In recent years I have been trying (in The Daily Babel too) to show with historic evidence that Winston Spencer Churchill, far from having acted as a champion of freedom and civilization, was one of the worst warmongers of the XX century. And that Britons should detest him as the national leader who, while impelling several conflicts and campaigns aimed to uphold the British Empire and Glory, did factually the most to destroy said empire and glory. By the way, a number of bona fide historians did not loose opportunities to stress the uncommon callousness of Sir Winston when confronted with problems of conscience.

It’s well known, for instance, that in 1915 Churchill, then First Lord of the Admiralty, willingly disregarded the human costs of the temerary operation of the Dardanelles. Against the advice of his admirals, the First Lord pushed for the operation: He won, the campaign failed utterly after taking many thousand lives. But the Dardanelles, among the Churchill’s evil deeds, was a comparatively innocent one. Instead nobody pushed the United Kingdom to enter WW2 more than Churchill, the forceful head of the war party in the London Establishment. That is, no Briton more than him acted to transform a regional conflict in Central Europe into the most lethal war in history.

Now an article of TIME (November 29, 2010) indicts the late Premier with a little known crime of sixtyseven years ago. Title: “The Ugly Briton. A scholarly account of Churchill’s shameful role in the Bengal famine leaves his reputation in tatters”. Incipit: <Few statesmen in the 20th century have reputations as outsize as Winston Churchill's. And yet his assidously self-promoted image as what the author Harold Evans called 'the British Lionheart on the ramparts of civilization' rests primarily on his WW2 rhetoric, rather than his actions as the head of a government that ruled the biggest empire the world has ever known. Madhusree Mukerjee's new book, Churchill's Secret War, reveals a side of Churchill largely ignored in the West and considerably tarnishes his heroic sheen,

< In 1943, some 3 million brown-skinned subjects of the Raj died in the Bengal famine, one of history's worst. Mukerjee delves into official documents and oral accounts of survivors to paint a horrifying portrait of how Churchill, as part of the Western war effort, ordered the diversion of food from starving Indians to already well equipped British soldiers and stockpiles in Britain and elsewhere in Europe.

<And he did so with a churlishness that cannot be excused on grounds of policy: Churchill's only response to a telegram from the government in Delhi about people perishing in the famine was to ask why Gandhi hadn't died yet.

<”I hate Indians” he told the Secretary of State for India, Leopold Amery. “They are a beastly people with a beastly religion. The famine was their own fault”, he declared at a war-cabinet meeting, for “breeding like rabbits”. .

The crime of 1943 against Bengal -better, against humanity- draws Churchill a little closer to Stalin, Himmler, Pol Pot and other assassins. Furthermore, it adds weight to the numerous accusations and witnesses raised against the wartime Prime Minister in the 95 years that elapsed since the bloody Dardanelles expedition. For instance, to the allegation that on July 14, 1943 he ordered the shooting down, in the Gibraltar sky, of the British 4-motor bomber who was carrying, in addition to crew and several passengers, general Wladislaw Sikorsky, head of the Polish government in London and of the Polish Army which was fighting Germans on the side of Britain. Cburchill is commonly suspected to have perpetrated this crime in order to please Stalin, the arch-enemy of right-wing Polish, the one who in 1940 ordered the Katyn mass killing of Polish officers, and in late summer of 1944 forbade the Soviet Army to conquer Warsaw, right across the Vistula, so that the Wehrmacht and the SS could exterminate the Polish anticommunist fighters who had insurrected.

The total destruction by the RAF of Dresden, a city of no residual industrial or military value, when the Wehrmacht had practically collapsed, the victorious Red Army was advancing fast and Dresden was teeming with fugitives from the eastern territories, was additional evidence of the Churchillian cruelty. At least 100,000 persons died.

While Indians mourn the millions who perished in 1943 because of Churchill, the whole world should feel revulsion, if it would know the truth behind the iconic image of the so called New Lionheart projected by the war.propaganda machine. However Churchill had something in common with King Richard I. The latter too, the original Lionheart, was fit to ruthlessness: He did not give mercy to the Saracens who had defended Acre. After surrendering, they were slaughtered by a churchillian command of the Lionheart.

On their part, Britons should pity themselves because destiny and their own subservience to the Tory Establishment gave the political power to the top national warmonger. Churchill’s lifetime vocation to war -almost any war- had an enormous consequence: the cancellation of the British Empire and greatness. After Churchill’s war Britain found herself broke and deprived of a world role. Today’s Britain is just the hulk of a wrecked stately ship. Churchill demanded WW2 so that Britain would stay great. The result was the downgrading to a status of irrelevancy.

Antonio Massimo Calderazzi

Una nuova guerra, perché?

Tutte le guerre che occupano le pagine dei nostri libri di storia e che fanno giudicare i periodi di pace niente più che intervalli fra una guerra e l’altra non hanno impedito che la gente continui a pensare che un conflitto armato fra popoli o stati sia un avvenimento eccezionale. “Guerra e Pace” è il titolo di un romanzo famoso. Ma la vera contrapposizione sarebbe – così pensano i più – “Guerra e Mondo”, perché un mondo senza guerre è nei nostri pensieri più che non sia un mondo sempre in guerra; la guerra è l’eccezione, mondo è tutto il resto.

Il mondo, la vita, contengono in sé la conflittualità. Ma il mondo come dovrebbe essere e si vorrebbe che fosse è naturale pensarlo senza crudeltà, violenze e distruzioni. E’ per questo modo di pensare che ogni volta che “scoppia” una guerra le reazioni sono due: 1. Ci si chiede che cosa l’ha fatta succedere; 2. Come si giustificano quelli che l’hanno provocata?

La prima domanda porta alla ricerca di una causa, come si fa con avvenimenti che si ritengono fuori dal comune: ci si chiede perché la superficie del pianeta, normalmente stabile, di tanto in tanto tremi (non ci si chiede perché sta ferma); ci si chiede perché i fiumi “esondano”, come ci si chiede il perché della follia e non della salute mentale; La risposta a queste domande si dice “spiegazione causale” ed è l’indicazione di una causa; se la si rimuove, quando è possibile, sparirà anche l’effetto. Se invece l’avvenimento di cui si tratta è attribuito alla decisione di qualcuno, di uno che se lo può permettere, allora si chiede a questo qualcuno di spiegarci perché ha deciso quello che ha deciso. Si parla anche questa volta di “ spiegazione” e anche di “ perché”; ma il secondo “perché” è legato ad un “affinché”, cioè ad uno scopo, che giustifichi una decisione tanto grave; si chiede una spiegazione che è una “giustificazione” e il “perché” della giustificazione è diverso dal “perché” della spiegazione; è un ricondurre ciò che si fatto a delle ragioni, non a delle cause. Le ragioni sono una faccenda personale, di chi ha deciso, le cause sono una cosa esterna, che si subisce; spiegazione causale e giustificazione razionale son due cose diverse, che quando c’è l’una diventa inutile l’altra. E se vengono attribuite allo stesso avvenimento provocano l’accusa di ridondanza e di ipocrisia. Diciamo che è un ipocrita, un impostore, chi fa passare per causa una sua decisione; si sottrae così al bisogno di dar spiegazioni. Una causa non si giustifica.

Quando ne combina qualcuna di storta, che non saprebbe giustificare, il Buon Dio cambia nome, si fa chiamare “caso”; così sembra abbia detto niente di meno che Voltaire. Non può, questo Dio, presentarsi insieme come buono e come onnipotente. Gli umani, che invece sono sempre benevoli con Lui, hanno escogitato tante soluzioni per questa convivenza impossibile. La più onesta è quella del mistero, la più radicale è il dar ogni volta la colpa a se stessi: “chissà di che cosa l’avremo offeso, e Lui ce lo fa capire con le disgrazie che ci manda, che sono delle punizioni”; ci sono anche quelli che parlano di un Dio che “permette” che certe cose accadano; ma questa volta dovrebbe essere Lui a giustificarsi. Ma poiché questo a Dio non si può chiedere, ci pensa la bonomia popolare: “in quel momento il Signore dormiva, ne ha ben diritto anche Lui”.

Per gli umani si hanno altre esigenze: se subiscono, devono dire che cosa hanno subito, se decidono, per quali ragioni hanno deciso. Fra l’enorme mucchio di guerre che la nostra memoria storica ci permette di recuperare in ogni tempo e in ogni luogo ne abbiamo estratte due che ci sembrano rappresentative della guerra decisa e della guerra subita: le crociate e la prima guerra mondiale.

Le crociate noi le potremmo mettere in relazione con la famosa “jihad” di Maometto. O perfino con le guerre sante dei re assiri. Le più antiche guerre sante, guerre giustificate, di cui si ha notizia si rintracciano nelle iscrizioni assire (1): il re è responsabile delle sue azioni verso gli dèi piuttosto che verso il popolo; “il re è addirittura tenuto ad informare gli dèi degli avvenimenti di guerra e delle loro conclusioni”. Si scrivevano addirittura “lettere agli dèi; missive che avevano lo scopo di riferire agli dèi dell’adempimento della divina missione che era imposta al re” (p. 20)”. E’ difficile non vedervi un precedente dei moderni bollettini di guerra, con i quali si informa il popolo sovrano; ed è anche difficile non chiedersi se qualche volta il re assiro non avrà condito le sue lettere con qualche menzogna o vanteria.

Poi sono venute le “guerre sante” dell’Occidente cristiano. Esse furono “bandite”, decise, dai papi i quali trovavano indecente che i luoghi sacri della cristianità fossero governati da conquistatori di un’altra religione pur essa monoteistica; tanto più che i sovrani di quelle terre si mostravano poco accoglienti e ospitali, sottoponevano i pellegrini che avevano fatto sì lungo viaggio a vessazioni, estorsioni e balzelli. Dapprima i papi si rivolsero ai loro popoli, fra i quali predicavano la necessità di partire spontaneamente; successivamente ai sovrani, con il comando e il ricatto diplomatico. Furono insomma guerre e spedizioni decise e le decisioni erano esplicite e giustificate pubblicamente; quelli che partivano erano capaci di spiegare a stessi e a chiunque “perché” partivano.

Ben al contrario, il conflitto del l915-18 fu iniziato da sovrani e ministri sotto la pressione dei comandi militari dell’Austria-Ungheria e della Germana imperiale. Si basavano sui precedenti di interventi militari poco sanguinosi e distruttivi. Quando ne venne fuori il conflitto più sanguinoso della storia cominciò il palleggio delle responsabilità. Tanto che i vinti, per avere la pace, si videro imporre di assumersi la responsabilità di tutti quei morti ammazzati.

In ogni Paese vi erano state minoranze, perlopiù di intellettuali, che avevano addotto ragioni poco comprensibili ai più: che bisognava far valere la Kultur germanica sulla civilisation francese, che bisognava proteggere gli slavi del sud, i serbi, dalla prepotenza austriaca, più in generale le piccole nazioni, come la Serbia, appunto, o il Belgio, dalle prepotenze degli Imperi centrali; nel caso dell’Italia che bisognava completare il risorgimento, facendo coincidere i confini dello stato italiano con quelli geografici della penisola. Ma queste ragioni sarebbe azzardato dire che ebbero l’efficacia che viene attribuita alle cause; esse non penetrarono mai fra le masse dei combattenti, che si massacrarono senza odiarsi, che combatterono per un dovere che era accompagnato dalla paura; e anche per un orgoglio provocato in loro; non certamente per una fede religiosa, per la voce di un dio. Se ci chiediamo un perché di tanto conflitto dobbiamo indicare della cause, non delle giustificazioni; con l’eccezione dell’intervento degli Stati Uniti d’America.

Cause e giustificazioni sono due cose diverse, come si è detto. Una causa la si subisce; una giustificazione viene da noi stessi. E’ però anch’essa il richiamo ad una forza esterna superiore. Ma accade che ci si giustifichi dicendo che si vuol anticipare una causa, un avvenimento che però è del futuro, di un futuro che si decide di non subire. Così fu per l’intervento militare germanico sul Belgio neutrale, e neutrale per accordi comuni; la giustificazione era che si temevano gli effetti dell’alleanza franco-russa; e quando l’Inghilterra decise di uscire dal proprio tradizionale isolamento la giustificazione fu che si temevano gli effetti dell’occupazione tedesca del Belgio. La miscela che ne esce, in questi casi, è micidiale, perché si compiono azioni scelte sentendosene costretti. E costretti da qualcosa che non si vede, perché non è ancora accaduto. I precedenti sono numerosi nella storia.

Una guerra non è una guerra se non provoca morti, feriti, distruzioni. Chi la decide lo sa bene e molto spesso si può dire che proprio lo voglia. Ma non può dire che lo vuole, che se lo augura e aspetta, e allora dice che ne è costretto; ma da un avvenimento che deve ancora arrivare.

In certe battaglie del rinascimento, soprattutto in Italia, armate mercenarie mostravano l’una all’altra quanti cannoni, quanti cavalli, quanti soldati e come armati ciascuna poteva mostrare, poi su questa base trattavano o si combattevano. Andrea Doria, il famoso ammiraglio genovese del cinquecento, non portò a termine nessuno degli scontri navali che ebbe con turchi, francesi, corsari; interrompeva la battaglia per trattare, e di questo fu rimproverato. Anche Machiavelli rimproverava alle truppe mercenarie di non impegnarsi veramente nel combattimento.

Anche quelli che decisero il conflitto 14-18 volevano vincere ma non distruggere i loro nemici; gli spostamenti di confine furono modesti. L’intenzione era di distruggerne la potenza militare, indebolirli di armamenti e di truppe. Ma la situazione sfuggì al loro controllo, molte di quelle sanguinosissime battaglie furono di puro sterminio.

Ma sterminio di chi? Proprio soltanto delle masse di soldati nemici? Il sospetto viene che anche le proprie masse si volesse sterminare. In tempo di guerra ci si ritiene autorizzati a mentire, molto di più che in tempo di pace. Si mente sui morti e sui vivi, sulle risorse, sulle armi e così via; ma soprattutto si mente sulle intenzioni. Nessuno dice “perché” ha iniziato una guerra e proprio per questo coloro che desiderano sapere qualcosa si sentono autorizzati a ragionare con la loro testa. E il ragionamento è molto semplice: se non mi dici “perché” hai deciso, o se mi dai risposte reticenti, evasive, pretestuose, è che quelle vere non le vuoi dire; forse nemmeno puoi dirmele, tanto ti sembrano sproporzionate alla gravità delle conseguenze; e ne sei spaventato tu stesso.

La prima guerra mondiale interruppe un periodo di pace e di prosperità nei Paesi avanzati. Le testimonianze elogiative della “belle époque” sono infinite. Ricordo soltanto lo scrittore e filosofo russo Vladimir Soloviev (2). In uno scritto “I tre dialoghi” uscito nel 1903, fa discutere fra di loro varie persone su temi di attualità. Fra di essi un politico, il quale magnifica ed esalta la qualità e la fortuna dei tempi in cui è loro toccato di vivere. Fra queste fortune c’è che non si fanno più guerre; almeno in Europa, e quelle che si combattono su altri continenti non sono poi gran che devastanti. La guerra sembra proprio una cosa dei tempi passati, o di luoghi lontani.

Quel politico non poteva immaginare, neanche appena immaginare, quanto sarebbe apparso fuori luogo tanto suo compiacimento. Nel giro di qualche settimana estiva (e viene la tentazione di dar la colpa proprio all’estate) sette Paesi d’Europa (Serbia, Austria-Ungheria, Russia, Germania, Belgio, Francia, Inghilterra) si trovarono ad affrontarsi in sanguinosissime battaglie di distruzione. Il succedersi degli avvenimenti è noto a sufficienza. Lo stupore non è finito ancor oggi. Le spiegazioni che ne diedero allora i singoli governi furono un elenco di “atti dovuti”, come conseguenza di impegni diplomatici e morali non disattendibili. Soltanto i serbi, aggrediti per primi, non diedero spiegazioni. Erano atti dovuti presentati e sentiti come irreversibili. Quindi riconosciuti come cause determinanti.

“L’irreversibilità delle mosse crea nei decisori un senso di costrizione”; così ha scritto lo storico e politologo Gian Enrico Rusconi (3). Ma dopo tanti anni che sono passati, e dopo tante letture di testi molto spesso banali, anche se complicati, noi una risposta ce la dobbiamo ancor dare. E siamo portati a pensare che dietro a questa insufficienza ci sia una insufficienza nel descrivere la situazione in cui la guerra è “scoppiata”. Ci si limitava alle cause politiche, alle rivalità fra gli stati.
Si dimentica che la prestigiosa Europa della “belle époque” poggiava su di un cuscino di paura. Era la paura delle masse che ospitava in sé: contadini, che continuavano il lavoro e la vita delle precedenti società feudali, operai delle grandi fabbriche che vivevano emarginati nelle periferie, così visibilmente diverse dai quartieri borghesi delle grandi città, lavoratori del mare, mendicanti, gente emarginata. Tutti costoro bollivano al confronto delle loro condizioni, di cui li rendevano consapevoli intellettuali socialisti, comunisti, anarchici. E la borghesia, che di loro aveva bisogno, che con loro doveva vivere, non aveva altro discorso che quello dell’attesa; attesa che il benessere proprio arrivasse anche a loro, per naturale espansione secondo le tendenze del mercato, la cui natura era di allargarsi. Che fosse un discorso in buona parte ipocrita lo si vedeva dal fatto che questo mercato tendeva sì ad allargarsi, ma per lo più all’interno delle classi che stavano bene; mentre ogni stato gonfiava il proprio bisogno di sicurezza, che conviveva con l’esigenza, ritenuta legittima, di estendere al resto del mondo la propria efficienza e prosperità. Quando la diplomazia dei partiti interni al sistema si mostrò incapace di risolvere i singoli contrasti che di volta in volta nascevano venne sostituita con le armi dei militari, cresciute in quegli anni di denaro disponibile, forse fuori dal controllo dei militari stessi. E tutto esplose con l’episodio di Sarajevo, ricostruito “sul tempo” come pochi sanno fare da Emil Ludwig (4).
Conviene ricordare che l’uccisione dell’erede al trono dell’Austria-Ungheria avvenne in territorio imperiale, sotto il controllo della polizia imperiale; che non fu mai dimostrata, né al momento, né poi, alcuna responsabilità o coinvolgimento della vicina Serbia; che gli attentatori erano serbi, questo è vero, ma erano serbi cittadini dell’impero; che l’ultimatum austriaco alla Serbia venne accolto quasi per intero; che la risposta serba non venne neppur letta dall’ambasciatore austriaco. Vicende esposte con grande capacità di ricostruire la contingenza da Emil Ludwig nel suo utilissimo libro “Luglio ‘14” (n). In perfetta malafede la Serbia venne invasa militarmente e scattarono gli obblighi internazionali di Russia, Germania, Francia, Inghilterra; era quanto bastava per scatenare un conflitto che si sarebbe esteso.

Sorprendono le somiglianze con quanto accadde dopo la distruzione delle torri gemelle di New York, poco meno di un secolo più tardi. Anche in questo caso si pensò di punire un atto offensivo compiuto su un territorio di propria competenza aggredendo uno stato indipendente, in questo caso lontano, ritenuto corresponsabile. I motivi di questa asserita corresponsabilità sono di natura etnica, religiosa, morale, non giuridica e anche questi nemmeno dichiarati in modo pubblico. Si veda l’interessante piccolo scritto di Giulietto Chiesa “La guerra come menzogna“ (5). Nell’un caso come nell’altro è stato sostenuto, con argomenti molto convincenti, che le aggressioni a questi stati di fuori erano state pensate e preparate già da prima e che si aspettasse l’episodio scatenante. E furono presentate come doverose guerre di rappresaglia aggressioni che avevano ben altre origini e motivazioni.
E’ il caso di recuperare la differenza iniziale fra guerre decise e guerre subite. La prima guerra europea del 15-18 venne presentata da tutti, anche da coloro che spararono i primi colpi di cannone, come guerra necessaria, inevitabile, subita. Senza voler escludere che ci sia qualcosa di vero in questa presentazione, perché anche gli obblighi internazionali hanno una loro forza, rimane tuttavia più che lecito pensare che si trattasse di “atti dovuti” costruiti in anticipo; ovvero, di decisioni nascoste tenute in sospeso. Un bel lavoro per storici, psicologi, economisti, sociologi e quanti altri hanno già cercato di occuparsene creando addirittura una disciplina riservata, la polemologia.

Riflettendo su questa ipotesi delle decisioni nascoste, la prima cosa da pensare è che se questa decisione si appoggiava a qualcosa che non si poteva dire bisognava costruirsi un qualcosa che si potesse dire, che fosse in linea con il pensare comune e facile da spiegare alle masse. Erano di questo tipo l’indipendenza del popolo polacco, diviso fra russi, tedeschi e austriaci e anche gli attriti linguistici e territoriali tra Francia e Germania e pure l’irredentismo italiano; c’era poi l’insoddisfazione degli slavi cui il regime di Francesco Giuseppe si era mostrato incapace di far fronte.

Dietro c’era qualcosa che proprio non si sapeva riconoscere, né all’interno dei circoli di potere né sulle piazze; era la speranza, ahinoi non consapevole, che mobilitando le masse in una guerra fra nazioni si sarebbe potuto evitare quella rivoluzione che incombeva su tutte.

In tutte le nazioni la disciplina e l’autoritarismo dei militari si sovrapposero alle differenze di regime; repressioni interne crudeli che erano pensate per terrorizzare la truppa e raramente corrispondevano ad insubordinazioni o rifiuti di combattere. I comandi militari avevano più a cuore le scorte di carburante, di munizioni, di automezzi che la vita dei loro stessi soldati.

La vita del soldato era considerata una risorsa a costo zero; era di persone senza diritti, o quei facilmente aggirabili; avevano soltanto il dovere dell’obbedienza passiva, di farsi automi (n Gemelli) al richiamo della Patria o dell’Imperatore. Era un dovere senza compensi o rivendicazioni, quindi un passo indietro ai doveri del bracciante, del contadino, dell’operaio, quello che pure erano stati quando non erano militari. Il soldato doveva soltanto “krepieren” come fa dire al maresciallo austriaco Conrad quel tragico burlone dello scrittore ceco Jaroslav Hašek al suo soldato Sc’veik (6).

La morte in battaglia era anonima e non aveva compensi. La guerra individuale, quella degli antichi eroi o cavalieri, era riservata agli assi dell’aviazione, a qualche poeta eroe scomodo o a qualche altro eroe da propaganda; gente che era meglio non tornasse a casa per fare il reduce ribelle o contestatore. Le stesse autorità religiose se c’era un sacerdote un poco riottoso e tormentato da dubbi lo preferivano come cappellano dell’esercito.

La morte in battaglia del soldato conferiva alla gloria dei comandanti e alle speranze di pace sociale ai padroni del futuro. “Sacrificio della borghesia” fu detta la prima guerra mondiale. Fu piuttosto un sacrificio dei popoli ai quali la borghesia non fu capace di sottrarsi. Più ci si allontana da quegli anni e più cadono gli ostacoli al faticoso lavoro di ricostruire la contingenza. Ed emerge l’immagine di una gran confusione della quale si avvidero scrittori come Gadda, Barbusse, Hašek, certamente altri che non conosco; una confusione delle menti penetrata dalla paura per un sommovimento sociale che si temeva più di una sconfitta. E di certo in quella contingenza non erano prevedibili i milioni di morti, di mutilati, di ammalati e l’impoverimento generale. L’Europa perse il suo primato nel mondo. Ma un rimprovero si può fare a chi prese quelle decisioni, di non aver fatto niente per evitarle, di averle vissute come cause determinanti.

Paolo Facchi

1. “War, peace and empire”, justification of war in Assirian Royal Inscriptions, by Bustenny Oded, Wiesbaden, dr. Ludwig Reichert Verlag, 1992.
2. Vladimir Soloviev, “I tre dialoghi”, Marietti 1975.
3. Gian Enrico Rusconi, “Rischio 1914”, Bologna, Il Mulino 1987.
4. Emil Ludwig, “Luglio ‘14”, Milano Mondadori 1930.
5. Giulietto Chiesa, “La guerra come menzogna”, Roma Nottetempo, 2003.
6. Jaroslav Hašek, “Il buon soldato Sc’veik”, Milano Feltrinelli 2010. Si veda anche il mio racconto “Intelligenza con il nemico” in “Racconti filosofici”, Milano, Moretti Honegger, 2005.


In alternativa al modello attuale e alla crescita zero

Nello scorso numero abbiamo pubblicato una perorazione per la crescita zero apparsa su “Die Zeit”, sul quale, come altrove all’estero, sta proseguendo il dibattito su questo tema di crescente attualità. Riportiamo ora un articolo dello stesso settimanale tedesco (4/11/2010) in cui si sostiene, con dovizia di dati, che al modello di sviluppo tradizionale esiste anche un’alternativa meno drastica: la crescita verde.

Crescita e sviluppo sono oggi concetti controversi. Molti li esaltano, altri li demonizzano. Soprattutto per quanti se lo possono permettere lo scetticismo sulla crescita torna di moda. Questi postmaterialisti dimenticano volentieri su che cosa poggia il loro stile vita biologico. Essi hanno rinunciato anche all’idea e alla concezione di progresso. Sono economicamente e socialmente ciechi e privi di prospettive. Non riescono neppure a concepire che i problemi dell’odierna, vecchia società industriale possano essere risolti con nuovi metodi.

Il Club di Roma, nel suo rapporto del 1972 intitolato “I limiti della crescita”, avvertì che avevamo sforato la sostenibilità del nostro pianeta. Se la popolazione, la produzione di generi alimentari e beni industriali, l’inquinamento ambientale e il consumo di materie prime non rinnovabili continueranno a crescere a ritmo immutato si arriverebbe, secondo quel rapporto, al collasso dell’economia mondiale.

Ciò è vero, ma non significa che l’unica soluzione del problema sia l’ascetismo. Dobbiamo invece conciliare il benessere di massa con quello che il nostro pianeta può dare e sopportare. Crescita e utilizzo delle risorse possono e devono essere scissi. Abbiamo bisogno di una crescita di qualità.

A questo fine è necessario un modello di sviluppo al cui centro stiano nuove tecnologie, nuovi prodotti e procedimenti di produzione per un uso più efficiente di energia e risorse. L’Ufficio federale [tedesco] di statistica ha stabilito che l’utilizzo delle risorse è il principale fattore del costo di produzione dell’industria di trasformazione tedesca. Esso costituisce il 46% del valore della produzione lorda. L’Agenzia tedesca per l’efficienza dei materiali (Demea) stima che l’industria nazionale potrebbe risparmiare 100 miliardi di euro all’anno se usasse materie prime e materiali con soltanto un 20% in più di efficienza. Noi invece ci comportiamo come se i salari, che costituiscono solo il 20% dei costi, fossero l’unico fattore su cui risparmiare.

Già le tecnologie di riciclaggio diventano un grande mercato di crescita a causa dell’esplosione demografica planetaria. In Germania dovrebbero esservi investiti 20 miliardi di euro nei prossimi dieci anni, con conseguente possibilità di creare fino a 200 mila nuovi posti di lavoro. Inoltre, grazie al riciclaggio, si consumerebbe molto meno energia rispetto alla produzione primaria di materiali. Anche le emissioni di diossido di carbonio, ad esempio con il riciclaggio dell’alluminio, si riducono ad un quinto di quanto emesso nella produzione primaria di alluminio. E il riciclaggio apre nuovi sbocchi all’esportazione: nelle relative tecnologie la Germania possiede già una quota di mercato di oltre un terzo.

La biotecnologia, dal canto suo, può rimpiazzare costose ed inquinanti lavorazioni chimiche. Il konzern Boehringer Mannheim (oggi Roche Diagnostics) ha appurato che l’impiego di feccia geneticamente modificata riduce i costi di produzione dei medicinali e migliora l’impatto ambientale. I costi di produzione sono calati da 80 mila a 40 mila euro, i rifiuti solidi e liquidi da 200 a 40 tonnellate e il consumo di energia è diminuito dell’80%.

Per cambiare veramente dovremmo tuttavia tassare anche il consumo di risorse naturali liberamente disponibili e non soltanto l’emissione di CO2. Il valore economico dell’ecosistema è molto più elevato di quanto abbiano ritenuto finora economisti e naturalisti. Le circa 100 mila zone naturali protette della terra forniscono annualmente agli uomini servizi di ecosistema per un valore di 4,4-5,2 miliardi di dollari USA. E’ una cifra superiore alla somma mondiale dei fatturati delle industrie automobilistica e siderurgica e dei servizi IT.

Crescita e conservazione sono conciliabili. Proprio nelle aree in cui sviluppo e crescita sono scarsi si registra la maggiore perdita di biodiversità. Gli abitanti delle regioni economicamente più deboli sono infatti costretti a guadagnarsi da vivere usando metodi anacronistici e distruttivi. Ne sono esempi il taglio di alberi a scopo di riscaldamento o la distruzione della flora tropicale mediante la pesca con la dinamite nel mare. Un modello di sviluppo intelligente è condizione di base per la conservazione.

Del resto, qualsiasi cosa si faccia in Germania, paesi come la Cina, l’India e il Brasile vogliono crescere e cresceranno. Essi sostengono a ragione che il benessere dell’Occidente è frutto di un processo di industrializzazione che ha sollevato problemi quale il cambiamento del clima. Ora questo benessere dovrebbe essere loro negato? Perciò tocca ai paesi industriali avanzati dimostrare che crescita e conservazione sono conciliabili. Anziché concorrenti per risorse che tendono a scarseggiare i paesi in via di sviluppo potrebbero così diventare nostri partner.

Già oggi per i mercati delle tecnologie verdi si prevedono a medio termine tassi di crescita dell’8% all’anno. Ciò significa un abbondante raddoppio ogni dieci anni. Entro il 2020 il volume del mercato globale delle tecnologie verdi aumenterà dagli attuali 1,4 miliardi a 3,2 miliardi, creando enormi opportunità di occupazione. Nei prossimi dieci anni potremmo creare in Germania con la tecnologia verde fino a due milioni di nuovi posti di lavoro.

Per una simile evoluzione dobbiamo tuttavia porre fin d’ora le premesse. Occorre una politica industriale ecologica, con lo Stato come pioniere, che promuova le tecnologie appropriate. Chi insiste troppo a lungo su tecnologie dinosauriche come quella dell’energia nucleare spinge le tecnologie del futuro verso l’estero.

Un nuovo modello di crescita e sviluppo non può essere contrapposto al nostro modello di benessere, come fa ad esempio l’economista Meinhard Miegel nel suo bestseller “Crescita senza sviluppo”. Un nuovo modello di sviluppo deve invece fondere insieme dinamica economica, conservazione ed equità sociale. Una terza rivoluzione industriale ne crea i presupposti…Redditi e profitti di una società industriale rispettosa delle risorse consentono sin d’ora una giusta redistribuzione.


America’s Education Failure

The Necessity of Reappropriating Our Cultural Heritage

Thomas Friedman, in his article “U.S.G. and P.T.A.”, highlighted the failure of America’s educational system, and said help was needed from both sides: “top down” from the government (U.S.G.), and “bottom up” from parents and teachers (P.T.A.). He is correct. But we need more than that: We also need to reappropriate our Western culture, which is our national heritage, and without which we can not exist as a country, since all of our ideals, ethics, and mores come from it. Indeed, an important part of our current problems stems from our “cultural amnesia” regarding this irreplaceable intellectual and cultural inheritance—which loss can be seen most graphically in the cynicism, ignorance, selfishness, and mean-spiritedness now running, and ruining, our nation whole and entire.

The Tea Party is the culmination of a degenerate politics since the multiple assassinations in the 1960’s of Martin Luther King, Jr, John F. Kennedy, and his brother, Robert F. Kennedy. These killings, we now know, were political assassinations carried out by the US government through the initiative, knowledge, and support of the wealthy one percent, in order to stifle in America the basic values inherent in Western culture and Christianity, i.e., economic assistance to minorities, the poor, the elderly, and the sick—along with other initiatives to make society as a whole fairer and more equitable; and on the other hand, not to allow large corporations to run roughshod over Americans or America, which, under JFK, meant concretely, among other things, not to get dragged into the Viet Nam war, for which Corporate America and the military lobbied so insistently. In hindsight we can now see what have been the tragic consequences of the deaths of these three great Americans: numerous, costly, and debilitating wars; an absolutist Corporate State; economic decline and hardship for 84% of Americans; a degenerating, and increasingly malfunctioning infrastructure; an inadequate and expensive health care system (now, under Obama, finally about to be improved, unless stopped again by Republicans); a grossly inferior, and deteriorating, public school system; no relief from our dependence on fossil fuels (and therefore our continuing engagement in the Middle East); environmental catastrophes one after another; little progress in trying to stop global warming; the loss of America’s prestige, honor, and influence through unjust wars and the mistreatment and torture of prisoners; and a new “banana republic” status due to an unbelievably high income disparity. These are both the intended and unintended effects of the assassinations—the intended effects welcomed by Tea Party people and Conservatives (Republicans mostly, but also some Democrats).

But mere “structural changes” won’t effect ini themselves a change in America or how it is governed. We need to probe deeper. We need to return to our cultural, intellectual, and spiritual heritage, to the Greeks and Romans, and also, in an informed and spiritual manner, to our Bible, to reappropriate the history and foundational ideas of Western culture—to enflame our hearts once more with the highest ideals, from Moses and Homer on down, which have inspired men to strive for wisdom, goodness, truth, and beauty, no matter the cost. From these historic Western ideals have sprung new ideas of governance, of how citizens ought to behave towards one another, and of how the state ought to act. Just compare, for example, a Saudi Arabia or China or Russia—their governments, and how they treat their citizens—with any modern Western state, and we see how profoundly important our Western cultural heritage really is.

In part, this renewing of the Western mind and soul will need, as an aid, a return to the classical languages of Hebrew, Greek, and Latin; for a full and profound appropriation cannot be accomplished without a knowledge of the sources speaking in their original tongues. A classical and liberal arts education is, I know, hardly a fashionable prescription, though a necessary one. For language is more than a cultural artifact: it is the only means by which a culture can be effectively appropriated. For our nation, in these troubled times, it would be a decided boon: instead of a distorted, false, and propagandistic Fox News, for example, we could read for instruction our Genesis, Isaiah, or John; instead of the empty and mindless entertainment offered on TV, computers, and cell phones, we could be enriched, deepened, and delighted by Herodotus, Sophocles, or Shakespeare; and instead of listening to the empty and twisted sophistry of a Palin or Beck, we could hear the wise and sonorous counsels of a Plato, a St. Paul, or a Cicero. In this educational reform hearkening back to our cultural roots, then, there would be much to be gained and nothing lost—except our cynicism, our ignorance, our empty pride, and our (Republican) uncharitable hearts.

America is at an historic crossroads. We can embrace fanatics and lunatics, like the Tea Party, and go down to destruction—or we can be renourished and sustained by the historic wisdom of our Western culture, and thrive both individually and collectively. But we cannot do both.

Len Sive, Daily Babel


Are the countries on the southern shores of the vast sea the Romans called Mare Nostrum going to rise again? For centuries those countries have stayed demoted to semicolonial status, subjected to Turkey first, to Spain France Britain Italy later. Today portents of revival are multiplying. Tunisia’s and Morocco’s economies are developing in a way resembling the Italian one in the wonder years of the ’50s, when Italy started growing at a relentless speed. The performance of the Maghreb agro-industry is seriously menacing the market positions of the southern regions of Italy, France, Spain and Greece. A few years ago, a leading exponent of the Sicilian fruit industry remarked recently, a man who owned a 4-hectare (10-acre) citrus orchard was a prosperous farmer. Today, because of the Moroccon (and Spanish) competition, he is struggling and may go bankrupt.

In the eastern reaches of the Mediterranean Sea Turkey is going back to the giant status of three centuries ago. Over a quinquennium she has been developing 6% a year. An omen of a strong future is the fact that the Ankara government opened 30 new embassies in Africa and Latin America over a dozen months.

It’s the phenomenon of a neo-Ottomanism which does not rely on military conquests but on economic, diplomatic, cultural, religious ones. A few months ago a pact was signed by Turkey, Syria and Lebanon to create a free-trade zone. The nation that was the brain, heart and powerful arm of an empire stretching from the outskirts of Vienna to the Atlantic Ocean and to the Persian Gulf is now conscious as never was in the last two centuries that the imperial heritage of the Ottomans is a large asset in modern geopolitical terms.

Possibly the lines of expansionist assertion are not predominantly oriented toward the Maghreb; rather to the East and beyond the Black Sea, toward the regions whose populations share a Turki, or Turkic, language- the Osmanlis in Europe, the Seljuks, Uzbeks, Turkomans, Tatars and Uigurs in Asia. Central Asia is the ancestral homeland of the Turks. But the southern, formerly Ottoman shores of Mare Nostrum, too have important prospects. They are nearer to and more connected with Europe, so possibly will play an increasing role in the dilatation of Ankara’s sphere, even should Turkey miss admission to the European Union.
I have mentioned the present growth of Tunisia and Morocco, but no reason exists why Algeria and Egypt should not acquire additional weight. Syria, bordering Turkey to the south, adds to her own national potential the outlook of reclaiming the vocation as the maritime component of a Mediterranean-Mesopotamian-Persian context.

Once upon a time Turkey was ‘the sick man of Europe’ and Anatolia was backward. Today the country which Kemal Ataturk modernized is a powerhouse. It’s not totally sure that the future of Turkey will look much better than today if or when she will be accepted into Europe. Other, perhaps more gratifying, options and horizons are open to the heirs of the Ottomans. The Mediterranean promises are richer than those of the comparatively irrelevant Baltic or North Seas. It’s not without significance the astonishing success of the Islamist-religious-cultural Gulen movement started a few years ago by Fethullah Gulen, a Turkish imam. The Gulen-affiliated schools are approximately one thousand in 100 countries, offering a mix of faith, Western education and Turkish pride.

A.M.C., Daily Babel

Quale Rivoluzione per l’Europa?

“La verità è sempre rivoluzionaria”. Sono giorni di scandali e rivelazioni sconvolgenti (Berlusconi va a puttane, Sarkozy è un tappetto permaloso e Putin un leader autoritario? Speravamo di meglio…), e la frase di Antonio Gramsci sembra calzare perfettamente sul piedino di Assange. L’australiano si trasforma, da enigmatico soggetto (Hacker? Stupratore? Utile idiota in una triangolazione dei servizi? Magari pensata per far cadere qualche testa? Magari nera?) a paladino della libertà, efebico Prometeo che porta fuoco e verità agli uomini.
Ma questo non è un altro articolo su Wikileaks. Non è alla verità di Assange che pieghiamo le parole di Gramsci. Nel nostro modesto giardino di casa qualcuno ha detto qualcosa di onesto, di vero e, chissà, un domani di utile.
Angelo Panebianco, nel suo editoriale “Crisi dell’euro: diciamo la verità”, scrive:

“non è difficile scoprire quale sia oggi il vero nemico dell’euro, quello che ne minaccia la sopravvivenza: questo nemico è rappresentato dalla perdurante vitalità della democrazia. Intendendo per tale l’unica democrazia che c’è (…). Sono le democrazie europee, necessariamente condizionate dagli orientamenti dei loro elettorati, a minacciare oggi la moneta unica”.

Segue una dotta spiegazione di come l’Europa sia in fondo non diversa da qualsiasi condominio, e l’auspicio finale è che si spieghi ai cittadini dei singoli Stati che devono fare sacrifici non perché siamo tutti europei, e volemose bene, ma perché gli conviene.
La tesi sembra corretta, peccato che sia inapplicabile in un sistema democratico. Non è pensabile che alcuni partiti possano spiegare agli elettori quanto sia conveniente stare nell’Unione europea, senza che altri sostengano l’esatto contrario. In una simile situazione, perché l’elettore dovrebbe credere ai primi piuttosto che ai secondi? Se consideriamo su quali criteri il cittadino medio forma la propria opinione, c’è di che essere sconfortati. Perché impegnarsi a capire nozioni macroeconomiche quando posso dare la colpa delle mie sofferenze agli euroburocrati o ai greci che giocano a fanta-economia col proprio pil?
Insomma, sembra sinceramente improbabile che in un sistema democratico-rappresentativo prevalga la spiegazione più complessa. Non fosse altro che sono percentualmente poche le persone che sarebbero in grado di comprenderla per come questa verrebbe spiegata dai partiti.
Pensiamo al caso italiano. Tutti ci ricordiamo le posizioni di Tremonti e Berlusconi sull’euro, quando fu Prodi a far sì che l’Italia ne facesse parte. Quando la speculazione di alcuni grandi gruppi rese il luogo comune “un euro ormai sono mille lire” drammaticamente vero, a chi diedero la colpa i cittadini? Al governo che non aveva vigilato dopo l’entrata in vigore della moneta unica, o al governo che aveva portato l’Italia nell’euro?
Il punto è che l’informazione è un valore prezioso, e non è mai un bene quando la verità viene contraffatta per il proprio tornaconto politico o economico. Ma stando all’esperienza, questo è quasi inevitabile in una democrazia rappresentativa.

Allora avanziamo una proposta: che l’atteggiamento dei singoli Stati nei confronti dell’Unione europea sia determinato non da governi eletti, fatti di rappresentanti di partiti che hanno mistificato la realtà per questo o per quell’interesse, ma da cittadini, in possesso di una pur basilare competenza ed estratti a sorte. Come alcuni esperimenti dimostrano (v. Klein: e se decidesse la gente? Internauta, Ottobre) i cittadini sono in grado di prendere scelte razionali, quando vengono correttamente informati. Creando macrogiurie, mettendole in grado di discutere su dati e nozioni certe, si otterrebbero probabilmente risultati migliori di quelli attuali.
I cittadini tedeschi stanno in questo periodo influenzando le politiche della Cancelliera Angela Merkel. Se venissero posti in condizione di essere pienamente informati sui benefici che traggono dal mercato unico, e sui rischi che correrebbero se prevalessero le spinte nazionaliste, voterebbero sicuramente con maggior lungimiranza dei propri rappresentanti eletti.
Certo, con un tale metodo si porrebbe il problema di come gestire l’informazione delle macrogiurie. Ma un sistema migliore di quello che possono essere i tabloid o la tv generalista (le fonti che creano la maggioranza delle opinioni politiche in un Paese), non deve essere troppo difficile da immaginare. In tal caso sì che la verità, finalmente chiarita ai popoli europei, potrebbe diventare rivoluzionaria.

Tommaso Canetta


Recently the Saudi government in Riyad placed an order for planes, helicopters and other weapons which possibly was the largest single war contract in peacetime. A shame indeed, when the Saudi armed forces are already well equipped for killing purposes beyond any probable need. That government has enemies, yes, beginning with Al Qaeda. But the latter are enemies that conventional warfare does not destroy nor deter. Certainly you and I would think of different, more civilized ways to spend the dollars coming from oilfields which represent 25% of all known reserves of the planet.

Anyway our present theme is not moralizing about the ethical choices of Riyad. Our theme is some strangely unknown features of the Arabian modern reality. We now find it natural that the Arab monarchies are very rich. But as recently as the Thirties of last century the major wealth of the Saudi economy was fishing natural pearls; and the largest receipt of the Riyad treasury was the taxes pilgrims paid to enter Mecca and Medina. Pearl fishing was cruel- most persons engaged in it died younger because of the stress of diving for natural pearls. Today the Saudi king collects enormous royalties and fees from the oil/gas industry.

The predominantly arid peninsula is now inhabited by more than 60 million people. Qatar, 1,4 millions, numbered 30,000 sixty years ago. This means that oil and a thunderous modernization has attracted so many immigrants as to provoke imbalances and distortions. Gulf emirates whose populations were tiny, today may have non-native majorities. Societies have formed where at bottom Indians and Sri Lankans are house servants and manual laborers; above them a middle class of educated Indians and Arabs works in offices and technical jobs. The top stratum of foreigners is made of Palestinians, Lebaneses and Western expatriates. The native Arabs share the oil bonanza in a number of ways: they do not pay taxes, are compensated by foreigners to act as their partners or legal ‘sponsors’ -foreigners are not allowed to own firms and houses. In addition there are jobs, state loans and outright gifts which can only go to natives. Many young Arabs do not feel compelled to find employment.

The sudden wealth and some over-ambitious modernization programs have generated mistakes. In Dubai, formerly a small gulf port, oilfields are now empty, so the emirate had converted into a giant financial and tourist center. In 2009 the international crisis and the consequences of a property bubble forced Dubai to ask the help of Abu Dhabi, where modernization had been wiser.

Oil was discovered in Saudi Arabia in 1932, the year when the kingdom came into existance. We know that before oil the Arab peninsula was poor. It wasn’t always so in the remote past. Kingdoms and principalities of the South were the legendary producers of spices: aromatic, very valued vegetable productions used in religious rites, cookery, medicine. In the south-western hill country native plants grow whose resins give frankincense and myrrh. The local princes (one of them was the Queen of Sheba of the Bible) also monopolized the trade from India and other Asian spice-producing countries to the Mediterranean.

Out of the three historical great sections of the 3 million Peninsula -Arabia Petrea to the North, Desert Arabia in the center, Arabia Felix in the South- the third one was (comparatively) green and fertile in spices. Now divided in two states, Yemen ( including Hadramouth) and Oman, Arabia Felix saw around 500 a.C. an episode of Christian domination (of the Abyssinians from Axum) and another one of Hebrew influence. Central Arabia was of course the origin and nucleus of Islam: from there Mohammed preached and acted to create a world faith and a great empire. Internecine conflict soon erupted between factions, so the highest authority of Islam abandoned Mecca, the birthplace of Mohammed. The caliphs of Damascus and Bagdhad plus other leaders competed to guide Islam. In 1517 the whole of Arabia fell to the Ottomans. Three centuries later Great Britain conquered Aden and most coastal territories; only Yemen remained independent.

Today the king in Riyad, while remaining a feudal sovereign, is the foremost protagonist both in the modernization of the peninsular society and in repelling the political/terrorist attack of adversaries such as Al Qaeda. The latter is said to maintain an operational basis in Yemen.

Why have we dealt with Arabia, a small ‘continent’ which is usually ignored when oil is not involved? Because long depressed Arabia might find a role in the geopolitics and, more importantly, in the future evolution of wide sections of the globe. An experiment is going on in the peninsula, one that may both fail and succeed: grafting an almost futuristic modernity into a very old tree. Some traits of modernization are frightful, such as the golden sanitaries and precious plumbings of the seven star hotel in Dubai, the yachts as big as ships, other marks of unbridled consumerism of many former dromedary and goat shepherds.

However, who can say? With her northern shores on the Mediterranean, Arabia is the homeland of the entire race of the descendants of Shem, now chiefly represented by Jews and Arabs, but in ancient times including the Babylonians, Assyrians, Phoenicians, et cet. Arabia generated, in addition to three world religions and unsurpassed civilizations, a large empire. Notwithstanding present deformed, adulterated cultural circumstances, Arabia could possibly go back to enriching the Family of Man.

A.M.C., Daily Babel


Germany has been rocked in recent weeks by questions about its “multicultural” society, and in particular about whether it will ever be able to integrate its 4 million Muslims, mostly of Turkish origin. Chancellor Angela Merkel’s recent addition to the controversy, saying that “multiculturalism has utterly failed,” while undoubtedly a political move to win over some of the 66% of voters who are disenchanted with Germany’s Turkish Muslims, merely ratchets up the heat without providing much light on the subject. But there is an irony here that no one seems to have seen: Islam is itself monocultural, with very few exceptions. There’s the Islamic way and no other way. Islam, so Muslims believe, is not a world religion but the world’s one true religion. Everyone else is an “infidel,” even so-called brothers of “The Book”, Jews and Christians.

In Turkey the irony of its Muslims being upset with Germany’s disenchantment with multiculturalism is even greater: in 1900, in Istanbul, there were over 500,000 Christians (500 years earlier, of course, its many millions were all Christians, as Constantinople (modern day Istanbul) was the Christian Church’s Eastern center). Now, however, only a few Christians remain (and these are mostly “religious”), the rest having been oppressed, persecuted, killed, or taxed out of existence. And let us also not forget, less than 100 years ago Turkey committed the first modern holocaust, against a million and a half Armenian Christians, men, women, and children—which ethnic and religious “cleansing” Turkey to this day refuses to accept responsibility for! Indeed, even to mention it in Turkey is a crime against the state! (This holocaust, incidentally, would later give Hitler the idea of doing something similar to the Jews of Germany and Europe.)

This, then, is a parable of how Islam treats non-Islamic cultures. To say that Islam is against multiculturalism is but to speak in gross understatement. Non-Muslims are not, and perhaps never will be integrated into Muslim societies. Even today, for example, it is not safe to be an open Christian in most Islamic countries, and one may not proselytize one’s Christian faith, on pain of death—and to convert from Islam to Christianity brings an automatic repudiation by one’s family and, in many Islamic countries, an automatic death sentence as well! So much for Islamic tolerance and “multiculturalism.”

The crisis in Islam, then, is precisely this: How can it continue to complain about western countries’ treatment of Muslims while it itself oppresses and persecutes, and refuses to integrate and accept its own non-Muslims? Indeed, Islam even persecutes, and kills, its fellow Muslims if they are members of a different Islamic sect! The hypocrisy of Muslims, then, complaining about non-tolerance of its own religion in western countries is both irrational and truly maddening.

Indeed, even after 1400 years, since the rise of Islam, Muslims have yet to allow non-Muslims to be fully integrated into their society, or even to live normal lives. For example, as recently as the 1967 Arab-Israeli war, Christian churches in Muslim-controlled Palestine were not permitted to be renovated! Only after Israel had won the war, and taken control of part of the territory, could Christians carry out long-needed repairs to their churches. (But the persecution of Christians in Muslim-controlled Palestine has continued unabated, with some towns, like Bethlehem, losing almost all of its Christians.) And in all Muslim lands, the building of new churches is either strictly forbidden or sharply curtailed. And there are few signs of anything changing in the long term, much less the short term.

Westerners—including Germans—aren’t blind. They see these things, and it worries them. For once a population of Muslims achieves a certain degree of numerical power, as in Lebanon, then Christianity (or any other non-Muslim religion) is forced onto the defensive, since Islam is strictly “monocultural.” There is simply no such thing as Islamic tolerance, let alone full, complete and permanent acceptance, equality, and integration of non-Muslims. No Muslim country, for example, has a “bill of rights”(both de jure and de facto) to protect its non-Muslims and to guarantee them full equality and acceptance; and no Muslim country is multicultural in the same way that almost all Western countries are. This rightfully worries countries with growing Muslim populations.

Moreover, It is not even certain that most Muslims wish to be fully integrated since there are so many professions Muslims refuse to enter, and academic subjects they refuse to study, let alone obtain a degree in—fields such as world history, philosophy, world religions, the philosophy of religion, Christian theology, a history of the Church, biblical studies (not to mention Judaic, Hindu, Buddhist, Confucian, Taoist studies, or the study of primitive and prehistoric religions ), inter alia, let alone verboten subjects like the fine arts. When I was studying in Germany, in my classes I met and befriended a Turkish lawyer and his lawyer wife. They spent almost every weekend for several months meeting with young Turks in Berlin, trying to persuade them to study, stay in school, integrate, become part of their new society. But they were unsuccessful in their appeals—and this was nearly 10 years ago. Evidently little has changed since then.

Should we ourselves in the West, then, be multicultural? Should we accept Muslims since they in their own countries don’t accept us? By all means. That’s what’s so important about the Judaeo-Christian western culture: from Christ comes the commandment to love and to serve others—Muslims included! These commandments are what make western culture so vital, open, flexible, dynamic, and creative. But on the other hand, Muslims who “become westernized”—i.e., those who come to the West to live—must then adopt their host country’s laws, due process, constitutional rights, and western ways of approaching life—which many still refuse to do. (“Honor” killings, the treatment of women and children, and bigamy are but three examples of their refusal to adapt to their new country’s different laws and mores.)

If Muslims wish to be fully integrated, then the challenge is for them, too, to be open and tolerant and accepting in their own cultures—i.e., to be “multicultural” even as they expect the same treatment from western countries. But this must mean, first and foremost, to lay aside permanently their eternal war with so-called “infidels,” including those people they deem to have been disrespectful of Allah or Mohammed, and therefore must be “punished.” Not to do so opens them to the crippling charge of hypocrisy, and puts at risk their lasting acceptance, and final integration, into Western societies, to which they have come voluntarily seeking a better, more open, more dynamic, and more secure way of life.

We in the West have no stomach for their religious fratricide or wars against “infidels” (ours ended for the most part well over 200 years ago—and was in any event a negation, not an affirmation, of Christianity!). The beauty and wisdom of Christianity lies precisely in its counsels to love, to serve, and to forgive—and to seek genuine and lasting peace among all men.

We do not wish, as a culture, to give up these precious ideals, and to substitute for them instead endless warfare with and hatred of “infidels”. History has moved on—in the West—beyond such insanity and sacrilege; there can be no going back now to that earlier, barbaric, less tolerant way of life without also destroying everything good that we presently enjoy in western culture.

Islam, then, is in crisis: It may stay where it is and risk rejection from the West—or it can adopt tolerance and acceptance as its twin modes of being, and be at peace with both itself and the world—and therewith become a vital, vibrant and contributing part of the world community. Let us hope it has enough wisdom to choose the right path—for its own sake, as well as for the peace, security, and happiness of the whole world.

Len Sive, Daily Babel


Dove può portare l’ansia revisionistica.

Perbacco, ma allora abbiamo sbagliato, eravamo fuori strada, è tutto da rifare o almeno da rivedere. Traditi forse dall’entusiasmo giovanile, siamo partiti in quarta ad illustrare e denunciare la diffusione della corruzione nel vecchio continente, nel presupposto, apparentemente persino banale, che si trattasse di un nemico da combattere, di una piaga da curare. Affetti forse da spirito di mandria, cercavamo di dare un sia pur minimo contributo ad una causa che ci sembrava largamente condivisa nel mondo, almeno a parole. Probabilmente vittime anche dei luoghi comuni ovvero del cosiddetto “politicamente corretto”, non siamo stati attenti alle trappole che la vita spesso tende a chi si lascia trascinare dalle buone intenzioni fidandosi, come prescriveva Oscar Wilde, delle prime impressioni anziché perdere tempo a scavare sotto la superficie.

Fortunatamente c’è chi si preoccupa di approfondire e indagare in tutte le direzioni sfidando intrepidamente la conventional wisdom pur di scovare la luce della verità anche, se necessario, là dove gli altri non si avventurano. Nel nostro caso (penoso, bisogna dire, e ne chiediamo senz’altro scusa ai nostri lettori) la luce è venuta, improvvisa e folgorante, da una lunga recensione che Paolo Mieli ha dedicato, sul Corriere della sera, al libro di un autore straniero sinora ignoto, almeno a noi; ma anche qui rischiamo di doverci scusare. Ben sappiamo, comunque, che contano solo l’analisi dei fatti e la forza delle argomentazioni, non la fama.
Ecco dunque come ci illumina Gaspard Koenig, queste le generalità dell’autore, che peraltro cita anche le intuizioni di alcuni precursori. Per quanto riguarda i fatti, egli ci informa che una fitta schiera di grandi uomini, politici e militari come Pericle o Napoleone, amministratori e diplomatici, ecc., sono stati dall’antichità a oggi, compresi molti insospettabili o insospettati, tutt’altro che incorruttibili o addirittura corrotti fino al midollo. Sorprendente? Non si direbbe, dal momento che secondo una conventional wisdom ancora non contestata, che si sappia, “nessuno è perfetto”. Non stupisce né scandalizza più di tanto, cioè, che uomini anche davvero grandi, ai quali cioè l’umanità debba gratitudine per qualche buon motivo, non siano stati modelli di virtù sotto ogni aspetto.

Sorprende alquanto, invece, la conclusione che il Nostro ne trae, per quanto suffragata da teorizzazioni di celebri anticonformisti se non provocatori quali Nietzsche e Borges. Noi ci saremmo accontentati di continuare ad apprezzare i meriti passando sopra al difetto. Il Koenig ritiene invece che il presunto difetto sia solo l’altra faccia dei meriti, ovvero che questi ultimi non ci sarebbero stati senza quello e che, in definitiva, l’umanità debba di più ai corrotti che agli onesti. Il suo, precisa, “non è un appello alla corruzione, ma la difesa di un fenomeno ingiustamente biasimato, al quale forse siamo debitori di ciò che abbiamo di meglio”.

A questo punto possiamo anche revocare le scuse ai lettori, visto che dire e disdire sembra diventato un costume nazionale, ed esprimere non poca sorpresa anche per la conclusione di Mieli. Il quale, se non arriva a sottoscrivere la tesi in questione, la conforta tuttavia in una certa misura con proprie considerazioni e la definisce “ardita…ma meritevole di una qualche riflessione”. Rendiamo pure il dovuto omaggio all’equilibrio del commentatore e alla spregiudicatezza del cultore di storia che caratterizzano l’ex direttore del Corriere. Gli dobbiamo però domandare se sia proprio sicuro che questa sua ultima recensione sia altresì improntata a quella sensibilità politica, o anche politico-morale, che ugualmente lo contraddistingueva, se non andiamo errati. Se, cioè, convenga alimentare in qualche modo il dubbio che la corruzione sia davvero un male da combattere, specie in un paese nelle condizioni dell’Italia al confronto con altri paesi ai quali generalmente si paragona.

Può darsi che il malaffare, almeno sotto certi climi e negli stadi iniziali di certi processi, serva a lubrificare proficuamente i meccanismi dello sviluppo economico e persino civile ovvero del progresso in generale. Da noi, però, si stima che il suo costo (50 miliardi all’anno) equivalga al 30% in più degli interessi che lo Stato sborsa annualmente per onorare il debito pubblico, macigno che ostruisce la via del nostro sviluppo oltre che spada di Damocle incombente sulla solvenza dell’impresa paese. Guardando poi oltre confine, come negare che lo sconquasso provocato in mezzo mondo e comunque in tutto l’Occidente da pratiche finanziarie quanto meno irresponsabilmente avventate, al limite dell’illecito e improntate alla più sfrenata avidità abbia a che fare con qualcosa di attiguo, come minimo, alla corruzione vera e propria?

Questo per limitarci agli aspetti puramente contabili della questione. Il discorso potrebbe allargarsi a quelli sociali, oltre naturalmente a quelli etici. Dobbiamo forse aspettarci che qualcuno si senta incoraggiato ad abbozzare la riabilitazione di altri lubrificanti o propellenti come il furto e la frode o, perchè no, la pedofilia? E che questo qualcuno trovi qualcun altro ben disposto a rifletterci sopra?


BAUSTELLE – Intervista esclusiva a Francesco Bianconi

In occasione della ripubblicazione del disco d’esordio “Sussidiario illustrato della giovinezza”, abbiamo incontrato Francesco Bianconi, cantante e principale autore del trio toscano

Giusto dieci anni fa, in un momento di stasi della scena musicale indipendente italiana, un lampo di genio si stagliò all’orizzonte.
Quattro ragazzi della provincia senese, con uno strano nome di origine tedesca, diedero alle stampe un fulminante esordio che si affermò rapidamente come una sorta di concept sull’adolescenza e la giovinezza in generale.
Il rapido passaparola rese le dieci canzoni che formavano “Sussidiario illustrato della giovinezza” (d’ora in poi abbreviato per comodità in “Sussidiario”) dei veri e propri inni generazionali, e l’album andò esaurito in poco tempo.
Una serie di beghe contrattuali hanno finora reso impossibile qualsiasi ristampa, e le copie originali sono diventati oggetti di culto ricercatissimi, in grado di raggiungere quotazioni considerevoli.
Nel frattempo la creatura Baustelle è cresciuta, ha pubblicato altri quattro fenomenali dischi, più una colonna sonora, ha ricevuto importanti riconoscimenti ed il quartetto si è trasformato in trio.
Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini oggi sono considerati fra gli artisti italiani più importanti della nostra epoca.
In questi giorni il “Sussidiario” viene finalmente ristampato in una duplice veste: la prima identica all’originale, la seconda in formato deluxe, in un cofanetto speciale che farà la gioia dei fan più sfegatati.
Così dopo aver completato una parte del loro percorso artistico, che li ha condotti pochi mesi fa a realizzare il disco più adulto e maturo (“I mistici dell’occidente”),i Baustelle tornano a relazionarsi in maniera forte con i propri esordi.
E’ tempo di bilanci per il trio di Montepulciano.
Abbiamo raggiunto telefonicamente Francesco Bianconi, cantante e principale autore dei Baustelle, per una chiacchierata cordiale ed articolata, nella quale abbiamo sviscerato parecchi argomenti di notevole interesse.

Ciao Francesco, anzitutto complimenti vivissimi per il vostro fenomenale percorso artistico.
Oggi ci troviamo a parlare della ripubblicazione del “Sussidiario”.
Queste canzoni, che furono straordinariamente efficaci dieci anni fa, trovi che oggi si possano confermare altrettanto forti ed attuali?

Trovo che le canzoni del “Sussidiario” siano ancora forti ed attualissime.
Lo riscontro personalmente ai nostri concerti, attraverso l’ottima costante risposta da parte del pubblico.
Tutti chiedevano la ristampa del disco ed oggi finalmente la cosa si è resa possibile.

Il “Sussidiario” si affermò come una sorta di concept sull’adolescenza e la giovinezza in generale.
Quanto e come si sono evoluti i giovani in questi primi anni del nuovo millennio?

Forse sono un po’ cambiati, noi li osserviamo sia attraverso la nostra esperienza professionale, sia attraverso la normale quotidianità.
Il “Sussidiario” li raccontava in modo romantico ed universale.
Sicuramente sono cambiati nel modo di fruizione della musica: oggi è un trionfo di file trasferibili in formato mp3 mentre dieci anni fa i dischi si vendevano ancora abbastanza.
Trovo che i giovani d’oggi siano musicalmente vittime della cultura del sottofondo, che li conduce ad approfondire sempre meno.

Nel “Sussidiario” c’è una bella carrellata di personaggi molto ben caratterizzati.
Martina (la protagonista della seconda traccia dell’album, n.d.r.) oggi è cresciuta.
Come potrebbe essersi evoluta la sua storia?
Magari si stupirebbe davanti al triste spettacolo proposto da Governatori cha vanno a trans con le auto blu e Presidenti che saltano con nonchalance da un’escort all’altra?
So che ti piace parlare di questi argomenti…

Martina è cresciuta: oggi potrebbe essere una trentenne indignata.
Oppure potrebbe essere diventata lei stessa una escort, in una società che non è in grado di trovarle niente da fare.
La società l’ha trasformata lentamente in qualcosa che lei non desiderava.

Anche i ragazzi usciti dal riformatorio (il riferimento è al tema de “La canzone del riformatorio”, la traccia numero 7 del “Sussidiario”, n.d.r.) trovano davanti ai propri occhi una realtà difficile che potrebbe condurli a commettere nuove sciocchezze…
Sì, sono completamente d’accordo.
Viviamo in un paese dove c’è urgente bisogno di restaurazione.

Già, lo stesso concetto che Francesco espresse la scorsa estate dal palco del Roma Rock Festival, in una delle poche frasi che rivolse al pubblico presente: è evidente che si tratta di un concetto al quale tiene molto.

Il tuo consolidato gusto per il citazionismo ti ha portato spesso ad indicare espliciti riferimenti cinematografici nelle tue canzoni.
Dacci tre titoli chiave di film che consideri imprescindibili, o che ti senti di consigliare ai fan dei Baustelle.

E qui Bianconi appare decisamente soddisfatto per la domanda, mettendo in mostra una sconfinata competenza in materia cinematografica.
Beh, dovendo scegliere, vorrei citare tre titoli che in qualche modo abbiano a che vedere con le storie raccontate nel “Sussidiario”.
Anzitutto il ciclo di Antoine Doinel, il personaggio inventato da François Truffaut ed interpretato dal giovane Jean-Pierre Léaud.
Si tratta di cinque pellicole, si potrebbe iniziare cronologicamente dalla prima, “I quattrocento colpi”, con la quale il cineasta francese si aggiudicò il Premio per la Migliore Regia al Festival di Cannes del 1959.
Questo ciclo si collega molto bene ai nostri primi lavori in quanto i basa su tematiche riguardanti l’adolescenza.
Poi una pellicola di Dario Argento del 1970, “L’uccello dalle piume di cristallo”, che rappresentò il suo esordio e la prima parte della cosiddetta “Trilogia degli animali”.
Segnalo questo film in quanto “Sadik” (la traccia numero 3 del “Sussidiario”, n.d.r.) ne contiene un’espressa citazione.
Infine “La dolce vita” di Federico Fellini, visto che ci sono evidenti richiami in “Cinecittà” (la traccia numero 8 del “Sussidiario”, n.d.r.).

Tu e Luca Ferrari dei Verdena (con tutte le differenze del caso) siete visti dai fan come una sorta di messia delle nuove generazioni.
Siete un po’ quello che Manuel Agnelli e Cristiano Godano rappresentarono nel decennio precedente per i giovani fruitori di musica.
Tu in particolare per certi aspetti, presso una folta schiera di fan, ho la sensazione che stai assumendo le sembianze di una sorta di Eddie Vedder di casa nostra.
Come vivi questa situazione?
Con paura?
Con il tremendo peso della responsabilità?

In tutta sincerità vivo la mia vita senza problemi, senza sentirmi un portavoce generazionale.
Poi il pubblico è libero di considerare un musicista nella maniera che ritiene più opportuna.
L’importante è non sentirne il peso, non venirne stritolati.
Io molto semplicemente scrivo nelle mie canzoni quello che ho dentro, senza compromessi.
Ovviamente mi fa piacere se in queste canzoni viene rintracciato un messaggio che qualcuno decida di portare come esempio.

Nel repertorio dei Baustelle quali sono le due canzoni che preferisci, quelle a cui tieni di più? E quale quella che cancelleresti?
Dalla discografia dei Baustelle non cancellerei niente.
Per quanto riguarda le mie preferite, beh, devo dire che cambiano in continuazione.
In quest’ultimo periodo, se proprio devo scegliere due titoli, punterei su “Il sottoscritto” e “L’indaco” (entrambi contenuti nel recente “I mistici dell’occidente”, n.d.r.).

Ci aspettiamo allora di riascoltarle nel tour che sta per iniziare?
Questo tour è stato concepito per promuovere la ristampa del “Sussidiario”, quindi la scaletta sarà incentrata su quelle canzoni.
Poi ci sarà spazio anche per altre cose, ma non posso assicurarti che queste due saranno presenti.
E non voglio darti troppe anticipazioni.

Bene, ci vediamo il 1° dicembre all’Atlantico di Roma.
Parliamo ora della scena indipendente italiana, la quale sta conoscendo una nuova stagione importante.
Voi siete da tempo con una major, mi chiedo se continuate a seguire con attenzione quello che accade nel “sottosuolo”.
Quali artisti di questa scena hanno attirato maggiormente la vostra attenzione / curiosità nell’ultimo periodo?

Qui Bianconi sorprenderà tutti coloro che continuano ad immaginarlo perso fra classicismi alla Beethoven, barbosi cantautori italiani e sonorità retrò.
Seguo la scena con grande attenzione e devo dire che mi piacciono tantissime cose nuove.
Se devo scegliere un nome, c’è un’artista italiano nella quale opera prima trovo parecchie analogie con il nostro esordio.
Ti parlo di Vasco Brondi (Le luci della centrale elettrica, n.d.r.), del quale proprio in questi giorni esce il secondo lavoro.
Il clamore intorno al suo primo album mi ha ricordato quello che successe a noi con il “Sussidiario”.
Spero che questa analogia gli porti fortuna.

Stanno scaturendo anche collaborazioni interessanti nella scena indipendente italiana. Voi invece date l’impressione di voler restare sempre un po’ in disparte…
Il collaborazionismo a tutti i costi non mi piace, non è nelle mie corde.
A volte è meglio dire le proprie cose da soli.
Collaborare deve essere un fenomeno naturale, non cercato in maniera forzata.
Non credo che si debba per forza vedere la scena indipendente italiana come una grande cerchi di amici.
Magari questo nella vita privata di ognuno di noi può anche accadere, anzi sarebbe una cosa benvenuta ed auspicabile.
Ma poi professionalmente ognuno deve percorrere la propria strada.

E fra gli artisti a livello internazionale chi ti ha colpito di più ultimamente?
Ho ascoltato molte cose, e fra le più recenti ho trovato “Halcyon Digest”, l’ultimo disco dei Deerhunter, davvero molto bello.
Complimenti a loro.

Ricevi molti demo da band emergenti?
Ricevo tantissimi demo, soprattutto ai nostri concerti.
Purtroppo non ho il tempo necessario per ascoltarli tutti.
Oggi la tecnologia aiuta molto i giovani musicisti: con sforzi economici contenuti ci si può attrezzare bene per registrare la propria musica,
Un pc, una buona scheda audio, ed il gioco è fatto.
Ma il proliferare esagerato di piccole band rende improponibile l’obiettivo di poter seguire, ascoltare e giudicare tutto.
Io posso ascoltare una parte dei demo che ricevo, ma la mia unica possibilità è esprimere un giudizio sui contenuti.
Posso dire se mi piace o meno, ma non posso fare nulla di più.
E’ possibile che alcuni si aspettino un aiuto da parte mia, magari per essere introdotti ad un contatto, anche solo iniziale, con una casa discografica.
Ma io posso al massimo esprimere un giudizio personale, soprattutto in questi tempi di crisi del disco.

C’è un fenomeno singolare ma diffusissimo che volevo approfondire con te, che riguarda proprio le giovani leve musicali.
All’inizio del loro percorso le trovi un po’ ovunque, su MySpace, su Facebook, vorrebbero dialogare con tutti, cercano più contatti possibili sia con gli addetti ai lavori che con i potenziali fan.
Poi chi raggiunge anche un minimo successo, inizia un processo che definirei di diradamento della propria presenza.
Non credo si tratti soltanto di un problema legato al tempo…

E’ giusto il contatto con il pubblico, ma va mantenuta una certa distanza, altrimenti alla fine la situazione ti si ritorce contro.
Occorre mantenere una giusta comunicazione con i fan, essere il più possibile disponibili, ma sempre entro certi limiti.
La comunicazione è un campo che oggi reputo fondamentale per mantenere dei rapporti sani e corretti.
Diverso il discorso per superstar del livello di Zucchero e Vasco Rossi, i quali rischiano una costante violazione delle rispettive privacy, con migliaia di fan che potrebbero presentarsi a gettare sassi contro le loro finestre.
Certi personaggi di così forte domino pubblico devono in qualche modo proteggere la propria vita personale e la propria incolumità, costantemente minata da gesti dei fan che potrebbero travalicare qualsiasi potenziale ragionevolezza.

Oggi Francesco Bianconi si considera finalmente un “Modern Chansonnier”?
Ti ringrazio per la citazione di “Il musichiere 999” (la traccia numero 10 del “Sussidiario”, n.d.r.).
Io ci aspiro ancora.
Probabilmente lo sono diventato, secondo l’opinione di alcuni lo sono diventato, ma tuttora continuo a scrivere canzoni ed a cercare un percorso virtuoso.
Tuttora comunque non i sento di poter ritenere la missione compiuta.

Hai intenzione di rinnovare i tuoi impegni come scrittore conto terzi?
Senz’altro, se capiteranno le situazioni giuste.

Sempre disponibile alla realizzazione di colonne sonore?
Ah, lo scrivemmo persino in una noticina posta sul retro del libretto cha accompagnava il “Sussidiario” (“Baustelle è disponibile per colonne sonore”, una frase che oggi appare tenera e profetica, n.d.r.).
Dopo la felice esperienza con “Giulia non esce la sera” vorremmo rimetterci alla prova.
Quindi la risposta è sì, assolutamente.

Toglimi una curiosità: com’è andata a finire la diatriba con il Sindaco di Follonica?
La diatriba per me è finita, la considero conclusa, anzi la considero come nemmeno iniziata.
L’abbiamo affrontata senza mai fornire alcuna risposta.

Come vi rapportate nei confronti dell’oramai annosa questione del downloading illegale?
Sono contrario al downloading illegale.
Qualora dovesse proseguire la cultura dell’illegalità, tutti i musicisti resterebbero senza lavoro.
Resterebbero sulla scena soltanto musicisti “hobbysti”, intenti a fare musica per passione, a tempo perso, e la conseguenza sarebbe la drastica riduzione della qualità media.
Tutto ciò lo trovo decisamente sbagliato.
Certo che i cambiamenti tecnologici non li puoi fermare.
Occorre che vengano prese serie iniziative a livello governativo, con campagne di sensibilizzazione ben mirate ed adeguati sovvenzionamenti.
La musica va pagata, così come si paga un libro.
Va sensibilizzata la cultura del downloading legale, magari anche imponendo prezzi tendenti al gratis.

Direi che l’esperimento del bel box celebrativo per il “Sussidiario” sia un modo intelligente per eludere l’illegalità, un modo per ritornare al culto dell’oggetto…
Certo; esiste tutto un discorso a parte da fare sul mercato “deluxe”, indirizzato a colore che ritengono possa valere la pena possedere una confezione speciale, con un bel libretto iper curato e delle belle foto.
Una confezione del genere non puoi scaricarla, puoi soltanto acquistarla.
Noi con la ristampa del “Sussidiario”, che contempla una versione base ed una più lussuosa abbiamo fatto esattamente questo.

Cosa dobbiamo aspettarci domani dai Baustelle?
A questa domanda non saprei proprio risponderti.
Al momento non sto scrivendo, visto che nell’ultimo periodo siamo stati completamente concentrati sull’ideazione e la promozione del ritorno del “Sussidiario”.

Il successo dei Baustelle ha fatto riappropriare la musica italiana del gusto di raccontare piccole storie in maniera didascalica.
Attingendo allo sterminato patrimonio del cantautorato italiano avete creato un tipo di approccio alla materia musicale del quale potete essere considerati precursori e moderni punti di riferimento…

Non so.
Quando nel 2000 uscì il “Sussidiario”, i Baustelle venivano visti come i nuovi Marlene Kuntz o i nuovi Afterhours, per via di una certa attitudine e per la similitudine di alcuni suoni.
Poi con il passare del tempo ci siamo ritagliati una nostra precisa identità.
Se nuove band oggi decidono di ispirarsi a noi, e vederci come punti di riferimento, vuol dire che abbiamo lavorato bene, che abbiamo comunicato bene con il nostro pubblico.
Se è così, posso ritenermi soddisfatto, almeno sotto questo aspetto.

Termina così il piacevole incontro telefonico con uno degli autori italiani più sensibili degli ultimi anni, che è riuscito nell’intento di suonare musica retrò in modo moderno, conquistando unanimi consensi da parte di critica e pubblico.
Un artista che ha oramai abbandonato i temi prettamente giovanilistici, così ben espressi nei primi album dei Baustelle, per passare a trattazioni più mature.
Non resta che seguirli nel breve tour che accompagnerà la ripubblicazione del “Sussidiario” ed attendere le prossime mosse artistiche della band, che di certo non deluderanno le attese.

Claudio Lancia
(per gentile concessione di


Non ce la prendiamo abbastanza con la mentalità che tempo fa si espresse in un editorialino, insolitamente dozzinale nell’argomentazione bellicista, del “Sole24 Ore”. Diceva: ”Dissentiamo dal sen. U. Veronesi. Ridurre del 5% le spese militari nella UE a 27 porterebbe sì 4 miliardi nelle casse dei governi. Ma meno spesa militare significa meno sicurezza di chi -come i nostri soldati in Afghanistan- è in missione all’estero nel quadro di alleanze a cui non sarebbe realistico né sensato rinunciare. E perché da sempre l’industria militare traccia la strada a quella civile. E quanto si studia e si sperimenta sulla frontiera della difesa finisce sovente per essere utile negli ospedali e nelle nostre stesse case”.

Non ce la prendiamo abbastanza per le trombette dell’ipercapitalismo e della soggezione a Washington (in questo caso, più disonorevole, al Pentagono). Le grandi firme dell’atlantismo sono il Mario Appelius (era il massimo commentatore dell’Eiar) collettivo del nostro tempo. Ma gli Appelius del Ventennio avevano alcune attenuanti. Le sciagurate guerre che acclamavano non erano più colpevoli negli intenti di quella di Giolitti per acquistare Libia e Dodecanneso, e lo furono assai meno di quella di Salandra Sonnino d’Annunzio e re Vittorio: entrambe imprese di ultimi arrivati che volevano ‘un posto al sole’. Gli Appelius del 2010 hanno zero attenuanti: fanno le persone di servizio della più obesa superpotenza della storia. Sono resi più spregevoli dal fatto d’essere inebetiti da quella loro droga che è il Pil. Chissà, forse il Mario Appelius originale avrebbe vergogna della ricchezza di morte che si promette al circondario di Cameri (Novara) se produrrà ali per il Joint Strike Fighter F35, gioiello della Lockheed Martin ( ha ucciso meno o più della Luftwaffe?) in joint venture con la Alenia/Finmeccanica del benemerito Guarguaglini.

Il “Sole 240re” ha alzato il gagliardetto della vittoria: “Un nuovo stabilimento su 124 mila mq., 21 fabbricati, 1816 addetti, 24 cacciabombardieri F35 l’anno”. Ammirazione estatica per il proclama del sottosegretario Crosetto (Difesa): “Raccogliamo i frutti di un percorso iniziato quasi 20 anni fa. Il primo stabilimento per produrre fuori degli USA un aereo americano. Portiamo in casa le tecnologie più avanzate del mondo. Si tratta di un investimento cui non si poteva rinunciare, neanche in una fase critica per la finanza pubblica come quella attuale”.

Apprendiamo che il contratto siglato tra il ministero della Difesa e Lockheed/Alenia prevede solo per l’allestimento del sito un preventivo di circa 800 milioni; che l’Italia è intenzionata a comprare 131 JSF a circa 100 milioni l’uno; e che a Torino l’Alenia produce l’Eurofighter e il C27 (quanti stipendi e dividendi, chiediamo noi, fruttarono il fosgene nella Grande Guerra e il Ziclon-B nel Lager di sterminio?).

Fin qui la reincarnazione di Mario Appelius. Ma il senatore Umberto Veronesi, che chiede lo stop all’F35, perché così timido? Rimarca solo che se l’Italia si limiterà a comprare cinquanta F35 spenderà 5 miliardi di dollari, coi quali si costruirebbero 50 ospedali e oltre 5 mila asili nido. Perché Veronesi non esige di sventrare della metà, almeno, il bilancio della Difesa? E’ un divo della chirurgia. È stato ministro. Lasci ad altri il nucleare, si metta alla testa di una campagna veramente impetuosa contro l’F35 e a favore di programmi non criminali. Se riuscisse a trascinare l’opposizione, forse la riporterebbe al potere, con la consegna di ripudiare l’atlantismo. In particolare il PD si riscatterebbe di avere, per colpa del trio Prodi D’Alema Parisi, all’incirca le stesse responsabilità di Berlusconi per l’attuale deriva militarista, senza la quale il programma JSF e l’impegno crescente nella guerra afghana sarebbero inconcepibili.

Se ancora una volta l’opposizione la darà vinta al bellicismo -ricordiamoci dell’oscena base americana a Vicenza- si meriterà un disprezzo più grave di quello che le spetta oggi. Conclamerà il diritto a governare delle destre, con o senza Berlusconi.



Per capirci meglio.

Un coro di proteste indignate e scandalizzate si è levato alla notizia che il parlamento sarebbe andato in vacanza in attesa del fatidico voto di fiducia o sfiducia del 14 dicembre, che poi magari non ci sarà (stiamo scrivendo con qualche giorno di anticipo su quella data). Proteste sacrosante, per un verso. Si tratta infatti dell’ennesima e ormai non più stupefacente prova di insensibilità della classe politica, comunemente nota come casta, nei confronti di una comunità nazionale che forse confidava in qualche segno di resipiscenza almeno in un momento così cruciale.

Deputati e senatori lautamente stipendiati e spesso assenteisti in vacanza straordinaria quando buona parte del paese soffre per la crisi e per una sequela inarrestabile di emergenze come quella di Napoli? Quando si lamenta (almeno da qualche parte) che le crisi attuali come tante altre pregresse si snodano e si dibattono ovunque salvo che in quella che dovrebbe essere la sede naturale, ossia appunto in parlamento? Quando si denuncia l’arenamento di vari processi decisionali su questioni particolarmente scottanti e urgenti con conseguente pericolo di gravi danni economici, come nel caso di opere finanziate con fondi UE?

Ebbene sì, proprio in vacanza, per di più prenatalizia e, come se non bastasse, non senza il sospetto che una delle sue finalità, forse la principale, fosse quella di lasciare più libero spazio ad un inedito mercatino di fine d’anno quale la compravendita di voti in vista della fatidica scadenza di cui sopra. Nel qual caso i mercanti avrebbero avuto almeno la delicatezza di sgombrare volontariamente e sia pure solo temporaneamente il tempio. Non conviene però stracciarsi soverchiamente le vesti perché non tutto il male viene per nuocere. Forse gli stessi mercanti hanno inteso rendere un servizio al paese essendo verosimilmente consapevoli di come stanno le cose almeno per quanto riguarda la funzione istituzionale primaria del parlamento: la legiferazione.

Qui il punto è stato appena fatto, in modo icastico, dal rapporto annuale del Censis, che non ha mai peccato di pessimismo sulle sorti nazionali. Il nostro, secondo l’istituto presieduto da Giuseppe De Rita, sarebbe infatti un paese “senza regole né sogni, che non ha più desideri”, e questo anche perchè “con troppe leggi dove però la legge conta sempre meno”. Proprio come le grida manzoniane, insomma. Se ricordiamo bene, il numero di leggi vigenti in Italia sta in un rapporto di circa 100 a 5 con quelle vigenti in Germania, la quale non sembra languire sotto il peso di una simile inferiorità. Non risulta, d’altra parte, che lo sfoltimento legislativo intrapreso da un eminente statista come Roberto Calderoli abbia dato finora frutti molto apprezzabili. La vacanza parlamentare, dunque, ci può stare, e potrebbe persino definirsi salutare.

Nemesio Morlacchi

Korea: Between Life And Death

Nothing is stranger than war. Or more disturbing. It reveals graphically, and tragically, how fragile the flower of life really is. One minute there is peace, and things are settled, certain. The next minute war—and nothing is certain, except that life is all too brief.

We Americans are not used to knowing the dangers of war at first-hand—hence our collective shock at 9/11. Rather, we are used to bringing war to others: Viet Nam, Cambodia, Panama, the Balkans, Kuwait, Iraq, Afghanistan. Then (so we supposed) we were in control. War was terrible—but from the safe distance of TV and the Internet (excepting the battle-line soldiers and their families, of course). And our lives went on as usual.

In South Korea, where 25,000 US soldiers are based, and where (like myself) thousands of teachers are working, war threatens at any moment. And like last week, sometimes strikes. War is only a few miles away at any given moment: within the easy range of an artillery shell, seen graphically last week when N Korea shelled a disputed, inhabited island, killing four and wounding many. It was the third attack on this island in a little over a decade. Koreans have lived with the possibility of war since the cessation—without a treaty—of the hostilities that marked the end of major fighting in the Korean War. Since then war has always hovered in the air as a possibility, even a probability.

Kim Jong-Il, the North Korean communist dictator, like his father before him, plays a high-stakes craps game with the South, stirring up shadows of war in order to blackmail the South into giving aid and food to a starving N Korea, whose government spends all its monies on the military and nuclear weapons and so has nothing left over for its own people. It banks on South Korea’s indulgence and pacific ways, and its fear of war, which would be much more devastating for a developed South than an undeveloped North. But one day the North may well push too hard. China indulges the North for fear of having a united Korea, and US ally, at its border—but in doing so, she risks North Korea getting out of control and a war enveloping all of Asia.

I was teaching when the shelling started. My students were terrified. Two girls in the front row held hands; one was near tears. An unnatural silence hovered about us. I did my best to be calm and reassuring, but as a foreigner unused to the proximity of war it was a difficult role for me. Evil men are by definition irrational. Hitler at the end ordered the army to destroy Germany! Such men act unpredictably and without regard to consequences. JFK felt pressure from the military to start a nuclear war with the Soviet Union during the missile crisis, but resisted heroically, thus saving civilization from utter annihilation. (Interestingly, Khrushchev, the Soviet leader, joined JFK in resisting his own military too, and paid a high price for it: JFK was later assassinated, and Khrushchev was deposed less than two years later.) JFK had reason, and was a man of deep faith. Kim Jong-Il evidences neither reason nor faith.

Koreans have lived with the specter of war for over 60 years; for the most part they are stoical—though there is a certain “live for the moment” attitude in South Korea as a result, a kind of “eat, drink, and be happy now” attitude—paradoxically admixed with a severe work and study ethic—that permeates all of society.

One day Kim Jong-Il’s high stakes game of craps will fail, and the South’s military will feel compelled to respond aggressively, not just defensively. Then millions will die a senseless death brought on by the unreason and atheism of N Korea’s leader, leading both countries back into the dark ages.

All of which reminds me of the essential helplessness of the human condition. Against the Enlightenment, we are not, and never have been, the captains of our fate—though we are, for good or ill, stuck in one big boat together.

The words of Jesus—“Blessed be the peacemakers”—have taken on a much more personal meaning for me now. Life is sacred, and peace is blessed.

Len Sive Jr, Daily Babel


It’s excessive or faulty that Brazil and India are now currently described as vibrant, surging economies and societies. Two affluent friends, here in Milan, are busy every day collecting small donations in favor od Brazilian meninhos : abandoned, orphaned or very destitute children who do not eat regularly. The expectations about the sudden modernization of Brazil are too high. The same applies to India, where efforts to lift up the very poor cannot claim enough successes.

The most extreme forms of discontent ravage several provinces. Some areas of Central India must be described as insurrected: armed rebellion is intermittently the winner. The rebellion, started in the district of Chhattisgarh in 1967 and apparently invincible, is a local version of revolutionary Maoism. The insurgents, here called Naxals, do not dominate more than 4,000 sq.kms. (total India is 3.3 million sq.kms), but the local geography (terrain, forests) and popular support, both willing and forced by terror, are such that a few thousand guerrillas are able to disrupt, often cancel, the government operations. Somewhat less than half a century of military efforts did not eradicate rebellion.

Territorially isolated as they are, Naxals can only wage a primitive warfare. They even implement their weapons with bows and arrows. The explosives they use are prevalently obtained by attacking police and security forces. Their operation is too far from foreign sorces of supplies. They are described as Maoists, even as China has not been exporting subversion any more. Still, a few months ago the Delhi government was forced to allocate funds for new battalions of armed militia, for additional helicopters and counterinsurgency training centers.

India is a giant well accostumed to take tough measures against her enemies, but past efforts against Naxals did not succeed. Recently prime minister Manmohan Singh described those rebels “the single biggest internal security challenge ever faced by India”. But he also admitted “the chronic poverty, mass ignorance and desease”. In the last four years a thousand people died each year violently
India is seen abroad as a nation on the move, however the durability of the insurgence is bewildering. In addition to general factors, the tribal conditions of many Central Indian villages easily explain poverty. Minerals have been found, but the new jobs are few and low-paid. Terrorism in one third of the Indian districts discourages investments.

At the root of the political problem is the failure of the democratic institutions to operate in conformity with the lofty ideals and easy promises. Once upon a time India appeared a young nation which would conform to the noble precepts of Mahatma Gandhi, thanks among other things to the collective enthusiasm of hundred millions voting citizens. Reality is different. The governing classes were soon spending on aircraft carriers, nuclear weapons and Rolls-Royces for ambassadors, well in advance of present economic development, rather than on adequate social programs. Today huge wealth is being created in some segments, but it doesn’t reach the low classes. Gandhian idealism has been operating only nominally and sporadically, while graft and egoism have increased.

A.M.C., Daily Babel


Le assemblee rappresentative non sono sovrane: l’ultima parola spetta al popolo. Senza ratifica popolare leggi e delibere non hanno effetto. I cittadini decidono anche quando non votano: i politici hanno paura di loro. Estratti da un tableau costituzionale dell’esperto elvetico Hans Tschaeni.

In tutti i Cantoni il popolo nomina direttamente gli amministratori-governanti. In alcuni di essi vige inoltre il referendum legislativo obbligatorio. Nei cinque cantoni della “Landsgemeinde” (Obvaldo, Nidvaldo, Glarona, Appenzello esterno e Appenzello interno) vige ancora la democrazia diretta pura: il popolo riunito in assemblea delibera in proprio sugli affari pubblici. I rappresentanti eletti hanno solo compiti organizzativi e consultivi. Landsgemeinde è dunque il nome dell’Arengo dei cittadini che si riunisce all’aperto per legiferare, nonché per eleggere il governante cantonale (landamano) e i giudici.

A livello federale il popolo ha il diritto di accettare o rigettare per referendum le leggi importanti, cominciando da quelle costituzionali, adottate dal parlamento della Confederazione: per questo la democrazia elvetica è definita anche “referendaria”. A livello nazionale il referendum deve svolgersi se chiesto da 30.000 aventi diritto, oppure da 8 cantoni. Anche i trattati conclusi a termine indeterminato o per più di 15 anni sono soggetti a referendum facoltativo. I decreti urgenti vanno sottoposti a referendum entro un anno dalla conversione in legge da parte dell’assemblea parlamentare. A livello cantonale il referendum, istituto tipicamente svizzero, è assai frequente. Solo attraverso esso il popolo può esercitare un influsso concreto, durevole e, soprattutto, preventivo sui legislatori eletti: anzi assurge esso stesso a legislatore. La “ghigliottina” del referendum è micidiale: il 60% dei progetti di legge approvati dal governo e dal parlamento e sottoposti a votazione popolare sono stati respinti dai cittadini.

Sotto molti aspetti è il timore del referendum che determina la nostra legislazione. Da una parte il referendum rappresenta il mezzo più efficace perché il popolo possa controllare il parlamento e i partiti e arginare l’influenza dei gruppi di pressione; dall’altra la necessità del compromesso che esso comporta agisce spesso da freno alle innovazioni temerarie. Ci si rifugia nel compromesso per non vedere respinto un disegno di legge.

Nella democrazia elvetica può persino accadere che il cittadino sia obbligato a farsi eleggere. In molti cantoni e comuni vige l’Amtszwang, obbligo di accettare una carica pubblica. Nel cantone dell’Appenzello interno l’obbligo vale fino al sessantacinquesimo anno d’età. Per dieci anni il cittadino è tenuto a svolgere ruoli giudiziari o amministrativi: logica conseguenza del suo diritto di intervenire in misura considerevole nella gestione della cosa pubblica.