KLEIN: E SE DECIDESSE LA GENTE?

Folgorato sulla via di Atene dal sorteggio.

Joe Klein, una delle firme importanti della stampa americana, sembra galvanizzato dalla realizzazione, stranamente improvvisa, che “forse è il momento della democrazia deliberativa” (=non rappresentativa, non parlamentare, non appaltata ai politici col voto). Riportiamo largamente il suo intervento, su TIME del 13 settembre 2010, titolo (abbreviato) ‘What if we let people make decisions?”. Non è se non in parte la nostra idea di perché occorrerà a tutti i costi ‘cambiare democrazia’; però Joe Klein ha milioni di lettori. Una sola avvertenza: nel 1992, quando negli Stati Uniti divampò come un fuoco di paglia, a causa di Ross Perot, il dibattito sulla fine della delega elettorale, TIME ed altri grandi giornali, pur ammettendo che il futuro era della democrazia non delegata, considerarono ciò una sventura. Quando, col sorteggio, ridurremo all’1% la cittadinanza attiva (=sovrana), TIME e i suoi fratelli si ricrederanno. In qualche misura hanno già cominciato.

Se mi chiedete qual è stato l’atto presidenziale più deludente di Barack Obama, rispondo: sul problema dell’immenso disavanzo federale ha insediato una commissione d’alto livello. Che tedio, che cosa inutile! Quando manca la volontà politica, si nomina una commissione d’alto livello. La quale non decide nulla o quasi.

Se invece esistesse un meccanismo magico capace di cambiare a fondo il processo decisionale della democrazia, rendendolo credibile ed operante? Gli Ateniesi antichi avevano il meccanismo: il kleroterion, una specie di selettore delle palle del bingo. Ogni giorno alcune centinaia di cittadini (liberi e maschi, naturalmente) venivano scelti a sorte (randomly) e delegati a decidere per conto della Polis.

Si dirà, oggi la cosa sarebbe impossibile. E invece in Cina il distretto costiero di Zeguo (120 mila abitanti) pratica già il kleroterion sotto la regia di James Fishkin, professore a Stanford. Ogni anno 175 persone sono selezionate con criteri scientifici per rappresentare la popolazione intera. Ripetutamente sondate e documentate sulle questioni da decidere, approfondiscono intensamente discutendo in gruppi ristretti, affiancate da esperti di tendenze contrapposte. Alla fine del terzo giorno le priorità emerse vengono recepite ed attuate dalle autorità.

Il processo funziona brillantemente da 5 anni, nonostante i cittadini partecipanti non siano molto qualificati (contadini per il 60%). Il governo di Pechino è in procinto di allargare il meccanismo ad altri distretti.

Il professor Fishkin, 62 anni, conduce esperimenti di ‘democrazia deliberativa’ in vari continenti e paesi, da un ventennio. Ha raggiunto la certezza che la gente sa decidere a ragion veduta. Nel Texas ha gestito un processo di democrazia deliberativa dal 1996 al 2007. Uno dei risultati: quello Stato era ultimo nel campo dell’eolico, ora è il primo. Gli utenti disposti a pagare di più per avere energia dal vento sono passati dal 54 all’84 per cento.

Per come stanno le cose, forse è arrivato il momento della democrazia deliberativa. Quando viene messa di fronte a scelte vere e a conseguenze reali, la gente decide bene. Allora perché Obama non trasforma la sua commissione blue ribbon in un esercizio di democrazia deliberativa? I diciotto commissari stendano un rapporto per 500 Americani random scelti col metodo Fishkin. I 500 indaghino, riflettano, discutano a fondo. Io scommetto che questo kleroterion, trasmesso dalle televisioni, produrrà risultati più chiari e più credibili di qualsiasi commissione di Obama.

La gente è stanca di sentirsi dire le cose dalle élites. Forse è tempo di fare il contrario.

Controprove da Emmott e Rusconi

Teniamo a precisare che i politici di carriera non sono le élites. Con poche eccezioni, sono i peggiori. Sommi chirurghi, intensi pensatori e dolci poeti, appena eletti, diventano complici dei Proci che banchettano nella reggia di Ulisse. Ciò premesso, prendiamo atto: Il britannico Emmott, a lungo direttore dell’Economist, e il professore Gian Enrico Rusconi, entrambi editorialisti della torinese La Stampa, hanno portato anch’essi, il 14 e 16 settembre, acqua al mulino dove si vuole ‘cambiare democrazia’, rottamando le urne elettorali e cancellando i politici professionali. Non hanno, è vero, menzionato il ritorno ad Atene (alternativa unica alla dittatura militare, a volerla fare finita coll’oligarchia ladra che ci opprime). Però meglio di Joe Klein hanno diagnosticato le sindromi che condannano senza speranza la classe dei politici: non solo indegni della delega elettorale, ma anche incapaci di esercitarla (incessanti ruberie a parte). Riferiamo nell’essenziale le considerazioni di Rusconi, suscitate dal precedente editoriale di Emmott. Premessa la “certezza che il frenetico discutere di sistemi elettorali non cambierà nulla”, Rusconi afferma:

Meno male che c’è ancora un Bill Emmott che prende sul serio la situazione italiana. Nessun sistema elettorale è infallibile, quello italiano è fallimentare. Assolutamente sbagliato sarebbe pensare di migliorarlo col maggioritario puro all’inglese. La proposta pratica di Emmott è una sorta di proporzionale dal basso, con scelta diretta dei candidati, senza la mediazione partitica.

Ma osserva:

Il presupposto è che esista una Buona Italia che attende solo il sistema elettorale adeguato per esprimersi. Mi sembra una simpatica ingenuità. Quello che manca è una classe dirigente nazionale come tale, non solo in politica, che si assuma l’onere di costruire il consenso (costituzionale) sulle grandi regole.

Trovo sano che, a differenza di molti analisti stranieri, Emmott non faccia di Berlusconi l’epitome dell’Italia. Ma sbaglia a vedere il berlusconismo soltanto in chiave di una ‘coalizione artificiale’ che sta implodendo. Il Cavaliere ha realizzato il ricambio di classe politica più radicale dal dopoguerra (…), ha tentato di cancellare l’idea stessa di coalizione partitica per creare un “popolo di elettori”, un nuovo demos che rivendica addirittura il diritto di modificare le grandi regole istituzionali. In questo ha interpretato pulsioni profonde di settori importanti della società civile. Ora li lascia disillusi, frustrati per la sproporzione delle aspettative rispetto alla modestia delle cose realizzate. Ma non è ancora chiaro come finirà.

Finirà male diciamo noi per quanti, ultimi Mohicani o ultimi fantaccini giapponesi della giungla, ancora credono di far bene a difendere l’assetto cleptocratico escogitato dai Costituenti del 1947. Il peggiore in assoluto: tutto il potere ai ladri. Il ‘nuovo demos’ anti-sistema evocato da Rusconi è molto più vasto e più disgustato di quello, piccolo borghese e tacitabile con poco, messo insieme dal Cavaliere. Nascesse un eversore di genio, trionferebbe.

A.M.C.

LE SORPRESE DELLA POLONIA

Quello attuale brilla come uno dei rari momenti di grazia della moderna storia polacca. L’ultimo potrebbe risalire addirittura ad oltre tre secoli fa, quando il re Jan Sobieski salvò, si dice, l’Europa cristiana dall’invasione turca sbaragliando l’esercito del sultano sotto le mura di Vienna assediata. Poco dopo iniziò la spartizione del paese tra i grandi imperi circostanti, largamente agevolata da discordie e fragilità intestine. La riconquista dell’indipendenza alla fine della prima guerra mondiale fu un evento solo brevemente fausto. Il sogno di ripristinare l’antica potenza riannettendo vaste terre ucraine e bielorusse si infranse contro la resistenza, a sua volta aggressiva, della neonata Russia bolscevica. Poteva essere una lezione salutare, ma quando il vecchio Pilsudski, amato “padre della patria”, lasciò il posto a generali e colonnelli più avventatamente baldanzosi di lui, le responsabilità anche polacche contribuirono a provocare la multiforme catastrofe nazionale nel secondo conflitto mondiale.

L’imposizione di un regime comunista ligio all’Unione Sovietica fu in Polonia ancora più forzata che negli altri paesi dell’Est europeo. La controprova venne dalle ben quattro crisi che lo scossero nel giro di una trentina d’anni. Che non solo confermarono, però, l’insofferenza di fondo per l’egemonia sovietica ma evidenziarono altresì una reiterata reazione popolare alla cronica inefficienza della gestione economica, ancor meno capace che negli altri “paesi fratelli” di assicurare sviluppo e benessere. Non per nulla protagonista crescente di un simile rigetto fu la classe operaia, in nome della quale i vari Bierut, Gomulka, Gierek ecc. governavano il paese. Un’insolvenza, questa, che segnava in verità una certa continuità con il periodo precomunista e la differenza, ad esempio, dalla vicina Cecoslovacchia, già marcata nel periodo tra le due guerre mondiali. Le rivolte del 1956, 1970 e 1975 sembravano destinate a ricalcare le orme di quelle del XIX secolo contro il giogo zarista, tanto emblematicamente eroiche (ricordando anche Chopin, del quale si celebra quest’anno il bicentenario) quanto vane. Ma l’ultima, esplosa nel 1979-80, aprì la strada al crollo del “socialismo reale” in tutto l’Est europeo, sia pure con il favore della svolta gorbacioviana al Cremlino.

Neppure l’epopea di Solidarnosc e l’avvento della democrazia bastarono tuttavia a propiziare la ricomparsa di qualcosa che ricordasse i fasti del Medioevo e del Rinascimento. La stella di Lech Walesa si oscurò irreparabilmente ancor prima che il voto popolare, nel 1995, detronizzasse l’eroe di Danzica elevando alla presidenza della Repubblica il post-comunista Kwasniewski, già ministro nel vecchio regime e capace poi di guadagnarsi anche un secondo mandato malgrado l’ostilità di un’estrema destra sempre più agguerrita. Ciò avveniva nel quadro di un’instabilità e conflittualità politica che sfociarono in una nuova svolta nel 2005 con l’ascesa al potere dei gemelli Kaczynski, alla testa di uno schieramento nazional-populista le cui impennate mettevano a dura prova i rapporti con l’Unione europea, nella quale la Polonia era entrata nel 2002 (tre anni dopo l’adesione alla NATO), e quelli già spinosi con la Germania e soprattutto con la Russia.

La transizione all’economia di mercato, già di per sé penosa, diventava così ancor più ardua e caotica. Dopo l’inevitabile crollo iniziale la crescita produttiva prendeva slancio e, sia pure con qualche pausa, si manteneva sostenuta, grazie anche ai copiosi investimenti stranieri e, naturalmente, ai multiformi vantaggi derivanti dall’appartenenza alla UE. Stentava invece a ridursi, ciò nonostante, la disoccupazione, alleviata unicamente da un’altrettanto massiccia emigrazione (circa 2 milioni in totale) soprattutto nell’Europa occidentale. Solo nella piccola Irlanda, ad esempio, trovavano di che vivere 150 mila polacchi. Ugualmente deficitarie erano le finanze pubbliche, sofferenti per la cattiva amministrazione e la diffusa corruzione. In due classifiche elaborate dalla Banca mondiale negli ultimi anni la Polonia figura al 74° posto, dietro persino Romania e Bulgaria, per la qualità della sua burocrazia, e addirittura al 151° su 183 paesi per quanto riguarda il sistema fiscale. Per far tornare i conti si continua a confidare, tra l’altro, sulla privatizzazione dell’apparato produttivo e del patrimonio statale, tuttora lontana dal completamento.

Ora però le cose stanno cambiando o per lo meno promettono di cambiare, e non solo in campo economico. Dall’autunno del 2007 la Polonia “possiede qualcosa di raro nella UE e assolutamente unico nell’Est ex comunista: un governo assennato (sensible) di centro-destra con una maggioranza in parlamento” (Economist, 30 gennaio 2010). E’ il governo capeggiato Donald Tusk, che grazie alla vittoria elettorale della Piattaforma civica (destra liberale) ha soppiantato la coalizione guidata dai gemelli Kaczynski. Prevedere la durata di questa nuova svolta non è facile, con un elettorato finora così volubile come quello polacco. Il quale mostra per ora di gradire la linea più conciliante adottata verso UE e Russia, tendenzialmente contraccambiata da Mosca e agevolata dall’avvento di Obama a Washington, dopo il totale allineamento dei precedenti governi di Varsavia con le politiche di Bush Jr e il corrispondente disaccordo con Berlino e Parigi. E di apprezzare, inoltre, il clima più disteso profilatosi anche all’interno con il freno alle crociate contro il laicismo sui temi etici e all’accanimento contro i residui umani e simbolici di un comunismo ormai sepolto. Kwasniewski, per dire, dopo aver condotto il paese nell’alleanza atlantica confessa oggi che non gli dispiacerebbe fare il segretario generale della NATO.

E’ in campo economico, tuttavia, che si registrano gli sviluppi più rimarchevoli. Contrariamente alle aspettative, l’Europa ex comunista nel suo complesso ha sofferto in misura tollerabile per i riverberi della crisi planetaria. Ma quello che nessuno avrebbe potuto prevedere è che proprio la Polonia sarebbe stato l’unico paese dell’Unione europea ad uscirne indenne e anzi con un nuovo, benché modesto, passo avanti. Mentre tutti gli altri, infatti, hanno subito nel 2009 cali produttivi più o meno pesanti (-4% la media UE), nel suo caso spicca un aumento dell’1,7%, sufficiente ad innalzare il Pil pro capite dal 50% al 56% della media europea e a consentire di fronteggiare con adeguati finanziamenti esteri un deficit di bilancio sempre elevato (7%) ma certo non esorbitante nell’attuale panorama continentale. Un exploit, insomma, che ha sorpreso per primi gli stessi polacchi; “Incredibile: siamo i migliori in Europa”, intitolava già nella scorsa estate il quotidiano Dziennik.

Qualche osservatore attribuisce questo nuovo miracolo europeo anche, se non soprattutto, alla fortuna, dimenticando forse che per un po’ di buona sorte la Polonia avrebbe accumulato storicamente un certo credito. Avranno certo pesato fattori secondari o effimeri quale, ad esempio, il profitto che le filiali polacche della Opel e della Fiat hanno tratto dagli incentivi alla rottamazione in Germania. Idem dicasi per il fatto che banche e assicurazioni, largamente in mano straniera, si erano astenute dal fare incetta di titoli tossici. Per contro, la minore dipendenza dai mercati esterni e le dimensioni relativamente ampie di quello interno costituiscono un oggettivo vantaggio di base. Il Pil nazionale deriva solo per un quarto dalle esportazioni e per circa il 60% dai consumi interni, in continua espansione negli ultimi anni grazie all’aumento, pur controllato benchè costante, delle retribuzioni, che insieme alla riduzione delle imposte ha cominciato a richiamare in patria un numero crescente di emigrati. D’altro canto, se la disoccupazione non è più a due cifre, metà dei senza lavoro lo sono a lungo termine, e il livello di occupazione (55%) rimane il più basso in Europa. Un quarto dell’apparato produttivo, inoltre, lavora in nero. Sono solo alcuni dei problemi che i dirigenti di Varsavia dovranno affrontare nei prossimo futuro, insieme a vari altri quali la riforma delle pensioni e della sanità, il miglioramento delle infrastrutture, l’eventuale rilancio delle privatizzazioni, ecc., per far sì che il miracolo non rimanga episodico e illusorio.

Una sfida non da poco, insomma, che richiederà, ancora e innanzitutto, stabilità politica. E qui va registrata un’altra sorpresa. Si temeva che in un paese alquanto emotivo come la Polonia la tragedia di Smolensk, l’incidente aereo in terra russa nel quale hanno perso la vita nello scorso aprile il presidente della Repubblica Lech Kaczynski e un centinaio di altri politici e dignitari, potesse provocare gravi contraccolpi sia sulla scena interna sia nei rapporti esterni, anche per effetto di facili strumentalizzazioni. Così però non è stato. Mosca e Varsavia si sono comportate, nella circostanza, in modo tale da aggiungere semmai del calore al reciproco avvicinamento diplomatico. Per rimpiazzare il defunto, che aveva ostacolato con i suoi veti l’operato del governo Tusk e il cui mandato era del resto prossimo alla scadenza, è sceso poi in lizza il fratello Jaroslaw, ex premier e numero uno del partito denominato Legge e giustizia. Le sue chances di successo venivano considerate esigue, e in effetti il Kaczynski superstite è stato battuto dal candidato di Piattaforma civica, Bronislaw Komorowski, la cui investitura ha così posto fine in luglio ad una scomoda coabitazione al vertice del potere.

L’ex premier ha tuttavia raccolto parecchi più voti popolari del previsto, grazie non solo alla commozione suscitata nel paese dal suo personale lutto ma anche alla moderazione che ha caratterizzato la sua campagna elettorale a dispetto di una collaudata durezza di stile e di sostanza. Non invece, si direbbe, ad un incipiente, ennesimo cambiamento di vento nel paese. Lo si può dedurre, e vi è qui una terza sorpresa da annotare, dal fatto che sempre in luglio ha potuto svolgersi a Varsavia, inaspettatamente indisturbata, la prima parata del gay pride nell’Europa ex comunista, già vietata in anni precedenti in un clima dominato dalla convergenza tra governo di allora e Chiesa cattolica. Che la tradizionale influenza dell’episcopato fosse in calo e il laicismo invece in ascesa lo aveva già indicato nello scorso dicembre un sondaggio d’opinione secondo cui oltre il 60% dei polacchi accetterebbero un premier omosessuale.

Tutto ciò non significa peraltro che una riscossa dello schieramento nazional-populista sia da escludere. All’ultima prova elettorale Kaczynski si è presentato con un programma imperniato sul mantenimento di uno Stato forte e la difesa dei ceti deboli a spese di quelli privilegiati; è stato calcolato che la sua attuazione costerebbe 15 miliardi di euro, il doppio rispetto al programma di Komorowski. Pura demagogia, facile per chi sta all’opposizione? In attesa del verdetto delle elezioni parlamentari del prossimo anno, va rilevato che anche il candidato post-comunista ha ottenuto nelle presidenziali un risultato migliore del previsto. Un’ulteriore spinta, questa, a maggioranza e governo attuali per cercare il modo di tradurre almeno in parte i recenti successi economici in tangibili benefici sociali, oltre a muoversi con equilibrio e destrezza sul terreno sempre delicato e potenzialmente esplosivo delle libertà e dei diritti civili.

Qualcuno mostra di non dubitare, frattanto, che la Polonia delle sorprese sia in grado di mantenere quanto adesso promette. Secondo il ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schäuble, ad esempio, la Polonia diventerà un grande paese, non solo in termini demografici, più presto di quanto non si creda. Formulato oggi da un tedesco competente non meno che autorevole (molti vedono in Schäuble il vero uomo forte dietro Angela Merkel), il pronostico non sembra necessariamente tradire sensi di colpa per il passato o per le non rare manifestazioni, nel suo paese, di scarsa considerazione per le capacità in generale dei vicini orientali e persino di timore per le conseguenze della loro inclusione nella comune casa europea.

F.S.

Il voto condizionato

Una provocazione per migliorare la democrazia.

Il concetto di democrazia è andato, nelle moderne società occidentali, identificandosi col concetto di democrazia rappresentativa, e legandosi indissolubilmente con quello di suffragio universale. Tuttavia, visto il progressivo deterioramento che è proprio di ogni democrazia, per cui col passare del tempo la maggioranza (che, triste ammetterlo, storicamente non è particolarmente incline ad accettare progetti impegnativi e di lungo termine) smette di scegliere per il proprio bene ma resta vittima dei propri desideri immediati, si può forse oggi riaprire un dibattito proprio sul principio del suffragio universale.

Mantenendo fermo il principio dell’uguaglianza formale di tutti gli uomini, per cui a nessuno deve poter essere negato, tra gli altri, il diritto di voto, ci si può tuttavia interrogare se tale diritto debba rimanere incondizionato (o condizionato solo ad alcuni parametri, quali l’età o la cittadinanza).
Ma sarebbe poi così assurdo richiedere che il diritto di voto venga condizionato ad altri parametri attinenti, diciamo, a conoscenze basilari ed a capacità di ragionamento?

Ad esempio, in alcuni Paesi (ad esempio l’Estonia, membro dell’Unione Europea) il diritto di voto è subordinato alla conoscenza della lingua. Pretendere che in Italia chi esercita il diritto di voto debba conoscere l’Italiano non sarebbe poi così assurdo. Una persona che non conosca la lingua del paese dove abita, come può leggere un giornale, capire un telegiornale, interessarsi con cognizione di causa alla gestione del Bene Comune?

In secondo luogo, considerato che molti di coloro che dichiarano apertamente di non interessarsi di Politica non si astengono, ma votano in base a criteri, a voler essere generosi, arbitrari, è giusto che i loro voti annacquino il voto di quelli che, pur su opposti schieramenti, si informano e mostrano passione per la gestione della cosa pubblica?

Col sistema attuale non solo si ingrossano le fila di questi “non interessati”, ma s’incentivano i politici a ricercare i loro voti, facendo leva proprio su quei criteri arbitrari che poco hanno a che vedere con la gestione dello Stato. Il pericolo, già noto ai Greci, che la democrazia degeneri in demagogia non può, specie in una società globalizzata, essere trascurato.

Nessuno ovviamente pretende che per votare si debba essere professori di diritto costituzionale, o conoscere nei dettagli la Storia recente, o anche solo che si legga un giornale tutti i giorni (che pure non guasterebbe). Ma è poi così ingiusto che non possa votare chi non ha idea di chi sia il Presidente della Repubblica? O cosa sia successo di epocale in Europa nel 1989? O, ancora, chi sia il fondatore di Forze Italia?

Terzo spunto, la capacità logica. Questa consente di mettere insieme le nozioni in proprio possesso ed estrarne delle deduzioni. E’ il presupposto necessario per un approccio al mondo circostante ispirato al dubbio ed alla osservazione. Richiedere che le persone che esercitano il proprio diritto di voto siano in grado di mettere in relazione tra loro le nozioni che hanno, che sappiano compiere semplici passaggi mentali (che si apprendono più nella vita che sui banchi di scuola), sarebbe un’assurdità?

Non si pensi ad indovinelli astrusi del tipo “un mattone pesa un chilo più mezzo mattone, quanto pesa un mattone?”, né al dover dimostrare capacità matematiche di chissà quale livello. Si tratta più che altro di saper operare semplici deduzioni (“Se tutti i lombardi sono italiani, i milanesi sono lombardi, i milanesi sono…?”), necessarie del resto al formarsi di un’opinione non acritica su qualsiasi oggetto.

Ricapitolando, se un domani il diritto di voto fosse subordinato al superamento di un semplice e banalissimo test, volto ad accertare una conoscenza basilare della lingua italiana, una conoscenza a grandi linee della Storia e dell’attualità, e una minima predisposizione alla logica, il concetto stesso di democrazia ne risulterebbe offeso?

Le modalità pratiche, i dettagli (in cui, si sa, si annida il diavolo) pongono ovviamente delle problematiche enormi, ma non insormontabili. Una discussione sul tema potrebbe portare spunti, soluzioni, miglioramenti. Ma se anche solo crollasse il postulato per cui il diritto di voto è subordinato a criteri del tutto slegati dal possedere nozioni basilari e dal saperle mettere in correlazione, un primo importante passo per contrastare la crisi dell’attuale sistema democratico verrebbe fatto.

Solone X

Diritto e dovere di votare

Una provocazione per migliorare la democrazia

Nell’attuale sistema, qualsiasi cittadino italiano, compiuti diciotto anni, ha il diritto di voto. La ratio di tale scelta del legislatore è che si ritiene che la maturità e la conoscenza necessarie per votare, si raggiungano con la maggiore età. Un simile sistema ha l’evidente pregio di essere estremamente semplice, ma l’altrettanto evidente difetto di essere approssimativo.

A fronte di una maggioranza di cittadini che si informano, discutono, si formano un’opinione (più o meno approssimativamente), c’è una minoranza, purtroppo non esigua, che pur dichiarando apertamente di “non interessarsi alla politica” (non di “esserne disgustati”, che pure presupporrebbe una conoscenza, ma di non conoscere i fatti e gli avvenimenti più macroscopici) tuttavia non si astiene. Il voto di simili persone è estremamente importante per la classe politica, in quanto spesso determinante per la vittoria, e per ottenerlo si fa leva su questioni che con la politica non hanno nulla a che fare. Si incentivano, insomma, demagogia e antipolitica, e si arriva ad incoraggiare il torto e la superficialità purché, e in quanto, popolari.

Al contrario un sistema che calibri sulla singola persona la verifica del raggiungimento della necessaria maturità (quale quello proposto, in cui il voto è subordinato al superamento di un test elementare), escluderebbe in primo luogo questa spirale verso il basso della politica, ed in secondo luogo sarebbe più equo nei confronti del singolo.

Con un simile sistema si potrebbe, ad esempio, abbassare l’età richiesta per votare, così come allargare il diritto di voto agli immigrati residenti da almeno 5 anni. Tutti infatti sarebbero chiamati a provare, con un metodo rapido ed il più oggettivo possibile, la conoscenza basilare della lingua italiana e dell’attualità, ed il possesso di una minima capacità di ragionamento.

Questo metodo ovviamente si presta ad un’infinità di critiche, teoriche laddove si biasimi l’esclusione di alcune persone dalla scelta di chi ha il dovere di governarli, e pratiche quando inerenti le modalità della selezione. Tralasciando le seconde, circa le prime va osservato che già ora il voto è sia un diritto che un dovere. Questa seconda parte però, nell’attuale sistema, è del tutto trascurata. Molti cittadini non avvertono l’importanza del loro recarsi a votare, lo danno per scontato e talvolta lo bistrattano o lo monetizzano.

Al contrario nel sistema proposto, diritto e dovere verrebbero connessi ed egualmente valorizzati. Il primo consisterebbe nel fatto che tutti i cittadini, anzi non solo, hanno l’opportunità di accedere al voto; il secondo, invece, nel fatto che sia necessaria la volontà di cogliere tale opportunità. I requisiti richiesti per votare sarebbero infatti di una tale semplicità, che chiunque abbia ricevuto l’istruzione obbligatoria, e che abbia la volontà di accedere ad informazioni basilari, diffuse e gratuite, sarebbe in grado di soddisfarli.

Il meccanismo del voto condizionato ha poi il pregio della “premialità”, per cui il diritto di esercitare il voto viene ottenuto tramite uno sforzo, pur minimo, e dev’essere quindi “conquistato”. Inoltre, se la “premialità” funzionasse, si avrebbe anche una tensione virtuosa da parte degli esclusi per poter partecipare all’elezione successiva: essendo i requisiti richiesti, come già detto, facilmente e gratuitamente raggiungibili, si otterrebbe infatti un progressivo livellamento verso l’alto, ma non tale da risultare elitario. Anche gli stessi partiti politici, oggi spinti a ricercare il voto degli ignavi, sarebbero al contrario incoraggiati a promuovere un minimo di conoscenza di quei requisiti richiesti come minimi per accedere al diritto di voto.

Solone X

MORBO DI METTERNICH, PATOLOGIA DEI POLITOLOGI

Sbotta Giovanni Sartori in un suo editoriale (Corriere 9.9.10): “Ma allora a che serve il sistema parlamentare?”. Appunto: di buono, quasi zero. Di pessimo, quasi tutto. Fu questo, non la Résistance, il merito imperituro dell’eversore Charles de Gaulle: aver tramortito a partire dal 1958 il parlamentarismo francese. La III Repubblica aveva avuto 69 governi e scandali senza numero. La Quarta mise 14 anni per suicidarsi. L’umiliazione del parlamento fu salvezza della Francia.

Da noi si è finalmente capito -per ora senza trarre le conseguenze- che abbiamo i politici più immorali dell’Occidente. Che compongono una ‘ndrangheta piuttosto che una casta. Che sono un tipo intermedio tra gli oligarchi (non sarebbero il peggio) e i narcos colombiani e sierraleonesi. Che in questo senso l’Italia è annoverabile tra i rogue States, le nazioni- canaglia.

Ebbene il prof.Sartori propina ancora la lezione grottesca: votando, il popolo delega il potere alle assemblee elettive le quali lo esercitano nell’interesse della nazione! Sartori sa che quanto meno dal 1789 americano il potere viene esercitato nell’interesse di chi se ne impadronisce, non del popolo. Perché finge di credere lecita la tradizionale mistificazione?
Argomenta lo stizzoso maitre à déraisonner: “Lo spettacolo della politica italiana è caotico e disperante. L’unico punto fermo che ci resta è la Costituzione”. La Costituzione, ornato copriletto che nasconde lenzuola luride! Viene in mente il 1936, quando fu proclamata la nuova Costituzione dell’Urss. Era, gorgheggiarono specialmente in Francia gli intellettuali di Stalin, la Carta più avanzata del mondo, intensissima di princìpi, garanzie, conquiste del popolo, elezioni dirette e segrete, libertà di pensiero e religione, idealità e molto di più. Peccato che furono gli anni del Grande Terrore: stermini e gulag. Le purghe raggiunsero il parossismo immediatamente dopo l’entrata in vigore del monumentale testo.

Il quale, peraltro, precisava: la dittatura è del proletariato, però la esercita il partito comunista impersonato da Stalin. Idem il regime codificato dai nostri costituenti: la sovranità è del popolo, però la esercita la partitocrazia (=l’assieme dei cleptocrati). Tangenti, usurpazioni, estorsioni quali la Troisième francese, la ‘Répubblique des voleurs’, non si sognò di conseguire. Il solo Quirinale costa quanto sussidiare 40.000 disoccupati della scuola. La sola Camera dei depu/imputati, quanto mantenerne 200 mila. E Sartori porge la Costituzione!

Il principe Clemens von Metternich-Winneburg visse la vita intera nell’apprensione del cambiamento. Detta all’inglese, a life-long hatred of political innovation. Il Sartori campa nella paura di uno specifico cambiamento (figura nell’occhiello dell’editoriale): la democrazia diretta. Non lo nasconde, e questa è un’attestazione in più che ‘il direttismo’ (così crede di esorcizzarlo o tenerlo lontano) è, dittatura militare a parte, l’unica alternativa a ciò che abbiamo. La ‘ndrangheta dei politici non farà mai riforme. Dovesse farne, sarebbero bieche. Se il morbo di Metternich è come una silicosi professionale dei politologi in cattedra, in Sartori è conclamato e aspro.

“Cominciamo -leggiamo sempre l’editoriale- da un dato incontestabile: le democrazie dei grandi Stati territoriali non possono essere dirette”. Segue la vecchia fandonia della democrazia rappresentativa, delizia del deputato La Trippa (Totò) nel film Gli onorevoli (1963). Infine, frase conclusiva: “Dicevo che l’unico punto fermo che ancora ci resta è la Costituzione e un sistema costituzionale. Che oggi è insidiato da un infantile populismo costituzionale e da un direttismo sconfitto da 2500 anni di esperienza. Sarebbe l’ultima sciagura”.

Si consoli, il paziente del morbo di Metternich, e consoli Solaro della Margarita (altro Clemente al fonte battesimale) avversario reazionario di Cavour. Se tanto insiste, il Nostro, che la democrazia diretta si addice solo ai contesti esigui (“Atene, le piccole democrazie del Medioevo, le democrazie cittadine di piccole comunità”), sappia che la democrazia diretta prossima ventura -è nelle cose- sarà selettiva, configurata a misura ateniese. P.es., non tutti gli italiani a fare sovranità, bensì 1 su 100, sorteggiatto documentato e servito dal computer per un breve turno da supercittadino.
Un giorno o l’altro, niente più delega ai cleptocrati un po’ narcos. Internet ha appena cominciato a rovesciare tavoli. Il più verrà.

Massimo Calderazzi

RODOLFO MONDOLFO, NOSTRO RIFERIMENTO

Tra le malattie che hanno ucciso l’idea socialista e quella comunista primeggiano la voracità ladra degli appaltatori della prima, la ferocia dei gestori della seconda. Sapere questo non spegne il rimpianto di quando esistevano alternative all’ipercapitalismo, oggi esso stesso in cattiva salute.

Come ci disgustano, da una parte, la disonestà e disinvoltura del craxismo, del felipismo spagnolo, del blairismo, e dall’altra l’arroganza, il settarismo, l’inumanità, l’autolesionismo praticati da Lenin a Togliatti, da Thorez e dalla Ibarruri a moltitudini di intellettuali opportunisti, così ci cresce dentro l’ammirazione per le grandi figure del socialismo umanitario. Primo, Rodolfo Mondolfo il cui magistero abbiamo evocato nelle poche righe di presentazione di “Internauta”, un mese fa.

Col fratello Ugo Guido, anch’egli lavoratore nella vigna di Critica Sociale, Rodolfo ebbe la grandezza di contrapporsi immediatamente ai campioni del marxismo autodistruttivo: non solo Lenin e Stalin, anche il falso profeta Gramsci e il serpino Togliatti, poi i centomila sicofanti che schernivano il socialismo etico dai caffè di St.Germain, dalle terrazze romane, dalle tavole rotonde e dai teleschermi del sinistrismo insincero. Nel 1920 Gramsci rimproverava a Mondolfo che il suo amore per la rivoluzione fosse ‘grammaticale’ e irrideva alla ‘pedanteria professorale e pantofolaia che pretendeva di fissare limiti alle rivoluzioni’. Non avrebbe scritto, il fondatore de “L’Unità”, che il partito comunista doveva “prendere il posto, nelle coscienze, della divinità o dell’imperativo categorico”; così allineandosi a Stalin e a Zdanov?

Decenni dopo il tardobolscevico di rito milanese Lelio Basso sosteneva ancora che la causa primordiale della dittatura leninista-stalinista era stata ‘la minaccia di schiacciamento’ da parte delle potenze capitaliste, non il feroce imbarbarimento del Partito e la sua ‘funzione dominatrice’ sulle masse. Per quasi un secolo gli intellettuali ‘di tendenza’ (compresi i tanti che si erano adattati assai bene al fascismo) avevano insultato gli assertori alla Mondolfo di un socialismo per l’uomo, non per il Partito. E insultarono ancora quando, morto Stalin, il sistema moscovita continuò a stroncare con le armi a Poznan a Berlino a Praga a Budapest la velleità delle masse di rivendicare le loro esigenze reali.

L’uomo-Comintern Palmiro Togliatti pontificò che nel campo sovietico esistevano . Legioni di scrittori pittori registi di casa nostra inneggiarono a tali ridicole fandonie e vituperarono le invocazioni umanistiche di ogni possibile Mondolfo.

Conosciamo la fine ignobile/grottesca del comunismo. Peraltro ai combattenti dell’ideale si può addebitare di non aver capito fino a che punto il trionfo del capitalismo avrebbe fatto turpe l’anima ai socialisti. Non era mai accaduto che i portatori di una grande causa si trasformassero così fulmineamente in corruttori e in ladri. Forse i boys di Craxi e di Felipe Gonzales non furono più ladri di tanti luogotenenti di Aznar e Berlusconi; ma almeno questi due ultimi condottieri dell’ipercapitalismo non avevano e non hanno alcun obbligo di moralità. E nemmeno ne ha Tony Blair con la sua ricchezza spudorata e la sua livrea di casa Bush-Cheney. I Mondolfo, i Kautsky, gli Otto Bauer non seppero misurare né la forza corruttrice del benessere consumistico, né la tenuità etica di molti che si dicevano socialisti. Ed ecco Fernando Savater, brillante intellettuale spagnolo, rivendicare oggi (come il Niccolò Machiavelli ammiratore di Cesare Borgia): “I politici non hanno bisogno della morale”.

Oggi ‘socialista’ è una parola da non pronunciare a tavola. Semmai si potrà parlare di ‘semisocialism’ o ‘halbsozialismus’, evitando la lingua italiana e quella spagnola. Resta, anzi grandeggia, la dignità del comunismo umanistico additato dal visionario-realista Rodolfo Mondolfo. Per questo andremo ripubblicando qualche scritto antico di quest’ultimo. La nostra sodale Laura Lovisetti Fuà, nipote dei fratelli Mondolfo, ci ha passato alcune loro vecchie carte.

Nato a Senigallia nel 1877, il ventiquattrenne Rodolfo Mondolfo insegnava la storia della filosofia all’università di Torino, dove restò quattordici anni. Fu poi professore a Bologna 24 anni, in Argentina 12. Morì lì nel 1976. Negò l’imperante interpretazione materialistica del marxismo, che egli invece caratterizzò come filosofia attivistica e umanistica. Questa concezione liberale mise al centro di opere quali Il materialismo storico in F. Engels, di un secolo fa, e Sulle orme di Marx, del 1919. Nella filosofia antica rilevò, al di là degli schemi tradizionali, problemi e intuizioni del mondo contemporaneo.

Già nel 1919, poco più di dodici mesi dall’Ottobre rosso, Mondolfo vide con chiarezza inesorabile che il comunismo non poteva che essere dittatura, della classe dominante non del proletariato; e che sarebbe stato odiato e abbattuto dal popolo, anzi dai popoli. Si pensi a quella forma esasperata che fu il maoismo della Rivoluzione culturale. In Cina ha avuto luogo, per reazione, la più gigantesca palingenesi della storia: dalla persecuzione di chi, contadino possessore di un bue o professore di politecnico, era un ‘capitalista da schiacciare’, all’apoteosi finanziaria di oggi, che la Cina è arbitra della solvibilità dell’America sua debitrice. Anche questo era nell’analisi-profezia di Rodolfo Mondolfo.

Vivesse oggi, il loico veggente di Senigallia, forse saprebbe dirci se moriremo di ipercapitalismo. Forse ci insegnerebbe come riproporre una prospettiva di disincantata socialità, dopo 170 anni di errori e di tradimenti che hanno stracciato il concetto stesso di sinistra. Nei suoi limiti, la dottrina sociale di Leone XIII è sopravvissuta ben meglio del marxismo-leninismo trionfatore a chiacchiere, anzi a menzogne.

A.M.C.

Quali probabilità ha un paese mediterraneo come l’Egitto di riscattarsi dalla povertà?

Percorrendo le strade del cosiddetto progresso tecnico (meccanizzazione, irrigazione dei campi attraverso canalizzazioni moderne, fertilizzazione chimica) l’Egitto si è trovato ad avere più disoccupazione e ad essere soltanto in grado di offrire gli stessi prodotti derivanti da altre agricolture mediterranee. Con quali risultati per il Paese? Non molto incoraggianti se si pensa che l’Egitto, un paese uso a giocare un ruolo come produttore ed esportatore a livello mondiale, è andato perdendo terreno sul piano della competitività. Le merci egiziane rappresentavano infatti a metà del Novecento lo 0,84% delle esportazioni mondiali mentre mezzo secolo dopo contavano soltanto per lo 0,07% delle esportazioni mondiali, ben 12 volte in meno. A che cosa è dovuto questo tracollo? A una molteplicità di fattori, in parte comuni a tutti i paesi del mondo (come l’introduzione della microelettronica nei processi produttivi, che ha fatto praticamente cessare la tradizionale correlazione positiva tra nuovi investimenti e nuova occupazione; questo processo si è andato accentuando e accade ora spesso che a nuovi investimenti si accompagni non un aumento bensì una caduta nell’occupazione della forza lavoro) e in parte caratteristici dell’Egitto e di altri paesi del Mediterraneo, Italia inclusa, che si trovano in questi anni presi tra due fuochi:

1) da un lato i Paesi dell’Est-Asia, che promettono di divenire, o di tornare a essere, l’officina del mondo grazie a determinate loro caratteristiche (credute note, ma in sostanza completamente ignorate) unite agli interessi, per definizione di breve periodo, sia delle maggiori imprese di distribuzione del mondo, sia di quelle imprese manifatturiere americane ed europee le quali (credendo di poter mantenere il potere di mercato che erano andate conquistandosi nel corso degli ultimi due secoli) hanno pensato di poter usare a loro beneficio esclusivo quelle caratteristiche delle imprese est-asiatiche (giapponesi, cinesi, taiwanesi, coreane, vietnamite, thailandesi) che credevano fondate su una maggiore laboriosità e desiderio di successo. A tutto ciò si è unito il mito della “sovranità del consumatore” che ha portato, in un clima di indifferenza quasi generale, alla scomparsa di intere industrie da diversi paesi ricchi (elettronica di consumo e automobilistica ne sono buoni esempi), mentre nei settori industriali abbandonati e in altri nuovi si affacciavano imprese di Paesi fino a ieri poverissimi (Cina) o poveri (Corea), tra i soli che a buon diritto potremmo chiamare PVS = Paesi in via di sviluppo;

2) dall’altro lato i Paesi tutt’ora ricchi, compresi tra l’Europa e gli ex-possedimenti europei di colonizzazione bianca, hanno continuato a sostenere le proprie economie facendo leva sui servizi, sfruttando al meglio le più favorevoli condizioni di produzione ovunque si presentassero nel mondo, usando in modo spregiudicato il loro potere economico nei mercati finanziari (e valutari) e quello militare ovunque fosse possibile.

Come l’Italia del passato, così anche l’Egitto (sotto la spinta della crescita demografica) ha dovuto ricorrere all’emigrazione (NOTA) poiché se è vero che la piaga dell’analfabetismo è stata in parte sanata e la scolarizzazione di ogni ordine e grado è andata aumentando, la crescente disoccupazione della forza lavoro ha impedito agli egiziani di usare i benefici derivanti da un’istruzione più diffusa, anche perché in Egitto come ovunque è frequente la non corrispondenza tra tipi di lauree disponibili e tipologia dei laureati richiesti dal mercato del lavoro. Occorre anche aggiungere che la diffusione di macchine automatiche sempre più sofisticate ha RIDOTTO, e non accresciuto, la domanda di personale specializzato.

A proposito di crescita demografica è bene ricordare che l’Egitto nel 1961 (così come la Turchia) aveva una popolazione di 27 milioni (pari alla metà circa di quella di paesi come Francia o Italia) che è aumentata di oltre due volte e mezza nei quattro decenni successivi fino a 70 milioni, mentre i grandi Paesi europei menzionati sfiorano i 60 milioni.

In termini generali si può affermare che l’emigrazione abbia un effetto negativo sullo sviluppo dei Paesi dai quali ha origine, quando si traduce in una migrazione permanente di quella forza lavoro più o meno qualificata, ma comunque nel fiore degli anni, la quale, dopo essere stata cresciuta e formata nel paese povero di origine, va a beneficiare il Paese di destinazione (normalmente ricco) con questo essenziale fattore produttivo al cui svezzamento e formazione il paese ricco non ha minimamente contribuito. La povertà del Paese di origine avrebbe potuto essere alleviata soltanto se le modalità dell’emigrazione avessero implicato che il lavoratore migrante portasse con sé l’intera famiglia allargata, mettendo così a carico del Paese ricco di destinazione l’istruzione dei minori e l’assistenza medico-sanitaria e previdenziale degli anziani.

Le rimesse degli emigranti, che sembrano essere un beneficio che torna al Paese di origine nella forma di reddito prodotto all’estero, non ha sempre connotati positivi poiché si traduce in genere in consumi e non in risparmi che possano trasformarsi in investimenti. Se poi consideriamo che i consumi originati dalle rimesse si indirizzano spesso verso beni durevoli di origine estera, il loro volume finisce per creare ulteriori vincoli alla bilancia commerciale non completamente compensati dalla posta positiva della bilancia delle partite correnti costituita dalle rimesse.

A questo proposito il caso dell’Egitto è emblematico quando guardiamo alle vicende della motorizzazione privata. Negli anni ’40 e ’50 le strade del Cairo erano percorse soprattutto da tram, autobus e filobus e ben poche erano le automobili che non fossero taxi. Gli egiziani appartenenti a ogni ceto sociale facevano uso dei mezzi di trasporto pubblici ai quali si aggiunse presto la rete ferroviaria metropolitana. Il quadro cambiò negli anni ’60 e all’inizio degli anni ’70 quando fecero la loro comparsa due modelli di automobile di fabbricazione egiziana – pochi ma sempre più richiesti – e soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni ’70 quando vennero abolite molte restrizioni alle importazioni che, unite ai redditi conseguiti dagli egiziani che andavano a lavorare nei paesi arabi produttori di petrolio, fecero entrare nel Paese una gamma molto vasta di modelli di auto di importazione divenuta rapidamente uno status symbol da esibire.

La scarsa vivibilità del Cairo di oggi (e di qualsiasi area urbana egiziana) in termini di inquinamento acustico e dell’aria, dove i trasporti davvero pubblici sono quasi scomparsi e sono comunque trascurati anche perché divenuti appannaggio dei più poveri, trova le sue origini almeno in parte nel reddito generato all’estero dagli egiziani temporaneamente emigrati. Occorre forse precisare che questo tipo di comportamento riguarda i lavoratori con qualifiche medie e qualifiche modeste, poiché quelli con qualifiche elevate tendono a rimandare in patria una proporzione più piccola del loro reddito, anche per lo stile di vita imposto dal Paese di emigrazione alla famiglia egiziana che vi si deve adeguare.

Il paragone tra Egitto e Turchia (i due paesi oggi più popolosi del Mediterraneo) può essere illuminante per molte ragioni, soprattutto sotto il profilo demografico; nel 1961 avevano una popolazione di 27 milioni, pari alla metà circa di quella dei paesi allora più popolosi come Francia e Italia) che è aumentata di oltre due volte e mezza nei quattro decenni successivi fino a 70 milioni, mentre i Paesi europei menzionati sfiorano i 60 milioni.

La diffusione dell’istruzione superiore che ha caratterizzato l’Egitto dopo il colpo di stato del 1952, ha creato una situazione nella quale l’offerta di diplomati e laureati è aumentata mentre la domanda, anch’essa cresciuta, sia pure in modo non proporzionale, continua ad assorbire soprattutto i figli delle cosiddette classi colte, trascurando di dare lavoro a buona parte di coloro che provengono da quei ceti meno privilegiati che chi aveva contribuito alla deposizione della monarchia sembrava voler favorire. Ci sono troppi laureati per i posti di lavoro che richiedono questa qualifica.

Questo fenomeno riguarda soprattutto gli uomini, ma il caso delle donne è particolarmente illuminante. Se guardiamo a quelle con istruzione superiore, colpisce la gamma limitata di possibilità che la società egiziana offre loro, anche se il numero delle donne laureate è enormemente cresciuto passando dalle poche decine (di unità) del periodo tra le due guerre mondiali al mezzo milione di oggi.

Si tratta soprattutto di posti da: 1) impiegata (segretaria); 2) commessa (addetta alle vendite); 3) insegnante; 4) casalinga. Di fatto l’opzione 4 rivela il crollo delle ambizioni e dei sogni perseguiti con gli studi superiori, mentre l’opzione 3 è limitata dalla fortissima concorrenza derivante dall’elevato numero di uomini, oltre che donne, pronti a svolgere questo ruolo.

In conclusione, gli unici veri lavori retribuiti a disposizione delle egiziane laureate sono quelli di impiegata o commessa, e non si tratta di un fatto trascurabile. Per dare un’idea della dimensione del problema in termini numerici basterà pensare che più del 43% degli studenti universitari egiziani (oltre un milione) è donna.

Che dire poi dei divari salariali? Tra il salario di un professore universitario e una domestica impiegata nella sua famiglia il divario era di 500 volte alla metà degli anni ’40, alla metà degli anni ’60 era di 20 volte e di 15 volte nel 1979. Poi i professori non hanno più potuto permettersi una domestica….

Gianni Fodella

(NOTA)
Se guardiamo a uno studio demografico del 1936 (W. Cleland, The Population Problem in Egypt: A Study of Population Trends and Conditions in Modern Egypt, Lancaster, Penn.: Science Press Printing Company) vi si affermava (p.36) “Egyptians don’t migrate” e ciò risultava abbastanza vero fino alla metà del XX secolo.

ITALY: WHY SO MANY SUMMONS TO DEFEND DEMOCRACY

If I were a pollster I would quiz you and me with the following riddle: “When several observers or politicians warn that an imminent danger menaces the Italian institutions, what do they mean? What are they afraid of?”

The trite answer -Berlusconi with his money, Tv channels and shady connections might make a try at dictatorship- appears kind of unplausible in view of the Premier’s difficulties after years of wear and tear. I am volunteering an answer: what the Cassandras prophesy is the coup d’état of somebody else than Berlusconi, somebody who in theory could even work for Berlusconi, but more probably would topple both the premier and his enemies.

Striking resemblances, I believe, exist between today’s Italian state of affairs and the situation of France in the twelve years of the Fourth Republic (1946-58), also the situation of Spain after the Annual (Morocco) military disaster of 1921, followed by the violent turmoil, both political and social, that tormented the domestic scene.

The health of France was restored by an illustrious physician called Charles de Gaulle. In 1923 Spain did not have such a great man; but a non-victorious general emerged, Miguel Primo de Rivera, who simply possessed the grit and the know-how to employ the customary tool of the 19th century in Spain- pronunciamiento, or military coup. For at least five years the success of Primo’s regime was strong. Even leftist historians concede that to general Primo (who assumed the official title of Dictador) went the almost unbounded consensus of the nation. Only intellectuals and militant fringes opposed the regime, until a financial crisis and the Spanish reverberations of the Great Depression erupted. F.Largo Caballero, a leading socialist who headed the nation’s most powerful unions and in 1937 will be the prime minister of the leftist Republic, supported Primo. In fact the political line and measures of the government favored the socialist movement, to the damage of the privileged classes.

Unlike past-century Spain, Italy does not have a tradition of top brass who practice politics. But her context shows some traits in common with so many emergent countries where often power struggles have been won by the sudden exercise of force by young colonels or junior generals, more or less connected with political groups but always enjoying popular support. The material, immediate tools of subversion are tanks and battalions, but the real force of the insurgents is popular dissatisfaction with civilian, normally corrupt and/or inefficient rulers.

Of course the frame of the European integration is hostile to any try at military intervention in civilian affairs. But would Brussels really mobilize international divisions to crush an hypotetical coup in a member State of the Union?

So my impression is: those who give notice of approaching danger to the Republic, really are conscious that a great many Italians are so fed-up with their politicians and institutions that they would acclaim a coup d’état. Some limited bloodshed could not be ruled out -not necessarily, though. Horse-sense would rather imply a wide and easy acceptance of new rulers. Isn’t such acceptance a millenary custom of the nation? Wasn’t Il Duce totally and willingly accepted in his first, say, 16 years in office?

A.M.C.
(da DailyBabel)

NÉ EROI NÉ MERCENARI

Rubrica: per capirci meglio.

Altri quattro militari italiani sono caduti in Afghanistan. Il contrasto tra opposte reazioni è stato stavolta meno assurdamente aspro che in precedenti occasioni analoghe. Non è però mancato del tutto e si ripeterà con ogni probabilità nel prossimo futuro, benché non sia il caso di augurarselo. Eppure dovrebbe essere chiaro a qualsiasi mente serena che le vittime dell’interminabile conflitto asiatico possono essere esaltate come eroi o bollate come mercenari solo ai fini della più cinica strumentalizzazione. Da parte, rispettivamente, dei sostenitori e degli avversari della nostra partecipazione ad esso, identificabili o meno come guerrafondai incalliti gli uni e pacifisti ad oltranza gli altri. Meritavano di essere almeno onorati come eroi o martiri i soldatini di leva semi analfabeti della prima o anche seconda guerra mondiale retribuiti con cinque sigarette (della peggiore qualità) al giorno e mandati tranquillamente al macello spesso senza sapere perché e contro chi; capitava del resto anche nella più evoluta Francia ed è accaduto più di recente tra gli invasori sovietici della Cecoslovacchia nel 1968. Oggi al loro posto si trovano militari di professione per libera scelta, muniti come minimo di licenzia media e retribuiti con regolare stipendio, sensibilmente aumentato in caso di missioni belliche o parabelliche all’estero. Verosimilmente ben consapevoli, inoltre, dei rischi che corrono, peraltro pur sempre molto inferiori a quelli dei fanti lanciati dal maresciallo Cadorna all’assalto frontale di massa nelle undici offensive per conquistare Gorizia. Si arruolano, di regola, non per patriottismo o per amore delle armi ma per sbarcare il lunario o comprarsi la casa, cioè per finalità non particolarmente nobili ma del tutto legittime, specialmente laddove la disoccupazione giovanile dilaga, come nel nostro Mezzogiorno, e spesso le uniche alternative ad un lavoro onesto sono offerte dalle mafie. Quando perdono la vita, meritano dunque cordoglio e rispetto esattamente come le vittime del lavoro in generale; né di più, né di meno. Quanto poi alla guerra in questione, è un altro discorso.

Nemesio Morlacchi

BESTSELLER SENZA OBBLIGO DI IDEE

Due giornalisti che avevano fatto sognare.

Mi imbatto in un vecchio libro di Gian Antonio Stella, Lo Spreco. Italia: come buttare via due milioni di miliardi, Baldini & Castoldi, 2^ ediz., 1998 (tutte le malefatte espresse in lire). “Il più duro atto d’accusa -recita il risvolto di copertina- mai scritto contro le scelleratezze della pubblica amministrazione. Un reportage agghiacciante”. La copertina avverte che “la composizione di una mappa dettagliata degli sprechi è temeraria, se non proprio impossibile”. Ogni riga del libro, si può dire, è uno scandalo repubblicano. A circa 33 righe per pagina, su 368 pagine, Lo Spreco potrebbe risultare il catalogo di dodicimila scandali, più o meno. Ma l’editore ha ragione, enumerare le malefatte di regime è come contare le stelle del cielo.

Non così arduo, invece, derivare un catasto delle ruberie dalle 16 pagine del capitolo XIV, “I privilegi della classe politica”. Un capitolo precursore, apre i sentieri alla “Casta”, il prodigioso bestseller di G.A.Stella e Sergio Rizzo. Qui, a differenza degli altri capitoli, il tutto è focalizzabile su pochi esempi. “Il senatore Arturo Guatelli non mise mai piede a palazzo Madama. Riceve un vitalizio di oltre 39 milioni netti all’anno, senza avere posato nemmeno per un minuto le terga sul suo seggio virtuale” (spiegazione: la legislatura finì’ poche ore dopo la nomina quale primo dei non eletti). Guatelli:”Non sono abituato a buttare i soldi dalla finestra. Capisco che si tratta di un privilegio ma la legge non l’ho inventata io”.
Giovanni Valcavi, altro peon della Camera Alta, vi sedette per tre mesi. Assegno a vita, 3 milioni al mese. Nel 1996, riferisce Stella, gli ex senatori a riposo erano 752, più 391 vedove o eredi di defunti. I pensionati d’oro della Camera, 1188. Dice la legge che un parlamentare può andare in pensione a 60 anni se ha fatto una legislatura, a 45 se ne ha fatte quattro. A tutti i non eletti viene data una ‘indennità di reinserimento’ (quasi fossero ex detenuti, nota faceto l’Autore). .

Al Parlamento europeo i nostri deputati non sfigurano: .

Il sommo bonzo repubblicano Oscar Luigi Scalfaro in gioventù fece il magistrato per quattro anni, poi passò in politica; nell’aspettativa raggiunse il massimo della carriera togata. La somma tra indennità quirinalizia, poi di senatore a vita, più i vari vitalizi, è impressionante, protetta da un velo di segreto secondo Stella. Il deputato Mirko Tramaglia tuonò: “Da 40 anni in Parlamento, Scalfaro ha continuato a percepire lo stipendio di giudice ed è andato in pensione come presidente di Cassazione” (leggiamo sempre ‘Lo Spreco’).

Il suggestivo capitolo si chiude con Affittopoli: . Manca, osserviamo noi, il principesco appartamento di Nilde Iotti. Se non ricordiamo male, superava alquanto i mq di De Mita; ma anche i suoi emolumenti e appannaggi reggono bene il confronto: eletta ventiseienne nel 1946 e sempre rieletta fino al 1992. Una vita di abnegazione e lotte proletarie.

Basta, tutti sconci ben noti. Dai giorni de “Lo Spreco” è scorso un vasto fiume, gonfio di acque, liquami e relitti della virtù repubblicana. Si diano pace coloro che morirono (e uccisero) per abbattere quell’altro regime. Poi è venuta la requisitoria terribile della “Casta” ma il male ha ulteriormente trionfato: oggi qualche politico ottiene le case in proprietà, non in affitto.

Più nessuno ignora che la ricchezza nazionale è alla mercé di politici, burocrati e boiardi mostruosamente voraci. La bulimia (=fame insaziabile) ha colpito duro: mezzo milione di persone, dai leader eccelsi all’ultimo portaborse, ultimo consigliere di zona, ultimo geometra di ufficio tecnico comunale. Mezzo milione di ladri. La libertà e la democrazia sono beni incommensurabili ma hanno un costo: les voleurs che eleggiamo o ingaggiamo, più parenti e compari. Sono i nostri narcos, solo che delinquono in modi diversi dalla Colombia e dal Messico.

Tuttavia. Chiuso “Lo Spreco”, una domanda. Perché non un rigo, nel libro, su come liberarci? Siamo condannati senza speranza? Non eravamo una nazione di intelligenti, sprizzanti genio latino? Oppure i grandi giornalisti sono esenti dall’obbligo di avere idee?
Al contrario della rassegnazione dei grandi giornalisti, affermiamo che la salvezza è possibile. La professione di politico andrà cancellata. I burocrati e i boiardi andranno “decimati”: uno ogni dieci licenziato e spogliato di tutti (gli altri nove capiranno). Beninteso, purché si cancellino i diritti acquisiti, si correggano i codici e gli stipendi tornino ai livelli di quando Giovanni Lanza, presidente del Consiglio (1869-73), andava in persona ad aprire la porta di casa.

Le leggi del mercato non permetteranno? Infatti: un po’ dovremo uscire dal mercato, svezzandoci dal benessere e dagli alti consumi.

A.M.C.

UNA RICETTA CHE AVVELENA

Due giornalisti che avevano fatto sognare.

Quel giorno di agosto un’ascoltatrice affranta telefona a Sergio Rizzo, conduttore di una rassegna dei giornali a Radio Tre: l’Italia è la sentina di tutti i mali, mai la politica è stata così costosa e sporca, dovunque guardi è desolazione, non esiste un partito o un personaggio che sia migliore degli altri, che devono fare i cittadini? Laconica risposta del celebre giornalista: “votare”. Poi, per spiegarsi meglio, “votare”.

In mancanza di interpretazioni autentiche, il ‘votare’ di Rizzo vuol dire negare il voto al partito X e darlo a quello Y. Ora, Sergio Rizzo ha conseguito fama e meriti imperituri scrivendo con G.A.Stella un libro, La Casta, che ha avuto un successo fenomenale, sbaragliando ogni record di vendita. Ingenuamente, in molti credemmo che la requisitoria di Rizzo e Stella avrebbe ferito gravemente il regime. Invece il regime ha incassato tutto senza un ematoma, senza un’escoriazione. Le ruberie si sono ingrossate.

E questo passi: con tutte le sue tabi, l’impero d’Oriente durò mille anni. La Chiesa romana, con tabi più gravi, duemila e va verso il terzo millennio. La partitocrazia/cleptocrazia italiana appartiene alla stessa categoria, organismi molto malati, però perenni. Rizzo e Stella dunque hanno tentato una missione impossibile. La Casta è stato uno sforzo prodigioso e senza speranza. Questo sì. Ma che dire di quel precetto ‘votare’ emesso nel 2010, a metastasi cancerosa conclamata? Che pensata è punire i farabutti X della Casta e premiare i farabutti Y? Cosa succede a Sergio Rizzo?

La verità è che l’intero pensare politico italiano è, ai piani alti, perfettamente incapace di concepire alternative a ciò che ci affligge, e nemmeno vie di fuga. Le analisi dei nostri mali sono realistiche, anche condivise. Soluzioni nessuna, per alto che sia il rango dei politologi. Si sentono troppo soci e mezzadri del potere. Quasi che l’Ancien Régime sorto nel 1945-47 sia una categoria eterna.

Eterna non è. Il congegno montato da De Gasperi Togliatti e Nenni è persino più precario del Muro di Berlino.

A.M.C.

WILL GIANT SUDAN SPLIT?

I have been listening to an African Catholic bishop narrating the modern occurrences of his country, Sudan. The very tall, forceful prelate, 60 or so, was describing the last two civil wars of Sudan with remarkable restraint, but since 1975 three and half million people lost their life. He did not really inveigh against Islamic fundamentalists, although they are there the harsh adversaries of Christians. He never mentioned Omar el Bashir, the Sudanese president whom the international Penal Court indicted for extremely grave crimes (Bashir is not universally condemned -a number of observers defend him).

So much moderation was the reason why I listened to the bishop with additional respect. Besides, if it’s written in Destiny that the Black Continent is going to have a better future, Sudan will be in the forefront of the future. Since many years its agricultural potential is estimated huge. It is already an important producer of cotton, peanuts, sugar cane, sesame. The semisocialist regime of progressive officers nationalized and developed the very fertile, Nile irrigated plains of the Northern region.

Sudan gravitated on Egypt along the millennia, and even gave a few pharaos to the Nile kingdom. Approximately two centuries ago the Egyptian sovereign, kedivé Mehmet Ali, perfected the conquest of the country and in 1823 built a capital, Khartum, at the confluence of the two Niles, Blue and White. When Egypy fell to the British, Sudan shared the fate.

But Sudan was the headstream of the Muslim revivalism and of several jiads (holy wars) in the 19th century. More exactly, it was in the second half of the 18th century that Othman dan Fodio succeeded in establishing a sort of caliphate in West Sudan. The Fodio caliphate even appeared robust enough to stop the British colonial expansion in the immense subsaharian space. In 1848 sheik Muhammad Ahmed proclaimed himself the Mahdi, the Saviour, and in 1885 his jihad defeated British general Gordon Pasha (who was slain when Khartum was conquered by the army of the Mahdi). General Kitchener vindicated Gordon in 1898. From that moment Sudan belonged to the Egyptian-British condominium. In 1956 Sudan obtained independence from Gamal Abdel Nasser.

The new nation, immediately controlled by the military class, was and is predominantly Arab and Moslem in the North; black, animist and partially Christian in the South where our bishop sits. The South has been rebellious since 1956. In 1991, when Khartum proclaimed the law of Islam, the situation of the Sudanese Catholics became extremely difficult. Missionaries were expelled and the ranks of the local Church forcibly reduced. But the Church was resilient: today there are nine Catholic dioceses and the faithfuls became more numerous. So when our Bishop announces rather emphatically that the important referendum of January 11, 2011 will probably give independence to the South, ending its multisecular subservience to the North, he speaks from knowledge and authority.

The natural objection is of course that a new sovereign state is likely to be the bane of common people. New officialdom, new burocracies, new superfluous diplomacy, new defense establishment, i.e. perpetuation of poverty and injustice. Then nobody can be sure that the bloody strife will cease simply because the independentist Blacks and Christians might win a referendum.

But who can say. Positive quirks of History are always possible. Among other things, China is increasingly involving herself in the rise of Africa as a source of raw materials, as a market, as a partner in civilization. Maybe the South Sudanese will learn from China rather than from the former colonial masters. Most African republics imitated the Western ways, and the results were far from good.

Then oil was discovered in the South. This can work both ways, giving impetus to a new State or to its enemies: will the nilotic giant gently renounce to oil?

A.M.C.
(da DailyBabel)

VSIATKI

CORRUZIONE IN RUSSIA: SISTEMICA

La corruzione è il problema più grave della Russia, annunciava cinque anni fa l’Economist, e non è detto che ci ripensi dopo la recente estate di fuoco. Era la Russia gratificata da una crescita economica impetuosa ancorché alimentata quasi esclusivamente dai proventi dell’esportazione di petrolio e oscurata dal crescente divario tra ricchi (con i malfamati “oligarchi” in testa) e poveri. Cominciava ad emergere un inedito ceto medio più o meno borghese, con annesse prospettive di sviluppo della cosiddetta società civile e di sperata evoluzione democratica di un regime semi-autoritario e discretamente repressivo, e peraltro capace di assicurare stabilità politica e maggiore considerazione internazionale rispetto all’ultimo decennio del secolo scorso.

Per contro, la principale erede dell’URSS doveva fare i conti non solo con la persistente aggressività del terrorismo e della criminalità, organizzata e non, ma anche, appunto, con la corruzione. Con un antico morbo, cioè, diffuso e saldamente radicato in ogni angolo dell’immenso paese, e appena più accentuato in Cecenia e dintorni, già devastati dallo scontro con il separatismo locale e l’estremismo islamico. Un flagello che non risparmiava alcuna componente della società e dell’apparato statale: politica e burocrazia, mondo degli affari e magistratura, forze armate e forze dell’ordine. Una piaga, per di più, in via di estensione. Alla fine degli anni ’90 la Russia si aggirava intorno ad un già indecoroso ottantesimo posto nella classifica mondiale della corruzione. Nel 2005 è precipitata al 126°, condiviso con Niger, Sierra Leone e Albania, e nel 2008 al 147°, in compagnia di Bangladesh, Kenya e Siria. Il voto era 2,1 su 10, contro il quasi 8 della Germania, il 7 abbondante degli Stati Uniti, il 3,5 della Cina.

A differenza di quanto accadeva nell’URSS, dove singoli corrotti venivano di tanto in tanto persino giustiziati ma parlare di corruzione come malanno nazionale poteva condurre in carcere o in manicomio, nella Russia post-comunista il tema non è affatto tabù. Denunce di varia provenienza e sollecitazioni di contromisure non sono mai mancate, né sui media, benché via via addomesticati in larga parte, né in parlamento. Appositi progetti di legge, risalenti al lontano 1994, sono rimasti tuttavia arenati per lunghi anni, sicuramente per cattiva volontà dei rappresentanti del popolo ma anche per il disinteresse o lo scarso impegno al riguardo dei massimi dirigenti, dato che la grande maggioranza della Duma è ligia al potere supremo pur con qualche libertà di critica. Del caso più eclatante di messa sotto accusa per corruzione è stato vittima politica un capo del governo, Michail Kasjanov, destituito nel 2004 probabilmente per avere coltivato ambizioni presidenziali, trovandosi tra l’altro alla testa proprio di un sia pur inerte comitato per la lotta contro la corruzione.

Qualcosa sembra però essere cambiato a partire dal 2008, l’anno in cui la crisi economica mondiale ha cominciato a ripercuotersi, ben presto duramente, anche sulla grande Russia “emergente”. Una coincidenza, verosimilmente, non casuale. La corruzione ha i suoi costi, nella fattispecie oltremodo elevati e ovviamente tanto più onerosi nella nuova situazione. Il volume complessivo dei movimenti di denaro a scopo corruttivo è stato stimato in 250-300 miliardi di dollari all’anno, pari a circa un quinto del Pil e al doppio del bilancio federale. Il grosso di questa cifra viene sborsato dalle imprese, con un versamento medio che tra il 2000 e il 2008 sarebbe cresciuto da 10 mila a 130 mila dollari. Oltre due terzi degli uomini d’affari, secondo il ministero dell’Interno, erano coinvolti nel giro, e alla corruzione veniva destinata più della metà degli introiti della criminalità.

Gli imprenditori, compresi i grandi manager anche statali o parastatali, accampano come scusa la necessità di ottenere entro tempi ragionevoli, o di ottenere tout court, le diecine di permessi e autorizzazioni lesinate da una burocrazia tanto avida quanto pletorica; il numero dei pubblici dipendenti è raddoppiato in una quindicina di anni, a dispetto dell’incessante declino demografico. Minori scuse, al di là delle retribuzioni generalmente parche, possono trovare quanti estorcono ai (o accettano dai) comuni cittadini, per tutta una serie di prestazioni od omissioni, versamenti il cui ammontare complessivo contribuisce, pare, per il 15-20% al totale del denaro sporco circolante. Si tratta, in questo caso, della “corruzione bassa”, ossia delle bustarelle intascate, in base a vere e proprie tariffe, da poliziotti, insegnanti, medici e altro personale sanitario, ecc. Bassa, ma non per questo meno nociva e temibile, come avverte da tempo uno dei personaggi pubblici più impegnati a combatterla (Vedi nota).

I danni che un simile stato di cose infligge al paese, per quanto non esattamente misurabili, sono sicuramente ingenti. Quelli subiti dall’economia nazionale ammontano, secondo certi calcoli, a 20 miliardi di dollari all’anno. Mentre le imprese, tuttavia, possono sempre scaricare i costi delle tangenti su consumatori, utenti, ecc., questi ultimi sono impotenti difronte a prezzi che proprio per quella causa vengono autorevolmente giudicati almeno tre volte superiori al giusto. Con ogni probabilità, inoltre, la corruzione concorre a spiegare come mai in Russia, in piena crisi finanziaria con conseguente recessione, i prezzi al consumo abbiano continuato a salire mentre nel resto del mondo (benchè non in Italia, ma qui una parziale analogia non è certo casuale) incombeva lo spettro della deflazione.

Questo dunque lo sfondo su cui, nell’ultimo biennio, si è finalmente dispiegata una campagna ufficiale contro il malaffare che ha avuto per principali protagonisti i due massimi esponenti politici del paese. Come su altri fronti, anche qui il nuovo presidente della federazione russa, Dmitrij Medvedev, ha sfoderato un impegno più vistoso del suo predecessore, Vladimir Putin, retrocesso (forse solo temporaneamente) a capo del governo ma generalmente ritenuto tuttora l’uomo forte del regime. Se Putin ha quanto meno superato la propensione a minimizzare il fenomeno o a considerarlo con un certo fatalismo, Medvedev ha fatto della lotta contro la corruzione, ancor prima di entrare in carica, un proprio cavallo di battaglia, propugnando un programma nazionale diretto a risolvere un “problema sistemico” e assumendone personalmente le funzioni di promotore, supervisore e controllore. Con quali esiti? Poco soddisfacenti, per il momento, anche se nessuno poteva illudersi di estirpare su due piedi un male plurisecolare muovendo guerra al quale, da Ivan il terribile in poi, i vari reggitori del paese hanno subito solo sconfitte, come avvertono storici e uomini di cultura russi.

Critiche anche aspre, comunque, non sono mancate a quanto finora è stato messo in campo per raggiungere l’obiettivo. L’apposita legge faticosamente approvata dalla Duma ha finalmente recepito, ma solo in parte, norme e misure previste dalle convenzioni internazionali che la Russia ha da tempo sottoscritto. Al centro dell’attenzione e delle attese sta l’obbligo per tutti i pubblici funzionari di dichiarare pubblicamente redditi e proprietà familiari per rispondere poi di eventuali discordanze con il tenore di vita. All’adempimento hanno cercato di sottrarsi, senza successo, i dipendenti del ministero dell’Interno, compresi i membri della polizia già saldamente in testa nelle graduatorie di impopolarità. Resta ancora da piegare, invece,la resistenza del personale dei servizi di sicurezza, delle dogane e del ministero degli Esteri, che accampano un diritto professionale alla segretezza. I critici, d’altronde, sostengono che l’obbligo della trasparenza rimarrà facilmente eludibile se continuerà a riguardare soltanto beni e introiti del funzionario, del coniuge e dei figli minorenni senza estendersi, come molti reclamano a gran voce, anche agli altri congiunti. E che, inoltre, occorra comminare la confisca di quanto acquisito illegalmente, punire i trasgressori con il licenziamento anziché con semplici multe e vietare qualsiasi regalia ai servitori dello Stato anziché fissare solo un tetto di 3 mila rubli.

Sul piano amministrativo un decreto presidenziale ha prescritto la creazione di commissioni anticorruzione in tutti gli organismi statali, formati da rappresentanti dei loro quadri e presiedute dai loro vice direttori. Dalla competenza anche sanzionatoria di tali commissioni sono però esclusi i funzionari superiori nominati dal presidente della federazione e dal governo. Sembrano perciò ignorate le invocazioni, provenienti anche da detentori del potere periferico (adesso non più eletti dal popolo ma nominati dal Cremlino, in omaggio al principio della “verticalità”), di un buon esempio che deve venire dall’alto se si vogliono ottenere risultati. In linea generale, l’idea lascia scettico, fra gli altri, il vice presidente della commissione della Duma per la sicurezza, Gennadij Gudkov: “Non credo all’efficacia di un controllo da parte di funzionari su altri funzionari. Se mandiamo un caprone a sorvegliare l’orto, non mancherà di conciare da par suo qualche aiuola. Si scateneranno guerre tra le varie sezioni perché tutti cercheranno di inviare propri uomini in queste commissioni”

Gudkov preferirebbe un controllo parlamentare. Ma anche la credibilità dei rappresentanti del popolo in materia è oggetto di forti dubbi. Qualche aspettativa di più si appunta sulla magistratura, meno impopolare di altre categorie malgrado la sua prevalente deferenza verso il potere politico e la sua non granitica incorruttibilità. In effetti i tribunali hanno cominciato a condannare con maggiore frequenza e severità corrotti e corruttori, talvolta anche di rango. Nella rete della giustizia hanno continuato tuttavia a cadere soprattutto i pesci piccoli, e senza che ciò bastasse ad impedire un aggravamento del male nel suo complesso. Secondo dati del ministero dell’Interno, ricavati da quanto emerso in sede giudiziaria, nella prima metà di quest’anno la mazzetta media è aumentata da 23 mila a 44 mila rubli; ancora molto poco, peraltro, visto che l’ammissione in alcune facoltà universitarie può costare fino a 100 mila dollari. Georgij Satarov, direttore di un istituto di ricerca indipendente, osserva in proposito che se la giustizia fosse stata meno tenera con i pesci più grossi quella media sarebbe aumentata di varie centinaia di volte.

Qui naturalmente il discorso non può non sconfinare sul terreno politico. Non pochi in Russia insistono a confidare in ritrovati tecnici più o meno sofisticati per venire a capo del problema, guardando magari a modelli stranieri come ad esempio quelli collaudati in Corea del sud, a Hongkong o a Singapore. Si continua ad additare anche l’esperienza italiana, sorvolando apparentemente sul carattere effimero, nella migliore delle ipotesi, dei successi di Mani pulite. L’opinione pubblica meno timida obietta che il problema potrà essere avviato a soluzione solo nel quadro di un sistema più sostanzialmente democratico, fondato sui controlli dal basso oltre che su uno stato di diritto meno carente di quello attuale. Anche se qui, invece, l’esperienza italiana, e non solo italiana, dimostra che la democrazia sarà indispensabile ma non è certo sufficiente.

Nel caso russo, ostacoli specifici da superare sono sicuramente la persistenza di un settore economico e finanziario statale non solo massiccio ma in via di ulteriore espansione e le peculiarità di questa stessa ristatalizzazione, che qualcuno d’altronde non esita a bollare in quanto destinata in ultima analisi a favorire interessi privati. La diffusa commistione tra politica e affari era già evidenziata al più alto livello, per un verso, dalla presenza di numerosi ex dirigenti e collaboratori dell’FSB, il servizio segreto erede del KGB sovietico dal quale proviene Putin, al vertice di grandi imprese e organi statali. Per un altro, dal fatto che mentre gli oligarchi ribelli a Putin sono stati costretti all’esilio oppure spogliati e incarcerati come il ben noto Chodorkovskij, i tanti altri rimasti devoti all’ex presidente hanno continuato a prosperare malgrado la crisi e la profonda ostilità che li circonda nel paese. La destituzione in settembre del sindaco di Mosca, Luzhkov, per eccesso di affarismo e arricchimento illecito, sembra un segnale solo parzialmente positivo, tenuto conto che il peso anche politico del personaggio dava certamente ombra ai diarchi. A quanto risulta, la cerchia dei privilegiati tende ora ad ampliarsi, semmai, con politici e burocrati protesi ad investire a loro volta in attività industriali, commerciali o bancarie capitali difficilmente accumulabili senza tolleranze e connivenze orizzontali e verticali.

Così stando le cose, può persino stupire che Medvedev, parlando a fine luglio in veste ufficiale, si sia mostrato persino più insoddisfatto di chi da tempo reclama misure più drastiche. Il capo dello stato ha sottoscritto tale richiesta, infatti, dopo avere riscontrato una “totale assenza di successi significativi” nella campagna in corso e l’insufficienza dei pur aumentati casi di smascheramento e punizione dei colpevoli, che “rappresentano solo la punta dell’iceberg”, per concludere che la repressione deve essere intensificata a tutti i livelli. La combattiva Elena Panfilova, pur definendo risibili le dichiarazioni fiscali di molti notabili, vede invece compiuto un importante passo avanti perché le dichiarazioni di quest’anno potranno essere utilmente confrontate con quelle dei precedenti e del prossimo nonché con le spese dei dichiaranti e dei loro familiari.

Un pronunciamento credibile, quello di Medvedev? Forse sì, a livello intenzionale. Ma per potersene attendere effetti concreti bisognerebbe almeno che avesse visto giusto il sopracitato Saratov, il quale ipotizza che l’establishment russo sia ormai seriamente orientato ad instaurare un vero Stato di diritto: se non altro, per consolidare indirettamente, con la legalizzazione, i frutti privati finora ricavati dalla transizione al capitalismo. Una sorta di condono, insomma, a costo di smentire un antico adagio latino.

Franco Soglian

(Nota)

Elena Panfilova, direttrice del Centro ricerche e iniziative “Transparency International – Russia” e membro del Consiglio presidenziale per il sostegno allo sviluppo degli istituti della società civile e dei diritti dell’uomo, ritiene che il grosso della popolazione russa sarebbe più sensibile all’esigenza di combattere la corruzione se si rendesse adeguatamente conto delle sue conseguenze. Ecco come ne descrive alcune.

Il vostro datore di lavoro si accinge a ripartire i premi tra i collettivi, ma ha dovuto cedere ai controllori di turno una parte della torta, che risulta perciò più bassa di 5 centimetri di quanto previsto. Pagate un tributo alla corruzione, a vantaggio di numerosi “autorizzatori” e “guardiani della legge”, ogniqualvolta fate un acquisto, che si tratti di latte nostrano o di jeans importati. Noi acquistiamo tutto a prezzi superiori di tre volte, come minimo, a quelli giusti. Un’enorme quantità di mazzette e tangenti è compresa nel prezzo per metro quadrato di un’abitazione… Ma il peggio avviene quando vengono vendute la vostra salute e la vostra vita. Una maestra d’asilo affetta da epatite può comprare un certificato medico [di idoneità]. Un guidatore alcoolizzato ma con patente [comprata] può uccidere i vostri figli o renderli orfani al primo incrocio. Comprando un lasciapassare alcuni terroristi arricchiscono un vigile urbano e poi trucidano alcune diecine di persone. Della sicurezza nazionale si occuperà un funzionario che deposita milioni su conti bancari stranieri, compra ville all’estero e vi trasferisce la famiglia? Cosa farà se si troverà nel mirino di servizi speciali stranieri o di uomini di Al Qaeda? (da “Argumenty i fakty”, n. 25, 2010)

SINDACATI NEMICI DEL POPOLO

Il capitalismo ha vinto troppo, per l’insipienza o la follia delle varie sinistre. Sarebbe giusto che appena possibile gli alti redditi fossero semiconfiscati con le patrimoniali, coll’umiliazione dell’alto management, con la persecuzione degli yacht e delle banche offshore, con il licenziamento a titolo d’esempio di un burocrate e di un boiardo su dieci.

Al tempo stesso occorrerebbe che il diritto del lavoro alla italiana/francese venisse riformato, che i fossero depenalizzati e il diritto di licenziare allargato; che trionfasse la cogestione, implicante la partecipazione dei lavoratori alla gestione -profitti e perdite- delle imprese. Dimostra una volta di più quest’ultimo aspetto l’economia tedesca: con la Mitbestimmung, cioè con la sterilizzazione dei contenziosi industriali, essa avanza impetuosa anche nel 2010, laddove i concorrenti stranieri si indeboliscono.

Oggi che la globalizzazione fa chiudere le imprese incapaci di abbassare i costi, risulta ancora più dimostrato che le conquiste sindacali rafforzano il capitalismo e impoveriscono i poveri. Charles de Gaulle cadde anche perché i francesi nelle loro fissazioni e abitudini non capirono la sua Troisième Voie tra capitalismo e comunismo. Ma aveva ragione lui. Più ancora: aveva avuto ragione Miguel Primo de Rivera, benevolo dittatore della Spagna tra il 1923 e il ’30. Imponendo l’arbitrato obbligatorio attraverso organismi paritari imprenditori/lavoratori, azzerò una conflittualità esasperata che aveva fatto scorrere non poco sangue e reso necessario il governo militare. Tutti indistintamente gli storici ammettono che sotto Primo de Rivera la condizione dei lavoratori migliorò, anche perché nacque il primo Welfare State della storia nazionale. Con Primo (che i suoi pari Grandi di Spagna combatterono) collaborò apertamente il socialista di sinistra Francisco Largo Caballero, futuro primo ministro della Repubblica in guerra contro Franco.

Oggi c’è l’attacco sinistrista alla Fiat, nel nome dei diritti. Ma è lampante che le nostre leggi sul lavoro, deformate negli anni Settanta, vanno riscritte: sono squilibrate, privilegiano i pochi ai danni dei molti, fanno espatriare le industrie. Se a Melfi e a Pomigliano vincesse la Fiom con l’ufficiale giudiziario e l’appoggio degli intellettuali con ombrellone a Capalbio, il logico risultato sarebbe, prima del previsto, il trasloco delle linee in Serbia, nel Michigan, persino nel Baden-Wuerttemberg dove impera la cogestione. Se altre toghe sentenzieranno ai sensi degli anni Settanta, Marchionne esulterà. Riuscirà a restare grande produttore fabbricando nel mondo, non dove esige la carta da bollo.

Peraltro è vero: più Capalbio gargarizzerà dalla parte delle maestranze con tessera sindacale, cioè contro i precari e i senza lavoro, meglio andrà a Berlusconi, a chi farà le sue veci, alla dittatura dei capitali. Se dovrà esserci una rimonta della socialità contro la ricchezza, occorrerà che il sindacato e il gauchisme vengano messi fuori gioco.

Jone

PROCREAZIONE ASSISTITA: LA VOLONTÁ POPOLARE NON SI É ESPRESSA

A seguito dell’assegnazione del premio Nobel a Robert Edwards, padre della fecondazione in provetta, e soprattutto dopo il recente ricorso alla Consulta sulla Legge 40/04 (o su ciò che ne resta), si è riaperto in Italia il dibattito sulla procreazione assistita.

Tralasciando quelle che possono essere le opinioni personali sul tema, quello che è stupefacente è l’argomento utilizzato dai sostenitori della legge in questione. Secondo costoro, politici o prelati, non si può “sovvertire la volontà popolare” che si manifestò tramite il referendum del 2005. Un tale assunto è assurdo sia da un punto di vista costituzionale, sia da un punto di vista logico-politico.

In primo luogo, in Italia vige una gerarchia delle fonti normative, per cui la Costituzione è sovraordinata alla legge ordinaria. Se una legge ordinaria è in contrasto con la Costituzione, va abrogata. L’organo competente è la Corte Costituzionale. E’ assurdo dunque stigmatizzare preventivamente l’intervento della Corte come se fosse un’indebita interferenza del potere giudiziario nella sfera di quello legislativo. Si tratta, al contrario, del dispiegarsi del normale bilanciamento dei poteri nello Stato.

In secondo luogo, da un punto di vista logico-politico l’argomento dei paladini della legge 40 è ancor più ipocrita e imbecille. Come si può sostenere che la volontà popolare degli Italiani si sia espressa in un referendum a cui ha partecipato il 25% del corpo elettorale? Bisognerebbe essere privi di cervello, o di scrupoli, per sostenere che il 75% che si è astenuto ha voluto manifestare la propria contrarietà al referendum. La verità è che, grazie alle indicazioni del clero e del ceto politico cattolico, alla percentuale dei contrari si è aggiunta quella dei disinteressati, rendendo impossibile quantificare gli uni e gli altri. L’unico dato certo è che al 25% degli Italiani il tema interessava, e che la grande maggioranza di questi erano favorevoli all’abrogazione della legge.

Per evitare in futuro simili confusioni, e soprattutto per non assassinare l’istituto del referendum, si impone oggi un ripensamento del quorum. In un Paese che vede l’affluenza alle urne in costante calo, ormai sotto l’80%, non ha più senso il mantenimento dell’asticella al 50%+1 degli aventi diritto al voto. A meno che non ci sia l’intento inconfessabile di sterilizzare uno dei pochi strumenti di democrazia diretta previsto nel nostro sistema.

Tommaso Canetta