L’ITALIA NON HA 150 ANNI

Note a margine di un anniversario sul quale riflettere

………………… il bel paese

Ch’ Appennin parte e ‘l mar circonda e l’Alpe.

Così Francesco Petrarca definiva l’Italia sette secoli fa. Ha senso celebrare l’unità della nazione (unità comunque parziale, dato che la nazione italiana sta in parte anche in Corsica, nel Canton Ticino, in Slovenia, in Croazia, ecc.) il 17 marzo 2011?

Ma il 150° anniversario della proclamazione a Torino del Regno d’Italia non va confuso con la celebrazione dell’Unità d’Italia, dato che la nazione italiana esiste da molto più tempo e la sua unità (nonché la sua unicità) in termini di cultura, sia pure nelle sue molteplici sfaccettature, prescinde dalle forme di governo che l’hanno dominata o che può avere assunto nel corso dei molti secoli della sua storia millenaria.

Un piccolo libro pubblicato nel 2004 – Fabrizio Coppola, Breve storia del nome Italia dall’antichità al Risorgimento, Istituto Scientia (69 pagine in http://italia.onwww.net/italia/testocompleto.htm) – ci ricorda che il nome Italia venne usato già nel VI secolo a.C. (anche se riferito alla Calabria); nel V secolo a.C. Antioco di Siracusa scrisse un saggio sull’Italia che ne comprendeva tutte le regioni meridionali; nel III secolo a.C. il nome Italia comprendeva l’intera penisola e nel II a.C. anche le regioni del Nord; nel 90 a.C. venne coniata dagli alleati della confederazione antiromana nell’attuale Corfinio (Abruzzo) una moneta dove la parola ITALIA appariva in caratteri lapidari romani; Publio Virgilio Marone (Mantova 70-Brindisi 19 a.C.) celebrava l’Italia nel poema Eneide che tanta influenza avrà su Dante, Petrarca, Boccaccio e poi su Tasso e Leopardi. Nel 27 a.C. l’Italia, territorio metropolitano di Roma, è divisa in 11 regioni che non comprendono ancora Sicilia, Sardegna e Corsica (province esterne fino al III secolo d.C.).

Da queste epoche remote in poi l’Italia (anche al tempo del crollo dell’impero romano, del dominio longobardo, del sacro romano impero, dei liberi comuni e delle repubbliche marinare) non ha mai cessato di esistere nel comune sentire delle popolazioni che ne hanno abitato i territori come imprescindibile e centrale per la civiltà fiorita sulle sponde del Mediterraneo, indipendentemente da chi vi esercitasse il dominio politico, e presso tutti coloro che sono venuti in contatto con la cultura italiana.
Non si può dimenticare che la prima scuola poetica in lingua italiana nasce nel XIII secolo a Palermo, alla corte di Federico II di Svevia, luogo di incontro tra le culture greca, latina e araba. Tra il 1300 e il 1500 l’italiano comincia a sostituire il latino come lingua ufficiale dei vari stati italiani e non vi è persona colta in Europa che non sia in grado di comprendere e di esprimersi nella lingua di Dante, e anche per la musica l’italiano è da sempre la lingua di espressione ovunque nel mondo
L’enorme influenza esercitata dall’Italia su poeti, scrittori, artisti di ogni campo è testimoniata da troppi autori di tutta Europa per poterli elencare. Basterà citare l’ammirazione per l’Italia di Montaigne (1533-1592) e il debito contratto da Shakespeare (1564-1616) che non a caso ha ambientato in Italia e in altri paesi mediterranei la maggior parte dei suoi più grandi lavori, commedie o tragedie che fossero, e ha dato spesso ai personaggi creati dalla sua fantasia nomi e caratteri italiani.

Quando l’Italia era frammentata in piccole unità politicamente divise, o parte di grandi imperi, i suoi figli hanno dato il meglio di sé. Non così quando, seguendo le tendenze promosse da Illuminismo e Romanticismo, il malinteso amor di patria, e cioè il desiderio di rinchiudersi entro confini dai quali escludere tutti coloro che parlavano lingue o professavano religioni diverse, ha assunto i connotati odiosi del nazionalismo (da non confondersi con il vero amor di patria, che si può esercitare anche nei confronti del proprio villaggio) e poi della xenofobia e del razzismo.

Non ha giovato all’Italia porsi nella scia di paesi come Spagna, Francia, Inghilterra dai quali non aveva nulla da imparare. Questi paesi unificati da tempo, e quindi potenti e aggressivi al di fuori dei loro confini, e prevaricatori al loro interno, avevano represso le differenze locali di ogni genere, ignorando che la varietà è ricchezza culturale, oltre che fonte di bellezza e di pensiero.

Anche l’Italia è divenuta così un paese coloniale e dispotico che ha causato lutti e rovine a popoli vicini e lontani, oltre che al proprio.

L’ideale dello stato-nazione è stato perseguito senza osservare la realtà che stava sotto gli occhi di tutti: gli stati-nazione hanno dato vita all’imperialismo colonialista, al razzismo, al nazionalsocialismo, al fascismo, al socialismo reale dominato dall’egemonia grande-russa, alle pulizie etniche reciproche tra serbi e croati, tra tutsi e hutu, ecc. Ciò che sta avvenendo in Palestina e in Israele ricalca lo stesso copione: fare posto a NOI a scapito degli ALTRI, mentre nel Mediterraneo popoli di tradizioni, lingue, religioni e stili di vita diversi hanno sempre convissuto.

Gli imperi invece, a differenza degli stati nazionali – idealisti nei propositi e autoritari e repressivi nei fatti – sono sempre stati più realisti e i loro comportamenti sono stati i più diversi oscillando tra la repressione più bieca e la tolleranza più aperta e generosa. Anche l’Unione Europea ha la struttura e i propositi di un impero e a questo è in qualche modo assimilabile. Le sue incertezze, che la rendono debole come capacità d’imperio, sono il suo pregio perché si traducono in azioni che non uccidono e reprimono come fanno altri imperi che sopravvivono: quello russo o quello americano, che invece mostrano ogni giorno ancora oggi il volto odioso del nazionalismo anche quando vorrebbero mascherarne i connotati con ideali che hanno cessato da un pezzo di essere nobili.

Sarebbe quindi insensato celebrare i simboli nazionali e gli anniversari di eventi che hanno portato, dopo la creazione del Regno d’Italia, il nostro Paese sul malsano esempio di altri stati nazione ad attaccare popoli inermi per colonizzarli e ad essere parte attiva nello scatenamento delle due guerre mondiali. A ben vedere l’Italia unita degli ultimi 150 anni ha ben poco di cui gloriarsi. Tuttavia, i tempi potrebbero essere maturi per una riflessione che portasse a un vero decentramento amministrativo dove le funzioni di governo a tutti i livelli non dovrebbero essere svolte da professionisti del potere, ma da semplici cittadini scelti dalla sorte e non dalla finzione che chiamiamo “volontà popolare” e che oggi si traduce in un voto dato agli attori che recitano meglio la loro parte e che dispongono dei finanziamenti e dei mezzi in grado di influenzare gli incauti che li voteranno.

Gianni Fodella

NO A LEGGI FATTE IN BASE ALLA CRONACA NERA

Nel febbraio 2009 il governo varò un pacchetto sicurezza che comprendeva, tra le altre misure, l’obbligo per i giudici di disporre la custodia cautelare in carcere nel caso di gravi indizi di stupro a carico del soggetto. Un anno e mezzo dopo la Corte Costituzionale bocciò questo provvedimento. Le misure cautelari possono essere disposte in presenza di esigenze cautelari (pericolo di fuga, reiterazione o inquinamento delle prove), e devono rispettare il principio di adeguatezza e proporzionalità. Insomma, devono adattarsi al caso concreto e il soggetto incaricato di calare nella realtà la norma non può essere altro che il giudice.

Perché allora il governo varò una norma tanto assurda e sicuramente incostituzionale? Purtroppo la risposta è quasi banale. Pochi giorni prima del varo del decreto sicurezza si era verificato un brutto caso di cronaca. A Roma una ragazza era stata stuprata nel bagno di una discoteca da un ventenne italiano, ubriaco, che aveva poi confessato e nei cui confronti erano stati disposti gli arresti domiciliari. Il giudice aveva infatti considerato che non ci fossero esigenze cautelari particolarmente gravi e che, considerate le circostanze del fatto e la personalità del reo, gli arresti domiciliari fossero adeguati. I mezzi di comunicazione e, ovviamente, buona parte del mondo politico avevano gridato allo scandalo. L’opinione pubblica inferocita chiedeva vendetta contro gli stupratori, e i forcaioli di professione agitavano il cappio della castrazione chimica e, perché no, della pena di morte.

Questo caso è emblematico di un problema che si va facendo sempre più grave per la democrazia italiana, e non solo: la politica legislativa non può essere dettata dalla cronaca. E’ stupido farlo per una serie di motivi.

Innanzitutto la cronaca focalizza l’attenzione su situazioni particolari, non sul quadro generale. Tutta l’enfasi posta sul contrasto agli sbarchi di immigrati, ammesso che sia una misura giusta e condivisibile, ha fatto sottacere che solo una percentuale inferiore al 10% dei clandestini arriva via mare. O ancora, il continuo sbattere in prima pagina casi di stupro in strada ci fa dimenticare che la stragrande maggioranza delle violenze sessuali sono commesse in casa da parte dei parenti.

In secondo luogo fare leggi sulla spinta delle emozioni spesso produce risultati controproducenti. Nel 2008 bastò ventilare l’ipotesi che i medici fossero obbligati a denunciare i clandestini che si recavano da loro per le cure, per terrorizzare gli immigrati irregolari. A due anni di distanza il numero di clandestini complessivo non è sceso, in compenso sono in aumento i casi di tubercolosi e altre malattie che vanno diffondendosi nell’assenza di cure.

Spesso c’è poi un contrasto con la Costituzione. La norma suprema è stata scritta per durare, per essere generale e non particolare, per incarnare principi a cui tutto l’ordinamento deve essere uniformato, anche se non sono popolari. Come il principio per cui anche se la pancia di ognuno di noi reclama sangue contro sangue, la testa deve farci lavorare per la rieducazione dei criminali, sempre. Perché non solo è giusto, ma soprattutto è utile.

Ultimo importante motivo per cui evitare che sia la cronaca a dettare l’agenda legislativa del governo è che il rischio di manipolazione della realtà è fortissimo, e accorgersene è praticamente impossibile. Nel 2007-2008 tutti i dati sulla criminalità erano in calo. Le percentuali di alcuni reati gravi come rapine, furti e scippi erano addirittura più che dimezzati. Tuttavia la percezione di insicurezza su tutto il territorio della Penisola cresceva costantemente. Come mai? La risposta, anche questa purtroppo scontata, era (ed è) sotto gli occhi di tutti gli italiani alla sera verso le otto: la televisione. La percentuale di minuti dei Tg dedicati a casi di cronaca nera si era impennata. Gli speciali non parlavano d’altro che di stupri e omicidi. Una certa parte politica lucrava sul clima di terrore creato dai mezzi di informazione appartenenti ad un esponente di quella stessa fazione (ma non solo). Vinte le elezioni, giocate in modo determinante sul tema sicurezza, la fazione diventata governo cominciò la sua legislazione giocata sulla cronaca e, puntualmente, cestinata da giudici costituzionali e internazionali per manifesto contrasto con i principi inderogabili propri degli Stati moderni.

Questo stesso discorso basato sulla cronaca nera è in realtà applicabile a una vasta parte della legislazione prodotta annualmente dal governo di turno. Il problema è che questo cortocircuito nasce da elementi considerati intoccabili del nostro sistema politico e sociale: la democrazia e il pluralismo informativo. Nella distorsione che sono costretti a subire in una società di massa, l’informazione diventata merce e il voto diventato plebiscito producono mostri legislativi. La gente viene informata in modo proporzionale ai suoi gusti, non ai suoi bisogni né tanto meno alla realtà. Quindi grande spazio a cronaca nera, cronaca rosa e allo sport. La politica sì, ma purché in modo leggero. Economia, esteri e temi sociali solo se proprio non se ne può fare a meno. Difficile rendersi conto che la realtà non è fatta di stupri e rapine o di veline e calciatori.

Creato un pubblico il passo per consacrare i giusti attori è molto breve. Chi parla di emergenza sicurezza, tolleranza zero, schiera l’esercito e promette leggi da antico testamento viene acclamato. Chi spiega i fenomeni coi numeri e col senno viene dileggiato, accusato di intellettualismo, di parlare una lingua che il popolo non capisce. Se il teatro è il Parlamento e la biglietteria sono le urne, il risultato è quello che le televisioni non dicono.

Tommaso Canetta

POSSIBILE ANCHE IN RUSSIA UNA SIMILE RIVOLTA?

Se aumenta il prezzo della vodka…

Ancora una volta l’umanità è colta alla sprovvista da un moto tellurico non previsto dai veri o presunti esperti e dai profeti o aspiranti tali. Dopo il ribaltone del “campo socialista” e la crisi economica planetaria tuttora da digerire sono arrivate le rivolte a catena nel mondo arabo. Non stupisce perciò che da varie parti si cominci a guardarsi non solo intorno ma anche dentro casa con qualche inquietudine. E’ il caso della Russia, dove non mancano le reazioni cinicamente compiaciute: per il rincaro delle fonti di energia che avvantaggia la sua monoproduzione, per la caduta o l’indebolimento di regimi sostenuti dagli Stati Uniti, per la sperata distrazione del terrorismo islamista dal teatro russo. Ma si parla anche di “lezioni arabe” che il regime di Putin e Medvedev non dovrebbe ignorare. Il settimanale “Argumenty i fakty”, nel n.6 di quest’anno, confronta la situazione nazionale con quella dei paesi terremotati per domandarsi se un sisma analogo non potrebbe colpire la stessa Russia. Ecco quanto scrive in proposito una rivista che è stata protagonista della liberalizzazione gorbacioviana ma poi aveva ripiegato su posizioni molto cautamente critiche nei confronti del potere.
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“Fin dai primi giorni della rivoluzione in Tunisia e poi in Egitto politici ed esperti hanno cominciato a tracciare paralleli con la Russia. Che cosa ha mosso la gente in questi paesi e perché la loro esperienza può insegnare qualcosa ai nostri poteri?

1. Corruzione. La venalità dei funzionari e della polizia in vari paesi arabi è impressionante. Nella graduatoria della corruzione nel 2010 secondo “Transparency International” l’Egitto occupa nel mondo un “onorevole” 98° posto , l’Algeria il 105° e lo Yemen il 146°. Nella stessa graduatoria la Russia giace ancora più giù, al 154° posto! Più in basso si trovano soltanto la Somalia, il Burundi e un’altra dozzina di paesi.

2. Clanismo e favoritismo. In Tunisia i familiari del deposto presidente detenevano il monopolio della vendita di alcolici; non a caso i loro negozi sono stati assaltati per primi. E chi non sa delle proprietà di alcuni congiunti di sindaci o ex sindaci (basti citare il solo Luzhkov), governatori e ministri russi?

3. Divario di redditi. L’élite si arricchisce, la massa indigente della popolazione continua ad impoverirsi. Dei quasi 80 milioni di egiziani il 40% vive con due dollari al giorno. Al confronto il nostro livello di vita appare complessivamente discreto, e tuttavia il divario dei redditi cresce: in Russia il 10% dei più poveri introita 17 volte di meno del 10% più benestante, e quanto ai miliardari in dollari siamo superati solo dagli Stati Uniti. “Il regime egiziano e quello russo hanno arricchito solo un ristretto gruppo di persone”, afferma l’oppositore B. Nemzov.

4. Disoccupazione e mancanza di prospettive di carriera. In Tunisia sono senza lavoro circa il 25% dei giovani istruiti, nello Yemen la disoccupazione è al 35%. In Russia la disoccupazione ufficiale è intorno al 7%, ma il popolo è irritato dal crescente afflusso di lavoratori stranieri e dall’occupazione dei settori più importanti da parte dei connazionali rientrati dall’estero.

5. Immutabilità del potere. Il presidente tunisino Ben Ali ha governato per quasi 23 anni, l’egiziano Mubarak per 30, lo yemenita Saleh per 32, il libico Gheddafi per 41 anni. Tutti hanno cercato di predisporre la successione: Ben Ali patrocinava il genero-oligarca, i capi egiziano e yemenita i loro figli.

6. Repressione dell’opposizione e delle libertà civili. In Tunisia non si poteva apprendere la verità sullo stato delle cose dalle fonti ufficiali. Valvola di sfogo, e poi anche strumento per organizzare la protesta, è diventato Internet. In Algeria ed Egitto i governanti hanno mantenuto per decenni lo stato di emergenza per non dover allentare le briglie. In Russia le notizie diffuse dalla TV di Stato differiscono fortemente dal quadro degli eventi offerto da Internet, come ha confessato di recente lo stesso presidente della federazione. Quanto alle briglie strette la storia delle persone regolarmente bastonate dagli OMON [polizia speciale] e dei dissenzienti incarcerati è nota a tutti…

Si può sperare che l’esempio del rovesciamento dei dirigenti tunisini, egiziani, ecc. faccia rinsavire la nostra élite? E che essa capisca finalmente che lo stridente divario tra poveri e oligarchi, il monopolio di un solo partito, la persecuzione degli oppositori e dei difensori dei diritti umani e l’irresolutezza nella lotta contro la corruzione ci portano in una direzione pericolosa?”

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Lo stesso numero di “Argumenty e Fakty” ospita anche un articolo a firma di Boris Notkin, un conduttore televisivo (in Russia la TV è sotto controllo statale pressocchè totale) che descrive una situazione nazionale oltremodo insoddisfacente e si spinge fino a prospettare l’incombere di un nuovo 1917. Ecco la conclusione di tale articolo.

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“Oggi la nostra élite (scusate il termine) farebbe meglio ad incoraggiare la pubblicazione non delle malefatte degli esecrandi rivoluzionari ma degli studi su come nel 1917 le umiliazioni sociali, nazionali e morali confluirono in un torrente impetuoso che non riuscirono a fermare né la magnifica polizia segreta dello zar né l’autorevolezza della Chiesa. Sarebbe altresì auspicabile che si riflettesse sull’eventualità che nei circuiti di Internet spunti il clone di quel geniale populista che per vendicare il fratello distrusse d’un sol colpo l’intero sistema feudale del paese.

Non ci si deve poi cullare nell’illusione che il popolo rimanga inerte e passivo. La passività dipende anche dal fatto che nell’era post-Gorbaciov si è copiosamente usato il più potente sedativo delle masse: la vodka a buon mercato. Perciò la reazione alle umiliazioni sociali non ha raggiunto lo stadio della protesta organizzata ma si è riversata sugli eccessi di sbornia. Ora però il prezzo del ricorso a questo calmante, cioè il degrado umano e demografico, è diventato intollerabile. Alla fine l’hanno capito anche in alto loco e cercano di combattere il male alzando il prezzo della vodka. Ma se oltre ad aumentare i prezzi il potere tornerà a chiudere i canali dell’informazione quasi gratuita esso dovrà seriamente preoccuparsi delle cause delle trombosi che ostruiscono le arterie vitali dei singoli cittadini come dell’intera Russia”.

Franco Soglian

LA GERMANIA RITORNA ALL’ETICA ANTICA DI WITTEMBERG

Dopo la caduta di due potenti a Berlino

Le impressionanti dimissioni di Karl-Theodor zu Guttenberg, forse il più brillante dei politici tedeschi d’oggi, pronosticato successore di Angela Merkel, non solo da ministro della Difesa ma anche da deputato al Bundestag, sarebbero meno significative se non fossero seguite di pochi mesi alle dimissioni di Horst Koehler da capo dello Stato germanico.

Tralasciamo che le due dimissioni obbligano a confronti crudeli col costume politico di altri paesi, primo il nostro. Guttenberg ha lasciato una posizione di vertice per aver copiato da altri parte di una propria tesi di dottorato. Non gli è bastato rinunziare pubblicamente, come ha fatto, a una qualificazione accademica parzialmente indebita: il ministro della Difesa ha giudicato di non poter sostenere più a lungo la deplorazione di ambienti quali quello universitario. Soprattutto un caso di coscienza individuale, dunque.

Solo apparentemente politica, in senso tradizionale, l’occasione del ritiro di Koehler. Ha dovuto dimettersi da presidente della Repubblica pochi giorni dopo avere sostenuto, in un discorso ai reparti germanici operanti in Afghanistan, che la Germania è in quel conflitto (nel quale si uccidono anche i bambini) per non pregiudicare i propri interessi di nazione grande esportatrice. La condanna dell’opinione pubblica, immediata e corale, non ha lasciato scampo al Bundespraesident. La storia della Germania moderna è tale da non permettere più che la guerra -una guerra altrui, oltre a tutto- trovi giustificazioni. Troppo atroci i drammi provocati e sofferti dalla Germania.

Lacerante il confronto con l’Italia. Qui pochi mesi fa il capo dello Stato ha potuto affermare che la guerra nell’Afghanistan “è giusta”, e quasi tutti gli italiani hanno lasciato fare. Hanno permesso al nominale rappresentante della nazione, dunque anche di me e di voi, di affermare il contrario della verità. Come fossimo ai tempi infami del machiavellismo quotidiano. Beata Germania, non ha avuto che pochissimo Rinascimento, nessun papa erotomane e quasi nessun Cesare Borgia. I suoi letterati ‘rinascimentali’ sono stati ininfluenti, le sue donne più celebri non furono promosse da troie a dame. La guerra d’Afghanistan non è giusta, ma gli italiani non si curano. Facevano così persino nei tempi gloriosi della repubblica di Mario e Silla.

Koehler e Guttenberg, in quanto politici di carriera, potrebbero avere scheletri nei loro armadi. La pubblica corruzione, pur tanto inferiore alla nostra, non è sconosciuta a Berlino, ossia in un grande contesto economico nel quale ingente è il ruolo dei poteri pubblici. Se un giorno i due importanti dimissionari si riveleranno anch’essi corrotti -non possediamo elementi in tal senso- i molti riferimenti all’etica nazionale che seguono in queste note risulteranno sbagliati. Fino a prova del contrario i due restano testimoni onorevoli di una verità che per secoli prima del nazismo – autentico Golgota dell’anima tedesca- era stata contestata da pochi e con poco fondamento: essere i tedeschi il più etico dei popoli che hanno fatto la grande storia.

Senza risalire a Tacito, la Riforma rivelò la vocazione germanica alla legge morale. Quale che sia stato l’impulso personale di Lutero, fu il contesto tedesco a determinare la rivolta contro le degenerazioni romane (nel piccolo, anche avignonesi cioè francesi). Il destino spirituale della nazione fu segnato per sempre dalle tesi aurorali affisse a Wittenberg da Lutero, frate agostiniano. Fino all’irrompere dell’Illuminismo l’intera vicenda nazionale fu innervata da quella specifica ispirazione religiosa che fu il Pietismo, affiorato agli inizi del Seicento. Ancora nel 1755, in piena asserzione (a livello intellettuale e non popolare) dell’Illuminismo, un dramma sentimentale di Lessing, il maggiore illuminista tedesco, marcava il rifiuto delle componenti libertine e scettiche dell’ideologia dei lumi. Ideologia, peraltro, impegnata più che altrove, attraverso il confronto coll’insegnamento pietistico, a conseguire traguardi essenzialmente morali. La risposta veemente al materialismo razionalistico venne da pensatori tedeschi di formazione luterana. Quando apparve Johann Gottfried Herder, che da Kant aveva derivato spunti anti-illuministici, si delineò più netto l’antagonismo alle suggestioni razionalistiche spinte.

Col farsi più invasivi gli spiriti scettici e mondani che venivano da Parigi, il pontifex maximus Wolfgang Goethe alzò la sua voce per condannare quanto meno quello ‘spirito affaristico del Termidoro’ che allora -oggi no- negava direttamente gli intimi precetti di probità della piccola borghesia colta di Germania, ancora saldamente ancorata ai valori luterani e pietistici. Il Termidoro presente potrebbe vincere la partita ma c’è speranza.

Tornando ai due potenti da poco caduti a Berlino, può valere la pena di ricordare che il dramma Wallenstein di Schiller additò in chiave tragica il crollo che può lacerare il tessuto etico dell’uomo di successo. Sembra marchiare il presidente federale che motivava la guerra per conto terzi con gli imperativi dell’export, quell’altro dramma schilleriano Kabale und Liebe. Condannava duramente uno dei principi tedeschi, il quale vendeva i suoi sudditi per le guerre oltreoceano di un sovrano straniero. Alcuni termini sono cambiati rispetto al 1784 del Kabale, ma la sostanza della denuncia schilleriana è perfettamente attuale duecentoventisei anni dopo, allorquando il potere berlinese per bocca di Koehler attentava alla legge morale nell’interesse di Mammona. Nella fase odierna, in cui la Germania è tentata di identificarsi nella possanza e sapienza della sua macchina produttiva, la logica ultima dell’economicismo è il massimo dei pericoli per l’anima tedesca.

Osservò uno storico della letteratura, Marino Freschi, che tra il Reno e il Baltico il teatro politico è stato per secoli “la denuncia urlata della miseria tedesca”. Oggi la “miseria tedesca” è soprattutto l’oltraggioso benessere che a molti consente di andare all’ufficio con auto da 300, persino 500 cavalli. Nel 1914 il motore del caccia di Richtofen superava di poco i 100 cavalli. E nel 1802 Friedrich Hoelderlin, uno dei massimi lirici dei tempi moderni, viaggiò da Bordeaux al suo domicilio tedesco a piedi. A piedi era andato a Lubecca J.S.Bach per ascoltare il grande organista Buxtehude. I successi materiali della Germania minacciano lo spirito assai più che, altrove, i tagli alla cultura. Adesso come ai giorni di Schiller si profila una scissione micidiale tra i valori del successo e quelli della gente comune che cantava i corali di Lutero.

La legge morale ci riporta ancora a Koehler e a Guttenberg. E’ la legge cui essi sembrano avere obbedito. Così vi obbedirono, nelle circostanze più tragiche in assoluto, i 150 congiurati che pagarono con la vita per aver tentato di abbattere Hitler il 20 luglio 1944. Non sapremo mai quanti di loro avevano davvero sperato di salvarsi; cioè quanti, senza tale speranza, si sarebbero negati alla congiura. Morirono due feldmarescialli, Rommel e von Witzleben, e un grosso manipolo di generali di rango. Gli altri erano tutti esponenti dello strato superiore della società tedesca, l’alta nobiltà in prima linea. Persero la vita uomini e donne per il fatto d’essere parenti stretti di congiurati. I 150 scelsero, invece che la ragione e l’istinto di sopravvivenza, la coerenza coi principi che per oltre quattro secoli dalla ribellione di Lutero erano stati al cuore dell’etica germanica.

Uno di essi si chiamava Ludwig Freiherr zu Guttenberg. Il fatto che nel 2011 un uomo del suo sangue abbia osservato la stessa legge -pur in circostanze che al confronto sono quasi giocose- conferma il nostro assunto iniziale. Forse in terra tedesca la coscienza parla con voce più alta.

Antonio Massimo Calderazzi

STILI DI VITA MEDITERRANEI

Si può prescindere dal petrolio?

Le genti che popolano i paesi del Mediterraneo hanno soprattutto a che fare con le terre che da esso sono bagnate. I paesi sono da millenni arroccati sui monti, difesi dalla natura e dalle mura. Un bel giorno (o forse brutto) in queste terre e in queste strette strade hanno cominciato ad arrivare le automobili: una grande comodità per i privilegiati che le possedevano e potevano usarle, una grande curiosità e un po’ di invidia per (quasi) tutti gli altri. Pochi coloro che, come i veneziani, potevano ignorare questa innovazione avendo un sistema per muovere persone e cose semplicemente perfetto e quindi soltanto peggiorabile, come è avvenuto con la motorizzazione della navigazione e la quasi scomparsa dai canali di un gioiello tecnologico insuperato come la gondola.

Quando le auto sono diventate numerose, sempre più numerose, e infine troppo numerose, facendo cambiare gli stili di vita (accade oggi che si accompagni persino il feretro di una persona cara alla sepoltura usando l’automobile …), una parte di noi ha cominciato a chiedersi se avere la macchina era stato davvero un desiderabile privilegio. Mentre ci chiedevamo se ne fosse valsa veramente la pena i negozi familiari e le botteghe artigiane hanno cominciato a chiudere e a scomparire. Si è dovuto cercare il lavoro più lontano da casa e anche la spesa ha cominciato ad essere fatta nei supermercati e nei centri commerciali costruiti fuori dal tradizionale centro abitato e raggiungibili soprattutto con l’automobile. Più cresceva il numero degli automobilisti e meno frequenti diventavano le corse dei mezzi di trasporto pubblici. Così, gradualmente, per schiere sempre più nutrite l’automobile è divenuto un indispensabile strumento di lavoro e di vita, una spesa obbligatoria e tutt’altro che modesta per produrre il reddito necessario a vivere. Molti hanno cominciato a rendersi conto che il cambiamento era stato in peggio, ma che si poteva ormai fare?

Nel frattempo quasi ovunque nei piccoli centri abitati una voce positiva per il reddito familiare veniva gradatamente meno: i prodotti degli orti e degli alberi da frutto dei negozianti o dei contadini loro fornitori non hanno più avuto acquirenti. Così, mentre nelle campagne la frutta marciva sugli alberi e gli orti divenivano incolti o si limitavano alla produzione per la famiglia del proprietario, si era costretti a consumare la frutta e la verdura venduta dai supermercati, che proveniva dai mercati generali e che arrivava da paesi sempre più lontani; ottenuta da un numero limitato di specie vegetali e preparata per il viaggio e per l’intervallo che separa la raccolta di frutta e verdura dal consumo con additivi che, insieme ai residui e ai derivati degli idrocarburi, una volta entrati nella catena dell’alimentazione umana, hanno contribuito a determinare la caduta delle barriere immunitarie e l’insorgere di allergie e neoplasie di ogni tipo.

Questa importante parte della nutrizione umana è da tempo totalmente dipendente dal petrolio: la petrolchimica fornisce gli oli minerali e i carburanti per far funzionare le macchine agricole, i fertilizzanti, i diserbanti, gli anticrittogamici che vengono sparsi nei campi con mezzi meccanici dopo essere stati trasportati in contenitori fatti di sostanze plastiche create dall’uomo e non biodegradabili, i cui residui polverizzati finiamo per inalare quando attraversiamo la campagna. L’aria che respiriamo in città ha un analogo contenuto di derivati del petrolio, cambia soltanto la composizione degli ingredienti: più residui di gomma e asfalto e meno residui di prodotti chimici impiegati nei campi coltivati. Tuttavia, le sostanze usate per combattere i parassiti degli alberi in parchi e giardini, i prodotti per il diserbo chimico delle aree urbanizzate e anche quelli usati nei vasi sulle terrazze mantengono comunque intollerabilmente alto il livello delle sostanze ingerite e inalate dai nostri figli semplicemente vivendo, in campagna o in città. Si salvano dall’inquinamento ambientale, almeno in parte, ormai soltanto gli abitanti delle montagne, dove sarebbe inutilmente dispendioso, e quindi economicamente poco razionale, usare queste sostanze velenose su piccola scala. Perché, a quanto pare, la razionalità soltanto a questo serve: a vedere se i conti tornano dal punto di vista economico, non a indirizzare la nostra esistenza verso abitudini più consone alla vita e alla salute.

Mentre tutti sappiamo che il petrolio (una materia prima di origine organica formatasi nel corso di milioni di anni) presto o tardi finirà, il prezzo del petrolio in termini di qualsiasi merce ha continuato a diminuire grazie all’aumento dell’offerta consentita dalla scoperta di sempre nuovi giacimenti e alle tecnologie di prospezione e coltivazione mineraria sempre più perfezionate e sempre più pericolose per gli uomini e per l’ambiente. Ma a queste tecnologie sofisticate non ha fatto riscontro un maggiore discernimento nelle scelte di fondo fatte dai rappresentanti del popolo e dai membri del governo per indirizzare i cittadini verso stili di vita sani e lungimiranti. Al contrario sono stati privilegiati i miopi interessi di pochi a scapito dei più. L’industria automobilistica è stata al centro dell’attenzione di ciascun governo in ogni paese, e non soltanto in quei paesi a bassa densità demografica come le ex-colonie di popolamento dell’Europa (Stati Uniti in testa) ma anche di quei paesi densamente popolati dell’Europa e dell’Estasia come Italia, Inghilterra, Germania, Francia, Giappone, Corea, Cina, Vietnam, che non avrebbero avuto ragioni per promuovere la motorizzazione di massa, ma che al contrario, avrebbero avuto ogni motivo per ostacolarla potendone fare tranquillamente a meno e risparmiando in tal modo ai loro cittadini dolori e delusioni, oltre che elevatissimi costi economici. Così, nel corso degli anni, il giocattolo che tutti volevano si è pian piano trasformato in un accessorio imprescindibile della vita moderna e quel mammifero predatore gregario che è l’uomo ha accentuato grazie all’uso dell’automobile le sue caratteristiche negative rivelate quotidianamente da comportamenti abituali sempre meno “civili” e che mostrano un sostanziale disprezzo per la vita, propria e altrui.

Per tutte queste ragioni confusamente sentite serpeggia un clima di crescente insofferenza per l’automobile, che si accompagna però al senso di ineluttabilità della sua sempre più massiccia presenza. La natura dell’automobile come “status symbol” è destinata a cambiare? Forse. Se non altro già oggi i meno sprovveduti si rendono conto di quanto “avere la macchina” – lungi dall’essere una condizione di privilegio come accadeva ormai molti anni fa – sia fonte di tensioni e preoccupazioni che purtroppo non si possono evitare qualora non si abiti in una zona ben servita dai mezzi pubblici di una grande città. Chiunque abbia riflettuto sull’utilità dell’auto propria sa quanto sia meno oneroso usare taxi, sistemi di car-sharing o auto di noleggio quando occorra anziché la propria auto. NON avere la macchina sarà forse presto un desiderabile “status symbol” lasciando a chi vive isolato, oltre che ai parvenus e agli incolti, la prerogativa di viaggiare in auto: con rammarico se si è costretti, con orgoglio e pericolosamente per tutti se si hanno turbe psichiche e si è quindi felici in una “cassa” (poco importa se da vivo o da morto) con 4 ruote motrici adatte al deserto e alle catene montuose per intimidire i poveri travet motorizzati che non possono permettersi il SUV di cui è ormai infestato ogni paese e non soltanto l’Italia.

Ma se l’enorme numero di vittime (morti, invalidi permanenti e feriti) e i costi spropositati in termini di sofferenza che le si accompagnano, uniti alla consapevolezza dell’impoverimento economico causato dall’automobile si faranno strada nelle menti dei cittadini, vi sono poche aree del mondo più adatte del Mediterraneo per arrestare questa corsa insana e trarre dall’automobile ciò che ha di buono abbandonando le aberrazioni che ne hanno fatto uno strumento di dolore e di inciviltà.

Nei paesi del Mediterraneo le strutture urbane sono molto antiche, le cosiddette “new towns” quasi non esistono, le città sono nate per i pedoni e per questo la presenza dell’automobile le ha snaturate, sconvolte, imbruttite. Le parti nuove che sono state costruite sotto la spinta della motorizzazione sono generalmente brutte e spesso fonte di degrado sociale. Se scomparissero non verrebbero rimpiante. Non è troppo tardi per ripensare a un ruolo diverso per l’automobile e in quasi nessun’altra parte del mondo avviare questo ripensamento può essere più indolore che nei paesi del Mediterraneo. Qui inoltre il clima è generalmente clemente, con inverni miti, estati asciutte, mezze stagioni particolarmente gradevoli per la specie alla quale apparteniamo, il genere umano. Il sole splende ovunque per molte ore all’anno. Il riscaldamento delle abitazioni può contare su combustibili locali come la legna da ardere e sui pannelli solari che producono acqua calda. La geotermia, troppo trascurata, potrebbe dare una mano. Nei paesi del Mediterraneo non occorre l’aria condizionata prodotta con grande dispendio di energia elettrica. Tutti questi paesi hanno l’aria “incondizionata” che è disponibile quasi ovunque e che oltretutto è gratuita. Le tecniche costruttive tradizionali del Mediterraneo, soprattutto quelle di origine araba, unite alle moderne tecniche di costruzione degli edifici energy-conscious, sono comunque in grado di rendere confortevole in qualsiasi stagione ogni abitazione opportunamente progettata e di adattare in modo appropriato buona parte, se non tutte, quelle esistenti la cui ristrutturazione non potrebbe che essere fatta da imprese piccole e medie che darebbero lavoro a molti che ne hanno bisogno.

Per l’industria meccanica ed elettromeccanica si aprirebbero nuovi orizzonti non soltanto nel cominciare a progettare autobus, camion, furgoni, autoambulanze, taxi e autovetture tutti dotati di motori elettrici, ma anche nelle nuove apparecchiature energetiche ormai ben sperimentate in Paesi meno dotati di ore di insolazione e suscettibili di perfezionamenti incrementali che aprirebbero alle imprese nuovi mercati: può essere l’avvio di una nuova era, mentre anche le costruzioni ferroviarie e tranviarie conoscerebbero un nuovo impulso.

Se l’auto cessasse di essere una imprescindibile necessità e se ne potesse fare a meno perché il posto di lavoro potrebbe essere più vicino oppure meglio servito dai mezzi pubblici di trasporto, si avrebbe un vantaggio apparentemente di natura non monetaria, ma che nella sostanza si tradurrebbe in un maggior potere d’acquisto del proprio reddito. Per i redditi minori non sarebbe azzardata l’ipotesi di un raddoppio del potere d’acquisto del proprio reddito, o della crescita di almeno un terzo. Il reddito non destinato all’auto e ai costi da essa indotti potrebbe divenire un motore di crescita economica tutt’altro che indifferente e indirizzarsi all’acquisto dell’abitazione o alla sua trasformazione e miglioramento sotto vari profili incluso quello energetico, foriero di ulteriori risparmi per la famiglia e per il Paese. L’industria automobilistica dovrebbe mirare a prodotti diversi dagli attuali. Dai costosi giocattoli inutilmente veloci e voraci consumatori di carburante proposti ad automobilisti sempre più indisciplinati e inadeguati a una guida sicura perché soggetti a turbe psichiche, con tendenza all’alcolismo e all’uso di droghe, si dovrebbe passare a mezzi di trasporto elettrici a bassa velocità pensati per il trasporto pubblico urbano. Per le medie distanze e fino a un migliaio di chilometri le esigenze di trasporto di persone e cose dovrebbero essere soddisfatte dalle ferrovie, il mezzo di trasporto più sicuro e affidabile, almeno fino a qualche decennio fa quando erano ovunque in Europa e nel Mediterraneo gestite dalla mano pubblica.

Nelle città meravigliose di Roma, Napoli, Palermo, Siena, Vicenza, Il Cairo, Istanbul, Beirut, Marsiglia, Barcellona e mille altre del Mediterraneo, anche se non sempre baciate da un sole sfolgorante, non occorre ripararsi nelle automobili dalle intemperie, non occorre il petrolio per la trazione e il riscaldamento.

Chissà che questi sparsi pensieri, che frullano ormai nelle teste di molti, con la spontanea diffusione di queste considerazioni, non ci portino a desiderare stili di vita più sani dove l’auto, almeno nei paesi del Mediterraneo, torni ad essere al servizio dell’uomo e il petrolio una sostanza puzzolente da usarsi con parsimonia e un po’ di ribrezzo …

Gianni Fodella

CONTRORIFORMA DELLA GIUSTIZIA

Si fa un gran parlare della “epocale” riforma della giustizia che il governo Berlusconi vorrebbe varare. I punti salienti sono noti: separazione delle carriere, sdoppiamento del Csm, obbligatorietà dell’azione penale “secondo criteri di legge”, responsabilità dei giudici, inappellabilità delle sentenze di assoluzione e polizia giudiziaria non più direttamente sotto il controllo del Pm, ma che opera secondo quanto fissato per legge.

Sorvoliamo sulla concreta possibilità che una simile riforma costituzionale passi indenne dalle quattro letture di Camera e Senato e, soprattutto, dal seguente referendum confermativo. Sorvoliamo anche sul fatto che Berlusconi è la persona meno indicata per portare avanti una pur necessaria riforma del sistema giudiziario, essendo al contempo imputato e legislatore.

Alcuni principi cardine della riforma sono condivisibili. La divisione delle carriere, netta e definitiva, è garanzia per il cittadino dell’imparzialità del giudice. La responsabilità dei giudici, se limitata a casi gravi, come accade per i medici che operino con tecniche avanzate e sperimentali, potrebbe essere un buon deterrente a certi malfunzionamenti dei tribunali. L’obbligatorietà dell’azione penale, di fatto, già non esiste. Troppo intasate le procure per poter dare uguale priorità a tutti i reati, così ognuna finisce con lo stabilire una propria gerarchia creando un’inaccettabile difformità sul territorio.

Tuttavia questi principi vengono stuprati e gettati nel fango in nome di un intento, affatto malcelato, di controllo della politica sulla giustizia. I due Csm, di giudici e pm, verrebbero fortemente sottoposti al potere legislativo, prevedendo che la metà dei componenti sia nominata dal Parlamento, e che il Vicepresidente venga eletto in tale metà. I “criteri di legge” che dovrebbero regolare l’azione penale sarebbero dettati dal Parlamento. La “Corte di disciplina”, che dovrebbe gestire le sanzioni in caso di responsabilità dei giudici, è anch’essa eletta per metà dal Parlamento, e il suo Presidente deve essere necessariamente eletto tra quelli nominati dal Parlamento. La polizia giudiziaria, nel corso delle indagini, sarebbe maggiormente responsabile nei confronti di quanto deciso dal Parlamento con legge, che non nei confronti di quanto deciso nel concreto dal Pm. Si ripropone poi l’assurdità del già cassato “Lodo Pecorella” per cui le sentenze di assoluzione in primo grado sarebbero inappellabili dal Pm. Indubbiamente un segnale indicativo per una riforma che ha la pretesa portare in condizioni di parità accusa e difesa.

Dunque, la riforma così com’è non può suscitare alcuna simpatia, anche nei settori non berlusconiani più favorevoli a discutere di riordino del potere giudiziario.

Ma per non essere accusati di essere capaci solo di cassare senza mai saper proporre, avanziamo alcune idee che potrebbero, forse, rendere meno indigesta la riforma, pur salvandone i principi ispiratori.

La carriere vengano separate e si sdoppino i Csm. Tuttavia la quota di nomina parlamentare venga mantenuta nella frazione di un terzo, e non della metà. Il Vicepresidente sia pure eletto nel terzo di nomina parlamentare, ma non abbia alcun potere di veto sulle decisioni del plenum.

Uguale proporzione (due terzi nominati dai giudici, un terzo dal Parlamento) sia applicata alla istituenda Corte di disciplina.

La responsabilità dei giudici venga limitata ai soli casi estremi. Non vorremmo certo giudici terrorizzati dal dover decidere circa qualsiasi causa complessa.

Si spazzi poi via dal tavolo l’assurda inappellabilità delle sentenze di assoluzione. Come il giudice può sbagliare nel condannare un innocente, allo stesso modo può sbagliare assolvendo un colpevole. Nella giustizia penale sarebbe gravissima una tale asimmetria.

Si diano delle priorità nell’esercizio dell’azione penale uniformi per tutto il territorio, ma non sia il Parlamento a deciderlo tramite legge, ma i due Csm, in seduta comune e con maggioranza qualificata, tramite un atto di indirizzo. Non vorremmo nemmeno dei politici che “casualmente” chiedano di perseguire meno i reati che più le interessano e maggiormente i reati che fanno scandalo nell’opinione pubblica.

Infine, si lasci la polizia giudiziaria sotto il controllo del Pubblico Ministero. Sarebbe grave se il necessario sodalizio tra questi due organi nel corso della indagini venisse incrinato da indicazioni di provenienza politica. La sottoposizione alla legge c’è già ed è sufficiente, questa novità avrebbe solo il senso di ridurre ulteriormente l’autonomia del Pm.

A corollario di queste proposte ci permettiamo di svolgere una considerazione conclusiva: nessuna di queste pur giuste istanze servirà a rimediare il peggiore dei mali della giustizia italiana, cioè l’eccessiva durata dei processi (specialmente di quelli civili). Per risolvere questa questione, che crea immensi danni al mondo economico ma non solo (si pensi alle sentenze di divorzio o affidamento dei minori), servono innanzitutto più risorse: più giudici, più pm, più cancellieri, più aule etc. Serve poi una seria disciplina del ricorso a metodi conciliatori extragiudiziali. Servirebbe poi l’abolizione di un grado di giudizio nella giustizia civile. Che decida in primo grado un giudice di merito in composizione collegiale, e un giudice di legittimità in ultima istanza.

Ovviamente ognuna di queste proposte suscita la resistenza di questa o quella lobby, e l’argomento è forse troppo tecnico perché l’opinione pubblica si interessi ed eserciti la necessaria pressione affinché si proceda nella giusta direzione. Ma del resto sul fondo del vaso di Pandora rimase la speranza.

Tommaso Canetta

THE LESSON OF GUTTENBERG

Suddenly the Western political society has acquired a new protagonist, an almost heroic dramatis persona, Karl-Theodor zu Guttenberg. We non-Germans were allowed to ignore him- he only was a member of Angela Merkel’s cabinet. Since a few days he is the embodiment of courage, i.e. of a little honored concept on how a politician should behave (he or she usually doesn’t).. Admittedly, I am so impressed by Guttenberg’s choice to resign not only from the government, also from the Bundestag, because the Italian frame of mind is the very opposite to the German one. In Italy practically nobody resigns on ethical grounds. Italy seems perfectly unable to free herself of a grotesque head of government, nor of his arch-enemy, G.Fini, not a warrior for ideals. In a different country both would have had to retire several years ago.

From baron zu Guttenberg comes a lesson which applies to other contexts: including the United States, where president Clinton was able to escape almost unscathed from a rather unseemly situation. The German environment has been merciless with Guttenberg, a brilliant politician whose chances to became Europe’s top head of government were high. His sin was venial: he had used somebody’s else copy in his own doctoral thesis. In Italy or in France a minister as important as Guttenberg -he was in command of a military establishment whose heritage is the world’s most prestigious- would have resisted criticism. The Bundesrepublik is different. After the cataclysm of WW2 and the horrors of Hitlerism, Germany has reverted to her historical integrity. Martin Luther rebelled against Rome for the sake of integrity, and since his time Lutheran probity marked the German soul (up to the terrible Nazi devastations).

The Guttenberg episode is meaningful for an additional reason. It emphasizes the public role of the German upper nobility. Freiherr (baron) Guttenberg, a Bavarian, married a descendant of prince von Bismarck, the creator in 1870 of the German Reich and a top Junker (member of the landowning aristocracy of Prussia). In WW2 the daughter in law of the prince took her life a few hours before the victorious Red Army reached her country estate. The Junker class dominated the German society, especially as far the Army and the upper burocracy were concerned. However that Establishment fully met its moral obligations when the hard times arrived.

I today discovered a Karl-Ludwig Freiherr von Guttenberg among the l50 victims of the Fuehrer’s barbarous revenge after the failed plot on July 20, 1944 to kill him and stop the war. The relative, possibly a father, of our Guttenberg was executed on April 23, 1945, a couple of weeks before the surrender of Germany. The leaders of the conspiracy were among the most prominent exponents of the German officialdom: fieldmarshals Rommel and von Witzleben, four or five full generals (the German rank was Generaloberst), a well higher number of lesser generals, famous admiral Canaris, many top civil servants (a few ambassadors included), academicians and a descendant of field marshal Helmuth von Moltke, who defeated Napoleon III in 1870. Practically all participants of the conspiracy were upper class, with a very large percentage of aristocrats. The death list I am perusing while I write includes fathers, sons, brothers, also a few wives, mothers or daughters who met their end because of their relations with doomed Prominenzen.. In other words, the German elite, the aristocrats first of all, paid heavily because of their sense of responsibility and honor.

Freiherr Karl-Theodor zu Guttenberg seems to follow the steps of the l50 ultimate foes of Adolf Hitler.

JJJ

1848 – Un racconto di famiglia

Un racconto di famiglia sulle Cinque Giornate

Quando si festeggiano importanti ricorrenze, il rischio è che, tra la pompa delle celebrazioni e le ricostruzioni degli storici, si perda la consapevolezza di quanto l’evento ricordato abbia influito nella vita delle persone comuni. Se l’evento poi non è sepolto sotto secoli di Storia, ma è relativamente recente, quelle persone normali possiamo identificarle come nostri ascendenti non troppo lontani.

Quest’anno il 17 marzo si celebra il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Ma a Milano, quando si parla di Risorgimento, le date più care sono quelle dal 18 al 22 marzo, le Cinque Giornate. Di quei giorni molte famiglie milanesi conservano qualche ricordo. Anche nella mia si è mantenuta la memoria di un evento pubblico/privato, sfrondato dei dettagli, forse alterato. Un evento che raccontato oggi ha qualche tratto comico, ma che, se fosse andato diversamente, avrebbe impedito la mia nascita.

Cominciamo dal nome di mio padre, Giovanni Anacleto Carlo Maria. Al netto dei nomi più comuni spicca Anacleto (per me bambino era solo il gufo de La Spada nella Roccia), ereditato da suo nonno. Il nonno di Anacleto, di nuovo Giovanni (la fantasia non doveva essere il pezzo forte dei miei avi), era proprietario di una grossa drogheria in corso San Gottardo, poco fuori dalle mura spagnole. Come normale nelle case padronali milanesi ottocentesche, al piano terra stava il negozio e i magazzini, al piano di sopra l’abitazione. Qui viveva Giovanni con moglie, dodici figli e la servitù.

Ai primi di marzo del 1848 Giovanni dovette partire per un lungo viaggio e affidò tutto al suo factotum (di cui, nei racconti di famiglia, si è perso il nome), nel quale riponeva assoluta fiducia.

Il 18 marzo, come noto dai libri di Storia, cominciarono i moti. A scatenare un evento enorme fu un caso molto piccolo. Gli Austriaci avevano imposto una nuova tassa sul tabacco (e non per tutelare la salute dei sudditi) e i milanesi, per reazione, avevano cominciato uno “sciopero del fumo” (anche questo è un ricorso storico che ritorna in altri Paesi, come ad esempio l’Iran). Il generale del contingente austriaco, Radetzky, aveva allora mandato i soldati a fumare provocatoriamente sigari per strada. Un popolano, sentitosi provocato da un militare che gli soffiava in faccia il fumo, aveva preso il sigaro e lo aveva gettato per terra. Al tentativo di arresto avevano reagito i presenti, mettendo in fuga anche i rinforzi che stavano accorrendo. A quel punto la rivolta aveva dilagato per le strade della città, anche in corso San Gottardo.

La drogheria di Giovanni, non ancora tornato, venne chiusa, porte e finestre sprangate e la famiglia al completo si barricò al piano di sopra. Il magazzino era pieno di generi alimentari e i fortunati abitanti della casa avrebbero potuto assistere alle Cinque Giornate da un rifugio sicuro. Ma gli eventi epocali spesso fanno dimenticare il buon senso ed eccitano lo spirito.

Così al passaggio di uno squadrone austriaco, proprio sotto le finestre della casa di Giovanni, il factotum sentì che al richiamo della Storia non poteva non rispondere. Pur essendo una persona normale e affatto coinvolta nella causa indipendentista, senza pensare alle conseguenze del suo gesto imbracciò lo schioppo e da una finestra sparò all’ufficiale che comandava il drappello. La reazione fu immediata. I soldati circondarono la casa, cominciarono a sparare e appiccarono fuoco all’edificio.

Fortunatamente la famiglia al completo riuscì a salvarsi scappando per i tetti, probabilmente avendo l’occasione di ammirare dall’alto la città in rivolta, e nessuno rimase ucciso. Giovanni però, tornato a Milano preoccupato per le notizie che gli giungevano sull’insurrezione, trovò la casa bruciata e nessuno che sapesse dargli notizie della famiglia. Il dolore fu tale che si temette per la sua vita. Alla fine si ricongiunse con la famiglia e riavviò l’attività commerciale, anche se non si riprese mai del tutto dal colpo subìto e morì piuttosto giovane.

In famiglia questo ricordo è sempre stato raccontato (in dialetto) con tono ironico, della serie “guarda te se il bis bis doveva fidarsi di un cripto-repubblicano insurrezionalista che ha mandato a ramengo il patrimonio di famiglia!”. Ma se soffiamo via la patina del tempo dalla storia, in quel racconto c’è un’umanità straordinaria: la preoccupazione di una famiglia numerosa e senza pater familias, l’eroismo di una persona assolutamente comune (ed in fondo è grazie alle migliaia di persone normali che a Milano usarono letti e divani per costruire le barricate che quel 22 marzo entrò nella Storia), l’angoscia e il dolore di un padre che torna nella sua città e trova la casa bruciata. Quante volte vediamo storie del genere in televisione, ambientate in nazioni diverse, e non ci ricordiamo del nostro passato?

T. C.

SIAMO I PIU’ RICCHI, MA ALLORA…

Per capirci meglio

Non so se qualche economista abbia commentato ed eventualmente confutato la notizia apparsa sul “Corriere della sera” il 12 febbraio scorso sotto il sensazionale titolo “Il Nord? Più ricco della Svezia”. Si tratterebbe del Norditalia, o meglio dell’Italia senza il Meridione il cui PIL pro capite in parità di potere d’acquisto (PIL-PPA) sarebbe di pochissimo inferiore a quello del maggiore paese scandinavo e addirittura superiore ad esso, non si capisce bene in virtù di quale magìa statistica, per il Nord-Ovest e il Nord-Est presi singolarmente. Ancor più indietro rispetto all’insospettato Bengodi si troverebbero naturalmente Gran Bretagna, Germania e Francia, il cui distacco aumenterebbe ulteriormente conteggiando il PIL pro capite tout court.

E’ il caso di brindare a questo ennesimo miracolo nazionale benché stavolta solo regionale? Non proprio, perché, appunto, viene confermato il divario tra Nord e Sud, anche se nonostante l’handicap di quest’ultimo il PIL-PPA dell’Italia nel suo complesso (25. 800 euro) risulterebbe non troppo lontano da quello della Francia (27 mila euro). C’è comunque di che sobbalzare e sgranare gli occhi, i nostri occhi abituati a vedere realtà diverse da ciò che dicono le suddette cifre così come le orecchie sentono da sempre ben altra musica.

Come credere, oltre a tutto, che ci avvantaggi in modo particolare il PIL-PPA quando si sa (lo si ripete continuamente) che le nostre retribuzioni sono tra le più basse in Europa ovvero la metà di quelle tedesche mentre in Germania le abitazioni costano parecchio di meno e in Francia si mangia più a buon mercato? E come si spiegherebbe, se le suddette cifre dicessero la pura verità, che gli italiani sia pure in generale risultano tra i meno soddisfatti del proprio paese? Secondo un sondaggio pubblicato sempre dal “Corriere” in dicembre, infatti, lo sarebbe solo il 16% della popolazione, oltre la metà meno dei tedeschi e nettamente meno di francesi e spagnoli.

Eppure, sembrerebbe garantita l’attendibilità di cifre Eurostat (l’Ufficio statistico della Commissione europea) analizzate da Marco Fortis della Fondazione Edison e assunte come base del piano di crescita che il ministro Tremonti presenterà alla UE in aprile. Cifre che, semmai, potrebbero essere persino inferiori al vero se si tiene conto della larga parte nera o comunque sommersa dell’economia nazionale, della conseguente, massiccia evasione fiscale e della scarsissima attendibilità, questa sì, delle dichiarazioni dei redditi di numerose categorie di contribuenti prese per buone dal fisco e dalle statistiche ufficiali.

Tanto più allora, la conclusione potrebbe essere una sola, tenendo altresì conto che la ricca Lombardia, ad esempio, presenta svariati aspetti (trasporti pubblici, nettezza urbana, condizioni delle strade e delle scuole, stato di certe periferie, ecc.) più facilmente rintracciabili nel terzo mondo che in Svezia, Svizzera o Ile de France. La ricchezza, assoluta o relativa, cioè, sarà anche grande, ma viene malissimo utilizzata quanto meno a livello pubblico (senza dimenticare peraltro le responsabilità anche private) per colpa di una classe dirigente e di apparati amministrativi inetti e/o corrotti. Si rimedierà col “federalismo”? Tocchiamo ferro.

Nemesio Morlacchi

ESAME DI COSTITUZIONE PER I POLITICI

La selezione dell’elettorato passivo: un rimedio all’ignoranza dei parlamentari

Non sembrano essere ancora maturi i tempi per una democrazia non fondata acriticamente sul suffragio universale. La pretesa che gli elettori abbiano, se non le competenze, almeno un serio interesse per la gestione della cosa pubblica non è un seme che trovi oggi terreno fertile. Allora avanziamo una proposta più concretamente fattibile.

Si selezioni la platea degli eletti. Subordiniamo l’elettorato passivo al superamento di un esame basilare, nel quale si verifichi la conoscenza della Costituzione. I nostri parlamentari giurano su di essa, testo fondativo dello Stato. Richiedere che i rappresentanti ultimi del potere legislativo conoscano i principi che devono rispettare, ed i limiti che sono imposti alla loro azione, sembra il minimo.

Suona pleonastico, quasi ridicolo, chiedere una cosa del genere. Al normale cittadino sembra ovvio che un parlamentare conosca la Costituzione. Ma, a giudicare dalla quantità di norme che vengono dichiarate incostituzionali, e dal numero ancor più elevato di proposte (assurde) che per lo stesso motivo non diventano mai legge, così non è.

Allora perché non introdurre un semplice test, un esame di diritto costituzionale base, quale condizione necessaria per essere candidati al Parlamento?

Si noti bene: non si richiede necessariamente la condivisione di quanto viene prescritto dalla Costituzione. E’ assolutamente legittimo che qualcuno voglia apportare delle modifiche. Le nostre stesse proposte richiederebbero dei mutamenti radicali del testo costituzionale.

Ma proprio chi vuole cambiare l’esistente ha il dovere di conoscerlo. Allo stesso modo chi si pone in posizione di difesa assoluta dello status quo dovrebbe sapere di cosa sta parlando.

Immaginiamo allora che la consegna delle liste elettorali avvenga in due momenti. Prima si presentano le liste dei candidati provvisori. Questi vengono poi riuniti in luoghi controllati, in perfetto stile “esame di Stato”, e sottoposti all’esame di conoscenza della Costituzione. Chi non è promosso, viene automaticamente escluso dall’elettorato passivo (per quell’elezione). In un secondo momento si presentano le liste complete, composte da persone che hanno dimostrato di essere a conoscenza dei principi fondanti dello Stato, che li vogliano conservare o cambiare.

Sarebbe anche un utile messaggio per i cittadini comuni vedere i politici costretti a studiare e a passare un esame, prima di sedersi sui comodi scranni di Montecitorio e Palazzo Madama.

Ps. Ovviamente andrebbero adottati dei metodi per i quali chi corregge lo scritto non conosca l’identità dell’esaminato fino al termine della valutazione. Già adottando metodi telematici e domande a crocette si eviterebbero alcuni macroscopici inconvenienti.

T. C.

A SKETCH OF RANDOMCRACY

Western representative democracy is a joint venture, better a collusion, between plutocracy and political professionalism, i.e. between money and careers. Man in the street is a non-entity.

The way to cancel such monstrosity is disempowering both plutocrats and professional politicians, then empowering man in the street through selective, direct democracy. In the USA 300 million sovereign citizens are too many for direct democracy, in Italy 60 million are likewise too many.

The thing to do is enabling a randomly convened, revolving ‘macrojury’ of, say, 1% of the adult population, that is a computer-selected segment of the population, and make it the sovereign body of the nation, in lieu of the whole of the elected politicians. The members of the deliberative assemblies, also those of all levels of government, could be drawn from said 1%. Provided that each 1% macrojury is empowered, for instance, for six months, the result is that in 10 years 20% of the population will be directly involved in legislation and government -a very substantial section of the political society.

The following steps are conceivable:
1. Elections are abolished and a central computer selects the 1% macro-jury for a 6 month term. Such macro-jury of super-citizens is the active subject of the sovereignty. Out of it a number of progressive selections by a central computer draw randomly the members of all levels of deliberation and government.
2. The central computer is so programmed that only persons with specified qualifications (f.i. education, work experience, civic and humanitarian credits) are selected.
3. Those chosen by the lot are entitled to a moderate compensation and assume obligations. First of all they are required to read the information the system will provide to them on each issue.
4. Lobbyists, vested interests, special coalitions will of course try to influence, even corrupt, the supercitizens. But the quantitative factors will be decisive -too many macro-jurors to influence/corrupt.

While plain persons are adequate to decide on small towns matters, increasing qualifications will be required for the councils and offices of larger cities, then of counties, states and the Nation. So a normal housewife will be the acceptable 6-month treasurer of a village; the treasurer of a metropolis must be randomly chosen among, say, the ten persons whose objective, proven know how and merits are the highest -for instance having managed a large bank, having tought finance in a leading university, and so on.

Analogously the random selection of the head of a government department or of a nation-owned large corporation must be done among the few persons who have already administered important entities.

The term of service of the supercitizens and of the holders of office should be rather short, in order not to induce temptations of career. The duration of service in highly technical roles should be longer, but the controls on said officers should be correspondingly more exacting.

An interim conclusion: each person of good will should endeavor to conceive better ways than the above ones, in order to eradicate the abominable robber lifetime politicians. They are the voracious termites of freedom.

Jone

SELF-GOVERNIAMOCI!

Schizzo di Randomcrazia

Ormai sappiamo con certezza, dopo 66 anni dal 1945 come dopo 140 anni di Repubblica francese e 222 anni di Costituzione americana, che la democrazia occidentale è una combutta tra denaro, carrierismo dei politici, tangenti e altri cento modi di malaffare. Se si preferisce non chiamiamola combutta bensì joint venture, mezzadria, soccida.

Le ultime conferme, perfettamente superflue, sono Affittopoli e Sanità nella Puglia sotto Vendola.. E’ tassativo, al di là di ogni dubbio: i politici democratici di professione, con loro consorti compagne e compari, derubano dal 1945 i vecchi di quasi tutti gli ospizi, i degenti di quasi tutti gli ospedali, gli assistiti -orfani ciechi compresi- di quasi tutti gli enti caritatevoli della Cleptorepubblica. Anche chi scrive, nel suo piccolo, si imbattè in un medio politico – rigorosamente di sinistra: ma destra o sinistra, importa?- che con sommessa soddisfazione spiegava, nel nobile appartamento di una metropoli del Nord che gli faceva da ufficio di un business interamente basato sulla committenza pubblica: “Ce lo possiamo permettere perché un ente ex-religioso che il Partito amministra ce lo dà per poco”.

Questo, il saccheggio la repubblica delle fedine penali è il sistema rappresentativo, il nostro mubarakismo. Un giorno crollerà, forse un po’ prima del previsto. “Altri Proci cadranno” profetizzava in febbraio la home page di . Cadranno, a Dio piacendo. Ma che metteremo al posto del loro ladrocinio?

La risposta, imperativa, viene dal titolo di questo Schizzo di randomcrazia: spazzare via i politici a vita, cellule tumorali della libertà. Farla finita con le elezioni, sono reti per catturare a milioni i voti/sardine. Chiusa la cava dei voti, i politici a vita andranno fuori business. Abolire le urne (a parte rari voti referendari), sequestrare i beni dei Proci e loro signore, confiscare anche quelli dei partiti, in acconto agli indennizzi dovutici per l’ininterrotta usurpazione con rapina.

E dopo la nostra Tunisi/Cairo/Tripoli? Dopo, tolta la delega ai politici e cioè ripresaci la sovranità, non possiamo che passare alla democrazia non delegata. Tornare concettualmente alle origini, quando la democrazia ateniese era diretta (con giudizio). Certo, Atene era una polis di non più di 40 mila cittadini potenzialmente arconti, tutti maschi e di buon lignaggio. Noi siamo 60 milioni: non possiamo legiferare e governare tutti insieme. Però possiamo darci il turno tra i più provveduti di noi, cioè dopo avere separato col setaccio la farina dalla crusca.

E’ qui il cuore della proposta randomcratica, abbozzata una ventina d’anni fa in alcuni atenei degli USA. Essendo impossibile la democrazia diretta universale, facciamola per segmenti, a turni brevi. Per esempio l’1% degli iscritti all’anagrafe possono costituire ogni sei mesi una ‘macrogiuria’ legiferante e governante grazie all’informatica e al sorteggio computerizzato, progressivo al suo interno. A parte che ad Atene si faceva così, nelle corti di giustizia odierne le giurie sono ‘campioni di popolo’ che decidono l’innocenza o la colpa; infatti la giustizia appartiene al popolo e non ai giudici togati, tecnici del diritto. Non potendo giudicare in blocco, il popolo giudica per giurie sorteggiate. Il sorteggio fa i cittadini di qualità tutti uguali, tutti ‘sovrani’. I giurati sono scelti random, su elenchi di persone in possesso di certi requisiti, non sull’Anagrafe generale.

Ecco la proposta randomcratica: programmare un sistema informatico centrale perché esso selezioni random, con i criteri voluti, una macrogiuria di, metti, 600 mila ‘supercittadini’, o cittadini attivi, o sovrani, i quali, a turni brevi -da 6 a 12 mesi- decidano su certe materie, esprimano per sorteggio i decisori sulle altre materie. Con ulteriori selezioni al proprio interno, progressivamente più ardue, l’élite sorteggiata potrà anche governare negli esecutivi dei vari livelli, dal villaggio alla nazione.

La scelta del computer non avverrà dunque sulla totalità degli iscritti all’anagrafe: sarebbero troppi e mediamente troppo poco qualificati. Forse che oggi conta la massa semianalfabeta? contano i peggiori tra i pochi, tra gli oligarchi da strapazzo? Il computer centrale può, con le modalità e i controlli necessari, estrarre random le persone qualificate nel senso voluto: cultura, esperienze lavorative, conseguimenti, meriti civici e simili, il tutto in rapporto a parametri oggettivi e accertabili.
Abbiamo ipotizzato che il corpo politico giusto sia l’1% della popolazione, selezionato random per 6-12 mesi in funzione dei requisiti desiderati. Per dire: un mastro falegname da 10 anni sì, un commercialista indagato o una valletta no. Ai giovani con qualche merito un punteggio in più (per premiare la giovinezza) , a quelli rappresentanti solo la loro patente, una penalità.

Al livello base della supercittadinanza-a- turno, o cittadinanza sovrana pro tempore, chiunque potrebbe essere sorteggiato come consigliere o borgomastro di piccolo comune. A livello delle metropoli, delle Regioni e dello Stato i sorteggi di alto grado avverrebbero su elenchi sempre più ristretti, con criteri progressivamente più rigorosi e in rapporto a competenze crescenti. Il ministro o il capo del grande ente sarebbe sorteggiato tra le 50 persone con i dati meritocratici massimi. Uno che gestisce la grande banca può governare il grande ministero, o tutti i ministeri. Per utilizzare il leader geniale privo di credenziali oggettive, troveremmo il sistema; del resto lo troverebbe lui, essendo un genio. I Cinquanta potrebbero anche turnarsi al vertice dello Stato (ma come Primo Cittadino di rappresentanza, sorteggiato, andrebbe bene il mastro falegname di cui sopra. Un contadino di Atene poteva essere Arconte per un giorno: dall’alba al crepuscolo, diceva la legge. Più semplicemente, al vertice della Confederazione svizzera si avvicendano i membri dell’Esecutivo. Ma il falegname probo è meglio di un ministro svizzero.

Tutte le cariche andrebbero retribuite modestamente. Le spese di prestigio e lo sfarzo di tipo quirinalizio sarebbero reati (il sommo palazzo è da chiudere e da vendere a chiunque lo paghi bene). I bilanci di tutte le assemblee oggi elettive dovrebbero essere tagliati di due terzi. Nessun rinnovo di mandato, cioè ri-sorteggio, prima di ‘x’ anni (perché non rinasca la tentazione della carriera politica). I supercittadini riceverebbero a casa le informazioni e le documentazioni oggi fornite agli eletti. Niente portaborse, pochi rimborsi, indennità avare. Per legislare nella Bulé i coltivatori attici si portavano da casa pane e olive.

Il passaggio alla randomcrazia ingigantirebbe il ruolo dei burocrati e degli esperti. Perciò ciascuno degli uni e degli altri, al di sopra di determinati livelli, andrebbe stabilmente sottoposto a una giunta di tre o quattro controllori e sospettatori, anch’essi sorteggiati frequentemente tra i supercittadini; si insedierebbero fisicamente negli uffici dei controllati. Per i furbi e gli infedeli, confisca dei beni (anche dei consorti e dei congiunti) e campi di lavoro coatto, prima delle sentenze definitive.

Quella che le urne ci impongono è una classe dirigente tutta di indagandi.

Allora self-governiamoci random, senza politici! Seicentomila alla volta.

A.M.Calderazzi

CONSEGUENZE NEFASTE DI POLITICHE ECONOMICHE BEN INTENZIONATE

Il caso del Giappone

Giusto al tempo della nascita dell’Italia unitaria che stiamo ricordando il Giappone, dopo quasi tre secoli di isolamento dal resto del mondo, temendo di perdere la propria indipendenza nel vedere che cosa era accaduto alla Cina che si era opposta alle prepotenze degli inglesi (guerre dell’oppio del 1839-42), decise di porre le basi industriali necessarie a dotarsi delle armi moderne che non possedeva. Così, dal 1868 si industrializzò per armarsi, si mascherò da paese europeo imitando spesso in modo ridicolo Inghilterra, Francia e Germania dalle quali prese esempio in molti campi: marina, esercito, industria manifatturiera moderna, siderurgia, cantieristica. Anche la costituzione fu di matrice bismarckiana mentre l’inno nazionale Kimi ga Yo veniva musicato dal tedesco Franz Eckert. Vinte tre guerre (sino-giapponese 1894-95, russo-giapponese 1904-05, prima guerra mondiale), a imitazione delle potenze europee e dell’America pose le basi della sua dominazione sui paesi vicini, più che colonizzati resi schiavi. Le vittorie e le conquiste lo spinsero a immaginarsi il dominatore dell’intera Asia attraverso la creazione della Sfera di Co-prosperità della Grande Asia Orientale (Dai Tôa Kyôeiken) che avrebbe avuto come capofila e paese egemone il Giappone. Queste ambizioni smisurate lo porteranno alla disastrosa sconfitta del 1945.

Tuttavia, questo paese prostrato, il cui popolo è stato ancora una volta ingannato dai suoi governanti, saprà cogliere l’occasione per mostrare la sua capacità di risorgere dalle ceneri. Con tenacia e volontà i giapponesi si dedicheranno alla ricostruzione post-bellica che vedrà alleati banche, imprenditori privi di mezzi e parecchi ex-criminali di guerra. Uno degli strumenti importanti usati saranno i prestiti bancari concessi alle imprese senza garanzie reali (overloaning prestare al di là di quanto lecito o consentito), basati sulla fiducia e sulla convinzione di successo da parte degli imprenditori condivisa dalle banche.

A questi overloans – che furono nella stragrande maggioranza dei casi onorati – si unirà la pratica dei Circoli per il Controllo della Qualità (Q. C. Circles) che organizzano e riuniscono i lavoratori al fine di studiare i metodi più idonei per introdurre nell’impresa tutti quegli elementi tesi a migliorare le condizioni del lavoro e della produzione; e ancora una volta sarà la determinazione e la tenacia del popolo giapponese ad avere la meglio. La nascita di nuove imprese, soprattutto piccole e medie (il Giappone è, con l’Italia, il paese del mondo con il più alto numero di imprese piccole e medie), ma anche grandi come la Sony, assorbe gradualmente la forza lavoro in gran parte disoccupata. L’aumento della produttività del lavoro (a differenza che in Italia) si traduce in sostanziosi aumenti salariali che fanno crescere quella domanda interna che la guerra e la povertà post-bellica avevano grandemente ridotto. Così, un paese dalla bilancia commerciale cronicamente passiva e i cui prodotti erano noti per il loro basso prezzo e la qualità scadente, ma dove il costo del danaro è sempre stato basso, ribalta i termini del problema in vent’anni di duro lavoro da parte di tutti: la bilancia commerciale diventerà attiva dalla metà degli anni Sessanta e i prodotti giapponesi diventeranno pian piano noti soprattutto per la loro qualità, anche se questa opinione diffusa non sarà sempre fondata sui fatti e suffragata dalla diretta esperienza.

Le azioni delle imprese giapponesi quotate in borsa vengono sottoscritte e acquistate soprattutto dai risparmiatori giapponesi, non da investitori esteri. I dividendi che le imprese giapponesi destinano agli azionisti sono modestissimi e questo elemento le rende poco attraenti per gli investitori americani che contano sui dividendi delle azioni come parte del loro reddito spendibile, a differenza dei risparmiatori giapponesi che contano soltanto sulla rivalutazione in conto capitale del loro “giardinetto” di azioni di imprese nazionali.

Queste aspettative si rivelano per un lungo lasso di tempo perfettamente fondate: le quotazioni crescenti delle azioni, dovute in parte alla forte inflazione che caratterizza l’economia giapponese (il tasso medio annuo di crescita dei prezzi al consumo dell’Italia e del Giappone sarà eguale per trent’anni tra il 1945 e il 1974), ne mantengono alta e crescente la domanda. Un fenomeno analogo caratterizza il mercato immobiliare: i terreni (e anche le case) vedono crescere costantemente i loro prezzi di mercato. Ma la continuazione di questa tendenza negli anni Settanta e Ottanta comincia a preoccupare il governo, e cioè l’apparato rappresentato dai pubblici funzionari (non dai membri del gabinetto in carica) che hanno una tradizione di modus operandi diretto al bene del “paese-famiglia” (kokka) da parte della pubblica amministrazione giapponese, e che troviamo quasi sempre nelle misure e nelle politiche adottate dal governo. (*)

Alla fine degli anni Ottanta la mano pubblica decide di frenare l’ascesa dei prezzi di case e terreni e dei valori mobiliari, riflettendo sui seguenti fatti:
a) quando buona parte del reddito delle famiglie è assorbito dal costo dell’affitto o del mutuo per l’acquisto dell’abitazione, l’economia rischia di ristagnare per la caduta della domanda di altri beni e servizi;

b) quando i corsi delle azioni divengono troppo elevati producono un effetto di spiazzamento (crowding out) che danneggia le società di nuova formazione che non riescono ad approvvigionarsi facilmente dei capitali di cui hanno bisogno per nascere, vivere e prosperare.

Poiché questi fatti si stavano verificando in Giappone già da alcuni anni, occorreva escogitare politiche tali da mitigarne o annullarne le implicazioni negative, o addirittura nefaste, per l’economia. Così, per ovviare a questa situazione che stava diventando sempre più pericolosa per il Paese e preoccupante perché fonte di sperequazione sociale, i funzionari governativi decisero di attuare misure e politiche appropriate per raggiungere questi obiettivi, e cioè di far “sgonfiare” queste due bolle speculative. Le misure restrittive del credito e di natura fiscale adottate nel maggio e nel dicembre del 1989 fecero sì che questi obiettivi venissero raggiunti. I corsi delle azioni giapponesi quotate alla borsa di Tôkyô cessarono di crescere invertendo la tendenza dal gennaio 1990. Lo stesso accadde nel mercato immobiliare, anche se l’industria edilizia non si fermava e continuava a costruire sempre oltre un milione di abitazioni l’anno (tra 1.707.000 del 1990 e 1.094.000 del 2008). Un vero declino si è verificato soltanto nel 2009 (788.000 abitazioni) ed è continuato nel 2010 quando la quota mensile delle abitazioni costruite ha oscillato tra le 57.000 di febbraio e le 73.000 di novembre.

L’indice della Borsa di Tôkyô “Nikkei 225” aveva raggiunto il livello più alto in assoluto di 38.957,44 punti il 29 dicembre 1989 e poi aveva cominciato a scendere costantemente attestandosi negli anni Duemila su livelli che non hanno mai superato i 18.300 punti, mentre nel 2010 il valore ha oscillato tra 10662 di gennaio e i 9268 punti di agosto; in ottobre il valore di 9455 punti è stato pari a un quarto del valore storico massimo. Nel mercato immobiliare i prezzi si sono sensibilmente ridotti dal 1992 e poi si sono sostanzialmente dimezzati rimanendo su questi bassi livelli. Un appartamento per il quale nel 1992 si chiedevano 110 milioni di yen poteva essere comprato per 75 e rivenduto anni dopo a 55 milioni, il nuovo prezzo di mercato, rimasto poi fermo fino ai nostri giorni.

Questi fenomeni sono stati percepiti negativamente: le famiglie hanno ritenuto di aver subito una perdita nella consistenza del loro patrimonio poiché il valore di mercato delle loro proprietà (case, terreni e azioni) si era ridotto. Hanno quindi preso a risparmiare di più per ricostituire il patrimonio depauperatosi in termini monetari e a prezzi correnti (ma non in termini reali: una casa fornisce lo stesso servizio, un’azione rappresentava sempre lo stesso frammento della proprietà dell’impresa quotata in borsa), con la conseguenza di ridurre le proprie abitudini di consumo e di trascinare l’economia giapponese nella “trappola della liquidità” foriera della recessione dalla quale il Giappone non si è ancora risollevato.

Ciò non sarebbe forse accaduto se i pubblici funzionari artefici di queste politiche fossero stati in grado di farsi ascoltare per spiegare in modo adeguato al popolo giapponese quanto positivo fosse per il Giappone la caduta dei prezzi nel mercato mobiliare e immobiliare. Mantenendo inalterate le abitudini di consumo e di risparmio (e non vi era alcun motivo che impedisse di farlo) la situazione generale sarebbe migliorata perché la capacità di spesa dei cittadini per altri beni e servizi sarebbe aumentata grazie alla diminuzione di questi prezzi. Il fatto che i valori di mercato correnti delle azioni e degli immobili fossero scesi avrebbe danneggiato soltanto gli speculatori, una esigua minoranza, e i risparmiatori più ricchi che non ne avrebbero troppo sofferto. Questi ultimi, avendo investito parte dei loro redditi in azioni dalle quali non si attendevano dividendi, avevano implicitamente mostrato di non avere bisogno di questi dividendi per mantenere il loro tenore di vita.
Inoltre, le famiglie proprietarie di azioni e di immobili avrebbero continuato a possedere gli stessi “pezzi” delle imprese delle cui azioni erano proprietarie, mentre il servizio fornito dall’abitazione non si sarebbe ridotto a causa del suo più basso prezzo di mercato. Chi avesse desiderato vendere la propria casa per comprarne un’altra più grande sarebbe stato avvantaggiato dai prezzi dimezzati degli immobili, e non svantaggiato come poteva sembrare a un osservatore superficiale. (**)

Il fatto che i funzionari pubblici non siano riusciti a spiegare in modo adeguato che i risultati sperati e raggiunti avrebbero avvantaggiato tutti e rafforzato il sistema economico giapponese, indicando nello stesso tempo come ciascuno avrebbe dovuto conseguentemente comportarsi in linea con l’adozione di queste politiche, può forse essere visto come un segnale preoccupante e negativo della minore capacità delle nuove leve di pubblici amministratori di fronteggiare con la necessaria determinazione gli eventi.

Così è stata innescata la crisi economica, che si è tradotta in un tasso di disoccupazione della forza lavoro che – oscillante tra l’1,1% del 1970 e il 2,1% del 1990 – è salito dal 2,2% (1992) al 5,1% (2010), indicatori non trascurabili di malessere sociale tuttavia ben lontani da quelli registrati in quasi tutti gli altri sistemi economici ricchi. Il cammino fin qui fatto dall’economia giapponese – divenuta negli anni Ottanta e Novanta, anche grazie alla costante tendenza alla rivalutazione dello yen, la seconda economia mondiale – è stato prodigioso. I passi giganteschi fatti sono innegabili e ben illustrati dal paragone con un’altra economia estremamente dinamica, quella italiana. Basti pensare che nel 1953 il reddito pro-capite giapponese espresso in dollari era pari alla metà di quello italiano (essendo la popolazione giapponese doppia di quella italiana i due prodotti nazionali si eguagliavano), ma già nel 1969 il Giappone aveva, come oggi, un prodotto nazionale lordo (oggi si preferisce il PIL) più che doppio di quello italiano: 171 miliardi di dollari rispetto agli 83 miliardi di dollari dell’Italia. Così in un breve lasso di tempo le posizioni relative si erano ribaltate grazie al maggiore dinamismo dell’economia giapponese.

Questi stessi zelanti e attivi amministratori pubblici che hanno fatto crescere l’economia giapponese ne hanno generato la crisi, non essendo stati in grado di spiegare al popolo giapponese che essa non è priva di aspetti positivi. I giapponesi non si rendono conto come questo “rallentamento” della loro economia possa essere visto in fondo come una benedizione, dato che riduce l’inquinamento e gli sprechi, e rende meno frenetica la rat-race e le nevrosi che vi sono associate.
Analogamente, nella loro smania di efficienza, e vittime del desiderio di primeggiare sempre e ad ogni costo, questi stessi pubblici amministratori hanno suggerito al Paese l’opzione energetica nucleare della quale forse non si pentiranno mai abbastanza.

Il Giappone non è il paese modello che viene presentato dai mezzi di disinformazione di massa ovunque nel mondo. I giapponesi sono bravissimi e zelanti nelle esercitazioni, ma quando l’evento per il quale si esercitano accade davvero, terremoto o incendio che sia, nessuno sa più che cosa fare, dato che l’evento reale si presenta sempre – è la perfidia del destino – con delle anomalie non previste.

Il terremoto con epicentro sotto l’isola di Awajima (“Isola dei Disastri”) del 17 gennaio 1995 nell’area di Osaka-Kobe (HanShin jishin) ha causato 6.434 morti, buona parte dei quali arrostiti dal gas la cui erogazione non era stata tempestivamente interrotta per l’inadeguatezza delle azioni umane seguite al sisma.
Le sue costruzioni antisismiche lasciano molto a desiderare se le case unifamiliari di legno, vetro e plastica con il tetto di travi ricoperte di tegole di maiolica hanno schiacciato sotto il loro peso chi ci abitava. I palazzi di 10-15 piani costruiti con criteri anti-sismici sono collassati schiacciando chi abitava ai piani intermedi e inferiori, rivelando così che i criteri antisismici erano stati applicati in modo solamente virtuale. Le strade sopraelevate si sono inclinate, ostacolando i soccorsi, perché i piloni su cui poggiavano avevano armature in ferro inadeguate oppure perché alcune strutture non erano di ferro ma di legno. Più che i veri criteri antisismici in quelle costruzioni avevano prevalso la speculazione e la disonestà. I dettagli in materia non hanno circolato molto e i nostri disattenti maestri della cosiddetta “informazione” hanno continuato a lodare un paese dove un terremoto importante ma non catastrofico può fare oltre sei mila morti.

Il maremoto, come si diceva una volta (ora si preferisce la terminologia più esotica: onda di porto o tsunami, tidal wave), che in pochi minuti l’11 marzo ha spazzato la costa giapponese del Pacifico per molti chilometri e penetrando all’interno quanto l’altitudine dei rilievi costieri consentiva, avrebbe fatto meno danni se gli insediamenti urbani non fossero stati così vicini alla costa, edifici spesso costruiti su terra strappata al mare, ma fossero stati più rispettosi della tradizione costruttiva dei giapponesi del passato che voleva le abitazioni il più in alto possibile e non al livello del mare. Mentre piangiamo le migliaia di morti inghiottiti dal mare, dobbiamo essere consapevoli che il vero danno di questo terremoto non viene dalla natura, ma dalla incauta azione umana che ha portato a localizzare impianti elettronucleari potenzialmente fragili in prossimità del mare.

Nessun Paese al mondo dovrebbe poter decidere autonomamente di produrre energia elettrica con l’uranio facendo uso della tecnologia basata sulla FISSIONE nucleare, la sola attualmente disponibile. Infatti, questo metodo produce le indesiderate scorie radioattive di cui ciascun Paese non sa come liberarsi in modo sicuro e la cui esistenza può mettere seriamente in pericolo la vita sull’intero pianeta Terra.

Ove si tenga conto che le riserve mondiali di uranio sono limitate (come del resto quelle di qualsiasi altro minerale e con l’aggravante che l’uranio, a differenza di quasi tutti gli altri metalli, non può essere recuperato neppure parzialmente), il suo uso dovrebbe perciò essere proibito e rinviato a quando si potrà disporre della tecnologia basata sulla FUSIONE nucleare, allo studio da anni e non lontana dal conseguire risultati pratici positivi. Una tecnica questa che non produrrà scorie radioattive e che permetterà di produrre energia elettrica senza quegli effetti collaterali indesiderati che dovrebbero portare gli scienziati a convincere i popoli e a spingere i governi ad abbandonare il nucleare, come del resto ha fatto la Germania la quale, dopo aver avviato un vasto programma di costruzioni di centrali nucleari, accortasi dell’errore commesso, non ne ha più costruite. Fatto questo che si preferisce tacere, e che non viene divulgato dai mezzi di disinformazione di massa, che citano invece continuamente paesi moderni, ricchi e progrediti come gli Stati Uniti, la Francia e la Svizzera fautori convinti della produzione di energia elettrica mediante il nucleare “sporco” ora in uso.

Fino a ieri in questo elenco di Paesi eletti da imitare vi era anche il Giappone, un paese densamente popolato e fortemente sismico dove mai si sarebbe dovuta costruire una centrale elettrica a combustibile nucleare …

Gianni Fodella

(*) Nelle prassi giapponesi consolidate sono i rispettati e rispettabili pubblici funzionari a prendere le decisioni di politica economica, mentre i ministri si limitano ad apporre la loro firma. In questo modo le politiche economica, fiscale, industriale, energetica, ecc. del Giappone sono caratterizzate da una continuità e coerenza sconosciute altrove, specie in Italia dove ad ogni cambio di governo (e la frequenza dei cambiamenti di governo è sostanzialmente identica a quella del Giappone) il ministro in carica vuole far sentire il proprio peso e il segno della sua volontà, con la conseguenza che è praticamente impossibile dar vita a politiche pluriennali coerenti per conseguire obiettivi utili al Paese. Naturalmente il metodo italiano è migliore se le politiche suggerite sono dannose per il Paese.
(**) Basterà un semplice esempio. Prima della caduta dei prezzi degli immobili, chi avesse desiderato vendere una casa del valore di 1 oku (cento milioni) di yen per comprarne una del valore di 2 oku yen, avrebbe dovuto risparmiare cento milioni di yen. Dopo la crisi che aveva portato i prezzi a dimezzarsi, il risparmio necessario sarebbe stato di soli 50 milioni di yen. Ma tutto ciò non è stato considerato dai giapponesi con la dovuta ponderazione. Se avessero riflettuto, e se il governo li avesse invitati a riflettere in modo corretto, avrebbero capito che il ridotto prezzo delle abitazioni avrebbe permesso loro di comprare case più grandi alle quali destinare risparmi minori rispetto alla situazione precedente.

UNA MITTELEUROPA DA ALLEGGERIRE DI KAFKA

Lo scrittore che si definiva “ho assunto il negativo del mio tempo” lo si è preso un po’ troppo per la coscienza della civiltà austro-ungarica, e persino della società che oggi vige -tutto sommato con soddisfazione- nelle contrade kafkiane. Nemmeno negli anni fatali che volgevano alla Grande Guerra l’uomo della strada, il medio suddito di Franz Josef imperatore, si curava delle angosce e dei labirinti del kafkismo. Mitteleuropa è stata intristita almeno per un secolo dalla specializzazione, imposta dalle terze pagine e dai convegni letterari, sullo spleen e sullo stralunamento. Il presente e il futuro pongono sfide di segno opposto.
Continuare a venerare Kafka come nume poetico e proto-eroe di Mitteleuropa è un disservizio alla koiné che fa capo a Praga, Cracovia, Vienna, Bratislava, Budapest, Lubiana, Zagabria. Si continua a scrivere di Kafka che è “la voce del disagio, dell’angoscia di fronte all’essere venuto al mondo” (formula di un rinomato collaboratore del Corriere della Sera). E se uno provava a metterla su un profilo leopardiano che è di tutto il mondo, su una confessione individuale di solitudine, oppure sulla testimonianza di un fatto collettivo sì ma di minoranza, ecco i sacerdoti del culto kafkiano ingiungere senza scampo: Kafka incarna lo spirito dell’area che morì nel 1918.

Così si ribadiscono i chiodi sulla bara di Mitteleuropa prèfica d’Europa, costretta ad infinitum a rapportarsi a una stagione letteraria concentrata sui turbamenti dell’impero ‘che presentiva la fine’. Le suggestioni sono patetiche, sofisticate, eleganti. Però il senso dell’esistere nella Duplice Monarchia non aveva l’obbligo di coincidere col compianto, l’estenuazione, la concertazione dei lamenti.

Si è usato dire che la Praga di Kafka era il volto di Mitteleuropa. Il volto lirico, forse. Ma anche Vienna, Budapest, Brno e Cracovia erano Mitteleuropa. Non si commiseravano allora e meno che mai lo fanno oggi. Budapest più che Vienna espresse nelle sue soverchianti architetture borghesi il vanto di una ricchezza giovane. A cavallo dell’Ottocento la capitale magiara proruppe in metropoli ricca e animalescamente vitale. Le granaglie, i legnami, le ferrovie, gli opifici di un impero operoso si asserivano nei grandi ponti e scali danubiani come e meglio che nei più illustri caffé letterari. Le realtà vive non si identificano mai in uno o più autori in negativo.

Oggi Mitteleuropa è un ambito che ha quasi tutti i motivi per guardare all’avvenire con fiducia. Liberata da un’oppressione moscovita che non aveva alcun legame col passato dei paesi asburgici, ha retaggi culturali di prim’ordine, un decollo tecnologico-economico già in atto e risorse di affinità che vanno dall’Adriatico al Baltico. Coartata per quasi mezzo secolo da gestori protervi epperò destinati al fallimento, Mitteleuropa deve solo temere di non riuscire più a salvare qualche valore sia pur modesto dell’infelice esperimento di socialismo reale. La pura e semplice importazione di modelli occidentali tutt’altro che ricchi di futuro sarebbe un confermare la vecchia vocazione subordinata dei possedimenti orientali dell’Impero. Mitteleuropa è di fronte alla sfida di cavare un po’ di sangue dalla rapa marxista, malaugurata ma non condannabile all’inutile assoluto.

La Mitteleuropa di Kafka cominciava e finiva a Praga. E Praga ha certo vissuto nel secolo scorso un susseguirsi di lacerazioni, di conseguimenti implausibili, di sdoppiamenti e cadute. Era stato un polo imperiale ma nel 1919, a Versailles, un presidente statunitense vicino all’ictus e Clemenceau, il cavaliere della vendetta francese, la vollero capitale di una repubblica appena inventata, cui assegnarono anche una Slovacchia recalcitrante. Passarono meno di venti anni e la Slovacchia aveva già fatto secessione; mezzo secolo dopo la confermò definitivamente. La Cecoslovacchia era stata un’alzata d’ingegno, senza costrutto, essa sì un risultato kafkiano. Come la sciagurata Jugoslavia, però senza stermini.

Anche Vaclav Havel sembrava immaginato da Kafka. Giocò a mettere i poeti nella plancia comando. Qualche scenografo fu fatto ministro, ma le tracce che lasciò piacquero soprattutto ai letterati, finché presto il gioco tornò agli impresari e ai commercialisti del capitalismo.

Insistiamo. Costringere Mitteleuropa nella vocazione obbligata allo spleen è una svista durata anche troppo. E’ vero, il lamento sulla fine di Austria Felix era già cominciato a Mayerling sui cadaveri di Rodolfo, erede al Trono, e di Maria Vetsera. Anzi parecchio prima, visto che l’Ausgleich del 1867, il Compromesso tra Vienna e Budapest che aveva creato la Duplice Monarchia, era piaciuto ai magiari, meno ai tedeschi, quasi nulla agli altri dell’impero.

Tuttavia, se Vienna viveva nell’attesa della fine, le altre anime di Mitteleuropa no. Al contrario. Forse che Zagabria, nel suo piccolo, viveva una temperie di presentimenti dolorosi? No. Persino gli orrendi massacri della Grande Guerra dettero soddisfazioni e soldi a non pochi: si vedano i politicanti e gli affaristi che furono baciati dalle precarie fortune degli Stati diventati ‘grandi’ per il diktat Wilson/ Clemenceau.

Insomma i popoli non si identificano se non in modesta misura con le loro anime belle. Né l’Italia, né Recanati, e nemmeno la ristretta contrada di quest’ultima dominata dal palazzo del conte Monaldo, vanno pensate negli struggenti termini leopardiani. In altre parole, smettiamo di sdilinquire. Tutte le gramaglie che servivano sono state indossate. La koiné danubiana ere anche, anzi soprattutto, il grande business viennese e magiaro, le fabbriche boeme e morave, le volgarità, le polke sanguigne, gli ussari, le canzonettiste. Ciascuno dei regni di Franz Joseph era materiato di realtà lontanissime dalle mestizie dei poeti. Il gioco mitteleuropeo non era condotto dai drammaturghi né dai popolani degli angiporti fluviali. Non mancò mai il vitalismo, anche belluino e spietato. Sono vicini nel tempo i trionfi di Caino in Bosnia-Erzegovina.

Una volta gli organizzatori di Mittelfest a Cividale del Friuli, raffinata rievocazione dell’Europa Media, lo ammisero: ‘Kafka è una delle personalità più importanti della vecchia Europa’. Messe così, come promozione del turismo culturale e come evasione dal presente, le novene kafkiane hanno il loro perchè. Con giudizio, tuttavia.

JJJ

DUE PUGNALATORI DELLA DEMOCRAZIA

Se per una bizzarria della natura mi trovassi fratello o cognato dei 100 maggiori statisti della Repubblica -compresi quelli seduti nelle poltrone istituzionali più eccelse- l’unico della cui parentela non mi vergognerei sarebbe il presente gonfaloniere di Firenze, Matteo Renzi. Magari sbaglierei, magari è un cattivo soggetto, un congiurato, un Catilina dei nostri giorni. Ma i miei orecchi l’hanno sentito scandire quelle parole piene di destino ( benché blasfeme all’indirizzo della smisurata sapienza dei Padri Costituenti, i quali ci dettero la migliore delle Carte fondamentali della Via Lattea): “Il Parlamento -ha bestemmiato il sinistro Fiorentino- funzionerebbe benissimo con metà dei membri, e pagandoli la metà. Lo stesso valga per le assemblee regionali”. Il Gonfaloniere ha osato l’inosabile: “La legge assegnerebbe al Comune di Firenze 15 assessori. Noi li abbiamo limitati a 10. E il vitalizio dei consiglieri regionali andrebbe abolito. Piccole cose, ma insieme ad altre farebbero risparmiare”.

Che Renzi sia un provocatore, un eversore, uno spregiatore delle Istituzioni nate dalla resistenza e concimate dalle tangenti? Che dimentichi il fervore delle primarie pugliesi e bolognesi? Che cavalchi un’antipolitica corrosiva della compattezza nazionale, il mese stesso dell’Anniversario sesquisecolare?

Può darsi. Forse un giorno Renzi, alla testa di sediziosi con gagliardetti, irromperà mitra alla mano nei Passi Perduti di Montecitorio, nell’affollata buvette , nell’Ufficio Stipendi e Rimborsi, in altri luoghi cari al cuore e all’intelligenza di tutti noi. Attaccando le Istituzioni darà dispiaceri ai risorgimentali precursori del regime Bindi-Bocchino-Bondi: cioè a Silvio Pellico, a Mazzini, Carlo Pisacane, Amatore Sciesa, a tanti altri eroi che (a salutare eccezione degli attentatori di via Rasella) si sono sacrificati per la nostra libertà. Sono emuli di detti martiri, ai nostri giorni, ben mille parlamentari e centomila altri operatori del bene. In caso di necessità, Dio ce li conservi, i discepoli di Cesare Battisti offriranno i loro petti per salvare noi, come fecero il carabiniere d’Acquisto e padre Massimiliano Kolbe. Il vituperevole Renzi sarà tormentato dal rimorso d’aver cercato di gettare sul lastrico parecchi dei migliori tra noi. Lo sa il Bieco che l’onorata milizia parlamentare di vari politici si misura a mezzi secoli? E vuole rottamare i più insigni, coloro che hanno lottato di più!

Se un’altra anomalia della natura facesse di me un veterano di tante battaglie a Montemadama, so che promuoverei l’istituzione dell’Ordine dei Parlamentari ed altri Eletti (nel senso dei Riusciti a farsi eleggere). Nato l’Ordine, farei votare la radiazione di Renzi. Così Firenze imparerebbe a dare ascolto ai delatori, ai Tersiti che sotto Troia sparlavano dei generali achei, oggi diffamano gli zeloti della libertà. Giorni fa la Uil ha avuto l’infamia di insozzare i professionisti così indispensabili alla democrazia: i suoi uffici studi hanno propalato che sulla politica dello Stivale campano in totale, dal presidente in chief al più adolescente dei portaborse, 1,3 milioni di idealisti & idealiste, per un costo di 24,7 miliardi, non più del 2% del Pil e del 12,6% del gettito Irpef. Dice la torva ricerca Uil che in 10 anni i costi della politica, denunciati in linea ideale da moltitudini di politici e ingenuamente stigmatizzati da un referendum, sono lievitati del 40%. Un primato che i politicanti di mezzo mondo invidiano ai nostri: la vogliamo o no una democrazia avanzata?

Abominevole Angeletti pugnalatore alla gola, come quel Fabrizio Maramaldo che a Gavinana (1530) uccise l’Uomo morto Francesco Ferrucci. Canaglia di un caporione Uil, non solo ha retto il sacco a Marchionne per Pomigliano e Mirafiori, ma ha insinuato nei sinceri democratici ( darebbero il sangue per la Costituzione) il dubbio che 1,3 milioni di politicanti siano troppi, i più numerosi dell’Occidente in rapporto agli abitanti. Che costino troppo. Che abbiano l’anima meno bianca della neve.

Tuttavia mi resta il dubbio. I €24,7 miliardi stimati dai maramaldi di via Lucullo comprendono o no le tangenti, i prelievi sulla sanità e sui Trivulzi, le affittopoli, i rimborsi, le autoblu, le missioni di studio ai Caribi e altre n forme di rapina del contribuente? Se sì, quei miliardi non sono poi tanti. Applichiamo una scala mobile, sennò sfruttiamo i difensori del popolo.

In conclusione. Che fare dei sicofanti Renzi e Angeletti, visto che sconsideratamente abolimmo la pena capitale? Risposta. Diamoli in affido alla consigliera Minetti, e congiuntamente agli onorevoli e poeti Fini, Previti, Cicchitto e Finocchiaro, perché col supplizio della ruota li convincano ad emendarsi. Virtù repubblicana la trionferà!

JJJ