Aspro editoriale di un Ceronetti eversore e profeta

“La Stampa”: L’Egitto insegni a due milioni tra noi sotto la guida di un Kemal Ataturk ad abbattere il nostro regime.

35 anni fa uno degli Internauti invocava contro i Proci della nostra politica, l’equivalente dell’ Immane Clistere di Ceronetti.

Pratichiamo il paternalismo ogni volta che i popoli sottomessi, p.es. gli islamici, si sollevano: ”Poverini, si erano assuefatti al servaggio, ora esplodono”. E noi italiani, ipoteticamente in gamba dalla nascita, facciamo di meglio dell’antica sottomissione islamica? Sono già passati 65 anni da quando i gerarchi fascisti furono soppiantati dai demofurfanti antifascisti, ma sottostiamo agli stessi Proci usurpatori e ladri. Si sono susseguite generazioni di gauchistes furenti, e i Proci sono sempre lì, a banchetto. Detenendo le chiavi del tesoro, attingono.

Abbiamo, noi sofisticati ed evoluti, la faccia di compiangere tunisini, egiziani eccetera perché si sono tenuti a lungo i satrapi che mandavano a Londra i miliardi rubati. Siamo stati meno pecore e conigli noi che, letto Croce e cantato Bella Ciao, ci siamo rassegnati al pensiero unico e all’Arco costituzionale forever?

Ecco perché oggi 6 febbraio 2010 è storico che “La Stampa” abbia fatto scrivere a un Ceronetti dichiaratamente “filosofo politico” un editoriale davvero al fosforo (nel senso letterale greco: fosforo=che porta la luce), anzi al trinitrotoluene. Titolo: ”La speranza che viene dall’Egitto”. Premesso che “non sappiamo fare altro che deplorare la violenza, ipocritamente“, Ceronetti va all’assalto: “Se c’è chi pensa che togliendo di mezzo Berlusconi si fa il bucato a una democrazia in condizioni di agonia, come questa in cui perdiamo tutti il rispetto di noi stessi, dire che è di vista corta è misericordia. Gli anni di Berlusconi hanno fatto emergere la verità di una forma democratica in sfacelo“.

Ancora:

Se da noi l’illegalità-chiave sono i partiti occupatori, la nazione ha il dovere di non più tollerarli. Se le illegalità sono milioni, una sola grossissima (corsivo de “La Stampa”) può purgarle tutte come un immane clistere: una rivolta popolare che sommerga letteralmente sedi e palazzi governativi e parlamentari; una marcia su Roma non di lugubri teschi ma di cittadini; un risveglio del Colosso di Goya fatto di uno, due, tre, quattro milioni di teste; la resurrezione di Bruto (…) A cosa può servire un processo dopo l’altro contro persone singole, quando un’intera classe dirigente è imputabile? Ad Ercole occorrerebbero milioni di braccia per ripulire le stalle di Augìa di questa Penisola.

E dopo il purgone, rifare tutto senza un solo batterio di quel che è stato. Eleggere una Costituente di facce nuove, senza più destra-sinistra, vuote occhiaie. Una Costituente presidenziale capace di stanare un uomo giovane, incontaminato, un Kemal Ataturk libertario, figlio di qualche sobborgo disperato, e di farne un Primo Console.

Fino a un coma tragico me l’hanno addormentata, questa parassitosa nazione. Non si vede, dappertutto stendiamo lo sguardo, che passività incurabile, torpore, inebetimento(…) La piazza egiziana ha acceso un barlume di speranza: il suo messaggio viaggerà lontano. Un Egitto che immagina qualcos’altro, per sé e per tutti, irradia una luce insolita di fresca aurora.

Profetico Ceronetti! La “grossissima illegalità” (cioè l’insurrezione); lo “immane clistere che purga milioni di illegalità”; la “rivolta popolare che sommerga tutto”; il “risveglio del colosso di Goya”; la “resurrezione di Bruto contro l’intera classe dirigente”: questo sacrosanto proclama su “La Stampa” viene 35 anni dopo che la cover story del mensile milanese “Europa Domani” invocava le stesse cose. Con un’allegoria un po’ diversa: un popolo che si fa Ulisse e spegne tutto dei Proci -partiti, politicanti, Costituzione, urne elettorali- con un arco possente su cui è scritto ‘Democrazia Diretta’ (diretta non di tutti ma di una macrogiuria dei migliori).

Io che suggerii quella copertina e avanzai quelle proposte, incoraggiato da un editore lungimirante, mi dichiaro oggi fautore e seguace entusiasta del clistere di Ceronetti. Però in tutta umiltà gli oppongo: la Costituente presidenziale di facce nuove, capace di stanare un Kemal Ataturk, non va eletta (si ritroverebbe le facce vecchie). Va sorteggiata randomcraticamente dal computer, sorteggiata con selezioni progressive e sempre più meritocratiche (per esempio, il ministro semestrale della cultura, solo tra accademici dei Lincei) proprio tra quel paio di milioni di teste che Ceronetti chiama a raccolta. Esse sono, cancellato il suffragio universale generatore del mefitico che è questa seconda o terza repubblica, portatrici di valori e di costumi infinitamente più alti. In prima fila vengono coloro che per qualche anno hanno fatto volontariato, oppure hanno virtù e saperi oggettivabili quali i più (politici compresi) non posseggono.

Tra questo popolo di supercittadini -non di iscritti all’anagrafe- si sorteggi una Costituente fervida e guidata da un uomo superiore; persino da una donna superiore, ispirata come Giovanna d’Arco o eroica come Madre Teresa di Calcutta.. Questa persona superiore Ceronetti la chiama Kemal Ataturk o Primo Console, e fa bene. Io, richiamandomi alle opere concrete di un dittatore filosocialista contemporaneo di Ataturk, la chiamo Miguel Primo de Rivera. E rimpiango non possa chiamarsi Manuel Fraga Iribarne, che conobbi come il più colto e acuto tra i governanti spagnoli ma che è caduto per l’errore di acconciarsi ai furfanteschi giochi parlamentari-elettorali. In ogni caso il nuovo Kemal dovrà avere virtù e mani salde, e poi durare poco come M. Primo de Rivera. I due milioni di futuri cittadini-arconti (ad Atene ogni coltivatore dell’Attica poteva essere sorteggiato arconte per un giorno) non assurgeranno se non saranno capeggiati da un Ulisse dall’arco infallibile.

A.M.Calderazzi

FRAGA IRIBARNE: ALMENO IN GALIZIA TORNEREMO ALL’ AGORA’ DI ATENE

Una delle occasioni mancate da colui che apparve il maggiore dei governanti spagnoli, capace di succedere a Franco alla liquidazione del regime

Alla soglia del potere vero e di una grande opera di ricostruzione civile, Fraga Iribarne si impantanò: puntò sul recupero di una democrazia parlamentare che, fallita in pieno nel 1923, era stata agevolmente soppiantata dalla dittatura filosocialista di Miguel Primo de Rivera. Prima di commettere l’errore assoluto di una carriera brillante, Fraga era stato il migliore prodotto della meritocrazia spagnola. Appena laureato era risultato primo nei tre concorsi più ardui: cattedra universitaria, magistratura, uffici parlamentari. Presto il Caudillo lo volle nel governo, dove fu pioniere e regista della liberalizzazione del regime. Alla morte di Franco, il passo sbagliato: scelse di conformarsi a chi voleva il ritorno dei partiti e delle urne. Fondando una mediocre grossa formazione di centro-destra Fraga il fuoriclasse dimostrò di non avere un’idea forte e subito prese a declinare: prima vice presidente del governo invece che premier (sotto Arias Navarro), poi capo di un’opposizione impotente di fronte a Felipe Gonzales, poi , superato nel suo partito da Aznar, ripiegato a presidente della Galizia.

Nemmeno nella regione in cui era nato e che governò a lungo prima d’essere sconfitto dalle urne, Fraga fu all’altezza delle grandi cose cui era destinato. I giochi dell’oligarchia partitica, cui si era acconciato, furono più forti di lui. Pervenuto alla presidenza della Galizia aveva fatto un annuncio importante -‘prepariamoci alla democrazia elettronica’. Anche questa occasione fu mancata, naturalmente non solo per responsabilità sua. Pubblichiamo tale annuncio: venendo da un politologo che governava, sia pure a Santiago de Compostela invece che a Madrid , esso sembrò aprire una finestra sul futuro. Seguirono invece sommessi esperimenti, laddove occorreva demolire ed edificare ex novo.

La democrazia vera è un assetto politico nel quale sono i cittadini ad esercitare la sovranità. Partecipano alle decisioni muovendo da una completa informazione sugli affari della collettività. In questa prospettiva, cui stamo andando, si è aperta la discussione se abbiano ancora senso le analisi di Montesquieu e di Marx. L’infrastruttura tecnologica rappresentata dall’autostrada informatica rende possibile questa nuova democrazia.

La quale poi non è tanto nuova: in qualche modo è un ritorno alla democrazia ateniese, all’agorà, riprodotta nella dimensione diretta e immateriale del ciberspazio. Credo che il punto cruciale oggi non sia il conflitto tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa. Siamo invece nella transizione da una democrazia intermittente ad una continua (alcuni preferiscono definirla ‘interminabile’). Parlo di democrazia continua perché ora la gente può riunirsi ininterrottamente nel ciberspazio. La democrazia elettronica diverrà reale quando avanzerà la costruzione di quella che il giovane filosofo Javier Echeverria ha chiamato Telepolis.

Di questa democrazia elettronica si sono fatte le prime prove. Ci sono stati esperimenti di grande interesse, come nel Minnesota, dove si è creato un ‘foro elettronico di politica’ che per la prima volta ha introdotto un sistema interattivo nelle elezioni del governatore e dei senatori. Il regista di questa iniziativa, Steven Clift, prevede che il versante civico dell’autostrada informatica finirà col prevalere su quello commerciale, quello che ha permesso a Internet di crescere al ritmo esponenziale che sappiamo.

In Galizia ci accingiamo a sperimentare anche noi questa democrazia elettronica; come dice Clift, essa ‘esiste, è qui ed è inevitabile’. Tra poco appresteremo le condizioni pregiudiziali per questo avvio. Da una parte, un sistema informatico pubblico a costo di connessione zero o quasi zero; dall’altra uno spazio comunicativo non commerciale col quale rafforzare i legami sociali della comunità.

Ridimensionato da statista/creatore ad alto notabile, Fraga persevera nell’errore-continuità

Non si pensi che siamo alla fine della democrazia rappresentativa. I parlamenti, i governi, gli organi della rappresentanza politica non spariranno né saranno automaticamente sostituiti da una chiamata permanente dei cittadini alla “ciberpartecipazione”. L’impiego massiccio delle tecnologie della comunicazione permette ai cittadini di disporre di un’informazione trasparente, veritiera e completa. Senza tale informazione la democrazia autentica non è possibile: né convenzionale, né digitale. Mancando un accesso equo e illimitato all’infrastruttura dell’informazione, possiamo anche tornare all’agorà di Atene, però riproducendo le carenze della democrazia ateniese, alle cui assemblee partecipava solo la minoranza dei cittadini di diritto pieno.

M. Fraga Iribarne

I parlamenti e i governi non spariranno, dice Fraga ed ha ragione. Però non dovranno essere più composti di professionisti espressi dalle urne. L’esperienza di un paio di secoli ha accertato per sempre, dovunque nel mondo, che i vincitori delle urne sono i peggiori, i più ladri, i più opportunisti, tutti nemici dell’uomo (anche in Spagna, e perché no?). Quello che Fraga non dice è che tornare ad Atene, oggi nell’età digitale, non è tornare alle assemblee popolari, bensì al sorteggio -il sorteggio via maestra ateniese- per selezionare con oggettività random i più qualificati e dunque per cancellare il mestiere di carrierista politico a vita (=di oligarca camorrista e ladro).

JJJ

Sono gli Stati nazionali i colpevoli del silenzio della UE

Secondo una legge non scritta della politica internazionale, all’aumentare del numero dei negoziatori, aumenta il tempo necessario per prendere una decisione, e diminuisce la forza della decisione stessa.
Di fronte al deprimente balbettio dell’Unione europea riguardo all’onda rivoluzionaria che attraversa il Nord Africa, c’è da chiedersi se ventisette Stati membri di un unico soggetto di politica estera non siano troppi.

Come ovvio gli Stati dell’Unione si dividono tra chi ha interessi in un senso, chi nell’altro e chi non ne ha. Già sarebbe arduo mettere d’accordo, almeno in tempi utili, tre Stati collocati su queste diverse posizioni. Pensare di farlo con ventisette è utopia.

Allora non ha senso prendersela con l’Unione europea e con la baronessa Ashton, Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune e, di fatto, poco più che nullafacente. I veri colpevoli di questa situazione sono gli Stati nazionali, in particolare i grandi Stati nazionali d’Europa: Germania, Francia, Inghilterra e Italia.

Dipende dalla loro volontà politica e dalla loro iniziativa l’attuazione di quella che è già stata chiamata “Europa a diverse velocità” o “Europa a cerchi concentrici”. Il Trattato di Lisbona, entrato in vigore il primo dicembre 2009, consente la frammentazione del gruppo di Stati membri in avanguardie e retroguardie, su singole materie. In particolare nella materia della politica estera agli Stati membri è data facoltà di creare una Cooperazione Strutturata Permanente, con una procedura ancor più snella di quella normalmente prescritta per le Cooperazioni Rafforzate, con il compito di agire unitariamente sullo scenario internazionale.

A fronte degli straordinari cambiamenti che stanno avvenendo ai confini dell’Europa, è oggi più che mai necessario che i grandi Stati nazionali europei prendano l’iniziativa di costruire una forza comune che parli con una sola voce e agisca con un solo corpo nell’ambito della politica estera. Pensare di procedere tutti e ventisette affiancati è irrealistico. Deve essere una avanguardia di pochi Stati, in grado di prendere decisioni velocemente ed efficacemente, a guidare il processo. Se poi si vorranno aggiungere altri soggetti tanto meglio, ma senza che questo possa mai compromettere la rapidità di intervento dell’Europa.

Nuove speranze per la democrazia dal basso vengono in queste settimane da popoli lungamente sottoposti a dittatura e ladrocinio, ma quegli stessi popoli potrebbero domani diventare fonte di gravi problemi per il mondo. Si pensi, per fare un esempio di un problema non particolarmente grave, alla recente ripresa degli sbarchi in Sicilia. Un’Europa che parli ai suoi interlocutori con una sola posizione, e che stanzi l’intera propria forza politica ed economica, potrebbe avere sicuramente risultati migliori che non gli Stati membri che agiscono in ordine sparso.

Insomma, un Europa che guardi e non favelli, e tanto meno intervenga, non può essere utile né ai Paesi arabi né a se stessa.

Tommaso Canetta

FERRARA RIMPIANGE BUSH

Una ricetta semplice per l’Egitto in fiamme

Di fronte all’Egitto che brucia molti trattengono il respiro e i più si interrogano perplessi sul da farsi: uomini di governo, opinionisti, uomini della strada attenti alle cose del mondo. E si spiega. La posta in gioco è alta e nessuno sa cosa ci aspetti dietro l’angolo. Tutti si affannano a consultare i veri o presunti esperti, che però raramente sono anche profeti e quindi, di regola, non azzardano pronostici circa gli ulteriori sviluppi e l’esito finale di un incendio peraltro non meno imprevisto del crollo dell’Unione Sovietica. Un autorevole settimanale tedesco assicurava, alla vigilia del suo scoppio, che quanto succedeva in Tunisia non poteva estendersi al vicino Egitto. D’altronde, gli stessi esperti dicono tutto e il suo contrario riguardo ad una delle principali incognite della crisi: chi sono e cosa vogliono i Fratelli musulmani: estremisti irrecuperabili o interlocutori accettabili per le forze democratiche locali e per l’Occidente, mosche cocchiere di Al Qaeda oppure no, ecc.

Non tutti, però, hanno solo nebbia davanti agli occhi nè tutti si scervellano per diradarla. Tra chi neppure si preoccupa di appurare come stiano veramente le cose e dove possano andare a parare, avendo già idee chiarissime e ricetta pronta, spicca Giuliano Ferrara. A differenza di Lenin, che ci aveva messo un po’ per rifinire e diffondere il suo “che fare” nella Russia del 1917, il nostro Elefantino ha fulmineamente diramato per l’occasione un ordine del giorno secco e preciso. Gioco facile, per lui, che credevamo avesse avuto almeno qualche ripensamento sugli strumenti da usare negli scontri di civiltà e quindi sull’esempio da seguire: quello di George W. Bush. Di un uomo, cioè, la cui immagine consolidata sembrava ormai quella di uno dei peggiori presidenti americani o addirittura il peggiore in assoluto; e non solo, naturalmente, per i misfatti in politica estera.

Per Ferrara, invece, GWB resta un modello ineguagliabile, protagonista di una “grandissima presidenza di guerra”, l’unico capace di “contrastare, combattendo, la deriva di una grande civiltà”, così diverso dall’imbelle Carter, da Reagan, persino da Bush papà, che colpì Saddam ma non seppe finirlo, e da Clinton, che non disdegnava il ricorso alla forza ma la usò per difendere i musulmani bosniaci e albanesi dai serbi cristiani. Senza sottilizzare troppo e apparentemente in preda a repentina angoscia (nonostante i grandi successi di GWB), Ferrara scrive che “bisogna fare in fretta perché il contagio dell’Umma islamica è frenetico, incalzante” e “nell’irresponsabilità imperiale degli USA comincerà un altro ciclo di guerre e sangue, ma stavolta con l’Occidente dialogante, a mano tesa cioè insicuro di sé, in posizione di impotenza conclamata”.

Ed ecco allora la ricetta: “bisogna sperare che Obama inverta la diplomazia della mano tesa e del ritiro dal Grande Medio Oriente, affidando al generale Petraeus, al Pentagono, al Dipartimento di Stato, al National Security Council, alla CIA la definizione immediata di una nuova proposta strategica per l’ordine internazionale minacciato”. In altri termini, predisporre un’altra bella guerra preventiva a dispetto dei conclamati fallimenti della più parte di quelle anche non preventive intraprese dagli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale; la vittoria maggiore è stata quella pacifica sull’URSS.

Mentre si apprestano ad abbandonare l’Irak ad un destino quanto mai incerto e verosimilmente anche l’Afghanistan, in mani di sicuro non amiche, gli Stati Uniti, per di più economicamente indeboliti, dovrebbero dunque innescare di propria iniziativa un nuovo “ciclo di guerre e di sangue”. La cosa sembra non ripugnare, ma è il caso di stupirsene?, neppure al Ferrara crociato sia pure poco fortunato contro l’aborto. Dopotutto, la vita umana sarà anche sacra in tutte le sue fasi, ma resta a preziosità variabile. Se in Irak la popolazione civile è stata falciata a diecine di migliaia, i boys caduti sono appena tremila.

Franco Soglian

JACOPONE DA TODI, CAGOIA, BAGDADOIA

Fescennino

Quel popolano triestino che, arrestato dagli Austriaci per sospetto di partecipazione a certi moti, si difese Mi no penso che per la pansa, era conosciuto come Cagoia. Ma il suo nomignolo fu baciato dalla gloria quando Gabriele d’Annunzio malalingua lo trasferì su Francesco Saverio Nitti da Melfi (Pz), un Prodi del tempo. In tempi passati chi, persino se antidannunziano, non si rallegrava d’un soprannome così salace?

Altro richiamo storico-lessicale. Jacopone da Todi, ricco e brillante uomo di mondo, cambiò vita quando Vanna, la moglie contessina, morì durante un ballo e si scoprì che sotto le vesti lussuose portava segretamente il cilicio. Jacopone si fece eremita, grande mistico, teologo, capofazione nelle lotte dell’ordine francescano. Fu imprigionato e scomunicato. Oggi è un beato della Chiesa. Si guadagnò una fama durata già buoni sette secoli dopo la morte, non solo per le sue 110 laude (una delle quali verteva teologicamente sulla ‘santa nichilitade’) ma anche con la caratterizzazione di “pazzo di Dio”. Se chiamassimo ‘Pazzo di Bush’ il fondatore del “Foglio” , oppure ‘Spasimante di Cheney’, non potremmo sognare per i nostri soprannomi la gloria che incoronò Cagoia, il popolano che no pensava che per la pansa?

Per simpatia verso i Boscimani, statura piccola e pelle giallastra ma coraggiosissimi cacciatori nomadi del deserto di Kalahari (Africa meridionale) potrei anche proporre per il Maestro del quotidiano edito da Veronica Lario l’appellativo di ‘Bushimane’. Ma egli, un leader nato, straripante di carisma, merita di più, merita ‘Capo dei Bushimani’. Quest’ultima illuminazione non è mia, mi viene da Aldo Cazzullo, giovane astro del ‘Corriere della Sera’, il quale oggi 3 febbraio 2010, conducendo “Prima Pagina” a Radio Tre è sbottato, a proposito dell’impresa di Bush nell’Irak, in un’irrituale invettiva all’indirizzo del capo dei Bushimani: “A difendere quella guerra veramente sciagurata di Bush è rimasto solo uno in Italia.”.

‘Bushimane’ lascia un po’ in ombra, nell’olimpo degli Dei di Giuliano Ferrara, il co-conquistatore di Baghdad, Dick Cheney, ed è un peccato. Se nel 1776 le colonie d’America non si fossero ribellate, oggi Cheney sarebbe ancora un suddito di Queen Elizabeth e la Queen l’avrebbe fatto, metti, Lord Cheney of Mesopotamia. Allora per il nostro capotribù bushimane potrei proporre anche il supplemento di nomignolo ‘Bagdadoia’. Il Cagoia e lo stesso on.F.S.Nitti sarebbero contenti della compagnia dell’ ex-ministro del Berlusca.

Fescennini a parte, la bushiolatria di Bagdadoia minaccia di aggiungersi ai disturbi (sadismo, masochismo, necrofilia, etc) classificati nel 1886 dalla Psychopathia sexualis del von Krafft-Ebing.
Speriamo di no, per il bene suo e dei tanti che si elettrizzano sì sul ‘Foglio’ ma rimpiangono il magistero televisivo del Nostro.

Certo il condottiero dei Bushimani se li vuole i lazzi mordaci -cioè i fescennini- che il teatro proto-latino indirizzava ai personaggi che facevano allegria. Il 31 gennaio Bagdadoia ha osato l’inosabile e gettato il cuore al di là dell’ostacolo, scrivendo le cose qui riferite e chiosate questo mese da un altro degli Internauti, Franco Soglian. Non so quali saranno le conseguenze sul prestigio di Ferrara, allorquando la koiné araba si infiamma anche di odio all’America e il Bushimane in chief, oltre a definire ‘grandissima’ la presidenza ‘di guerra’ del suo idolo, esige che il generale Petraeus vada mandato a soggiogare il mondo arabo. Soggiogare con scarse e demoralizzate legioni, oltre a tutto. La conquista dell’Afghanistan procede a rilento, anzi incespica, anche per scarsità di legioni. Persino il ministro La Russa, procacciatore di caporalmaggiori alpini, rilutterà a fornire ascari abruzzesi e sardi per l’impresa davvero titanica progettata da Bagdadoia. Petraeus dovrà sterminare a distanza, coi droni. All’occorrenza, Cheney dalla pensione ipotizzerà le testate atomiche (lo aveva già fatto per l’Irak). Ma poi, chi pacificherà e presidierà le vaste terre dell’Islam fatte debellare dal belluino Bagdadoia, espugnatore delle Piramidi, della Mezzaluna Fertile, dello Yemen, poi di Pakistan, Indonesia e di ogni altro regno o popolo che insorga?

A.M.C.

LAVORO E’ IL NOME DELLA VITA

L’Egitto e la Tunisia configurano e rappresentano forse il futuro dell’Italia?

Non è escluso, se si tiene conto che il sommovimento (in inglese shaking off, in arabo intifada) che scuote oggi questi paesi trova la sua base soprattutto in un dato, essenziale per il genere umano: la mancanza di lavoro e quindi di reddito.

In Italia la situazione non è arrivata al punto di rottura per tre importanti ragioni: livelli di reddito, sistema pensionistico, dinamiche demografiche.

Non soltanto il tenore di vita medio è qui molto più elevato, ma la previdenza sociale garantisce oggi agli anziani pensioni sufficienti ad aiutare economicamente figli e nipoti. Per questo in Italia non ci rendiamo ancora conto di quanto grave sia la situazione di pericolo che sovrasta il nostro Paese. Se i figli tra i 40 e i 50 anni perdono il lavoro, o ne hanno uno precario e sottopagato, i genitori possono ancora aiutarli, e su questo aiuto possono contare anche i nipoti tra i 20 e i 30 anni. Ma fino a quando? Ancora non per molto, dato che abbiamo dato vita alla previdenza sociale quando eravamo poveri e, ora che siamo ricchi (forse ancora per poco), la stiamo smantellando dicendoci che costa troppo.

E veniamo alla terza ragione, quella demografica. Nel 1963 la popolazione italiana (52,2 milioni) era quasi pari a quella delle popolazioni di Egitto (27,3 milioni) e Turchia (27,8 milioni) messe insieme. La situazione in questi decenni è radicalmente mutata: le popolazioni di Egitto (78) e Turchia (73) messe insieme contano oggi per oltre due volte e mezza la popolazione dell’Italia (60). Si tratta di una massa di persone nel fiore degli anni alla quale non è bastata l’emigrazione per alleviare il carico della disoccupazione in patria. La previdenza sociale inesistente o scarsa e i redditi medi modesti non permettono agli anziani, che sono comunque una
minoranza, di aiutare i giovani. Questi si trovano senza lavoro e non hanno modo di gettare le basi per una vita dignitosa delle loro famiglie. Eppure hanno spesso studiato, con grandi sacrifici loro e delle famiglie di origine, e questo accresce il rancore verso i pochi privilegiati.

Hanno pazientato fin troppo per sfogare la loro rabbia nei confronti di chi li ha governati, e mal governati per giunta. Ma la democrazia, parola che sono costretto mio malgrado ad usare (non ostante abbia ormai perso ogni significato proprio poiché ogni forma di governo si arroga il diritto di dirsi democratica), non basta ad affrontare il vero problema che sta alla base del desiderio in atto di scrollarsi via, di sbarazzarsi (shaking off, intifada) di ciò che non si sopporta più. Ma purtroppo non basta cambiare il governo, dar vita a un altro meno oppressivo per risolvere il problema della mancanza di lavoro.

Nel 1944 W. H. Beveridge definiva l’obiettivo del pieno impiego come “having always more vacant jobs than unemployed men, not slightly fewer jobs” e da qualche decennio i governi hanno di fronte il ben più serio
problema della disoccupazione strutturale di massa. Tuttavia nessun governo ha avanzato serie proposte per farvi fronte, men che meno per risolverlo.

Nel frattempo, avviata silenziosamente ma apertamente da alcuni decenni, la diffusione della microelettronica nella produzione di beni e servizi ha cambiato radicalmente il quadro sociale.

Oggi la ripresa dell’occupazione non può avvenire come in passato grazie ad investimenti adeguati; e se nuovi investimenti vi saranno l’occupazione non potrà che soffrirne, e non invece tornare a crescere come dicono di sperare i nostri politici e come vorremmo credere noi cittadini.

Si incoraggiano i giovani a studiare nelle istituzioni scolastiche fino ai gradi più elevati e molti di noi (quasi tutti) pensano che occorrerà maggiore istruzione per trovare più facilmente lavoro, per essere più
produttivi e quindi meglio remunerati come lavoratori. Il risultato di queste credenze e di questa spinta a privilegiare l’istruzione formale è non soltanto la scomparsa dei mestieri artigiani (una strada segnata
da un lungo e faticoso apprendistato di cui i giovani percepiscono la durezza e che perciò rifuggono) ma anche la formazione di schiere di giovani frustrati nelle loro illusioni di promozione sociale.

La scolarizzazione di base di massa – quella che ha portato la quasi generalità degli abitanti dell’Europa a saper leggere, scrivere e far di conto – è divenuta oggi l’istruzione universitaria di massa. Ma questo vasto e generalizzato consumo di istruzione fino ai livelli più alti non ha portato i benefici sperati. La trasmissione di ogni tipo di conoscenza, fatta in modo che chi la riceve sia poi in grado di applicarla nella sua vita di lavoro, avviene sempre attraverso un apprendistato che può essere più o meno severo. La società di oggi sembra chiedere di meno anche al medico, all’ingegnere, all’architetto, al tecnico di qualsiasi settore. Tutte queste figure possono contare, oggi molto più di prima dell’avvento della microelettronica, su prassi sempre più consolidate che non richiedono scelte individuali, e sull’aiuto di macchine che sembrano in grado di fare tutto da sole. Sembra essere una situazione migliore di quella di prima, dato che richiede molto meno impegno. Tuttavia, l’altro lato della medaglia è rappresentato dallo scarso utilizzo di quelle doti di creatività insite in ogni essere umano e dalla frustrazione che ne consegue.

Che fare? Occorre in primo luogo analizzare seriamente e a fondo la realtà del mondo del lavoro di oggi, che accomuna tutti i sistemi economici, ricchi e poveri. Dobbiamo rassegnarci all’evidenza che mostra come sarà necessario sempre meno lavoro umano per produrre i beni e i servizi che le macchine sfornano, ma vi sono i servizi alla persona di cui vi è un crescente bisogno e che le macchine non possono soddisfare.
Accettare che la formazione non sia delegata alle sole istituzioni scolastiche. Riconoscere apertamente e con i fatti che l’era del mestiere che condiziona per la vita chi lo pratica non ha più ragione di essere e rivedere quindi come complementari i ruoli della formazione scolastica, del tirocinio e del lavoro.

Se la normale giornata di lavoro fosse di 4 ore anziché di 8, la quasi totalità dei posti di lavoro sarebbe alla portata anche dei giovanissimi e delle casalinghe, che potrebbero così contribuire al reddito della famiglia, alleviando nel contempo le responsabilità del capofamiglia, la figura tradizionale intorno alla quale ha sempre orbitato il mondo del lavoro. Si aprirebbero così nuovi orizzonti che permetterebbero agli individui di apprendere e praticare mestieri che non ne condizionerebbero la collocazione nella gerarchia sociale. Tutti potrebbero studiare e lavorare allo stesso tempo, creando così le basi per rendere ciascuno padrone della propria vita e del proprio destino, realizzando così ciò che, con linguaggio non più consono ai tempi, veniva chiamata una vera DEMOCRAZIA.

I popoli del Mediterraneo, per la civiltà di cui si sono nutriti e che hanno donato a una parte rilevante del mondo, per le sofferenze che hanno patito, per le esperienze che hanno accumulato nei millenni, dovrebbero – spinti dalla necessità ma anche dalla volontà – essere i primi a indicare una nuova strada che non si trova nel programma politico di alcun partito ma che i popoli che hanno dato al mondo (e cito soltanto alcune delle arti e delle scienze) l’architettura egizia, la filosofia greca, la matematica e l’astronomia arabe, la musica, la cucina e l’urbanistica italiane sono in grado di percorrere con la tenacia e la determinazione che l’urgenza del problema richiede.

Gianni Fodella
docente
Università degli studi di Milano

Ragionamento su Waterloo

Io non saprei dire se sia corretto considerare una campagna militare, una guerra combattuta fra eserciti che si muovono su di un vasto territorio come una somma di alcuni scontri chiamati “battaglie”. Di certo una battaglia è anche più facile da raccontare di una guerra, ed è anche più facile attribuire ad un evento singolo, facilmente delimitabile nello spazio e nel tempo (quasi tutte le battaglie tradizionali vanno dall’alba al tramonto, hanno un luogo e una data), un carattere decisivo per avvenimenti e vicende storiche che possono andare anche, e molto, al di là.

Se ho scelto anch’io di ragionare su una battaglia, e una fra le più celebri nella storia d’Europa, quella del 18 giugno 1815 detta di Waterloo, è perché mi sembra che in essa più che in altre si evidenzi il punto di vista opposto: una altisonante e tragica inutilità, come si potrebbe dire anche di quasi tutte le altre battaglie napoleoniche. Ma c’è in Waterloo una cosa in più, ed è che in quelle giornate, perché a mio avviso la si dovrebbe far cominciare il 16 e finire il 19, gli avvenimenti ebbero una loro autonomia, andarono per conto loro, in maniera quasi del tutto indipendente dai piani, dalle attese, dai desideri, dalle speranze dei comandanti e dei soldati. Scrivendo delle ore centrali del 18 giugno Victor Hugo affermò “ci vorrebbe uno di quei pittori che hanno il caos nel pennello” per dipingere quello che accadde; poi non so se questo sia possibile in pittura ma è indubbio che a servirsi della parola non si può metterci dentro il caos più di tanto”. Né io stesso, dopo tanto tempo e dopo tante diversità accadute, cercherò di farlo. Ma una certa ambizione a ricostruire la contingenza non la posso negare.

La mia ricostruzione della battaglia fa riferimento a quattro protagonisti: Napoleone, Wellington, che comandava le truppe inglesi e fiamminghe (belgi, olandesi), Blücher, capo dei prussiani e il maresciallo francese Grouchy, che comandava l’ala destra dello schieramento disposto da Napoleone; quest’ultimo si può chiamare protagonista per quello che non fece, ma che avrebbe potuto, o dovuto fare, se le cose fossero andate diversamente. L’inserzione dei primi tre è dovuta e necessaria, perché appunto l’incrociarsi delle loro decisioni più eventi occasionali, ritardi, errori e altro hanno fatto accadere quello che è accaduto. Il quarto, Grouchy, è un protagonista assente, è l’enigma di quegli avvenimenti. Provocò la sconfitta di Napoleone perché la sera del 18 non si presentò sul campo di battaglia; cioè con la sua assenza o, per dir meglio, mancata presenza. L’evento determinante fu qualcosa che non accadde, ma che si sperava sarebbe accaduto. Era giustificata questa speranza? È di questo che si ragiona.

E’ attraverso questo Grouchy, poco noto agli storici venuti dopo e allo stesso Napoleone, che lo aveva nominato maresciallo poco prima (il 17 aprile 1815), che il caso si insinua nella ragione napoleonica, nella tenacia e prudenza dell’inglese, nella focosa aggressività del prussiano. L’assenza di Grouchy dal campo di battaglia in quella mezz’ora decisiva fu pura contingenza? Quelli che vogliono tenacemente ricostruire una ragione storica possono sostenere che Grouchy “non poteva non essere assente”, per tutte le circostanze che esporrò; ma sarebbero a loro volta discutibili. Se c’è una ragione degli avvenimenti che si possa distinguere dalla ragione delle idee è certo che quella sera si rivelò di gran lunga la più agguerrita.

Non si potrà fare a meno, nel ricostruire questo scontro fra la ragione individuale e quella degli avvenimenti, fra le cose pensate e quello che accadde, di dare un certo posto alla fortuna. La fortuna non è altro che il caso quando ci aiuta, quindi in definitiva c’è sempre da risalire a chi ne è toccato, perché è sempre lui che giudica se la tal contingenza gli ha giovato o non gli ha giovato. Ma in un caso e nell’altro ne deve tener conto. Una ragione cui la fortuna rimanga indifferente Napoleone stesso non l’avrebbe fatta propria, e in questo era davvero l’erede di quel modo di pensare del rinascimento italiano che giudicava necessario il legame tra “virtù” (nel senso di capacità) e fortuna: “virtù e fortuna”. Era arrivata la ragione, ma una ragione cui la fortuna rimanga indifferente lo stesso Napoleone non l’avrebbe fatta propria. Aveva imparato a liberarsi dei comandanti non fortunati; perdonava più facilmente l’infedeltà che la mala sorte.

Grouchy aveva voluto non essere presente quel pomeriggio, e quindi non fu propriamente sfortuna quella di Napoleone. L’assenza fatale di quel maresciallo esige ben più solide spiegazioni. E noi dobbiamo chiederci “perché” non volle essere presente.

Se per destino si intende una contingenza che si ripete sempre in una stessa direzione, Napoleone poteva ancora credere in un proprio destino favorevole. Le precipitose sconfitte dopo le quali aveva dovuto abbandonare prima la Spagna e poi la Russia, infine il resto d’Europa e la Francia stessa e ridursi all’isola d’Elba; tutto questo li poteva giudicare come eccezioni, compensate dal suo trionfale rientro. Poteva di nuovo farsi chiamare imperatore, poteva fare assegnamento sulla sua popolarità, fra i francesi e in Europa. Si sa che Wellington temeva la popolarità di Napoleone fra i suoi stessi soldati inglesi e soprattutto fra i suoi alleati olandesi.

Questa volta il caso, le contingenze, il destino, presero una strada diversa. Passarono per la testa di Grouchy, facendogli decidere di non presentarsi sul campo di battaglia. Sembra proprio che Grouchy, quando decise di continuare a marciare dietro ai prussiani malgrado sentisse alla sua sinistra i cannoni dello scontro in atto fosse convinto che Napoleone se la sarebbe cavata da solo, che ne sarebbe venuto fuori vincente. Non era questo Wellington un mediocre generale, non erano questi inglesi gente che non sapeva combattere fuori dalle loro navi, come aveva ben spiegato l’imperatore all’ultimo incontro, per dare fiducia ai suoi, per darla a se stesso? Certo, il suo destino, lui stesso e la Francia, se lo dovevano guadagnare; ma c’era da pensare che non sarebbe stato tanto difficile, con questi signori. La lontana fortuna di Marengo era stata proprio soltanto fortuna?

Si sa che Grouchy aveva ben ricevuto i suoi ordini prima dello scontro. Ma riguardavano soprattutto l’inseguimento dell’esercito prussiano, che era stato costretto alla ritirata la sera del giorno prima; c ‘era da impedire che si unisse all’esercito anglo-olandese. Per il giorno dopo, il 18 giugno appunto, era previsto l’assalto alle truppe di Wellington, che sulla collina di Saint Jean, quella che ancora oggi si mostra ai turisti, impedivano di arrivare a Bruxelles, pochi chilometri più in là. E Napoleone aveva già pronto in tasca il suo proclama da vincitore. Ma, come vedremo , non risulta in alcun modo che Grouchy dovesse tener lontani i prussiani dal campo di battaglia e dopo arrivarci lui. Doveva tenerli lontani e basta. Come tutti sanno, i prussiano arrivarono e lui no.

E’ rimasto celebre – c’è addirittura un dipinto – lo scontro che Grouchy ebbe con i suoi generali, soprattutto con l’eroico Gérard, che sarebbe morto il giorno seguente; era il mattino di quel fatale 18 e i generali insistevano perché si dovesse correre “aux canons”, cioè là da dove si sentiva il cannone; la collina di Saint Jean. Sarebbe stata, indipendentemente da ordini e interpretazioni, la decisione ragionevole, addirittura evidente. Ma Grouchy non ne volle sapere e rimase fermo al dovere di tallonare quella parte dell’esercito prussiano che si vedeva davanti, e che egli credeva fosse il tutto. Così, insisteva, gli era stato ordinato.

Lo storico inglese Hamilton-Williams (1) riferisce che il conte di Flahault (uno dello staff napoleonico) disse di aver udito con le sue orecchie, e di poterlo riferire sul suo onore, che Napoleone disse a Grouchy, nel famoso incontro preparatorio di tutti i comandanti : “Coraggio Grouchy, tenete dietro ai prussiani, con la spada alle reni; ma comunicate sempre con me con la vostra sinistra”. Non si preoccupò che ci fossero strade laterali per questi contatti, e in effetti non ce n’erano. Ma anche se una strada e un modo di comunicare rapidamente ci fossero stati era chiaro che più i prussiani si allontanavano meno il far le due cose sarebbe diventato facile.

Comunque Grouchy non fece né una cosa né l’altra. Infatti non seguì i prussiani “con la spada alle reni” e non mantenne le comunicazioni con Napoleone. Trovandosi in una situazione contraddittoria, scelse di non scegliere. Si mosse sì, ma come un corpo si muove per inerzia, cioè linearmente davanti a sé e sempre più adagio. Continuò a seguire i prussiani tenendosi ad una certa distanza. Nella discussione con i suoi generali l’argomento di Grouchy era che lui si sentiva tranquillo soltanto se poteva riferirsi ad un comando. Così è negli eserciti, almeno in quelli centralizzati e ben tessuti, come era quello napoleonico.

Non aveva torto, perché così lo stesso Napoleone gli aveva ordinato di fare. Infatti, continua lo storico, “Grouchy non si era di molto allontanato per prendere il suo nuovo comando che Napoleone fu preso da un certo timore per queste istruzioni. … Non aveva insistito abbastanza sulla necessità di essere prudenti. Quanto era accaduto nel 1813 e nel 1814 gli aveva insegnato che i prussiani in ritirata avrebbero potuto molto abilmente girarsi all’improvviso su Grouchy, specialmente di notte, e annientarlo. Perciò Grouchy avrebbe dovuto far attenzione ai prussiani, ma sempre in condizione di non farsi coinvolgere”. Gli inviò frettolosamente un altro messaggio scritto, nel quale ripeteva quello che aveva detto, ma anche “per ogni evenienza tenete i vostri due corpi di fanteria sempre assieme; e ogni sera cercate di occupare una posizione militare favorevole, con buone vie di ritirata”. Afferma lo stesso Hamilton-Williams, in una nota, che questo documento venne fatto sparire sotto Napoleone III; lo si riporta in opere scritte prima del 1850.

Si parla anche di un altro messaggio, che avrebbe ordinato di fare quello che non fu fatto, e che probabilmente nemmeno arrivò. E il povero Grouchy, fra ordini e raccomandazioni, proseguì per inerzia, cioè rallentando, come rallenta, appunto, una biglia per l’attrito del suolo.

Una domanda che è lecito porsi è che cosa abbia portato Napoleone, proprio alla vigilia di una campagna che si annunciava difficile, a nominare maresciallo (quindi in posizione di avere un comando autonomo) un uomo che sembrava non avesse alcuna delle caratteristiche che di solito si attribuiscono a quelli che facevano carriera nella Grande Armée. Anzitutto era un aristocratico dell’Ancien Régime e figurava fra i comandanti dell’esercito del re per nascita. Era poi passato con la rivoluzione, aveva anche combattuto in Vandea per la repubblica; aveva avuto comandi con Napoleone; era stato ferito ben quattordici volte in Italia, così diceva; alla battaglia di Eylau gli avevano ucciso il cavallo e si era di nuovo fatto del male, cadendone. All’inizio dei cento giorni aveva condotto una campagna militare piuttosto fiacca contro i monarchici del duca di Angoulême (così gli aveva detto lo stesso Napoleone, si racconta, perché quel duca si era preso i gioielli della corona, utilissimi per pagare i soldati, e con lui bisognava trattare per riaverli). Era stato un valoroso, certamente, ma anche malconcio (delle sue ferite si lamenta in molti documenti) e che comunque non aveva mai compiuto azioni da protagonista. Napoleone, nel comunicargli la decisione di nominarlo maresciallo, scrive di “belle manovre, capacità e coraggio di cui aveva dato prova in altre circostanze, e particolarmente a Friedland, a Wagram e nelle pianure della Champagne”. Ma sostanzialmente Grouchy era un militare di carriera, di routine, evidentemente stanco (come lo erano tanti degli altri marescialli) e molto bravo a far domande di congedo e a chieder favori alle autorità del momento, re, regine, imperatori che fossero. E Napoleone, che non aveva più voluto Murat, che soltanto il 15 giugno aveva dato un comando a Ney, l’uno e l’altro certamente più audaci, si fidò di questo timido che non aveva ambizioni. E così lo fece divenire famoso, ma di una mala fama che lo costrinse ad emigrare in America, alla fine di quegli avvenimenti.

Una battaglia faceva parte di una campagna militare. La campagna iniziava quando gli eserciti uscivano dalle loro sedi permanenti per occupare un territorio che non era quello abituale. Benché carte topografiche ben fatte non mancassero di certo, tuttavia l’insicurezza era forte quanto alle strade, alle loro condizioni che dipendevano dal tempo e alla possibilità di varcare i corsi d’acqua; per non parlare degli umori degli abitanti, perlopiù contadini che dovevano nutrir loro questi eserciti; e poi c’era l’altro esercito, esso pure in movimento. Si sa che Napoleone, occupato un villaggio, ordinava di farsi dare la corrispondenza appena arrivata, perché se ne poteva cavare qualche indicazione sui movimenti delle altre truppe. Quando si “misero in campagna”, ciascuno dei nostri tre comandanti sapeva ben poco delle intenzioni degli altri due, alleati o nemici che fossero. Si sa che Wellington aveva ordini riservati di badare soprattutto a tenersi il porto di Anversa, perché già Nelson aveva ammonito che in condizioni di tempo favorevoli una copiosa flottiglia di piccole navi avrebbe potuto da quel porto sbarcare molti uomini sul suolo inglese; la flotta inglese era fatta di navi grandi e non sarebbe arrivata a fermarle tutte. I prussiani avevano compreso che c’era sotto qualcosa e non si fidavano molto dei loro alleati; più volte furono tentati di tornarsene in terra tedesca per farsi raggiungere da austriaci e russi. Napoleone sembrava diretto verso Bruxelles e così era. Ma Wellington, che si era studiato le sue battaglie e ne aveva cavato l’insegnamento che sovente c’era da aspettarsi qualcosa di nuovo, sospettava di una finta e che il grosso dell’esercito francese dirigesse proprio su Anversa. Si seppe più tardi che qualche anno prima, passando davanti alla fatal collina di Saint Jean, aveva detto: “se dovessi difendere Bruxelles mi metterei proprio lì”; ed è quello che fece. Ma non era certo che avrebbe dovuto difendere Bruxelles. E forse fu proprio per farsi vedere da tutti ben presente sul posto che la sera del 17 decise di partecipare con i suoi ufficiali al grande ballo della duchessa di Richmond, dal quale si allontanò a notte alta quando si cominciò a sentire il rombo dei cannoni francesi. E ci fu anche la scena, alquanto oleografica, della figlia della duchessa, una bambina di sei anni, che fu tirata fuori dal letto a mezzanotte perché baciasse la spada del generale che stava per montare a cavallo.

Lo scontro di Waterloo ebbe questo di originale, che fu la riproduzione in piccolo, cioè su di un piccolo territorio, dell’intera campagna, come l’aveva ragionata Napoleone. Hamilton-Williams1 espone così il piano di Napoleone per l’intera campagna: “Napoleone decise di assalire Wellington e Blücher mentre attendevano l’arrivo degli eserciti austriaco e russo per raggiungere insieme il confine francese. Egli sperava di sconfiggere ciascuno dei due in maniera completa, ma era pronto, come sempre, ad adattare i suoi piani alle circostanze. Egli voleva anzitutto buttare Wellington in acqua, così che l’Inghilterra si trovasse fuori dalla guerra sul continente. Se Blücher fosse stato battuto i prussiani si sarebbero tirati indietro, per raggiungere le loro comunicazioni verso oriente. Wellington, in questo caso, si sarebbe a sua volta tirato indietro a occidente, per non perdere il contatto con le coste sul Mare del Nord. A questo punto, tenendo a bada Wellington e costringendo Luigi XVIII ( il re Borbone) ad andarsene da Gand e Guglielmo d’Orange ad uscire da Bruxelles, e avendo così conseguito un enorme successo politico, egli si sarebbe ancora una volta girato sull’altro lato e occupato di Blücher (vien da pensare al batacchio di una campana) … Li avrebbe costretti l’uno e l’altro a tirarsi continuamente indietro, per evitare il rischio di non poter comunicare. Con un po’ di fortuna gli sarebbe riuscito di chiudere gli eserciti alleati tra sé e i 54.000 uomini che Suchet stava portando avanti (dalla valle del Reno; Suchet, come Grouchy, quello che arriva e decide) … Napoleone sperava che il governo inglese di lord Liverpool, messo di fronte ad un’altra guerra che andava per le lunghe e alle conseguenti difficoltà finanziarie, dal momento che gli inglesi erano quelli che sostenevano le spese per gli alleati, avrebbe rinunciato. Senza il denaro inglese gli alleati non avrebbero potuto continuare la guerra. A questo punto Napoleone era certo che si sarebbe arrivati ad un accordo”.

Conviene ora spostarsi sull’altro lato della scena europea, nelle grandi pianure orientali, per ricordarsi di quanto aveva setto Kutùzov, nella versione posteriore di Tolstoi in “Guerra e pace”: “in guerra i piani troppo complicati non riescono”. E’ difficile dire a qual punto risultino “troppo complicati”; ma è certo che, aumentando il numero delle relazioni, delle dipendenze, tra un avvenimento e l’altro, basta che una di queste non si realizzi perché tutto il sistema ne venga compromesso; e quando i legami sono numerosi e interdipendenti e più facile che se ne rompa qualcuno.

Un progetto come quello napoleonico esigeva sicurezza di informazioni e di comunicazioni, cose che il Bonaparte era ben lungi dal possedere. La trasmissione degli i ordini si faceva a quel tempo con messaggeri a cavallo, ai quali poteva succedere di dover attraversare il nemico, e quindi girargli attorno; quelle campagne non erano mai quelle di casa loro, e se incontravano qualche contadino non parlava come loro, ammesso che volesse fargli il favore di mostrargli la strada giusta. Il destinatario spesso se lo dovevano cercare, perché le truppe si spostavano. In queste condizioni non deve stupire che il fatale ordine che Napoleone avrebbe mandato a Grouchy la sera del 17, che era di convergere al centro, non sia mai arrivato. Ma Napoleone stesso dovette pensare che ci sarebbe anche arrivato da solo a questa manovra, che era poi quella consigliata dai suoi generali; non si preoccupò tanto quando la sera del 18 vide arrivare Blücher alla sua destra. “Tanto dietro di lui ci sarà Grouchy”, deve aver pensato; sembra addirittura che abbia detto: “voilà Grouchy qui arrive”, scambiando i prussiani per francesi. A questo punto si ritorna al quesito: “perché Grouchy non corresse il suo cammino”?.

Dall’altro lato Blücher, il focoso capo in testa prussiano, aveva fatto il contrario di Grouchy. Dopo la parziale sconfitta del 17 i suoi comandanti gli consigliavano di ritirarsi, di tornare a casa e di lasciar perdere quei testoni degli inglesi, che tanto loro non si sarebbero mai mossi per aiutare i loro alleati prussiani ( Wellington aveva promesso a Blücher che si sarebbe spostato per aiutarlo se non fosse stato a sua volta attaccato; in effetti era stato attaccato contemporaneamente a Blücher, lo stesso giorno 17, e non si era mosso). Invece Blücher, che nutriva per i francesi un odio primitivo, benché anziano e ferito nello scontro del giorno prima, quel giorno 18 agì di propria iniziativa; senza trasmettere ordini si mescolò ai soldati, incitandoli a trascinare i loro cannoni anche nel fango, ad andare comunque dove lui aveva deciso si dovesse andare. La comunicazione tra uomo e uomo, tra padre e figlio potremmo dire, funzionò meglio degli incerti messaggi napoleonici, anche perché lì si era certi che il messaggio arrivava. Ma possiamo noi immaginare l’aristocratico, l’elegante maresciallo Grouchy, il quale proprio la mattina del 18 si sarebbe attardato a farsi dare dai contadini fragole appena colte, rivolgersi direttamente ai soldati per portarli là dove i loro stessi comandanti avessero detto che non si doveva andare?

Nel campo inglese le disposizioni avanti lo scontro erano più semplici; sul campo Wellington i suoi ordini li dava a voce, ed erano ordini urlati, ripetuti da un reparto all’altro. Ma anche lì non mancarono incomprensioni. La complicata macchina francese esigeva invece che Napoleone si rivolgesse ad un capo di stato maggiore, il quale trascriveva e spediva; quando non c’era il capo era lo stesso imperatore che dettava, come per la lettera a Grouchy che è sparita. Nelle precedenti campagne a prendere gli ordini c’era stato Berthier, uno che trascriveva con chiarezza, redigeva in più copie e affidava a più corrieri; anche quindici. Di Berthier, considerato un mediocre dagli storici militari, fu detto che era stato lui il vero artefice di tante vittorie; ma era morto di una morte poco chiara poco prima del rientro di Napoleone. Invece a Waterloo c’era Soult, che era un comandante di truppa; trascriveva male, a quanto si disse, e soprattutto spediva un solo uomo.

Anche in altri casi le disposizioni napoleoniche non furono molto funzionali. Si sa che D’Erlon, che comandava la fanteria francese situata alla destra di Ney e alla sinistra di Napoleone, aveva ricevuto ordine di obbedire a Ney, salvo ordini contrari dello stesso Napoleone. Risulta che Napoleone non si fidasse molto di Ney – colui che l’aveva convinto ad abdicare a Fontainbleau e che aveva promesso al re borbone Luigi XVIII di portarglielo in una gabbia – e si può pensare si riservasse il diritto di intervenire personalmente sui suoi ordini. Avvenne così che la sera del 17 Ney, che fronteggiava gli inglesi sulla loro sinistra, chiese a D’Erlon di mettersi al suo fianco, cioè di spostare le sue fanterie a sinistra. Nelle stesse ore Napoleone, che aveva aggredito i prussiani e li aveva costretti a tirarsi indietro, mandò a dire a D’Erlon che corresse a dargli una mano, verso destra, perché bisognava prendere i prussiani sul loro retro, prima che fossero sgusciati via. Ma D’Erlon, che nel frattempo si era spostato a sinistra, ci mise più tempo del previsto ad arrivare sui prussiani e li prese di fianco, che ormai si erano ricompattati. La sua azione fu ugualmente efficace, ma non decisiva. Blücher poté ritirarsi e tenersi pronto per il giorno dopo.

Ci furono anche le manovre finte, di comunicazione. L’astuto Wellington aveva disposto la sua fanteria su due file una dietro l’altra, in cima a quella collina che bisognava tenere per impedire ai francesi di marciare su Bruxelles. D’un tratto diede loro l’ordine di ritirarsi, ma soltanto per qualche decina di metri, fino ad arrivare sul versante interno e lì ridisporsi nei famosi quadrati. Un ordine che apparve poco motivato agli stessi comandanti di quelle fanterie. Invece ottenne i suoi effetti. Il focoso Ney, che stava ai piedi della collina con tutta la sua terrificante cavalleria, pensò : “questi si ritirano, saltiamogli addosso”. C’era sì l’ordine di attaccare, ma quando fosse arrivata la fanteria, perché prendere una posizione con i cavalieri quando non c’erano i fanti per mantenerla lo sapevano tutti che non serve. Invece Ney attaccò ugualmente, pensando di trovare gli inglesi con le spalle girate; se li trovò davanti ben posizionati in difesa e pronti a sparare con i fucili e fu un quasi totale disastro. Non aveva chiesto al capo, e si prese del cretino. Ma c’è anche chi dice che sia stato lo stesso capo a dare quell’ordine precipitoso.

La situazione era ancora favorevole ai francesi. Sapevano usare l’artiglieria molto meglio dei loro avversari, e facevano stragi. Lo stesso Wellington, che se ne stava ben in vista a cavallo sulla cima della collina, circondato dai suoi ufficiali, pure a cavallo, se ne vide cadere alcuni al suo fianco. E quando gli chiesero “comandante, che cosa facciamo se lei dovesse morire?”, la risposta fu “crepate anche voi”. Invece se la cavò, anche se lo sentirono che invocava, shakesperianamente, “give me the night”. In quella lenta serata di giugno la sua presenza ben visibile era un costante riferimento per i soldati; significava più che una presenza: “se il capo è ancor lì, può ancora andar bene”.

I francesi attaccavano ora con la loro potente fanteria. Molti ritengono che ce l’avrebbero fatta a sloggiare quegli inglesi se avessero avuto un paio d’ore di chiaro in più. Napoleone aveva previsto che tutto l’avanzamento dell’esercito francese dovesse aver inizio alle nove di mattina. Ma la notte precedente sera piovuto e non si poteva avanzare nel fango né tirarsi dietro mi cannoni. Perciò la partenza fu rinviata alle undici, quando il terreno fu giudicato asciutto; e tutto avvenne due ore dopo. Così molti dicono che fu la pioggia a sconfiggere Napoleone. A me sembra una conferma di quanto aveva detto Kutùzov, che in guerra i piani troppo complicati non riescono. Basta che arrivi la pioggia, personificazione della sorte cieca, del caos nella natura. Ma lo fu veramente, in quelle piovose contrade?

Napoleone fece tutto come aveva previsto, soltanto due ore dopo. Non aveva più quella capacità di improvvisare che lo aveva fatto vincere da giovane; sembrava diventato un generale austriaco. La fanteria francese saliva dunque sul colle guidata da D’erlon, il quale questa volta sapeva dove aveva da portare i suoi uomini. Qui si vide qualcosa che sul momento non si capì. Si vide la fanteria francese salire disposta in colonne, con il risultato che soltanto quelli che stavano davanti potevano arrestarsi e sparare ; invece gli inglesi erano disposti in file sottili e parallele, e così sparavano tutti. Le ragioni di questa disposizione francese furono comprese soltanto quando si fece il film e si dovette ricostruire quella salita: per i soldati, se disposti in colonna, sarebbe stato più facile arrivare tutti assieme fin sulla cima. Ma allora non si sarebbe dovuto ordinargli di fermarsi e sparare! E in cima a quella collina non arrivarono perché il fuoco della fanteria inglese, ben più efficace perché gli inglesi tiravano tutti e tiravano da fermi, li disperse.

A questo punto Napoleone decise che si doveva impiegare la guardia imperiale. Era come giocare la preziosa carta tenuta in riserva. Avevano la fama di soldati terribili, questi della guardia imperiale, tanto che alcuni prussiani arrivati in anticipo si erano spontaneamente tirati da parte. Nel riferire delle gesta napoleoniche sul suolo russo, Tolstoi nota come a Borodino la guardia non sia stata impiegata; avevano questa nomea di terribiloni ma veramente la conferma non si era mai vista, almeno nella campagna di Russia; e non la si ebbe nemmeno quel pomeriggio, a Waterloo. Anzi la loro fama agì, per così dire, all’incontrario. Quando gli altri soldati francesi e gli stessi comandanti cominciarono a dirsi “la garde récule” (e in effetti si era fermata) tutti ebbero al sensazione che a questo punto non ci fosse più niente da fare. Si poteva soltanto disporsi in difesa e sperare, o aspettare, che arrivasse Grouchy.

Wellington seppe cogliere molto bene il momento. Agitando con le mani il suo berrettone alato scese dal suo punto d’osservazione e si mise a cavalcare fra i suoi per tutta la larghezza della collina. I soldati compresero “stiamo vincendo” e si buttarono sui francesi, così da impedire che si organizzassero. Dopo ci furono gli inutili quadrati della guardia, che era stata pietosamente invitata ad arrendersi. E ci fu la non riferibile “ m….” del generale Cambronne, che tutti udirono ma che egli sempre negò di aver detto. E la cosa si spiega: riavutosi dalle ferite si maritò con una inglese e non poteva di certo vantarsi, al di là della Manica, di quella parola così poco “british”. E poi ci fu l’arrivo dei prussiani, come si è detto.

Si attribuisce a Wellington di aver detto “abbiamo vinto per un pelo, ma per un pelo così piccolo che non si arriverebbe nemmeno a vederlo”. A ricostruire il pelo della vittoria ci si sono messi gli storici, numerosi e pazienti e con tante informazioni più delle nostre. Ma così si è portati a ignorare la contingenza, ad ignorare che in talune situazioni tutto si può aspettarsi che succeda; raccontano gli avvenimenti ma non sono capaci di dimenticare che sanno come sono andati a finire. E’ certamente difficilissimo, per non dire contraddittorio, narrare una serie di fatti senza farsi condizionare da un finale noto; e senza che la narrazione sia costruita per rendere necessario questo finale. Poi ci sono sempre delle ipotesi ed è quasi impossibile, inumano si potrebbe dire, non farsene condizionare; cioè raccontare quello che è accaduto pensando a quello che, secondo la propria testa, avrebbe potuto accadere.

Più bravi a portare il lettore in mezzo agli avvenimenti sono scrittori e romanzieri, certamente meno informati. In quelle sette o otto ore la frequenza dei combattimenti ravvicinati, il fango e la polvere della terra e dei proiettili, il frastuono delle cariche di cavalleria (ce ne furono molte, anche da parte inglese), il lamento dei feriti, i cavalli senza più guida che giravano da tutte le parti, intorno ad una modestissima altura che è ancora lì da vedere, impedivano a chiunque di avere una visione chiara di che cosa stesse accadendo. . Gli stessi comandanti non ne capivano molto più dei loro soldati. Stendhal descrisse l’avventura di un volontario a Waterloo nella sua “Chartreuse de Parme”; e il povero giovane che cosa vide? Una gran confusione, pochi cavalleggeri ulani che gli passano davanti, tutti che cercano di fare qualcosa (anche nascondersi), tira un colpo anche lui e gli sembra di aver accoppato qualcuno; nessuno sa se dieci minuti dopo sarà ancora al mondo. Dopo un po’ ci sono quelli che se ne vanno e quelli che restano e sono i vinti e i vincitori. Con Victor Hugo sembra di essere al cinema; la sua descrizione è più ampia, ma tutto vi succede così rapidamente che non c’è tempo di fermarsi a considerare qualcosa. Tolstoi è allo stesso tempo cinematografico e frastornato, quando narra di Austerlitze e di Borodino.

C’è da far credito al vecchio Kutùzov quando, in dissenso con lo zar ed i suoi generali pianificatori, sosteneva che in questi avvenimenti la ragione non serve tanto. Tocca ai generali farsi soldati, percepire gli avvenimenti come loro li percepiscono. Chi ha un piano nella testa finisce con il trovarsi più impacciato di chi non l’ha. Si potrebbe azzardare che se Napoleone avesse detto Grouchy: “stai attento a non farti incastrare dai prussiani e ceca di andare dove ti sembra che sarai più utile” qualche possibilità di trovarselo lì dove serviva in quel fatale pomeriggio l’avrebbe avuta.

I soldati di Napoleone, abituati alla vittoria, devoti e fedeli fino al fanatismo, appiattiti sulla personalità del loro capo, convinti della sua superiorità su qualunque altro comandante e della loro stessa superiorità sul terreno, vedendosi nel giro di poche ore da vincitori certi trasformati in vinti ebbero la più naturale delle reazioni: siamo stati traditi. Salivano dal basso, questi mormorii di tradimento, e diventavano più consistenti man mano che toccavano i gradi più alti. Di certo gli errori, i ritardi, le incertezze da parte francese furono molti, come hanno ricostruito gli storici. Ma ce ne furono tante altre fra gli stessi inglesi, fra i loro alleati scozzesi, belgi, fiamminghi, e perfino nel campo prussiano. Si insiste di più sulle deficienze francesi perché bisogna in qualche modo spiegare come hanno perduto. Ma nel campo inglese interi reparti si nascosero tra i boschi e la cavalleria scozzese si fece massacrare stupidamente esponendosi all’artiglieria; poi c’erano i belgo-fiamminghi che marciavano un passo avanti e due indietro e i prussiani che avevano una gran voglia di tornarsene a casa. Ci furono anche gli eroi, è certo, e quelli che si sacrificarono. Ma ai morti non si può credere se sono morti per vocazione o perché è loro accaduto di morire.

Ragionando in senso più ampio possiamo dire che Napoleone era ormai un uomo dal destino segnato. Le sue capacità militari, la sua stessa “grande armée”, non interessavano più. La ragione storica, la ragione degli avvenimenti, se si possono usare questi concetti, era contro di lui. Egli aveva una sua pur possente ragione umana; “ragione degli avvenimenti è una metafora”, ad uso di storici e narratori; possiamo dire che la metafora ebbe la meglio? Sempre lo Hamilton-Williams nelle ultima pagine del suo libro insiste sul fatto che Waterloo, in se stessa, avrebbe potuto essere niente di più che una battaglia perduta in una guerra che si poteva ancora continuare. Così infatti la intendeva Napoleone quando, precipitosamente ritirandosi da quel campo di battaglia, chiese il comando di altri robusti eserciti per organizzare la difesa sul suolo patrio. Questo era stato, del resto, il suo piano iniziale, poi scartato in favore di quello offensivo. Ma non trovò consensi fra i politici né fra gli stessi militari del suo Paese.

Era tornato il momento della trattativa e della diplomazia. La diplomazia di Napoleone era stata particolarmente semplice: vinco io e dopo gli dico quello che deve fare. Ma il suo decisionismo non era stato decisamente risolutore, perché lui stesso si mostrava incapace di rispettare gli accordi conclusi, e dopo una battaglia, anche vinta, si doveva sempre farne un’altra. Si stava formando dovunque, in Europa, una borghesia che aveva filtrato le forme utopiche della rivoluzione così come le certezze degli assolutismi. Ci volevano pace, commerci, rapporti liberi e sicuri, un proletariato capace di lavorare e di produrre piuttosto che di combattere e fare lunghe marce. Napoleone, che prendeva tutti nei suoi eserciti, cominciava ad ingombrare. Lo seguivano ancora i semplici soldati, onesti proletari che militando nella Grande Armée speravano in un’ascesa sociale, in condizioni di vita più facili; rischiose, certamente, ma forse non più che un lavoro in miniera o nei campi, dove per giunta c’era la fame.

Sarebbero stati loro la base d’opinione di quel conturbante fenomeno che fu il bonapartismo, in Francia e in Europa. Una malattia dello spirito europeo. Quanto a lui, poveretto, se si affidava così tenacemente alla sua ragione umana era forse perché, lui per primo, aveva perso fiducia nella fortuna e nella storia.

La sua fama rimase immensa e oscurò quella dei vincitori. Tolstoi, che considerava Napoleone poco diverso da un condottiero del rinascimento italiano (ma non sapeva che quei condottieri le battaglie molto spesso se le inventavano) e che aveva per lui il sano disprezzo di un intellettuale con principi morali, si stupiva che se ne continuasse tanto a parlare. Fu certamente la vulgata francese degli avvenimenti che fece di Wellington “quel cretino che ha vinto Napoleone”. Ma dietro c’era ben altro. Piaceva all’emergente spirito romantico l’idea che la solare razionalità mediterranea del Bonaparte fosse stata sconfitta da virtù più semplici: la tenacia inglese, la pazienza russa, l’irruenza prussiana; anche il fanatismo ispanico veniva in qualche modo recuperato e perfino il papa, in armonia con la recuperata sacralità del medio evo. E ciò malgrado fosse ben chiaro che la solida capacità di resistenza del soldato inglese aveva trovato in Wellington chi l’aveva saputa impiegare. E la bella domanda di Kutùzov “che ne sapete voi di quello che pensa Napoleone?” a Waterloo si sarebbe potuta rovesciare: “che ne sapeva quel genio dei suoi avversari?”.

Fra i vinti si venne formando il mito dell’eroe che aveva in sé un destino di caduta, perché soltanto i mediocri galleggiano in ogni situazione. C’era in quel mito niente di meno che l’idea che l’incarnazione di un dio, Apollo: Napoleone = Néoapollon. Fra tanti fratelli battezzati Giuseppe, Luigi e simili lui soltanto “Napoleone”; era stato per indicargli il suo destino. E poi c’era quel “Buonaparte” , che faceva pensare a “colui che viene dalla parte buona”, cioè dalla parte del sole, che sorge ad oriente e illumina tutto il Mezzogiorno; e poi tramonta ad occidente, dietro l’oceano, come di fatto era accaduto. Ma il sole ritorna, basta aspettare.
Per i greci di Omero Apollo era stato un dio sterminatore di soldati, come è narrato nell’Iliade. E che cosa era stato Napoleone se non il più grande sterminatore di soldati? La brillante immaginazione dei poeti greci aveva visto i raggi del sole come frecce del dio Apollo irritato. E il nuovo Apollo entrò nella mitologia solare, del resto già ricca di re e imperatori. E ne venne arricchito il bonapartismo.

Il sole è indifferente alle sciagure umane. Si sa che Napoleone era del tutto indifferente alle idee rivoluzionarie che i suoi eserciti esportavano e anche imponevano; così come era indifferente alle situazioni che trovava nei vari Paesi. Considerava il vecchio re francese come uno che aveva perso il trono perché non aveva piazzato due cannoni davanti alla folla e di ogni popolo gli interessava soltanto quanti soldati poteva fornire e che fossero bravi e pronti a morire per lui. Diceva che Dio sta sempre dalla parte di chi ha più grossi battaglioni e si racconta che alla vista di tanti morti dopo una delle sue vittorie abbia avuto un sospiro di rammarico ma poi abbia esclamato: “una notte di Parigi rimedierà a tutto questo”.

Ma proprio questa sua indifferenza favoriva il credere in lui. Tutti coloro che soffrivano e speravano, o semplicemente sognavano, uomini o popoli che fossero (polacchi, ungheresi, italiani) non faticavano a pensare che un simile “genio dell’azione”, come fu chiamato, sarebbe arrivato a cambiare qualcosa anche per loro; tanto più che dall’altra parte si predicava il puro ritorno al prima. Quanto ai privilegiati, pensavano che agisse per loro, o anche contro di loro. Lui non si pronunciava; i suoi proclami alle truppe o ai popoli erano come i raggi del sole, che non si pronunciano; il sole non sa niente di ciò che i suoi raggi illuminano o riscaldano.
Il povero generale Buonaparte (per i francesi de Bonnepart), così rapidamente diventato Napoleone I imperatore, sapeva bene di non essere il sole; e per questo si affidava tanto alla sua ragione. Ma a Waterloo la sua fu una ragione stanca, come era stanco lui stesso e quasi tutti di lui.

Paolo Facchi

Nota
1. David Hamilton-Williams, Waterloo, new prospective, Arms and Armour Press, 1993, Wellington House, 125 Strand, London WC2R

INSURGENT ISLAM

With flames of revolution raising high in the skies of the Arab (or Moslem?) universe, we can only contemn the interpretation “populations are struggling for democracy and civil/human rights”. Those populations hate their despicable despots, yes. They will enjoy ‘liberation’ (whatever liberation will mean), of course.

But too many millions have no prospect of work. They know too many facts of corruption, oppression and illegality in public life. They are conscious of too much distance from the lot of the proletarians and the one of the priviledged, including the siblings of people in authority. Probably the majority of revolutionaries would go back to docility, should they be offered a job. Democracy alone promises nothing to them.

But do we risk overestimating the importance of the Islamist factor? We do, in part. Perhaps a great many protesters would not expect to get an income, should fundamentalism triumph. So let’s be cautious in searching for religious motivations. On the other hand, Islam is not religion only. It is a cultural identity and a civilization, is a vast and proud ‘nation’, is the memory of an empire and the longing for revenge. In addition, fundamentalists have historically demonstrated their capacity to meet the basic needs of common people, in many ways. While the prospect of more democracy, more parties, more robber politicians will not impel to rebellion, a great many hungry people will expect something for them from ‘a call to arms’ of their religious leaders or propagandists. A tenet of their faith is social justice, while secularism and modernization announces almost nothing in terms of real, weighty solidarity with the proletarians.

In such a sense any fundamentalist mobilization is, or can be, more relevant than all efforts to conquer minds and hearts to the precepts of the Western political science -free elections. decent parliaments, the approbation of Western diplomats, presidents and media. Daily bread, not democracy or modernity, is the paramount aspiration of most Egyptians, Tunisians, Syrians, Sudaneses, Saudi Arabians, Yemenites, Afghanis and other Moslems.

The clash between secularism and fundamentalism is long a reality of the modern Islam, even in non Arab (or not entirely Arab) contexts as Nigeria or Sudan.The panislamist drive was born in the XIX century as a counteroffensive against the Western colonialism that had subjugated most Moslem countries. Such counteroffensive had several prophets, theorists and leaders. They advanced a variety of doctrines and battle cries. In the Arabian peninsula Muhammad Ibn Abd al-Wahhb (1703-92) preached a very strict adherence to the traditional faith, a one which the Saudi dinasty later adopted. In Afghanistan an intellectual/politician who acquired a large following under the name Jamal al-Din Afghani (but he was born in Persia) became the champion of a Moslem revenge. Egypt is the cradle of the Moslem Brotherhood. Its founder was Hassan ibn Ahmad al- Banna. Born in 1906, he was killed in 1949. A disciple of his, Sayyid Qutb, wrote in a book that social justice had to be the basis and essence of any future Moslem nation. The Nasserist regime executed Qutb for subversive acts (but he was no terrorist). Presently the Brotherwood is the single well organized movement in Egypt. In 1981 an Islamic extremist killed the Egyptian president Anwar es-Sadat, who had signed a peace agreement with Israel.

In eastern Sudan sheikh Muhammad Ahmed proclaimed himself the Mahdi (savior), organized a state and an army that in 1885 defeated the British troops, killed their commander, general Charles George Gordon, and conquered Khartum. Movements and efforts somewhat connected with religious revival, also several jihads, arose in several countries of Africa and the Middle East. In Asia of course large nations such Pakistan and Iran were the products of the Islamic fundamentalism. Today the haters of Islamism are afraid that Egypt will become another theocratic Iran.

We have seen that Moslem thinkers and leaders have consistently emphasized that social justice is the basis and the heart of the faith. Therefore we can expect that fundamentalism will succeed in amalgamating with the revolutionary waves of today. By promising new, untried ways to better the condition of the vast masses of poor believers, fundamentalism might win the political victories that proved impossible in the past three centuries. Such eventual victories will probably be the result of a combination of forces -political, social, cultural, religious ones. Given the right circumstances, Islamism could even join its arch-enemy, westernization/modernization. Reactionary elements are not absent in pan-islamism, but even they may combine with adversaries in order to demolish or weaken the present structure of most Moslem societies.

A.M.Calderazzi

RANDOMCRACY: How it would work

On March 22, 2010 the “Daily Babel” carried an editorial titled RANDOMCRACY: the case for a Neo-Athenian Direct Democracy. The opening statement was: “We’re slowly watching Democracy transform itself into nothing more than a stage-play put on by a media-savvy, bank-friendly plutocracy. The average citizen today has no more say on how his or her government should govern, than a dog has in making requests from his master”.

The concept of a random and selective way to a direct, popular sovereignty was born in the United States some twenty years ago. The idea was: representative democracy is a sham, as the electoral mechanism is responsible for the usurpation (= illegal seizure of power) by an oligarchy of professional, career, lifelong politicians, normally corrupt or corruptible. In order to be elected or re-elected, a professional politician must either own really vast money (which is plutocracy) or sell his/her vote and influence to the lobbies, one of the de facto lobbies being docile voters who trust campaign promises.

The radical alternative to pluto/klepto-democracy should be (in due time will be) direct democracy: going back to Athens, where democracy was invented some 25 centuries ago. However the Athenian direct democracy implied very small numbers of full, privileged, male citizens. No woman, no foreign-born, no slave. In a colossal country of today the right thing to do is canceling the electoral process (voting would stay in referenda only) and reducing the sovereign citizenry to a “macro-jury” made of a small percentage of the entire population: its temporary members (f.i. 6 to 12 months) would be randomly selected by a computer-assisted lot. No elected official at all. The ‘macro-jury’ concept is referred to the body of persons who are randomly (within limits) selected to render verdict in court in lieu of the entire people, which in theory is the source of justice. Such source is not the professional judge. He or she transforms the popular (=jurors’) verdict into a technical sentence.

A succession of computerized lots within the small percentage of pro tempore sovereign citizens (hyper-citizens) would select, with progressively more demanding criteria, the persons to act at the various levels of government. Say, plain persons could be added to better qualified ones in the bottom level of the macro-jury, the level where the small town councillors would be drawn. Well higher qualifications should be necessary to those among whom the members of state or national legislatures would be randomly selected by the computer.

Of course qualifications should be determined by objective, unquestionable facts. For instance, if managing a serious business is chosen as a pre-requisite to be randomly picked as a member of a given body, the official computer must verify that the said business has been in operation for a number of years. Analogously, if a person claims to be a scientist, evidences should exist that he/she does research work in an university or reputable institution. No arbitrary, disputable element should play a role.

Innumerable additional problems should be solved, changes made, controls introduced. The computer-assisted selections must be beyond any doubt. After the disappearance of professional politicians, advisors, burocrats and technocrats would become too important, so they should be submitted to special supervising committees of hyper-citizens. Myriads of additional issues would confront us. The end result of randomcracy would be the cancellation of career (robber) politicians; the abrogation of evil role of money in the political process; the exercise of sovereignty by revolving sections of the general public; the chances for everybody to be selected for short terms of office, if qualified.

Anthony Cobeinsy

TIME: OBAMA COME BUSH

Il titolo-calembour dell’articolo di Stephen L. Carter (TIME Jan.10, 2011) è “Man of war”. Com’è noto,”man of war” è anche lo strano nome di una fregata d’altri tempi. Recita il catenaccio: How does Barack Obama differ as a commander in chief from his swaggering predecessor? A lot less than you might think. A questo punto s’è capito quasi tutto, leggere l’articolo sarebbe quasi un di più. Invece no, leggiamo alcuni stralci. Nel frenocomio che è il Nord Europa radical-chic non c’è chi ha assegnato al presidente degli Stati Uniti il premio Nobel per la pace? E non siamo attorniati in ogni tram, in ogni bar, più ancora in ogni libreria, da belle anime per le quali il binomio nero e progressista è sicura garanzia di umanitarismo?

L’elezione di Obama, può darsi abbia aperto un’era nuova nella politica estera degli USA: Non però nella condotta delle nostre guerre. Le facciamo sotto Obama all’incirca come le facevamo sotto il suo predecessore. Forse nel 2008 Obama si è proposto come il presidente della pace, ma la prossima volta correrà come presidente della guerra. Le presidenziali del 2012 saranno anche un referendum sul capo delle forze armate più possenti della terra. Semplicemente, abbiamo eletto un presidente nella tradizione delle nostre guerre: un uomo che in ultima analisi sacrificherà l’idealismo nel nome della sicurezza.

Obama ha portato avanti nell’Irak l’approccio di Bush, e lo stesso fa nell’Afghanistan. Ha pienamente applicato la dottrina Bush: siamo decisi ad andare oltremare a combattere i nostri nemici, eliminandoli dovunque possibile, piuttosto che aspettare d’essere attaccati. E’ vero, Obama evita di parlare di vittoria: e questo è sbagliato. Se credi in ciò che fai, meglio vincere che perdere. Se ci sono guerre sbagliate, Obama dovrebbe porvi fine immediatamente, non in qualche data futura. Se sono giuste, dovrebbe dire chiaro che è obbligato a vincere. Anche continuando a torturare i prigionieri. Il modo più veloce per smettere di farlo è vincere la guerra. Se il presidente mettesse tutta la passione di cui è capace nel galvanizzare il paese in appoggio delle sue guerre -oggi sono le guerre sue e di nessun altro- sosterrebbe i suoi combattenti come nessun altro al mondo.

Obama è arrivato a rivendicare la liceità di metodi quali Bush non aveva reclamato -per esempio l’assassinio di cittadini americani, e sembra avere molto allargato le operazioni militari segrete, gli attacchi missilistici a grande distanza e simili. Forse gli avversari più feroci di Bush gli dovrebbero delle scuse.

Gli stralci dall’articolo di Carter -del quale è appena uscito il libro The violence of Peace: America’s Wars in the Age of Obama, Beast Books, 2011- finiscono qui. Una settimana dopo, 17 gennaio, la copertina del successivo numero di TIME reca la foto di un bambino afghano dilaniato (“by coalition aircraft“ dice la didascalia). E’ la regressione a ciò che tormentò il mondo negli anni del Vietnam. Ma anche gli occhi del Marine che porta in braccio gli stracci insanguinati racchiudenti il bambino dicono la tragedia dell’America: l,America ha ucciso la sua leggenda di fidanzata del mondo.. Per le sue dimensioni è diventata la nazione più militarista della storia, incapace di perseguire i suoi fini senza sparare alla cieca. Sta riabilitando Hitler. Riflettano i personaggi ‘democratici’ per i quali l’Irak e il Vietnam no, ma l’Afghanistan è una guerra giusta.

A.M.C.

LIBERTA’ INDIVIDUALI E STATO DI DIRITTO

Due valori da conciliare, non contrapporre

Michail Suslov, gran sacerdote del marxismo-leninismo, si distingueva per una diabolica capacità di scovare nell’ideologia ufficiale ogni possibile giustificazione per qualsiasi decisione dei massimi dirigenti sovietici da Stalin in poi. Un suo emulo postumo potrebbe essere Piero Ostellino, vestale del liberalismo ma forse un po’ influenzato da una lontana esperienza di corrispondente da Mosca. L’ex direttore e ora collaboratore del Corriere della sera, infatti, è da tempo impegnato a giudicare, condannare e (molto raramente) approvare quanto si fa o non si fa in Italia alla luce di una dottrina opposta a quella comunista e in particolare del pensiero dei suoi pionieri anglosassoni, che ama citare a profusione. Una dottrina, per la verità, da lui interpretata e predicata in una versione alquanto oltranzistica, verosimilmente condivisa da pochi altri credenti.

Qualche anno fa, ad esempio, deplorava l’imposizione di limiti di velocità alle automobili in quanto gravemente lesiva della libertà individuale al pari del divieto di fumo nei locali pubblici. Indifferente, nel primo caso, al fatto che l’Italia vanta tra i suoi tanti primati negativi anche l’alto numero di vittime del traffico causate da comportamenti irresponsabili verso il prossimo (per non dire anche verso se stessi) e semmai dall’impunità di cui troppo spesso godono i trasgressori. Non commosso, nel secondo caso, neppure dal discreto e alquanto sorprendente successo che il divieto di appestare il prossimo (oltre a danneggiare se stessi) ha riscosso in un paese scarsamente portato alla disciplina. Ma tant’è, si dirà, sui sacri principi non si transige, anche se l’intransigenza rischia di sconfinare nell’assurdo e nel macchiettismo.

Adesso però Ostellino, più che mai scatenato nella sua crociata sotto la spinta delle nuove bufere che agitano la scena politica nazionale, tocca tasti e trova accenti che lo rendono meno isolato, per quanto sempre fantasiosamente originale, che in precedenti occasioni. Le rivelazioni su quanto avviene ad Arcore, Palazzo Grazioli e Via Olgettina lo inducono ad avvertire, a beneficio delle protagoniste femminili, che la prostituzione in quanto tale non è un reato e che il diritto di usare il proprio corpo a fini leciti non può essere negato. Giusto, ma è sicuro il Nostro che nell’attuale temperie sia il caso di incoraggiare indirettamente pratiche e modi di vita così poco raccomandabili? E sarebbe soddisfatto se la loro ulteriore diffusione portasse un domani ad una massiccia presenza in posti di alta responsabilità di persone specializzate nel suddetto uso anziché promosse per merito?

Un ascoltatore di Prima pagina ha ricordato, non del tutto a sproposito, lo storico precedente della contessa di Castiglione inviata da Cavour a sedurre Napoleone III per favorire la causa risorgimentale. Non risulta però che la nobildonna in questione concedesse sistematicamente le proprie grazie ad altri e più o meno numerosi “utilizzatori finali”, mentre quella che si presume sia stata, fino a prova contraria, una prestazione una tantum motivata dall’amor patrio non sembrerebbe un argomento forte in mano a chi perora la distinzione non solo tra giustizia e morale ma anche tra morale e politica. E’ soprattutto per la distinzione tra giustizia e politica, tuttavia, che Ostellino si batte come un leone, e addirittura con un’irruenza, di sostanza se non nella forma, tale da fare invidia ai più bellicosi protagonisti dei talk-show televisivi.

Suo nemico pubblico numero uno è, da vent’anni a questa parte, la magistratura, o quanto meno la magistratura per così dire impicciona, cioè quella sua parte accusata di esercitare la famigerata “supplenza” ovvero autosostituzione alla politica. In realtà, poiché i detentori del terzo potere nel loro insieme tendono a fare quadrato contro tale accusa, e ciò anche perché la politica continua tranquillamente a lasciarsi supplire sotto vari aspetti, il bersaglio diventa o rimane sempre quello più grosso. Lo dimostra nel modo più stupefacente una delle ultime bordate sparate dall’emulo di Suslov, prendendo spunto dalla recente sentenza della Cassazione che ha confermato, certo alquanto a sorpresa, la condanna in appello dell’ex “governatore” siciliano Totò Cuffaro per collusione con la mafia, respingendo lo scagionamento chiesto dal procuratore generale (Corriere della sera del 25 gennaio).

Come è legittimo da parte di chiunque in qualunque caso più o meno analogo, Ostellino nutre profondi dubbi sulla fondatezza di tale condanna, giunta al termine di un iter processuale tormentato. Insinua però, indirettamente, che si sia trattato di un processo politico (definizione accettabile nella fattispecie solo nel senso che l’incriminato era un politico) e, pur ammettendo che le sentenze vanno comunque rispettate, esprime tutta la sua costernazione per il fatto che Cuffaro, anziché urlare la propria innocenza e dichiararsi perseguitato, abbia accettato la condanna con la “rassegnazione” dovuta ad un “giudizio di Dio insindacabile”, alla proclamazione di una “Verità rivelata indiscutibile per definizione”.

Sbagliano rotondamente, allora, i tanti che per cecità o cinismo hanno elogiato il comportamento del condannato paragonandolo a quello di Andreotti processato benchè alla fine assolto? Sì, secondo il Nostro, perché il povero Cuffaro altro non sarebbe che la vittima (più unica che rara, si direbbe) di una “sindrome diffusa negli ambienti giustizialisti collegati con le procure e i pubblici ministeri” ma che avrebbe contagiato anche chi deve difendere gli imputati e persino questi ultimi. Una sindrome che porterebbe a negare a priori la presunzione di innocenza, a consentire il linciaggio morale degli accusati attraverso i processi mediatici, a credere che “compito della Giustizia non sia applicare la legge…bensì di far rigare dritto i cittadini” in virtù di una “missione salvifica” affidata alla magistratura.

La quale magistratura, precisa peraltro Ostellino, non sarebbe l’unica responsabile di questa “distorsione dello spirito delle leggi”. Questa scaturirebbe infatti da una generale “carenza di cultura liberale”, dall’“idea che le ragioni dello Stato… debbano sempre prevalere su quelle degli individui”, per cui “una assoluzione è percepita come una sconfitta dello Stato, e della Verità rivoluzionaria, e una condanna come un loro successo”. Ed ecco la strabiliante conclusione: “In definitiva, ci siamo dati uno Stato di diritto senza possederne la cultura che in altri paesi ne è il fondamento morale e, forse, neppure le istituzioni. Non siamo una democrazia compiuta e neppure ancora un Paese civile”.

Adesso finalmente sappiamo, insomma, in che senso dovremmo muoverci per edificare un vero Stato di diritto, una democrazia compiuta e un paese civile, sbarazzandoci, come auspica Ostellino, dai retaggi del totalitarismo fascista e del Sessantotto che voleva cambiare il mondo. Dovremmo far sì che i processi si celebrino il meno possibile, che se proprio sono indispensabili si concludano preferibilmente con assoluzioni e che nei casi malaugurati di condanne le sentenze vengano contestate da tutti con tutte le forze e con ogni mezzo.

Questa, ad ogni buon conto, la ricetta che sembra suggerire il Grande Liberale per un paese che vede la criminalità organizzata spadroneggiare in almeno tre regioni del Meridione, insediarsi nella Riviera di ponente e stringere d’assedio Milano; che vanta una corruzione senza uguali nel mondo più progredito e detiene un altrettanto saldo primato nell’evasione fiscale; un paese in cui il rispetto delle leggi è tradizionalmente e tuttora molto spesso un optional anche da parte di chi le leggi le fa. La magistratura, naturalmente, non è infallibile, e l’operato di alcune sue componenti presta il fianco a critiche e persino a qualche sospetto. Quanti tuonano da vent’anni contro la “supplenza” sembrano però dimenticare o minimizzare il fatto che la grande maggioranza delle condanne inflitte a suo tempo da Mani pulite sanzionarono comprovate e sistematiche violazioni della legge sul finanziamento pubblico dei partiti, i quali l’avevano varata, secondo ogni apparenza, col deliberato proposito di disattenderla.

Dicevamo che le filippiche di Ostellino non sono poi così isolate, neppure tra gli osservatori non politicamente schierati. Erano state precedute, ad esempio, da quanto aveva scritto Angelo Panebianco su “Sette” del 2 dicembre scorso a proposito delle cause del cattivo funzionamento delle nostre istituzioni pubbliche. Per migliorare il quale sarebbe utile, a suo avviso, una dose più elevata di autentico patriottismo, non surrogabile artificialmente per via ideologica. Tra le ideologie in questione egli prende particolarmente di mira un “liberalismo da azzeccagarbugli”, secondo cui “lo Stato liberaldemocratico funziona bene solo se tutti onorano il ‘principio di legalità’, si inchinano di fronte alla ‘maestà della legge’, della legge assunta come valore in sé”.

Comoda per i giuristi, che verrebbero promossi a “sacerdoti della democrazia liberale”, ma abbracciata anche da molti “orfani di ideologie illiberali”, questa avrebbe come “variante cervellotica” il cosiddetto “patriottismo costituzionale”, cioè l’idea secondo cui “ciò che tiene insieme una democrazia liberale è il culto della Costituzione”. Del patriottismo vero, scrive Panebianco, esso sarebbe solo una parodia, perché “il culto della libertà esige che le leggi (e le istituzioni) servano a proteggere la libertà individuale (dallo Stato, in primo luogo)…la legge è rispettata solo se non opprime l’individuo ma ne assicura la libertà”, ecc. ecc.
Così come l’ex direttore del Corriere evita di incitare espressamente a non rispettare le sentenze e a disarmare la magistratura, il politologo bolognese non giunge ad affermare che leggi e Costituzione siano carta straccia. Anche lui, tuttavia, rischia di fare il gioco di chi lo pensa davvero o si comporta come se lo pensasse. E anche a lui si dovrebbe perciò replicare, benché possa suonare superfluo, che a) il rispetto delle leggi è il più fondamentale ed elementare presupposto dello Stato di diritto; b) le leggi vanno rispettate anche se sono sbagliate o malfatte fino a che non vengano corrette o abrogate; c) lo stesso vale per la Costituzione, che non è un vangelo o un feticcio e in alcune sue parti va certamente modificata, secondo le procedure da essa stessa appositamente previste.

Per concludere, un quesito da proporre un po’ a tutti: fermo restando il garantismo, credete che nell’attuale situazione nazionale sia più scottante l’esigenza di proteggere i diritti e le libertà individuali dalle ingerenze e dall’invadenza dello Stato oppure quella di difendere i cittadini dai molteplici abusi dei suddetti diritti e libertà? Negli Stati Uniti duramente colpiti dal terrorismo è ancora acceso il dibattito su quanto sia lecito sacrificare di questi ultimi, almeno temporaneamente, sull’altare della sicurezza collettiva. Un problema analogo esiste anche in Italia, afflitta da mali assai più radicati e diffusi e meno contingenti.

Mevio Squinzia

Electronic Stimulation And Addiction, Nature, And John Keats

A group of neuroscientists, as reported in a NYTimes article, went on a vacation in Glen Canyon Recreation Area, Utah, in order to see for themselves if, and possibly how, Nature might affect their brains, long accustomed (if not addicted) to electronic stimulation via cell phones, emails, computers, etc.

They already know (what most don’t) that too much stimulation has a negative affect on the brain. Dr. Strayer of the U of Utah says that “too much digital stimulation can ‘take people who would be functioning O.K. and put them in a range where they’re not psychologically healthy.’” Another scientist who has studied teenagers’ compulsive use of cellphones argues that “heavy technology use can inhibit deep thinking and cause anxiety.” They know, further, that “(b)ehavioral studies have shown that performance suffers when people multitask.” And all are mindful of a seminal U of Michigan study “that showed people can learn better after walking in the woods than after walking a busy street.” Hence their trip to Glen Canyon and away from the city and the university with all its pervasive electronic stimulation. They want to see for themselves what kind of power Nature possesses in counteracting our modern-day over-stimulated lives.

After three days in the wilderness a state of relaxation called “third-day syndrome” sets in, in which time “slows,” one is more in tune with nature, has more energy, including mental energy, and with clearer thoughts as a result.

Now let me share my experiences, which mirror what these neuroscientists have discovered on their trip “back to nature.”

For three years, from 4th through 6th grade, our family moved to a farm outside of Cincinnati, where my father worked. He chose to drive to work, over an hour each way (when doing so was uncommon) in order to enjoy the benefits of living close to nature. For us it wasn’t a great adjustment, however, since my parents’ best friends already lived on a farm and growing up we spent many weekends, and many holidays, visiting them. After class in my rural school was over, and after a three-mile walk home, I spent before-supper and after-supper time roaming in our fields, or riding our horses, or exploring our little streams and banks, or swimming in, or ice-skating on, our ponds, or playing all sorts of outdoor games with my sisters and our friends. Life on our farm truly was never boring: and “nature never did betray the heart that loved her.”

When we moved back to Cincinnati, I lost part of myself which, all these years later, I still mourn, so wonderful was that experience.

A decade later, during spring break from college, a friend and I went on a 10-day canoeing trip on a big lake in Canada. We paddled all day, slept on little islands in the lake at night, and ate (inter alia) fresh sturgeon with eggs, which was indescribably delicious. We brought no electronics with us. We lovingly took in nature and her beauty, talked, read, thought, contemplated, drank from the lake (so pure and utterly delicious and refreshing was its water), admired the sparkling stars at night, and felt a one-ness with nature which was almost a mystical experience. When our trip was over and we returned to our car, by reflex I turned on the radio—and such a jarring, unnatural, unwelcome “noise” assaulted our ears that I had to turn it off immediately. We then drove the long way home (10 hours) without music. Years later, when I was studying German in Freiburg, Germany, I would hike in the Schwarzwald (The Black Forest) every day after class, through all seasons, fall through summer, for a minimum of three hours. It was then, and has remained for me since, one of life’s most wonderful experiences. However harried I may have been after class, or however lonely for my family and friends, I was always renewed after my nature-hike, and could then return, refreshed, to Freiburg and to class.

I mention these personal experiences because the neuroscientists’ surprise at being “re-made” in nature is only a surprise to those who have never experienced her beauty and grace before. One need only read (eg) poems of Keats or Wordsworth or Coleridge to find out how much they themselves were restored by nature and healed of the negatives effects of living too long “in (a) city pent.” But the same restorative powers of nature I feel sure apply to electronic stimulation/addiction too: Nature brings us back to our real selves, and provides a healing which cannot otherwise be had.

In my English classes in Korea, an ultra-wired country with addiction to technology being a real problem among young people, I daily see the negative effects of the omnipresence of cell-phones and texting, and of hours daily spent playing computer games after (or before) school and how this saps the minds of so many of my students, leaving them distracted and unable to think, making learning for them almost impossible—which harmful effects, by the way, are clear to all of us teachers. A return to nature would certainly be one way to restore, insofar as possible, a sense of normality to these students’ lives. But one doesn’t need to be a neuroscientist to discover this. Just take a walk out into nature yourself sometime, sans cell, laptop, iPod, etc, and Mother Nature will awaken depths long-forgotten and unused. And life will have restored to it much of its lost beauty and grace—and the joie de vivre which seems to be absent among so many young people today.

“To one who has been long in city pent,
‘Tis very sweet too look into the fair
And open face of heaven,–to breathe a prayer
Full in the smile of the blue firmament.
Who is more happy, when, with heart’s content,
Fatigued he sinks into some pleasant lair
Of wavy grass, and reads a debonair
And gentle tale of love and languishment?
Returning home at evening, with an ear
Catching the notes of Philomel,–an eye
Watching the sailing cloudlet’s bright career,
He mourns that day so soon has glided by:
E’en like the passage of an angel’s tear
That falls through the clear ether silently.
–John Keats, To One Who Has Been Long In City Pent

Len Sive

In difesa del libertinaggio

Ipotizziamo un presidente del Consiglio che ami la compagnia delle donne, che abbia il piacere di fare sesso con loro, anche a mazzi di cinque per volta. Ipotizziamo che lo eccitino i travestimenti, i “giochi di ruolo”, le pratiche esotiche. Ipotizziamo che in generale si comporti in modo libertino, insomma che sia un po’ De Sade e un po’ Casanova. Magari ipotizziamo che non paghi le donne con cui si intrattiene, e che ne ami la compagnia non solo in senso fisico. Ipotizziamo poi un presidente del Consiglio che sia ateo, che non condivida la morale comune, che in privato si abbandoni a comportamenti estremi, magari che bestemmi ogni tanto. Ipotizziamo anche che ami concedersi qualche vizio, qualche alzata di gomito la sera tardi, magari uno spinello o due prima di andare a dormire.

Ecco. Un presidente del genere può governare lo Stato?

Assolutamente sì. Non è scritto da nessuna parte che un libertino dai comportamenti considerati immorali non sia in grado di governare ottimamente. Così come ovviamente non vale il contrario. Però (c’è sempre un però) ad una condizione. Che i comportamenti privati di questo ipotetico presidente del Consiglio non siano smentiti dalle sue prese di posizione in pubblico. Che non inneggi ai valori della famiglia e del matrimonio. Che si batta per legalizzare la prostituzione e le droghe leggere. Che non si faccia portabandiera del moralismo bacchettone. Che non ostenti ossequio al Vaticano. Che abbia il coraggio di predicare “male” almeno quanto razzola.

Insomma, va benissimo il libertinaggio, ma la doppia morale no!

T. C. – da LaStecca

UNA FESTA (ANCHE) DA FESTEGGIARE

Per capirci meglio

Imparare dagli svizzeri? Certo, si può anche in materia di feste. La vicina confederazione è un paese diverso dal nostro e dalla maggior parte degli altri, in quanto formato da tre o quattro gruppi etnici ben distinti. Possiede ciò nonostante un robusto spirito nazionale sostenuto dalla fierezza per un’indipendenza statale che dura da otto secoli e per una prosperità che non ha quasi uguali nel mondo. Soffre anch’esso, come si conviene ad un paese molto progredito, di periodiche turbe psichiche, generalmente superate senza danni; succederà probabilmente anche con il dibattito attualmente in corso su una più o meno cervellotica crisi di identità.

Fino al 2007, comunque, la Svizzera aveva regolarmente celebrato il 1° agosto di ogni anno, sul grande prato del Ruetly presso il lago dei Quattro cantoni, la ricorrenza del patto (secondo qualcuno fantomatico) del 1291 tra Uri, Schwyz e Unterwald che generò la confederazione. Nel 2007, per la prima volta a memoria d’uomo, la solenne e pittoresca cerimonia rischiò di venire soppressa a causa del rifiuto del governo centrale di addossarsi la consueta sua parte delle relative spese, lievitate per esigenze di sicurezza a causa del ripetersi di rumorose contestazioni da parte di giovani neonazisti. Le reazioni furono vivaci, ma la minaccia venne sventata grazie alla risolutezza della presidentessa socialista della confederazione e soprattutto al gesto, patriottico quanto interessato, di due grandi industriali, che elargirono i fondi necessari a far quadrare i conti.
Non solo da noi la Svizzera viene spesso dipinta come una terra di gretti bottegai e cinici banchieri. Ma ecco che Emma Marcegaglia, duce della Confindustria e presumibilmente ignara del precedente elvetico, sfodera per prima la brillante idea di festeggiare sì, il 14 marzo, il 150° dell’unità d’Italia, però continuando a lavorare per non perdere un tot di Pil; cioè, in pratica di non festeggiarlo affatto. La proposta, come sappiamo, ha suscitato l’immancabile parapiglia, con un prevalere, si direbbe, di voci favorevoli su quelle contrarie, benché in Italia l’unità nazionale sembri alquanto in sofferenza diversamente dalla nostra vicina settentrionale.

Da noi, per la verità, il solo a dichiararsi apertamente contrario alla festa tout court è stato il presidente provinciale dell’Alto Adige Durnwalder, e lo si può anche capire. Meno si capisce, invece, il rimprovero rivoltogli da Giorgio Napolitano; come negare che quella terra sia stata annessa all’Italia prefascista obtorto collo e praticamente riannessa a quella postfascista contro la volontà dell’ancora grande maggioranza tedesca della sua popolazione? E’ vero che per tenere quieta quest’ultima Roma finanzia lautamente una provincia larghissimamente autonoma, ma la voglia di festeggiare una realtà subita non sembra poter essere compresa nel prezzo. Semmai, la sovvenzione ad una provincia tutt’altro che indigente andrebbe revocata o almeno ridotta, oggi che il problema del sacro confine è decisamente anacronistico.

Quanto all’improvvisa esplosione della voglia di lavorare sia pure festeggiando o fingendo di festeggiare, diciamo innanzitutto che vi sarebbero cento, mille altri modi di economizzare piuttosto che privare il paese di un’occasione unica e una tantum di riflettere anche criticamente sulla propria storia e quindi anche sul proprio futuro. Un nobile proposito, quello di rinunciare alla popolarità derivante dalla concessione di un giorno di vacanza in più in un anno che ne ha così pochi? Diciamo che aleggia più che altro un sospetto: quello che si miri a compiacere, sulla base di più o meno intuibili calcoli di politica politicante, le forze politiche del nord o del sud più ostili all’unificazione se non all’unità nazionale e potenzialmente secessioniste.

Tanto più se così fosse, non ci resterebbe che tifare senza risparmio per il prode ministro La Russa, unico membro del governo visibilmente espostosi, finora, in antitesi all’ineffabile collega Gelmini la quale, non contenta di sostenere che nelle scuole lasciate aperte il 14 marzo gli insegnanti potrebbero utilmente parlare della storica ricorrenza, ha poi aggiunto con clericale ipocrisia che così, almeno, la festa non festeggiata si distinguerebbe da altre festività qualsiasi. Dopodiché, intendiamoci, l’unità nazionale non va certo difesa soltanto festeggiandola.

Nemesio Morlacchi

UNITING: America’s true claim to glory

President Obama‘s latest Message on the state of the Union has been one more occasion for some admiring commentators abroad to extoll the virtues of the US political process, when compared for instance with the Italian (unruly and fractious) one. One of said commentators, Massimo Teodori, a professor of American history, specified that he was moved by the televised standing ovation given to the President (during the speech on the State of the Union) in the national Capitol – both Democratic and Republican members of Congress clapping their hands in a spirit of patriotism and unity.

The professor’s sensitivity should better be offered to more significant aspects of the American experience. The short show of bipartisanship in ceremonial occurrences such as a customary oration of the President does not deserve so much praise. The attitudes of the US Congress have never been that admirable. In fact the Capitol is the high temple of the often unethical management of public affairs. In America too most occupations are more respected than the career of professional politicians, top legislators included.

Well more relevant the professor’s sentimentality would be, had he recalled the facts of the American colonies confederating and so creating history’s foremost nation. If compared with the nastiness of the Fathers and Uncles of the so-called European Union, the American colonial leaders make figure of true Moses. American colonies started confederating more than three and half centuries ago. As early as 1643 Massachusetts, Connecticut, New Haven and Plymouth created “a firm and perpetual league” among themselves. That was really great. Possibly at that time the American context and spirit made better citizens. In colonial times a portion of the subjected class was made by white ‘bond servants’, in addition to black slaves. Several of said bond servants where convicts who had been transported from England. In due time even convicts could become good citizens: one of them became attorney-general of Virginia.

The next step of the American unification was of course the proliferation of Committees of Correspondence, beginning with the one which Samuel Adams organized in 1772. Two years later the Virginia Burgesses (meeting at a tavern- their House had been dissolved by the British rulers) deliberated the First Continental Congress, to be convened annually. Indeed such Congress met in Philadelphia on September 5, 1774. Another two years elapsed, then the Declaration of Independence was adopted. In four short years a great nation was born.

How inferior, even despicable, the behavior of the so called builders of Europe. Fiftyfive years after the Treaty of Rome (1956) the progress of political unification of the Old Continent is next to nothing. Being supposed to be the heirs of the world’s greatest historical patrimony (didn’t Europe rule the planet?) said ‘builders’ deserve the utmost scorn. Today some thirty countries, some of them really diminutive ones) are comically sticking to their sovereign independence, at a time when global trends are conquering the world. Who knows, maybe the next 55 years might advance the process of confederation that in the British colonies of North America only took 55 months.

This is the true greatness of the United States, before becoming obese and viciously addicted to weapons. Compared to the prowess of the Burgesses of Virginia, the bipartisan applauding of Obama’s rethoric on conquering the future (America too is declining) is phony.

Needless to say, the chieflets of Europe exculpate themselves by invoking the difficulty of amalgamating dozens of languages and national traditions. But if said chieflets had been in the shoes of the members of the Committees of Correspondence, probably America had never unified.

Anthony Cobeinsy