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PER UNA POLITICA ECONOMICA CHE SIA VERAMENTE TALE IN ITALIA E IN EUROPA

Le accese polemiche che si sono susseguite in questi ultimimesi intorno alla manovra economica approntata dal nostro Governo e appena approvata dalle Camere, e le serrate trattative con la Commissione europea sul livello di deficit strutturale ammissibile, ci dovrebbero indurre a compiere alcune riflessioni, innanzitutto sul ruolo della politica economica e sull’obiettivo prioritario che essa ha il compito di perseguire.

Mi sembra doveroso, a questo proposito, partire dalla lezione di Federico Caffè. Come ebbe modo di scrivere in diverse occasioni, rifacendo sia quanto aveva già messo in rilievo Gustavo Del Vecchio (1883-1972)[1], scopo precipuo della politica economica è quello di far uso della conoscenza come guida dell’azione e i soggetti destinatari di tale indirizzo non sono solo gli organi di governo, ma anche gli altri operatori economici, siano essi pubblici o privati, interni o internazionali. Occorre però un’importante precisazione: “uno studio inteso a essere di guida all’azione non può confondersi o identificarsi con l’azione stessa. Questa, mentre da un lato implica poteri di decisione che mancano di regola (e comunque non sononecessari) a chi attenda a compiti soltanto di studio, dall’altra richiedegeneralmente l’integrazione degli utili elementi per tal via ottenuti conconsiderazioni di diversa natura e provenienza, a opera appunto di chi abbia il potere e la responsabilità di decidere”[2].

In tal modo Caffè sottolineava come non potesse mai venir meno il ruolo dei responsabili politici, ai quali soltanto spetta di adottare le decisioni inerenti alle azioni di politica economica da intraprendere, assumendosene l’onere. Il compito dello studioso (o del “tecnico” se così vogliamo chiamarlo) deve limitarsi ai suggerimenti o indicazioni per i problemi concreti, con l’avvertenza che essi comunque avranno un carattere inevitabilmente parziale, non potendosi delineare “quel prolungamento della conoscenza nell’azione (…) come predisposizione di categoriche norme e di conclusivi precetti, pronti per l’uso”[3], che lungi dall’avere una valida portata sistematica si rivelerebbero soggetti ad una rapida obsolescenza. Né, tantomeno, si può identificare la scienza economica in modo esclusivo con un determinato indirizzo “attribuendo ad esso una posizione di egemonia che, di fatto, non ha[4].

Già all’epoca, infatti, Caffè metteva in guardia dal “riflusso neoliberista”, che acriticamente sottolineava “la validità del mercato, come forma organizzativa dell’assetto sociale, senza tener conto delle numerose dimostrazioni fornite, attraverso il tempo, dei «fallimenti del mercato». (…) Poiché il mercato è una creazione umana, l’intervento pubblico ne è una componente necessaria e non un elemento di per sé distorsivo e vessatorio”[5]. Ovviamente anche l’azione della mano pubblica non è esente da errori e fallimenti, ma è anacronistico trattare le imperfezioni del mercato come aventi un carattere del tutto secondario rispetto a quelle dell’intervento pubblico.

Quanto all’obiettivo generale che deve perseguire la politica economica, non vi è dubbio che esso debba risiedere innanzitutto nell’accrescere il benessere umano. Caffè, richiamando un intervento tenuto nell’aprile 1963 a Roma dall’economista olandese Jan Tinbergen (1903-1994) durante la conferenza L’organizzazione dell’attività produttiva al servizio dell’uomo[6] annotava che “assumendo il benessere umano come obiettivo generale da massimizzare con le misure di politica economica, il Tinbergen considera che ne formino elementi costitutivi non soltanto i beni materiali, ma tutti quegli elementi – ideali, educativi, culturali – che riflettono i valori umani della nostra epoca storica”[7]. Tale impostazione era pienamente condivisa da Caffè, il quale era ugualmente consapevole del fatto che i diritti fondamentali sanciti nella nostra Costituzione dovessero rappresentare il quadro di riferimento a cui si doveva conformare anche la politica economica, che deve perseguire i propri obiettivi al fine di assicurare appunto il benessere generale e non gli interessi di pochi: “quando manchi l’organizzata volontà umana programmatrice, inevitabilmente gli interessi sezionali finiscono per prevalere su quelli della collettività”[8]. Il suo impegno in questa direzione è tra l’altro testimoniato dalla partecipazione ai lavori della Commissione economica del Ministero della Costituente, presieduta da Giovanni Demaria (1899-1998), il cui Rapporto in 12 volumi rappresenta il più alto contributo degli economisti italiani dell’epoca alla formulazione della carta costituzionale repubblicana.

D’altra parte lo stesso Demaria era fermamente convinto che lo Stato dovesse farsi promotore del miglioramento sociale, essere cioè fattore di produzione ossia “attore di elevazione e felicitazione materiale e superiore, protagonista e realizzatore di quel complesso di mete ideali e materiali che gli uomini si sono sempre configurate in ogni tempo. Quando lo stato operi lungo la linea ascendente del progresso dell’umana personalità agisce certamente come fattore di produzione, perché se l’organizzazione statale produce sempre qualche cosa (…), solo quando innalza la vita privata e sociale ad un piano storicamente superiore rispetto a posizioni spirituali, economiche e politiche arretrate può dirsi fattore di produzione rilevante per il patrimonio dei valori morali e materiali”[9]. Lo stato sociale moderno avrebbe dovuto quindi agire per limitare al minimo le diseguaglianze economiche e sociali, assicurare un certo grado di “benessere organico”, costituito da tutto ciò che è necessario alla vita dei singoli per renderla anzitutto possibile e poi piacevole, dal momento che “un benessere collettivo che comportasse la povertà di una parte della popolazione degraderebbe il povero e infetterebbe con la sua degradazione l’intero ambiente in cui vive, e tutto ciò che può degradare un paese può degradare un continente”[10]. Parole quanto mai profetiche rispetto alla situazione attuale dell’Europa.

Tali premesse erano necessarie per capire di cosa dovrebbe veramente occuparsi la politica economica e non è difficile capire che in questi ultimi tre decenni poco si è fatto sia in Italia sia in Europa per avvicinarsi a questi scopi. È del tutto attuale pertanto l’amara constatazione di Tullio Bagiotti (1921-1983) riguardo alla legislazione economica del nostro paese (che si potrebbe ben estendere a quella europea): “una legislazione da bottegai (…) avversata o sostenuta da una critica economica da bottegai. I propositi della Costituzione (…) sono stati disinvoltamente pretermessi. Il tutto a pregiudizio dei diritti dell’uomo, di libertà, e opportunità, che la Costituzione formalmente garantisce. E indubbiamente a pregiudizio della società, cui i diritti individuali sono fondamento e premessa”[11].

La politica economica nell’ambito dell’Unione Europea, a partire dal Trattato di Maastricht (1992) e ancor più dopo l’inizio della crisi finanziaria del 2007-08, è stata plasmata al solo fine di perseguire il rispetto dei parametri fissati dal trattato medesimo (i valori-soglia del rapporto deficit/PIL e di quello debito/PIL[12]), una disciplina di bilancio finalizzata al pareggio[13] e il mantenimento della stabilità dei prezzi[14] (ossessione tutta tedesca). Questa tendenza si inserisce nell’alveo della tradizionale attenzione che il diritto comunitario ha sempre dedicato allo sviluppo del mercato unico e alla conseguente tutela della libertà di concorrenza e della libera circolazione delle merci, dei servizi e delle persone.

L’attuazione e la protezione dei diritti sociali è stata subordinata a questi obiettivi. Infatti, sebbene l’art. 3 del Trattato dell’Unione Europea (TUE) affermi, al paragrafo 1, che essa “si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli”, subito dopo (paragrafo 3) precisa che “si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale”. Dall’impostazione di questa norma si evince come la piena occupazione e il progresso sociale svolgano un ruolo secondario rispetto allo scopo principale della crescita equilibrata e della stabilità dei prezzi. Né deve trarre in inganno l’espressione “economia sociale di mercato”, concetto di derivazione tedesca[15], volto a precisare come l’apporto dello Stato debba limitarsi ai soli interventi strettamente indispensabili a evitare i fallimenti di mercato, cui è stato aggiunto il correttivo “fortemente competitiva” per sgombrare il campo da eventuali equivoci, ribadendo la supremazia dell’approccio liberista.

Ciò è ulteriormente confermato dalle disposizioni del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). Anche qui l’art. 9 afferma solennemente che “nella definizione e nell’attuazione delle sue politiche e azioni, l’Unione tiene conto delle esigenze connesse con la promozione di un elevato livello di occupazione, la garanzia di un’adeguata protezione sociale, la lotta contro l’esclusione sociale e un elevato livello di istruzione, formazione e tutela della salute umana” e il medesimo principio è ribadito all’art. 151, che apre il Titolo X del TFUE, intitolato “Politica sociale”, in cui si legge che “l’Unione e gli Stati Membri, tenuti presenti i diritti sociali fondamentali, (…) hanno come obiettivi la promozione dell’occupazione, il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, che consenta la loro parificazione nel progresso, una protezione sociale adeguata, il dialogo sociale, lo sviluppo delle risorse umane atto a consentire un livello occupazionale elevato e duraturo e la lotta contro l’emarginazione[16].
Ma già nel successivo comma 2 è contenuta la significativa precisazione che nel porre in atto tali scopi l’Unione deve tener conto della “necessità di mantenere la competitività dell’economia” e l’art. 119, paragrafo 2, stabilisce chiaramente che le politiche economiche generali nell’Unione sono sostenute “conformemente al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”, fatto salvo l’obiettivo del mantenimento della stabilità dei prezzi .

Consideriamo infine la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata il 7 dicembre 2000 e adottata nel 2007, e ora inserita a pieno titolo tra le fonti normative dell’Unione in virtù del richiamo operato dall’art. 6 del TUE[17]. Nonostante il notevole progresso rappresentato dal fatto che nel Preambolo si afferma che l’Unione “pone la persona al centro della sua azione istituzionale”, anteponendo tale principio alla salvaguardia della “libera circolazione delle persone, dei servizi, delle merci e dei capitali”, la tutela approntata per i diritti sociali, di cui si occupa prevalentemente il Titolo IV (Solidarietà) appare piuttosto debole e meno incisiva rispetto alle disposizioni costituzionali di molti Stati membri.

Queste sono le fondamenta su cui è stato successivamente costruito, con vari interventi regolatori tra il 1997 e il 2013[18], il Patto di Stabilità e Crescita, ossia l’edificio di controlli preventivi e interventi correttivi demandati alla Commissione europea, che ha il compito di vigilare sul rispetto dei parametri stabiliti dalle norme dell’Unione e di proporre al Consiglio l’adozione di eventuali sanzioni nei confronti degli Stati membri inadempienti[19].

Un sistema di restrizioni che si inserisce nella cornice di un’unione monetaria rimasta largamente incompleta. Come è stato sottolineato da più parti non è possibile, mediante il bilancio dell’Unione, attuare politiche di stabilizzazione anticiclica; non sono consentiti trasferimenti tra gli Stati membri per colmare differenziali di competitività, né per intervenire in caso di squilibri delle bilance commerciali (notoriamente la Germania registra consistenti avanzi nei confronti dei paesi della zona Euro con effetti negativi su questi ultimi[20]); infine la BCE non può ricoprire il ruolo di prestatore di ultima istanza, in quanto espressamente vietato dall’art. 123 TFUE[21]. Tali criticità espongono a gravi rischi tutte le economie dei paesi dell’Unione Economica e Monetaria, soprattutto di quegli Stati il cui debito pubblico è più elevato e detenuto in misura consistente da investitori stranieri. Essi sono così in balia degli umori dei mercati finanziari e delle valutazioni, tutt’altro che disinteressate, delle agenzie di rating. Il caso della Grecia è esemplare e avrebbe dovuto far riflettere i responsabili politici europei sui rimedi da adottare, ma così non è stato. Piuttosto che affrontare i problemi irrisolti dell’area valutaria europea, si è preferito ricorrere a odiosi programmi di aggiustamento macroeconomico, che hanno gravemente impoverito la popolazione[22]. È così che si persegue il benessere dei popoli?

Un respiro completamente diverso, invece, hanno le disposizioni della nostra Costituzione, ispirate ad un progetto ambizioso di Stato sociale, in cui il benessere della persona umana assume una posizione centrale e in cui, conseguentemente, il rispetto e la realizzazione dei diritti sociali hanno un ruolo preminente, a cui vanno subordinati i principi dell’organizzazione economica. Ciò si evince fin dall’art. 1, dove si proclama che “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” (si veda su questo tema quanto ho già scritto nell’articolo “Le radici della Repubblica”); dall’art. 3 che solennemente afferma che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale” e che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”; dall’art. 4 in base al quale “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Ricordiamo infine tutte le fondamentali norme contenute nel Titolo III (Rapporti economici) della I Parte della Costituzione, riguardanti sempre il lavoro (artt. 35, 36, 37), l’assistenza sociale (art. 38), l’organizzazione sindacale e il diritto di sciopero (artt. 39 e 40), l’iniziativa economica privata, la quale è libera, ma che, come sottolinea l’art. 41, comma 2, “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”, la proprietà sia pubblica che privata e i limiti di quest’ultima “allo scopo di assicurarne la funzione sociale” (art. 42), il diritto, “ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro”, dei lavoratori di collaborare alla gestione delle aziende (art. 46), l’incoraggiamento e la tutela del risparmio in tutte le sue forme, l’accesso alla proprietà dell’abitazione, e l’investimento azionario, diretto o indiretto, nei grandi complessi produttivi del paese (art. 47).

In questo quadro si innesta la recente revisione degli artt. 81, 97 e 119 Cost. (legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1), che ha introdotto il cosiddetto vincolo del pareggio di bilancio. Sono ormai note le circostanze che hanno portato tra il 2011 e il 2012, nel breve volgere di pochi mesi, senza quasi alcun dibattito, all’adozione del provvedimento. Nel clima di incertezza generale provocato dalla crisi dei debiti sovrani, sicuramente decisiva fu la lettera, del tutto irrituale, che il 5 agosto 2011 Jean-Claude Trichet e Mario Draghi (l’uno governatore uscente, l’altro entrante della BCE) indirizzarono al Governo italiano e nella quale, tra le altre cose, statuivano che “a constitutional reform tightening fiscal rules would also be appropriate”[23]. In realtà la missiva riecheggiava, anche se in maniera più drastica, quanto già stabilito dal Patto Euro Plus del marzo dello stesso anno[24], ma senza dubbio essa produsse una forte accelerazione nell’avvio dell’iter di approvazione della nuova disciplina. Nonostante le evidenti pressioni provenienti da Bruxelles, è bene sottolineare che la scelta di procedere mediante revisione della Costituzione fu squisitamente politica (pertanto non imposta dalla normativa UE come si volle far credere all’epoca[25]), giustificata dalla nostra classe dirigente con la necessità di dare un “segnale forte” ai mercati e ristabilire la “buona reputazione” del nostro Paese, che, è il caso di ricordare, fin dalla nascita dello Stato unitario nel 1861 ha sempre onorato il proprio debito pubblico, diversamente dall’ “affidabile” Germania[26].

Molti hanno contestato, a vario titolo, l’introduzione di tale principio nella nostra Costituzione. Tuttavia occorre notare che la formulazione originaria dell’art. 81 e in particolare l’ultimo comma che recitava “ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte” aveva, secondo alcuni Costituenti, proprio lo scopo di assicurare il tendenziale pareggio del bilancio[27].

La norma era stata fortemente voluta da Luigi Einaudi, il quale riteneva che l’iniziativa in materia di bilancio dovesse essere limitata al Governo, negandola ai membri delle Camere. Egli infatti temeva che i deputati, per rendersi popolari, potessero proporre “spese senza nemmeno rendersi conto dei mezzi necessari per fronteggiarle”[28]. L’on. Ezio Vanoni appoggiò questa tesi, affermando esplicitamente che essa era una garanzia della tendenza al pareggio del bilancio e che fosse opportuno che anche dal punto di vista giuridico il principio fosse sempre tenuto presente alla mente di coloro che proponessero nuove spese: “Il Governo deve avere la preoccupazione che il bilancio sia in pareggio e la stessa esigenza non può essere trascurata da una qualsiasi forza che si agita nel Paese e che avanza proposte che comportino maggiori oneri finanziari”[29].

Nella concezione di Einaudi (e di altri economisti dell’epoca) il pareggio tendenziale di bilancio era una questione di buon senso e assumeva una dimensione morale, equiparando in questo caso l’azione dello Stato a quella prudente del buon padre di famiglia che ha un dovere verso i figli, verso le generazioni future[30]. È significativo quanto egli scriveva in una lettera del 13 dicembre 1948 indirizzata al Ministro del Tesoro Giuseppe Pella: “Se si suppone che l’ultimo comma dell’art. 81 non possa disgiungersi dal bilancio, ossia dal pareggio, se ne deduce la conseguenza che il legislatore costituente abbia voluto affermare l’obbligo di governi e parlamenti di fare ogni sforzo verso il pareggio. (…) Se si suppone invece che si tratti soltanto di un divieto “di non alterare in peggio”, non si consacra quasi, almeno per l’esercizio in corso, la permanenza del disavanzo? Non si riconosce in questa maniera ai disavanzi previsti al principio dell’anno, quasi un diritto a perpetuarsi? Che cosa si direbbe di un padre di famiglia il quale, malauguratamente per lui, al principio dell’anno prevede di avere un reddito di 50000 lire al mese ed una spesa di 70000; ma, poiché durante l’anno le sue entrate crescono da 50000 a 55000 lire al mese, si dimentica delle 20000 lire di vuoto che ha nel suo bilancio ed allegramente seguita a far debiti per 20000 lire consacrando le 5000 lire di maggior reddito a portare il totale delle sue spese da 70000 a 75000 lire? Si direbbe che costui è assai imprevidente, ed un po’ per volta il credito verrebbe a mancargli, così che ben presto sarebbe costretto forzatamente a ridurre le sue spese nei limiti della disponibilità. Lo stato si può comportare diversamente? (…) Se così fosse, il valore dell’articolo 81 non si ridurrebbe a nulla?”[31].

Il dispositivo del quarto comma dell’art. 81 che, secondo l’intendimento di Einaudi, mirava a garantire l’equilibrio del bilancio con l’obbligo del pareggio della spesa incrementale, si sarebbe però presto dimostrato insufficiente a governare il complesso sistema finanziario di una democrazia sociale, che come abbiamo prima visto si era posta scopi assai ambiziosi.

Tale problema era stato invece ben compreso da Demaria e dalla già menzionata Commissione economica da lui presieduta in seno al Ministero della Costituente. Nel quinto volume del suo Rapporto, dedicato alla Finanza, sui temi relativi al bilancio aveva adottato un’altra prospettiva, ritenendo che la solidità della situazione finanziaria non potesse poggiare unicamente su un equilibrio formale tra spese ed entrate, bensì su un “più profondo e sostanziale equilibrio tra attività finanziaria e attività economica in genere”[32].

Il fenomeno finanziario doveva essere messo in relazione con l’intera attività economica del paese. Solo in tal modo sarebbe stato possibile accertare se la politica delle entrate e delle spese fosse ben indirizzata, il pareggio di bilancio effettivo e valutare le ripercussioni dell’attività finanziaria, con tutte le sue complessità, sul reddito reale della collettività. “L’attività dello Stato in materia economica ed i relativi interventi – si legge nella relazione – si svolgono non soltanto attraverso la diretta gestione statale, ma più spesso mediante enti economici, variamente organizzati sicché è indispensabile tener conto non solo direttamente delle entrate e delle spese statali, quali risultano dal bilancio, e delle relative conseguenze, ma altresì della complessa attività e della gestione di tutte queste forme di amministrazione indiretta, la cui importanza diventa di giorno in giorno più evidente. Si tratta pertanto di sostituire sempre più ad un semplice bilancio finanziario un vero e proprio bilancio economico”[33].

Nel Rapporto si faceva riferimento anche allo strumento dei bilanci pluriennali, dal momento che l’attività statale “si svolge nel tempo senza soluzione di continuità”, così che “le conseguenze della spesa pubblica impiegano un certo intervallo di tempo per spiegare i loro effetti. Da ciò deriva, secondo alcuni, che è artificioso richiedere che l’equilibrio di bilancio si consegua puntualmente in ciascuno esercizio e non piuttosto in periodi più lunghi, tanto più che la vita economica (di cui il bilancio statale è, come è noto, un fattore nello stesso tempo determinato e determinante) non si svolge come un flusso uniforme, ma è caratterizzato da ondate alterne di prosperità e di depressione”[34].

In quest’ultimo caso, in particolare, poteva essere necessario abbandonare il canone di un bilancio in equilibrio, “dovendosi rinviare a periodi più prosperi” il proposito di ristabilirlo, con l’importante precisazione che “l’entità del reddito reale collettivo costituisce il limite della politica congiunturale la quale, pertanto, mentre deve preoccuparsi di attuare una accorta redistribuzione degli oneri derivanti dalla congiuntura, deve avere come fine precipuo, attraverso la politica delle entrate e delle spese, di incrementare appunto il livello del reddito predetto”[35].

Non lontano da questa impostazione si pongono le sentenze della Corte costituzionale che, a partire dagli anni ’60, hanno definitivamente escluso che l’art. 81 potesse contenere un obbligo giuridico al pareggio di bilancio[36]. Nella famosa sentenza n. 1 del 1966 la Corte infatti stabilì che “il precetto costituzionale attiene ai limiti sostanziali che il legislatore ordinario è tenuto ad osservare nella sua politica di spesa, che deve essere contrassegnata non già dall’automatico pareggio di bilancio, ma dal tendenziale conseguimento dell’equilibrio tra le entrate e la spesa”, tenendo conto dell’ “insieme della vita finanziaria dello Stato, che (…) non può essere artificiosamente spezzata in termini annuali, ma va, viceversa, considerata nel suo insieme e nella sua continuità temporale” in un’epoca in cui “i traguardi (…) che la comunità nazionale assegna a se stessa, impongono previsioni che vanno oltre lo stretto limite di un anno e rendono palese la necessità di coordinare i mezzi e le energie disponibili per un più equilibrato sviluppo settoriale e territoriale dell’intera collettività”. Questa interpretazione “estensiva” era ritenuta maggiormente rispondente alla lettera e allo spirito della Costituzione e in ultima analisi, aggiungo, capace di garantire l’effettiva attuazione del progetto di economia autenticamente sociale disegnato dalla nostra carta fondamentale e la messa in pratica di una politica economica coerente con esso[37].

Può dirsi la stessa cosa dell’art. 81 così com’è formulato oggi? Il testo attuale, in realtà, non parla espressamente di pareggio di bilancio, bensì del fatto che “lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico”. Per capire meglio il concetto di equilibrio occorre rifarsi alla legge cosiddetta rinforzata (legge 24 dicembre 2012, n. 243), approvata ai sensi del comma 6 dell’art. 81[38]. Da essa si ricava che “l’equilibrio dei bilanci corrisponde all’obiettivo di medio termine” (art. 3, comma 2, l. 243/2012). Questo a sua volta equivale al “valore del saldo strutturale individuato sulla base dei criteri stabiliti dall’ordinamento dell’Unione europea” (art. 2, comma 1, lett. e), vale a dire al “saldo del conto consolidato corretto per gli effetti del ciclo economico al netto delle misure una tantum e temporanee” (art. 2, comma 1, lett. d). Si tratta quindi di usare un metodo di calcolo piuttosto complesso, non esente da critiche e in fin dei conti discrezionale (non sarebbe di certo piaciuto a Einaudi)[39]. La conclusione pratica è che l’equilibrio di bilancio si diversificherà a seconda che si sia in presenza di una fase avversa o favorevole del ciclo economico, e ciò ovviamente non corrisponde ad un pareggio del bilancio. Non sembra ci si discosti molto, quindi, dall’interpretazione data dalla Corte Costituzionale del testo pre-vigente dell’art. 81.

Passando al secondo comma, scopriamo che esistono solo due casi in cui è possibile ricorrere all’indebitamento (deficit di bilancio):  a) “al fine di considerare gli effetti del ciclo economico”, quindi per attuare politiche anticicliche; b) “previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei componenti, al verificarsi di eventi eccezionali”. Questi, in base all’art. 6 della legge 243/2012, la quale non fa altro che riprendere quanto già stabilito nei regolamenti UE, sono “periodi di grave recessione economica relativi anche all’area dell’euro o all’intera Unione europea” ed “eventi straordinari, al di fuori del controllo dello Stato, ivi incluse le gravi crisi finanziarie nonché le gravi calamità naturali, con rilevanti ripercussioni sulla situazione finanziaria generale del Paese”. Rimane invece vietato il ricorso all’indebitamento “per realizzare operazioni relative alle partite finanziarie[40]”, tranne nel caso in cui si verifichino gli eventi eccezionali di cui sopra (art. 4, comma 4, legge 243/2012).

Da quanto sin qui detto, dunque, anche in base all’attuale formulazione dell’art. 81 sembrano esserci sufficienti margini di flessibilità, tali da non rendere incompatibile la nuova disciplina di bilancio con l’impianto generale della nostra Costituzione e in particolare con la tutela dei diritti sociali. Tanto più che la legge costituzionale 1/2012 fa un’importante precisazione, laddove prescrive che “lo Stato, nelle fasi avverse del ciclo economico o al verificarsi degli eventi eccezionali (…) anche in deroga all’art. 119 Cost., concorre ad assicurare il finanziamento, da parte degli altri livelli di governo, dei livelli essenziali delle prestazioni e delle funzioni fondamentali inerenti ai diritti civili e sociali” (art. 5, lett. g).

Bisogna però tener presente che l’intera materia va interpretata in base al diritto UE, il quale, oltre ad operare all’interno del nostro ordinamento in virtù degli artt. 11 e 117, comma 1, della Costituzione[41], viene espressamente richiamato a più riprese dalla legge 243/2012 e soprattutto da altri due articoli della Carta costituzionale novellati dalla riforma del 2012: l’art. 97, comma 1, nel quale si legge che “le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico” e l’art. 119, comma 1, per cui Regioni, Province, Comuni e Città metropolitane “concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea”.

Tutto questo significa che gli elementi di flessibilità prima individuati in realtà vanno letti alla luce dei regolamenti e delle direttive che nell’ambito dell’UE si occupano delle politiche di bilancio, dei possibili scostamenti dai valori di riferimento e delle procedure attraverso le quali questi vanno eventualmente corretti. Tornando, ad esempio, al concetto di equilibrio di bilancio, come abbiamo visto esso corrisponde all’obiettivo di medio termine (OMT), che in base al regolamento 1466/97, è specifico per ogni Stato membro, rivisto ogni tre anni e volto a conseguire un disavanzo strutturale inferiore all’1% (art. 2-bis). Questo limite è abbassato allo 0,5% per i paesi aderenti al Fiscal Compact, tra cui il nostro. Inoltre per gli Stati che non hanno ancora raggiunto il loro OMT è previsto un percorso di avvicinamento con cadenza annuale. In tal caso “la crescita annua della spesa non supera un tasso inferiore al tasso di riferimento a medio termine del potenziale di crescita del PIL, a meno che il superamento non sia coperto da misure discrezionali sul lato delle entrate” (art. 5.1, comma 3, lett. b).  Deviazioni temporanee sono ammesse solo in caso “di importanti riforme strutturali idonee a generare benefici finanziari diretti a lungo termine, compreso il rafforzamento del potenziale di crescita sostenibile, e che pertanto abbiano un impatto quantificabile sulla sostenibilità a lungo termine delle finanze pubbliche” (art. 5.1, comma 7) oppure in caso di eventi eccezionali al di fuori del controllo dello Stato membro (art. 5.1, comma 10, e art. 6.2, comma 4).

Infine in base all’art. 4 del Fiscal Compact l’Italia, essendo uno dei paesi con rapporto debito/PIL superiore al 60%, ha l’obbligo di operare “una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo all’anno” di tale parametro. L’esistenza di un eventuale disavanzo eccessivo “dovuto all’inosservanza del criterio del debito sarà decisa in conformità della procedura di cui all’articolo 126 TFUE”.

Come si vede i vincoli per il mantenimento dell’equilibro di bilancio sono molto più rigorosi e la flessibilità che si poteva desumere dal testo dell’art. 81, reinterpretata sulla base del diritto dell’Unione, risulta fortemente ridimensionata. Occorre anche tener presente che la sorveglianza di tali parametri e il ricorso ad eventuali sanzioni rimane pur sempre affidata ad organi quali la Commissione (composta esclusivamente da tecnici) e il Consiglio (che ha natura politica e decide discrezionalmente sulle proposte della Commissione), privi entrambi di legittimazione democratica. In merito al Consiglio, inoltre, bisogna notare che l’incertezza derivante dall’arbitrarietà dei metodi con cui viene calcolato il saldo strutturale, può far sì che l’attuazione delle politiche economiche dipenda in ultima analisi da trattative che riflettono i rapporti di forza esistenti tra i paesi UE e le alleanze che si vengono a creare tra essi di volta in volta. Si potrebbe quindi verificare il caso che non sia possibile attuare politiche economiche vitali per il miglioramento del benessere della popolazione in virtù degli stringenti obblighi di rispetto dell’equilibrio di bilancio e per intervento di organi che non rispondono ad alcun corpo elettorale e agiscono su presupposti del tutto estranei al nostro ordinamento costituzionale.

Sembra quindi giustificato il sospetto che la revisione del 2012 abbia introdotto nella nostra Costituzione, per il tramite del rinvio alle norme UE, un principio in netto contrasto con lo spirito della nostra Carta fondamentale, il quale antepone le esigenze di carattere economico-finanziario a quelle della persona umana, che ci dice che il rapporto debito/PIL o deficit/PIL o l’equilibrio di bilancio sono più importanti che “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che (…) impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, che subordina ad un paradigma economico (quello liberista o neoliberale che dir si voglia) e ai rapporti di forza tra paesi europei il benessere dei cittadini, contravvenendo al volere dei nostri Costituenti. Esso non può essere accolto, in quanto stravolgerebbe la gerarchia di valori presente nel nostro ordinamento costituzionale, snaturandolo completamente[42].

L’impressione complessiva che si trae dall’analisi delle norme sin qui viste è che la classe dirigente europea abbia costruito una gabbia in cui auto-imprigionarsi, erigendo un complicato intreccio di vincoli, parametri e procedure che di fatto hanno finito per rendere asfittica la crescita economica del continente. Sembra che essendo incapaci di adottare iniziative politiche in grado di far ripartire il processo di integrazione europeo e ridare slancio alla crescita economica, i politici europei si siano affidati agli automatismi di un meccanismo perverso che sta progressivamente annientando il progetto di Europa unita, così com’era stato concepito dai suoi padri fondatori subito dopo la fine della II guerra mondiale.

L’adozione in vari paesi europei, in particolare in quelli maggiormente colpiti dalla crisi economica (i c.d. GIIPS)[43], di una politica economica ispirata al modello dell’ “austerità espansiva”, che coniuga i tagli della spesa pubblica con riforme strutturali principalmente nel campo delle pensioni e del mercato del lavoro[44], ha inciso negativamente sui consumi interni, segnato un indebolimento della protezione sociale, aumentato il numero di nuclei familiari che vivono al di sotto della soglia di povertà e determinato un peggioramento dei livelli del debito[45]. È anche importante ricordare che l’esplosione del debito pubblico di molti paesi europei dopo il 2007 non è stata certo dovuta alla spesa sociale, bensì al salvataggio delle banche, che avevano improvvidamente acquistato titoli “tossici” ed erano quindi prossime al fallimento. Come ha messo in rilievo Luciano Gallino (2013)[46] il debito aggregato dei paesi UE tra il 2007 e il 2010 è aumentato del 20%. L’Irlanda, ad esempio, in seguito agli interventi per il salvataggio delle banche ha visto quintuplicare il suo debito pubblico.

La perdita di potere d’acquisto da parte di ampi strati sociali in molti Stati europei, in seguito alla recessione e alle politiche restrittive, sta alimentando il risentimento di una quota consistente della popolazione nei confronti della classe politica al governo, ridando fiato a partiti di orientamento populista o sovranista (ma sarebbe meglio dire nazionalista). Un processo simile, sotto molti aspetti, a quello che si verificò nel primo dopoguerra e che fu all’origine del fascismo e del nazismo, con le conseguenze che ben conosciamo.

Si impone quindi un deciso cambio di rotta. Non è possibile concepire la politica economica come un mero strumento per tenere sotto controllo sterili valori numerici o, ancora peggio, per implementare teorie di dubbia efficacia. Se così fosse non sarebbe di alcuna utilità, in quanto non illuminerebbe più – utilizzando una frase di Tullio Bagiotti – “i grandi problemi dell’intelletto e della convivenza”. Essa deve primariamente rispondere ai bisogni reali delle persone. A cosa serve avere un rapporto debito/PIL prossimo al 60%, come nel caso della Germania, se poi 16 milioni di tedeschi vivono al di sotto della soglia di povertà?[47]

La lezione che una volta di più bisogna trarre da quanto detto è che quando l’economia tenta di scimmiottare le scienze esatte porta a risultati disastrosi, in particolare quando ci ammannisce previsioni e modelli che sono completamente avulsi dalla realtà. Non bisogna infatti mai dimenticare che l’economia ha a che fare con gli esseri umani e che le politiche economiche si misurano sugli effetti che esse avranno sul loro benessere. 

Il Governo e il Parlamento italiano si dovrebbero impegnare concretamente affinché questo stato di cose termini. In ambito europeo, ciò significa agire per far riemergere quelle che sono le vere priorità della politica economica e rimettere al centro dell’operato delle istituzioni europee la persona umana, arricchendo l’esperienza politica europea con il portato della nostra Costituzione. Non va dimenticato infatti che “i diritti fondamentali (…) risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, fanno parte del diritto dell’Unione in quanto principi generali” (art. 6.3 TUE) e che “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani”(art. 2 TUE). Occorre dare il giusto rilievo a queste disposizioni, anteponendole alle questioni di carattere economico.

Bisogna anche recuperare il senso della solidarietà tra gli Stati membri, i quali hanno tutti pari dignità. Non è ammissibile il preconcetto, fondamentalmente razzista, per cui ci sarebbero i “primi della classe” (tipicamente i paesi del Nord Europa) e i “cattivi” (i paesi del Mediterraneo), che vanno puniti e sottomessi. A prescindere dalle responsabilità politiche interne, non è concepibile abbandonare a se stesso un paese in forte difficoltà, come ad esempio la Grecia e, invece di alleviare le sofferenze della popolazione, aggravarle mediante l’imposizione di politiche economiche draconiane. Il mutuo aiuto dovrebbe costituire un pilastro incrollabile dell’architettura istituzionale dell’UE, gli egoismi nazionali e i pregiudizi andrebbero accantonati dal momento che nel nostro continente non hanno prodotto altro che morte e distruzione.

In ultima analisi è indispensabile muovere un passo deciso verso l’integrazione federale, se si vuole portare avanti fattivamente il progetto europeo, e completare la costruzione della moneta unica, dotando le istituzioni europee degli strumenti per governare la politica economica, dando loro la legittimazione democratica necessaria e rendendole responsabili del loro operato davanti al Parlamento europeo.

Quanto all’Italia, sarebbe opportuno un bagno di umiltà per la nostra classe politica e per tutti noi, e prendere atto che quanto sosteneva Einaudi sulle responsabilità verso le generazioni future è sacrosanto. Se da un lato quindi non è accettabile sottostare a valori confliggenti con il nostro ordinamento costituzionale, che sviliscono l’importanza della persona umana, dall’altro, nell’adottare le decisioni di spesa, si devono soppesare con attenzione i benefici che ne potranno trarre non solo coloro che attualmente vivono, ma anche coloro che verranno dopo di noi. Occorre adottare una prospettiva simile a quella delle società africane, espressa magistralmente in questa massima di un antico capo nigeriano: “Io concepisco che la terra (ossia il nostro benessere, la nostra ricchezza) appartiene ad una vasta famiglia, della quale numerosi membri sono morti, pochi sono vivi e innumerevoli non sono ancora nati”.

GIUSEPPE PRESTIA

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[1]  Gustavo Del Vecchio, Lezioni di economia politica,  2ª ed., Cedam, Padova, 1957, in particolare p. 131: “I problemi ultimi dell’economia, come di ogni scienza sociale, e in realtà di ogni scienza, si imperniano su due punti e sulle loro reciproche relazioni: primo, comprendere e spiegare determinati fenomeni, secondo, far uso della conoscenza come guida dell’azione”.

[2]  Federico Caffè, Politica economica, 1: Sistematica e tecniche di analisi, 2 ª ed., Boringhieri, Torino, 1971, p. 15.

[3] Ibidem.

[4] Federico Caffè, Lezioni di politica economica, Edizione riveduta e aggiornata a cura di Nicola Acocella, Bollati Boringhieri, Torino, 2008, p. 17. Il corsivo è dell’autore.

[5] Ivi, p. 18. Il corsivo è dell’autore.

[6] Jan Tinbergen, “Réponse et synthése générale”, in Annales de l’Ècononomie  Collective, 1963, n. 2-3, pp. 419-429.

[7] Federico Caffè, Politica economica, cit., p. 170, nota 40. Tinbergen nel suo intervento di sintesi generale seguito alla discussione del Rapporto da lui predisposto (il cui testo integrale è riportato in Annales de l’Ècononomie  Collective, 1963, n. 1, pp. 103 e ss.) aveva affermato “Le but général se traduit: porter au maximum le bien-être humain, qui doit être défini aussi largement que possible. Il y a parmi nous un accord général pour dire que ce bien-être ne dépend pas seulement  des biens matériels à notre disposition, mais également de l’éducation disponible, d’éléments de culture en général et encore de la distribution de tout cela et d’éléments comme la démocratie – bref de toutes ces valeurs humaines pour lesquelles nous avons lutté depuis un siècle ou plus” (J. Tinbergen, cit., p. 419. Il corsivo è dell’autore).

[8] Federicco Caffè, “Economia di mercato e socializzazione delle sovrastrutture finanziarie”, in Un’economia in ritardo, Boringhieri, Torino, 1976, p. 39.

[9] Giovanni Demaria, Lo stato sociale moderno, Casa editrice ambrosiana, Milano, 1946, p. 35.

[10]  Ivi, p. 299.

[11] Tullio Bagiotti, “Come un economista cresce: Giovanni Demaria”, in Giornale degli economisti e annali di economia, Anno 38, n. 9/12, 1979, p. 611.

[12] Come è noto il Protocollo n. 12 sulla procedura per i disavanzi eccessivi, allegato ai Trattati UE e TFUE, stabilisce che il rapporto fra il disavanzo pubblico, previsto o effettivo, e il PIL ai prezzi di mercato non deve eccedere il 3%, mentre il rapporto tra il debito pubblico e il PIL sempre ai prezzi di mercato non deve essere superiore al 60%. Si veda anche il regolamento 479/2009 relativo all’applicazione del protocollo in questione.

[13] La risoluzione del Consiglio europeo sul patto di stabilità del 17 giugno 1997 prevedeva al punto I l’impegno per gli Stati Membri “a rispettare l’obiettivo, indicato nei loro programmi di stabilità o di convergenza, di un saldo di bilancio a medio termine prossimo al pareggio o positivo ed ad adottare le misure correttive del bilancio che ritengono necessarie per conseguire gli obiettivi dei programmi di stabilità o convergenza, ogniqualvolta dispongano di informazioni che indichino un divario significativo, effettivo o presunto rispetto a detti obiettivi”.  Tale statuizione venne poi codificata nell’art. 3, comma 2, lett. a) del regolamento 1466/97 per cui il programma di stabilità di ogni Stato Membro avrebbe dovuto includere “l’obiettivo a medio termine di una situazione di bilancio della pubblica amministrazione con un saldo prossimo al pareggio o in attivo e il percorso di avvicinamento a tale obiettivo”. Nel 2005 la definizione venne riveduta inserendo l’indicazione che il saldo di bilancio andava considerato in termini corretti per il ciclo, al netto delle misure temporanee e una tantum (Regolamento (CE) 1055/2005 del Consiglio).

[14] In base agli artt. 127 e 282 TFUE l’obiettivo principale del Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e della Banca centrale europea (BCE) è il mantenimento della stabilità dei prezzi. Il Consiglio direttivo della BCE nel 1998 ha precisato che si deve trattare di “un aumento sui 12 mesi dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IAPC) per l’area dell’euro inferiore al 2%”. Successivamente nel maggio 2003 il medesimo organo ha stabilito che l’inflazione deve essere mantenuta su livelli inferiori ma prossimi al 2% nel medio periodo.

[15] L’espressione “economia sociale di mercato” è stata coniata dall’economista tedesco Alfred Müller-Armack (1901-78), collaboratore del ministro dell’Economia Ludiwig Erhard (si veda A. Müller-Armack, “SozialeMarktwirtschaft”, in Handwörterbuch der Sozialwissenschaften, vol. 9, Gustav Fischer Verlag, Stuttgart, 1956, pp. 390-92). I concetti che ne sono alla base risalgono alla scuola di Friburgo (detta anche ordoliberale), che si sviluppò negli ultimi anni della Repubblica di Weimar e di cui fecero parte gli economisti Walter Eucken (1891-1950), Leonhard Miksch (1901-1950), Alexander Rüstow (1885-1963), Franz Böhm (1895-1977) e Wilhelm Röpke (1899-1966). Come spiega Alessandro Somma questi studiosi “volevano che la mano visibile dei pubblici poteri intervenisse per sostenere e pacificare il mercato e dunque affermavano la supremazia della politica sull’economia, ma ritenevano anche che la prima dovesse operare per imporre le regole mutuate dalla seconda: per trasformare le leggi del mercato in leggi dello Stato” (A. Somma, “Economia sociale di mercato e scontro tra capitalismi”, in Francesco Macario, Marco Nicola Miletti (a cura di), La funzione sociale nel diritto privato tra XX e XXI secolo, Roma Tre Press, Roma, 2017, p. 190). Nell’ordinamento europeo il riferimento all’economia sociale di mercato compare per la prima volta nel Trattato di Lisbona del 2007.

[16] L’art. 151 effettua un rimando ai diritti sociali così come sono definiti nella Carta sociale europea, firmata a Torino il 18 ottobre 1961, e nella Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori, dichiarata a Strasburgo il 9 dicembre 1989. Da ultimo possiamo ricordare il Pilastro europeo dei diritti sociali, approvato il 17 novembre 2017 nell’ambito del vertice sociale europeo. Esso non è giuridicamente vincolante per gli Stati membri dell’UE, ma testimonia lo scarso equilibrio ancora oggi esistente tra diritti sociali collettivi e le libertà tutelate in ambito europeo (libera concorrenza, libera circolazione di beni, servizi, persone e capitali). Si prenda ad esempio l’art. 5 (Occupazione flessibile e sicura) in cui alla lettera b) si dice che “Conformemente alle legislazioni e ai contratti collettivi, è garantita ai datori di lavoro la necessaria flessibilità per adattarsi rapidamente ai cambiamenti del contesto economico” oppure l’art. 6 (Retribuzioni), lettera b) che recita “Sono garantite retribuzioni minime adeguate, che soddisfino i bisogni del lavoratore e della sua famiglia in funzione delle condizioni economiche e sociali nazionali, salvaguardando nel contempo l’accesso al lavoro e gli incentivi alla ricerca di lavoro”.

[17] Esso stabilisce al suo primo paragrafo che “L’Unione riconosce i diritti, le libertà e i principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 7 dicembre 2000, adottata il 12 dicembre 2007 a Strasburgo, che ha lo stesso valore giuridico dei trattati”.

[18] Nel 1997 sono stati adottati i due atti costitutivi del Patto di Stabilità e Crescita, i regolamenti 1466/97 e 1467/97, emendati una prima volta nel 2005. Nel 2011 sull’onda della crisi dei debiti sovrani è stato adottato il cosiddetto Six pack, un pacchetto di 5 regolamenti (1173/11, 1174/11, 1175/11, 1176/11, 1177/11) e una direttiva (2011/85/UE), che hanno sostanzialmente allargato le competenze delle istituzioni europee in materia di politiche economiche e finanziarie. Nel 2013 è stato varato il Two pack (regolamenti 472/13 e 473/13) che ha ulteriormente compresso le prerogative in materia di bilancio degli Stati membri. A tale quadro normativo si affianca il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria (c.d. Fiscal Compact) sottoscritto nel marzo 2012 ed entrato in vigore nel gennaio 2013. Esso detta disposizioni ancora più stringenti in materia di bilancio ma, come espressamente previsto dall’art. 2, riveste una posizione subordinata rispetto ai Trattati e alla legislazione derivata dell’UE. A questo proposito l’art. 16 dispone che “al più tardi entro cinque anni dalla data di entrata in vigore del presente trattato, sulla base di una valutazione dell’esperienza maturata in sede di attuazione, sono adottate (…) le misure necessarie per incorporare il contenuto del presente trattato nell’ordinamento giuridico dell’Unione europea”. La Commissione europea ha quindi presentato una proposta di direttiva a tale scopo (COM(2017) 824 final 2017/0335) che è stata però rigettata dalla Commissione problemi economici e monetari del Parlamento europeo nella seduta del 27 novembre 2018.

[19] Senza scendere troppo nei particolari si può distinguere: a) una disciplina preventiva, incentrata sull’art. 121 TFUE, sul regolamento 1466/97 e successive modificazioni e sul Fiscal Compact, volta a prevenire il formarsi di deficit eccessivi; b) una disciplina correttiva, disciplinata dall’art. 126 TFUE e dal regolamento 1467/97 e modificazioni successive che ha il compito di contrastare e correggere i deficit eccessivi qualora si siano formati. Si noti che per entrambe le discipline, le decisioni inerenti interventi correttivi, raccomandazioni e sanzioni sono adottate sempre dal Consiglio, organo eminentemente politico, su proposta della Commissione. Tuttavia il Six Pack ha introdotto il voto a maggioranza qualificata inversa (reverse majority voting) per cui le proposte della Commissione in materia di bilancio si intendono adottate a meno che il Consiglio non le respinga a maggioranza qualificata. Per approfondimenti si vedano Renzo Dickmann, “Le regole della governance economica europea e il pareggio di bilancio in Costituzione”, in Federalismi.it, n. 4/2012 e Gian Luigi Tosato, La riforma costituzionale del 2012 alla luce della normativa dell’Unione: l’interazione tra i livelli europeo ed interno, relazione presentata al Seminario “Il principio dell’equilibrio di bilancio secondo la riforma costituzionale del 2012”, Roma, Palazzo della Consulta, 22 novembre 2013.

[20] La Germania registra da molti anni consistenti avanzi della bilancia commerciale. Questo perché i suoi prodotti sono più competitivi grazie alla politica di moderazione salariale attuata internamente e alla svalutazione del tasso di cambio dell’Euro avvenuta negli ultimi anni. Ciò non consente ad altri paesi europei della zona Euro di essere altrettanto competitivi, a causa dei differenziali salariali, ed essi sono così indotti ad importare prodotti dalla Germania, indebitandosi. Da parte sua la Germania, dati i deboli consumi interni e il basso livello di investimenti, non utilizza i consistenti surplus accumulati, ad esempio, per importare di più dagli altri paesi europei, riequilibrando la bilancia commerciale. In sostanza il modello di crescita tedesco basato sulle esportazioni avviene a spese degli altri Stati Membri dell’area Euro. La Commissione europea, per evitare questi inconvenienti, nell’ambito della procedura per la sorveglianza macroeconomica, istituita dal regolamento 1176/2011, ha chiesto alla Germania di intervenire per ridurre il surplus della bilancia commerciale, ma senza ottenere alcun risultato. Tra i parametri della procedura, infatti, le partite correnti sono oggetto di segnalazione se nei 3 anni precedenti la media mobile del loro saldo supera la soglia superiore del + 6% in rapporto al PIL o quella inferiore del -4%. La Germania, da parecchi anni, supera costantemente il limite superiore (+8%). Nella medesima situazione si trovano i Paesi Bassi e la Danimarca (che non fa parte dell’Eurozona).

[21] L’art. 123, comma 1, TFUE dispone che “sono vietati la concessione di scoperti di conto e qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri (…) a istituzioni, organi od organismi dell’Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali”. Il divieto è ribadito dall’art. 21.1 dello Statuto del SEBC e della BCE, che però all’art. 18.1 stabilisce che “al fine di perseguire gli obiettivi del SEBC e di assolvere i propri compiti, la BCE e le banche centrali nazionali hanno la facoltà di: operare sui mercati finanziari comprando e vendendo a titolo definitivo (a pronti e a termine), ovvero con operazioni di pronti contro termine, prestando o ricevendo in prestito crediti e strumenti negoziabili, in euro o in altre valute, nonché metalli preziosi”. È sulla base di tale disposizione che la BCE ha potuto fare ricorso alle cosiddette misure non convenzionali, tra cui l’alleggerimento quantitativo (quantitative easing).

[22]  È bene ricordare che la crisi greca prese avvio dalla scoperta nel 2009 della falsificazione dei dati di bilancio ad opera del Governo greco, con la complicità di Goldman Sachs (sul punto si veda Mauro Megliani, “Verso una nuova architettura finanziaria europea: un percorso accidentato”, in Diritto del commercio internazionale, I, 2013, pp. 67-108). Per evitare la bancarotta furono negoziati a più riprese una serie di prestiti sia da parte dell’UE che del FMI sottoposti ad una rigorosa ed inflessibile condizionalità. I consistenti tagli alla spesa pubblica (tra cui, ad esempio, la riduzione delle pensioni e i licenziamenti di dipendenti pubblici) e l’aumento della tassazione determinarono un netto peggioramento delle condizioni di vita della popolazione, che perdura ancora oggi. L’ultima parte dei finanziamenti alla Grecia è stata gestita a partire dal 2012 dal Meccanismo europeo di stabilità (MES), istituito nel 2011. Si tratta di un trattato intergovernativo, esterno rispetto ai Trattati UE, anche se collegato con essi (come il Fiscal Compact), che affida alla Commissione europea, alla BCE e al FMI (la c.d. troika) la gestione dei finanziamenti concessi ai paesi che ne fanno richiesta. È affatto singolare che il MES possa acquistare titoli del debito pubblico del paese in difficoltà anche sul mercato primario, stante il divieto di queste operazioni per la BCE, come visto poc’anzi.

[23] Il testo completo della lettera si può leggere in Elisa Olivito, “Crisi economico-finanziaria ed equilibri costituzionali. Qualche spunto a partire dalla lettera della BCE al Governo italiano”, in Rivista AIC, n. 1, 2014 (https://www.rivistaaic.it/images/rivista/pdf/1_2014_Olivito.pdf).

[24] Nel Patto Euro Plus (Allegato I alle Conclusioni del Consiglio europeo del 24-25 marzo 2011) si stabiliva infatti che “Gli Stati membri partecipanti si impegnano a recepire nella legislazione nazionale le regole di bilancio dell’UE fissate nel patto di stabilità e crescita. Gli Stati membri manterranno la facoltà di scegliere lo specifico strumento giuridico nazionale cui ricorrere ma faranno sì che abbia una natura vincolante e sostenibile sufficientemente forte (ad esempio costituzione o normativa quadro)”.

[25] A parte la lettera Trichet-Draghi, che ovviamente non poteva essere giuridicamente vincolante per il nostro Paese, né il Patto Euro Plus, come visto nella precedente nota, né il Fiscal Compact (il quale all’art. 3.2 stabilisce che “le regole enunciate al paragrafo 1 producono effetti nel diritto nazionale delle parti contraenti (…) tramite disposizioni vincolanti e di natura permanente – preferibilmente costituzionale – o il cui rispetto fedele è in altro modo rigorosamente garantito lungo tutto il processo nazionale di bilancio”) imponevano l’adozione del procedimento di revisione costituzionale.

[26] La Germania è andata in default tre volte nel secolo scorso, nel 1932, nel 1939 e nel 1948.

[27] La norma in questione non era una novità nel nostro ordinamento giuridico. Essa fu introdotta con la legge 22 aprile 1869 n. 5026 (c. d. legge Cambray Digny), che costituisce la prima normativa organica sulla contabilità dello Stato. Successivamente venne trasfusa nel r. d. 18 novembre 1923 n. 2443 (legge sulla contabilità generale dello Stato) il cui art. 43 prevedeva appunto che “nelle proposte di nuove e maggiori spese occorrenti dopo l’approvazione del bilancio, devono essere indicati i mezzi per far fronte alle spese stesse”.

[28] Assemblea Costituente, Commissione per la Costituzione, Seconda Sottocommissione, Resoconto sommario della seduta del 24 ottobre 1946, p. 419. Questo punto specifico era stato dibattuto anche dalla Commissione economica del Ministero della Costituente presieduta da Demaria, giungendo alla medesima conclusione, per cui si riteneva “indispensabile prescrivere nella carta costituzionale (…) che le nuove o maggiori spese debbono essere fronteggiate con determinati cespiti di entrata, in modo che l’attività parlamentare trovi un qualche freno all’allargamento delle spese” (Ministero della Costituente, Rapporto della Commissione economica, vol. V, Finanza, I. Relazione, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1946, p. 61).

[29] Assemblea Costituente, cit., p. 420. La formulazione originaria dell’ultimo comma dell’art. 81, proposta da Vanoni e da Costantino Mortati, aveva una formula più drastica, prevedendo che “le leggi le quali comportino maggiori oneri finanziari devono provvedere ai mezzi necessari per fronteggiarli”. Ritenuta troppo rigida dall’on. Tomaso Perassi, ne fu scelta una in cui più genericamente si parla di indicare i mezzi, parafrasando la norma contenuta nel r. d 2443/1923.

[30] Nella prefazione del libro intitolato Prediche, Einaudi aveva scritto: “La scienza economica è subordinata alla legge morale e nessun contrasto vi può essere tra quanto l’interesse lungi veggente consiglia agli uomini e quanto ad essi ordina la coscienza del proprio dovere verso le generazioni venture” (L. Einaudi, Prediche, Bari, Laterza, 1920, p. VII)

[31] Luigi Einaudi, “Sulla interpretazione dell’articolo 81 della Costituzione”, in Id., Lo scrittoio del Presidente, Einaudi, Torino, 1956, pp. 205-206.

[32] Ministero della Costituente, Rapporto della Commissione economica, cit. p. 34.I corsivi sono nel testo originale.

[33] Ivi, p. 36.

[34] Ibidem.

[35] Ivi, p. 38.

[36] In questo senso si era espressa anche la dottrina prevalente. Per Valerio Onida, per esempio, “tutto il sistema del nostro bilancio prescinde da un ipotetico vincolo giuridico al pareggio, che è sempre stato considerato un fatto di natura politica, il quale investe la responsabilità essenzialmente politica dei massimi organi che intervengono nell’elaborazione e approvazione del bilancio, Governo e Parlamento” (V. Onida, Le leggi di spesa nella Costituzione, Giuffrè, Milano, 1969, p. 458).

[37] Più recentemente nella sentenza n. 250/2013 la Corte ha ribadito che “il principio dell’equilibrio tendenziale del bilancio, già individuato da questa Corte come precetto dinamico della gestione finanziaria, consiste nella continua ricerca di un armonico e simmetrico bilanciamento tra risorse disponibili e spese necessarie per il perseguimento delle finalità pubbliche. (…) Il principio dell’equilibrio di bilancio, infatti, ha contenuti di natura sostanziale: esso non può essere limitato al pareggio formale della spesa e dell’entrata”. L’orientamento della Corte non sembra essere mutato neanche in seguito alla novella costituzionale del 2012, con particolare riferimento ai diritti sociali. Nella sentenza 275/2016 la Corte ha infatti stabilito che “è la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”.

[38] L’art. 81, comma 6, stabilisce che “il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei principi definiti con legge costituzionale”.  In virtù della particolare maggioranza richiesta, la legge 243/2012 attuativa di tale comma è detta per l’appunto rinforzata.

[39] Per un approfondimento sui metodi di calcolo del saldo strutturale dei bilancio si veda Andrea Boitani, Lucio Landi, “Regole europee: la lunga strada per uscire dalla stupidità”, in lavoce.info, 22/6/2014 (disponibile al seguente link: https://www.lavoce.info/archives/20661/regole-europee-bilancio-psc-output-gap/).

[40] Le partite finanziarie comprendono acquisizioni o cessioni di partecipazioni al capitale di società, concessioni o rimborsi di prestiti, aumenti o diminuzioni di depositi bancari.

[41]Con l’art. 11 l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. L’art. 117, comma 1, prevede invece  che “la potestà legislativa è esercitata dallo Stato nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”.

[42] Su questo punto si veda anche Daniela Mone, “La costituzionalizzazione del pareggio di bilancio ed il potenziale vulnus alla teoria dei controlimiti”, in Rivista AIC, n. 3/2014 (https://www.rivistaaic.it/images/rivista/pdf/3_2014_Mone.pdf).

[43] GIIPS è l’acronimo per indicare i cinque paesi dell’UE ritenuti economicamente più deboli: Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna. Questi sono spesso denotati con l’abbreviazione PIIGS, ritenuta da molti offensiva in quanto rimanda al vocabolo inglese “pigs” (maiali).

[44] Secondo i teorici di questo modello, sviluppato a partire dagli anni ’90 (soprattutto ad opera di economisti italiani come Francesco Giavazzi e Alberto Alesina), le aspettative giocano un ruolo importante. Infatti se i tagli della spesa pubblica sono sufficientemente ampi e persistenti, gli individui, che hanno aspettative razionali, li intenderanno come il segnale di un futuro abbassamento delle imposte. I consumatori si aspetteranno quindi in futuro un reddito più elevato e tenderanno ad aumentare i consumi correnti e futuri. Inoltre se si verifica un miglioramento dei conti pubblici (riduzione del disavanzo e del debito pubblico) i tassi di interesse si ridurranno e ciò stimolerà gli investimenti delle imprese e conseguentemente cresceranno reddito e occupazione. Infine le riforme strutturali, tramite la deflazione interna (riduzione dei salari) serviranno a far recuperare competitività al paese. Per una rassegna su queste teorie si vedano Carmelo Petraglia, Francesco Purificato, “Moneta unica e vincoli sovranazionali alle politiche fiscali nell’Eurozona alla prova della crisi”, in Rivista economica del Mezzogiorno, XXVII, 4, 2013, pp. 1065-1090; Sebastian Dellepiane Avellaneda, “The Political Power of Economic Ideas. The Case of ‘Expansionary Fiscal Contraction’ ”, in British Journal of Politics and International Relations, vol. 17, n. 3, 2014; Suzanne J. Konzelmann, “The political economics of austerity”, in Cambridge Journal of Economics, 38, 2014, pp. 701-41.

[45] Per un’analisi in questo senso si veda Luigi Campiglio, La teoria dell’austerità nel sistema economico europeo, Quaderno n. 77, febbraio 2016, Istituto di Politica economica, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano. Di segno contrario invece Alberto Alesina, Omar Barbiero, Carlo Favero, Francesco Giavazzi, Matteo Paradisi, The Effects of Fiscal Consolidations; Theory and Evidence, Working Paper, 2017. Il dibattito tra i sostenitori dell’austerità e i suoi detrattori è ancora molto acceso e non esistono evidenze empiriche certe. Gran parte della diatriba si è consumata sui valori del moltiplicatore, che misura gli effetti delle politiche di consolidamento fiscale sul reddito. Ad esempio un moltiplicatore uguale a 1,5 vorrebbe dire che un aggiustamento fiscale pari all’1% del PIL provocherebbe una riduzione dello stesso dell’1,5%. Secondo uno studio del FMI il moltiplicatore ha valori superiori a 1 per cui le politiche di austerità sono sicuramente dannose (Olivier Blanchard, Daniel Leigh, Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers, IMF Working Paper 13/1, IMF, Washington, 2013). Secondo altri lavori esso è invece inferiore all’unità per cui gli effetti dell’austerità sarebbero molto meno negativi (Lucyna Gornicka, Christophe Kamps, Gerrit Koester, Nadine Leiner-Killinger, Learning about fiscal multipliers during the European sovereign debt crisis: evidence from a quasi-natural experiment, ECB Working Paper Series, No. 2154, ECB, Frankfurt am Main, 2018).

[46] Luciano Gallino, Il colpo di stato di banche e governi, Einaudi, Torino, 2013.

[47] Sulla povertà in Germania si veda Der Paritätische Gesamtverband, Wer die Armen sind. Der Paritätische Armutsbericht 2018, Berlin, 2018 (il rapporto è scaricabile dal sito del Paritätische Gesamtverband al seguente link: https://www.der-paritaetische.de/fileadmin/user_upload/Schwerpunkte/Armutsbericht/doc/2018_armutsbericht.pdf). È interessante notare che tra coloro che rientrano nella categoria dei poveri, ben il 41% sono persone che hanno un lavoro a tempo pieno (i c.d. working poors), mentre il 25% sono pensionati.

AGGRAVO’ LE STRAGI DEGLI ARMENI IL TERRORISMO DELLA MINORANZA GUERRIGLIERA

Si usa datare il genocidio turco all’ultimo decennio del secolo XIX, e si fanno ascendere le vittime a cifre gigantesche, anche oltre un milione di morti. Eppure pochi anni prima il popolo armeno non accennava a desiderare l’indipendenza, nemmeno durante il regno sanguinario del sultano Abdul Hamid.  A contrastare la colpevolizzazione esclusiva dei dominatori turchi valgano un paio di capitoli dell’opera “The diplomacy of imperialism” di William L. Langer, storico di Harvard, pubblicata nel 1935 dall’editore Alfred A. Knopf.  Ne volle la traduzione italiana, nel 1942, l’illustre Federico Chabod, nella collana che dirigeva per il milanese ISPI (Istituto italiano per gli studi di politica internazionale), dove chi scrive fu in passato vice responsabile delle ricerche.

Avverte Langer nella sua Prefazione: ” Poche questioni di  storia recente vengono male interpretate quanto quella dei cosiddetti (sic) massacri degli armeni. Servendomi del materiale armeno, ritengo di essere riuscito a dare, per la prima volta al mondo, un resoconto obiettivo del movimento  rivoluzionario armeno”.  La ricostruzione di Langer muove “dai famosi massacri avvenuti a Sassun nell’autunno del 1894 (…) Può darsi che la popolazione armena nei domini del Sultano raggiungesse all’epoca circa un milione di persone, persino un milione e mezzo.  In nessun vilayet (provincia) della Turchia gli armeni costituivano la maggioranza, nemmeno nelle sei provincie chiamate comunemente Armenia (…) I curdi, musulmani che disprezzavano i cristiani, si sentivano in diritto di sfruttare gli armeni cui erano mescolati. Di norma gli armeni non tentavano nemmeno di reagire. I viaggiatori che visitavano le loro zone erano impressionati dalla loro remissività, addirittura servilità. Tuttavia la pace era precaria, troppo spesso punteggiata da saccheggi e massacri. Così era stato nei secoli. Il governo turco era impotente: per pacificare il paese sarebbe occorso un grande esercito. Date le circostanze la Sublime Porta si accordava come meglio poteva coi potenti capi curdi.  Dal punto di vista dello sviluppo politico nazionale, le grosse colonie armene di Costantinopoli e di altre città occidentali contavano assai più delle travagliate comunità contadine che vivevano nelle montagne dell’Anatolia orientale; una buona metà degli armeni di Turchia viveva fuori dei vilayet.

Ma tra gli armeni, come tra vari popoli dei Balcani, si era verificata nell’Ottocento una rinascita culturale, ” Il movimento era solo un aspetto dell’influenza europea in Turchia.  Come altri popoli in arretrato, gli armeni furono presi da una vera mania dell’istruzione. Nel 1866 vi erano nella sola capitale del’impero 46 scuole armene. I giovani che potevano andavano a completare gli studi all’estero, a Parigi specialmente, e tornavano imbevuti di socialismo e di indipendenza. Tuttavia non vi era ancora l’idea di staccarsi dall’impero. Si poteva dire che i turchi riponessero una fiducia quasi illimitata negli armeni. Il fermento nazionalista non si era propagato alle provincie. Nel 1857 l’abate del monastero Varak a Van, Khrimian Hairig, iniziò a pubblicare un primo giornale armeno. Ma i suoi sforzi non furono affatto apprezzati dagli armeni della capitale. Sembra che alcuni assoldarono un curdo per tentare di assassinare l’indesiderato agitatore; che invece divenne il capo di tutta la comunità religiosa armena”.

Ancora il luminare di Harvard: “L’assieme delle riforme invocate al Sultano, e poco o niente realizzate, non soddisfaceva i nazionalisti. Del resto la loro compagine non era unita. Il suo capo, Nazarbek, fu espulso, accusato di spendere troppo per la promozione del socialismo, nonchè di esaltare  imprese irredentistiche di scarsa importanza.  Fu cancellato quanto di socialismo era nel programma nazionalista armeno. Cominciò ad agire una Federazione sostanzialmente terroristica (Dashnagtzoution), un cui manifesto proclamò: ‘Non deporremo le armi. Abbiamo una guerra santa da combattere. Siamo rivoluzionari e questa è la nostra ultima parola’.  Verso la metà di giugno del 1896 a Van i nazionalisti armeni uccisero molti curdi, col solito risultato di un massacro  nella popolazione innocente.  Risposta dei guerriglieri:  “Coloro che muoiono sono martiri della Patria”. L’incaricato d’affari britannico descrisse  come criminali i partigiani armeni. Le rappresaglie non tardarono. Solo nella capitale 5 o 6 mila armeni persero la vita”. Per Langer, ” Continuando la condotta  idiota e criminale dei rivoluzionari era improbabile che i torbidi cessassero; non vi era piano di riforme che soddisfacesse gli indipendentisti.  Si erano concentrati in gran numero in Persia, non lontano dalla frontiera turca, e compivano ogni sforzo per fomentare un rivolta antiturca, ciò per provocare un nuovo spargimento di sangue armeno. Un console britannico che visitò il campo persiano riferì di circa 1500 miliziani armeni che vivevano lì a spalle dei locali. Affermò che quanto meno i capi delle bande erano sconsiderati e irresponsabili.  I rivoluzionari, così facili a sacrificare gli altri, semplicemente approfittavano  dell’attenzione alla questione armena delle nazioni cristiane. Peraltro queste ultime si astenevano dall’intervenire:  ogni volta che lo avevano fatto, i massacri o le rappresaglie turche si aggravavano.  A poco a poco gli stessi ribelli dovettero rendersi conto che l’Europa ne aveva abbastanza di loro. Della questione armena si parlò sempre meno. Alla fine del 1897 la burrasca appariva quietata”.  Invece l’indipendentismo violento continuò finché l’avvento al potere in Turchia dei Giovani Turchi portò alla rappresaglia estrema. La popolazione civile pagò con un numero altissimo di morti per i crimini della minoranza partigiana. La diaspora armena si ingrossò: chi potè si mise in salvo in Europa o negli Stati Uniti”.

Ricapitolando, con parole nostre: i massacri si aggravarono nel 1905, opera soprattutto dei curdi al servizio dei turchi. Proseguirono nel 1909 in Cilicia
ad Adana e nel nord della Siria. Fu stimato un milione di morti solo tra l’estate 1915 e il gennaio 1922. Risalta allora la verità del giudizio del luminare di Harvard, riferito all’inizio di queste righe: i turchi furono implacabili e feroci con gli armeni, ma è certo che turbe di uomini, donne, vecchi e bambini scontarono con la vita la militanza ‘patriottica’ dei partigiani. Più o meno come a Marzabotto, e come a Oradour.

Antonio Massimo Calderazzi

ARRIVA LA DEMOCRAZIA SENZA ELEZIONI – SARA’ SELETTIVA E RANDOMCRATICA

Sotto un titolo insignificante (‘Votare non è un gioco’) l’editoriale del Corriere 2 settembre firmato Angelo Panebianco elenca alcune dolorose constatazioni che per l’immobilismo costituzional-conservatore dell’A. sono devastanti.
La prima: “Non c’è stato un momento, in tutta la sua storia, in cui la democrazia rappresentativa abbia subito attacchi come nella fase attuale, non solo in Italia”.
La seconda: “Il Parlamento è oggetto di derisione e disprezzo”.
La terza: “Stiamo squalificando in un colpo solo Parlamento, elezioni, principio rappresentativo”.
Quarta: “Si sono fatti molti ragionamenti tesi a rafforzare, in chiave antiparlamentare, il ruolo del referendum popolare”.
Quinta: “A certe condizioni la proposta di ridurre il numero dei parlamentari può essere una buona idea nel quadro di una complessiva revisione costituzionale.  Altrimenti è solo un attacco, simbolico e pratico, alla democrazia rappresentativa.  In nome ovviamente della democrazia diretta, alla quale la Rete ha offerto opportunità storicamente inedite”.

Dalla democrazia diretta imposta dal futuro il prof. Panebianco teme  “cittadini disinformati che dicono la loro su cose di cui nulla sanno, manipolati dal primo demagogo che passa”. Egli vuole il contrario del principio ‘uno vale uno’, e  ‘di ciò che da quel principio consegue: i ‘ ludi elettronici’.

Tuttavia sbaglia  Panebianco a sminuire quelle che chiama ‘certe proposte che circolano fra gli studiosi occidentali’.  Esse  significano una cosa precisa e determinante: fra gli studiosi occidentali non ci sono quasi più difensori (come lui e come Giovanni Sartori, lo scomparso teologo del  ‘doppio turno alla francese ‘)  del parlamentarismo/partitismo/professionismo dei politici a vita.  Invece proliferano le proposte e le ipotesi di democrazia diretta le quali escludano che uno valga uno.  Le preoccupazioni di Panebianco hanno perso fondamento.

Una delle opzioni di democrazia diretta-ma-selettiva è stata formulata nell’anno 2000 da chi scrive, di concerto con una ‘unità di ricerca sulla randomcrazia’: un gruppo di giovani italiani e canadesi.
Quell’anno  compilarono un  ‘Dossier sulla tecnocrazia selettiva’, titolato ‘Il Pericle elettronico,  sottotitolato “Materiali anglo-americani sulla superfluità dei politici professionisti. La soluzione randomcratica: una Nuova Polis sovrana di supercittadini scelti a turno dal sorteggio”.
Il profilo randomcratico  del dossier fu il particolare contributo di un giovane ingegnere, oggi cattedratico in un’importante università di Olanda. Produsse idee il tecnico pugliese Gabriele Stecchi.

La democrazia diretta sarà l’opposto della sovranità “di  tutti gli aventi diritto”,  cioè dell’intera Anagrafe.  L’Anagrafe farà altro.
Abolite le elezioni, spariranno gli ‘aventi diritto ad eleggere’.  Nascerà un corpo politico ristretto , una nuova Polis sovrana, p.es. mezzo milione di italiani, fatta di “cittadini attivi” o supercittadini, selezionati dal sorteggio per un turno di sovranità -p.es. una volta all’anno- SE saranno in possesso di qualificazioni oggettive fissate dalla legge: chi proverà una laurea, oppure avere esercitato un’attività legale per abbastanza anni.
Naturalmente  saranno sorteggiati coloro che faranno risultare qualificazioni superiori al minimo.

In conclusione saranno scelti random come supercittadini le persone che risulteranno ‘migliori’ degli altri iscritti all’anagrafe. La democrazia dei migliori, visto che la democrazia dei tutti (dogma delle sinistre buone a niente) ha avuto come risultato che i ricchi sono più ricchi di prima.

Inevitabilmente saranno escluse vaste categorie: la maggioranza dei lavoratori manuali dipendenti, delle  casalinghe, degli inattivi, dei pensionati, degli studenti che non hanno completato gli studi, degli sportivi di mestiere, di coloro che svolgono attività non dimostrabili come socialmente utili.  Mezzo milione, non 60 milioni, di cittadini sovrani. Queste ed altre esclusioni non faranno danno se non a quanti assegnano i loro voti in cambio di contropartite.  Ai giovani non in possesso di particolari qualifiche basterà impegnarsi per conseguire queste ultime al più presto.  Nel frattempo troveranno compensi, p.es. ludici, al fatto che la nuova Polis ateniese non potrà non essere fatta di piccoli numeri.  Le decine di milioni di votanti non sono una Polis, sono una massa soggetta alle manipolazioni dei politici di mestiere. La Nuova Polis nascerà quando sarà fatta dei pochi, i migliori.

Che le società avanzate si tengano ancora un congegno di delega concepito nel secolo XVIII è un enigma, un’apoteosi dell’irrazionale.
Andiamo su Marte, creiamo la vita in laboratorio, pratichiamo la comunicazione istantanea e planetaria, diamo uno smartphone alle moltitudini, ma affidiamo il governo dei tutti ai furfanti espressi dalle urne e dai partiti. Anche gli avversari dell’innovazione, i misoneisti alla Solaro della Margarita, ammettono che la tecnopolitica selettiva cancellerà il vecchiume degli ordinamenti imposti dal passato e ribaditi dalle Costituzioni come la nostra, redatta dai giuristi dell’oligarchia pervenuta al potere grazie al crimine bellico del Duce, il 10 giugno 1940.

Antonio Massimo Calderazzi

GIOVANNI MAGNIFICO VANTO PUGLIESE COME G. CONTE E COME ALDO MORO

Nei giorni che vedono confermato al pugliese Giuseppe Conte il rango di uomo di Stato, sia o no egli destinato a governare a lungo, è giusto additare un’altra figura di primo piano, anch’essa espressa dalla Puglia: peraltro con meriti scientifici molto superiori a quelli dell’accademico oggi a Palazzo Chigi.  Si tratta dell’economista Giovanni Magnifico, nato o fiorito a Bari.  Nel declinare del Novecento ci fu una fase in cui la stampa più importante e qualificata d’Europa e del mondo anglosassone, e più ancora la letteratura economica, davano grande risalto ai contributi alla teoria monetaria di Magnifico, membro del vertice della Banca d’Italia. Magnifico era forse il più noto tra i monetaristi italiani Nulla di simile può vantare, a livello internazionale, l’attuale presidente del Consiglio (come del resto lo stesso Aldo Moro, prima di assurgere alla gloria e al martirio).

Giovanni Magnifico si rivelò negli anni Cinquanta come vincitore del prestigioso riconoscimento assegnato dall’Istituto d’emissione a un giovane economista, nel nome di Bonaldo Stringher, primo governatore della Banca centrale.  Entrato autorevolmente nell’Istituto, Magnifico raggiunse l’alta posizione di consigliere, proiettato verso gli incarichi più alti. Al di là dei conseguimenti di carriera -il Nostro pervenne alla presidenza di una banca milanese- sono da sottolineare la sua reputazione internazionale e i molti rapporti con le personalità che dominavano la scienza monetaria occidentale. Chi scrive ebbe l’onore di conoscere Magnifico alla vigilia di un suo trasferimento negli Stati Uniti. Sempre chi scrive dovette più tardi a Magnifico la presentazione a Robert Mundell, cattedratico alla Columbia University, il quale contava tra i propri discepoli alcuni tra i principali esponenti della scienza monetaria statunitense. Tutti sanno che Mundell è pervenuto al premio Nobel per l’economia, ma in più occasioni egli ebbe a dichiarare a chi scrive l’alto apprezzamento che sentiva di dovere all’acuto studioso venuto dalla Puglia. Tra l’altro Mundell mi disse queste cose nel raccoglimento della sua storica villa senese, che era stata una rocca rinascimentale.

La Puglia aveva dato allo Stivale anche un predecessore purtroppo importante di Magnifico, di Aldo Moro e di Conte: il malaugurato Antonio Salandra, presidente del Consiglio nel 1915, quando un destino infausto volle vincente il leader dell’ala conservatrice e guerrafondaia del partito liberale,  su Giolitti che tentava di sventare il nostro intervento nella Grande Guerra.  Affiancato dal ministro degli Esteri Sidney Sonnino, Salandra impegnò l’Italia a entrare nel conflitto a fianco di Gran Bretagna e Francia. I due governanti della mala sorte fecero ciò che fecero nella cupidigia di conquistare territori e colonie. I seicentomila morti che soffrimmo non bastarono a farci conseguire gli obiettivi additati dall’imperialista Salandra, nato a Troia provincia di Foggia.  Invece furono sufficienti a provocare l’avvento di Mussolini e la catastrofe del Secondo conflitto mondiale. Salandra fu il figlio degenere di quella che era stata la Secunda Regio nell’impero di Ottaviano Augusto e, a fine vita, la terra prediletta di Federico II, imperatore svevo.  A Foggia lo Svevo tenne corte magnifica in un palazzo oggi distrutto. La vicina Lucera si erge oggi a testimonianza dello splendore dello Svevo.

L’elenco delle pubblicazioni di Magnifico è troppo lungo e irto per questa sede.  Citiamo di passaggio “Il sistema europeo di banche centrali. Problemi di transizione e di gestione”, edito nel 1990 dalle Edizioni Scientifiche Italiane. Nell’opera “Squilibri finanziari e spiragli di soluzione”, Luiss 2008, Magnifico individua nella normativa europea sulle finanze pubbliche nazionali alcune carenze e i possibili miglioramenti.  Per esempio, il deficit eccessivo è trattato allo stesso modo in contingenze di segno opposto. L’ambito di riflessione è sempre l’economia dell’intera area europea. Magnifico propone un’agenzia di raccordo tra i gestori dei debiti pubblici nazionali.

I meriti scientifici di Giovanni Magnifico e quelli ideali di Aldo Moro hanno onorato la Puglia; il governo di Giuseppe Conte potrà forse onorarla, a compenso delle sciagure inflitte da Antonio Salandra: il quale ultimo lamentò nelle Memorie di non essere stato insignito di un titolo nobiliare, dopo avere tanto beneficato la Patria!

Antonio Massimo Calderazzi

IN QUANTO UNA GUERRA IN PIU’, RIPUDIARE LA RESISTENZA

Un libro di Aldo Cazzullo, il bardo del volenteroso ottimismo da Centocinquantesimo anniversario, si intitola “Viva l’Italia”.
Fin qui, non molto da obiettare (a parte che molti di noi riluttiamo a inneggiare con l’Autore: assai discussa è la reputazione della Saturnia Tellus) . Però, sotto il titolo figura la seguente asserzione: “Risorgimento e Resistenza, perché dobbiamo essere orgogliosi della Nostra Nazione”.

E’ d’obbligo la confutazione: il Risorgimento è una cosa, la Resistenza è un’altra, di fatto opposta. La Resistenza fu la guerra voluta da una fazione contro tedeschi e fascisti. Una guerra in più, dopo i criminali bellicismi del nostro secolo XX: Vittorio Emanuele III, Salandra, Sonnino, Cadorna, Mussolini, persino Giolitti per la Libia. Una guerra in più, dopo che le decine di milioni di caduti di due conflitti mondiali ci avevano forzati a non volere più alcuna guerra. Nessuna in assoluto. Avevamo capito: no alle motivazioni ideologiche, no ad ogni altra motivazione, patriottismo compreso.
Le patrie erano costate in un secolo molte decine di milioni di caduti.

Allora la Resistenza, in quanto una guerra in più, è da rifiutare in toto.
Chi volle la Resistenza volle innumerevoli nuovi morti e nuovi drammi, dopo quelli del 1914-45. Non si osi più dichiarare efferati i crimini dei germanici e dei repubblichini, legittimi e sacrosanti i crimini della guerriglia. Questi ultimi furono atti di una guerra mossa da una schiera bellicista. Le rappresaglie tedesche furono sempre provocate da attentati ed esecuzioni dei partigiani. Non ci furono rappresaglie dove mancarono gli attentati e le esecuzioni.
Tutti gli eserciti occupatori della storia ricorsero a rappresaglie per difendersi da guerriglieri che si confondevano nelle popolazioni e se ne facevano scudo, mai offrendo se stessi per risparmiare gli innocenti.
Gli attentatori di via Rasella si misero in salvo e incassarono premi; pagarono i massacrati delle Fosse Ardeatine.
Si guardarono efficacemente dai guerriglieri solo i vincitori del passato molto lontano -tra gli altri, i vincitori dell’Antico Testamento- i quali a volte spegnevano TUTTI i vinti.

Il “Viva l’Italia” di Aldo Cazzullo è, tra le altre cose, un lungo elenco di eroismi partigiani; nessun accenno ai mitra e al tritolo di una parte di tali eroi.
Ipotizzo che nel foro della sua coscienza il Nostro si vergogni di tale omissione integrale, oggi che le ideologie istigatrici della guerriglia partigiana sono rovinosamente fallite (l’ispirazione comunista), oppure sono in caduta libera (l’ispirazione liberaldemocratica, parlamentarista e/o patriottarda dei partigiani non comunisti).
Il fascismo che volle le sue guerre fu esecrabile e vergognoso.
Per la guerra supplementare del 1944-45 l’antifascismo fu altrettanto esecrabile e vergognoso.

Quanto al precetto d’essere ‘orgogliosi della nostra Nazione’, come non ricordare che le istituzioni e le prassi del Settantaquattrennio -malate di corruzione, malcostume e partitocrazia- hanno composto un regime tra i più disonorevoli del mondo occidentale?
Per tacere sul dettaglio che la repubblica nata sinistroide è sempre asservita a Washington. E che i suoi bonzi più alti non si vergognano di tenere corte sontuosa nella reggia costruita col denaro dei poveri dai papi meno cristiani della storia. Poi abitarono il Quirinale, prima dei nostri presidenti, quei sovrani sabaudi che la Resistenza fu supposta di combattere.
Muoia l’Italia che entusiasma Cazzullo.

Antonio Massimo Calderazzi

FUSTEL DE COULANGES: BISMARCK NON PIU’ BELLICISTA DELLA FRANCIA DEL RE SOLE E DI LOUVOIS

Quanto ci siamo commiserati per le sfortune, o le grandi tragedie, inflitte allo Stivale da governanti mediocri, o pazzoidi, o semplicemente criminali? I drammi più gravi, naturalmente, risalgono alle colpe di Vittorio Emanuele III, alla coppia maledetta Salandra-Sonnino, a Gabriele d’Annunzio (grande poeta e grande vittima di estetismi e deliri). Infine risalgono al folle intervento in guerra di Mussolini.
Quante volte abbiamo concluso che lo Stellone d’Italia è stato un astro luttuoso, al contrario del ruolo provvidenziale che ci immaginiamo?

Tuttavia le grandi nazioni d’Europa hanno pagato più duramente di noi per le scelleratezze dei loro governanti. Nella Grande Guerra la Francia perdette un milione e mezzo di uomini, e nel conseguente Secondo conflitto mondiale subì la più immane delle disfatte.
La cosiddetta, e infausta, “grande leadership” di Winston Churchill costò alla Gran Bretagna la perdita del primato mondiale e dell’impero.
Adolf Hitler portò la Germania sul punto di sparire dalla faccia della terra. Lenin e Stalin condannarono a morire il comunismo internazionale.
A modo suo, lo Stivale è stato fortunato!

Al confronto di queste e di altre apocalissi, la disfatta del Secondo Impero francese, nel 1870, fu un episodio minore e quasi grottesco.
Grottesco in particolare fu l’impegno di Numa Denys Fustel de Coulanges, allora forse il maggiore storico di Francia, luminare della Sorbona e dell’Ecole Normale, impegnato contro la Germania e colpevole d’avere vinto.
Singolare fu il fatto che Coulanges attaccò i ‘ministri del culto evangelico dell’Armata del Re di Prussia’ perché non predicavano la carità ma l’odio e la guerra. “Voi invocate il Dio delle battaglie. Nel nome di Cristo preparate i vostri soldati all’assalto contro Parigi”. Lo storico cesareo esaltò il popolo della Commune parigina “che impugnava le armi per difendere l’onore e l’interesse della Francia, forse nello stesso tempo l’onore e l’interesse dell’Europa”. Il Nostro ammetteva che la guerra era stata voluta e dichiarata dalla Francia e che la Francia era stata semplicemente vinta: “Ma voi ministri di Cristo, invocate il Dio delle battaglie. Noi, impugnando il fucile, invochiamo il Dio della pace”.

Stupidaggini, come si vede. Fustel de Coulanges sapeva benissimo che la guerra alla Prussia fu voluta dai ministri, marescialli e ciambellani di Napoleone III -non dall’imperatore ormai malato- per la più insensata delle ragioni: per punire Bismarck che aveva provocatoriamente rifiutato all’ambasciatore francese un’ulteriore udienza del sovrano.
Parigi dichiarò la guerra -la guerra!- per l’offesa all’ambasciatore “cioè l’onore della Francia”. In due o tre settimane la guerra era già perduta nella catastrofica battaglia di Sedan. La classe di governo della Francia era caduta nella trappola di Bismarck, il quale aveva valutato esattamente di poter profittare del velleitarismo e della debolezza militare di Parigi.
I responsabili del Secondo Impero inflissero alla Francia un’avventura altrettanto fallimentare e turpe quanto le imprese imperialistiche di Crispi, Salandra, Sonnino e Mussolini. Perdendo l’Alsazia e parte della Lorena la Francia si costrinse a una ‘Revanche’ orrenda, la Grande Guerra, alla quale non poté non seguire la guerra di Hitler, Churchill e Roosevelt.

Andò così che lo storico ufficiale del Secondo Impero, nel colpevolizzare la Germania vincitrice, additò senza mezzi termini le responsabilità di F.M. Le Tellier, marchese di Louvois, per l’accanito bellicismo della Francia del Secolo di Luigi XIV, l’età che si usa chiamare ‘la più gloriosa’ dei francesi.
Il Sole di Luigi non fu più benefico del nostro Stellone…

A.M. Calderazzi

SCHLESINGER Jr: RIMPIANTO PER I DUE GRACCHI D’AMERICA

Non ci è dato sapere se una certa perla di saggezza attribuita al presidente Kennedy fu farina del suo sacco, o non piuttosto del sacco di una sua eminenza grigia, magari lo stesso Schlesinger.
Ecco la perla: “Prima che la mia presidenza finisca, dovremo fare altre prove per assodare se una nazione governata come la nostra potrà durare.
Il risultato non è affatto sicuro”.
Avesse pensato sempre così, l’uomo della Nuova Frontiera sarebbe considerato un vero statista, laddove molti dubitano.

Sappiamo per certo che Arthur M.Schlesinger Jr., figlio dell’omonimo illustre storico di Harvard e lui stesso, il figlio, accademico di primo piano a Harvard, due volte vincitore del premio Pulitzer, fu alto consigliere del presidente Kennedy, virtualmente un suo ministro.
Purtroppo non riuscì a dissuadere il Principe dal far partire l’impresa americana nel Vietnam. Per Schlesinger fu l’impresa più sbagliata e turpe in assoluto: ma prevalse l’ostinazione bellicista del neoeletto condottiero della Nuova Frontiera. Il presidente uscente Eisenhower, che di guerra si intendeva più del sottotenente di corvetta Kennedy, aveva tentato invano di sconsigliare l’avventura indocinese.

Nei giorni in cui il presidente Trump appare aver fermato, almeno provvisoriamente, quei capi del Pentagono che volevano dare una tremenda lezione militare all’Iran, e in ciò fare sembra ripudiare i propositi di totale egemonia sul pianeta, risulta profetica la visione anti-imperialista avanzata da Schlesinger nel libro “The crisis of confidence: ideas, power and violence in America” (1967).
Scrisse: “Sembra che ormai gli eventi sfuggano al nostro controllo. Non possiamo più difenderci dal corso ineluttabile della storia. Nell’ultimo quarantennio abbiamo dovuto affrontare la peggiore Depressione, la peggiore guerra mondiale e la più rovinosa guerra limitata. Eppure fino a poco tempo fa siamo sempre stati convinti di poter fronteggiare con la nostra leadership e con le nostre risorse -morali e psicologiche oltre che economiche- qualsiasi sfida. Ne siamo altrettanto sicuri oggi?
Il fatto che mezzo milione di americani, più un milione di alleati, più una tecnologia bellica smisurata, non siano riusciti a sconfiggere poche migliaia di guerriglieri in pigiama nero, ha scosso la nostra fiducia nella potenza dell’America; e le immense devastazioni che abbiamo compiuto hanno scosso la fiducia che avevamo nella nostra rettitudine (…)
E’ arrivato il momento di ripensare le istituzioni e i valori del nostro paese”.

” La guerra nel Vietnam ha indotto il nostro governo a seguire una linea di insensata, spaventosa distruzione. E’ stato proprio il fallimento nel Vietnam a revocare in dubbio tutta la nostra politica estera (…) Il peso totale delle bombe sganciate sui due Vietnam è stato di 2.948.057 tonnellate.
Il peso totale delle bombe sganciate nella Seconda guerra mondiale, in Europa come nel Pacifico, è stato 2.057.244 tonnellate.
Il 31 marzo 1967 un discorso del presidente Johnson annunciò il fallimento della nostra escalation. Se avesse tenuto quel discorso un anno prima, molti americani e molti vietnamiti sarebbero ancora in vita.
Come ebbe a dire Kennedy nel 1961, ‘dobbiamo accettare il fatto che gli USA non sono né onnipotenti né onniscienti, che siamo solo il 6% della popolazione mondiale, che non possiamo riparare ogni torto e sanare ogni calamità’.
Invece il successore di Kennedy ripristinò il dullesismo e si gettò a capofitto nella politica dell’overkill”.

Solo riducendo la nostra presenza militare nel pianeta, affermò Schlesinger, e solo cominciando a dare prova di ragionevolezza, potremo restaurare la nostra influenza nel mondo. La politica di impegno totale su scala planetaria è incompatibile con ogni prospettiva di ricostruzione sociale in patria. In futuro il mondo terrà conto dell’America non tanto per la nostra forza militare, quanto per la capacità di sanare le nostre fratture sociali, prima di tutto fratture tra tra ricchi e poveri, tra bianchi e non bianchi, poi tra vecchi e giovani e tra esperti e non scolarizzati. Il nostro paese è in uno stato di incipiente disgregazione. La struttura della società è sottoposta a gravi tensioni. I privilegiati sono divenuti gli antesignani del rinnovamento, mentre i bianchi sottoprivilegiati difendono accanitamente lo status quo (e, diciamo noi, votano per Trump). Il nostro paese è in uno stato di iniziale disgregazione.

Il rimedio additato dal Nostro: superare la Vecchia Politica.
Se i grandi partiti non cominceranno a fare ciò che non hanno mai fatto -coinvolgere veramente l’uomo della strada- dovremo aspettarci un balzo in avanti della Nuova Destra e della Nuova Sinistra: in apparenza nemiche acerrime, in realtà unite nella volontà di abolire le istituzioni che hanno il ruolo di conciliare le tensioni della nostra società.

Quasi tutte le valutazioni e le enunciazioni dell’intellettuale Schlesinger sono state confermate dal mezzo secolo che è passato dal suo libro, scritto “in memoria di Robert Francis Kennedy”. Ciò che non è stato convalidato è la sua speranza che una conversione al realismo e all’etica della classe dirigente sapesse rigenerare l’America. Che in particolare sapessero rigenerarla gli imperativi/slogan della Nuova Frontiera e poi, caduto John Kennedy a Dallas, gli slanci idealizzanti del fratello Robert, fatto martire dalla propria incapacità di convincere l’uomo della strada.
L’uomo della strada non poteva condividere le posizioni ìperprogressiste del fratello del Presidente: anch’egli destinato ad essere assassinato, come i due patrizi romani tribuni della plebe, Sempronio e Gaio Gracco.
(Accertato che la guerra civile lo condannava a morire, Gaio si fece uccidere dal suo schiavo).

Antonio Massimo Calderazzi

IL MEIN KAMPF DI DONALD TRUMP

Ora che l’uomo della Casa Bianca ha chiesto il secondo mandato -la tradizione è che lo riceva- rileggiamo insieme il Corano del 45mo Presidente. E’ il libro “Crippled America: How To Make America Great Again”, pubblicato da Simon and Schuster alla vigilia delle elezioni del 2015. Nell’orrore di tutti i semisinistristi del pianeta, quelle elezioni lo portarono al potere. E’ obbligatorio avvertire che se parliamo di Mein Kampf non intendiamo stabilire alcun parallelo, nemmeno scherzoso, tra il Nostro e il Fuehrer; che inoltre non ci proponiamo di latrare, meno che mai mordicchiare, all’indirizzo dell’autore di “Crippled America”.

E un fatto: Trump vinse le elezioni, sbaragliando i competitori e umiliando detrattori senza numero, ricchi in indignazioni e sarcasmi, però duri a capire perchè il trionfo dell’iper-palazzinaro di Manhattan, promotore-impresario di grattacieli; più ancora, di abominevoli golf courses.
Gli americani accettarono tutto, pur di avere qualcosa di diverso.

La lettura del Mein Kampf vandeano-populista esige abnegazione.
Non si contano le volte che il futuro Presidente ripete di essere: costruttore di towers iperboliche; fondatore dei campi da golf più importanti del globo; lanciatore di business orgogliosi; progettista di brand di lusso; pagatore di stipendi, salari e liquidazioni; in breve, incarnazione di ogni virtù di quando l’America era grande: “I’am a winner, I have experience in winning.
“That’s what we call leadership (…) The image I created enabled me to build on the greatest luxury brands in the world (…) I’ve got billion of dollars. My children are highly intelligent and accomplished executives who work for me (…) I started in a small real estate company based in Brooklin and made more than $10 billion. I now live on what is considered the best block of real estate anywhere in the world: Fifth Ave between 56th St. and 57th St., right next to Tiffany’s. I’m rich. I mean, I’m really rich. I am the richest presidential candidate in history. I am the greatest cheerleader for America- the America that won.

Vanti di portata cosmica, superumana. Volgari, forse veri forse no.
Hanno funzionato in grande nel novembre 2015. Ciò non toglie che l’eloquenza di Trump possa risultare pesante, col risultato di rifiutare di leggere. Non sempre gli imperatori scrivono elegante. Comunque, per quello che un pamphlet elettorale vale, “Crippled America: how to make America great again” annuncia agguerriti propositi d’azione. “Immigration: good walls make good neighbors. Foreign policy: operate from strength. If we’re going to continue to be the policemen of the world, we ought to be paid for it. It’s no wonder nobody respects us. It’s no surprise that we never win.
It really is time the rest of the world paid their fair share. And remember: the Chinese need us as much as we need them.”
All’America occorre “the most advanced and muscular military of the planet. E occorre che i paesi da noi protetti paghino la loro parte dei costi. Un passaggio di “Crippled America” specifica tali paesi: Arabia Saudita, Corea del Sud, Germania, Giappone, Gran Bretagna.
Stop: niente resto d’Europa!

Per la sanità, ecco il succo della proposta Trump: “You want better plans at a better price. Increase competition for customers. The government doesn’t belong in health care except as the very last resort”.
Il capitolo “It’s still the economy, stupid” addita come strada maestra per arricchire l’America il diffidare dei politici, degli esperti professionali e degli intellettuali: “We need someone who is a tough negotiator and a real leader”.
Quanto al diritto degli americani di portare armi, “The Second Amendment is clear to me: ‘A well regulated militia being necessary to the security of a free State, the right of the people to keep and bear arms shall not be infringed’. Period”.

Insomma, il Mein Kampf del populismo promise di raddrizzare tutti i cammini dell’America, in forza di pochi fattori miracolosi: ipernazionalismo, americanismo, disprezzo per le correttezze e le convenzioni politiche, fede assoluta nel mercato, superiorità del successo imprenditoriale su ogni altra virtù della funzione politica.

In teoria quasi tutte le proposte di Trump sono dimostrabili fallaci ai sensi di questo o quel trattato politologico. In pratica, tale dimostrazione non c’è stata, per la gioia dei più; non solo dell’America blue collar e talebana della ricchezza. Al momento la smisurata legione degli avversari del trumpismo, dei pasdaran dell’accoglienza e del primato dell’ONU è un esercito di fuggiaschi: tale è l’esasperazione nei confronti sia della classe di governo tradizionale, sia dei sommi articoli della fede liberal-democratica.
Un giorno un campione della riscossa legittimista-semisinistrista potrà dimostrare scorretti i principi, gli slogan, persino i vanti catastali dell’imperatore del real estate e dei luxury brands. Ma difficilmente quel campione sarà un progressista all’antica, cioè truffaldino, alla Hillary Clinton, incarnazione di tutte le bugie del professionismo politico planetario.

A. M. Calderazzi

PER FARE GRANDE L’EUROPA, UN CONDOTTIERO NON UNA COMMISSIONE

Nessuno di Quei Due, il presidente francese e la cancelliera tedesca, ha fatto qualcosa di importante per rigenerare e unire il Continente.
Per uno statista europeo del XXI secolo, la misura della grandezza è l’azione realizzata per far nascere la Nazione dei cinquecento milioni che dominarono il mondo e crearono la civiltà occidentale.

Al momento sia Emmanuel Macron, sia Angela Merkel risultano meno gloriosi di De Gaulle e di Adenauer che ‘misero la faccia’ per sopprimere il miserabile odio tra i loro popoli. Meno gloriosi, Quei Due, di costruttori di regni minori quali Cavour, Kemal Ataturk, Horthy, Pilsudski, Mannerheim, Masaryk e, perché no, Salazar e Franco.

Troveranno Macron e Merkel la tempra per non sfigurare, addirittura per non risultare insignificanti, a confronto di personaggi di secondo piano che hanno agito in alcune situazioni del Terzo Mondo?
La cancelliera ha governato il suo paese con competenza e mani ferme, ma potrà non avere più l’occasione giusta: per quanto da pensionata gli Dei la vorranno -chissà- profetessa, Pizia o Sibilla del regno continentale che nascerà.
L’uomo dell’Eliseo ha forse recuperato il terreno politico perduto nell’Esagono, ma sul fronte dell’Europa gli occorreranno risorse di genialità finora non esibite. A Macron si attribuiscono propositi sui dossier che confrontano Bruxelles: però non ancora configurati in modo da annunciare svolte. E non di misure tecnicamente ben congegnate l’Europa ha bisogno: all’opposto di un clamoroso appello alle armi, del lancio di una crociata rischiosa ma risolutiva.
Gli europei vogliono essere elettrizzati, non solo persuasi.

Se, per esempio, Macron vorrà far nascere un esercito europeo, dovrà rompere con la Nato ed emanciparsi sul serio dagli USA. Macron non si limiti a fare il governante cartesiano e preparato; non gli basterà far meglio degli eurocrati. Si imponga anche come ideologo visionario, come apostolo di una grande missione, come annunciatore di un vangelo sovvertitore: l’unità e la grandezza di un Continente pari e idealmente superiore agli Stati Uniti. Magari un’unità e una grandezza dominate da poche capitali e da poche avanguardie temerarie. I governi lillipuziani obbediscano.
Se vorrà fare la storia, Macron dovrà offrire ai governanti e ai governati del Vecchio Mondo l’esempio di una forte cessione di sovranità.
Venendo da una Francia erede di retaggi nazionali orgogliosi, questo esempio renderà grottesco il sovranismo di capitali sostanzialmente secondarie quali Varsavia, Roma, Malta o mezza Cipro.

Sarà vano migliorare giuridicamente “i dossier”: il bilancio comunitario, le ‘diverse velocità’, un po’ meno (assurdi) voti all’unanimità, l’unione bancaria, il regolamento di Dublino.
Sarà epocale se Macron, eventualmente rimasto solo coll’obbligo di fare il leader, annuncerà le cose grandi: la fine della sudditanza a Washington, un esercito davvero unito e poco costoso, la cancellazione effettiva delle frontiere per i cittadini europei veri, la trasformazione delle bandiere da nazionali a sezionali (il nostro tricolore guadagnerà se il bianco sarà dominato da un simbolo continentale, uguale per tutti i labari).
La Francia sciovinista dovrà ridimensionare i suoi miti iperpatriottici (Marianna, il 14 luglio, les enfants de la Patrie). Dovrà persino accettare nei suoi dipartimenti prefetti lituani e intendenti lusitani. Per importanti che siano le misure concrete, promettono di più le iniziative cariche di simboli.

Quanto poi a chi diverrà cancelliere a Berlino, egli/ella dovrà inventare azioni anche più impegnative. L’Europa si unirà solo se la conduzione germanica si farà assertiva in pieno: la Germania merita di condurre parecchio più della Francia.

A. M. Calderazzi

QUANDO STALIN FU DEIFICATO A ‘CREATORE’ DELLA STORIA. SI LECCAVA MENO NEL VENTENNIO

A beneficio dei parecchi che rimpiangono la fase aurorale del Pensiero Unico – quel primo dopoguerra in cui a sinistra Palmiro Togliatti era dominus- trascriviamo qui pochi paragrafi di “Irrweg einer Nation”, libro di testo delle scuole est-tedesche, autore Alexander Abusch, prontamente pubblicato in italiano come “Storia della Germania moderna” dall’editore Giulio Einaudi, ferro di lancia dell’intellettualità progressista.
I suddetti nostalgici (in latino: laudatores temporis acti) erano, ovviamente, i giudici più spietati del totale asservimento al Regime della nostra cultura del Ventennio. Dunque essi nostalgici non troveranno irrilevante il capitolo finale del lavoro di Abusch, dal titolo ‘Il grande messaggio di Stalin’, datato Berlino settembre 1950.

Si concludevano così il capitolo e il libro: “Stalin, studioso classico del concetto di nazione, traccia anche al popolo tedesco la soluzione del problema del suo destino nazionale. Il maestro del metodo dialettico non si arresta alla confusa situazione odierna: egli è padrone del metodo dialettico non solo per la conoscenza, ma anche per la creazione della storia.
Nel suo profondo materialismo dialettico e materialismo storico, Stalin scriveva nel 1938: “Per il metodo dialettico non è importante ciò che a un dato momento sembra stabile e presto comincia a decadere, ma ciò che sorge e si sviluppa. In Stalin c’è la convinzione superiore che all’epoca della crisi generale del capitalismo, condannato storicamente a tramontare, le forze del socialismo e di una nuova democrazia si rafforzano (…)
Quando Stalin parla, non parla un qualsiasi uomo di Stato, per quanto potente; con l’uomo di Stato che guida il primo paese socialista del mondo parla il più esperto e responsabile combattente per la pace, il capo spirituale della classe operaia internazionale. Parla l’amico più fidato di tutti i popoli oppressi. Ogni sua parola pesa, perché è meditata in ogni minima sfumatura (…) Così la parola di Stalin si leva al di sopra dei dolori e delle rovine della guerra hitleriana. La parola di Stalin sta tra il popolo tedesco e il popolo sovietico con la forza della grandezza storica dell’uomo il cui nome va associato, su tutta la Terra, ai nomi di Marx, Engels e Lenin”.

Come il Duce nel 1940 si affrettò a mandare le sue armate contro la Francia per non arrivare in ritardo, nel 1950 Giulio Einaudi si precipitò a pubblicare il libro direttamente distillato dalla grandezza storica del maestro del metodo dialettico e capo spirituale dell’intera classe operaia del pianeta (momentaneamente in Italia la detta classe è un condominio con Matteo Salvini). Come ha sentenziato Alexander Abusch, “Stalin è padrone del metodo dialettico non solo per la conoscenza, ma anche per la creazione della storia”.
Non vi è chi non apprezzi lo sforzo dell’Autore per non scrivere ‘il creatore del creato’. Il Creatore, semplicemente.

Nel 1938, a impero abissino espugnato dalle Camicie Nere, gli Abusch italiani facevano capire che anche il volitivo Predappiese creava la storia, tra l’altro.
Tuttavia il loro entusiasmo di sicofanti (propr. ‘denunciatori di ladri di fichi’) aveva un’attenuante: il loro ‘Creatore’ non era il mostro assassino dello Stalin di quegli anni, anni delle Grandi Purghe: il Creatore georgiano mise a morte la maggior parte degli artefici della Rivoluzione d’Ottobre, e in più liquidò il resto dell’élite politico-militare dell’Urss.
Venerare il Duce da operetta era di necessità meno spregevole che deificare il ‘Creatore della storia’ venuto da Tiblisi.

A noi sembra educativo evidenziare che negli anni d’oro della sinistra gli intellettuali della nostra repubblica nata dalla Resistenza facevano quasi tutti come la casa editrice Giulio Einaudi: la tolda di comando dalla quale gli ammiragli e i commodori del progressismo fecero inabissare il comunismo, non solo nello Stivale.

Porfirio

LA DEMOCRAZIA DI WEIMAR MORI’ PER LE LEBBRE DELLA DEMOCRAZIA

Sulle disgrazie della repubblica di Weimar sappiamo/crediamo di sapere talmente tanto che è logico pensare non valga la pena di aggiungere altro. Peraltro ci sono aspetti particolari che mantengono qualche pregnanza, nonostante quella repubblica sia stata dichiarata morta ottantasei anni fa, se non prima. Per esempio: Adolf Hitler conquistò il potere (17,2 milioni di voti, 288 seggi al Reichstag) solo cinque anni dopo che le politiche del 1928 avevano dato al suo partito un irrisorio 2,6% dei voti. Ciò non può non farci riflettere sull’attendibilità della democrazia rappresentativa. A Weimar, poi a Berlino, le formule del parlamentarismo non avrebbero potuto essere più insignificanti.

I padri fondatori della Repubblica germanica ritennero che il sistema da erigere sulle macerie dell’impero Hohenzollern, militarista e monarco-autoritario (non macerie della Germania: nel 1918 essa era affamata, non devastata fisicamente come sarà nel 1945) fosse il parlamentarismo liberal-democratico. Visti i risultati, fu il peggiore degli errori.
La Costituzione promulgata l’11 agosto 1919, pur congegnata dalla sapienza
del giurista Hugo Preuss, era troppo garantista/legalista per saper stroncare sul nascere i corpi armati dei partiti: le SA naziste, gli Elmi d’acciaio (Stahlhelme) degli ex-combattenti di destra, il Reichsbanner socialdemocratico, il Rotkämpferbund dei reduci rossi. Le milizie di partito, cominciando da quella nazista, portarono la guerra civile a livelli tali che Hitler non poteva non trionfare, forte del consenso della gente.

C’è da chiederci se un regime semi-autoritario quale quello di Kemal Ataturk, o di Putin, o di Erdogan, non sarebbe stato più idoneo a scongiurare, quanto meno a mitigare, i combattimenti nelle strade, le stragi di dimostranti e di scioperanti, i tentativi rivoluzionari o secessionisti, dalla Baviera e dalla Renania alla Sassonia e alla Turingia. C’è da chiederci se una gestione governativa diretta della Reichswehr, dopo la fuga in Olanda del Kaiser, non sarebbe stata preferibile alla successione dei cancellierati “merovingi” dei vari Ebert, Scheidemann, Cuno, Mueller, Brüning, von Papen, von Schleicher (Max del Baden, l’ ultimo cancelliere imperiale, quello che offrì la resa della Germania, fu in realtà un reggente, un capo dello Stato, per la sparizione dell’imperatore). Friedrich Ebert provò a convincerlo ad assumere ufficialmente il titolo di reggente. La cosa perdette rilevanza quando Ebert fu eletto presidente del Reich.

Furono schiacciate con le armi le insurrezioni di sinistra in Sassonia e in Turingia. Quando venne promulgata la Costituzione repubblicana, il giorno fu dichiarato festivo. Ma nel tredicennio di vita della repubblica la Carta costituzionale venne commemorata nella sempre più larga indifferenza del popolo. I 181 articoli del testo prevedevano un sistema normativo fin troppo perfetto, cioè astratto. Emerse presto la vanità della teorica eccellenza dell’impianto istituzionale demoliberale. La scarsità del consenso popolare fu la più grave delle malattie di Weimar.

Fino a tutto il 1923 la prima fase della repubblica fu drammatica: alle crisi economiche, finanziarie e monetarie si aggiunsero il separatismo renano e bavarese, i tentativi di Putsch, gli scontri di fazione, le repressioni con centinaia di morti, gli assassinii politici. Caddero Rathenau, Erzberger e i tre capi dello spartachismo Karl Liebknecht, Rosa Luxemburg e Leo Jogiches. In Renania il generale Mangin, comandante del corpo d’occupazione francese, fomentò il tentativo secessionista di Dorten, che proclamò una repubblica renana. Nell’ottobre 1923 l’esercito schiacciò le insurrezioni di sinistra in Sassonia e in Turingia. Nell’Alta Slesia i ‘corpi franchi’ (ex- combattenti armati) repressero nel sangue il tentativo della minoranza polacca di non accettare il risultato, favorevole alla maggioranza tedesca, del referendum imposto dal trattato di Versaglia.

Annientati i vari conati rivoluzionari e secessionisti, le destre cominciarono a vincere le elezioni e mossero con più forza all’attacco contro la Repubblica. Lo sconfitto partito socialdemocratico uscì dal governo; fu sostituito dal Zentrum confessionale e da altri gruppi non di sinistra.
La guerra civile fece migliaia di vittime; in particolare i corpi franchi di Noske uccisero sistematicamente. Fallirono i tentativi comunisti di far nascere piccole repubbliche dei soviet. Persino di mobilitare all’azione la classe operaia a Berlino, ad Amburgo, altrove. A fine 1923 la repubblica appariva agonizzante. Invece col nuovo anno l’economia reagì positivamente al dissesto politico, la crisi finale delle istituzioni fu rinviata. Ci fu un quinquennio di ripresa. La catastrofe monetaria cessò per la creazione di una nuova moneta, il Reichsmark. Nel quinquennio 1924-29 i progressi dell’economia furono importanti: la Germania riprese il rango di grande potenza produttiva.

Invece il sistema politico non seppe ritrovare vitalità, condizionato dalle inefficienze della democrazia rappresentativa, basata sul parlamentarismo e sul gioco dei partiti. Presto il processo politico degenerò nello scontro finale tra la maggioranza riformista-centrista e le due estreme: reazionari /nazisti e comunisti. Dopo varie insignificanti elezioni generali, un debole tentativo razionalizzatore venne col cancellierato Brüning (Zentrum), seguito a una successione di esecutivi falliti (l’ultimo dei quali capeggiato dal socialdemocratico Hermann Müller). Brüning sopravvisse circa due anni senza disporre di una maggioranza, ma governando per mezzo di ordinanze del capo dello Stato, previste dall’art. 48 della Costituzione nei casi di minacce alla sicurezza dello Stato. Di fatto il parlamento fu messo fuori gioco, soppiantato dal “Presidialregierung” (governo del presidente).

La Grande Depressione mondiale del 1929 colpì con particolare durezza la Germania, più dipendente di altri paesi dalla prosperità degli Stati Uniti. Nel terribile inverno 1931-32 la disoccupazione tedesca raggiunse i 6 milioni. Gli imprenditori e la finanza abbandonarono Brüning.
Quando nell’aprile 1932 il maresciallo Hindenburg fu rieletto capo dello Stato con 19,3 milioni di voti, Hitler ne ottenne 13,4 e il candidato comunista Thälmann 3,7 milioni. Hindenburg risiedeva sempre più a lungo a Neudeck, la grande tenuta che gli agrari e altre destre gli avevano donato, facendo di lui un altro agrario in politica, più o meno solidale con le mene reazionarie del figlio Oskar.

Il 2 giugno 1932 la cancelleria del Reich passò brevemente a Franz von Papen, poi per 57 giorni al generale von Streicher. Nelle elezioni che seguirono in luglio il partito di Hitler passò da 107 a 230 deputati, i comunisti da 77 a 89. Questo Reichstag fu sciolto dopo poche ore, giusto il tempo di eleggere il proprio ufficio (la presidenza dell’assemblea andò a Hermann Göring). Adolf Hitler giurò come cancelliere il 30 gennaio 1933; alla morte di Hindenburg divenne capo dello Stato. In poche settimane trasformò quest’ultimo nel Terzo Reich nazista. Il sistema di Weimar crollò, al di là della crisi economica e della vendetta collettiva contro il trattato di Versailles, per il finale rifiuto dei tedeschi nei confronti della democrazia rappresentativa: partiti, parlamento, elezioni.

Lo avevamo sottolineato nell’incipit: sbagliarono in pieno nel 1919 i fondatori della repubblica a valutare che la democrazia liberale basata sulle elezioni, dunque sui partiti, fosse l’opzione giusta nelle condizioni rivoluzionarie della sconfitta e del crollo della monarchia. E’ verosimile che un governo militare avrebbe assicurato una transizione migliore verso un sistema nuovo. La fissazione di entrare nell’ecumene dell’Occidente demo-plutocratico condannò all’insuccesso una costruzione politica peraltro erede di un plurisecolare retaggio di contraddizioni e di incoerenze.
Alla metà del XIII secolo, con la fine degli Hohenstaufen, la Germania smise di capeggiare il Sacro Romano Impero e i portati disgregatori dell’assetto feudale bloccarono la nascita di una Nazione. Molti secoli dopo il Secondo Reich di Otto von Bismarck non compattò veramente uno Stato unitario.
Poi il Reich d’impronta liberal-democratica fu dilaniato dalle tabi del parlamentarismo.

Un secolo dopo non si contano le analisi delle sconfitte dei sistemi demo-liberali. Valga una delle più recenti: l’editoriale del Corriere della Sera (16 maggio 2019), titolo “La grande fragilità della nostra democrazia”, firmato da Mauro Magatti ordinario di sociologia. L’autore definisce generale “l’inefficienza delle istituzioni in diversi paesi. A incidere sul giudizio nei confronti della democrazia è soprattutto l’incapacità delle istituzioni di ottenere risultati in termini di bene comune (…) Il vero terreno su cui occorre misurarsi è proprio la cronica e diffusa inefficienza istituzionale (…) Se si vuole essere realisti occorre riconoscere che non siamo lontani dal punto di non ritorno (…) Una larga fetta di popolazione pensa d’essere danneggiata dal fatto di vivere in una democrazia”.

A Weimar i distruttori della democrazia furono ben più possenti e feroci dei gruppi che oggi osteggiano il sistema demoliberale in Italia e altrove. Tuttavia è un fatto: furono entusiasti del Führer decine di milioni di tedeschi che nella parentesi di Weimar avevano creduto nelle formule, anzi nelle fole, della democrazia. E quando i trionfi di Hitler cessarono, i tedeschi in uniforme -magari figli dei socialisti e degli spartachisti- combatterono fino all’ultimo per non tradire il Capo e la sua truce visione della Patria. Le parole d’ordine e le ubbie che portarono Hitler al potere sopravvissero alle prime e dure sconfitte militari del Führer: tanta era stata la disistima, il vero e proprio rigetto, nei confronti della democrazia, dei modelli politici dei vincitori del 1918, delle chimere e dei settarismi della Costituzione del 1919.

Chimere e settarismi, peraltro, meno gravi di quelli della Carta italiana del 1948, imposta da una classe politica ben più furfantesca e più accanitamente corrotta di quella che da Weimar fece credere di legiferare nello spirito dei due numi locali, Goethe e Schiller.

Antonio Massimo Calderazzi

CONTROSTORIA DELLO STIVALE CHE NEL 1940 NON FECE LA GUERRA

Un Destino che amava l’Italia, come Prometeo amò gli uomini contro gli Dei, dette il 10 giugno 1940 al sovrano sabaudo il supremo coraggio di far arrestare il Duce -o di avvelenarlo, come si faceva nel Rinascimento- tre anni prima che il 25 luglio 1943 (quando il re rischiò davvero, ma gli andò bene).
Ci volle ben più coraggio nel 1940 per abbattere il capo del Regime: le città non erano distrutte dai quadrimotori, tutte le battaglie non erano state perdute, la resa incondizionata non incombeva. Tant’è, fantastichiamo che le Parche figlie di Zeus avessero scritto nel Libro della Sorte cose diverse da quelle, luttuose, che conosciamo.

Almanacchiamo dunque che il Sabaudo abbia deposto, o avvelenato, un triennio prima il dittatore ammattito. Da quel momento l’Italia fascista, oltre a scampare all’immediata perdita dell’Impero dell’Africa orientale e degli altri possedimenti, non si è inflitta nel Mediterraneo l’impari scontro con la flotta britannica, allora ancora per un po’ prima al mondo. In più, forte della neutralità e del proprio ricco retaggio mercantile, si è messa a rifornire in tutto -armi, munizioni, finanza e moda comprese- sia il Terzo Reich col Sol Levante, sia la Gran Bretagna coll’ecumene plutocratico e col resto del pianeta. Il business complessivo è stato smisurato, senza confronto più vasto dell’Orbe commerciale di Augusto e dei Cesari suoi successori. Il business è stato ovviamente più colossale di quello che la Spagna prostrata dalla guerra fratricida riuscì a fare grazie al geniale rifiuto di Francisco Franco di ricambiare con Hitler l’aiuto ricevuto per vincere la Guerra civile. Il Caudillo fu ingrato col Führer, ma autenticamente misericordioso verso gli spagnoli.

Anche re Vittorio Emanuele II fu ingrato nel 1870 con Napoleone III: non accorse a soccorrere il Secondo Impero che gli aveva dato la ricca Lombardia e l’aureola del vincitore. Ma la guerra voluta dagli sventati megalomani parigini fu la più imbecille delle imprese, dunque i cortigiani e maggiorenti torinesi fecero benissimo a trattenere il Re Galantuomo dalla follia di marciare contro Bismarck e Moltke.

Deponendo (o uccidendo) il Duce che ha perso il senno, prima che si sognasse di annettere un po’ di Francia, di resuscitare il Mare Nostrum e di co-soggiogare l’Europa, il nipote del Padre della Patria ha trasformato lo Stivale in una gigantesca Svizzera o Svezia, nella maggiore di tutte le potenze neutrali del pianeta (all’epoca gli USA di Franklin e Eleanor Roosevelt non erano più davvero neutrali). L’Italia che il terzo Vittorio Emanuele ha salvato dalla sciagura ha profittato del titanico affare della neutralità per passare da regno ancora straccione a potenziale rivale in benessere dell’Inghilterra. Perchè no, degli USA, ai cui milioni di disoccupati del 1940 il glorioso ma sfortunato New Deal rooseveltiano ha dato poco più che un rancio caritatevole. Manco a dirlo, lo Stivale repentinamente ricco ha sviluppato in grande il proprio Mezzogiorno e le aree alpine e appenniniche, allora non molto più prospere del Sud cafone.

Eliminando il Duce impazzito, i nuovi governanti sabaudo-fascisti hanno aperto un ciclo nuovo, potenzialmente plurisecolare, del Regime monarco-littorio; un’età magari longeva come il Sol Levante, la cui dinastia vanta, in precedenza degli imperatori umani, varie generazioni di sovrani divini, tra i quali Amaterazu, dea del sole. Non è affatto detto che il ciclo sabaudo-fascista sarebbe stato precario o breve. Gli abitanti dello Stivale che nel 2019 declamano il loro invincibile antifascismo, parte integrale del DNA nazionale; gli ialiani capeggiati da due sindaci di Milano e da una frotta di innamorati della libertà (spiccano i persuasori dei grandi media, alcune canzonettiste democratiche e i diadochi di Roberto Benigni); tali italiani dicevamo si trovano oggi costretti dalla non-guerra del 1940 a continuare a indossare la camicia nera, col tempo illegiadrita dall’estro dei nostri stilisti. Del colore nero si è spontaneamente invaghita la moda, sommo vanto dello Stivale.

Il colpo di Stato 1940 di re Vittorio ha incatenato i duri dell’antifascismo, cominciando da Giuseppe Sala, Ezio Mauro e Francesco Merlo, nonché da molti altri pennivendoli dei media, a restare quasi forever sottomessi al regime fondato dal Predappiese. Sottomessi perché il Regime, pur privato di Benito Mussolini, gode oggi di un consenso persino maggiore che al tempo della conquista dell’Etiopia. La neutralità non ha fatto ricchissimo lo Stivale coi suoi non infimi possedimenti? Non si sono risparmiati il sangue e i beni di tanti? Non sono cospicue le possibilità di lavoro e di business nelle colonie libica, etiopica, eritrea e somala, oltre che nel Dodecanneso, quest’ultimo acquisito per buona misura dalla impresa libica del grande Giolitti? E soprattutto, forse che il non stupido uomo della strada dalle Alpi al Lilibeo non intuisce quanto sgradevoli sarebbero state le due o tre repubbliche della demoplutocrazia partitica fondata dai mitra partigiani, però molto benvista dai grandi patrimonii?

Insomma, facendo fuori in anticipo Benito Mussolini il terzo re Vittorio, imperatore di Etiopia eccetera, non solo ha conservato le corone per sé e per i suoi discendenti, ma si è fatto perdonare la sua parte del nefando crimine del 1915. Quell’anno il consorte di Elena del Montenegro, sobillato da Gabriele d’Annunzio ma, ben peggio, dai due guerrafondai di provincia Salandra e Sonnino, si macchiò della delittuosa guerra “per coronare il Risorgimento”. Un secolo dopo quella sciagurata “vittoria” gli altoparlanti degli stadi muggiscono ancora ‘Marcia Reale’ e ‘Giovinezza’. Ma almeno gli italiani si salvano da ‘Bella ciao’.

A.M.Calderazzi

LE MASCHERE DELLA COMMEDIA DELL’ARTE ELEVATE A GIORNALISTI DEMOCRATICI

Il 25 Aprile festa grande in casa di Antonio Lotito, il più grande Pulcinella di tutti i tempi. Risorto dal suo loculo (morì nel 1876) Lotito ha invitato a pranzo le quattro maggiori maschere di essa Commedia: Pantalone, Arlecchino, Brisighella e l’irraggiungibile Policinella.
Cosa festeggiano i Quattro e il padrone di casa?
Festeggiano il momento quando, settantaquattro anni fa, la professione di maschera comica, per secoli spregiata come produttrice di sole risate, sghignazzi, cachinni, farse atellane e fescennini, fu equiparata dal CLN vincitore a quella dei giornalisti e degli intellettuali democratici. L’equiparazione convenne anche a questi ultimi: mentre molti avevano e hanno bassa opinione del mestiere pennivendolo, chi dubita della rispettabilità di quello della Commedia dell’Arte?

Dunque quel giorno di primavera, annunciatore di libertà demoplutocratica e generatore di diritti ai diversi, la corporazione dei pagliacci fu innalzata ad alto sacerdozio laico, impegnato a fianco dei giornalisti e dei personaggi del cinema per riscattare lo Stivale dalle vergogne del Ventennio; per fondare la Repubblica delle virtù.

Prima di quel giorno d’aprile i giornalisti ora convertiti alla libertà avevano fatto cose di cui arrossire: avevano imitato i Pantaloni, gli Arlecchini, i Brisighella, i Pulcinella nel loro quotidiano entusiasmo per Mussolini. Praticando ruoli e regole del teatro di popolo, le Maschere avevano incarnato i sentimenti della nazione, quasi tutta fascista tra il 1922 e il 10 giugno 1940, quando la lue mentale di Mussolini, signore dei cuori italiani, si manifestò nella dichiarazione di guerra a Francia e Regno Unito.
Il fondatore del fascismo e dell’Impero cessò d’essere idolatrato dagli italiani, in particolare da quelli che scrivevano. Uno di questi ultimi, Giorgio Bocca, contribuirà col suo mitra, assieme alla Brigata Ebraica, a scacciare Kesselring dal suolo italiano, da millenni perpetuamente assetato di libertà e di diritti ai diversi.

Il 25 Aprile di allora gli innumerevoli Pulcinella assursero alla dignità di cantori della Resistenza: quella che, oltre ad abbattere il Reich, mondò lo Stivale dai suoi mali millenari e lo consegnò vergine agli idealisti senza macchia che gestirono le prime due Repubbliche cleptocratiche. Nell’intimità del banchetto in casa Lotito, i personaggi che grandeggiarono sulle scene e nelle piazze hanno dialogato distesamente come nei convivi etruschi. Sono stati anche autocritici, e hanno gareggiato in onestà intellettuale.

Pantalone, maschera focalizzata sulla saggezza dei vecchi, esortò a ricordare anche i delitti della Resistenza: “Ci furono troppi assassinii di fascisti e loro parenti; ma soprattutto ci furono varie vergognose via Rasella.

Riconosciamo che con le loro azioni pseudo-militari (il valore militare della Resistenza fu basso) i partigiani fecero morire ben più italiani che tedeschi. Arlecchino, pur non lesinando inchini e salamelecchi ai nuovi padroni dell’antifascismo, conferma: “I partigiani vollero le rappresaglie tedesche”. Brisighella dice pensoso: “Chi potrebbe negare la realtà dell’entusiasmo littorio dello Stivale tra il 1922 e il 1940?”.

Forte d’essere lo storico dominatore della Commedia dell’Arte, Pulcinella non esita a suggerire ai buffoni suoi colleghi di prendere le distanze dal Pensiero Unico di oggi: “Gli italiani figurano quasi tutti devoti e fermi democratici, ma se comparirà un uomo forte, un generale capace senza sparare di chiudere il Parlamento, il Quirinale e la Corte Costituzionale, noi Maschere, i giornalisti e il grosso degli italiani approveremo.
I 25 Aprile saranno soppiantati dalle festose celebrazioni del Putsch.
Noi Pulcinella, così come i giornalisti, non ci metteremo contro il consenso nazionale”. Però l’umile Brisighella dissente: “L’Italia democratica non si farà travolgere così facilmente. Ha vinto troppe vittorie, ha conseguito troppi diritti, ha persino inventato diritti che non andavano concepiti.

Oggi gli invertiti sono coccolati e si sposano tra maschi o tra femmine. Lesbiche e ricchioni indossano brillanti divise di trasvolatori atlantici e di addetti navali. Quale golpista fascista può promettere cose così grandi?”
Il banchetto delle Maschere si conclude con un riverente indirizzo al Badante della Repubblica, quell’Inquilino del Quirinale che è difensore di ogni virtù progredita, amato dalle scolaresche in visita come dalle Guardie Rosse marxiste, come dalle consorti degli amministratori delegati, come infine dai commodori di sinistra che introdussero nella Marina le nozze tra sommozzatrici innamorate.

La Commedia dell’Arte vigilerà perché The Spirit of April 25th viga x sempre!

Porfirio

NIENTE CAMBIERA’ SENZA LA DUREZZA DI DRACONE

Un anno fa un pezzo di Internauta si intitolava “Cambiare non basta. Passare alle demolizioni”.
Di fatto il cambiamento è stato accennato qua e là, ma i risultati sono irrisori. Al momento sono stati estromessi dal potere oligarchi e gerarchi del Settantaquattrennio. Però i nuovi detentori sono impotenti, bloccati nella loro avanzata dalle mura inviolabili della Costituzione, una vendicativa manomorta che serra tutto quanto afferrò.
La Costituzione è una rocca formidabile a difesa dell’immobilità.

Le opere che il cambiamento esigerebbe sono tutte vietate dalla Carta costituzionale, dai suoi tribunali e dai liberti (idealmente ex schiavi del Ventennio) che signoreggiano nei grandi media coi loro editoriali faziosi. Per esempio, occorrerebbe tagliare i costi improduttivi della collettività al decuplo di quanto è immaginabile a termini di Costituzione.
Andrebbero aboliti tutti i “diritti acquisiti” al di sopra di livelli modesti, i livelli della borghesia minuta; i diritti acquisiti, tipo le pensioni delle vedove degli ammiragli, degli alti burocrati e, perché no, dei magistratide, che imperversano blindati dalla Costituzione, e svenano gli erari. A dette vedove, redditi di cittadinanza.

Andrebbero respinti gli andazzi millenari in materia del cosiddetto “prestigio delle Istituzioni”. Andrebbe ripudiata la conformità agli usi tradizionali della diplomazia, quali lo scambiare ricevimenti mondani tra ambasciate, presuntuose e inutili. Anzi andrebbero chiuse tante, quasi tutte, le ambasciate. Hanno senso oggi, all’interno dell’ Unione Europea?
E abbiamo abbastanza nemici sul pianeta da dover mantenere Forze Armate? Tra l’altro la Patria dovrebbe perdere per sempre il diritto di chiamare a combattere in guerra; e il mestiere volontario delle armi andrebbe scoraggiato, e tra le donne vietato.
Comunque non merita protezione una malarepubblica fondata dai mitra partigiani ma gestita alla monarchica, cioè soprattutto nell’interesse dei privilegiati. Le istituzioni e le regole del gioco dovrebbero cambiare tutte.

Sembra certo che il nostro Debito diverrà schiacciante, ma non si pensa a rimedi che non aggravino le tasse dei più. L’alternativa, ovvia e giusta, sarebbe che vendessimo tutto quel superfluo che il mercato internazionale accettasse di comprare, dalle partecipazioni pubbliche alle opere d’arte e ai palazzi dello sfarzo.
La collettività sopporta per esempio i costi di centinaia di immobili di prestigio: dovrebbe liberarsene, traslocando istituzioni, dicasteri, presidenze cominciando dalla più “alta” di tutte, in edifici senza vanagloria, semplicemente funzionali e all’occorrenza in periferia.
Trasformati in poli museali e perchè no in grandi alberghi o in B&B smisurati, il Quirinale e molte dozzine di iperpalazzi darebbero di che ridurre in fretta l’indebitamento.

Ma occorrerebbe una volontà e una razionalità cui la Repubblica demoplutocratica non è all’altezza. Essa figura ancora sinistrista, ma ha istinti pressocché monarchici. In più soffre della stessa paralisi delle decisioni forti che colpisce tutte le democrazie rappresentative.
Finchè non creeremo qualcosa di diverso dalla democrazia rappresentativa, le svolte vere le faranno solo i colpi di stato. La legalità è troppo dalla parte della conservazione. Le realtà negative, cominciando dalla Costituzione, vanno eliminate con la scure dell’arconte Dracone, il primo e il più energico dei legislatori di Atene.

A.M.Calderazzi

QUALCHE (SCANDALOSO) RIMPIANTO PER LA DDR – NON FU SOLO MURO E VOPO (Volkspolizei)

Nel 1967 e 1968 viaggiai per alcuni giorni nella Germania Est, e vidi cose che si impressero. Cose che per una volta impongono si dica una parola buona su quella che fu la parte di Reich soggiogata dall’Armata Rossa, poi governata in ultima istanza dai diadochi di Stalin (uno non molto meglio di Hitler).

La DDR (Deutsche Demokratische Republik) non poteva che durare poco.
Si coprì di difetti e di colpe, compresa la morte per i mitra delle guardie di frontiera est-tedesche di alcuni cittadini insensibili alla douceur de vivre nell’ordine sovietico. Si coprì di colpe, dicevamo. Eppure fu una parentesi di protezione dalle malefatte dell’ipercapitalismo. Avrebbe trionfato la Germania voluta da Adenauer e dalla Nato, com’era logico.
Ma non era un paradiso in terra, non una patria angelicata.

La DDR fu il tentativo di costruire una società in qualche misura livellata. Fu una sortita per provare a rompere l’assedio del liberalismo estremo. Visitando Leuna, allora il più gigantesco complesso industriale della DDR, feci molte domande di dettaglio a un non elevato funzionario di direzione. Le risposte furono un misto di sufficienza e di scoperta rassegnazione. Appresi che se lo stipendio di un operaio semplice era di 500 marchi al mese, quello del direttore generale era di 7.000 marchi: “Poi è stato nominato ministro e il suo successore prende 5.000 marchi.
Però le direttive sarebbero per 3.000 marchi, e appena possibile ci arriveremo”. Quale il motivo di queste riduzioni: demeriti, rivalutazione della moneta, svilimento dei compiti del direttore generale? No. “Costruito il Muro a Berlino, spiegò il sottomanager, sono venute meno le ragioni competitive per tenere piuttosto alte le retribuzioni dei tecnici molto qualificati, e più in generale di quanti potevano essere attratti a fuggire nella Bundesrepublik”.

Un ragionamento da regime poliziesco, senza dubbio: c’è il Muro, non si passa là dove si è coperti d’oro. Ma oggi, cinquantadue anni da quelle domande al manager allineato, sappiamo molto bene il prezzo delle libertà garantite dalle demoplutocrazie: le distanze tra i ceti sono astrali, che continuano ad allargarsi. Persino i sommi bonzi del liberismo riconoscono che i nostri divari sociali sono indifendibili, spregevoli diciamo noi.
A Leuna la paga di un operaio qualificato ed esperto si avvicinava a mille marchi. Con la stessa anzianità un ingegnere laureato prendeva duemila, più compensazioni non monetarie (che ai livelli di vertice potevano essere alquanto vistose). Dunque il rapporto tra gli umili e i capi era infinitamente più giusto, più umano, di quello imperante nel “mondo libero” (la cui libertà stava a cuore solo agli intellettuali).

In Occidente i percettori di alti redditi godono in più dei proletari dei vantaggi degli investimenti, dei matrimoni di interesse, di relazioni utili alla carriera, di altre felicità elitarie.

Nel taglio delle sovraretribuzioni dei manager nella massima industria della Germania comunista c’era un’affermazione di valori umani che il sistema del mercato non concepiva. Quando si parli di illibertà e di altri dolori del regime di Ulbricht sarebbe giusto non sorvolare sulle buste-paga al vertice della chimica est-germanica: semplici cose, però maestose come piramidi. Tante colpe nel comunismo reale e in tutti i partiti del movimento, culminate nel suicidio generale per cieco conservatorismo settario; ma anche molte lezioni all’egoismo dei ceti privilegiati che ci opprimono, feudatari del nostro tempo.

Mezzo secolo fa la Germania orientale si sforzava, non senza successo, perché le famiglie non pagassero per la casa oltre il decimo delle entrate del capofamiglia. Da molti altri conseguimenti come questo non si può, non si deve, prescindere nel ragionare sui sistemi politici.
Nella DDR la possibilità per i bassi redditi di portare i figli alla laurea era effettiva. Per esempio la cinquantina di marchi in più corrisposti ogni mese per ogni figlio scolaro medio superiore aiutava a resistere alla tentazione di chiudere la fase scolastica. E i 200 marchi mensili passati agli studenti universitari o assimilati non erano pochi nel paese in cui parecchie mense sussidiate davano pasti ragionevoli per 1 marco, i libri si prendevano in prestito e i teatri erano affollati di gente ‘del popolo’.
Era un segno eccellente che nei foyers le dattilografe in abitini a buon mercato si cambiassero le scarpe poggiandosi agli stucchi dorati delle sale settecentesche dove ascoltavano Mahler; infilavano negli zainetti le calzature feriali. Il Mahler delle impiegatine era una lezione severa per noi, che alle impiegatine assegnamo al meglio Sanremo.
La DDR aveva elevato le menti delle figlie degli operai, avvicinandole ai livelli della bella gente dai modi sapienti e dalla coscienza cariata.

Beati i popoli che non la danno vinta alla bella gente che non cambia le scarpe nei foyers ma tiene gli inferiori nell’ignoranza. Nelle fattorie collettive dalle parti di Naumburg vidi garzoni e studenti che in tuta da lavoro imparavano a montare a cavallo in maneggi che erano tettoie per la paglia. I loro genitori potevano fare le ferie balneari a Cuba.

Tante altre cose andrebbero dette sul tentativo di socialismo che fu avviato dagli stolidi burocrati di Berlino Est. Il loro paternalismo kossighinista era certo angusto, però non immemore degli impeti dello spartachismo e delle celle della Gestapo. I conati di socialismo delle cose piccole e vere era nei bonifici dimezzati ai grandi capi, nelle impiegatine che si facevano belle nei teatri, nei maneggi ricavati nei capannoni del fieno. Nella DDR difettava la libertà, e l’economia non era competitiva, mancando il turbocapitalismo. Però la sua società, prevalentemente industriale, non ignorava in tutto gli aneliti umanistici.

Io, che pure sapevo fino a che punto la libertà è un’impalcatura fittizia e persino un bene non prioritario, andai nella Germania Est rassegnato a trovare il buio dell’ultimo stalinismo, a trovare un paese pattugliato dai Vopo e dai commissari politici in pastrano di pelle. Mi aspettavo una società prostrata dagli stenti, dilaniata dall’invidia verso l’opulenza dell’Ovest delle Mercedes. Consideravo con mestizia la condizione del povero cittadino di Magdeburgo, del depresso chimico di Halle, del contadino di Cottbus: tutti impegnati a nascondere pensieri di libertà ai poliziotti e ai commissari di rione. Tuttavia constatai pure che la maggior parte dei tedeschi dell’Est, esattamente come i tedeschi dell’Ovest, erano attenti alle circostanze economiche, non a quelle politiche: dunque non alla democrazia rappresentativa.

La DDR tentava di costruire il socialismo, non poteva arricchire la gente. Se Parigi valeva bene una Messa, la relativa uguaglianza delle condizioni valeva la perdita della democrazia liberale. Non è la sede per altre considerazioni sui contenuti effettivi della democrazia.
La nostra arte è libera, ma i suoi prodotti li consumano quasi solo le élites. La nostra cultura è libera, ma utilizza la libertà per vendersi all’industria culturale e al mercato pubblicitario. Le nostre elezioni sono libere, ma ci teniamo un assetto sociale ingiusto e delle istituzioni irrilevanti, meritevoli della ruspa. Al mattino possiamo comprare sette giornali diversi, una soddisfazione che interessa a pochissimi fissati. Il tentativo socialista non poteva non esigere una disciplina scomoda, scomoda anche per le maggioranze che beneficiavano dei risultati.

Il visitatore della Germania orientale constatava inoltre che il regime faceva il possibile per non antagonizzare o traumatizzare la gente con troppe alterazioni al volto tradizionale delle cose. Non sentiva il bisogno di cambiare faccia a tutto. Le grandi aquile Hohenzollern le cui ali di ferro o di ghisa facevano sotto Ulbricht da parapetti ai ponti sulla Sprea, attorno al Pergamonmuseum, simboleggiavano la prudenza dei gerarchi comuninisti, alcuni dei quali avevano conosciuto i carceri guglielmini prima dei lager di Himmler. La DDR aveva persino rinunciato a simboli comunisti come la falce e la stella rossa. Al martello aveva aggiunto un compasso incoronato di spighe di grano. Il comunismo tedesco, pur non ignorando le atroci lotte del passato, dove poteva dimenticava, o aggirava le posizioni. Quando facciamo i difficili sugli aspetti di regime che imperversavano oltrecortina, dovremmo ricordare che non arriveremo mai a liberarci del nostro vituperevole ipercapitalismo. Se mai riuscissimo, probabilmente copriremmo anche noi i muri delle fabbriche di inni alla nostra conquista. Lo faceva la DDR, con prudenza.

Un elemento della realtà est-tedesca che colpiva per la sua oggettività anche il visitatore maldisposto: le chiese. Era impressionante la generosità, veniva da dire la pietà, con cui le chiese storiche erano state restaurate dai marchi comunisti. Monumenti, si dirà; patrimonio di una nazione colta e fiera delle sue tradizioni; da queste parti Lutero aveva rifondato il cristianesimo. Vero: ma il regime avrebbe potuto trascurare le chiese per concedere più consumi al suo popolo.

I teatri e le sale da concerto mi apparvero specialmente guadagnati all’uomo. Le loro porte erano state aperte quasi gratis alla gente che un tempo si chiamava “di modesta condizione” ed essa, che in Germania è da sempre più colta che altrove, accorreva; i prezzi erano popolari.
Veniva alla prosa, veniva ai concerti di livello vestita di panni decorosi, seria, piena di garbo, come a ricevere l’investitura della nuova dignità conferita da un sistema orientato all’uguaglianza. Oh, la gioia di quei palchetti, platee e ridotti affollati di impiegatine, di mogli e figli di vigili e di capistazione. Da noi la lower class è stregata dalla Tv e dal calcio, i nostri teatri e auditorium sono riserve della mondanità, in un curioso blend di fauna intellettuale, di mogli e vedove benestanti e di tizi che si immaginano sofisticati perché orecchiano Ionesco e parteggiano a chiacchiere per le avanguardie, così rifacendosi del tanfo del denaro.

Nei teatri e negli auditorium di Lipsia come di Naumburg avvertii la forza morale, il rigore, la tensione ideale ignorate dalle nostre temperie incarognite, schiacciate dallo snobismo, dal classismo, dalle lebbre dell’anima. Da noi vinceva e sempre più vince la disgustosa etica delle prime della Scala, fatte nauseabonde dagli abiti costosi e dalla vanità. Confesso: rinuncerei alle libertà all’occidentale pur di vedere la Scala bonificata dal pubblico che conosciamo.
Cose del genere accaddero nella DDR.

Antonio Massimo Calderazzi

MORBO RADICAL CHIC: OGGI PIU’ INGUARIBILE DI QUANDO A PARK AVE. LO STUDIO’ TOM WOLFE

E' abitudine della pratica medica di indicare questa o quella patologia col cognome dello scienziato che la scoprì o approfondì (p.es: "un caso di Alzheimer"). Non è andata così per Tom Wolfe, uno tra gli scrittori statunitensi più famosi. Egli è sì riconosciuto come il fortunato definitore del bugiardo sinistrismo alto-borghese: però la seria malattia che studiò non ha preso il suo nome. Nessuno ha mai chiamato "un caso di Wolfe" il morbo che p.es. da non molto ha colpito Giuseppe Sala, sindaco di Milano e terrore del fascismo. 

Ma non era giusto che i cognomi di benemeriti della scienza fossero fatti turpi dalle malattie su cui si erano impegnati, purtroppo né debellandole né attenuandole. Quando Tom Wolfe morì, nel maggio 2018, i necrologisti ricordarono, a titolo di gloria, il libello "Radical Chic & Mau-Mauing the Flak Catchers" che gli editori newyorkesi Farrar, Straus and Giroux pubblicarono nel 1970. Mezzo secolo fa Wolfe derideva in particolare quella schiera di percettori di molti dollari che nelle loro principesche sale di Park Ave. procombevano in dure battaglie dalla parte degli ultimi.
'Ultimi' peraltro né sottomessi né inermi.

Lo storico scritto di Wolfe esordiva col folto ricevimento dato da Leonard Bernstein (West Side Story) e dalla consorte Felicia Montealegre per raccogliere fondi a favore delle Pantere Nere. La causa dei neri statunitensi era già abbastanza lanciata se, anni dopo, la nazione allora egemone del cosmo non trovò un presidente bianco al posto del semikeniota Barack Obama, fiorito a Honolulu; e, se oggi, quella nazione non avverte il ridicolo di attribuire alla signora Michelle Obama il pensiero di poter asserire meglio di Hillary Clinton i diritti sulla Casa Bianca delle consorti presidenziali, grondanti meritocrazia.

Esilarante com'era la cronaca di Wolfe del party fondativo del radicalismo chic planetario, in Italia non fece abbastanza scalpore.
Come avrebbe potuto, in un paese avvezzo da millenni ai 'mores' disinvolti della bella gente?
In compenso, quando lo scettro del 'Corriere della Sera' passò all'ereditiera Giulia Maria Crespi, il parteggiare di non pochi milanesi ricchi per i lumpenproletari, o quanto meno per i partiti beneficati delle vittorie partigiane, si erse minaccioso.

Indro Montanelli pagò per primo, estromesso dall'augusto quotidiano.
Altri alto-benestanti fecero molto più della Crespi: finanziarono la nascita di 'Repubblica', oggi sommo usbergo del sinistrismo di gamma (nei fatti indistinguibile dal destrismo). Gli editoriali della galassia di testate di Carlo De Benedetti gridano all'unisono che il fatturato forte ha il cuore a sinistra, dunque parteggia a parole per i diseredati di tutti i continenti.

La Park Ave. di Tom Wolfe aveva un debole, oltre che per le Pantere Nere, per i raccoglitori latini dell'uva californiana. Persino per gli immigrati dalle isole Samoa, descritti da Wolfe con ventri e polpacci smisurati.
Chi potrebbe negare l'empito giustizialista degli epigoni di donna Giulia Maria? Tom Wolfe ha schernito per sempre il fatuo engagement di tutte le varianti indoeuropee del sansculottismo ad alto reddito: Esquerda Esquisita, o Festiva; Champagne/Caviar/Chardonnay Socialism; et cet.
In tedesco troviamo non solo Salonbolschevismus, ma persino Toskana Fraktion. Qui il riferimento è alla propensione dei meglio intellettuali germanici -quelli ben pubblicati- per i cipressi, le colline e i capalbi della terra di Dante e Roberto Benigni: cantore l'Alighieri del guelfismo un po' ghibellino, il secondo della Costituzione partitocratica, placenta o utero della peggiore politica d'Occidente.

La fissazione più recente del Salonbolschewismus nazionale è lo jus soli: come se lo Stivale non fosse troppo sovrapopolato per necessitare di africane o sudamericane a gestazione avanzata.
Ma bisogna ammettere che Tom Wolfe aveva scelto bersagli migliori di Giulia Maria e di Ezio Mauro per i suoi lazzi irriverenti ma sofisticati: i miliardari di Manhattan che singhiozzavano per i mestizos raccoglitori d'uva californiana.

A.M.Calderazzi