TEDESCHI CONTRO IL PIL

Crescono non solo in Germania i fautori della crescita zero.

Può darsi che sia solo un’utopia, un miraggio, persino un errore. Molti però ci credono, e non da oggi. Sono anzi sempre più numerosi, sia in campo scientifico sia nel mondo politico e in quello economico, quanti propugnano o per lo meno considerano seriamente l’ipotesi di una crescita zero o comunque diversa. E non manca neppure chi l’ha già risolutamente abbracciata, come un grosso imprenditore di Brema che la applica con audacia anseatica e teutonico rigore nella propria azienda. Dalla sua esperienza trae spunto un lungo articolo del settimanale “Die Zeit”, uno dei più prestigiosi in Europa e nel mondo, del quale riportiamo qui ampi stralci.

Più di due terzi dei tedeschi ormai dubitano che la qualità della loro vita migliori se l’economia cresce. Interi gruppi sociali sperimentano già da tempo cosa significhi essere tagliati fuori dal benessere. Ad altri la crisi finanziaria ha mostrato quanto possa essere pericoloso puntare tutto sulla crescita come fanno banchieri, imprenditori e anche politici. Le molteplici catastrofi naturali non costituiscono forse il monito più pressante di dove potrebbe portare in ultima analisi lo sfruttamento del pianeta sospinto dalla crescita, cioè direttamente alla catastrofe climatica?

La sensazione che i cittadini avvertono è stata a lungo espressa in modo articolato solo da alcuni outsider. Criticare la crescita era quasi un tabù per la scienza ufficiale…Ma ormai il dibattito sul modello tradizionale del benessere è divampato anche nelle sedi istituzionali, associazioni, partiti e persino nella sfera economica, tradizionalmente molto conservatrice. Anche lì i promotori del ripensamento parlano sempre più chiaramente: in prospettiva è necessario liberarsi dalla fede tradizionale nella crescita perché essa trascina il mondo in un vicolo cieco.

Il capofila degli industriali Hans-Peter Keitel sostiene pubblicamente la necessità di una crescita sostenibile. E l’industria farmaceutica invita cattolici e protestanti ad un seminario intitolato “Di meno è (talvolta) di più”. Perfino la socialdemocrazia si è risvegliata…perché il tema interessa non soltanto il ceto medio attirato dai Verdi ma anche i lavoratori. Dopotutto le due categorie sono accomunate dallo scetticismo sul modello dominante, che per gli uni distrugge l’ambiente e agli altri, per la loro specifica esperienza, non assicura più benessere e qualità della vita in misura sufficiente.

Socialdemocratici e Verdi [tedeschi] sono in buona compagnia. In Francia cresce il movimento per la decroissance, che dice no alla crescita. In Austria il ministero degli Esteri cerca vie che portino ad una “economia di mercato umana”. In Gran Bretagna, l’anno scorso, l’economista e consulente del governo Tim Jackson ha fatto scalpore chiedendo ai politici un “benessere senza crescita”. Subito dopo è entrato a Downing Street un premier, David Cameron, che intende misurare il benessere della nazione non soltanto con la crescita ma anche con la soddisfazione degli uomini, ovvero con un indice della felicità appositamente creato. Persino l’OCDE, organizzazione dei paesi industriali tradizionalmente tutt’altro che ostile alla crescita, guarda ora all’argomento con occhi diversi. Mirando, cioè, a colmare il divario tra la crescita, così com’è concepita oggi, e l’effettiva percezione del benessere da parte delle persone…

Ma sanno i politici e i dirigenti delle associazioni dove ciò li porterebbe? Un mondo senza crescita non precipiterebbe nel caos? Se l’economia ristagnasse, verrebbero meno per i politici i classici spazi di manovra per la distribuzione. Di più per alcuni significherebbe di meno per gli altri. Anche il sistema sociale si basa sul fatto che un numero sempre minore di contribuenti produce sempre di più. Senza crescita esso potrebbe crollare, e lo Stato non potrebbe più sostenere il peso dei suoi debiti. La crescita zero sarebbe insomma non un sogno ma un incubo.

Già nel 1972 un gruppo capeggiato dall’economista americano Dennis Meadows profetizzava, sulla base di modelli elaborati col computer, l’avvento di un mondo caratterizzato come segue. Se l’economia continuasse ad usare un tanto di risorse e la popolazione continuasse ad aumentare rapidamente, l’umanità rimarrebbe ancor prima del 2100 senza materie prime e la sua economia andrebbe in frantumi. Questo studio provocò uno choc nell’intero pianeta, seguito da un’ondata di rigetto ancor più forte. Tutti i problemi della società moderna possono essere superati, replicarono autorevoli economisti al dissenziente collega Meadows, proprio mediante più tecnica e più crescita.

Molti di loro si sono dimostrati preveggenti. Oltre 200 milioni di uomini sono sfuggiti alla fame, e soprattutto in Cina è avvenuto quasi un miracolo. In molti altri paesi più persone hanno più che mai da mangiare e da bere, sono più sane e istruite. Si può rimproverare alla crescita di avere dato di meno ai poveri e di più ai ricchi, ma neppure le guerre, le crisi e le recessioni hanno impedito che, globalmente, si producesse e si consumasse di più in tempi record.

E tuttavia il prezzo del benessere è elevato. Benché la plastica venga prodotta solo da 60 anni, gigantesche concentrazioni di suoi residuati si sono formate nei mari del pianeta, la più grossa delle quali, nel Pacifico, è di dimensioni pari all’Europa centrale. Un vortice tossico in mezzo all’oceano mette in circolazione particelle ad alta concentrazione di cartocci per lo smercio, scatole di CD, spazzolini da denti, bottiglie, vasetti di yogurt, pezzi di Lego, scarpe da ginnastica e accendisigari. Da tempo i rifiuti del benessere sono entrati negli stomachi dei pesci e quindi, buon appetito!, nella catena alimentare.

Contemporaneamente, il petrolio e parecchi metalli sono diventati molto scarsi. I paesi emergenti con in testa la Cina e un nuovo ceto medio globale fanno concorrenza all’Occidente per l’accesso alle risorse. Miliardi di uomini vogliono mangiare meglio e acquistare prima o poi televisori, automobili e computer. I danni collaterali che ne derivano sono immensi. Quotidianamente scompaiono 100 specie animali, vengono distrutti 20 mila ettari di terra coltivabile e disboscati 50 mila ettari di foreste. L’acqua scarseggia in molte regioni, i mari soffrono per troppa pesca e il pianeta si riscalda a ritmo crescente.

L’organizzazione Global Footprint Network è fortemente impegnata a calcolare in che misura l’umanità produca in eccesso rispetto alle sue possibilità. Il risultato è spaventevole e ha un nome: World Overshoot Day, il giorno dell’anno a partire dal quale l’uso delle risorse supera la capacità annua della terra di rigenerare durevolmente tali risorse. Nel 1990 questo giorno è caduto il 7 dicembre. Nell’anno corrente l’Overshoot Day è sceso al 21 agosto. L’umanità, dunque, vive ecologicamente a credito già dalla tarda estate.

Ancor prima della guerra il grande economista britannico John Maynard Keynes si diceva sicuro che in un tempo prevedibile una “economia sazia” non sarebbe più cresciuta, senza per questo finire a terra. Persino il padre dell’economia sociale di mercato in Germania, Ludwig Erhard, ammoniva che nessuno doveva “cercare ancora a lungo la salvezza solo nella costante espansione dei beni materiali”.

Oggi si pronunciano ancora in questo senso solo pochi economisti. Tra essi figura Hans Christoph Binswanger dell’Università di San Gallo, padrino professionale del presidente della Deutsche Bank Josef Ackermann. Binswanger ha indagato a fondo come nessun altro su ciò che funge da motore dell’economia. “E’ il denaro”, egli afferma, che rende obbligatoria la crescita e la sospinge. Di fatto le banche possono oggi creare denaro in quantità quasi illimitata accordando ai loro clienti sempre più crediti. Per potere pagare i propri debiti i beneficiari del credito devono poi investire a scopo di profitto, devono quindi accrescere il prodotto sociale.
All’obbligo fa seguito la spinta. I soci dell’impresa si aspettano profitti il più possibile elevati. Questi possono essere perseguiti anche sul mercato azionario o attraverso speculazioni immobiliari, con la crescita sempre nel mirino. La sfida consiste oggi, secondo Binswanger, nel saper “frenare tempestivamente l’accumularsi dell’indebitamento economico ed ecologico”. Lo studioso, che per le sue idee ha ricevuto molti premi, caldeggia perciò la riforma del sistema bancario, che dovrebbe limitarsi a prestare il denaro che effettivamente possiede, rendendo così difficile l’aumento del volume del credito e la spinta incessante alla spirale della crescita.

Se l’umanità disponesse di qualcosa di diverso dal PIL ne conseguirebbero una diversa valutazione della crescita e quindi anche una politica diversa. Un esempio. Se oggi avviene un incidente, la macchina va in pezzi e il guidatore in ospedale, ma l’economia cresce benché l’accaduto danneggi la persona come pure la società. Lo stesso accade con lo sfruttamento dell’ambiente. Che le risorse vengano usate durevolmente oppure no, per il PIL è indifferente. L’ambiente può anche essere devastato, il PIL aumenta lo stesso.

Uomini e società non traggono alcun beneficio automatico dalla crescita economica, come dimostrano le ricerche su economia e felicità. Nei paesi poveri aumenta indubbiamente la soddisfazione quando il PIL finalmente cresce. Ma nelle società ricche essa può persino diminuire se contemporaneamente l’ambiente viene maltrattato e i ceti meno abbienti non hanno la possibilità di migliorare.

Tendono allora l’orecchio anche socialdemocratici e conservatori. Distruggendo la natura senza neppure accontentare la gente dove si va a finire? La combinazione tra ricerca su felicità e ambiente favorisce così la nascita di nuove alleanze. Dal dibattito su una rinuncia alla crescita si passa a quello su una crescita diversa…Nessuna rinuncia, ma ricerca di un’altra crescita, nelle speranze trasversali ai partiti, una crescita più ecosostenibile e più giusta. Si potrà salvare il pianeta con una tecnica nuova e più accorta, con consumatori più attenti e politici migliori. In effetti simili speranze sono alimentate da analisi comparative internazionali, secondo cui l’impiego di materie prime e materiali può essere teoricamente scisso dalla crescita economica.

Dopotutto, il mondo potrebbe produrre nel 2007 quanto produceva nel 1980 usando un quarto di materiali in meno. Attualmente un’intera armata di esperti è impegnata a sganciare la crescita dallo sfruttamento dell’ambiente. Il messaggio comune di tutti questi apostoli dell’efficienza è che il benessere può essere assicurato anche solo con un quinto e forse persino un decimo degli attuali consumi. La strada da percorrere è tuttavia impervia.

L’ostacolo maggiore non è l’inadeguatezza tecnica bensì la politica fiscale. Il fisco tedesco si nutre soprattutto di prelievi sul lavoro. Per contro l’utilizzo della natura non viene tassato, e su ciò influisce poco in Germania anche la modesta imposta ecologica. Oggi come in passato mancano perciò gli incentivi ad usare i materiali in modo intelligente ed economico…Se però un giorno responsabili del fisco e innovatori industriali, economisti di punta e la massa dei consumatori facessero causa comune, una crescita verde potrebbe forse diventare realtà in questo paese.

Da un punto di vista globale non ci aiuta al riguardo neanche la natura, ovunque strapazzata più che mai. In Germania, per la verità, la sua depauperazione ristagna intorno alle 50 tonnellate annue pro capite, per cui l’ambiente nazionale risulta meno maltrattato di prima. Molte fabbriche nemiche dell’ambiente hanno tuttavia traslocato in paesi stranieri poveri. E’una tendenza che accomuna tutte le potenze industriali, che importano sempre più dall’estero prodotti nocivi, come rende noto uno studio dell’Ufficio federale per l’ambiente. Non c’è perciò da meravigliarsi che il consumo mondiale di materie prime sia aumentato del 62% dal 1980, con buona pace di tutte le nuove tecniche.

Di fatto, nella gara tra efficienza e crescita l’efficienza, almeno finora, è arrivata per lo più solo seconda. Le automobili consumano meno carburante, ma sono aumentate di peso e potenza. Le abitazioni richiedono meno riscaldamento per metro quadrato, ma la loro superficie pro capite è cresciuta. Malgrado il mitico successo dell’energia eolica e solare il sistema energetico tedesco ha sfornato nel 2008 quasi altrettanto gas nocivo quanto nel 1995.

Oggi le cose diventano difficili per i politici che sbandierano l’idea della “nuova crescita”. Confessare o no che neanch’essa risolve tutti i problemi? Rassegnarsi o no ad avviare il dibattito sulla “crescita zero”? Se sì, come risolvere i problemi finora fronteggiati mediante la crescita, cioè il finanziamento della sicurezza sociale, l’abbattimento del debito statale, la lotta contro la disoccupazione? L’imprenditore di Brema Harald Rossol conosce bene questi problemi. Egli crede tuttavia che la rinuncia alla crescita sia “l’unica via per salvare il nostro mondo”. Ma cosa succederebbe se molti, o alla fine tutti, si comportassero come lui? Se l’economia senza crescita improvvisamente nascesse? Neppure Rossol saprebbe rispondere, ed è tuttavia convinto che ce la potremmo fare, in quanto “a risolvere un problema si comincia prendendo atto che esso esiste”.

Licio Serafini

CHIUDERE E VENDERE IL QUIRINALE

Oppure affittarlo. Che i Padri della patria, il comunista Togliatti in testa, abbiano deciso 62 anni fa che la repubblica sorta -dicevano- sul sangue dei partigiani e sul sacrificio dei fuorusciti, avesse bisogno di un palazzo fastoso è paradigma della disonestà che ha trionfato. Bastava una palazzina di 50 stanze, come era a Bonn la presidenza della Bundesrepublik. Invece i virtuosi del 1948, incorruttibili solo per poco pochissimo, vollero la reggia dei papi e dei Savoia, costruita da Gregorio XIII col denaro che avrebbe dovuto soccorrere i miseri. Il sito era lo splendido giardino del cardinale Ippolito d’Este, la cui austera madre era stata Lucrezia Borgia, figlia di Alessandro VI, quest’ultimo incarnazione di virtù. Un santo.

Qualche anno fa la giovane Seconda Repubblica fece le mosse di volere riformare le sue vituperevoli istituzioni. Nessuno ci credette; ci avevano fatto più cinici i primi cinquant’anni di cleptocrazia che le dozzine di secoli. Eppure per un momento avevamo creduto di doverci disintossicare dal cinismo. Erano cinici i patrioti del Risorgimento? I volontari e i rassegnati del Carso?

Nessuno ci credeva, dicevamo. Eppure…Pensammo ci sarebbero state Bicamerali, Costituenti, Ricostituenti. Ci sarebbero stati codici, pandette e altri conati di rigenerazione istituzionale. Ci sarebbero state denunce implacabili. Sarebbe esplosa l’antipolitica. Le ruberie dei cleptocrati sarebbero state messe a nudo. Possibile che nulla sarebbe cambiato?

Possibile. Nulla è cambiato. I costi della politica erano apparsi scandalosi a tutti, persino alla gentaglia dei politici. Sono aumentati.

Allora è tempo di piantarla con la deferenza verso le istituzioni, cominciando dalla più augusta (diciamo così). La presidenza della nostra repubblica scalognata ha funzioni quasi esclusivamente cerimoniali: auguri di capodanno, salamelecchi col corpo diplomatico, esequie, ricevimenti, onorificenze, persino un sommo comando delle forze armate che prolunga il generalato supremo del fronte occidentale esercitato nel 1940 da Sua Altezza Reale Umberto, molto rimpianto dalle novantenni aristocratiche. Persino la prerogativa di sciogliere le Camere è discussa. A Londra, madre o nonna del parlamentarismo, indire nuove elezioni spetta al capo del governo quando vuole, non alla regina collega del nostro sommo sacerdote. Dunque il maremoto delle riforme che ci sono state promesse -perciò certamente verranno, che diamine!- dovrebbe cominciare dalla sommità fisica del sistema politico meno onorevole del mondo occidentale.

Dal Colle presidenziale -un tempo più prosaicamente conosciuto come Monte Cavallo- gli uffici del Primo Cittadino dovrebbero traslocare verso la summenzionata palazzina di 50 stanze, e non più. Il primo ministro Cameron, che ha portato alla vittoria il partito della conservazione, ha avuto il coraggio di tagliare di un quarto uno dei bilanci più tradizionali dello Stato britannico, quello del Foreign Office. Sacrifici più modesti a carico della superba Navy, della gloriosa RAF, del semi- invincibile Army. Ce lo imprestassero per un po’, a sostituire un Berlusconi o altri pari a lui, Cameron taglierebbe di otto decimi la spesa meno essenziale di tutte, quella dell’arcipalazzo pontificio/sabaudo. Ottima cosa sarebbe che abolisse i ricevimenti ai diplomatici, dignitari e loro signore.

Cameron licenzierebbe, oppure manderebbe a regolare il traffico all’Eur, i quasi 300 corazzieri che torreggiano coi loro inutili due metri nelle quotidiane teleriprese della Corte sorta dalla Resistenza. Se ci pensate, ad ogni giuramento di sottosegretario o di soprannumerario ministro assiste solenne, tra altri ciambellani, un generale a molte stelle, o forse ammiraglio, con uniforme assai elegante. Che ruolo ha in quel momento? Ha strategie di guerra da consigliare allorché il comandante supremo delle FF.AA prende il ‘giuramento’ di un politico dall’onore inattendibile?

Il feldmaresciallo di cui parliamo è uno dei quasi duemila cortigiani, corazzieri, lacchè o burocrati grandi e minimi che Cameron metterebbe in pensione a un quarto del vitalizio (ma su molti si potrebbe risparmiare in tutto la pensione, visto quanto superbamente sono stati pagati e alloggiati). Quanto alla squadretta di giuristi che preparano la firma di leggi e decreti, essi non hanno bisogno dei saloni di Sua Santità, dei cavalli e delle corazze delle Guardie del Presidente (ma per proteggere quest’ultimo si impiegano alcune centinaia di militari e poliziotti veri, i cui costi non figurano nei bilanci del Quirinale). Le università, i ministeri, le cassazioni, gli studi legali della capitale pullulano di giuristi, cui la telematica permetterebbe di lavorare dai loro domicili.

Dicono che il Quirinale conti 1200 stanze e in più gallerie, scuderie, portinerie. Una volta svuotate -coi metodi anglosassoni basterebbero due settimane- si può immaginare quanto si ricaverebbe a venderlo o ad affittarlo, completo di arazzi, tappeti e candelabri. I miliardari di Shanghai non baderebbero a spese. A ripensarci, potremmo cedere loro anche i corazzieri, palafrenieri e lacchè. I ciambellani, non è chiaro che se ne farebbero. Però se adibissero la reggia a grand hotel low cost, a sfilate di moda e a conventions di concessionari d’auto, qualche ruolo lo troverebbero anche per i ciambellani.

Ci divertiamo a fantasticare, ma la questione è veramente dolorosa. Si tolgono gli insegnanti di sostegno agli sventurati e agli storpi; si nega il pasto agli scolari morosi; si lasciano dormire in istrada, a volte morire d’inverno, i barboni delle metropoli; si abbandonano alle mense dei miseri i senza lavoro non organizzati né protetti. Invece si destinano. 220 e più miliardi all’anno a mantenere una reggia sfrontata e senza onore, la quale costa il quadruplo della monarchia britannica e l’ottuplo della presidenza federale, a Berlino, della nazione più stimata al mondo. Il Colle costa quanto quarantamila precari. Se il nostro non fosse uno paese-canaglia, gestito dai peggiori tra noi, il Quirinale non sarebbe stato mai aperto. Arrivasse un giorno il Giustiziere, cancellerebbe subito la più vistosa e immorale delle nostre infamie.

Abbiamo di peggio, peraltro. Che sono morti a fare, quei fucilati della Resistenza che avevano sperato in un paese migliore?

Antonio Massimo Calderazzi

SORTEGGIO AL POSTO DELLE URNE

Per passare alla democrazia partecipata.

Con tutti i suoi difetti, la democrazia moderna resta il punto di riferimento, anche se molti la utilizzano per banchettare come Proci a spese del popolo, e dunque è una democrazia ladra. Si tratta di passare dalla democrazia delegata ad una partecipata. Un cammino lungo, difficile e anche aspro. Lungo questo percorso, il primo concreto passo può essere rappresentato da un organico e articolato sistema di controlli da parte della società civile, la quale venga messa nelle condizioni di capire, e quindi verificare, il funzionamento dei meccanismi pubblici. Il sorteggio invece delle elezioni mi pare l’opzione giusta.

Sulla riforma delle rappresentanze parlamentari non metto becco: anche se non sottovaluto l’importanza di essa riforma al fine di ridurre i costi e migliorare il funzionamento.

E’ sulla strada della partecipazione che si possono ottenere risultati importanti, rivitalizzando meccanismi obsoleti e, nello stesso tempo, avviando processi destinati a mutare la natura della democrazia moderna. Un sogno? Forse. Ma dal sogno all’utopia salvifica il passo, come la storia dell’umanità ci insegna, è relativamente breve.

Un sistema di controlli
Si tratta di dar vita ad organi nuovi che seguano passo per passo, a tutti i livelli, il lavoro delle istituzioni attuali. Per dimostrare la fattibilità si potrebbe cominciare dai livelli più bassi. Per esempio dalle zone e dalle frazioni in cui sono organizzate le amministrazioni comunali. Il loro ruolo è oggi più formale che sostanziale: chi viene eletto nei consigli di zona e di frazione è privo di ogni potere reale. Un modo per dare sostanza e quindi potere ci sarebbe: assegnare a quei consigli la gestione di parte del bilancio comunale: Una volta definita la spesa per i servizi di carattere generale di competenza del comune, le risorse rimanenti dovrebbero essere delegate alle zone e alle frazioni.

Controlli sulle istituzioni centrali e regionali
Un organo di vigilanza sull’attività degli eletti al parlamento e alle assemblee regionali dovrebbe essere composto per sorteggio fra i cittadini delle rispettive giurisdizioni. Tale organo andrebbe messo nelle condizioni: 1) di organizzare incontri con i cittadini a prescindere dalla loro posizione politica, ossia in quanto esponenti non di un partito ma della porzione di società che rappresentano; 2) formulare proposte per rendere il rapporto coi cittadini non solo continuo ma produttivo; 3) verificare che l’impegno delle assemblee elettive corrisponda alle attese degli elettori; 4) in caso contrario formulare suggerimenti e proposte; in caso di gravi inadempienze, chiedere la decadenza del mandato.

Controllo dell’attività giudiziaria
ll problema della giustizia ha assunto una dimensione e un’acutezza tali da imporre la mobilitazione dell’intera società. Si propone un organo di sorveglianza affidato a cittadini selezionati per sorteggio per un tempo da definire e comunque non troppo lungo, in modo da consentirne la rotazione ogni anno (o biennio). L’organo di controllo popolare dovrebbe 1) esplorare la possibilità che si addivenga all’elezione anche dei magistrati delle procure, come accade negli Stati Uniti. 2) Indagare sui ritardi che la magistratura accumula ogni anno. L’organo di controllo popolare dovrà formulare proposte che impediscano il protrarsi dei processi oltre ogni limite di decenza; 3) proporre che l’articolo primo della Costituzione, che fonda i comportamenti generali sul lavoro, venga applicato anche nelle carceri. Nessun detenuto deve essere costretto all’inattività totale; 4) impedire che fra i detenuti si determinino discriminazioni sulla base del denaro. 5) controllare che non venga eluso il principio che la giustizia è uguale per tutti.

Controllo del funzionamento delle amministrazioni pubbliche
Per ogni branca dell’amministrazione dovrebbe crearsi un organo di controllo composto di cittadini scelti per sorteggio. Occorrerebbe in particolare vigilare sull’assunzione e la formazione del personale, alla luce del principio che l’amministrazione è in funzione dei cittadini e non viceversa. Di qui l’esigenza che chi entra a farvi parte debba impegnarsi anche fuori orario e nei giorni festivi.

Partiti
Se i partiti sono strutture portanti della democrazia moderna, allora il loro funzionamento è problema di tutti. Deriva la necessità di costituire -sempre per sorteggio e per tempi brevi – organi che ne controllino il funzionamento e la gestione, in modo che si conformino ai principi della democrazia moderna. La violazione di tali principi ha provocato distorsioni e deviazioni quali il ‘centralismo democratico’ nel PCI.

Banche, poste, compagnie telefoniche, assicurazioni, consorzi, corpi di sicurezza e vigilanza, anche privati
Sempre per sorteggio e per periodi che consentano una rapida rotazione andranno costituiti organi di verifica permanente i quali all’occorrenza propongano la decadenza delle strutture controllate.

Scuola
Gli organi di controllo che andranno costituiti (per sorteggio) ai vari livelli di una scuola dell’obbligo da allungare a 18 anni dovrebbe poter comminare sanzioni alle famiglie che non curano l’impegno dei figli. In caso di bocciatura dei ragazzi le famiglie dovrebbero avere risarcite le spese scolastiche. Dalla crescita culturale delle nuove generazioni la società intera guadagnerà anche sotto il profilo democratico: per la gestione della macchina pubblica sarà decisivo disporre di strumenti culturali adeguati. La mancanza o insufficienza di questi strumenti vanifica il principio di eguaglianza cui una democrazia di alto profilo deve ispirarsi.

Sanità
Lo scandalo delle lunghe attese per esami a volte decisivi deve finire. Gli organi di controllo ad hoc definiti, previo sorteggio fra tutti i cittadini, devono poter intervenire in ogni piega del sistema sanitario, in particolare liquidando le sacche di privilegio e di speculazione.

L’informazione
Se si vuole chiudere l’epoca delle democrazie senza democrazia, la società civile deve assumere precise responsabilità, affiancando e nel caso sostituendo gli organismi che abbiano dato cattiva prova. Per ridare fiato alle forme asfittiche dell’informazione oggi dominate dalle lobby, viene proposta l’istituzione a tutti i livelli di organi di controllo formati da cittadini estratti a sorte. Dovranno 1) fornire alla società intera una documentazione precisa e aggiornata su proprietà, centri di potere e organizzazione di radio, televisioni, organi di stampa; 2) proporre la dissoluzione, come vuole la legge, di eventuali posizioni di monopolio; 3) individuare gli intrecci di rapporti fra le varie corporazioni e i detentori di potere, sia pubblici sia privati, ed aggredire le situazioni di privilegio nella formazione degli organici e nelle gerarchie retributive.

Conclusione
La democrazia moderna così come l’abbiamo ereditata è malata ma non moribonda. Non va affossata, bensì rivitalizzata attraverso la partecipazione. Con il sorteggio -l”opposto della delega- verrà esaltato il ruolo dei cittadini tutti, perché la democrazia sia veramente governo del popolo.

Orazio Pizzigoni

S. L’Orgia del potente

Delirio di onnipotenza, automasturbazione dell’ego, sesto reich, quinto potere, trip di cocaina e giovanlismo, vecchie cariatidi con la bava alla bocca, giovani lobotomizzate dal mito delle veline, italia repubblica fondata sulle banane, la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme del bunga bunga, tacchi e viagra, diritto a divertirsi in privato, torri d’avorio e di strass mentre il mondo intorno si sfalda, canzonette e bagaglino, fazzoletti stretti al collo sotto la camicia, più stretti a petto nudo, protesi premature, sorrisi botulinici, letterine e parlamentari, carriere interscambiabili, pari dignità, pari opportunità in una corsa verso il basso al compiacimento delle pulsioni elementari del maschio alfa, macchine blu e celerini, guardiani del mal costume e dell’ordine pubico, smentire l’evidenza, teorema di goebbels, ministero dell’amore e omonimo partito, vortice di colori e gomma, una parata di orsetti gummi, discesa verso il centro di una cloaca che rigetta amplificando quanto inghiotte, stacchi di assegni e di cosce, trame ordite di leggerezza, quell’incoscienza e furberia che hanno fatto grande il popolo italiano, la capacità di arrangiarsi, la scalata verso l’alto, il fine che giustifica i mezzi e perché no, qualche sana distrazione, valori e cattolici a comando, 451 gradi fahrenheit, silenziatori scelti e rifiuti, mediatici e umani, patinato benessere scivoloso di bava e sudore delle fronti altrui, un gorgo di meraviglioso e felicissimo orrore, se dio non gioca a dadi c’è chi lo fa al posto suo, i barbari alle porte eppure quel malcelato compiacimento, grazie papi, benvenuti al party.

T.C.

Il Disegno Neo-Ottomano Della Turchia

Mentre per l’Occidente la data del giro di boa nella vita politica è generalmente indicata nel 1989, per la Turchia l’inizio di una lunghissima e non ancora conclusa transizione risale al 1980, data dell’ultimo colpo di stato militare, il terzo dal 1960. Fu quello l’ultimo tentativo dell’establishment militare di fede kemalista di costringere ad una modernità di tipo occidentale un paese la cui anima profonda evidentemente era e resta intimamente legata ad una propria forte individualità, nella quale l’aspetto religioso conserva un ruolo primario anche se non esclusivo. Un’individualità religiosa sì ma soprattutto ottomana; proprio questa, al di là delle apparenze, ieri costituiva il substrato su cui si sviluppava il disegno politico del laico Mustafà Kemal Ataturk, e oggi anima l’azione dell’attuale classe dirigente, non per nulla definita neo-ottomana. Accanto alla propria rivendicata identità islamica, gli attuali dirigenti perseguono con lucidità un disegno di riscatto economico e sociale all’interno e un ruolo internazionale non più limitato a quello di avamposto dell’Occidente in Medio Oriente, tracciando il profilo di una dinamica potenza regionale, portatrice di istanze e ambizioni proprie.

Paradossalmente l’esercito – rimandato abbastanza ruvidamente nelle caserme ( recentemente una quarantina di alti ufficiali è stata arrestata con l’accusa di tramare per il rovesciamento del governo, mentre il referendum costituzionale vinto dal governo il 12 settembre ne ha sostanzialmente ridotto le funzioni e l’autonomia) ha avuto un ruolo non secondario in questa evoluzione. Col colpo di stato del 1980 i militari del generale Evren ritennero di poter liberare una volta e per sempre il paese dalle forze politiche che nei decenni precedenti avevano insidiato la cosiddetta “ rivoluzione kemalista” laica, occidentalizzante e nazionalista.

Sciolsero i partiti, ne vietarono la ricostituzione e colpirono con l’interdizione a partecipare alla vita pubblica per dieci anni gli esponenti politici attivi al momento del loro intervento. Contemporaneamente però, sulla scorta dell’esperienza di oltre mezzo secolo, ritennero di dover concedere qualcosa alla “Turchia profonda” ( cioè religiosa), il che si tradusse essenzialmente in un allentamento del rigido laicismo perseguito fino a quel momento. Fu revocato il divieto di istituire scuole religiose, si permise l’avvento al potere di personalità dichiaratamente “pie” come, per fare un solo nome, il defunto primo ministro Turgut Ozal (dal 1982, poi successore dello stesso Evren alla presidenza della Repubblica). Da allora in Turchia la religione ha progressivamente guadagnato spazi nella vita pubblica, pur senza assumere i caratteri dell’integralismo.

Ciò ha avuto conseguenze importanti sia sullo sviluppo economico sia sul posizionamento internazionale del paese. Il “ritorno all’Islam”, per quanto limitato per il momento, ha comportato un’attenuazione della tradizionale diffidenza dei vicini paesi musulmani verso quello che, oltre ad averli dominati al tempo del califfato, si distingueva per i suoi rapporti di amicizia nei confronti dell’Occidente e di Israele. Ricordiamo che la Turchia è stata, insieme all’URSS, il primo paese a riconoscere lo Stato ebraico, con il quale ha intrattenuto da allora importanti rapporti economici, estesi perfino al settore delle forniture militari).

Questa evoluzione ha avuto come conseguenza importante che, mentre le istituzioni economiche internazionali lesinavano i propri aiuti alla Turchia, questa otteneva finanziamenti e cooperazione dai paesi islamici, in particolare dall’Arabia Saudita: oggi le gravi difficoltà economiche dei decenni scorsi sembrano superate e la Turchia vive una promettente fase di sviluppo, sostenuta, tra l’altro, dall’affermarsi di una nuova classe media, dinamica e consapevole.

Le relazioni di Ankara con Damasco -dove le ragazze collezionano le foto di Erdogan e si moltiplicano i corsi di lingua turca- Baghad, Riad e perfino Teheran sono migliorate progressivamente, mentre peggioravano quelle con Tel Aviv. Dopo il clamoroso scontro tra Erdogan e Simon Peres a Davos (2009), ed altri momenti di tensione diplomatica, i rapporti turco-israeliani hanno toccato il punto più basso in seguito all’incidente della Mavi Marmara, la nave attaccata dalle forze israeliane mentre viaggiava verso Gaza con un convoglio destinato a portare aiuti umanitari all’enclave palestinese, tentando di forzare il blocco imposto da Israele.

All’opposto, i rapporti della Turchia di Erdogan con l’Unione europea sono resi problematici dal deciso rifiuto di Francia e Germania di procedere verso l’integrazione a pieno titolo del paese anatolico nell’Unione europea. Questo percorso era stato virtualmente tracciato nel lontano 1963, anno del primo trattato di associazione tra Ankara e Bruxelles. Questo prevedeva lo sviluppo di una cooperazione sempre più intensa in vista di una piena adesione di Ankara alla Comunità europea (poi divenuta Unione), allora fissata nel 2000. Mano a mano che tale data si avvicinava però gli adempimenti richiesti dai partners europei si estendevano da quelli economici a quelli relativi al più difficile consolidamento delle istituzioni democratiche, al rispetto dei diritti civili e delle minoranze nei termini definiti dai trattati europei.

Nonostante gli sforzi in tali ambiti compiuti dalla Turchia e anche sotto al spinta di problemi interni all’Unione, in particolare quelli creati dall’immigrazione, Parigi e Berlino ( ma è assai probabile che le due capitali interpretino la volontà non espressa anche degli altri partners, esclusa forse la Gran Bretagna anche a questo riguardo più vicina alla posizione degli Stati Uniti) sono decise a cristallizzare i rapporti tra la Ue e la Turchia al livello di una cooperazione regolata da un buon trattato di associazione, archiviando a tempo indeterminato la questione dell’adesione e impedendo così che Ankara possa ottenere per via diplomatica quello che al Sultano fu negato a Lepanto e a Vienna.

Questo fin de non recevoir europeo ostacolerebbe il progetto più ambizioso attribuito alla politica estera turca: (ri-)conquistare una vasta area di influenza, che si estenderebbe dall’ Europa, attraverso nuovi legami con le popolazioni dei Balcani un tempo parte dell’Impero grazie alle loro componenti musulmane (albanesi, bosniaci, minoranze bulgare e macedoni), alle repubbliche turcofone dell’Asia ex sovietica, nei cui confronti Ankara è pure molto attiva, oltre, naturalmente ai vicini islamici. Osteggiato dagli europei e in qualche misura dai russi, questo disegno neo-ottomano è invece incoraggiato dagli Stati Uniti, che sperano di poter ottenere con Ankara un contrappeso credibile alla potenza iraniana e alle sue mire sull’ Asia Minore ( visita di Ahmadinejad in Libano a metà ottobre), e un’amica sicura in uno scacchiere sul quale giocano un’incerta partita.

Donatella Viti

THE BANE OF AMERICAN HAPPINESS

As politicians go, former Italian prime minister Romano Prodi is unusually familiar with the economics of the international scene. He also headed the Brussels Commission, governing body of the European Union. Beforehand he was the czar of IRI, the giant conglomerate of the largest State-owned Italian industries, from steelworks to banks to shipbuilding and much more. He is a full economics professor in the prestigious Bologna university. He is a member of an exceptionally gifted family of eight or nine tenured academics. He is presently a top consultant of the Peking government.

A few days ago I listened professor Prodi explaining why the USA has inevitably lost the absolute hegemony on the planet: . If Prodi is right, the exhorbitant investment in wars and armaments in the last 93 years, beginning with president Wilson forcing America into WW1, has actually weakened the United States. The present cost accepted in Afghanistan only is $100 billion a year, to the obvious detriment of civilian programs that would almost certainly cut the 10% American unemployment to the physiological level of 3 to 6 per cent. Of course, should Uncle Sam wind up the adventure in Afghanistan, the American war industries would suffer. But the civilian programs would in all probability determine a positive algebraic sum. It’s not sure that president Obama would have lost the midterm elections so badly, had he announced Tennessee Valley-type programs to the tune of $100 billion a year.

The abovementioned ‘law’ that Prodi the economist enunciated should probably be enlarged with a plain corollary, or additional inference: a government spends too much on arms when it is too rich. This probably means that the wondrous economic success of last three centuries is really the bane of the American happiness, while happiness loomed large in the inspiration and doctrines of the Founding Fathers. So converting to no-growth is theoretically a prerequisite to a comeback of sanity in America and elsewhere. Saudi Arabia’s recently announced buying American weapons for a volume which would be high even to the Pentagon is the very opposite of sanity. Shall Uncle Sam one day be the recipient of international aid programs of the kind of the Marshall Plan?

The mark of absolute, fashinating youth was the American newborn Republic being penniless. The US Treasury had debts rather than funds. No immediate receipt was available. A number of months elapsed before the first money came in (a custom duty levied by a law of Congress). At that point the federal bureaucracy numbered a few dozen persons. The permanent Army of the US reckoned 700 men. The nation’s richest gentleman was a farmer, president George Washington, the owner of Mount Vernon. His property was large, 8,000 tillable acres plus bush, but the product was lilliputian when seen with today’s eyes.

Adolescent America soon became the sweetheart of the world. Slimming and discarding armor is mandatory to present obese America should she try to reclaim part of her beauty and loveliness.

Anthony Cobeinsy
da Daily Babel

NEW YC

In queste foto viene rimosso il soggetto più importante: le Torri Gemelle. Questo (e l’utilizzo del bianco e nero) ci permette di concentrarci su quanto resta. Il vuoto, che vuoto non è, se consideriamo lo skyline attuale di New York. L’ambiente che resta intorno, coinvolto ma anche indifferente alla tragedia. Il fumo, che sembra aleggiare come una sinistra presenza sulla città.

Il mito dell’inviolabilità del suolo americano è stato appena infranto. L’immagine quasi testimonia una sorta di rimozione collettiva: quanto sarebbe bello se quel fumo fossero solo nuvole basse su Manhattan, quanto sarebbe bello se quelle sagome scure nel bianco fossero uccelli in volo. Invece la tragedia è resa ancora più intensa là dove viene privata degli effetti più scenografici. Nessuno può guardare la foto e quasi esclamare di ammirazione per l’effetto visivo. L’affermazione di Stockhausen per cui l’11 settembre è l’opera d’arte più grande del mondo, qui perde di significato.

L’americano medio, e come lui qualsiasi essere umano, è costretto a guardare dritto in faccia l’accaduto, senza colori sgargianti o effetti speciali da film che possano distrarre la ragione dalla cruda realtà. Scomparso il soggetto, scomparsa l’emotività, restiamo a guardare sconcertati un’immagine che unisce il passato e il presente, il momento della tragedia e il futuro. Un modo per tornare a osservare, a distanza di anni, e con maggiore lucidità, la tragedia dell’11 settembre.

www.chrissabbatini.com

RIMPIAZZARE I POLITICI

Popolo contro la corruzione nell’Europa orientale

C’è solo un dato che può consolare un po’ l’Est europeo in fatto di corruzione: la gran madre Russia, tale almeno per i popoli slavi, batte, in peggio, tutti gli ex satelliti dell’URSS stando alle classifiche stilate ogni anno da Transparency International. Nei suoi paraggi si ritrovano soltanto la stretta parente bielorussa e il semiasiatico Azerbaigian. Come sappiamo (vedi l’”Internauta” di ottobre), si tratta di posizioni di coda nella graduatoria mondiale, che vede la Russia preceduta, in meglio, da un gran numero di paesi asiatici, africani e latino-americani.

Benchè ricollegabile a più o meno antichi usi e costumi nazionali, il livello di corruzione è influenzato non poco dalle circostanze prevalenti in questo o quel periodo. Come gli altri paesi ex comunisti, la Russia ha inevitabilmente risentito delle rovinose conseguenze del crollo di regimi e del mutamento di sistemi politico-economico-sociali. Le sue stesse dimensioni e la sua ricchezza di materie prime e fonti di energia la ponevano però in condizioni migliori dei suoi vicini occidentali per affrontare la sfida della transizione e anche la recente crisi dell’economia planetaria. Un vantaggio, questo, che sulla corruzione non sembra avere minimamente inciso.

Nella federazione russa, infatti, il vizio del malaffare ha continuato ad imperversare e addirittura ad aggravarsi. Nel resto del mondo ex comunista è invece prevalsa anche negli ultimi anni la tendenza ad un certo miglioramento malgrado alcuni alti e bassi. D’altronde, nonostante un paio di minacce di bancarotta (Lettonia, Ungheria), l’Europa orientale ha complessivamente resistito alla crisi meglio del previsto. Le misure di austerità più o meno pesanti resesi ovunque necessarie, quali il taglio delle retribuzioni a medici e poliziotti spinti perciò a ricadere in vecchie tentazioni, non hanno apparentemente prodotto le conseguenze paventate un anno fa da “Le Monde diplomatique” in una rassegna dedicata ai Balcani. Il che non toglie che proprio la sub-regione meridionale, sotto vari aspetti la più arretrata, sia rimasta altresì quella più flagellata da un morbo che comunque non cessa di affliggere l’intero Est europeo.

Le graduatorie vedono sempre quasi tutti i paesi della regione declassati rispetto a quasi tutti quelli dell’Europa occidentale, compreso un pezzo grosso, ma notoriamente per nulla esemplare, come l’Italia, peraltro superata in relativa virtù da almeno un paio di vicini orientali. Nel quadro generale spicca la divisione netta nord-sud in quanto nessun paese balcanico si piazza meglio di quelli dell’altra sub-regione, sempre che si consideri non balcanica bensì mittleuropea, come sembrerebbe giusto, la Slovenia (che non a caso, con un voto di abbondante sufficienza, figura come la più virtuosa di tutti insieme con l’Estonia), e invece balcanica la Moldavia, già parte in passato della Romania prima che dell’URSS e oggi, anche qui non a caso, paese più povero del vecchio continente oltre che tra i più corrotti.

I Balcani si trovano adesso sotto speciale osservazione perché un particolare sforzo domestico per combattere la corruzione viene richiesto dall’Unione europea insieme ad altre condizioni poste ai paesi dell’area in attesa di ammissione. Per la verità la stessa richiesta era stata fatta da Bruxelles a Bulgaria e Romania, che hanno finito con l’essere ammesse malgrado adempimenti per lo meno discutibili e i cui progressi in quel campo sono stati per lo meno modesti anche una volta raggiunta la meta agognata. Analogamente, non moltissimo è cambiato neppure negli Stati dell’ex Jugoslavia rispetto alla situazione che una commissione internazionale non governativa per i Balcani presieduta da Giuliano Amato dipingeva, nel 2005, in termini alquanto crudi, denunciando tra l’altro una corruzione “pervasiva”. Se non è stato questo l’ostacolo principale, è sicuramente parte integrante di un quadro complessivo che spiega il perdurante ritardo dell’ammissione nella UE di Croazia, Serbia e Macedonia dopo quella della Slovenia (accolta anche nell’Eurozona), per non parlare di entità statali precarie o dal profilo controverso sotto diversi aspetti come la Bosnia-Erzegovina, il Montenegro e il Kosovo. Minori ostacoli, almeno di natura interna, si presentano solo per l’Albania, risollevatasi in qualche modo dalla condizione totalmente catastrofica degli anni ’90.

Ciò che più di recente accomuna tuttavia i Balcani al resto dell’Europa orientale è un’inedita o quanto meno accentuata sensibilità al problema corruzione, la sua appariscente ascesa in primissimo piano con conseguenze concrete comunque rimarchevoli. Un anno fa l’“Economist” rilevava che i progressi economici compiuti in precedenza dall’intera regione (o quasi) avevano “ridotto il malcontento per i politici corrotti e i burocrati prepotenti”. Se ciò era vero, la successiva crisi, benché non micidiale, ha fatto sì che il malcontento riesplodesse a tutto campo.

Nuovi partiti, movimenti e iniziative popolari sono nati un po’ dovunque allo scopo precipuo di combattere il malaffare, ottenendo successi spesso inattesi e contribuendo a sconfitte elettorali anche impreviste di governi e partiti da tempo dominanti o comunque con seguito finora forte. Ciò era avvenuto, già lo scorso anno, in Bulgaria, con l’ingresso in parlamento e l’ascesa al potere, a spese del partito socialista, dei populisti di centro-destra guidati dal sindaco uscente di Sofia, Bojko Borisov, che ha promesso lotta senza quartiere contro corruzione e criminalità organizzata, mentre i liberali dell’ex re Simeone sono stati sloggiati da un nuovo partito specificamente indirizzato in tal senso.

Nella Repubblica ceca la scena politica è stata sconvolta nella scorsa primavera dall’irruzione di ben quattro formazioni dello stesso tipo, all’insegna di motti quali “Rimpiazzare i politici”, “Il pubblico conta” o “Defenestrazione 2010”. Una di esse è capeggiata da un ex ministro degli Esteri, epigono della dinastia principesca degli Schwarzenberg, che bolla la corruzione come un cancro e vuole impedire che la Cechia diventi una “nuova Sicilia, senza mare né aranci”. Agli ampi consensi riscossi dalla loro campagna si deve almeno in parte il cambio della guardia a Praga tra socialdemocratici e centro-destra.

Quasi contemporaneamente, in Ungheria, l’ampiamente prevista riscossa del centro-destra è giunta puntuale. I socialisti, al potere da otto anni, sono stati sbaragliati per un insieme di insolvenze comprendenti la deriva in materia di malaffare, tema su cui il premier di ritorno Viktor Orban, già pugnace sotto il regime comunista, ha battuto da par suo minacciando le misure più drastiche contro i funzionari disonesti. In Romania invece, nello scorso dicembre, il presidente della Repubblica Traian Basescu, in carica dal 2004, è riuscito a rovesciare i pronostici superando di misura l’avversario di centro-sinistra. Ora però dovrà dimostrare di saper mantenere meglio le promesse, analoghe a quelle di Orban, fatte all’inizio del primo mandato, durante il quale si è mosso piuttosto in senso contrario, ostacolando e punendo, semmai, i moralizzatori o sedicenti tali.

Sarebbe incauto, in effetti, plaudire senza riserve a tutte queste campagne più o meno trionfali e in particolare a quelle di forze e personaggi politici ovviamente alla ricerca di consensi più o meno facili. Già in Polonia nel 2005 i conservatori populisti dei gemelli Kaczynski avevano vinto le elezioni lanciando una crociata contro la corruzione che però parve ben presto strumentalizzata per regolare i conti con gli avversari oltre che viziata da eccessi ed abusi, e l’elettorato infatti non tardò a sua volta a pentirsi provocando un nuovo cambio di governo. Anche altrove il comportamento di tribunali speciali e commissioni insediati in vari paesi per fare pulizia non era stato sempre irreprensibile, tanto da giustificare talvolta dure reprimende e addirittura soppressioni da parte governativa, sia pure a loro volta inevitabilmente sospette. In altri casi, all’opposto, imponenti apparati repressivi e preventivi appositamente creati avevano brillato per la loro inerzia o inconcludenza. In Albania, poi, in occasione delle ultime elezioni parlamentari (giugno 2009), si è assistito a violente accuse reciproche di corruzione tra i due partiti maggiori, interpretabili in almeno due modi facilmente intuibili.

Oggi tuttavia ci si trova di fronte a mobilitazioni popolari apparentemente spontanee tali da modificare i termini del problema innanzitutto nel senso di smentire una generale indifferenza o rassegnata delusione dell’opinione pubblica riscontrata ad esempio dall’”Economist” a metà del 2008, paragonando tra l’altro la situazione est-europea a quella italiana. Ma anche nel senso di conferire augurabilmente maggiore credibilità a programmi e propositi delle forze politiche altrimenti non del tutto rassicuranti. Con l’aiuto, beninteso, anch’esso augurabile, dell’altra Europa, non solo attraverso le istituzioni comunitarie ma anche il buon esempio dei singoli paesi.

Franco Soglian

UNA VOLTA CHE IL MANIFESTO NON VANEGGIA

Stranamente, uno scritto del quotidiano comunista (Guido Viale, 20 ottobre 2010) mi è parso contenere spunti interessanti; e l’interesse è stato ingigantito dal fatto che l’articolo ha suscitato la riprovazione retro di Rossana Rossanda, veneranda musa e nonna degli intransigenti. ‘Invece di combattere la battaglia della Fiom vuoi chiudere la produzione auto’, questa all’incirca la rampogna all’antica della nostra Rosa Luxemburg.

Ha argomentato Viale: la riconversione ecologica del sistema produttivo e del modello di consumo è un’utopia concreta ….. prima o poi il pianeta Terra entrerà in uno stato di sofferenza irreversibile. Continuare con l’attuale regime produttivo sarà impossibile. La Fiat è destinata a cadere. L’industria dell’auto non ha avvenire, dovrà convertirsi a produzioni completamente diverse, soprattutto in campo energetico. “Se la Fiat non è in grado di garantire diritti e occupazione passi la mano, accollandosi almeno in parte i costi della riconversione”. Molti altri ambiti produttivi esigeranno un cambio di rotta. Chi farà tutto ciò? Viale: “Occorre una nuova classe dirigente, quella attuale non è all’altezza”.

E’ simpatica, per dire, la proposta che Marchionne si accolli costi prima di passare la mano. Detto questo, non conosco, né conoscono i lettori/zelatori del Manifesto, su quali conti Viale basi la proposta di passare a un progetto radicalmente alternativo allo stato di cose esistente. Il progetto prevede, al posto dell’auto col suo indotto, gli impianti di microgenerazione diffusa, le turbine eoliche, microidrauliche e marine, le pompe geotermiche, i pannelli fotovoltaici, gli impianti solari termici e termodinamici. In più Viale addita conversioni da attuare in altri settori: agricoltura; industria alimentare; edilizia; assetti urbani; mobilità; gestione dei rifiuti, delle acque, del territorio; scuola, ricerca e formazione.

Molte di queste visioni ed aspirazioni sono ben più intelligenti e nobili che la difesa dei diritti attraverso le minacce di scioperi generali (per poco Landini, il capo Fiom, non precisava, sorelianamente, ‘scioperi rivoluzionari’). Idee ben più rispettabili che i richiami a leggi obsolete tipo Statuto dei lavoratori, o che i comici sospiri alla Costituzione. Ai fini che ci interessano la Carta del 1948 è rilevante ed utile almeno quanto il codice di Hammurabi o un’orazione di Marco Tullio Cicerone.

Tuttavia la logica e il senso etico avrebbero dovuto indurre Viale a corredare la sua ‘utopia concreta’ con l’invito a tutti coloro che vogliano la rimonta della socialità a dimenticare gli alti Pil e a rinunciare ai livelli di consumi cui eravamo arrivati. Per bene che vadano le riconversioni, è verosimile che i posti di lavoro produttivo diminuiscano; che i pannelli fotovoltaici si facciano soprattutto in Cina e nel Madagascar; che dovremo riscoprire la parsimonia e la vita semplice. Per dirne una e per di più marginale, le vacanze in campeggio o presso i parenti, invece che le crociere oggi offerte da ogni supermarket (discount) per proletari. E il lavoro in tuta invece che in colletto bianco.

L’imperativo è che ‘la nuova classe dirigente’, giustamente liberata dal dogma liberista della Thatcher, si disfi anche di molti dogmi sinistristi; che sappia imporre la cogestione al posto delle lotte; che riesca a redistribuire quote di ricchezza, per esempio addossando ai redditi medio-alti e a quelli astronomici i costi della solidarietà con i bisognosi meritevoli: i ricchi che si indigneranno espatrino, perdendo metà dei beni. Per fare queste cose occorre guadagnare la gente, i molti, non mobilitare i vari ‘popoli’, conciliaboli e girotondi di sinistra. Al pari della Fiom e del Manifesto, conteranno sempre meno.

Jone

IMPERIAL PROSPECTS OF SOLAR POWER

A few months ago The Daily Babel gave me the opportunity to emphasize the vast potential of deserts in terms of solar power, and of course the Sahara is the king of deserts (approximately 9 million sq.km). But one eighth of Asia (with 44,4 million sq.km the largest among the seven parts of the world) is desert. The Tibetan Plateau is the highest and most extended upland of the planet. Consequently Tibet is going to result, after Sahara, a giant “deposit” of solar energy.

The Plateau’s climate is cold (with the exception of the Pomi district, which produces some bananas and grapefruit), a factor that does not favor the production of electricity. However its altitude, between 4,000 and 6,000 meter, is such that the Plateau seems to receive the strongest sunlight of any region of the planet other than Sahara. Add the aridity to altitude. Average rain on the Plateau is between 100 and 200 millimetres per year. Compare that with annual rain in the Indian state of Meghalaya: 12,000 millimetres. Extremely scanty rain means less clouds, therefore a lot of light, i.e. power.

The latitude of Tibet is not northern: a good part of it is not far from the latitudes of Baghdad, Cyprus and Tangier. China, to which Tibet belongs, will be the logical beneficiary of so much potential. It’s developing fast enough to absorb the solar power of the Plateau. Having other deserts, Gobi and Taklamakan in the first place, China shall one day be able to supply its many neighbors that today depend largely for hydro power from rivers fed by retreating glaciers. China will profit by selling solar power to Pakistan, Thailand, Bhutan, Indochina, possibly Japan too.

China is already the world’s most important maker of solar panels and photovoltaic cells. A big emitter of greenhouse gases, the largest nation of Asia has the money to free herself and her neighbors from addiction to fossil fuels. Tibet’s sun is the extraordinary resource which will mitigate the environmental menaces, in addition to give Peking another geopolitical advantage.

Territorial bigness will be decisive even when the mountains are “too many”. Theoretically technology may evolve in ways that allow solar plants on the slopes of high mountains. Even the extremely rugged country of non-flat districts of China will perhaps become prosperous thanks to the photovoltaic panels.

Vast and barren territories of the planet are more value than we used to believe. Will even the roofs of the three thousand monasteries of Tibet be called to fruition?

A.M.C.

Il metodo neo-ateniese contro la mafia

Nel suo editoriale del 26 Ottobre, Angelo Panebianco espone, dalle colonne del Corriere della Sera, una interessante teoria. Unità del Paese e Democrazia rischiano di diventare incompatibili nel Mezzogiorno. Questo perché, secondo Panebianco, senza il Sud non si vincono le elezioni, e da ciò deriva un potere di ricatto enorme a chi difende lo status quo meridionale. L’analisi è del tutto condivisibile, manca però una proposta.

Nel recente scempio dei rifiuti, dalla Campania alla Sicilia, e nel cronico problema del crimine organizzato, spesso si parla di “commissariamento degli enti”. Se un Comune, per esempio, non è in grado di gestire un’emergenza, o ancora, se è influenzato da associazioni criminali, il ministro dell’Interno propone che il presidente della Repubblica, con decreto, rimuova sindaco e giunta e sciolga il consiglio comunale, inviando un commissario con il compito di preparare nuove elezioni. La soluzione del commissariamento, e della nomina di commissari straordinari, è formalmente una soluzione di breve periodo, ma in Italia l’istituto è stato largamente abusato (basti pensare che per l’emergenza rifiuti in Campania fu nominato commissario Bassolino). Proponiamo allora un’innovazione di questo istituto.

Quando in un ente il metodo democratico-rappresentativo abbia fallito, e il problema sia di natura cronica, non ha senso ostinarsi a commissariare e tornare a votare in continuazione. La necessità è quella di prendere scelte probabilmente drastiche e impopolari. Nessun uomo politico sceglierebbe di pagare, in prima persone e come partito, l’altissimo prezzo in termini di consenso che comporterebbe il ben governare. Nessun tecnico imposto da Roma avrebbe la legittimazione per una politica di lungo termine sul territorio. Una possibile soluzione potrebbe allora essere l’impiego del metodo della democrazia neo-ateniese.

Con un tale metodo in primo luogo vengono selezionate le persone, residenti nell’ente, più competenti nei vari settori in cui è necessario intervenire (rifiuti, criminalità, infrastrutture etc), escludendo chiunque abbia precedenti penali, e verificando anche in un secondo momento, magari tramite una commissione di garanzia, che non sussista alcun legame con la criminalità. In secondo luogo si procede ad un’estrazione a sorte delle persone che dovranno comporre la Commissione incaricata dell’amministrazione dell’ente commissariato. Queste verranno adeguatamente protette e sorvegliate, in modo che non possano subire o ricercare contatti con incrostazioni di potere, cricche mafiose, o gruppi di pressione di ogni sorta. La Commissione rimarrebbe poi in carica per un intero mandato, di norma 5 anni, procedendo nelle riforme necessarie senza il ricatto delle elezioni, senza il meccanismo dei “pacchetti di voti”, portando avanti politiche all’insegna della competenza e di un necessario disinteresse. Ogni 5 anni, e fino alla “cessata emergenza”, la Commissione verrebbe rinnovata, sempre tramite un metodo di selezione-estrazione.

Questa proposta avrebbe il merito di impedire quella corsa verso il basso evidenziata da Panebianco, e dovrebbe evitare l’incompatibilità tra Democrazia e Unità del Paese. Una Commissione di tecnici appartenenti al territorio, protetti e controllati, sottratti al ricatto della popolarità (nessuno li potrà mai rieleggere) e incentivati a governare per risolvere i problemi (non per ottenere consenso) potrebbe essere una risposta strutturale ad alcuni problemi dell’Italia e non solo. La critica più ovvia è che con un simile metodo si impedirebbe alla volontà popolare di esprimersi. Ma se la volontà popolare esprime richieste impossibili (es. voglio i servizi ma non voglio le tasse) o aberranti (es. voglio essere governato dalla mafia), fino a che punto è giusto ed utile inseguirla?

Tommaso Canetta

Giornalismo pedagogico e voto condizionato

Una provocazione per migliorare la democrazia.

Non serve un’analisi dei dati Audipress per accorgersi della degenerazione dei media in Italia. Da che esiste in Italia l’informazione di massa, è stata una costante discesa verso ciò che interessa alla gente, rispetto a ciò che le servirebbe sapere. Casi morbosi di cronaca nera durano settimane se non mesi sulle tv e sui giornali, mentre le analisi, fatte nel modo più divulgativo possibile, su temi importanti ma pressoché ignoti (e che quindi a maggior ragione sarebbe vitale conoscere) si vedono poco o nulla. Sempre più media preferiscono dare spazio al gossip, al sensazionalismo e al patetismo, piuttosto che all’informazione. Perché interessarsi a ciò che succede nel mondo, ai dati dell’economia, ai procedimenti dell’Unione europea, alla cultura e all’arte, quando invece possiamo parlare di calciatori e veline?

La facile obiezione a questa filippica moralistica è che il pubblico ha diritto ad avere i propri gusti (di solito raccolti nella legge delle tre “s”: sesso, soldi, sangue), e in un mercato dei media libero, è giusto modificare l’offerta in base alla domanda. Se prescindiamo dal fatto che l’informazione non è esattamente un bene commerciale come una banana o un pannolino, l’obiezione è anche corretta. C’è però una situazione di fatto che rende il quadro gravissimo e in costante peggioramento. L’80% della popolazione italiana decide come votare in base alle informazioni che riceve dalla televisione. Se guardiamo allo stato dell’informazione televisiva c’è di che essere seriamente preoccupati.

Insomma, la gente gode del diritto di voto, ed ha anche il diritto di influenzare col proprio telecomando il tipo di informazioni che vuole ricevere, per poi votare in base a quelle. E’ un cortocircuito piuttosto evidente, e tanto più i media si inchinano ai gusti del pubblico, tanto più il pubblico si crogiola nell’appagante risposta ai propri desideri. Chissenefrega del Pil quando in cambio ti danno le tette?

La proposta di condizionare il diritto di voto al superamento di un test che saggi la sussistenza di competenze minime, avrebbe delle ripercussioni positive anche in questo frangente. Chi fosse interessato ad informarsi creerebbe una domanda a cui il mercato dei media dovrebbe dare risposta. Chi fosse interessato alle tette potrebbe gustarsene la visione in santa pace, senza essere interrotto da noiose dissertazioni sulla disoccupazione. Ovviamente al momento del test chi si fosse completamente disinteressato dell’informazione avrebbe molte difficoltà a passare. Questa esclusione sarebbe rimediabile la volta successiva (sarebbe sufficiente guardare programmi gratuiti di informazione, ingrossando le fila della domanda di un simile prodotto), e, prima ancora, sarebbe giusta ed utile.

Se si subordina il voto all’acquisizione di un minimo di conoscenza (largamente disponibile e gratuita), non solo si rende il risultato delle elezioni il frutto di una scelta consapevole, ma si incentiva anche la domanda di conoscenza e la sua circolazione.

Solone X

AFGHANISTAN: When sepoys die

Every time a non-American Nato warrior is killed in Afghanistan some politicians and/or gurus in the country of the dead rinse their throats with the syllogism (sort of): casualties must be accepted so the crusade for democracy and human rights will triumph. Is it so?

Apart that most crusades in history failed, the truth is that the Nato coalition is not fighting for noble goals. It is waging another colonial conquest war of the United States, a one similar to the wars against Mexico, Spain or Iraq. All empires on Earth were more or less built through colonial wars; but in the past justifications for conquests were not needed. Today it’s different -so Obama and his advisors are in trouble.

It’s a lie, a delusion anyway, that Islamic fundamentalism will be deleted if the West quells Afghanistan. A few thousand caves can be obliterated there by drones, missiles and flamethrowers (with children killed as collateral damages), but a great many more caves exist on the planet. Terrorist can also operate where caves are lacking. Is the Nato coalition going to wage wars in each continent?

If terrorism cannot be cancelled with the tools of the Pentagon, just two justifications remain for the Afghan crusade: a) saving the face of a Nobel prizewinner (for peace!) who is also the supreme warlord on the planet; b) expanding the American possessions in Central Asia. From the colonialist viewpoint, the above justifications are perfectly legitimate. But they involve only the U.S. and those mercenary governments that have been promised tangible gains in payment of their war efforts, casualties and crimes included. Such governments supply, among other things, the sepoys general Petreus needs. The sepoy was a native East Indian employed as a soldier by Britain. Today native Britons are Obama’s best sepoys.

Rome will possibly send additional sepoys (in Italian: ascari) to serve under Petreus. What gains has been assured if Afghanistan is conquered with the help of carabinieri? A share in the government of the world? Of course not. Pentagon contracts and deals are the real prizes for Italy. So highly incongrous are the efforts to throw Italy into mourning when three-color coffins arrive from Afghanistan. The victims of that war were not heroes, as their fatherland was not imperiled. They were professionals seeking career and money. They also died for the sake of jobs and dividends for the national economy.

Italy should drastically cut her military budget, and the same should do all countries of the world, US included. As to Rome, her armed forces should be miniaturized to the size of auxiliaries of the civilian police. Armed forces are immorally expensive and evil.

Recently a traditionalist Italian reader asked former ambassador Sergio Romano, a foremost commentator on international affairs, the following question: the new government of Britain will significantly lower its military budget. Insn’t this going to damage London’s international role? The ambassador’s answer: Britain’s budget deficit is twice the Italian one. Now that the British might has practically disappeared, Premier David Cameron is right in cancelling 20 to 30 per cent of the military expense, and even more right in abandoning the conventional diplomatic strategy of the last 65 years. “The special partnership with Washington forced Britain into two wars which were mistaken”.

An additional appraisal of the former ambassador: “The U.S. have misused their planetary leadership and are responsible for the major crisis, especially the financial ones, of the last decade. The Afghan war has infected Pakistan and the Caucasus. So the American leadership is on the wane.”

The logical inference is that the allies of Washington should stop behaving as Sepoy States.

Jone
da Daily Babel

ROOSEVELT ED ALTRI MACELLAI DI POPOLI

L’impostura della guerra democratica

E’ abbastanza corta la lista comunemente accettata dei guerrafondai “immediati”, cioè che presero le decisioni finali e irreparabili, nel Novecento. Guglielmo II; gli austriaci Berchtold e Conrad von Hoetzendorff, qualche altro ministro o maresciallo; i governanti giapponesi dalle guerre a Corea e Cina a Pearl Harbor; Adolf Hitler; Mussolini. Venti, trenta persone. Cento anni di conflitti fecero forse cento milioni di morti, devastazioni anche spirituali e politiche senza numero, ma gli altri responsabili, quelli non compresi nel breve catalogo di cui sopra, tutti assolti. Amnistiati. “Collocati nelle circostanze”. Legittimati dall’amor di patria che li travolgeva, dai doveri di monarchi o reggitori, dai meriti soverchianti di altre loro opere, dalla ragion di Stato. Chi coronò l’edificazione nazionale, chi respinse l’aggressore, chi costruì il socialismo, chi cercò di tenere insieme un impero, chi abbattè regimi totalitari per far trionfare la democrazia e il capitalismo, chi liquidò il colonialismo. Tutti perdonati. Guerrafondai, secondo la consuetudine, solo i Venti o Trenta: con uno smisurato sovrappiù di biasimo per coloro che vennero sconfitti.

Invece le cose non stanno così. E’ vero, quasi tutti gli statisti della storia fecero guerre, e quelli che conseguirono la gloria ne fecero più degli altri. Non possiamo considerarli tutti macellai di popoli. Solo coloro che misero tutto l’impegno di cui erano capaci, tutta l’intelligenza e l’energia, nel convogliare le masse nella mattanza dei conflitti.

Quando credevamo esistere le “guerre giuste” , esoneravamo da colpe coloro che le muovevano: per difendere la patria, per vendicare torti, per conquistare o riconquistare territori, per espandere commerci e industrie. Addirittura esaltavamo quanti bandivano crociate ideologiche: rivoluzione, conservazione, libertà, fascismo, antifascismo, i sacri destini nazionali, le conquiste proletarie, il resto.

Oggi dobbiamo rinnegare tutto ciò, senza alcuna eccezione. L’uomo individuo deve esercitare come mai in passato il diritto di vivere e di non uccidere. Deve rifiutare non solo di morire, anche di soffrire nelle trincee, per la Patria, per la Libertà, per il Socialismo, per l’Antisocialismo. Se la minaccia delle corti marziali e dei plotoni d’esecuzione continuerà a costringere l’individuo a combattere, sarà criminale sopraffazione dello Stato Moloch, non il nobile esercizio di civismo di cui si parlava in passato. La figura dell’eroe spontaneo resterà entro certi limiti ammirevole. Ma l’eroismo non dovrà più imporlo la bandiera, l’allineamento ideale, la solidarietà di classe, ogni altra impostura. Mandare in guerra chi non sia militare professionale, cioè mercenario, non è più un diritto dei governanti. Chi muoverà guerra ipso facto si macchierà facto di crimini contro l’uomo.

In queste pagine parleremo solo di alcuni tra i tanti guerrafondai inspiegabilmente assolti, nonostante il sangue che fecero scorrere. Raymond Poincaré, nel 1914 presidente della Repubblica ma in realtà dominatore della politica estera della Francia. Sergei Dimitrovic Sazonov, al momento di Sarajevo ministro degli Esteri dello Zar e anch’egli egemone, come Poincaré, delle tragiche decisioni che -nel campo dell’Intesa- fecero esplodere la Grande Guerra (senza di quella, il secondo conflitto mondiale non sarebbe venuto, o sarebbe stato un’altra cosa. Forse la Russia non sarebbe diventata bolscevica, forse l’Italia non sarebbe diventata fascista. Certo senza la sconfitta e senza Versailles mai i tedeschi si sarebbero dati a Hitler, perché Hitler non sarebbe sorto).

Parleremo anche di Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti, il quale volle la sua nazione in guerra benché nessun nemico la minacciasse. In realtà volle lanciare l’America come la superpotenza che ancora non era, e in ciò precorse i suoi successori più scopertamente imperialisti, F.D.Roosevelt e Bush junior.

Prima di raccontare il guerrafondaio peggiore e più fortunato di tutti, F.D.Roosevelt appunto, segnaleremo la malazione finale dei capi del comunismo spagnolo. A Franco saldamente insediato al potere coll’irresistibile vittoria del 1939, ritennero di lanciare una “Resistencia armada”, che come movimento guerrigliero non aveva alcuna prospettiva, e infatti non agì, ma fece alcune migliaia di morti nel nome della Rivoluzione. Man mano che lo Stato franchista si dimostrava imbattibile, i contadini e altri proletari aiutarono a sterminare i partigiani.


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In quest of an anthropological mutation

Richard Sennett is a renowned American sociologist who happens to be a leftist and the heir of a number of militant Communists. In 1936 his father went to Spain to fight the Francoist insurgents against the almost Communist Republic. Recently professor Sennett gave to an Italian Communist paper an extended interview at the London School of Economics. The core was: the international crisis will worsen soon because the ‘financial capitalism’ which started it is as unwinnable as the medieval Black Death. At being asked, what would he do to fight modern day’s Black Death, Sennett answered “I would nationalize the whole banking sector”.

Now, nobody can doubt an LSE academic’s capacity to obey to at least some logic. It’s therefore clear: Sennett implies that a true revolution would be necessary so that a strong government is able to nationalize the whole financial sector. Who will ever launch said revolution, after so many centuries of unsuccessful tries at the hegemony of money? Better, one and half century after Marx’ Manifesto and almost a century after the apparent victory of Lenin’s revolution?

Nowadays (when the typical compensation of a fair-size corporation is 500 times the one of a salaryperson, and when in special cases said compensation can be many thousand times the one of the lowest-paid, the prospect of any serious mitigation of such iniquities are chimerical) is any hope chimerical?

My answer- the calls to revolution, even to reasonable changes, come from the totally wrong persons. They come from the usual leftist intellectuals, politicians, journalists, film directors and actors. History has taken almost any credibility from this sort of people. When they speak or write, they may look or sound right. They may even be right. But most people, i.e. entire societies or masses, do not set value on them.
So, a completely different race or breed of humans is needed so that a new tiding or faith is announced. Modern history forbids that a better conception of associated existence may be called socialism. A new name must be found. Let’s temporarily call it semisocialism.

A true anthropological mutation is mandatory so that a different social ideal is conceived, a mutation away from the traditional leftist-progressive type. The missionary of a better faith than capitalism will not be the professional and the ambitious; but the Idealist, the Operator of Good. Aiming at a less-capitalist society, we must look at different purveyors of models, ideas, ends and means. If we don’t do this, we’ll die the victims of hypercapitalism. Leftists are on the payroll of conservation. A surgeon for the poor, a compassionate nurse, yes. Smart lawyers, committed literati, shrewd congressmen, no.

A.M.C.
da Daily Babel