Dalla miseria alla prosperità…e ritorno

Quando Mazzini fonda a Berna la “Giovine Europa” nel 1834 le sorti del mondo sono nelle mani delle potenze europee, eppure i popoli delle nazioni più potenti d’Europa sono caratterizzati dalla miseria più nera:

Dickens pubblica “Oliver Twist” nel 1837-38, Marx attinge a documenti ufficiali del Parlamento inglese e ai numerosi studi sul pauperismo per documentarla nel Libro Primo de “Il Capitale”. La sia pur parziale presa di coscienza di questa intollerabile miseria porta alla nascita dello stato sociale moderno nella Germania di Bismarck nel 1883-89. Le idee socialiste, il successo dei bolscevichi e la loro presa del potere in Russia spingono i governi socialdemocratici sulla stessa strada. Ma le condizioni di vita rimangono cattive in Europa (come testimonia George Orwell in “Down and Out in Paris and London = Senza un soldo a Parigi e a Londra” 1933 e in “Fiorirà l’aspidistra” 1936) e non sono affatto buone anche negli Stati Uniti, il paese idealizzato come il più ricco e felice del mondo, e peggiorano dopo la crisi del 1929 come mostra magistralmente Steinbeck in “The Grapes of Wrath = Furore” 1939.

Gli Stati Uniti, con una popolazione inferiore ai 4 milioni nel 1790, di 31 milioni di abitanti nel 1860 che diventano 91 nel 1910, totalmente dipendenti dall’Europa per scienza e tecnologia, sono dalla fine dell’Ottocento il maggior produttore agricolo e manifatturiero del mondo. Ma ciò non poteva sorprendere: la terra non costava nulla perché era stata sottratta agli abitanti originari sterminati o confinati nelle riserve, buona parte della manodopera era stata allevata nei paesi poveri dai quali proveniva e si era trasferita in America nel fiore degli anni. Le condizioni miserevoli di molti non faceva notizia, anche perché il governo era espressione del mondo degli affari e tendeva a porre l’accento sulle grandi possibilità offerte ai più intraprendenti e capaci indipendentemente dalla loro origine sociale.

Gli USA sono quindi un unicum per quanto riguarda le loro origini e la loro storia intrisa di ipocrisia (si predica il libero scambio e si pratica il protezionismo fin dagli albori, si fa la guerra civile 1861-65 per abolire la schiavitù ma non si fanno diventare cittadini gli ex-schiavi se non un secolo dopo) e di sopraffazione (ci si espande territorialmente sottraendo territori al Messico e si asserviscono agli interessi yankees le ex-colonie di Spagna e Portogallo). I loro stili di vita sono fondati su abitazioni di legno vaste ma precarie e poco durature, su una cucina che ha ben poche attrattive, sul bigottismo e il fondamentalismo religioso, sull’isolamento superabile in modo costoso con mezzi di trasporto soprattutto privati. Non dovrebbero quindi poter essere un modello per nessun paese, e soprattutto per i paesi europei, ma in qualche modo invece lo diventano.

Persino la diffusione di massa dell’automobile (dal 1909), mezzo utile per superare l’isolamento nel quale vivono le comunità urbane e rurali americane, spinge nel corso del Novecento alla motorizzazione privata nche i paesi europei densamente popolati e caratterizzati da città di origine antica inadatte a un pesante traffico automobilistico.

Per contrastare la miseria che caratterizza l’Europa nasce la previdenza sociale e il /welfare state/ farà sentire i suoi benefici dopo la seconda guerra mondiale. Ma negli S.U. non si sente il bisogno di queste misure: la domanda mondiale di qualsiasi prodotto cresce e gli USA sono pronti a fornirli.

Nel 1967 l’economista americano E. F. Denison pubblica “Why Growth Rates Differ. Postwar Experience in Nine Western Countries” nel quale analizza le ragioni che hanno portato i paesi europei considerati (si noti che l’Italia non è tra questi) ad avere dei tassi medi di crescita dell’economia superiori a quelli degli Stati Uniti. Denison parte dal presupposto che le condizioni di vita prevalenti negli SU del 1925 siano sostanzialmente le stesse, dal punto di vista del benessere materiale, di quelle del 1960 nei paesi europei più sviluppati ivi considerati: un divario di ben 35 anni che tuttavia verrà presto colmato. I livelli medi di benessere dell’Europa economicamente sviluppata (Italia compresa!) entro il 1990 sono infatti paragonabili, e per alcuni aspetti sono persino superiori, a quelli che caratterizzano l’America, come testimonia anche la prima edizione dello Human Development Report (UNDP 1991) che irrita non poco le autorità degli Stati Uniti.

Non bastano il maggior reddito spendibile e il più elevato consumo di energia a far ritenere che il benessere materiale sia maggiore negli SU. Là le automobili sono più grandi, più voraci di carburante, coprono mediamente distanze maggiori. Le abitazioni e gli uffici sono non soltanto riscaldati d’inverno, ma anche rinfrescati d’estate facendo uso di energia in ogni stagione. Le spese per l’abitazione (fatta di materiali poco duraturi) riguardano tutti nel corso della loro vita, mentre da noi è sufficiente che una generazione ne faccia l’acquisto per passarla poi a quelle successive che dovranno soltanto provvedere alle eventuali riparazioni. Le spese per l’istruzione dei figli, con il degrado che caratterizza la scuola pubblica americana di ogni ordine e grado, è divenuta una delle voci imprescindibili di ogni bilancio familiare. Questa tendenza comincia a verificarsi anche da noi, ma la tradizione di eccellenza della scuola pubblica italiana resiste ancora, e in misura maggiore di quanto i mezzi di disinformazione di massa non facciano credere. Ma intanto anche da noi, senza che lo giustifichino né condizioni climatiche né temperature, si seguono da tempo modelli costruttivi che implicano persino edifici con finestre che non si possono aprire, mentre nella maggior parte del territorio italiano potremmo godere dell’aria “incondizionata” fornita da madre Natura per quasi tutti i mesi dell’anno.

In America, come in Europa, le condizioni generali di vita dei meno abbienti sono andate peggiorando negli ultimi due decenni e la crisi finanziaria scatenata nel 2007 dall’avidità di gestori e risparmiatori soprattutto anglosassoni ha peggiorato la situazione colpendo tutti, e forse in maggior misura proprio chi non aveva alcuna responsabilità nel generarla.

Anche in America ci sarebbe quindi più che mai un gran bisogno di alcune istituzioni dello stato sociale. Ma da un lato le reali condizioni di vita prevalenti in Europa sono completamente ignote agli americani (che
non conoscono le lingue straniere, che non vanno all’estero e che quando viaggiano lo fanno in un modo che non favorisce la conoscenza della vita delle persone che abitano i luoghi visitati o che sono la destinazione di soggiorni anche prolungati come accade alla famiglie dei militari di stanza nelle basi o ai militari in missione nei teatri di guerra) per non parlare del fatto che l’Europa tende a disfarsi di queste istituzioni per assomigliare sempre di più all’America. Per esempio l’abolizione in Italia della cosiddetta “scala mobile” – attuata nel 1992 – ha privato il Paese di uno strumento che consentiva ai lavoratori di mantenere (quasi) inalterato il potere d’acquisto dei propri salari e alle imprese di godere di una domanda di beni e servizi costante.

Così stando le cose è impensabile che l’America voglia dotarsi di quelle istituzioni dello stato sociale di cui l’Europa è sul punto di disfarsi, senza una vera ragione se non quella di favorire il settore bancario-assicurativo che propone varie formule di risparmio gestito, ma che non potrà mai assicurare dei redditi sufficienti a mantenere uno standard di vita come quello derivante dal salario e, ancora oggi (ma fino a quando?), dalla successiva pensione maturata.

Gli Stati Uniti, stampando il dollaro americano, la moneta usata nelle quotazioni dei beni transati internazionalmente e quale strumento di riserva, possono permettersi di pagare i dipendenti pubblici e i materiali bellici e civili prodotti dalle imprese americane per alimentare le loro guerre in giro per il mondo e fare tutti (o quasi) felici senza costi per il contribuente americano il quale, spinto dal sistema a fare acquisti contando sul reddito futuro, si trova a mal partito quando questo reddito si rivela inadeguato o comunque al di sotto di quello atteso.

E veniamo a Mirafiori e ai superbonus …

La FIAT non cessa di deludere. Collusa con il potere politico fin dalla sua nascita, ha goduto di posizioni sostanzialmente monopolistiche che non ha utilizzato per innovare ma soltanto per incamerare i profitti a beneficio della proprietà. Divenuta – così si dice, ma la realtà è più complessa – un’impresa privata come le altre, dichiara di non poter produrre in Italia senza far scomparire ogni traccia di diritto per i lavoratori coinvolti: i costi connessi al lavoro sarebbero troppo alti.

Come mai allora, dovremmo chiederci, la produzione automobilistica continua in paesi ad alto reddito come Germania, Giappone e Stati Uniti?

La Germania continua ad essere il quarto produttore di autoveicoli del mondo: 5,2 milioni nel 2009 e 6,2 nel 2007. La sua produzione è diminuita in termini assoluti (anche perché la produzione mondiale è passata da 73 milioni di autoveicoli nel 2007 a 61,7 nel 2009) ma è rimasta quasi inalterata come percentuale della produzione mondiale (dall’8,49% all’8,43%), un dato importante che rivela stabilità ove si pensi che nello stesso arco temporale il Giappone è passato dal 15,88% al 12,86% e gli Stati Uniti dal 14,73% al 9,25%. Naturalmente questi dati risentono della presenza ormai esorbitante e travolgente della Cina che è passata dal 12,17% al 22,35% della produzione mondiale e della Corea del Sud, ormai quinto produttore mondiale passato dal 5,60% al 6,84%. Si noti che questi soli tre paesi dell’Estasia coprivano nel 2007 il 33,65% della produzione automobilistica mondiale divenuto il 42,05% nel 2009. In quel breve spazio temporale l’Italia è passata dal 14-esimo (1,284 milioni) al 18-esimo posto (843.239 auto). Eppure i nostri managers rivendicano il diritto ad essere pagati in un modo semplicemente scandaloso per l’entità degli emolumenti, per tacere dei risultati deludenti. Proprio come accade in America .…

Il direttore cinese della fabbrica di calze che mostra con orgoglio il suo impianto che dalla Cina esporta in 153 paesi e che è attrezzato con le più moderne macchine (comprate dalla fabbrica italiana che le produce in provincia di Brescia) dovrebbe farci riflettere sui luoghi comuni che circolano intorno alla delocalizzazione e all’importanza cruciale del costo del lavoro. In questa fabbrica, situata in Cina, il personale addetto alla produzione è ridotto al minimo, dato che si tratta di un processo produttivo che fa uso di macchine altamente automatizzate.

Se i cinesi fossero davvero molto più bravi di noi non comprerebbero i nostri macchinari ma se li fabbricherebbero da soli. Perché un imprenditore cinese ha successo facendo uso delle nostre macchine? Non per via del minor costo del lavoro che non può incidere sensibilmente in una produzione a intensità di capitale relativamente alta.

Il fatto che chi si occupa di finanza abbia un successo economico maggiore di chi produce beni e servizi, non incoraggia i veri imprenditori. Un vero imprenditore – e in Italia ce ne sono davvero tanti, che reggono sulle loro spalle il Paese – non pensa continuamente a dove andrà a localizzare i suoi impianti per ottenere un risparmio che potrà anche rivelarsi controproducente, ma cercherà di migliorare il suo prodotto per accrescere il numero dei suoi clienti e ottenere così la soddisfazione che i veri imprenditori hanno perseguito da sempre, per l’autostima e con la consapevolezza di essere grandi come membri della società.

L’elemento generazionale non va trascurato. I figli di molti imprenditori sono inadatti a esercitare il mestiere paterno, dato che imprenditori si nasce, o possono essere convinti dalle mode dominanti a seguire e non a precedere come fa l’imprenditore che vede più lontano e prima degli altri. Per esempio l’Ing. De Benedetti, esercitando l’ingegneria finanziaria, ha distrutto un’impresa unica al mondo come la Olivetti. Così alle prime difficoltà si chiude o si accettano offerte che finiscono per distruggere l’impresa. Le maestranze esperte vengono disperse e il sistema economico ne soffre.

Ciascuna di queste piccole cose ci spinge alla resa, la nostra visione del mondo non ci fa guardare al futuro con ottimismo. La fiducia dei giovani, senza prospettive di un lavoro stabile e che dia soddisfazioni, non ha appigli per sopravvivere. Ci si adagia, si leggono i giornali, si ascoltano i politici e la sensazione di trovarsi in un deserto di valori si fa certezza. Nessuno storico e nessun sociologo potrà mai spiegare quei fenomeni che hanno inizio come invisibili movimenti orogenetici che si rivelano alla lunga più sconvolgenti dei terremoti. Per capirci qualcosa bisogna leggere la grande letteratura e guardare i quadri dipinti dai grandi maestri …

Gli Stati Uniti ci hanno dato il parafulmine e l’alfabeto Morse, ma anche la macchina della verità e l’IQ insieme ai test per misurare l’intelligenza delle “razze” umane. Non dovremmo quindi prenderli troppo sul serio e prestar loro fede come modelli; men che meno imitare i loro vizi. Ma lo stiamo facendo e condividere nientemeno che con la grande America il declino non lo renderà meno duro per i nostri figli.

Gianni Fodella

La rabbia e la rassegnazione

Siamo giovani e proviamo rabbia. Non siamo pochi ma non siamo maggioranza. Vogliamo che vengano fatti i cambiamenti giusti, necessari, quelli che non piacciono alla maggioranza. Vogliamo che le decisioni non vengano prese solo pensando all’oggi o al domani, ma al dopodomani. Vogliamo che chi prende le decisioni lo possa fare senza il ricatto del consenso, e assumendosi completamente le proprie responsabilità.

Vogliamo uno Stato e un’impresa che facciano ricerca. Vogliamo una scuola pubblica laica e funzionante. Vogliamo infrastrutture nuove per il Paese. Vogliamo un’informazione libera. Vogliamo uno Stato laico, dove le libertà degli uni non possano essere azzoppate dalla fede degli altri. Vogliamo investimenti per il turismo e per la cultura. Vogliamo la legalizzazione della prostituzione e delle droghe leggere. Vogliamo che i fondi per le riforme si trovino per l’interesse di tutti a discapito di cricche e corporazioni. Vogliamo che la crescita non sia un astratto numero apparso sul Sole 24 ore, ma un benessere diffuso nella società. Vogliamo la fine dei privilegi delle lobby. Vogliamo una politica estera pacifica ed europeista. Vogliamo più Europa.

Pensiamo che così non si possa più andare avanti. Pensiamo che la democrazia rappresentativa fondata sul suffragio universale non sia sostenibile in eterno. Pensiamo che nel futuro la mancanza di decisioni lungimiranti porterà ad un deterioramento tale della società, dell’economia, dell’uomo, da prefigurare ritorni autoritari.

Abbiamo timore per il futuro. Vediamo le idee giuste che non vengono portate a termine. Vediamo la lentezza e l’inefficienza del sistema attuale. Siamo rassegnati. Siamo ingabbiati nel sistema più giusto di quelli possibili che marcia verso il disastro. Sappiamo che il prezzo di eventuali cambiamenti è troppo alto. Non lo vogliamo pagare. Non vogliamo che lo paghino gli altri. Possiamo solo stare a guardare. Un domani qualcuno dirà che avevamo ragione. Se gli uomini del futuro riusciranno a vedere il pericolo prima che si concretizzi, speriamo che vogliano tentare nuove vie di democrazia, e non abdicare al potere autoritario.

Oggi proviamo rabbia e rassegnazione. Siamo ancora troppo pochi. Oggi. Domani…

T.C.

JULIAN ASSANGE

Robert Wright, in an article about Julian Assange, the founder of Wikileaks, argues—drawing on the New Republic’s John Judis for support—that what Assange has done, viewed over the long term, is positive, even beneficial, because it exposes a US imperialist agenda, as well as revealing when our government lies to its people, as in our fighting in Pakistan and Yemen.

This, however, misses the main point—tellingly not even mentioned by Wright—that no government can possibly exist, let alone function, without the ability to hold candid and open communications with its government employees, or in talks with diplomats from other countries. Secrecy is vital, not just tangential, to a government’s ability to function at all.

To make this clearer, let us suppose you are married. And let us further suppose that every single word between the two of you, meant only for each other’s ears, nevertheless is captured and splashed across the Internet the next day. Could such a marriage survive? The question answers itself: No. What is true in marriage (or friendship) is true, a fortiori, in diplomatic talks and dispatches. No government can for long engage in talks with another government without absolute privacy of communication—just as no marriage can function without absolute privacy.

All governments, being staffed by humans, are fallible and sinful. That is a given. The Enlightenment ideal of eternal amelioration of the human condition, a utopian ideal, by definition can not exist, and never has existed. There are times, then, when the revelation of wrong-doing—engaging in unjust wars, for example, as in Viet Nam or Iraq—can and must be countered with the truth of why we are there in the first place and what is actually occurring. Hence the release of the Pentagon Papers by Ellsberg and Assange’s Iraqi War-logs (with the important qualification, however, that all sensitive names should have been blacked out by Assange beforehand) were good things. Moreover, if there is evidence of a crime, then the proper recourse should have been the Whistleblower route—which ought to be enshrined in our democracy as a highly civic and virtuous act, and so properly rewarded, since sinful men do unjust and criminal actions, and must be punished for the sake of the country as a whole.

But this is a different category altogether from the premise that all communications of a government are, and ought to be, in the public domain. For under such an absurd premise, who would ever serve in government? Adverting once again to the marriage analogy, only with the assurance of absolute and total privacy can any marriage be successful: so with any and every government.

There is no absolute right to privacy where there is evidence of criminal activity, either in one’s home or at work or in government. But there are legal and rational steps one may take to seek remedy. The absolute loss of the right to privacy, however, is no such remedy, but only makes the cure worse than the disease, crippling any government from functioning. Assange, in releasing the diplomatic communiques, has crossed the clear line of propriety and therefore ought to suffer the full consequences of his actions.

Len Sive Jr.

VIA RASELLA, UNA KATYN IN PIU’

Per fare un carotaggio nel sottosuolo degli odierni urlatori contro la minaccia fascista e zelatori della Costituzione ho riletto l’odio che vomitarono contro un magistrato, dieci o dodici anni fa, Giorgio Bocca, Ettore Gallo, Pietro Ingrao, Leo Valiani, A. Galante Garrone e altri sansepolcristi di sinistra. Questo magistrato si chiamava Maurizio Pacioni. Che aveva fatto di male? Non aveva archiviato la denuncia dei parenti di un ragazzo tredicenne dilaniato dalla bomba partigiana di via Rasella.

E questo ho imparato. Che ci eravamo abituati male. Visto che i diadochi e gli aventi causa di Togliatti andavano in pellegrinaggio alla City di Londra, tubavano coi cardinali, inneggiavano alla Casa Bianca e al Patto Atlantico, intimavano l’amore per le istituzioni e per le Forze Armate, avevamo preso a considerarli contegnosi, nei modi persino gentiluomini. E invece no. L’ordinanza del Gip di Roma fece dimenticare agli eredi di Togliatti d’essere padri nobili della Repubblica, grandi cariche dello Stato, frequentatori della City. Esplosero in urla e insulti, come fanno i killer della ‘ndrangheta dalle gabbie dei maxiprocessi per intimidire testimoni, avvocati e giudici. Promettono incaprettamenti, acido muriatico, altre esecuzioni. Beninteso gli indignati di cui sopra fecero minacce più soft.

Ma è un fatto: dimenticarono il loro status ragguardevole, fecero gli energumeni. Come osava il Gip di Roma mettere a repentaglio l’impunità assegnata ai giustizieri che a via Rasella avevano scacciato l’nvasore e dato la spallata decisiva a Hitler? Mezzo secolo di amnistie medaglie d’oro seggi parlamentari iperpensioni, e ‘un oscuro giudice’ (Bocca lo chiamò così) tentava di invalidare tutto?

Il più diretto fu il sen.Cesare Salvi: senza alzare la voce, sicuro di sé, suggerì al ministro della Giustizia l’azione disciplinare contro il magistrato. Un altro ministro bollò come ‘aberrante’ la decisione del Gip. Fu invece sorprendente Giorgio Bocca: oltre a impartire da ‘Repubblica’ un ulteriore racconto delle proprie gesta partigiane -con specifica sottolineatura di uno o più mitra’- si lasciò andare a un’ammissione: “Gli Alleati erano arrivati ad Anzio e a Cassino, a Roma città pontificia non si sparava, non si attaccava il nemico occupante. L’attentato di via Rasella fu l’operazione dura, ma agli occhi dei gappisti necessaria, per far compiere alla Resistenza romana un salto di intensità e qualità. Il giudice Pacioni -è ancora Bocca- riassume nella sua sentenza la paura, la voglia di diffamazione, la naturale avversione alle minoranze coraggiose. Dobbiamo riderci sopra, dicendoci che non sarà un Pacioni a spiantare la Resistenza, o dobbiamo sentire la tentazione vivissima di fare le valige e andarcene da questo paese di pidocchi?”

Chissà se noi pidocchi saremmo sopravvissuti allo strazio di perdere il mitragliere Giorgio Bocca. Comunque, col suo elogio della decisione dei gappisti romani, il partigiano ‘in aeterno’ di “Repubblica” ci fece più chiaro perché lo stalinismo, alla cui etica si ispirarono i gappisti e tutti gli altri togliattisti, finì odiato più del nazismo. Gli storici, ad ogni modo, concordano: la bomba di via Rasella fu pensata per provocare una rappresaglia tedesca così grave da far sollevare la popolazione di Roma. Non si sollevò.

I decisori, beninteso, vollero una rappresaglia sugli altri, non su loro. Le loro vite erano preziose, si misero in salvo. Indro Montanelli riassunse la questione in modo semplice: responsabili delle Fosse Ardeatine furono coloro che vollero via Rasella. Peraltro uno di loro, Pasquale Balsamo, si fece intervistare per comunicare “di essere tornato combattivo, come un tempo. A molti non è andata giù l’idea che Roma sia diventata la capitale europea della lotta di liberazione”.

Il discorso della capitale europea, variante alla porchetta, pur comicissimo e delirante visto che Roma nel lottare fu un po’ meno leonessa di Brescia e di Varsavia, conferma che i gappisti si fecero accecare da un sogno di gloria settaria, di emulazione tra carnefici Gentaglia più inumana ed odiosa di altre gentaglie.

“Sdoganato Kappler” maledisse il Partigiano forever, quello che rimpiangeva il mitra. E invece l’ordinanza di quel Gip sdoganò tutti noi pidocchi che avevamo capito Stalin e i suoi killer parecchio prima di Krusciov. Sterminarono tutto lo sterminabile.

A. M. Calderazzi

THE RIGHT WING, SIN, AND THE DEMISE OF AMERICA

David Brooks, a NY Times columnist, Right-Wing ideologue, and irrepressible apologist for big corporations and America’s plutocratic 1%, in an opinion reflecting on the shooting tragedy in Tucson, Az., called Obama’s speech “wonderful”, in part because “He didn’t try to explain the rampage that occurred there.” (As an inflamer of intolerance, prejudice, and hatred, Brooks must have taken great solace in that.) Brooks then goes on to reflect (among other things) on “civility.” “Speeches about civility,” he writes, “will be taken to heart most by those people whose good character renders them unnecessary. Meanwhile, those who are inclined to intellectual thuggery and partisan one-sidedness will temporarily resolve to do better but then slip back to old habits the next time their pride feels threatened…Civility,” he goes on to say, “is a tree with deep roots,” which are “failure, sin, weakness, and ignorance.” (His thesis, by the way, which he then goes on to propound, is totally unconvincing, if not absurd.) He ends his opinion piece with a quote from the famous Protestant theologian Reinhold Niebuhr, in which Niebuhr reflects, “Therefore we are saved by the final form of love, which is forgiveness.”

What is amazing about Brooks’ fantastic piece of sophistry, equaling some of the sophistry that Socrates and Plato also had to deal with, is that Brooks is really criticizing those politicians and citizens who disagree with his extremist Right-Wing rhetoric (when he refers to “intellectual thuggery and partisan one-sidedness”) which has so polarized our nation, and which has led, if only indirectly, to fanning the nihilism of a deluded and mentally unstable young man. (Let us also remember: mentally unstable people, of which our nation has its fair share, are never moved to social acts of self-giving love and forgiveness but to acts of violence either against themselves or against others—acts encouraged by ignorance, intolerance, and hate speech, not to mention our sinfully easy access to dangerous weapons.)

Brooks himself, however, takes no personal responsibility for our present climate of intolerance, hatred, and violence. Instead, he tries to cover his sins, and by implication Palin’s, with high-sounding phrases and biblical language while pointing his finger at others, and incredibly, even concluding his remarks by talking about love and forgiveness! It is a virtuoso performance of supreme narcissism, self-righteousness, indifference to human suffering, culpable blindness, and unrepentant sinfulness. His only recommendation for healing the political divide—or starting the process—(and this unmasks his real motives!) is to have a bipartisan “comprehensive tax reform” as a way “to get people [of different political parties] conversing again.” His real agenda is thus unmasked at last: more tax cuts for the wealthy 1% who already own 42.7% of America! Evidently even this incredibly high percentage is not yet sufficient for Brooks and the plutocrats ruling America. They don’t want the majority of the wealth of America—they want all of it!

Krugman, of the NY Times, rightly says that, Obama’s beautiful speech notwithstanding, our politics are and will remain polarized. He is right. And he is right for a reason Brooks (ironically) mentions: sin. It is the pervasive sin of the Right Wingers that has permeated our nation and is now destroying it. The Right-Wing, quite simply, in the most profound biblical sense, is unrepentantly sinful—it worships mammon and not God; it treats the powerless and the poor with outright contempt, forgetting (or ignoring) what Christ says, “What you do unto the least of these you do unto me.”; and ignores blithely Christ’s call to “love and to serve one another,” instead caring only about themselves and their rich friends. So when Brooks mentions “sin,” he isn’t really talking about sin in its biblical sense. For Brooks, “sinners” are all those who disagree with his anti-democratic, plutocratic, and pro-Big Corporation politics.

This is what is so dangerous about the Right Wing: they are morally and spiritually blind and corrupt, blithely and self-righteously subverting every great principle of the Bible, and are implacably anti-Christian. Of course, they pretend to be moral and biblical, as when Brooks facilely quotes a great Protestant theologian, without however ever having understood a single word that he is quoting.

For those who love America’s founding ideals, have deep faith, and selflessly desire to transform our divided and diseased nation into a healthy nation of caring and tolerant individuals, with opportunity for all, knowing all this is brings no consolation, for our nation before our very eyes is self-destructing, with more craziness and violence sure to follow. Being powerless in the face of such pervasive evil now gripping our nation (the theme in the rise and fall of nations), one can only address these issues spiritually. What remains for those who do care about biblical morality, about love of neighbor and about caring for every citizen, are the words—and the warning— of Christ: the axe is now laid to the roots of the tree; and those trees which do not bear good fruit (that is, those who oppose God’s law of selfless love and the caring and helping of others) will be cut down and thrown into unquenchable fire. This, after all is said and done, is the final lesson, and judgment, of history. God will judge us by our acts of love—and condemn those who work merely selfishly. And that is as it should be.

Len Sive Jr.

NON 50 MILIONI I MORTI SE A DOWNING ST CI FOSSE STATO KEYNES

Ha scritto il recensore, Massimo Giannini, di Sono un liberale?, raccolta Adelphi di saggi di John Maynard Keynes (opportunamente presentato come ‘cervello straordinario’ e come il progettista della vera Terza Via tra socialismo e capitalismo) che un presupposto fondante del pensiero di Keynes era .

E’ passato mezzo secolo da quando un’affrettata valutazione di John F.Kennedy, appena eletto ma non ancora insediato alla Casa Bianca, decise il fatidico intervento in Indocina, negazione frontale del pacifismo di Keynes. Il presidente Eisenhower, il generale più vittorioso del mondo, aveva sconsigliato: ma l’irresistibile ex-sottotenente di vascello aveva bisogno di un’impresa bellica per consacrarsi continuatore del bellicismo democratico Wilson-Roosevelt-Truman; ed ebbe il suo glorioso Vietnam. Nei cinquant’anni che sono trascorsi ci siamo riavvezzi a considerare la guerra un fatto ordinario, quasi un male minore. Nazioni oggi pacifiche come la Germania e l’Olanda, paesi poco marziali come lo Stivale (più brillante nelle sfilate di moda, nelle coppe Uefa e nei festival del provolone che nelle dure prove delle armi), hanno mandato combattenti in Afghanistan, e vergogna ad obiettare.

Ho sotto gli occhi le cifre, accettate non da tutti ma da molti, dei morti nella Seconda guerra mondiale: “Persero la vita circa 50 milioni di persone, di cui 30 milioni nella sola Europa (Massimo Salvadori, Storia dell’età contemporanea, Torino, Loescher, 1976). L’Urss soffrì le perdite più gravi, 20 milioni, di cui 13,6 milioni soldati); la Polonia perse il 22% della popolazione (oltre 6 milioni di abitanti); la Germania 5 milioni, gli USA 290 mila, tutti militari”. 50 milioni di morti: come se in qualche momento della storia antica un continente come il nostro fosse rimasto vuoto. Prima di fare pensieri irresponsabili, ma anche comici, tipo “se lasciamo il fronte afghano, perdiamo il prestigio di grande paese” ricordiamo: il Keynes che predicò il rifiuto quasi assoluto della guerra, ‘anche a costo di far passare la Gran Bretagna per un paese debole’, aveva con altri rappresentato alla conferenza di Versailles quella che allora figurava ancora la quintessenza della potenza imperiale.

Primo responsabile del conflitto da 50 milioni di morti fu Hitler. Ma Hitler, la sua guerra, non l’aveva voluta mondiale, sapeva di non poterla vincere. L’aveva voluta limitata a un’Europa centro-orientale da annettere al Reich millenario. Fece varie proposte di pace a Parigi e a Londra. Fossero state accettate, Roosevelt non sarebbe riuscito a gettare nella lotta gli USA. Furono altri, non Hitler, a fare planetario il conflitto, con giustificazioni ideologiche valevoli solo per i macellai di popoli, solo per quanti consideravano scandaloso il rifiuto ‘quasi assoluto’ di Keynes. I condottieri di questo bellicismo furono Churchill, Roosevelt, i guerrafondai nipponici e Stalin per avere riarmato al punto di spingere il Fuehrer ad attaccare per primo. Dietro di loro vennero, molto scervellati, Daladier e quegli altri governanti parigini i quali, a quattro lustri da una mattanza da un milione e mezzo di caduti solo francesi, dichiararono guerra alla Germania ai sensi di un pezzo di carta tra diplomatici che garantiva a Varsavia un soccorso militare (che non ci fu), perché non fossero scalfiti il prestigio Belle Epoque del Quai d’Orsay e quello, appannato da Sedan, dell’ ‘esercito di terra più potente al mondo’.

Visto come andò a finire, ancora più scriteriato e velleitario fu l’intervento della Gran Bretagna. Oggi la Francia mantiene un ruolo da co-leader d’Europa. Invece il Regno Unito ha perso il massimo impero della storia e solo per modo di dire si è rialzato dalla prostrazione del 1945, anno sì delle celebrazioni di vittoria ma anche della quasi bancarotta e, per Churchill, della sconfessione elettorale.

Non aveva ragione Keynes “anche a costo di far passare la Gran Bretagna per un paese debole?” La sua nazione non avrebbe fatto conti più razionali se a Downing Street avesse insediato l’avversario assoluto della guerra piuttosto che il belluino discendente di Marlbrough che nel 1915 credette di conquistare i Dardanelli?

Anthony Cobeinsy

SVOLTA AUTORITARIA IN UNGHERIA

Una storia con poca democrazia

Fino a ieri si diceva, a ragione o a torto, che nell’Europa liberata dal giogo rosso sopravviveva una sola dittatura: quella di Aleksandr Lukascenko nell’ex repubblica federata sovietica di Bielorussia, ovvero Belarus nell’idioma locale. Adesso si comincia a paventare che questa sorella minore della grande Russia possa uscire dalla sua scomoda solitudine grazie ad un’eventuale e alquanto inopinata new entry nel club dei regimi autoritari. Si tratta dell’Ungheria, il cui caso solleva tanto più scalpore e interrogativi vari perché il varo a Budapest di una legge che addomestica i media e penalizza la libertà di opinione coincide con l’assunzione da parte magiara della presidenza a rotazione semestrale dell’Unione europea a partire dal l° gennaio.

Sarebbe in realtà fuori luogo prevedere gravi ripercussioni sulle pur già tribolate sorti della comunità continentale, che oltre a tutto possiede da poco anche una presidenza meno effimera nella persona dell’ex premier belga Van Rompuy, inizialmente considerato un po’ troppo grigio ma che pare avviato a smentire gli scettici. La presidenza semestrale affidata ai singoli paesi membri, che col tempo potrebbe forse venire abolita, comporta comunque competenze e responsabilità politicamente quasi irrilevanti, tant’è vero che di recente ha potuto essere esercitata senza particolari fasti ma anche senza seri inconvenienti da un titolare di minimo peso come la Slovenia.

La duplice novità richiama semmai l’attenzione su un’evoluzione, ovvero involuzione, in corso sulla scena politica di tutta l’Europa, orientale e occidentale, che premia partiti e movimenti di ispirazione sciovinistica o xenofoba, inclini a trattare i problemi di minoranze con approcci tali da renderne più ardua la soluzione e da turbare i rapporti interstatali e quelli con la UE. L’ultima impennata magiara è stata preceduta dall’avanzata di una formazione di estrema destra oscurata poi dal trionfo elettorale e dal ritorno al potere, nello scorso aprile, del centro-destra (partito Fidesz). Il quale, però, ne ha recepito almeno in parte le posizioni concedendo la cittadinanza ungherese alle centinaia di migliaia di connazionali viventi in Romania, Slovacchia e Serbia (con conseguenti reazioni negative di questi vicini), infierendo sui rom domestici (in sfida alle direttive comunitarie) e non disdegnando accenti antisemiti altrettanto riecheggianti un disdicevole passato.

Per il momento, comunque, spicca e persino sorprende l’apparente strappo verificatosi nel sistema politico magiaro con l’adozione di norme liberticide e repressive, la collocazione di fiduciari del nuovo governo anche alla testa di organi statali che dovrebbero essere di controllo e garanzia, il depotenziamento punitivo della Corte costituzionale e così via. Il tutto sotto la guida grintosa, per usare un eufemismo, di Viktor Orban, ancor giovane tribuno già dissidente nel periodo comunista e, dopo il ribaltone, acceso contestatore dei nuovi partiti maggiori, liberal-conservatori o socialisti che fossero, rei di non distanziarsi a sufficienza dal passato regime. Abbinata ad un irruente populismo, questa linea gli ha consentito di far crescere via via l’inizialmente piccola Fidesz, portarla una prima volta al potere dal 1998 al 2002 e condurla infine, lo scorso anno, a conquistare la maggioranza assoluta dei voti e due terzi dei seggi in parlamento, spodestando i socialisti screditati da otto anni di governo all’insegna della litigiosità, inefficienza e scandali.

In realtà il PS magiaro aveva cambiato di parecchio volto e anima rispetto al partito di ex comunisti che potevano vantare il merito di avere preparato l’Ungheria ancora sotto egemonia sovietica alla svolta del 1989 meglio di qualsiasi altro paese “satellite” in campo sia economico sia politico. Come tutti ricorderanno, fu proprio il governo di Budapest a spianare la strada anche alla riunificazione tedesca aprendo la frontiera, ossia il proprio tratto della “cortina di ferro”, all’esodo dei tedeschi orientali verso la Repubblica federale. A ben guardare, proprio la seconda fase del periodo comunista, quella successiva alla repressione dell’insurrezione del 1956 contro il regime sanguinario di Rakosi e improntata alla ricerca di una versione umanizzata e più funzionale del “socialismo reale” coronata infine, sempre sotto la popolare direzione di Janos Kadar, dai primi passi verso la democratizzazione e liberalizzazione economica, è stata forse la stagione migliore nella storia moderna del paese, complessivamente povera di momenti di grazia nonostante l’ammirazione suscitata dagli emblematici eroismi del 1848-49, gli anni dell’altra rivolta (soffocata già allora dall’intervento russo) contro la soggezione all’Austria.

Quando infatti Budapest ottenne più tardi la condivisione con Vienna della gestione dell’impero asburgico trasformato in Duplice monarchia, fece cattivo uso di questo recupero del prestigio nazionale se non proprio della potenza e delle glorie dell’antico regno medievale e rinascimentale. Il paese rimase per vari aspetti arretrato e il duro trattamento delle numerose minoranze etniche al suo interno (romeni, slovacchi, croati), in spregio ai precetti del fondatore di quel regno, Santo Stefano, che considerava la multinazionalità una ricchezza e un punto di forza, contribuì a provocare il crollo del vecchio impero e la rovina della stessa Ungheria, ridotta a Stato pienamente indipendente sì, ma di dimensioni molto modeste per effetto delle fin troppo drastiche amputazioni territoriali subite dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale.

La conseguente umiliazione e frustrazione favorirono, dopo la breve esperienza di un regime bolscevico abbattuto da truppe francesi e romene, l’avvento della reggenza conservatrice-autoritaria dell’ammiraglio Horthy e l’affidamento al legame con l’Italia fascista e la Germania nazista, sfociato a sua volta in una disastrosa partecipazione al loro fianco al secondo conflitto mondiale e nella successiva caduta sotto l’indiretto dominio sovietico. Come si vede, non si può dire che nella tradizione nazionale brillasse una robusta vocazione democratica, peraltro difficile da coltivare nelle circostanze degli ultimi due secoli come pure, del resto, una felice convivenza con altri popoli.

Si deve invece considerare ingiustificata, alla luce dei precedenti, ogni sorpresa per l’impennata autoritaria di fine 2010, e prevedere semmai la conferma e il consolidamento di una nuova svolta che potrebbe anche assomigliare ad una ricaduta? Favorita, magari, da una più generale tendenza ad una sorta di “putinizzazione” che l’”Economist” crede di scorgere nell’Europa orientale? Nulla, per fortuna, è scontato in anticipo, sia perché ad ogni azione segue una reazione, sia perché le tradizioni che mancano o sono fragili possono sempre nascere o irrobustirsi.

Da rilevare, più specificamente, che il colpo di testa di Orban si colloca nel contesto di una crisi economica che in Ungheria ha infuriato come in pochi altri paesi minacciando di provocarne la bancarotta ed è stata tamponata solo con il massiccio soccorso finanziario del Fondo monetario e dell’Unione europea. Le cifre di base, per la verità, non sono particolarmente impressionanti (debito pubblico al 70% del PIL, deficit di bilancio al 3,8%, disoccupazione al 10%), per cui ha sollevato qualche scetticismo e persino sospetto, nella scorsa estate, il grido d’allarme per un asserito rischio di insolvenza lanciato da un alto esponente governativo.

Quali che siano lo stato dei conti pubblici e le prospettive dell’economia reale, Orban e i suoi collaboratori hanno ritenuto indispensabile adottare misure assai drastiche per promuovere crescita e occupazione. Al fine di creare in 10 anni un milione di nuovi posti di lavoro, molti per una popolazione di 10 milioni, si punta sulla riduzione delle imposte ma anche a spremere risorse dalle banche (comprese quelle straniere, predominanti), con le quali è stata ingaggiata una dura prova di forza, e dai redditi più elevati, senza risparmiare quelli del personale politico. Oltre a ridurre, infatti, il numero dei parlamentari da 386 a 200, sfoltendo altresì le assemblee degli enti locali, sono stati fissati tetti retributivi validi per tutti a partire dal presidente della Repubblica. Portando lo stipendio massimo a 2 milioni di fiorini, pari a circa 10 mila dollari, quello del presidente della Banca nazionale, ad esempio, è stato tagliato dell’80%.

Di regola, simili imposizioni incontrano forti resistenze capaci di provocare contraccolpi destabilizzanti. Non è perciò da scartare l’ipotesi che Orban abbia ritenuto opportuno cautelarsi disarmando le opposizioni, magari in via temporanea. Ma naturalmente il gioco sarebbe comunque pericoloso, e si sa d’altronde che le cattive abitudini attecchiscono più facilmente di quelle buone.

Franco Soglian

WIKILìCCHIMELO? Ma non ne parlano già più…

Ma dovevano venire dall’Australia con gli ultimi trucchi della tecnologia per credere di rivelarci poi che cosa? Che le “potenze” internazionali mandano in giro dei pipotti in feluca marsina e tutù, pagati coi nostri soldi, a spettegolare nei festini delle élites e dei vip e per di più a comunicare ai loro governi i segreti che a scriverli non sono più segreti, quando basta una telefonata come ha fatto Prodi a dare il permesso di raddoppiare il Dal Molin senza stare a tirare in ballo il Parlamento che c’è sempre un Turigliatto che non l’hanno avvertito in tempo e ti fa cadere il Governo. T’immagini che gli ambasciatori servono di più quando li richiamano, perchè “i rapporti si fanno tesi”, e tanto il Battisti non ce lo mandano, che fa più effetto il Costanzo quando minaccia il Brasile di rimandargli i suoi viados e i bomber del campionato. Gli ambasciatori al massimo servivano una volta per consegnare le dichiarazioni di guerra, col trucco che la guerra era già cominciata e loro dovevano far finta di non essersi accorti della differenza di fuso orario perchè avevano fatto tardi col festino della sera prima. E i soldi -nostri- per mantenere tutta la baracca, esperti, uffici-studi, spie travestite da portieri, Matte-Hari con le tette di fuori, che basta che noi mandiamo il Berlusca a Tel Aviv a dire che ghe-pensi-mi a sostenere Israele contro l’Iran che perfino il cronista di Linea-notte ha detto che è stato coraggioso; questo lo fa lui perchè ci ha i sondaggi, a noi non serve: basta che il nostro ministro si metta una maglietta con le barzellette su Maometto che tanto ci ha le guardie del corpo, come il sindaco di Sparigliate-in-Brianza quando ha applicato le leggi antiterrorismo cercando di multare una (un? Chissà?) travestita (-o?) da burka che si avvicinava pericolosamente all’obiettivo sensibile della chiesa della Confraternita degli Scarmigliati delle nostre tradissioni cristiane. Al dubbio avanzato dai soliti consociativi catto-comunisti che così si allunga il brodo di cottura dell’estremismo islamico che tutto quel fiume di gente che formicola ogni giorno nelle varie M1 M2 M3 e non può permettersi una guardia del corpo e rischia di fare la fine di Atocha che the attacks were directed by a Muslim al-Qaeda-inspired terrorist cell*, la nostra presenza sul territorio provvede consigliando di evitare di servirsi dei mezzi pubblici che tanto li usano solo gli extracòm e non pagano il biglietto che se dovesse piovere a series of coordinated bombings* almeno che si còppino tra di lori.

Zumra

nb: sull’esempio dell’ingegner Castelli che impara una frase in latino al mese (per l’invidia che Capanna ha tenuto un discorso in latino al Parlamento europeo) ma con l’intento di favorire sbocchi professionali per laureati, lasciamo ‘ste frasi da tradurre, per cui “è stata siglata un’intesa con l’ateneo cittadino che permetterà agli studenti di fornire un grande aiuto per il buon esito del progetto con traduzioni multilingua e servizi di orientamento ai turisti” (Sindaco de Bérghem, Il Giorno, 30.9.2010)

I PROFETI SONO MUTI: VATICINIAMO NOI

Ascoltare alla radio una rassegna dei giornali fatta da Mario Deaglio è un’esperienza a parte. A differenza d’altri rassegnatori -editorialisti molto letti e frullatori del nulla, opinioniste militanti/petulanti, giovani lupi di redazione, eccetera- Deaglio presta il know-how del cattedratico, e un tono e un timbro di quando il Piemonte faceva l’Italia, a una vocazione a interrogarsi sul futuro. La sua è una rassegna che storicizza e profetizza. Non dice soltanto, come stamane, che “solo nel 2015 recupereremo i livelli di prima della crisi; ci aspettano cinque anni amari nei quali saremo sorpassati da paesi che stavano dietro di noi”. Dice anche che nello Stivale quasi tutti gli aspetti di sistema sono negativi, quelli politici peggio degli altri; che tutti noi, non solo la classe dirigente, dovremo concepire una soluzione grossa; che lui Deaglio ora come ora non la sa concepire.

Dunque ascoltare Deaglio è ascoltare un profeta sconsolato, testimone di una verità piena di destino ma muta. Io e pochi altri ricaviamo la seguente conferma: maturano le condizioni perché gli Italiani riprendano, come altre volte nel passato, a inventare cose magari sbagliate ma telluriche, squassanti, non convenzionali, più creative rispetto a quelle degli altri: il Papato imperialista e antievangelico che nel secolo XII umiliò i grandi sovrani; il Rinascimento piacevole e meretricio; il teatro lirico; il fascismo. Fu pure invenzione grossa la trasformazione in impero del villaggio pastorale di Romolo e Remo, trasformazione che trafisse di stupore Theodor Mommsen.

Dopo sessantacinque anni e due o tre ‘repubbliche’, cioè cambi di assetti oligarchici e di patti tra gangster, abbiamo la certezza provata che questa politica necrotizza quasi tutto, senza scampo. Che una chirurgia aggressiva e impietosa sanerebbe molti mali: la consunzione etica, l’impotenza dei governi prigionieri dei ricatti elettorali, le parentopoli, il saccheggio generalizzato ogni giorno dell’anno. Su tutto ciò si concorda, ma si concorda anche -ossessivamente- che non c’è niente da fare. Che la montagna non andrà a Maometto.

Allora, se i politici di questa democrazia non si convertiranno mai al bene e non riformeranno mai nulla, non resta che demolire questa democrazia. E se la rivoluzione di popolo è impossibile, occorre la rivoluzione dall’alto, senza le urne, contro le urne. Ben più rivoluzione di quella di de Gaulle, la quale si accontentò di un poco che, grazie alle urne, durò poco.

Io e pochi altri crediamo che il potere dovrà passare dai pochi -gli oligarchi ladri- al popolo dei molti qualificati. Saranno impossibilitati a rubare, perché non eletti ma scelti dal sorteggio elettronico per rotazioni ravvicinate e sottoposte ai controlli implacabili di altri sorteggiati dal computer. Dovranno governare, per non più di un anno, i condannati al disinteresse, individuati random.. Le urne andranno sfasciate. Sono trappole per topi e reti per sardine.

Tutto ciò mai lo farà la classe politica. Lo farà, solo all’inizio, un Grande Eversore/Ostetrico il quale cambi ‘tutto’ con la forza trascinatrice della demagogia, oppure con la minaccia – basta quella- della forza. Se no, tenetevi la lebbra divoratrice. Voi giovani soprattutto, che restate prigionieri del passato, affezionati alle ideologie delle mummie.

A. M. Calderazzi

DESTRA O SINISTRA: IL DOVERE DELL’INDIFFERENZA

Un quinquennio di governo della destra ha disgustato quanti da essa si attendevano un corso variamente ispirato a Quintino Sella, alla Thatcher, a Ronald Reagan, a Tony Blair persino: tagli alla spesa; riduzione dei dipendenti, parassiti e rapinatori pubblici; abbattimento dei costi della politica; più libertà economica; più privatizzazioni; più contrasto all’illegalità; qualche contenimento all’immigrazione clandestina; quanche rallentamento alle avanzate trasgressive; e così via. Non è accaduto nulla. Peggio: L’affarismo incarnato da Berlusconi, Previti, i loro legali miliardari, i recordmen della finanziarizzazione, gli inquinatori dell’ambiente e di molto altro, ha conseguito trionfi.

Ma chi nel 2006 ha votato per l’Unione, non si aspetti quasi nulla di buono. Sperava in una politica estera nuova? Sbagliava. Prodi, D’Alema, Fassino, Rutelli, Bertinotti hanno già mostrato coi fatti che l’azione internazionale resterà bipartisan. Le differenze rispetto all’era Berlusconi riguarderanno le posture, i modi di porgere, non la sostanza. Di fatto la consegna resta “continuità”.

L’Italia resterà atlantica e stretta agli Stati Uniti a tempo indeterminato, con buona pace di sessant’anni di antiamericanismo progressista. Dal crollo dell’Urss Washington pratica un imperialismo scoperto, cominciando coll’annessione diplomatico-militare della maggior parte degli ex-satelliti di Mosca. I nuovi membri est-europei della UE sono ora clientes del Dipartimento di Stato e del Pentagono, sabotatori attivi dell’integrazione e dell’indipendenza del Vecchio Continente. Gli USA hanno installato basi di guerra in varie repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale, qua e là dilatandosi in altre direzioni. Hanno creduto di conquistare l’Afghanistan e l’Irak, mai astenendosi dal colpire i civili e mai fissando limiti alle devastazioni. Ad intermittenza minacciano di muovere guerra all’Iran, alla Siria, alla Corea del Nord, in teoria ad ogni nazione contro cui una guerra preventiva possa conseguire interessi statunitensi.

Ma l’Italia di Prodi, d’Alema , Bertinotti eccetera resterà alleata degli Stati Uniti: senza mai denunciare la fola secondo cui l’Occidente esporta la democrazia. Anzi, senza mai ammettere che la democrazia non merita d’essere esportata, neanche con le buone, se consiste in ciò che l’Occidente si trova ad avere: un’oligarchia plutocratica/partitocratica mimetizzata nel progressismo.

Questo hanno prodotto i 100 giorni fondativi dell’Unione: la promessa di anticipare di qualche settimana, rispetto al calendario di Berlusconi, il ritiro del contingente militare dall’Irak. In cambio allargheremo l’impegno nella ricostruzione della Mesopotamia e dell’Afghanistan, come se fossimo corresponsabili della loro distruzione.

Anzi nell’Afghanistan accresceremo il coinvolgimento bellico, visto che il cosiddetto trionfo dell’Iperpotenza Planetaria rischia d’essere azzerato dalla resistenza talebana. I Cento Giorni hanno visto anche la visita d’omaggio di Massimo D’Alema a Washington, così carica di simbolo. Hanno mostrato l’uomo forte del governo romano quasi balbettare la riconoscenza per essere stato ricevuto dal Segretario di Stato –non dal Presidente, che pure riceve tanti- e pure perdonato per il proposito di accorciare impercettibilmente il calendario del ritiro dall’Irak: ritiro dichiaratamente lento e ‘concordato con gli alleati’. Pochi giorni dopo il capo del governo di Tokyo annunzierà senza complimenti un disimpegno nipponico dall’Irak a termine ravvicinato, entro luglio. Per contrasto, nell’ufficio del Segretario di Stato il presidente dei Ds si è detto ‘onorato’ di una benignità della Rice: “Call me Condoleezza”. Come quando il principe di Bismarck poggiò sulle spalle di un Francesco Crispi adorante il proprio superbo pastrano.

Queste cose accadono quando l’avvento della Sinistra avrebbe potuto comportare la fine della sudditanza agli Usa della repubblica ‘nata dalla resistenza’. Perché no, l’uscita dal Patto Atlantico. Nell’era della Sinistra, la mannaia avrebbe dovuto cadere su tutte le spese militari e di rappresentanza, cominciando colla cancellazione di tutte le esibizioni e parate, comprese quelle domestiche. Si poteva ipotizzare che un governo rosso-rosa dimezzasse i costi delle velleità.

Per millenni si è contrapposto al fasto e agli sprechi delle monarchie la virtuosa semplicità repubblicana. Dopo sessant’anni di infedeltà agli ideali i gestori rossastri delle istituzioni sorte sul cosiddetto eroismo partigiano non accennano più a ricordarsi dei propositi di un tempo lontano. Il nostro apparato istituzionale è straordinariamente oneroso. Il Quirinale è senza confronto più sfarzoso di altre sedi di vertice. La presidenza italiana ha un migliaio di dipendenti contro i 160 di quella germanica. La Casa Bianca non ha nulla di altrettanto costoso e ridicolo quanto i nostri corazzieri. I ricevimenti mondani delle nostre sedi diplomatiche sono chic per definizione, e lo chic costa, oltre a corrompere.

I Cento Giorni di Prodi e Padoa Schioppa annunciano stangate, ma non alcun taglio agli emolumenti e privilegi di mezzo milione di eletti, cooptati, consulenti, faccendieri.

E’ irragionevole sperare che sia la sinistra, non avendolo fatto la destra, a licenziare un milione di dipendenti pubblici; ad abolire le province; a smettere di sussidiare le produzioni non richieste dal mercato; a cancellare ogni capacità offensiva delle forze armate, convertendo a funzioni di polizia la massima parte del residuo di apparato militare che si sia costretti a conservare; a mettere fine ai soprusi del sindacalismo, agli eccessi di immigrazione illegale, ad altre infamie.

La destra non ha indebolito l’oligarchia partitica. Perché dovrebbe farlo la sinistra, per la quale i partiti sono gli organi di comando della Repubblica?

In conclusione. Se le anime belle preferiscono la sinistra alla destra è perché paragonano le realtà della seconda con gli ideali della prima. L’errore è evidente: le cose hanno sempre smentito gli elevati imperativi della sinistra. Che questi ultimi siano idealmente superiori non conta: non operano mai. Per questo di fronte ai due campi non possiamo non essere indifferenti. Nella democrazia elettorale il buongoverno è semplicemente impossibile.

A.M.C.

THE UNHOLY ANTI-MARCHIONNE ALLIANCE

A prestigious Italian guru, Mario Deaglio, wrote recently that Sergio Marchionne, the head of Fiat-Chrysler, must be given credit for the single true turning point in the Italian polItics over several decades. Marchionne is supposed to be a top manager, not a statesman: What did he do of so much impact on the political scene?

He simply is defying a belligerent metalworkers union, Fiom, in a resolute way that resembles a master stroke. Since 1945, when anti-fascist parties won power, Italy evolved into a society were unionism was politically motivated at the utmost. Hardly an important decision might really ignore the unions’ goals and bents. Consequently the Italian shop environment was determined by the unions’ activism and achievements. This explains the true amazement of observers and politicians when Marchionne started a confrontational course with the unions.

He notified them that those Fiat plants whose productivity is low (because of industrial conflicts or of malpractices such as absenteeism) might end up moved abroad. He has prevailed over aggressive unions in Sicily (Termini Imerese plant) and near Naples (Pomigliano plant). At Pomigliano it usually happened that when the Naples soccer team was playing important games a majority of the Fiat workers took (paid) sick leave, i.e. practiced absenteeism. Moderate, middle of the road unions have accepted more rigorous industrial rules. Leftist Fiom, which once upon a time used to be powerful, is adamant in refusal.

Marchionne is now warning that the very Turin plant, Mirafiori (the historical cradle of Italy’s car industry) will loose a several-billion Fiat investment if a majority of its workers will not approve the Marchionne reforms. Without said modernizing investment, Mirafiori will likely wither and Italy’s largest industry might leave the country.

Most observers believe that Fiat is right in imposing a new contract in order to be able to compete in the world market; and that the claim that Marchionne is trying to enslave the employees is ridiculous. But they have an argument against the head of Fiat: he is paid too much. Estimates on his compensation differ wildly; possibly he is entitled to stock options valued as much as 100 million euro, on top of a 4,3 million per year salary. Unsympathetic analysts even calculate that Marchionne is paid the equivalent of 13,000 blue collar workers. Here they are right, of course. Marchionne’s and other top managers’ talent is hardly worth the work of thousands of employees. In fact, present Fiat business results are not brilliant.

The heart of the matter, then, is unbridled hypercapitalism. Top bosses’ compensations are preposterous and grotesque almost everywhere. They are in no relation either with performance or with social responsibility. At some moment of WW2 the top incomes in the USA are said to have been taxed at 90%, i. e. almost confiscated. Clearly the present economic crisis should be the right time to forfeit the largest part of ludicrously high incomes. If the top rate reached 90% in the USA, present global competition is a sort of economic war that justifies emergency, stern measures.

However a much higher taxation on the rich would postulate a quasi-socialist aim, while no prospect exists for any quasi-socialist program in a market economy like the Italian one. Only leftist parties might propose forfeiting laws, but their reputation could not be lower. They are not credible at all as the defenders of the public interest. Their integrity is no better than the one of the Right. The traditional Left is totally inadequate to promote a better distribution of wealth.

Only a reputable, non-leftist, non-factional, non-professional breed of public figures would deserve the esteem of the community. The Italian politics does not possess such a breed. Any idealistic, even saintly program will be refused by public opinion if advanced by traditional career politicians. So the hypercapitalist champions will go on earning as much as large herds of their workers.

Too bad. Because of the decline of the advanced economies, a comparatively near future will require the general enhancem ent of welfare. It will be so costly as to compel the governments to assail the richest taxpayers. If the process will be managed by the scoundrels, carpetbaggers and robber barons that run Italy, it will be a rotten process. By definition, the opposite of social justice.

A.M.C.

Lo spettacolo deprimente dell’opposizione italiana

Al netto di quelli che lo votano, gli italiani di Berlusconi non ne possono più. Stanchi di andare all’estero ad essere derisi per un presidente puttaniere. Stanchi degli sproloqui suoi e dei suoi scherani pennivendoli. Stanchi del suo giovanilismo superomistico catto-cazzaro. Stanchi dei danni, più o meno gravi, inferti al Paese.

Ma ci sono alcuni di problemi che impediscono di sbarazzarsene. Uno è l’ostinazione con cui Berlusconi vince elezioni e sfide parlamentari. Un altro è il fatto che gli italiani che lo votano sono tanti, per lo più persone anziane e con un grado di istruzione medio o basso. E l’Italia straripa di vecchi e di ignoranti. Un altro ancora è il suo impero economico e mediatico.

Il problema più grave però è costituito da chi fa opposizione a Berlusconi, posto che qualcuno che faccia opposizione ci sia. Di Pietro urla e strepita, ma la sua stessa esistenza politica è legata alla sopravvivenza di Berlusconi, e al momento decisivo sono stati due suoi parlamentari a far sopravvivere il Governo. Vendola, per quanto si sforzi, è confinato nella ridotta della sinistra, che pare aver scritto nel proprio dna il destino di Cassandra, nella migliore delle ipotesi. Il Partito Democratico è una pasticca per il malditesta, maldipancia e maldiculo, tutto in un unico prodotto. Non solo è diviso al proprio interno tra amici del segretario, amici dell’ex segretario, amici di chi vorrebbe fare il segretario e di chi vorrebbe fare il candidato premier sì, ma il segretario no. E’ anche diviso all’interno delle sue stesse fazioni. Il caso fiat spacca la fazione del segretario e dei rottamatori, il testamento biologico spacca i modem, il Pd in definitiva spacca le palle al suo stesso elettorato. Il 25% di cui è accreditato pare essere composto, oltre dalle eterne truppe cammellate e da qualche anima pia che ancora ci crede, da elettori rassegnati, scontenti dell’estremismo (o dal passato, o dalle tendenze sessuali) di Vendola, o disgustati dal giustizialismo (o dall’ignoranza) di Di Pietro. Nel recinto dell’opposizione sono poi entrati da poco l’Udc di Casini, e da pochissimo il Fli di Fini. Contro Berlusconi è schierato praticamente l’intero arco parlamentare della Prima Repubblica, dal Msi al Pci. E dunque che fare?

A voler ascoltare il ronzio di sottofondo prodotto dall’opposizione, niente. La sola proposta astrattamente-potenzialmente vincente (sia chiaro, solo in sede elettorale) è quella del tutti contro uno, ma basta menzionarla per scatenare il tutti contro tutti. E allora niente.

Se è vero che questa Seconda Repubblica finirà con Berlusconi, non resta che augurarsi che finisca in modo drastico e fortemente autocritico. Speriamo poi che la Terza si fondi su presupposti completamente nuovi, magari un po’ più improntati alla responsabilità ed alla selezione di eletti ed elettori.

Tommaso Canetta

40,000 TANKS! 25,000 PLANES!

A distinguished Frenchman, who had been political chief of staff of prime minister Edouard Herriot and had played a significant role in the Paris diplomatic recognition of the USSR, went back to Moscow in 1941 as the ambassador of marshal Philippe Pétain, the head of what had survived of sovereign France after Germany’s triumph in June 1940. Bergery -a friend of the USSR, we have seen- reported that at the eve of the German invasion of June 1941, the great Soviet Union had remained as desperately destitute and hungry as at the end of the civil war, in the Twenties. But that the stern rule of Stalin had won a huge benefit from the exploitation of a nation of slaves: 40,000 tanks, 25,000 warplanes and a very powerful heavy industry.

We know that the German Blitzkrieg was immensely successful in the summer and fall of 1941, as the Soviet generals and Stalin himself didn’t expect to be assaulted so soon by Hitler. But the estimate of Bergery, if possibly exaggerated, is outstandingly meaningful. 40,000 tanks were a big multiple of the German armour that in June 1940 had smashed France and the British expeditionary force. In fact, a year later, 10,000 tanks were more than enough to achieve a triumph against the Red Army. 25,000 warplanes were a big multiple of the total numbers of the Luftwaffe in 194O. If correct, the information provided by the French diplomat means a simple thing: that the military build-up achieved by Stalin was a serious threat to the Third Reich. After all, the triumph of the German operation Barbarossa in June 1941 was obtained with one fourth of the 40,000 tanks supposedly built or bought under the iron hand of Stalin.

The hardships imposed by the war plans of the Kremlin were so intolerable that the subjected populations hated Communism well beyond its faults and crimes. If the figures quoted by ambassador Bergery are reasonably credible, the logical consequence is that the Fuehrer attacked the USSR in order to prevent Stalin from attacking first. In so doing Hitler made his biggest mistake, but probably he started his suicidal eastern war because of a real fear. In this sense he ‘did not have an alternative’.

Instead of building a socialist society, Stalin built a huge war machine. The rumors are probably reliable that the USSR put an order in the USA for ten battleships supposed to be so large that no Navy in the world possessed one of them. Such Leviathans were not built. Hitler’s fatal mistake was in not conceiving that the USA, the Arsenal of democracy, might save the USSR from oblivion. President Roosevelt died too suddenly to be confronted with the consequences of his supporting the future arch-enemy of the West. The top consequence was a Cold War which at times appeared on the verge of evolving into a nuclear conflict.

A. Co.

IL TAGLIO DEL GETTONE

Per capirci meglio.

Può anche capitare che qualcuno del PD faccia o dica la cosa giusta. L’evento si è verificato in una tarda serata di fine novembre a Como, nella sala consiliare di Palazzo Cernezzi, sede del comune. Protagonista un sinora oscuro consigliere del partito democratico, appunto, che naturalmente anche nel capoluogo lariano sta all’opposizione. In un’atmosfera che ci è stata descritta tesa, attenta e quanto meno rispettosamente silenziosa, quasi (fatte le debite proporzioni) come quella in cui Bettino Craxi pronunciò a Montecitorio la sua memorabile confessione-requisitoria, Bruno Saladino, questo il suo nome, ha sferrato un durissimo attacco contro la decisione della giunta comunale di ridurre del 25% il gettone di presenza dei rappresentanti della cittadinanza, che ammonta a 70 euro lordi.

Una decisione ridicolmente demagogica, egli ha tuonato, perché fa passare per membri della casta privilegiata persone che, come lui, percepiscono stipendi netti mensili di 350-400 euro, e perché la si spaccia per un esemplare taglio dei costi della politica “in un paese dove il ladrocinio impera…la politica offre esempi di ruberie e mangiatoie invereconde, dove alcuni parlamentari del passato incassano vitalizi persino reversibili dopo tre giorni di legislatura, dove i rimborsi elettorali ai partiti corrispondono a cifre enormi che i partiti non sanno quasi come spendere”. Chi ha preso tale decisione soffre di “sindrome da straccioni”, ha stranamente concluso, non avvedendosi, si direbbe, che una simile accusa potrebbe essere rivolta piuttosto a lui.

In realtà il prode Saladino ha ragione da vendere su tutta la linea. I costi che si tagliano in questo caso sono infinitesimali, irrisori e sostanzialmente irrilevanti anche a confronto di riduzioni (finora solo ventilate) molto più modeste delle retribuzioni dei nostri deputati, senatori, parlamentari europei e consiglieri regionali, notoriamente fra le più alte al mondo e spesso rese ancor meno giustificate da sistematici assenteismi. D’altra parte, né Saladino né altri come lui (che pure ce ne saranno) dovrebbero eventualmente vergognarsi di risentire quel taglio come un sacrificio del tutto inutile qualora svolgessero decentemente le loro funzioni essendo privi di altri proventi più o meno lauti.

Benjamin Constant, pioniere del liberalismo ottocentesco, ammoniva nel 1815 a non offrire alcuno stipendio ai rappresentanti del popolo perché retribuirli non significa “interessarli ad esercitare con scrupolo le loro funzioni ma solo a conservare queste funzioni”; riteneva accettabile solo una modica indennità. Perfino lui, se fosse vivo, solidarizzerebbe probabilmente con Saladino e si domanderebbe semmai, come facciamo noi, se la frugalità sfoggiata dai promotori del taglio comasco non nasconda per caso il proposito di continuare imperterriti, ad esempio, a svuotare le casse comunali assegnando ricche commesse, consulenze, appalti e permessi a parenti, amici e amici degli amici e dei parenti.

Sta comunque di fatto che, dopo avere ascoltato senza fiatare la filippica del dissenziente, la grande maggioranza dei consiglieri, capeggiata dagli uomini della Lega Nord e della residua sinistra di classe, ha tranquillamente approvato la proposta della giunta. Trionfa dunque, stavolta in provincia, il vizio di abbindolare gli elettori a spese del buonsenso, mentre nella capitale gli eletti, più candidi, si tengono bene stretto il caffè della buvette a prezzo di favore.

Nemesio Morlacchi