QUANDO SORGERA’ IL PAPA DEMOLITORE PER AMORE CHE BERGOGLIO NON E’

Gioacchino da Fiora fu il solo profeta della storia italiana, e le sue profezie non furono facili da decifrare. Rinascesse oggi, come potrebbe tacere sul destino, così scuro, della fede e della società cristiane? Azzardo ciò che dirà quando rinascerà, dopo otto secoli.

Dirà che, proprio a causa delle novità scompigliatrici dei tempi moderni, il potenziale d’azione del massimo capo religioso è aumentato, invece di scemare a causa della scristianizzazione. Oggi nè la politica, nè il pensiero laico sono capaci di generare novità grosse. Il Papa sì, alla pari con un ipotetico grande leader di altre fedi. Sia il Papa, sia tale leader saprebbero coinvolgere e condurre le società intere. J.M. Bergoglio era apparso il papa rigeneratore. Ora sappiamo che non lo è. Al meglio, è incatenato a una tradizione infausta, come Prometeo a una roccia del Caucaso.

Per essere creduto, un papa rigeneratore non dovrà assomigliare ad alcun altro pontefice, anzi non dovrà temere di apparire un apostata. Smetterà di canonizzare frotte di nuovi santi e tacerà rispettosamente sui troppi che già esistono, e vegetano nell’irrilevanza. Accantonerà largamente il passato magistero della Chiesa, tanto spesso immeritevole d’essere né Mater né Magistra. Cancellerà i precetti menzogneri, per primo quello contro il controllo delle nascite (la Provvidenza provvede sempre meno; la sovrapopolazione infierisce sempre più). Cancellerà i dettami perfettamente illogici, e risibili, quali il divieto del sacerdozio alle donne. Negherà ogni rispetto a tradizioni assassine, tipo il patriottismo che per millenni ha costretto a morire e a uccidere per il feticcio della Nazione o per quello ancora più mostruoso dell’obbedienza al re, anzi ai governanti.

Soprattutto il Papa demolitore e ricostruttore, amputatore delle cancrene e delle ossificazioni, agirà sulle realtà quotidiane, se perpetuano il male invece di combatterlo. Per dare un esempio capace di traumatizzare, per dare vera testimonianza al suo ideale. Egli abbandonerà Roma e, con una Curia ristretta all’indispensabile, metterà la sua sede in un monastero. Al miglior offerente venderà il Vaticano e i tesori artistici della Chiesa a favore dei miseri del pianeta. Additerà al disprezzo generale quei capi di stato -cominciando dal nostro, dimorante nella reggia voluta dai papi atei del Rinascimento, dai sovrani sabaudi e dai vituperevoli trionfatori della guerra civile – che non faranno la stessa scelta. Il Papa giustiziere abolirà i cardinali e quei vescovi che si faranno chiamare eccellenza: se vorranno rifarsi agli Apostoli e a Cristo, non dovranno assomigliare agli alti prelati del passato. Il Papa profetico indebolirà fortemente il culto di Maria e di quei Santi che non siano stati eroi autentici della carità.

Queste e molte altre rotture ammonteranno finalmente ad una rivoluzione rigeneratrice, unica nell’Occidente dopo quella sciagurata del 1917. Il mondo ne sarà impressionato al punto da riconoscere al Papa della profezia il ruolo di solo innovatore del pianeta. Le nuove realtà da lui generate risulteranno così ardite da rompere l’immobilismo seguito al trionfo del capitalismo, del consumismo, dell’edonismo; i quali tutti hanno dato al denaro la vittoria sui sentimenti e sugli ideali. In quanto conosciuto da tutti gli uomini, un Papa assolutamente diverso sarà accettato come guida e maestro da grandi masse: oltre che di cattolici, di uomini di altre confessioni cristiane e di quei non-credenti che aspirano alla liberazione dal materialismo triviale. La volontà e la forza di innovare drasticamente sono talmente rare che non saranno molti coloro che rifiuteranno un mondo migliore. Nessun capo di imperi sarà pari a Lui se farà le cose grandi, se si sarà rivelato come riformatore più coraggioso di Martin Lutero.

Inevitabilmente, questo papa mai comparso prima agirà innanzitutto sugli italiani per distoglierli dal paganesimo consumista. Con la credibilità di chi avrà abbandonato i palazzi del Vaticano e messo la Chiesa su un cammino opposto a una tradizione morente, egli proporrà agli italiani d’essere l’avanguardia di un mondo conquistato a ideali più alti. Farà vedere agli italiani che loro spetta il primato di avere nei millenni inventato tante novità, anche cattive: dall’impero romano al Rinascimento, all’opera lirica, persino al fascismo, per qualche lustro imitato in mezza Europa e altrove. Il papa della tempesta creatrice proporrà agli italiani d’essere come i beduini e i cammellieri di Maometto, i quali improvvisamente costruirono l’Islam e un impero che andava da al-Andalus all’Asia più remota. Il papa della profezia di Gioacchino da Fiora convincerà gli italiani a tornare primi, come furono a lungo. A sbarazzarsi dell’impostura demoplutocratica, dominata da valori ripugnanti. A guarire dalla lebbra del consumismo. A detestare l’adorazione del troppo benessere e ad arrossire delle sue porcine delizie. A rifiutarsi a tutte le promesse ingannevoli, quali la perennità della crescita.

Persino il lavoro dovrà smettere d’essere un imperativo categorico. Un paese sovrapopolato non conseguirà più il pieno impiego: oltre all’immigrazione delle masse fameliche ci sono le avanzate tecnologiche a fare impossibile il lavoro per tutti: si lavorerà quando possibile. Ma la sopravvivenza delle famiglie più umili e il soccorso al mondo dei miseri dovranno assicurarli la redistribuzione dei redditi e l’arretramento del benessere. Le realtà inferiori quali il lusso, la moda e gli sport corruttori andranno mortificate. Per queste ed altre novità ardue, molti odieranno il Papa che insegnerà e agirà da un monastero di campagna. Ma l’odio vorrà dire che Egli non sarà stato inutile come quasi tutti i suoi predecessori.

A.M. Calderazzi

MA COME: PER CANCELLARE IL 4 MARZO LA RIMILITANZA ROSSA NON BASTA?

Il quotidiano leader della Milano leader ha pubblicato tre pensose meditazioni (su dove siamo e dove andiamo) nei giorni stessi che il deprecato governo degli incompetenti concordava coll’Europa una manovra italiana accettabile per tutti e accettata dai più.
Mauro Magatti ha sostenuto il 15 dicembre che “serve un nuovo rapporto tra economia e società. Occorre vincere la stessa sfida di Keynes nel naufragio degli anni 30.

Innanzitutto bisogna essere consapevoli che tutte le democrazie sono investite oggi dalla protesta dei perdenti/scontenti, i quali non credono più che la salvezza possa venire dalla crescita. Siamo usciti dall’immaginario della crescita illimitata. La quota di benessere in cui si può sperare è modesta. Ancora: “le sinistre di potere, ormai guadagnate al liberismo, sembrano incapaci di mediare tra le vite individuali e i processi associati alla globalizzazione. Efficace uno dei manifesti dei Gilet Gialli ‘Le elite pensano alla fine del mondo, noi alla fine del mese’.
Il cambio delle condizioni storiche rende difficile assicurare benessere e felicità per tutti (…) Allora il rischio di un repentino rovesciamento autoritario, in forme inedite, diventa più realistico.
Occorre tornare a interrogarsi su come sia possibile tenere insieme, oggi, la crescita e la democrazia. Occorre “riconnettere in modo nuovo, intelligente e non regressivo, economia e società”. Magatti non dice come si possa riuscire a riconnettere, con gli strumenti ereditati dai governanti del passato.

La meditazione di Stefano Passigli, il 18 dicembre, intitolata “Qualsiasi paese ha bisogno di una classe dirigente ” si concentra sul quesito se “la competenza sia o no insostituibile”. Egli sembra spiegare “la fragilità del nostro sistema politico con la scarsa legittimità riconosciuta alle istituzioni espresse dai partiti che condividevano i valori della democrazia rappresentativa”.
Nelle ultime quattro elezioni il turnover quanto a età media, permanenza nel mandato, precedenti esperienze anche professionali, nel nostro Parlamento è stato triplo che nei parlamenti di Francia, Germania e Inghilterra. “Al ricambio graduale delle elite si è sostituito lo tsunami di un mutamento quasi totale del personale politico. E’ fortemente sceso il numero di parlamentari provenienti dall’università, dalle professioni o dal’imprenditoria. Sono demonizzati i concetti stessi di esperienza, competenza e di relazioni, anche internazionali”.

L’Autore non spiega perché la competenza e le relazioni sociali, anche internazionali, hanno smesso di gestire il sistema politico. Il terzo clinico chiamato a consulto dal Corriere, Franco Arminio, si focalizza sull’anima: “Il paese è più depresso. Almeno gli intellettuali dovrebbero allarmarsi. Invece restano inerti”. La speranza di Arminio va a coloro ‘che si fanno coinvolgere, che fanno il bene’. Il conflitto non è più tra destra e sinistra, ma tra tirchi e generosi, tra cinici e appassionati.
“Nessuno sa come andrà a finire. Dipende dai sogni che proveremo a realizzare”. Sembra, diciamo noi, una predicazione missionaria o una moralità: ma le idealità e i sentimenti sono proposte meno inconsistenti di nessuna proposta.

Veniamo però alla circostanza della sincronia tra queste meditazioni piene di destino e l’intesa raggiunta coll’Unione dal governo degli improvvisati, così povero di superiore sapienza e del consenso dei quartieri alti che sorreggevano i consueti detentori del potere. Il sopraggiunto Conte è risultato meno re Travicello. I due consoli, soprattutto, sono stati meno bislacchi del temuto. E’ un fatto: la compagine moderata dell’Avv. Prof. del Gargano ha ottenuto a Bruxelles più o meno quanto conseguivano gli statisti del vecchio corso, i Fanfani, i Craxi, i Gentiloni. Magari, si vedrà, qualcosa di più a favore della plebe malandata.
Si dirà: sono gli alti gradi dei ministeri che, conoscendo le pieghe della spesa, hanno scongiurato la procedura d’inflazione e raffrenato l’incoscienza dei politici di turno. Giusto: ma i tecnici dei dicasteri e della burocrazia brussellese non hanno sempre sopperito all’inevitabile ignoranza specifica dei leader politici assurti a ministri?

Allora, se i governanti gialloverdi hanno dimostrato di non conculcare il know how dei tecnici, cos’hanno meno dei politici (magari di risulta dal fallito PC) oggi rimpianti dagli alti redditi e loro signore e vedove?
Magari l’assetto del momento degenererà anch’esso in malcostume; oggi solo gli spodestati e gli annientati giudicano rovinosa l’alternativa espressa il 4 marzo. Quest’ultima andrà combattuta appena inizierà a somigliare troppo al Settantennio.
Resta, a tutto disdoro degli intellettuali che pontificavano dagli ombrelloni di Capalbio, che hanno indirizzato male i gestori insediati nei giorni di Enrico De Nicola, di Ferruccio Parri e del colonnello Valerio.
Le ideologie, le categorie e i precetti ereditati da quei giorni boccheggiano quasi tutti. Che senso ha glorificare le immaginarie virtù della democrazia rappresentativa e i padri nobili della Costituzione-manomorta (destinata alla discarica), se oggi le grandi masse non se ne curano più, al contrario?

Il divertente è che questo o quel nostalgico del Pci fallito nel disonore e della scornata egemonia di Repubblica si alza a invocare la resurrezione di una forza capace di riprendere il governo. Come riprenderlo?
La ricetta: ringiovaniti fiotti di fedeltà ai valori, agli ormoni e ai canti di guerra di una volta. I tipi come D’Alema si trastullano con farnetichi quali una rifondazione del partito di Gramsci, Stalin e Nilde Iotti. Bravi! Disseppelliscano temi e slogan del passato e, come quegli apostoli del Nazareno che di mestiere pescavano, isseranno reti strabocchevoli di voti. Rilancino le lotte e i diritti, confezionino striscioni e bandiere coi relativi fischietti e tamburi di latta, e i lavoratori rifluiranno al Pd, oppure alle parecchie ‘cose di sinistra’. Il segreto per riuscirci sarà nel rimpiangere i tempi di Di Vittorio, il digrignare di denti e di mitra del partigiano Giorgio Bocca, l’esclamare rosso dei cineasti alla Nanni Moretti: risultato, il populismo spirerà, la concorrenza globalizzata sarà sgominata, i mercati globali torneranno nostri.

A.M. Calderazzi

LUNGA VITA AL DEBITO PUBBLICO ITALIANO

Un problema di economia ne richiama altri, concettualmente prossimi o lontani. Una misura di politica economica non può essere pensata – e ancor meno applicata – senza tenere conto dei molteplici effetti che avrà sulla realtà sulla quale vuole incidere.

Nel mondo dei fenomeni economici nessun evento è isolato; lo stesso identico fenomeno ha valenze,peso, conseguenze diverse da Paese a Paese e richiede quindi una speciale attenzione e decisioni ad hoc. In modo un po’ semplicistico, ma realistico, non è sbagliato assimilare il sistema economico al corpo umano. Per guarirlo se è malato, e per prevenire l’insorgere delle malattie se è sano, non possiamo contare su rimedi validi per ogni situazione.

La medicina per il singolo e la politica economica per la collettività, non sono scienze ma arti, che si servono di varie scienze per poter bene operare, adattando a ciascun caso il rimedio appropriato. Queste considerazioni valgono anche per la questione del debito pubblico, e può essere utile fornirne alcuni esempi.

I titoli del debito pubblico di un Paese povero – dove quindi la capacità di risparmio è modesta o quasi inesistente – per poter essere venduti a risparmiatori situati al di fuori dei suoi confini, vengono emessi in una valuta straniera e a tassi piuttosto elevati per compensare il rischio derivante dalla possibilità che il Paese non riesca ad onorare gli impegni assunti all’atto dell’emissione dei titoli. Ne discende che, per pagare gli interessi pattuiti e rimborsare il debito alla scadenza, ciascuno di questi Paesi dovrà procurarsi la valuta straniera necessaria a far fronte ai propri impegni, e potrà farlo soltanto in due modi: con le esportazioni e/o con la vendita a stranieri di beni dei quali il Paese sia proprietario all’interno o all’esterno dei propri confini; di conseguenza il debito pubblico dei Paesi poveri è a tutti gli effetti debito estero.

Un caso opposto è quello del Giappone, detentore del debito pubblico più alto del mondo in termini pro-capite: 92 mila dollari (2016), pari a circa 83 mila euro; eppure il fatto di detenere questo record non è una ragione di allarme. I titoli del debito pubblico giapponese infatti sono emessi nella valuta locale (yen), hanno tassi di rendimento piuttosto bassi, sono interamente o quasi sottoscritti da cittadini giapponesi i quali hanno una capacità di risparmio elevata e sono motivati a questo comportamento perché consapevoli di operare a beneficio della collettività della quale fanno parte.

L’enorme debito pubblico degli Stati Uniti d’America ammonta a 62 mila dollari pro-capite e i titoli che lo rappresentano non potrebbero essere assorbiti dai residenti a causa della inadeguata capacità di risparmio delle famiglie americane. I Treasury Bond, in $ USA, vengono quindi venduti soprattutto ad acquirenti esteri. Si può osservare che gli Stati Uniti sarebbero l’unico Paese al mondo ad avere un’alternativa valida al debito pubblico: stampare moneta. Il manuale di economia però afferma categoricamente che ciò provocherebbe inflazione, ma questa presa di posizione meccanica e apodittica è fuorviante; la risposta “giusta”anche in questo caso – come sempre in economia – è DIPENDE.

I titoli del debito pubblico di ciascuno dei Paese dell’Unione europea che abbia adottato l’euro come moneta nazionale sono di solito emessi nella valuta comune. La Germania ha un debito pubblico pro-capite di 25 mila euro, la Francia di 34 mila e l’Italia di 37 mila: come si vede i divari in proposito non sono poi così abissali. L’emissione di titoli del debito pubblico di ogni Paese euro deve sottostare a regole note come “parametri di Maastricht” le quali fissano soglie che non devono essere superate. Non è questo il luogo per muovere qui una critica alla natura di questi parametri – istituiti nel 1992 e divenuti operativi l’anno dopo – se non per dire in termini generali che sono soprattutto fondati su equivoci, errori e rapporti di forza ineguali tra i firmatari del documento che li ha istituiti.

Basti dire, a titolo di esempio, che uno di questi parametri gravati da errore esprime in termini percentuali la correlazione che dovrebbe esserci tra l’ammontare del debito pubblico di un Paese e il valore monetario del suo Prodotti Interno Lordo (PIL); questo valore non dovrebbe superare la soglia stabilita per questo parametro.

L’errore sta nell’aver messo in correlazione due entità eterogenee, l’una FONDO (debito pubblico totale) e l’altra FLUSSO (PIL di un certo anno) che non possono in alcun modo essere reciprocamente correlate perché appartenenti a due sfere concettualmente e metodologicamente differenti.

Il DEBITO PUBBLICO del Paese nel suo insieme (il cui ammontare è calcolabile in un qualsiasi preciso momento) può essere posto in relazione soltanto con l’entità ad esso omogenea e cioè la RICCHEZZA della popolazione del Paese (che pure può essere calcolata in un momento preciso), ma non con il REDDITO nazionale (o PIL) che non può essere calcolato in un preciso momento dato che il calcolo, per la natura FLUSSO di questa entità, richiede di essere fatto su un arco temporale, che di solito è l’anno. A scanso di equivoci è bene precisare che la RICCHEZZA (sinonimo di patrimonio o di capitale) privata delle famiglie italiane, è composta da beni immobili (edifici e terreni), beni mobiliari (azioni e obbligazioni italiane ed estere),opere d’arte, gioielli, denaro contante, beni capitali o strumentali (per produrre beni o servizi destinati alla vendita), beni durevoli di consumo(mezzi di trasporto per uso privato, elettrodomestici, attrezzature per uso personale o familiare).

L’entità FLUSSO rappresentata dal PIL – che non può essere posta in correlazione con l’entità FONDO costituita dall’ammontare totale del debito – deve essere invece correlata ad un altro concetto FLUSSO: il servizio del debito (debt service). Questo è costituito dalla somma degli interessi pagati in un certo anno su tutti i titoli esistenti in quell’anno, più l’importo del rimborso dei titoli che scadono in quell’anno. L’ammontare del servizio del debito moltiplicato cento e diviso per il PIL, rappresenta il tasso del servizio del debito (debt service ratio),una entità dotata di un suo preciso significato e che soddisfa i criteri metodologici della razionalità economica.

Dopo questa noiosa ma doverosa digressione passiamo a due punti cruciali: le RAGIONI del debito pubblico e la vera NATURA del debito pubblico.

RAGIONI DEL DEBITO PUBBLICO

I Governi, per poter conseguire gli obiettivi che si propongono, dovrebbero contare sulle entrate fiscali. Tuttavia, se il costo delle politiche da attuare è superiore a quello consentito dalle entrate ordinarie, il Governo può decidere di aumentare la pressione fiscale con nuove imposte e/o con aliquote più pesanti delle imposte e tasse in vigore.

Un’alternativa più equa,soddisfacente e consona allo Stato sociale moderno, è il ricorso all’indebitamento.I prestiti necessari all’azione di governo potranno essere ottenuti da istituzioni creditizie esistenti all’interno del Paese, o provenire dall’estero (altri Governi o privati), oppure essere concessi da istituzioni sopranazionali o internazionali. Tuttavia, ove la capacità di risparmio dei cittadini lo consenta, la via più naturale è quella di rivolgersi a loro quali finanziatori del debito pubblico del proprio Paese. Naturalmente la mano pubblica si impegnerà a remunerarli con interessi adeguati (tali da convincerli all’acquisto dei Buoni del Tesoro Poliennali o BTP) garantendo loro nel contempo la restituzione alla data pattuita delle somme prestate.

Questa soluzione è di gran lunga più soddisfacente di quella dell’incremento della pressione fiscale,anche perché mentre l’aumento di imposte e tasse – essendo un atto d’imperio della mano pubblica – costituisce un ordine delle autorità che se trasgredito verrà punito, il ricorso al credito concesso dai residenti allo Stato si fonda invece sulla libera volontà dei cittadini che acquisteranno i BTP o altri titoli del debito pubblico nazionale.

Il ricorso al credito concesso dal singolo cittadino-risparmiatore al Tesoro del proprio Paese, al fine di finanziarne volontariamente il debito pubblico, ha come conseguenza immediata quella di trasformare il risparmio liquido delle famiglie in titoli pubblici che vengono così ad essere parte della ricchezza dei cittadini sottoscrittori. 

NATURA DEL DEBITO PUBBLICO NEL CASO ITALIANO

I BTP e gli altri titoli del debito pubblico acquistati dai cittadini italiani divengono in questo modo parte della loro RICCHEZZA dalla quale deriverà un REDDITO rappresentato dagli interessi maturati ogni anno e regolarmente incassati dai proprietari dei titoli.

Il debito pubblico del Paese assume così il significato e i connotati di una “partita di giro”. Siamo infatti in presenza di una quantità economica che da un lato rappresenta il debito di un’entità astratta dalla durata di vita illimitata – e comunque non prevedibile, come è quella di uno Stato sovrano – mentre dall’altro costituisce una parte della ricchezza della quale gode la famiglia che ne è proprietaria, e che potrà trasmetterne la proprietà agli eredi.

Se questa è – come di fatto è – la inconfutabile realtà, sostenere che sul bambino che nasce oggi grava un debito pubblico creato dai suoi maggiori (genitori, nonni, bisnonni, ecosì via) che egli un giorno sarà costretto a ripagare rimborsandolo (ma a chi?), è un’affermazione priva di senso. Chi ha investito i suoi risparmi nel debito pubblico italiano lo ha fatto soprattutto perché questo investimento genera un reddito. La certezza che il debito del Tesoro verrà onorato con il rimborso alla scadenza ne è ovviamente un presupposto essenziale. Questo presupposto ha sempre trovato riscontro nella realtà italiana da quando (1861) esiste lo Stato unitario, lo stesso non si può dire per la Germania. Per la maggior parte dei detentori di titoli pubblici italiani al rimborso ottenuto seguirà l’acquisto di nuovi titoli emessi nel frattempo dalla mano pubblica.

Due terzi del debito pubblico nazionale sono oggi nelle mani di istituzioni e famiglie italiane, che ne possedevano la quasi totalità prima della liberalizzazione del movimento dei capitali iniziata a metà degli anni Ottanta. In compenso (a riprova della nostra eccezionale sebbene declinante capacità di risparmio) è bene sottolineare che una quota del debito pubblico di altri Paesi (quali Stati Uniti, Germania, Francia, Svezia, ecc.) è stata acquistata da italiani e fa parte del patrimonio delle famiglie italiane.

Il debito pubblico italiano non può quindi in alcun modo essere visto come un disastro nazionale al quale rimediare a costo di qualsiasi sacrificio. Sicuramente si dovrà operare per eliminarne i numerosi sprechi e per ridurne l’entità, al fine di indirizzare il risparmio nazionale verso impieghi destinati a imprese (per sostenere e ampliare la loro capacità produttiva) e alle famiglie bisognose di credito per acquistare ciò che ne possa migliorare le condizioni di vita.

OSSERVAZIONI IMPORTANTI

Gli interessi derivanti dai titoli posseduti da residenti sono gravati da un’imposta chiamata “cedolare secca” che ammonta al 12,5%. Quindi, il debito pubblico italiano sottoscritto dai residenti permette all’erario un risparmio del 12,5% sulla spesa per interessi. Sia d’esempio il caso del BTP trentennale con scadenza nel 2023 e interesse al 9%. La sua gestione non costa all’erario il 9% annuo, bensì il 7,875% che corrisponde all’interesse netto percepito dal residente in Italia che lo possiede.

L’importo degli interessi pagati ai sottoscrittori italiani non accresce soltanto il loro reddito (di una porzione esente da qualsiasi ulteriore imposta), ma costituisce per il sistema economico nel suo complesso una possibilità di spesa e di risparmio aggiuntivi (rispetto ad altri investimenti di tipo mobiliare) che favorisce il buon andamento dell’economia nazionale.

Al contrario, l’acquisto dei titoli del debito pubblico italiano da parte di non residenti ha due controindicazioni rilevanti:

1) costringe l’erario a pagare per intero l’interesse stabilito, senza detrarne il 12,5%;

2) rende i corsi dei titoli più soggetti alla mera speculazione, che si esercita attraverso una continua compravendita dei titoli – con interventi massicci delle principali società finanziarie che operano a livello mondiale – allo scopo di alterarne i corsi per ragioni di interesse privato che non possono avvantaggiare il nostro sistema economico.

Per esempio, la massiccia e improvvisa vendita dei titoli pubblici italiani da parte delle istituzioni economiche e finanziarie della R. F. Tedesca – in un momento di accesa speculazione diretta contro il nostro Paese anche per motivi politici, come accadde nell’autunno del 2011 – fece scendere rapidamente i corsi dei nostri titoli. Questa repentina variazione negativa provocò nei piccoli e medi possessori di questi titoli dei timori che si tradussero in vendite che, sommate alle precedenti, causarono un ulteriore abbassamento dei corsi. Chi aveva dato l’avvio a questa manovra poté così fare lauti guadagni ricomprando poi a prezzi più convenienti i titoli che, passata la febbre ribassista, tornarono alle quotazioni precedenti.

Per le suddette ragioni mantenere in mani italiane i titoli del debito pubblico del nostro Paese significa non soltanto contribuire alla stabilità e alla prosperità dell’economia nazionale, ma anche permettere alle famiglie italiane di avere un reddito dai loro risparmi, cosa ormai impossibile con i depositi in conto corrente a causa del cartello bancario, illegale perché viola le norme sulla concorrenza, ma di fatto operante. I clienti vengono indirizzati verso impieghi più profittevoli (per le banche) e così fanno i promotori finanziari sconsigliando i titoli pubblici italiani “che non rendono nulla e sono insicuri”. La falsità di questa affermazione è sotto gli occhi di chiunque voglia guardare ai fatti concreti. Il rendimento dei titoli pubblici italiani è significativo (come si mostrerà più avanti), la sicurezza è provata dal fatto che negli ultimi 157 anni non è mai venuta meno, a differenza di quanto è avvenuto in Germania, dato che negli ultimi 147 anni è stata smentita dai fatti almeno una volta.  

UNA POSTILLA DALL’ATTUALITA’

Al fine di investire i propri risparmi in modo oculato e redditizio (favorendo nel contempo il nostro sistema economico)sarebbe bene guardare ai CIR (Conti individuali di risparmio) https://financecue.it/i-cir-conti-individuali-di-risparmio/12668/ di probabile imminente creazione ed entrata in vigore.

In attesa che i CIR siano disponibili, osserviamo come possibili destinatari di investimenti redditizi i seguenti BTP, con durate comprese tra i 20 e i 50 anni, e verifichiamo quale è nel dicembre 2018 il rendimento che effettivamente finisce nelle tasche deipossessori di questi titoli senza che vi siano ulteriori conseguenze fiscali:

BTP 1ST2040 5% (-cedolare secca=4,375%) al corso di 118 rende il 3,708%

BTP 1AG2039 5% (-cedolare secca=4,375%) al corso di 119 rende il 3,677%

BTP 1ST2044 4,75% (-cedolare secca=4,156%) al corso di 116 rende il 3,583%

BTP 1FB2037 4% (-cedolare secca=3,5%) al corso di 107 rende il 3,271%

BTP 1MZ2048 3,45% (-cedolare secca=3,01875%) al corso di 96 rende il 3,145%

BTP 1ST2046 3,25% (-cedolare secca=2,84375%) al corso di 94 rende il 3,025%

BTP 1MZ2067 2,8% (-cedolare secca=2,45%) al corso di 83 rende il 2,952%

Guardando con attenzione questi dati ci si dovrebbe chiedere perché mai siano da preferire le alternative di investimento che vengono proposte da banche e promotori finanziari di ogni tipo, dato che alla prova dei fatti queste alternative(azioni, obbligazioni societarie e titoli esteri) si sono rivelate meno redditizie e tutt’altro che esenti da rischi. In proposito varrebbe la pena dileggere con attenzione quanto qui esposto: https://scenarieconomici.it/si-cambi-subito-il-meccanismo-dasta-dei-titoli-pubblici-di-f-dragoni-e-a-m-rinaldi/

Esaminiamo ora con occhio critico alcuni contenuti del supplemento “Plus24” de Il Sole 24 Ore di sabato 8 dicembre 2018. Nell’articolo “Valutare le capacità non (solo) i costi” l’autore Christian Martino scrive: Secondo i calcoli di Aipb Prometeia dal 2010 i clienti privati hanno ottenuto performance medie annue pari all’1,9% contro l’1% delle famiglie servite dal sistema bancario nel suo insieme.

Come si vede si tratta di rendimenti (lordi) notevolmente più modesti di quelli (netti) realizzati investendo nei titoli pubblici italiani sopra citati, operazione semplicissima da eseguire, e che non richiede l’aiuto di terzi, oneroso o gratuito che sia.

In questa situazione confusa ad arte, che favorisce soprattutto gli azzeccagarbugli dalla parlantina suadente, la lingua sciolta, la scrittura convincente, sembra che faccia capolino la ragionevolezza, e che stiano per diventare (o tornare) di moda iBTP nostrani.

Questa tendenza traspare nelle parole (comunque discutibili) di Francesco Paglianisi in: ZONA BUND “La tendenza? E’ restare liquidi” dove si dice che …i player finanziari attendono una brusca frenata della crescita e non escludono più una recessione per il 2019-2020. … Il risultato è un veloce allontanamento dal mercato azionario, un riposizionamento sugli asset obbligazionari e un aumento della liquidità. Non si riesce a stimare quanto durerà questa fase, masi percepisce che ora è importante dare la precedenza a conservare il patrimonio piuttosto che cercare la performance. Il successo del Bund, che è ritornato vicino ai minimi dell’anno, è frutto di questa esigenza. Nessuno ritiene che sia un ottimo affare una remunerazione del Bund a quota 0,25% per dieci anni, soprattutto a pochi giorni dalla fine del Qe, ma i money manager devono scegliere fra il male minore. Chi cavalca la volatilità sta invece lavorando su asset come i bond italiani, dove si rileva un cambio di scenario.I bond italiani hanno metabolizzato uno scenario di predefault, che sul breve non è più attuale. Se cambia lo scenario devono cambiare anche i prezzi. Se lo spread BTp-Bund scenderà sotto i 280 punti base potremmo assistere a un recupero prolungato dei Btp e Cct.

Che cosa si può ricavare dalla lettura di queste righe? Osservare in primo luogo che l’ipotesi di un possibile “fallimento” delle finanze di un Paese come l’Italia era ed è semplicemente inconcepibile. Rilevare poi una gravissima omissione, continuando a tacere su un punto cruciale: acquistando i Bund – come hanno fatto e continuano a fare molti italiani sviati dalle argomentazioni degli “esperti” – si finanzia gratuitamente il Tesoro del governo tedesco, dato che nessuna remunerazione o compenso viene riconosciuto ai sottoscrittori. Ne risulta che a causa di infondate dicerie acquistiamo i Bund tedeschi che rendono lo 0,1% lordo mentre veniamo scoraggiati dall’investire nei BTP italiani sebbene rendano il 3% netto.

In questo modo il Tesoro italiano si indebita con un onere pari a oltre trenta volte quello tedesco; il risparmiatore italiano che compra i Bund non incassa nulla; il Tesoro tedesco si finanzia senza alcun onere usando i nostri risparmi, e rimproverandoci pure di essere degli spendaccioni.

Gianni Fodella

già docente di Politica economica internazionale nella Università degli Studi di Milano 

IL TIGRE CLEMENCEAU AGGIUNSE UN ANNO ALLA GRANDE GUERRA

Mai “giustizia poetica” fu fatta in terra come il 18 febbraio 1921 a Versailles, quando il Parlamento francese elesse a capo dello Stato Paul Deschanel, un modesto presidente della Camera, invece che Georges Clemenceau: l’ancòra dittatore della politica transalpina, il ‘president de la Victoire’, il maggiore governante della Grande Guerra, il trionfatore del trattato di pace e delle più recenti elezioni generali. Al poco più che carneade Deschanel andarono 734 voti, a un Nessuno supplementare di nome Jonnart 66 voti, allo Jupiter della politica parigina 56 voti. Quel 18 febbraio la Terza Repubblica, destinata ad essere uccisa nel maggio 1940 dalla Wehrmacht, trovò la forza morale di ripudiare il Clemenceau che era stato ‘l’altra belva francese della Grande Guerra’ oltre a Raymond Poincaré. La Francia fu capace di vendicarsi dell’immane violenza sofferta a causa di un sistema costituzionale autoritario. I francesi credevano che la loro Rivoluzione repubblicana li avesse liberati per sempre della monarchia assoluta, padrona in tutto della pace e della guerra; e invece la decisione più tragica della loro storia millenaria, quella del primo conflitto mondiale, l’avevano presa nel campo francese qualche decina di oligarchi guerrafondai, altrettanto temerari quanto i cattivi consiglieri del Re Sole: al culmine dei suoi tanti trionfi militari il più importante sovrano del pianeta fu costretto a implorare le Potenze per ottenere le paci di Utrecht (1713) e di Rastatt (1714). Il lungo regno di Luigi XIV collezionò glorie ma avvicinò la Francia alla bancarotta. Pessimi furono anche i cortigiani e i marescialli che nel 1870 forzarono un Napoleone III malato alla rovinosa guerra con la Prussia.

La guerra del 1914 fu le mille volte più cruenta delle imprese di Luigi XIV. Dalla parte francese fu voluta dalla fazione revanscista allora capeggiata dal capo dello Stato Raymond Poincaré. Verso la fine del 1917 avrebbe potuto essere chiusa da un compromesso. Fece qualche passo Carlo I, successore dell’imperatore austriaco Francesco Giuseppe, ma si oppose vittoriosamente il Tigre, Georges Clemenceau, messo a capo del governo nel novembre 1917 dal supremo bellicista Poincaré.

Clemenceau non era stato in prima fila nella congiura bellicista del 1914; non era dunque tra gli autori diretti della conflagrazione. Invece, scoppiato il conflitto, il Tigre si rivelò l’assertore più intransigente della vittoria militare a qualunque costo. Tutti gli storici concordano che nell’autunno 1917 il presidente della Repubblica Poincaré non aveva che due opzioni politiche per l’Esecutivo: o Clemenceau, l’uomo abbastanza implacabile da concepire solo il trionfo sul campo; oppure Joseph Caillaux il quale, autore di un accordo importante con Berlino nel 1911 quando capeggiava il governo, avrebbe alla testa di altri pacifisti, tra cui Aristide Briand, favorito ogni occasione di un accordo di pace. Coerente col proprio revanscismo, Poincaré proclamò l’impossibilità di dare il governo a Caillaux. Insediato al potere, Clemenceau esigette dalla magistratura che Caillaux fosse arrestato e incriminato per intese col nemico: in sostanza per alto tradimento, pena massima la morte. L’ex-presidente del Consiglio restò in carcere ben oltre un anno. Fu condannato, meno pesantemente, dall’Alta Corte di Giustizia nel 1920; fu amnistiato nel 1925. Finchè restò in carica, il Tigre infierì su altri fautori della pace: rassegnò le dimissioni il giorno che una misteriosa giustizia della storia volle il carneade Deschanel all’Eliseo.

A fine 1917 si consumarono le responsabilità di Clemenceau come allungatore per un anno della Grande Guerra; restano infatti senza numero le manifestazioni del suo efferato impegno per vincere la guerra. In passato non fu cieco assertore delle imprese militari. Non amò le conquiste coloniali che Parigi moltiplicò a fine secolo XIX. Fu un sofisticato umanista; brillante e assai nota la sua opera “Le Grand Pan”, gonfia di Ellade. Idolatrava il retaggio greco, così come detestava quello romano (tra parentesi detestava l’Italia del suo tempo).
Nato in una famiglia agiata e accesamente ‘republicaine’ della Vandea, prima di darsi alla politica era stato medico, poi giornalista, con proprie testate, quasi tutta la vita. Altrettanto fermo il suo ateismo. Nell’età giusta fece molta mondanità ed ebbe varie storie femminili. Fu soprannominato con successo “Tigre” da un suo capo di gabinetto Emile Buré (per come aveva “sbranato” e messo alla porta nel 1906, da ministro dell’Interno, un malcapitato prefetto); in precedenza era stato conosciuto come ‘Dandy’, tanto puntiglioso era il suo impegno sartoriale.

Jean-Baptiste Duroselle, dell’Institut, è l’autore della più autorevole e monumentale biografia del Tigre (1077 pagine). Mette così, apoditticamente, la questione del crudele prolungamento della carneficina nel tardo 1917: “La pace non era possibile perché la Germania non avrebbe restituito l’Alsazia-Lorena”. Posto che ciò fosse vero -ma anche il Reich era estenuato, nonostante le vittorie ad Est- il punto era che l’Alsazia-Lorena non meritava un anno supplementare di strage. Anzi non avrebbe meritato alcuna Revanche. La Francia aveva perso l’Alsazia-Lorena -un acquisto recente (1648, trattato di Utrecht), una terra dove la maggior parte dei cognomi sono ancora oggi tedeschi- in quanto nel 1870 aveva mosso una guerra temeraria e insulsa alla Prussia e ai suoi alleati.

La verità è che se il regno di Sardegna prima, quello d’Italia poi, infine l’impero di Mussolini persero guerre, la Francia del 1914 e del 1939 non aveva imparato niente da Waterloo, anzi dalle sconfitte di Spagna, dalla battaglia di Lipsia, dalla disfatta della Grande Armée in Russia. L’intelligenza e la logica cartesiana, vanti della civiltà francese, non seppero salvare il paese dal grottesco infortunio del 1870: il puntiglio sul futuro della corona di Spagna. Quando, nel 1868, la politica spagnola aveva deciso la deposizione della regina Isabella II, il candidato a succederle con le maggiori chances era risultato il tedesco Leopoldo di Hohenzollern, di un ramo laterale della dinastia di Prussia. Parigi aveva apposto un veto immediato, per non confinare a Sud come a Nord con monarchie germaniche. Il padre del principe aveva prontamente ritirato la candidatura del figlio, ma l’ambasciatore di Parigi aveva tentato di ottenere di più: una garanzia personale del re di Prussia rafforzante la rinuncia dell’aspirante Hohenzollern. Un’infernale astuzia del cancelliere Bismarck conseguì l’effetto di attirare Parigi nell’imboscata di dichiarare guerra alla Prussia, colpevole di avere attentato al prestigio dell’ambasciatore di Parigi, conte Benedetti.

Nel giudizio dell’imperatore Napoleone III, venuto al fronte quale comandante supremo, l’esercito francese non era pronto e non era all’altezza dell’avversario. Due battaglie campali bastarono per annientare, in due settimane, l’armata dell’imperatore. Fatto prigioniero a Sedan, quest’ultimo fu immediatamente deposto a Parigi, mentre la Troisième Republique fu proclamata nel 1875. Un grave soprassalto di questi eventi fu la Commune rivoluzionaria parigina, le cui vittime si contarono a molte migliaia, passate per le armi o massacrate dai cannoni francesi.

Nel novembre 1918 il bellicismo francese capeggiato dal Tigre e da Poincaré conseguì l’agognata vittoria militare: la Germania e l’Austria-Ungheria soccombettero all’estenuazione di tutte le risorse materiali e umane. Tuttavia il conflitto mondiale riprese un ventennio dopo. Nel maggio 1940 la Francia fu costretta alla resa, per rialzarsi alla vittoria degli anglo-americani quale modesta potenza ausiliaria. Dagli onnipotenti vincitori i francesi furono ammessi a presidiare una delle zone d’occupazione dell’ex-Terzo Reich. Dopo d’allora tentarono solo di scongiurare la perdita delle colonie. Nei giorni stessi della liberazione della metropoli, i caccia-bombardieri di Parigi attaccarono in Tunisia la folla che manifestava per l’indipendenza. Gli anni che seguirono furono segnati dal fallimento di tutte le inprese di repressione coloniale: Madagascar, Marocco, Algeria, Indocina e luoghi minori. L’impresa d’Indocina risultando impossibile -Dien Bien Phu!- essa fu appaltata agli Stati Uniti, e tutti conoscono l’epilogo, quando si dovettero autoaffondare gli elicotteri che dovevano mettere in salvo gli ultimi occupatori Usa e i loro principali collaborazionisti vietnamiti.

Una volta distrutto a Waterloo il mito di Napoleone, la Francia guerriera ha compiuto soprattutto imprese coloniali, o suicide (due guerre mondiali) o velleitarie, degne di Mussolini. La Grande Guerra costò ai francesi un milione e mezzo di morti, terribili costi economici, nonché un secondo conflitto mondiale che le inflisse l’occupazione germanica, le devastazioni dal cielo e dal mare, il Maquis e le rappresaglie: nell’assieme, la più grave sconfitta della storia.

Ebbene Georges Clemenceau è entrato nella storia per lo sforzo forsennato di dimostrare che la Francia ‘doveva vincere’ perché il diritto era dalla sua parte, e perché la stirpe francese -lui la chiamava orgogliosamente “race”- era eroica e guerriera. Chissà se queste ragioni consolavano vedove, orfani e ogni altro francese schiacciato dalla ragion di Stato.

Scrive J.B,Duroselle, il maggiore biografo del Nostro: “Parce qu’en 1917-18 Clemenceau serà ‘ l’homme qui fait la guerre”, on pourrait penser qu’il aurait mené, de 1906 à 1909, une politique violemment anti-allemande et preparé une Revanche afin d’opérer la reconquete de l’Alsace-Lorraine par la force. Ce serait une immense erreur. La politique étrangere du premier gouvernement Clemenceu fut modérée. Il etait anti-allemand, mais désirait la paix”.

Arrivò il 1914 e divampò nel Tigre l’entusiasmo “face à l’heroisme des soldats dans la bataille.” Si scatenò la sua tempra di uomo d’azione. Divenne naturalmente ” “l’homme de la victoire que les autres pays, l’Allemagne en tete, ont envieé a la France”. Si può dire che nei primi tre anni della guerra scrisse un editoriale al giorno per esigere “un gouvernement d’acier, indéfectible, armature inflexible d’une des plus noble races de l’histoire”. Quando l’Italia entra in guerra a fianco della parte che promette di più, l’editoriale del grande bellicista approva: “L’Italie, hesitante, a reconnu que son histoire ne lui permettait pas d’etre absente d’un combat qui etait de l’umanitè tout entiére”. Attribuzione, al mondo intero, che non poteva essere più menzognera. L’intervento italiano fu altrettanto criminale quanto quello francese l’anno prima.

Il 15 agosto 1915 l’editorialista al potere esigeva ancora una volta, egli settantaquattrenne, che les enfants de la France si sacrifichino per la gloria: “La France crie qu’elle a besoin pour vivre que ses enfants donnent leur vie”. In compenso il Tigre amava liricizzare il resoconto delle sue assidue visite al fronte, quando semplici poilus gli offrivano fiori (per gratitudine d’essere stati prescelti a forse morire): “La rude main présent un petit bouquet de fleur crayeuses, augustes de misère et flamboyantes de volonté”.

Duroselle sottolinea continuamente “le formidable combat que Clemenceau menait contre le pacifisme, qu’il assimilait à la trahison”. Intanto, appena insediato, si mise alla caccia degli imboscati (“ogni giorno arrivavano al ministero della Guerra, che aveva riservato per sé, le lettere di raccomandazione dei parlamentari. Il suo sforzo fu aspro, gli imboscati erano tutti ‘figli di arcivescovi’ e del voto dei parlamentari aveva bisogno). Sempre nell’ambito della lotta al pacifismo, il Tigre proibì ai socialisti francesi di partecipare a un congresso in Svizzera che poteva illudersi di promuovere la pace. Si destituirono senza complimenti i generali che non nascosero il proprio pessimismo nei momenti durissimi come la grande offensiva germanica della primavera 1918, offensiva resa possibile dalla resa della Russia. Il Tigre deplorò la riluttanza del gen. Petain a muovere attacchi sanguinosi ed inutili. Arrivò a pensare di sostituirlo.

Categoricamente ostile a qualsiasi accorciamento del conflitto, il capo del governo rifiutò di autorizzare i contatti che potevano portare il proprio fratello Paul, importante ingegnere, fino al nuovo imperatore austro-ungarico, Carlo d’Asburgo. Delle due figlie di un introdotto giornalista liberale Moritz Szeps. una Sophie, era cognata di Clemenceau. L’altra, Berta Zuckerkandl, aveva su consiglio dell’amico scrittore Hugo von Hofmannsthal, avviato nella primavera 1917 degli approcci, collegati ai tentativi di pace dei due principi Sisto e Saverio di Borbone Parma, cognati dell’imperatore Carlo. Berta incontrò a Vienna il ministro degli esteri imperiale Czernin. Il governo tedesco fu informato di questi passi, così come lo fu Paul Painlevé, predecessore del Tigre a capo del governo. Al Tigre si attribuì l’intenzione di far arrestare la moglie di suo fratello. L’affetto fraterno finì per sempre.

Manco a dirlo, Clemenceau avversò duramente i tentativi pubblici di pace dei Grandi della terra: del presidente Wilson nel dicembre 1916 e nel gennaio successivo; di papa Benedetto XV nell’agosto 1917; di varie personalità anche francesi. Ancora più contrario ai tentativi segreti, che coinvolsero Aristide Briand, undici volte presidente del Consiglio, 15 volte ministro degli Esteri. Fautore come Caillaux di una storica riconciliazione con la Germania, Briand firmerà con Berlino il trattato di Locarno (1925). Premio Nobel della Pace l’anno dopo.

Il 2 aprile 1918 il ministro degli Esteri rivelò in pubblico che sia Vienna, sia Berlino inclinavano a un accordo di pace. Clemenceau, come Poincaré, pose un veto assoluto. Il Tigre accusò l’imperatore austriaco di mentire. Tutta la vita l’imperatrice Zita, consorte di Carlo I, odiò il Tigre, anche per il suo ruolo nella fine dell’Austria.
De Gaulle e Adenauer dimostreranno che nel futuro di Francia e Germania non c’è che l’imperativo della pace definitiva, alla testa del Continente. Almeno i francesi negarono al president de la victoire la gloria e la pensione dorata dell’Eliseo.

Antonio Massimo Calderazzi

Riflessioni di Nicola Matteucci sul movimento neo-conservatore negli USA. L’adesione di J.F.Kennedy

Una sessantina d'anni fa, in pieno levarsi negli States dell'aurora kennediana, il compianto professore Nicola Matteucci, luminare degli studi storici a Bologna e cofondatore de Il Mulino, scriveva un'imponente introduzione -150 pagine- all'edizione italiana (Il Mulino) di "The American Revolution: a Constitutional Interpretation", molto autorevole e poco letto saggio di Charles H. McIlwain, uscito nel 1923. 

Lo studioso americano si diceva "scettico sulla possibilità che la dottrina della sovranità parlamentare sopravvivesse al trionfo della democrazia". McIlwain negava che la suddetta settecentesca dottrina fosse adeguata alle ex-colonie britanniche, ormai sul punto di diventare grande nazione: infatti c'era stata la Rivoluzione americana. La quale risultò dal fallimento del sistema costituzionale dell'Impero nel far fronte a situazioni nuove. "Nel XVIII secolo dalle due sponde dell'Atlantico si guardava invano al Parlamento londinese. I leaders inglesi, compreso William Pitt, furono incapaci, per scarsa capacità intellettuale, secondo lo studioso americano, di intuire la vera concezione dell'impero britannico". L'Introduzione di Nicola Matteucci rileva che "un'attenta meditazione sui problemi della moderna democrazia porterà McIlwain a respingere sia il mistico concetto della sovranità dello Stato, proprio della scuola tedesca, sia quello francese della sovranità del popolo, sovranità possibile solo in una democrazia diretta".

"Negli anni 50 del Novecento la guerra fredda e l'intervento in Corea, il contrasto tra democrazia e comunismo, le dure responsabilità degli USA nella difesa dei valori occidentali hanno imposto agli storici americani una domanda fondamentale sulla natura della civiltà e della tradizione politica del proprio paese. E ciò che maggiormente stupisce un intellettuale europeo, così propenso a farsi mediatore di conflitti più grandi di lui, è il fatto che il dissenso non metta mai in dubbio la lealtà verso il proprio paese, la profonda accettazione della sua storia".

La cultura USA che Matteucci descrive "più europea rispetto alle passate generazioni, ma più ricca dell'attuale cultura europea, capace cioè di fornire un modo nuovo con cui guardare l'America, essa porta altresì gli studiosi americani ad essere aperti critici dell'intellighenzia europea, con la sua vocazione per non superate frustrazioni al mandarinismo e al bovarismo.

Matteucci cita D.J. Boorstin, duro critico degli intellettuali italiani e francesi per la loro sufficienza e atteggiamento di superiorità. In "The Genius of American Politics "(1953) Boorstin scrive: "Per la declinante cultura europea -una cultura che muore di povertà, di monopolio, di aristocrazia e di ideologia- è naturalmente di una certa consolazione pensare che i suoi mali siano semplicemente gli eccessi delle sue virtù. "Il concetto europeo di cultura è essenzialmente aristocratico; e i suoi maggiori successi, specialmente in paesi come Italia e Francia, sono raggiunti nelle arti aristocratiche.

La letteratura dell'Europa è intesa per i pochi, i suoi giornali sono sovvenzionati dai partiti; i suoi libri, quando hanno successo, hanno una circolazione che è un quinto di quella in America, fatta la proporzione delle popolazioni. La cultura europea, o almeno la maggior parte di essa, è l'eredità di un passato pre-liberale".

Invece P. Viereck, in 'Professori dalla mentalità sanguinaria: la funzione antisociale di certi intellettuali', critica la funzione deleteria esercitata dalla cultura francese con la creazione di un nuovo tipo di intellettuale: lo snob 'aristocratico' sia in arte sia in politica: è un 'progressista' compagno di strada.
"Per meglio comprendere la novità del clima americano degli anni '50 rispetto all'America populista e progressista è opportuno, secondo Matteucci, riferirsi al movimento del 'New Conservatism'.

Esso teme di vedere travolti dall'edonismo della società opulenta i valori etici e religiosi della comunità nazionale; e sente che gli intellettuali finiscono per disertare se si integrano nella società capitalistica. L'intellettuale neo-conservatore non si sente integrato, non è riappacificato col mondo esistente".

"Il liberalismo di oggi scopre la profonda omogeneità tra conservazione e radicalismo, fra reazione e progressismo, quali aspetti necessari della stessa mentalità liberale. Questa consapevolezza porta a sottolineare l'assenza in America di una genuina tradizione rivoluzionaria. Neoconservatori e neoliberali sembrano quasi destinati a incontrarsi: nel 1962 Peter Viereck, che per primo aveva lanciato il neo-conservatorismo, riconosceva l'indissolubilità dei due termini, la loro stretta complementarietà. L'accento del neoconservatorismo cade sul promovimento di una maggiore libertà per gli individui: esso diffida del mondo industriale, ma sente che il pur necessario intervento del governo nell'economia può rappresentare un pericolo. Non c'è dissonanza con il liberalismo europeo, un liberalismo che si è affrancato da quella stupida e stantia religione del laicismo. "Nulla è più illuminante dell'itinerario di Peter Viereck, una delle personalità più affascinanti del neoconservatorismo.

Lo troviamo tra i più fermi oppositori della demagogia del senatore McCarthy, ma senza alcun complesso d'inferiorità nei confronti di comunisti e di compagni di strada; era stato acceso sostenitore di Adlai Stevenson, sconfitto candidato alla Casa Bianca. Aveva sostenuto che i democratici erano diventati l'autentico partito conservatore di questo paese, teso a preservare tutto ciò che è valido.

Sarà J.F. Kennedy a incarnare questo ideale. Non per nulla Kennedy, che si definiva un idealista senza illusioni, si richiamerà all'eredità di John Adams, quell'Adams rivalutato e esaltato dai neo-conservatori.
Lo stesso concetto di Nuova Frontiera non rappresenta un ripudio del passato: nella tradizione americana ci sono le soluzioni dei problemi nuovi".

Matteucci disapprova che si insista nell'usare la categoria "per noi squalificante", di conservatorismo invece di liberalismo. Il fatto è che in America liberal vuol dire radicale; inoltre liberal era stato deformato dalle formule del populismo e del progressismo. Ma, spiega, la guerra contro Hitler era stata voluta dagli intellettuali dell'Est, dagli uomini del New Deal, dagli industriali di Wall Street, da una nuova classe politica sulla quale non pesavano i sacri miti isolazionistici dell'Ovest, bensì l'ideale di una solidarietà anglosassone ed europea.

"Nel dopoguerra, dalle vecchie roccaforti populiste e progressiste era venuta la reazione al liberalismo, a Harvard, ieri portavoce di Wall Street, oggi del comunismo. Il radicalismo conservatore ha dietro di sé i larghi strati e non certo le classi alte. La massa, il popolo, poteva essere radicalmente conservatore, sordo ai valori aristocratici della tradizione."
"Nel ventennio 1940-60 il liberalismo perse senso di fronte al comunismo. Un'illusione spinse i migliori intellettuali a firmare un manifesto filocomunista: "Communism is 20th century Americanism". Si credettero i comunisti dei liberali mal guidati e troppo frettolosi, avviati sulla stessa strada di noi tutti: 'l'antifascismo progressista'.

In questi anni la pubblicistica italiana e francese non ci ha fatto conoscere il vero volto dell'America. Il concetto di conservazione costringe il liberale progressista a liberarsi di un'antica sedimentazione culturale". Quali che siano gli indirizzi storiografici e politici, conclude Matteucci, resta il problema di spiegare come fecero tredici rissose colonie a diventare una sola grande nazione. Senza volere in alcun modo sminuire il valore propagandistico degli slogan popolari, si può ben ammettere che i coloni d'America avrebbero perso la loro causa se la decisione fosse dipesa da un'imparziale considerazione dei principi giuridici in essa implicati".
"Insomma, nella storia della Rivoluzione non c'è spazio per le grandi controversie forensi su astratti diritti. La riscoperta del pensiero della Rivoluzione muoveva da un concreto problema politico che si era affacciato dopo la pace di Versaglia, quello di riorganizzare il mondo attraverso la Società delle Nazioni. L'ingenuo concepire la politica in meri termini morali non aveva retto alla prova di Versaglia. Il ritornare di moda delle interpretazioni progressiste degli anni '30 si dava però in un'atmosfera politico-culturale profondamente mutata: da un lato i comunisti si impadronivano degli schemi interpretativi dei progressisti americani, nell'atmosfera di un comune fronte popolare; dall'altro il New Deal porterà al superamento degli ideali individualistici degli anni a cavallo del secolo, a non odiare più il capitalismo.
La democrazia americana si riconciliava con le grandi corporations, visto che garantiscono al mercato una maggiore efficienza".

A.M. Calderazzi

I SINGHIOZZI DI EZIO MAURO NELLA CAMERA ARDENTE DEL REGIME

Giorni dopo il luttuoso 4 marzo 2018, l’ex direttore di ‘Repubblica’ si era qualificato come la prèfica che singhiozzava più alto sulla salma del Regime nato dalla Resistenza (vedi Internauta online di Aprile). Oggi la camera ardente risuona di un lamento persino più straziante: Ezio Mauro si dichiara “sgomento” di fronte a quello che chiama “l’ultimo spettro italiano, lo spettro dell’uomo bianco”.
Si intitola ‘L’uomo bianco’ l’instant book con cui il Nostro si offre come un nuovo John Brown, martire della causa dei gommoni neri. E’ tale l’empito che si direbbe in Mauro l’ambizione ad emulare quel gesuita Riccardo Lombardi che, nel dopoguerra furoreggiò al punto d’essere proclamato Microfono di Dio: tanto entusiasmavano le sue allocuzioni.
Non sappiamo se d’improvviso Ezio Mauro abbia distillato da semi-anziano una carica umana e una dolcezza cor cordium che non gli conoscevamo.
Ad ogni modo emulare il Microfono di Dio, per di più essendo ateo, non sarà facile: il maggiore predicatore cattolico del secolo aveva una tempra tale che una volta un Pio XII imbestialito dalla sua sicurezza di sé si alzò dal Soglio e lo sfidò a sedersi lui.

Per riempire le piazze e l’etere come faceva il gesuita napoletano, oriundo piemontese; per vincere le elezioni generali come nel 1948 riuscì al partito del gesuita; il Mario Appelius di ‘Repubblica’ dovrà mettercela tutta.
Aiuterà se deciderà di convertirsi al cattolicesimo. Insomma se la fine, il 4 marzo, del Pleistocene radical-chic fa Ezio Mauro tanto costernato è perché deviare le ere geologiche sarà improbo. Mauro ha assodato che “una mutazione culturale” sta travolgendo lo Stivale: “Rinchiudendoci nella corteccia delle paure, ci trasformiamo fino a volerci distinguere in base alla pelle e al sangue”. Spiega che questo è “l’ultimo spettro italiano, quello dell’uomo bianco”.
In pratica, secondo lui, fiammeggiano già le croci del Ku Klux Klan, imbevute di resina del Tennessee perché brucino più razziste. Su un punto l’Appelius del Settantennio potrebbe anche essere nel vero: la Controcrociata che ha fatto sbarcare le moltitudini di cui sentivamo acre mancanza, non poteva che provocare il rigetto razzista che ora c’è.
Prima ce n’era meno perché le moltitudini non sbarcavano. Però il colore contava, eccome, anche per gli italiani brava gente. Negarlo è menzogna.

Per le scuole mezze nere delle periferie esultano solo i progressisti dei quartieri alti, proibiti ai sottoproletari persino se bianchi. Quando mai il grosso degli italiani si impietosiva del destino dei sottoproletari di colore? Soprattutto: quando mai se ne impietosiva, sul serio e fattivamente, l’oligarchia politico-intellettuale che ha imperversato settantatre anni? Quando mai da sinistra si è proposto di condividere coi miseri nell’unico modo realistico, abbassando un po’ il nostro tenore di vita?
Forse che i gerarchi rossastri e gli antifascisti dell’Anpi concepirono mai di distribuire a sud del Sahara parte dei superstipendi, supervitalizi, superconsulenze, tangenti e furti? Forse che quei capi dello Stato che avevano fatto gli operai, i partigiani e gli agenti di Stalin avevano mai pensato di dirottare in pro degli affamati gli osceni bilanci del Quirinale o altre voci di fasto monarchico delle istituzioni nate dalla Resistenza?

Come mai la società italiana e quella francese, che più di ogni altra partorirono Maquis e sinistrismo, mostrano al loro interno le peggiori sperequazioni tra ricchi e poveri? Ad onor del vero, riconosciamo che quanti, deposti i mitra dell’eroismo antifascista, si impadronirono di tutto da noi, si disinteressarono equamente di tutti i morti di fame, quelli subsahariani o bengalesi come quelli calabro-campani.
I primi non potevano, i secondi hanno presentato il conto alla sinistra truffaldina, annichilendola. Ezio Mauro: è falso che il destino degli ultimi ‘interpellasse’ (come Lei usa esigere) gerarchi e manipoli del Settantennio. Ma ammettiamo che, come asserisce il Nuovo Appelius, sia “in atto la Grande Trasformazione”. Che il gesto dell’assassino di Macerata “si è avvalso di un clima di legittimazione strisciante”. Che “sta nascendo un senso comune parallelo, sempre più estraneo ai valori dell’Occidente”. Che “si resta muti e sgomenti davanti alla fragilità del costume collettivo”. Che “una politica azzerata non sa trovare soluzioni, nutrendo e nutrendosi di paura e di rabbia”.
Infine, che “siamo sconfitti una volta per tutte quando il destino degli altri non ci interpella più”. Bene: se la prenda, com’è giusto, con settantatre anni di pensiero unico nato dalla Resistenza.
Riconosciamo però: personalizziamo troppo a danno dell’Appelius-col-morale-a-pezzi.
Il fazioso non è affatto solo lui. La faziosità è un costume di massa; anche se la fanno più professionale quelli della scuderia Scalfari/Mauro. Si prenda a caso il n.44, anno LXIV, 28 ottobre 2018, de ‘L’Espresso’, fratello siamese di Repubblica.

Giudicate voi se ‘Il Popolo d’Italia’ (direttore Arnaldo Mussolini) era tanto più monocorde. Questo numero di Espresso destina alla crociata pro barconi la schiacciante maggioranza delle pagine. Comincia con una copertina-peana a Mattarella perché pugnali il governo giallo-verde.
Poi -elenchiamo alla buona solo titoli) Roberto Saviano sulla primogenitura populista di Napoli. Poi una Denise Pardo belloccia contro tutto del M5S. Seguono: Michele Serra vs Salvini. Marco Damilano in lode dell’inquilino del Quirinale, fotografato tutt’uno con un corazziere, icona della volontà di tagliare gli sprechi per nutrire il Burkina Faso. Due pagg. anticinquestelle di Makkox. Un ditirambo supplementare a Mattarella “che scala i social”. Una requisitoria sulla postdemocrazia grillina vergata da due donne.
Italia ultimo giro: la Commissione boccia Salvini e Di Maio. Juncker ha scatenato il populismo. Così diventiamo fascisti. Il fascistometro. Mussolini fa rima con Salvini. Miraggio quota 100. Spensionati. Una bomba sociale. Matteo Renzi (i post fascisti padani etc). Il degrado di oggi. Com’era allegro Marx (è tornato il razzismo). Dalla parte di Riace. Il popolo bambino: regressione di massa. In coda, scampoli di cultura di tendenza.

Coll’occasione ricordiamo che il vero Mario Appelius, radiocommentatore ufficiale della guerra del Duce, terminava le sue trasmissioni con la stessa frase ‘Dio stramaledica gli inglesi’. In conclusione: forse il Pleistocene radical-chic sta per finire. Ma nessuno piange lacrime più amare di Ezio Mauro e delle sue sotto-prèfiche di redazione.

Antonio Massimo Calderazzi

Fede dolorosa di un Papa

“Grido a Dio: non permettere mai più una cosa simile!”. Papa Ratzinger è stato importante teologo, oltre che forse il testimone più intenso della tragedia vissuta da quei pontefici di tutti i tempi che hanno tentato di redimere le sconfitte della fede. E’ sconvolgente che il 28 maggio 2006 egli abbia urlato contro Dio. Egli grande teologo sa che il Dio Perfezione e il Dio Onnipotenza non può permettere Auschwitz nemmeno un volta. Se una volta ha permesso, il papa non può assolvere Dio.

E’ vero che Ratzinger si rifà alle tante invettive contro Dio nel Vecchio Testamento, per far risultare che non esiste fede senza accuse al Nume: “Dove era Dio in quei giorni?” ha scandito il papa nel Lager. “Perché ha taciuto? Come potè tollerare questo trionfo del male? Ci vengono in mente le parole del Salmo 44, il lamento dell’Israele sofferente: Svegliati, perché dormi, Signore?”.
Ad Auschwitz Ratzinger si avvalse del diritto di rivendicare che né egli, né alcun capo di alcuna fede possiede gli argomenti a difesa del Dio ‘onnipotente e perfettamente giusto’. Lo smarrimento del Sommo Pontefice è quello dell’ultimo dei fedeli.

Ad Auschwitz il papa germanico non poté non proclamare ‘sono qui come figlio del popolo tedesco’, così come non poté non difendere quel popolo annientato dalla ferocia: “Su quel popolo un gruppo di criminali raggiunse il potere mediante promesse bugiarde, a nome di prospettive di grandezza, di recupero dell’onore, di benessere: e anche mediante il terrore e l’intimidazione; cosicché il nostro popolo poté essere usato come strumento della loro smania di distruzione”.

Inevitabilmente, le volte che andò a quel Lager -nel 1979 e nel 1980, prima che nel 2006- dovette riconoscere : ‘Non possiamo scrutare il segreto di Dio: vediamo solo frammenti e ci sbagliamo a farci giudici di Dio e della storia…dobbiamo rimanere con l’umile ma insistente grido verso Dio “Svegliati! Non dimenticare la tua creatura, l’uomo”. In questa occasione papa Benedetto XVI affermò che “il Dio nel quale crediamo è un Dio della ragione”. Ma fece anche proprie le parole terribili del Salmo 40:”Siamo messi a morte, come pecore da macello”.

Ratzinger disse ancora altre parole di verità: “Con la distruzione di Israele, con la Shoa, volevano strappare anche la radice su cui si basa la fede cristiana… Volevano far scomparire un intero popolo (i nomadi) classificato come ‘lebensunwertes Leben’, una vita indegna d’essere vissuta”; e che i soldati russi “sacrificarono sì un immenso numero di vite per liberare i popoli da una dittatura, ma anche sottomettendo gli stessi popoli ad una nuova dittatura, quella di Stalin e dell’ideologia comunista”.

Quando Benedetto XVI fece la gran rinuncia, di scendere dal Soglio, si addussero varie spiegazioni , ciascuna delle quali in sé convincente: la stanchezza umana, l’indebolirsi delle forze, le sordità, le fazioni e le ferocie all’interno della Curia. Forse occorreva chiederci anche se egli non concluse di non potere più restare il capo dei cattolici, laddove nemmeno lui sperava di “scrutare il mistero di Dio”.
Nelle sue parole -ripetiamo, ad Auschwitz- “Dove era Dio in quei giorni?” Nelle parole del Salmo, lamento dell’Israele sofferente: “Signore, perché nascondi il tuo volto?”.

La fede è immortale?

Eccessivo e ipercostoso il Quirinale per il Badante della Repubblica

Non usa scrivere male dei tre patrigni della patria attuale, De Gasperi Nenni, Togliatti. Del primo soprattutto, il quale, relativamente longilineo, austero e intabarrato di indumenti gualciti (cioè da persona seria, non da italiano) faceva figura di patriota irredento, quasi un Cesare Battisti per sempre, scortato alla forca da sbirri absburgici. La figura di Alcide si presta poco alla satira, meno che mai al cachinno. Tra l’altro a sparlare del primo dei premier repubblicani si sono rischiate per settant’anni le intemerate di Maria Romana De Gasperi, figlia e talare custode della gloria paterna. Alcide non aveva una cattiva fama; e quando la figlia novantaquattrenne ebbe a ricordare in un’intervista che la salma del genitore, morto nel 1954, viaggiò dal Trentino a Roma “tra ali di folla inginocchiata”, toccò una corda commovente.

Tuttavia il Nostro, come il maggiore dei tre caporioni che fondarono la repubblica del 1946, fu anche il più colpevole della conformazione del potere seguito al fascismo. A Regime cancellato, la nazione avrebbe dovuto organizzarsi in una repubblica doverosamente virtuosa e sobria, fermissimamente decisa a cancellare dal proprio volto le macchie del passato disonorevole, papale del Rinascimento, sabaudo e fascista. Invece i Triumviri del postfascismo presero la più diseducativa e stupida delle decisioni fondative: non uno Stato incarnante i valori e i modi di una sobrietà repubblicana, dati i tempi, obbligata e benefica; bensì una versione spoil system del fasto protervo delle monarchie mediterranee.

Uguale stronzata avevano fatto nel 1931 i padri della seconda repubblica di Spagna, festeggiatissima al momento della nascita, ma che più fallita non poteva risultare: durò un quinquennio in mezza Spagna, immediatamente seguita da una dittatura pretoriana imbellettata di cerone monarchico-clericale. I fondatori della repubblica spagnola anticiparono la stronzata dei Triumviri del nostro Stivale nel 1946. Stronzata in senso letterale. Il dizionario Devoto Oli dice: “Stronzo, escremento solido a forma di cilindro. Fig.: frequente come ingiuria rivolta a persona inetta o stupida, oppure infida, malvagia o spregevole”. Dunque i gloriosi artefici della repubblica spagnola installarono il loro capo di Stato nello sfarzoso palazzo dello scacciato Borbone, erede di una successione di malefatte dinastico-cortigiane.

Forse i maestri madrileni dei nostri carpet-baggers del 1946 riuscirono a ridurre a termini più modesti il cattivo esempio dato ai trionfatori antifascisti nazionali: non destinarono ai presidenti repubblicani spagnoli anche una superba tenuta estiva tipo San Rossore, per il legittimo sollievo dalla canicola dei cortigiani, portaborse, lacchè e parenti del nuovo corso giacobino.

Nei giardini dell’ex-reggia madrilena, Manuel Azagna, il più fallito degli statisti repubblicani, finì coll’incenerire la propria scadente reputazione dedicandosi personalmente a potare le rose e a disegnare le uniformi della Guardia presidenziale, mentre gli spagnoli si sgozzavano nella guerra civile, fatta inevitabile anche dal settarismo ateo-azionista del signor presidente.

Gli inquilini romani del Quirinale sono stati tanto meno scalognati del disastroso Manuel. Nemmeno uno ha subito dispiaceri come l’impeachment. Taluni di loro sono incorsi in malevolenze più o meno fondate: l’ultimo caso è stato la conversione all’atlantismo dell’ex gerarca-stalinista Giorgio Napolitano, conversione corredata dalla testuale dichiarazione che l’impresa bushiana nell’Afghanistan era una “guerra giusta”. Ma mentre Manuel Azagna pagò caro per i suoi peccati (nel 1939 dovette rifugiarsi in Francia a piedi, confuso tra le torme smisurate degli sconfitti da Franco; alcuni mesi dopo morì ‘di crepacuore’ nel lacrimevole esilio) i suoi colleghi e discepoli italiani sono scampati in grande alla vergogna dell’impeachment. Deposti avrebbero dovuto essere tutti gli usufruttuari delle fughe di sale, degli arazzi, dei corazzieri, dei lacchè del Quirinale. Il palazzo del disonore papale, sabaudo e giacobino ci costa almeno 200 milioni di euro ogni bilancio; e guai se la repubblica di Benigni non fosse ‘fondata sul lavoro’ e sinistroide; in un settantennio, sono stati circa 18 i miliardi di euro, più gli interessi, di sole erogazioni dirette. In più gli oneri della sicurezza e i carichi dei ministeri militari.

Che le recenti proposte di fare del Quirinale il Louvre più importante al mondo, e il più produttivo di introiti, siano tutte cadute, è una infamia di Regime. Oggi che vige l’antiregime dei populisti, sul Quirinale tutto tace. Di questo passo detto antiregime non meriterà meno disprezzo che il triumvirato postfascista De Gasperi Nenni Togliatti. Esso decise che per il Badante della Repubblica -quest’ultima è abbastanza malandata da richiedere badante- occorra una delle regge più disonorate del pianeta.

Un giorno ci vergogneremo di aver fatto tanto onore agli ipernotabili di un regime nient’affatto migliore della Seconda spagnola e della Quatrième francese, quest’ultima imbalsamata da Charles de Gaulle.

A.M.Calderazzi

SUPERIORITA’ DEI CINESI E INSENSATEZZA DEI GOVERNI (SENZA ALCUN RIFERIMENTO ALL’ATTUALITA’)

Per parlare della superiorità tecnologica e produttiva dei cinesi occorre ricordare che i governi d’Europa, insieme con quelli delle colonie di popolamento bianco, hanno dominato il mondo per meno di due secoli, e cioè da quando è venuta meno, nell’Ottocento, la superiorità economica e tecnologica dei cinesi che nel 1830 producevano tre volte i manufatti prodotti dagli inglesi, mentre gli indiani nell’India soggetta al Raj britannico (British Rule), ne producevano il doppio degli inglesi.

La “superiorità” delle Grandi Potenze (e la Cina non era tra queste) risiedeva soltanto negli strumenti di morte più efficienti, decisivi per sottomettere un Paese che sopravanzava ogni altro avendo anticipato di secoli alcune delle invenzioni tecnologiche più importanti per la vita dell’uomo.

Come per qualsiasi altro Paese la Cina, se esiste come entità politica che si concretizza nel suo Governo, non esiste veramente nella realtà ma è il frutto dei pensieri umani che l’hanno così battezzata. I cinesi però esistono, e nel loro insieme formano la popolazione cinese. Questo formidabile gruppo di individui (il più formidabile di tutti quelli che vivono sul pianeta Terra) ha delle caratteristiche sue proprie che è difficile riscontrare presso altri gruppi sociali che dalla civiltà sinica non siano stati influenzati. Che differenza c’è tra i cinesi del Sichuan o dello Yunnan e quelli di Taiwan, Hong Kong, Macao, Singapore, Malaysia, Indonesia? I cinesi che risiedono all’estero – overseas Chinese (huáqiáo 華僑) – restando uniti nella loro comunità non cessano di essere e sentirsi cinesi anche se vivono in Italia.

I cinesi sono sorprendenti per come ricreano in ogni luogo il gruppo sociale al quale appartengono. Si potrebbe dire a ragion veduta che Cina è là dove vi sia un gruppo di cinesi che, per quanto piccolo, è destinato ad allargarsi per fecondità endemica o per l’apporto di nuovi venuti, parenti, amici e compaesani. I cinesi sono contadini, artigiani o mercanti? Soprattutto contadini, ma anche artigiani e mercanti (si veda Mariella Giura Longo, CONTADINI, MERCATI E RIFORME La piccola produzione di merci in Cina (1842-1996), Franco Angeli, Milano 1998). Non sono soldati, non amano le armi e le usano soltanto in casi estremi, soprattutto per difendere i loro cari e ciò che hanno. Nella loro tradizione il miglior generale è colui che non ha mai sostenuto una battaglia, e che è in grado di vincere una guerra senza colpo ferire e senza distruggere gli averi del nemico. Presso quale altro gruppo sociale nel mondo esiste un simile ideale, sovente divenuto realtà?

I cinesi, con i greci, hanno dato vita alle migliori forme di governo del Pianeta. Il Figlio del Cielo è in fondo un sacerdote che ha dei precisi doveri, e anche dei diritti che tuttavia esercita con il consenso dei suoi Ministri. Il dispotismo – che è ben illustrato nel film di Bernardo Bertolucci 1941 L’ultimo imperatore (1987) – è un derivato delle forme di governo d’Europa, molto più dispotiche e arroganti di quelle che hanno quasi sempre caratterizzato la Cina. Il governo delle provincie cinesi è affidato a funzionari scelti in base a esami pubblici, istituzione di invenzione cinese che permette ai meritevoli e capaci, per quanto di umili origini, di salire nella scala gerarchica fino al livello massimo di ascoltato consigliere dell’Imperatore nutrendone il potere e l’azione diretta di governo.

Il loro modo di allargare il territorio nel quale vivono non è attraverso la guerra, ma la pace, che favorisce i rapporti umani e fa emergere i più solerti e industriosi. Così è accaduto nelle provincie cinesi di mezzogiorno e ponente, nei Paesi del Sudest asiatico dove in alcuni casi da minoranza si sono trasformati in maggioranza come a Singapore e in Malaysia, e a differenza di quanto è accaduto nelle città di San Francisco, New York, Londra, Milano, Prato, dove sono rimasti (almeno per ora) minoranza.

I cinesi non sono razzisti, sono cinesi. Chi comunica in cinese – e cioè legge e capisce, scrive e parla questa lingua – è cinese. Edoarda Masi 1927-2011 scriveva nel suo libro PER LA CINA Confuciani e proletari (Mondadori, 1978), che andrebbe utilmente letto oggi: da venticinque anni subisco l’invito continuo e pressante a sinizzarmi, che è offerto apparentemente come il solo modo per conoscere; lo accetto e nello stesso tempo lo rifiuto. Mi ostino a ricercare la possibilità di un rapporto senza pretendere di misurare una diversa civiltà col metro europeo, ma senza perdere la mia identità europea.

Della superiorità tecnologica dei cinesi abbiamo ormai analisi storiche inconfutabili di ogni tipo, e basterebbe fare riferimento all’opera ciclopica coordinata dallo scienziato inglese Joseph Needham 1900-1995 Science and Civilisation in China, Cambridge University Press 1954 (e disponibile in parte anche in italiano: Scienza e civiltà in Cina, Volume primo, Lineamenti introduttivi, Giulio Einaudi editore, 1981, pp. 296~301 dell’edizione italiana) dove, nel capitolo dedicato al flusso delle tecniche provenienti dalla Cina, si fa un interessante e lungo elenco che mostra la profusione di applicazioni che raggiunsero l’Europa e altre regioni in epoche varianti tra il I e il XVIII secolo [in parentesi è indicato il ritardo approssimativo, misurato in secoli, nella trasmissione all’Occidente delle tecniche prodotte dalla Cina]:

a) pompa a catena a palette quadrate [15 secoli] …

c) macchine soffianti per la lavorazione dei metalli azionate da forza idraulica [11 secoli] …

e) mantici a pistoni [circa 14 secoli]

f) telaio per tessitura a disegni [4 secoli]

g) macchinari per la lavorazione della seta … [3~13 secoli]

h) carriola [9-10 secoli]

i) carro a vela [11 secoli] …

o) trivellazione profonda [11 secoli]

p) ghisa [10~12 secoli] …

t) chiuse per canali [7~17 secoli] …

y) carta [10 secoli]

z) porcellana [11~13 secoli].

A proposito della porcellana sarebbe bene ricordare che questo importantissimo manufatto (che richiedeva forni di cottura capaci di temperature che i forni europei non erano in grado di raggiungere) venne prodotto in Europa per la prima volta soltanto nel 1707 a titolo sperimentale, e a partire dal 1711 a fini produttivi, dopo secoli di nostri vani tentativi tesi a imitarla. Una tendenza, questa dell’imitazione, che vorremmo attribuire agli altri, per esempio ai giapponesi piuttosto che agli europei, ritenuti superiori a tutti (per ragioni basate sul RAZZISMO) plagiando in questa infondata opinione persino i colonizzati che si erano rassegnati ad essere “inferiori”.

Dati gli scritti (soprattutto inglesi) in lode del white man’s burdern costretto (!) a gravarsi del “fardello dell’uomo bianco” e quindi della missione civilizzatrice propria di chi sovrasta gli altri e la sente come un dovere (noblesse oblige), la superiorità non soltanto economica della Cina e dei cinesi sembra difficile da provare, ma è invece testimoniata da numerosi anche se brevi scritti di mercanti mediterranei in merito all’esperienza di commercio con quelle terre. D’altra parte dagli abitanti dell’Europa settentrionale, ricca soprattutto di ristrettezze, il resoconto di Marco Polo non venne creduto al momento della sua pubblicazione, e così per molti secoli a venire. Non potevano neppure immaginare che le descrizioni delle prospere città cinesi contenute ne Il Milione corrispondessero al vero. Vennero quindi ritenute frutto della fantasia e dell’immaginazione dell’autore o del suo amanuense.

Non così a Venezia, e nel Mediterraneo in genere, dove le persone che conoscevano il mondo erano numerose, anche se non scrivevano libri perché impegnate nel loro lavoro di mercanti o di missionari che li assorbiva completamente. Marco Polo aveva potuto dar vita a quest’opera perché si trovava in prigione e non aveva di meglio da fare che dettarla a Rustichello da Pisa, come lui in carcere.

Nell’Europa settentrionale invece soltanto nell’Ottocento si credette finalmente al viaggiatore veneziano, sebbene in Cina la pressione demografica crescente avesse fatto ormai abbassare enormemente il tenore di vita dei cinesi, la maggior parte dei quali era afflitta dalla miseria più nera. Ma le vestigia della passata prosperità restavano, ed erano sotto gli occhi di tutti.

All’opera di Marco Polo credette pienamente due secoli dopo un altro mediterraneo, fino a farne il principale stimolo al suo viaggio verso Ponente per raggiungere le Indie. Nel volume Scopritori e viaggiatori del Cinquecento, a cura di I. Luzzana Caraci, Ricciardi, Milano – Napoli 1996, T. II pp. 922-932 (segnalatomi dal professor Claudio Zanier dell’Università degli Studi di Pisa) si dice: Scrive Filippo Sassetti 1540-1588 a Bernardo Davanzati sul finire del 1585, alludendo al fatto che se non si dispone d’argento è inutile pensare di commerciare con la Cina: “Alla Cina reali e non altro...”. E aggiunge, descrivendo gli arrivi a Cochin da Oriente: “…la nave o le navi della Cina compariscono più tardi; portano tutte le cose che si possano imaginare, fuori delle spezierie;… di là viene la seta, i drappi, tutta la sorte di metalli, argento vivo, rame, ottone, e oro in tanta quantità quanta si vuole, perché basta portarvi capitale [intende: argento, soprattutto i reali, reales de a ocho coniati nell’impero spagnolo, accettati in tutto il mondo come strumenti di pagamento] per comprarlo che se ne caricherebbe una nave… ed è mercanzia tale che… si guadagna sessanta per cento. Viene di là allume di rocca senza fine, galanga [radice medicinale], cinabro, canfora, le porcellane, che sono grandissima mercanzia, legnami dorati per gran somma, sete ricamate finissimamente, pitture e tutto insomma quello che si sa dimandare di là viene, perché, se…manca […] qualche cosa che altri desideri, sapendola…[far]… loro intendere, la fanno [venire]; e in ogni genere di mercanzie che di là venga… si raddoppia, quando non si fa di uno in tre. E veramente che se non fusse questo negozio [= commercio con la Cina] in questa parte…tutto sarebbe in terra...”

Lo storico economico Carlo M. Cipolla 1922-2000, nel suo scritto Conquistadores, pirati, mercatanti. La saga dell’argento spagnuolo (Bologna, 1996), osserva (pp. 58-63) “che l’argento [reali] serviva agli europei per acquistare merci sui mercati extraeuropei dove non c’era alcun interesse per i prodotti dell’Europa. … Tutte queste monete, ed i reales in modo particolare, aprirono alle nazioni europee l’opportunità di espandere notevolmente il loro commercio con l’Oriente. … Possenti forze li calamitavano… Ma la marcia verso Oriente dei reales de a ocho non si fermò in Persia. Nel primo decennio del secolo XVII la marcia …[dei reali] era giunta ad invadere anche l’India e la Cina…il fatto [è] che gli europei, … non avevano nulla però da offrire in cambio, perché né l’India né la Cina avevano interesse ai prodotti dell’Europa. I tentativi per migliorare la situazione non si contano. … Se gli europei volevano commerciare con l’India e con la Cina non avevano altra scelta che offrire a questi due paesi dell’argento…. [Inoltre] l’Europa…venne a conoscere prodotti orientali che prima non conosceva. Esempio classico il tè, … che nel 1720 arrivò a soppiantare decisamente la seta come principale merce di importazione della Compagnia [inglese delle Indie Orientali]. Di conseguenza il saldo positivo della bilancia commerciale cinese continuò a crescere.” Cipolla ricorda (pp. 66-67) che “il mercante portoghese Gomes Solis poteva scrivere nel suo Arbitrio sobre la plata (Discorso sull’argento) pubblicato a Londra nel 1621 che “l’argento vaga traverso tutto il mondo nelle sue peregrinazioni, per poi finire in Cina, dove rimane come al suo centro naturale”.

Gli inglesi, così conclude Cipolla (pp. 75-76), trovarono nel commercio dell’oppio che facevano coltivare in India il rimedio al “grave deficit della bilancia commerciale inglese con la Cina. …a partire dal 1776 la quantità di oppio esportata dagli inglesi in Cina crebbe… soprattutto negli anni 1830-1840…in misura eccezionale… Un funzionario cinese in un suo memoriale scriveva in quegli anni che “Il Celeste Impero permette la vendita di tè e di rabarbaro che servono a tenere in vita i popoli di quelle nazioni…, e tuttavia questi stranieri non dimostrano alcuna gratitudine, ma contrabbandano, invece, l’oppio che avvelena il Paese; quando il cuore riflette su questa condotta ne è disturbato e quando la ragione la considera, la trova irrazionale.” Il governo cinese…tentò di correre ai ripari ma…si arrivò… nel 1839 alla famosa guerra dell’oppio in cui la Cina fu sconfitta ed umiliata...”. Il testo della lettera scritta nel 1839 dal magistrato 林則徐 Lín Zéxú 1785-1850 e indirizzata alla regina Vittoria (non sappiamo se fu mai portata alla sua conoscenza) è un documento che mostra come fosse difficile il dialogo tra la civiltà che soccombe – piena di stupore per la violazione delle elementari regole della convivenza fra i popoli – e la barbarie che trionfa senza ragione se non quella della forza bruta, contravvenendo alle leggi della Natura che (in Cina) vede l’uomo come un essere buono, che quando sbaglia può sempre essere educato ad emendarsi.

Concludiamo citando un noto proverbio che la dice lunga sul modo dei cinesi di intendere le cose divine e le cose terrene. Lassù vi è il Cielo, quaggiù sono Suzhou e Hangzhou , shàng yǒu tiān táng, xià yǒu Sū Háng. Con Sū  (ora si intende la città di Sūzhōu 苏州 e con Háng  la città di Hángzhōu 州. Il regno Celeste di lassù sarà bello (dicono i cinesi), ma qui abbiamo città impareggiabili per splendore come Sūzhōu 苏州  e Hángzhōu . La citazione è di Eileen Power 1899-1940 nell’avvincente capitolo su Marco  Polo in Medieval People (Vita nel medioevo, Einaudi, Torino 1966).

Brano (con lievi modifiche) tratto da:

Gianni Fodella, MATERIALI per una introduzione allo studio della Politica economica internazionale, LUMI Edizioni Universitarie, dicembre 2017 (IV edizione) pp.58-62

Cambiare non basta, passare agli abbattimenti

I nostri governanti attuali dovrebbero assai presto passare dal “cambiamento” a qualcosa di vicino all’insurrezione (contro la continuità del Settantatreennio): sia che l’Europa e i ‘mercati’ condannino la gestione economica populista, sia che la lascino passare. Se la bocceranno, se ci infliggeranno una condanna seria, se ci negheranno soccorsi, se rischieremo il dissanguamento per debiti, i nostri governanti non potranno che passare alla finanza straordinaria: a un’economia di guerra.

Occorreranno tagli draconiani alla spesa, quali non abbiamo mai concepito. Occorrerà dimezzare bilanci semi-superflui quali la politica estera, la difesa, il prestigio delle istituzioni. Bisognerà chiudere e vendere i palazzi dello sfarzo, cominciando dal Quirinale e da quelle centinaia di sedi ufficiali che sorsero quando il paese era sì popolato da tubercolotici e da pellagrosi, ma figurava più opimo di quasi tutti gli altri. Bisognerà aggredire con cattiveria non solo gli sprechi, le malversazioni e i furti, anche le larghezze a fin di bene quali sanità e previdenze senza risparmi.

Bisognerà dimenticare i codici romani e i diritti acquisiti, in modo da cancellare gli agi e le abitudini suntuarie degli abbienti e le conquiste consumistiche degli incapienti.  Le vacanze egiziane degli intonachisti non saranno più sacrosante di quelle dei notai e di quelle delle vedove degli ammiragli. Si è sdoganata la categoria, in passato maledetta, del populismo: occorrerà sdoganare quella del giustizialismo. Dovremo fare a meno di confortevoli consuetudini quali le garanzie della società liberale. La stessa democrazia del Settantatreennio – declinata alla plutocratica – risulterà meno irrinunciabile che un tempo. Era proprio democratico Atatürk? Detestava le caserme Charles De Gaulle?

Non reggeranno i dubbi caposaldi della way of life occidentale, quali gli stili di vita e i perenni doni del miracolo economico postbellico. Dimenticheremo la douceur de vivre. Faremo a meno a molti diritti e conquiste. Dovremo risparmiare sui biglietti del tram, sulle partite allo stadio, su centinaia di hobbies, su non pochi ‘emoluments of life‘ che credevamo acquisiti. Fare tutto ciò esigerà sacrifici, abnegazione, arretramenti del tenore di vita. Persino la pausa pranzo delle grandi masse sarà più corta.

Per imporre tutto ciò occorrerrà disciplina quale l’avevamo dimenticata. Per affrontare molte prove da Grecia sotto la troika sarà saggio lasciar perdere le buone maniere.

Ma se al contrario Bruxelles  e i mercati ci grazieranno ancora una volta, se ci permetteranno di ingrossare il debito invece di ridurlo, non sarà questa e non altra l’occasione da non mancare assolutamente, affinchè qualcosa resti delle ubbie del 4 marzo? Se la finanza resterà allegra, vorrà dire che era stata giusta la temerarietà, giusto tirare la corda. Ciò che era vietato a danesi e a belgi, risulterà lecito a noi baciati dai raggi dello Stellone d’Italia. Perchè non profittarne per vivere meno alla giornata, per correre meno rischi?

Si può metterla diversamente. Se scamperemo al fortunale, i timonieri che hanno soppiantato -speriamo durevolmente- la peggiore classe politica d’Occidente non dovrebbero affatto rinunciare a qualche vasta bonifica, a qualche ambiziosa opera di giustizia: finchè dura l’esasperazione del popolo verso le repubbliche 1945-2018. Sarebbe benefico per tutti un arretramento del consumismo/edonismo. Sarebbe benefico per tutti se i tetti delle scuole, le pendici delle montagne e i viadotti sui burroni non crollassero, e questo grazie alla cancellazione di certi oneri assurdi. Dovremmo rinunciare oggi stesso a scimmiottare gli apparati militari, diplomatici e della vanagloria di Stati o più ricchi o più stupidi di noi.

Insomma una parentesi di sanità mentale. Una concentrazione sugli obiettivi giusti, dopo quasi tre quarti di secolo nei quali hanno imperversato pagliacci, falsi progressisti e sindacalisti chiudi-fabbriche. Anche se le sciagure non ci tramortissero sarebbe giusto quanto meno raddrizzare le priorità principali: meno moda, meno sport, meno ambasciate e cacciabombardieri, meno ricevimenti

al Quirinale, meno buffonate e malazioni pregresse.

A.M. Calderazzi

Si unisca Europa come Sacro Romano Impero

Il Continente non si unirà mai in una supernazione pari agli USA, e di essi assai più illustre, se resterà fatto di paesi uguali tra loro. Uno di essi dovrà guidarlo, anzi pacificamente soggiogarlo, come facevano Roma e l’impero della nazione germanica.

Non meriterà di soggiogare l’inadeguata Francia, che dedicò oltre due secoli dalla fine di Napoleone a sognare rivincite impossibili e, in quanto implicanti massacri, autenticamente delittuose. Non meriterà la Gran Bretagna, odiatrice d’Europa: nel suo futuro c’è la condanna a saldarsi ad un’antica colonia divenuta colossale padrona. Non meriterà di soggiogare l’ex-impero sovietico, abbattuto dall’interno per aver tentato di imporre un fideismo detestato e inefficiente alla parte meno consapevole del vecchio continente. Non risulterà degna di imperare alcuna delle potenze parziali: Spagna Austria Svezia Polonia Italia.

Resta la Germania, difficile com’è da considerare congeniale, ma con la sua storia sofferta e alta degna d’essere prima. La Germania darà al continente una civiltà più valida se il suo primato sarà spirituale, come spirituale è il suo retaggio più vero. Né economico né tecnologico. L’Europa non avrà bisogno di più economia. Di più tecnologia. Di più gestione. Di più politica.

Avrà certamente bisogno di più pensiero e di più valori. La Germania cui siamo avvezzi oggi non promette di largheggiare in pensiero. Ma la Germania ancora da scoprire, nascosta, sì. Suona bislacco, ma quest’altra Germania esisteva mille anni fa, ed ebbe vita breve. Il suo momento più alto fu il travagliato regno degli svevi Hohenstaufen; poi il blocco.

Con Federico I° Barbarossa apparvero venire a fruizione le promesse degli imperatori Ottoni, una dinastia che si impegnò a sconfiggere le spinte centrifughe del feudalesimo. Barbarossa aveva dalla sua grandi armi: le idee-forza dell’impero, delle crociate, della cavalleria: però tutte destinate a soccombere. In seguito la terra tedesca espresse un imperatore, Federico II, anche più grande del nonno Barbarossa.  Il secondo Federico sarà da molti considerato il maggiore degli Hohenstaufen, anzi il massimo tra i Cesari germanici. Ma non era abbastanza tedesco. Innamorato del Mediterraneo, del Levante, della Sicilia, della Puglia, ci appare distaccato dalla sua terra, ed anche annunciatore di alienazioni a venire, di razionalismi, di secolarizzazioni; quasi un anticipo di Rinascimento.

Ma l’impero fu Medioevo, non Rinascimento. Nell’Età media l’impero diventa un orpello; si fa appannaggio degli Asburgo. Dunque il geniale costruttore di Castel del Monte, il re di Gerusalemme che non si fa crociato, il regnante che si circonda di sapienti arabi e di armati saraceni, non è tedesco se non in parte. Vedremo che il Continente ha bisogno dell’energia spirituale di ottocento anni fa: energia tedesca, come tedesco era l’impero.

Incarnò il Medioevo Federico I, il più germanico dei sovrani, possente per armi ideologiche ancor più che per quelle materiali, ancor più che per i territori, le marche, i castelli, le giurisdizioni. Il Geist dell’impero era la cultura cavalleresca e cristiana e non – come per il secondo Federico – i riferimenti classici e cosmopoliti.

 

Che attendere dal Reich dell’età spaziale

Si usa numerare come ‘secondo’ l’impero di Bismarck: ma esso non fu impero. Fu il parziale compimento dell’unità nazionale: un exploit risorgimentale. Berlino divenne una capitale pantedesca, però non si mise a capo di un continente plurale, fatto anche di paesi non tedeschi. In qualche misura erano parte del sacro romano impero anche l’Olanda, la Borgogna, la Boemia, la Polonia. Più di un dinasta straniero aspirò alla corona di Carlo Magno.

Anche il Reich di Hitler fu un non-impero. Il Führer soggiogò militarmente molti paesi, ma fu accettato pienamente solo dall’Ostmark austriaco. L’impero di Hitler fu una sfera d’occupazione, non la riduzione in unità delle nazioni subordinate. La Germania unirà il continente se le componenti di quest’ultimo risulteranno parti di un tutto ‘sacro e romano’. Se rinunceranno a sentirsi nazioni.

L’unità dell’impero futuro dovrà essere unità morale prima che operativa. Il sessantennio dell’Unione di Bruxelles ha ossificato la sopravvivenza degli Stati membri senza dare vita a una patria di tutti. La Germania dovrà anche apportare alla causa europea un ‘imperatore’ eccezionale che si faccia Mosè o Maometto, cioè il condottiero di un popolo irresistibile.

L’Europa ‘delle nazioni’ continuerà a credere d’avere diritto a non riconoscere l’egemonia della componente germanica. Quest’ultima dovrà guadagnarsi l’egemonia come se la guadagnò Atene, per la sua oggettiva superiorità.  Il Mosè tedesco sarà portatore di idealità più alte delle altre. Non i primati dell’economia, non quelli della scienza e della tecnica, bensì la superiorità dei valori darà diritto a dominare il Continente. Nessuna idea-forza dell’Europa attuale vanta l’altezza del Geist germanico: occorre dunque che la statura di quest’ultimo non sia abbassata dai compromessi e dalle ruvidezze del realismo di Otto von Bismarck e di Angela Merkel.

Passata la parentesi semi-millenaria del Sacro romano impero, la stirpe tedesca perse tutte le occasioni che fecero grandi le altre  nazioni occidentali. Perché nel prossimo secolo potrebbe andare diversamente? Risposta, perché la stirpe tedesca è intellettualmente atletica. E perché è molto popolosa. Esistono più possibilità che altrove in Europa che sorga un capo come furono Maometto e  Lutero, un maestro capace di azioni straordinarie come moltiplicare il potenziale e la creatività del suo popolo. Cos’erano le tribù arabe prima di Maometto?

Se il fatto religioso fu tanto decisivo nell’Islam, è ancora più plausibile che il futuro Reich tedesco sia “sacro” e “romano”, come un millennio fa. Ma nell’attuale era della secolarizzazione, è probabile che il ruolo svolto dalle fedi trascendenti venga sostituito da altre idee-forza, morali, culturali, artistiche. Di queste idee la civiltà e l’antropologia germaniche sono insolitamente ricche: sono le più importanti dell’Occidente.

Nessuna contrada dell’ecumene occidentale può vantarsi culturalmente superiore rispetto alla germanità. Per esempio, il futuro Reich tedesco potrebbe forse aspirare a una sorta di delega continentale nelle cose della guerra. Tuttavia il grado di militarizzazione della società germanica non raggiungerà mai quella della società americana; nemmeno quello della Francia del Front Populaire nelle varie fasi della Revanche: la quale fu protezione ossessiva dalla vendetta germanica rivolta contro le sopraffazioni del trattato di Versailles. E’ dal cataclisma del 1945 che la patria tedesca ripudia il bellicismo.

Sarà grazie alla Germania se l’Europa tornerà prima sul pianeta. Prima non militarmente: gli USA sono qui a dimostrare la miseria d’essere primi per flotte, per deterrenti nucleari, per albagie diplomatiche, per virulenze produttive. L’Europa sarà prima perché fu l’ombelico del mondo, il grembo e l’intelligenza della civiltà primigenia d’Occidente.

Noi vediamo nel nostro ‘Regno di mezzo’ la nazione che un giorno guiderà le altre perché Europa torni ombelico del mondo. Se non Germania, chi? Nessun popolo meriterà di più. Non quello britannico, che oggi si sente un’appendice. Non quello francese, che nei duecento anni seguiti al tramonto del sogno napoleonico non seppe mai liberarsi di vanaglorie e smanie belliciste. Non la Spagna e l’Austria, ridotte a periferie. Non alcuna delle nazioni che ebbero fasi importanti, come Paesi Bassi e Polonia/Lituania, ma che oggi hanno quasi niente da insegnare.

Quanto al nostro Stivale, nel Settantennio seguito alla Seconda guerra mondiale esso è stato dimentico di avere nella sua storia – più lunga e più ingente delle storie altrui – generato spesso novità gigantesche, nel bene come nel male. La Saturnia Tellus avrebbe titoli per aspirare a una ‘mission exemplaire‘. Ma ha contro di sé una legge non scritta che non ammette le risorgenze veramente grandi.

Ammiriamo la Germania non per il turgore del Pil, ma per la forza del retaggio, per quanto ha dato alla civiltà, pur nell’orrore dei crimini del dodicennio hitleriano. E’ la Germania che salverà l’Europa dalle aberrazioni di tutte le Abu Dhabi ultracapitaliste e consumiste del pianeta. Essa dovrà essere il Mosè collettivo dell’andare verso quella terra promessa che è l’Europa unita e grande.

 

Mai monolitismo

Ma la storia tedesca non deve spaventare le piccole patrie d’Europa. La storia tedesca è il contrario della troppa compattezza, di ogni eccesso di monolitismo, di centralismo soverchiante. Già dalla metà del sec. XI la Germania perdette la parziale coesione che si era affermata nella fase precedente. Divamparono le lotte sezionali, dinastiche e genericamente politiche in Sassonia, Baviera e Svevia. Vari signori e numerose città economicamente forti sfidarono gli imperatori. Non dimentichiamo che tra tutte le grandi stirpi occidentali quella germanica ha il passato meno felice dal punto di vista dell’unità nazionale.

Prima del 1871 non esistette uno Stato della Germania intera, e questa completezza si affermò solo col sorgere, a valle della disfatta del 1918, di una repubblica federale, Weimar. Prima del 1871 esistette un ambito imperiale che nominalmente sovrastava su una vasta pluralità di formazioni statali, ma che solo di rado poteva concretamente collocarsi alla testa del Reich. Il Sacro romano impero era una struttura maestosa, ma non una vera nazione e non un autentico vertice. Solo il crollo del 1918 cancellò le “potenze parziali di Germania” capeggiate da Baviera, Sassonia e Württenberg. Nel 1918 ciascuna di esse aveva una propria struttura di governo e un esercito, magari di un pugno di uomini.

Risulterà sviante credere che nell’anno 9 d.C. le legioni conquistatrici di Augusto imperatore furono fermate “dalla Germania”, impersonata da quell’Arminio che annientò l’esercito di P. Quintilio Varo. Arminio/Herrmann è giustamente onorato come il primo eroe tedesco. Ma non era che il principe dei Cherusci, l’etnia che seppe vincere nella Teutoburgerwald.  Arminio non fondò nemmeno uno Stato parziale, anzi tre anni dopo la vittoria fu ucciso dalla sua stessa gente. Passerà mezzo millennio prima che sorgesse un regno ‘teutonico’.

Si può anzi dire che i tedeschi non poterono né vollero aprirsi un futuro ampio fuori del loro Raum immediato in Europa. Non fu certo una stirpe di dominatori su terre lontane. A visitare chiese e monumenti tedeschi, specialmente in provincia, colpiscono le testimonianze che essi offrono quanto alle conquiste degli scomparsi illustri. Molta araldica, spesso al di là degli status e dei vanti autentici. Le imprese militari, non sempre all’altezza delle tradizioni guerriere. Per il resto, memorie di una società dei secoli dal quindicesimo al diciottesimo, con poche ambizioni, dunque con pochi titoli alla gloria.

In Francia la rivoluzione trasformò un popolo di sudditi in una nazione di conquistatori, momentaneamente irresistibili. All’inizio della tempesta napoleonica i tedeschi restarono passivi. Le minoranze più reattive, dapprima si galvanizzarono per le sfide poste dal fatto storico e per le stesse vittorie repubblicane e napoleoniche. Poi si imposero le realtà dure: non l’uomo universale bensì quello francese, specificamente il soldato del grande Corso, stava coprendosi di gloria. Nacque un complesso d’inferiorità dei tedeschi.

Giunse nel 1805 la battaglia “al sole di Austerlitz” dei tre imperatori, quando il genio di Napoleone ebbe la meglio sui feldmarescialli austriaci e russi. Un anno dopo i francesi conquistarono Berlino, ad umiliazione della Prussia che sotto Federico il Grande aveva trionfato sulla Polonia e sui suoi alleati. Per tutti i tedeschi una sconfitta dura: troppo debole il pur agguerrito esercito prussiano per resistere alle divisioni francesi.

Napoleone istituì in Germania una confederazione satellite che ridusse fortemente il numero dei potentati sovrani. La sconfitta di Berlino non fu la premessa del risorgimento germanico. Tuttavia ingigantì le aspirazioni di rivalsa dei tedeschi soggiogati, secondo gli incitamenti di Fichte e di von Kleist.

Segnando la fine della leggenda napoleonica, la battaglia di Lipsia incoraggiò i patrioti tedeschi a volere la liberazione dall’occupante. A Waterloo fu l’armata prussiana di Blücher a dare il colpo di grazia alla vanagloria francese.

 

Un paradosso della storia tedesca: Federico II, siciliano e pugliese

Il secondo Federico, il più famoso sovrano del Medioevo e certo il più geniale tra gli imperatori germanici, trascurò il suo regno tedesco, contribuendo molto ad indebolirne la coesione.  Questo Federico nacque e morì in Italia, visse soprattutto a Palermo. Fu proclamato re di Germania che aveva due anni. Divenne re di Sicilia due anni dopo. Fece la prima visita in terra tedesca nel 1202 (era nato a Jesi nel 1194), accolto bene in Svevia ma non altrettanto in altri ducati e margraviati. Fino al 1218 – morte dell’imperatore Ottone IV, deposto dai principi tedeschi – agivano ancora i partigiani di altri aspiranti alla corona imperiale.

Abbastanza presto il nipote di Federico Barbarossa afferma il suo potere in Italia, non così in Germania. Nel 1231 concede ai principi tedeschi il Privilegio di Worms, che li rende pressoché indipendenti. Della sovranità imperiale rimane un residuo. Il regno germanico è scosso da conflitti gravi: l’anno stesso del Privilegio di Worms il primogenito di Federico, Enrico, alza la bandiera della ribellione. Si sottomette qualche tempo dopo, la rialza nel 1234. Il padre è costretto ad amnistiare quei signori che non si riconoscono suoi vassalli.

 

Stupor mundi

Federico II fu, secondo la definizione dell’abate di San Gallo, lo ‘stupor mundi’, tanto la sua visione e le sue opere si differenziarono dai retaggi tradizionali del Medioevo. Il maggiore di tutti i sovrani di Germania, il secondo Federico risulta abbastanza estraneo alla vita del suo regno. Invece di fondere in unità i principati e le città libere che lo compongono, egli consegna il paese ai suoi sovrani parziali: in pratica opera come il presidente di una confederazione chiamata impero. Il potere imperiale non era fatto per unificare una terra tedesca che non aveva mai conosciuto un’autentica coesione.

La gloria di Federico II resta, ma è universale e non tedesca. Egli si sentiva siciliano e pugliese piuttosto che il sovrano di una nazione germanica unita. Conosceva forse sei lingue, era proteso verso le culture che venivano dal Mediterraneo e dall’Oriente. Gli storici sono quasi unanimi nell’additare nel secondo Federico l’assertore o l’anticipatore di una civiltà a venire, promessa di Rinascimento. Ma quando egli morì la terra tedesca si trovò più divisa che mai.

 

Storia remota

Solo a fatica si può affermare che i successori Ottoni di Carlo Magno dettero vita a una patria germanica. Venivano incoronati re ad Aquisgrana. Quando diventavano imperatori, essi sovrastavano gli altri principi tedeschi in rango e prestigio; assai meno per potenza. I popoli di Sassonia o di Franconia, che espressero vari imperatori, non si sentivano specialmente solidali agli altri dello spazio germanico.

Ottone I il Grande, figlio di Enrico, fece sforzi strenui per stringere all’impero i grandi ducati di Baviera, Svevia e Lotaringia, ma le relative aristocrazie riluttarono. Meglio collaborarono i vescovi e i grandi abati: infatti furono generosamente ricompensati, cominciando dalla fiscalità. Nell’assieme i re della dinastia sassone ottennero risultati unitari non esigui; perciò furono in grado di contenere ad Est l’aggressività di slavi e ungari: lo provano i castelli fioriti sulle loro terre e le dure sconfitte inferte (in particolare nel 955) ai magiari.

Gli imperatori della casa di Sassonia, pur non esercitando abbastanza potere sui territori che si collegavano per eleggere il re di Germania, conseguirono considerevole autorità. In ogni caso avviarono l’espansione della germanità nell’Europa orientale.  Morto Corrado di Franconia (918) i duchi tedeschi elessero a suo successore l’energico sassone Enrico l’Uccellatore. Diciotto anni dopo gli successe il figlio Ottone il Grande, il quale rafforzò il ruolo dell’imperatore; tra l’altro inaugurò le calate germaniche a Roma, fatte per ricevere la corona imperiale dalle mani dei pontefici, oltre che per ribadire l’autorità dei successori sassoni di Carlo Magno sui sommi detentori del potere ecclesiastico. In quella fase la Chiesa accettava il primato degli imperatori.

Questo tuttavia per non più di centocinquant’anni. Dopo emersero evidenti i limiti del potere imperiale. Risultò che in Germania non vi era un vero governo dell’imperatore. L’autorità di quest’ultimo si fondava sui possessi suoi propri e sul buon volere dei duchi e margravi suoi vassalli. Una delle imprese militari di Ottone II, una spedizione marittima contro i pirati musulmani, fallì in uno scontro navale nel Mediterraneo. Poco dopo l’imperatore morì, a ventotto anni, e così finì il breve controllo germanico su quel mare. Ottone II aveva sposato Teofano, figlia dell’imperatore di Bisanzio, che da vedova fece l’energica reggente per conto del figlio treenne Ottone III.

Nell’anno 1000 il terzo Ottone ordinò grandi onori a Carlo Magno, il fondatore del Sacro romano impero. Poco dopo morì ventiduenne, Non aveva fatto in tempo a compiere alcuna impresa. Riapparvero le fratture dovute alla parcellizzazione feudale. Numerosi baroni presero a non riconoscere gli eletti all’impero. I feudi divennero ereditari e si frazionarono a loro volta. La struttura portante del regno di Germania si indebolì a lungo termine.

Si arriva al secondo imperatore Hohenstaufen, re di Germania nel 1152. Succeduto a Corrado III, Federico I Barbarossa è un capo e un organizzatore di forte tempra. Qualcuno ha sostenuto che nel Medio Evo solo Enrico Plantageneto è pari al primo Federico. Tuttavia le coalizioni che egli suscitò furono degne di lui. Il papato innanzitutto, per la lotta delle investiture; poi i Comuni italiani, che lo sconfissero duramente a Legnano.  Federico finì col venire a patti col papa: cento anni dopo l’umiliazione di Canossa (1077), a Venezia Federico dovette tenere la staffa ad Alessandro III.  Barbarossa è inviso a molti storici, e agli italiani in generale. Conquistò e distrusse Milano. Tuttavia fu valoroso come sovrano e come uomo. Morì all’inizio della terza Crociata, annegando in un fiume di Cilicia.

Sappiamo che il secolo XII vide, insieme alla conferma della strutturale debolezza del potere imperiale, anche l’incremento dell’attivismo germanico verso Est. Contribuì l’espansione demografica di tedeschi e fiamminghi. Il tempo di Barbarossa fu l’ultimo splendore dell’impero. La sua autorità era riconosciuta in linea di principio anche dai potentati slavi.

Fu Federico che volle le nozze del figlio Enrico VI, padre del grande Federico “siciliano e pugliese”, con Costanza d’Altavilla. Con quelle nozze il vasto regno normanno andò ad aggiungersi ai territori dell’impero.

 

Minnesänger e Meistersänger

Il secolo dodicesimo, l’età di Federico Barbarossa, vide il fiorire dei Minnesänger (o Minnesinger), i raffinati poeti e suonatori di piccola arpa che fecero grande la letteratura cortese in terra tedesca. Cantavano soprattutto l’amore platonico, ma il loro era uno slancio che esaltava anche la natura, la fede, gli altri sentimenti della cultura cavalleresca, pervenuta sotto il Barbarossa ai conseguimenti più alti. Rispetto all’arte dei trovatori provenzali, la Minne germanica aveva accenti più profondi ed etici, oltre che più colti. Il genere ebbe diffusione molto larga, anche fuori dei castelli feudali. Walther von der Vogelweide fu probabilmente il massimo dei Minnesänger.

Col tempo (oltre un secolo) l’arte dei Minnesänger evolvette nel movimento dei Maestri Cantori (Meistersänger o Meistersinger). I primi erano trovatori di classe nobile; lo dicono i loro nomi aristocratici: Enrico di Veldeke, Federico von Hausen, Enrico von Morungen, Neidhart von Revental, Enrico di Meissen.

L’evento più celebrato dell’attività culturale pubblica in Germania era la ‘sfida poetica’ nella Wartburg, il maniero dove l’elettore di Sassonia ospiterà e proteggerà Martin Lutero impegnato nella traduzione tedesca della Bibbia, scaturigine della lingua nazionale colta. La biblioteca dell’università di Heidelberg possiede il famoso codice di Manesse; tra l’altro include una tavola raffigurante una sfida alla Wartburg tra sette Minnesänger attorno al famoso Klingsor von Ungerlant.

Ricordiamo altri nomi di spicco della Minne: Kristan von Hamle, Walther von Klingen, Ulrich von Liechtenstein. Anche Wolfram von Eschenbach fu un celebre ‘trovatore’ alla tedesca.  Forse era superiore a tutti Walther von der Vogelweide, nato nella pseudoitaliana  Bolzano.

Richard Wagner dedicò a Tannhauser un’intera e famosa opera, nella quale questo Minnesinger
appare un eroe romantico che vive esperienze mistiche. La sua biografia si prestò alle leggende. Andò alla crociata del 1228.  Protetto dai signori di Baviera, ebbe feudi in Austria ma li perse e vagò per le corti d’Europa conducendo vita da artista gaudente; e da molto di più, se due secoli dopo Hermann von Sachsenheim lo esaltò in un poema. Secondo la leggenda, Tannhäuser viveva sul Venusberg, il monte fatato di Venere. Lo abbandonò per andare pellegrino a Roma, dove papa Urbano II subordinò l’assoluzione dei suoi peccati alla fioritura di un ramo secco che il poeta teneva in mano: allora Tannhäuser tornò al monte della Dea.

Ancora più  significativa in termini realistici fu l’esistenza del maestro cantore Hans Sachs,  calzolaio ma anche brillante intellettuale, cui Wagner dedicò ‘I maestri cantori di Norimberga’; Sachs nacque e morì  (1576) nella ricca Norimberga. Scrisse pagine infiammate a esaltazione della Riforma luterana. Celebri i suoi libelli antipapisti, che Lutero elogiò senza riserve ma che inizialmente i maggiorenti della sua città condannarono. Hans Sachs fu così attivo nel campo delle produzioni sceniche – sempre ambientate nel proprio tempo, e sempre a Norimberga – che fu considerato l’iniziatore del teatro tedesco. Scrisse anche un poema allegorico dall’eloquente titolo ‘Die wittembergisch Nachtigall’ (Nachtigall=usignolo).

Se i Minnesänger erano membri dell’aristocrazia, i Maestri Cantori erano essenzialmente borghesi, in particolare artigiani molto coltivati.  Dovevano obbedire a regole tecniche molto rigorose, dovevano possedere una buona cultura musicale e letteraria, avere un’alta coscienza della loro arte nonché della funzione sociale del loro impegno. I moventi personali non erano ammessi: la loro era un’arte civile; oggi forse la chiameremmo ‘impegnata’. Le regole e gli stili venivano insegnati in apposite scuole, le quali selezionavano e premiavano i migliori. Poiché prevalevano le finalità di edificazione spirituale, la Bibbia forniva i temi e gli spunti più impegnativi.

Insomma Minnesänger e Meistersänger dettero testimonianza all’eticità dell’impegno culturale tedesco. Tra l’altro il fenomeno dei Maestri Cantori aiuta a meglio apprezzare la straordinaria importanza nella spiritualità della Riforma della musica sacra e corale. Le cantate da chiesa, i mottetti, gli oratori, le Passioni sono al cuore della creazione musicale e della coscienza tedesche. E’ un apologo che, vocata all’impegno etico, l’anima germanica si sia espressa nella musica sacra (nella connotazione ‘pietistica’ di J.S.Bach) piuttosto, per esempio, che nel melodramma, così frequentemente retorico e fatuo.

 

Gli Svevi in lotta col destino

I grandiosi piani di Enrico VI, il figlio di Barbarossa, furono spenti dalla morte. L’orfano suo figlio, il futuro Federico II, non aveva due anni. Insorsero la Renania, la Vestfalia, la Toscana, persino la Sicilia. Filippo di Hohenstaufen, fratello dell’imperatore scomparso, tentò di succedere, ma si trovò contro potenti avversari tedeschi. La contesa civile durò un decennio. Cominciò, sia pure contrastata, l’eclissi della Germania.

La grande parentesi degli Ottoni, pur non realizzando l’unificazione dell’Occidente cristiano, vide l’allargamento della sfera germanica in Europa e nel Mediterraneo. Però essa si tradusse in effettiva autorità sui governi (sia feudali, sia cittadini) solo in Germania e in Italia. Al di sotto del livello dell’impero le autonomie territoriali, ed anche quelle ecclesiastiche, si rafforzarono incessantemente.

I processi di unificazione nazionale e di centralizzazione del potere furono senza confronti più efficaci in Francia e in Inghilterra che in Germania. In terra tedesca si fece sentire a lungo la rivalità, per esempio, tra il Barbarossa ed Enrico il Leone, duca di Sassonia. L’imperatore riuscì ad assestare un duro colpo al suo avversario quando, in seguito al ricorso alla giustizia di alcuni vassalli sassoni Federico dichiarò il loro duca decaduto dai suoi possessi.  Dopo un periodo di esilio, il potente duca riebbe i propri beni allodiali (=liberi da soggezioni), ma le dominazioni che teneva in feudo dall’impero furono assegnate ad altri principi. Si noti che Federico non riuscì a ingrandire il dominio diretto del re rispetto all’alta nobiltà.

L’impero sacro e romano era, per i tempi, uno stato di diritto. Si affermò il principio che nessun territorio tedesco devoluto feudalmente all’impero potesse restare nelle mani del re. La monarchia non potè imporre una propria effettiva coordinazione. Pesò l’antica rivalità tra le casate protagoniste, specialmente tra la sveva e la guelfa. Pesarono il principio della monarchia elettiva e le crescenti interferenze dei papi nella successione regia. In altre parole, non sorse una vera monarchia nazionale. Al contrario crebbe nei secoli il potere dei sovrani parziali. L’impero germanico non fu mai sopraffattore: non lo sarà, se risorgerà come Europa unificata.

Il trionfo dei prìncipi parziali non fu completo se non dopo la rovina degli Svevi, passata la metà del Duecento. Ma già all’aprirsi del regno di Federico II era risultato che l’autorità del sovrano dipendeva dalla consistenza del suo territorio, cioè dal patrimonio della casata imperiale, nonché dal continuo patteggiamento con i prìncipi sovrani. Quando Enrico, primogenito di Federico II, si ribellò al padre, l’autorità imperiale cominciò a sfaldarsi, mentre i prìncipi sia laici, sia ecclesiastici si rafforzarono. L’elezione del re di Germania si confermò prerogativa di sette Elettori: gli arcivescovi di Magonza, Treviri e Colonia, il re di Boemia, il margravio di Brandeburgo, il duca di Sassonia, il conte-palatino sul Reno. I possessi degli Elettori divennero Stati nei quali si rafforzarono i concetti di ‘nazione parziale’, a detrimento dell’entità nazionale.

Alla metà del secolo XIII la dinastia sveva finì e si ebbe un ‘Lungo interregno’: andò dalla morte di Federico II al 1273 (elezione imperiale di Rodolfo d’Asburgo e potenziamento delle grandi casate: i Lussemburgo divennero re di Boemia). Il regno tedesco si configurò come una cangiante federazione di prìncipi di cui l’imperatore era il capo simbolico. L’aristocrazia minore e le municipalità più prospere si collegarono in leghe per resistere ai prìncipi non amici e per aggregarsi in nuclei più consistenti. Persistettero i contrasti tra le varie componenti, le quali erano alleanze non sempre armoniche e durature.

Le dimensioni territoriali delle varie aree politiche variavano molto: piccole quelle della Germania centrale, ampie quelle dell’Est e del Sud. La Germania della seconda metà del sec. XV è un assieme che comprende anche l’Austria, la Borgogna, la Boemia, ancora per poco parti della Svizzera, e varie centinaia di signorie feudali, cittadine, ecclesiastiche e degli ordini militari.

La dinastia degli Staufen terminò con la morte del secondo Federico e dei successori Corrado IV re di Germania 1254; Manfredi, nato da Federico II e da Bianca Lancia, 1266; Corradino, figlio di Corrado IV, fatto decapitare a Napoli da Carlo d’Angiò (1268).

Il sec. XIII vide la ripresa dell’espansione germanica nelle terre slave. Espansione, sappiamo, che fu condotta non dal potere imperiale, bensì dai grandi vassalli tedeschi dell’Est, in particolare dai margravi di Brandeburgo e dai duchi di Sassonia. Non si trattò solo di conquiste politico-militari, anche di un’autentica colonizzazione. Gruppi compatti di tedeschi, più evoluti e più scolarizzati delle popolazioni tra le quali si insediavano, dettero vita ad autentiche cittadelle di germanesimo. Tutto ciò fu efficacemente aiutato dagli 0rdini militari tedeschi. Per esempio in Ungheria i coloni tedeschi furono chiamati da re Bela IV quando il paese richiese d’essere ripopolato dopo le devastazioni mongole. Ancora più incisivo fu l’arrivo dei tedeschi in Boemia, incorporata nell’ecumene imperiale germanico sin dall’impero carolingio. Qui i tedeschi non facevano solo gli agricoltori: formarono il ceto che prese a dominare il regno.

A partire dagli inizi del XIII secolo le città portuali di Lubecca e di Brema-Amburgo allargarono i traffici e l’influenza tra le etnie pagane del Baltico, cominciando dalla Livonia. Nel 1202 nacque l’Ordine militare dei Cavalieri Portaspada, successivamente fuso con i cavalieri Teutonici. Le etnie locali si opposero violentemente, ma furono sgominate. Ne risultò la germanizzazione della regione del Baltico.

La corona imperiale passò alla casa di Lussemburgo-Boemia tra il 1378 e il 1437; gli imperatori furono Venceslao e Sigismondo. Dopo i principi elettori vollero un terzo imperatore Asburgo. Sia egli, sia il successore Federico di Stiria (un Asburgo) furono sovrani deboli e di poche risorse. Risultato, sorse la confederazione dei Cantoni elvetici e la ritirata della germanizzazione dell’Est.

Massimiliano d’Asburgo fu un sovrano più energico: da lui il titolo imperiale restò stabilmente alla sua famiglia. Sposando Maria di Borgogna, Massimiliano pose la premessa della dilatazione della casa d’Austria.

Quando, nel 1378, l’imperatore Carlo IV di Lussemburgo morì e gli succedette il figlio diciassettenne Venceslao, fu la prima volta in quasi due secoli che l’accesso al trono imperiale avveniva senza contrasti. Venceslao era già re di Boemia e vicario del padre al vertice dell’impero. Ma, scrive lo storico Laffan di Cambridge, “le difficoltà che incombevano su un monarca di Germania si dimostrarono superiori alle sue capacità, pur notevoli. Coll’avanzare degli anni Venceslao divenne squilibrato e violento; rinunciò a governare; più volte fu minacciato di deposizione da suoi vassalli. L’anarchia fu aggravata dal contrasto tra pretendenti alla tiara pontificia. Nel 1394 Venceslao fu catturato e tenuto in custodia.  Nel 1400 gli elettori del Reno lo deposero ed elessero Roberto III del Palatinato, il cui regno fu un fallimento. Per le divisioni tra i principi elettori, nell’autunno 1410 la Germania ebbe tre re, finché il 21 luglio 1411 fu eletto Sigismondo, il più dotato tra gli imperatori che precedettero Massimiliano I.  Sigismondo era anche crudele; in ogni caso era costretto ad essere amico di  chiunque gli fornisse le risorse che non possedeva. Non mancarono nei secoli di mezzo le parentesi di guerra guerreggiata. Per ventisette anni Federico III evitò di visitare la Germania meridionale, nell’assenza quasi costante di un potere  centrale.

Uno Stato nazionale moderno nacque propriamente in Germania solo con la sventurata repubblica federale di Weimar, nel 1919. Le componenti della federazione non erano più sovrane, laddove lo erano entro certi limiti gli Stati e le monarchie che Bismarck aveva federato strettamente in quello che chiamò Secondo Reich. Gli oltre millecento anni che trascorsero tra l’elevazione imperiale di Carlo Magno e la repubblica di Weimar dimostrarono ad abundantiam la vocazione dei paesi germanici a non accettare un’unità monolitica, e persino l’inclinazione a combattersi. Solo nel 1938 il Reich hitleriano fu in grado di inglobare l’Austria e le terre boemo-morave che erano state “sempre” parte del Raum germanico.

La sconfitta assoluta del 1945 ha dato alla Germania una unità etnica che non era mai esistita. Il rimpatrio coatto dei tedeschi dalla Polonia, dalla Prussia orientale, dai Sudeti, dalla Transilvania e dall’Ungheria ingrossò la popolazione del 1945.

 

Al cuore del problema

A quale delle Germanie storiche spetterà di capeggiare l’Europa? Non a quella millenaria e parzialmente gerarchica del Primo Reich fondato da Carlo Magno. Dominò per secoli, ma fu un campione sconfitto, sconfitto dai suoi rivali esterni come dalle sue componenti ribelli. Non la Germania solo letteraria, la Germania dei pensatori, dei musicisti e dei poeti. Goethe dette il suo nome a un’età intera, e il XXII secolo avrà certamente bisogno di più pensiero. La Germania è stata terra di pensatori. Tuttavia i presagi sono che le antologie letterarie potranno essere accantonate senza danno quando i confini del mondo si allargheranno allo spazio.

Meno che mai sarà Weimar a determinare il futuro d’Europa. Weimar fu al tempo stesso intellettualismo borghese, trasgressione e un conato fallito di conciliare spiriti plutocratici e legalitari con sperimentalismi e avanguardie. Tra l’altro la repubblica di Weimar fu il tentativo di aderire agli aspetti più futili del wilsonismo antitedesco, aspetti che avevano trionfato a Versailles.

Va resistita la tentazione di disseppellire dalle librerie una premonizione di grandezza germanica.

Troppo facile  e in ultima analisi inutile ragionare: Hitler è stato il nefando assoluto, il futuro spetterà ai grandi idealismi, all’eroismo del bene e del bello. I poeti e i sapienti tedeschi cominciarono nove secoli fa a definire il bene, quando Hartmann von Aue, il primo cantore dell’età della cavalleria, offrì lo slancio della lirica al coevo impegno del grande Federico I, sovrano detestato dagli italiani, per rialzare la signoria imperiale, lo ‘honor imperii’.

L’impulso di una regina benefica dei nostri giorni quale Angela Merkel, di accogliere nelle sue terre ‘tutti i profughi’ sembrò trovare una profezia quando Hartmann von Aue scrisse “der Arme Heinrich”, poema della carità cristiana. La trama: malato di lebbra, il cavaliere Heinrich va in pellegrinaggio a Salerno, la più celebrata scuola medica dell’alto medioevo, nello spasimo  di guarire. Si sente dire che l’avrebbe salvato solo la volontaria offerta di tutto il sangue da parte di una fanciulla. Una contadinella si offre di immolarsi per amore. Heinrich rifiuta una salvezza che è indegna di un cavaliere; per questo guarisce e sposa la umile e dolce popolana.

Agli anni di von Aue, scaturigine prima del bell’ideale, risale anche il “Parzival” di Wolfram von Eschenbach. Niente è più sublime della leggenda di Parsifal, così cara agli aneliti cristiani e germanici. Mai come in questo romanzo ‘di formazione’ si perseguì più compiutamente la fusione di fede e di orgoglio cavalleresco. Tale fusione era al cuore della ‘ideologia’,  dell’aspirazione ideale del Sacro  romano impero al tempo del nonno di Federico II.

Richard Wagner fu il bardo di una tradizione poetica che è doveroso non considerare uccisa dal bestiale paganesimo nazista. Wagner si spinse oltre la pietas di Parsifal e di Lohengrin, eroi cristiani oggi più che mai apportatori di salvezza; più che mai protettori contro i feroci démoni dei lager di sterminio (ma anche contro quelli inumani del mercato, delle borse e dell’edonismo). Chi non voglia farsi abbagliare dalla luce della fede cavalleresca del medioevo tedesco incontrerà nei Lieder di Walther von der Vogelweide (nato a Bolzano verso il 1170) il lirico della condizione umana senza frontiere e senza tempo, in qualche misura senza cavalleria.

 

Una mistica più silenziosa delle altre

Presto si aprirà la struggente età della mistica tedesca. Essa anticipò di tre secoli il drammatico ripensamento luterano della fede germanica. Facciamo i nomi di due donne che soprattutto oggi ci sfidano a respingere un sozzo materialismo che ci appare il nostro dominatore: Mechthild von Magdeburg e Hildegard von Bingen. Quando ci interroghiamo perché le grandi menti e i grandi cuori di terra tedesca meriterebbero di condurci verso un mondo di idealità, ricordiamoci in particolare di Ildegarda, la quale dal suo monastero sommessamente rinfacciava al possente imperatore Barbarossa i tradimenti degli ideali. E i cronisti raccontano che Federico era impressionato.

Siamo arrivati alla poco conosciuta età dei mistici tedeschi, la quale include l’intera vita del domenicano Meister Eckhart, massimo del mistici suoi connazionali. Uno dei suoi seguaci, Johannes Tauler, morto verso il 1361, in primavera si copriva gli occhi col cappuccio perchè il dolce rigoglio della natura non lo distogliesse da Dio. Il misticismo di Ildegarda e di Meister Eckhart anticipa le conquiste più pure della Riforma.  Anticipa, come vedremo, gli aneliti  del Pietismo, che in terra tedesca motiverà la grande sintesi tra la fede cristiana e le istanze di progresso dell’Illuminismo nazionale.

Abbiamo visto in ‘Der Arme Heinrich’ il quasi paradisiaco poema cristiano di Hartmann von Aue,  remoto manifesto della spiritualità germanica, cioè del lineamento più nobile della Anschauung del Sacro romano impero. La tempesta rivoluzionaria dell’ideale cristiano verrà con Lutero più di tre secoli dopo. La cristianità intera, anzi l’intera civiltà  dell’uomo, devono quasi tutto alla risorgenza cristiana invocata da Martino, agostiniano di Wittenberga.

Si usa evidenziare che il trionfo della Riforma fu asserzione forte della germanità. E’ certamente vero che Lutero fu vittorioso condottiero della sua stirpe contro le turpitudini, anche antiche, della Chiesa romana. Tuttavia il luteranesimo obbedì anche a una coerenza religiosa e di utopia che aveva più volte agito, per secoli, nei movimenti ereticali fuori del contesto tedesco. Il successo di Martino asserì un sentimento nazionale che nei secoli sappiamo debole e contrastato. Ribellione germanica contro il cattolicesimo degenerato, dunque.

Peraltro la Baviera, l’Austria e altri principati dell’impero respinsero il messaggio della Riforma, e questo non contribuì a unire la nazione. In aggiunta ai ducati storici che vollero restare nella fedeltà a Roma, ci furono regioni -Palatinato, Assia, Brandeburgo- in cui si diffuse il calvinismo, confessione distinta dal luteranesimo.

 

Dopo la Riforma, il Pietismo

Quando venne la volta del Pietismo, l’anima germanica espresse un altro contributo universale. Quei grandi spiriti che furono gli uomini del Pietismo portarono più avanti l’opera risanatrice della Riforma. In un commosso impegno etico essi difesero il retaggio protestante in un’epoca già attraversata dalle incredulità illuministe/razionaliste. Il Pietismo sorse come movimento di correzione del protestantesimo, anche per reazione alle tre ossificazioni dogmatiche seguite alla Riforma: il settarismo delle controversie teologiche, le chiese territoriali e la mondanizzazione prodotta dalla fusione tra magistero religioso e autorità del principe. Il Pietismo invocò un cristianesimo fatto di sincero fervore. Più interiorizzazione, più devozione, più commozione.

Fu un raddrizzamento della Riforma, uno che acquistò un’intensa caratterizzazione tedesca. In altri ambiti nazionali (culturali e religiosi) il movimento di fatto ‘pietista’ assunse altri nomi: parliamo specialmente del puritanesimo e del metodismo. I pietisti erano sorretti dalla consapevolezza del valore ultra-confessionale del misticismo medioevale tedesco, apparentemente così sommesso. Il misticismo-pietismo manterrà una funzione creativa ancora agli inizi della “età di Goethe: del grande Settecento tedesco.

 

I secoli inerti

Lo storico Golo Mann, figlio dell’osannato Thomas (che quando fu il tempo giusto si fece civis americanus, poeta cesareo delle Potenze vincitrici e araldo di liberalismo) Golo dicevamo lamenta nella sua “Storia della Germania moderna” che all’eruzione vulcanica della Riforma seguì, inerte per la Germania, il secolo diciassettesimo e le fasi buie del diciottesimo. Eppure in queste fasi cominciò a nascere il sentimento nazionale. Lutero non era stato solo il teologo dell’incontro individuale con Dio: anche la guida dell’insurrezione germanica.

La guerra dei Trent’anni infierì nelle terre tedesche senza suscitare slanci vitali. Mentre le grandi stirpi dell’Europa -inglesi, iberici, francesi, olandesi, russi- si lanciarono alla conquista dei continenti e all’espansione dei traffici oceanici, la società dei paesi germanici si ridusse alla gestione di territori e posizioni guadagnate nel passato. “Non partirono spedizioni nei continenti – annota Golo Mann- non imprese dei navigatori; non dinamismi mercantili”. I traffici e le esplorazioni avevano fatto grandi i portoghesi, gli olandesi, i francesi, gli spagnoli. Per non parlare delle lontane stagioni degli italiani, culminate nella scoperta dell’America. Golo Mann sottolinea che i tedeschi furono assenti dalle esplorazioni e dalle conquiste fino alle esigue acquisizioni coloniali e navali della fase guglielmina, a cavallo tra Ottocento e Novecento: allora Bismarck, che non sentiva l’imperialismo oceanico, valutò di dover fare concessioni alle spinte espansive generate dall’impetuosa crescita delle industrie germaniche.

Il tardivo colonialismo tedesco fu un’esperienza senza futuro, proprio per il fatto di non avere spessore storico. Gli acquisti tedeschi in Africa e nel Pacifico andarono tutti perduti, in quanto la Germania non si era protesa verso il mondo tra i secoli XVI e XVII. Insomma per Golo Mann l’espansionismo germanico fu condizionato dall’ossessione della spinta verso Est: verso l’acquisizione di terre sul Baltico (Lega Anseatica, Ordini militari), in Polonia, in altre aree slave. La Germania restò ferma quando i paesi europei si lanciarono verso i continenti, I programmi navali dell’ammiraglio Tirpitz vennero tardi e suscitarono la reazione implacabile degli interessi britannici. Prima del tardo Ottocento la Germania parcellizzata in troppi piccoli Stati non aveva agito come una nazione.

Trionfando su Napoleone III il cancelliere Bismarck sembrò fondare il Secondo Reich: ma esso durò quarantotto anni, pochi per la vita di un impero. Fu ancora più breve il Reich di Adolf Hitler. Come quello di Bismarck, cominciò anch’esso a Sedan, dunque ancora con una vittoria militare sulla Francia, antagonista dimostratasi velleitaria sia quando retta da un sovrano napoleonide, sia quando appaltata a un’oligarchia di notabili repubblicani, con Poincaré, Daladier e Reynaud. Invece, osserviamo noi, andrebbe detto che non nacquero mai nè il Secondo, né il Terzo Reich. Se sorgerà una Germania davvero egemone in Europa, quello sarà il Secondo autentico Impero dopo il tempo degli Svevi. Sarà il conduttore sovranazionale del Continente.

Se il Sacro romano impero rinascerà, quale realtà plasmata dal XXII secolo, non avrà altri precedenti che le grandi dinastie medievali degli Ottoni e degli Svevi. I dinasti che cinsero la corona imperiale dopo Federico II Hohenstaufen mancarono di ispirazione germanica: Carlo V era un fiammingo, distaccato dalle cose tedesche, all’incirca come distaccati furono i Cesari asburgici che gli seguirono. L’età barocca non conobbe un vero impero, anche quando coloro che regnarono a Vienna cingevano una corona imperiale.

Si usa sottolineare che il trionfo della riforma luterana fu affermazione forte della germanità. E’ certamente vero che l’agostiniano di Wittenberg fu condottiero della sua stirpe contro le turpitudini anche antiche della Chiesa romana. Tuttavia il luteranesimo obbedì anche a una coerenza di fede e di utopia che aveva più volte agito nei movimenti ereticali, fuori del contesto tedesco. La vittoria di Martino asserì un sentimento nazionale che nei secoli sappiamo debole e contrastato. Ribellione germanica contro il cattolicesimo degenerato, dunque.

 

Il magistero di Melantone

Morto Lutero nel 1546, il movimento della Riforma ebbe per alcuni anni una guida vigorosa e al tempo stesso temperata in Filippo Melantone, poco conosciuto ai più, ma talmente saggio che al successore di Martino andò l’appellativo onorifico di ‘Praeceptor Germaniae’. Philipp Melanchthon, nato nel Baden nel 1497, si chiamava in realtà Schwarzerd ed era figlio di un armaiolo. Grecizzò il suo nome in Melancton e, conseguito giovanissimo il dottorato in filosofia, pubblicò a ventiquattro anni in latino il primo importante lavoro di teologia dogmatica protestante, un testo che in quattro anni ebbe già 17 edizioni. All’università di Wittenberg ottenne la cattedra di ebraico e di greco. Nel 1530 fu autore della ‘Confessione di Augusta’ quasi intera. Presto la sua fama di teologo si fece grande a livello europeo: lo richiesero di insegnare, oltre all’università di Tubinga, anche il re di Francia e il re d’Inghilterra. Egli declinò per dedicarsi interamente all’edificazione teologica riformata. Redasse una ‘Confessio saxonica’ da presentare al Concilio di Trento, ma la guerra glielo impedì. Alla scomparsa di Lutero si trovò alla testa del  movimento protestante. Gli indirizzi che egli tracciò per le facoltà umanistiche tedesche tedesche fecero di lui il ‘Praeceptor’ nazionale.

Non tutti i luterani seguirono compatti Melantone. Rispetto a Lutero, egli mirò a posizioni equilibrate che non escludessero l’incontro con i cattolici, e invece attenuassero le divergenze teoriche. I propri seguaci dichiarati furono chiamati ‘filippisti’. Sarà giusto che in futuro Melantone rappresenti, nel retaggio offerto dalla Germania all’Europa, il superamento delle spinte rigoriste e dello spirito di contrapposizione.

Il Pietismo fu l’altro contributo universale dell’anima tedesca. Quei grandi spiriti della germanità che furono gli uomini del Pietismo portarono più avanti l’opera risanatrice della Riforma. In un commosso impegno etico essi difesero il retaggio protestante in una fase già attraversata dalle incredulità illuministe e razionaliste. Il Pietismo sorse come correzione del protestantesimo, anche per reazione a tre ossificazioni dogmatiche del luteranesimo realizzato: il settarismo delle controversie teologiche; i mali delle chiese territoriali e la mondanizzazione prodotta dalla coincidenza tra magistero religioso e autorità del principe sovrano. Il Pietismo invocò un cristianesimo fatto di sincero fervore di fede. Più interiorità, più devozione, più commozione.

Fu una riforma nella Riforma, una che acquistò un’intensa caratterizzazione tedesca. In altri ambiti nazionali, culturali e religiosi il movimento “pietista” assunse nomi diversi: puritanesimo, metodismo, presbiterismo etc. In Germania i pietisti erano sorretti dalla consapevolezza del valore ultraconfessionale del misticismo medievale, apparentemente così sommesso. Il misticismo-pietismo manterrà una funzione creativa ancora agli inizi dell’età di Goethe, cioè del grande Settecento tedesco.

Si usa indicare come il pietista cronologicamente primo l’alsaziano Ph. J. Spener, autore di un’opera di edificazione, “Pia desideria”. Predicò alla corte di Sassonia a Dresda, influenzò l’università di Lipsia. Il discepolo. H. Francke convertì la religiosità pietistica in un’azione pedagogica. La quale non mancò di antagonizzare gli avversari: essi combatterono i pietisti quando eccedettero nell’esibire il loro émpito di fede.

Un ispirato organizzatore di cultura e di pratica pietistica fu il conte Nikolaus Ludwig von Zinzendorf. Nel 1722 ospitò nel suo possedimento di Herrnhut una prima congregazione di pietisti: protestanti cechi che si organizzarono in Fratelli Moravi. Essi espressero una corposa letteratura e sperimentazione della ricerca interiore. Qualcuno ritiene che ebbero qualche influenza sull’esperienza goethiana. La comunità degli ‘Herrnhuter’ costituì un movimento a sè nell’ambito del Pietismo.

Mentre in Francia e altrove avanzava la cultura dei lumi, in Germania le prime espressioni dell’Illuminismo trovarono premesse e apporti nel Pietismo. Anche le conquiste filosofiche di G.W. Leibnitz devono qualcosa ai contenuti e alle esperienze missionarie del Pietismo. Il cui pensiero e la cui azione, soprattutto in quanto contrapposti ai precetti del razionalismo illuminista, furono protagonisti del Settecento tedesco.

L’ultimo Settecento fu il momento più alto della cultura germanica. Si giovò dell’avvampare della lingua tedesca, in precedenza ancora discriminata a favore del francese e, ai livelli più accademici, del latino. L’ambiente culturale del Settecento tedesco, intriso sì di Illuminismo ma anche modellato dalle esperienze pietistiche, fu come la placenta del Romanticismo, insuperata espressione del’anima germanica.

 

Gotthold Ephraim Lessing

Anche di Lessing, il maggiore degli illuministi tedeschi, occorre segnalare che partecipò alle conquiste morali e intellettuali del Pietismo. Egli fu l’opposto dell’intellettuale accademico. Non concluse il percorso scolastico e rifiutò la teologia. La lettera scritta al padre, pastore protestante, per motivare tale rifiuto, asserì le ragioni della cultura laica, non clericale, senza peraltro negare il valore della tradizione germanica, così imbevuta di moventi religiosi. Per sostentarsi fece il segretario di un generale prussiano durante la guerra dei Sette anni. A Wolfenbüttel fece il bibliotecario del feudatario.

I primi lavori teatrali di Lessing affrontarono direttamente temi quali il pietismo e gli ebrei, con la piena (e nuova) consapevolezza apportata dall’Illuminismo: egli razionalista additò il fervore e l’onestà del Pietismo; si schierò con decisione a fianco degli esponenti della cultura ebraica (fu amico del filosofo Moses Mendelssohn). Aderì alla Massoneria, allora lievito di tolleranza e di favore alle nuove vie dell’esperienza religiosa. Il suo lavoro teatrale ‘Miss Sara Sampson’ (1755) pose fine alla fase ‘libertina’ dell’Illuminismo. E’ stato notato, autorevolmente (Marino Freschi) che in Germania l’Illuminismo “è impegnato più che altrove, attraverso lo strenuo rapporto dialettico col Pietismo, ad attingere una nuova coscienza rigorosamente morale”.

Va segnalato che al di fuori del Pietismo agirono individui e piccole comunità che risalivano alla tradizione dei mistici: pensatori che offrirono testimonianze di ricerca interiore e di tolleranza. Gottfried Arnold, morto nel 1714, fu autore di scritti di spiritualità cristiana “letti ancora ai tempi di Goethe”. Abbiamo già ricordato il conte Zinzendorf, che ospitò a Herrnhut la prima congregazione di pietisti esuli dai territori austriaci.

Lessing scrisse per il teatro “Nathan der Weise” che è un capolavoro dell’Illuminismo tedesco e, secondo alcuni, uno dei migliori prodotti della drammaturgia nazionale. L’azione si svolge in una Gerusalemme ideale dove si confrontano le menti delle tre grandi religioni monoteiste. In Lessing il filosemitismo e la critica al fondamentalismo cristiano si uniscono ad altre componenti essenziali dell’Illuminismo germanico, così aperto all’interiorità e all’utopia del Pietismo. Un altro autore razionalista “con una nostalgia pietistica” è Christan F. Gellert. Anche in Christoph M. Wieland si ritrovano appigli e riferimenti al Pietismo. Insomma in Germania il propagarsi dell’Illuminismo si può dire coevo e congeniale all’esperienza pietista.

Arrivò il largo svecchiamento filosofico che fu il grande apporto di Gottfried Wilhelm Leibniz e del suo discepolo Christian Thomasius. Di questi due il Freschi, studioso del Settecento tedesco, ha sostenuto che ebbero il merito di un’autentica rifondazione della cultura nazionale più impegnata: “Non si deve mai disgiungere il peculiare rapporto di attrazione e repulsione che intercorre tra i due grandi protagonisti del secolo: Pietismo e Illuminismo”.

Nulla si può aggiungere sulla grandezza di Goethe. Invece è giusto segnalare gli apporti che gli vennero dal passato vicino, cioè dalla religione luterana e pietistica. A Weimar Goethe lanciò quasi una nuova civiltà, all’interno della quale si staglia grandioso anche il lavoro di Friedrich Schiller. Alcuni riferimenti al Pietismo si ritrovano nell’opera di Klopstock. Con la prima delle sue ‘Oden’, composta a 23 anni, Klopstock interpretò gli slanci della lirica tedesca verso una natura, anzi una ‘Mutter Natur’ divinizzata. Si annunciano le estasi e il panteismo del sacro che saranno il nerbo dello Sturm und Drang e l’aurora del Romanticismo.

L’ispirazione religiosa pervade il poema ‘Der Messias. Ein Heldengedicht’ di Klopstock. Sulle prime tre intense cantiche del poema sorse forse l’empito sentimentale che divenne aurora di Romanticismo. Cominciò a finire l’Illuminismo scettico.

Johann  Gottfried Herder, pastore luterano, a  Königsberg scolaro di Kant e filosofo della storia,  condusse la cultura del suo tempo a superare le astratte proposizionì dell’Illuminismo e a riscoprire le matrici popolari della tradizione.  Herder segnò la liquidazione del conformismo illuministico. Alle generazioni giovani propose l’arte medievale, dunque il genio germanico testimoniato da quell’arte. In sostanza intraprese a rigenerare la cultura tedesca, liberandola dai condizionamenti francesi.  In questo fu per il giovane Goethe un entusiasmante Virgilio.

Il maggiore poeta tedesco di tutti i tempi ricevette da Herder il senso più vero della missione.  Nulla si può aggiungere alla grandezza di Goethe; invece è giusto segnalare gli apporti che gli vennero dal passato vicino, cioè dalla religione nazionale, luterana e pietistica. A Weimar Goethe e Schiller alzarono quasi i muri di una nuova civiltà.

 

Lirismo e profezia in Hölderlin

Hölderlin (1770-1843) è uno degli astri più splendenti del firmamento poetico tedesco. Anch’egli, come Schiller, figlio della declinazione pietistica del protestantesimo. In lui un cristianesimo messianico si compenetra in una intensa, emozionante rivisitazione della classicità greca.  In Hölderlin fede ed ellenismo si fondono in un Geist sublime, utopico-mistico, vivificato dagli impulsi della modernità romantica. A Tubinga egli ebbe come compagni di studio Hegel e Schelling.

Assunto un incarico di precettore a Bordeaux, nel 1802 fece a piedi il viaggio del ritorno in Germania. La prova lo menomò e fino alla morte visse da eroico e vivido recluso.

Nelle esemplari parole di Marino Freschi, il Nostro “autore di grandi inni classici e cristiani, Hölderlin tenta di intuire i presagi della prossima epifania degli antichi Dei. Forte delle due tradizioni dell’Occidente, il poeta si proponeva di pronunciare un nuovo messaggio spirituale per la Germania e per il mondo intero. Hölderlin istituiva un intenso dialogo tra il mito della Grecia e la sua visione della Germania che, terra della sera, d’Occidente, diventa la terra fecondata dall’antico spirito che risorge nell’utopia aurorale e nella visione del ritorno degli Dei. Anche nel frammento del romanzo “Hyperion oder der Eremit in Griechenland (Iperion o l’eremita in Grecia), del 1797-99, il grande poeta lega Grecia e Germania in una strabiliante operazione di attualizzazione”.

Marino Freschi aggiunge che nel dramma “Tod des Empedokles” (Morte di Empedocle) l’atto del filosofo che vuole morire nel cratere dell’Etna rinnova l’idea dell’immolazione cristica, dell’eroe-filosofo che si innalza alla santità. “E’ il canto supremo della palingenesi e della rinascita. Nell’intensità profetica e utopica della sua poesia Hölderlin assume una posizione  autonoma tra Classicismo e Romanticismo”. Per Freschi, ciò è vero anche per altri due scrittori del periodo che i critici chiamano ‘l’età di Goethe’: Jean Paul Richter e Heinrich von Kleist.

 

Terra del Romanticismo

Alla fine del Settecento la Germania si impone come patria del movimento romantico. L’università di Jena, dove insegnarono Schiller, Fichte, Schelling e Hegel, vide le prime smaglianti prove del Romanticismo. Quel periodo lo sentiamo come un’età eroicamente giovanile: Novalis, il più ispirato dei poeti romantici (si chiamava in realtà Friedrich von Hardenberg), morì a ventinove anni. Karl Philipp Moritz a 37, Heinrich von Kleist a 34, Georg Büchner a 24.

Von Kleist era nato in una famiglia di generali prussiani; un discendente, feldmaresciallo, morirà in un campo di prigionia sovietico. Fu specificamente tedesca la vicenda dello scrittore, uno degli intellettuali più impegnati  nella mobilitazione delle coscienze contro l’invasore napoleonico. Una delle opere esasperatamente patriottiche di Kleist fu ‘Die Hermannschlact’, che esaltò la vittoria di Arminio sulle legioni romane. Ora i nemici da scacciare erano i reggimenti di Napoleone.

Si usa ritenere Richard Wagner il massimo cantore del nazionalismo germanico. Certamente fu il principale tra i mitografi nordici, il maggiore esponente della nuova asserzione del paese che Bismarck aveva trasformato in un moderno impero industriale. E’ stato sostenuto che le opere di Wagner sono fra le conquiste più significative dell’Ottocento tedesco, alla pari con le intuizioni filosofiche di Arthur Schopenhauer e di Friedrich Nietzsche.

Il Novecento si annunciò in Germania con i drammi di Gerhart Hauptmann: “Vor Sonnenaufgang” (Prima dell’alba) e “Die Weber (I tessitori), nei quali campeggiano i temi sociali e le aspre esistenze dei proletari della natia Slesia. Affrontò frontalmente la proposta del Naturalismo il poeta simbolista Stefan George, sacerdote dell’arte per l’arte e della poesia pura. Il suo cenacolo animò la Monaco di fine secolo, assieme all’opera dei fratelli Thomas e Heinrich Mann. Il primo, insignito del premio Nobel, scrisse nella Grande Guerra un saggio (“Considerazioni di un impolitico”) in cui sembrò anticipare un avvicinamento alle operazioni di Nietzsche e di Oswald Spengler (“il tramonto dell’Occidente”). Il fratello Heinrich esordì come raffinato decadentista ma approdò a posizioni radicalmente democratiche e antiguglielmine.

Hermann Hesse, che risultò lo scrittore più letto del sec. XIX, nacque in una famiglia pietista e nella Grande Guerra si fece svizzero. Bertolt Brecht, che si collocò su un terreno opposto alla ricerca intimistica e alle rivisitazioni romantiche, scrisse le pagine tedesche più importanti per il teatro, soprattutto negli anni Venti del Novecento. Egli cominciò come espressionista – l’Espressionismo è stato la più importante delle avanguardie tedesche – ma col tempo si allontanò dalle esasperazioni di quel movimento per collocarsi su posizioni modernamente dissacratorie. Restano dirompenti le espressioni brechtiane contro la guerra.

Ernst Jünger fu tra i pensatori più visionari del Novecento. Nella Grande Guerra fu eroe come pochi. L’altro massimo testimone contro l’immanità di quel conflitto fu Erich Maria Remarque (“Nulla di nuovo sul fronte occidentale”). L’ascesa di Hitler nel 1933 aprì una tragedia smisurata -il trauma assoluto- nella comunità intellettuale tedesca. Si suicidarono Walter Benjamin, Kurt Tucholsky, Ernst Weiss, Stefan Zweig, Ernst Toller. Klaus Mann, figlio di Thomas, trattò con la maestria connaturale alla famiglia il dramma dell’emigrazione politica.

Il maggiore poeta tedesco del Novecento, vertice assoluto della lirica occidentale, nasce a Praga in una famiglia germanica: Rainer Maria Rilke.

 

Bach, il più grande dei Pietisti

Agli albori della piena germanizzazione del Sacro romano impero campeggiano l’esperienza della mistica tedesca e, assai più, il Pietismo. Quest’ultimo dette forma alla letteratura germanica fino agli esordi della ‘Età di Goethe’.  Ma le espressioni assolute del Pietismo non vennero in letteratura, bensì nella musica sacra. Qui il dominatore fu Johann Sebastian Bach, preceduto da pochi precursori e seguito da meno ancora continuatori, certo di rilievo ben minore. I documenti insuperati della spiritualità germanica di tutti i tempi sono di J.S. Bach: le Cantate sacre, le Passioni, i Corali, i Mottetti, le  Messe, i Magnificat, gli Oratori, pinnacoli non solo del repertorio sacro, ma dell’intera civiltà musicale del pianeta.

Bach non ebbe precursori, eredi o continuatori alla sua altezza, malgrado la schiera degli organisti di area germanica -nella quale si può includere Dietrich Buxtehude, fiorito a Lubecca, che risulterebbe oriundo danese, o addirittura svedese- sia folta e degna.  Anche G.F. Händel, F. Mendelssohn e, per i suoi insuperati ‘leader’ romantici, Franz Schubert, hanno confermato la primazia musicale tedesca sorta nel Settecento con J.S. Bach.

La solitudine di Bach è un esito inquietante. La spiegazione va cercata, in ambito musicale, nell’esaurimento del pensiero creatore come pellegrinaggio dello spirito; ma anche nella stanchezza della motivazione religiosa. Non poteva andare diversamente, visto che ai lancinanti dilemmi e alle invocazioni del Pietismo seguirono, persino in Germania, i tralignamenti musicali della scuola italiana/francese e dello ‘stile galante’.

Progressivamente insidiata dal razionalismo e dalla secolarizzazione -quest’ultima l’opposto del sentimento pietistico- nemmeno la Germania seppe prolungare la stupefacente creatività e l’intensità delle conquiste bachiane. Gli epigoni veri, anzi i compagni d’avventura di Johann Sebastian, sono stati i grandi dell’Ottocento romantico, o classico-romantico: Mendelssohn, K.M. von Weber, Beethoven, Schumann, Brahms hanno dominato soli l’universo della musica europea fino all’apparizione dell’Impressionismo di Claude Debussy e della vivida pattuglia spagnola de Falla, Granados, Albéniz.

E’ tedesco il massimo giacimento musicale del mondo moderno,  da Gluck  e da Gustav Mahler ai classici moderni quali Richard Strauss e Arnold Schönberg.

Non sono stati gli iniziatori riconosciuti del Pietismo coloro  che hanno spinto ai livelli più alti  l’ispirazione religiosa in Germania. Non sono stati i poeti, i prosatori, i drammaturghi del Settecento, nonché i grandi organisti dell’area germanica. E’ stato soprattutto Johann Sebastian Bach, senza confronti superiore ai predecessori e ai successori che portavano il suo cognome. Delle due dozzine di musicisti Bach, quelli decorosamente rispettabili sono soprattutto quelli venuti prima. I meno meritevoli sono i quattro figli del Nostro, tutti passati al conformismo della scuola italiana.

Nessuno potrà risarcire la musica germanica del lungo oscuramento che colpì Johann Sebastian. In un concorso si arrivò, lui vivo, a preferire a J.S. un compositore della modestia di Georg Philipp Telemann. Johann Sebastian è il massimo dei musicisti religiosi di tutti i tempi e di tutti i luoghi. E, insistiamo noi, è il massimo dei pensatori germanici ispirati dal Pietismo. Non poteva essere che così. Il Pietismo fu la risposta del Geist nazionale all’involuzione del cristianesimo tedesco dopo le straordinarie conquiste di Lutero, di Melantone, di Ulrico di Hutten. L’ispirazione religiosa del pensiero tedesco pagò il prezzo della vittoria sul papismo su almeno due piani: 1) l’ipertrofia dello spirito di controversia teologica; 2) l’ufficializzazione della fede in religione di Stato e dunque la sua mondanizzazione. Ciascuno degli innumerevoli ‘sovrani parziali’ di Germania sentì di potere signoreggiare sulle coscienze dei sudditi. Anche queste storture volle sanare il Pietismo.

 

I primati del futuro

La Germania si ingigantirà prima in Europa. Prima sui piani più nobili, non per dimensioni. Riscattata dalle infamie di un passato recente, però brevissimo, sarà eticamente inattaccabile. Si aggiungerà una qualità nuova: allargherà il distacco spirituale rispetto alle altre grandi componenti d’Europa. Constaterà d’essere passata in testa alla colonna della storia. Si parlerà di nuovo primato dello spirito tedesco. La Germania del futuro non lontano sarà davvero il Secondo Reich, la resurrezione dell’Impero sacro e romano.

Quale delle Germanie del passato sarà all’altezza del retaggio imperiale?  Condizionati dai secoli non possiamo che rispondere: ai tempi della grandezza l’Impero era degli Ottoni e degli Staufen, specialmente Federico I.  Sotto il Barbarossa il pensiero fu ancora pienamente cristiano, cavalleresco, medioevale; l’imperatore morì alla Crociata. Alcuni dei suoi valori erano i più alti fino allora concepiti. Dopo, l’ispirazione religiosa si smorzò, la modernità e il razionalismo si allargarono assieme all’assertività borghese.

Il grande revival germanico non potrà che differenziarsi, forse contrapporsi, ai precetti della modernità quale la conosciamo. Il razionalismo ha ‘fatto’ la modernità e la modernità ha tralignato, soffrendo la caduta di Lucifero. La salvezza non potrà che venire dal recupero dei valori -nel Medioevo specificamente germanici- che l’Illuminismo e il Rinascimento  internazionali avevano ripudiato.

 

Il corteggio dei Grandi Spiriti

Chi guiderà la Germania al momento di rigenerare l’Europa, facendone il Secondo vero impero sacro e romano, si proporrà al Continente affiancato da un manipolo dei massimi tedeschi. Garantiranno per l’eticità della stirpe due imperatori Hohenstaufen, Martin Lutero, Filippo Melantone, Ulrich di Hutten cavaliere umanista della Riforma, e poi Johann Sebastian Bach, Goethe, Hölderlin che presagì il ritorno degli Dei ellenici, Rainer Maria Rilke e la schiera degli insuperati classici del Romanticismo. Assieme ad altre  grandi anime, che Dante avrebbe messo in Paradiso, questi Paladini rassicureranno gli europei: quello germanico sarà il più spirituale dei retaggi.

TEMPO DI USCIRE DALLA NATO

Dovessimo credere a talune apparenze, il servaggio dello Stivale rispetto a Washington forse comincerebbe a finire. Iniziò a fine settembre 1943, quando nei territori già occupati dagli Alleati apprendemmo che eravamo governati da un commodoro Ellery Stone, della U.S.Navy. Il titolo era Capo della Commissione Alleata di Controllo. Per esserci arresi senza condizioni, ci trattarono amichevolmente. Tempo pochi giorni, e le province badogliane distribuirono il pane bianco delle autorità d’occupazione; ci beneficiarono, invece di farci scontare la partecipazione alla guerra di Hitler. Il commodoro Stone ebbe ordini di trattarci da ausiliari dei vincitori. Non andò altrettanto bene dove arrivarono i reparti marocchini del generale francese Juin, finto conquistatore: le tradizioni guerriere dei suoi ascari nordafricani erano efferate.

Nell’assieme il maresciallo Badoglio, cavaliere dell’Annunziata, si guadagnò la riconoscenza di noi vinti. Poteva andare assai peggio. Tra l’altro il nostro Mezzogiorno ebbe la fortuna di sfuggire al flagello di una Resistenza che fece morire più italiani che tedeschi.

Naturalmente, finita la guerra i governanti antifascisti installati dai vincitori garantirono ai padroni la più totale sottomissione: né poteva essere diversamente. Persino l’agente di Stalin, Palmiro Togliatti, rispettò lealmente gli accordi di Yalta: l’Italia spettava all’Occidente. All’inizio sembrò che nella nostra penisola Londra avrebbe esercitato un ruolo forte, ma presto risultò che la partecipazione britannica alla vittoria era una mezza verità: i vincitori veri erano yankee e il possente impero di Chamberlain e Churchill aveva deciso di immolarsi invano, nel 1939.

Per tre quarti di secolo la politica italiana ha mantenuto fedeltà assoluta a Washington. Indimenticabile la servile riconoscenza di Massimo D’Alema: “Condoleeza Rice, la segretaria di Stato, mi ha detto ‘diamoci del tu’!”

A metà del 2018, chissà perché, alcuni sacerdoti dell’obbedienza americana -Angelo Panebianco, Giuliano Ferrara, altri- vanno dicendosi inquieti: l’Italia potrebbe emanciparsi, potrebbe abiurare la fede atlantica, potrebbe scoprirsi naturalmente equidistante da Mosca, potrebbe fare i propri interessi, e tutto ciò sarebbe delittuoso. In realtà i legittimisti a stelle e strisce non hanno, o non hanno ancora, motivi veri per temere l’uscita dello Stivale dalla sudditanza agli USA. Ma tale uscita sarebbe giusta, e dovrebbe venire subito.

Tre quarti di secolo fa gli Stati Uniti conservavano qualche tratto della nazione giovane, della grande potenza che si differenziava dalle altre, del paese che avvicinava il futuro. Oggi sono sconciati dalla loro stessa enormità, e più ancora dall’aver fatto proprie troppe deviazioni etiche. In particolare dall’aver superato ogni livello di militarismo. L’America che fu la fidanzata del mondo non può più essere amata da nessuno. Solo temuta, o sfruttata.

Il Bel Paese non ha motivi per restarle legata. Ora Washington esige persino di addossare su alleati, ausiliari e clientes alcuni costi del proprio militarismo. La sua egemonia planetaria non merita la partecipazione alle spese di alcun subordinato. Un’antagonista di pari potenza, una Cartagine, non esiste più. Dovesse un giorno sorgere, né l’Italia né l’Europa avrebbero ragioni per restare a fianco dell’America. Settantacinque anni dopo l’arrivo del commodoro Stone, è tempo di uscire dalla Nato, tempo di liberarci di ogni obbligo militare.

Se lo faremo, Washington in pratica non potrà fare nemmeno minacce gravi. E’ dalla guerra di Corea che il gigantismo bellicista condanna gli USA a mancare tutti i tentativi di avvalersi della strapotenza. La sconfitta subita in Indocina fu la più grave e la più disonorevole della storia. Saggezza vuole che il Pentagono non provi a punire questo o quello alleato recalcitrante o infedele. E’ grottesco, a questo punto, che noi si debba sanzionare la Russia -a spese nostre- perché si è ripresa la Crimea. La stessa vasta e grossa Ucraina, ai nostri occhi resta quintessenza e madre della Russia. Sarebbe folle rompere con Mosca per rafforzare la presa statunitense su Kiev.

Peraltro, quando riusciremo a voltare le spalle agli USA, non sarà per avvicinarci alla Russia, meno che mai alla Cina. Pur non potendo prendere troppo sul serio la presente Unione brussellese, è chiaro che una grande patria l’abbiamo ed è l’Europa. Nacque amministrativa e microcarolingia, ma merita di rigenerarsi. Momentaneamente i paesi est-europei sono ostaggi dell’imperialismo yankee e dovremo fare senza di loro, visto che credono d’essere legittimati a vendicarsi della cattività sotto Stalin.

Anche il turpe prostituirsi all’America degli ex-satelliti dell’Urss passerà: la grande Europa riconquisterà il suo destino di ombelico del mondo. La legittimità storica è tutta sua: l’Europa supererà l’America per qualità ideale, e risulterà più armoniosa della Cina. A Washington spetterà il terzo posto, alla pari con la Russia.

A.M. Calderazzi

Dovrà essere economia di guerra

Questa Repubblica, sorta malata dalla Resistenza, se vorrà mettere in sicurezza viadotti, scuole, interi quartieri e città; se dovrà provare a scongiurare la bancarotta, ad allontanare lo smantellamento industriale e a rallentare l’ingrossamento del debito pubblico; se sarà obbligata a partecipare a un gigantesco “piano Marshall” dei paesi ricchi contro la miseria dell’Africa; se vorrà dare un sussidio alimentare alle famiglie dei senza reddito; se vorrà smettere di vivere alla giornata: ebbene questa Repubblica dovrà fare un’abiura colossale. Dovrà spezzare la continuità. Dovrà rinnegare se stessa, compresi i suoi valori. Dovrà passare a una mezza rivoluzione.

Non si tratterà di aggiornare le prassi del Settantatreennio demo-clepto-plutocratico. Non si tratterà nemmeno di decidere questa o quella patrimoniale. Occorrerà rovesciare i tavoli da gioco e bruciare i mazzi delle carte. Per tagliare di otto decimi la spesa militare e quella diplomatica bisognerà uscire dalla Nato, rifiutare la solidarietà occidentale, affrancarci finalmente dagli Stati Uniti. Dovremo proclamare decaduti imperativi tradizionali come patria, onore, valori della Costituzione, diritti inalienabili, conquiste per sempre.

Occorrerà avviare una lotta senza quartiere a tutti gli sprechi: cominciando dalle istituzioni obsolete o apertamente nocive, le Camere e la Corte costituzionale per cominciare. Il Quirinale va chiuso (venduto al migliore offerente, per straniero che sia, oppure convertito nel Louvre più importante del pianeta). Il bilancio della presidenza della repubblica va miniaturizzato; il numero dei dipendenti deve diventare trascurabile. I palazzi del prestigio meglio chiuderli. Le grandi opere siano ridotte all’essenziale; alla compagnia di bandiera è saggio rinunciare. Andrà proibito di considerare “strategici” beni e programmi finora classificati ‘indispensabili a un grande paese’: il ‘grande paese’ si acconci a ciò che può permettersi.

Il Codice civile va riscritto in alcune parti: per esempio i “diritti acquisiti” che cessino di imperversare e di bloccare quasi ogni iniziativa di riforma. Essi assegnano trattamenti privilegiati non solo ad alti burocrati (che a volte vantarono meriti) e a generali e ammiragli senza vittorie, ma anche alle loro vedove. Se mai certe carriere furono rispettabili, nessun ruolo ebbero in esse le consorti. Le pensioni esagerate e le ricche liquidazioni vengano avocate a fini di giustizia. Non si temano le accuse: pauperismo, giacobinismo, etc. Non si facciano più salvataggi industriali: le manifatture che producono beni rifiutati dal mercato chiudano; a stipendi e salari si sostituiscano sussidi alimentari eguali per tutti. Gli alti manager vivano anch’essi del molto poco.

Dopo il settantennio della grande illusione, le istituzioni repubblicane andranno ridimensionate : cominciando dal parlamento e dalle altre assemblee elettive. La democrazia delle urne non ha più senso: andrà sostituita dal sorteggio all’interno di corpi politici ristrettti e qualificati. In condizioni normali, quasi tutto ciò che diciamo è utopia. Ma le condizioni non saranno più normali quando il fabbisogno aggregato esploderà a varie migliaia di miliardi. Accantonata la speranza della crescita e della rigenerazione, la nostra sarà un’economia di guerra e di rivoluzione. Dovranno tornare vari stenti del passato.
Chi non è d’accordo, abolisca la globalizzazione.

Antonio Massimo Calderazzi 30 giugno 2018

A CERTE NAZIONI ANDO’ INSOLITAMENTE MALE

Anche i popoli, non solo gli individui, hanno il Destino: favorisce alcuni, perseguita altri. Senza uscire dall’Europa, che c’è di simile tra la vicenda nazionale della Svezia e quella, per esempio, della Polonia? La prima è andata avanti senza drammi gravi. A partire dal secondo millennio a.C. commercia già coi paesi mediterranei. In epoca storica prende forma un regno incentrato a Uppsala. Verso l’800 dell’era cristiana cominciano le spedizioni vichinghe che portano gli “svedesi”, lì chiamati Vareghi, fino a Bisanzio. Nel secolo XII nasce la capitale attuale. Nel XIV la Svezia si unisce alla Norvegia e si salda anche alla Danimarca.

Quando diventa re, Gustavo Vasa caccia i danesi (1523) e avvia l’egemonia nel Baltico. Nella guerra dei Trenta Anni, Gustavo II Adolfo campeggia e solo alcuni insuccessi del carismatico Carlo XII fermano l’espansione svedese. In seguito un sovrano viene assassinato, un altro deposto, finché la corona passa a Jean Bernadotte, un maresciallo di Napoleone. Da allora il regno di Svezia si fa sempre più prospero e soprattutto saggio: il capolavoro svedese fu una neutralità monolitica.

Quasi diametralmente opposta è la sorte della Polonia: si direbbe una vicenda di soli spasmi e di sole lacerazioni. Tribù slave cominciarono a installarsi nei bacini della Vistola e dell’Oder un sedici secoli fa e nel 1023 un Boleslas diventa re, ma presto le aggressive campagne dell’Ordine Teutonico disgregano un regno che appariva promettente. I sovrani polacchi fanno grandi progressi unendosi alla Lituania degli Jagelloni e raggiungono il Mar Nero. Alla fine del Seicento la successione di conflitti e di dissesti conduce il regno sull’orlo del baratro. Una nobiltà anarchizzante paralizza la nazione: la monarchia, elettiva, è impotente. Le guerre di successione e la rivalità tra le Potenze- Francia Svezia Russia Austria- sono la norma. Alla prima (1772) delle spartizioni della Polonia partecipa anche la Prussia. Nel 1795 la Polonia sparisce. Il napoleonico ducato di Varsavia è effimero, la Galizia torna all’Austria, la Posnania si germanizza, il grosso della Polonia è degli Zar. Tutti i tentativi di sollevazione vengono schiacciati. Il dominio russo dura fino al 1914, seguito dall’occupazione tedesca.

I soprusi e gli errori del trattato di Versaglia (Versailles), con la congiunzione della Revanche imperialistica della Francia, con le stoltaggini dell’ “idealismo” di Woodrow Wilson -improvvisamente trovatosi egemone della pace- producono un momentaneo risorgere della nazione polacca. Parigi sceglie Varsavia come principale alleata dell’Est europeo, artificialmente ingrandita a spese della Germania. Insieme alla Cecoslovacchia, altra repubblica inventata a Versailles, la nuova Polonia, fatta importante al di là della logica, serve alla Francia per minacciare il Reich.

L’assalto di Hitler nel 1939 apre la Seconda guerra mondiale: ma anche Stalin invade la Polonia. Le sciagure che seguono alla doppia aggressione suggellano una millenaria storia fatta soprattutto di tribolazioni e di occasionali eroismi. Si arrivò a spiegare nel lunare modo che segue le cariche, ovviamente disperate, della cavalleria polacca contro i Panzer germanici: tenendo le briglie tra i denti i cavalleggeri potevano indirizzare i loro moschetti contro le feritoie dei carristi nemici. Varsavia aveva orgogliosamente rifiutato le richieste di Berlino, che inizialmente non andavano molto oltre Danzica, nonché un passaggio attraverso il Corridoio polacco.

Ma se sono prevalentemente funeste le cronache della nazione polacca, ci sono alcuni grandi paesi, onusti di gloriosi conseguimenti, i cui ultimi due secoli hanno collezionato sventure e rovesci che governanti più saggi avrebbero scongiurato. Il caso più impressionante è la Francia. I vanti rivoluzionari e napoleonici non contrappesarono le infamie delle ghigliottine e i massacri del bellicismo sistematico. La nazione non si rialzò dalla disfatta in Russia della Grande Armée. I pronostici dell’azzardo finale a Waterloo erano tutti luttuosi. La guerra che Parigi volle alla Prussia nel 1870 fu una catastrofe, foriera di due conflitti mondiali. L’insurrezione comunarda nella capitale (1871) costò decine di migliaia di morti e, peggio, generò una leggenda che riaffiorerà, ancora a Parigi, in guise eroicomiche nel Maggio 1968.

La fissazione antigermanica costò alla Francia quasi un milione e mezzo di morti nella sola Grande Guerra. Nel 1940 condannò il paese a subire la più grande e ingloriosa disfatta militare della storia: laddove nel futuro della Francia e della Germania non c’era che un esito obbligato, l’alleanza per sempre. A Versaglia la supposta nazione dell’intelligenza cartesiana credette di dover incoronare di gloria quel Georges Clemenceau, del quale si poté dire che addossò soprattutto a sé le superflue carneficine dell’ultima fase della Grande Guerra (quando le Potenze centrali già inclinavano a una pace di compromesso). Clemenceau fu il bellicista estremo che incarcerò e considerò di far fucilare il solo statista nazionale, l’ex presidente del Consiglio Joseph Caillaux, il quale aveva fatto passi politici concreti per mettere fine all’eterno odio franco-tedesco; nel 1917 aveva tentato di favorire la cessazione della carneficina.

Alla Conferenza della pace Clemenceau e i governanti parigini della sua risma attuarono il coacervo di tutti i possibili errori antitedeschi: le conseguenze furono la Seconda guerra mondiale e, nelle Ardenne, la disfatta assoluta della Francia. I mali che seguirono, a Dien Bien Phu e in Algeria, furono poca cosa rispetto al bellicismo revanchiste. Tenuto conto di tutto, alla Francia non sarebbe andata peggio se negli ultimi due secoli fossero tornati a regnare i sovrani ‘buoni a niente’ (Rois fainéants) della casa merovingia.

A.M. Calderazzi

Quando Churchill dovette farsi magliaro

Lo statista più menzognero del secolo XX fu Stalin (“Nell’Urss il potere è del popolo”), oppure F.D. Roosevelt (“Il Giappone ha attaccato Pearl Harbour a tradimento” e “Non manderò i ragazzi a combattere oltremare”)? Per più di un motivo è difficile rispondere, e infatti chi scrive si sottrae. Invece furono dette a livello sommo numerose bugie meno mastodontiche: qui uno dei mentitori “per necessità” più sfrontati fu Winston Churchill: con tutta la maestria dello stile con cui spacciava bugie, ossia faceva il magliaro.

Sorprendentemente indegno del suo prestigio fu il falso cui si costrinse nei giorni drammatici del giugno 1940. La Wehrmacht e la Luftwaffe avevano già annientato l’esercito francese, fino a quel momento considerato il più potente del mondo. Sessanta divisioni non esistevano più. Parigi, dichiarata città aperta, era già caduta, le strade della Francia erano invase da milioni di profughi e di militari fuggiaschi che cercavano di mettersi in salvo. A Bordeaux e nei castelli e alberghi, dove il governo e l’alto comando della repubblica morente erano riparati, si tentava febbrilmente di decidere tra la resa e alcuni conati di prosecuzione della lotta -il più temerario, perché inconsistente secondo il comandante supremo Maxime Weygand e il potenziale capo dello stato e del governo Henri Philippe Pétain- era quel trasferimento generale nel Nord Africa francese, l’ultima speranza del presidente del consiglio Paul Reynaud per non accettare la sconfitta finale (infatti la Francia chiese l’armistizio il 18 giugno).

In questa situazione di catastrofe finale il premier britannico faceva coraggiosamente una spola giornaliera da Londra per tentare di dissuadere i governanti alleati dall’abbandonare la lotta, o quanto meno per cercare di ottenere che la flotta francese, ancora intatta, si consegnasse nei porti britannici: nel qual caso Londra avrebbe rinunciato a tenere impegnata la Francia al patto del 28 marzo, che le vietava una pace separata. Nell’ultima delle impossibili missioni presso i vertici dell’alleato sconfitto, il primo ministro Churchill fece ricorso prima a una proposta cervellotica e implausibile, poi alla più spudorata delle menzogne. La proposta: i governi britannico e francese avrebbero dichiarato una “unione indissolubile” tra i loro paesi e i loro imperi. “Ogni cittadino francese avrà immediatamente la cittadinanza della Gran Bretagna; ogni suddito britannico diverrà cittadino francese”. La sensazionale pensata visse poche ore. Ne fu elettrizzato solo Paul Reynaud, rimasto solo a volere la lotta ad oltranza: annunciò emozionato che l’indomani avrebbe incontrato Churchill in un porto bretone per proclamare l’Unione franco-britannica”. Non uno dei ministri del suo governo e dei generali dell’alto comando appoggiò il presidente del Consiglio. Fu concorde il giudizio che l’Albione avrebbe fatto della Francia un vassallo o “un altro Dominion”. Tra l’altro il progetto supponeva fiducia nella finale vittoria del Regno Unito, fiducia che in quel momento era condivisa da pochi. Si pensava che Hitler avrebbe trionfato anche sulla Gran Bretagna. Anni dopo Reynaud confesserà che il rifiuto unanime dell’Unione escogitata da Churchill “fu la più grande delusione della mia vita”.

La menzogna spudorata, sempre per scongiurare l’uscita della Francia dalla guerra: Churchill fece arrivare ai vertici francesi la propria ‘convinzione’ che occorresse tentare di ottenere da Roosevelt un’immediata decisione di intervento nella guerra contro il Reich. Il primo ministro britannico sapeva alla perfezione che il presidente USA non era il Re Sole, non poteva decidere alcuna guerra. Poteva deciderla il Congresso -a determinate condizioni- e sempre che la volesse l’opinione pubblica. Il presidente poteva coll’inganno plagiare il Congresso e la nazione; e infatti questo otterrà a tempo debito Roosevelt: ma gli furono necessari circa 18 mesi, laddove per “salvare” la Francia si disponeva di poche ore. In più, per realizzare l’intervento nel conflitto mondiale il guerrafondaio Roosevelt ebbe bisogno dell’attacco a Pearl Harbour, da lui sistematicamente provocato con un interminabile e finto negoziato col Giappone, consistente nel respingimento di ogni richiesta nipponica. Tokyo lanciò i propri siluranti e bombardieri a Pearl Harbour dopo che Washington aveva bloccato le forniture da cui il Giappone dipendeva quasi totalmente. Per trascinare in guerra gli Stati Uniti Roosevelt ebbe bisogno di un’esplosione di sdegno patriottico del suo popolo, e la ottenne portando all’esasperazione le spinte espansioniste del Giappone.

La frode di Churchill consisté nel tentativo di far credere a Reynaud e agli altri responsabili francesi che la salvezza potesse loro venire da Washington entro le decine di ore che restavano prima del colpo di grazia del Reich. Sembra accertato dagli storici che Reynaud indirizzò al presidente plutodemocratico l’implorazione insinuata da Churchill, pur sapendo che essa nell’immediato era assurda. Com’è noto Roosevelt rispose no, peraltro con un messaggio che non mancava di esaltare “l’eroismo” dei francesi. Reynaud dovette dimettersi e il maresciallo Pétain -nominato suo successore anche col voto del leader socialista Léon Blum- chiese l’armistizio.

A.M.Calderazzi