In evidenza

PER UNA POLITICA ECONOMICA CHE SIA VERAMENTE TALE IN ITALIA E IN EUROPA

Le accese polemiche che si sono susseguite in questi ultimimesi intorno alla manovra economica approntata dal nostro Governo e appena approvata dalle Camere, e le serrate trattative con la Commissione europea sul livello di deficit strutturale ammissibile, ci dovrebbero indurre a compiere alcune riflessioni, innanzitutto sul ruolo della politica economica e sull’obiettivo prioritario che essa ha il compito di perseguire.

Mi sembra doveroso, a questo proposito, partire dalla lezione di Federico Caffè. Come ebbe modo di scrivere in diverse occasioni, rifacendo sia quanto aveva già messo in rilievo Gustavo Del Vecchio (1883-1972)[1], scopo precipuo della politica economica è quello di far uso della conoscenza come guida dell’azione e i soggetti destinatari di tale indirizzo non sono solo gli organi di governo, ma anche gli altri operatori economici, siano essi pubblici o privati, interni o internazionali. Occorre però un’importante precisazione: “uno studio inteso a essere di guida all’azione non può confondersi o identificarsi con l’azione stessa. Questa, mentre da un lato implica poteri di decisione che mancano di regola (e comunque non sononecessari) a chi attenda a compiti soltanto di studio, dall’altra richiedegeneralmente l’integrazione degli utili elementi per tal via ottenuti conconsiderazioni di diversa natura e provenienza, a opera appunto di chi abbia il potere e la responsabilità di decidere”[2].

In tal modo Caffè sottolineava come non potesse mai venir meno il ruolo dei responsabili politici, ai quali soltanto spetta di adottare le decisioni inerenti alle azioni di politica economica da intraprendere, assumendosene l’onere. Il compito dello studioso (o del “tecnico” se così vogliamo chiamarlo) deve limitarsi ai suggerimenti o indicazioni per i problemi concreti, con l’avvertenza che essi comunque avranno un carattere inevitabilmente parziale, non potendosi delineare “quel prolungamento della conoscenza nell’azione (…) come predisposizione di categoriche norme e di conclusivi precetti, pronti per l’uso”[3], che lungi dall’avere una valida portata sistematica si rivelerebbero soggetti ad una rapida obsolescenza. Né, tantomeno, si può identificare la scienza economica in modo esclusivo con un determinato indirizzo “attribuendo ad esso una posizione di egemonia che, di fatto, non ha[4].

Già all’epoca, infatti, Caffè metteva in guardia dal “riflusso neoliberista”, che acriticamente sottolineava “la validità del mercato, come forma organizzativa dell’assetto sociale, senza tener conto delle numerose dimostrazioni fornite, attraverso il tempo, dei «fallimenti del mercato». (…) Poiché il mercato è una creazione umana, l’intervento pubblico ne è una componente necessaria e non un elemento di per sé distorsivo e vessatorio”[5]. Ovviamente anche l’azione della mano pubblica non è esente da errori e fallimenti, ma è anacronistico trattare le imperfezioni del mercato come aventi un carattere del tutto secondario rispetto a quelle dell’intervento pubblico.

Quanto all’obiettivo generale che deve perseguire la politica economica, non vi è dubbio che esso debba risiedere innanzitutto nell’accrescere il benessere umano. Caffè, richiamando un intervento tenuto nell’aprile 1963 a Roma dall’economista olandese Jan Tinbergen (1903-1994) durante la conferenza L’organizzazione dell’attività produttiva al servizio dell’uomo[6] annotava che “assumendo il benessere umano come obiettivo generale da massimizzare con le misure di politica economica, il Tinbergen considera che ne formino elementi costitutivi non soltanto i beni materiali, ma tutti quegli elementi – ideali, educativi, culturali – che riflettono i valori umani della nostra epoca storica”[7]. Tale impostazione era pienamente condivisa da Caffè, il quale era ugualmente consapevole del fatto che i diritti fondamentali sanciti nella nostra Costituzione dovessero rappresentare il quadro di riferimento a cui si doveva conformare anche la politica economica, che deve perseguire i propri obiettivi al fine di assicurare appunto il benessere generale e non gli interessi di pochi: “quando manchi l’organizzata volontà umana programmatrice, inevitabilmente gli interessi sezionali finiscono per prevalere su quelli della collettività”[8]. Il suo impegno in questa direzione è tra l’altro testimoniato dalla partecipazione ai lavori della Commissione economica del Ministero della Costituente, presieduta da Giovanni Demaria (1899-1998), il cui Rapporto in 12 volumi rappresenta il più alto contributo degli economisti italiani dell’epoca alla formulazione della carta costituzionale repubblicana.

D’altra parte lo stesso Demaria era fermamente convinto che lo Stato dovesse farsi promotore del miglioramento sociale, essere cioè fattore di produzione ossia “attore di elevazione e felicitazione materiale e superiore, protagonista e realizzatore di quel complesso di mete ideali e materiali che gli uomini si sono sempre configurate in ogni tempo. Quando lo stato operi lungo la linea ascendente del progresso dell’umana personalità agisce certamente come fattore di produzione, perché se l’organizzazione statale produce sempre qualche cosa (…), solo quando innalza la vita privata e sociale ad un piano storicamente superiore rispetto a posizioni spirituali, economiche e politiche arretrate può dirsi fattore di produzione rilevante per il patrimonio dei valori morali e materiali”[9]. Lo stato sociale moderno avrebbe dovuto quindi agire per limitare al minimo le diseguaglianze economiche e sociali, assicurare un certo grado di “benessere organico”, costituito da tutto ciò che è necessario alla vita dei singoli per renderla anzitutto possibile e poi piacevole, dal momento che “un benessere collettivo che comportasse la povertà di una parte della popolazione degraderebbe il povero e infetterebbe con la sua degradazione l’intero ambiente in cui vive, e tutto ciò che può degradare un paese può degradare un continente”[10]. Parole quanto mai profetiche rispetto alla situazione attuale dell’Europa.

Tali premesse erano necessarie per capire di cosa dovrebbe veramente occuparsi la politica economica e non è difficile capire che in questi ultimi tre decenni poco si è fatto sia in Italia sia in Europa per avvicinarsi a questi scopi. È del tutto attuale pertanto l’amara constatazione di Tullio Bagiotti (1921-1983) riguardo alla legislazione economica del nostro paese (che si potrebbe ben estendere a quella europea): “una legislazione da bottegai (…) avversata o sostenuta da una critica economica da bottegai. I propositi della Costituzione (…) sono stati disinvoltamente pretermessi. Il tutto a pregiudizio dei diritti dell’uomo, di libertà, e opportunità, che la Costituzione formalmente garantisce. E indubbiamente a pregiudizio della società, cui i diritti individuali sono fondamento e premessa”[11].

La politica economica nell’ambito dell’Unione Europea, a partire dal Trattato di Maastricht (1992) e ancor più dopo l’inizio della crisi finanziaria del 2007-08, è stata plasmata al solo fine di perseguire il rispetto dei parametri fissati dal trattato medesimo (i valori-soglia del rapporto deficit/PIL e di quello debito/PIL[12]), una disciplina di bilancio finalizzata al pareggio[13] e il mantenimento della stabilità dei prezzi[14] (ossessione tutta tedesca). Questa tendenza si inserisce nell’alveo della tradizionale attenzione che il diritto comunitario ha sempre dedicato allo sviluppo del mercato unico e alla conseguente tutela della libertà di concorrenza e della libera circolazione delle merci, dei servizi e delle persone.

L’attuazione e la protezione dei diritti sociali è stata subordinata a questi obiettivi. Infatti, sebbene l’art. 3 del Trattato dell’Unione Europea (TUE) affermi, al paragrafo 1, che essa “si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli”, subito dopo (paragrafo 3) precisa che “si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale”. Dall’impostazione di questa norma si evince come la piena occupazione e il progresso sociale svolgano un ruolo secondario rispetto allo scopo principale della crescita equilibrata e della stabilità dei prezzi. Né deve trarre in inganno l’espressione “economia sociale di mercato”, concetto di derivazione tedesca[15], volto a precisare come l’apporto dello Stato debba limitarsi ai soli interventi strettamente indispensabili a evitare i fallimenti di mercato, cui è stato aggiunto il correttivo “fortemente competitiva” per sgombrare il campo da eventuali equivoci, ribadendo la supremazia dell’approccio liberista.

Ciò è ulteriormente confermato dalle disposizioni del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). Anche qui l’art. 9 afferma solennemente che “nella definizione e nell’attuazione delle sue politiche e azioni, l’Unione tiene conto delle esigenze connesse con la promozione di un elevato livello di occupazione, la garanzia di un’adeguata protezione sociale, la lotta contro l’esclusione sociale e un elevato livello di istruzione, formazione e tutela della salute umana” e il medesimo principio è ribadito all’art. 151, che apre il Titolo X del TFUE, intitolato “Politica sociale”, in cui si legge che “l’Unione e gli Stati Membri, tenuti presenti i diritti sociali fondamentali, (…) hanno come obiettivi la promozione dell’occupazione, il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, che consenta la loro parificazione nel progresso, una protezione sociale adeguata, il dialogo sociale, lo sviluppo delle risorse umane atto a consentire un livello occupazionale elevato e duraturo e la lotta contro l’emarginazione[16].
Ma già nel successivo comma 2 è contenuta la significativa precisazione che nel porre in atto tali scopi l’Unione deve tener conto della “necessità di mantenere la competitività dell’economia” e l’art. 119, paragrafo 2, stabilisce chiaramente che le politiche economiche generali nell’Unione sono sostenute “conformemente al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”, fatto salvo l’obiettivo del mantenimento della stabilità dei prezzi .

Consideriamo infine la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata il 7 dicembre 2000 e adottata nel 2007, e ora inserita a pieno titolo tra le fonti normative dell’Unione in virtù del richiamo operato dall’art. 6 del TUE[17]. Nonostante il notevole progresso rappresentato dal fatto che nel Preambolo si afferma che l’Unione “pone la persona al centro della sua azione istituzionale”, anteponendo tale principio alla salvaguardia della “libera circolazione delle persone, dei servizi, delle merci e dei capitali”, la tutela approntata per i diritti sociali, di cui si occupa prevalentemente il Titolo IV (Solidarietà) appare piuttosto debole e meno incisiva rispetto alle disposizioni costituzionali di molti Stati membri.

Queste sono le fondamenta su cui è stato successivamente costruito, con vari interventi regolatori tra il 1997 e il 2013[18], il Patto di Stabilità e Crescita, ossia l’edificio di controlli preventivi e interventi correttivi demandati alla Commissione europea, che ha il compito di vigilare sul rispetto dei parametri stabiliti dalle norme dell’Unione e di proporre al Consiglio l’adozione di eventuali sanzioni nei confronti degli Stati membri inadempienti[19].

Un sistema di restrizioni che si inserisce nella cornice di un’unione monetaria rimasta largamente incompleta. Come è stato sottolineato da più parti non è possibile, mediante il bilancio dell’Unione, attuare politiche di stabilizzazione anticiclica; non sono consentiti trasferimenti tra gli Stati membri per colmare differenziali di competitività, né per intervenire in caso di squilibri delle bilance commerciali (notoriamente la Germania registra consistenti avanzi nei confronti dei paesi della zona Euro con effetti negativi su questi ultimi[20]); infine la BCE non può ricoprire il ruolo di prestatore di ultima istanza, in quanto espressamente vietato dall’art. 123 TFUE[21]. Tali criticità espongono a gravi rischi tutte le economie dei paesi dell’Unione Economica e Monetaria, soprattutto di quegli Stati il cui debito pubblico è più elevato e detenuto in misura consistente da investitori stranieri. Essi sono così in balia degli umori dei mercati finanziari e delle valutazioni, tutt’altro che disinteressate, delle agenzie di rating. Il caso della Grecia è esemplare e avrebbe dovuto far riflettere i responsabili politici europei sui rimedi da adottare, ma così non è stato. Piuttosto che affrontare i problemi irrisolti dell’area valutaria europea, si è preferito ricorrere a odiosi programmi di aggiustamento macroeconomico, che hanno gravemente impoverito la popolazione[22]. È così che si persegue il benessere dei popoli?

Un respiro completamente diverso, invece, hanno le disposizioni della nostra Costituzione, ispirate ad un progetto ambizioso di Stato sociale, in cui il benessere della persona umana assume una posizione centrale e in cui, conseguentemente, il rispetto e la realizzazione dei diritti sociali hanno un ruolo preminente, a cui vanno subordinati i principi dell’organizzazione economica. Ciò si evince fin dall’art. 1, dove si proclama che “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” (si veda su questo tema quanto ho già scritto nell’articolo “Le radici della Repubblica”); dall’art. 3 che solennemente afferma che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale” e che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”; dall’art. 4 in base al quale “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Ricordiamo infine tutte le fondamentali norme contenute nel Titolo III (Rapporti economici) della I Parte della Costituzione, riguardanti sempre il lavoro (artt. 35, 36, 37), l’assistenza sociale (art. 38), l’organizzazione sindacale e il diritto di sciopero (artt. 39 e 40), l’iniziativa economica privata, la quale è libera, ma che, come sottolinea l’art. 41, comma 2, “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”, la proprietà sia pubblica che privata e i limiti di quest’ultima “allo scopo di assicurarne la funzione sociale” (art. 42), il diritto, “ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro”, dei lavoratori di collaborare alla gestione delle aziende (art. 46), l’incoraggiamento e la tutela del risparmio in tutte le sue forme, l’accesso alla proprietà dell’abitazione, e l’investimento azionario, diretto o indiretto, nei grandi complessi produttivi del paese (art. 47).

In questo quadro si innesta la recente revisione degli artt. 81, 97 e 119 Cost. (legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1), che ha introdotto il cosiddetto vincolo del pareggio di bilancio. Sono ormai note le circostanze che hanno portato tra il 2011 e il 2012, nel breve volgere di pochi mesi, senza quasi alcun dibattito, all’adozione del provvedimento. Nel clima di incertezza generale provocato dalla crisi dei debiti sovrani, sicuramente decisiva fu la lettera, del tutto irrituale, che il 5 agosto 2011 Jean-Claude Trichet e Mario Draghi (l’uno governatore uscente, l’altro entrante della BCE) indirizzarono al Governo italiano e nella quale, tra le altre cose, statuivano che “a constitutional reform tightening fiscal rules would also be appropriate”[23]. In realtà la missiva riecheggiava, anche se in maniera più drastica, quanto già stabilito dal Patto Euro Plus del marzo dello stesso anno[24], ma senza dubbio essa produsse una forte accelerazione nell’avvio dell’iter di approvazione della nuova disciplina. Nonostante le evidenti pressioni provenienti da Bruxelles, è bene sottolineare che la scelta di procedere mediante revisione della Costituzione fu squisitamente politica (pertanto non imposta dalla normativa UE come si volle far credere all’epoca[25]), giustificata dalla nostra classe dirigente con la necessità di dare un “segnale forte” ai mercati e ristabilire la “buona reputazione” del nostro Paese, che, è il caso di ricordare, fin dalla nascita dello Stato unitario nel 1861 ha sempre onorato il proprio debito pubblico, diversamente dall’ “affidabile” Germania[26].

Molti hanno contestato, a vario titolo, l’introduzione di tale principio nella nostra Costituzione. Tuttavia occorre notare che la formulazione originaria dell’art. 81 e in particolare l’ultimo comma che recitava “ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte” aveva, secondo alcuni Costituenti, proprio lo scopo di assicurare il tendenziale pareggio del bilancio[27].

La norma era stata fortemente voluta da Luigi Einaudi, il quale riteneva che l’iniziativa in materia di bilancio dovesse essere limitata al Governo, negandola ai membri delle Camere. Egli infatti temeva che i deputati, per rendersi popolari, potessero proporre “spese senza nemmeno rendersi conto dei mezzi necessari per fronteggiarle”[28]. L’on. Ezio Vanoni appoggiò questa tesi, affermando esplicitamente che essa era una garanzia della tendenza al pareggio del bilancio e che fosse opportuno che anche dal punto di vista giuridico il principio fosse sempre tenuto presente alla mente di coloro che proponessero nuove spese: “Il Governo deve avere la preoccupazione che il bilancio sia in pareggio e la stessa esigenza non può essere trascurata da una qualsiasi forza che si agita nel Paese e che avanza proposte che comportino maggiori oneri finanziari”[29].

Nella concezione di Einaudi (e di altri economisti dell’epoca) il pareggio tendenziale di bilancio era una questione di buon senso e assumeva una dimensione morale, equiparando in questo caso l’azione dello Stato a quella prudente del buon padre di famiglia che ha un dovere verso i figli, verso le generazioni future[30]. È significativo quanto egli scriveva in una lettera del 13 dicembre 1948 indirizzata al Ministro del Tesoro Giuseppe Pella: “Se si suppone che l’ultimo comma dell’art. 81 non possa disgiungersi dal bilancio, ossia dal pareggio, se ne deduce la conseguenza che il legislatore costituente abbia voluto affermare l’obbligo di governi e parlamenti di fare ogni sforzo verso il pareggio. (…) Se si suppone invece che si tratti soltanto di un divieto “di non alterare in peggio”, non si consacra quasi, almeno per l’esercizio in corso, la permanenza del disavanzo? Non si riconosce in questa maniera ai disavanzi previsti al principio dell’anno, quasi un diritto a perpetuarsi? Che cosa si direbbe di un padre di famiglia il quale, malauguratamente per lui, al principio dell’anno prevede di avere un reddito di 50000 lire al mese ed una spesa di 70000; ma, poiché durante l’anno le sue entrate crescono da 50000 a 55000 lire al mese, si dimentica delle 20000 lire di vuoto che ha nel suo bilancio ed allegramente seguita a far debiti per 20000 lire consacrando le 5000 lire di maggior reddito a portare il totale delle sue spese da 70000 a 75000 lire? Si direbbe che costui è assai imprevidente, ed un po’ per volta il credito verrebbe a mancargli, così che ben presto sarebbe costretto forzatamente a ridurre le sue spese nei limiti della disponibilità. Lo stato si può comportare diversamente? (…) Se così fosse, il valore dell’articolo 81 non si ridurrebbe a nulla?”[31].

Il dispositivo del quarto comma dell’art. 81 che, secondo l’intendimento di Einaudi, mirava a garantire l’equilibrio del bilancio con l’obbligo del pareggio della spesa incrementale, si sarebbe però presto dimostrato insufficiente a governare il complesso sistema finanziario di una democrazia sociale, che come abbiamo prima visto si era posta scopi assai ambiziosi.

Tale problema era stato invece ben compreso da Demaria e dalla già menzionata Commissione economica da lui presieduta in seno al Ministero della Costituente. Nel quinto volume del suo Rapporto, dedicato alla Finanza, sui temi relativi al bilancio aveva adottato un’altra prospettiva, ritenendo che la solidità della situazione finanziaria non potesse poggiare unicamente su un equilibrio formale tra spese ed entrate, bensì su un “più profondo e sostanziale equilibrio tra attività finanziaria e attività economica in genere”[32].

Il fenomeno finanziario doveva essere messo in relazione con l’intera attività economica del paese. Solo in tal modo sarebbe stato possibile accertare se la politica delle entrate e delle spese fosse ben indirizzata, il pareggio di bilancio effettivo e valutare le ripercussioni dell’attività finanziaria, con tutte le sue complessità, sul reddito reale della collettività. “L’attività dello Stato in materia economica ed i relativi interventi – si legge nella relazione – si svolgono non soltanto attraverso la diretta gestione statale, ma più spesso mediante enti economici, variamente organizzati sicché è indispensabile tener conto non solo direttamente delle entrate e delle spese statali, quali risultano dal bilancio, e delle relative conseguenze, ma altresì della complessa attività e della gestione di tutte queste forme di amministrazione indiretta, la cui importanza diventa di giorno in giorno più evidente. Si tratta pertanto di sostituire sempre più ad un semplice bilancio finanziario un vero e proprio bilancio economico”[33].

Nel Rapporto si faceva riferimento anche allo strumento dei bilanci pluriennali, dal momento che l’attività statale “si svolge nel tempo senza soluzione di continuità”, così che “le conseguenze della spesa pubblica impiegano un certo intervallo di tempo per spiegare i loro effetti. Da ciò deriva, secondo alcuni, che è artificioso richiedere che l’equilibrio di bilancio si consegua puntualmente in ciascuno esercizio e non piuttosto in periodi più lunghi, tanto più che la vita economica (di cui il bilancio statale è, come è noto, un fattore nello stesso tempo determinato e determinante) non si svolge come un flusso uniforme, ma è caratterizzato da ondate alterne di prosperità e di depressione”[34].

In quest’ultimo caso, in particolare, poteva essere necessario abbandonare il canone di un bilancio in equilibrio, “dovendosi rinviare a periodi più prosperi” il proposito di ristabilirlo, con l’importante precisazione che “l’entità del reddito reale collettivo costituisce il limite della politica congiunturale la quale, pertanto, mentre deve preoccuparsi di attuare una accorta redistribuzione degli oneri derivanti dalla congiuntura, deve avere come fine precipuo, attraverso la politica delle entrate e delle spese, di incrementare appunto il livello del reddito predetto”[35].

Non lontano da questa impostazione si pongono le sentenze della Corte costituzionale che, a partire dagli anni ’60, hanno definitivamente escluso che l’art. 81 potesse contenere un obbligo giuridico al pareggio di bilancio[36]. Nella famosa sentenza n. 1 del 1966 la Corte infatti stabilì che “il precetto costituzionale attiene ai limiti sostanziali che il legislatore ordinario è tenuto ad osservare nella sua politica di spesa, che deve essere contrassegnata non già dall’automatico pareggio di bilancio, ma dal tendenziale conseguimento dell’equilibrio tra le entrate e la spesa”, tenendo conto dell’ “insieme della vita finanziaria dello Stato, che (…) non può essere artificiosamente spezzata in termini annuali, ma va, viceversa, considerata nel suo insieme e nella sua continuità temporale” in un’epoca in cui “i traguardi (…) che la comunità nazionale assegna a se stessa, impongono previsioni che vanno oltre lo stretto limite di un anno e rendono palese la necessità di coordinare i mezzi e le energie disponibili per un più equilibrato sviluppo settoriale e territoriale dell’intera collettività”. Questa interpretazione “estensiva” era ritenuta maggiormente rispondente alla lettera e allo spirito della Costituzione e in ultima analisi, aggiungo, capace di garantire l’effettiva attuazione del progetto di economia autenticamente sociale disegnato dalla nostra carta fondamentale e la messa in pratica di una politica economica coerente con esso[37].

Può dirsi la stessa cosa dell’art. 81 così com’è formulato oggi? Il testo attuale, in realtà, non parla espressamente di pareggio di bilancio, bensì del fatto che “lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico”. Per capire meglio il concetto di equilibrio occorre rifarsi alla legge cosiddetta rinforzata (legge 24 dicembre 2012, n. 243), approvata ai sensi del comma 6 dell’art. 81[38]. Da essa si ricava che “l’equilibrio dei bilanci corrisponde all’obiettivo di medio termine” (art. 3, comma 2, l. 243/2012). Questo a sua volta equivale al “valore del saldo strutturale individuato sulla base dei criteri stabiliti dall’ordinamento dell’Unione europea” (art. 2, comma 1, lett. e), vale a dire al “saldo del conto consolidato corretto per gli effetti del ciclo economico al netto delle misure una tantum e temporanee” (art. 2, comma 1, lett. d). Si tratta quindi di usare un metodo di calcolo piuttosto complesso, non esente da critiche e in fin dei conti discrezionale (non sarebbe di certo piaciuto a Einaudi)[39]. La conclusione pratica è che l’equilibrio di bilancio si diversificherà a seconda che si sia in presenza di una fase avversa o favorevole del ciclo economico, e ciò ovviamente non corrisponde ad un pareggio del bilancio. Non sembra ci si discosti molto, quindi, dall’interpretazione data dalla Corte Costituzionale del testo pre-vigente dell’art. 81.

Passando al secondo comma, scopriamo che esistono solo due casi in cui è possibile ricorrere all’indebitamento (deficit di bilancio):  a) “al fine di considerare gli effetti del ciclo economico”, quindi per attuare politiche anticicliche; b) “previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei componenti, al verificarsi di eventi eccezionali”. Questi, in base all’art. 6 della legge 243/2012, la quale non fa altro che riprendere quanto già stabilito nei regolamenti UE, sono “periodi di grave recessione economica relativi anche all’area dell’euro o all’intera Unione europea” ed “eventi straordinari, al di fuori del controllo dello Stato, ivi incluse le gravi crisi finanziarie nonché le gravi calamità naturali, con rilevanti ripercussioni sulla situazione finanziaria generale del Paese”. Rimane invece vietato il ricorso all’indebitamento “per realizzare operazioni relative alle partite finanziarie[40]”, tranne nel caso in cui si verifichino gli eventi eccezionali di cui sopra (art. 4, comma 4, legge 243/2012).

Da quanto sin qui detto, dunque, anche in base all’attuale formulazione dell’art. 81 sembrano esserci sufficienti margini di flessibilità, tali da non rendere incompatibile la nuova disciplina di bilancio con l’impianto generale della nostra Costituzione e in particolare con la tutela dei diritti sociali. Tanto più che la legge costituzionale 1/2012 fa un’importante precisazione, laddove prescrive che “lo Stato, nelle fasi avverse del ciclo economico o al verificarsi degli eventi eccezionali (…) anche in deroga all’art. 119 Cost., concorre ad assicurare il finanziamento, da parte degli altri livelli di governo, dei livelli essenziali delle prestazioni e delle funzioni fondamentali inerenti ai diritti civili e sociali” (art. 5, lett. g).

Bisogna però tener presente che l’intera materia va interpretata in base al diritto UE, il quale, oltre ad operare all’interno del nostro ordinamento in virtù degli artt. 11 e 117, comma 1, della Costituzione[41], viene espressamente richiamato a più riprese dalla legge 243/2012 e soprattutto da altri due articoli della Carta costituzionale novellati dalla riforma del 2012: l’art. 97, comma 1, nel quale si legge che “le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico” e l’art. 119, comma 1, per cui Regioni, Province, Comuni e Città metropolitane “concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea”.

Tutto questo significa che gli elementi di flessibilità prima individuati in realtà vanno letti alla luce dei regolamenti e delle direttive che nell’ambito dell’UE si occupano delle politiche di bilancio, dei possibili scostamenti dai valori di riferimento e delle procedure attraverso le quali questi vanno eventualmente corretti. Tornando, ad esempio, al concetto di equilibrio di bilancio, come abbiamo visto esso corrisponde all’obiettivo di medio termine (OMT), che in base al regolamento 1466/97, è specifico per ogni Stato membro, rivisto ogni tre anni e volto a conseguire un disavanzo strutturale inferiore all’1% (art. 2-bis). Questo limite è abbassato allo 0,5% per i paesi aderenti al Fiscal Compact, tra cui il nostro. Inoltre per gli Stati che non hanno ancora raggiunto il loro OMT è previsto un percorso di avvicinamento con cadenza annuale. In tal caso “la crescita annua della spesa non supera un tasso inferiore al tasso di riferimento a medio termine del potenziale di crescita del PIL, a meno che il superamento non sia coperto da misure discrezionali sul lato delle entrate” (art. 5.1, comma 3, lett. b).  Deviazioni temporanee sono ammesse solo in caso “di importanti riforme strutturali idonee a generare benefici finanziari diretti a lungo termine, compreso il rafforzamento del potenziale di crescita sostenibile, e che pertanto abbiano un impatto quantificabile sulla sostenibilità a lungo termine delle finanze pubbliche” (art. 5.1, comma 7) oppure in caso di eventi eccezionali al di fuori del controllo dello Stato membro (art. 5.1, comma 10, e art. 6.2, comma 4).

Infine in base all’art. 4 del Fiscal Compact l’Italia, essendo uno dei paesi con rapporto debito/PIL superiore al 60%, ha l’obbligo di operare “una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo all’anno” di tale parametro. L’esistenza di un eventuale disavanzo eccessivo “dovuto all’inosservanza del criterio del debito sarà decisa in conformità della procedura di cui all’articolo 126 TFUE”.

Come si vede i vincoli per il mantenimento dell’equilibro di bilancio sono molto più rigorosi e la flessibilità che si poteva desumere dal testo dell’art. 81, reinterpretata sulla base del diritto dell’Unione, risulta fortemente ridimensionata. Occorre anche tener presente che la sorveglianza di tali parametri e il ricorso ad eventuali sanzioni rimane pur sempre affidata ad organi quali la Commissione (composta esclusivamente da tecnici) e il Consiglio (che ha natura politica e decide discrezionalmente sulle proposte della Commissione), privi entrambi di legittimazione democratica. In merito al Consiglio, inoltre, bisogna notare che l’incertezza derivante dall’arbitrarietà dei metodi con cui viene calcolato il saldo strutturale, può far sì che l’attuazione delle politiche economiche dipenda in ultima analisi da trattative che riflettono i rapporti di forza esistenti tra i paesi UE e le alleanze che si vengono a creare tra essi di volta in volta. Si potrebbe quindi verificare il caso che non sia possibile attuare politiche economiche vitali per il miglioramento del benessere della popolazione in virtù degli stringenti obblighi di rispetto dell’equilibrio di bilancio e per intervento di organi che non rispondono ad alcun corpo elettorale e agiscono su presupposti del tutto estranei al nostro ordinamento costituzionale.

Sembra quindi giustificato il sospetto che la revisione del 2012 abbia introdotto nella nostra Costituzione, per il tramite del rinvio alle norme UE, un principio in netto contrasto con lo spirito della nostra Carta fondamentale, il quale antepone le esigenze di carattere economico-finanziario a quelle della persona umana, che ci dice che il rapporto debito/PIL o deficit/PIL o l’equilibrio di bilancio sono più importanti che “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che (…) impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, che subordina ad un paradigma economico (quello liberista o neoliberale che dir si voglia) e ai rapporti di forza tra paesi europei il benessere dei cittadini, contravvenendo al volere dei nostri Costituenti. Esso non può essere accolto, in quanto stravolgerebbe la gerarchia di valori presente nel nostro ordinamento costituzionale, snaturandolo completamente[42].

L’impressione complessiva che si trae dall’analisi delle norme sin qui viste è che la classe dirigente europea abbia costruito una gabbia in cui auto-imprigionarsi, erigendo un complicato intreccio di vincoli, parametri e procedure che di fatto hanno finito per rendere asfittica la crescita economica del continente. Sembra che essendo incapaci di adottare iniziative politiche in grado di far ripartire il processo di integrazione europeo e ridare slancio alla crescita economica, i politici europei si siano affidati agli automatismi di un meccanismo perverso che sta progressivamente annientando il progetto di Europa unita, così com’era stato concepito dai suoi padri fondatori subito dopo la fine della II guerra mondiale.

L’adozione in vari paesi europei, in particolare in quelli maggiormente colpiti dalla crisi economica (i c.d. GIIPS)[43], di una politica economica ispirata al modello dell’ “austerità espansiva”, che coniuga i tagli della spesa pubblica con riforme strutturali principalmente nel campo delle pensioni e del mercato del lavoro[44], ha inciso negativamente sui consumi interni, segnato un indebolimento della protezione sociale, aumentato il numero di nuclei familiari che vivono al di sotto della soglia di povertà e determinato un peggioramento dei livelli del debito[45]. È anche importante ricordare che l’esplosione del debito pubblico di molti paesi europei dopo il 2007 non è stata certo dovuta alla spesa sociale, bensì al salvataggio delle banche, che avevano improvvidamente acquistato titoli “tossici” ed erano quindi prossime al fallimento. Come ha messo in rilievo Luciano Gallino (2013)[46] il debito aggregato dei paesi UE tra il 2007 e il 2010 è aumentato del 20%. L’Irlanda, ad esempio, in seguito agli interventi per il salvataggio delle banche ha visto quintuplicare il suo debito pubblico.

La perdita di potere d’acquisto da parte di ampi strati sociali in molti Stati europei, in seguito alla recessione e alle politiche restrittive, sta alimentando il risentimento di una quota consistente della popolazione nei confronti della classe politica al governo, ridando fiato a partiti di orientamento populista o sovranista (ma sarebbe meglio dire nazionalista). Un processo simile, sotto molti aspetti, a quello che si verificò nel primo dopoguerra e che fu all’origine del fascismo e del nazismo, con le conseguenze che ben conosciamo.

Si impone quindi un deciso cambio di rotta. Non è possibile concepire la politica economica come un mero strumento per tenere sotto controllo sterili valori numerici o, ancora peggio, per implementare teorie di dubbia efficacia. Se così fosse non sarebbe di alcuna utilità, in quanto non illuminerebbe più – utilizzando una frase di Tullio Bagiotti – “i grandi problemi dell’intelletto e della convivenza”. Essa deve primariamente rispondere ai bisogni reali delle persone. A cosa serve avere un rapporto debito/PIL prossimo al 60%, come nel caso della Germania, se poi 16 milioni di tedeschi vivono al di sotto della soglia di povertà?[47]

La lezione che una volta di più bisogna trarre da quanto detto è che quando l’economia tenta di scimmiottare le scienze esatte porta a risultati disastrosi, in particolare quando ci ammannisce previsioni e modelli che sono completamente avulsi dalla realtà. Non bisogna infatti mai dimenticare che l’economia ha a che fare con gli esseri umani e che le politiche economiche si misurano sugli effetti che esse avranno sul loro benessere. 

Il Governo e il Parlamento italiano si dovrebbero impegnare concretamente affinché questo stato di cose termini. In ambito europeo, ciò significa agire per far riemergere quelle che sono le vere priorità della politica economica e rimettere al centro dell’operato delle istituzioni europee la persona umana, arricchendo l’esperienza politica europea con il portato della nostra Costituzione. Non va dimenticato infatti che “i diritti fondamentali (…) risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, fanno parte del diritto dell’Unione in quanto principi generali” (art. 6.3 TUE) e che “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani”(art. 2 TUE). Occorre dare il giusto rilievo a queste disposizioni, anteponendole alle questioni di carattere economico.

Bisogna anche recuperare il senso della solidarietà tra gli Stati membri, i quali hanno tutti pari dignità. Non è ammissibile il preconcetto, fondamentalmente razzista, per cui ci sarebbero i “primi della classe” (tipicamente i paesi del Nord Europa) e i “cattivi” (i paesi del Mediterraneo), che vanno puniti e sottomessi. A prescindere dalle responsabilità politiche interne, non è concepibile abbandonare a se stesso un paese in forte difficoltà, come ad esempio la Grecia e, invece di alleviare le sofferenze della popolazione, aggravarle mediante l’imposizione di politiche economiche draconiane. Il mutuo aiuto dovrebbe costituire un pilastro incrollabile dell’architettura istituzionale dell’UE, gli egoismi nazionali e i pregiudizi andrebbero accantonati dal momento che nel nostro continente non hanno prodotto altro che morte e distruzione.

In ultima analisi è indispensabile muovere un passo deciso verso l’integrazione federale, se si vuole portare avanti fattivamente il progetto europeo, e completare la costruzione della moneta unica, dotando le istituzioni europee degli strumenti per governare la politica economica, dando loro la legittimazione democratica necessaria e rendendole responsabili del loro operato davanti al Parlamento europeo.

Quanto all’Italia, sarebbe opportuno un bagno di umiltà per la nostra classe politica e per tutti noi, e prendere atto che quanto sosteneva Einaudi sulle responsabilità verso le generazioni future è sacrosanto. Se da un lato quindi non è accettabile sottostare a valori confliggenti con il nostro ordinamento costituzionale, che sviliscono l’importanza della persona umana, dall’altro, nell’adottare le decisioni di spesa, si devono soppesare con attenzione i benefici che ne potranno trarre non solo coloro che attualmente vivono, ma anche coloro che verranno dopo di noi. Occorre adottare una prospettiva simile a quella delle società africane, espressa magistralmente in questa massima di un antico capo nigeriano: “Io concepisco che la terra (ossia il nostro benessere, la nostra ricchezza) appartiene ad una vasta famiglia, della quale numerosi membri sono morti, pochi sono vivi e innumerevoli non sono ancora nati”.

GIUSEPPE PRESTIA

Bibliografia

Alberto Alesina, Omar Barbiero, Carlo Favero, Francesco Giavazzi, Matteo Paradisi, The Effects of Fiscal Consolidations: Theory and Evidence, NBER Working Paper n. 23385, National Bureau of Economic Research, Cambridge (MA), 2017 (https://www.nber.org/papers/w23385.pdf)

Tullio Bagiotti, “Come un economista cresce: Giovanni Demaria”, in Giornale degli economisti e annali di economia, Anno 38, n. 9/12, 1979, pp. 601-618

Francesco Bilancia, Note critiche sul c.d. “pareggio di bilancio”, in Rivista AIC, n. 2/2012 (https://www.rivistaaic.it/images/rivista/pdf/Bilancia.pdf)

Olivier Blanchard, Daniel Leigh, Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers, IMF Working Paper 13/1, IMF, Washington, 2013 (https://www.imf.org/external/pubs/ft/wp/2013/wp1301.pdf)

Andrea Boitani, Lucio Landi, “Regole europee: la lunga strada per uscire dalla stupidità”, in www.lavoce.info, 22/6/2014 (https://www.lavoce.info/archives/20661/regole-europee-bilancio-psc-output-gap/)

Antonio Brancasi, “La disciplina costituzionale del bilancio: genesi, attuazione, evoluzione, elusione”, in Il Filangieri – Quaderno 2011, Jovene editore, Napoli, 2012, pp. 7-18

Antonio Brancasi, “L’introduzione del principio del c.d. pareggio di bilancio: un esempio di revisione affrettata della Costituzione”, in Quaderni costituzionali, 1/2012, pp. 108-110

Daniele Cabras, “Su alcuni rilievi critici al c.d. “pareggio di bilancio””, in Rivista AIC, n. 2/2012 (https://www.rivistaaic.it/images/rivista/pdf/Cabras.pdf)

Federico Caffè, Politica economica, 1: Sistematica e tecniche di analisi, 2 ª ed., Boringhieri, Torino, 1971

Federicco Caffè, “Economia di mercato e socializzazione delle sovrastrutture finanziarie”, in Un’economia in ritardo, Boringhieri, Torino, 1976, pp. 17-47

Federico Caffè, Lezioni di politica economica, Edizione riveduta e aggiornata a cura di Nicola Acocella, Bollati Boringhieri, Torino, 2008

Luigi Campiglio, La teoria dell’austerità nel sistema economico europeo, Quaderno n. 77, febbraio 2016, Istituto di Politica economica, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano (https://dipartimenti.unicatt.it/politica-economica-ISPE0077.pdf)

Ines Ciolli, “The balanced budget rule in the italian Constitution: it ain’t necessarily so… useful?”, in Rivista AIC, n. 4/2014 (https://www.rivistaaic.it/images/rivista/pdf/4_2014_Ciolli.pdf)

Vittorio Daniele, “L’austerità espansiva. Breve storia di un mito economico”, in Amedeo Di Maio, Ugo Marani (a cura di), Economia e luoghi comuni. Convenzione, retorica e riti, L’Asino d’oro, Roma, 2015, pp. 39-67

Marcello De Cecco, Fabrizio Maronta, “Berlino, Roma e i dolori del giovane Euro”, in Limes, n. 4, 2013, pp. 27-33

Paolo De Ioanna, “La nuova cornice costituzionale: economia, istituzioni e dinamica delle forze politiche”, in Il Filangieri – Quaderno 2011, 2012, pp. 45-79

Gustavo Del Vecchio, Lezioni di economia politica,  2ª ed., Cedam, Padova, 1957

Sebastian Dellepiane Avellaneda, “The Political Power of Economic Ideas. The Case of ‘Expansionary Fiscal Contraction’ ”, in British Journal of Politics and International Relations, vol. 17, n. 3, 2014, pp. 391-418

Giovanni Demaria, Lo stato sociale moderno, Casa editrice ambrosiana, Milano, 1946

Der Paritätische Gesamtverband, Wer die Armen sind. Der Paritätische Armutsbericht 2018, Berlin, 2018 (https://www.der-paritaetische.de/fileadmin/user_upload/Schwerpunkte/Armutsbericht/doc/2018_armutsbericht.pdf)

Renzo Dickmann, “Le regole della governance economica europea e il pareggio di bilancio in Costituzione”, in Federalismi.it, n. 4/2012 (https://www.federalismi.it/nv14/articolo-documento.cfm?artid=19542)

Luigi Einaudi, Prediche, Bari, Laterza, 1920

Luigi Einaudi, “Sulla interpretazione dell’articolo 81 della Costituzione”, in Id., Lo scrittoio del Presidente, Einaudi, Torino, 1956, pp. 201-207

Vittorio Falzone, Filippo Palermo, Francesco Cosentino (a cura di), La Costituzione della Repubblica italiana illustrata con i lavori preparatori, IV ed., Milano, Mondadori, 1980

Gianni Fodella, Materiali per una introduzione allo studio della POLITICA ECONOMICA INTERNAZIONALE, II ed., Lumi Edizione Universitarie, Milano, 2017

Luciano Gallino, Il colpo di stato di banche e governi, Einaudi, Torino, 2013

Lucyna Gornicka, Christophe Kamps, Gerrit Koester, Nadine Leiner-Killinger, Learning about fiscal multipliers during the European sovereign debt crisis: evidence from a quasi-natural experiment, ECB Working Paper Series, No. 2154, ECB, Frankfurt am Main, 2018 (https://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/scpwps/ecb.wp2154.en.pdf)

Suzanne J. Konzelmann, “The political economics of austerity”, in Cambridge Journal of Economics, 38, 2014, pp. 701-41

Massimo Luciani, L’equilibrio di bilancio e i principi fondamentali: la prospettiva del controllo di costituzionalità, relazione presentata al Seminario “Il principio dell’equilibrio di bilancio secondo la riforma costituzionale del 2012”, Roma, Palazzo della Consulta, 22 novembre 2013

(https://www.cortecostituzionale.it/documenti/convegni_seminari/Seminario2013_Luciani.pdf)

Claudia Marchese, “Diritti sociali e vincoli di bilancio”, in Id. (a cura di), Diritti sociali e vincoli di bilancio. Ricerca di dottrina, 3 voll., Corte costituzionale, Servizio Studi, Roma, 2015, vol. 1, Introduzione (https://www.cortecostituzionale.it/documenti/convegni_seminari/STU_272.pdf)

Mauro Megliani, “Verso una nuova architettura finanziaria europea: un percorso accidentato”, in Diritto del commercio internazionale, I, 2013, pp. 67-108

Ministero della Costituente, Rapporto della Commissione economica, vol. V, Finanza, I. Relazione, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1946

Daniela Mone, “La costituzionalizzazione del pareggio di bilancio ed il potenziale vulnus alla teoria dei controlimiti”, in Rivista AIC, n. 3/2014 (https://www.rivistaaic.it/images/rivista/pdf/3_2014_Mone.pdf)

Elisa Olivito, “Crisi economico-finanziaria ed equilibri costituzionali. Qualche spunto a partire dalla lettera della BCE al Governo italiano”, in Rivista AIC, n. 1, 2014

(https://www.rivistaaic.it/images/rivista/pdf/1_2014_Olivito.pdf)

Valerio Onida, Le leggi di spesa nella Costituzione, Giuffrè, Milano, 1969

Raffaele Perna, “Costituzionalizzazione del pareggio di bilancio ed evoluzione della forma di governo italiana”, in Il Filangieri – Quaderno 2011, 2012, pp. 19-43

Carmelo Petraglia, Francesco Purificato, “Moneta unica e vincoli sovranazionali alle politiche fiscali nell’Eurozona alla  prova della crisi”, in Rivista economica del Mezzogiorno, XXVII, 4, 2013, pp. 1065-1090

Anna Pirozzoli, “Il vincolo costituzionale del pareggio di bilancio”, in Rivista AIC, n. 4/2011 (https://www.rivistaaic.it/images/rivista/pdf/Pirozzoli_vincolo_pareggio.pdf)

Paolo Silvestri, “Il pareggio di bilancio. La testimonianza di Luigi Einaudi: tra predica e libertà”, in Biblioteca della libertà, Anno XLVII, n. 204 on line, maggio-agosto 2012

(https://www.centroeinaudi.it/images/abook_file/204online_2012_silvestri_2.pdf)

Alessandro Somma, “Economia sociale di mercato e scontro tra capitalismi”, in Francesco Macario, Marco Nicola Miletti (a cura di), La funzione sociale nel diritto privato tra XX e XXI secolo, Roma Tre Press, Roma, 2017, pp. 189-207 (romatrepress.uniroma3.it/ojs/index.php/funzione/article/download/510/507)

Diletta Tega, “I diritti sociali nella dimensione multilivello tra tutele giuridiche e crisi economica”, in Elena Cavasino, Giovanni Scala, Giuseppe Verde (a cura di), I diritti sociali dal riconoscimento alla garanzia: il ruolo della giurisprudenza, Editoriale Scientifica, Napoli, 2013, pp. 67-98

Jan Tinbergen, “Réponse et synthése générale”, in Annales de l’Ècononomie  Collective, 1963, n. 2-3, pp. 419-429

Gian Luigi Tosato, La riforma costituzionale del 2012 alla luce della normativa dell’Unione: l’interazione tra i livelli europeo ed interno, relazione presentata al Seminario “Il principio dell’equilibrio di bilancio secondo la riforma costituzionale del 2012”, Roma, Palazzo della Consulta, 22 novembre 2013 (https://www.cortecosti


[1]  Gustavo Del Vecchio, Lezioni di economia politica,  2ª ed., Cedam, Padova, 1957, in particolare p. 131: “I problemi ultimi dell’economia, come di ogni scienza sociale, e in realtà di ogni scienza, si imperniano su due punti e sulle loro reciproche relazioni: primo, comprendere e spiegare determinati fenomeni, secondo, far uso della conoscenza come guida dell’azione”.

[2]  Federico Caffè, Politica economica, 1: Sistematica e tecniche di analisi, 2 ª ed., Boringhieri, Torino, 1971, p. 15.

[3] Ibidem.

[4] Federico Caffè, Lezioni di politica economica, Edizione riveduta e aggiornata a cura di Nicola Acocella, Bollati Boringhieri, Torino, 2008, p. 17. Il corsivo è dell’autore.

[5] Ivi, p. 18. Il corsivo è dell’autore.

[6] Jan Tinbergen, “Réponse et synthése générale”, in Annales de l’Ècononomie  Collective, 1963, n. 2-3, pp. 419-429.

[7] Federico Caffè, Politica economica, cit., p. 170, nota 40. Tinbergen nel suo intervento di sintesi generale seguito alla discussione del Rapporto da lui predisposto (il cui testo integrale è riportato in Annales de l’Ècononomie  Collective, 1963, n. 1, pp. 103 e ss.) aveva affermato “Le but général se traduit: porter au maximum le bien-être humain, qui doit être défini aussi largement que possible. Il y a parmi nous un accord général pour dire que ce bien-être ne dépend pas seulement  des biens matériels à notre disposition, mais également de l’éducation disponible, d’éléments de culture en général et encore de la distribution de tout cela et d’éléments comme la démocratie – bref de toutes ces valeurs humaines pour lesquelles nous avons lutté depuis un siècle ou plus” (J. Tinbergen, cit., p. 419. Il corsivo è dell’autore).

[8] Federicco Caffè, “Economia di mercato e socializzazione delle sovrastrutture finanziarie”, in Un’economia in ritardo, Boringhieri, Torino, 1976, p. 39.

[9] Giovanni Demaria, Lo stato sociale moderno, Casa editrice ambrosiana, Milano, 1946, p. 35.

[10]  Ivi, p. 299.

[11] Tullio Bagiotti, “Come un economista cresce: Giovanni Demaria”, in Giornale degli economisti e annali di economia, Anno 38, n. 9/12, 1979, p. 611.

[12] Come è noto il Protocollo n. 12 sulla procedura per i disavanzi eccessivi, allegato ai Trattati UE e TFUE, stabilisce che il rapporto fra il disavanzo pubblico, previsto o effettivo, e il PIL ai prezzi di mercato non deve eccedere il 3%, mentre il rapporto tra il debito pubblico e il PIL sempre ai prezzi di mercato non deve essere superiore al 60%. Si veda anche il regolamento 479/2009 relativo all’applicazione del protocollo in questione.

[13] La risoluzione del Consiglio europeo sul patto di stabilità del 17 giugno 1997 prevedeva al punto I l’impegno per gli Stati Membri “a rispettare l’obiettivo, indicato nei loro programmi di stabilità o di convergenza, di un saldo di bilancio a medio termine prossimo al pareggio o positivo ed ad adottare le misure correttive del bilancio che ritengono necessarie per conseguire gli obiettivi dei programmi di stabilità o convergenza, ogniqualvolta dispongano di informazioni che indichino un divario significativo, effettivo o presunto rispetto a detti obiettivi”.  Tale statuizione venne poi codificata nell’art. 3, comma 2, lett. a) del regolamento 1466/97 per cui il programma di stabilità di ogni Stato Membro avrebbe dovuto includere “l’obiettivo a medio termine di una situazione di bilancio della pubblica amministrazione con un saldo prossimo al pareggio o in attivo e il percorso di avvicinamento a tale obiettivo”. Nel 2005 la definizione venne riveduta inserendo l’indicazione che il saldo di bilancio andava considerato in termini corretti per il ciclo, al netto delle misure temporanee e una tantum (Regolamento (CE) 1055/2005 del Consiglio).

[14] In base agli artt. 127 e 282 TFUE l’obiettivo principale del Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e della Banca centrale europea (BCE) è il mantenimento della stabilità dei prezzi. Il Consiglio direttivo della BCE nel 1998 ha precisato che si deve trattare di “un aumento sui 12 mesi dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IAPC) per l’area dell’euro inferiore al 2%”. Successivamente nel maggio 2003 il medesimo organo ha stabilito che l’inflazione deve essere mantenuta su livelli inferiori ma prossimi al 2% nel medio periodo.

[15] L’espressione “economia sociale di mercato” è stata coniata dall’economista tedesco Alfred Müller-Armack (1901-78), collaboratore del ministro dell’Economia Ludiwig Erhard (si veda A. Müller-Armack, “SozialeMarktwirtschaft”, in Handwörterbuch der Sozialwissenschaften, vol. 9, Gustav Fischer Verlag, Stuttgart, 1956, pp. 390-92). I concetti che ne sono alla base risalgono alla scuola di Friburgo (detta anche ordoliberale), che si sviluppò negli ultimi anni della Repubblica di Weimar e di cui fecero parte gli economisti Walter Eucken (1891-1950), Leonhard Miksch (1901-1950), Alexander Rüstow (1885-1963), Franz Böhm (1895-1977) e Wilhelm Röpke (1899-1966). Come spiega Alessandro Somma questi studiosi “volevano che la mano visibile dei pubblici poteri intervenisse per sostenere e pacificare il mercato e dunque affermavano la supremazia della politica sull’economia, ma ritenevano anche che la prima dovesse operare per imporre le regole mutuate dalla seconda: per trasformare le leggi del mercato in leggi dello Stato” (A. Somma, “Economia sociale di mercato e scontro tra capitalismi”, in Francesco Macario, Marco Nicola Miletti (a cura di), La funzione sociale nel diritto privato tra XX e XXI secolo, Roma Tre Press, Roma, 2017, p. 190). Nell’ordinamento europeo il riferimento all’economia sociale di mercato compare per la prima volta nel Trattato di Lisbona del 2007.

[16] L’art. 151 effettua un rimando ai diritti sociali così come sono definiti nella Carta sociale europea, firmata a Torino il 18 ottobre 1961, e nella Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori, dichiarata a Strasburgo il 9 dicembre 1989. Da ultimo possiamo ricordare il Pilastro europeo dei diritti sociali, approvato il 17 novembre 2017 nell’ambito del vertice sociale europeo. Esso non è giuridicamente vincolante per gli Stati membri dell’UE, ma testimonia lo scarso equilibrio ancora oggi esistente tra diritti sociali collettivi e le libertà tutelate in ambito europeo (libera concorrenza, libera circolazione di beni, servizi, persone e capitali). Si prenda ad esempio l’art. 5 (Occupazione flessibile e sicura) in cui alla lettera b) si dice che “Conformemente alle legislazioni e ai contratti collettivi, è garantita ai datori di lavoro la necessaria flessibilità per adattarsi rapidamente ai cambiamenti del contesto economico” oppure l’art. 6 (Retribuzioni), lettera b) che recita “Sono garantite retribuzioni minime adeguate, che soddisfino i bisogni del lavoratore e della sua famiglia in funzione delle condizioni economiche e sociali nazionali, salvaguardando nel contempo l’accesso al lavoro e gli incentivi alla ricerca di lavoro”.

[17] Esso stabilisce al suo primo paragrafo che “L’Unione riconosce i diritti, le libertà e i principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 7 dicembre 2000, adottata il 12 dicembre 2007 a Strasburgo, che ha lo stesso valore giuridico dei trattati”.

[18] Nel 1997 sono stati adottati i due atti costitutivi del Patto di Stabilità e Crescita, i regolamenti 1466/97 e 1467/97, emendati una prima volta nel 2005. Nel 2011 sull’onda della crisi dei debiti sovrani è stato adottato il cosiddetto Six pack, un pacchetto di 5 regolamenti (1173/11, 1174/11, 1175/11, 1176/11, 1177/11) e una direttiva (2011/85/UE), che hanno sostanzialmente allargato le competenze delle istituzioni europee in materia di politiche economiche e finanziarie. Nel 2013 è stato varato il Two pack (regolamenti 472/13 e 473/13) che ha ulteriormente compresso le prerogative in materia di bilancio degli Stati membri. A tale quadro normativo si affianca il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria (c.d. Fiscal Compact) sottoscritto nel marzo 2012 ed entrato in vigore nel gennaio 2013. Esso detta disposizioni ancora più stringenti in materia di bilancio ma, come espressamente previsto dall’art. 2, riveste una posizione subordinata rispetto ai Trattati e alla legislazione derivata dell’UE. A questo proposito l’art. 16 dispone che “al più tardi entro cinque anni dalla data di entrata in vigore del presente trattato, sulla base di una valutazione dell’esperienza maturata in sede di attuazione, sono adottate (…) le misure necessarie per incorporare il contenuto del presente trattato nell’ordinamento giuridico dell’Unione europea”. La Commissione europea ha quindi presentato una proposta di direttiva a tale scopo (COM(2017) 824 final 2017/0335) che è stata però rigettata dalla Commissione problemi economici e monetari del Parlamento europeo nella seduta del 27 novembre 2018.

[19] Senza scendere troppo nei particolari si può distinguere: a) una disciplina preventiva, incentrata sull’art. 121 TFUE, sul regolamento 1466/97 e successive modificazioni e sul Fiscal Compact, volta a prevenire il formarsi di deficit eccessivi; b) una disciplina correttiva, disciplinata dall’art. 126 TFUE e dal regolamento 1467/97 e modificazioni successive che ha il compito di contrastare e correggere i deficit eccessivi qualora si siano formati. Si noti che per entrambe le discipline, le decisioni inerenti interventi correttivi, raccomandazioni e sanzioni sono adottate sempre dal Consiglio, organo eminentemente politico, su proposta della Commissione. Tuttavia il Six Pack ha introdotto il voto a maggioranza qualificata inversa (reverse majority voting) per cui le proposte della Commissione in materia di bilancio si intendono adottate a meno che il Consiglio non le respinga a maggioranza qualificata. Per approfondimenti si vedano Renzo Dickmann, “Le regole della governance economica europea e il pareggio di bilancio in Costituzione”, in Federalismi.it, n. 4/2012 e Gian Luigi Tosato, La riforma costituzionale del 2012 alla luce della normativa dell’Unione: l’interazione tra i livelli europeo ed interno, relazione presentata al Seminario “Il principio dell’equilibrio di bilancio secondo la riforma costituzionale del 2012”, Roma, Palazzo della Consulta, 22 novembre 2013.

[20] La Germania registra da molti anni consistenti avanzi della bilancia commerciale. Questo perché i suoi prodotti sono più competitivi grazie alla politica di moderazione salariale attuata internamente e alla svalutazione del tasso di cambio dell’Euro avvenuta negli ultimi anni. Ciò non consente ad altri paesi europei della zona Euro di essere altrettanto competitivi, a causa dei differenziali salariali, ed essi sono così indotti ad importare prodotti dalla Germania, indebitandosi. Da parte sua la Germania, dati i deboli consumi interni e il basso livello di investimenti, non utilizza i consistenti surplus accumulati, ad esempio, per importare di più dagli altri paesi europei, riequilibrando la bilancia commerciale. In sostanza il modello di crescita tedesco basato sulle esportazioni avviene a spese degli altri Stati Membri dell’area Euro. La Commissione europea, per evitare questi inconvenienti, nell’ambito della procedura per la sorveglianza macroeconomica, istituita dal regolamento 1176/2011, ha chiesto alla Germania di intervenire per ridurre il surplus della bilancia commerciale, ma senza ottenere alcun risultato. Tra i parametri della procedura, infatti, le partite correnti sono oggetto di segnalazione se nei 3 anni precedenti la media mobile del loro saldo supera la soglia superiore del + 6% in rapporto al PIL o quella inferiore del -4%. La Germania, da parecchi anni, supera costantemente il limite superiore (+8%). Nella medesima situazione si trovano i Paesi Bassi e la Danimarca (che non fa parte dell’Eurozona).

[21] L’art. 123, comma 1, TFUE dispone che “sono vietati la concessione di scoperti di conto e qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri (…) a istituzioni, organi od organismi dell’Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali”. Il divieto è ribadito dall’art. 21.1 dello Statuto del SEBC e della BCE, che però all’art. 18.1 stabilisce che “al fine di perseguire gli obiettivi del SEBC e di assolvere i propri compiti, la BCE e le banche centrali nazionali hanno la facoltà di: operare sui mercati finanziari comprando e vendendo a titolo definitivo (a pronti e a termine), ovvero con operazioni di pronti contro termine, prestando o ricevendo in prestito crediti e strumenti negoziabili, in euro o in altre valute, nonché metalli preziosi”. È sulla base di tale disposizione che la BCE ha potuto fare ricorso alle cosiddette misure non convenzionali, tra cui l’alleggerimento quantitativo (quantitative easing).

[22]  È bene ricordare che la crisi greca prese avvio dalla scoperta nel 2009 della falsificazione dei dati di bilancio ad opera del Governo greco, con la complicità di Goldman Sachs (sul punto si veda Mauro Megliani, “Verso una nuova architettura finanziaria europea: un percorso accidentato”, in Diritto del commercio internazionale, I, 2013, pp. 67-108). Per evitare la bancarotta furono negoziati a più riprese una serie di prestiti sia da parte dell’UE che del FMI sottoposti ad una rigorosa ed inflessibile condizionalità. I consistenti tagli alla spesa pubblica (tra cui, ad esempio, la riduzione delle pensioni e i licenziamenti di dipendenti pubblici) e l’aumento della tassazione determinarono un netto peggioramento delle condizioni di vita della popolazione, che perdura ancora oggi. L’ultima parte dei finanziamenti alla Grecia è stata gestita a partire dal 2012 dal Meccanismo europeo di stabilità (MES), istituito nel 2011. Si tratta di un trattato intergovernativo, esterno rispetto ai Trattati UE, anche se collegato con essi (come il Fiscal Compact), che affida alla Commissione europea, alla BCE e al FMI (la c.d. troika) la gestione dei finanziamenti concessi ai paesi che ne fanno richiesta. È affatto singolare che il MES possa acquistare titoli del debito pubblico del paese in difficoltà anche sul mercato primario, stante il divieto di queste operazioni per la BCE, come visto poc’anzi.

[23] Il testo completo della lettera si può leggere in Elisa Olivito, “Crisi economico-finanziaria ed equilibri costituzionali. Qualche spunto a partire dalla lettera della BCE al Governo italiano”, in Rivista AIC, n. 1, 2014 (https://www.rivistaaic.it/images/rivista/pdf/1_2014_Olivito.pdf).

[24] Nel Patto Euro Plus (Allegato I alle Conclusioni del Consiglio europeo del 24-25 marzo 2011) si stabiliva infatti che “Gli Stati membri partecipanti si impegnano a recepire nella legislazione nazionale le regole di bilancio dell’UE fissate nel patto di stabilità e crescita. Gli Stati membri manterranno la facoltà di scegliere lo specifico strumento giuridico nazionale cui ricorrere ma faranno sì che abbia una natura vincolante e sostenibile sufficientemente forte (ad esempio costituzione o normativa quadro)”.

[25] A parte la lettera Trichet-Draghi, che ovviamente non poteva essere giuridicamente vincolante per il nostro Paese, né il Patto Euro Plus, come visto nella precedente nota, né il Fiscal Compact (il quale all’art. 3.2 stabilisce che “le regole enunciate al paragrafo 1 producono effetti nel diritto nazionale delle parti contraenti (…) tramite disposizioni vincolanti e di natura permanente – preferibilmente costituzionale – o il cui rispetto fedele è in altro modo rigorosamente garantito lungo tutto il processo nazionale di bilancio”) imponevano l’adozione del procedimento di revisione costituzionale.

[26] La Germania è andata in default tre volte nel secolo scorso, nel 1932, nel 1939 e nel 1948.

[27] La norma in questione non era una novità nel nostro ordinamento giuridico. Essa fu introdotta con la legge 22 aprile 1869 n. 5026 (c. d. legge Cambray Digny), che costituisce la prima normativa organica sulla contabilità dello Stato. Successivamente venne trasfusa nel r. d. 18 novembre 1923 n. 2443 (legge sulla contabilità generale dello Stato) il cui art. 43 prevedeva appunto che “nelle proposte di nuove e maggiori spese occorrenti dopo l’approvazione del bilancio, devono essere indicati i mezzi per far fronte alle spese stesse”.

[28] Assemblea Costituente, Commissione per la Costituzione, Seconda Sottocommissione, Resoconto sommario della seduta del 24 ottobre 1946, p. 419. Questo punto specifico era stato dibattuto anche dalla Commissione economica del Ministero della Costituente presieduta da Demaria, giungendo alla medesima conclusione, per cui si riteneva “indispensabile prescrivere nella carta costituzionale (…) che le nuove o maggiori spese debbono essere fronteggiate con determinati cespiti di entrata, in modo che l’attività parlamentare trovi un qualche freno all’allargamento delle spese” (Ministero della Costituente, Rapporto della Commissione economica, vol. V, Finanza, I. Relazione, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1946, p. 61).

[29] Assemblea Costituente, cit., p. 420. La formulazione originaria dell’ultimo comma dell’art. 81, proposta da Vanoni e da Costantino Mortati, aveva una formula più drastica, prevedendo che “le leggi le quali comportino maggiori oneri finanziari devono provvedere ai mezzi necessari per fronteggiarli”. Ritenuta troppo rigida dall’on. Tomaso Perassi, ne fu scelta una in cui più genericamente si parla di indicare i mezzi, parafrasando la norma contenuta nel r. d 2443/1923.

[30] Nella prefazione del libro intitolato Prediche, Einaudi aveva scritto: “La scienza economica è subordinata alla legge morale e nessun contrasto vi può essere tra quanto l’interesse lungi veggente consiglia agli uomini e quanto ad essi ordina la coscienza del proprio dovere verso le generazioni venture” (L. Einaudi, Prediche, Bari, Laterza, 1920, p. VII)

[31] Luigi Einaudi, “Sulla interpretazione dell’articolo 81 della Costituzione”, in Id., Lo scrittoio del Presidente, Einaudi, Torino, 1956, pp. 205-206.

[32] Ministero della Costituente, Rapporto della Commissione economica, cit. p. 34.I corsivi sono nel testo originale.

[33] Ivi, p. 36.

[34] Ibidem.

[35] Ivi, p. 38.

[36] In questo senso si era espressa anche la dottrina prevalente. Per Valerio Onida, per esempio, “tutto il sistema del nostro bilancio prescinde da un ipotetico vincolo giuridico al pareggio, che è sempre stato considerato un fatto di natura politica, il quale investe la responsabilità essenzialmente politica dei massimi organi che intervengono nell’elaborazione e approvazione del bilancio, Governo e Parlamento” (V. Onida, Le leggi di spesa nella Costituzione, Giuffrè, Milano, 1969, p. 458).

[37] Più recentemente nella sentenza n. 250/2013 la Corte ha ribadito che “il principio dell’equilibrio tendenziale del bilancio, già individuato da questa Corte come precetto dinamico della gestione finanziaria, consiste nella continua ricerca di un armonico e simmetrico bilanciamento tra risorse disponibili e spese necessarie per il perseguimento delle finalità pubbliche. (…) Il principio dell’equilibrio di bilancio, infatti, ha contenuti di natura sostanziale: esso non può essere limitato al pareggio formale della spesa e dell’entrata”. L’orientamento della Corte non sembra essere mutato neanche in seguito alla novella costituzionale del 2012, con particolare riferimento ai diritti sociali. Nella sentenza 275/2016 la Corte ha infatti stabilito che “è la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”.

[38] L’art. 81, comma 6, stabilisce che “il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei principi definiti con legge costituzionale”.  In virtù della particolare maggioranza richiesta, la legge 243/2012 attuativa di tale comma è detta per l’appunto rinforzata.

[39] Per un approfondimento sui metodi di calcolo del saldo strutturale dei bilancio si veda Andrea Boitani, Lucio Landi, “Regole europee: la lunga strada per uscire dalla stupidità”, in lavoce.info, 22/6/2014 (disponibile al seguente link: https://www.lavoce.info/archives/20661/regole-europee-bilancio-psc-output-gap/).

[40] Le partite finanziarie comprendono acquisizioni o cessioni di partecipazioni al capitale di società, concessioni o rimborsi di prestiti, aumenti o diminuzioni di depositi bancari.

[41]Con l’art. 11 l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. L’art. 117, comma 1, prevede invece  che “la potestà legislativa è esercitata dallo Stato nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”.

[42] Su questo punto si veda anche Daniela Mone, “La costituzionalizzazione del pareggio di bilancio ed il potenziale vulnus alla teoria dei controlimiti”, in Rivista AIC, n. 3/2014 (https://www.rivistaaic.it/images/rivista/pdf/3_2014_Mone.pdf).

[43] GIIPS è l’acronimo per indicare i cinque paesi dell’UE ritenuti economicamente più deboli: Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna. Questi sono spesso denotati con l’abbreviazione PIIGS, ritenuta da molti offensiva in quanto rimanda al vocabolo inglese “pigs” (maiali).

[44] Secondo i teorici di questo modello, sviluppato a partire dagli anni ’90 (soprattutto ad opera di economisti italiani come Francesco Giavazzi e Alberto Alesina), le aspettative giocano un ruolo importante. Infatti se i tagli della spesa pubblica sono sufficientemente ampi e persistenti, gli individui, che hanno aspettative razionali, li intenderanno come il segnale di un futuro abbassamento delle imposte. I consumatori si aspetteranno quindi in futuro un reddito più elevato e tenderanno ad aumentare i consumi correnti e futuri. Inoltre se si verifica un miglioramento dei conti pubblici (riduzione del disavanzo e del debito pubblico) i tassi di interesse si ridurranno e ciò stimolerà gli investimenti delle imprese e conseguentemente cresceranno reddito e occupazione. Infine le riforme strutturali, tramite la deflazione interna (riduzione dei salari) serviranno a far recuperare competitività al paese. Per una rassegna su queste teorie si vedano Carmelo Petraglia, Francesco Purificato, “Moneta unica e vincoli sovranazionali alle politiche fiscali nell’Eurozona alla prova della crisi”, in Rivista economica del Mezzogiorno, XXVII, 4, 2013, pp. 1065-1090; Sebastian Dellepiane Avellaneda, “The Political Power of Economic Ideas. The Case of ‘Expansionary Fiscal Contraction’ ”, in British Journal of Politics and International Relations, vol. 17, n. 3, 2014; Suzanne J. Konzelmann, “The political economics of austerity”, in Cambridge Journal of Economics, 38, 2014, pp. 701-41.

[45] Per un’analisi in questo senso si veda Luigi Campiglio, La teoria dell’austerità nel sistema economico europeo, Quaderno n. 77, febbraio 2016, Istituto di Politica economica, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano. Di segno contrario invece Alberto Alesina, Omar Barbiero, Carlo Favero, Francesco Giavazzi, Matteo Paradisi, The Effects of Fiscal Consolidations; Theory and Evidence, Working Paper, 2017. Il dibattito tra i sostenitori dell’austerità e i suoi detrattori è ancora molto acceso e non esistono evidenze empiriche certe. Gran parte della diatriba si è consumata sui valori del moltiplicatore, che misura gli effetti delle politiche di consolidamento fiscale sul reddito. Ad esempio un moltiplicatore uguale a 1,5 vorrebbe dire che un aggiustamento fiscale pari all’1% del PIL provocherebbe una riduzione dello stesso dell’1,5%. Secondo uno studio del FMI il moltiplicatore ha valori superiori a 1 per cui le politiche di austerità sono sicuramente dannose (Olivier Blanchard, Daniel Leigh, Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers, IMF Working Paper 13/1, IMF, Washington, 2013). Secondo altri lavori esso è invece inferiore all’unità per cui gli effetti dell’austerità sarebbero molto meno negativi (Lucyna Gornicka, Christophe Kamps, Gerrit Koester, Nadine Leiner-Killinger, Learning about fiscal multipliers during the European sovereign debt crisis: evidence from a quasi-natural experiment, ECB Working Paper Series, No. 2154, ECB, Frankfurt am Main, 2018).

[46] Luciano Gallino, Il colpo di stato di banche e governi, Einaudi, Torino, 2013.

[47] Sulla povertà in Germania si veda Der Paritätische Gesamtverband, Wer die Armen sind. Der Paritätische Armutsbericht 2018, Berlin, 2018 (il rapporto è scaricabile dal sito del Paritätische Gesamtverband al seguente link: https://www.der-paritaetische.de/fileadmin/user_upload/Schwerpunkte/Armutsbericht/doc/2018_armutsbericht.pdf). È interessante notare che tra coloro che rientrano nella categoria dei poveri, ben il 41% sono persone che hanno un lavoro a tempo pieno (i c.d. working poors), mentre il 25% sono pensionati.

CONTROSTORIA DELLO STIVALE CHE NEL 1940 NON FECE LA GUERRA

Un Destino che amava l’Italia, come Prometeo amò gli uomini contro gli Dei, dette il 10 giugno 1940 al sovrano sabaudo il supremo coraggio di far arrestare il Duce -o di avvelenarlo, come si faceva nel Rinascimento- tre anni prima che il 25 luglio 1943 (quando il re rischiò davvero, ma gli andò bene).
Ci volle ben più coraggio nel 1940 per abbattere il capo del Regime: le città non erano distrutte dai quadrimotori, tutte le battaglie non erano state perdute, la resa incondizionata non incombeva. Tant’è, fantastichiamo che le Parche figlie di Zeus avessero scritto nel Libro della Sorte cose diverse da quelle, luttuose, che conosciamo.

Almanacchiamo dunque che il Sabaudo abbia deposto, o avvelenato, un triennio prima il dittatore ammattito. Da quel momento l’Italia fascista, oltre a scampare all’immediata perdita dell’Impero dell’Africa orientale e degli altri possedimenti, non si è inflitta nel Mediterraneo l’impari scontro con la flotta britannica, allora ancora per un po’ prima al mondo. In più, forte della neutralità e del proprio ricco retaggio mercantile, si è messa a rifornire in tutto -armi, munizioni, finanza e moda comprese- sia il Terzo Reich col Sol Levante, sia la Gran Bretagna coll’ecumene plutocratico e col resto del pianeta. Il business complessivo è stato smisurato, senza confronto più vasto dell’Orbe commerciale di Augusto e dei Cesari suoi successori. Il business è stato ovviamente più colossale di quello che la Spagna prostrata dalla guerra fratricida riuscì a fare grazie al geniale rifiuto di Francisco Franco di ricambiare con Hitler l’aiuto ricevuto per vincere la Guerra civile. Il Caudillo fu ingrato col Führer, ma autenticamente misericordioso verso gli spagnoli.

Anche re Vittorio Emanuele II fu ingrato nel 1870 con Napoleone III: non accorse a soccorrere il Secondo Impero che gli aveva dato la ricca Lombardia e l’aureola del vincitore. Ma la guerra voluta dagli sventati megalomani parigini fu la più imbecille delle imprese, dunque i cortigiani e maggiorenti torinesi fecero benissimo a trattenere il Re Galantuomo dalla follia di marciare contro Bismarck e Moltke.

Deponendo (o uccidendo) il Duce che ha perso il senno, prima che si sognasse di annettere un po’ di Francia, di resuscitare il Mare Nostrum e di co-soggiogare l’Europa, il nipote del Padre della Patria ha trasformato lo Stivale in una gigantesca Svizzera o Svezia, nella maggiore di tutte le potenze neutrali del pianeta (all’epoca gli USA di Franklin e Eleanor Roosevelt non erano più davvero neutrali). L’Italia che il terzo Vittorio Emanuele ha salvato dalla sciagura ha profittato del titanico affare della neutralità per passare da regno ancora straccione a potenziale rivale in benessere dell’Inghilterra. Perchè no, degli USA, ai cui milioni di disoccupati del 1940 il glorioso ma sfortunato New Deal rooseveltiano ha dato poco più che un rancio caritatevole. Manco a dirlo, lo Stivale repentinamente ricco ha sviluppato in grande il proprio Mezzogiorno e le aree alpine e appenniniche, allora non molto più prospere del Sud cafone.

Eliminando il Duce impazzito, i nuovi governanti sabaudo-fascisti hanno aperto un ciclo nuovo, potenzialmente plurisecolare, del Regime monarco-littorio; un’età magari longeva come il Sol Levante, la cui dinastia vanta, in precedenza degli imperatori umani, varie generazioni di sovrani divini, tra i quali Amaterazu, dea del sole. Non è affatto detto che il ciclo sabaudo-fascista sarebbe stato precario o breve. Gli abitanti dello Stivale che nel 2019 declamano il loro invincibile antifascismo, parte integrale del DNA nazionale; gli ialiani capeggiati da due sindaci di Milano e da una frotta di innamorati della libertà (spiccano i persuasori dei grandi media, alcune canzonettiste democratiche e i diadochi di Roberto Benigni); tali italiani dicevamo si trovano oggi costretti dalla non-guerra del 1940 a continuare a indossare la camicia nera, col tempo illegiadrita dall’estro dei nostri stilisti. Del colore nero si è spontaneamente invaghita la moda, sommo vanto dello Stivale.

Il colpo di Stato 1940 di re Vittorio ha incatenato i duri dell’antifascismo, cominciando da Giuseppe Sala, Ezio Mauro e Francesco Merlo, nonché da molti altri pennivendoli dei media, a restare quasi forever sottomessi al regime fondato dal Predappiese. Sottomessi perché il Regime, pur privato di Benito Mussolini, gode oggi di un consenso persino maggiore che al tempo della conquista dell’Etiopia. La neutralità non ha fatto ricchissimo lo Stivale coi suoi non infimi possedimenti? Non si sono risparmiati il sangue e i beni di tanti? Non sono cospicue le possibilità di lavoro e di business nelle colonie libica, etiopica, eritrea e somala, oltre che nel Dodecanneso, quest’ultimo acquisito per buona misura dalla impresa libica del grande Giolitti? E soprattutto, forse che il non stupido uomo della strada dalle Alpi al Lilibeo non intuisce quanto sgradevoli sarebbero state le due o tre repubbliche della demoplutocrazia partitica fondata dai mitra partigiani, però molto benvista dai grandi patrimonii?

Insomma, facendo fuori in anticipo Benito Mussolini il terzo re Vittorio, imperatore di Etiopia eccetera, non solo ha conservato le corone per sé e per i suoi discendenti, ma si è fatto perdonare la sua parte del nefando crimine del 1915. Quell’anno il consorte di Elena del Montenegro, sobillato da Gabriele d’Annunzio ma, ben peggio, dai due guerrafondai di provincia Salandra e Sonnino, si macchiò della delittuosa guerra “per coronare il Risorgimento”. Un secolo dopo quella sciagurata “vittoria” gli altoparlanti degli stadi muggiscono ancora ‘Marcia Reale’ e ‘Giovinezza’. Ma almeno gli italiani si salvano da ‘Bella ciao’.

A.M.Calderazzi

LE MASCHERE DELLA COMMEDIA DELL’ARTE ELEVATE A GIORNALISTI DEMOCRATICI

Il 25 Aprile festa grande in casa di Antonio Lotito, il più grande Pulcinella di tutti i tempi. Risorto dal suo loculo (morì nel 1876) Lotito ha invitato a pranzo le quattro maggiori maschere di essa Commedia: Pantalone, Arlecchino, Brisighella e l’irraggiungibile Policinella.
Cosa festeggiano i Quattro e il padrone di casa?
Festeggiano il momento quando, settantaquattro anni fa, la professione di maschera comica, per secoli spregiata come produttrice di sole risate, sghignazzi, cachinni, farse atellane e fescennini, fu equiparata dal CLN vincitore a quella dei giornalisti e degli intellettuali democratici. L’equiparazione convenne anche a questi ultimi: mentre molti avevano e hanno bassa opinione del mestiere pennivendolo, chi dubita della rispettabilità di quello della Commedia dell’Arte?

Dunque quel giorno di primavera, annunciatore di libertà demoplutocratica e generatore di diritti ai diversi, la corporazione dei pagliacci fu innalzata ad alto sacerdozio laico, impegnato a fianco dei giornalisti e dei personaggi del cinema per riscattare lo Stivale dalle vergogne del Ventennio; per fondare la Repubblica delle virtù.

Prima di quel giorno d’aprile i giornalisti ora convertiti alla libertà avevano fatto cose di cui arrossire: avevano imitato i Pantaloni, gli Arlecchini, i Brisighella, i Pulcinella nel loro quotidiano entusiasmo per Mussolini. Praticando ruoli e regole del teatro di popolo, le Maschere avevano incarnato i sentimenti della nazione, quasi tutta fascista tra il 1922 e il 10 giugno 1940, quando la lue mentale di Mussolini, signore dei cuori italiani, si manifestò nella dichiarazione di guerra a Francia e Regno Unito.
Il fondatore del fascismo e dell’Impero cessò d’essere idolatrato dagli italiani, in particolare da quelli che scrivevano. Uno di questi ultimi, Giorgio Bocca, contribuirà col suo mitra, assieme alla Brigata Ebraica, a scacciare Kesselring dal suolo italiano, da millenni perpetuamente assetato di libertà e di diritti ai diversi.

Il 25 Aprile di allora gli innumerevoli Pulcinella assursero alla dignità di cantori della Resistenza: quella che, oltre ad abbattere il Reich, mondò lo Stivale dai suoi mali millenari e lo consegnò vergine agli idealisti senza macchia che gestirono le prime due Repubbliche cleptocratiche. Nell’intimità del banchetto in casa Lotito, i personaggi che grandeggiarono sulle scene e nelle piazze hanno dialogato distesamente come nei convivi etruschi. Sono stati anche autocritici, e hanno gareggiato in onestà intellettuale.

Pantalone, maschera focalizzata sulla saggezza dei vecchi, esortò a ricordare anche i delitti della Resistenza: “Ci furono troppi assassinii di fascisti e loro parenti; ma soprattutto ci furono varie vergognose via Rasella.

Riconosciamo che con le loro azioni pseudo-militari (il valore militare della Resistenza fu basso) i partigiani fecero morire ben più italiani che tedeschi. Arlecchino, pur non lesinando inchini e salamelecchi ai nuovi padroni dell’antifascismo, conferma: “I partigiani vollero le rappresaglie tedesche”. Brisighella dice pensoso: “Chi potrebbe negare la realtà dell’entusiasmo littorio dello Stivale tra il 1922 e il 1940?”.

Forte d’essere lo storico dominatore della Commedia dell’Arte, Pulcinella non esita a suggerire ai buffoni suoi colleghi di prendere le distanze dal Pensiero Unico di oggi: “Gli italiani figurano quasi tutti devoti e fermi democratici, ma se comparirà un uomo forte, un generale capace senza sparare di chiudere il Parlamento, il Quirinale e la Corte Costituzionale, noi Maschere, i giornalisti e il grosso degli italiani approveremo.
I 25 Aprile saranno soppiantati dalle festose celebrazioni del Putsch.
Noi Pulcinella, così come i giornalisti, non ci metteremo contro il consenso nazionale”. Però l’umile Brisighella dissente: “L’Italia democratica non si farà travolgere così facilmente. Ha vinto troppe vittorie, ha conseguito troppi diritti, ha persino inventato diritti che non andavano concepiti.

Oggi gli invertiti sono coccolati e si sposano tra maschi o tra femmine. Lesbiche e ricchioni indossano brillanti divise di trasvolatori atlantici e di addetti navali. Quale golpista fascista può promettere cose così grandi?”
Il banchetto delle Maschere si conclude con un riverente indirizzo al Badante della Repubblica, quell’Inquilino del Quirinale che è difensore di ogni virtù progredita, amato dalle scolaresche in visita come dalle Guardie Rosse marxiste, come dalle consorti degli amministratori delegati, come infine dai commodori di sinistra che introdussero nella Marina le nozze tra sommozzatrici innamorate.

La Commedia dell’Arte vigilerà perché The Spirit of April 25th viga x sempre!

Porfirio

NIENTE CAMBIERA’ SENZA LA DUREZZA DI DRACONE

Un anno fa un pezzo di Internauta si intitolava “Cambiare non basta. Passare alle demolizioni”.
Di fatto il cambiamento è stato accennato qua e là, ma i risultati sono irrisori. Al momento sono stati estromessi dal potere oligarchi e gerarchi del Settantaquattrennio. Però i nuovi detentori sono impotenti, bloccati nella loro avanzata dalle mura inviolabili della Costituzione, una vendicativa manomorta che serra tutto quanto afferrò.
La Costituzione è una rocca formidabile a difesa dell’immobilità.

Le opere che il cambiamento esigerebbe sono tutte vietate dalla Carta costituzionale, dai suoi tribunali e dai liberti (idealmente ex schiavi del Ventennio) che signoreggiano nei grandi media coi loro editoriali faziosi. Per esempio, occorrerebbe tagliare i costi improduttivi della collettività al decuplo di quanto è immaginabile a termini di Costituzione.
Andrebbero aboliti tutti i “diritti acquisiti” al di sopra di livelli modesti, i livelli della borghesia minuta; i diritti acquisiti, tipo le pensioni delle vedove degli ammiragli, degli alti burocrati e, perché no, dei magistratide, che imperversano blindati dalla Costituzione, e svenano gli erari. A dette vedove, redditi di cittadinanza.

Andrebbero respinti gli andazzi millenari in materia del cosiddetto “prestigio delle Istituzioni”. Andrebbe ripudiata la conformità agli usi tradizionali della diplomazia, quali lo scambiare ricevimenti mondani tra ambasciate, presuntuose e inutili. Anzi andrebbero chiuse tante, quasi tutte, le ambasciate. Hanno senso oggi, all’interno dell’ Unione Europea?
E abbiamo abbastanza nemici sul pianeta da dover mantenere Forze Armate? Tra l’altro la Patria dovrebbe perdere per sempre il diritto di chiamare a combattere in guerra; e il mestiere volontario delle armi andrebbe scoraggiato, e tra le donne vietato.
Comunque non merita protezione una malarepubblica fondata dai mitra partigiani ma gestita alla monarchica, cioè soprattutto nell’interesse dei privilegiati. Le istituzioni e le regole del gioco dovrebbero cambiare tutte.

Sembra certo che il nostro Debito diverrà schiacciante, ma non si pensa a rimedi che non aggravino le tasse dei più. L’alternativa, ovvia e giusta, sarebbe che vendessimo tutto quel superfluo che il mercato internazionale accettasse di comprare, dalle partecipazioni pubbliche alle opere d’arte e ai palazzi dello sfarzo.
La collettività sopporta per esempio i costi di centinaia di immobili di prestigio: dovrebbe liberarsene, traslocando istituzioni, dicasteri, presidenze cominciando dalla più “alta” di tutte, in edifici senza vanagloria, semplicemente funzionali e all’occorrenza in periferia.
Trasformati in poli museali e perchè no in grandi alberghi o in B&B smisurati, il Quirinale e molte dozzine di iperpalazzi darebbero di che ridurre in fretta l’indebitamento.

Ma occorrerebbe una volontà e una razionalità cui la Repubblica demoplutocratica non è all’altezza. Essa figura ancora sinistrista, ma ha istinti pressocché monarchici. In più soffre della stessa paralisi delle decisioni forti che colpisce tutte le democrazie rappresentative.
Finchè non creeremo qualcosa di diverso dalla democrazia rappresentativa, le svolte vere le faranno solo i colpi di stato. La legalità è troppo dalla parte della conservazione. Le realtà negative, cominciando dalla Costituzione, vanno eliminate con la scure dell’arconte Dracone, il primo e il più energico dei legislatori di Atene.

A.M.Calderazzi

QUALCHE (SCANDALOSO) RIMPIANTO PER LA DDR – NON FU SOLO MURO E VOPO (Volkspolizei)

Nel 1967 e 1968 viaggiai per alcuni giorni nella Germania Est, e vidi cose che si impressero. Cose che per una volta impongono si dica una parola buona su quella che fu la parte di Reich soggiogata dall’Armata Rossa, poi governata in ultima istanza dai diadochi di Stalin (uno non molto meglio di Hitler).

La DDR (Deutsche Demokratische Republik) non poteva che durare poco.
Si coprì di difetti e di colpe, compresa la morte per i mitra delle guardie di frontiera est-tedesche di alcuni cittadini insensibili alla douceur de vivre nell’ordine sovietico. Si coprì di colpe, dicevamo. Eppure fu una parentesi di protezione dalle malefatte dell’ipercapitalismo. Avrebbe trionfato la Germania voluta da Adenauer e dalla Nato, com’era logico.
Ma non era un paradiso in terra, non una patria angelicata.

La DDR fu il tentativo di costruire una società in qualche misura livellata. Fu una sortita per provare a rompere l’assedio del liberalismo estremo. Visitando Leuna, allora il più gigantesco complesso industriale della DDR, feci molte domande di dettaglio a un non elevato funzionario di direzione. Le risposte furono un misto di sufficienza e di scoperta rassegnazione. Appresi che se lo stipendio di un operaio semplice era di 500 marchi al mese, quello del direttore generale era di 7.000 marchi: “Poi è stato nominato ministro e il suo successore prende 5.000 marchi.
Però le direttive sarebbero per 3.000 marchi, e appena possibile ci arriveremo”. Quale il motivo di queste riduzioni: demeriti, rivalutazione della moneta, svilimento dei compiti del direttore generale? No. “Costruito il Muro a Berlino, spiegò il sottomanager, sono venute meno le ragioni competitive per tenere piuttosto alte le retribuzioni dei tecnici molto qualificati, e più in generale di quanti potevano essere attratti a fuggire nella Bundesrepublik”.

Un ragionamento da regime poliziesco, senza dubbio: c’è il Muro, non si passa là dove si è coperti d’oro. Ma oggi, cinquantadue anni da quelle domande al manager allineato, sappiamo molto bene il prezzo delle libertà garantite dalle demoplutocrazie: le distanze tra i ceti sono astrali, che continuano ad allargarsi. Persino i sommi bonzi del liberismo riconoscono che i nostri divari sociali sono indifendibili, spregevoli diciamo noi.
A Leuna la paga di un operaio qualificato ed esperto si avvicinava a mille marchi. Con la stessa anzianità un ingegnere laureato prendeva duemila, più compensazioni non monetarie (che ai livelli di vertice potevano essere alquanto vistose). Dunque il rapporto tra gli umili e i capi era infinitamente più giusto, più umano, di quello imperante nel “mondo libero” (la cui libertà stava a cuore solo agli intellettuali).

In Occidente i percettori di alti redditi godono in più dei proletari dei vantaggi degli investimenti, dei matrimoni di interesse, di relazioni utili alla carriera, di altre felicità elitarie.

Nel taglio delle sovraretribuzioni dei manager nella massima industria della Germania comunista c’era un’affermazione di valori umani che il sistema del mercato non concepiva. Quando si parli di illibertà e di altri dolori del regime di Ulbricht sarebbe giusto non sorvolare sulle buste-paga al vertice della chimica est-germanica: semplici cose, però maestose come piramidi. Tante colpe nel comunismo reale e in tutti i partiti del movimento, culminate nel suicidio generale per cieco conservatorismo settario; ma anche molte lezioni all’egoismo dei ceti privilegiati che ci opprimono, feudatari del nostro tempo.

Mezzo secolo fa la Germania orientale si sforzava, non senza successo, perché le famiglie non pagassero per la casa oltre il decimo delle entrate del capofamiglia. Da molti altri conseguimenti come questo non si può, non si deve, prescindere nel ragionare sui sistemi politici.
Nella DDR la possibilità per i bassi redditi di portare i figli alla laurea era effettiva. Per esempio la cinquantina di marchi in più corrisposti ogni mese per ogni figlio scolaro medio superiore aiutava a resistere alla tentazione di chiudere la fase scolastica. E i 200 marchi mensili passati agli studenti universitari o assimilati non erano pochi nel paese in cui parecchie mense sussidiate davano pasti ragionevoli per 1 marco, i libri si prendevano in prestito e i teatri erano affollati di gente ‘del popolo’.
Era un segno eccellente che nei foyers le dattilografe in abitini a buon mercato si cambiassero le scarpe poggiandosi agli stucchi dorati delle sale settecentesche dove ascoltavano Mahler; infilavano negli zainetti le calzature feriali. Il Mahler delle impiegatine era una lezione severa per noi, che alle impiegatine assegnamo al meglio Sanremo.
La DDR aveva elevato le menti delle figlie degli operai, avvicinandole ai livelli della bella gente dai modi sapienti e dalla coscienza cariata.

Beati i popoli che non la danno vinta alla bella gente che non cambia le scarpe nei foyers ma tiene gli inferiori nell’ignoranza. Nelle fattorie collettive dalle parti di Naumburg vidi garzoni e studenti che in tuta da lavoro imparavano a montare a cavallo in maneggi che erano tettoie per la paglia. I loro genitori potevano fare le ferie balneari a Cuba.

Tante altre cose andrebbero dette sul tentativo di socialismo che fu avviato dagli stolidi burocrati di Berlino Est. Il loro paternalismo kossighinista era certo angusto, però non immemore degli impeti dello spartachismo e delle celle della Gestapo. I conati di socialismo delle cose piccole e vere era nei bonifici dimezzati ai grandi capi, nelle impiegatine che si facevano belle nei teatri, nei maneggi ricavati nei capannoni del fieno. Nella DDR difettava la libertà, e l’economia non era competitiva, mancando il turbocapitalismo. Però la sua società, prevalentemente industriale, non ignorava in tutto gli aneliti umanistici.

Io, che pure sapevo fino a che punto la libertà è un’impalcatura fittizia e persino un bene non prioritario, andai nella Germania Est rassegnato a trovare il buio dell’ultimo stalinismo, a trovare un paese pattugliato dai Vopo e dai commissari politici in pastrano di pelle. Mi aspettavo una società prostrata dagli stenti, dilaniata dall’invidia verso l’opulenza dell’Ovest delle Mercedes. Consideravo con mestizia la condizione del povero cittadino di Magdeburgo, del depresso chimico di Halle, del contadino di Cottbus: tutti impegnati a nascondere pensieri di libertà ai poliziotti e ai commissari di rione. Tuttavia constatai pure che la maggior parte dei tedeschi dell’Est, esattamente come i tedeschi dell’Ovest, erano attenti alle circostanze economiche, non a quelle politiche: dunque non alla democrazia rappresentativa.

La DDR tentava di costruire il socialismo, non poteva arricchire la gente. Se Parigi valeva bene una Messa, la relativa uguaglianza delle condizioni valeva la perdita della democrazia liberale. Non è la sede per altre considerazioni sui contenuti effettivi della democrazia.
La nostra arte è libera, ma i suoi prodotti li consumano quasi solo le élites. La nostra cultura è libera, ma utilizza la libertà per vendersi all’industria culturale e al mercato pubblicitario. Le nostre elezioni sono libere, ma ci teniamo un assetto sociale ingiusto e delle istituzioni irrilevanti, meritevoli della ruspa. Al mattino possiamo comprare sette giornali diversi, una soddisfazione che interessa a pochissimi fissati. Il tentativo socialista non poteva non esigere una disciplina scomoda, scomoda anche per le maggioranze che beneficiavano dei risultati.

Il visitatore della Germania orientale constatava inoltre che il regime faceva il possibile per non antagonizzare o traumatizzare la gente con troppe alterazioni al volto tradizionale delle cose. Non sentiva il bisogno di cambiare faccia a tutto. Le grandi aquile Hohenzollern le cui ali di ferro o di ghisa facevano sotto Ulbricht da parapetti ai ponti sulla Sprea, attorno al Pergamonmuseum, simboleggiavano la prudenza dei gerarchi comuninisti, alcuni dei quali avevano conosciuto i carceri guglielmini prima dei lager di Himmler. La DDR aveva persino rinunciato a simboli comunisti come la falce e la stella rossa. Al martello aveva aggiunto un compasso incoronato di spighe di grano. Il comunismo tedesco, pur non ignorando le atroci lotte del passato, dove poteva dimenticava, o aggirava le posizioni. Quando facciamo i difficili sugli aspetti di regime che imperversavano oltrecortina, dovremmo ricordare che non arriveremo mai a liberarci del nostro vituperevole ipercapitalismo. Se mai riuscissimo, probabilmente copriremmo anche noi i muri delle fabbriche di inni alla nostra conquista. Lo faceva la DDR, con prudenza.

Un elemento della realtà est-tedesca che colpiva per la sua oggettività anche il visitatore maldisposto: le chiese. Era impressionante la generosità, veniva da dire la pietà, con cui le chiese storiche erano state restaurate dai marchi comunisti. Monumenti, si dirà; patrimonio di una nazione colta e fiera delle sue tradizioni; da queste parti Lutero aveva rifondato il cristianesimo. Vero: ma il regime avrebbe potuto trascurare le chiese per concedere più consumi al suo popolo.

I teatri e le sale da concerto mi apparvero specialmente guadagnati all’uomo. Le loro porte erano state aperte quasi gratis alla gente che un tempo si chiamava “di modesta condizione” ed essa, che in Germania è da sempre più colta che altrove, accorreva; i prezzi erano popolari.
Veniva alla prosa, veniva ai concerti di livello vestita di panni decorosi, seria, piena di garbo, come a ricevere l’investitura della nuova dignità conferita da un sistema orientato all’uguaglianza. Oh, la gioia di quei palchetti, platee e ridotti affollati di impiegatine, di mogli e figli di vigili e di capistazione. Da noi la lower class è stregata dalla Tv e dal calcio, i nostri teatri e auditorium sono riserve della mondanità, in un curioso blend di fauna intellettuale, di mogli e vedove benestanti e di tizi che si immaginano sofisticati perché orecchiano Ionesco e parteggiano a chiacchiere per le avanguardie, così rifacendosi del tanfo del denaro.

Nei teatri e negli auditorium di Lipsia come di Naumburg avvertii la forza morale, il rigore, la tensione ideale ignorate dalle nostre temperie incarognite, schiacciate dallo snobismo, dal classismo, dalle lebbre dell’anima. Da noi vinceva e sempre più vince la disgustosa etica delle prime della Scala, fatte nauseabonde dagli abiti costosi e dalla vanità. Confesso: rinuncerei alle libertà all’occidentale pur di vedere la Scala bonificata dal pubblico che conosciamo.
Cose del genere accaddero nella DDR.

Antonio Massimo Calderazzi

MORBO RADICAL CHIC: OGGI PIU’ INGUARIBILE DI QUANDO A PARK AVE. LO STUDIO’ TOM WOLFE

E' abitudine della pratica medica di indicare questa o quella patologia col cognome dello scienziato che la scoprì o approfondì (p.es: "un caso di Alzheimer"). Non è andata così per Tom Wolfe, uno tra gli scrittori statunitensi più famosi. Egli è sì riconosciuto come il fortunato definitore del bugiardo sinistrismo alto-borghese: però la seria malattia che studiò non ha preso il suo nome. Nessuno ha mai chiamato "un caso di Wolfe" il morbo che p.es. da non molto ha colpito Giuseppe Sala, sindaco di Milano e terrore del fascismo. 

Ma non era giusto che i cognomi di benemeriti della scienza fossero fatti turpi dalle malattie su cui si erano impegnati, purtroppo né debellandole né attenuandole. Quando Tom Wolfe morì, nel maggio 2018, i necrologisti ricordarono, a titolo di gloria, il libello "Radical Chic & Mau-Mauing the Flak Catchers" che gli editori newyorkesi Farrar, Straus and Giroux pubblicarono nel 1970. Mezzo secolo fa Wolfe derideva in particolare quella schiera di percettori di molti dollari che nelle loro principesche sale di Park Ave. procombevano in dure battaglie dalla parte degli ultimi.
'Ultimi' peraltro né sottomessi né inermi.

Lo storico scritto di Wolfe esordiva col folto ricevimento dato da Leonard Bernstein (West Side Story) e dalla consorte Felicia Montealegre per raccogliere fondi a favore delle Pantere Nere. La causa dei neri statunitensi era già abbastanza lanciata se, anni dopo, la nazione allora egemone del cosmo non trovò un presidente bianco al posto del semikeniota Barack Obama, fiorito a Honolulu; e, se oggi, quella nazione non avverte il ridicolo di attribuire alla signora Michelle Obama il pensiero di poter asserire meglio di Hillary Clinton i diritti sulla Casa Bianca delle consorti presidenziali, grondanti meritocrazia.

Esilarante com'era la cronaca di Wolfe del party fondativo del radicalismo chic planetario, in Italia non fece abbastanza scalpore.
Come avrebbe potuto, in un paese avvezzo da millenni ai 'mores' disinvolti della bella gente?
In compenso, quando lo scettro del 'Corriere della Sera' passò all'ereditiera Giulia Maria Crespi, il parteggiare di non pochi milanesi ricchi per i lumpenproletari, o quanto meno per i partiti beneficati delle vittorie partigiane, si erse minaccioso.

Indro Montanelli pagò per primo, estromesso dall'augusto quotidiano.
Altri alto-benestanti fecero molto più della Crespi: finanziarono la nascita di 'Repubblica', oggi sommo usbergo del sinistrismo di gamma (nei fatti indistinguibile dal destrismo). Gli editoriali della galassia di testate di Carlo De Benedetti gridano all'unisono che il fatturato forte ha il cuore a sinistra, dunque parteggia a parole per i diseredati di tutti i continenti.

La Park Ave. di Tom Wolfe aveva un debole, oltre che per le Pantere Nere, per i raccoglitori latini dell'uva californiana. Persino per gli immigrati dalle isole Samoa, descritti da Wolfe con ventri e polpacci smisurati.
Chi potrebbe negare l'empito giustizialista degli epigoni di donna Giulia Maria? Tom Wolfe ha schernito per sempre il fatuo engagement di tutte le varianti indoeuropee del sansculottismo ad alto reddito: Esquerda Esquisita, o Festiva; Champagne/Caviar/Chardonnay Socialism; et cet.
In tedesco troviamo non solo Salonbolschevismus, ma persino Toskana Fraktion. Qui il riferimento è alla propensione dei meglio intellettuali germanici -quelli ben pubblicati- per i cipressi, le colline e i capalbi della terra di Dante e Roberto Benigni: cantore l'Alighieri del guelfismo un po' ghibellino, il secondo della Costituzione partitocratica, placenta o utero della peggiore politica d'Occidente.

La fissazione più recente del Salonbolschewismus nazionale è lo jus soli: come se lo Stivale non fosse troppo sovrapopolato per necessitare di africane o sudamericane a gestazione avanzata.
Ma bisogna ammettere che Tom Wolfe aveva scelto bersagli migliori di Giulia Maria e di Ezio Mauro per i suoi lazzi irriverenti ma sofisticati: i miliardari di Manhattan che singhiozzavano per i mestizos raccoglitori d'uva californiana.

A.M.Calderazzi

BALLATA TEDESCA DELLA GUERRA E DELLA PACE

L’opposizione della satira colta ai valori dell’età guglielmina, poi alle ipocrisie di Weimar, a Hitler, ora all’era demoplutocratica, è tra le gesta che la Germania moderna può vantare. I grandi cantori di questa sardonica saga tedesca restano Brecht e Grosz, ma molti sono gli altri bardi.
Per impegno morale gli uomini (e qualche donna) che in Germania hanno combattuto col disegno politico e con ogni tipo di satira non sono secondi a nessuno: da Otto Dix e da A.P. Weber agli artisti e agli intellettuali operanti nelle riviste storiche (in testa ‘Simplicissimus’ e ‘Eulenspiegel’).
Attraverso una breve ricostruzione della battaglia civile della satira germanica, si vuole mettere in risalto la forza e la passione di un volto meno noto della coscienza tedesca.
Riassumiamo qui il testo introduttivo del libro del 1965 “Ballata tedesca della guerra e della pace”, autore A.M. Calderazzi, Leonardo da Vinci editrice, Bari.

E’ dai fermenti del naturalismo e dell’espressionismo, dal travaglio dell’età di Weimar e dalla tragedia del hitlerismo che alla satira politica germanica discendono i suoi caratteri: la forza invincibile; la sensibilità non estetizzante ma popolaresca (e peraltro il suo rifiutare i miti che ingannano i popoli); l’affrontare gli aspetti più neri della condizione dell’uomo e del tedesco; la rinuncia allo humour distaccato; la capacità di non disgiungere dallo scherno le passioni e le idee. Pure allorché è meno distaccata, la satira germanica è sempre fatta di passioni e di idee, carnosa, rivolta piuttosto alle grandi realtà e ai sentimenti profondi che ai freddi o cinici giochi d’intelligenza. Anche il cinismo, quando c’è, è intriso di amore: come in un didascalico pensiero di Brecht sulla bontà: “L’uomo è buono, il vitello è saporito “: un po’ il motto di questa ‘Ballata tedesca’.

I giovani non sono i soli tedeschi che non hanno imparato abbastanza da una tragedia durata sui fronti di guerra dal 1914 al 1945, ma nelle menti e nei cuori ancora dura. Certo, i giovani sono la delusione più grave, coloro che con la coscienza vergine dovrebbero odiare maggiormente le cose che i loro padri e nonni non seppero odiare. Alcuni milioni di proletari spartachisti, di combattenti riformisti, di accesi sindacalisti, di militi delle avanguardie che precorsero l’antifascismo, lottarono da eroi, fino all’ultimo, col nome di Hitler nei cuori. Perché, come i milioni che lottarono nei ranghi nemici, non seppero rifiutare le guerre e le patrie. I capi guerrafondai britannici, francesi, americani o sovietici non furono meno macellai di popoli dei campioni del militarismo germanico e del miserabile militarismo dei paesi satelliti del III Reich. Se in Germania si è potuto parlare di un ‘tradimento dei giovani’, ancora di più tradirono i grandi settori del fronte antimilitarista: la leadership riformista, il proletariato industriale, la borghesia progressista, gli intellettuali. Gli stessi grandi settori che tradirono in ogni altro paese che non si negò alla guerra.
Il patriottismo è una schiavitù planetaria, una sciagura dell’umanità intera. Finché il genere umano non si rivolterà contro le patrie, quando le patrie ingiungono di uccidere e di farsi uccidere, le guerre continueranno, e le loro giustificazioni resteranno sempre abiette.

Carl Sternheim (1878-1942) scrisse una trilogia antiborghese (le tre commedie, o piuttosto drammi, ‘Le Mutande’, ‘Lo Snob’, ‘1913’), e poi altri lavori di teatro nei quali sono i dettami di una grammatica e di un’estetica dell’utilizzazione a fini sociali dell’umorismo crudo e violento. E’ appunto in questo ambito che si trovano gli spunti più validi della satira politica tedesca. Si prenda Maske, uno dei personaggi più veri di Sternheim.
Figlio dell’impiegato Teobaldo Maske, la cui moglie Luisa era stata protagonista, col suo allegorico indumento, della prima commedia della trilogia (Le Mutande). Maske junior corona l’opera del suo arrivismo quando sposa un’aristocratica e, per apparire perfetto agli occhi della sua preziosa consorte, afferma appena pervenuto al letto nuziale d’essere nato da un adulterio di sua madre (morta) con un nobile.
L’adulterio era inventato. Questo tipo di borghese pronto a tutto, anche ad insozzare la memoria della madre, pur di diventare, come diventa, capitano d’industria, sembra uscito dalle pagine di ‘Simplicissimus’.
Un altro spunto dell’attualità di Sternheim: la satira di questo maestro dello scherno si rivolse anche alla retorica, ai maneggi e ai compromessi del partito socialdemocratico del suo tempo, già corrotto o svirilizzato dal riformismo e dall’accettazione del paternalismo.

Dopo Sternheim e dopo altre figure di transizione esplose la Grande Guerra e in quell’atroce tragedia si levò il canto alto e doloroso dell’Espressionismo, che fu conquista spirituale anche perchè fu moto di orrore di fronte al conflitto, presa di coscienza della fraternità degli uomini che si uccidevano, visione degli sconvolgimenti e degli orrori futuri. La guerra era la crudele conferma delle verità e degli assurdi che la satira letteraria, teatrale e giornalistica aveva detto profeticamente con le parole e le immagini grafiche.
L’Espressionismo, che aveva innalzato la bandiera del rifiuto e del superamento della realtà -quanto meno della realtà dei positivisti- si dimostrava, così, inserito nel vivo e nel profondo della realtà, attuale, verissimo. Liberando gli slanci veementi e visionari, acuendo l’istinto e la sensibilità, esaltando ogni forma spirituale idonea a valorizzare le conquiste fantastiche, l’Espressionismo non poteva non allargare le prospettive e il materiale a disposizione dei disegnatori satirici colti.

E che l’Espressionismo potesse fornire nuovi mezzi a uomini le cui armi erano le immagini grafiche, che potesse essere loro congeniale, lo diceva l’origine stessa della parola Espressionismo, che era un’origine pittorica: era il titolo di un gruppo di quadri esposti a Parigi nel 1901, al Salone degli Indipendenti, dal pittore J.A.Hervé. E infatti l’Espressionismo divenne un po’, in tutta Europa, un importante momento della storia della pittura e delle altre arti figurative; ebbe cioè ancora più fortuna che nella letteratura, dove si impose solo in Germania. Poco più tardi doveva arrivare il grande momento del cinema espressionista tedesco.

Molti fra gli spunti più autentici e accesi dei disegni politici tedeschi rivelano una componente espressionistica; cioè l’ispirazione di tante immagini di contenuto politico, sociale e morale è nell’intensa stagione dell’Espressionismo. Da essa derivano a quei disegni, litografie, ecc. le caratteristiche che li distinguono dai prodotti della satira grafica e dell’umorismo politico stranieri, dai cartoon anglo-americani ai disegni, spesso di perfetta intelligenza, fatti in Francia, in Italia e altrove.

E’ dal travaglio culturale della Germania della Grande Guerra e di Weimar -travaglio che continua, sia pure contrastandolo, quello del naturalismo o almeno degli spunti dinamici di quest’ultimo – che discendono ai disegni tedeschi il loro carattere drammatico, la loro forza, quel loro affrontare gli aspetti più ingrati della condizione dell’uomo e del tedesco, quella loro rinuncia al sorriso e allo humour distaccato (spesso fatuo) quali obiettivi unici della satira. La satira di questa particolare tradizione germanica è sempre battaglia e scontro di idee, anche quando è meno aggrottata, anche quando non investe frontalmente i grandi problemi; ed è particolarmente intensa quando tratta del destino, della guerra, della fame, della morte.

La morte è spesso presente nelle vicende, nelle fantasie e nelle opere d’arte nordiche; la temperie del settentrione è ancora per molti aspetti medievale, e nel Medio Evo si pensava alla morte più che nel nostro tempo. Per molti uomini la vita stessa era veramente preparazione alla morte, perché solo con la morte cominciava la vita. Ma non è quest’ultima morte, la morte di colui che crede, che è spesso evocata dalla satira d’arte germanica; é invece la nera avversaria dell’ultima partita a scacchi, è la nemica inesorabile che spegne le creature intorno a sé. Come nelle danze macabre dipinte nelle chiese e negli ossari riddano tutti i tipi umani della società medievale – scheletri con la corona di re, scheletri con la mitra di vescovo, scheletri coi brandelli dei panni sontuosi di cui si vestivano i banchieri e i ricchi mercanti, scheletri con le armature dei guerrieri, scheletri di giullari e di folli, di miserabili servi e di mendicanti – così nella fosca satira tedesca compaiono i poveri uomini-numero e, assieme, quasi sempre in una luce sinistra, i potenti che decidono il destino delle nazioni, che stregano i popoli per portarli alla sciagura e al dolore; sono i guerrieri, i generali, i governanti. i demagoghi, i mercanti di cannoni.

I secoli della satira letteraria germanica

Dicevamo di un’ispirazione culturale, soprattutto naturalista ed espressionista, del moderno disegno satirico in Germania. Meglio ancora bisognerebbe parlare di una nativa sensibilità dei disegnatori influenzata dalla cultura tedesca postbismarckiana (la quale poi, pur nei suoi aspri contrasti, è un po’ come se fosse un nuovo Sturm und Drang, un nuovo Romanticismo, un ritorno alla temperie di prima della rivoluzione industriale e anzi prima del razionalismo e del nuovo umanesimo).
Una sensibilità nativa la quale interpreta e riprende motivi, temi e modi che derivano da un patrimonio nazionale antico di secoli. I disegni del “Simplicissimus” , quelli più significativi in quanto più tedeschi, sono come sono perché prima di loro c’è stata nella cultura germanica una ricca vena satirica, a volte popolaresca, a volte letterata, e più spesso l’una e l’altra; c’è stata anzi quella che suol chiamarsi la letteratura popolare.

C’è stata la tradizione di Eulenspiegel e di Hans Sachs, di Fischart e di Moscherosch, di Grimmelshausen e anche di Heine, di Hascek – che non è tedesco, ma il cui soldato Schweyk ci rammenta che la sua patria boema fu parte del Sacro Romano Impero fin dalle origini – e di Bertolt Brecht.
C’è un’innegabile continuità in questa successione di letterati, cantastorie e poeti i quali anche alla satira affidarono il loro messaggio. Lo Schweyk di Hascek e di Brecht è un po’ anche il Simplicius Simplicissimus di Grimmelshausen ed è anche Till Eulenspiegel. E’ pure, perché no, quel calzolaio Voigt che sotto Guglielmo II si inventò capitano dell’esercito, si fece prendere sul serio dalle autorità e dai cittadini di Koepenick nel Brandeburgo e così ebbe la soddisfazione di mandare ad effetto una beffa storica, a memorabile scorno dei generali, dei pezzi grossi e di un pubblico pecorone. Il calzolaio Voigt arrivò a ordinare l’arresto del borgomastro “per avere rubato il denaro del popolo”.

Forse questi personaggi, prima d’essere creazioni letterarie e figure dell’arte, sono un po’ maschere nazionali ed espressione della peculare ironia dei tedeschi, così poco humour, non propriamente sottile e però tanto carnosa, irruenta e robusta, tanto rivolta alle grandi realtà e ai profondi sentimenti della vita più che ai giochi d’intelligenza e agli estetismi. L’ironia tedesca non è aristocratica e sottile come quelle di Francia e di Inghilterra, bensì plebea; però in essa è una forte componente ideologica e morale. E al popolano, Simplicius come Schweyk, ingenuo, bislacco e nel fondo acuto e savio, che si fanno muovere gli assalti alle storture della società e del costume. Peraltro non sono da popolano le cose che dicono, i problemi che pongono, la casistica che impongono. In verità nel popolano di questo tipo sono anche idealmente il dotto, il pensatore, lo scopritore dei segreti dell’uomo e del mondo, il Faust.

Il quale ultimo, per parte sua, è uomo del popolo e non aristocratico esteta, peccatore combattuto, non beneficiario del virtuoso equilibrio del saggio. Sono i contrasti tipici di un popolo geniale e brutale, spiritualmente coraggioso e poi torvo, di un popolo che è ancora – nelle sue pieghe più riposte, nell’inclinazione al pensiero e nella barbara cecità medievale, una stirpe in cui la forza d’animo, il coraggio di guardare in alto e anche l’abiezione, la fierezza e la prostrazione servile sono sempre termini obbligati della vicenda umana. Sono ancora le forti ed aspre realtà che esaltarono ed oppressero l’uomo del Medio Evo, quando le certezze dell’età feudale e tomistica e le intuizioni destinate a generare la Rinascenza e la Riforma si scontravano, negli uomini che presentivano il futuro, si scontravano, come correnti marine in uno stretto. Fu soprattutto del Medio Evo la durezza del dilemma fra Dio e il mondo, fu soprattutto del Medio Evo la certezza della presenza di Satana nella vita dell’uomo.

Continuità dunque e ripresa di temi e di spunti che prima d’essere trattati da un poeta erano stati trattati, con diversa sensibilità, da un altro poeta e prima da un altro ancora, decenni e secoli più avanti; e tutti si sono rifatti a un grande patrimonio, l’anima popolare tedesca.
E’ stato scritto, acutamente: “In Germania gli atteggiamenti, le stratificazioni successive, dei momenti letterari come, potremmo dire, di qualsiasi altra espressione di vita, mantengono una singolare vitalità: i vari problemi interiori, i vari moduli espressivi di un’epoca non sono mai compiutamente superati e conclusi, sembrano anzi ribellarsi ad una conclusione e passano ancora vitali e inquieti nell’epoca successiva, intrecciandosi con gli orientamenti nuovi in una caratteristica esuberanza di motivi sempre attuali. Di qui una maggiore lentezza del processo di evoluzione, ma anche una maggiore intensità, vorremmo dire una maggiore drammaticità: Medio Evo, Rinascimento, lluminismo rimangono nell’animo tedesco ancora aperti, drammi tuttora incompiuti” (Ugo Déttore, Introduzione allo ‘Avventuroso Simplicissimus di H.J.C. Grimmelshausen’, Milano, Mondadori, 1954, p.8).

Si usa pensare, con buone ragioni, che sui tedeschi non è mai scesa la benefica grazia dello humour; che l’umorismo germanico se non è barbaro è brutale; che in questa nazione non è pensabile un umorista del garbo di Molière; che una commedia tedesca si può dire non sia mai esistita (con le eccezioni della ‘Minna von Bernheim’ di Lessing, in ‘Der zerbrochene Krug’ di Heinrich von Kleist (scrittore non sereno: finì suicida), di ‘Weh dem, der luegt’ di F. Grillparzer, in ‘Der Schwierige’ di H. von Hoffmannsthal e di poche altre cose). Eppure il filone della satira e della polemica, ridanciane ma fustigatrici e moraleggianti, risale ben lontano nella storia della letteratura germanica, risale – se non alle origini remotissime dei tempi merovingi, delle tradizioni orali e dei primi componimenti scritti in caratteri runici – alla grande fioritura letteraria trovadorica, a quell’età degli Hohenstaufen – dal quarto decennio del sec.XII al sesto del XIII – che fu aurea per la poesia e per la prosa scritte in lingua ormai nazionale, tedesca.

Walther von der Vogelweide, il maggiore dei poeti della Germania medioevale, nato nei pressi di Bolzano, scrisse magnifiche canzoni su temi politici e d’interesse contemporaneo e perciò conferì al genere della poesia civile dignità e nobiltà d’arte; così fu subito sancita la legittimità estetica della “vocazione” della letteratura germanica alle cose della società e del costume. Del resto anche il “Parzival” di Wolfram von Eschenbach, poeta e cavaliere, vibrava di una ricca problematica morale, nel contrasto tra alti ideali e impulsi peccaminosi. Che il secolo svevo fosse per la poesia germanica il momento della libertà creativa lo confermava l’alta statura artistica di due poeti che sono considerati minori di fronte a Wolfram e a Walther von der Vogelweide, ossia di Gottfried von Strassburg, autore di un grande poema su Tristano e Isotta, e di Hartmann von Aue, il cavaliere svevo che scrisse “Der arme Heinrich”.

La meravigliosa fioritura sveva finì col secolo XIII. Dal 1300 al 1500 la produzione letteraria fu cortigiana ed aristocratica e quasi solo gli argomenti religiosi, mitici e cavallereschi furono ritenuti degni d’essere divulgati e tramandati coi manoscritti. Ma nel regno di Massimiliano I si aprì l’era del libro stampato e cominciò il rapido declino dell’epica cavalleresca, sostituita dalla narrazione in prosa. Allora le forme comiche e satiriche che già si erano affermate nel Medio Evo acquistarono nuova popolarità; essa durerà, vedremo, fino alla fine del ‘500. Degli ultimi anni di quest’ultimo periodo, che non è ancora Rinascenza ed è piuttosto tardo Medioevo, è una grande collezione di racconti su Till Eulenspiegel, ormai figura nazionale.

Particolare fortuna ebbe nel ‘500 il genere dello Schwank, aneddoto o breve storia arguta con intenzioni satiriche e morali; cospicui sono i meriti letterari degli Schwaenke scritti dal più famoso dei Meistersinger, Hans Sachs (il quale però solo lateralmente si inserisce nella grande tradizione satirica di quel secolo). Venne pure in auge la favola di tipo esopico, anche essa moraleggiante e satirica; anzi essa contribuì a dare un tono a tutto il movimento letterario del Cinquecento tedesco, tanto diverso da altri Cinquecenti. Con la favola “La volpe Reynard”, scritta in basso tedesco da Heinrich von Alkmar (1498) e con la satira “Das Narrenschyff” (La nave dei pazzi) di Sebastian Brant, apparsa nel 1494, si annuncia la netta prevalenza degli elementi satirico-didascalici nella letteratura in volgare del secolo XVI. Abbiamo detto satirici e didascalici; va ribadito che la seconda di queste componenti è essenziale alla satira tedesca e si confermerà ed esalterà nel grande e aspro erede moderno di questo retaggio: la poesia di Brecht è ben spesso didascalica.

Fu una satira, le brucianti ‘Epistulae obscurorum virorum’, scritte contro gli ecclesiastici dall’umanista Johannes Reuchlin, a spianare la strada all’opera impetuosa di Lutero. Lutero scatenò una tal guerra tra fazioni e uomini della letteratura che per tutto il secolo XVI questa fu dominata dagli scritti polemici e satirici. Le maggiori figure letterarie del secolo furono impegnate nelle battaglie politiche, teologiche e culturali. Creatori originali non furono: la rinascenza letteraria fu in Germania un periodo di laboriosa imitazione e di lenta preparazione. Non è stato forse notato che fra l’uno e l’altro dei momenti di grazia della letteratura germanica passano sei secoli (i freschi primordi merovingi intorno al 600 d.C., la fioritura epico-lirica del Duecento svevo e trovadorico, le glorie romantiche dei decenni attorno al 1800). Tuttavia, se grandi non furono, i polemisti e i satirici del Cinquecento ebbero statura maggiore rispetto agli altri umanisti i quali, disdegnando l’impegno nelle questioni del loro tempo, risultarono in definitiva dei retori.

Nel polemizzare contro Lutero riuscì a Thomas Murner, monaco francescano, di utilizzare felicemente taluni spunti spesso ricorrenti nella letteratura e nelle tradizioni popolari, gli spunti cioè connessi con la pazzia e con i matti. Ne derivò il più fortunato e incisivo degli assalti letterari contro Martino e contro la Riforma: il “Von dem grossen lutherischen Narren” (!522). Nel campo avversario, protestante, era un altro gran polemista e scrittore di satire, Johann Fischart, il quale rivolse quasi tutti i suoi scritti contro i gesuiti: anche se la controversia religiosa non era la sola materia della produzione di Fischart. Gettando luce sulla società e sulla cultura del suo tempo, egli faceva rivivere una folla di tipi umani e così adempiva all’ufficio della satira, che è di rappresentare attraverso la distorsione taluni aspetti della realtà. L’ufficio dettato dall’antico ‘Castigat ridendo mores’, che poi è il motto di Simplicissimus: ‘Ridendo raccontare la verità’.

Il primato degli interessi sociali, politici, religiosi e di costume, che era rifiuto della torre d’avorio da parte dei più vivi fra gli intellettuali tedeschi, finì col secolo XVI: col Seicento fioriscono la poesia lirica e quella di edificazione. Ormai si faceva sentire in pieno, col ritardo caratteristico di questo paese, l’influsso del Rinascimento europeo. Poi venne la lunga e violenta tempesta della Guerra dei Trent’anni: fuoco che bruciò o lambì tutti gli alberi della grande foresta germanica. La seconda metà del Seicento vide l’affermarsi della narrativa, in parte per influssi stranieri.
Per esempio il romanzo picaresco di Spagna ebbe parecchi imitatori in Germania. Una delle maggiori opere narrative fu nel 1669 “L’Avventuroso Simplicissimus” di Hans Jakob Christoph von Grimmelshausen, romanzo di costume e realistica descrizione delle cose della Guerra dei Trent’anni. Un’opera che affonda le sue radici in quel Medio Evo in cui lo spirito tedesco si formò, ma che ricrea il clima ‘moderno’ che circondò Simplicius, protagonista non più epico ma quasi borghese. Si caccia in tante situazioni difficili, si beffa di tanti personaggi e tanti valori e al tempo stesso sente i fermenti e le gioie della cultura umanistica e razionalista. I suoi erano tempi di forti contraddizioni. Dopo un tremendo trentennio di guerra fratricida, molte decine di piccole corti tedesche si misero a scimmiottare Versailles e la Francia. Poche cose al mondo erano più estranee dei francesismi alle realtà e alle tradizioni dei paesi tedeschi governati da quelle corti, paesi che magari non erano la vasta Baviera né il forte Brandeburgo, erano solo il Cleves-Juelich o lo Schaumburg-Lippe.

Agli inizi dell’Ottocento arriviamo all’animosa battaglia di Heinrich Heine, condotta soprattutto attraverso le intenzioni della satira contro quelli che considerava gli aspetti deteriori dei tedeschi e della loro patria.
Fu considerato un sovvertitore, eppure era profondamente tedesco e il suo dileggio era mosso da amore. Così è per tutta la satira germanica: critiche e atti d’accusa contro la nazione le quali in realtà sono delle confessioni, degli autodafé, delle macerazioni, degli sforzi di contrizione. Con Christian Friederich Hebbel, che dal 1840 e il ’63 scrisse numerose tragedie, comincia l’era del dramma borghese: esso inevitabilmente motivò e influenzò la satira nazionale.

Monaco, la capitale bavarese in cui nel 1896 uscì la rivista ‘Simplicissimus’, era la sede naturale per uno sforzo progressista. I suoi regnanti, i Wittelsbach, avevano fatto della città un centro di cultura moderna e di arti figurative. Lì agiva la grande editoria e vigevano una particolare tradizione locale e un’atmosfera ‘meridionale’. Di Monaco Thomas Mann scrisse che “L’arte allunga sopra la città il suo scettro recinto di rose, e sorride”.
E Carlo Levi, andato a Monaco alcuni anni dopo la fine del nazismo, vi andò in cerca dei Rilke, dei George, dei Wedekind, dei fratelli Mann, degli Ibsen, dei Daubler, dei Kurt Eisner e degli altri intellettuali ed artisti di quel mondo che tanto spesso scandalizzava i borghesi.
Purtroppo da Monaco prese le mosse il nazismo: ma questo è il meno del paradosso tedesco.

Oggi la Germania è il Quarto Reich. La nozione di Reich non implica più quella di grande impero. Implica solo una Germania che esprima tutto il vigore e la capacità d’asserzione di cui è storicamente dotata.
Il riscatto dei tedeschi dai tiranni e dai sovrani di due millenni fu dall’età guglielmina il sogno della satira colta e della cultura germaniche.
Un popolo tedesco rinsavito che abbia orrore di due carneficine mondiali e della progressiva degenerazione delle coscienze dal regno dell’ultimo Kaiser a quello di Adolf Hitler. Della temperie degli anni di lotta non tutto è finito nel nostro tempo, in cui tanto scemate sono la tensione e la carica polemica del progressismo germanico. Non è stata inutile la battaglia naturalista ed espressionista di oltre un secolo e mezzo fa. Non sono stati inutili gli anni di combattimento della satira politico-sociale: dalla parte dell’uomo.

Antonio Massimo Calderazzi

USA: IL POPULISMO DI RIVOLTA AGRARIA NELLA CRISI DI FINE OTTOCENTO

L’ultimo decennio del sec. XIX fu la fase populista della storia americana. La Guerra di secessione e il completamento della conquista dell’Ovest
avevano spento la fiabesca adolescenza degli Stati Uniti, quando gli uomini e le donne migliori erano pionieri, e quando le città erano piccole, culturalmente omogenee e virtuose. La sottomissione e poi la ricostruzione del Sud prostrato avevano scatenato tutte le cupidigie. Trionfavano la corruzione dei politici e il commercialismo. Dimenticati gli ardimenti della Frontiera, le circostanze idilliche dell’esistenza scomparvero nelle terre messe a coltura e cominciarono le difficoltà: le ‘bolle’ che si sgonfiavano, trasporti ardui, caduta dei corsi dei prodotti, siccità, solitudine. Cominciò lo scontento agrario, che era disagio grave della classe maggioritaria del Paese.

I due partiti tradizionali, non sapendo rappresentare i bisogni reali della gente, negli anni Novanta dell’Ottocento dovettero fronteggiare il Partito del Popolo, che per un momento apparve poter prevalere sui gruppi e sugli interessi che avevano fatto l’Indipendenza e che gestivano il potere. In qualche misura il Populismo era anti-politico e anti-intellettuale, ma era soprattutto anti-Establishment. Nelle elezioni del 1892 i candidati populisti non raccolsero abbastanza voti, ma nel 1896 il generale James Weaver, distintosi nella Guerra Civile, credette di presentarsi per la Casa Bianca. Come esponente di un ‘third party’ fu naturalmente sconfitto, ma attestò che le campagne più svantaggiate inclinavano ad insorgere. I farmer che si erano indebitati per creare le loro aziende, o per resistere alla caduta di valore dei loro raccolti, si consideravano vittime dei banchieri, delle ferrovie che trasportavano i prodotti, e dei gruppi della East Coast che dominavano i mercati. L’euforia dei decenni passati era sparita travolta dal collasso di vari mercati. Il movimento populista, piuttosto che un vero fatto insurrezionale, fu un episodio anti-sistema, e più ancora un convulso tentativo di far tornare il dinamismo, i redditi e la fiducia del passato. In parte fu rivolto contro la classe politica, molto contro i ‘poteri forti’.

In quanto scontento del proletariato agrario non abbastanza scolarizzato, le espressioni, proposte e formule d’azione del movimento populista furono spesso ingenue, rozze, estreme, quando non semplicemente bizzarre e risibili. Campeggiavano, oltre al rimpianto dei tempi aurorali e gloriosi dell’America, le denuncie delle ‘congiure antipopolari’ dei finanzieri di Wall Street e di Londra, le requisitorie contro tutti gli altri ‘nemici’ delle campagne. Le formule e le parole d’ordine più irrazionali indussero lo storico Richard Hofstadter a intitolare ‘Il folklore del Populismo’ un capitolo del suo importante testo “The Age of Reform: from W. Bryan to F.D.Roosevelt” (1956). Esordiva Hofstadter: “Per tutta una generazione dopo la Guerra Civile, in un’epoca di intenso sviluppo economico, la nota dominante della vita politica americana fu una soddisfatta tranquillità. L’agitazione populista, mossa dall’indignazione, vi mise fine (….). Le proteste, le rivendicazioni, le denuncie e le profezie dei populisti risvegliarono in molti americani lo spirito del progresso collettivo”.
Citiamo altri libri significativi sul populismo: J.D. Hicks, “The Populist Revolt”, 1931; S.J.Buck, “The Agrarian Crusade”, 1920; Martin Ridge, “Ignatius Donnelly”, 1962. Ma la bibliografia è parecchio più nutrita.

Furono innegabili nel populismo gli aspetti di provincialismo, nativismo, irrazionalità. Per la maggioranza dei seguaci del movimento, la vicenda del loro tempo si riassumeva nella lotta tra i predoni (i monopoli, i trust, le banche, le ferrovie, i profittatori) e i predati: farmer e tutti i produttori manuali di ricchezza, che il fisco perseguitava. Il popolo doveva ribellarsi e vincere: se ciò non accadesse, i portavoce del movimento annunciavano il trionfo del male, la fine delle istituzioni democratiche, forse anche l’anarchia e il sangue. Nel manifesto populista per le presidenziali del 1892 era scritto: “Ci avviciniamo a una crisi grave. Se la lotta tra possessori e produttori di ricchezza dovesse protrarsi molto andremmo a un disastro spaventoso. La Nazione è sull’orlo della rovina morale, politica e materiale. La corruzione domina le urne, gli organi legislativi e il Congresso; lambisce persino l’ermellino dei tribunali. I frutti della fatica di milioni di lavoratori sono sfacciatamente rubati da pochi individui che ammassano fortune colossali. Si avvicina la distruzione della civiltà”.

L’attesa di un’apocalisse ebbe espressione letteraria nel romanzo fantapolitico di Ignatius Donnelly “Caesar’s Column”. In esso la feroce lotta sociale negli Stati Uniti trovava scampo in un paese d’utopia situato in Africa, forse in Uganda. In patria i plutocrati ingaggiavano ‘uno stuolo di demoni’ che, dai dirigibili che pilotavano, minacciavano il popolo americano con le loro bombe a gas velenoso. Le lotte sociali erano accanite. Persino i virtuosi contadini di un tempo erano divenuti spietati selvaggi per la durezza della loro esistenza, tra avversità della natura e dei mercati, oppressione delle tasse e concorrenza dei proletari urbani, immigrati soprattutto dai paesi miseri del mondo. Il romanzo narrava che verso la fine del XIX secolo i lavoratori americani si erano ribellati e per piegarli i loro sfruttatori avevano fatto ricorso ai ‘demoni’. Le ferocie e le ghigliottine della Rivoluzione francese venivano superate dalla carneficina statunitense.
Gli oppressori erano bruciati sul rogo. I cadaveri coperti di cemento formavano piramidi gigantesche. Gli scampati da tante ferocie fuggivano in dirigibile sulle montagne dell’Africa; lì fondavano uno Stato socialista e cristiano nel quale il programma giustiziero dei populisti diveniva realtà. Commenta lo storico Hofstadter: “La fantapolitica di Donnelly è puerile, ma non risibile. Descrive l’orribile potenziale della rivolta di grandi masse. Il libro arrivò nel momento in cui molti attendevano un’Apocalisse. In passato molte vicende della storia americana stimolarono le menti degli eccentrici e dei fachiri politici”.

La vulgata di una cospirazione dei malvagi contro il popolo americano suscitò nello scorcio dell’Ottocento un’immensa letteratura di pamphlet. Tipico il fortunato libro della signora S.E.V. Emery, titolo “Sette cospirazioni della finanza che hanno schiavizzato gli americani”. L’opera era dedicata “al popolo asservito di una repubblica morente”. Secondo l’autrice, prima della Guerra Civile, gli Stati Uniti erano un Eden. In seguito, specialmente nel 1873, Wall Street decise una serie di perfide azioni per strangolare la circolazione monetaria attraverso la demonetizzazione dell’argento. Dietro Wall Street c’era la Banca d’Inghilterra, monopolista dell’oro. Il ‘Panico del 1873’ produsse bancarotte e drammi umani, dai suicidi agli assassinii, all’alcoolismo, ai divorzi.

Nel romanzo “The Two Nations” si raffigura il potente barone Rothe, grande della finanza londinese, intento a conseguire la demonetizzazione dell’argento negli USA allo scopo di impedire che l’America sorpassase la Gran Bretagna. Sullo sfondo della corrotta aministrazione Grant (il presidente Grant era stato il comandante supremo dell’esercito nordista che aveva piegato il Sud sul campo di battaglia), un emissario del barone riesce a comprare in massa l’intero Congresso di Washington perché legiferi contro l’argento. Anche gli economisti più prestigiosi vengono guadagnati alla causa dell’oro, metallo monopolizato da Londra. Grover Cleveland, uno dei successori di Grant alla Casa Bianca, è rappresentato come agente dei banchieri ebrei e dell’oro londinese. Il movimento populista si caratterizzò anche attraverso numerose posizioni antisemite. Secondo lo storico Hofstadter, quel po’ di antisemitismo moderno negli Stati Uniti risale al Populismo e si spiega in rapporto alla credulità, al provincialismo, all’innata diffidenza dei farmer. Inutile dire che il movimento populista denunciava i finanzieri e gli industriali per la loro insaziabile voglia di immigrati stranieri a buon mercato, la ‘feccia del Creato’.

Mary E. Lease, altra accanita esponente populista, divenne famosa per avere consigliato agli agricoltori di ‘coltivare la rivolta, non il grano’. Visto che non c’erano più terre vergini da distribuire gratis nell’Ovest, gli USA dovevano organizzare l’emigrazione dei farmer nelle repubbliche sudamericane da essi controllate, nonché nei paesi da annettere: Canada, Cuba, Haiti, Santo Domingo, Hawaii. Abbiamo visto che gli anni del populismo, ultimo decennio del secolo, videro una straordinaria fortuna della fantapolitica catastrofista. Proliferarono gli scenari apocalittici e i progetti di dominazione mondiale. L’Inghilterra, sola superpotenza planetaria, andava combattuta con ogni mezzo, e preferibilmente annessa.

Con tutti i suoi limiti -il provincialismo, l’ingenuità, la credulità- e con tutte le sue sconfitte (passato l’ultimo decennio del secolo non si parlò quasi più del Partito del Popolo), il populismo agì nella realtà americana ben al di là delle apparenze. Scrive lo storico Hofstadter: “Se gli intellettuali del tempo prestarono ai populisti un’attenzione disdegnosa e superficiale, gli storici posteriori hanno apertamente riconosciuto i loro meriti, spesso trascurando i loro difetti…. Il populismo fu il primo movimento politico di qualche rilievo a sostenere la responsabilità del governo federale nella gestione delle risorse collettive, nonché ad affrontare seriamente i problemi creati dall’industrializzazione e dall’immigrazione in massa. Discutere le generalità ideologiche dei populisti porta a far loro qualche ingiustizia: fu con le iniziative concrete che presero, non con le formule ideologiche, che essi contribuirono costruttivamente alla nostra vita politica”.

Lasciamo ad altra occasione qualche rilievo sul populismo, sia americano sia europeo, dei nostri giorni.

Antonio Massimo Calderazzi

Il giurista ‘liberale’ Scotti Camuzzi nell’età dell’imperialismo del mercato

In forma abbreviata si intitola “Dopo il secolo breve” il più recente saggio di Sergio Scotti Camuzzi, avvocato milanese importante e fino a poco fa ordinario di diritto all’Università Cattolica; il titolo non potrebbe essere più elegante e promettere più sguardi nel futuro. Ma la cogenza e la concretezza si dilatano assai se si legge intero il titolo: “Dopo il secolo breve l’età dell’imperialismo del mercato”.

Le sopraffazioni del mercato sono il vero nucleo del libro (Editore Giuffré, 2018). I condomini del mercato sono per l’Autore “quella classe di grossi borghesi che, ormai quasi impotente, vive soltanto in se stessa, in una vecchia cultura, sordida cupida e altera, pronta all’adulazione e al tradimento. Costoro pensano ancora che i giovani ambiscano ad entrare nelle loro cerchie, mentre è fuori, negli spazi che essi hanno creduto di occupare con le loro fabbriche inquinanti e con le loro case popolari, con la loro speculazione su ogni bene, che vive il tempo presente”.
Per essere un accademico e un professionista del diritto, Scotti Camuzzi si rivelò dotato di virtù profetica quaranta anni fa (1978) quando sotto lo pseudonimo Antoine A. de Tocqueville pubblicò a Milano una “Esortazione alla Democrazia Cristiana affinché lasci il governo in Italia e passi all’opposizione”.

Io sottoscritto recensore di questo recente scritto del Nostro non potrei essere più avvinto dall’avveramento della sua profezia; tentai anch’io, tra il 1965 e il 1970, di additare ai vertici di un grande partito, il PCI, la via della salvezza: abbandonare in tutto la strada storica, abiurare il marxismo, rifiutare la fedeltà a Mosca; facendo subito queste cose, non alcuni lustri troppo tardi. La DC di De Mita e il Pci di Berlinguer e Napolitano credettero di poter disprezzare i profeti, ma pagarono caro: i loro partiti si sono estinti. Se si preferisce, dovettero autoaffondarsi come fece la flotta imperiale germanica nel 1919, dopo la disfatta, a Scapa Flow (il racconto della Scapa Flow comunista è stato pubblicato in questo stesso “Internauta”, alcuni giorni fa).

Oggi Scotti Camuzzi sente di poter affermare che non solo la struttura economica del nostro paese, ma anche il sistema globale sono a un passo dal collasso: “Sono tre le grandi faglie all’origine della crisi del sistema liberal-capitalista esteso all’ambito globale. La prima, di lasciare che la competizione assunta a totem si focalizzi sui costi della produzione dei beni, e cioè divenga sfrenato sfruttamento del lavoro e/o dell’ambiente.
La seconda faglia è il lasciare che il tradimento del risparmio popolare sia impunito. La terza è l’eccesso delle disuguaglianze. Un sistema dove 100.000 di ricchezza è distribuito per 90.000 a 5 persone e per 10.000 a 995 persone non può funzionare. Non gira”.

Quanto al quesito se la globalizzazione economica sovranazionale sia negativa o positiva, Scotti Camuzzi considera non si possa essere pro o contro. “Sono enfatiche e astratte ambedue le posizioni: che la globalizzazione sia negativa perché la democrazia può vivere solo nello Stato nazionale; dunque la globalizzazione, negando gli Stati, nega la democrazia. All’estremo opposto, si osanna alla globalizzazione: affermando universalmente la libertà economica essa afferma l’affrancamento dell’uomo dalla schiavitù nei confronti dello Stato sovrano e autoritario. Additando il modello dell’American way of life, la globalizzazione rende felice l’umanità”. Per il professore della Cattolica la globalizzazione va valutata con senso critico, al fine di chiedersi se occorra indirizzarla. “Per ora sappiamo che ‘questa’ globalizzazione nega i valori democratici e liberali. Ciò che si vede è la presa del potere sul mercato, a livello globale e a livello locale, da parte dei signori del mercato; e che ciò si accompagna alla presa di potere del mercato nello Stato e sullo Stato. Parallelamente, la classe imprenditoriale entra direttamente in politica.
Gli Stati nazionali -le ‘Poleis’- sono così aggrediti, dall’esterno e dall’interno, dalla classe dei mercanti. La politica è gestita, in nome della libertà (un vessillo traente), dai signori del mercato”.

Una conclusione è ineludibile: “La globalizzazione guidata dalle grandi imprese multinazionali, e dai governi nazionali espressi dalla classe imprenditoriale (peggio, dai grandi finanzieri) non può essere, di per sé, democratica”. Quest’ultimo giudizio, osserva il recensore, in altri tempi sarebbe bastato per ostracizzare senza scampo la globalizzazione.
Oggi però il disincanto investe anche i valori democratici.

Torniamo all’Autore: “Se ci si dovesse rassegnare all’asservimento degli Stati al mercato, e all’imperialismo degli Usa come risposte alle sfide della globalizzazione, ne deriverebbe la fine delle ‘Poleis’, e cioé la fine della politica, col ritorno ad un ‘età del ferro, a un’epoca di guerre: guerre civili locali e/o di religione; guerre ‘globali’ di affermazione dell’autorità imperiale”.

Per fare due esempi, l’Autore deplora l’estensione all’acqua del dominio del
mercato: “L’acqua, così come il lavoro, non è una merce, ma è un bene comune. Lo è a livello locale, lo dovrà essere a livello globale”. Inoltre, “è sempre più diffusa in Occidente la monetizzazione delle sanzioni per i comportamenti illeciti e socialmente dannosi delle imprese. Questo è un principio deleterio e ingiusto. E’ un’autorizzazione a inquinare a pagamento. Se ne varranno le imprese più grandi”. Il nostro giurista ‘liberale’ respinge la dottrina dell’analisi economica del diritto, la quale tende a costruire le norme giuridiche sulla base del loro ‘significato economico’. ” Il diritto può dover porre limiti all’espansione economica, la quale non è il valore preminente. E’ fazioso e volgare dare all’economico il compito di produrre ricchezza e al giuridico quello di distribuirla”.
Scotti Camuzzi conclude l’analisi della globalizzazione rilevando che essa chiama “alla lotta per la giustizia estesa a tutte le terre, lotta per i diritti e contro la povertà”.

Le “dissertazioni critiche di un giurista liberale ” (è il sottotitolo del libro) si conclude con un paragrafo che definisce il nostro sistema tributario “inadeguato al dettato costituzionale che impone la progressività”: da noi la progressività cessa dove dovrebbe vigere. “Oltre un certo reddito l’aliquota resta fissa; così la tassazione diventa proporzionale, non progressiva.
Ciò accade per l’imposizione dei poteri forti e dei loro servitori”.

A questo punto siamo in grado di capire in che senso il Nostro si definisce -coraggiosamente, va detto – ‘liberale’. Nel senso più alto possibile: nel senso del giudizio morale.

Antonio Massimo Calderazzi

Il PCI uccise la rivista “Il Confronto” perche’ gli additava come sopravvivere

Affermo che l’autodistruzione del maggiore partito comunista d’Occidente – destinato a prendere (precariamente) il governo e presto condannato ad annullarsi- cominciò all’incirca quando, nel 1970, Botteghe Oscure decise di respingere in toto le proposte di linea del mensile Il Confronto, che facevo a Milano con altri, a partire dal 1965.  Avevo presentato tali proposte direttamente a Giorgio Amendola, dopo contatti preliminari con Gianni Cervetti, uno dei suoi luogotenenti in Lombardia. Erano proposte di linea ingenuamente temerarie: però i fatti le dimostrarono profetiche. Verosimilmente il possente PCI non sarebbe finito se avesse dato ascolto a un piccolo manipolo di indipendenti.

La rivista Il Confronto era nata nel 1965 in quanto dieci ricercatori o collaboratori dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, palazzo Clerici, Milano) si erano tassati per diecimila lire mensili a testa per pagare il tipografo. Tutti scrivevano gratis. L’editore barese e amico Diego De Donato, che cominciava ad affermarsi con collane di elevato livello, offriva un sostegno laterale prezioso.

Dietro di me, che con le proposte di cui sopra esigevo tanto -lo vedremo più avanti- c’era poco. Una laurea in storia a vent’anni; una modesta intrinsichezza con Aldo Moro, allora mio professore di Filosofia del diritto; l’appartenenza, come ricercatore stabilizzato, all’ISPI. Una borsa del governo americano mi aveva dato modo di frequentare la University of California. Va detto che allora l’ISPI era un’istituzione rispettata, ma non godeva come oggi della reputazione di think tank di prima grandezza.

Le proposte: il Partito comunista italiano doveva uscire dal campo marxista-leninista, liquidando anche l’operaismo e la fissazione rivoluzionaria di Gramsci; rinnegando il settarismo di Togliatti e dei suoi. Doveva rompere con Mosca dichiarando un vero scisma umanista e liberale. Doveva cercare l’alleanza con partiti non comunisti e con il dissenso cattolico, seppellendo in particolare il proprio ateismo. In un paio di incontri Giorgio Amendola rispose sì che le mie proposte non avevano fondamento e andavano  attenuate, accettando la guida e gli indirizzi dei responsabili del Partito. Una rottura aperta coll’Unione Sovietica era assurda, pur non essendo inconcepibile sulla distanza.

Per altro nell’immediato poteva aprirsi la collaborazione di esponenti nazionali del Pci alla rivista “Il Confronto”, collaborazione che avrebbe comportato il coinvolgimento di altri partiti di sinistra e di minoranze cattoliche.

Non ricordo se i contatti con Giorgio Amendola furono preceduti o seguiti da due brevi contatti, a Milano e a Roma, con Giorgio Napolitano, il futuro presidente, allora leader con Amendola dell’ala migliorista del Pci. Uno degli incontri con Napolitano avvenne a un tavolino all’aperto del caffè Zucca, o altro bar della via Orefici a Milano.
Napolitano mi aveva convocato attraverso Gianni Cervetti, anch’egli presente al caffé. Mentre scandiva le sue direttive, l’onorevole partenopeo, lanciato giovanissimo da Palmiro Togliatti, non cessava di ammirarsi in un’ampia specchiera esterna del caffè. Il coinvolgimento del Pci nella rivista che mandavo avanti si confermò attraverso contatti con lo scrittore Davide Lajolo (Ulisse nella Resistenza), con Elio Quercioli, direttore della”Unità” e con Aldo Tortorella, responsabile del Pci in Lombardia. Nel gennaio 1969 Lajolo aveva illustrato nella rivista un principio ispiratore, cui i leader miglioristi dicevano di guardare con interesse: “Chi sta al centro di ogni conquista socialista deve essere l’uomo. Questo l’interesse superiore, l’unico. Non ve ne possono essere altri che lo sovrastino: né quelli del partito, né quelli della classe”.

Nel Confronto dell’ottobre 1968 io insistevo sull’imperativo della rottura con Mosca: “La repressione a Praga ha distrutto la funzione di guida dell’Urss. Oggi abbiamo la nostra Caporetto, senza nostra colpa, noi impotenti di fronte alle rozze scelte dei depositari ufficiali del retaggio leninista…
Nel nome ormai falso della dittatura del proletariato, Mosca rifiuta di chiudere l’età ferrea del comunismo, quella leninista-stalinista; rifiuta di introdurre nel suo sistema il pluralismo. Convinciamoci: fondare la libertà sulla dittatura del proletariato, cioè sul regime, è impossibile. Per salvare il comunismo va ripudiato il regime, nonché quasi intera l’ortodossia marxista. E’ necessaria una svolta clamorosa, drammatica: Il Pci (e il Pc francese) devono portare alle conseguenze estreme la via di Dubcek: fare né più né meno che lo scisma del comunismo umanistico e liberale.
Una secessione per cambiare tutto: il comunismo non dovrà restare quello di prima. Dovrà convertirsi alla libertà, cambiare teorie, metodi, linguaggio simboli. Dovrà liberarsi di chi non accetterà il Nuovo Comunismo.

Dopo mezzo secolo di illusioni, decidiamo di imboccare un’altra strada.
Il comunismo di  Lenin, Stalin, Brezhnev, Gomulka andrà bene per una parte dei militanti – una parte, non tutti – ,  non va bene per la gente, che è la maggioranza della società.
Pur di non avere quel comunismo essa accetta tutto: il capitalismo, De Gaulle, la Fiat, il Vietnam, Humphrey. Poiché la gente non possiamo trasformarla con la forza -è più forte di noi, ricordiamocelo- è il comunismo che deve trasformarsi.  Per non restare minoranza, mero gruppo di pressione”.

Nella primavera del 1969 Il Confronto pubblicò una propria “Piattaforma programmatica per la Nuova Sinistra”, le cui proposte ruotavano attorno a concetti spregiudicati quali p.es. “Le soluzioni puramente interne all’assetto vigente, più o meno si equivalgono; le formule tradizionali della sinistra sono sterili”. Oppure: “Il rispetto letterale della Costituzione può essere un impedimento. Attuare la Costituzione è ormai ilvecchio, non basta più”.

Io persistetti per anni ad additare nello Scisma da Mosca la necessità ineludibile per il Pci. Invece i responsabili del Partito andarono perseguendo l’adesione a un Confronto da loro controllato di settori del PSI e della sinistra della DC. Verso la fine del 1969 gli esponenti del migliorismo precisarono il loro aperto interesse acché un Confronto da essi gestito si qualificasse come “una prova di collaborazione operante tra gruppi marxisti e cattolici, senza escludere elementi di altra estrazione”. 
Pertanto offrirono di sostenere i costi tipografici del Confronto, a valle della dichiarata immissione nella rivista di personalità del Pci, del Psi e della sinistra democristiana. Il nuovo corso si aprì dunque coll’ingresso nella compagine di controllo di una ventina di dirigenti di primo piano dei partiti suddetti e della corrente democristiana capeggiata a Milano dal deputato Granelli. 

Per conto del Pci figuravano innanzitutto Giorgio Amendola, Giorgio Napolitano il futuro capo dello Stato, Elio Quercioli, Davide Lajolo, Aldo Tortorella responsabile lombardo del Pci, nonché Orazio Pizzigoni, ex corrispondente dell’Unità da Praga (le cui autorità lo avevano dichiarato non gradito). Nell’aprile 1945 Pizzigoni, partigiano adolescente, era stato ferito in modo grave da un veterano germanico della campagna di Russia. Per il Psi partecipavano, tra gli altri, Beniamino Finocchiaro presidente della Rai; Michele Achilli futuro sottosegretario o ministro; più di in futuro ministro socialista.

I pochi numeri pubblicati dal “nuovo” Confronto furono prevalentemente redatti o controllati da dirigenti comunisti, in particolare da Elio Quercioli.  Presto quest’ultimo mi impose di cancellare  la dicitura “Nuova Sinistra”, sin dall’origine esplicitata sotto la testata. Io, rimasto proforma direttore responsabile, temporaneamente mi sottomisi, in vista del rilievo nazionale che il Pci conferiva al Confronto, nato come piccolo periodico indipendente e autofinanziato.

Ma presto arrivò il momento di decidere se ai contenuti editoriali e politici dettati dalle gerarchie partitiche potevano aggiungersi, marginalmente, gli scritti di esponenti del dissenso comunista. Proponevo in particolare quelli offerti dal filosofo Roger Garaudy, conosciuto a livello internazionale come il maggiore teorico marxista di Francia. Lo avevo incontrato a Parigi e lo avevo convitato a casa mia a Milano. Garaudy aveva già inviato alcuni testi. Stranamente mi aveva (o avrebbe a giorni) inviato una lunga lettera politica, manoscritta, a torto ipotizzando che avessi tali entrature nel vertice del Pci da poter trasmettere a Enrico Berlinguer alcune  formulazioni proprie contro  l’osservanza tardo-stalinista del partito comunista francese.

Quando comunicai a Quercioli che intendevo pubblicare, oltre a un articolo di Garaudy, anche quello di uno storico austriaco che era stato ministro nell’abortita repubblica ‘dei soviet’ sorta a Vienna al crollo dell’Impero asburgico, il veto di Quercioli fu totale. Seguì un’aspra discussione a tre nell’ufficio di Aldo Tortorella, capo del Partito in Lombardia. Come direttore responsabile del periodico e come animatore del comitato proprietario della testata comunicai alla fine che senza  alcune testimonianze del dissenso da Mosca e dalla continuità stalinista, cioè senza qualche manifestazione di pluralismo, Il Confronto non sarebbe più uscito.

Alla sudditanza completa preferimmo che Il Confronto morisse. Il Partito si concesse così un ulteriore allungamento del conformismo togliattista.
Ma questo, nel piccolo, aggravò le sue patologie. Enrico Berlinguer era già al comando del Partito dal momento dell’ictus del segretario generale, l’ultrastalinista Luigi Longo. La decisione di catturare il piccolo Confronto, cancellando gli ognimargine di libertà, non attestò certo alcun influsso benefico sui gerarchi milanesi da parte di Enrico Berlinguer.

Più tardi quest’ultimo assurse alla gloria quale artefice di un”eurocomunismo” quasi liberaleggiante. La gloria si dilatò quando anche Berlinguer fu ucciso dall’ictus. Il Confronto non ebbe occasione di accorgersi che il successore di Luigi Longo rappresentava, con la sua facies disantità laica, l’opposto della durezza “bolscevica” di Luigi Longo, conclamata dalle spietatezze da lui compiute o ordinate nella guerra di Spagna e, più ancora, nella Resistenza italiana.

Forse, se Berlinguer fosse vissuto più a lungo, il Pci avrebbe provato a cambiare, a redimersi dagli istinti che risalivano ai misfatti del bolscevismo, dello stalinismo, del Maquis comunista e di quello italiano; perché no, del togliattismo. A me resta, da qualche parte, una laconica lettera di Berlinguer in risposta a un mio appello: “Caro Calderazzi, Ti informo che abbiamo delegato ai compagni Tortorella e Quercioli ogni questione relativa a Il Confronto”.

Il Confronto non dové nulla a Enrico Berlinguer. Il Partito impose la sua logica burocratico-autoritaria. Il risultato del suo monolitismo sistematico lo conosciamo: dopo essersi camuffato da ‘Democratico’, non esiste più. 
E’ morto nel disonore, e lo rimpiange solo la borghesia di gamma alta.
Nella sua modestia, aveva ragione “Il Confronto”.

Antonio Massimo Calderazzi

QUANDO SORGERA’ IL PAPA DEMOLITORE PER AMORE CHE BERGOGLIO NON E’

Gioacchino da Fiora fu il solo profeta della storia italiana, e le sue profezie non furono facili da decifrare. Rinascesse oggi, come potrebbe tacere sul destino, così scuro, della fede e della società cristiane? Azzardo ciò che dirà quando rinascerà, dopo otto secoli.

Dirà che, proprio a causa delle novità scompigliatrici dei tempi moderni, il potenziale d’azione del massimo capo religioso è aumentato, invece di scemare a causa della scristianizzazione. Oggi nè la politica, nè il pensiero laico sono capaci di generare novità grosse. Il Papa sì, alla pari con un ipotetico grande leader di altre fedi. Sia il Papa, sia tale leader saprebbero coinvolgere e condurre le società intere. J.M. Bergoglio era apparso il papa rigeneratore. Ora sappiamo che non lo è. Al meglio, è incatenato a una tradizione infausta, come Prometeo a una roccia del Caucaso.

Per essere creduto, un papa rigeneratore non dovrà assomigliare ad alcun altro pontefice, anzi non dovrà temere di apparire un apostata. Smetterà di canonizzare frotte di nuovi santi e tacerà rispettosamente sui troppi che già esistono, e vegetano nell’irrilevanza. Accantonerà largamente il passato magistero della Chiesa, tanto spesso immeritevole d’essere né Mater né Magistra. Cancellerà i precetti menzogneri, per primo quello contro il controllo delle nascite (la Provvidenza provvede sempre meno; la sovrapopolazione infierisce sempre più). Cancellerà i dettami perfettamente illogici, e risibili, quali il divieto del sacerdozio alle donne. Negherà ogni rispetto a tradizioni assassine, tipo il patriottismo che per millenni ha costretto a morire e a uccidere per il feticcio della Nazione o per quello ancora più mostruoso dell’obbedienza al re, anzi ai governanti.

Soprattutto il Papa demolitore e ricostruttore, amputatore delle cancrene e delle ossificazioni, agirà sulle realtà quotidiane, se perpetuano il male invece di combatterlo. Per dare un esempio capace di traumatizzare, per dare vera testimonianza al suo ideale. Egli abbandonerà Roma e, con una Curia ristretta all’indispensabile, metterà la sua sede in un monastero. Al miglior offerente venderà il Vaticano e i tesori artistici della Chiesa a favore dei miseri del pianeta. Additerà al disprezzo generale quei capi di stato -cominciando dal nostro, dimorante nella reggia voluta dai papi atei del Rinascimento, dai sovrani sabaudi e dai vituperevoli trionfatori della guerra civile – che non faranno la stessa scelta. Il Papa giustiziere abolirà i cardinali e quei vescovi che si faranno chiamare eccellenza: se vorranno rifarsi agli Apostoli e a Cristo, non dovranno assomigliare agli alti prelati del passato. Il Papa profetico indebolirà fortemente il culto di Maria e di quei Santi che non siano stati eroi autentici della carità.

Queste e molte altre rotture ammonteranno finalmente ad una rivoluzione rigeneratrice, unica nell’Occidente dopo quella sciagurata del 1917. Il mondo ne sarà impressionato al punto da riconoscere al Papa della profezia il ruolo di solo innovatore del pianeta. Le nuove realtà da lui generate risulteranno così ardite da rompere l’immobilismo seguito al trionfo del capitalismo, del consumismo, dell’edonismo; i quali tutti hanno dato al denaro la vittoria sui sentimenti e sugli ideali. In quanto conosciuto da tutti gli uomini, un Papa assolutamente diverso sarà accettato come guida e maestro da grandi masse: oltre che di cattolici, di uomini di altre confessioni cristiane e di quei non-credenti che aspirano alla liberazione dal materialismo triviale. La volontà e la forza di innovare drasticamente sono talmente rare che non saranno molti coloro che rifiuteranno un mondo migliore. Nessun capo di imperi sarà pari a Lui se farà le cose grandi, se si sarà rivelato come riformatore più coraggioso di Martin Lutero.

Inevitabilmente, questo papa mai comparso prima agirà innanzitutto sugli italiani per distoglierli dal paganesimo consumista. Con la credibilità di chi avrà abbandonato i palazzi del Vaticano e messo la Chiesa su un cammino opposto a una tradizione morente, egli proporrà agli italiani d’essere l’avanguardia di un mondo conquistato a ideali più alti. Farà vedere agli italiani che loro spetta il primato di avere nei millenni inventato tante novità, anche cattive: dall’impero romano al Rinascimento, all’opera lirica, persino al fascismo, per qualche lustro imitato in mezza Europa e altrove. Il papa della tempesta creatrice proporrà agli italiani d’essere come i beduini e i cammellieri di Maometto, i quali improvvisamente costruirono l’Islam e un impero che andava da al-Andalus all’Asia più remota. Il papa della profezia di Gioacchino da Fiora convincerà gli italiani a tornare primi, come furono a lungo. A sbarazzarsi dell’impostura demoplutocratica, dominata da valori ripugnanti. A guarire dalla lebbra del consumismo. A detestare l’adorazione del troppo benessere e ad arrossire delle sue porcine delizie. A rifiutarsi a tutte le promesse ingannevoli, quali la perennità della crescita.

Persino il lavoro dovrà smettere d’essere un imperativo categorico. Un paese sovrapopolato non conseguirà più il pieno impiego: oltre all’immigrazione delle masse fameliche ci sono le avanzate tecnologiche a fare impossibile il lavoro per tutti: si lavorerà quando possibile. Ma la sopravvivenza delle famiglie più umili e il soccorso al mondo dei miseri dovranno assicurarli la redistribuzione dei redditi e l’arretramento del benessere. Le realtà inferiori quali il lusso, la moda e gli sport corruttori andranno mortificate. Per queste ed altre novità ardue, molti odieranno il Papa che insegnerà e agirà da un monastero di campagna. Ma l’odio vorrà dire che Egli non sarà stato inutile come quasi tutti i suoi predecessori.

A.M. Calderazzi

MA COME: PER CANCELLARE IL 4 MARZO LA RIMILITANZA ROSSA NON BASTA?

Il quotidiano leader della Milano leader ha pubblicato tre pensose meditazioni (su dove siamo e dove andiamo) nei giorni stessi che il deprecato governo degli incompetenti concordava coll’Europa una manovra italiana accettabile per tutti e accettata dai più.
Mauro Magatti ha sostenuto il 15 dicembre che “serve un nuovo rapporto tra economia e società. Occorre vincere la stessa sfida di Keynes nel naufragio degli anni 30.

Innanzitutto bisogna essere consapevoli che tutte le democrazie sono investite oggi dalla protesta dei perdenti/scontenti, i quali non credono più che la salvezza possa venire dalla crescita. Siamo usciti dall’immaginario della crescita illimitata. La quota di benessere in cui si può sperare è modesta. Ancora: “le sinistre di potere, ormai guadagnate al liberismo, sembrano incapaci di mediare tra le vite individuali e i processi associati alla globalizzazione. Efficace uno dei manifesti dei Gilet Gialli ‘Le elite pensano alla fine del mondo, noi alla fine del mese’.
Il cambio delle condizioni storiche rende difficile assicurare benessere e felicità per tutti (…) Allora il rischio di un repentino rovesciamento autoritario, in forme inedite, diventa più realistico.
Occorre tornare a interrogarsi su come sia possibile tenere insieme, oggi, la crescita e la democrazia. Occorre “riconnettere in modo nuovo, intelligente e non regressivo, economia e società”. Magatti non dice come si possa riuscire a riconnettere, con gli strumenti ereditati dai governanti del passato.

La meditazione di Stefano Passigli, il 18 dicembre, intitolata “Qualsiasi paese ha bisogno di una classe dirigente ” si concentra sul quesito se “la competenza sia o no insostituibile”. Egli sembra spiegare “la fragilità del nostro sistema politico con la scarsa legittimità riconosciuta alle istituzioni espresse dai partiti che condividevano i valori della democrazia rappresentativa”.
Nelle ultime quattro elezioni il turnover quanto a età media, permanenza nel mandato, precedenti esperienze anche professionali, nel nostro Parlamento è stato triplo che nei parlamenti di Francia, Germania e Inghilterra. “Al ricambio graduale delle elite si è sostituito lo tsunami di un mutamento quasi totale del personale politico. E’ fortemente sceso il numero di parlamentari provenienti dall’università, dalle professioni o dal’imprenditoria. Sono demonizzati i concetti stessi di esperienza, competenza e di relazioni, anche internazionali”.

L’Autore non spiega perché la competenza e le relazioni sociali, anche internazionali, hanno smesso di gestire il sistema politico. Il terzo clinico chiamato a consulto dal Corriere, Franco Arminio, si focalizza sull’anima: “Il paese è più depresso. Almeno gli intellettuali dovrebbero allarmarsi. Invece restano inerti”. La speranza di Arminio va a coloro ‘che si fanno coinvolgere, che fanno il bene’. Il conflitto non è più tra destra e sinistra, ma tra tirchi e generosi, tra cinici e appassionati.
“Nessuno sa come andrà a finire. Dipende dai sogni che proveremo a realizzare”. Sembra, diciamo noi, una predicazione missionaria o una moralità: ma le idealità e i sentimenti sono proposte meno inconsistenti di nessuna proposta.

Veniamo però alla circostanza della sincronia tra queste meditazioni piene di destino e l’intesa raggiunta coll’Unione dal governo degli improvvisati, così povero di superiore sapienza e del consenso dei quartieri alti che sorreggevano i consueti detentori del potere. Il sopraggiunto Conte è risultato meno re Travicello. I due consoli, soprattutto, sono stati meno bislacchi del temuto. E’ un fatto: la compagine moderata dell’Avv. Prof. del Gargano ha ottenuto a Bruxelles più o meno quanto conseguivano gli statisti del vecchio corso, i Fanfani, i Craxi, i Gentiloni. Magari, si vedrà, qualcosa di più a favore della plebe malandata.
Si dirà: sono gli alti gradi dei ministeri che, conoscendo le pieghe della spesa, hanno scongiurato la procedura d’inflazione e raffrenato l’incoscienza dei politici di turno. Giusto: ma i tecnici dei dicasteri e della burocrazia brussellese non hanno sempre sopperito all’inevitabile ignoranza specifica dei leader politici assurti a ministri?

Allora, se i governanti gialloverdi hanno dimostrato di non conculcare il know how dei tecnici, cos’hanno meno dei politici (magari di risulta dal fallito PC) oggi rimpianti dagli alti redditi e loro signore e vedove?
Magari l’assetto del momento degenererà anch’esso in malcostume; oggi solo gli spodestati e gli annientati giudicano rovinosa l’alternativa espressa il 4 marzo. Quest’ultima andrà combattuta appena inizierà a somigliare troppo al Settantennio.
Resta, a tutto disdoro degli intellettuali che pontificavano dagli ombrelloni di Capalbio, che hanno indirizzato male i gestori insediati nei giorni di Enrico De Nicola, di Ferruccio Parri e del colonnello Valerio.
Le ideologie, le categorie e i precetti ereditati da quei giorni boccheggiano quasi tutti. Che senso ha glorificare le immaginarie virtù della democrazia rappresentativa e i padri nobili della Costituzione-manomorta (destinata alla discarica), se oggi le grandi masse non se ne curano più, al contrario?

Il divertente è che questo o quel nostalgico del Pci fallito nel disonore e della scornata egemonia di Repubblica si alza a invocare la resurrezione di una forza capace di riprendere il governo. Come riprenderlo?
La ricetta: ringiovaniti fiotti di fedeltà ai valori, agli ormoni e ai canti di guerra di una volta. I tipi come D’Alema si trastullano con farnetichi quali una rifondazione del partito di Gramsci, Stalin e Nilde Iotti. Bravi! Disseppelliscano temi e slogan del passato e, come quegli apostoli del Nazareno che di mestiere pescavano, isseranno reti strabocchevoli di voti. Rilancino le lotte e i diritti, confezionino striscioni e bandiere coi relativi fischietti e tamburi di latta, e i lavoratori rifluiranno al Pd, oppure alle parecchie ‘cose di sinistra’. Il segreto per riuscirci sarà nel rimpiangere i tempi di Di Vittorio, il digrignare di denti e di mitra del partigiano Giorgio Bocca, l’esclamare rosso dei cineasti alla Nanni Moretti: risultato, il populismo spirerà, la concorrenza globalizzata sarà sgominata, i mercati globali torneranno nostri.

A.M. Calderazzi

LUNGA VITA AL DEBITO PUBBLICO ITALIANO

Un problema di economia ne richiama altri, concettualmente prossimi o lontani. Una misura di politica economica non può essere pensata – e ancor meno applicata – senza tenere conto dei molteplici effetti che avrà sulla realtà sulla quale vuole incidere.

Nel mondo dei fenomeni economici nessun evento è isolato; lo stesso identico fenomeno ha valenze,peso, conseguenze diverse da Paese a Paese e richiede quindi una speciale attenzione e decisioni ad hoc. In modo un po’ semplicistico, ma realistico, non è sbagliato assimilare il sistema economico al corpo umano. Per guarirlo se è malato, e per prevenire l’insorgere delle malattie se è sano, non possiamo contare su rimedi validi per ogni situazione.

La medicina per il singolo e la politica economica per la collettività, non sono scienze ma arti, che si servono di varie scienze per poter bene operare, adattando a ciascun caso il rimedio appropriato. Queste considerazioni valgono anche per la questione del debito pubblico, e può essere utile fornirne alcuni esempi.

I titoli del debito pubblico di un Paese povero – dove quindi la capacità di risparmio è modesta o quasi inesistente – per poter essere venduti a risparmiatori situati al di fuori dei suoi confini, vengono emessi in una valuta straniera e a tassi piuttosto elevati per compensare il rischio derivante dalla possibilità che il Paese non riesca ad onorare gli impegni assunti all’atto dell’emissione dei titoli. Ne discende che, per pagare gli interessi pattuiti e rimborsare il debito alla scadenza, ciascuno di questi Paesi dovrà procurarsi la valuta straniera necessaria a far fronte ai propri impegni, e potrà farlo soltanto in due modi: con le esportazioni e/o con la vendita a stranieri di beni dei quali il Paese sia proprietario all’interno o all’esterno dei propri confini; di conseguenza il debito pubblico dei Paesi poveri è a tutti gli effetti debito estero.

Un caso opposto è quello del Giappone, detentore del debito pubblico più alto del mondo in termini pro-capite: 92 mila dollari (2016), pari a circa 83 mila euro; eppure il fatto di detenere questo record non è una ragione di allarme. I titoli del debito pubblico giapponese infatti sono emessi nella valuta locale (yen), hanno tassi di rendimento piuttosto bassi, sono interamente o quasi sottoscritti da cittadini giapponesi i quali hanno una capacità di risparmio elevata e sono motivati a questo comportamento perché consapevoli di operare a beneficio della collettività della quale fanno parte.

L’enorme debito pubblico degli Stati Uniti d’America ammonta a 62 mila dollari pro-capite e i titoli che lo rappresentano non potrebbero essere assorbiti dai residenti a causa della inadeguata capacità di risparmio delle famiglie americane. I Treasury Bond, in $ USA, vengono quindi venduti soprattutto ad acquirenti esteri. Si può osservare che gli Stati Uniti sarebbero l’unico Paese al mondo ad avere un’alternativa valida al debito pubblico: stampare moneta. Il manuale di economia però afferma categoricamente che ciò provocherebbe inflazione, ma questa presa di posizione meccanica e apodittica è fuorviante; la risposta “giusta”anche in questo caso – come sempre in economia – è DIPENDE.

I titoli del debito pubblico di ciascuno dei Paese dell’Unione europea che abbia adottato l’euro come moneta nazionale sono di solito emessi nella valuta comune. La Germania ha un debito pubblico pro-capite di 25 mila euro, la Francia di 34 mila e l’Italia di 37 mila: come si vede i divari in proposito non sono poi così abissali. L’emissione di titoli del debito pubblico di ogni Paese euro deve sottostare a regole note come “parametri di Maastricht” le quali fissano soglie che non devono essere superate. Non è questo il luogo per muovere qui una critica alla natura di questi parametri – istituiti nel 1992 e divenuti operativi l’anno dopo – se non per dire in termini generali che sono soprattutto fondati su equivoci, errori e rapporti di forza ineguali tra i firmatari del documento che li ha istituiti.

Basti dire, a titolo di esempio, che uno di questi parametri gravati da errore esprime in termini percentuali la correlazione che dovrebbe esserci tra l’ammontare del debito pubblico di un Paese e il valore monetario del suo Prodotti Interno Lordo (PIL); questo valore non dovrebbe superare la soglia stabilita per questo parametro.

L’errore sta nell’aver messo in correlazione due entità eterogenee, l’una FONDO (debito pubblico totale) e l’altra FLUSSO (PIL di un certo anno) che non possono in alcun modo essere reciprocamente correlate perché appartenenti a due sfere concettualmente e metodologicamente differenti.

Il DEBITO PUBBLICO del Paese nel suo insieme (il cui ammontare è calcolabile in un qualsiasi preciso momento) può essere posto in relazione soltanto con l’entità ad esso omogenea e cioè la RICCHEZZA della popolazione del Paese (che pure può essere calcolata in un momento preciso), ma non con il REDDITO nazionale (o PIL) che non può essere calcolato in un preciso momento dato che il calcolo, per la natura FLUSSO di questa entità, richiede di essere fatto su un arco temporale, che di solito è l’anno. A scanso di equivoci è bene precisare che la RICCHEZZA (sinonimo di patrimonio o di capitale) privata delle famiglie italiane, è composta da beni immobili (edifici e terreni), beni mobiliari (azioni e obbligazioni italiane ed estere),opere d’arte, gioielli, denaro contante, beni capitali o strumentali (per produrre beni o servizi destinati alla vendita), beni durevoli di consumo(mezzi di trasporto per uso privato, elettrodomestici, attrezzature per uso personale o familiare).

L’entità FLUSSO rappresentata dal PIL – che non può essere posta in correlazione con l’entità FONDO costituita dall’ammontare totale del debito – deve essere invece correlata ad un altro concetto FLUSSO: il servizio del debito (debt service). Questo è costituito dalla somma degli interessi pagati in un certo anno su tutti i titoli esistenti in quell’anno, più l’importo del rimborso dei titoli che scadono in quell’anno. L’ammontare del servizio del debito moltiplicato cento e diviso per il PIL, rappresenta il tasso del servizio del debito (debt service ratio),una entità dotata di un suo preciso significato e che soddisfa i criteri metodologici della razionalità economica.

Dopo questa noiosa ma doverosa digressione passiamo a due punti cruciali: le RAGIONI del debito pubblico e la vera NATURA del debito pubblico.

RAGIONI DEL DEBITO PUBBLICO

I Governi, per poter conseguire gli obiettivi che si propongono, dovrebbero contare sulle entrate fiscali. Tuttavia, se il costo delle politiche da attuare è superiore a quello consentito dalle entrate ordinarie, il Governo può decidere di aumentare la pressione fiscale con nuove imposte e/o con aliquote più pesanti delle imposte e tasse in vigore.

Un’alternativa più equa,soddisfacente e consona allo Stato sociale moderno, è il ricorso all’indebitamento.I prestiti necessari all’azione di governo potranno essere ottenuti da istituzioni creditizie esistenti all’interno del Paese, o provenire dall’estero (altri Governi o privati), oppure essere concessi da istituzioni sopranazionali o internazionali. Tuttavia, ove la capacità di risparmio dei cittadini lo consenta, la via più naturale è quella di rivolgersi a loro quali finanziatori del debito pubblico del proprio Paese. Naturalmente la mano pubblica si impegnerà a remunerarli con interessi adeguati (tali da convincerli all’acquisto dei Buoni del Tesoro Poliennali o BTP) garantendo loro nel contempo la restituzione alla data pattuita delle somme prestate.

Questa soluzione è di gran lunga più soddisfacente di quella dell’incremento della pressione fiscale,anche perché mentre l’aumento di imposte e tasse – essendo un atto d’imperio della mano pubblica – costituisce un ordine delle autorità che se trasgredito verrà punito, il ricorso al credito concesso dai residenti allo Stato si fonda invece sulla libera volontà dei cittadini che acquisteranno i BTP o altri titoli del debito pubblico nazionale.

Il ricorso al credito concesso dal singolo cittadino-risparmiatore al Tesoro del proprio Paese, al fine di finanziarne volontariamente il debito pubblico, ha come conseguenza immediata quella di trasformare il risparmio liquido delle famiglie in titoli pubblici che vengono così ad essere parte della ricchezza dei cittadini sottoscrittori. 

NATURA DEL DEBITO PUBBLICO NEL CASO ITALIANO

I BTP e gli altri titoli del debito pubblico acquistati dai cittadini italiani divengono in questo modo parte della loro RICCHEZZA dalla quale deriverà un REDDITO rappresentato dagli interessi maturati ogni anno e regolarmente incassati dai proprietari dei titoli.

Il debito pubblico del Paese assume così il significato e i connotati di una “partita di giro”. Siamo infatti in presenza di una quantità economica che da un lato rappresenta il debito di un’entità astratta dalla durata di vita illimitata – e comunque non prevedibile, come è quella di uno Stato sovrano – mentre dall’altro costituisce una parte della ricchezza della quale gode la famiglia che ne è proprietaria, e che potrà trasmetterne la proprietà agli eredi.

Se questa è – come di fatto è – la inconfutabile realtà, sostenere che sul bambino che nasce oggi grava un debito pubblico creato dai suoi maggiori (genitori, nonni, bisnonni, ecosì via) che egli un giorno sarà costretto a ripagare rimborsandolo (ma a chi?), è un’affermazione priva di senso. Chi ha investito i suoi risparmi nel debito pubblico italiano lo ha fatto soprattutto perché questo investimento genera un reddito. La certezza che il debito del Tesoro verrà onorato con il rimborso alla scadenza ne è ovviamente un presupposto essenziale. Questo presupposto ha sempre trovato riscontro nella realtà italiana da quando (1861) esiste lo Stato unitario, lo stesso non si può dire per la Germania. Per la maggior parte dei detentori di titoli pubblici italiani al rimborso ottenuto seguirà l’acquisto di nuovi titoli emessi nel frattempo dalla mano pubblica.

Due terzi del debito pubblico nazionale sono oggi nelle mani di istituzioni e famiglie italiane, che ne possedevano la quasi totalità prima della liberalizzazione del movimento dei capitali iniziata a metà degli anni Ottanta. In compenso (a riprova della nostra eccezionale sebbene declinante capacità di risparmio) è bene sottolineare che una quota del debito pubblico di altri Paesi (quali Stati Uniti, Germania, Francia, Svezia, ecc.) è stata acquistata da italiani e fa parte del patrimonio delle famiglie italiane.

Il debito pubblico italiano non può quindi in alcun modo essere visto come un disastro nazionale al quale rimediare a costo di qualsiasi sacrificio. Sicuramente si dovrà operare per eliminarne i numerosi sprechi e per ridurne l’entità, al fine di indirizzare il risparmio nazionale verso impieghi destinati a imprese (per sostenere e ampliare la loro capacità produttiva) e alle famiglie bisognose di credito per acquistare ciò che ne possa migliorare le condizioni di vita.

OSSERVAZIONI IMPORTANTI

Gli interessi derivanti dai titoli posseduti da residenti sono gravati da un’imposta chiamata “cedolare secca” che ammonta al 12,5%. Quindi, il debito pubblico italiano sottoscritto dai residenti permette all’erario un risparmio del 12,5% sulla spesa per interessi. Sia d’esempio il caso del BTP trentennale con scadenza nel 2023 e interesse al 9%. La sua gestione non costa all’erario il 9% annuo, bensì il 7,875% che corrisponde all’interesse netto percepito dal residente in Italia che lo possiede.

L’importo degli interessi pagati ai sottoscrittori italiani non accresce soltanto il loro reddito (di una porzione esente da qualsiasi ulteriore imposta), ma costituisce per il sistema economico nel suo complesso una possibilità di spesa e di risparmio aggiuntivi (rispetto ad altri investimenti di tipo mobiliare) che favorisce il buon andamento dell’economia nazionale.

Al contrario, l’acquisto dei titoli del debito pubblico italiano da parte di non residenti ha due controindicazioni rilevanti:

1) costringe l’erario a pagare per intero l’interesse stabilito, senza detrarne il 12,5%;

2) rende i corsi dei titoli più soggetti alla mera speculazione, che si esercita attraverso una continua compravendita dei titoli – con interventi massicci delle principali società finanziarie che operano a livello mondiale – allo scopo di alterarne i corsi per ragioni di interesse privato che non possono avvantaggiare il nostro sistema economico.

Per esempio, la massiccia e improvvisa vendita dei titoli pubblici italiani da parte delle istituzioni economiche e finanziarie della R. F. Tedesca – in un momento di accesa speculazione diretta contro il nostro Paese anche per motivi politici, come accadde nell’autunno del 2011 – fece scendere rapidamente i corsi dei nostri titoli. Questa repentina variazione negativa provocò nei piccoli e medi possessori di questi titoli dei timori che si tradussero in vendite che, sommate alle precedenti, causarono un ulteriore abbassamento dei corsi. Chi aveva dato l’avvio a questa manovra poté così fare lauti guadagni ricomprando poi a prezzi più convenienti i titoli che, passata la febbre ribassista, tornarono alle quotazioni precedenti.

Per le suddette ragioni mantenere in mani italiane i titoli del debito pubblico del nostro Paese significa non soltanto contribuire alla stabilità e alla prosperità dell’economia nazionale, ma anche permettere alle famiglie italiane di avere un reddito dai loro risparmi, cosa ormai impossibile con i depositi in conto corrente a causa del cartello bancario, illegale perché viola le norme sulla concorrenza, ma di fatto operante. I clienti vengono indirizzati verso impieghi più profittevoli (per le banche) e così fanno i promotori finanziari sconsigliando i titoli pubblici italiani “che non rendono nulla e sono insicuri”. La falsità di questa affermazione è sotto gli occhi di chiunque voglia guardare ai fatti concreti. Il rendimento dei titoli pubblici italiani è significativo (come si mostrerà più avanti), la sicurezza è provata dal fatto che negli ultimi 157 anni non è mai venuta meno, a differenza di quanto è avvenuto in Germania, dato che negli ultimi 147 anni è stata smentita dai fatti almeno una volta.  

UNA POSTILLA DALL’ATTUALITA’

Al fine di investire i propri risparmi in modo oculato e redditizio (favorendo nel contempo il nostro sistema economico)sarebbe bene guardare ai CIR (Conti individuali di risparmio) https://financecue.it/i-cir-conti-individuali-di-risparmio/12668/ di probabile imminente creazione ed entrata in vigore.

In attesa che i CIR siano disponibili, osserviamo come possibili destinatari di investimenti redditizi i seguenti BTP, con durate comprese tra i 20 e i 50 anni, e verifichiamo quale è nel dicembre 2018 il rendimento che effettivamente finisce nelle tasche deipossessori di questi titoli senza che vi siano ulteriori conseguenze fiscali:

BTP 1ST2040 5% (-cedolare secca=4,375%) al corso di 118 rende il 3,708%

BTP 1AG2039 5% (-cedolare secca=4,375%) al corso di 119 rende il 3,677%

BTP 1ST2044 4,75% (-cedolare secca=4,156%) al corso di 116 rende il 3,583%

BTP 1FB2037 4% (-cedolare secca=3,5%) al corso di 107 rende il 3,271%

BTP 1MZ2048 3,45% (-cedolare secca=3,01875%) al corso di 96 rende il 3,145%

BTP 1ST2046 3,25% (-cedolare secca=2,84375%) al corso di 94 rende il 3,025%

BTP 1MZ2067 2,8% (-cedolare secca=2,45%) al corso di 83 rende il 2,952%

Guardando con attenzione questi dati ci si dovrebbe chiedere perché mai siano da preferire le alternative di investimento che vengono proposte da banche e promotori finanziari di ogni tipo, dato che alla prova dei fatti queste alternative(azioni, obbligazioni societarie e titoli esteri) si sono rivelate meno redditizie e tutt’altro che esenti da rischi. In proposito varrebbe la pena dileggere con attenzione quanto qui esposto: https://scenarieconomici.it/si-cambi-subito-il-meccanismo-dasta-dei-titoli-pubblici-di-f-dragoni-e-a-m-rinaldi/

Esaminiamo ora con occhio critico alcuni contenuti del supplemento “Plus24” de Il Sole 24 Ore di sabato 8 dicembre 2018. Nell’articolo “Valutare le capacità non (solo) i costi” l’autore Christian Martino scrive: Secondo i calcoli di Aipb Prometeia dal 2010 i clienti privati hanno ottenuto performance medie annue pari all’1,9% contro l’1% delle famiglie servite dal sistema bancario nel suo insieme.

Come si vede si tratta di rendimenti (lordi) notevolmente più modesti di quelli (netti) realizzati investendo nei titoli pubblici italiani sopra citati, operazione semplicissima da eseguire, e che non richiede l’aiuto di terzi, oneroso o gratuito che sia.

In questa situazione confusa ad arte, che favorisce soprattutto gli azzeccagarbugli dalla parlantina suadente, la lingua sciolta, la scrittura convincente, sembra che faccia capolino la ragionevolezza, e che stiano per diventare (o tornare) di moda iBTP nostrani.

Questa tendenza traspare nelle parole (comunque discutibili) di Francesco Paglianisi in: ZONA BUND “La tendenza? E’ restare liquidi” dove si dice che …i player finanziari attendono una brusca frenata della crescita e non escludono più una recessione per il 2019-2020. … Il risultato è un veloce allontanamento dal mercato azionario, un riposizionamento sugli asset obbligazionari e un aumento della liquidità. Non si riesce a stimare quanto durerà questa fase, masi percepisce che ora è importante dare la precedenza a conservare il patrimonio piuttosto che cercare la performance. Il successo del Bund, che è ritornato vicino ai minimi dell’anno, è frutto di questa esigenza. Nessuno ritiene che sia un ottimo affare una remunerazione del Bund a quota 0,25% per dieci anni, soprattutto a pochi giorni dalla fine del Qe, ma i money manager devono scegliere fra il male minore. Chi cavalca la volatilità sta invece lavorando su asset come i bond italiani, dove si rileva un cambio di scenario.I bond italiani hanno metabolizzato uno scenario di predefault, che sul breve non è più attuale. Se cambia lo scenario devono cambiare anche i prezzi. Se lo spread BTp-Bund scenderà sotto i 280 punti base potremmo assistere a un recupero prolungato dei Btp e Cct.

Che cosa si può ricavare dalla lettura di queste righe? Osservare in primo luogo che l’ipotesi di un possibile “fallimento” delle finanze di un Paese come l’Italia era ed è semplicemente inconcepibile. Rilevare poi una gravissima omissione, continuando a tacere su un punto cruciale: acquistando i Bund – come hanno fatto e continuano a fare molti italiani sviati dalle argomentazioni degli “esperti” – si finanzia gratuitamente il Tesoro del governo tedesco, dato che nessuna remunerazione o compenso viene riconosciuto ai sottoscrittori. Ne risulta che a causa di infondate dicerie acquistiamo i Bund tedeschi che rendono lo 0,1% lordo mentre veniamo scoraggiati dall’investire nei BTP italiani sebbene rendano il 3% netto.

In questo modo il Tesoro italiano si indebita con un onere pari a oltre trenta volte quello tedesco; il risparmiatore italiano che compra i Bund non incassa nulla; il Tesoro tedesco si finanzia senza alcun onere usando i nostri risparmi, e rimproverandoci pure di essere degli spendaccioni.

Gianni Fodella

già docente di Politica economica internazionale nella Università degli Studi di Milano 

IL TIGRE CLEMENCEAU AGGIUNSE UN ANNO ALLA GRANDE GUERRA

Mai “giustizia poetica” fu fatta in terra come il 18 febbraio 1921 a Versailles, quando il Parlamento francese elesse a capo dello Stato Paul Deschanel, un modesto presidente della Camera, invece che Georges Clemenceau: l’ancòra dittatore della politica transalpina, il ‘president de la Victoire’, il maggiore governante della Grande Guerra, il trionfatore del trattato di pace e delle più recenti elezioni generali. Al poco più che carneade Deschanel andarono 734 voti, a un Nessuno supplementare di nome Jonnart 66 voti, allo Jupiter della politica parigina 56 voti. Quel 18 febbraio la Terza Repubblica, destinata ad essere uccisa nel maggio 1940 dalla Wehrmacht, trovò la forza morale di ripudiare il Clemenceau che era stato ‘l’altra belva francese della Grande Guerra’ oltre a Raymond Poincaré. La Francia fu capace di vendicarsi dell’immane violenza sofferta a causa di un sistema costituzionale autoritario. I francesi credevano che la loro Rivoluzione repubblicana li avesse liberati per sempre della monarchia assoluta, padrona in tutto della pace e della guerra; e invece la decisione più tragica della loro storia millenaria, quella del primo conflitto mondiale, l’avevano presa nel campo francese qualche decina di oligarchi guerrafondai, altrettanto temerari quanto i cattivi consiglieri del Re Sole: al culmine dei suoi tanti trionfi militari il più importante sovrano del pianeta fu costretto a implorare le Potenze per ottenere le paci di Utrecht (1713) e di Rastatt (1714). Il lungo regno di Luigi XIV collezionò glorie ma avvicinò la Francia alla bancarotta. Pessimi furono anche i cortigiani e i marescialli che nel 1870 forzarono un Napoleone III malato alla rovinosa guerra con la Prussia.

La guerra del 1914 fu le mille volte più cruenta delle imprese di Luigi XIV. Dalla parte francese fu voluta dalla fazione revanscista allora capeggiata dal capo dello Stato Raymond Poincaré. Verso la fine del 1917 avrebbe potuto essere chiusa da un compromesso. Fece qualche passo Carlo I, successore dell’imperatore austriaco Francesco Giuseppe, ma si oppose vittoriosamente il Tigre, Georges Clemenceau, messo a capo del governo nel novembre 1917 dal supremo bellicista Poincaré.

Clemenceau non era stato in prima fila nella congiura bellicista del 1914; non era dunque tra gli autori diretti della conflagrazione. Invece, scoppiato il conflitto, il Tigre si rivelò l’assertore più intransigente della vittoria militare a qualunque costo. Tutti gli storici concordano che nell’autunno 1917 il presidente della Repubblica Poincaré non aveva che due opzioni politiche per l’Esecutivo: o Clemenceau, l’uomo abbastanza implacabile da concepire solo il trionfo sul campo; oppure Joseph Caillaux il quale, autore di un accordo importante con Berlino nel 1911 quando capeggiava il governo, avrebbe alla testa di altri pacifisti, tra cui Aristide Briand, favorito ogni occasione di un accordo di pace. Coerente col proprio revanscismo, Poincaré proclamò l’impossibilità di dare il governo a Caillaux. Insediato al potere, Clemenceau esigette dalla magistratura che Caillaux fosse arrestato e incriminato per intese col nemico: in sostanza per alto tradimento, pena massima la morte. L’ex-presidente del Consiglio restò in carcere ben oltre un anno. Fu condannato, meno pesantemente, dall’Alta Corte di Giustizia nel 1920; fu amnistiato nel 1925. Finchè restò in carica, il Tigre infierì su altri fautori della pace: rassegnò le dimissioni il giorno che una misteriosa giustizia della storia volle il carneade Deschanel all’Eliseo.

A fine 1917 si consumarono le responsabilità di Clemenceau come allungatore per un anno della Grande Guerra; restano infatti senza numero le manifestazioni del suo efferato impegno per vincere la guerra. In passato non fu cieco assertore delle imprese militari. Non amò le conquiste coloniali che Parigi moltiplicò a fine secolo XIX. Fu un sofisticato umanista; brillante e assai nota la sua opera “Le Grand Pan”, gonfia di Ellade. Idolatrava il retaggio greco, così come detestava quello romano (tra parentesi detestava l’Italia del suo tempo).
Nato in una famiglia agiata e accesamente ‘republicaine’ della Vandea, prima di darsi alla politica era stato medico, poi giornalista, con proprie testate, quasi tutta la vita. Altrettanto fermo il suo ateismo. Nell’età giusta fece molta mondanità ed ebbe varie storie femminili. Fu soprannominato con successo “Tigre” da un suo capo di gabinetto Emile Buré (per come aveva “sbranato” e messo alla porta nel 1906, da ministro dell’Interno, un malcapitato prefetto); in precedenza era stato conosciuto come ‘Dandy’, tanto puntiglioso era il suo impegno sartoriale.

Jean-Baptiste Duroselle, dell’Institut, è l’autore della più autorevole e monumentale biografia del Tigre (1077 pagine). Mette così, apoditticamente, la questione del crudele prolungamento della carneficina nel tardo 1917: “La pace non era possibile perché la Germania non avrebbe restituito l’Alsazia-Lorena”. Posto che ciò fosse vero -ma anche il Reich era estenuato, nonostante le vittorie ad Est- il punto era che l’Alsazia-Lorena non meritava un anno supplementare di strage. Anzi non avrebbe meritato alcuna Revanche. La Francia aveva perso l’Alsazia-Lorena -un acquisto recente (1648, trattato di Utrecht), una terra dove la maggior parte dei cognomi sono ancora oggi tedeschi- in quanto nel 1870 aveva mosso una guerra temeraria e insulsa alla Prussia e ai suoi alleati.

La verità è che se il regno di Sardegna prima, quello d’Italia poi, infine l’impero di Mussolini persero guerre, la Francia del 1914 e del 1939 non aveva imparato niente da Waterloo, anzi dalle sconfitte di Spagna, dalla battaglia di Lipsia, dalla disfatta della Grande Armée in Russia. L’intelligenza e la logica cartesiana, vanti della civiltà francese, non seppero salvare il paese dal grottesco infortunio del 1870: il puntiglio sul futuro della corona di Spagna. Quando, nel 1868, la politica spagnola aveva deciso la deposizione della regina Isabella II, il candidato a succederle con le maggiori chances era risultato il tedesco Leopoldo di Hohenzollern, di un ramo laterale della dinastia di Prussia. Parigi aveva apposto un veto immediato, per non confinare a Sud come a Nord con monarchie germaniche. Il padre del principe aveva prontamente ritirato la candidatura del figlio, ma l’ambasciatore di Parigi aveva tentato di ottenere di più: una garanzia personale del re di Prussia rafforzante la rinuncia dell’aspirante Hohenzollern. Un’infernale astuzia del cancelliere Bismarck conseguì l’effetto di attirare Parigi nell’imboscata di dichiarare guerra alla Prussia, colpevole di avere attentato al prestigio dell’ambasciatore di Parigi, conte Benedetti.

Nel giudizio dell’imperatore Napoleone III, venuto al fronte quale comandante supremo, l’esercito francese non era pronto e non era all’altezza dell’avversario. Due battaglie campali bastarono per annientare, in due settimane, l’armata dell’imperatore. Fatto prigioniero a Sedan, quest’ultimo fu immediatamente deposto a Parigi, mentre la Troisième Republique fu proclamata nel 1875. Un grave soprassalto di questi eventi fu la Commune rivoluzionaria parigina, le cui vittime si contarono a molte migliaia, passate per le armi o massacrate dai cannoni francesi.

Nel novembre 1918 il bellicismo francese capeggiato dal Tigre e da Poincaré conseguì l’agognata vittoria militare: la Germania e l’Austria-Ungheria soccombettero all’estenuazione di tutte le risorse materiali e umane. Tuttavia il conflitto mondiale riprese un ventennio dopo. Nel maggio 1940 la Francia fu costretta alla resa, per rialzarsi alla vittoria degli anglo-americani quale modesta potenza ausiliaria. Dagli onnipotenti vincitori i francesi furono ammessi a presidiare una delle zone d’occupazione dell’ex-Terzo Reich. Dopo d’allora tentarono solo di scongiurare la perdita delle colonie. Nei giorni stessi della liberazione della metropoli, i caccia-bombardieri di Parigi attaccarono in Tunisia la folla che manifestava per l’indipendenza. Gli anni che seguirono furono segnati dal fallimento di tutte le inprese di repressione coloniale: Madagascar, Marocco, Algeria, Indocina e luoghi minori. L’impresa d’Indocina risultando impossibile -Dien Bien Phu!- essa fu appaltata agli Stati Uniti, e tutti conoscono l’epilogo, quando si dovettero autoaffondare gli elicotteri che dovevano mettere in salvo gli ultimi occupatori Usa e i loro principali collaborazionisti vietnamiti.

Una volta distrutto a Waterloo il mito di Napoleone, la Francia guerriera ha compiuto soprattutto imprese coloniali, o suicide (due guerre mondiali) o velleitarie, degne di Mussolini. La Grande Guerra costò ai francesi un milione e mezzo di morti, terribili costi economici, nonché un secondo conflitto mondiale che le inflisse l’occupazione germanica, le devastazioni dal cielo e dal mare, il Maquis e le rappresaglie: nell’assieme, la più grave sconfitta della storia.

Ebbene Georges Clemenceau è entrato nella storia per lo sforzo forsennato di dimostrare che la Francia ‘doveva vincere’ perché il diritto era dalla sua parte, e perché la stirpe francese -lui la chiamava orgogliosamente “race”- era eroica e guerriera. Chissà se queste ragioni consolavano vedove, orfani e ogni altro francese schiacciato dalla ragion di Stato.

Scrive J.B,Duroselle, il maggiore biografo del Nostro: “Parce qu’en 1917-18 Clemenceau serà ‘ l’homme qui fait la guerre”, on pourrait penser qu’il aurait mené, de 1906 à 1909, une politique violemment anti-allemande et preparé une Revanche afin d’opérer la reconquete de l’Alsace-Lorraine par la force. Ce serait une immense erreur. La politique étrangere du premier gouvernement Clemenceu fut modérée. Il etait anti-allemand, mais désirait la paix”.

Arrivò il 1914 e divampò nel Tigre l’entusiasmo “face à l’heroisme des soldats dans la bataille.” Si scatenò la sua tempra di uomo d’azione. Divenne naturalmente ” “l’homme de la victoire que les autres pays, l’Allemagne en tete, ont envieé a la France”. Si può dire che nei primi tre anni della guerra scrisse un editoriale al giorno per esigere “un gouvernement d’acier, indéfectible, armature inflexible d’une des plus noble races de l’histoire”. Quando l’Italia entra in guerra a fianco della parte che promette di più, l’editoriale del grande bellicista approva: “L’Italie, hesitante, a reconnu que son histoire ne lui permettait pas d’etre absente d’un combat qui etait de l’umanitè tout entiére”. Attribuzione, al mondo intero, che non poteva essere più menzognera. L’intervento italiano fu altrettanto criminale quanto quello francese l’anno prima.

Il 15 agosto 1915 l’editorialista al potere esigeva ancora una volta, egli settantaquattrenne, che les enfants de la France si sacrifichino per la gloria: “La France crie qu’elle a besoin pour vivre que ses enfants donnent leur vie”. In compenso il Tigre amava liricizzare il resoconto delle sue assidue visite al fronte, quando semplici poilus gli offrivano fiori (per gratitudine d’essere stati prescelti a forse morire): “La rude main présent un petit bouquet de fleur crayeuses, augustes de misère et flamboyantes de volonté”.

Duroselle sottolinea continuamente “le formidable combat que Clemenceau menait contre le pacifisme, qu’il assimilait à la trahison”. Intanto, appena insediato, si mise alla caccia degli imboscati (“ogni giorno arrivavano al ministero della Guerra, che aveva riservato per sé, le lettere di raccomandazione dei parlamentari. Il suo sforzo fu aspro, gli imboscati erano tutti ‘figli di arcivescovi’ e del voto dei parlamentari aveva bisogno). Sempre nell’ambito della lotta al pacifismo, il Tigre proibì ai socialisti francesi di partecipare a un congresso in Svizzera che poteva illudersi di promuovere la pace. Si destituirono senza complimenti i generali che non nascosero il proprio pessimismo nei momenti durissimi come la grande offensiva germanica della primavera 1918, offensiva resa possibile dalla resa della Russia. Il Tigre deplorò la riluttanza del gen. Petain a muovere attacchi sanguinosi ed inutili. Arrivò a pensare di sostituirlo.

Categoricamente ostile a qualsiasi accorciamento del conflitto, il capo del governo rifiutò di autorizzare i contatti che potevano portare il proprio fratello Paul, importante ingegnere, fino al nuovo imperatore austro-ungarico, Carlo d’Asburgo. Delle due figlie di un introdotto giornalista liberale Moritz Szeps. una Sophie, era cognata di Clemenceau. L’altra, Berta Zuckerkandl, aveva su consiglio dell’amico scrittore Hugo von Hofmannsthal, avviato nella primavera 1917 degli approcci, collegati ai tentativi di pace dei due principi Sisto e Saverio di Borbone Parma, cognati dell’imperatore Carlo. Berta incontrò a Vienna il ministro degli esteri imperiale Czernin. Il governo tedesco fu informato di questi passi, così come lo fu Paul Painlevé, predecessore del Tigre a capo del governo. Al Tigre si attribuì l’intenzione di far arrestare la moglie di suo fratello. L’affetto fraterno finì per sempre.

Manco a dirlo, Clemenceau avversò duramente i tentativi pubblici di pace dei Grandi della terra: del presidente Wilson nel dicembre 1916 e nel gennaio successivo; di papa Benedetto XV nell’agosto 1917; di varie personalità anche francesi. Ancora più contrario ai tentativi segreti, che coinvolsero Aristide Briand, undici volte presidente del Consiglio, 15 volte ministro degli Esteri. Fautore come Caillaux di una storica riconciliazione con la Germania, Briand firmerà con Berlino il trattato di Locarno (1925). Premio Nobel della Pace l’anno dopo.

Il 2 aprile 1918 il ministro degli Esteri rivelò in pubblico che sia Vienna, sia Berlino inclinavano a un accordo di pace. Clemenceau, come Poincaré, pose un veto assoluto. Il Tigre accusò l’imperatore austriaco di mentire. Tutta la vita l’imperatrice Zita, consorte di Carlo I, odiò il Tigre, anche per il suo ruolo nella fine dell’Austria.
De Gaulle e Adenauer dimostreranno che nel futuro di Francia e Germania non c’è che l’imperativo della pace definitiva, alla testa del Continente. Almeno i francesi negarono al president de la victoire la gloria e la pensione dorata dell’Eliseo.

Antonio Massimo Calderazzi

Riflessioni di Nicola Matteucci sul movimento neo-conservatore negli USA. L’adesione di J.F.Kennedy

Una sessantina d'anni fa, in pieno levarsi negli States dell'aurora kennediana, il compianto professore Nicola Matteucci, luminare degli studi storici a Bologna e cofondatore de Il Mulino, scriveva un'imponente introduzione -150 pagine- all'edizione italiana (Il Mulino) di "The American Revolution: a Constitutional Interpretation", molto autorevole e poco letto saggio di Charles H. McIlwain, uscito nel 1923. 

Lo studioso americano si diceva "scettico sulla possibilità che la dottrina della sovranità parlamentare sopravvivesse al trionfo della democrazia". McIlwain negava che la suddetta settecentesca dottrina fosse adeguata alle ex-colonie britanniche, ormai sul punto di diventare grande nazione: infatti c'era stata la Rivoluzione americana. La quale risultò dal fallimento del sistema costituzionale dell'Impero nel far fronte a situazioni nuove. "Nel XVIII secolo dalle due sponde dell'Atlantico si guardava invano al Parlamento londinese. I leaders inglesi, compreso William Pitt, furono incapaci, per scarsa capacità intellettuale, secondo lo studioso americano, di intuire la vera concezione dell'impero britannico". L'Introduzione di Nicola Matteucci rileva che "un'attenta meditazione sui problemi della moderna democrazia porterà McIlwain a respingere sia il mistico concetto della sovranità dello Stato, proprio della scuola tedesca, sia quello francese della sovranità del popolo, sovranità possibile solo in una democrazia diretta".

"Negli anni 50 del Novecento la guerra fredda e l'intervento in Corea, il contrasto tra democrazia e comunismo, le dure responsabilità degli USA nella difesa dei valori occidentali hanno imposto agli storici americani una domanda fondamentale sulla natura della civiltà e della tradizione politica del proprio paese. E ciò che maggiormente stupisce un intellettuale europeo, così propenso a farsi mediatore di conflitti più grandi di lui, è il fatto che il dissenso non metta mai in dubbio la lealtà verso il proprio paese, la profonda accettazione della sua storia".

La cultura USA che Matteucci descrive "più europea rispetto alle passate generazioni, ma più ricca dell'attuale cultura europea, capace cioè di fornire un modo nuovo con cui guardare l'America, essa porta altresì gli studiosi americani ad essere aperti critici dell'intellighenzia europea, con la sua vocazione per non superate frustrazioni al mandarinismo e al bovarismo.

Matteucci cita D.J. Boorstin, duro critico degli intellettuali italiani e francesi per la loro sufficienza e atteggiamento di superiorità. In "The Genius of American Politics "(1953) Boorstin scrive: "Per la declinante cultura europea -una cultura che muore di povertà, di monopolio, di aristocrazia e di ideologia- è naturalmente di una certa consolazione pensare che i suoi mali siano semplicemente gli eccessi delle sue virtù. "Il concetto europeo di cultura è essenzialmente aristocratico; e i suoi maggiori successi, specialmente in paesi come Italia e Francia, sono raggiunti nelle arti aristocratiche.

La letteratura dell'Europa è intesa per i pochi, i suoi giornali sono sovvenzionati dai partiti; i suoi libri, quando hanno successo, hanno una circolazione che è un quinto di quella in America, fatta la proporzione delle popolazioni. La cultura europea, o almeno la maggior parte di essa, è l'eredità di un passato pre-liberale".

Invece P. Viereck, in 'Professori dalla mentalità sanguinaria: la funzione antisociale di certi intellettuali', critica la funzione deleteria esercitata dalla cultura francese con la creazione di un nuovo tipo di intellettuale: lo snob 'aristocratico' sia in arte sia in politica: è un 'progressista' compagno di strada.
"Per meglio comprendere la novità del clima americano degli anni '50 rispetto all'America populista e progressista è opportuno, secondo Matteucci, riferirsi al movimento del 'New Conservatism'.

Esso teme di vedere travolti dall'edonismo della società opulenta i valori etici e religiosi della comunità nazionale; e sente che gli intellettuali finiscono per disertare se si integrano nella società capitalistica. L'intellettuale neo-conservatore non si sente integrato, non è riappacificato col mondo esistente".

"Il liberalismo di oggi scopre la profonda omogeneità tra conservazione e radicalismo, fra reazione e progressismo, quali aspetti necessari della stessa mentalità liberale. Questa consapevolezza porta a sottolineare l'assenza in America di una genuina tradizione rivoluzionaria. Neoconservatori e neoliberali sembrano quasi destinati a incontrarsi: nel 1962 Peter Viereck, che per primo aveva lanciato il neo-conservatorismo, riconosceva l'indissolubilità dei due termini, la loro stretta complementarietà. L'accento del neoconservatorismo cade sul promovimento di una maggiore libertà per gli individui: esso diffida del mondo industriale, ma sente che il pur necessario intervento del governo nell'economia può rappresentare un pericolo. Non c'è dissonanza con il liberalismo europeo, un liberalismo che si è affrancato da quella stupida e stantia religione del laicismo. "Nulla è più illuminante dell'itinerario di Peter Viereck, una delle personalità più affascinanti del neoconservatorismo.

Lo troviamo tra i più fermi oppositori della demagogia del senatore McCarthy, ma senza alcun complesso d'inferiorità nei confronti di comunisti e di compagni di strada; era stato acceso sostenitore di Adlai Stevenson, sconfitto candidato alla Casa Bianca. Aveva sostenuto che i democratici erano diventati l'autentico partito conservatore di questo paese, teso a preservare tutto ciò che è valido.

Sarà J.F. Kennedy a incarnare questo ideale. Non per nulla Kennedy, che si definiva un idealista senza illusioni, si richiamerà all'eredità di John Adams, quell'Adams rivalutato e esaltato dai neo-conservatori.
Lo stesso concetto di Nuova Frontiera non rappresenta un ripudio del passato: nella tradizione americana ci sono le soluzioni dei problemi nuovi".

Matteucci disapprova che si insista nell'usare la categoria "per noi squalificante", di conservatorismo invece di liberalismo. Il fatto è che in America liberal vuol dire radicale; inoltre liberal era stato deformato dalle formule del populismo e del progressismo. Ma, spiega, la guerra contro Hitler era stata voluta dagli intellettuali dell'Est, dagli uomini del New Deal, dagli industriali di Wall Street, da una nuova classe politica sulla quale non pesavano i sacri miti isolazionistici dell'Ovest, bensì l'ideale di una solidarietà anglosassone ed europea.

"Nel dopoguerra, dalle vecchie roccaforti populiste e progressiste era venuta la reazione al liberalismo, a Harvard, ieri portavoce di Wall Street, oggi del comunismo. Il radicalismo conservatore ha dietro di sé i larghi strati e non certo le classi alte. La massa, il popolo, poteva essere radicalmente conservatore, sordo ai valori aristocratici della tradizione."
"Nel ventennio 1940-60 il liberalismo perse senso di fronte al comunismo. Un'illusione spinse i migliori intellettuali a firmare un manifesto filocomunista: "Communism is 20th century Americanism". Si credettero i comunisti dei liberali mal guidati e troppo frettolosi, avviati sulla stessa strada di noi tutti: 'l'antifascismo progressista'.

In questi anni la pubblicistica italiana e francese non ci ha fatto conoscere il vero volto dell'America. Il concetto di conservazione costringe il liberale progressista a liberarsi di un'antica sedimentazione culturale". Quali che siano gli indirizzi storiografici e politici, conclude Matteucci, resta il problema di spiegare come fecero tredici rissose colonie a diventare una sola grande nazione. Senza volere in alcun modo sminuire il valore propagandistico degli slogan popolari, si può ben ammettere che i coloni d'America avrebbero perso la loro causa se la decisione fosse dipesa da un'imparziale considerazione dei principi giuridici in essa implicati".
"Insomma, nella storia della Rivoluzione non c'è spazio per le grandi controversie forensi su astratti diritti. La riscoperta del pensiero della Rivoluzione muoveva da un concreto problema politico che si era affacciato dopo la pace di Versaglia, quello di riorganizzare il mondo attraverso la Società delle Nazioni. L'ingenuo concepire la politica in meri termini morali non aveva retto alla prova di Versaglia. Il ritornare di moda delle interpretazioni progressiste degli anni '30 si dava però in un'atmosfera politico-culturale profondamente mutata: da un lato i comunisti si impadronivano degli schemi interpretativi dei progressisti americani, nell'atmosfera di un comune fronte popolare; dall'altro il New Deal porterà al superamento degli ideali individualistici degli anni a cavallo del secolo, a non odiare più il capitalismo.
La democrazia americana si riconciliava con le grandi corporations, visto che garantiscono al mercato una maggiore efficienza".

A.M. Calderazzi