione inedita sul mondo del grande pittore, soffermandosi sull’epoca in cui è vissuto e facendoci così entrare direttamente nel suo sguardo, capace di fissare come fotografie sonore e in movimento l’esistenza quotidiana del suo tempo, non tanto dissimile dal nostro.                                  

www.fondazionemarcofodella.it

APPENDICE                       

(si veda anche http://it.wikipedia.org/wiki/Michelangelo_Merisi_da_Caravaggio#Film_su_Caravaggio)

Dopo la nascita del film in formato DVD sono apparse numerose recensioni; eccone alcune frasi scelte:

(…) Quel che piace, a parte la bellezza intrinseca della fotografia e il magnetismo complessivo delle immagini, è il garbo antididascalico della fantasiosa operazione teatrale. Come una partitura musicale, Voluptas dolendi non vuole certificare qualcosa o influenzare il nostro modo di vedere Caravaggio e le coreografie o di ascoltare le musiche ma suggerire domande: spandendo incanti. Insegna a vedere il silenzio e a sentire i colori. Non solo quelli di Caravaggio.

Angelo Foletto  in SUONARE news ottobre 2010 n.165

 (…) Pur facendo nel titolo esplicito riferimento al Merisi, il film non incorpora nessuna esplicita riproduzione delle tele del Caravaggio, ma, al contrario, mette in primo piano una curatissima selezione di musiche strumentali. Si tratta, in gran parte, di brani originali per liuto o per clavicembalo, appartenenti a un arco cronologico esteso tra la prima metà del Cinquecento e la prima metà del Seicento. (…) Con grande efficacia Gian Mario Benzing (sul CORRIERE DELLA SERA) ha descritto il singolare svolgimento: «È come trovarsi dentro un quadro del Caravaggio, e il quadro prende vita; un’arpa, una danzatrice, un perfetto gioco di luci e scene hanno ricreato celebri quadri del Caravaggio attraverso la musica e la coreografia».

Marco Bizzarini  in EIDOS luglio-ottobre 2010 n.18 che dedica la copertina della rivista al film

(…) DVD a tiratura limitata e numerata e un volume rilegato accluso di assoluto pregio grafico che riunisce testi in lingua italiana e inglese. Francesco Vitali ha curato la regia, la fotografia e l’adattamento cinematografico sviluppando un pensiero che già esisteva (…)  il film non è infatti una semplice ripresa dello spettacolo, ma di quello conserva tutta l’efficacia, l’intelligenza, la raffinatezza con cui evoca le sontuose coordinate “multimediali” di una originale rappresentazione barocca.                                  

Massimo R. Zegna  in AMADEUS novembre 2010 n.252

(…) Potremmo definirlo come una «sinestesia in movimento», in cui vengono ricreati alcuni fra i più celebri quadri del Caravaggio tramite la danza e la recitazione (…) e le incredibili luci che il regista Francesco Vitali ha saputo ricreare (…) Davvero è quasi impossibile descrivere a parole, o tantomeno evocare, la suggestione e la pura bellezza di questo atto di fede nell’arte (…) arricchito infine da un “making of” e da alcune schede che accostano in maniera esplicativa i quadri del Caravaggio alle corrispondenti scene del film: e il libro accluso, elegante e suggestivo, è qualcosa che va ben al di là del fascicolo di accompagnamento.                            

Nicola Cattò  in MUSICA novembre 2010 n.221

 I gesti dei quadri più famosi di Caravaggio, colti con sensibile intuizione nel loro segreto ritmo interno, si raccontano in questo intenso dvd promosso dalla sempre raffinata, colta Fondazione Marco Fodella, che da un elegante spettacolo della stagione di concerti, poi portato con successo in giro per il mondo, ha tratto questo film-documento, intrecciato di pagine rare rinascimentali, affidate all’arpa incantata di Mara Galassi, e di emozionanti evocazioni di passi e parole, con la bravissima Deda Cristina Colonna, evocata dalla regia di Francesco Vitali nei silenzi immoti di San Marco, a Milano.                                            

Carla Moreni  in Il Sole 24 Ore domenica 14 novembre 2010 n.313

 (…) Come nel teatro barocco si susseguono quadri (nel senso di scene) in cui si respira l’atmosfera delle opere del grande artista, resa con un senso della scena, della luce e dei costumi (di Barbara Petrecca) veramente suggestivo. Talvolta da una scena di ballo si materializzano le posizioni assunte in un celebre dipinto, altre volte è la rappresentazione di un dipinto che si scompone in una serie di passi di danza. Bravissime sia Deda Cristina Colonna che recita e balla sulle note di alcune composizioni musicali dell’epoca, sia Mara Galassi che le esegue. Il rischio era di fare una semplice miscellanea di generi e di forme d’espressione oppure una serie di citazioni artificiose. Niente del genere. Si intuisce che sia costato un certo sforzo, ma il film riesce a parlare di pittura, letteratura, musica e danza, fondendo tutto in modo personalissimo e diventando un’opera esso stesso …                                       

Andrea Bardelli  in ANTIQUA dicembre 2010

 

(…) L’opera di Vitali … mostra come poche volte abbiamo avuto occasione di vedere (non solo al cinema), il piacere della melanconia e la liberazione della voluttà… la melanconia che attraversa l’intero film è sottolineata dalla musica stellare dell’arpa doppia di Mara Galassi, dall’interpretazione magica, estraniante, surreale di Deda Cristina Colonna… dai costumi importanti … di Barbara Petrecca e siamo avvolti, si può dire, dalla bellezza poetica dell’adattamento cinematografico, la fotografia e la regia (commovente) di Francesco Vitali… l’immaginario di Caravaggio è qui espresso nella condizione più alta, …

Pino Bertelli  in TRACCE n.33 marzo 2011 volume XXX

Redazione

LEZIONE DI TEDESCO PER GLI STATI UNITI

Ma c’è da imparare per tutti

Negli anni ’70 gli Stati Uniti e la Repubblica federale tedesca erano legati a filo doppio, dal comune timore dei missili sovietici e dall’esistenza di un’altra Germania, comunista e satellite dell’URSS. La posizione comunque subalterna della Germania occidentale non impediva però all’allora cancelliere Helmut Schmidt, socialdemocratico di sicura fede atlantica, di criticare vivacemente la politica economico-finanziaria del grande alleato e in particolare il mantenimento  di alti tassi di interesse per attirare negli USA, in fase critica sotto la presidenza Carter, capitali stranieri a multiforme scapito delle economie europee.

Sopravvennero poi il crollo del “campo socialista”, la riunificazione tedesca e la monopolizzazione americana del ruolo di superpotenza planetaria, per la verità esercitato spesso in modo da evidenziare piuttosto l’impotenza militare oltre che politica degli Stati Uniti, alle prese con un nuovo ordine o meglio disordine mondiale, in ultima analisi meno facilmente padroneggiabile di prima. Sue ulteriori modifiche, altrettanto epocali, sono derivate dall’ascesa di nuove potenze con in testa la Cina, dal profilarsi della minaccia probabilmente sopravvalutata ancorchè plateale dell’estremismo islamico e infine dall’esplosione della peggiore crisi economica-finanziaria del dopoguerra, soprattutto in Occidente e in ogni caso per gli stessi Stati Uniti.

Non sorprende perciò che i legami tedesco-americani si siano allentati facendo posto ad una dialettica non apertamente ostile da alcuna parte ma ugualmente spigolosa e foriera di un crescente allontanamento reciproco, benché la Germania stenti o forse persino esiti ad assumere la prevista guida dell’Unione europea o quanto meno dell’Eurozona. La sua vecchia “economia sociale di mercato” aveva comunque retto alla crisi meglio di tutte le altre (o almeno così sembrava) e ciò spiega sia il rafforzato prestigio del “modello renano”, contrapposto alle ricette anglosassoni degli ultimi decenni, sia l’inclinazione dei suoi gestori a lesinare ancor meno di prima le critiche a queste ultime e ai loro effetti.

Tra gli emuli di Schmidt si distingue oggi una sorta di suo erede, l’ex ministro delle Finanze nella “grande coalizione” berlinese Peer Steinbrueck, uscito personalmente con onore dal recente tracollo elettorale della SPD (che peraltro dà già qualche segno di riscossa) grazie ai meriti acquisiti, un po’ come Giulio Tremonti, nel tenere a bada la crisi e in particolare salvando numerose banche tedesche dall’insolvenza. Forse piccato da certi inviti americani, non solo di parte ultraliberista, agli europei a rivedere il loro “welfare state troppo generoso” (così Joe Klein su “Time” del 10/1/2011) e dalle sollecitazioni di Washington alla Germania a stimolare i consumi interni per aiutare le altre economie sofferenti, Steinbrueck ha replicato con una serie di bordate tali da colpire nel cuore posizioni e orientamenti d’oltre oceano.

Nella sua rubrica fissa sul settimanale “Die Zeit” l’ex ministro ha cominciato, in gennaio, col demolire il mantra americano, in auge dai tempi di Reagan, delle tasse da ridurre per principio contando su un loro preteso effetto di autofinanziamento: secondo lui, una pura chimera priva di basi scientifiche, smentita dalle esperienze concrete ed esiziale per un paese altamente indebitato come gli USA, anche a causa di un’applicazione discriminatoria a favore dei redditi più alti. Un esempio, insomma, che la Germania dovrebbe, a suo avviso, guardarsi bene dall’imitare come vorrebbero alcuni ambienti tedeschi invocanti imposte dirette più basse.

In marzo Steinbrueck ha poi rincarato la dose bollando come suicida l’insistenza americana a combattere l’indebitamento contraendo sempre nuovi debiti invece di sottoporsi ad una pur dolorosa terapia di disintossicazione da una simile droga, mettendo a repentaglio la propria affidabilità finanziaria e rischiando di aggravare la già “enorme dipendenza finanziaria dagli investitori stranieri e in particolare dalla Cina”, che “minaccia di tradursi prima o poi in dipendenza politica”. Miope sarebbe inoltre la Federal Riserve che continua a inondare il paese di liquidità per rianimare un’economia che avrebbe piuttosto bisogno di profonde modifiche strutturali a cominciare dal risollevamento dell’apparato industriale, deperito anche in rapporto al gonfiato settore finanziario, con conseguente perdita di competitività e squilibrio della bilancia commerciale.

Agli USA Steinbrueck raccomanda altresì, oltre che un aumentato anzichè ridotto prelievo fiscale, un’adeguata contrazione della spesa pubblica che, se fosse indispensabile estendere agli impegni sociali, dovrebbe incidere preliminarmente sulla voce armamenti e altre spese militari. E non esclude neppure che un duraturo risanamento possa richiedere drastiche revisioni dell’American way of life con tutti gli sprechi e i danni ambientali che essa comporta. Per non parlare, infine, degli ulteriori danni che il rinvio di terapie efficaci e l’immutato ricorso a rimedi fallaci, come la politica del denaro facile (che l’osservatore tedesco non esita ad affiancare ad un fattore perturbante quale gli attentati dell’11 settembre), arrecherebbero anche al resto del mondo, sotto forma di nuove bolle sui mercati delle materie prime, spinte inflazionistiche e svalutazioni competitive in campo monetario.

L’ex numero tre del primo governo Merkel non manca di tributare l’omaggio di rito a qualità che si attribuiscono agli americani in dose maggiore rispetto agli europei: fiducia in se stessi e capacità di battere nuove strade. A questo motivo quasi residuale di speranza affianca però un non celato pessimismo circa la probabilità che indicazioni come le sue vengano accolte e seguite sia nel breve periodo, dominato dallo scontro fra i partiti e dentro i partiti in vista delle prossime elezioni presidenziali, sia a più lungo termine, specie nell’eventualità tutt’altro che remota di una bocciatura di Obama e di una rivincita repubblicana sotto la prevalente spinta oltranzistica del Tea Party. Il fatto che nel frattempo l’apparente maggioranza del paese bocci ad ogni buon conto una riforma sanitaria sacrosanta ma già annacquata rispetto al progetto originario la dice lunga in proposito.

All’inizio di marzo, prima che Steinbrueck scrivesse quanto sopra, “Time” pubblicava un peana al nuovo miracolo economico di una Germania definita “Cina d’Europa” e “tigre del vecchio mondo”, illustrandone con chiarezza i vari aspetti. Alla domanda di che cosa il suo esempio possa insegnare agli USA rispondeva tuttavia evidenziando un solo punto: l’appoggio statale a quel complesso di imprese piccole o medio-piccole spesso di proprietà familiare che costituirebbero tuttora la spina dorsale dell’industria tedesca e alla cui vitalità, efficienza e immutata specializzazione nelle produzioni manifatturiere tradizionali piuttosto che nelle nuove tecnologie si dovrebbero l’attuale primato di competitività nel mondo sviluppato e il conseguente boom  delle esportazioni.

Un aspetto importante, senza dubbio, oltre che familiare ad orecchie italiane, ma che certo non esaurisce la materia di confronto tra due diversi modelli o meglio esperienze storiche e visioni d’insieme della problematica economica e non solo economica. Le rispettive esperienze, per la verità, sono poi diverse solo in parte, ricordando quella americana del New Deal rooseveltiano, il cui ripudio ideologico risalente agli anni di Reagan sembra tuttavia destinato a sopravvivere anche alla plateale dimostrazione recente che senza il massiccio intervento statale di salvataggio il sistema economico-finanziario USA, lasciato in balìa del liberismo e della deregulation più sfrenati con conseguenti degenerazioni, sarebbe oggi ridotto in macerie.

Stupirsi che sulla sponda repubblicana, quanto meno, si arrivi persino a sostenere che per i singoli Stati dell’Unione, oggi in gran parte a rischio di insolvenza, non vada esclusa una salutare bancarotta, non significa naturalmente auspicare che da questa e dall’altra parte dell’oceano si instauri o rinasca la moda dello Stato imprenditore a tutto campo o impiccione oltre misura. Significa invece, innanzitutto, che sembra doverosa, anzi vitale, la conservazione da parte dei pubblici poteri di una funzione normativa e di controllo adeguata, ossia semmai rafforzata, per prevenire e reprimere pratiche e comportamenti irresponsabili, al limite criminosi e comunque rovinosi per tutti come quelli cui si è assistito o, meglio, che sono stati improvvisamente rivelati negli ultimi anni anche a chi avrebbe dovuto saperne ex officio.

A questo riguardo, sfortunatamente, non si direbbe che il consenso necessario per un’azione risoluta da parte degli Stati, a livello individuale e collettivo, sia facilmente ottenibile. Gli interessi di categoria con relative connivenze si fanno verosimilmente sentire non meno dei pregiudizi ideologici. Desta qualche sospetto anche il fatto che Steinbrueck non tocchi questo argomento nelle sue critiche e sollecitazioni agli Stati Uniti, mentre sta emergendo che le banche tedesche sono state sì meno spensierate di quelle americane nel gestire i propri affari ma avrebbero potuto mostrarsi ancor più avvedute anche dopo l’esplosione della crisi e dovrebbero perciò astenersi oggi dal premere sul governo di Berlino per una difesa ad oltranza dei loro interessi a spese dei soci dell’Eurozona messi in ginocchio dalla crisi stessa.

C’è chi dei micidiali effetti della finanza allegra è più responsabile di altri, e farebbe bene a riconoscerlo apertamente, a pentirsi e a trarne le debite conseguenze. Ma tocca a tutti fare la propria parte a quest’ultimo riguardo per evitare che eventuali ricadute (peraltro già denunciate qua e là) nei peggiori vizi e tentazioni provochino nuovi cataclismi tali da annullare qualsiasi beneficio derivante dalla diffusione di un modello pur rivelatosi per il resto preferibile ad un altro.  

Licio Serafini

CARDINI: Una nazione plurale senza simbolo

Due perizie sull’Italia

Ha fatto bene Agorà, sezione culturale di ‘Avvenire’, a pubblicare con onore l’intervento di Franco Cardini al convegno romano “Questo diletto almo paese”, cui ha partecipato un manipolo di studiosi spesso -non sempre- pari a Cardini per dottrina e sapore d’espressione. Titolo dell’articolo: ‘Un’altra unità era possibile’.  Cardini non è solo a giudicare che un secolo e mezzo fa la scelta federale sarebbe stata più consona al nostro passato “solo raramente interpretato come unitario”; e a sottolineare che dal nostro retaggio medievale risalta forte la pluralità degli ambiti e dei poli regionali.

Concetti abbastanza noti e condivisi. Merito proprio di questo esercizio del Nostro è piuttosto di lumeggiare, tra altri aspetti non presenti nelle recenti riflessioni, “l’assenza di un simbolo araldico comune, paragonabile al giglio di Francia”. Manca, in effetti. C’è una fonte di tipo araldico, spiega lo storico fiorentino, che conferma la difficoltà di cogliere gli elementi unificanti del nostro passato. L’Ordine ospedaliero nato ai primi del XII secolo attorno alla chiesa di San Giovanni a Gerusalemme, poi nel Cinquecento divenuto prima di Rodi poi di Malta, si organizza in otto circoscrizioni nazionali dette ‘Lingue’, le quali non ricalcano gli stati moderni bensì i sistemi linguistico-nazionali: Castiglia, Alemagna, Inghilterra, Aragona, Italia, Francia, Alvernia, Provenza. Sette delle Lingue hanno “un’identità abbastanza precisa, espressa da un non meno esplicito segno araldico. Nel caso dell’Italia gli araldisti giovanniti, non essendo riusciti a trovare una figura unificatrice, hanno fatto ricorso a una parola, ‘Italia’, ricamata in lettere gotiche dorate su un campo nero. Un colore questo che forse rimanda alle origini benedettine (o agostiniane) dell’Ordine, ma che è anche un non-colore, un’assenza, l’incapacità di assegnare alla penisola anche un valore simbolico-cromatico che tutta la rappresenti”.

Cardini considera “la semiafasia simbologica degli araldisti dell’Ordine di Malta come un altro ribadimento dell’assenza di un centro unificatore della nazione” e perciò della realtà ‘policentrica e municipalistica’ che ha segnato la nostra storia. Dà ragione allo storico fiorentino il fatto che non abbiamo un simbolo comune, di immediata percezione. Lo stellone d’Italia è stato sì accolto nello stemma metalmeccanico e bellaciao dell’attuale repubblica, ma resta un richiamo oleografico che non va più lontano di un Ottocento sabaudo, cioè parziale. J’attends mon astre  era l’antica divisa sabauda usata da Carlo Alberto. Nella sapiente arguzia di Alfredo Panzini, lo stellone “era la meravigliosa fortuna che assistette l’Italia nel suo Risorgimento”. E’, diciamo noi, un simbolo simpatico però troppo giovane, sconosciuto nei primi trenta secoli della nostra storia.

Per la bandiera della nostra Marina si trovò la gradevole soluzione di accostare i simboli delle quattro nostre repubbliche marinare. Ma i loghi di Genova Venezia Pisa Amalfi non fanno un logo nazionale. E d’altronde: chi di noi saprebbe menzionare di primo acchito i simboli di altre nazioni, a parte forse un’aquila di varia apertura alare per il contesto germanico (e russo, polacco, albanese, etc) e un leone per quello britannico (e belga, ceco, finlandese, etc)? Insomma l’araldica non docet,  o almeno non è tassativa.

Forse indebolisce un po’ l’argomentazione ‘giovannita’ utilizzata da Cardini la circostanza che se alcune Lingue dell’Ordine gerosolomitano raccolgono aree plurali (quella d’Alemagna raduna anche le pertinenze balto-finniche) la penisola iberica è distinta in due Lingue (una raduna Castiglia e Portogallo, l’altra Navarra Galizia Paese Basco Catalogna e Aragona), la Francia addirittura in tre (Francia, Alvernia e Provenza). Dunque due nazioni che usiamo considerare pressocchè monolitiche risultano bipartite (Spagna) o tripartite (Francia). Tuttavia è un fatto che non è solo l’Ordine di Malta a non sapere assegnare all’Italia un simbolo particolare.

La conclusione di Cardini: “Passata la tempesta napoleonica la Penisola si presentava non disadatta al conseguimento di un’unità federale parallela a quella che, nei medesimi decenni, andava imponendosi in Germania (…) La convergente dinamica dell’espansionismo piemontese, dell’attivismo ‘democratico’ e neogiacobino e delle preoccupazioni conservatrici dei ceti dirigenti e abbienti imposero invece la soluzione unitaria”.

A.M.C

DE MAURO: Italianità linguistica in che senso

Due perizie sull’Italia

Scriveva diciassette anni fa Tullio De Mauro, l’autore de L’Italia delle Italie (Editori Riuniti, 1992) e del capitolo Lingua e dialetti di Stato dell’Italia (il Saggiatore 1994), che nello Stivale sono parlate 13 lingue minori e una dozzina di dialetti. Che un settimo degli italiani possiede solo un dialetto. Che la cultura ufficiale ha occultato o ignorato ‘la straordinaria varietà del plurilinguismo nazionale’. Che fino al secondo dopoguerra la lingua italiana è stata essenzialmente confinata all’uso scritto, come una lingua morta. Che nello Stivale le differenziazioni linguistiche sono più numerose e più marcate che in altre aree europee e mediterranee. Delle 28 lingue minoritarie censite nel 1992 all’interno della CEE, 13 vivono in Italia: tra esse il francoprovenzale, l’occitanico, il serbocroato, l’albanese, il neogreco, il catalano e in più il tedesco di varia base dialettale. “ E’ stato notato che la distanza linguistica tra alcuni dialetti piemontesi o lucani e l’Italiano standard è maggiore della distanza di francese e rumeno rispetto all’italiano”.

“Non c’è paese del Nord del Mondo in cui, a parità di area e popolazione, vi sia un analogo secolare insediamento di dialetti diversi e di lingue minori altre (…) Che un così esteso plurilinguismo e un imponente, storico ‘co-linguismo’ siano stati occultati, sottaciuti, è un ramo recessivo della tradizione letteraria.  A onta dell’italianità concepita come omogeneità, se nel confronto europeo e mondiale vi è qualcosa di specificamente italiano è proprio la tenace, millenaria differenziazione linguistica e culturale”.

Altra constatazione di Tullio De Mauro. “Rispetto ad altre aree europee lo spazio italiano è solcato da confini naturali interni, appoggio formidabile alle partizioni etnico-linguistiche. Dall’inizio del IV secolo a.C.. l’intera storia delle popolazioni italiane si è svolta per vie tali che hanno trasmesso il gene della diversificazione linguistica (…) Certo, sia pure a grandi intervalli, vi sono stati eventi unificanti, ma essi si sono svolti in modo da salvaguardare o quanto meno da non cancellare le differenziazioni anteriori”. De Mauro giudica ‘merito insigne’ di Roma il non avere conosciuto nazionalismi linguistici. La latinizzazione delle genti della penisola, ‘compresi molti centri costieri greci’, avvenne all’insegna del lasciar fare: ciascuna popolazione si scelse spinte, tempi e modi”.

 “L’elezione del fiorentino a lingua comune si ebbe tra tardo ‘400 e ‘500 per la decisione di diverse corti e dei letterati che vi gravitavano: la gente colta usava il latino (come nel resto d’Europa) e accettò l’idea che, tra i grandi dialetti, la lingua comune fosse la parlata più vicina al latino, ornata dal prestigio dei tre grandi trecentisti fiorentini. Ma non ci fu allora e poi per quattro secoli ancora, una aula unitaria, una corte, una classe dirigente, una capitale che  imponessero alle popolazioni di convergere verso la stessa scelta (…) Di recente qualcuno, forse preso da contingenti intenti politici, ha affermato che l’italianità linguistica non è mai stata in discussione. Ma è un falso storico (e, si potrebbe opinare, anche una sciocchezza: si difende l’unità della patria occultando le fattezze del suo volto?). Il 65% di italiani senza alcun titolo di scuola (censimento del 1951) non mettevano in discussione l’italianità linguistica: ovviamente perché, tolti toscani e romani, nemmeno sapevano di che si trattasse”.

“L’uso stesso dell’italiano è restato essenzialmente un uso scritto. Pronunzia, vocabolario, periodare, stile serbano tracce di questa predominante vita da lingua morta, essendo invece le lingue ‘vive e vere’ i singoli diversi dialetti. A partire dai tardi anni Cinquanta le grandi migrazioni, la televisione, la crescita della scolarità di base almeno nelle fasce più giovani, hanno fatto del possesso della lingua comune un bene alla portata di tutti. Ma solo il 38% degli italiani parla sempre e solo l’italiano, anche se è abbastanza diffusa la capacità di convergere verso standard unitari nello scritto o nel parlato”.

A.M.C

BEATI I PURI DI CUORE PERCHE’ VEDRANNO B.

«Purché questa libertà non divenga pretesto per vivere secondo la carne»

San Paolo, Lettera ai Galati 5,13

Vorremmo qui provare ad affrontare il caso Ruby in maniera strettamente morale. E per farlo adotteremo la morale cattolica, cui Comunione e Liberazione non può dirsi esente, o peggio, superiore. Lo spunto di riflessione parte dalle argomentazioni in difesa del premier che oggi molti appartenenti al movimento carismatico di don Luigi Giussani – cui bisogna aggiungere anche molti cattolici – avanzano con quantità di ragionamenti.

UN ARTICOLO DI “FEDE” Leggiamo l’articolo di Oscar Pini Non sarà mai il moralismo a renderci migliori, ricevuto e subito pubblicato sul portale Sussidiario.net, il principale sito d’informazione di Comunione e Liberazione. Pini sostiene che l’intervento del Cardinal Bagnasco in merito alla questione morale della politica italiana metta in luce la vera necessità del Paese: quella di perdonare e comprendere la debolezza dell’uomo (dicasi Berlusconi), in favore del conseguimento di un più impellente bene comune. Pini separa così la moralità privata, sempre fallibile e colma di peccato, da una più fulgida moralità pubblica, unica cartina di tornasole attraverso cui giudicare l’operato di un ufficiale dello Stato. Secondo Pini – e con lui gran parte di un certo mondo cattolico – il presidente del Consiglio non dovrebbe essere tacciato di immoralità, pena la fine della democrazia sotto la scorta di «una società che faccia di alcuni valori morali preventivamente selezionati e adeguatamente enfatizzati uno strumento di lotta politica per l’eliminazione degli avversari».

Ma la dottrina morale cattolica non è esattamente una di queste società? Quella cioè in cui alcuni valori morali preventivamente selezionati ed enfatizzati diventano uno strumento, se non di lotta (quale governo democristiano non li ha utilizzati per le proprie lotte?), di indirizzo della politica? In realtà, la dottrina morale cattolica non si esprime in questi termini. E lo sa anche Pini. Nella sua Veritatis Splendor – summa della morale cattolica romana – Papa Giovanni Paolo II parla di morale come chiamata della propria coscienza alla legge di Dio, che rappresenta sempre e comunque il bene dell’uomo. Di più. Giovanni Paolo II spiega come «l’autonomia della ragione non può significare la creazione, da parte della stessa ragione, dei valori e delle norme morali». Esiste dunque una morale fondativa ed edenica dell’uomo verso il bene che precede quella razionale: cioè la morale consolidata dalle abitudini e formalizzata  – razionalmente – dalla legge umana. La Veritatis Splendor giunge ad affermare che la vera libertà sia soltanto quella che, in ottemperanza alla legge di Dio, è liberata dal male: perché porsi sotto la legge divina non è schiavitù, ma pienezza dell’umanità.

LA MORALE E L’AMORALE (CATTOLICO) Partendo da questo presupposto, che cosa ci suggerisce la morale cattolica circa gli scandali sessuali del premier? Con San Paolo potremmo dire: «Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà». Il passaggio dalla morale privata («rinnovamento della mente») a quella pubblica («perfetta volontà») è qui più che mai chiaro. San Paolo chiarisce come la propria conversione – e dunque la propria fede personale – siano il presupposto per l’agire libero («volontà») sotto la guida di Dio. Che è il bene dell’uomo e l’espressione più autentica dell’umanità. La morale privata – privatissima in quanto concerne la propria scelta di conversione – emana le linee guida per l’agire in società e costruire quel bene comune che Oscar Pini e il cardinal Bagnasco tanto invocano.

È lo stesso Vangelo a pronunciarsi senza alcuna ombra di dubbio sulla necessità di una integrità della propria morale, della mancanza di ambiguità. Qualsiasi sia la posizione che si ricopre. Ogni volta che Gesù avvicina i Farisei, questo incontro diventa lo spunto per una condanna netta ed inequivocabile della loro doppiezza: quell’atteggiamento per cui la legge (la morale pubblica e codificata), diventa più importante di quella privata. Il cristiano autentico non è quello che agisce soltanto perché la Legge lo impone, bensì come colui che secondo le parole del Beato Angelico: «Evita il male perché è male, costui è libero».

LA VERITA’ VI RERNDERA’ PRESCRITTI Silvo Berlusconi, da un punto di vista strettamente cattolico, non sarebbe un uomo libero, in quanto le sue azioni pubbliche – pur lodate dalla Chiesa – risulterebbero inficiate proprio dalla condotta morale privata dissoluta e peccaminosa. Il discorso delle beatitudini di Gesù è ancora più esplicito: «Beati i puri di cuore». Dove la «purezza», con le parole della teologa Isabelle Chareire dell’Università Cattolica di Lione, è quel «dinamismo interiore che a partire dalla verità personale incontra la legge». Legge che addirittura, per un cristiano, viene dopo la scelta del proprio comportamento: «La legge non viene per prima, ma per ultima, dal momento che si pone come istanza di verifica del desiderio o del progetto etico; la legge è la realizzazione e non il requisito della filtrazione di senso della nostra azione».

Il comportamento di Berlusconi nel suo privato rompe proprio questo schema. E così agisce nel senso opposto a quello millantato da Pini. Se la legge è il risultato di una scelta intima di adeguamento alla fede, allora Berlusconi scegliendo una morale privata diversa da quella ufficiale, intacca quella ufficiale, addirittura “ufficializzando” ciò che per un cristiano è inammissibile. Che la legge degli uomini – quella razionale – sia sempre e comunque più importante di quella divina, che si esprime, in principio, nel privato. Ed è lo stesso Pini ad affermare qualcosa che va contro la sua fede: «il fatto che nell’attuale contingenza tutta l’attenzione si sposti sulla moralità intesa come capacità di coerenza nei comportamenti privati non lascia tranquilli, poiché mantiene aperto il varco a pericolose strumentalizzazioni, indebolendo la stabilità del Paese e distogliendo dalle urgenze che occorrerebbe affrontare e a partire dalle quali anzitutto giudicare le decisioni di chi si assume una responsabilità nella sfera politica». Per il cristianissimo Pini dunque, la ragion di Stato prevarrebbe su qualsiasi discorso morale. Ma, lo ripetiamo, secondo la Veritatis Splendor: la ragione da sola non è sufficiente alla creazione di valori e leggi. A meno che la Chiesa giunga a sostenere che il comportamento privato di Berlusconi appartiene al suo dinamismo interiore di adeguamento alla legge divina che lo ispira quando, in pubblico, difende la libertas ecclesiae. Ma così dicendo, dovrebbero affidare a Pini almeno la riscrittura del catechismo.

Gabriele Pieroni
Giornalista
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DEMOCRACY DOES NOT PROVIDE DAILY BREAD

“Libya doesn’t matter as much as finding jobs for the young protesters in Egypt. The violence in Libya swept the far more consequential Egyptian revolution out of the news. There are times, as in the case of Libya, when gunfire obscures more important news. What happens in Libya stays there. What happens in Egypt affects the entire region”. This is the core of Joe Klein‘s reasoning (TIME, March 28, 2011). “The revolution in Egypt isn’t over. It has barely begun. What happens three months from now when life hasn’t changed in any  way for the hundreds of thousands of young people who took to the streets in Cairo?”.

Such Klein doctrine supports the unorthodox belief we tried to enunciate in the ‘Daily Babel’ at the beginning of the Tunisian (and Islamic) insurrection: that the Moslem youth’s crave for democracy, free elections, human rights, parliamentary rites is a fable the West invented; that wealth inequality is the central and deadly problem; that the demise of dictators does not create jobs nor announces any attack to social injustice. Joe Klein is right in singling Egypt out, so the attention of his readers will concentrate better. But of course Syria, Bahrain, Yemen, Jordan, Sudan and, why not, the whole of Maghreb (Tunisia, Algeria, Morocco), not to say a word of other, much larger Islamic countries, share the same giant problem of poverty of the proletarians.

In grappling the question whether the U.S. can do something serious to alleviate overbearing destitution, Klein strongly denounces “the prospect of spending billions on (yet another) military campaign in an Islamic country, which would have far less lasting impact than spending those same billions on a well-planned development program for the countries in the region with the largest influence and population, starting with Egypt”.

Klein should have added that America will firmly resist diverting billions from warfare and  war chest. The addiction to arms (which began in Frontier times and inflamed in the Democratic presidencies of Wilson, F.D.Roosevelt, Kennedy and Johnson) is the Nemesis of such a great nation, better, civilization. Weapons are enormously expensive, and the malady of bellicism compels to perpetually spend for more powerful arms even when no war menaces, or when available weaponry is more than adequate for overkill. So the development programs that many invoke will never be adequate without substantial American contributions.

On the other hand, how could Washington fund civilian projects in the Mediterranean, when she lacks the money to heal, for example, the wounds of Detroit, Toledo and other decayed or moribund areas of Old Manufacturing America? Military supremacy is depriving the United States of the capability for effective leadership on a planetary scale. Apart from waging war, America is pennyless. Her people should hate, rather than be proud of, the easy victories, territorial acquisitions, even Manifest Destiny, of the 19th century. They infected Americans with the national obsession -arms, armies, fleets.

Back to Klein: “Is there anything that can be done, and quickly, to put young people in Tahrir Square, and elsewhere in the region, to work? The Obama Administration is constrained by a lack of foreign aid money and the lugubrious reality of economic reform”. Here comes the Klein proposal: “a Middle East Infrastructure Bank -pushed hard by the U.S. and funded by the lush sovereign wealth funds run by oil-rich countries in the region, as well as China and Europe- to move quickly toward paving roads and building housing, followed by larger projects like power plants. The cost to the U.S. might be about the same as two weeks of the Afghan war for the next ten years. But something must be done and soon, lest Tahrir Square fill again, six months from now, with protesters who are far less peaceful – and their radicalism catch fire across the Middle East”.

To paving roads and building housing it should be added, in my opinion, pumping water from extremely deep aquifers, so to irrigate arid land. Before going so dry North Africa used to be the granary of imperial Rome. At normal energy prices, such pumping would be prohibitively expensive. But if abundant sun and wind power is developed, and with no or low costs for transporting power, such deep pumping may be affordable locally. The right thing is the oil-rich Arab countries investing in gigantic projects in Arab lands. But Arab solidarity is historically weak.

If America wants to stay prominent, also to compete with China and others, she cannot escape contributing not only with arm-twisting and friendly advice, but with a lot of money. It can only come from huge cuts on monstruous Pentagon budgets.

Anthony Cobeinsy

NOI LE SALMERIE DELL’IPERCAPITALISMO

I responsabili veri del parossismo d’ingiustizia che è il mondo non sono i titani del denaro e i feldmarescialli della reazione. Siamo noi, la maggioranza sociologica. Colpevoli soprattutto le masse dei paesi ricchi, ma non solo quelle. I ceti medio-piccoli e quelli proletari delle società prospere sono talmente storditi dal benessere -il garage, le vacanze, i figli laureati- da non obiettare più nulla. Siamo le fanterie e le salmerie dell’ipercapitalismo. Ci turba solo l’ipotesi che la crescita possa fermarsi.

Il mondo d’oggi è canagliesco come un tempo. Da una parte i miserabili che annegano in mare nel tentativo di venire a vivere di briciole o di carità. Dall’altra una gentaglia d’alto bordo le cui retribuzioni o profitti sono pari al Pil di piccole nazioni. E i consumi delle società ricche, i consumi di noi tutti, sono quasi sempre superflui, a volte spregevoli. Accettiamo, pratichiamo questa ferocia nei confronti dei miseri perché poche generazioni fa vivevamo di stenti anche noi, ed ora no. Ci sentiamo miracolati dal capitalismo. Inebetiti dalla riconoscenza.

Questo accade anche perché lo sfidante del capitalismo è stato un nano, non solo impotente, anche stupido: il sinistrismo: Qua e là la proposta rivoluzionaria è sembrata trionfare, poi è stata schiacciata: schiacciata in prima linea dall’ostilità dei popoli. Essi rifiutavano i valori, i programmi, più ancora i linguaggi e gli atteggiamenti del sinistrismo. Sono i popoli, sovietici cinesi esteuropei indocinesi cubani, e non la Santa Alleanza dell’Occidente, che hanno ucciso il comunismo.  Lo sfidante pericoloso è stato liquidato. E’ rimasto il sinistrismo innocuo, comico, delle frange, dei girotondi, dei tic intellettuali, delle borie e voghe facili da disperdere come pula al vento. Così l’ipercapitalismo cresce.

Quando ci angosciamo per le centomila tragedie della miseria nel mondo, ricordiamoci di fino a che punto il sinistrismo supponente e inetto ha fatto il gioco del denaro. Il baratro fra ricchezza e povertà si è fatto smisurato a valle della Rivoluzione d’ottobre e dei miliardi di parole e di gestualità sul riscatto delle plebi, sui diritti, sul ribellismo giovanile, sulle lotte veterosindacali, sulle conquiste delle donne e dei diversi. I bambini annegano nel canale di Sicilia, dalle parti di Gibilterra, in tutti i mari dell’emigrazione (molto gradita ai datori di lavoro e a chi vuole badanti); il sinistrismo si mobilita per le nozze gay and lesbian.

Più i primati dell’ipercapitalismo si ingigantiscono, meglio sono pagati “quelli -intellettuali artisti conduttori politici- che non perdonano”; e più le signore dei quartieri alti si inteneriscono per gagà e tipi da spiaggia quali, in casa nostra, Bertinotti Vendola e Santoro, giustizieri e campioni di un popolo da farsa. Sfogliate i giornali di De Benedetti, corpo d’assalto del sinistrismo: pubblicità, straripante, solo per consumatori ricchi o sognatori della ricchezza.  Fu spiegato così il successo di  ‘Quattroruote’: si rivolse non tanto ai possessori quanto ai sognatori di un’automobile.

Mai, assolutamente mai, le gauchisme farà qualcosa a favore dei poveri: E’ un fatto antropologico: il politico di sinistra, specie della varietà intellettualizzante, è geneticamente incapace di parlare alla gente. I sinistristi potranno persino vincere le elezioni, ma non saranno presi sul serio come operatori del bene. La carriera intera di un capo sinistrista non ha aiutato  i ragazzini di periferia quanto un coadiutore parrocchiale che li fa giocare e dà merende.

L’aiuto ai poveri del mondo verrà solo dal paternalismo, dall’astuzia o dal genuino populismo di destra.  Se a qualche riforma vera -una patrimoniale grossa, la miniaturizzazione dei costi (=furti) della politica, l’amputazione delle spese militari e di rappresentanza- mettesse finalmente mano la sinistra, fallirebbe. La gente non si fiderebbe, come non si fidò di D’Alema e di Prodi. Preferirebbe un acquirente di ville a Lampedusa, il Mosé delle mezze calzette che sognano la ricchezza e che il sinistrismo non è stato capace di disamorare dal sogno.

Un giorno dovrà arrivare il Grande Innovatore: non spalleggiato dalle sinistre -gli andrebbe male- ma da uomini e donne di coscienza. Non impegnato in pro dei suoi elettori (come tale non meriterebbe niente) bensì dei miseri che vivono soprattutto fuori dello Stivale. All’orizzonte l’Innovatore non c’è. Ma è quasi una legge fisica che sorga, un giorno. Magari sarà un Innovatore collettivo: un pugno di uomini di fegato e di fede.

A.M.Calderazzi

BASTA MISSIONI MILITARI ALL’ESTERO? NON SONO TUTTE UGUALI

Per capirci meglio

L’immaginazione al potere. Per chi non lo sapesse o non lo ricordasse, era uno degli slogan dei ragazzi del  mitico ’68. I quali, poveretti, non ebbero modo di dare prova di sé perché al potere non ci andarono, salvo quelli di loro che, piegatisi sotto il peso degli anni che passano per tutti, si accodarono a Silvio Berlusconi. Ad un nuovo uomo della Provvidenza, cioè, che per la verità, quanto ad immaginazione, non aveva bisogno di grandi aiuti. Fu lui, per dire, il primo capo di governo in assoluto, crediamo, ad accusare l’opposizione di avere vinto le elezioni mediante brogli, suscitando il doloroso stupore e qualche debole protesta da parte dell’onesto Beppe Pisanu, suo ministro dell’Interno implicitamente accusato a sua volta di inettitudine.

In quello stesso anno, tuttavia, era balzato alla ribalta un altro personaggio eccezionalmente dotato in fatto di immaginazione benché espresso da una dinastia di dentisti bergamaschi: Roberto Calderoli, inventore della celeberrima legge elettorale denunciata dall’opposizione come truffaldina ma che permise a Prodi, vincitore per poche migliaia di voti, di governare almeno per un annetto. Sconfessato in termini crudi dal suo stesso autore, il cosiddetto Porcellum è da tempo bersagliato da innumerevoli cervelloni come causa di tutti i mali della politica nazionale compreso lo scilipotismo; però nessuno lo tocca.

Calderoli, naturalmente, era già idoneo a diventare emulo e in qualche modo erede dei sessantottini in quanto esponente di un partito giovane e naif come la Lega, votata a sua volta a diventare il nuovo partito di lotta e di governo come il defunto PCI. E proprio nei giorni scorsi gli uomini della Lega hanno confermato la loro congenita creatività con un’altra primizia assoluta: la proposta di dotare il paese di eserciti regionali, atti a fronteggiare l’invasione dei fuggiaschi dall’ex “quarta sponda”. Un’idea doppiamente spregiudicata, in quanto un po’ incoerente con una certa vocazione pacifista di Bossi e compagni e perché non si conoscono precedenti di eserciti regionali neppure in Stati federali e persino confederali.

Della farina di tale proposta, che sembrerebbe poi rientrata, non sappiamo quanta provenisse dal sacco personale di Calderoli. Il quale, ad ogni buon conto, si è subito rifatto provvedendo ad arricchire il proprio palmarès, rimasto per troppo tempo fermo a quando la sua esibizione di una maglietta con scritte antimaomettane provocò l’assalto e la devastazione del consolato italiano a Bengasi; una premonizione, volendo, dello sfascio della politica italiana in Libia.

Lasciamo perdere almeno per ora il federalismo militare, ha detto in sostanza il Nostro, e richiamiamo invece in patria (o meglio, pardon, sul nostro territorio e tra la nostra gente), allo stesso scopo e comunque per risparmiare soldi, le nostre missioni armate all’estero, cominciando da quella operante in Libano.

La questione, intendiamoci, è seria sotto molti aspetti, e certamente non tabù come si tende a considerarla da qualche parte. Dipende però da come la si abborda. Vogliamo escludere per principio che il leghista orobico abbia posto l’accento sul Libano perché lì i nostri soldati furono mandati da un governo di centro-sinistra; molti ricorderanno la discussa immagine di D’Alema che ispezionava la zona interessata a braccetto di un dirigente degli Hezbollah. Sta invece di fatto che quella è la sola missione veramente di pace cui l’Italia partecipa, nel senso che l’ha intrapresa con il consenso di tutte e due, o tre, le parti già belligeranti e per mantenere la pace o almeno l’armistizio tra di loro.

Una classica missione di peacekeeping, insomma, sotto gli auspici e per mandato dell’ONU, a differenza di quelle svolte in Irak e in Afghanistan in appoggio ad interventi militari esterni che avranno anche avuto qualche giustificazione (almeno nel caso afgano) ma erano chiaramente diretti contro un potere locale  non privo di sostegno popolare e dall’ONU hanno ricevuto solo una sorta di legittimazione a posteriori del fatto irreversibilmente compiuto per renderne più accettabili i seguiti; con quali esiti finali, resta da vedere. Due missioni, insomma, per le quali, come del resto per quelle nel Kosovo, la qualifica di peacekeeping può essere disinvoltamente usata solo per ragioni di comodo ovvero per esigenze di politica interna, come Berlusconi per primo ha cominciato a fare in Italia incontrando anche, per complicità, pigrizia mentale o rassegnazione, un certo successo. Il discorso aperto da Calderoli, dunque, questa volta è sicuramente ammissibile, ma a patto di chiarirne preliminarmente le premesse.

Nemesio Morlacchi

NONOSTANTE IL FRASTUONO

Tamquam nihil habentes, et omnia possidentes.

Cor. 2, 10

C’è un’onda che inghiotte un palazzo di tre piani in cemento. Il lembo più estremo dell’acqua è contornato di nero, come se il mare avesse passato l’eyeliner prima di uscire.

«Come mi sta questo mascara? Oggi il piegaciglia è uno strumento indispensabile».

C’è un profumo al mughetto e vaniglia in una confezione trasparente a forma di geisha. Una donna bionda in giarrettiera, al piano di sopra, estrae una katana e guarda l’orizzonte alle mie spalle.

L’onda, ripresa dall’elicottero è uguale ad una mostruosa pisciata nel parco. Serre e cascine come aghi di pino, uomini come formiche, l’acqua giallastra sporca di fango: le città divorate dallo tsunami non sono che merde di piccione su cui si posa una minzione distratta.

Pregate per il Giappone, Dio è arrabbiato. Neppure le arche si salvano, oggi. Ho visto navi che avrebbero potuto trasportare due volte lo zoo di Berlino piegarsi come cartabibbia alle brezze di aprile. Un uomo trascina un sacco di plastica azzurra. Dice nei sottotitoli: «È mia moglie».

Come sono entrato in questo palazzo di vetro, non ricordo. Una ragazza magrissima, il volto sottile, ma gonfio, ed ecchimosi praticamente invisibili sotto la pelle dimostrano che vomita. Ha i capelli spessi e fragili, le unghie irregolari smacchiate di fretta con qualche acetone che puzza di ammoniaca: «Gli ho detto che non è azzurro, ma puffo, lo smalto che preferisco. Chissà cosa avrà pensato?».

Chi è, non mi ricordo. La stanza è un labirinto di specchi. È una maratona di espositori laccati, boccette di profumo impilate maniacalmente come birilli. Sogno una palla da bowling da sedici libbre, nero lucido come la parte di notte che lambisce l’aura di latte della luna, come il mascara che la ragazza bulimica sta appiccicando alle ciglia, la giarrettiera dell’eroina spadata, lo spillo fra i capelli della geisha di vetro. Nera come il bordo dell’onda che inghiotte la gente con le mani in preghiera di Minamisanriku: Wikipedia aggiorna lo stato da «è una città costiera affascinante, 200 km Nord-Est da Tokyo», in «era».

C’è una foto che scorre sullo schermo del centro commerciale, dove mi trovo. Vapore bianco che in lontananza disegna una torre di fumo accanto a una torre d’acciaio. Dicono sia una centrale nucleare. Che il nocciolo fonda, laggiù. Che il mare – che non si vede – misuri sette milioni di volte le radiazioni che avrebbe in condizioni normali. Che sono 50 i samurai fantasmi che lottano contro ondate fantasmi d’isotopi e cesio 131, polveri invisibili che uccidono oltre i 10 siervet, alimentando gli spettri di una contaminazione alimentare. Dicono.

«Esistono infinite combinazioni di blush. Secondo te, perché adoriamo truccarci?».

Voglio difendere tutto questo. Il centro commerciale con i diamanti della Liberia in vetrine antiproiettile. I lampadari ad incandescenza accesi dall’energia delle centrali atomiche in Francia. Sul sito del Newsweek alcuni ragazzi africani cantano: «God forgive us for killing each other». Una nigeriana ha aperto una scuola per apprendiste modelle. Difende il diritto di lanciare le sue ragazze sulle passerelle di tutto il mondo. Di tutto il mondo occidentale.

Difenderò con la vita il confine che separa la difesa dei suoi diritti dai miei. Difenderò le mie difese naturali, come dice il pop up di una pubblicità di yogurt probiotici. La chiudo mentre ruoto l’iphone per allargare in orizzontale l’ultima slide show acquistata dal Corriere.it attraverso un’agenzia fotografica che paga un free lance che ha assoldato un locale per fargli qualche scatto, rischiando la pelle. L’application di un dizionario on line mi dice che i probiotici sono «organismi vivi che, somministrati in quantità adeguata, apportano un beneficio salutistico all’ospite». Ospite è sia colui che ospita sia chi viene ospitato, dice il dizionario. Come se tutti su questa tessa fossimo sempre e comunque invitati. Mi immagino un titolo del Manifesto a dodici colonne: Immigrati Probiotici. Difenderò le mie difese, statene certi.

Le foto che scorrono sul cellulare ritraggono i corpi spiaggiati di uomini dalla pelle scura. Potrebbero essere le sacche di sangue sottocutaneo che negli annegati colorano di vinaccia la pelle del viso, le spalle, il torace anteriore. No. Non lo sono. Esiste un intero apparato d’informazione costruito per dirmi che non sono bianchi, quei morti affogati. Io gli credo. Devo sempre e comunque credere in qualcosa per vivere.

Grazie ad un sistema a rilevatori di movimento, se scuoto il polso della mano che impugna il cellulare, sullo schermo compare un’immagine nuova. Ci sarà un momento in cui tutte le centinaia di persone di questo centro commerciale scuoteranno all’unisono i polsi? Muoveranno di scatto le braccia per sfogliare una pagina virtuali?

«Ho prenotato per venerdì al teatro dell’Elfo. Il nuovo spettacolo di Ricci\Forte è un’allucinata metafora della condizione contemporanea. Un tipo vestito da paperino divora chili di gelato al gusto di noci di Macadamia. Poi uccide un sacco di cupcakes che gli stanno tutti attorno!».

I neon delle vetrine fanno salire una nausea chimica dallo stomaco alla testa. In bocca il sapore di thè verde alla menta. Così, mentre cerco di capire se vomitare o assaporare, resto immobile ad osservare una tovaglia a scacchi adagiata sul corpo di un uomo affogato per varcare un confine tracciato dalle nostre sicurezze, dal tentativo di contornare le nostre felicità. In corrispondenza degli angoli del corpo – il mento, un gomito, l’attaccatura della rotula al femore, la nocca del dito medio della mano destra – la tovaglia si increspa verso l’alto, come se volesse uscire dal fotogramma ghiacciato della morte. Una scrittura d’ossa irricevibile per qualsiasi traduttore perché scritta nella lingua che prima della dispersione di Babele rendeva proprio i traduttori obsoleti. Forse, mentre cerco di unire le increspature della tovaglia per trovare l’ultima parola di quel corpo, penso che non sia mai esistita una lingua prima delle lingue, un atto linguistico onnisciente e a tutti comprensibile. Prima della parola era il silenzio, l’azione, il taglio degli occhi, la ruga fra il naso e le palpebre, la lacrima. Questa morte velata parla di quello scandaloso silenzio che era evidenza immediata, verità assoluta iniettata negli interstizi di un vuoto inossidabile alla parola. I confini sono venuti con le definizioni. Le nazioni hanno trovato il loro naturale fondamento nelle identificazioni. Pronuncio sottovoce «Italia», «Europa», casa «mia».

«Non trovi che il burlesque possa guadagnarsi lo stato di ottava arte? È una performance sofisticata e per niente erotica. Perché ci spogliamo per metterci a nudo?».

E guardo la pelle «nera» che scivola fuori dalla manica di un braccio non celato dalla tovaglia. Queste sillabe, questi nomi tracciati per dividere i popoli. Quanti sono i sacrificati ai confini, i guardiani, i secondini? E quanti quelli che moriranno a varcarli, ad abbatterli, a vanificarli, per poi forse ricostruirli. Questi confini?

Grazie ad una scala mobile salgo verso un tunnel illuminato da neon fucsia che porta in un negozio a forma di caverna. Ci sono stalattiti di cemento e vestiti inamidati all’interno di spelonche nella roccia finta. Difenderò tutto questo fino alla morte. L’importante, penso, è che qualcuno muoia.

Un uomo viene giustiziato. Gli hanno sparato alle gambe perché non ha voluto giurare fedeltà ad un regime. Posso aprire sul touch screen il video in cui si sentono le voci dei soldati che urlano e ridono. Mentre tentavo di prendere sonno, la sera prima, qualcuno in strada mischiava urla sgraziate a una specie di ringhio. Si sentivano schioccare i denti. Nella veglia schiacciata da un sonno stanco, immaginavo che fossero uomini bestia ad ululare in quel modo. Forme di vita composte da un’unica gigantesca gola e una cassa di risonanza al posto del corpo. Scatole organiche con corde vocali come violini, baffi come stringhe della chitarra.

I soldati gli ordinano fedeltà mentre l’uomo si copre il viso con l’avambraccio. Se non vedo non può succedere. Se non vedo non può accadere.

Si chiama Geraid Haussì, dice la voce fuoricampo del cronista. Dice altre cose. I numeri dei morti a Misurata. I bambini feriti negli scontri fra lealisti e ribelli. Ma non racconta di chi raccoglierà le spoglie di Geraid. Lo lasceranno sul marciapiede macchiato del sangue delle sue arterie? Torneranno a riprendersi il corpo, lo veleranno come i morti affogati sulla spiaggia? Sposteranno il rigore del suo braccio impietrito nel gesto di proteggere l’ultima immagine raccolta dalle sue retine, prima della fine. Del proiettile che gli strappa la vita?

Un link sotto al video apre la pagina dedicata alla Costa d’Avorio: c’è un uomo sdraiato sopra ad un cemento sconnesso. Indossa soltanto i suoi boxer granata. La testa appoggia sul braccio sinistro gettato a terra come se fosse staccato dal resto del corpo: un cuscino di carne. Le gambe accavallate non sono distese. Sembrano slogate, parti snodabili di un manichino da posa. Troneggia un pick up sullo sfondo. Un uomo veste una casacca macchiata di terra, color kaki. La fibia allentata di un kalashnikov gli getta l’arma direttamente sulle ginocchia, come fosse il chitarrista di un gruppo punk. Altri commilitoni siedono sui bordi del fuoristrada. Hanno le braccia lunghe e filamentose, i volti cianotici. Sono giocatori NBA febbricitanti. Nessuno guarda l’uomo coi boxer granata. La sua nudità è imbarazzante, crudele. Sento l’odore dell’asfalto che sta accumulando sotto le unghie. La didascalia dice «ferito».

O forse è il mughetto che prima la ragazza magrissima mi ha spruzzato sui polsi? «Stai benissimo», dice infilandomi un cappotto di renna attraverso spalle senza volontà. Sto alla grande. Difenderò fino alla morte il confine che permette alla mia vita di stare così. Non boccheggerò sul cemento. Non gonfierò fino a scoppiare di radiazioni. Non affogherò, non affogherai ragazza bulimica. Stiamo alla grande. «Basta, spegni il cellulare. Smetti di guardare  gli schermi del magazzino. Ecco. Ho trovato un telefono di peluche. Puoi abbinarci una bilancia con del parquet rosa shocking sulla pedana. Lo sapevi che in Cina alcune donne si fanno pagare per schiacciare la frutta con i tacchi? Si chiama trampling». Cerco il ristorante più vicino attraverso un programma di e-mapping.

«No, non ho fame. Mangiare mi mette ansia. Ieri ho combattuto l’impulso di gettarmi su di un vassoio di chiacchiere mordendo noodles crudi, osservando unicorni e schiacciando le unghie contro le palme, fino a che non le ho sentite sanguinare».

Stiamo alla grande. Ogni attimo delle nostre esistenze è unico. Non affogheremo. Faremo un capolavoro di questo casino. D’altra parte non c’è il tasto reset nel grande libro dell’Occidente. Non puoi dire alla vita: «Dai, riproviamoci».

«Per questo la difenderemo fino alla morte», dico squadrandole gli occhi.

«Cosa? Di chi?»

Si chiama Geraid Haussì, così si chiamava. Ma basta coprirsi gli occhi, mentre muore sullo schermo del tuo cellulare. C’è un intero apparato d’informazione per questo.

Gabriele Pieroni

PERCHÉ ABOLIRE IL QUORUM NEI REFERENDUM ABROGATIVI

Che tra i mille rappresentanti del potere legislativo siedano anche persone impegnate in attività più costruttive che schiacciare bottoni, in modo diversamente critico, potrebbe per molti rappresentare già di per sé una novità. Che in questa fascia residuale qualcuno si occupi di democrazia diretta e partecipazione popolare ha quasi dell’incredibile. Non desta alcuno stupore invece la scarsa pubblicità all’iniziativa ed il suo esito. 

Spulciando tra i molti frutti mai maturati sui rami del Parlamento è possibile anche imbattersi in un disegno di legge di modifica costituzionale volto a rendere più effettiva la partecipazione del popolo alla attività legislativa. Proposto dal senatore del Svp Oskar Peterlini, il ddl (influenzato dall’esperienza della vicina Svizzera) ha tra i propri principali obiettivi quello di abolire il quorum nei referendum abrogativi, favorire l’iniziativa legislativa popolare (prevedendo un referendum popolare nel caso gli organi legislativi rigettino la proposta di iniziativa popolare), creare la possibilità di iniziativa legislativa popolare costituzionale.

Tralasciando (per ora) l’iniziativa popolare, costituzionale o non, soffermiamoci sulla più modesta e, almeno da un punto di vista teorico, più fattibile proposta di abolizione del quorum nei referendum abrogativi. Queste sono le (condivisibili) argomentazioni contenute nel ddl:

1. A causa del quorum, chiunque non si reca a votare conta automaticamente come un “No”, mentre in realtà ci sono tantissimi motivi personali che possono impedire la partecipazione ad un referendum: la mancanza di conoscenza dell’argomento, l’indecisione, il disinteresse e mille altre ragioni private. Nel caso delle elezioni tutti questi motivi sono ragioni di astensione dal voto o della non-partecipazione, ma non equivalgono ad un voto contrario. Nelle elezioni contano solo i voti validi per i partiti e i candidati. Anche la non-partecipazione al voto referendario quindi va considerata per quello che è: un’astensione dal voto senza influenza sul risultato.

2. Attraverso il boicottaggio del referendum, la partecipazione al voto scende facilmente sotto il 50% degli aventi diritto al voto richiesto per la validità del risultato della consultazione. Gli oppositori, sfruttando il meccanismo del quorum, cercano di invalidare la consultazione invitando gli elettori a disertare le urne, contando su coloro che non andrebbero comunque a votare. Perciò gli oppositori non devono più convincere i cittadini con argomenti e proposte alternative, ma si fermano ad appelli al boicottaggio. Solo in assenza di quorum contano veramente gli argomenti, perché sia i promotori che gli oppositori sono tenuti a convincere la maggioranza dei cittadini.

3. I cittadini attivi politicamente si impegnano ad informarsi e a farsi un’opinione per poi recarsi a votare. I non interessati e i fautori del boicottaggio non vanno alle urne. In caso di referendum invalidato a causa del mancato raggiungimento del quorum, i primi vengono di fatto puniti per il loro impegno civico, mentre i secondi, boicottatori e disinteressati, vengono premiati per una scelta che di fatto danneggia il confronto democratico.

4. In un certo senso a causa del quorum di partecipazione anche il diritto al voto segreto viene indebolito: chi nonostante un boicottaggio si reca ugualmente alle urne da parte degli oppositori viene automaticamente considerato un avversario politico.

5. In Italia non è previsto quorum nel caso di referendum molto importanti quale il referendum confermativo facoltativo relativo alle leggi costituzionali (art. 138, 2° comma) e nel caso delle leggi sulla forma di governo (leggi elettorali e di democrazia diretta) a livello regionale.

6. Per il voto elettorale a nessun livello governativo è previsto un quorum minimo di partecipazione: solo chi vota può decidere. Non esiste il “numero legale” nelle elezioni politiche.

7. Il timore che una piccola minoranza molto attiva possa imporre i suoi interessi ad una maggioranza passiva non è motivato. Le ricerche sul comportamento degli elettori evidenziano che nelle votazioni contese il tasso di partecipazione è alto e la maggioranza dei cittadini esprime chiaramente il suo rifiuto alla proposta di una minoranza. I partiti e le forze sociali, che pretendono di rappresentare la maggioranza della società, sono comunque sempre liberi di mobilitare i loro sostenitori a votare contro un quesito referendario, che si presume rifletta solo l’interesse di una minoranza.

8. In Svizzera, negli USA, in Baviera ed in altri paesi non esiste il quorum di partecipazione. Nonostante la partecipazione alle votazioni referendarie in Svizzera oscilli “solo” attorno al 40%, nessuna forza politica rivendica seriamente un quorum di partecipazione, sapendo che si aprirebbe un varco a manovre tattiche e a strumentalizzazioni politiche.

9. La democrazia diretta deve promuovere e non scoraggiare la partecipazione dei cittadini. Uno degli obiettivi principali della democrazia diretta è la promozione della partecipazione dei cittadini, ribadita dall’attuale articolo 118, comma 4 della Costituzione. Un alto livello di partecipazione non viene raggiunto imponendo l’obbligo legale di raggiungere una quota predeterminata e non è certo perché esiste il quorum che si convincono a votare cittadini non interessati. Avviene invece il contrario: i cittadini interessati e motivati, dopo una serie di esperienze con referendum falliti per mancato raggiungimento del quorum, si sentono frustrati e perdono la fiducia in questo strumento. In questo senso paradossalmente essi sono scoraggiati proprio dal quorum di partecipazione perché si devono confrontare con una fetta di concittadini che boicottano la votazione. È quindi un circolo vizioso. Benché originalmente il quorum fosse  inteso come uno stimolo alla partecipazione, è innegabile che oggi il quorum determini il rifiuto del dibattito e dell’impegno. I gruppi più penalizzati da questo meccanismo sono proprio le minoranze sociali che non riescono a sollecitare ampie fasce di popolazione.

10. Il quorum scaturisce dalla sfiducia nei cittadini. Oggi gli strumenti referendari sono strumenti di partecipazione attiva e non più di sola “difesa in casi estremi”. Le procedure di democrazia diretta devono essere disegnate di modo tale da incoraggiare la comunicazione a tutti i livelli e, in questa ottica, un quorum di partecipazione, con le relative campagne di boicottaggio, tende ad essere di ostacolo per una buona comunicazione. È più facile rifiutare ogni dibattito, istigando i cittadini a non votare, piuttosto che affrontare di petto un dibattito pubblico e una votazione senza quorum.

Il quorum di partecipazione del 50% non è una norma fondamentale del nostro ordinamento costituzionale, tanto è vero che è previsto solo da uno dei due tipi di referendum nazionali oggi istituzionalizzati. Rifacendosi agli esempi funzionanti in vari altri paesi, in Italia è ora di abolire il quorum di partecipazione sia a livello nazionale sia regionale sia comunale.

La cancellazione del quorum di partecipazione è però da rimpiazzare con un’altra norma di notevole importanza, cioè la necessità di raggiungere la maggioranza dei voti validi non solo a livello nazionale, ma anche nella maggioranza delle regioni. Questa norma, che da atto alla traiettoria di fondo del sistema politico italiano verso uno stato regionale più avanzato, evita un’espressione referendaria sbilanciata sotto il profilo geografico, richiedendo che i voti favorevoli non possono essere concentrati in poche regioni. Ad esempio un referendum accolto solo nelle otto regioni del Nord non potrebbe passare, perché in almeno 11 regioni su 20 la maggioranza dovrà essere stata raggiunta.

Il ddl è stato presentato alla presidenza il 29 aprile 2008. Sono passati quindi tre anni in cui una proposta articolata e fondata per una volta sui principi, e non sulla stretta contingenza, è stata ignorata e trascurata dal Parlamento e dai media. Nel nostro piccolo a Internauta ci piace ridare spazio e luce alla proposta per intero.

 T.C.

 A questo link il testo completo del ddl Peterlini.

 http://www.openpolis.it/dichiarazione/391088

SARKOZY’S AND CAMERON’S NEW SUEZ

Possibly the French and British attack on Libya will produce better results than the 1956 Eden-Mollet campaign against Egypt;  however some resemblances exist. President  Sarkozy acted first and rather ferociously, so somebody maliciously hinted that the President  is trying to emulate the napoleonic conquest of Egypt. Out of the innumerable campaigns of the youngest among modern-age generals, the victory in Egypt is the enterprise nearest to Libya.

 In 1797 the 28-year old genius has already triumphed over several sovereigns of Europe, including the Holy Roman Emperor. So Napoleon is given an army to invade Britain, but decides to take Egypt. In  June 1798 the Man from Corsica conquers Malta, in July he subjugates Alexandria and defeats the Mameluk army at the Pyramids. When admiral Nelson destroys the French fleet at Abukir, Napoleon marches against Turkey, enters Syria, does not conquer Saint-Jean d’Acre  and in October 1799 returns to France. In a few months Bonaparte becomes First Consul, in 1802 a plebiscite gives him life tenure as  First Consul (3,577,000 voters, 3,568,000 yes). Two years later Napoleon becomes the Emperor.

I rather feel that the war on Libya shows some similarities to a serious disaster of France, the 1870 war against Prussia, i.e. against the future German Reich. The 1870 act was astonishingly senseless- after 141 years the historians only know of one single reason for the war, a diplomatic slight of Otto von Bismarck, the Prussian head of government, to the French ambassador. To defend her ‘prestige’ France, then the greatest power in Western Europe, declared war. In a few weeks she was disastrously defeated in just one major battle, at Sedan. The humiliation was so bitter that the French nation was ‘condemned’ to seek revenge through a First World War wich killed 1,5 million Frenchmen. Finally in 1940 the German revenge against the French one costed France the most smashing defeat in modern history.

This terrible chain of events began (in 1870) because of a French overreaction to a discourtesy, i.e. to a minor offense. The antecedent facts: a Hohenzollern prince, cousin of the king of Prussia, having been offered the crown of Spain, Paris vetoed the acceptance: The father of the German prince renounced the crown on behalf of his son; the king of Prussia confirmed the renounciation. When the French embassador pressured the king for a more emphatic renounciation, chancellor Bismarck jumped on the matter to entice Paris into a war by denying the French diplomat an extra audience of the King.

The ministers, generals and court gentlemen of the French emperor, Napoleon the Third, promptly fell into the Bismarck trap, so Paris declared war on Prussia on the assumption that the French army was mighty. As we know, the defeat was immediate. It must be clear that France’s public opinion had ardently demanded war.

Today many observers believe that the real motive of the Libyan campaign of Paris is improving Sarkosy’s chances of re-election. If this is true, evidently the French nation is as enamoured of ‘glory’ as she was when she assailed Bismarck. Everybody knows the results of 1870: the emperor fell prisoner ad was deposed; France went republican; a bloody Commune revolution in Paris killed 20 to 30 thousand; Germany unified into a powerful Second Reich. In due time we shall see whether the French voters will reward Sarkosy’s undertaking.

Was David Cameron, the British premier, moved by a French-type pursuit of ‘grandeur’ in sending the RAF and Navy against Muammar Gaddafi? Perhaps not. We only remember Winston Churchill, a glorious predecessor of Cameron, doing his best to involve his mighty country into WW2.  His much-stated goal was defending the Empire. He won the war but the Empire soon evaporated. Today his proud nation is one of the satellites of the United States -not the most important of them.

JJJ                                                                                                                       

da Daily Babel