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PER UNA POLITICA ECONOMICA CHE SIA VERAMENTE TALE IN ITALIA E IN EUROPA

Le accese polemiche che si sono susseguite in questi ultimimesi intorno alla manovra economica approntata dal nostro Governo e appena approvata dalle Camere, e le serrate trattative con la Commissione europea sul livello di deficit strutturale ammissibile, ci dovrebbero indurre a compiere alcune riflessioni, innanzitutto sul ruolo della politica economica e sull’obiettivo prioritario che essa ha il compito di perseguire.

Mi sembra doveroso, a questo proposito, partire dalla lezione di Federico Caffè. Come ebbe modo di scrivere in diverse occasioni, rifacendo sia quanto aveva già messo in rilievo Gustavo Del Vecchio (1883-1972)[1], scopo precipuo della politica economica è quello di far uso della conoscenza come guida dell’azione e i soggetti destinatari di tale indirizzo non sono solo gli organi di governo, ma anche gli altri operatori economici, siano essi pubblici o privati, interni o internazionali. Occorre però un’importante precisazione: “uno studio inteso a essere di guida all’azione non può confondersi o identificarsi con l’azione stessa. Questa, mentre da un lato implica poteri di decisione che mancano di regola (e comunque non sononecessari) a chi attenda a compiti soltanto di studio, dall’altra richiedegeneralmente l’integrazione degli utili elementi per tal via ottenuti conconsiderazioni di diversa natura e provenienza, a opera appunto di chi abbia il potere e la responsabilità di decidere”[2].

In tal modo Caffè sottolineava come non potesse mai venir meno il ruolo dei responsabili politici, ai quali soltanto spetta di adottare le decisioni inerenti alle azioni di politica economica da intraprendere, assumendosene l’onere. Il compito dello studioso (o del “tecnico” se così vogliamo chiamarlo) deve limitarsi ai suggerimenti o indicazioni per i problemi concreti, con l’avvertenza che essi comunque avranno un carattere inevitabilmente parziale, non potendosi delineare “quel prolungamento della conoscenza nell’azione (…) come predisposizione di categoriche norme e di conclusivi precetti, pronti per l’uso”[3], che lungi dall’avere una valida portata sistematica si rivelerebbero soggetti ad una rapida obsolescenza. Né, tantomeno, si può identificare la scienza economica in modo esclusivo con un determinato indirizzo “attribuendo ad esso una posizione di egemonia che, di fatto, non ha[4].

Già all’epoca, infatti, Caffè metteva in guardia dal “riflusso neoliberista”, che acriticamente sottolineava “la validità del mercato, come forma organizzativa dell’assetto sociale, senza tener conto delle numerose dimostrazioni fornite, attraverso il tempo, dei «fallimenti del mercato». (…) Poiché il mercato è una creazione umana, l’intervento pubblico ne è una componente necessaria e non un elemento di per sé distorsivo e vessatorio”[5]. Ovviamente anche l’azione della mano pubblica non è esente da errori e fallimenti, ma è anacronistico trattare le imperfezioni del mercato come aventi un carattere del tutto secondario rispetto a quelle dell’intervento pubblico.

Quanto all’obiettivo generale che deve perseguire la politica economica, non vi è dubbio che esso debba risiedere innanzitutto nell’accrescere il benessere umano. Caffè, richiamando un intervento tenuto nell’aprile 1963 a Roma dall’economista olandese Jan Tinbergen (1903-1994) durante la conferenza L’organizzazione dell’attività produttiva al servizio dell’uomo[6] annotava che “assumendo il benessere umano come obiettivo generale da massimizzare con le misure di politica economica, il Tinbergen considera che ne formino elementi costitutivi non soltanto i beni materiali, ma tutti quegli elementi – ideali, educativi, culturali – che riflettono i valori umani della nostra epoca storica”[7]. Tale impostazione era pienamente condivisa da Caffè, il quale era ugualmente consapevole del fatto che i diritti fondamentali sanciti nella nostra Costituzione dovessero rappresentare il quadro di riferimento a cui si doveva conformare anche la politica economica, che deve perseguire i propri obiettivi al fine di assicurare appunto il benessere generale e non gli interessi di pochi: “quando manchi l’organizzata volontà umana programmatrice, inevitabilmente gli interessi sezionali finiscono per prevalere su quelli della collettività”[8]. Il suo impegno in questa direzione è tra l’altro testimoniato dalla partecipazione ai lavori della Commissione economica del Ministero della Costituente, presieduta da Giovanni Demaria (1899-1998), il cui Rapporto in 12 volumi rappresenta il più alto contributo degli economisti italiani dell’epoca alla formulazione della carta costituzionale repubblicana.

D’altra parte lo stesso Demaria era fermamente convinto che lo Stato dovesse farsi promotore del miglioramento sociale, essere cioè fattore di produzione ossia “attore di elevazione e felicitazione materiale e superiore, protagonista e realizzatore di quel complesso di mete ideali e materiali che gli uomini si sono sempre configurate in ogni tempo. Quando lo stato operi lungo la linea ascendente del progresso dell’umana personalità agisce certamente come fattore di produzione, perché se l’organizzazione statale produce sempre qualche cosa (…), solo quando innalza la vita privata e sociale ad un piano storicamente superiore rispetto a posizioni spirituali, economiche e politiche arretrate può dirsi fattore di produzione rilevante per il patrimonio dei valori morali e materiali”[9]. Lo stato sociale moderno avrebbe dovuto quindi agire per limitare al minimo le diseguaglianze economiche e sociali, assicurare un certo grado di “benessere organico”, costituito da tutto ciò che è necessario alla vita dei singoli per renderla anzitutto possibile e poi piacevole, dal momento che “un benessere collettivo che comportasse la povertà di una parte della popolazione degraderebbe il povero e infetterebbe con la sua degradazione l’intero ambiente in cui vive, e tutto ciò che può degradare un paese può degradare un continente”[10]. Parole quanto mai profetiche rispetto alla situazione attuale dell’Europa.

Tali premesse erano necessarie per capire di cosa dovrebbe veramente occuparsi la politica economica e non è difficile capire che in questi ultimi tre decenni poco si è fatto sia in Italia sia in Europa per avvicinarsi a questi scopi. È del tutto attuale pertanto l’amara constatazione di Tullio Bagiotti (1921-1983) riguardo alla legislazione economica del nostro paese (che si potrebbe ben estendere a quella europea): “una legislazione da bottegai (…) avversata o sostenuta da una critica economica da bottegai. I propositi della Costituzione (…) sono stati disinvoltamente pretermessi. Il tutto a pregiudizio dei diritti dell’uomo, di libertà, e opportunità, che la Costituzione formalmente garantisce. E indubbiamente a pregiudizio della società, cui i diritti individuali sono fondamento e premessa”[11].

La politica economica nell’ambito dell’Unione Europea, a partire dal Trattato di Maastricht (1992) e ancor più dopo l’inizio della crisi finanziaria del 2007-08, è stata plasmata al solo fine di perseguire il rispetto dei parametri fissati dal trattato medesimo (i valori-soglia del rapporto deficit/PIL e di quello debito/PIL[12]), una disciplina di bilancio finalizzata al pareggio[13] e il mantenimento della stabilità dei prezzi[14] (ossessione tutta tedesca). Questa tendenza si inserisce nell’alveo della tradizionale attenzione che il diritto comunitario ha sempre dedicato allo sviluppo del mercato unico e alla conseguente tutela della libertà di concorrenza e della libera circolazione delle merci, dei servizi e delle persone.

L’attuazione e la protezione dei diritti sociali è stata subordinata a questi obiettivi. Infatti, sebbene l’art. 3 del Trattato dell’Unione Europea (TUE) affermi, al paragrafo 1, che essa “si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli”, subito dopo (paragrafo 3) precisa che “si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale”. Dall’impostazione di questa norma si evince come la piena occupazione e il progresso sociale svolgano un ruolo secondario rispetto allo scopo principale della crescita equilibrata e della stabilità dei prezzi. Né deve trarre in inganno l’espressione “economia sociale di mercato”, concetto di derivazione tedesca[15], volto a precisare come l’apporto dello Stato debba limitarsi ai soli interventi strettamente indispensabili a evitare i fallimenti di mercato, cui è stato aggiunto il correttivo “fortemente competitiva” per sgombrare il campo da eventuali equivoci, ribadendo la supremazia dell’approccio liberista.

Ciò è ulteriormente confermato dalle disposizioni del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). Anche qui l’art. 9 afferma solennemente che “nella definizione e nell’attuazione delle sue politiche e azioni, l’Unione tiene conto delle esigenze connesse con la promozione di un elevato livello di occupazione, la garanzia di un’adeguata protezione sociale, la lotta contro l’esclusione sociale e un elevato livello di istruzione, formazione e tutela della salute umana” e il medesimo principio è ribadito all’art. 151, che apre il Titolo X del TFUE, intitolato “Politica sociale”, in cui si legge che “l’Unione e gli Stati Membri, tenuti presenti i diritti sociali fondamentali, (…) hanno come obiettivi la promozione dell’occupazione, il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, che consenta la loro parificazione nel progresso, una protezione sociale adeguata, il dialogo sociale, lo sviluppo delle risorse umane atto a consentire un livello occupazionale elevato e duraturo e la lotta contro l’emarginazione[16].
Ma già nel successivo comma 2 è contenuta la significativa precisazione che nel porre in atto tali scopi l’Unione deve tener conto della “necessità di mantenere la competitività dell’economia” e l’art. 119, paragrafo 2, stabilisce chiaramente che le politiche economiche generali nell’Unione sono sostenute “conformemente al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”, fatto salvo l’obiettivo del mantenimento della stabilità dei prezzi .

Consideriamo infine la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata il 7 dicembre 2000 e adottata nel 2007, e ora inserita a pieno titolo tra le fonti normative dell’Unione in virtù del richiamo operato dall’art. 6 del TUE[17]. Nonostante il notevole progresso rappresentato dal fatto che nel Preambolo si afferma che l’Unione “pone la persona al centro della sua azione istituzionale”, anteponendo tale principio alla salvaguardia della “libera circolazione delle persone, dei servizi, delle merci e dei capitali”, la tutela approntata per i diritti sociali, di cui si occupa prevalentemente il Titolo IV (Solidarietà) appare piuttosto debole e meno incisiva rispetto alle disposizioni costituzionali di molti Stati membri.

Queste sono le fondamenta su cui è stato successivamente costruito, con vari interventi regolatori tra il 1997 e il 2013[18], il Patto di Stabilità e Crescita, ossia l’edificio di controlli preventivi e interventi correttivi demandati alla Commissione europea, che ha il compito di vigilare sul rispetto dei parametri stabiliti dalle norme dell’Unione e di proporre al Consiglio l’adozione di eventuali sanzioni nei confronti degli Stati membri inadempienti[19].

Un sistema di restrizioni che si inserisce nella cornice di un’unione monetaria rimasta largamente incompleta. Come è stato sottolineato da più parti non è possibile, mediante il bilancio dell’Unione, attuare politiche di stabilizzazione anticiclica; non sono consentiti trasferimenti tra gli Stati membri per colmare differenziali di competitività, né per intervenire in caso di squilibri delle bilance commerciali (notoriamente la Germania registra consistenti avanzi nei confronti dei paesi della zona Euro con effetti negativi su questi ultimi[20]); infine la BCE non può ricoprire il ruolo di prestatore di ultima istanza, in quanto espressamente vietato dall’art. 123 TFUE[21]. Tali criticità espongono a gravi rischi tutte le economie dei paesi dell’Unione Economica e Monetaria, soprattutto di quegli Stati il cui debito pubblico è più elevato e detenuto in misura consistente da investitori stranieri. Essi sono così in balia degli umori dei mercati finanziari e delle valutazioni, tutt’altro che disinteressate, delle agenzie di rating. Il caso della Grecia è esemplare e avrebbe dovuto far riflettere i responsabili politici europei sui rimedi da adottare, ma così non è stato. Piuttosto che affrontare i problemi irrisolti dell’area valutaria europea, si è preferito ricorrere a odiosi programmi di aggiustamento macroeconomico, che hanno gravemente impoverito la popolazione[22]. È così che si persegue il benessere dei popoli?

Un respiro completamente diverso, invece, hanno le disposizioni della nostra Costituzione, ispirate ad un progetto ambizioso di Stato sociale, in cui il benessere della persona umana assume una posizione centrale e in cui, conseguentemente, il rispetto e la realizzazione dei diritti sociali hanno un ruolo preminente, a cui vanno subordinati i principi dell’organizzazione economica. Ciò si evince fin dall’art. 1, dove si proclama che “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” (si veda su questo tema quanto ho già scritto nell’articolo “Le radici della Repubblica”); dall’art. 3 che solennemente afferma che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale” e che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”; dall’art. 4 in base al quale “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Ricordiamo infine tutte le fondamentali norme contenute nel Titolo III (Rapporti economici) della I Parte della Costituzione, riguardanti sempre il lavoro (artt. 35, 36, 37), l’assistenza sociale (art. 38), l’organizzazione sindacale e il diritto di sciopero (artt. 39 e 40), l’iniziativa economica privata, la quale è libera, ma che, come sottolinea l’art. 41, comma 2, “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”, la proprietà sia pubblica che privata e i limiti di quest’ultima “allo scopo di assicurarne la funzione sociale” (art. 42), il diritto, “ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro”, dei lavoratori di collaborare alla gestione delle aziende (art. 46), l’incoraggiamento e la tutela del risparmio in tutte le sue forme, l’accesso alla proprietà dell’abitazione, e l’investimento azionario, diretto o indiretto, nei grandi complessi produttivi del paese (art. 47).

In questo quadro si innesta la recente revisione degli artt. 81, 97 e 119 Cost. (legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1), che ha introdotto il cosiddetto vincolo del pareggio di bilancio. Sono ormai note le circostanze che hanno portato tra il 2011 e il 2012, nel breve volgere di pochi mesi, senza quasi alcun dibattito, all’adozione del provvedimento. Nel clima di incertezza generale provocato dalla crisi dei debiti sovrani, sicuramente decisiva fu la lettera, del tutto irrituale, che il 5 agosto 2011 Jean-Claude Trichet e Mario Draghi (l’uno governatore uscente, l’altro entrante della BCE) indirizzarono al Governo italiano e nella quale, tra le altre cose, statuivano che “a constitutional reform tightening fiscal rules would also be appropriate”[23]. In realtà la missiva riecheggiava, anche se in maniera più drastica, quanto già stabilito dal Patto Euro Plus del marzo dello stesso anno[24], ma senza dubbio essa produsse una forte accelerazione nell’avvio dell’iter di approvazione della nuova disciplina. Nonostante le evidenti pressioni provenienti da Bruxelles, è bene sottolineare che la scelta di procedere mediante revisione della Costituzione fu squisitamente politica (pertanto non imposta dalla normativa UE come si volle far credere all’epoca[25]), giustificata dalla nostra classe dirigente con la necessità di dare un “segnale forte” ai mercati e ristabilire la “buona reputazione” del nostro Paese, che, è il caso di ricordare, fin dalla nascita dello Stato unitario nel 1861 ha sempre onorato il proprio debito pubblico, diversamente dall’ “affidabile” Germania[26].

Molti hanno contestato, a vario titolo, l’introduzione di tale principio nella nostra Costituzione. Tuttavia occorre notare che la formulazione originaria dell’art. 81 e in particolare l’ultimo comma che recitava “ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte” aveva, secondo alcuni Costituenti, proprio lo scopo di assicurare il tendenziale pareggio del bilancio[27].

La norma era stata fortemente voluta da Luigi Einaudi, il quale riteneva che l’iniziativa in materia di bilancio dovesse essere limitata al Governo, negandola ai membri delle Camere. Egli infatti temeva che i deputati, per rendersi popolari, potessero proporre “spese senza nemmeno rendersi conto dei mezzi necessari per fronteggiarle”[28]. L’on. Ezio Vanoni appoggiò questa tesi, affermando esplicitamente che essa era una garanzia della tendenza al pareggio del bilancio e che fosse opportuno che anche dal punto di vista giuridico il principio fosse sempre tenuto presente alla mente di coloro che proponessero nuove spese: “Il Governo deve avere la preoccupazione che il bilancio sia in pareggio e la stessa esigenza non può essere trascurata da una qualsiasi forza che si agita nel Paese e che avanza proposte che comportino maggiori oneri finanziari”[29].

Nella concezione di Einaudi (e di altri economisti dell’epoca) il pareggio tendenziale di bilancio era una questione di buon senso e assumeva una dimensione morale, equiparando in questo caso l’azione dello Stato a quella prudente del buon padre di famiglia che ha un dovere verso i figli, verso le generazioni future[30]. È significativo quanto egli scriveva in una lettera del 13 dicembre 1948 indirizzata al Ministro del Tesoro Giuseppe Pella: “Se si suppone che l’ultimo comma dell’art. 81 non possa disgiungersi dal bilancio, ossia dal pareggio, se ne deduce la conseguenza che il legislatore costituente abbia voluto affermare l’obbligo di governi e parlamenti di fare ogni sforzo verso il pareggio. (…) Se si suppone invece che si tratti soltanto di un divieto “di non alterare in peggio”, non si consacra quasi, almeno per l’esercizio in corso, la permanenza del disavanzo? Non si riconosce in questa maniera ai disavanzi previsti al principio dell’anno, quasi un diritto a perpetuarsi? Che cosa si direbbe di un padre di famiglia il quale, malauguratamente per lui, al principio dell’anno prevede di avere un reddito di 50000 lire al mese ed una spesa di 70000; ma, poiché durante l’anno le sue entrate crescono da 50000 a 55000 lire al mese, si dimentica delle 20000 lire di vuoto che ha nel suo bilancio ed allegramente seguita a far debiti per 20000 lire consacrando le 5000 lire di maggior reddito a portare il totale delle sue spese da 70000 a 75000 lire? Si direbbe che costui è assai imprevidente, ed un po’ per volta il credito verrebbe a mancargli, così che ben presto sarebbe costretto forzatamente a ridurre le sue spese nei limiti della disponibilità. Lo stato si può comportare diversamente? (…) Se così fosse, il valore dell’articolo 81 non si ridurrebbe a nulla?”[31].

Il dispositivo del quarto comma dell’art. 81 che, secondo l’intendimento di Einaudi, mirava a garantire l’equilibrio del bilancio con l’obbligo del pareggio della spesa incrementale, si sarebbe però presto dimostrato insufficiente a governare il complesso sistema finanziario di una democrazia sociale, che come abbiamo prima visto si era posta scopi assai ambiziosi.

Tale problema era stato invece ben compreso da Demaria e dalla già menzionata Commissione economica da lui presieduta in seno al Ministero della Costituente. Nel quinto volume del suo Rapporto, dedicato alla Finanza, sui temi relativi al bilancio aveva adottato un’altra prospettiva, ritenendo che la solidità della situazione finanziaria non potesse poggiare unicamente su un equilibrio formale tra spese ed entrate, bensì su un “più profondo e sostanziale equilibrio tra attività finanziaria e attività economica in genere”[32].

Il fenomeno finanziario doveva essere messo in relazione con l’intera attività economica del paese. Solo in tal modo sarebbe stato possibile accertare se la politica delle entrate e delle spese fosse ben indirizzata, il pareggio di bilancio effettivo e valutare le ripercussioni dell’attività finanziaria, con tutte le sue complessità, sul reddito reale della collettività. “L’attività dello Stato in materia economica ed i relativi interventi – si legge nella relazione – si svolgono non soltanto attraverso la diretta gestione statale, ma più spesso mediante enti economici, variamente organizzati sicché è indispensabile tener conto non solo direttamente delle entrate e delle spese statali, quali risultano dal bilancio, e delle relative conseguenze, ma altresì della complessa attività e della gestione di tutte queste forme di amministrazione indiretta, la cui importanza diventa di giorno in giorno più evidente. Si tratta pertanto di sostituire sempre più ad un semplice bilancio finanziario un vero e proprio bilancio economico”[33].

Nel Rapporto si faceva riferimento anche allo strumento dei bilanci pluriennali, dal momento che l’attività statale “si svolge nel tempo senza soluzione di continuità”, così che “le conseguenze della spesa pubblica impiegano un certo intervallo di tempo per spiegare i loro effetti. Da ciò deriva, secondo alcuni, che è artificioso richiedere che l’equilibrio di bilancio si consegua puntualmente in ciascuno esercizio e non piuttosto in periodi più lunghi, tanto più che la vita economica (di cui il bilancio statale è, come è noto, un fattore nello stesso tempo determinato e determinante) non si svolge come un flusso uniforme, ma è caratterizzato da ondate alterne di prosperità e di depressione”[34].

In quest’ultimo caso, in particolare, poteva essere necessario abbandonare il canone di un bilancio in equilibrio, “dovendosi rinviare a periodi più prosperi” il proposito di ristabilirlo, con l’importante precisazione che “l’entità del reddito reale collettivo costituisce il limite della politica congiunturale la quale, pertanto, mentre deve preoccuparsi di attuare una accorta redistribuzione degli oneri derivanti dalla congiuntura, deve avere come fine precipuo, attraverso la politica delle entrate e delle spese, di incrementare appunto il livello del reddito predetto”[35].

Non lontano da questa impostazione si pongono le sentenze della Corte costituzionale che, a partire dagli anni ’60, hanno definitivamente escluso che l’art. 81 potesse contenere un obbligo giuridico al pareggio di bilancio[36]. Nella famosa sentenza n. 1 del 1966 la Corte infatti stabilì che “il precetto costituzionale attiene ai limiti sostanziali che il legislatore ordinario è tenuto ad osservare nella sua politica di spesa, che deve essere contrassegnata non già dall’automatico pareggio di bilancio, ma dal tendenziale conseguimento dell’equilibrio tra le entrate e la spesa”, tenendo conto dell’ “insieme della vita finanziaria dello Stato, che (…) non può essere artificiosamente spezzata in termini annuali, ma va, viceversa, considerata nel suo insieme e nella sua continuità temporale” in un’epoca in cui “i traguardi (…) che la comunità nazionale assegna a se stessa, impongono previsioni che vanno oltre lo stretto limite di un anno e rendono palese la necessità di coordinare i mezzi e le energie disponibili per un più equilibrato sviluppo settoriale e territoriale dell’intera collettività”. Questa interpretazione “estensiva” era ritenuta maggiormente rispondente alla lettera e allo spirito della Costituzione e in ultima analisi, aggiungo, capace di garantire l’effettiva attuazione del progetto di economia autenticamente sociale disegnato dalla nostra carta fondamentale e la messa in pratica di una politica economica coerente con esso[37].

Può dirsi la stessa cosa dell’art. 81 così com’è formulato oggi? Il testo attuale, in realtà, non parla espressamente di pareggio di bilancio, bensì del fatto che “lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico”. Per capire meglio il concetto di equilibrio occorre rifarsi alla legge cosiddetta rinforzata (legge 24 dicembre 2012, n. 243), approvata ai sensi del comma 6 dell’art. 81[38]. Da essa si ricava che “l’equilibrio dei bilanci corrisponde all’obiettivo di medio termine” (art. 3, comma 2, l. 243/2012). Questo a sua volta equivale al “valore del saldo strutturale individuato sulla base dei criteri stabiliti dall’ordinamento dell’Unione europea” (art. 2, comma 1, lett. e), vale a dire al “saldo del conto consolidato corretto per gli effetti del ciclo economico al netto delle misure una tantum e temporanee” (art. 2, comma 1, lett. d). Si tratta quindi di usare un metodo di calcolo piuttosto complesso, non esente da critiche e in fin dei conti discrezionale (non sarebbe di certo piaciuto a Einaudi)[39]. La conclusione pratica è che l’equilibrio di bilancio si diversificherà a seconda che si sia in presenza di una fase avversa o favorevole del ciclo economico, e ciò ovviamente non corrisponde ad un pareggio del bilancio. Non sembra ci si discosti molto, quindi, dall’interpretazione data dalla Corte Costituzionale del testo pre-vigente dell’art. 81.

Passando al secondo comma, scopriamo che esistono solo due casi in cui è possibile ricorrere all’indebitamento (deficit di bilancio):  a) “al fine di considerare gli effetti del ciclo economico”, quindi per attuare politiche anticicliche; b) “previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei componenti, al verificarsi di eventi eccezionali”. Questi, in base all’art. 6 della legge 243/2012, la quale non fa altro che riprendere quanto già stabilito nei regolamenti UE, sono “periodi di grave recessione economica relativi anche all’area dell’euro o all’intera Unione europea” ed “eventi straordinari, al di fuori del controllo dello Stato, ivi incluse le gravi crisi finanziarie nonché le gravi calamità naturali, con rilevanti ripercussioni sulla situazione finanziaria generale del Paese”. Rimane invece vietato il ricorso all’indebitamento “per realizzare operazioni relative alle partite finanziarie[40]”, tranne nel caso in cui si verifichino gli eventi eccezionali di cui sopra (art. 4, comma 4, legge 243/2012).

Da quanto sin qui detto, dunque, anche in base all’attuale formulazione dell’art. 81 sembrano esserci sufficienti margini di flessibilità, tali da non rendere incompatibile la nuova disciplina di bilancio con l’impianto generale della nostra Costituzione e in particolare con la tutela dei diritti sociali. Tanto più che la legge costituzionale 1/2012 fa un’importante precisazione, laddove prescrive che “lo Stato, nelle fasi avverse del ciclo economico o al verificarsi degli eventi eccezionali (…) anche in deroga all’art. 119 Cost., concorre ad assicurare il finanziamento, da parte degli altri livelli di governo, dei livelli essenziali delle prestazioni e delle funzioni fondamentali inerenti ai diritti civili e sociali” (art. 5, lett. g).

Bisogna però tener presente che l’intera materia va interpretata in base al diritto UE, il quale, oltre ad operare all’interno del nostro ordinamento in virtù degli artt. 11 e 117, comma 1, della Costituzione[41], viene espressamente richiamato a più riprese dalla legge 243/2012 e soprattutto da altri due articoli della Carta costituzionale novellati dalla riforma del 2012: l’art. 97, comma 1, nel quale si legge che “le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico” e l’art. 119, comma 1, per cui Regioni, Province, Comuni e Città metropolitane “concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea”.

Tutto questo significa che gli elementi di flessibilità prima individuati in realtà vanno letti alla luce dei regolamenti e delle direttive che nell’ambito dell’UE si occupano delle politiche di bilancio, dei possibili scostamenti dai valori di riferimento e delle procedure attraverso le quali questi vanno eventualmente corretti. Tornando, ad esempio, al concetto di equilibrio di bilancio, come abbiamo visto esso corrisponde all’obiettivo di medio termine (OMT), che in base al regolamento 1466/97, è specifico per ogni Stato membro, rivisto ogni tre anni e volto a conseguire un disavanzo strutturale inferiore all’1% (art. 2-bis). Questo limite è abbassato allo 0,5% per i paesi aderenti al Fiscal Compact, tra cui il nostro. Inoltre per gli Stati che non hanno ancora raggiunto il loro OMT è previsto un percorso di avvicinamento con cadenza annuale. In tal caso “la crescita annua della spesa non supera un tasso inferiore al tasso di riferimento a medio termine del potenziale di crescita del PIL, a meno che il superamento non sia coperto da misure discrezionali sul lato delle entrate” (art. 5.1, comma 3, lett. b).  Deviazioni temporanee sono ammesse solo in caso “di importanti riforme strutturali idonee a generare benefici finanziari diretti a lungo termine, compreso il rafforzamento del potenziale di crescita sostenibile, e che pertanto abbiano un impatto quantificabile sulla sostenibilità a lungo termine delle finanze pubbliche” (art. 5.1, comma 7) oppure in caso di eventi eccezionali al di fuori del controllo dello Stato membro (art. 5.1, comma 10, e art. 6.2, comma 4).

Infine in base all’art. 4 del Fiscal Compact l’Italia, essendo uno dei paesi con rapporto debito/PIL superiore al 60%, ha l’obbligo di operare “una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo all’anno” di tale parametro. L’esistenza di un eventuale disavanzo eccessivo “dovuto all’inosservanza del criterio del debito sarà decisa in conformità della procedura di cui all’articolo 126 TFUE”.

Come si vede i vincoli per il mantenimento dell’equilibro di bilancio sono molto più rigorosi e la flessibilità che si poteva desumere dal testo dell’art. 81, reinterpretata sulla base del diritto dell’Unione, risulta fortemente ridimensionata. Occorre anche tener presente che la sorveglianza di tali parametri e il ricorso ad eventuali sanzioni rimane pur sempre affidata ad organi quali la Commissione (composta esclusivamente da tecnici) e il Consiglio (che ha natura politica e decide discrezionalmente sulle proposte della Commissione), privi entrambi di legittimazione democratica. In merito al Consiglio, inoltre, bisogna notare che l’incertezza derivante dall’arbitrarietà dei metodi con cui viene calcolato il saldo strutturale, può far sì che l’attuazione delle politiche economiche dipenda in ultima analisi da trattative che riflettono i rapporti di forza esistenti tra i paesi UE e le alleanze che si vengono a creare tra essi di volta in volta. Si potrebbe quindi verificare il caso che non sia possibile attuare politiche economiche vitali per il miglioramento del benessere della popolazione in virtù degli stringenti obblighi di rispetto dell’equilibrio di bilancio e per intervento di organi che non rispondono ad alcun corpo elettorale e agiscono su presupposti del tutto estranei al nostro ordinamento costituzionale.

Sembra quindi giustificato il sospetto che la revisione del 2012 abbia introdotto nella nostra Costituzione, per il tramite del rinvio alle norme UE, un principio in netto contrasto con lo spirito della nostra Carta fondamentale, il quale antepone le esigenze di carattere economico-finanziario a quelle della persona umana, che ci dice che il rapporto debito/PIL o deficit/PIL o l’equilibrio di bilancio sono più importanti che “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che (…) impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, che subordina ad un paradigma economico (quello liberista o neoliberale che dir si voglia) e ai rapporti di forza tra paesi europei il benessere dei cittadini, contravvenendo al volere dei nostri Costituenti. Esso non può essere accolto, in quanto stravolgerebbe la gerarchia di valori presente nel nostro ordinamento costituzionale, snaturandolo completamente[42].

L’impressione complessiva che si trae dall’analisi delle norme sin qui viste è che la classe dirigente europea abbia costruito una gabbia in cui auto-imprigionarsi, erigendo un complicato intreccio di vincoli, parametri e procedure che di fatto hanno finito per rendere asfittica la crescita economica del continente. Sembra che essendo incapaci di adottare iniziative politiche in grado di far ripartire il processo di integrazione europeo e ridare slancio alla crescita economica, i politici europei si siano affidati agli automatismi di un meccanismo perverso che sta progressivamente annientando il progetto di Europa unita, così com’era stato concepito dai suoi padri fondatori subito dopo la fine della II guerra mondiale.

L’adozione in vari paesi europei, in particolare in quelli maggiormente colpiti dalla crisi economica (i c.d. GIIPS)[43], di una politica economica ispirata al modello dell’ “austerità espansiva”, che coniuga i tagli della spesa pubblica con riforme strutturali principalmente nel campo delle pensioni e del mercato del lavoro[44], ha inciso negativamente sui consumi interni, segnato un indebolimento della protezione sociale, aumentato il numero di nuclei familiari che vivono al di sotto della soglia di povertà e determinato un peggioramento dei livelli del debito[45]. È anche importante ricordare che l’esplosione del debito pubblico di molti paesi europei dopo il 2007 non è stata certo dovuta alla spesa sociale, bensì al salvataggio delle banche, che avevano improvvidamente acquistato titoli “tossici” ed erano quindi prossime al fallimento. Come ha messo in rilievo Luciano Gallino (2013)[46] il debito aggregato dei paesi UE tra il 2007 e il 2010 è aumentato del 20%. L’Irlanda, ad esempio, in seguito agli interventi per il salvataggio delle banche ha visto quintuplicare il suo debito pubblico.

La perdita di potere d’acquisto da parte di ampi strati sociali in molti Stati europei, in seguito alla recessione e alle politiche restrittive, sta alimentando il risentimento di una quota consistente della popolazione nei confronti della classe politica al governo, ridando fiato a partiti di orientamento populista o sovranista (ma sarebbe meglio dire nazionalista). Un processo simile, sotto molti aspetti, a quello che si verificò nel primo dopoguerra e che fu all’origine del fascismo e del nazismo, con le conseguenze che ben conosciamo.

Si impone quindi un deciso cambio di rotta. Non è possibile concepire la politica economica come un mero strumento per tenere sotto controllo sterili valori numerici o, ancora peggio, per implementare teorie di dubbia efficacia. Se così fosse non sarebbe di alcuna utilità, in quanto non illuminerebbe più – utilizzando una frase di Tullio Bagiotti – “i grandi problemi dell’intelletto e della convivenza”. Essa deve primariamente rispondere ai bisogni reali delle persone. A cosa serve avere un rapporto debito/PIL prossimo al 60%, come nel caso della Germania, se poi 16 milioni di tedeschi vivono al di sotto della soglia di povertà?[47]

La lezione che una volta di più bisogna trarre da quanto detto è che quando l’economia tenta di scimmiottare le scienze esatte porta a risultati disastrosi, in particolare quando ci ammannisce previsioni e modelli che sono completamente avulsi dalla realtà. Non bisogna infatti mai dimenticare che l’economia ha a che fare con gli esseri umani e che le politiche economiche si misurano sugli effetti che esse avranno sul loro benessere. 

Il Governo e il Parlamento italiano si dovrebbero impegnare concretamente affinché questo stato di cose termini. In ambito europeo, ciò significa agire per far riemergere quelle che sono le vere priorità della politica economica e rimettere al centro dell’operato delle istituzioni europee la persona umana, arricchendo l’esperienza politica europea con il portato della nostra Costituzione. Non va dimenticato infatti che “i diritti fondamentali (…) risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, fanno parte del diritto dell’Unione in quanto principi generali” (art. 6.3 TUE) e che “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani”(art. 2 TUE). Occorre dare il giusto rilievo a queste disposizioni, anteponendole alle questioni di carattere economico.

Bisogna anche recuperare il senso della solidarietà tra gli Stati membri, i quali hanno tutti pari dignità. Non è ammissibile il preconcetto, fondamentalmente razzista, per cui ci sarebbero i “primi della classe” (tipicamente i paesi del Nord Europa) e i “cattivi” (i paesi del Mediterraneo), che vanno puniti e sottomessi. A prescindere dalle responsabilità politiche interne, non è concepibile abbandonare a se stesso un paese in forte difficoltà, come ad esempio la Grecia e, invece di alleviare le sofferenze della popolazione, aggravarle mediante l’imposizione di politiche economiche draconiane. Il mutuo aiuto dovrebbe costituire un pilastro incrollabile dell’architettura istituzionale dell’UE, gli egoismi nazionali e i pregiudizi andrebbero accantonati dal momento che nel nostro continente non hanno prodotto altro che morte e distruzione.

In ultima analisi è indispensabile muovere un passo deciso verso l’integrazione federale, se si vuole portare avanti fattivamente il progetto europeo, e completare la costruzione della moneta unica, dotando le istituzioni europee degli strumenti per governare la politica economica, dando loro la legittimazione democratica necessaria e rendendole responsabili del loro operato davanti al Parlamento europeo.

Quanto all’Italia, sarebbe opportuno un bagno di umiltà per la nostra classe politica e per tutti noi, e prendere atto che quanto sosteneva Einaudi sulle responsabilità verso le generazioni future è sacrosanto. Se da un lato quindi non è accettabile sottostare a valori confliggenti con il nostro ordinamento costituzionale, che sviliscono l’importanza della persona umana, dall’altro, nell’adottare le decisioni di spesa, si devono soppesare con attenzione i benefici che ne potranno trarre non solo coloro che attualmente vivono, ma anche coloro che verranno dopo di noi. Occorre adottare una prospettiva simile a quella delle società africane, espressa magistralmente in questa massima di un antico capo nigeriano: “Io concepisco che la terra (ossia il nostro benessere, la nostra ricchezza) appartiene ad una vasta famiglia, della quale numerosi membri sono morti, pochi sono vivi e innumerevoli non sono ancora nati”.

GIUSEPPE PRESTIA

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[1]  Gustavo Del Vecchio, Lezioni di economia politica,  2ª ed., Cedam, Padova, 1957, in particolare p. 131: “I problemi ultimi dell’economia, come di ogni scienza sociale, e in realtà di ogni scienza, si imperniano su due punti e sulle loro reciproche relazioni: primo, comprendere e spiegare determinati fenomeni, secondo, far uso della conoscenza come guida dell’azione”.

[2]  Federico Caffè, Politica economica, 1: Sistematica e tecniche di analisi, 2 ª ed., Boringhieri, Torino, 1971, p. 15.

[3] Ibidem.

[4] Federico Caffè, Lezioni di politica economica, Edizione riveduta e aggiornata a cura di Nicola Acocella, Bollati Boringhieri, Torino, 2008, p. 17. Il corsivo è dell’autore.

[5] Ivi, p. 18. Il corsivo è dell’autore.

[6] Jan Tinbergen, “Réponse et synthése générale”, in Annales de l’Ècononomie  Collective, 1963, n. 2-3, pp. 419-429.

[7] Federico Caffè, Politica economica, cit., p. 170, nota 40. Tinbergen nel suo intervento di sintesi generale seguito alla discussione del Rapporto da lui predisposto (il cui testo integrale è riportato in Annales de l’Ècononomie  Collective, 1963, n. 1, pp. 103 e ss.) aveva affermato “Le but général se traduit: porter au maximum le bien-être humain, qui doit être défini aussi largement que possible. Il y a parmi nous un accord général pour dire que ce bien-être ne dépend pas seulement  des biens matériels à notre disposition, mais également de l’éducation disponible, d’éléments de culture en général et encore de la distribution de tout cela et d’éléments comme la démocratie – bref de toutes ces valeurs humaines pour lesquelles nous avons lutté depuis un siècle ou plus” (J. Tinbergen, cit., p. 419. Il corsivo è dell’autore).

[8] Federicco Caffè, “Economia di mercato e socializzazione delle sovrastrutture finanziarie”, in Un’economia in ritardo, Boringhieri, Torino, 1976, p. 39.

[9] Giovanni Demaria, Lo stato sociale moderno, Casa editrice ambrosiana, Milano, 1946, p. 35.

[10]  Ivi, p. 299.

[11] Tullio Bagiotti, “Come un economista cresce: Giovanni Demaria”, in Giornale degli economisti e annali di economia, Anno 38, n. 9/12, 1979, p. 611.

[12] Come è noto il Protocollo n. 12 sulla procedura per i disavanzi eccessivi, allegato ai Trattati UE e TFUE, stabilisce che il rapporto fra il disavanzo pubblico, previsto o effettivo, e il PIL ai prezzi di mercato non deve eccedere il 3%, mentre il rapporto tra il debito pubblico e il PIL sempre ai prezzi di mercato non deve essere superiore al 60%. Si veda anche il regolamento 479/2009 relativo all’applicazione del protocollo in questione.

[13] La risoluzione del Consiglio europeo sul patto di stabilità del 17 giugno 1997 prevedeva al punto I l’impegno per gli Stati Membri “a rispettare l’obiettivo, indicato nei loro programmi di stabilità o di convergenza, di un saldo di bilancio a medio termine prossimo al pareggio o positivo ed ad adottare le misure correttive del bilancio che ritengono necessarie per conseguire gli obiettivi dei programmi di stabilità o convergenza, ogniqualvolta dispongano di informazioni che indichino un divario significativo, effettivo o presunto rispetto a detti obiettivi”.  Tale statuizione venne poi codificata nell’art. 3, comma 2, lett. a) del regolamento 1466/97 per cui il programma di stabilità di ogni Stato Membro avrebbe dovuto includere “l’obiettivo a medio termine di una situazione di bilancio della pubblica amministrazione con un saldo prossimo al pareggio o in attivo e il percorso di avvicinamento a tale obiettivo”. Nel 2005 la definizione venne riveduta inserendo l’indicazione che il saldo di bilancio andava considerato in termini corretti per il ciclo, al netto delle misure temporanee e una tantum (Regolamento (CE) 1055/2005 del Consiglio).

[14] In base agli artt. 127 e 282 TFUE l’obiettivo principale del Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e della Banca centrale europea (BCE) è il mantenimento della stabilità dei prezzi. Il Consiglio direttivo della BCE nel 1998 ha precisato che si deve trattare di “un aumento sui 12 mesi dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IAPC) per l’area dell’euro inferiore al 2%”. Successivamente nel maggio 2003 il medesimo organo ha stabilito che l’inflazione deve essere mantenuta su livelli inferiori ma prossimi al 2% nel medio periodo.

[15] L’espressione “economia sociale di mercato” è stata coniata dall’economista tedesco Alfred Müller-Armack (1901-78), collaboratore del ministro dell’Economia Ludiwig Erhard (si veda A. Müller-Armack, “SozialeMarktwirtschaft”, in Handwörterbuch der Sozialwissenschaften, vol. 9, Gustav Fischer Verlag, Stuttgart, 1956, pp. 390-92). I concetti che ne sono alla base risalgono alla scuola di Friburgo (detta anche ordoliberale), che si sviluppò negli ultimi anni della Repubblica di Weimar e di cui fecero parte gli economisti Walter Eucken (1891-1950), Leonhard Miksch (1901-1950), Alexander Rüstow (1885-1963), Franz Böhm (1895-1977) e Wilhelm Röpke (1899-1966). Come spiega Alessandro Somma questi studiosi “volevano che la mano visibile dei pubblici poteri intervenisse per sostenere e pacificare il mercato e dunque affermavano la supremazia della politica sull’economia, ma ritenevano anche che la prima dovesse operare per imporre le regole mutuate dalla seconda: per trasformare le leggi del mercato in leggi dello Stato” (A. Somma, “Economia sociale di mercato e scontro tra capitalismi”, in Francesco Macario, Marco Nicola Miletti (a cura di), La funzione sociale nel diritto privato tra XX e XXI secolo, Roma Tre Press, Roma, 2017, p. 190). Nell’ordinamento europeo il riferimento all’economia sociale di mercato compare per la prima volta nel Trattato di Lisbona del 2007.

[16] L’art. 151 effettua un rimando ai diritti sociali così come sono definiti nella Carta sociale europea, firmata a Torino il 18 ottobre 1961, e nella Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori, dichiarata a Strasburgo il 9 dicembre 1989. Da ultimo possiamo ricordare il Pilastro europeo dei diritti sociali, approvato il 17 novembre 2017 nell’ambito del vertice sociale europeo. Esso non è giuridicamente vincolante per gli Stati membri dell’UE, ma testimonia lo scarso equilibrio ancora oggi esistente tra diritti sociali collettivi e le libertà tutelate in ambito europeo (libera concorrenza, libera circolazione di beni, servizi, persone e capitali). Si prenda ad esempio l’art. 5 (Occupazione flessibile e sicura) in cui alla lettera b) si dice che “Conformemente alle legislazioni e ai contratti collettivi, è garantita ai datori di lavoro la necessaria flessibilità per adattarsi rapidamente ai cambiamenti del contesto economico” oppure l’art. 6 (Retribuzioni), lettera b) che recita “Sono garantite retribuzioni minime adeguate, che soddisfino i bisogni del lavoratore e della sua famiglia in funzione delle condizioni economiche e sociali nazionali, salvaguardando nel contempo l’accesso al lavoro e gli incentivi alla ricerca di lavoro”.

[17] Esso stabilisce al suo primo paragrafo che “L’Unione riconosce i diritti, le libertà e i principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 7 dicembre 2000, adottata il 12 dicembre 2007 a Strasburgo, che ha lo stesso valore giuridico dei trattati”.

[18] Nel 1997 sono stati adottati i due atti costitutivi del Patto di Stabilità e Crescita, i regolamenti 1466/97 e 1467/97, emendati una prima volta nel 2005. Nel 2011 sull’onda della crisi dei debiti sovrani è stato adottato il cosiddetto Six pack, un pacchetto di 5 regolamenti (1173/11, 1174/11, 1175/11, 1176/11, 1177/11) e una direttiva (2011/85/UE), che hanno sostanzialmente allargato le competenze delle istituzioni europee in materia di politiche economiche e finanziarie. Nel 2013 è stato varato il Two pack (regolamenti 472/13 e 473/13) che ha ulteriormente compresso le prerogative in materia di bilancio degli Stati membri. A tale quadro normativo si affianca il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria (c.d. Fiscal Compact) sottoscritto nel marzo 2012 ed entrato in vigore nel gennaio 2013. Esso detta disposizioni ancora più stringenti in materia di bilancio ma, come espressamente previsto dall’art. 2, riveste una posizione subordinata rispetto ai Trattati e alla legislazione derivata dell’UE. A questo proposito l’art. 16 dispone che “al più tardi entro cinque anni dalla data di entrata in vigore del presente trattato, sulla base di una valutazione dell’esperienza maturata in sede di attuazione, sono adottate (…) le misure necessarie per incorporare il contenuto del presente trattato nell’ordinamento giuridico dell’Unione europea”. La Commissione europea ha quindi presentato una proposta di direttiva a tale scopo (COM(2017) 824 final 2017/0335) che è stata però rigettata dalla Commissione problemi economici e monetari del Parlamento europeo nella seduta del 27 novembre 2018.

[19] Senza scendere troppo nei particolari si può distinguere: a) una disciplina preventiva, incentrata sull’art. 121 TFUE, sul regolamento 1466/97 e successive modificazioni e sul Fiscal Compact, volta a prevenire il formarsi di deficit eccessivi; b) una disciplina correttiva, disciplinata dall’art. 126 TFUE e dal regolamento 1467/97 e modificazioni successive che ha il compito di contrastare e correggere i deficit eccessivi qualora si siano formati. Si noti che per entrambe le discipline, le decisioni inerenti interventi correttivi, raccomandazioni e sanzioni sono adottate sempre dal Consiglio, organo eminentemente politico, su proposta della Commissione. Tuttavia il Six Pack ha introdotto il voto a maggioranza qualificata inversa (reverse majority voting) per cui le proposte della Commissione in materia di bilancio si intendono adottate a meno che il Consiglio non le respinga a maggioranza qualificata. Per approfondimenti si vedano Renzo Dickmann, “Le regole della governance economica europea e il pareggio di bilancio in Costituzione”, in Federalismi.it, n. 4/2012 e Gian Luigi Tosato, La riforma costituzionale del 2012 alla luce della normativa dell’Unione: l’interazione tra i livelli europeo ed interno, relazione presentata al Seminario “Il principio dell’equilibrio di bilancio secondo la riforma costituzionale del 2012”, Roma, Palazzo della Consulta, 22 novembre 2013.

[20] La Germania registra da molti anni consistenti avanzi della bilancia commerciale. Questo perché i suoi prodotti sono più competitivi grazie alla politica di moderazione salariale attuata internamente e alla svalutazione del tasso di cambio dell’Euro avvenuta negli ultimi anni. Ciò non consente ad altri paesi europei della zona Euro di essere altrettanto competitivi, a causa dei differenziali salariali, ed essi sono così indotti ad importare prodotti dalla Germania, indebitandosi. Da parte sua la Germania, dati i deboli consumi interni e il basso livello di investimenti, non utilizza i consistenti surplus accumulati, ad esempio, per importare di più dagli altri paesi europei, riequilibrando la bilancia commerciale. In sostanza il modello di crescita tedesco basato sulle esportazioni avviene a spese degli altri Stati Membri dell’area Euro. La Commissione europea, per evitare questi inconvenienti, nell’ambito della procedura per la sorveglianza macroeconomica, istituita dal regolamento 1176/2011, ha chiesto alla Germania di intervenire per ridurre il surplus della bilancia commerciale, ma senza ottenere alcun risultato. Tra i parametri della procedura, infatti, le partite correnti sono oggetto di segnalazione se nei 3 anni precedenti la media mobile del loro saldo supera la soglia superiore del + 6% in rapporto al PIL o quella inferiore del -4%. La Germania, da parecchi anni, supera costantemente il limite superiore (+8%). Nella medesima situazione si trovano i Paesi Bassi e la Danimarca (che non fa parte dell’Eurozona).

[21] L’art. 123, comma 1, TFUE dispone che “sono vietati la concessione di scoperti di conto e qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri (…) a istituzioni, organi od organismi dell’Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali”. Il divieto è ribadito dall’art. 21.1 dello Statuto del SEBC e della BCE, che però all’art. 18.1 stabilisce che “al fine di perseguire gli obiettivi del SEBC e di assolvere i propri compiti, la BCE e le banche centrali nazionali hanno la facoltà di: operare sui mercati finanziari comprando e vendendo a titolo definitivo (a pronti e a termine), ovvero con operazioni di pronti contro termine, prestando o ricevendo in prestito crediti e strumenti negoziabili, in euro o in altre valute, nonché metalli preziosi”. È sulla base di tale disposizione che la BCE ha potuto fare ricorso alle cosiddette misure non convenzionali, tra cui l’alleggerimento quantitativo (quantitative easing).

[22]  È bene ricordare che la crisi greca prese avvio dalla scoperta nel 2009 della falsificazione dei dati di bilancio ad opera del Governo greco, con la complicità di Goldman Sachs (sul punto si veda Mauro Megliani, “Verso una nuova architettura finanziaria europea: un percorso accidentato”, in Diritto del commercio internazionale, I, 2013, pp. 67-108). Per evitare la bancarotta furono negoziati a più riprese una serie di prestiti sia da parte dell’UE che del FMI sottoposti ad una rigorosa ed inflessibile condizionalità. I consistenti tagli alla spesa pubblica (tra cui, ad esempio, la riduzione delle pensioni e i licenziamenti di dipendenti pubblici) e l’aumento della tassazione determinarono un netto peggioramento delle condizioni di vita della popolazione, che perdura ancora oggi. L’ultima parte dei finanziamenti alla Grecia è stata gestita a partire dal 2012 dal Meccanismo europeo di stabilità (MES), istituito nel 2011. Si tratta di un trattato intergovernativo, esterno rispetto ai Trattati UE, anche se collegato con essi (come il Fiscal Compact), che affida alla Commissione europea, alla BCE e al FMI (la c.d. troika) la gestione dei finanziamenti concessi ai paesi che ne fanno richiesta. È affatto singolare che il MES possa acquistare titoli del debito pubblico del paese in difficoltà anche sul mercato primario, stante il divieto di queste operazioni per la BCE, come visto poc’anzi.

[23] Il testo completo della lettera si può leggere in Elisa Olivito, “Crisi economico-finanziaria ed equilibri costituzionali. Qualche spunto a partire dalla lettera della BCE al Governo italiano”, in Rivista AIC, n. 1, 2014 (https://www.rivistaaic.it/images/rivista/pdf/1_2014_Olivito.pdf).

[24] Nel Patto Euro Plus (Allegato I alle Conclusioni del Consiglio europeo del 24-25 marzo 2011) si stabiliva infatti che “Gli Stati membri partecipanti si impegnano a recepire nella legislazione nazionale le regole di bilancio dell’UE fissate nel patto di stabilità e crescita. Gli Stati membri manterranno la facoltà di scegliere lo specifico strumento giuridico nazionale cui ricorrere ma faranno sì che abbia una natura vincolante e sostenibile sufficientemente forte (ad esempio costituzione o normativa quadro)”.

[25] A parte la lettera Trichet-Draghi, che ovviamente non poteva essere giuridicamente vincolante per il nostro Paese, né il Patto Euro Plus, come visto nella precedente nota, né il Fiscal Compact (il quale all’art. 3.2 stabilisce che “le regole enunciate al paragrafo 1 producono effetti nel diritto nazionale delle parti contraenti (…) tramite disposizioni vincolanti e di natura permanente – preferibilmente costituzionale – o il cui rispetto fedele è in altro modo rigorosamente garantito lungo tutto il processo nazionale di bilancio”) imponevano l’adozione del procedimento di revisione costituzionale.

[26] La Germania è andata in default tre volte nel secolo scorso, nel 1932, nel 1939 e nel 1948.

[27] La norma in questione non era una novità nel nostro ordinamento giuridico. Essa fu introdotta con la legge 22 aprile 1869 n. 5026 (c. d. legge Cambray Digny), che costituisce la prima normativa organica sulla contabilità dello Stato. Successivamente venne trasfusa nel r. d. 18 novembre 1923 n. 2443 (legge sulla contabilità generale dello Stato) il cui art. 43 prevedeva appunto che “nelle proposte di nuove e maggiori spese occorrenti dopo l’approvazione del bilancio, devono essere indicati i mezzi per far fronte alle spese stesse”.

[28] Assemblea Costituente, Commissione per la Costituzione, Seconda Sottocommissione, Resoconto sommario della seduta del 24 ottobre 1946, p. 419. Questo punto specifico era stato dibattuto anche dalla Commissione economica del Ministero della Costituente presieduta da Demaria, giungendo alla medesima conclusione, per cui si riteneva “indispensabile prescrivere nella carta costituzionale (…) che le nuove o maggiori spese debbono essere fronteggiate con determinati cespiti di entrata, in modo che l’attività parlamentare trovi un qualche freno all’allargamento delle spese” (Ministero della Costituente, Rapporto della Commissione economica, vol. V, Finanza, I. Relazione, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1946, p. 61).

[29] Assemblea Costituente, cit., p. 420. La formulazione originaria dell’ultimo comma dell’art. 81, proposta da Vanoni e da Costantino Mortati, aveva una formula più drastica, prevedendo che “le leggi le quali comportino maggiori oneri finanziari devono provvedere ai mezzi necessari per fronteggiarli”. Ritenuta troppo rigida dall’on. Tomaso Perassi, ne fu scelta una in cui più genericamente si parla di indicare i mezzi, parafrasando la norma contenuta nel r. d 2443/1923.

[30] Nella prefazione del libro intitolato Prediche, Einaudi aveva scritto: “La scienza economica è subordinata alla legge morale e nessun contrasto vi può essere tra quanto l’interesse lungi veggente consiglia agli uomini e quanto ad essi ordina la coscienza del proprio dovere verso le generazioni venture” (L. Einaudi, Prediche, Bari, Laterza, 1920, p. VII)

[31] Luigi Einaudi, “Sulla interpretazione dell’articolo 81 della Costituzione”, in Id., Lo scrittoio del Presidente, Einaudi, Torino, 1956, pp. 205-206.

[32] Ministero della Costituente, Rapporto della Commissione economica, cit. p. 34.I corsivi sono nel testo originale.

[33] Ivi, p. 36.

[34] Ibidem.

[35] Ivi, p. 38.

[36] In questo senso si era espressa anche la dottrina prevalente. Per Valerio Onida, per esempio, “tutto il sistema del nostro bilancio prescinde da un ipotetico vincolo giuridico al pareggio, che è sempre stato considerato un fatto di natura politica, il quale investe la responsabilità essenzialmente politica dei massimi organi che intervengono nell’elaborazione e approvazione del bilancio, Governo e Parlamento” (V. Onida, Le leggi di spesa nella Costituzione, Giuffrè, Milano, 1969, p. 458).

[37] Più recentemente nella sentenza n. 250/2013 la Corte ha ribadito che “il principio dell’equilibrio tendenziale del bilancio, già individuato da questa Corte come precetto dinamico della gestione finanziaria, consiste nella continua ricerca di un armonico e simmetrico bilanciamento tra risorse disponibili e spese necessarie per il perseguimento delle finalità pubbliche. (…) Il principio dell’equilibrio di bilancio, infatti, ha contenuti di natura sostanziale: esso non può essere limitato al pareggio formale della spesa e dell’entrata”. L’orientamento della Corte non sembra essere mutato neanche in seguito alla novella costituzionale del 2012, con particolare riferimento ai diritti sociali. Nella sentenza 275/2016 la Corte ha infatti stabilito che “è la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”.

[38] L’art. 81, comma 6, stabilisce che “il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei principi definiti con legge costituzionale”.  In virtù della particolare maggioranza richiesta, la legge 243/2012 attuativa di tale comma è detta per l’appunto rinforzata.

[39] Per un approfondimento sui metodi di calcolo del saldo strutturale dei bilancio si veda Andrea Boitani, Lucio Landi, “Regole europee: la lunga strada per uscire dalla stupidità”, in lavoce.info, 22/6/2014 (disponibile al seguente link: https://www.lavoce.info/archives/20661/regole-europee-bilancio-psc-output-gap/).

[40] Le partite finanziarie comprendono acquisizioni o cessioni di partecipazioni al capitale di società, concessioni o rimborsi di prestiti, aumenti o diminuzioni di depositi bancari.

[41]Con l’art. 11 l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. L’art. 117, comma 1, prevede invece  che “la potestà legislativa è esercitata dallo Stato nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”.

[42] Su questo punto si veda anche Daniela Mone, “La costituzionalizzazione del pareggio di bilancio ed il potenziale vulnus alla teoria dei controlimiti”, in Rivista AIC, n. 3/2014 (https://www.rivistaaic.it/images/rivista/pdf/3_2014_Mone.pdf).

[43] GIIPS è l’acronimo per indicare i cinque paesi dell’UE ritenuti economicamente più deboli: Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna. Questi sono spesso denotati con l’abbreviazione PIIGS, ritenuta da molti offensiva in quanto rimanda al vocabolo inglese “pigs” (maiali).

[44] Secondo i teorici di questo modello, sviluppato a partire dagli anni ’90 (soprattutto ad opera di economisti italiani come Francesco Giavazzi e Alberto Alesina), le aspettative giocano un ruolo importante. Infatti se i tagli della spesa pubblica sono sufficientemente ampi e persistenti, gli individui, che hanno aspettative razionali, li intenderanno come il segnale di un futuro abbassamento delle imposte. I consumatori si aspetteranno quindi in futuro un reddito più elevato e tenderanno ad aumentare i consumi correnti e futuri. Inoltre se si verifica un miglioramento dei conti pubblici (riduzione del disavanzo e del debito pubblico) i tassi di interesse si ridurranno e ciò stimolerà gli investimenti delle imprese e conseguentemente cresceranno reddito e occupazione. Infine le riforme strutturali, tramite la deflazione interna (riduzione dei salari) serviranno a far recuperare competitività al paese. Per una rassegna su queste teorie si vedano Carmelo Petraglia, Francesco Purificato, “Moneta unica e vincoli sovranazionali alle politiche fiscali nell’Eurozona alla prova della crisi”, in Rivista economica del Mezzogiorno, XXVII, 4, 2013, pp. 1065-1090; Sebastian Dellepiane Avellaneda, “The Political Power of Economic Ideas. The Case of ‘Expansionary Fiscal Contraction’ ”, in British Journal of Politics and International Relations, vol. 17, n. 3, 2014; Suzanne J. Konzelmann, “The political economics of austerity”, in Cambridge Journal of Economics, 38, 2014, pp. 701-41.

[45] Per un’analisi in questo senso si veda Luigi Campiglio, La teoria dell’austerità nel sistema economico europeo, Quaderno n. 77, febbraio 2016, Istituto di Politica economica, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano. Di segno contrario invece Alberto Alesina, Omar Barbiero, Carlo Favero, Francesco Giavazzi, Matteo Paradisi, The Effects of Fiscal Consolidations; Theory and Evidence, Working Paper, 2017. Il dibattito tra i sostenitori dell’austerità e i suoi detrattori è ancora molto acceso e non esistono evidenze empiriche certe. Gran parte della diatriba si è consumata sui valori del moltiplicatore, che misura gli effetti delle politiche di consolidamento fiscale sul reddito. Ad esempio un moltiplicatore uguale a 1,5 vorrebbe dire che un aggiustamento fiscale pari all’1% del PIL provocherebbe una riduzione dello stesso dell’1,5%. Secondo uno studio del FMI il moltiplicatore ha valori superiori a 1 per cui le politiche di austerità sono sicuramente dannose (Olivier Blanchard, Daniel Leigh, Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers, IMF Working Paper 13/1, IMF, Washington, 2013). Secondo altri lavori esso è invece inferiore all’unità per cui gli effetti dell’austerità sarebbero molto meno negativi (Lucyna Gornicka, Christophe Kamps, Gerrit Koester, Nadine Leiner-Killinger, Learning about fiscal multipliers during the European sovereign debt crisis: evidence from a quasi-natural experiment, ECB Working Paper Series, No. 2154, ECB, Frankfurt am Main, 2018).

[46] Luciano Gallino, Il colpo di stato di banche e governi, Einaudi, Torino, 2013.

[47] Sulla povertà in Germania si veda Der Paritätische Gesamtverband, Wer die Armen sind. Der Paritätische Armutsbericht 2018, Berlin, 2018 (il rapporto è scaricabile dal sito del Paritätische Gesamtverband al seguente link: https://www.der-paritaetische.de/fileadmin/user_upload/Schwerpunkte/Armutsbericht/doc/2018_armutsbericht.pdf). È interessante notare che tra coloro che rientrano nella categoria dei poveri, ben il 41% sono persone che hanno un lavoro a tempo pieno (i c.d. working poors), mentre il 25% sono pensionati.

USA: IL POPULISMO DI RIVOLTA AGRARIA NELLA CRISI DI FINE OTTOCENTO

L’ultimo decennio del sec. XIX fu la fase populista della storia americana. La Guerra di secessione e il completamento della conquista dell’Ovest
avevano spento la fiabesca adolescenza degli Stati Uniti, quando gli uomini e le donne migliori erano pionieri, e quando le città erano piccole, culturalmente omogenee e virtuose. La sottomissione e poi la ricostruzione del Sud prostrato avevano scatenato tutte le cupidigie. Trionfavano la corruzione dei politici e il commercialismo. Dimenticati gli ardimenti della Frontiera, le circostanze idilliche dell’esistenza scomparvero nelle terre messe a coltura e cominciarono le difficoltà: le ‘bolle’ che si sgonfiavano, trasporti ardui, caduta dei corsi dei prodotti, siccità, solitudine. Cominciò lo scontento agrario, che era disagio grave della classe maggioritaria del Paese.

I due partiti tradizionali, non sapendo rappresentare i bisogni reali della gente, negli anni Novanta dell’Ottocento dovettero fronteggiare il Partito del Popolo, che per un momento apparve poter prevalere sui gruppi e sugli interessi che avevano fatto l’Indipendenza e che gestivano il potere. In qualche misura il Populismo era anti-politico e anti-intellettuale, ma era soprattutto anti-Establishment. Nelle elezioni del 1892 i candidati populisti non raccolsero abbastanza voti, ma nel 1896 il generale James Weaver, distintosi nella Guerra Civile, credette di presentarsi per la Casa Bianca. Come esponente di un ‘third party’ fu naturalmente sconfitto, ma attestò che le campagne più svantaggiate inclinavano ad insorgere. I farmer che si erano indebitati per creare le loro aziende, o per resistere alla caduta di valore dei loro raccolti, si consideravano vittime dei banchieri, delle ferrovie che trasportavano i prodotti, e dei gruppi della East Coast che dominavano i mercati. L’euforia dei decenni passati era sparita travolta dal collasso di vari mercati. Il movimento populista, piuttosto che un vero fatto insurrezionale, fu un episodio anti-sistema, e più ancora un convulso tentativo di far tornare il dinamismo, i redditi e la fiducia del passato. In parte fu rivolto contro la classe politica, molto contro i ‘poteri forti’.

In quanto scontento del proletariato agrario non abbastanza scolarizzato, le espressioni, proposte e formule d’azione del movimento populista furono spesso ingenue, rozze, estreme, quando non semplicemente bizzarre e risibili. Campeggiavano, oltre al rimpianto dei tempi aurorali e gloriosi dell’America, le denuncie delle ‘congiure antipopolari’ dei finanzieri di Wall Street e di Londra, le requisitorie contro tutti gli altri ‘nemici’ delle campagne. Le formule e le parole d’ordine più irrazionali indussero lo storico Richard Hofstadter a intitolare ‘Il folklore del Populismo’ un capitolo del suo importante testo “The Age of Reform: from W. Bryan to F.D.Roosevelt” (1956). Esordiva Hofstadter: “Per tutta una generazione dopo la Guerra Civile, in un’epoca di intenso sviluppo economico, la nota dominante della vita politica americana fu una soddisfatta tranquillità. L’agitazione populista, mossa dall’indignazione, vi mise fine (….). Le proteste, le rivendicazioni, le denuncie e le profezie dei populisti risvegliarono in molti americani lo spirito del progresso collettivo”.
Citiamo altri libri significativi sul populismo: J.D. Hicks, “The Populist Revolt”, 1931; S.J.Buck, “The Agrarian Crusade”, 1920; Martin Ridge, “Ignatius Donnelly”, 1962. Ma la bibliografia è parecchio più nutrita.

Furono innegabili nel populismo gli aspetti di provincialismo, nativismo, irrazionalità. Per la maggioranza dei seguaci del movimento, la vicenda del loro tempo si riassumeva nella lotta tra i predoni (i monopoli, i trust, le banche, le ferrovie, i profittatori) e i predati: farmer e tutti i produttori manuali di ricchezza, che il fisco perseguitava. Il popolo doveva ribellarsi e vincere: se ciò non accadesse, i portavoce del movimento annunciavano il trionfo del male, la fine delle istituzioni democratiche, forse anche l’anarchia e il sangue. Nel manifesto populista per le presidenziali del 1892 era scritto: “Ci avviciniamo a una crisi grave. Se la lotta tra possessori e produttori di ricchezza dovesse protrarsi molto andremmo a un disastro spaventoso. La Nazione è sull’orlo della rovina morale, politica e materiale. La corruzione domina le urne, gli organi legislativi e il Congresso; lambisce persino l’ermellino dei tribunali. I frutti della fatica di milioni di lavoratori sono sfacciatamente rubati da pochi individui che ammassano fortune colossali. Si avvicina la distruzione della civiltà”.

L’attesa di un’apocalisse ebbe espressione letteraria nel romanzo fantapolitico di Ignatius Donnelly “Caesar’s Column”. In esso la feroce lotta sociale negli Stati Uniti trovava scampo in un paese d’utopia situato in Africa, forse in Uganda. In patria i plutocrati ingaggiavano ‘uno stuolo di demoni’ che, dai dirigibili che pilotavano, minacciavano il popolo americano con le loro bombe a gas velenoso. Le lotte sociali erano accanite. Persino i virtuosi contadini di un tempo erano divenuti spietati selvaggi per la durezza della loro esistenza, tra avversità della natura e dei mercati, oppressione delle tasse e concorrenza dei proletari urbani, immigrati soprattutto dai paesi miseri del mondo. Il romanzo narrava che verso la fine del XIX secolo i lavoratori americani si erano ribellati e per piegarli i loro sfruttatori avevano fatto ricorso ai ‘demoni’. Le ferocie e le ghigliottine della Rivoluzione francese venivano superate dalla carneficina statunitense.
Gli oppressori erano bruciati sul rogo. I cadaveri coperti di cemento formavano piramidi gigantesche. Gli scampati da tante ferocie fuggivano in dirigibile sulle montagne dell’Africa; lì fondavano uno Stato socialista e cristiano nel quale il programma giustiziero dei populisti diveniva realtà. Commenta lo storico Hofstadter: “La fantapolitica di Donnelly è puerile, ma non risibile. Descrive l’orribile potenziale della rivolta di grandi masse. Il libro arrivò nel momento in cui molti attendevano un’Apocalisse. In passato molte vicende della storia americana stimolarono le menti degli eccentrici e dei fachiri politici”.

La vulgata di una cospirazione dei malvagi contro il popolo americano suscitò nello scorcio dell’Ottocento un’immensa letteratura di pamphlet. Tipico il fortunato libro della signora S.E.V. Emery, titolo “Sette cospirazioni della finanza che hanno schiavizzato gli americani”. L’opera era dedicata “al popolo asservito di una repubblica morente”. Secondo l’autrice, prima della Guerra Civile, gli Stati Uniti erano un Eden. In seguito, specialmente nel 1873, Wall Street decise una serie di perfide azioni per strangolare la circolazione monetaria attraverso la demonetizzazione dell’argento. Dietro Wall Street c’era la Banca d’Inghilterra, monopolista dell’oro. Il ‘Panico del 1873’ produsse bancarotte e drammi umani, dai suicidi agli assassinii, all’alcoolismo, ai divorzi.

Nel romanzo “The Two Nations” si raffigura il potente barone Rothe, grande della finanza londinese, intento a conseguire la demonetizzazione dell’argento negli USA allo scopo di impedire che l’America sorpassase la Gran Bretagna. Sullo sfondo della corrotta aministrazione Grant (il presidente Grant era stato il comandante supremo dell’esercito nordista che aveva piegato il Sud sul campo di battaglia), un emissario del barone riesce a comprare in massa l’intero Congresso di Washington perché legiferi contro l’argento. Anche gli economisti più prestigiosi vengono guadagnati alla causa dell’oro, metallo monopolizato da Londra. Grover Cleveland, uno dei successori di Grant alla Casa Bianca, è rappresentato come agente dei banchieri ebrei e dell’oro londinese. Il movimento populista si caratterizzò anche attraverso numerose posizioni antisemite. Secondo lo storico Hofstadter, quel po’ di antisemitismo moderno negli Stati Uniti risale al Populismo e si spiega in rapporto alla credulità, al provincialismo, all’innata diffidenza dei farmer. Inutile dire che il movimento populista denunciava i finanzieri e gli industriali per la loro insaziabile voglia di immigrati stranieri a buon mercato, la ‘feccia del Creato’.

Mary E. Lease, altra accanita esponente populista, divenne famosa per avere consigliato agli agricoltori di ‘coltivare la rivolta, non il grano’. Visto che non c’erano più terre vergini da distribuire gratis nell’Ovest, gli USA dovevano organizzare l’emigrazione dei farmer nelle repubbliche sudamericane da essi controllate, nonché nei paesi da annettere: Canada, Cuba, Haiti, Santo Domingo, Hawaii. Abbiamo visto che gli anni del populismo, ultimo decennio del secolo, videro una straordinaria fortuna della fantapolitica catastrofista. Proliferarono gli scenari apocalittici e i progetti di dominazione mondiale. L’Inghilterra, sola superpotenza planetaria, andava combattuta con ogni mezzo, e preferibilmente annessa.

Con tutti i suoi limiti -il provincialismo, l’ingenuità, la credulità- e con tutte le sue sconfitte (passato l’ultimo decennio del secolo non si parlò quasi più del Partito del Popolo), il populismo agì nella realtà americana ben al di là delle apparenze. Scrive lo storico Hofstadter: “Se gli intellettuali del tempo prestarono ai populisti un’attenzione disdegnosa e superficiale, gli storici posteriori hanno apertamente riconosciuto i loro meriti, spesso trascurando i loro difetti…. Il populismo fu il primo movimento politico di qualche rilievo a sostenere la responsabilità del governo federale nella gestione delle risorse collettive, nonché ad affrontare seriamente i problemi creati dall’industrializzazione e dall’immigrazione in massa. Discutere le generalità ideologiche dei populisti porta a far loro qualche ingiustizia: fu con le iniziative concrete che presero, non con le formule ideologiche, che essi contribuirono costruttivamente alla nostra vita politica”.

Lasciamo ad altra occasione qualche rilievo sul populismo, sia americano sia europeo, dei nostri giorni.

Antonio Massimo Calderazzi

Il giurista ‘liberale’ Scotti Camuzzi nell’età dell’imperialismo del mercato

In forma abbreviata si intitola “Dopo il secolo breve” il più recente saggio di Sergio Scotti Camuzzi, avvocato milanese importante e fino a poco fa ordinario di diritto all’Università Cattolica; il titolo non potrebbe essere più elegante e promettere più sguardi nel futuro. Ma la cogenza e la concretezza si dilatano assai se si legge intero il titolo: “Dopo il secolo breve l’età dell’imperialismo del mercato”.

Le sopraffazioni del mercato sono il vero nucleo del libro (Editore Giuffré, 2018). I condomini del mercato sono per l’Autore “quella classe di grossi borghesi che, ormai quasi impotente, vive soltanto in se stessa, in una vecchia cultura, sordida cupida e altera, pronta all’adulazione e al tradimento. Costoro pensano ancora che i giovani ambiscano ad entrare nelle loro cerchie, mentre è fuori, negli spazi che essi hanno creduto di occupare con le loro fabbriche inquinanti e con le loro case popolari, con la loro speculazione su ogni bene, che vive il tempo presente”.
Per essere un accademico e un professionista del diritto, Scotti Camuzzi si rivelò dotato di virtù profetica quaranta anni fa (1978) quando sotto lo pseudonimo Antoine A. de Tocqueville pubblicò a Milano una “Esortazione alla Democrazia Cristiana affinché lasci il governo in Italia e passi all’opposizione”.

Io sottoscritto recensore di questo recente scritto del Nostro non potrei essere più avvinto dall’avveramento della sua profezia; tentai anch’io, tra il 1965 e il 1970, di additare ai vertici di un grande partito, il PCI, la via della salvezza: abbandonare in tutto la strada storica, abiurare il marxismo, rifiutare la fedeltà a Mosca; facendo subito queste cose, non alcuni lustri troppo tardi. La DC di De Mita e il Pci di Berlinguer e Napolitano credettero di poter disprezzare i profeti, ma pagarono caro: i loro partiti si sono estinti. Se si preferisce, dovettero autoaffondarsi come fece la flotta imperiale germanica nel 1919, dopo la disfatta, a Scapa Flow (il racconto della Scapa Flow comunista è stato pubblicato in questo stesso “Internauta”, alcuni giorni fa).

Oggi Scotti Camuzzi sente di poter affermare che non solo la struttura economica del nostro paese, ma anche il sistema globale sono a un passo dal collasso: “Sono tre le grandi faglie all’origine della crisi del sistema liberal-capitalista esteso all’ambito globale. La prima, di lasciare che la competizione assunta a totem si focalizzi sui costi della produzione dei beni, e cioè divenga sfrenato sfruttamento del lavoro e/o dell’ambiente.
La seconda faglia è il lasciare che il tradimento del risparmio popolare sia impunito. La terza è l’eccesso delle disuguaglianze. Un sistema dove 100.000 di ricchezza è distribuito per 90.000 a 5 persone e per 10.000 a 995 persone non può funzionare. Non gira”.

Quanto al quesito se la globalizzazione economica sovranazionale sia negativa o positiva, Scotti Camuzzi considera non si possa essere pro o contro. “Sono enfatiche e astratte ambedue le posizioni: che la globalizzazione sia negativa perché la democrazia può vivere solo nello Stato nazionale; dunque la globalizzazione, negando gli Stati, nega la democrazia. All’estremo opposto, si osanna alla globalizzazione: affermando universalmente la libertà economica essa afferma l’affrancamento dell’uomo dalla schiavitù nei confronti dello Stato sovrano e autoritario. Additando il modello dell’American way of life, la globalizzazione rende felice l’umanità”. Per il professore della Cattolica la globalizzazione va valutata con senso critico, al fine di chiedersi se occorra indirizzarla. “Per ora sappiamo che ‘questa’ globalizzazione nega i valori democratici e liberali. Ciò che si vede è la presa del potere sul mercato, a livello globale e a livello locale, da parte dei signori del mercato; e che ciò si accompagna alla presa di potere del mercato nello Stato e sullo Stato. Parallelamente, la classe imprenditoriale entra direttamente in politica.
Gli Stati nazionali -le ‘Poleis’- sono così aggrediti, dall’esterno e dall’interno, dalla classe dei mercanti. La politica è gestita, in nome della libertà (un vessillo traente), dai signori del mercato”.

Una conclusione è ineludibile: “La globalizzazione guidata dalle grandi imprese multinazionali, e dai governi nazionali espressi dalla classe imprenditoriale (peggio, dai grandi finanzieri) non può essere, di per sé, democratica”. Quest’ultimo giudizio, osserva il recensore, in altri tempi sarebbe bastato per ostracizzare senza scampo la globalizzazione.
Oggi però il disincanto investe anche i valori democratici.

Torniamo all’Autore: “Se ci si dovesse rassegnare all’asservimento degli Stati al mercato, e all’imperialismo degli Usa come risposte alle sfide della globalizzazione, ne deriverebbe la fine delle ‘Poleis’, e cioé la fine della politica, col ritorno ad un ‘età del ferro, a un’epoca di guerre: guerre civili locali e/o di religione; guerre ‘globali’ di affermazione dell’autorità imperiale”.

Per fare due esempi, l’Autore deplora l’estensione all’acqua del dominio del
mercato: “L’acqua, così come il lavoro, non è una merce, ma è un bene comune. Lo è a livello locale, lo dovrà essere a livello globale”. Inoltre, “è sempre più diffusa in Occidente la monetizzazione delle sanzioni per i comportamenti illeciti e socialmente dannosi delle imprese. Questo è un principio deleterio e ingiusto. E’ un’autorizzazione a inquinare a pagamento. Se ne varranno le imprese più grandi”. Il nostro giurista ‘liberale’ respinge la dottrina dell’analisi economica del diritto, la quale tende a costruire le norme giuridiche sulla base del loro ‘significato economico’. ” Il diritto può dover porre limiti all’espansione economica, la quale non è il valore preminente. E’ fazioso e volgare dare all’economico il compito di produrre ricchezza e al giuridico quello di distribuirla”.
Scotti Camuzzi conclude l’analisi della globalizzazione rilevando che essa chiama “alla lotta per la giustizia estesa a tutte le terre, lotta per i diritti e contro la povertà”.

Le “dissertazioni critiche di un giurista liberale ” (è il sottotitolo del libro) si conclude con un paragrafo che definisce il nostro sistema tributario “inadeguato al dettato costituzionale che impone la progressività”: da noi la progressività cessa dove dovrebbe vigere. “Oltre un certo reddito l’aliquota resta fissa; così la tassazione diventa proporzionale, non progressiva.
Ciò accade per l’imposizione dei poteri forti e dei loro servitori”.

A questo punto siamo in grado di capire in che senso il Nostro si definisce -coraggiosamente, va detto – ‘liberale’. Nel senso più alto possibile: nel senso del giudizio morale.

Antonio Massimo Calderazzi

Il PCI uccise la rivista “Il Confronto” perche’ gli additava come sopravvivere

Affermo che l’autodistruzione del maggiore partito comunista d’Occidente – destinato a prendere (precariamente) il governo e presto condannato ad annullarsi- cominciò all’incirca quando, nel 1970, Botteghe Oscure decise di respingere in toto le proposte di linea del mensile Il Confronto, che facevo a Milano con altri, a partire dal 1965.  Avevo presentato tali proposte direttamente a Giorgio Amendola, dopo contatti preliminari con Gianni Cervetti, uno dei suoi luogotenenti in Lombardia. Erano proposte di linea ingenuamente temerarie: però i fatti le dimostrarono profetiche. Verosimilmente il possente PCI non sarebbe finito se avesse dato ascolto a un piccolo manipolo di indipendenti.

La rivista Il Confronto era nata nel 1965 in quanto dieci ricercatori o collaboratori dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, palazzo Clerici, Milano) si erano tassati per diecimila lire mensili a testa per pagare il tipografo. Tutti scrivevano gratis. L’editore barese e amico Diego De Donato, che cominciava ad affermarsi con collane di elevato livello, offriva un sostegno laterale prezioso.

Dietro di me, che con le proposte di cui sopra esigevo tanto -lo vedremo più avanti- c’era poco. Una laurea in storia a vent’anni; una modesta intrinsichezza con Aldo Moro, allora mio professore di Filosofia del diritto; l’appartenenza, come ricercatore stabilizzato, all’ISPI. Una borsa del governo americano mi aveva dato modo di frequentare la University of California. Va detto che allora l’ISPI era un’istituzione rispettata, ma non godeva come oggi della reputazione di think tank di prima grandezza.

Le proposte: il Partito comunista italiano doveva uscire dal campo marxista-leninista, liquidando anche l’operaismo e la fissazione rivoluzionaria di Gramsci; rinnegando il settarismo di Togliatti e dei suoi. Doveva rompere con Mosca dichiarando un vero scisma umanista e liberale. Doveva cercare l’alleanza con partiti non comunisti e con il dissenso cattolico, seppellendo in particolare il proprio ateismo. In un paio di incontri Giorgio Amendola rispose sì che le mie proposte non avevano fondamento e andavano  attenuate, accettando la guida e gli indirizzi dei responsabili del Partito. Una rottura aperta coll’Unione Sovietica era assurda, pur non essendo inconcepibile sulla distanza.

Per altro nell’immediato poteva aprirsi la collaborazione di esponenti nazionali del Pci alla rivista “Il Confronto”, collaborazione che avrebbe comportato il coinvolgimento di altri partiti di sinistra e di minoranze cattoliche.

Non ricordo se i contatti con Giorgio Amendola furono preceduti o seguiti da due brevi contatti, a Milano e a Roma, con Giorgio Napolitano, il futuro presidente, allora leader con Amendola dell’ala migliorista del Pci. Uno degli incontri con Napolitano avvenne a un tavolino all’aperto del caffè Zucca, o altro bar della via Orefici a Milano.
Napolitano mi aveva convocato attraverso Gianni Cervetti, anch’egli presente al caffé. Mentre scandiva le sue direttive, l’onorevole partenopeo, lanciato giovanissimo da Palmiro Togliatti, non cessava di ammirarsi in un’ampia specchiera esterna del caffè. Il coinvolgimento del Pci nella rivista che mandavo avanti si confermò attraverso contatti con lo scrittore Davide Lajolo (Ulisse nella Resistenza), con Elio Quercioli, direttore della”Unità” e con Aldo Tortorella, responsabile del Pci in Lombardia. Nel gennaio 1969 Lajolo aveva illustrato nella rivista un principio ispiratore, cui i leader miglioristi dicevano di guardare con interesse: “Chi sta al centro di ogni conquista socialista deve essere l’uomo. Questo l’interesse superiore, l’unico. Non ve ne possono essere altri che lo sovrastino: né quelli del partito, né quelli della classe”.

Nel Confronto dell’ottobre 1968 io insistevo sull’imperativo della rottura con Mosca: “La repressione a Praga ha distrutto la funzione di guida dell’Urss. Oggi abbiamo la nostra Caporetto, senza nostra colpa, noi impotenti di fronte alle rozze scelte dei depositari ufficiali del retaggio leninista…
Nel nome ormai falso della dittatura del proletariato, Mosca rifiuta di chiudere l’età ferrea del comunismo, quella leninista-stalinista; rifiuta di introdurre nel suo sistema il pluralismo. Convinciamoci: fondare la libertà sulla dittatura del proletariato, cioè sul regime, è impossibile. Per salvare il comunismo va ripudiato il regime, nonché quasi intera l’ortodossia marxista. E’ necessaria una svolta clamorosa, drammatica: Il Pci (e il Pc francese) devono portare alle conseguenze estreme la via di Dubcek: fare né più né meno che lo scisma del comunismo umanistico e liberale.
Una secessione per cambiare tutto: il comunismo non dovrà restare quello di prima. Dovrà convertirsi alla libertà, cambiare teorie, metodi, linguaggio simboli. Dovrà liberarsi di chi non accetterà il Nuovo Comunismo.

Dopo mezzo secolo di illusioni, decidiamo di imboccare un’altra strada.
Il comunismo di  Lenin, Stalin, Brezhnev, Gomulka andrà bene per una parte dei militanti – una parte, non tutti – ,  non va bene per la gente, che è la maggioranza della società.
Pur di non avere quel comunismo essa accetta tutto: il capitalismo, De Gaulle, la Fiat, il Vietnam, Humphrey. Poiché la gente non possiamo trasformarla con la forza -è più forte di noi, ricordiamocelo- è il comunismo che deve trasformarsi.  Per non restare minoranza, mero gruppo di pressione”.

Nella primavera del 1969 Il Confronto pubblicò una propria “Piattaforma programmatica per la Nuova Sinistra”, le cui proposte ruotavano attorno a concetti spregiudicati quali p.es. “Le soluzioni puramente interne all’assetto vigente, più o meno si equivalgono; le formule tradizionali della sinistra sono sterili”. Oppure: “Il rispetto letterale della Costituzione può essere un impedimento. Attuare la Costituzione è ormai ilvecchio, non basta più”.

Io persistetti per anni ad additare nello Scisma da Mosca la necessità ineludibile per il Pci. Invece i responsabili del Partito andarono perseguendo l’adesione a un Confronto da loro controllato di settori del PSI e della sinistra della DC. Verso la fine del 1969 gli esponenti del migliorismo precisarono il loro aperto interesse acché un Confronto da essi gestito si qualificasse come “una prova di collaborazione operante tra gruppi marxisti e cattolici, senza escludere elementi di altra estrazione”. 
Pertanto offrirono di sostenere i costi tipografici del Confronto, a valle della dichiarata immissione nella rivista di personalità del Pci, del Psi e della sinistra democristiana. Il nuovo corso si aprì dunque coll’ingresso nella compagine di controllo di una ventina di dirigenti di primo piano dei partiti suddetti e della corrente democristiana capeggiata a Milano dal deputato Granelli. 

Per conto del Pci figuravano innanzitutto Giorgio Amendola, Giorgio Napolitano il futuro capo dello Stato, Elio Quercioli, Davide Lajolo, Aldo Tortorella responsabile lombardo del Pci, nonché Orazio Pizzigoni, ex corrispondente dell’Unità da Praga (le cui autorità lo avevano dichiarato non gradito). Nell’aprile 1945 Pizzigoni, partigiano adolescente, era stato ferito in modo grave da un veterano germanico della campagna di Russia. Per il Psi partecipavano, tra gli altri, Beniamino Finocchiaro presidente della Rai; Michele Achilli futuro sottosegretario o ministro; più di in futuro ministro socialista.

I pochi numeri pubblicati dal “nuovo” Confronto furono prevalentemente redatti o controllati da dirigenti comunisti, in particolare da Elio Quercioli.  Presto quest’ultimo mi impose di cancellare  la dicitura “Nuova Sinistra”, sin dall’origine esplicitata sotto la testata. Io, rimasto proforma direttore responsabile, temporaneamente mi sottomisi, in vista del rilievo nazionale che il Pci conferiva al Confronto, nato come piccolo periodico indipendente e autofinanziato.

Ma presto arrivò il momento di decidere se ai contenuti editoriali e politici dettati dalle gerarchie partitiche potevano aggiungersi, marginalmente, gli scritti di esponenti del dissenso comunista. Proponevo in particolare quelli offerti dal filosofo Roger Garaudy, conosciuto a livello internazionale come il maggiore teorico marxista di Francia. Lo avevo incontrato a Parigi e lo avevo convitato a casa mia a Milano. Garaudy aveva già inviato alcuni testi. Stranamente mi aveva (o avrebbe a giorni) inviato una lunga lettera politica, manoscritta, a torto ipotizzando che avessi tali entrature nel vertice del Pci da poter trasmettere a Enrico Berlinguer alcune  formulazioni proprie contro  l’osservanza tardo-stalinista del partito comunista francese.

Quando comunicai a Quercioli che intendevo pubblicare, oltre a un articolo di Garaudy, anche quello di uno storico austriaco che era stato ministro nell’abortita repubblica ‘dei soviet’ sorta a Vienna al crollo dell’Impero asburgico, il veto di Quercioli fu totale. Seguì un’aspra discussione a tre nell’ufficio di Aldo Tortorella, capo del Partito in Lombardia. Come direttore responsabile del periodico e come animatore del comitato proprietario della testata comunicai alla fine che senza  alcune testimonianze del dissenso da Mosca e dalla continuità stalinista, cioè senza qualche manifestazione di pluralismo, Il Confronto non sarebbe più uscito.

Alla sudditanza completa preferimmo che Il Confronto morisse. Il Partito si concesse così un ulteriore allungamento del conformismo togliattista.
Ma questo, nel piccolo, aggravò le sue patologie. Enrico Berlinguer era già al comando del Partito dal momento dell’ictus del segretario generale, l’ultrastalinista Luigi Longo. La decisione di catturare il piccolo Confronto, cancellando gli ognimargine di libertà, non attestò certo alcun influsso benefico sui gerarchi milanesi da parte di Enrico Berlinguer.

Più tardi quest’ultimo assurse alla gloria quale artefice di un”eurocomunismo” quasi liberaleggiante. La gloria si dilatò quando anche Berlinguer fu ucciso dall’ictus. Il Confronto non ebbe occasione di accorgersi che il successore di Luigi Longo rappresentava, con la sua facies disantità laica, l’opposto della durezza “bolscevica” di Luigi Longo, conclamata dalle spietatezze da lui compiute o ordinate nella guerra di Spagna e, più ancora, nella Resistenza italiana.

Forse, se Berlinguer fosse vissuto più a lungo, il Pci avrebbe provato a cambiare, a redimersi dagli istinti che risalivano ai misfatti del bolscevismo, dello stalinismo, del Maquis comunista e di quello italiano; perché no, del togliattismo. A me resta, da qualche parte, una laconica lettera di Berlinguer in risposta a un mio appello: “Caro Calderazzi, Ti informo che abbiamo delegato ai compagni Tortorella e Quercioli ogni questione relativa a Il Confronto”.

Il Confronto non dové nulla a Enrico Berlinguer. Il Partito impose la sua logica burocratico-autoritaria. Il risultato del suo monolitismo sistematico lo conosciamo: dopo essersi camuffato da ‘Democratico’, non esiste più. 
E’ morto nel disonore, e lo rimpiange solo la borghesia di gamma alta.
Nella sua modestia, aveva ragione “Il Confronto”.

Antonio Massimo Calderazzi

QUANDO SORGERA’ IL PAPA DEMOLITORE PER AMORE CHE BERGOGLIO NON E’

Gioacchino da Fiora fu il solo profeta della storia italiana, e le sue profezie non furono facili da decifrare. Rinascesse oggi, come potrebbe tacere sul destino, così scuro, della fede e della società cristiane? Azzardo ciò che dirà quando rinascerà, dopo otto secoli.

Dirà che, proprio a causa delle novità scompigliatrici dei tempi moderni, il potenziale d’azione del massimo capo religioso è aumentato, invece di scemare a causa della scristianizzazione. Oggi nè la politica, nè il pensiero laico sono capaci di generare novità grosse. Il Papa sì, alla pari con un ipotetico grande leader di altre fedi. Sia il Papa, sia tale leader saprebbero coinvolgere e condurre le società intere. J.M. Bergoglio era apparso il papa rigeneratore. Ora sappiamo che non lo è. Al meglio, è incatenato a una tradizione infausta, come Prometeo a una roccia del Caucaso.

Per essere creduto, un papa rigeneratore non dovrà assomigliare ad alcun altro pontefice, anzi non dovrà temere di apparire un apostata. Smetterà di canonizzare frotte di nuovi santi e tacerà rispettosamente sui troppi che già esistono, e vegetano nell’irrilevanza. Accantonerà largamente il passato magistero della Chiesa, tanto spesso immeritevole d’essere né Mater né Magistra. Cancellerà i precetti menzogneri, per primo quello contro il controllo delle nascite (la Provvidenza provvede sempre meno; la sovrapopolazione infierisce sempre più). Cancellerà i dettami perfettamente illogici, e risibili, quali il divieto del sacerdozio alle donne. Negherà ogni rispetto a tradizioni assassine, tipo il patriottismo che per millenni ha costretto a morire e a uccidere per il feticcio della Nazione o per quello ancora più mostruoso dell’obbedienza al re, anzi ai governanti.

Soprattutto il Papa demolitore e ricostruttore, amputatore delle cancrene e delle ossificazioni, agirà sulle realtà quotidiane, se perpetuano il male invece di combatterlo. Per dare un esempio capace di traumatizzare, per dare vera testimonianza al suo ideale. Egli abbandonerà Roma e, con una Curia ristretta all’indispensabile, metterà la sua sede in un monastero. Al miglior offerente venderà il Vaticano e i tesori artistici della Chiesa a favore dei miseri del pianeta. Additerà al disprezzo generale quei capi di stato -cominciando dal nostro, dimorante nella reggia voluta dai papi atei del Rinascimento, dai sovrani sabaudi e dai vituperevoli trionfatori della guerra civile – che non faranno la stessa scelta. Il Papa giustiziere abolirà i cardinali e quei vescovi che si faranno chiamare eccellenza: se vorranno rifarsi agli Apostoli e a Cristo, non dovranno assomigliare agli alti prelati del passato. Il Papa profetico indebolirà fortemente il culto di Maria e di quei Santi che non siano stati eroi autentici della carità.

Queste e molte altre rotture ammonteranno finalmente ad una rivoluzione rigeneratrice, unica nell’Occidente dopo quella sciagurata del 1917. Il mondo ne sarà impressionato al punto da riconoscere al Papa della profezia il ruolo di solo innovatore del pianeta. Le nuove realtà da lui generate risulteranno così ardite da rompere l’immobilismo seguito al trionfo del capitalismo, del consumismo, dell’edonismo; i quali tutti hanno dato al denaro la vittoria sui sentimenti e sugli ideali. In quanto conosciuto da tutti gli uomini, un Papa assolutamente diverso sarà accettato come guida e maestro da grandi masse: oltre che di cattolici, di uomini di altre confessioni cristiane e di quei non-credenti che aspirano alla liberazione dal materialismo triviale. La volontà e la forza di innovare drasticamente sono talmente rare che non saranno molti coloro che rifiuteranno un mondo migliore. Nessun capo di imperi sarà pari a Lui se farà le cose grandi, se si sarà rivelato come riformatore più coraggioso di Martin Lutero.

Inevitabilmente, questo papa mai comparso prima agirà innanzitutto sugli italiani per distoglierli dal paganesimo consumista. Con la credibilità di chi avrà abbandonato i palazzi del Vaticano e messo la Chiesa su un cammino opposto a una tradizione morente, egli proporrà agli italiani d’essere l’avanguardia di un mondo conquistato a ideali più alti. Farà vedere agli italiani che loro spetta il primato di avere nei millenni inventato tante novità, anche cattive: dall’impero romano al Rinascimento, all’opera lirica, persino al fascismo, per qualche lustro imitato in mezza Europa e altrove. Il papa della tempesta creatrice proporrà agli italiani d’essere come i beduini e i cammellieri di Maometto, i quali improvvisamente costruirono l’Islam e un impero che andava da al-Andalus all’Asia più remota. Il papa della profezia di Gioacchino da Fiora convincerà gli italiani a tornare primi, come furono a lungo. A sbarazzarsi dell’impostura demoplutocratica, dominata da valori ripugnanti. A guarire dalla lebbra del consumismo. A detestare l’adorazione del troppo benessere e ad arrossire delle sue porcine delizie. A rifiutarsi a tutte le promesse ingannevoli, quali la perennità della crescita.

Persino il lavoro dovrà smettere d’essere un imperativo categorico. Un paese sovrapopolato non conseguirà più il pieno impiego: oltre all’immigrazione delle masse fameliche ci sono le avanzate tecnologiche a fare impossibile il lavoro per tutti: si lavorerà quando possibile. Ma la sopravvivenza delle famiglie più umili e il soccorso al mondo dei miseri dovranno assicurarli la redistribuzione dei redditi e l’arretramento del benessere. Le realtà inferiori quali il lusso, la moda e gli sport corruttori andranno mortificate. Per queste ed altre novità ardue, molti odieranno il Papa che insegnerà e agirà da un monastero di campagna. Ma l’odio vorrà dire che Egli non sarà stato inutile come quasi tutti i suoi predecessori.

A.M. Calderazzi

MA COME: PER CANCELLARE IL 4 MARZO LA RIMILITANZA ROSSA NON BASTA?

Il quotidiano leader della Milano leader ha pubblicato tre pensose meditazioni (su dove siamo e dove andiamo) nei giorni stessi che il deprecato governo degli incompetenti concordava coll’Europa una manovra italiana accettabile per tutti e accettata dai più.
Mauro Magatti ha sostenuto il 15 dicembre che “serve un nuovo rapporto tra economia e società. Occorre vincere la stessa sfida di Keynes nel naufragio degli anni 30.

Innanzitutto bisogna essere consapevoli che tutte le democrazie sono investite oggi dalla protesta dei perdenti/scontenti, i quali non credono più che la salvezza possa venire dalla crescita. Siamo usciti dall’immaginario della crescita illimitata. La quota di benessere in cui si può sperare è modesta. Ancora: “le sinistre di potere, ormai guadagnate al liberismo, sembrano incapaci di mediare tra le vite individuali e i processi associati alla globalizzazione. Efficace uno dei manifesti dei Gilet Gialli ‘Le elite pensano alla fine del mondo, noi alla fine del mese’.
Il cambio delle condizioni storiche rende difficile assicurare benessere e felicità per tutti (…) Allora il rischio di un repentino rovesciamento autoritario, in forme inedite, diventa più realistico.
Occorre tornare a interrogarsi su come sia possibile tenere insieme, oggi, la crescita e la democrazia. Occorre “riconnettere in modo nuovo, intelligente e non regressivo, economia e società”. Magatti non dice come si possa riuscire a riconnettere, con gli strumenti ereditati dai governanti del passato.

La meditazione di Stefano Passigli, il 18 dicembre, intitolata “Qualsiasi paese ha bisogno di una classe dirigente ” si concentra sul quesito se “la competenza sia o no insostituibile”. Egli sembra spiegare “la fragilità del nostro sistema politico con la scarsa legittimità riconosciuta alle istituzioni espresse dai partiti che condividevano i valori della democrazia rappresentativa”.
Nelle ultime quattro elezioni il turnover quanto a età media, permanenza nel mandato, precedenti esperienze anche professionali, nel nostro Parlamento è stato triplo che nei parlamenti di Francia, Germania e Inghilterra. “Al ricambio graduale delle elite si è sostituito lo tsunami di un mutamento quasi totale del personale politico. E’ fortemente sceso il numero di parlamentari provenienti dall’università, dalle professioni o dal’imprenditoria. Sono demonizzati i concetti stessi di esperienza, competenza e di relazioni, anche internazionali”.

L’Autore non spiega perché la competenza e le relazioni sociali, anche internazionali, hanno smesso di gestire il sistema politico. Il terzo clinico chiamato a consulto dal Corriere, Franco Arminio, si focalizza sull’anima: “Il paese è più depresso. Almeno gli intellettuali dovrebbero allarmarsi. Invece restano inerti”. La speranza di Arminio va a coloro ‘che si fanno coinvolgere, che fanno il bene’. Il conflitto non è più tra destra e sinistra, ma tra tirchi e generosi, tra cinici e appassionati.
“Nessuno sa come andrà a finire. Dipende dai sogni che proveremo a realizzare”. Sembra, diciamo noi, una predicazione missionaria o una moralità: ma le idealità e i sentimenti sono proposte meno inconsistenti di nessuna proposta.

Veniamo però alla circostanza della sincronia tra queste meditazioni piene di destino e l’intesa raggiunta coll’Unione dal governo degli improvvisati, così povero di superiore sapienza e del consenso dei quartieri alti che sorreggevano i consueti detentori del potere. Il sopraggiunto Conte è risultato meno re Travicello. I due consoli, soprattutto, sono stati meno bislacchi del temuto. E’ un fatto: la compagine moderata dell’Avv. Prof. del Gargano ha ottenuto a Bruxelles più o meno quanto conseguivano gli statisti del vecchio corso, i Fanfani, i Craxi, i Gentiloni. Magari, si vedrà, qualcosa di più a favore della plebe malandata.
Si dirà: sono gli alti gradi dei ministeri che, conoscendo le pieghe della spesa, hanno scongiurato la procedura d’inflazione e raffrenato l’incoscienza dei politici di turno. Giusto: ma i tecnici dei dicasteri e della burocrazia brussellese non hanno sempre sopperito all’inevitabile ignoranza specifica dei leader politici assurti a ministri?

Allora, se i governanti gialloverdi hanno dimostrato di non conculcare il know how dei tecnici, cos’hanno meno dei politici (magari di risulta dal fallito PC) oggi rimpianti dagli alti redditi e loro signore e vedove?
Magari l’assetto del momento degenererà anch’esso in malcostume; oggi solo gli spodestati e gli annientati giudicano rovinosa l’alternativa espressa il 4 marzo. Quest’ultima andrà combattuta appena inizierà a somigliare troppo al Settantennio.
Resta, a tutto disdoro degli intellettuali che pontificavano dagli ombrelloni di Capalbio, che hanno indirizzato male i gestori insediati nei giorni di Enrico De Nicola, di Ferruccio Parri e del colonnello Valerio.
Le ideologie, le categorie e i precetti ereditati da quei giorni boccheggiano quasi tutti. Che senso ha glorificare le immaginarie virtù della democrazia rappresentativa e i padri nobili della Costituzione-manomorta (destinata alla discarica), se oggi le grandi masse non se ne curano più, al contrario?

Il divertente è che questo o quel nostalgico del Pci fallito nel disonore e della scornata egemonia di Repubblica si alza a invocare la resurrezione di una forza capace di riprendere il governo. Come riprenderlo?
La ricetta: ringiovaniti fiotti di fedeltà ai valori, agli ormoni e ai canti di guerra di una volta. I tipi come D’Alema si trastullano con farnetichi quali una rifondazione del partito di Gramsci, Stalin e Nilde Iotti. Bravi! Disseppelliscano temi e slogan del passato e, come quegli apostoli del Nazareno che di mestiere pescavano, isseranno reti strabocchevoli di voti. Rilancino le lotte e i diritti, confezionino striscioni e bandiere coi relativi fischietti e tamburi di latta, e i lavoratori rifluiranno al Pd, oppure alle parecchie ‘cose di sinistra’. Il segreto per riuscirci sarà nel rimpiangere i tempi di Di Vittorio, il digrignare di denti e di mitra del partigiano Giorgio Bocca, l’esclamare rosso dei cineasti alla Nanni Moretti: risultato, il populismo spirerà, la concorrenza globalizzata sarà sgominata, i mercati globali torneranno nostri.

A.M. Calderazzi

LUNGA VITA AL DEBITO PUBBLICO ITALIANO

Un problema di economia ne richiama altri, concettualmente prossimi o lontani. Una misura di politica economica non può essere pensata – e ancor meno applicata – senza tenere conto dei molteplici effetti che avrà sulla realtà sulla quale vuole incidere.

Nel mondo dei fenomeni economici nessun evento è isolato; lo stesso identico fenomeno ha valenze,peso, conseguenze diverse da Paese a Paese e richiede quindi una speciale attenzione e decisioni ad hoc. In modo un po’ semplicistico, ma realistico, non è sbagliato assimilare il sistema economico al corpo umano. Per guarirlo se è malato, e per prevenire l’insorgere delle malattie se è sano, non possiamo contare su rimedi validi per ogni situazione.

La medicina per il singolo e la politica economica per la collettività, non sono scienze ma arti, che si servono di varie scienze per poter bene operare, adattando a ciascun caso il rimedio appropriato. Queste considerazioni valgono anche per la questione del debito pubblico, e può essere utile fornirne alcuni esempi.

I titoli del debito pubblico di un Paese povero – dove quindi la capacità di risparmio è modesta o quasi inesistente – per poter essere venduti a risparmiatori situati al di fuori dei suoi confini, vengono emessi in una valuta straniera e a tassi piuttosto elevati per compensare il rischio derivante dalla possibilità che il Paese non riesca ad onorare gli impegni assunti all’atto dell’emissione dei titoli. Ne discende che, per pagare gli interessi pattuiti e rimborsare il debito alla scadenza, ciascuno di questi Paesi dovrà procurarsi la valuta straniera necessaria a far fronte ai propri impegni, e potrà farlo soltanto in due modi: con le esportazioni e/o con la vendita a stranieri di beni dei quali il Paese sia proprietario all’interno o all’esterno dei propri confini; di conseguenza il debito pubblico dei Paesi poveri è a tutti gli effetti debito estero.

Un caso opposto è quello del Giappone, detentore del debito pubblico più alto del mondo in termini pro-capite: 92 mila dollari (2016), pari a circa 83 mila euro; eppure il fatto di detenere questo record non è una ragione di allarme. I titoli del debito pubblico giapponese infatti sono emessi nella valuta locale (yen), hanno tassi di rendimento piuttosto bassi, sono interamente o quasi sottoscritti da cittadini giapponesi i quali hanno una capacità di risparmio elevata e sono motivati a questo comportamento perché consapevoli di operare a beneficio della collettività della quale fanno parte.

L’enorme debito pubblico degli Stati Uniti d’America ammonta a 62 mila dollari pro-capite e i titoli che lo rappresentano non potrebbero essere assorbiti dai residenti a causa della inadeguata capacità di risparmio delle famiglie americane. I Treasury Bond, in $ USA, vengono quindi venduti soprattutto ad acquirenti esteri. Si può osservare che gli Stati Uniti sarebbero l’unico Paese al mondo ad avere un’alternativa valida al debito pubblico: stampare moneta. Il manuale di economia però afferma categoricamente che ciò provocherebbe inflazione, ma questa presa di posizione meccanica e apodittica è fuorviante; la risposta “giusta”anche in questo caso – come sempre in economia – è DIPENDE.

I titoli del debito pubblico di ciascuno dei Paese dell’Unione europea che abbia adottato l’euro come moneta nazionale sono di solito emessi nella valuta comune. La Germania ha un debito pubblico pro-capite di 25 mila euro, la Francia di 34 mila e l’Italia di 37 mila: come si vede i divari in proposito non sono poi così abissali. L’emissione di titoli del debito pubblico di ogni Paese euro deve sottostare a regole note come “parametri di Maastricht” le quali fissano soglie che non devono essere superate. Non è questo il luogo per muovere qui una critica alla natura di questi parametri – istituiti nel 1992 e divenuti operativi l’anno dopo – se non per dire in termini generali che sono soprattutto fondati su equivoci, errori e rapporti di forza ineguali tra i firmatari del documento che li ha istituiti.

Basti dire, a titolo di esempio, che uno di questi parametri gravati da errore esprime in termini percentuali la correlazione che dovrebbe esserci tra l’ammontare del debito pubblico di un Paese e il valore monetario del suo Prodotti Interno Lordo (PIL); questo valore non dovrebbe superare la soglia stabilita per questo parametro.

L’errore sta nell’aver messo in correlazione due entità eterogenee, l’una FONDO (debito pubblico totale) e l’altra FLUSSO (PIL di un certo anno) che non possono in alcun modo essere reciprocamente correlate perché appartenenti a due sfere concettualmente e metodologicamente differenti.

Il DEBITO PUBBLICO del Paese nel suo insieme (il cui ammontare è calcolabile in un qualsiasi preciso momento) può essere posto in relazione soltanto con l’entità ad esso omogenea e cioè la RICCHEZZA della popolazione del Paese (che pure può essere calcolata in un momento preciso), ma non con il REDDITO nazionale (o PIL) che non può essere calcolato in un preciso momento dato che il calcolo, per la natura FLUSSO di questa entità, richiede di essere fatto su un arco temporale, che di solito è l’anno. A scanso di equivoci è bene precisare che la RICCHEZZA (sinonimo di patrimonio o di capitale) privata delle famiglie italiane, è composta da beni immobili (edifici e terreni), beni mobiliari (azioni e obbligazioni italiane ed estere),opere d’arte, gioielli, denaro contante, beni capitali o strumentali (per produrre beni o servizi destinati alla vendita), beni durevoli di consumo(mezzi di trasporto per uso privato, elettrodomestici, attrezzature per uso personale o familiare).

L’entità FLUSSO rappresentata dal PIL – che non può essere posta in correlazione con l’entità FONDO costituita dall’ammontare totale del debito – deve essere invece correlata ad un altro concetto FLUSSO: il servizio del debito (debt service). Questo è costituito dalla somma degli interessi pagati in un certo anno su tutti i titoli esistenti in quell’anno, più l’importo del rimborso dei titoli che scadono in quell’anno. L’ammontare del servizio del debito moltiplicato cento e diviso per il PIL, rappresenta il tasso del servizio del debito (debt service ratio),una entità dotata di un suo preciso significato e che soddisfa i criteri metodologici della razionalità economica.

Dopo questa noiosa ma doverosa digressione passiamo a due punti cruciali: le RAGIONI del debito pubblico e la vera NATURA del debito pubblico.

RAGIONI DEL DEBITO PUBBLICO

I Governi, per poter conseguire gli obiettivi che si propongono, dovrebbero contare sulle entrate fiscali. Tuttavia, se il costo delle politiche da attuare è superiore a quello consentito dalle entrate ordinarie, il Governo può decidere di aumentare la pressione fiscale con nuove imposte e/o con aliquote più pesanti delle imposte e tasse in vigore.

Un’alternativa più equa,soddisfacente e consona allo Stato sociale moderno, è il ricorso all’indebitamento.I prestiti necessari all’azione di governo potranno essere ottenuti da istituzioni creditizie esistenti all’interno del Paese, o provenire dall’estero (altri Governi o privati), oppure essere concessi da istituzioni sopranazionali o internazionali. Tuttavia, ove la capacità di risparmio dei cittadini lo consenta, la via più naturale è quella di rivolgersi a loro quali finanziatori del debito pubblico del proprio Paese. Naturalmente la mano pubblica si impegnerà a remunerarli con interessi adeguati (tali da convincerli all’acquisto dei Buoni del Tesoro Poliennali o BTP) garantendo loro nel contempo la restituzione alla data pattuita delle somme prestate.

Questa soluzione è di gran lunga più soddisfacente di quella dell’incremento della pressione fiscale,anche perché mentre l’aumento di imposte e tasse – essendo un atto d’imperio della mano pubblica – costituisce un ordine delle autorità che se trasgredito verrà punito, il ricorso al credito concesso dai residenti allo Stato si fonda invece sulla libera volontà dei cittadini che acquisteranno i BTP o altri titoli del debito pubblico nazionale.

Il ricorso al credito concesso dal singolo cittadino-risparmiatore al Tesoro del proprio Paese, al fine di finanziarne volontariamente il debito pubblico, ha come conseguenza immediata quella di trasformare il risparmio liquido delle famiglie in titoli pubblici che vengono così ad essere parte della ricchezza dei cittadini sottoscrittori. 

NATURA DEL DEBITO PUBBLICO NEL CASO ITALIANO

I BTP e gli altri titoli del debito pubblico acquistati dai cittadini italiani divengono in questo modo parte della loro RICCHEZZA dalla quale deriverà un REDDITO rappresentato dagli interessi maturati ogni anno e regolarmente incassati dai proprietari dei titoli.

Il debito pubblico del Paese assume così il significato e i connotati di una “partita di giro”. Siamo infatti in presenza di una quantità economica che da un lato rappresenta il debito di un’entità astratta dalla durata di vita illimitata – e comunque non prevedibile, come è quella di uno Stato sovrano – mentre dall’altro costituisce una parte della ricchezza della quale gode la famiglia che ne è proprietaria, e che potrà trasmetterne la proprietà agli eredi.

Se questa è – come di fatto è – la inconfutabile realtà, sostenere che sul bambino che nasce oggi grava un debito pubblico creato dai suoi maggiori (genitori, nonni, bisnonni, ecosì via) che egli un giorno sarà costretto a ripagare rimborsandolo (ma a chi?), è un’affermazione priva di senso. Chi ha investito i suoi risparmi nel debito pubblico italiano lo ha fatto soprattutto perché questo investimento genera un reddito. La certezza che il debito del Tesoro verrà onorato con il rimborso alla scadenza ne è ovviamente un presupposto essenziale. Questo presupposto ha sempre trovato riscontro nella realtà italiana da quando (1861) esiste lo Stato unitario, lo stesso non si può dire per la Germania. Per la maggior parte dei detentori di titoli pubblici italiani al rimborso ottenuto seguirà l’acquisto di nuovi titoli emessi nel frattempo dalla mano pubblica.

Due terzi del debito pubblico nazionale sono oggi nelle mani di istituzioni e famiglie italiane, che ne possedevano la quasi totalità prima della liberalizzazione del movimento dei capitali iniziata a metà degli anni Ottanta. In compenso (a riprova della nostra eccezionale sebbene declinante capacità di risparmio) è bene sottolineare che una quota del debito pubblico di altri Paesi (quali Stati Uniti, Germania, Francia, Svezia, ecc.) è stata acquistata da italiani e fa parte del patrimonio delle famiglie italiane.

Il debito pubblico italiano non può quindi in alcun modo essere visto come un disastro nazionale al quale rimediare a costo di qualsiasi sacrificio. Sicuramente si dovrà operare per eliminarne i numerosi sprechi e per ridurne l’entità, al fine di indirizzare il risparmio nazionale verso impieghi destinati a imprese (per sostenere e ampliare la loro capacità produttiva) e alle famiglie bisognose di credito per acquistare ciò che ne possa migliorare le condizioni di vita.

OSSERVAZIONI IMPORTANTI

Gli interessi derivanti dai titoli posseduti da residenti sono gravati da un’imposta chiamata “cedolare secca” che ammonta al 12,5%. Quindi, il debito pubblico italiano sottoscritto dai residenti permette all’erario un risparmio del 12,5% sulla spesa per interessi. Sia d’esempio il caso del BTP trentennale con scadenza nel 2023 e interesse al 9%. La sua gestione non costa all’erario il 9% annuo, bensì il 7,875% che corrisponde all’interesse netto percepito dal residente in Italia che lo possiede.

L’importo degli interessi pagati ai sottoscrittori italiani non accresce soltanto il loro reddito (di una porzione esente da qualsiasi ulteriore imposta), ma costituisce per il sistema economico nel suo complesso una possibilità di spesa e di risparmio aggiuntivi (rispetto ad altri investimenti di tipo mobiliare) che favorisce il buon andamento dell’economia nazionale.

Al contrario, l’acquisto dei titoli del debito pubblico italiano da parte di non residenti ha due controindicazioni rilevanti:

1) costringe l’erario a pagare per intero l’interesse stabilito, senza detrarne il 12,5%;

2) rende i corsi dei titoli più soggetti alla mera speculazione, che si esercita attraverso una continua compravendita dei titoli – con interventi massicci delle principali società finanziarie che operano a livello mondiale – allo scopo di alterarne i corsi per ragioni di interesse privato che non possono avvantaggiare il nostro sistema economico.

Per esempio, la massiccia e improvvisa vendita dei titoli pubblici italiani da parte delle istituzioni economiche e finanziarie della R. F. Tedesca – in un momento di accesa speculazione diretta contro il nostro Paese anche per motivi politici, come accadde nell’autunno del 2011 – fece scendere rapidamente i corsi dei nostri titoli. Questa repentina variazione negativa provocò nei piccoli e medi possessori di questi titoli dei timori che si tradussero in vendite che, sommate alle precedenti, causarono un ulteriore abbassamento dei corsi. Chi aveva dato l’avvio a questa manovra poté così fare lauti guadagni ricomprando poi a prezzi più convenienti i titoli che, passata la febbre ribassista, tornarono alle quotazioni precedenti.

Per le suddette ragioni mantenere in mani italiane i titoli del debito pubblico del nostro Paese significa non soltanto contribuire alla stabilità e alla prosperità dell’economia nazionale, ma anche permettere alle famiglie italiane di avere un reddito dai loro risparmi, cosa ormai impossibile con i depositi in conto corrente a causa del cartello bancario, illegale perché viola le norme sulla concorrenza, ma di fatto operante. I clienti vengono indirizzati verso impieghi più profittevoli (per le banche) e così fanno i promotori finanziari sconsigliando i titoli pubblici italiani “che non rendono nulla e sono insicuri”. La falsità di questa affermazione è sotto gli occhi di chiunque voglia guardare ai fatti concreti. Il rendimento dei titoli pubblici italiani è significativo (come si mostrerà più avanti), la sicurezza è provata dal fatto che negli ultimi 157 anni non è mai venuta meno, a differenza di quanto è avvenuto in Germania, dato che negli ultimi 147 anni è stata smentita dai fatti almeno una volta.  

UNA POSTILLA DALL’ATTUALITA’

Al fine di investire i propri risparmi in modo oculato e redditizio (favorendo nel contempo il nostro sistema economico)sarebbe bene guardare ai CIR (Conti individuali di risparmio) https://financecue.it/i-cir-conti-individuali-di-risparmio/12668/ di probabile imminente creazione ed entrata in vigore.

In attesa che i CIR siano disponibili, osserviamo come possibili destinatari di investimenti redditizi i seguenti BTP, con durate comprese tra i 20 e i 50 anni, e verifichiamo quale è nel dicembre 2018 il rendimento che effettivamente finisce nelle tasche deipossessori di questi titoli senza che vi siano ulteriori conseguenze fiscali:

BTP 1ST2040 5% (-cedolare secca=4,375%) al corso di 118 rende il 3,708%

BTP 1AG2039 5% (-cedolare secca=4,375%) al corso di 119 rende il 3,677%

BTP 1ST2044 4,75% (-cedolare secca=4,156%) al corso di 116 rende il 3,583%

BTP 1FB2037 4% (-cedolare secca=3,5%) al corso di 107 rende il 3,271%

BTP 1MZ2048 3,45% (-cedolare secca=3,01875%) al corso di 96 rende il 3,145%

BTP 1ST2046 3,25% (-cedolare secca=2,84375%) al corso di 94 rende il 3,025%

BTP 1MZ2067 2,8% (-cedolare secca=2,45%) al corso di 83 rende il 2,952%

Guardando con attenzione questi dati ci si dovrebbe chiedere perché mai siano da preferire le alternative di investimento che vengono proposte da banche e promotori finanziari di ogni tipo, dato che alla prova dei fatti queste alternative(azioni, obbligazioni societarie e titoli esteri) si sono rivelate meno redditizie e tutt’altro che esenti da rischi. In proposito varrebbe la pena dileggere con attenzione quanto qui esposto: https://scenarieconomici.it/si-cambi-subito-il-meccanismo-dasta-dei-titoli-pubblici-di-f-dragoni-e-a-m-rinaldi/

Esaminiamo ora con occhio critico alcuni contenuti del supplemento “Plus24” de Il Sole 24 Ore di sabato 8 dicembre 2018. Nell’articolo “Valutare le capacità non (solo) i costi” l’autore Christian Martino scrive: Secondo i calcoli di Aipb Prometeia dal 2010 i clienti privati hanno ottenuto performance medie annue pari all’1,9% contro l’1% delle famiglie servite dal sistema bancario nel suo insieme.

Come si vede si tratta di rendimenti (lordi) notevolmente più modesti di quelli (netti) realizzati investendo nei titoli pubblici italiani sopra citati, operazione semplicissima da eseguire, e che non richiede l’aiuto di terzi, oneroso o gratuito che sia.

In questa situazione confusa ad arte, che favorisce soprattutto gli azzeccagarbugli dalla parlantina suadente, la lingua sciolta, la scrittura convincente, sembra che faccia capolino la ragionevolezza, e che stiano per diventare (o tornare) di moda iBTP nostrani.

Questa tendenza traspare nelle parole (comunque discutibili) di Francesco Paglianisi in: ZONA BUND “La tendenza? E’ restare liquidi” dove si dice che …i player finanziari attendono una brusca frenata della crescita e non escludono più una recessione per il 2019-2020. … Il risultato è un veloce allontanamento dal mercato azionario, un riposizionamento sugli asset obbligazionari e un aumento della liquidità. Non si riesce a stimare quanto durerà questa fase, masi percepisce che ora è importante dare la precedenza a conservare il patrimonio piuttosto che cercare la performance. Il successo del Bund, che è ritornato vicino ai minimi dell’anno, è frutto di questa esigenza. Nessuno ritiene che sia un ottimo affare una remunerazione del Bund a quota 0,25% per dieci anni, soprattutto a pochi giorni dalla fine del Qe, ma i money manager devono scegliere fra il male minore. Chi cavalca la volatilità sta invece lavorando su asset come i bond italiani, dove si rileva un cambio di scenario.I bond italiani hanno metabolizzato uno scenario di predefault, che sul breve non è più attuale. Se cambia lo scenario devono cambiare anche i prezzi. Se lo spread BTp-Bund scenderà sotto i 280 punti base potremmo assistere a un recupero prolungato dei Btp e Cct.

Che cosa si può ricavare dalla lettura di queste righe? Osservare in primo luogo che l’ipotesi di un possibile “fallimento” delle finanze di un Paese come l’Italia era ed è semplicemente inconcepibile. Rilevare poi una gravissima omissione, continuando a tacere su un punto cruciale: acquistando i Bund – come hanno fatto e continuano a fare molti italiani sviati dalle argomentazioni degli “esperti” – si finanzia gratuitamente il Tesoro del governo tedesco, dato che nessuna remunerazione o compenso viene riconosciuto ai sottoscrittori. Ne risulta che a causa di infondate dicerie acquistiamo i Bund tedeschi che rendono lo 0,1% lordo mentre veniamo scoraggiati dall’investire nei BTP italiani sebbene rendano il 3% netto.

In questo modo il Tesoro italiano si indebita con un onere pari a oltre trenta volte quello tedesco; il risparmiatore italiano che compra i Bund non incassa nulla; il Tesoro tedesco si finanzia senza alcun onere usando i nostri risparmi, e rimproverandoci pure di essere degli spendaccioni.

Gianni Fodella

già docente di Politica economica internazionale nella Università degli Studi di Milano 

IL TIGRE CLEMENCEAU AGGIUNSE UN ANNO ALLA GRANDE GUERRA

Mai “giustizia poetica” fu fatta in terra come il 18 febbraio 1921 a Versailles, quando il Parlamento francese elesse a capo dello Stato Paul Deschanel, un modesto presidente della Camera, invece che Georges Clemenceau: l’ancòra dittatore della politica transalpina, il ‘president de la Victoire’, il maggiore governante della Grande Guerra, il trionfatore del trattato di pace e delle più recenti elezioni generali. Al poco più che carneade Deschanel andarono 734 voti, a un Nessuno supplementare di nome Jonnart 66 voti, allo Jupiter della politica parigina 56 voti. Quel 18 febbraio la Terza Repubblica, destinata ad essere uccisa nel maggio 1940 dalla Wehrmacht, trovò la forza morale di ripudiare il Clemenceau che era stato ‘l’altra belva francese della Grande Guerra’ oltre a Raymond Poincaré. La Francia fu capace di vendicarsi dell’immane violenza sofferta a causa di un sistema costituzionale autoritario. I francesi credevano che la loro Rivoluzione repubblicana li avesse liberati per sempre della monarchia assoluta, padrona in tutto della pace e della guerra; e invece la decisione più tragica della loro storia millenaria, quella del primo conflitto mondiale, l’avevano presa nel campo francese qualche decina di oligarchi guerrafondai, altrettanto temerari quanto i cattivi consiglieri del Re Sole: al culmine dei suoi tanti trionfi militari il più importante sovrano del pianeta fu costretto a implorare le Potenze per ottenere le paci di Utrecht (1713) e di Rastatt (1714). Il lungo regno di Luigi XIV collezionò glorie ma avvicinò la Francia alla bancarotta. Pessimi furono anche i cortigiani e i marescialli che nel 1870 forzarono un Napoleone III malato alla rovinosa guerra con la Prussia.

La guerra del 1914 fu le mille volte più cruenta delle imprese di Luigi XIV. Dalla parte francese fu voluta dalla fazione revanscista allora capeggiata dal capo dello Stato Raymond Poincaré. Verso la fine del 1917 avrebbe potuto essere chiusa da un compromesso. Fece qualche passo Carlo I, successore dell’imperatore austriaco Francesco Giuseppe, ma si oppose vittoriosamente il Tigre, Georges Clemenceau, messo a capo del governo nel novembre 1917 dal supremo bellicista Poincaré.

Clemenceau non era stato in prima fila nella congiura bellicista del 1914; non era dunque tra gli autori diretti della conflagrazione. Invece, scoppiato il conflitto, il Tigre si rivelò l’assertore più intransigente della vittoria militare a qualunque costo. Tutti gli storici concordano che nell’autunno 1917 il presidente della Repubblica Poincaré non aveva che due opzioni politiche per l’Esecutivo: o Clemenceau, l’uomo abbastanza implacabile da concepire solo il trionfo sul campo; oppure Joseph Caillaux il quale, autore di un accordo importante con Berlino nel 1911 quando capeggiava il governo, avrebbe alla testa di altri pacifisti, tra cui Aristide Briand, favorito ogni occasione di un accordo di pace. Coerente col proprio revanscismo, Poincaré proclamò l’impossibilità di dare il governo a Caillaux. Insediato al potere, Clemenceau esigette dalla magistratura che Caillaux fosse arrestato e incriminato per intese col nemico: in sostanza per alto tradimento, pena massima la morte. L’ex-presidente del Consiglio restò in carcere ben oltre un anno. Fu condannato, meno pesantemente, dall’Alta Corte di Giustizia nel 1920; fu amnistiato nel 1925. Finchè restò in carica, il Tigre infierì su altri fautori della pace: rassegnò le dimissioni il giorno che una misteriosa giustizia della storia volle il carneade Deschanel all’Eliseo.

A fine 1917 si consumarono le responsabilità di Clemenceau come allungatore per un anno della Grande Guerra; restano infatti senza numero le manifestazioni del suo efferato impegno per vincere la guerra. In passato non fu cieco assertore delle imprese militari. Non amò le conquiste coloniali che Parigi moltiplicò a fine secolo XIX. Fu un sofisticato umanista; brillante e assai nota la sua opera “Le Grand Pan”, gonfia di Ellade. Idolatrava il retaggio greco, così come detestava quello romano (tra parentesi detestava l’Italia del suo tempo).
Nato in una famiglia agiata e accesamente ‘republicaine’ della Vandea, prima di darsi alla politica era stato medico, poi giornalista, con proprie testate, quasi tutta la vita. Altrettanto fermo il suo ateismo. Nell’età giusta fece molta mondanità ed ebbe varie storie femminili. Fu soprannominato con successo “Tigre” da un suo capo di gabinetto Emile Buré (per come aveva “sbranato” e messo alla porta nel 1906, da ministro dell’Interno, un malcapitato prefetto); in precedenza era stato conosciuto come ‘Dandy’, tanto puntiglioso era il suo impegno sartoriale.

Jean-Baptiste Duroselle, dell’Institut, è l’autore della più autorevole e monumentale biografia del Tigre (1077 pagine). Mette così, apoditticamente, la questione del crudele prolungamento della carneficina nel tardo 1917: “La pace non era possibile perché la Germania non avrebbe restituito l’Alsazia-Lorena”. Posto che ciò fosse vero -ma anche il Reich era estenuato, nonostante le vittorie ad Est- il punto era che l’Alsazia-Lorena non meritava un anno supplementare di strage. Anzi non avrebbe meritato alcuna Revanche. La Francia aveva perso l’Alsazia-Lorena -un acquisto recente (1648, trattato di Utrecht), una terra dove la maggior parte dei cognomi sono ancora oggi tedeschi- in quanto nel 1870 aveva mosso una guerra temeraria e insulsa alla Prussia e ai suoi alleati.

La verità è che se il regno di Sardegna prima, quello d’Italia poi, infine l’impero di Mussolini persero guerre, la Francia del 1914 e del 1939 non aveva imparato niente da Waterloo, anzi dalle sconfitte di Spagna, dalla battaglia di Lipsia, dalla disfatta della Grande Armée in Russia. L’intelligenza e la logica cartesiana, vanti della civiltà francese, non seppero salvare il paese dal grottesco infortunio del 1870: il puntiglio sul futuro della corona di Spagna. Quando, nel 1868, la politica spagnola aveva deciso la deposizione della regina Isabella II, il candidato a succederle con le maggiori chances era risultato il tedesco Leopoldo di Hohenzollern, di un ramo laterale della dinastia di Prussia. Parigi aveva apposto un veto immediato, per non confinare a Sud come a Nord con monarchie germaniche. Il padre del principe aveva prontamente ritirato la candidatura del figlio, ma l’ambasciatore di Parigi aveva tentato di ottenere di più: una garanzia personale del re di Prussia rafforzante la rinuncia dell’aspirante Hohenzollern. Un’infernale astuzia del cancelliere Bismarck conseguì l’effetto di attirare Parigi nell’imboscata di dichiarare guerra alla Prussia, colpevole di avere attentato al prestigio dell’ambasciatore di Parigi, conte Benedetti.

Nel giudizio dell’imperatore Napoleone III, venuto al fronte quale comandante supremo, l’esercito francese non era pronto e non era all’altezza dell’avversario. Due battaglie campali bastarono per annientare, in due settimane, l’armata dell’imperatore. Fatto prigioniero a Sedan, quest’ultimo fu immediatamente deposto a Parigi, mentre la Troisième Republique fu proclamata nel 1875. Un grave soprassalto di questi eventi fu la Commune rivoluzionaria parigina, le cui vittime si contarono a molte migliaia, passate per le armi o massacrate dai cannoni francesi.

Nel novembre 1918 il bellicismo francese capeggiato dal Tigre e da Poincaré conseguì l’agognata vittoria militare: la Germania e l’Austria-Ungheria soccombettero all’estenuazione di tutte le risorse materiali e umane. Tuttavia il conflitto mondiale riprese un ventennio dopo. Nel maggio 1940 la Francia fu costretta alla resa, per rialzarsi alla vittoria degli anglo-americani quale modesta potenza ausiliaria. Dagli onnipotenti vincitori i francesi furono ammessi a presidiare una delle zone d’occupazione dell’ex-Terzo Reich. Dopo d’allora tentarono solo di scongiurare la perdita delle colonie. Nei giorni stessi della liberazione della metropoli, i caccia-bombardieri di Parigi attaccarono in Tunisia la folla che manifestava per l’indipendenza. Gli anni che seguirono furono segnati dal fallimento di tutte le inprese di repressione coloniale: Madagascar, Marocco, Algeria, Indocina e luoghi minori. L’impresa d’Indocina risultando impossibile -Dien Bien Phu!- essa fu appaltata agli Stati Uniti, e tutti conoscono l’epilogo, quando si dovettero autoaffondare gli elicotteri che dovevano mettere in salvo gli ultimi occupatori Usa e i loro principali collaborazionisti vietnamiti.

Una volta distrutto a Waterloo il mito di Napoleone, la Francia guerriera ha compiuto soprattutto imprese coloniali, o suicide (due guerre mondiali) o velleitarie, degne di Mussolini. La Grande Guerra costò ai francesi un milione e mezzo di morti, terribili costi economici, nonché un secondo conflitto mondiale che le inflisse l’occupazione germanica, le devastazioni dal cielo e dal mare, il Maquis e le rappresaglie: nell’assieme, la più grave sconfitta della storia.

Ebbene Georges Clemenceau è entrato nella storia per lo sforzo forsennato di dimostrare che la Francia ‘doveva vincere’ perché il diritto era dalla sua parte, e perché la stirpe francese -lui la chiamava orgogliosamente “race”- era eroica e guerriera. Chissà se queste ragioni consolavano vedove, orfani e ogni altro francese schiacciato dalla ragion di Stato.

Scrive J.B,Duroselle, il maggiore biografo del Nostro: “Parce qu’en 1917-18 Clemenceau serà ‘ l’homme qui fait la guerre”, on pourrait penser qu’il aurait mené, de 1906 à 1909, une politique violemment anti-allemande et preparé une Revanche afin d’opérer la reconquete de l’Alsace-Lorraine par la force. Ce serait une immense erreur. La politique étrangere du premier gouvernement Clemenceu fut modérée. Il etait anti-allemand, mais désirait la paix”.

Arrivò il 1914 e divampò nel Tigre l’entusiasmo “face à l’heroisme des soldats dans la bataille.” Si scatenò la sua tempra di uomo d’azione. Divenne naturalmente ” “l’homme de la victoire que les autres pays, l’Allemagne en tete, ont envieé a la France”. Si può dire che nei primi tre anni della guerra scrisse un editoriale al giorno per esigere “un gouvernement d’acier, indéfectible, armature inflexible d’une des plus noble races de l’histoire”. Quando l’Italia entra in guerra a fianco della parte che promette di più, l’editoriale del grande bellicista approva: “L’Italie, hesitante, a reconnu que son histoire ne lui permettait pas d’etre absente d’un combat qui etait de l’umanitè tout entiére”. Attribuzione, al mondo intero, che non poteva essere più menzognera. L’intervento italiano fu altrettanto criminale quanto quello francese l’anno prima.

Il 15 agosto 1915 l’editorialista al potere esigeva ancora una volta, egli settantaquattrenne, che les enfants de la France si sacrifichino per la gloria: “La France crie qu’elle a besoin pour vivre que ses enfants donnent leur vie”. In compenso il Tigre amava liricizzare il resoconto delle sue assidue visite al fronte, quando semplici poilus gli offrivano fiori (per gratitudine d’essere stati prescelti a forse morire): “La rude main présent un petit bouquet de fleur crayeuses, augustes de misère et flamboyantes de volonté”.

Duroselle sottolinea continuamente “le formidable combat que Clemenceau menait contre le pacifisme, qu’il assimilait à la trahison”. Intanto, appena insediato, si mise alla caccia degli imboscati (“ogni giorno arrivavano al ministero della Guerra, che aveva riservato per sé, le lettere di raccomandazione dei parlamentari. Il suo sforzo fu aspro, gli imboscati erano tutti ‘figli di arcivescovi’ e del voto dei parlamentari aveva bisogno). Sempre nell’ambito della lotta al pacifismo, il Tigre proibì ai socialisti francesi di partecipare a un congresso in Svizzera che poteva illudersi di promuovere la pace. Si destituirono senza complimenti i generali che non nascosero il proprio pessimismo nei momenti durissimi come la grande offensiva germanica della primavera 1918, offensiva resa possibile dalla resa della Russia. Il Tigre deplorò la riluttanza del gen. Petain a muovere attacchi sanguinosi ed inutili. Arrivò a pensare di sostituirlo.

Categoricamente ostile a qualsiasi accorciamento del conflitto, il capo del governo rifiutò di autorizzare i contatti che potevano portare il proprio fratello Paul, importante ingegnere, fino al nuovo imperatore austro-ungarico, Carlo d’Asburgo. Delle due figlie di un introdotto giornalista liberale Moritz Szeps. una Sophie, era cognata di Clemenceau. L’altra, Berta Zuckerkandl, aveva su consiglio dell’amico scrittore Hugo von Hofmannsthal, avviato nella primavera 1917 degli approcci, collegati ai tentativi di pace dei due principi Sisto e Saverio di Borbone Parma, cognati dell’imperatore Carlo. Berta incontrò a Vienna il ministro degli esteri imperiale Czernin. Il governo tedesco fu informato di questi passi, così come lo fu Paul Painlevé, predecessore del Tigre a capo del governo. Al Tigre si attribuì l’intenzione di far arrestare la moglie di suo fratello. L’affetto fraterno finì per sempre.

Manco a dirlo, Clemenceau avversò duramente i tentativi pubblici di pace dei Grandi della terra: del presidente Wilson nel dicembre 1916 e nel gennaio successivo; di papa Benedetto XV nell’agosto 1917; di varie personalità anche francesi. Ancora più contrario ai tentativi segreti, che coinvolsero Aristide Briand, undici volte presidente del Consiglio, 15 volte ministro degli Esteri. Fautore come Caillaux di una storica riconciliazione con la Germania, Briand firmerà con Berlino il trattato di Locarno (1925). Premio Nobel della Pace l’anno dopo.

Il 2 aprile 1918 il ministro degli Esteri rivelò in pubblico che sia Vienna, sia Berlino inclinavano a un accordo di pace. Clemenceau, come Poincaré, pose un veto assoluto. Il Tigre accusò l’imperatore austriaco di mentire. Tutta la vita l’imperatrice Zita, consorte di Carlo I, odiò il Tigre, anche per il suo ruolo nella fine dell’Austria.
De Gaulle e Adenauer dimostreranno che nel futuro di Francia e Germania non c’è che l’imperativo della pace definitiva, alla testa del Continente. Almeno i francesi negarono al president de la victoire la gloria e la pensione dorata dell’Eliseo.

Antonio Massimo Calderazzi

Riflessioni di Nicola Matteucci sul movimento neo-conservatore negli USA. L’adesione di J.F.Kennedy

Una sessantina d'anni fa, in pieno levarsi negli States dell'aurora kennediana, il compianto professore Nicola Matteucci, luminare degli studi storici a Bologna e cofondatore de Il Mulino, scriveva un'imponente introduzione -150 pagine- all'edizione italiana (Il Mulino) di "The American Revolution: a Constitutional Interpretation", molto autorevole e poco letto saggio di Charles H. McIlwain, uscito nel 1923. 

Lo studioso americano si diceva "scettico sulla possibilità che la dottrina della sovranità parlamentare sopravvivesse al trionfo della democrazia". McIlwain negava che la suddetta settecentesca dottrina fosse adeguata alle ex-colonie britanniche, ormai sul punto di diventare grande nazione: infatti c'era stata la Rivoluzione americana. La quale risultò dal fallimento del sistema costituzionale dell'Impero nel far fronte a situazioni nuove. "Nel XVIII secolo dalle due sponde dell'Atlantico si guardava invano al Parlamento londinese. I leaders inglesi, compreso William Pitt, furono incapaci, per scarsa capacità intellettuale, secondo lo studioso americano, di intuire la vera concezione dell'impero britannico". L'Introduzione di Nicola Matteucci rileva che "un'attenta meditazione sui problemi della moderna democrazia porterà McIlwain a respingere sia il mistico concetto della sovranità dello Stato, proprio della scuola tedesca, sia quello francese della sovranità del popolo, sovranità possibile solo in una democrazia diretta".

"Negli anni 50 del Novecento la guerra fredda e l'intervento in Corea, il contrasto tra democrazia e comunismo, le dure responsabilità degli USA nella difesa dei valori occidentali hanno imposto agli storici americani una domanda fondamentale sulla natura della civiltà e della tradizione politica del proprio paese. E ciò che maggiormente stupisce un intellettuale europeo, così propenso a farsi mediatore di conflitti più grandi di lui, è il fatto che il dissenso non metta mai in dubbio la lealtà verso il proprio paese, la profonda accettazione della sua storia".

La cultura USA che Matteucci descrive "più europea rispetto alle passate generazioni, ma più ricca dell'attuale cultura europea, capace cioè di fornire un modo nuovo con cui guardare l'America, essa porta altresì gli studiosi americani ad essere aperti critici dell'intellighenzia europea, con la sua vocazione per non superate frustrazioni al mandarinismo e al bovarismo.

Matteucci cita D.J. Boorstin, duro critico degli intellettuali italiani e francesi per la loro sufficienza e atteggiamento di superiorità. In "The Genius of American Politics "(1953) Boorstin scrive: "Per la declinante cultura europea -una cultura che muore di povertà, di monopolio, di aristocrazia e di ideologia- è naturalmente di una certa consolazione pensare che i suoi mali siano semplicemente gli eccessi delle sue virtù. "Il concetto europeo di cultura è essenzialmente aristocratico; e i suoi maggiori successi, specialmente in paesi come Italia e Francia, sono raggiunti nelle arti aristocratiche.

La letteratura dell'Europa è intesa per i pochi, i suoi giornali sono sovvenzionati dai partiti; i suoi libri, quando hanno successo, hanno una circolazione che è un quinto di quella in America, fatta la proporzione delle popolazioni. La cultura europea, o almeno la maggior parte di essa, è l'eredità di un passato pre-liberale".

Invece P. Viereck, in 'Professori dalla mentalità sanguinaria: la funzione antisociale di certi intellettuali', critica la funzione deleteria esercitata dalla cultura francese con la creazione di un nuovo tipo di intellettuale: lo snob 'aristocratico' sia in arte sia in politica: è un 'progressista' compagno di strada.
"Per meglio comprendere la novità del clima americano degli anni '50 rispetto all'America populista e progressista è opportuno, secondo Matteucci, riferirsi al movimento del 'New Conservatism'.

Esso teme di vedere travolti dall'edonismo della società opulenta i valori etici e religiosi della comunità nazionale; e sente che gli intellettuali finiscono per disertare se si integrano nella società capitalistica. L'intellettuale neo-conservatore non si sente integrato, non è riappacificato col mondo esistente".

"Il liberalismo di oggi scopre la profonda omogeneità tra conservazione e radicalismo, fra reazione e progressismo, quali aspetti necessari della stessa mentalità liberale. Questa consapevolezza porta a sottolineare l'assenza in America di una genuina tradizione rivoluzionaria. Neoconservatori e neoliberali sembrano quasi destinati a incontrarsi: nel 1962 Peter Viereck, che per primo aveva lanciato il neo-conservatorismo, riconosceva l'indissolubilità dei due termini, la loro stretta complementarietà. L'accento del neoconservatorismo cade sul promovimento di una maggiore libertà per gli individui: esso diffida del mondo industriale, ma sente che il pur necessario intervento del governo nell'economia può rappresentare un pericolo. Non c'è dissonanza con il liberalismo europeo, un liberalismo che si è affrancato da quella stupida e stantia religione del laicismo. "Nulla è più illuminante dell'itinerario di Peter Viereck, una delle personalità più affascinanti del neoconservatorismo.

Lo troviamo tra i più fermi oppositori della demagogia del senatore McCarthy, ma senza alcun complesso d'inferiorità nei confronti di comunisti e di compagni di strada; era stato acceso sostenitore di Adlai Stevenson, sconfitto candidato alla Casa Bianca. Aveva sostenuto che i democratici erano diventati l'autentico partito conservatore di questo paese, teso a preservare tutto ciò che è valido.

Sarà J.F. Kennedy a incarnare questo ideale. Non per nulla Kennedy, che si definiva un idealista senza illusioni, si richiamerà all'eredità di John Adams, quell'Adams rivalutato e esaltato dai neo-conservatori.
Lo stesso concetto di Nuova Frontiera non rappresenta un ripudio del passato: nella tradizione americana ci sono le soluzioni dei problemi nuovi".

Matteucci disapprova che si insista nell'usare la categoria "per noi squalificante", di conservatorismo invece di liberalismo. Il fatto è che in America liberal vuol dire radicale; inoltre liberal era stato deformato dalle formule del populismo e del progressismo. Ma, spiega, la guerra contro Hitler era stata voluta dagli intellettuali dell'Est, dagli uomini del New Deal, dagli industriali di Wall Street, da una nuova classe politica sulla quale non pesavano i sacri miti isolazionistici dell'Ovest, bensì l'ideale di una solidarietà anglosassone ed europea.

"Nel dopoguerra, dalle vecchie roccaforti populiste e progressiste era venuta la reazione al liberalismo, a Harvard, ieri portavoce di Wall Street, oggi del comunismo. Il radicalismo conservatore ha dietro di sé i larghi strati e non certo le classi alte. La massa, il popolo, poteva essere radicalmente conservatore, sordo ai valori aristocratici della tradizione."
"Nel ventennio 1940-60 il liberalismo perse senso di fronte al comunismo. Un'illusione spinse i migliori intellettuali a firmare un manifesto filocomunista: "Communism is 20th century Americanism". Si credettero i comunisti dei liberali mal guidati e troppo frettolosi, avviati sulla stessa strada di noi tutti: 'l'antifascismo progressista'.

In questi anni la pubblicistica italiana e francese non ci ha fatto conoscere il vero volto dell'America. Il concetto di conservazione costringe il liberale progressista a liberarsi di un'antica sedimentazione culturale". Quali che siano gli indirizzi storiografici e politici, conclude Matteucci, resta il problema di spiegare come fecero tredici rissose colonie a diventare una sola grande nazione. Senza volere in alcun modo sminuire il valore propagandistico degli slogan popolari, si può ben ammettere che i coloni d'America avrebbero perso la loro causa se la decisione fosse dipesa da un'imparziale considerazione dei principi giuridici in essa implicati".
"Insomma, nella storia della Rivoluzione non c'è spazio per le grandi controversie forensi su astratti diritti. La riscoperta del pensiero della Rivoluzione muoveva da un concreto problema politico che si era affacciato dopo la pace di Versaglia, quello di riorganizzare il mondo attraverso la Società delle Nazioni. L'ingenuo concepire la politica in meri termini morali non aveva retto alla prova di Versaglia. Il ritornare di moda delle interpretazioni progressiste degli anni '30 si dava però in un'atmosfera politico-culturale profondamente mutata: da un lato i comunisti si impadronivano degli schemi interpretativi dei progressisti americani, nell'atmosfera di un comune fronte popolare; dall'altro il New Deal porterà al superamento degli ideali individualistici degli anni a cavallo del secolo, a non odiare più il capitalismo.
La democrazia americana si riconciliava con le grandi corporations, visto che garantiscono al mercato una maggiore efficienza".

A.M. Calderazzi

I SINGHIOZZI DI EZIO MAURO NELLA CAMERA ARDENTE DEL REGIME

Giorni dopo il luttuoso 4 marzo 2018, l’ex direttore di ‘Repubblica’ si era qualificato come la prèfica che singhiozzava più alto sulla salma del Regime nato dalla Resistenza (vedi Internauta online di Aprile). Oggi la camera ardente risuona di un lamento persino più straziante: Ezio Mauro si dichiara “sgomento” di fronte a quello che chiama “l’ultimo spettro italiano, lo spettro dell’uomo bianco”.
Si intitola ‘L’uomo bianco’ l’instant book con cui il Nostro si offre come un nuovo John Brown, martire della causa dei gommoni neri. E’ tale l’empito che si direbbe in Mauro l’ambizione ad emulare quel gesuita Riccardo Lombardi che, nel dopoguerra furoreggiò al punto d’essere proclamato Microfono di Dio: tanto entusiasmavano le sue allocuzioni.
Non sappiamo se d’improvviso Ezio Mauro abbia distillato da semi-anziano una carica umana e una dolcezza cor cordium che non gli conoscevamo.
Ad ogni modo emulare il Microfono di Dio, per di più essendo ateo, non sarà facile: il maggiore predicatore cattolico del secolo aveva una tempra tale che una volta un Pio XII imbestialito dalla sua sicurezza di sé si alzò dal Soglio e lo sfidò a sedersi lui.

Per riempire le piazze e l’etere come faceva il gesuita napoletano, oriundo piemontese; per vincere le elezioni generali come nel 1948 riuscì al partito del gesuita; il Mario Appelius di ‘Repubblica’ dovrà mettercela tutta.
Aiuterà se deciderà di convertirsi al cattolicesimo. Insomma se la fine, il 4 marzo, del Pleistocene radical-chic fa Ezio Mauro tanto costernato è perché deviare le ere geologiche sarà improbo. Mauro ha assodato che “una mutazione culturale” sta travolgendo lo Stivale: “Rinchiudendoci nella corteccia delle paure, ci trasformiamo fino a volerci distinguere in base alla pelle e al sangue”. Spiega che questo è “l’ultimo spettro italiano, quello dell’uomo bianco”.
In pratica, secondo lui, fiammeggiano già le croci del Ku Klux Klan, imbevute di resina del Tennessee perché brucino più razziste. Su un punto l’Appelius del Settantennio potrebbe anche essere nel vero: la Controcrociata che ha fatto sbarcare le moltitudini di cui sentivamo acre mancanza, non poteva che provocare il rigetto razzista che ora c’è.
Prima ce n’era meno perché le moltitudini non sbarcavano. Però il colore contava, eccome, anche per gli italiani brava gente. Negarlo è menzogna.

Per le scuole mezze nere delle periferie esultano solo i progressisti dei quartieri alti, proibiti ai sottoproletari persino se bianchi. Quando mai il grosso degli italiani si impietosiva del destino dei sottoproletari di colore? Soprattutto: quando mai se ne impietosiva, sul serio e fattivamente, l’oligarchia politico-intellettuale che ha imperversato settantatre anni? Quando mai da sinistra si è proposto di condividere coi miseri nell’unico modo realistico, abbassando un po’ il nostro tenore di vita?
Forse che i gerarchi rossastri e gli antifascisti dell’Anpi concepirono mai di distribuire a sud del Sahara parte dei superstipendi, supervitalizi, superconsulenze, tangenti e furti? Forse che quei capi dello Stato che avevano fatto gli operai, i partigiani e gli agenti di Stalin avevano mai pensato di dirottare in pro degli affamati gli osceni bilanci del Quirinale o altre voci di fasto monarchico delle istituzioni nate dalla Resistenza?

Come mai la società italiana e quella francese, che più di ogni altra partorirono Maquis e sinistrismo, mostrano al loro interno le peggiori sperequazioni tra ricchi e poveri? Ad onor del vero, riconosciamo che quanti, deposti i mitra dell’eroismo antifascista, si impadronirono di tutto da noi, si disinteressarono equamente di tutti i morti di fame, quelli subsahariani o bengalesi come quelli calabro-campani.
I primi non potevano, i secondi hanno presentato il conto alla sinistra truffaldina, annichilendola. Ezio Mauro: è falso che il destino degli ultimi ‘interpellasse’ (come Lei usa esigere) gerarchi e manipoli del Settantennio. Ma ammettiamo che, come asserisce il Nuovo Appelius, sia “in atto la Grande Trasformazione”. Che il gesto dell’assassino di Macerata “si è avvalso di un clima di legittimazione strisciante”. Che “sta nascendo un senso comune parallelo, sempre più estraneo ai valori dell’Occidente”. Che “si resta muti e sgomenti davanti alla fragilità del costume collettivo”. Che “una politica azzerata non sa trovare soluzioni, nutrendo e nutrendosi di paura e di rabbia”.
Infine, che “siamo sconfitti una volta per tutte quando il destino degli altri non ci interpella più”. Bene: se la prenda, com’è giusto, con settantatre anni di pensiero unico nato dalla Resistenza.
Riconosciamo però: personalizziamo troppo a danno dell’Appelius-col-morale-a-pezzi.
Il fazioso non è affatto solo lui. La faziosità è un costume di massa; anche se la fanno più professionale quelli della scuderia Scalfari/Mauro. Si prenda a caso il n.44, anno LXIV, 28 ottobre 2018, de ‘L’Espresso’, fratello siamese di Repubblica.

Giudicate voi se ‘Il Popolo d’Italia’ (direttore Arnaldo Mussolini) era tanto più monocorde. Questo numero di Espresso destina alla crociata pro barconi la schiacciante maggioranza delle pagine. Comincia con una copertina-peana a Mattarella perché pugnali il governo giallo-verde.
Poi -elenchiamo alla buona solo titoli) Roberto Saviano sulla primogenitura populista di Napoli. Poi una Denise Pardo belloccia contro tutto del M5S. Seguono: Michele Serra vs Salvini. Marco Damilano in lode dell’inquilino del Quirinale, fotografato tutt’uno con un corazziere, icona della volontà di tagliare gli sprechi per nutrire il Burkina Faso. Due pagg. anticinquestelle di Makkox. Un ditirambo supplementare a Mattarella “che scala i social”. Una requisitoria sulla postdemocrazia grillina vergata da due donne.
Italia ultimo giro: la Commissione boccia Salvini e Di Maio. Juncker ha scatenato il populismo. Così diventiamo fascisti. Il fascistometro. Mussolini fa rima con Salvini. Miraggio quota 100. Spensionati. Una bomba sociale. Matteo Renzi (i post fascisti padani etc). Il degrado di oggi. Com’era allegro Marx (è tornato il razzismo). Dalla parte di Riace. Il popolo bambino: regressione di massa. In coda, scampoli di cultura di tendenza.

Coll’occasione ricordiamo che il vero Mario Appelius, radiocommentatore ufficiale della guerra del Duce, terminava le sue trasmissioni con la stessa frase ‘Dio stramaledica gli inglesi’. In conclusione: forse il Pleistocene radical-chic sta per finire. Ma nessuno piange lacrime più amare di Ezio Mauro e delle sue sotto-prèfiche di redazione.

Antonio Massimo Calderazzi

Fede dolorosa di un Papa

“Grido a Dio: non permettere mai più una cosa simile!”. Papa Ratzinger è stato importante teologo, oltre che forse il testimone più intenso della tragedia vissuta da quei pontefici di tutti i tempi che hanno tentato di redimere le sconfitte della fede. E’ sconvolgente che il 28 maggio 2006 egli abbia urlato contro Dio. Egli grande teologo sa che il Dio Perfezione e il Dio Onnipotenza non può permettere Auschwitz nemmeno un volta. Se una volta ha permesso, il papa non può assolvere Dio.

E’ vero che Ratzinger si rifà alle tante invettive contro Dio nel Vecchio Testamento, per far risultare che non esiste fede senza accuse al Nume: “Dove era Dio in quei giorni?” ha scandito il papa nel Lager. “Perché ha taciuto? Come potè tollerare questo trionfo del male? Ci vengono in mente le parole del Salmo 44, il lamento dell’Israele sofferente: Svegliati, perché dormi, Signore?”.
Ad Auschwitz Ratzinger si avvalse del diritto di rivendicare che né egli, né alcun capo di alcuna fede possiede gli argomenti a difesa del Dio ‘onnipotente e perfettamente giusto’. Lo smarrimento del Sommo Pontefice è quello dell’ultimo dei fedeli.

Ad Auschwitz il papa germanico non poté non proclamare ‘sono qui come figlio del popolo tedesco’, così come non poté non difendere quel popolo annientato dalla ferocia: “Su quel popolo un gruppo di criminali raggiunse il potere mediante promesse bugiarde, a nome di prospettive di grandezza, di recupero dell’onore, di benessere: e anche mediante il terrore e l’intimidazione; cosicché il nostro popolo poté essere usato come strumento della loro smania di distruzione”.

Inevitabilmente, le volte che andò a quel Lager -nel 1979 e nel 1980, prima che nel 2006- dovette riconoscere : ‘Non possiamo scrutare il segreto di Dio: vediamo solo frammenti e ci sbagliamo a farci giudici di Dio e della storia…dobbiamo rimanere con l’umile ma insistente grido verso Dio “Svegliati! Non dimenticare la tua creatura, l’uomo”. In questa occasione papa Benedetto XVI affermò che “il Dio nel quale crediamo è un Dio della ragione”. Ma fece anche proprie le parole terribili del Salmo 40:”Siamo messi a morte, come pecore da macello”.

Ratzinger disse ancora altre parole di verità: “Con la distruzione di Israele, con la Shoa, volevano strappare anche la radice su cui si basa la fede cristiana… Volevano far scomparire un intero popolo (i nomadi) classificato come ‘lebensunwertes Leben’, una vita indegna d’essere vissuta”; e che i soldati russi “sacrificarono sì un immenso numero di vite per liberare i popoli da una dittatura, ma anche sottomettendo gli stessi popoli ad una nuova dittatura, quella di Stalin e dell’ideologia comunista”.

Quando Benedetto XVI fece la gran rinuncia, di scendere dal Soglio, si addussero varie spiegazioni , ciascuna delle quali in sé convincente: la stanchezza umana, l’indebolirsi delle forze, le sordità, le fazioni e le ferocie all’interno della Curia. Forse occorreva chiederci anche se egli non concluse di non potere più restare il capo dei cattolici, laddove nemmeno lui sperava di “scrutare il mistero di Dio”.
Nelle sue parole -ripetiamo, ad Auschwitz- “Dove era Dio in quei giorni?” Nelle parole del Salmo, lamento dell’Israele sofferente: “Signore, perché nascondi il tuo volto?”.

La fede è immortale?

Eccessivo e ipercostoso il Quirinale per il Badante della Repubblica

Non usa scrivere male dei tre patrigni della patria attuale, De Gasperi Nenni, Togliatti. Del primo soprattutto, il quale, relativamente longilineo, austero e intabarrato di indumenti gualciti (cioè da persona seria, non da italiano) faceva figura di patriota irredento, quasi un Cesare Battisti per sempre, scortato alla forca da sbirri absburgici. La figura di Alcide si presta poco alla satira, meno che mai al cachinno. Tra l’altro a sparlare del primo dei premier repubblicani si sono rischiate per settant’anni le intemerate di Maria Romana De Gasperi, figlia e talare custode della gloria paterna. Alcide non aveva una cattiva fama; e quando la figlia novantaquattrenne ebbe a ricordare in un’intervista che la salma del genitore, morto nel 1954, viaggiò dal Trentino a Roma “tra ali di folla inginocchiata”, toccò una corda commovente.

Tuttavia il Nostro, come il maggiore dei tre caporioni che fondarono la repubblica del 1946, fu anche il più colpevole della conformazione del potere seguito al fascismo. A Regime cancellato, la nazione avrebbe dovuto organizzarsi in una repubblica doverosamente virtuosa e sobria, fermissimamente decisa a cancellare dal proprio volto le macchie del passato disonorevole, papale del Rinascimento, sabaudo e fascista. Invece i Triumviri del postfascismo presero la più diseducativa e stupida delle decisioni fondative: non uno Stato incarnante i valori e i modi di una sobrietà repubblicana, dati i tempi, obbligata e benefica; bensì una versione spoil system del fasto protervo delle monarchie mediterranee.

Uguale stronzata avevano fatto nel 1931 i padri della seconda repubblica di Spagna, festeggiatissima al momento della nascita, ma che più fallita non poteva risultare: durò un quinquennio in mezza Spagna, immediatamente seguita da una dittatura pretoriana imbellettata di cerone monarchico-clericale. I fondatori della repubblica spagnola anticiparono la stronzata dei Triumviri del nostro Stivale nel 1946. Stronzata in senso letterale. Il dizionario Devoto Oli dice: “Stronzo, escremento solido a forma di cilindro. Fig.: frequente come ingiuria rivolta a persona inetta o stupida, oppure infida, malvagia o spregevole”. Dunque i gloriosi artefici della repubblica spagnola installarono il loro capo di Stato nello sfarzoso palazzo dello scacciato Borbone, erede di una successione di malefatte dinastico-cortigiane.

Forse i maestri madrileni dei nostri carpet-baggers del 1946 riuscirono a ridurre a termini più modesti il cattivo esempio dato ai trionfatori antifascisti nazionali: non destinarono ai presidenti repubblicani spagnoli anche una superba tenuta estiva tipo San Rossore, per il legittimo sollievo dalla canicola dei cortigiani, portaborse, lacchè e parenti del nuovo corso giacobino.

Nei giardini dell’ex-reggia madrilena, Manuel Azagna, il più fallito degli statisti repubblicani, finì coll’incenerire la propria scadente reputazione dedicandosi personalmente a potare le rose e a disegnare le uniformi della Guardia presidenziale, mentre gli spagnoli si sgozzavano nella guerra civile, fatta inevitabile anche dal settarismo ateo-azionista del signor presidente.

Gli inquilini romani del Quirinale sono stati tanto meno scalognati del disastroso Manuel. Nemmeno uno ha subito dispiaceri come l’impeachment. Taluni di loro sono incorsi in malevolenze più o meno fondate: l’ultimo caso è stato la conversione all’atlantismo dell’ex gerarca-stalinista Giorgio Napolitano, conversione corredata dalla testuale dichiarazione che l’impresa bushiana nell’Afghanistan era una “guerra giusta”. Ma mentre Manuel Azagna pagò caro per i suoi peccati (nel 1939 dovette rifugiarsi in Francia a piedi, confuso tra le torme smisurate degli sconfitti da Franco; alcuni mesi dopo morì ‘di crepacuore’ nel lacrimevole esilio) i suoi colleghi e discepoli italiani sono scampati in grande alla vergogna dell’impeachment. Deposti avrebbero dovuto essere tutti gli usufruttuari delle fughe di sale, degli arazzi, dei corazzieri, dei lacchè del Quirinale. Il palazzo del disonore papale, sabaudo e giacobino ci costa almeno 200 milioni di euro ogni bilancio; e guai se la repubblica di Benigni non fosse ‘fondata sul lavoro’ e sinistroide; in un settantennio, sono stati circa 18 i miliardi di euro, più gli interessi, di sole erogazioni dirette. In più gli oneri della sicurezza e i carichi dei ministeri militari.

Che le recenti proposte di fare del Quirinale il Louvre più importante al mondo, e il più produttivo di introiti, siano tutte cadute, è una infamia di Regime. Oggi che vige l’antiregime dei populisti, sul Quirinale tutto tace. Di questo passo detto antiregime non meriterà meno disprezzo che il triumvirato postfascista De Gasperi Nenni Togliatti. Esso decise che per il Badante della Repubblica -quest’ultima è abbastanza malandata da richiedere badante- occorra una delle regge più disonorate del pianeta.

Un giorno ci vergogneremo di aver fatto tanto onore agli ipernotabili di un regime nient’affatto migliore della Seconda spagnola e della Quatrième francese, quest’ultima imbalsamata da Charles de Gaulle.

A.M.Calderazzi

SUPERIORITA’ DEI CINESI E INSENSATEZZA DEI GOVERNI (SENZA ALCUN RIFERIMENTO ALL’ATTUALITA’)

Per parlare della superiorità tecnologica e produttiva dei cinesi occorre ricordare che i governi d’Europa, insieme con quelli delle colonie di popolamento bianco, hanno dominato il mondo per meno di due secoli, e cioè da quando è venuta meno, nell’Ottocento, la superiorità economica e tecnologica dei cinesi che nel 1830 producevano tre volte i manufatti prodotti dagli inglesi, mentre gli indiani nell’India soggetta al Raj britannico (British Rule), ne producevano il doppio degli inglesi.

La “superiorità” delle Grandi Potenze (e la Cina non era tra queste) risiedeva soltanto negli strumenti di morte più efficienti, decisivi per sottomettere un Paese che sopravanzava ogni altro avendo anticipato di secoli alcune delle invenzioni tecnologiche più importanti per la vita dell’uomo.

Come per qualsiasi altro Paese la Cina, se esiste come entità politica che si concretizza nel suo Governo, non esiste veramente nella realtà ma è il frutto dei pensieri umani che l’hanno così battezzata. I cinesi però esistono, e nel loro insieme formano la popolazione cinese. Questo formidabile gruppo di individui (il più formidabile di tutti quelli che vivono sul pianeta Terra) ha delle caratteristiche sue proprie che è difficile riscontrare presso altri gruppi sociali che dalla civiltà sinica non siano stati influenzati. Che differenza c’è tra i cinesi del Sichuan o dello Yunnan e quelli di Taiwan, Hong Kong, Macao, Singapore, Malaysia, Indonesia? I cinesi che risiedono all’estero – overseas Chinese (huáqiáo 華僑) – restando uniti nella loro comunità non cessano di essere e sentirsi cinesi anche se vivono in Italia.

I cinesi sono sorprendenti per come ricreano in ogni luogo il gruppo sociale al quale appartengono. Si potrebbe dire a ragion veduta che Cina è là dove vi sia un gruppo di cinesi che, per quanto piccolo, è destinato ad allargarsi per fecondità endemica o per l’apporto di nuovi venuti, parenti, amici e compaesani. I cinesi sono contadini, artigiani o mercanti? Soprattutto contadini, ma anche artigiani e mercanti (si veda Mariella Giura Longo, CONTADINI, MERCATI E RIFORME La piccola produzione di merci in Cina (1842-1996), Franco Angeli, Milano 1998). Non sono soldati, non amano le armi e le usano soltanto in casi estremi, soprattutto per difendere i loro cari e ciò che hanno. Nella loro tradizione il miglior generale è colui che non ha mai sostenuto una battaglia, e che è in grado di vincere una guerra senza colpo ferire e senza distruggere gli averi del nemico. Presso quale altro gruppo sociale nel mondo esiste un simile ideale, sovente divenuto realtà?

I cinesi, con i greci, hanno dato vita alle migliori forme di governo del Pianeta. Il Figlio del Cielo è in fondo un sacerdote che ha dei precisi doveri, e anche dei diritti che tuttavia esercita con il consenso dei suoi Ministri. Il dispotismo – che è ben illustrato nel film di Bernardo Bertolucci 1941 L’ultimo imperatore (1987) – è un derivato delle forme di governo d’Europa, molto più dispotiche e arroganti di quelle che hanno quasi sempre caratterizzato la Cina. Il governo delle provincie cinesi è affidato a funzionari scelti in base a esami pubblici, istituzione di invenzione cinese che permette ai meritevoli e capaci, per quanto di umili origini, di salire nella scala gerarchica fino al livello massimo di ascoltato consigliere dell’Imperatore nutrendone il potere e l’azione diretta di governo.

Il loro modo di allargare il territorio nel quale vivono non è attraverso la guerra, ma la pace, che favorisce i rapporti umani e fa emergere i più solerti e industriosi. Così è accaduto nelle provincie cinesi di mezzogiorno e ponente, nei Paesi del Sudest asiatico dove in alcuni casi da minoranza si sono trasformati in maggioranza come a Singapore e in Malaysia, e a differenza di quanto è accaduto nelle città di San Francisco, New York, Londra, Milano, Prato, dove sono rimasti (almeno per ora) minoranza.

I cinesi non sono razzisti, sono cinesi. Chi comunica in cinese – e cioè legge e capisce, scrive e parla questa lingua – è cinese. Edoarda Masi 1927-2011 scriveva nel suo libro PER LA CINA Confuciani e proletari (Mondadori, 1978), che andrebbe utilmente letto oggi: da venticinque anni subisco l’invito continuo e pressante a sinizzarmi, che è offerto apparentemente come il solo modo per conoscere; lo accetto e nello stesso tempo lo rifiuto. Mi ostino a ricercare la possibilità di un rapporto senza pretendere di misurare una diversa civiltà col metro europeo, ma senza perdere la mia identità europea.

Della superiorità tecnologica dei cinesi abbiamo ormai analisi storiche inconfutabili di ogni tipo, e basterebbe fare riferimento all’opera ciclopica coordinata dallo scienziato inglese Joseph Needham 1900-1995 Science and Civilisation in China, Cambridge University Press 1954 (e disponibile in parte anche in italiano: Scienza e civiltà in Cina, Volume primo, Lineamenti introduttivi, Giulio Einaudi editore, 1981, pp. 296~301 dell’edizione italiana) dove, nel capitolo dedicato al flusso delle tecniche provenienti dalla Cina, si fa un interessante e lungo elenco che mostra la profusione di applicazioni che raggiunsero l’Europa e altre regioni in epoche varianti tra il I e il XVIII secolo [in parentesi è indicato il ritardo approssimativo, misurato in secoli, nella trasmissione all’Occidente delle tecniche prodotte dalla Cina]:

a) pompa a catena a palette quadrate [15 secoli] …

c) macchine soffianti per la lavorazione dei metalli azionate da forza idraulica [11 secoli] …

e) mantici a pistoni [circa 14 secoli]

f) telaio per tessitura a disegni [4 secoli]

g) macchinari per la lavorazione della seta … [3~13 secoli]

h) carriola [9-10 secoli]

i) carro a vela [11 secoli] …

o) trivellazione profonda [11 secoli]

p) ghisa [10~12 secoli] …

t) chiuse per canali [7~17 secoli] …

y) carta [10 secoli]

z) porcellana [11~13 secoli].

A proposito della porcellana sarebbe bene ricordare che questo importantissimo manufatto (che richiedeva forni di cottura capaci di temperature che i forni europei non erano in grado di raggiungere) venne prodotto in Europa per la prima volta soltanto nel 1707 a titolo sperimentale, e a partire dal 1711 a fini produttivi, dopo secoli di nostri vani tentativi tesi a imitarla. Una tendenza, questa dell’imitazione, che vorremmo attribuire agli altri, per esempio ai giapponesi piuttosto che agli europei, ritenuti superiori a tutti (per ragioni basate sul RAZZISMO) plagiando in questa infondata opinione persino i colonizzati che si erano rassegnati ad essere “inferiori”.

Dati gli scritti (soprattutto inglesi) in lode del white man’s burdern costretto (!) a gravarsi del “fardello dell’uomo bianco” e quindi della missione civilizzatrice propria di chi sovrasta gli altri e la sente come un dovere (noblesse oblige), la superiorità non soltanto economica della Cina e dei cinesi sembra difficile da provare, ma è invece testimoniata da numerosi anche se brevi scritti di mercanti mediterranei in merito all’esperienza di commercio con quelle terre. D’altra parte dagli abitanti dell’Europa settentrionale, ricca soprattutto di ristrettezze, il resoconto di Marco Polo non venne creduto al momento della sua pubblicazione, e così per molti secoli a venire. Non potevano neppure immaginare che le descrizioni delle prospere città cinesi contenute ne Il Milione corrispondessero al vero. Vennero quindi ritenute frutto della fantasia e dell’immaginazione dell’autore o del suo amanuense.

Non così a Venezia, e nel Mediterraneo in genere, dove le persone che conoscevano il mondo erano numerose, anche se non scrivevano libri perché impegnate nel loro lavoro di mercanti o di missionari che li assorbiva completamente. Marco Polo aveva potuto dar vita a quest’opera perché si trovava in prigione e non aveva di meglio da fare che dettarla a Rustichello da Pisa, come lui in carcere.

Nell’Europa settentrionale invece soltanto nell’Ottocento si credette finalmente al viaggiatore veneziano, sebbene in Cina la pressione demografica crescente avesse fatto ormai abbassare enormemente il tenore di vita dei cinesi, la maggior parte dei quali era afflitta dalla miseria più nera. Ma le vestigia della passata prosperità restavano, ed erano sotto gli occhi di tutti.

All’opera di Marco Polo credette pienamente due secoli dopo un altro mediterraneo, fino a farne il principale stimolo al suo viaggio verso Ponente per raggiungere le Indie. Nel volume Scopritori e viaggiatori del Cinquecento, a cura di I. Luzzana Caraci, Ricciardi, Milano – Napoli 1996, T. II pp. 922-932 (segnalatomi dal professor Claudio Zanier dell’Università degli Studi di Pisa) si dice: Scrive Filippo Sassetti 1540-1588 a Bernardo Davanzati sul finire del 1585, alludendo al fatto che se non si dispone d’argento è inutile pensare di commerciare con la Cina: “Alla Cina reali e non altro...”. E aggiunge, descrivendo gli arrivi a Cochin da Oriente: “…la nave o le navi della Cina compariscono più tardi; portano tutte le cose che si possano imaginare, fuori delle spezierie;… di là viene la seta, i drappi, tutta la sorte di metalli, argento vivo, rame, ottone, e oro in tanta quantità quanta si vuole, perché basta portarvi capitale [intende: argento, soprattutto i reali, reales de a ocho coniati nell’impero spagnolo, accettati in tutto il mondo come strumenti di pagamento] per comprarlo che se ne caricherebbe una nave… ed è mercanzia tale che… si guadagna sessanta per cento. Viene di là allume di rocca senza fine, galanga [radice medicinale], cinabro, canfora, le porcellane, che sono grandissima mercanzia, legnami dorati per gran somma, sete ricamate finissimamente, pitture e tutto insomma quello che si sa dimandare di là viene, perché, se…manca […] qualche cosa che altri desideri, sapendola…[far]… loro intendere, la fanno [venire]; e in ogni genere di mercanzie che di là venga… si raddoppia, quando non si fa di uno in tre. E veramente che se non fusse questo negozio [= commercio con la Cina] in questa parte…tutto sarebbe in terra...”

Lo storico economico Carlo M. Cipolla 1922-2000, nel suo scritto Conquistadores, pirati, mercatanti. La saga dell’argento spagnuolo (Bologna, 1996), osserva (pp. 58-63) “che l’argento [reali] serviva agli europei per acquistare merci sui mercati extraeuropei dove non c’era alcun interesse per i prodotti dell’Europa. … Tutte queste monete, ed i reales in modo particolare, aprirono alle nazioni europee l’opportunità di espandere notevolmente il loro commercio con l’Oriente. … Possenti forze li calamitavano… Ma la marcia verso Oriente dei reales de a ocho non si fermò in Persia. Nel primo decennio del secolo XVII la marcia …[dei reali] era giunta ad invadere anche l’India e la Cina…il fatto [è] che gli europei, … non avevano nulla però da offrire in cambio, perché né l’India né la Cina avevano interesse ai prodotti dell’Europa. I tentativi per migliorare la situazione non si contano. … Se gli europei volevano commerciare con l’India e con la Cina non avevano altra scelta che offrire a questi due paesi dell’argento…. [Inoltre] l’Europa…venne a conoscere prodotti orientali che prima non conosceva. Esempio classico il tè, … che nel 1720 arrivò a soppiantare decisamente la seta come principale merce di importazione della Compagnia [inglese delle Indie Orientali]. Di conseguenza il saldo positivo della bilancia commerciale cinese continuò a crescere.” Cipolla ricorda (pp. 66-67) che “il mercante portoghese Gomes Solis poteva scrivere nel suo Arbitrio sobre la plata (Discorso sull’argento) pubblicato a Londra nel 1621 che “l’argento vaga traverso tutto il mondo nelle sue peregrinazioni, per poi finire in Cina, dove rimane come al suo centro naturale”.

Gli inglesi, così conclude Cipolla (pp. 75-76), trovarono nel commercio dell’oppio che facevano coltivare in India il rimedio al “grave deficit della bilancia commerciale inglese con la Cina. …a partire dal 1776 la quantità di oppio esportata dagli inglesi in Cina crebbe… soprattutto negli anni 1830-1840…in misura eccezionale… Un funzionario cinese in un suo memoriale scriveva in quegli anni che “Il Celeste Impero permette la vendita di tè e di rabarbaro che servono a tenere in vita i popoli di quelle nazioni…, e tuttavia questi stranieri non dimostrano alcuna gratitudine, ma contrabbandano, invece, l’oppio che avvelena il Paese; quando il cuore riflette su questa condotta ne è disturbato e quando la ragione la considera, la trova irrazionale.” Il governo cinese…tentò di correre ai ripari ma…si arrivò… nel 1839 alla famosa guerra dell’oppio in cui la Cina fu sconfitta ed umiliata...”. Il testo della lettera scritta nel 1839 dal magistrato 林則徐 Lín Zéxú 1785-1850 e indirizzata alla regina Vittoria (non sappiamo se fu mai portata alla sua conoscenza) è un documento che mostra come fosse difficile il dialogo tra la civiltà che soccombe – piena di stupore per la violazione delle elementari regole della convivenza fra i popoli – e la barbarie che trionfa senza ragione se non quella della forza bruta, contravvenendo alle leggi della Natura che (in Cina) vede l’uomo come un essere buono, che quando sbaglia può sempre essere educato ad emendarsi.

Concludiamo citando un noto proverbio che la dice lunga sul modo dei cinesi di intendere le cose divine e le cose terrene. Lassù vi è il Cielo, quaggiù sono Suzhou e Hangzhou , shàng yǒu tiān táng, xià yǒu Sū Háng. Con Sū  (ora si intende la città di Sūzhōu 苏州 e con Háng  la città di Hángzhōu 州. Il regno Celeste di lassù sarà bello (dicono i cinesi), ma qui abbiamo città impareggiabili per splendore come Sūzhōu 苏州  e Hángzhōu . La citazione è di Eileen Power 1899-1940 nell’avvincente capitolo su Marco  Polo in Medieval People (Vita nel medioevo, Einaudi, Torino 1966).

Brano (con lievi modifiche) tratto da:

Gianni Fodella, MATERIALI per una introduzione allo studio della Politica economica internazionale, LUMI Edizioni Universitarie, dicembre 2017 (IV edizione) pp.58-62

Cambiare non basta, passare agli abbattimenti

I nostri governanti attuali dovrebbero assai presto passare dal “cambiamento” a qualcosa di vicino all’insurrezione (contro la continuità del Settantatreennio): sia che l’Europa e i ‘mercati’ condannino la gestione economica populista, sia che la lascino passare. Se la bocceranno, se ci infliggeranno una condanna seria, se ci negheranno soccorsi, se rischieremo il dissanguamento per debiti, i nostri governanti non potranno che passare alla finanza straordinaria: a un’economia di guerra.

Occorreranno tagli draconiani alla spesa, quali non abbiamo mai concepito. Occorrerà dimezzare bilanci semi-superflui quali la politica estera, la difesa, il prestigio delle istituzioni. Bisognerà chiudere e vendere i palazzi dello sfarzo, cominciando dal Quirinale e da quelle centinaia di sedi ufficiali che sorsero quando il paese era sì popolato da tubercolotici e da pellagrosi, ma figurava più opimo di quasi tutti gli altri. Bisognerà aggredire con cattiveria non solo gli sprechi, le malversazioni e i furti, anche le larghezze a fin di bene quali sanità e previdenze senza risparmi.

Bisognerà dimenticare i codici romani e i diritti acquisiti, in modo da cancellare gli agi e le abitudini suntuarie degli abbienti e le conquiste consumistiche degli incapienti.  Le vacanze egiziane degli intonachisti non saranno più sacrosante di quelle dei notai e di quelle delle vedove degli ammiragli. Si è sdoganata la categoria, in passato maledetta, del populismo: occorrerà sdoganare quella del giustizialismo. Dovremo fare a meno di confortevoli consuetudini quali le garanzie della società liberale. La stessa democrazia del Settantatreennio – declinata alla plutocratica – risulterà meno irrinunciabile che un tempo. Era proprio democratico Atatürk? Detestava le caserme Charles De Gaulle?

Non reggeranno i dubbi caposaldi della way of life occidentale, quali gli stili di vita e i perenni doni del miracolo economico postbellico. Dimenticheremo la douceur de vivre. Faremo a meno a molti diritti e conquiste. Dovremo risparmiare sui biglietti del tram, sulle partite allo stadio, su centinaia di hobbies, su non pochi ‘emoluments of life‘ che credevamo acquisiti. Fare tutto ciò esigerà sacrifici, abnegazione, arretramenti del tenore di vita. Persino la pausa pranzo delle grandi masse sarà più corta.

Per imporre tutto ciò occorrerrà disciplina quale l’avevamo dimenticata. Per affrontare molte prove da Grecia sotto la troika sarà saggio lasciar perdere le buone maniere.

Ma se al contrario Bruxelles  e i mercati ci grazieranno ancora una volta, se ci permetteranno di ingrossare il debito invece di ridurlo, non sarà questa e non altra l’occasione da non mancare assolutamente, affinchè qualcosa resti delle ubbie del 4 marzo? Se la finanza resterà allegra, vorrà dire che era stata giusta la temerarietà, giusto tirare la corda. Ciò che era vietato a danesi e a belgi, risulterà lecito a noi baciati dai raggi dello Stellone d’Italia. Perchè non profittarne per vivere meno alla giornata, per correre meno rischi?

Si può metterla diversamente. Se scamperemo al fortunale, i timonieri che hanno soppiantato -speriamo durevolmente- la peggiore classe politica d’Occidente non dovrebbero affatto rinunciare a qualche vasta bonifica, a qualche ambiziosa opera di giustizia: finchè dura l’esasperazione del popolo verso le repubbliche 1945-2018. Sarebbe benefico per tutti un arretramento del consumismo/edonismo. Sarebbe benefico per tutti se i tetti delle scuole, le pendici delle montagne e i viadotti sui burroni non crollassero, e questo grazie alla cancellazione di certi oneri assurdi. Dovremmo rinunciare oggi stesso a scimmiottare gli apparati militari, diplomatici e della vanagloria di Stati o più ricchi o più stupidi di noi.

Insomma una parentesi di sanità mentale. Una concentrazione sugli obiettivi giusti, dopo quasi tre quarti di secolo nei quali hanno imperversato pagliacci, falsi progressisti e sindacalisti chiudi-fabbriche. Anche se le sciagure non ci tramortissero sarebbe giusto quanto meno raddrizzare le priorità principali: meno moda, meno sport, meno ambasciate e cacciabombardieri, meno ricevimenti

al Quirinale, meno buffonate e malazioni pregresse.

A.M. Calderazzi

Si unisca Europa come Sacro Romano Impero

Il Continente non si unirà mai in una supernazione pari agli USA, e di essi assai più illustre, se resterà fatto di paesi uguali tra loro. Uno di essi dovrà guidarlo, anzi pacificamente soggiogarlo, come facevano Roma e l’impero della nazione germanica.

Non meriterà di soggiogare l’inadeguata Francia, che dedicò oltre due secoli dalla fine di Napoleone a sognare rivincite impossibili e, in quanto implicanti massacri, autenticamente delittuose. Non meriterà la Gran Bretagna, odiatrice d’Europa: nel suo futuro c’è la condanna a saldarsi ad un’antica colonia divenuta colossale padrona. Non meriterà di soggiogare l’ex-impero sovietico, abbattuto dall’interno per aver tentato di imporre un fideismo detestato e inefficiente alla parte meno consapevole del vecchio continente. Non risulterà degna di imperare alcuna delle potenze parziali: Spagna Austria Svezia Polonia Italia.

Resta la Germania, difficile com’è da considerare congeniale, ma con la sua storia sofferta e alta degna d’essere prima. La Germania darà al continente una civiltà più valida se il suo primato sarà spirituale, come spirituale è il suo retaggio più vero. Né economico né tecnologico. L’Europa non avrà bisogno di più economia. Di più tecnologia. Di più gestione. Di più politica.

Avrà certamente bisogno di più pensiero e di più valori. La Germania cui siamo avvezzi oggi non promette di largheggiare in pensiero. Ma la Germania ancora da scoprire, nascosta, sì. Suona bislacco, ma quest’altra Germania esisteva mille anni fa, ed ebbe vita breve. Il suo momento più alto fu il travagliato regno degli svevi Hohenstaufen; poi il blocco.

Con Federico I° Barbarossa apparvero venire a fruizione le promesse degli imperatori Ottoni, una dinastia che si impegnò a sconfiggere le spinte centrifughe del feudalesimo. Barbarossa aveva dalla sua grandi armi: le idee-forza dell’impero, delle crociate, della cavalleria: però tutte destinate a soccombere. In seguito la terra tedesca espresse un imperatore, Federico II, anche più grande del nonno Barbarossa.  Il secondo Federico sarà da molti considerato il maggiore degli Hohenstaufen, anzi il massimo tra i Cesari germanici. Ma non era abbastanza tedesco. Innamorato del Mediterraneo, del Levante, della Sicilia, della Puglia, ci appare distaccato dalla sua terra, ed anche annunciatore di alienazioni a venire, di razionalismi, di secolarizzazioni; quasi un anticipo di Rinascimento.

Ma l’impero fu Medioevo, non Rinascimento. Nell’Età media l’impero diventa un orpello; si fa appannaggio degli Asburgo. Dunque il geniale costruttore di Castel del Monte, il re di Gerusalemme che non si fa crociato, il regnante che si circonda di sapienti arabi e di armati saraceni, non è tedesco se non in parte. Vedremo che il Continente ha bisogno dell’energia spirituale di ottocento anni fa: energia tedesca, come tedesco era l’impero.

Incarnò il Medioevo Federico I, il più germanico dei sovrani, possente per armi ideologiche ancor più che per quelle materiali, ancor più che per i territori, le marche, i castelli, le giurisdizioni. Il Geist dell’impero era la cultura cavalleresca e cristiana e non – come per il secondo Federico – i riferimenti classici e cosmopoliti.

 

Che attendere dal Reich dell’età spaziale

Si usa numerare come ‘secondo’ l’impero di Bismarck: ma esso non fu impero. Fu il parziale compimento dell’unità nazionale: un exploit risorgimentale. Berlino divenne una capitale pantedesca, però non si mise a capo di un continente plurale, fatto anche di paesi non tedeschi. In qualche misura erano parte del sacro romano impero anche l’Olanda, la Borgogna, la Boemia, la Polonia. Più di un dinasta straniero aspirò alla corona di Carlo Magno.

Anche il Reich di Hitler fu un non-impero. Il Führer soggiogò militarmente molti paesi, ma fu accettato pienamente solo dall’Ostmark austriaco. L’impero di Hitler fu una sfera d’occupazione, non la riduzione in unità delle nazioni subordinate. La Germania unirà il continente se le componenti di quest’ultimo risulteranno parti di un tutto ‘sacro e romano’. Se rinunceranno a sentirsi nazioni.

L’unità dell’impero futuro dovrà essere unità morale prima che operativa. Il sessantennio dell’Unione di Bruxelles ha ossificato la sopravvivenza degli Stati membri senza dare vita a una patria di tutti. La Germania dovrà anche apportare alla causa europea un ‘imperatore’ eccezionale che si faccia Mosè o Maometto, cioè il condottiero di un popolo irresistibile.

L’Europa ‘delle nazioni’ continuerà a credere d’avere diritto a non riconoscere l’egemonia della componente germanica. Quest’ultima dovrà guadagnarsi l’egemonia come se la guadagnò Atene, per la sua oggettiva superiorità.  Il Mosè tedesco sarà portatore di idealità più alte delle altre. Non i primati dell’economia, non quelli della scienza e della tecnica, bensì la superiorità dei valori darà diritto a dominare il Continente. Nessuna idea-forza dell’Europa attuale vanta l’altezza del Geist germanico: occorre dunque che la statura di quest’ultimo non sia abbassata dai compromessi e dalle ruvidezze del realismo di Otto von Bismarck e di Angela Merkel.

Passata la parentesi semi-millenaria del Sacro romano impero, la stirpe tedesca perse tutte le occasioni che fecero grandi le altre  nazioni occidentali. Perché nel prossimo secolo potrebbe andare diversamente? Risposta, perché la stirpe tedesca è intellettualmente atletica. E perché è molto popolosa. Esistono più possibilità che altrove in Europa che sorga un capo come furono Maometto e  Lutero, un maestro capace di azioni straordinarie come moltiplicare il potenziale e la creatività del suo popolo. Cos’erano le tribù arabe prima di Maometto?

Se il fatto religioso fu tanto decisivo nell’Islam, è ancora più plausibile che il futuro Reich tedesco sia “sacro” e “romano”, come un millennio fa. Ma nell’attuale era della secolarizzazione, è probabile che il ruolo svolto dalle fedi trascendenti venga sostituito da altre idee-forza, morali, culturali, artistiche. Di queste idee la civiltà e l’antropologia germaniche sono insolitamente ricche: sono le più importanti dell’Occidente.

Nessuna contrada dell’ecumene occidentale può vantarsi culturalmente superiore rispetto alla germanità. Per esempio, il futuro Reich tedesco potrebbe forse aspirare a una sorta di delega continentale nelle cose della guerra. Tuttavia il grado di militarizzazione della società germanica non raggiungerà mai quella della società americana; nemmeno quello della Francia del Front Populaire nelle varie fasi della Revanche: la quale fu protezione ossessiva dalla vendetta germanica rivolta contro le sopraffazioni del trattato di Versailles. E’ dal cataclisma del 1945 che la patria tedesca ripudia il bellicismo.

Sarà grazie alla Germania se l’Europa tornerà prima sul pianeta. Prima non militarmente: gli USA sono qui a dimostrare la miseria d’essere primi per flotte, per deterrenti nucleari, per albagie diplomatiche, per virulenze produttive. L’Europa sarà prima perché fu l’ombelico del mondo, il grembo e l’intelligenza della civiltà primigenia d’Occidente.

Noi vediamo nel nostro ‘Regno di mezzo’ la nazione che un giorno guiderà le altre perché Europa torni ombelico del mondo. Se non Germania, chi? Nessun popolo meriterà di più. Non quello britannico, che oggi si sente un’appendice. Non quello francese, che nei duecento anni seguiti al tramonto del sogno napoleonico non seppe mai liberarsi di vanaglorie e smanie belliciste. Non la Spagna e l’Austria, ridotte a periferie. Non alcuna delle nazioni che ebbero fasi importanti, come Paesi Bassi e Polonia/Lituania, ma che oggi hanno quasi niente da insegnare.

Quanto al nostro Stivale, nel Settantennio seguito alla Seconda guerra mondiale esso è stato dimentico di avere nella sua storia – più lunga e più ingente delle storie altrui – generato spesso novità gigantesche, nel bene come nel male. La Saturnia Tellus avrebbe titoli per aspirare a una ‘mission exemplaire‘. Ma ha contro di sé una legge non scritta che non ammette le risorgenze veramente grandi.

Ammiriamo la Germania non per il turgore del Pil, ma per la forza del retaggio, per quanto ha dato alla civiltà, pur nell’orrore dei crimini del dodicennio hitleriano. E’ la Germania che salverà l’Europa dalle aberrazioni di tutte le Abu Dhabi ultracapitaliste e consumiste del pianeta. Essa dovrà essere il Mosè collettivo dell’andare verso quella terra promessa che è l’Europa unita e grande.

 

Mai monolitismo

Ma la storia tedesca non deve spaventare le piccole patrie d’Europa. La storia tedesca è il contrario della troppa compattezza, di ogni eccesso di monolitismo, di centralismo soverchiante. Già dalla metà del sec. XI la Germania perdette la parziale coesione che si era affermata nella fase precedente. Divamparono le lotte sezionali, dinastiche e genericamente politiche in Sassonia, Baviera e Svevia. Vari signori e numerose città economicamente forti sfidarono gli imperatori. Non dimentichiamo che tra tutte le grandi stirpi occidentali quella germanica ha il passato meno felice dal punto di vista dell’unità nazionale.

Prima del 1871 non esistette uno Stato della Germania intera, e questa completezza si affermò solo col sorgere, a valle della disfatta del 1918, di una repubblica federale, Weimar. Prima del 1871 esistette un ambito imperiale che nominalmente sovrastava su una vasta pluralità di formazioni statali, ma che solo di rado poteva concretamente collocarsi alla testa del Reich. Il Sacro romano impero era una struttura maestosa, ma non una vera nazione e non un autentico vertice. Solo il crollo del 1918 cancellò le “potenze parziali di Germania” capeggiate da Baviera, Sassonia e Württenberg. Nel 1918 ciascuna di esse aveva una propria struttura di governo e un esercito, magari di un pugno di uomini.

Risulterà sviante credere che nell’anno 9 d.C. le legioni conquistatrici di Augusto imperatore furono fermate “dalla Germania”, impersonata da quell’Arminio che annientò l’esercito di P. Quintilio Varo. Arminio/Herrmann è giustamente onorato come il primo eroe tedesco. Ma non era che il principe dei Cherusci, l’etnia che seppe vincere nella Teutoburgerwald.  Arminio non fondò nemmeno uno Stato parziale, anzi tre anni dopo la vittoria fu ucciso dalla sua stessa gente. Passerà mezzo millennio prima che sorgesse un regno ‘teutonico’.

Si può anzi dire che i tedeschi non poterono né vollero aprirsi un futuro ampio fuori del loro Raum immediato in Europa. Non fu certo una stirpe di dominatori su terre lontane. A visitare chiese e monumenti tedeschi, specialmente in provincia, colpiscono le testimonianze che essi offrono quanto alle conquiste degli scomparsi illustri. Molta araldica, spesso al di là degli status e dei vanti autentici. Le imprese militari, non sempre all’altezza delle tradizioni guerriere. Per il resto, memorie di una società dei secoli dal quindicesimo al diciottesimo, con poche ambizioni, dunque con pochi titoli alla gloria.

In Francia la rivoluzione trasformò un popolo di sudditi in una nazione di conquistatori, momentaneamente irresistibili. All’inizio della tempesta napoleonica i tedeschi restarono passivi. Le minoranze più reattive, dapprima si galvanizzarono per le sfide poste dal fatto storico e per le stesse vittorie repubblicane e napoleoniche. Poi si imposero le realtà dure: non l’uomo universale bensì quello francese, specificamente il soldato del grande Corso, stava coprendosi di gloria. Nacque un complesso d’inferiorità dei tedeschi.

Giunse nel 1805 la battaglia “al sole di Austerlitz” dei tre imperatori, quando il genio di Napoleone ebbe la meglio sui feldmarescialli austriaci e russi. Un anno dopo i francesi conquistarono Berlino, ad umiliazione della Prussia che sotto Federico il Grande aveva trionfato sulla Polonia e sui suoi alleati. Per tutti i tedeschi una sconfitta dura: troppo debole il pur agguerrito esercito prussiano per resistere alle divisioni francesi.

Napoleone istituì in Germania una confederazione satellite che ridusse fortemente il numero dei potentati sovrani. La sconfitta di Berlino non fu la premessa del risorgimento germanico. Tuttavia ingigantì le aspirazioni di rivalsa dei tedeschi soggiogati, secondo gli incitamenti di Fichte e di von Kleist.

Segnando la fine della leggenda napoleonica, la battaglia di Lipsia incoraggiò i patrioti tedeschi a volere la liberazione dall’occupante. A Waterloo fu l’armata prussiana di Blücher a dare il colpo di grazia alla vanagloria francese.

 

Un paradosso della storia tedesca: Federico II, siciliano e pugliese

Il secondo Federico, il più famoso sovrano del Medioevo e certo il più geniale tra gli imperatori germanici, trascurò il suo regno tedesco, contribuendo molto ad indebolirne la coesione.  Questo Federico nacque e morì in Italia, visse soprattutto a Palermo. Fu proclamato re di Germania che aveva due anni. Divenne re di Sicilia due anni dopo. Fece la prima visita in terra tedesca nel 1202 (era nato a Jesi nel 1194), accolto bene in Svevia ma non altrettanto in altri ducati e margraviati. Fino al 1218 – morte dell’imperatore Ottone IV, deposto dai principi tedeschi – agivano ancora i partigiani di altri aspiranti alla corona imperiale.

Abbastanza presto il nipote di Federico Barbarossa afferma il suo potere in Italia, non così in Germania. Nel 1231 concede ai principi tedeschi il Privilegio di Worms, che li rende pressoché indipendenti. Della sovranità imperiale rimane un residuo. Il regno germanico è scosso da conflitti gravi: l’anno stesso del Privilegio di Worms il primogenito di Federico, Enrico, alza la bandiera della ribellione. Si sottomette qualche tempo dopo, la rialza nel 1234. Il padre è costretto ad amnistiare quei signori che non si riconoscono suoi vassalli.

 

Stupor mundi

Federico II fu, secondo la definizione dell’abate di San Gallo, lo ‘stupor mundi’, tanto la sua visione e le sue opere si differenziarono dai retaggi tradizionali del Medioevo. Il maggiore di tutti i sovrani di Germania, il secondo Federico risulta abbastanza estraneo alla vita del suo regno. Invece di fondere in unità i principati e le città libere che lo compongono, egli consegna il paese ai suoi sovrani parziali: in pratica opera come il presidente di una confederazione chiamata impero. Il potere imperiale non era fatto per unificare una terra tedesca che non aveva mai conosciuto un’autentica coesione.

La gloria di Federico II resta, ma è universale e non tedesca. Egli si sentiva siciliano e pugliese piuttosto che il sovrano di una nazione germanica unita. Conosceva forse sei lingue, era proteso verso le culture che venivano dal Mediterraneo e dall’Oriente. Gli storici sono quasi unanimi nell’additare nel secondo Federico l’assertore o l’anticipatore di una civiltà a venire, promessa di Rinascimento. Ma quando egli morì la terra tedesca si trovò più divisa che mai.

 

Storia remota

Solo a fatica si può affermare che i successori Ottoni di Carlo Magno dettero vita a una patria germanica. Venivano incoronati re ad Aquisgrana. Quando diventavano imperatori, essi sovrastavano gli altri principi tedeschi in rango e prestigio; assai meno per potenza. I popoli di Sassonia o di Franconia, che espressero vari imperatori, non si sentivano specialmente solidali agli altri dello spazio germanico.

Ottone I il Grande, figlio di Enrico, fece sforzi strenui per stringere all’impero i grandi ducati di Baviera, Svevia e Lotaringia, ma le relative aristocrazie riluttarono. Meglio collaborarono i vescovi e i grandi abati: infatti furono generosamente ricompensati, cominciando dalla fiscalità. Nell’assieme i re della dinastia sassone ottennero risultati unitari non esigui; perciò furono in grado di contenere ad Est l’aggressività di slavi e ungari: lo provano i castelli fioriti sulle loro terre e le dure sconfitte inferte (in particolare nel 955) ai magiari.

Gli imperatori della casa di Sassonia, pur non esercitando abbastanza potere sui territori che si collegavano per eleggere il re di Germania, conseguirono considerevole autorità. In ogni caso avviarono l’espansione della germanità nell’Europa orientale.  Morto Corrado di Franconia (918) i duchi tedeschi elessero a suo successore l’energico sassone Enrico l’Uccellatore. Diciotto anni dopo gli successe il figlio Ottone il Grande, il quale rafforzò il ruolo dell’imperatore; tra l’altro inaugurò le calate germaniche a Roma, fatte per ricevere la corona imperiale dalle mani dei pontefici, oltre che per ribadire l’autorità dei successori sassoni di Carlo Magno sui sommi detentori del potere ecclesiastico. In quella fase la Chiesa accettava il primato degli imperatori.

Questo tuttavia per non più di centocinquant’anni. Dopo emersero evidenti i limiti del potere imperiale. Risultò che in Germania non vi era un vero governo dell’imperatore. L’autorità di quest’ultimo si fondava sui possessi suoi propri e sul buon volere dei duchi e margravi suoi vassalli. Una delle imprese militari di Ottone II, una spedizione marittima contro i pirati musulmani, fallì in uno scontro navale nel Mediterraneo. Poco dopo l’imperatore morì, a ventotto anni, e così finì il breve controllo germanico su quel mare. Ottone II aveva sposato Teofano, figlia dell’imperatore di Bisanzio, che da vedova fece l’energica reggente per conto del figlio treenne Ottone III.

Nell’anno 1000 il terzo Ottone ordinò grandi onori a Carlo Magno, il fondatore del Sacro romano impero. Poco dopo morì ventiduenne, Non aveva fatto in tempo a compiere alcuna impresa. Riapparvero le fratture dovute alla parcellizzazione feudale. Numerosi baroni presero a non riconoscere gli eletti all’impero. I feudi divennero ereditari e si frazionarono a loro volta. La struttura portante del regno di Germania si indebolì a lungo termine.

Si arriva al secondo imperatore Hohenstaufen, re di Germania nel 1152. Succeduto a Corrado III, Federico I Barbarossa è un capo e un organizzatore di forte tempra. Qualcuno ha sostenuto che nel Medio Evo solo Enrico Plantageneto è pari al primo Federico. Tuttavia le coalizioni che egli suscitò furono degne di lui. Il papato innanzitutto, per la lotta delle investiture; poi i Comuni italiani, che lo sconfissero duramente a Legnano.  Federico finì col venire a patti col papa: cento anni dopo l’umiliazione di Canossa (1077), a Venezia Federico dovette tenere la staffa ad Alessandro III.  Barbarossa è inviso a molti storici, e agli italiani in generale. Conquistò e distrusse Milano. Tuttavia fu valoroso come sovrano e come uomo. Morì all’inizio della terza Crociata, annegando in un fiume di Cilicia.

Sappiamo che il secolo XII vide, insieme alla conferma della strutturale debolezza del potere imperiale, anche l’incremento dell’attivismo germanico verso Est. Contribuì l’espansione demografica di tedeschi e fiamminghi. Il tempo di Barbarossa fu l’ultimo splendore dell’impero. La sua autorità era riconosciuta in linea di principio anche dai potentati slavi.

Fu Federico che volle le nozze del figlio Enrico VI, padre del grande Federico “siciliano e pugliese”, con Costanza d’Altavilla. Con quelle nozze il vasto regno normanno andò ad aggiungersi ai territori dell’impero.

 

Minnesänger e Meistersänger

Il secolo dodicesimo, l’età di Federico Barbarossa, vide il fiorire dei Minnesänger (o Minnesinger), i raffinati poeti e suonatori di piccola arpa che fecero grande la letteratura cortese in terra tedesca. Cantavano soprattutto l’amore platonico, ma il loro era uno slancio che esaltava anche la natura, la fede, gli altri sentimenti della cultura cavalleresca, pervenuta sotto il Barbarossa ai conseguimenti più alti. Rispetto all’arte dei trovatori provenzali, la Minne germanica aveva accenti più profondi ed etici, oltre che più colti. Il genere ebbe diffusione molto larga, anche fuori dei castelli feudali. Walther von der Vogelweide fu probabilmente il massimo dei Minnesänger.

Col tempo (oltre un secolo) l’arte dei Minnesänger evolvette nel movimento dei Maestri Cantori (Meistersänger o Meistersinger). I primi erano trovatori di classe nobile; lo dicono i loro nomi aristocratici: Enrico di Veldeke, Federico von Hausen, Enrico von Morungen, Neidhart von Revental, Enrico di Meissen.

L’evento più celebrato dell’attività culturale pubblica in Germania era la ‘sfida poetica’ nella Wartburg, il maniero dove l’elettore di Sassonia ospiterà e proteggerà Martin Lutero impegnato nella traduzione tedesca della Bibbia, scaturigine della lingua nazionale colta. La biblioteca dell’università di Heidelberg possiede il famoso codice di Manesse; tra l’altro include una tavola raffigurante una sfida alla Wartburg tra sette Minnesänger attorno al famoso Klingsor von Ungerlant.

Ricordiamo altri nomi di spicco della Minne: Kristan von Hamle, Walther von Klingen, Ulrich von Liechtenstein. Anche Wolfram von Eschenbach fu un celebre ‘trovatore’ alla tedesca.  Forse era superiore a tutti Walther von der Vogelweide, nato nella pseudoitaliana  Bolzano.

Richard Wagner dedicò a Tannhauser un’intera e famosa opera, nella quale questo Minnesinger
appare un eroe romantico che vive esperienze mistiche. La sua biografia si prestò alle leggende. Andò alla crociata del 1228.  Protetto dai signori di Baviera, ebbe feudi in Austria ma li perse e vagò per le corti d’Europa conducendo vita da artista gaudente; e da molto di più, se due secoli dopo Hermann von Sachsenheim lo esaltò in un poema. Secondo la leggenda, Tannhäuser viveva sul Venusberg, il monte fatato di Venere. Lo abbandonò per andare pellegrino a Roma, dove papa Urbano II subordinò l’assoluzione dei suoi peccati alla fioritura di un ramo secco che il poeta teneva in mano: allora Tannhäuser tornò al monte della Dea.

Ancora più  significativa in termini realistici fu l’esistenza del maestro cantore Hans Sachs,  calzolaio ma anche brillante intellettuale, cui Wagner dedicò ‘I maestri cantori di Norimberga’; Sachs nacque e morì  (1576) nella ricca Norimberga. Scrisse pagine infiammate a esaltazione della Riforma luterana. Celebri i suoi libelli antipapisti, che Lutero elogiò senza riserve ma che inizialmente i maggiorenti della sua città condannarono. Hans Sachs fu così attivo nel campo delle produzioni sceniche – sempre ambientate nel proprio tempo, e sempre a Norimberga – che fu considerato l’iniziatore del teatro tedesco. Scrisse anche un poema allegorico dall’eloquente titolo ‘Die wittembergisch Nachtigall’ (Nachtigall=usignolo).

Se i Minnesänger erano membri dell’aristocrazia, i Maestri Cantori erano essenzialmente borghesi, in particolare artigiani molto coltivati.  Dovevano obbedire a regole tecniche molto rigorose, dovevano possedere una buona cultura musicale e letteraria, avere un’alta coscienza della loro arte nonché della funzione sociale del loro impegno. I moventi personali non erano ammessi: la loro era un’arte civile; oggi forse la chiameremmo ‘impegnata’. Le regole e gli stili venivano insegnati in apposite scuole, le quali selezionavano e premiavano i migliori. Poiché prevalevano le finalità di edificazione spirituale, la Bibbia forniva i temi e gli spunti più impegnativi.

Insomma Minnesänger e Meistersänger dettero testimonianza all’eticità dell’impegno culturale tedesco. Tra l’altro il fenomeno dei Maestri Cantori aiuta a meglio apprezzare la straordinaria importanza nella spiritualità della Riforma della musica sacra e corale. Le cantate da chiesa, i mottetti, gli oratori, le Passioni sono al cuore della creazione musicale e della coscienza tedesche. E’ un apologo che, vocata all’impegno etico, l’anima germanica si sia espressa nella musica sacra (nella connotazione ‘pietistica’ di J.S.Bach) piuttosto, per esempio, che nel melodramma, così frequentemente retorico e fatuo.

 

Gli Svevi in lotta col destino

I grandiosi piani di Enrico VI, il figlio di Barbarossa, furono spenti dalla morte. L’orfano suo figlio, il futuro Federico II, non aveva due anni. Insorsero la Renania, la Vestfalia, la Toscana, persino la Sicilia. Filippo di Hohenstaufen, fratello dell’imperatore scomparso, tentò di succedere, ma si trovò contro potenti avversari tedeschi. La contesa civile durò un decennio. Cominciò, sia pure contrastata, l’eclissi della Germania.

La grande parentesi degli Ottoni, pur non realizzando l’unificazione dell’Occidente cristiano, vide l’allargamento della sfera germanica in Europa e nel Mediterraneo. Però essa si tradusse in effettiva autorità sui governi (sia feudali, sia cittadini) solo in Germania e in Italia. Al di sotto del livello dell’impero le autonomie territoriali, ed anche quelle ecclesiastiche, si rafforzarono incessantemente.

I processi di unificazione nazionale e di centralizzazione del potere furono senza confronti più efficaci in Francia e in Inghilterra che in Germania. In terra tedesca si fece sentire a lungo la rivalità, per esempio, tra il Barbarossa ed Enrico il Leone, duca di Sassonia. L’imperatore riuscì ad assestare un duro colpo al suo avversario quando, in seguito al ricorso alla giustizia di alcuni vassalli sassoni Federico dichiarò il loro duca decaduto dai suoi possessi.  Dopo un periodo di esilio, il potente duca riebbe i propri beni allodiali (=liberi da soggezioni), ma le dominazioni che teneva in feudo dall’impero furono assegnate ad altri principi. Si noti che Federico non riuscì a ingrandire il dominio diretto del re rispetto all’alta nobiltà.

L’impero sacro e romano era, per i tempi, uno stato di diritto. Si affermò il principio che nessun territorio tedesco devoluto feudalmente all’impero potesse restare nelle mani del re. La monarchia non potè imporre una propria effettiva coordinazione. Pesò l’antica rivalità tra le casate protagoniste, specialmente tra la sveva e la guelfa. Pesarono il principio della monarchia elettiva e le crescenti interferenze dei papi nella successione regia. In altre parole, non sorse una vera monarchia nazionale. Al contrario crebbe nei secoli il potere dei sovrani parziali. L’impero germanico non fu mai sopraffattore: non lo sarà, se risorgerà come Europa unificata.

Il trionfo dei prìncipi parziali non fu completo se non dopo la rovina degli Svevi, passata la metà del Duecento. Ma già all’aprirsi del regno di Federico II era risultato che l’autorità del sovrano dipendeva dalla consistenza del suo territorio, cioè dal patrimonio della casata imperiale, nonché dal continuo patteggiamento con i prìncipi sovrani. Quando Enrico, primogenito di Federico II, si ribellò al padre, l’autorità imperiale cominciò a sfaldarsi, mentre i prìncipi sia laici, sia ecclesiastici si rafforzarono. L’elezione del re di Germania si confermò prerogativa di sette Elettori: gli arcivescovi di Magonza, Treviri e Colonia, il re di Boemia, il margravio di Brandeburgo, il duca di Sassonia, il conte-palatino sul Reno. I possessi degli Elettori divennero Stati nei quali si rafforzarono i concetti di ‘nazione parziale’, a detrimento dell’entità nazionale.

Alla metà del secolo XIII la dinastia sveva finì e si ebbe un ‘Lungo interregno’: andò dalla morte di Federico II al 1273 (elezione imperiale di Rodolfo d’Asburgo e potenziamento delle grandi casate: i Lussemburgo divennero re di Boemia). Il regno tedesco si configurò come una cangiante federazione di prìncipi di cui l’imperatore era il capo simbolico. L’aristocrazia minore e le municipalità più prospere si collegarono in leghe per resistere ai prìncipi non amici e per aggregarsi in nuclei più consistenti. Persistettero i contrasti tra le varie componenti, le quali erano alleanze non sempre armoniche e durature.

Le dimensioni territoriali delle varie aree politiche variavano molto: piccole quelle della Germania centrale, ampie quelle dell’Est e del Sud. La Germania della seconda metà del sec. XV è un assieme che comprende anche l’Austria, la Borgogna, la Boemia, ancora per poco parti della Svizzera, e varie centinaia di signorie feudali, cittadine, ecclesiastiche e degli ordini militari.

La dinastia degli Staufen terminò con la morte del secondo Federico e dei successori Corrado IV re di Germania 1254; Manfredi, nato da Federico II e da Bianca Lancia, 1266; Corradino, figlio di Corrado IV, fatto decapitare a Napoli da Carlo d’Angiò (1268).

Il sec. XIII vide la ripresa dell’espansione germanica nelle terre slave. Espansione, sappiamo, che fu condotta non dal potere imperiale, bensì dai grandi vassalli tedeschi dell’Est, in particolare dai margravi di Brandeburgo e dai duchi di Sassonia. Non si trattò solo di conquiste politico-militari, anche di un’autentica colonizzazione. Gruppi compatti di tedeschi, più evoluti e più scolarizzati delle popolazioni tra le quali si insediavano, dettero vita ad autentiche cittadelle di germanesimo. Tutto ciò fu efficacemente aiutato dagli 0rdini militari tedeschi. Per esempio in Ungheria i coloni tedeschi furono chiamati da re Bela IV quando il paese richiese d’essere ripopolato dopo le devastazioni mongole. Ancora più incisivo fu l’arrivo dei tedeschi in Boemia, incorporata nell’ecumene imperiale germanico sin dall’impero carolingio. Qui i tedeschi non facevano solo gli agricoltori: formarono il ceto che prese a dominare il regno.

A partire dagli inizi del XIII secolo le città portuali di Lubecca e di Brema-Amburgo allargarono i traffici e l’influenza tra le etnie pagane del Baltico, cominciando dalla Livonia. Nel 1202 nacque l’Ordine militare dei Cavalieri Portaspada, successivamente fuso con i cavalieri Teutonici. Le etnie locali si opposero violentemente, ma furono sgominate. Ne risultò la germanizzazione della regione del Baltico.

La corona imperiale passò alla casa di Lussemburgo-Boemia tra il 1378 e il 1437; gli imperatori furono Venceslao e Sigismondo. Dopo i principi elettori vollero un terzo imperatore Asburgo. Sia egli, sia il successore Federico di Stiria (un Asburgo) furono sovrani deboli e di poche risorse. Risultato, sorse la confederazione dei Cantoni elvetici e la ritirata della germanizzazione dell’Est.

Massimiliano d’Asburgo fu un sovrano più energico: da lui il titolo imperiale restò stabilmente alla sua famiglia. Sposando Maria di Borgogna, Massimiliano pose la premessa della dilatazione della casa d’Austria.

Quando, nel 1378, l’imperatore Carlo IV di Lussemburgo morì e gli succedette il figlio diciassettenne Venceslao, fu la prima volta in quasi due secoli che l’accesso al trono imperiale avveniva senza contrasti. Venceslao era già re di Boemia e vicario del padre al vertice dell’impero. Ma, scrive lo storico Laffan di Cambridge, “le difficoltà che incombevano su un monarca di Germania si dimostrarono superiori alle sue capacità, pur notevoli. Coll’avanzare degli anni Venceslao divenne squilibrato e violento; rinunciò a governare; più volte fu minacciato di deposizione da suoi vassalli. L’anarchia fu aggravata dal contrasto tra pretendenti alla tiara pontificia. Nel 1394 Venceslao fu catturato e tenuto in custodia.  Nel 1400 gli elettori del Reno lo deposero ed elessero Roberto III del Palatinato, il cui regno fu un fallimento. Per le divisioni tra i principi elettori, nell’autunno 1410 la Germania ebbe tre re, finché il 21 luglio 1411 fu eletto Sigismondo, il più dotato tra gli imperatori che precedettero Massimiliano I.  Sigismondo era anche crudele; in ogni caso era costretto ad essere amico di  chiunque gli fornisse le risorse che non possedeva. Non mancarono nei secoli di mezzo le parentesi di guerra guerreggiata. Per ventisette anni Federico III evitò di visitare la Germania meridionale, nell’assenza quasi costante di un potere  centrale.

Uno Stato nazionale moderno nacque propriamente in Germania solo con la sventurata repubblica federale di Weimar, nel 1919. Le componenti della federazione non erano più sovrane, laddove lo erano entro certi limiti gli Stati e le monarchie che Bismarck aveva federato strettamente in quello che chiamò Secondo Reich. Gli oltre millecento anni che trascorsero tra l’elevazione imperiale di Carlo Magno e la repubblica di Weimar dimostrarono ad abundantiam la vocazione dei paesi germanici a non accettare un’unità monolitica, e persino l’inclinazione a combattersi. Solo nel 1938 il Reich hitleriano fu in grado di inglobare l’Austria e le terre boemo-morave che erano state “sempre” parte del Raum germanico.

La sconfitta assoluta del 1945 ha dato alla Germania una unità etnica che non era mai esistita. Il rimpatrio coatto dei tedeschi dalla Polonia, dalla Prussia orientale, dai Sudeti, dalla Transilvania e dall’Ungheria ingrossò la popolazione del 1945.

 

Al cuore del problema

A quale delle Germanie storiche spetterà di capeggiare l’Europa? Non a quella millenaria e parzialmente gerarchica del Primo Reich fondato da Carlo Magno. Dominò per secoli, ma fu un campione sconfitto, sconfitto dai suoi rivali esterni come dalle sue componenti ribelli. Non la Germania solo letteraria, la Germania dei pensatori, dei musicisti e dei poeti. Goethe dette il suo nome a un’età intera, e il XXII secolo avrà certamente bisogno di più pensiero. La Germania è stata terra di pensatori. Tuttavia i presagi sono che le antologie letterarie potranno essere accantonate senza danno quando i confini del mondo si allargheranno allo spazio.

Meno che mai sarà Weimar a determinare il futuro d’Europa. Weimar fu al tempo stesso intellettualismo borghese, trasgressione e un conato fallito di conciliare spiriti plutocratici e legalitari con sperimentalismi e avanguardie. Tra l’altro la repubblica di Weimar fu il tentativo di aderire agli aspetti più futili del wilsonismo antitedesco, aspetti che avevano trionfato a Versailles.

Va resistita la tentazione di disseppellire dalle librerie una premonizione di grandezza germanica.

Troppo facile  e in ultima analisi inutile ragionare: Hitler è stato il nefando assoluto, il futuro spetterà ai grandi idealismi, all’eroismo del bene e del bello. I poeti e i sapienti tedeschi cominciarono nove secoli fa a definire il bene, quando Hartmann von Aue, il primo cantore dell’età della cavalleria, offrì lo slancio della lirica al coevo impegno del grande Federico I, sovrano detestato dagli italiani, per rialzare la signoria imperiale, lo ‘honor imperii’.

L’impulso di una regina benefica dei nostri giorni quale Angela Merkel, di accogliere nelle sue terre ‘tutti i profughi’ sembrò trovare una profezia quando Hartmann von Aue scrisse “der Arme Heinrich”, poema della carità cristiana. La trama: malato di lebbra, il cavaliere Heinrich va in pellegrinaggio a Salerno, la più celebrata scuola medica dell’alto medioevo, nello spasimo  di guarire. Si sente dire che l’avrebbe salvato solo la volontaria offerta di tutto il sangue da parte di una fanciulla. Una contadinella si offre di immolarsi per amore. Heinrich rifiuta una salvezza che è indegna di un cavaliere; per questo guarisce e sposa la umile e dolce popolana.

Agli anni di von Aue, scaturigine prima del bell’ideale, risale anche il “Parzival” di Wolfram von Eschenbach. Niente è più sublime della leggenda di Parsifal, così cara agli aneliti cristiani e germanici. Mai come in questo romanzo ‘di formazione’ si perseguì più compiutamente la fusione di fede e di orgoglio cavalleresco. Tale fusione era al cuore della ‘ideologia’,  dell’aspirazione ideale del Sacro  romano impero al tempo del nonno di Federico II.

Richard Wagner fu il bardo di una tradizione poetica che è doveroso non considerare uccisa dal bestiale paganesimo nazista. Wagner si spinse oltre la pietas di Parsifal e di Lohengrin, eroi cristiani oggi più che mai apportatori di salvezza; più che mai protettori contro i feroci démoni dei lager di sterminio (ma anche contro quelli inumani del mercato, delle borse e dell’edonismo). Chi non voglia farsi abbagliare dalla luce della fede cavalleresca del medioevo tedesco incontrerà nei Lieder di Walther von der Vogelweide (nato a Bolzano verso il 1170) il lirico della condizione umana senza frontiere e senza tempo, in qualche misura senza cavalleria.

 

Una mistica più silenziosa delle altre

Presto si aprirà la struggente età della mistica tedesca. Essa anticipò di tre secoli il drammatico ripensamento luterano della fede germanica. Facciamo i nomi di due donne che soprattutto oggi ci sfidano a respingere un sozzo materialismo che ci appare il nostro dominatore: Mechthild von Magdeburg e Hildegard von Bingen. Quando ci interroghiamo perché le grandi menti e i grandi cuori di terra tedesca meriterebbero di condurci verso un mondo di idealità, ricordiamoci in particolare di Ildegarda, la quale dal suo monastero sommessamente rinfacciava al possente imperatore Barbarossa i tradimenti degli ideali. E i cronisti raccontano che Federico era impressionato.

Siamo arrivati alla poco conosciuta età dei mistici tedeschi, la quale include l’intera vita del domenicano Meister Eckhart, massimo del mistici suoi connazionali. Uno dei suoi seguaci, Johannes Tauler, morto verso il 1361, in primavera si copriva gli occhi col cappuccio perchè il dolce rigoglio della natura non lo distogliesse da Dio. Il misticismo di Ildegarda e di Meister Eckhart anticipa le conquiste più pure della Riforma.  Anticipa, come vedremo, gli aneliti  del Pietismo, che in terra tedesca motiverà la grande sintesi tra la fede cristiana e le istanze di progresso dell’Illuminismo nazionale.

Abbiamo visto in ‘Der Arme Heinrich’ il quasi paradisiaco poema cristiano di Hartmann von Aue,  remoto manifesto della spiritualità germanica, cioè del lineamento più nobile della Anschauung del Sacro romano impero. La tempesta rivoluzionaria dell’ideale cristiano verrà con Lutero più di tre secoli dopo. La cristianità intera, anzi l’intera civiltà  dell’uomo, devono quasi tutto alla risorgenza cristiana invocata da Martino, agostiniano di Wittenberga.

Si usa evidenziare che il trionfo della Riforma fu asserzione forte della germanità. E’ certamente vero che Lutero fu vittorioso condottiero della sua stirpe contro le turpitudini, anche antiche, della Chiesa romana. Tuttavia il luteranesimo obbedì anche a una coerenza religiosa e di utopia che aveva più volte agito, per secoli, nei movimenti ereticali fuori del contesto tedesco. Il successo di Martino asserì un sentimento nazionale che nei secoli sappiamo debole e contrastato. Ribellione germanica contro il cattolicesimo degenerato, dunque.

Peraltro la Baviera, l’Austria e altri principati dell’impero respinsero il messaggio della Riforma, e questo non contribuì a unire la nazione. In aggiunta ai ducati storici che vollero restare nella fedeltà a Roma, ci furono regioni -Palatinato, Assia, Brandeburgo- in cui si diffuse il calvinismo, confessione distinta dal luteranesimo.

 

Dopo la Riforma, il Pietismo

Quando venne la volta del Pietismo, l’anima germanica espresse un altro contributo universale. Quei grandi spiriti che furono gli uomini del Pietismo portarono più avanti l’opera risanatrice della Riforma. In un commosso impegno etico essi difesero il retaggio protestante in un’epoca già attraversata dalle incredulità illuministe/razionaliste. Il Pietismo sorse come movimento di correzione del protestantesimo, anche per reazione alle tre ossificazioni dogmatiche seguite alla Riforma: il settarismo delle controversie teologiche, le chiese territoriali e la mondanizzazione prodotta dalla fusione tra magistero religioso e autorità del principe. Il Pietismo invocò un cristianesimo fatto di sincero fervore. Più interiorizzazione, più devozione, più commozione.

Fu un raddrizzamento della Riforma, uno che acquistò un’intensa caratterizzazione tedesca. In altri ambiti nazionali (culturali e religiosi) il movimento di fatto ‘pietista’ assunse altri nomi: parliamo specialmente del puritanesimo e del metodismo. I pietisti erano sorretti dalla consapevolezza del valore ultra-confessionale del misticismo medioevale tedesco, apparentemente così sommesso. Il misticismo-pietismo manterrà una funzione creativa ancora agli inizi della “età di Goethe: del grande Settecento tedesco.

 

I secoli inerti

Lo storico Golo Mann, figlio dell’osannato Thomas (che quando fu il tempo giusto si fece civis americanus, poeta cesareo delle Potenze vincitrici e araldo di liberalismo) Golo dicevamo lamenta nella sua “Storia della Germania moderna” che all’eruzione vulcanica della Riforma seguì, inerte per la Germania, il secolo diciassettesimo e le fasi buie del diciottesimo. Eppure in queste fasi cominciò a nascere il sentimento nazionale. Lutero non era stato solo il teologo dell’incontro individuale con Dio: anche la guida dell’insurrezione germanica.

La guerra dei Trent’anni infierì nelle terre tedesche senza suscitare slanci vitali. Mentre le grandi stirpi dell’Europa -inglesi, iberici, francesi, olandesi, russi- si lanciarono alla conquista dei continenti e all’espansione dei traffici oceanici, la società dei paesi germanici si ridusse alla gestione di territori e posizioni guadagnate nel passato. “Non partirono spedizioni nei continenti – annota Golo Mann- non imprese dei navigatori; non dinamismi mercantili”. I traffici e le esplorazioni avevano fatto grandi i portoghesi, gli olandesi, i francesi, gli spagnoli. Per non parlare delle lontane stagioni degli italiani, culminate nella scoperta dell’America. Golo Mann sottolinea che i tedeschi furono assenti dalle esplorazioni e dalle conquiste fino alle esigue acquisizioni coloniali e navali della fase guglielmina, a cavallo tra Ottocento e Novecento: allora Bismarck, che non sentiva l’imperialismo oceanico, valutò di dover fare concessioni alle spinte espansive generate dall’impetuosa crescita delle industrie germaniche.

Il tardivo colonialismo tedesco fu un’esperienza senza futuro, proprio per il fatto di non avere spessore storico. Gli acquisti tedeschi in Africa e nel Pacifico andarono tutti perduti, in quanto la Germania non si era protesa verso il mondo tra i secoli XVI e XVII. Insomma per Golo Mann l’espansionismo germanico fu condizionato dall’ossessione della spinta verso Est: verso l’acquisizione di terre sul Baltico (Lega Anseatica, Ordini militari), in Polonia, in altre aree slave. La Germania restò ferma quando i paesi europei si lanciarono verso i continenti, I programmi navali dell’ammiraglio Tirpitz vennero tardi e suscitarono la reazione implacabile degli interessi britannici. Prima del tardo Ottocento la Germania parcellizzata in troppi piccoli Stati non aveva agito come una nazione.

Trionfando su Napoleone III il cancelliere Bismarck sembrò fondare il Secondo Reich: ma esso durò quarantotto anni, pochi per la vita di un impero. Fu ancora più breve il Reich di Adolf Hitler. Come quello di Bismarck, cominciò anch’esso a Sedan, dunque ancora con una vittoria militare sulla Francia, antagonista dimostratasi velleitaria sia quando retta da un sovrano napoleonide, sia quando appaltata a un’oligarchia di notabili repubblicani, con Poincaré, Daladier e Reynaud. Invece, osserviamo noi, andrebbe detto che non nacquero mai nè il Secondo, né il Terzo Reich. Se sorgerà una Germania davvero egemone in Europa, quello sarà il Secondo autentico Impero dopo il tempo degli Svevi. Sarà il conduttore sovranazionale del Continente.

Se il Sacro romano impero rinascerà, quale realtà plasmata dal XXII secolo, non avrà altri precedenti che le grandi dinastie medievali degli Ottoni e degli Svevi. I dinasti che cinsero la corona imperiale dopo Federico II Hohenstaufen mancarono di ispirazione germanica: Carlo V era un fiammingo, distaccato dalle cose tedesche, all’incirca come distaccati furono i Cesari asburgici che gli seguirono. L’età barocca non conobbe un vero impero, anche quando coloro che regnarono a Vienna cingevano una corona imperiale.

Si usa sottolineare che il trionfo della riforma luterana fu affermazione forte della germanità. E’ certamente vero che l’agostiniano di Wittenberg fu condottiero della sua stirpe contro le turpitudini anche antiche della Chiesa romana. Tuttavia il luteranesimo obbedì anche a una coerenza di fede e di utopia che aveva più volte agito nei movimenti ereticali, fuori del contesto tedesco. La vittoria di Martino asserì un sentimento nazionale che nei secoli sappiamo debole e contrastato. Ribellione germanica contro il cattolicesimo degenerato, dunque.

 

Il magistero di Melantone

Morto Lutero nel 1546, il movimento della Riforma ebbe per alcuni anni una guida vigorosa e al tempo stesso temperata in Filippo Melantone, poco conosciuto ai più, ma talmente saggio che al successore di Martino andò l’appellativo onorifico di ‘Praeceptor Germaniae’. Philipp Melanchthon, nato nel Baden nel 1497, si chiamava in realtà Schwarzerd ed era figlio di un armaiolo. Grecizzò il suo nome in Melancton e, conseguito giovanissimo il dottorato in filosofia, pubblicò a ventiquattro anni in latino il primo importante lavoro di teologia dogmatica protestante, un testo che in quattro anni ebbe già 17 edizioni. All’università di Wittenberg ottenne la cattedra di ebraico e di greco. Nel 1530 fu autore della ‘Confessione di Augusta’ quasi intera. Presto la sua fama di teologo si fece grande a livello europeo: lo richiesero di insegnare, oltre all’università di Tubinga, anche il re di Francia e il re d’Inghilterra. Egli declinò per dedicarsi interamente all’edificazione teologica riformata. Redasse una ‘Confessio saxonica’ da presentare al Concilio di Trento, ma la guerra glielo impedì. Alla scomparsa di Lutero si trovò alla testa del  movimento protestante. Gli indirizzi che egli tracciò per le facoltà umanistiche tedesche tedesche fecero di lui il ‘Praeceptor’ nazionale.

Non tutti i luterani seguirono compatti Melantone. Rispetto a Lutero, egli mirò a posizioni equilibrate che non escludessero l’incontro con i cattolici, e invece attenuassero le divergenze teoriche. I propri seguaci dichiarati furono chiamati ‘filippisti’. Sarà giusto che in futuro Melantone rappresenti, nel retaggio offerto dalla Germania all’Europa, il superamento delle spinte rigoriste e dello spirito di contrapposizione.

Il Pietismo fu l’altro contributo universale dell’anima tedesca. Quei grandi spiriti della germanità che furono gli uomini del Pietismo portarono più avanti l’opera risanatrice della Riforma. In un commosso impegno etico essi difesero il retaggio protestante in una fase già attraversata dalle incredulità illuministe e razionaliste. Il Pietismo sorse come correzione del protestantesimo, anche per reazione a tre ossificazioni dogmatiche del luteranesimo realizzato: il settarismo delle controversie teologiche; i mali delle chiese territoriali e la mondanizzazione prodotta dalla coincidenza tra magistero religioso e autorità del principe sovrano. Il Pietismo invocò un cristianesimo fatto di sincero fervore di fede. Più interiorità, più devozione, più commozione.

Fu una riforma nella Riforma, una che acquistò un’intensa caratterizzazione tedesca. In altri ambiti nazionali, culturali e religiosi il movimento “pietista” assunse nomi diversi: puritanesimo, metodismo, presbiterismo etc. In Germania i pietisti erano sorretti dalla consapevolezza del valore ultraconfessionale del misticismo medievale, apparentemente così sommesso. Il misticismo-pietismo manterrà una funzione creativa ancora agli inizi dell’età di Goethe, cioè del grande Settecento tedesco.

Si usa indicare come il pietista cronologicamente primo l’alsaziano Ph. J. Spener, autore di un’opera di edificazione, “Pia desideria”. Predicò alla corte di Sassonia a Dresda, influenzò l’università di Lipsia. Il discepolo. H. Francke convertì la religiosità pietistica in un’azione pedagogica. La quale non mancò di antagonizzare gli avversari: essi combatterono i pietisti quando eccedettero nell’esibire il loro émpito di fede.

Un ispirato organizzatore di cultura e di pratica pietistica fu il conte Nikolaus Ludwig von Zinzendorf. Nel 1722 ospitò nel suo possedimento di Herrnhut una prima congregazione di pietisti: protestanti cechi che si organizzarono in Fratelli Moravi. Essi espressero una corposa letteratura e sperimentazione della ricerca interiore. Qualcuno ritiene che ebbero qualche influenza sull’esperienza goethiana. La comunità degli ‘Herrnhuter’ costituì un movimento a sè nell’ambito del Pietismo.

Mentre in Francia e altrove avanzava la cultura dei lumi, in Germania le prime espressioni dell’Illuminismo trovarono premesse e apporti nel Pietismo. Anche le conquiste filosofiche di G.W. Leibnitz devono qualcosa ai contenuti e alle esperienze missionarie del Pietismo. Il cui pensiero e la cui azione, soprattutto in quanto contrapposti ai precetti del razionalismo illuminista, furono protagonisti del Settecento tedesco.

L’ultimo Settecento fu il momento più alto della cultura germanica. Si giovò dell’avvampare della lingua tedesca, in precedenza ancora discriminata a favore del francese e, ai livelli più accademici, del latino. L’ambiente culturale del Settecento tedesco, intriso sì di Illuminismo ma anche modellato dalle esperienze pietistiche, fu come la placenta del Romanticismo, insuperata espressione del’anima germanica.

 

Gotthold Ephraim Lessing

Anche di Lessing, il maggiore degli illuministi tedeschi, occorre segnalare che partecipò alle conquiste morali e intellettuali del Pietismo. Egli fu l’opposto dell’intellettuale accademico. Non concluse il percorso scolastico e rifiutò la teologia. La lettera scritta al padre, pastore protestante, per motivare tale rifiuto, asserì le ragioni della cultura laica, non clericale, senza peraltro negare il valore della tradizione germanica, così imbevuta di moventi religiosi. Per sostentarsi fece il segretario di un generale prussiano durante la guerra dei Sette anni. A Wolfenbüttel fece il bibliotecario del feudatario.

I primi lavori teatrali di Lessing affrontarono direttamente temi quali il pietismo e gli ebrei, con la piena (e nuova) consapevolezza apportata dall’Illuminismo: egli razionalista additò il fervore e l’onestà del Pietismo; si schierò con decisione a fianco degli esponenti della cultura ebraica (fu amico del filosofo Moses Mendelssohn). Aderì alla Massoneria, allora lievito di tolleranza e di favore alle nuove vie dell’esperienza religiosa. Il suo lavoro teatrale ‘Miss Sara Sampson’ (1755) pose fine alla fase ‘libertina’ dell’Illuminismo. E’ stato notato, autorevolmente (Marino Freschi) che in Germania l’Illuminismo “è impegnato più che altrove, attraverso lo strenuo rapporto dialettico col Pietismo, ad attingere una nuova coscienza rigorosamente morale”.

Va segnalato che al di fuori del Pietismo agirono individui e piccole comunità che risalivano alla tradizione dei mistici: pensatori che offrirono testimonianze di ricerca interiore e di tolleranza. Gottfried Arnold, morto nel 1714, fu autore di scritti di spiritualità cristiana “letti ancora ai tempi di Goethe”. Abbiamo già ricordato il conte Zinzendorf, che ospitò a Herrnhut la prima congregazione di pietisti esuli dai territori austriaci.

Lessing scrisse per il teatro “Nathan der Weise” che è un capolavoro dell’Illuminismo tedesco e, secondo alcuni, uno dei migliori prodotti della drammaturgia nazionale. L’azione si svolge in una Gerusalemme ideale dove si confrontano le menti delle tre grandi religioni monoteiste. In Lessing il filosemitismo e la critica al fondamentalismo cristiano si uniscono ad altre componenti essenziali dell’Illuminismo germanico, così aperto all’interiorità e all’utopia del Pietismo. Un altro autore razionalista “con una nostalgia pietistica” è Christan F. Gellert. Anche in Christoph M. Wieland si ritrovano appigli e riferimenti al Pietismo. Insomma in Germania il propagarsi dell’Illuminismo si può dire coevo e congeniale all’esperienza pietista.

Arrivò il largo svecchiamento filosofico che fu il grande apporto di Gottfried Wilhelm Leibniz e del suo discepolo Christian Thomasius. Di questi due il Freschi, studioso del Settecento tedesco, ha sostenuto che ebbero il merito di un’autentica rifondazione della cultura nazionale più impegnata: “Non si deve mai disgiungere il peculiare rapporto di attrazione e repulsione che intercorre tra i due grandi protagonisti del secolo: Pietismo e Illuminismo”.

Nulla si può aggiungere sulla grandezza di Goethe. Invece è giusto segnalare gli apporti che gli vennero dal passato vicino, cioè dalla religione luterana e pietistica. A Weimar Goethe lanciò quasi una nuova civiltà, all’interno della quale si staglia grandioso anche il lavoro di Friedrich Schiller. Alcuni riferimenti al Pietismo si ritrovano nell’opera di Klopstock. Con la prima delle sue ‘Oden’, composta a 23 anni, Klopstock interpretò gli slanci della lirica tedesca verso una natura, anzi una ‘Mutter Natur’ divinizzata. Si annunciano le estasi e il panteismo del sacro che saranno il nerbo dello Sturm und Drang e l’aurora del Romanticismo.

L’ispirazione religiosa pervade il poema ‘Der Messias. Ein Heldengedicht’ di Klopstock. Sulle prime tre intense cantiche del poema sorse forse l’empito sentimentale che divenne aurora di Romanticismo. Cominciò a finire l’Illuminismo scettico.

Johann  Gottfried Herder, pastore luterano, a  Königsberg scolaro di Kant e filosofo della storia,  condusse la cultura del suo tempo a superare le astratte proposizionì dell’Illuminismo e a riscoprire le matrici popolari della tradizione.  Herder segnò la liquidazione del conformismo illuministico. Alle generazioni giovani propose l’arte medievale, dunque il genio germanico testimoniato da quell’arte. In sostanza intraprese a rigenerare la cultura tedesca, liberandola dai condizionamenti francesi.  In questo fu per il giovane Goethe un entusiasmante Virgilio.

Il maggiore poeta tedesco di tutti i tempi ricevette da Herder il senso più vero della missione.  Nulla si può aggiungere alla grandezza di Goethe; invece è giusto segnalare gli apporti che gli vennero dal passato vicino, cioè dalla religione nazionale, luterana e pietistica. A Weimar Goethe e Schiller alzarono quasi i muri di una nuova civiltà.

 

Lirismo e profezia in Hölderlin

Hölderlin (1770-1843) è uno degli astri più splendenti del firmamento poetico tedesco. Anch’egli, come Schiller, figlio della declinazione pietistica del protestantesimo. In lui un cristianesimo messianico si compenetra in una intensa, emozionante rivisitazione della classicità greca.  In Hölderlin fede ed ellenismo si fondono in un Geist sublime, utopico-mistico, vivificato dagli impulsi della modernità romantica. A Tubinga egli ebbe come compagni di studio Hegel e Schelling.

Assunto un incarico di precettore a Bordeaux, nel 1802 fece a piedi il viaggio del ritorno in Germania. La prova lo menomò e fino alla morte visse da eroico e vivido recluso.

Nelle esemplari parole di Marino Freschi, il Nostro “autore di grandi inni classici e cristiani, Hölderlin tenta di intuire i presagi della prossima epifania degli antichi Dei. Forte delle due tradizioni dell’Occidente, il poeta si proponeva di pronunciare un nuovo messaggio spirituale per la Germania e per il mondo intero. Hölderlin istituiva un intenso dialogo tra il mito della Grecia e la sua visione della Germania che, terra della sera, d’Occidente, diventa la terra fecondata dall’antico spirito che risorge nell’utopia aurorale e nella visione del ritorno degli Dei. Anche nel frammento del romanzo “Hyperion oder der Eremit in Griechenland (Iperion o l’eremita in Grecia), del 1797-99, il grande poeta lega Grecia e Germania in una strabiliante operazione di attualizzazione”.

Marino Freschi aggiunge che nel dramma “Tod des Empedokles” (Morte di Empedocle) l’atto del filosofo che vuole morire nel cratere dell’Etna rinnova l’idea dell’immolazione cristica, dell’eroe-filosofo che si innalza alla santità. “E’ il canto supremo della palingenesi e della rinascita. Nell’intensità profetica e utopica della sua poesia Hölderlin assume una posizione  autonoma tra Classicismo e Romanticismo”. Per Freschi, ciò è vero anche per altri due scrittori del periodo che i critici chiamano ‘l’età di Goethe’: Jean Paul Richter e Heinrich von Kleist.

 

Terra del Romanticismo

Alla fine del Settecento la Germania si impone come patria del movimento romantico. L’università di Jena, dove insegnarono Schiller, Fichte, Schelling e Hegel, vide le prime smaglianti prove del Romanticismo. Quel periodo lo sentiamo come un’età eroicamente giovanile: Novalis, il più ispirato dei poeti romantici (si chiamava in realtà Friedrich von Hardenberg), morì a ventinove anni. Karl Philipp Moritz a 37, Heinrich von Kleist a 34, Georg Büchner a 24.

Von Kleist era nato in una famiglia di generali prussiani; un discendente, feldmaresciallo, morirà in un campo di prigionia sovietico. Fu specificamente tedesca la vicenda dello scrittore, uno degli intellettuali più impegnati  nella mobilitazione delle coscienze contro l’invasore napoleonico. Una delle opere esasperatamente patriottiche di Kleist fu ‘Die Hermannschlact’, che esaltò la vittoria di Arminio sulle legioni romane. Ora i nemici da scacciare erano i reggimenti di Napoleone.

Si usa ritenere Richard Wagner il massimo cantore del nazionalismo germanico. Certamente fu il principale tra i mitografi nordici, il maggiore esponente della nuova asserzione del paese che Bismarck aveva trasformato in un moderno impero industriale. E’ stato sostenuto che le opere di Wagner sono fra le conquiste più significative dell’Ottocento tedesco, alla pari con le intuizioni filosofiche di Arthur Schopenhauer e di Friedrich Nietzsche.

Il Novecento si annunciò in Germania con i drammi di Gerhart Hauptmann: “Vor Sonnenaufgang” (Prima dell’alba) e “Die Weber (I tessitori), nei quali campeggiano i temi sociali e le aspre esistenze dei proletari della natia Slesia. Affrontò frontalmente la proposta del Naturalismo il poeta simbolista Stefan George, sacerdote dell’arte per l’arte e della poesia pura. Il suo cenacolo animò la Monaco di fine secolo, assieme all’opera dei fratelli Thomas e Heinrich Mann. Il primo, insignito del premio Nobel, scrisse nella Grande Guerra un saggio (“Considerazioni di un impolitico”) in cui sembrò anticipare un avvicinamento alle operazioni di Nietzsche e di Oswald Spengler (“il tramonto dell’Occidente”). Il fratello Heinrich esordì come raffinato decadentista ma approdò a posizioni radicalmente democratiche e antiguglielmine.

Hermann Hesse, che risultò lo scrittore più letto del sec. XIX, nacque in una famiglia pietista e nella Grande Guerra si fece svizzero. Bertolt Brecht, che si collocò su un terreno opposto alla ricerca intimistica e alle rivisitazioni romantiche, scrisse le pagine tedesche più importanti per il teatro, soprattutto negli anni Venti del Novecento. Egli cominciò come espressionista – l’Espressionismo è stato la più importante delle avanguardie tedesche – ma col tempo si allontanò dalle esasperazioni di quel movimento per collocarsi su posizioni modernamente dissacratorie. Restano dirompenti le espressioni brechtiane contro la guerra.

Ernst Jünger fu tra i pensatori più visionari del Novecento. Nella Grande Guerra fu eroe come pochi. L’altro massimo testimone contro l’immanità di quel conflitto fu Erich Maria Remarque (“Nulla di nuovo sul fronte occidentale”). L’ascesa di Hitler nel 1933 aprì una tragedia smisurata -il trauma assoluto- nella comunità intellettuale tedesca. Si suicidarono Walter Benjamin, Kurt Tucholsky, Ernst Weiss, Stefan Zweig, Ernst Toller. Klaus Mann, figlio di Thomas, trattò con la maestria connaturale alla famiglia il dramma dell’emigrazione politica.

Il maggiore poeta tedesco del Novecento, vertice assoluto della lirica occidentale, nasce a Praga in una famiglia germanica: Rainer Maria Rilke.

 

Bach, il più grande dei Pietisti

Agli albori della piena germanizzazione del Sacro romano impero campeggiano l’esperienza della mistica tedesca e, assai più, il Pietismo. Quest’ultimo dette forma alla letteratura germanica fino agli esordi della ‘Età di Goethe’.  Ma le espressioni assolute del Pietismo non vennero in letteratura, bensì nella musica sacra. Qui il dominatore fu Johann Sebastian Bach, preceduto da pochi precursori e seguito da meno ancora continuatori, certo di rilievo ben minore. I documenti insuperati della spiritualità germanica di tutti i tempi sono di J.S. Bach: le Cantate sacre, le Passioni, i Corali, i Mottetti, le  Messe, i Magnificat, gli Oratori, pinnacoli non solo del repertorio sacro, ma dell’intera civiltà musicale del pianeta.

Bach non ebbe precursori, eredi o continuatori alla sua altezza, malgrado la schiera degli organisti di area germanica -nella quale si può includere Dietrich Buxtehude, fiorito a Lubecca, che risulterebbe oriundo danese, o addirittura svedese- sia folta e degna.  Anche G.F. Händel, F. Mendelssohn e, per i suoi insuperati ‘leader’ romantici, Franz Schubert, hanno confermato la primazia musicale tedesca sorta nel Settecento con J.S. Bach.

La solitudine di Bach è un esito inquietante. La spiegazione va cercata, in ambito musicale, nell’esaurimento del pensiero creatore come pellegrinaggio dello spirito; ma anche nella stanchezza della motivazione religiosa. Non poteva andare diversamente, visto che ai lancinanti dilemmi e alle invocazioni del Pietismo seguirono, persino in Germania, i tralignamenti musicali della scuola italiana/francese e dello ‘stile galante’.

Progressivamente insidiata dal razionalismo e dalla secolarizzazione -quest’ultima l’opposto del sentimento pietistico- nemmeno la Germania seppe prolungare la stupefacente creatività e l’intensità delle conquiste bachiane. Gli epigoni veri, anzi i compagni d’avventura di Johann Sebastian, sono stati i grandi dell’Ottocento romantico, o classico-romantico: Mendelssohn, K.M. von Weber, Beethoven, Schumann, Brahms hanno dominato soli l’universo della musica europea fino all’apparizione dell’Impressionismo di Claude Debussy e della vivida pattuglia spagnola de Falla, Granados, Albéniz.

E’ tedesco il massimo giacimento musicale del mondo moderno,  da Gluck  e da Gustav Mahler ai classici moderni quali Richard Strauss e Arnold Schönberg.

Non sono stati gli iniziatori riconosciuti del Pietismo coloro  che hanno spinto ai livelli più alti  l’ispirazione religiosa in Germania. Non sono stati i poeti, i prosatori, i drammaturghi del Settecento, nonché i grandi organisti dell’area germanica. E’ stato soprattutto Johann Sebastian Bach, senza confronti superiore ai predecessori e ai successori che portavano il suo cognome. Delle due dozzine di musicisti Bach, quelli decorosamente rispettabili sono soprattutto quelli venuti prima. I meno meritevoli sono i quattro figli del Nostro, tutti passati al conformismo della scuola italiana.

Nessuno potrà risarcire la musica germanica del lungo oscuramento che colpì Johann Sebastian. In un concorso si arrivò, lui vivo, a preferire a J.S. un compositore della modestia di Georg Philipp Telemann. Johann Sebastian è il massimo dei musicisti religiosi di tutti i tempi e di tutti i luoghi. E, insistiamo noi, è il massimo dei pensatori germanici ispirati dal Pietismo. Non poteva essere che così. Il Pietismo fu la risposta del Geist nazionale all’involuzione del cristianesimo tedesco dopo le straordinarie conquiste di Lutero, di Melantone, di Ulrico di Hutten. L’ispirazione religiosa del pensiero tedesco pagò il prezzo della vittoria sul papismo su almeno due piani: 1) l’ipertrofia dello spirito di controversia teologica; 2) l’ufficializzazione della fede in religione di Stato e dunque la sua mondanizzazione. Ciascuno degli innumerevoli ‘sovrani parziali’ di Germania sentì di potere signoreggiare sulle coscienze dei sudditi. Anche queste storture volle sanare il Pietismo.

 

I primati del futuro

La Germania si ingigantirà prima in Europa. Prima sui piani più nobili, non per dimensioni. Riscattata dalle infamie di un passato recente, però brevissimo, sarà eticamente inattaccabile. Si aggiungerà una qualità nuova: allargherà il distacco spirituale rispetto alle altre grandi componenti d’Europa. Constaterà d’essere passata in testa alla colonna della storia. Si parlerà di nuovo primato dello spirito tedesco. La Germania del futuro non lontano sarà davvero il Secondo Reich, la resurrezione dell’Impero sacro e romano.

Quale delle Germanie del passato sarà all’altezza del retaggio imperiale?  Condizionati dai secoli non possiamo che rispondere: ai tempi della grandezza l’Impero era degli Ottoni e degli Staufen, specialmente Federico I.  Sotto il Barbarossa il pensiero fu ancora pienamente cristiano, cavalleresco, medioevale; l’imperatore morì alla Crociata. Alcuni dei suoi valori erano i più alti fino allora concepiti. Dopo, l’ispirazione religiosa si smorzò, la modernità e il razionalismo si allargarono assieme all’assertività borghese.

Il grande revival germanico non potrà che differenziarsi, forse contrapporsi, ai precetti della modernità quale la conosciamo. Il razionalismo ha ‘fatto’ la modernità e la modernità ha tralignato, soffrendo la caduta di Lucifero. La salvezza non potrà che venire dal recupero dei valori -nel Medioevo specificamente germanici- che l’Illuminismo e il Rinascimento  internazionali avevano ripudiato.

 

Il corteggio dei Grandi Spiriti

Chi guiderà la Germania al momento di rigenerare l’Europa, facendone il Secondo vero impero sacro e romano, si proporrà al Continente affiancato da un manipolo dei massimi tedeschi. Garantiranno per l’eticità della stirpe due imperatori Hohenstaufen, Martin Lutero, Filippo Melantone, Ulrich di Hutten cavaliere umanista della Riforma, e poi Johann Sebastian Bach, Goethe, Hölderlin che presagì il ritorno degli Dei ellenici, Rainer Maria Rilke e la schiera degli insuperati classici del Romanticismo. Assieme ad altre  grandi anime, che Dante avrebbe messo in Paradiso, questi Paladini rassicureranno gli europei: quello germanico sarà il più spirituale dei retaggi.