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PER UNA POLITICA ECONOMICA CHE SIA VERAMENTE TALE IN ITALIA E IN EUROPA

Le accese polemiche che si sono susseguite in questi ultimimesi intorno alla manovra economica approntata dal nostro Governo e appena approvata dalle Camere, e le serrate trattative con la Commissione europea sul livello di deficit strutturale ammissibile, ci dovrebbero indurre a compiere alcune riflessioni, innanzitutto sul ruolo della politica economica e sull’obiettivo prioritario che essa ha il compito di perseguire.

Mi sembra doveroso, a questo proposito, partire dalla lezione di Federico Caffè. Come ebbe modo di scrivere in diverse occasioni, rifacendo sia quanto aveva già messo in rilievo Gustavo Del Vecchio (1883-1972)[1], scopo precipuo della politica economica è quello di far uso della conoscenza come guida dell’azione e i soggetti destinatari di tale indirizzo non sono solo gli organi di governo, ma anche gli altri operatori economici, siano essi pubblici o privati, interni o internazionali. Occorre però un’importante precisazione: “uno studio inteso a essere di guida all’azione non può confondersi o identificarsi con l’azione stessa. Questa, mentre da un lato implica poteri di decisione che mancano di regola (e comunque non sononecessari) a chi attenda a compiti soltanto di studio, dall’altra richiedegeneralmente l’integrazione degli utili elementi per tal via ottenuti conconsiderazioni di diversa natura e provenienza, a opera appunto di chi abbia il potere e la responsabilità di decidere”[2].

In tal modo Caffè sottolineava come non potesse mai venir meno il ruolo dei responsabili politici, ai quali soltanto spetta di adottare le decisioni inerenti alle azioni di politica economica da intraprendere, assumendosene l’onere. Il compito dello studioso (o del “tecnico” se così vogliamo chiamarlo) deve limitarsi ai suggerimenti o indicazioni per i problemi concreti, con l’avvertenza che essi comunque avranno un carattere inevitabilmente parziale, non potendosi delineare “quel prolungamento della conoscenza nell’azione (…) come predisposizione di categoriche norme e di conclusivi precetti, pronti per l’uso”[3], che lungi dall’avere una valida portata sistematica si rivelerebbero soggetti ad una rapida obsolescenza. Né, tantomeno, si può identificare la scienza economica in modo esclusivo con un determinato indirizzo “attribuendo ad esso una posizione di egemonia che, di fatto, non ha[4].

Già all’epoca, infatti, Caffè metteva in guardia dal “riflusso neoliberista”, che acriticamente sottolineava “la validità del mercato, come forma organizzativa dell’assetto sociale, senza tener conto delle numerose dimostrazioni fornite, attraverso il tempo, dei «fallimenti del mercato». (…) Poiché il mercato è una creazione umana, l’intervento pubblico ne è una componente necessaria e non un elemento di per sé distorsivo e vessatorio”[5]. Ovviamente anche l’azione della mano pubblica non è esente da errori e fallimenti, ma è anacronistico trattare le imperfezioni del mercato come aventi un carattere del tutto secondario rispetto a quelle dell’intervento pubblico.

Quanto all’obiettivo generale che deve perseguire la politica economica, non vi è dubbio che esso debba risiedere innanzitutto nell’accrescere il benessere umano. Caffè, richiamando un intervento tenuto nell’aprile 1963 a Roma dall’economista olandese Jan Tinbergen (1903-1994) durante la conferenza L’organizzazione dell’attività produttiva al servizio dell’uomo[6] annotava che “assumendo il benessere umano come obiettivo generale da massimizzare con le misure di politica economica, il Tinbergen considera che ne formino elementi costitutivi non soltanto i beni materiali, ma tutti quegli elementi – ideali, educativi, culturali – che riflettono i valori umani della nostra epoca storica”[7]. Tale impostazione era pienamente condivisa da Caffè, il quale era ugualmente consapevole del fatto che i diritti fondamentali sanciti nella nostra Costituzione dovessero rappresentare il quadro di riferimento a cui si doveva conformare anche la politica economica, che deve perseguire i propri obiettivi al fine di assicurare appunto il benessere generale e non gli interessi di pochi: “quando manchi l’organizzata volontà umana programmatrice, inevitabilmente gli interessi sezionali finiscono per prevalere su quelli della collettività”[8]. Il suo impegno in questa direzione è tra l’altro testimoniato dalla partecipazione ai lavori della Commissione economica del Ministero della Costituente, presieduta da Giovanni Demaria (1899-1998), il cui Rapporto in 12 volumi rappresenta il più alto contributo degli economisti italiani dell’epoca alla formulazione della carta costituzionale repubblicana.

D’altra parte lo stesso Demaria era fermamente convinto che lo Stato dovesse farsi promotore del miglioramento sociale, essere cioè fattore di produzione ossia “attore di elevazione e felicitazione materiale e superiore, protagonista e realizzatore di quel complesso di mete ideali e materiali che gli uomini si sono sempre configurate in ogni tempo. Quando lo stato operi lungo la linea ascendente del progresso dell’umana personalità agisce certamente come fattore di produzione, perché se l’organizzazione statale produce sempre qualche cosa (…), solo quando innalza la vita privata e sociale ad un piano storicamente superiore rispetto a posizioni spirituali, economiche e politiche arretrate può dirsi fattore di produzione rilevante per il patrimonio dei valori morali e materiali”[9]. Lo stato sociale moderno avrebbe dovuto quindi agire per limitare al minimo le diseguaglianze economiche e sociali, assicurare un certo grado di “benessere organico”, costituito da tutto ciò che è necessario alla vita dei singoli per renderla anzitutto possibile e poi piacevole, dal momento che “un benessere collettivo che comportasse la povertà di una parte della popolazione degraderebbe il povero e infetterebbe con la sua degradazione l’intero ambiente in cui vive, e tutto ciò che può degradare un paese può degradare un continente”[10]. Parole quanto mai profetiche rispetto alla situazione attuale dell’Europa.

Tali premesse erano necessarie per capire di cosa dovrebbe veramente occuparsi la politica economica e non è difficile capire che in questi ultimi tre decenni poco si è fatto sia in Italia sia in Europa per avvicinarsi a questi scopi. È del tutto attuale pertanto l’amara constatazione di Tullio Bagiotti (1921-1983) riguardo alla legislazione economica del nostro paese (che si potrebbe ben estendere a quella europea): “una legislazione da bottegai (…) avversata o sostenuta da una critica economica da bottegai. I propositi della Costituzione (…) sono stati disinvoltamente pretermessi. Il tutto a pregiudizio dei diritti dell’uomo, di libertà, e opportunità, che la Costituzione formalmente garantisce. E indubbiamente a pregiudizio della società, cui i diritti individuali sono fondamento e premessa”[11].

La politica economica nell’ambito dell’Unione Europea, a partire dal Trattato di Maastricht (1992) e ancor più dopo l’inizio della crisi finanziaria del 2007-08, è stata plasmata al solo fine di perseguire il rispetto dei parametri fissati dal trattato medesimo (i valori-soglia del rapporto deficit/PIL e di quello debito/PIL[12]), una disciplina di bilancio finalizzata al pareggio[13] e il mantenimento della stabilità dei prezzi[14] (ossessione tutta tedesca). Questa tendenza si inserisce nell’alveo della tradizionale attenzione che il diritto comunitario ha sempre dedicato allo sviluppo del mercato unico e alla conseguente tutela della libertà di concorrenza e della libera circolazione delle merci, dei servizi e delle persone.

L’attuazione e la protezione dei diritti sociali è stata subordinata a questi obiettivi. Infatti, sebbene l’art. 3 del Trattato dell’Unione Europea (TUE) affermi, al paragrafo 1, che essa “si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli”, subito dopo (paragrafo 3) precisa che “si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale”. Dall’impostazione di questa norma si evince come la piena occupazione e il progresso sociale svolgano un ruolo secondario rispetto allo scopo principale della crescita equilibrata e della stabilità dei prezzi. Né deve trarre in inganno l’espressione “economia sociale di mercato”, concetto di derivazione tedesca[15], volto a precisare come l’apporto dello Stato debba limitarsi ai soli interventi strettamente indispensabili a evitare i fallimenti di mercato, cui è stato aggiunto il correttivo “fortemente competitiva” per sgombrare il campo da eventuali equivoci, ribadendo la supremazia dell’approccio liberista.

Ciò è ulteriormente confermato dalle disposizioni del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). Anche qui l’art. 9 afferma solennemente che “nella definizione e nell’attuazione delle sue politiche e azioni, l’Unione tiene conto delle esigenze connesse con la promozione di un elevato livello di occupazione, la garanzia di un’adeguata protezione sociale, la lotta contro l’esclusione sociale e un elevato livello di istruzione, formazione e tutela della salute umana” e il medesimo principio è ribadito all’art. 151, che apre il Titolo X del TFUE, intitolato “Politica sociale”, in cui si legge che “l’Unione e gli Stati Membri, tenuti presenti i diritti sociali fondamentali, (…) hanno come obiettivi la promozione dell’occupazione, il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, che consenta la loro parificazione nel progresso, una protezione sociale adeguata, il dialogo sociale, lo sviluppo delle risorse umane atto a consentire un livello occupazionale elevato e duraturo e la lotta contro l’emarginazione[16].
Ma già nel successivo comma 2 è contenuta la significativa precisazione che nel porre in atto tali scopi l’Unione deve tener conto della “necessità di mantenere la competitività dell’economia” e l’art. 119, paragrafo 2, stabilisce chiaramente che le politiche economiche generali nell’Unione sono sostenute “conformemente al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”, fatto salvo l’obiettivo del mantenimento della stabilità dei prezzi .

Consideriamo infine la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata il 7 dicembre 2000 e adottata nel 2007, e ora inserita a pieno titolo tra le fonti normative dell’Unione in virtù del richiamo operato dall’art. 6 del TUE[17]. Nonostante il notevole progresso rappresentato dal fatto che nel Preambolo si afferma che l’Unione “pone la persona al centro della sua azione istituzionale”, anteponendo tale principio alla salvaguardia della “libera circolazione delle persone, dei servizi, delle merci e dei capitali”, la tutela approntata per i diritti sociali, di cui si occupa prevalentemente il Titolo IV (Solidarietà) appare piuttosto debole e meno incisiva rispetto alle disposizioni costituzionali di molti Stati membri.

Queste sono le fondamenta su cui è stato successivamente costruito, con vari interventi regolatori tra il 1997 e il 2013[18], il Patto di Stabilità e Crescita, ossia l’edificio di controlli preventivi e interventi correttivi demandati alla Commissione europea, che ha il compito di vigilare sul rispetto dei parametri stabiliti dalle norme dell’Unione e di proporre al Consiglio l’adozione di eventuali sanzioni nei confronti degli Stati membri inadempienti[19].

Un sistema di restrizioni che si inserisce nella cornice di un’unione monetaria rimasta largamente incompleta. Come è stato sottolineato da più parti non è possibile, mediante il bilancio dell’Unione, attuare politiche di stabilizzazione anticiclica; non sono consentiti trasferimenti tra gli Stati membri per colmare differenziali di competitività, né per intervenire in caso di squilibri delle bilance commerciali (notoriamente la Germania registra consistenti avanzi nei confronti dei paesi della zona Euro con effetti negativi su questi ultimi[20]); infine la BCE non può ricoprire il ruolo di prestatore di ultima istanza, in quanto espressamente vietato dall’art. 123 TFUE[21]. Tali criticità espongono a gravi rischi tutte le economie dei paesi dell’Unione Economica e Monetaria, soprattutto di quegli Stati il cui debito pubblico è più elevato e detenuto in misura consistente da investitori stranieri. Essi sono così in balia degli umori dei mercati finanziari e delle valutazioni, tutt’altro che disinteressate, delle agenzie di rating. Il caso della Grecia è esemplare e avrebbe dovuto far riflettere i responsabili politici europei sui rimedi da adottare, ma così non è stato. Piuttosto che affrontare i problemi irrisolti dell’area valutaria europea, si è preferito ricorrere a odiosi programmi di aggiustamento macroeconomico, che hanno gravemente impoverito la popolazione[22]. È così che si persegue il benessere dei popoli?

Un respiro completamente diverso, invece, hanno le disposizioni della nostra Costituzione, ispirate ad un progetto ambizioso di Stato sociale, in cui il benessere della persona umana assume una posizione centrale e in cui, conseguentemente, il rispetto e la realizzazione dei diritti sociali hanno un ruolo preminente, a cui vanno subordinati i principi dell’organizzazione economica. Ciò si evince fin dall’art. 1, dove si proclama che “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” (si veda su questo tema quanto ho già scritto nell’articolo “Le radici della Repubblica”); dall’art. 3 che solennemente afferma che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale” e che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”; dall’art. 4 in base al quale “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Ricordiamo infine tutte le fondamentali norme contenute nel Titolo III (Rapporti economici) della I Parte della Costituzione, riguardanti sempre il lavoro (artt. 35, 36, 37), l’assistenza sociale (art. 38), l’organizzazione sindacale e il diritto di sciopero (artt. 39 e 40), l’iniziativa economica privata, la quale è libera, ma che, come sottolinea l’art. 41, comma 2, “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”, la proprietà sia pubblica che privata e i limiti di quest’ultima “allo scopo di assicurarne la funzione sociale” (art. 42), il diritto, “ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro”, dei lavoratori di collaborare alla gestione delle aziende (art. 46), l’incoraggiamento e la tutela del risparmio in tutte le sue forme, l’accesso alla proprietà dell’abitazione, e l’investimento azionario, diretto o indiretto, nei grandi complessi produttivi del paese (art. 47).

In questo quadro si innesta la recente revisione degli artt. 81, 97 e 119 Cost. (legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1), che ha introdotto il cosiddetto vincolo del pareggio di bilancio. Sono ormai note le circostanze che hanno portato tra il 2011 e il 2012, nel breve volgere di pochi mesi, senza quasi alcun dibattito, all’adozione del provvedimento. Nel clima di incertezza generale provocato dalla crisi dei debiti sovrani, sicuramente decisiva fu la lettera, del tutto irrituale, che il 5 agosto 2011 Jean-Claude Trichet e Mario Draghi (l’uno governatore uscente, l’altro entrante della BCE) indirizzarono al Governo italiano e nella quale, tra le altre cose, statuivano che “a constitutional reform tightening fiscal rules would also be appropriate”[23]. In realtà la missiva riecheggiava, anche se in maniera più drastica, quanto già stabilito dal Patto Euro Plus del marzo dello stesso anno[24], ma senza dubbio essa produsse una forte accelerazione nell’avvio dell’iter di approvazione della nuova disciplina. Nonostante le evidenti pressioni provenienti da Bruxelles, è bene sottolineare che la scelta di procedere mediante revisione della Costituzione fu squisitamente politica (pertanto non imposta dalla normativa UE come si volle far credere all’epoca[25]), giustificata dalla nostra classe dirigente con la necessità di dare un “segnale forte” ai mercati e ristabilire la “buona reputazione” del nostro Paese, che, è il caso di ricordare, fin dalla nascita dello Stato unitario nel 1861 ha sempre onorato il proprio debito pubblico, diversamente dall’ “affidabile” Germania[26].

Molti hanno contestato, a vario titolo, l’introduzione di tale principio nella nostra Costituzione. Tuttavia occorre notare che la formulazione originaria dell’art. 81 e in particolare l’ultimo comma che recitava “ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte” aveva, secondo alcuni Costituenti, proprio lo scopo di assicurare il tendenziale pareggio del bilancio[27].

La norma era stata fortemente voluta da Luigi Einaudi, il quale riteneva che l’iniziativa in materia di bilancio dovesse essere limitata al Governo, negandola ai membri delle Camere. Egli infatti temeva che i deputati, per rendersi popolari, potessero proporre “spese senza nemmeno rendersi conto dei mezzi necessari per fronteggiarle”[28]. L’on. Ezio Vanoni appoggiò questa tesi, affermando esplicitamente che essa era una garanzia della tendenza al pareggio del bilancio e che fosse opportuno che anche dal punto di vista giuridico il principio fosse sempre tenuto presente alla mente di coloro che proponessero nuove spese: “Il Governo deve avere la preoccupazione che il bilancio sia in pareggio e la stessa esigenza non può essere trascurata da una qualsiasi forza che si agita nel Paese e che avanza proposte che comportino maggiori oneri finanziari”[29].

Nella concezione di Einaudi (e di altri economisti dell’epoca) il pareggio tendenziale di bilancio era una questione di buon senso e assumeva una dimensione morale, equiparando in questo caso l’azione dello Stato a quella prudente del buon padre di famiglia che ha un dovere verso i figli, verso le generazioni future[30]. È significativo quanto egli scriveva in una lettera del 13 dicembre 1948 indirizzata al Ministro del Tesoro Giuseppe Pella: “Se si suppone che l’ultimo comma dell’art. 81 non possa disgiungersi dal bilancio, ossia dal pareggio, se ne deduce la conseguenza che il legislatore costituente abbia voluto affermare l’obbligo di governi e parlamenti di fare ogni sforzo verso il pareggio. (…) Se si suppone invece che si tratti soltanto di un divieto “di non alterare in peggio”, non si consacra quasi, almeno per l’esercizio in corso, la permanenza del disavanzo? Non si riconosce in questa maniera ai disavanzi previsti al principio dell’anno, quasi un diritto a perpetuarsi? Che cosa si direbbe di un padre di famiglia il quale, malauguratamente per lui, al principio dell’anno prevede di avere un reddito di 50000 lire al mese ed una spesa di 70000; ma, poiché durante l’anno le sue entrate crescono da 50000 a 55000 lire al mese, si dimentica delle 20000 lire di vuoto che ha nel suo bilancio ed allegramente seguita a far debiti per 20000 lire consacrando le 5000 lire di maggior reddito a portare il totale delle sue spese da 70000 a 75000 lire? Si direbbe che costui è assai imprevidente, ed un po’ per volta il credito verrebbe a mancargli, così che ben presto sarebbe costretto forzatamente a ridurre le sue spese nei limiti della disponibilità. Lo stato si può comportare diversamente? (…) Se così fosse, il valore dell’articolo 81 non si ridurrebbe a nulla?”[31].

Il dispositivo del quarto comma dell’art. 81 che, secondo l’intendimento di Einaudi, mirava a garantire l’equilibrio del bilancio con l’obbligo del pareggio della spesa incrementale, si sarebbe però presto dimostrato insufficiente a governare il complesso sistema finanziario di una democrazia sociale, che come abbiamo prima visto si era posta scopi assai ambiziosi.

Tale problema era stato invece ben compreso da Demaria e dalla già menzionata Commissione economica da lui presieduta in seno al Ministero della Costituente. Nel quinto volume del suo Rapporto, dedicato alla Finanza, sui temi relativi al bilancio aveva adottato un’altra prospettiva, ritenendo che la solidità della situazione finanziaria non potesse poggiare unicamente su un equilibrio formale tra spese ed entrate, bensì su un “più profondo e sostanziale equilibrio tra attività finanziaria e attività economica in genere”[32].

Il fenomeno finanziario doveva essere messo in relazione con l’intera attività economica del paese. Solo in tal modo sarebbe stato possibile accertare se la politica delle entrate e delle spese fosse ben indirizzata, il pareggio di bilancio effettivo e valutare le ripercussioni dell’attività finanziaria, con tutte le sue complessità, sul reddito reale della collettività. “L’attività dello Stato in materia economica ed i relativi interventi – si legge nella relazione – si svolgono non soltanto attraverso la diretta gestione statale, ma più spesso mediante enti economici, variamente organizzati sicché è indispensabile tener conto non solo direttamente delle entrate e delle spese statali, quali risultano dal bilancio, e delle relative conseguenze, ma altresì della complessa attività e della gestione di tutte queste forme di amministrazione indiretta, la cui importanza diventa di giorno in giorno più evidente. Si tratta pertanto di sostituire sempre più ad un semplice bilancio finanziario un vero e proprio bilancio economico”[33].

Nel Rapporto si faceva riferimento anche allo strumento dei bilanci pluriennali, dal momento che l’attività statale “si svolge nel tempo senza soluzione di continuità”, così che “le conseguenze della spesa pubblica impiegano un certo intervallo di tempo per spiegare i loro effetti. Da ciò deriva, secondo alcuni, che è artificioso richiedere che l’equilibrio di bilancio si consegua puntualmente in ciascuno esercizio e non piuttosto in periodi più lunghi, tanto più che la vita economica (di cui il bilancio statale è, come è noto, un fattore nello stesso tempo determinato e determinante) non si svolge come un flusso uniforme, ma è caratterizzato da ondate alterne di prosperità e di depressione”[34].

In quest’ultimo caso, in particolare, poteva essere necessario abbandonare il canone di un bilancio in equilibrio, “dovendosi rinviare a periodi più prosperi” il proposito di ristabilirlo, con l’importante precisazione che “l’entità del reddito reale collettivo costituisce il limite della politica congiunturale la quale, pertanto, mentre deve preoccuparsi di attuare una accorta redistribuzione degli oneri derivanti dalla congiuntura, deve avere come fine precipuo, attraverso la politica delle entrate e delle spese, di incrementare appunto il livello del reddito predetto”[35].

Non lontano da questa impostazione si pongono le sentenze della Corte costituzionale che, a partire dagli anni ’60, hanno definitivamente escluso che l’art. 81 potesse contenere un obbligo giuridico al pareggio di bilancio[36]. Nella famosa sentenza n. 1 del 1966 la Corte infatti stabilì che “il precetto costituzionale attiene ai limiti sostanziali che il legislatore ordinario è tenuto ad osservare nella sua politica di spesa, che deve essere contrassegnata non già dall’automatico pareggio di bilancio, ma dal tendenziale conseguimento dell’equilibrio tra le entrate e la spesa”, tenendo conto dell’ “insieme della vita finanziaria dello Stato, che (…) non può essere artificiosamente spezzata in termini annuali, ma va, viceversa, considerata nel suo insieme e nella sua continuità temporale” in un’epoca in cui “i traguardi (…) che la comunità nazionale assegna a se stessa, impongono previsioni che vanno oltre lo stretto limite di un anno e rendono palese la necessità di coordinare i mezzi e le energie disponibili per un più equilibrato sviluppo settoriale e territoriale dell’intera collettività”. Questa interpretazione “estensiva” era ritenuta maggiormente rispondente alla lettera e allo spirito della Costituzione e in ultima analisi, aggiungo, capace di garantire l’effettiva attuazione del progetto di economia autenticamente sociale disegnato dalla nostra carta fondamentale e la messa in pratica di una politica economica coerente con esso[37].

Può dirsi la stessa cosa dell’art. 81 così com’è formulato oggi? Il testo attuale, in realtà, non parla espressamente di pareggio di bilancio, bensì del fatto che “lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico”. Per capire meglio il concetto di equilibrio occorre rifarsi alla legge cosiddetta rinforzata (legge 24 dicembre 2012, n. 243), approvata ai sensi del comma 6 dell’art. 81[38]. Da essa si ricava che “l’equilibrio dei bilanci corrisponde all’obiettivo di medio termine” (art. 3, comma 2, l. 243/2012). Questo a sua volta equivale al “valore del saldo strutturale individuato sulla base dei criteri stabiliti dall’ordinamento dell’Unione europea” (art. 2, comma 1, lett. e), vale a dire al “saldo del conto consolidato corretto per gli effetti del ciclo economico al netto delle misure una tantum e temporanee” (art. 2, comma 1, lett. d). Si tratta quindi di usare un metodo di calcolo piuttosto complesso, non esente da critiche e in fin dei conti discrezionale (non sarebbe di certo piaciuto a Einaudi)[39]. La conclusione pratica è che l’equilibrio di bilancio si diversificherà a seconda che si sia in presenza di una fase avversa o favorevole del ciclo economico, e ciò ovviamente non corrisponde ad un pareggio del bilancio. Non sembra ci si discosti molto, quindi, dall’interpretazione data dalla Corte Costituzionale del testo pre-vigente dell’art. 81.

Passando al secondo comma, scopriamo che esistono solo due casi in cui è possibile ricorrere all’indebitamento (deficit di bilancio):  a) “al fine di considerare gli effetti del ciclo economico”, quindi per attuare politiche anticicliche; b) “previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei componenti, al verificarsi di eventi eccezionali”. Questi, in base all’art. 6 della legge 243/2012, la quale non fa altro che riprendere quanto già stabilito nei regolamenti UE, sono “periodi di grave recessione economica relativi anche all’area dell’euro o all’intera Unione europea” ed “eventi straordinari, al di fuori del controllo dello Stato, ivi incluse le gravi crisi finanziarie nonché le gravi calamità naturali, con rilevanti ripercussioni sulla situazione finanziaria generale del Paese”. Rimane invece vietato il ricorso all’indebitamento “per realizzare operazioni relative alle partite finanziarie[40]”, tranne nel caso in cui si verifichino gli eventi eccezionali di cui sopra (art. 4, comma 4, legge 243/2012).

Da quanto sin qui detto, dunque, anche in base all’attuale formulazione dell’art. 81 sembrano esserci sufficienti margini di flessibilità, tali da non rendere incompatibile la nuova disciplina di bilancio con l’impianto generale della nostra Costituzione e in particolare con la tutela dei diritti sociali. Tanto più che la legge costituzionale 1/2012 fa un’importante precisazione, laddove prescrive che “lo Stato, nelle fasi avverse del ciclo economico o al verificarsi degli eventi eccezionali (…) anche in deroga all’art. 119 Cost., concorre ad assicurare il finanziamento, da parte degli altri livelli di governo, dei livelli essenziali delle prestazioni e delle funzioni fondamentali inerenti ai diritti civili e sociali” (art. 5, lett. g).

Bisogna però tener presente che l’intera materia va interpretata in base al diritto UE, il quale, oltre ad operare all’interno del nostro ordinamento in virtù degli artt. 11 e 117, comma 1, della Costituzione[41], viene espressamente richiamato a più riprese dalla legge 243/2012 e soprattutto da altri due articoli della Carta costituzionale novellati dalla riforma del 2012: l’art. 97, comma 1, nel quale si legge che “le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico” e l’art. 119, comma 1, per cui Regioni, Province, Comuni e Città metropolitane “concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea”.

Tutto questo significa che gli elementi di flessibilità prima individuati in realtà vanno letti alla luce dei regolamenti e delle direttive che nell’ambito dell’UE si occupano delle politiche di bilancio, dei possibili scostamenti dai valori di riferimento e delle procedure attraverso le quali questi vanno eventualmente corretti. Tornando, ad esempio, al concetto di equilibrio di bilancio, come abbiamo visto esso corrisponde all’obiettivo di medio termine (OMT), che in base al regolamento 1466/97, è specifico per ogni Stato membro, rivisto ogni tre anni e volto a conseguire un disavanzo strutturale inferiore all’1% (art. 2-bis). Questo limite è abbassato allo 0,5% per i paesi aderenti al Fiscal Compact, tra cui il nostro. Inoltre per gli Stati che non hanno ancora raggiunto il loro OMT è previsto un percorso di avvicinamento con cadenza annuale. In tal caso “la crescita annua della spesa non supera un tasso inferiore al tasso di riferimento a medio termine del potenziale di crescita del PIL, a meno che il superamento non sia coperto da misure discrezionali sul lato delle entrate” (art. 5.1, comma 3, lett. b).  Deviazioni temporanee sono ammesse solo in caso “di importanti riforme strutturali idonee a generare benefici finanziari diretti a lungo termine, compreso il rafforzamento del potenziale di crescita sostenibile, e che pertanto abbiano un impatto quantificabile sulla sostenibilità a lungo termine delle finanze pubbliche” (art. 5.1, comma 7) oppure in caso di eventi eccezionali al di fuori del controllo dello Stato membro (art. 5.1, comma 10, e art. 6.2, comma 4).

Infine in base all’art. 4 del Fiscal Compact l’Italia, essendo uno dei paesi con rapporto debito/PIL superiore al 60%, ha l’obbligo di operare “una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo all’anno” di tale parametro. L’esistenza di un eventuale disavanzo eccessivo “dovuto all’inosservanza del criterio del debito sarà decisa in conformità della procedura di cui all’articolo 126 TFUE”.

Come si vede i vincoli per il mantenimento dell’equilibro di bilancio sono molto più rigorosi e la flessibilità che si poteva desumere dal testo dell’art. 81, reinterpretata sulla base del diritto dell’Unione, risulta fortemente ridimensionata. Occorre anche tener presente che la sorveglianza di tali parametri e il ricorso ad eventuali sanzioni rimane pur sempre affidata ad organi quali la Commissione (composta esclusivamente da tecnici) e il Consiglio (che ha natura politica e decide discrezionalmente sulle proposte della Commissione), privi entrambi di legittimazione democratica. In merito al Consiglio, inoltre, bisogna notare che l’incertezza derivante dall’arbitrarietà dei metodi con cui viene calcolato il saldo strutturale, può far sì che l’attuazione delle politiche economiche dipenda in ultima analisi da trattative che riflettono i rapporti di forza esistenti tra i paesi UE e le alleanze che si vengono a creare tra essi di volta in volta. Si potrebbe quindi verificare il caso che non sia possibile attuare politiche economiche vitali per il miglioramento del benessere della popolazione in virtù degli stringenti obblighi di rispetto dell’equilibrio di bilancio e per intervento di organi che non rispondono ad alcun corpo elettorale e agiscono su presupposti del tutto estranei al nostro ordinamento costituzionale.

Sembra quindi giustificato il sospetto che la revisione del 2012 abbia introdotto nella nostra Costituzione, per il tramite del rinvio alle norme UE, un principio in netto contrasto con lo spirito della nostra Carta fondamentale, il quale antepone le esigenze di carattere economico-finanziario a quelle della persona umana, che ci dice che il rapporto debito/PIL o deficit/PIL o l’equilibrio di bilancio sono più importanti che “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che (…) impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, che subordina ad un paradigma economico (quello liberista o neoliberale che dir si voglia) e ai rapporti di forza tra paesi europei il benessere dei cittadini, contravvenendo al volere dei nostri Costituenti. Esso non può essere accolto, in quanto stravolgerebbe la gerarchia di valori presente nel nostro ordinamento costituzionale, snaturandolo completamente[42].

L’impressione complessiva che si trae dall’analisi delle norme sin qui viste è che la classe dirigente europea abbia costruito una gabbia in cui auto-imprigionarsi, erigendo un complicato intreccio di vincoli, parametri e procedure che di fatto hanno finito per rendere asfittica la crescita economica del continente. Sembra che essendo incapaci di adottare iniziative politiche in grado di far ripartire il processo di integrazione europeo e ridare slancio alla crescita economica, i politici europei si siano affidati agli automatismi di un meccanismo perverso che sta progressivamente annientando il progetto di Europa unita, così com’era stato concepito dai suoi padri fondatori subito dopo la fine della II guerra mondiale.

L’adozione in vari paesi europei, in particolare in quelli maggiormente colpiti dalla crisi economica (i c.d. GIIPS)[43], di una politica economica ispirata al modello dell’ “austerità espansiva”, che coniuga i tagli della spesa pubblica con riforme strutturali principalmente nel campo delle pensioni e del mercato del lavoro[44], ha inciso negativamente sui consumi interni, segnato un indebolimento della protezione sociale, aumentato il numero di nuclei familiari che vivono al di sotto della soglia di povertà e determinato un peggioramento dei livelli del debito[45]. È anche importante ricordare che l’esplosione del debito pubblico di molti paesi europei dopo il 2007 non è stata certo dovuta alla spesa sociale, bensì al salvataggio delle banche, che avevano improvvidamente acquistato titoli “tossici” ed erano quindi prossime al fallimento. Come ha messo in rilievo Luciano Gallino (2013)[46] il debito aggregato dei paesi UE tra il 2007 e il 2010 è aumentato del 20%. L’Irlanda, ad esempio, in seguito agli interventi per il salvataggio delle banche ha visto quintuplicare il suo debito pubblico.

La perdita di potere d’acquisto da parte di ampi strati sociali in molti Stati europei, in seguito alla recessione e alle politiche restrittive, sta alimentando il risentimento di una quota consistente della popolazione nei confronti della classe politica al governo, ridando fiato a partiti di orientamento populista o sovranista (ma sarebbe meglio dire nazionalista). Un processo simile, sotto molti aspetti, a quello che si verificò nel primo dopoguerra e che fu all’origine del fascismo e del nazismo, con le conseguenze che ben conosciamo.

Si impone quindi un deciso cambio di rotta. Non è possibile concepire la politica economica come un mero strumento per tenere sotto controllo sterili valori numerici o, ancora peggio, per implementare teorie di dubbia efficacia. Se così fosse non sarebbe di alcuna utilità, in quanto non illuminerebbe più – utilizzando una frase di Tullio Bagiotti – “i grandi problemi dell’intelletto e della convivenza”. Essa deve primariamente rispondere ai bisogni reali delle persone. A cosa serve avere un rapporto debito/PIL prossimo al 60%, come nel caso della Germania, se poi 16 milioni di tedeschi vivono al di sotto della soglia di povertà?[47]

La lezione che una volta di più bisogna trarre da quanto detto è che quando l’economia tenta di scimmiottare le scienze esatte porta a risultati disastrosi, in particolare quando ci ammannisce previsioni e modelli che sono completamente avulsi dalla realtà. Non bisogna infatti mai dimenticare che l’economia ha a che fare con gli esseri umani e che le politiche economiche si misurano sugli effetti che esse avranno sul loro benessere. 

Il Governo e il Parlamento italiano si dovrebbero impegnare concretamente affinché questo stato di cose termini. In ambito europeo, ciò significa agire per far riemergere quelle che sono le vere priorità della politica economica e rimettere al centro dell’operato delle istituzioni europee la persona umana, arricchendo l’esperienza politica europea con il portato della nostra Costituzione. Non va dimenticato infatti che “i diritti fondamentali (…) risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, fanno parte del diritto dell’Unione in quanto principi generali” (art. 6.3 TUE) e che “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani”(art. 2 TUE). Occorre dare il giusto rilievo a queste disposizioni, anteponendole alle questioni di carattere economico.

Bisogna anche recuperare il senso della solidarietà tra gli Stati membri, i quali hanno tutti pari dignità. Non è ammissibile il preconcetto, fondamentalmente razzista, per cui ci sarebbero i “primi della classe” (tipicamente i paesi del Nord Europa) e i “cattivi” (i paesi del Mediterraneo), che vanno puniti e sottomessi. A prescindere dalle responsabilità politiche interne, non è concepibile abbandonare a se stesso un paese in forte difficoltà, come ad esempio la Grecia e, invece di alleviare le sofferenze della popolazione, aggravarle mediante l’imposizione di politiche economiche draconiane. Il mutuo aiuto dovrebbe costituire un pilastro incrollabile dell’architettura istituzionale dell’UE, gli egoismi nazionali e i pregiudizi andrebbero accantonati dal momento che nel nostro continente non hanno prodotto altro che morte e distruzione.

In ultima analisi è indispensabile muovere un passo deciso verso l’integrazione federale, se si vuole portare avanti fattivamente il progetto europeo, e completare la costruzione della moneta unica, dotando le istituzioni europee degli strumenti per governare la politica economica, dando loro la legittimazione democratica necessaria e rendendole responsabili del loro operato davanti al Parlamento europeo.

Quanto all’Italia, sarebbe opportuno un bagno di umiltà per la nostra classe politica e per tutti noi, e prendere atto che quanto sosteneva Einaudi sulle responsabilità verso le generazioni future è sacrosanto. Se da un lato quindi non è accettabile sottostare a valori confliggenti con il nostro ordinamento costituzionale, che sviliscono l’importanza della persona umana, dall’altro, nell’adottare le decisioni di spesa, si devono soppesare con attenzione i benefici che ne potranno trarre non solo coloro che attualmente vivono, ma anche coloro che verranno dopo di noi. Occorre adottare una prospettiva simile a quella delle società africane, espressa magistralmente in questa massima di un antico capo nigeriano: “Io concepisco che la terra (ossia il nostro benessere, la nostra ricchezza) appartiene ad una vasta famiglia, della quale numerosi membri sono morti, pochi sono vivi e innumerevoli non sono ancora nati”.

GIUSEPPE PRESTIA

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[1]  Gustavo Del Vecchio, Lezioni di economia politica,  2ª ed., Cedam, Padova, 1957, in particolare p. 131: “I problemi ultimi dell’economia, come di ogni scienza sociale, e in realtà di ogni scienza, si imperniano su due punti e sulle loro reciproche relazioni: primo, comprendere e spiegare determinati fenomeni, secondo, far uso della conoscenza come guida dell’azione”.

[2]  Federico Caffè, Politica economica, 1: Sistematica e tecniche di analisi, 2 ª ed., Boringhieri, Torino, 1971, p. 15.

[3] Ibidem.

[4] Federico Caffè, Lezioni di politica economica, Edizione riveduta e aggiornata a cura di Nicola Acocella, Bollati Boringhieri, Torino, 2008, p. 17. Il corsivo è dell’autore.

[5] Ivi, p. 18. Il corsivo è dell’autore.

[6] Jan Tinbergen, “Réponse et synthése générale”, in Annales de l’Ècononomie  Collective, 1963, n. 2-3, pp. 419-429.

[7] Federico Caffè, Politica economica, cit., p. 170, nota 40. Tinbergen nel suo intervento di sintesi generale seguito alla discussione del Rapporto da lui predisposto (il cui testo integrale è riportato in Annales de l’Ècononomie  Collective, 1963, n. 1, pp. 103 e ss.) aveva affermato “Le but général se traduit: porter au maximum le bien-être humain, qui doit être défini aussi largement que possible. Il y a parmi nous un accord général pour dire que ce bien-être ne dépend pas seulement  des biens matériels à notre disposition, mais également de l’éducation disponible, d’éléments de culture en général et encore de la distribution de tout cela et d’éléments comme la démocratie – bref de toutes ces valeurs humaines pour lesquelles nous avons lutté depuis un siècle ou plus” (J. Tinbergen, cit., p. 419. Il corsivo è dell’autore).

[8] Federicco Caffè, “Economia di mercato e socializzazione delle sovrastrutture finanziarie”, in Un’economia in ritardo, Boringhieri, Torino, 1976, p. 39.

[9] Giovanni Demaria, Lo stato sociale moderno, Casa editrice ambrosiana, Milano, 1946, p. 35.

[10]  Ivi, p. 299.

[11] Tullio Bagiotti, “Come un economista cresce: Giovanni Demaria”, in Giornale degli economisti e annali di economia, Anno 38, n. 9/12, 1979, p. 611.

[12] Come è noto il Protocollo n. 12 sulla procedura per i disavanzi eccessivi, allegato ai Trattati UE e TFUE, stabilisce che il rapporto fra il disavanzo pubblico, previsto o effettivo, e il PIL ai prezzi di mercato non deve eccedere il 3%, mentre il rapporto tra il debito pubblico e il PIL sempre ai prezzi di mercato non deve essere superiore al 60%. Si veda anche il regolamento 479/2009 relativo all’applicazione del protocollo in questione.

[13] La risoluzione del Consiglio europeo sul patto di stabilità del 17 giugno 1997 prevedeva al punto I l’impegno per gli Stati Membri “a rispettare l’obiettivo, indicato nei loro programmi di stabilità o di convergenza, di un saldo di bilancio a medio termine prossimo al pareggio o positivo ed ad adottare le misure correttive del bilancio che ritengono necessarie per conseguire gli obiettivi dei programmi di stabilità o convergenza, ogniqualvolta dispongano di informazioni che indichino un divario significativo, effettivo o presunto rispetto a detti obiettivi”.  Tale statuizione venne poi codificata nell’art. 3, comma 2, lett. a) del regolamento 1466/97 per cui il programma di stabilità di ogni Stato Membro avrebbe dovuto includere “l’obiettivo a medio termine di una situazione di bilancio della pubblica amministrazione con un saldo prossimo al pareggio o in attivo e il percorso di avvicinamento a tale obiettivo”. Nel 2005 la definizione venne riveduta inserendo l’indicazione che il saldo di bilancio andava considerato in termini corretti per il ciclo, al netto delle misure temporanee e una tantum (Regolamento (CE) 1055/2005 del Consiglio).

[14] In base agli artt. 127 e 282 TFUE l’obiettivo principale del Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e della Banca centrale europea (BCE) è il mantenimento della stabilità dei prezzi. Il Consiglio direttivo della BCE nel 1998 ha precisato che si deve trattare di “un aumento sui 12 mesi dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IAPC) per l’area dell’euro inferiore al 2%”. Successivamente nel maggio 2003 il medesimo organo ha stabilito che l’inflazione deve essere mantenuta su livelli inferiori ma prossimi al 2% nel medio periodo.

[15] L’espressione “economia sociale di mercato” è stata coniata dall’economista tedesco Alfred Müller-Armack (1901-78), collaboratore del ministro dell’Economia Ludiwig Erhard (si veda A. Müller-Armack, “SozialeMarktwirtschaft”, in Handwörterbuch der Sozialwissenschaften, vol. 9, Gustav Fischer Verlag, Stuttgart, 1956, pp. 390-92). I concetti che ne sono alla base risalgono alla scuola di Friburgo (detta anche ordoliberale), che si sviluppò negli ultimi anni della Repubblica di Weimar e di cui fecero parte gli economisti Walter Eucken (1891-1950), Leonhard Miksch (1901-1950), Alexander Rüstow (1885-1963), Franz Böhm (1895-1977) e Wilhelm Röpke (1899-1966). Come spiega Alessandro Somma questi studiosi “volevano che la mano visibile dei pubblici poteri intervenisse per sostenere e pacificare il mercato e dunque affermavano la supremazia della politica sull’economia, ma ritenevano anche che la prima dovesse operare per imporre le regole mutuate dalla seconda: per trasformare le leggi del mercato in leggi dello Stato” (A. Somma, “Economia sociale di mercato e scontro tra capitalismi”, in Francesco Macario, Marco Nicola Miletti (a cura di), La funzione sociale nel diritto privato tra XX e XXI secolo, Roma Tre Press, Roma, 2017, p. 190). Nell’ordinamento europeo il riferimento all’economia sociale di mercato compare per la prima volta nel Trattato di Lisbona del 2007.

[16] L’art. 151 effettua un rimando ai diritti sociali così come sono definiti nella Carta sociale europea, firmata a Torino il 18 ottobre 1961, e nella Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori, dichiarata a Strasburgo il 9 dicembre 1989. Da ultimo possiamo ricordare il Pilastro europeo dei diritti sociali, approvato il 17 novembre 2017 nell’ambito del vertice sociale europeo. Esso non è giuridicamente vincolante per gli Stati membri dell’UE, ma testimonia lo scarso equilibrio ancora oggi esistente tra diritti sociali collettivi e le libertà tutelate in ambito europeo (libera concorrenza, libera circolazione di beni, servizi, persone e capitali). Si prenda ad esempio l’art. 5 (Occupazione flessibile e sicura) in cui alla lettera b) si dice che “Conformemente alle legislazioni e ai contratti collettivi, è garantita ai datori di lavoro la necessaria flessibilità per adattarsi rapidamente ai cambiamenti del contesto economico” oppure l’art. 6 (Retribuzioni), lettera b) che recita “Sono garantite retribuzioni minime adeguate, che soddisfino i bisogni del lavoratore e della sua famiglia in funzione delle condizioni economiche e sociali nazionali, salvaguardando nel contempo l’accesso al lavoro e gli incentivi alla ricerca di lavoro”.

[17] Esso stabilisce al suo primo paragrafo che “L’Unione riconosce i diritti, le libertà e i principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 7 dicembre 2000, adottata il 12 dicembre 2007 a Strasburgo, che ha lo stesso valore giuridico dei trattati”.

[18] Nel 1997 sono stati adottati i due atti costitutivi del Patto di Stabilità e Crescita, i regolamenti 1466/97 e 1467/97, emendati una prima volta nel 2005. Nel 2011 sull’onda della crisi dei debiti sovrani è stato adottato il cosiddetto Six pack, un pacchetto di 5 regolamenti (1173/11, 1174/11, 1175/11, 1176/11, 1177/11) e una direttiva (2011/85/UE), che hanno sostanzialmente allargato le competenze delle istituzioni europee in materia di politiche economiche e finanziarie. Nel 2013 è stato varato il Two pack (regolamenti 472/13 e 473/13) che ha ulteriormente compresso le prerogative in materia di bilancio degli Stati membri. A tale quadro normativo si affianca il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria (c.d. Fiscal Compact) sottoscritto nel marzo 2012 ed entrato in vigore nel gennaio 2013. Esso detta disposizioni ancora più stringenti in materia di bilancio ma, come espressamente previsto dall’art. 2, riveste una posizione subordinata rispetto ai Trattati e alla legislazione derivata dell’UE. A questo proposito l’art. 16 dispone che “al più tardi entro cinque anni dalla data di entrata in vigore del presente trattato, sulla base di una valutazione dell’esperienza maturata in sede di attuazione, sono adottate (…) le misure necessarie per incorporare il contenuto del presente trattato nell’ordinamento giuridico dell’Unione europea”. La Commissione europea ha quindi presentato una proposta di direttiva a tale scopo (COM(2017) 824 final 2017/0335) che è stata però rigettata dalla Commissione problemi economici e monetari del Parlamento europeo nella seduta del 27 novembre 2018.

[19] Senza scendere troppo nei particolari si può distinguere: a) una disciplina preventiva, incentrata sull’art. 121 TFUE, sul regolamento 1466/97 e successive modificazioni e sul Fiscal Compact, volta a prevenire il formarsi di deficit eccessivi; b) una disciplina correttiva, disciplinata dall’art. 126 TFUE e dal regolamento 1467/97 e modificazioni successive che ha il compito di contrastare e correggere i deficit eccessivi qualora si siano formati. Si noti che per entrambe le discipline, le decisioni inerenti interventi correttivi, raccomandazioni e sanzioni sono adottate sempre dal Consiglio, organo eminentemente politico, su proposta della Commissione. Tuttavia il Six Pack ha introdotto il voto a maggioranza qualificata inversa (reverse majority voting) per cui le proposte della Commissione in materia di bilancio si intendono adottate a meno che il Consiglio non le respinga a maggioranza qualificata. Per approfondimenti si vedano Renzo Dickmann, “Le regole della governance economica europea e il pareggio di bilancio in Costituzione”, in Federalismi.it, n. 4/2012 e Gian Luigi Tosato, La riforma costituzionale del 2012 alla luce della normativa dell’Unione: l’interazione tra i livelli europeo ed interno, relazione presentata al Seminario “Il principio dell’equilibrio di bilancio secondo la riforma costituzionale del 2012”, Roma, Palazzo della Consulta, 22 novembre 2013.

[20] La Germania registra da molti anni consistenti avanzi della bilancia commerciale. Questo perché i suoi prodotti sono più competitivi grazie alla politica di moderazione salariale attuata internamente e alla svalutazione del tasso di cambio dell’Euro avvenuta negli ultimi anni. Ciò non consente ad altri paesi europei della zona Euro di essere altrettanto competitivi, a causa dei differenziali salariali, ed essi sono così indotti ad importare prodotti dalla Germania, indebitandosi. Da parte sua la Germania, dati i deboli consumi interni e il basso livello di investimenti, non utilizza i consistenti surplus accumulati, ad esempio, per importare di più dagli altri paesi europei, riequilibrando la bilancia commerciale. In sostanza il modello di crescita tedesco basato sulle esportazioni avviene a spese degli altri Stati Membri dell’area Euro. La Commissione europea, per evitare questi inconvenienti, nell’ambito della procedura per la sorveglianza macroeconomica, istituita dal regolamento 1176/2011, ha chiesto alla Germania di intervenire per ridurre il surplus della bilancia commerciale, ma senza ottenere alcun risultato. Tra i parametri della procedura, infatti, le partite correnti sono oggetto di segnalazione se nei 3 anni precedenti la media mobile del loro saldo supera la soglia superiore del + 6% in rapporto al PIL o quella inferiore del -4%. La Germania, da parecchi anni, supera costantemente il limite superiore (+8%). Nella medesima situazione si trovano i Paesi Bassi e la Danimarca (che non fa parte dell’Eurozona).

[21] L’art. 123, comma 1, TFUE dispone che “sono vietati la concessione di scoperti di conto e qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri (…) a istituzioni, organi od organismi dell’Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali”. Il divieto è ribadito dall’art. 21.1 dello Statuto del SEBC e della BCE, che però all’art. 18.1 stabilisce che “al fine di perseguire gli obiettivi del SEBC e di assolvere i propri compiti, la BCE e le banche centrali nazionali hanno la facoltà di: operare sui mercati finanziari comprando e vendendo a titolo definitivo (a pronti e a termine), ovvero con operazioni di pronti contro termine, prestando o ricevendo in prestito crediti e strumenti negoziabili, in euro o in altre valute, nonché metalli preziosi”. È sulla base di tale disposizione che la BCE ha potuto fare ricorso alle cosiddette misure non convenzionali, tra cui l’alleggerimento quantitativo (quantitative easing).

[22]  È bene ricordare che la crisi greca prese avvio dalla scoperta nel 2009 della falsificazione dei dati di bilancio ad opera del Governo greco, con la complicità di Goldman Sachs (sul punto si veda Mauro Megliani, “Verso una nuova architettura finanziaria europea: un percorso accidentato”, in Diritto del commercio internazionale, I, 2013, pp. 67-108). Per evitare la bancarotta furono negoziati a più riprese una serie di prestiti sia da parte dell’UE che del FMI sottoposti ad una rigorosa ed inflessibile condizionalità. I consistenti tagli alla spesa pubblica (tra cui, ad esempio, la riduzione delle pensioni e i licenziamenti di dipendenti pubblici) e l’aumento della tassazione determinarono un netto peggioramento delle condizioni di vita della popolazione, che perdura ancora oggi. L’ultima parte dei finanziamenti alla Grecia è stata gestita a partire dal 2012 dal Meccanismo europeo di stabilità (MES), istituito nel 2011. Si tratta di un trattato intergovernativo, esterno rispetto ai Trattati UE, anche se collegato con essi (come il Fiscal Compact), che affida alla Commissione europea, alla BCE e al FMI (la c.d. troika) la gestione dei finanziamenti concessi ai paesi che ne fanno richiesta. È affatto singolare che il MES possa acquistare titoli del debito pubblico del paese in difficoltà anche sul mercato primario, stante il divieto di queste operazioni per la BCE, come visto poc’anzi.

[23] Il testo completo della lettera si può leggere in Elisa Olivito, “Crisi economico-finanziaria ed equilibri costituzionali. Qualche spunto a partire dalla lettera della BCE al Governo italiano”, in Rivista AIC, n. 1, 2014 (https://www.rivistaaic.it/images/rivista/pdf/1_2014_Olivito.pdf).

[24] Nel Patto Euro Plus (Allegato I alle Conclusioni del Consiglio europeo del 24-25 marzo 2011) si stabiliva infatti che “Gli Stati membri partecipanti si impegnano a recepire nella legislazione nazionale le regole di bilancio dell’UE fissate nel patto di stabilità e crescita. Gli Stati membri manterranno la facoltà di scegliere lo specifico strumento giuridico nazionale cui ricorrere ma faranno sì che abbia una natura vincolante e sostenibile sufficientemente forte (ad esempio costituzione o normativa quadro)”.

[25] A parte la lettera Trichet-Draghi, che ovviamente non poteva essere giuridicamente vincolante per il nostro Paese, né il Patto Euro Plus, come visto nella precedente nota, né il Fiscal Compact (il quale all’art. 3.2 stabilisce che “le regole enunciate al paragrafo 1 producono effetti nel diritto nazionale delle parti contraenti (…) tramite disposizioni vincolanti e di natura permanente – preferibilmente costituzionale – o il cui rispetto fedele è in altro modo rigorosamente garantito lungo tutto il processo nazionale di bilancio”) imponevano l’adozione del procedimento di revisione costituzionale.

[26] La Germania è andata in default tre volte nel secolo scorso, nel 1932, nel 1939 e nel 1948.

[27] La norma in questione non era una novità nel nostro ordinamento giuridico. Essa fu introdotta con la legge 22 aprile 1869 n. 5026 (c. d. legge Cambray Digny), che costituisce la prima normativa organica sulla contabilità dello Stato. Successivamente venne trasfusa nel r. d. 18 novembre 1923 n. 2443 (legge sulla contabilità generale dello Stato) il cui art. 43 prevedeva appunto che “nelle proposte di nuove e maggiori spese occorrenti dopo l’approvazione del bilancio, devono essere indicati i mezzi per far fronte alle spese stesse”.

[28] Assemblea Costituente, Commissione per la Costituzione, Seconda Sottocommissione, Resoconto sommario della seduta del 24 ottobre 1946, p. 419. Questo punto specifico era stato dibattuto anche dalla Commissione economica del Ministero della Costituente presieduta da Demaria, giungendo alla medesima conclusione, per cui si riteneva “indispensabile prescrivere nella carta costituzionale (…) che le nuove o maggiori spese debbono essere fronteggiate con determinati cespiti di entrata, in modo che l’attività parlamentare trovi un qualche freno all’allargamento delle spese” (Ministero della Costituente, Rapporto della Commissione economica, vol. V, Finanza, I. Relazione, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1946, p. 61).

[29] Assemblea Costituente, cit., p. 420. La formulazione originaria dell’ultimo comma dell’art. 81, proposta da Vanoni e da Costantino Mortati, aveva una formula più drastica, prevedendo che “le leggi le quali comportino maggiori oneri finanziari devono provvedere ai mezzi necessari per fronteggiarli”. Ritenuta troppo rigida dall’on. Tomaso Perassi, ne fu scelta una in cui più genericamente si parla di indicare i mezzi, parafrasando la norma contenuta nel r. d 2443/1923.

[30] Nella prefazione del libro intitolato Prediche, Einaudi aveva scritto: “La scienza economica è subordinata alla legge morale e nessun contrasto vi può essere tra quanto l’interesse lungi veggente consiglia agli uomini e quanto ad essi ordina la coscienza del proprio dovere verso le generazioni venture” (L. Einaudi, Prediche, Bari, Laterza, 1920, p. VII)

[31] Luigi Einaudi, “Sulla interpretazione dell’articolo 81 della Costituzione”, in Id., Lo scrittoio del Presidente, Einaudi, Torino, 1956, pp. 205-206.

[32] Ministero della Costituente, Rapporto della Commissione economica, cit. p. 34.I corsivi sono nel testo originale.

[33] Ivi, p. 36.

[34] Ibidem.

[35] Ivi, p. 38.

[36] In questo senso si era espressa anche la dottrina prevalente. Per Valerio Onida, per esempio, “tutto il sistema del nostro bilancio prescinde da un ipotetico vincolo giuridico al pareggio, che è sempre stato considerato un fatto di natura politica, il quale investe la responsabilità essenzialmente politica dei massimi organi che intervengono nell’elaborazione e approvazione del bilancio, Governo e Parlamento” (V. Onida, Le leggi di spesa nella Costituzione, Giuffrè, Milano, 1969, p. 458).

[37] Più recentemente nella sentenza n. 250/2013 la Corte ha ribadito che “il principio dell’equilibrio tendenziale del bilancio, già individuato da questa Corte come precetto dinamico della gestione finanziaria, consiste nella continua ricerca di un armonico e simmetrico bilanciamento tra risorse disponibili e spese necessarie per il perseguimento delle finalità pubbliche. (…) Il principio dell’equilibrio di bilancio, infatti, ha contenuti di natura sostanziale: esso non può essere limitato al pareggio formale della spesa e dell’entrata”. L’orientamento della Corte non sembra essere mutato neanche in seguito alla novella costituzionale del 2012, con particolare riferimento ai diritti sociali. Nella sentenza 275/2016 la Corte ha infatti stabilito che “è la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”.

[38] L’art. 81, comma 6, stabilisce che “il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei principi definiti con legge costituzionale”.  In virtù della particolare maggioranza richiesta, la legge 243/2012 attuativa di tale comma è detta per l’appunto rinforzata.

[39] Per un approfondimento sui metodi di calcolo del saldo strutturale dei bilancio si veda Andrea Boitani, Lucio Landi, “Regole europee: la lunga strada per uscire dalla stupidità”, in lavoce.info, 22/6/2014 (disponibile al seguente link: https://www.lavoce.info/archives/20661/regole-europee-bilancio-psc-output-gap/).

[40] Le partite finanziarie comprendono acquisizioni o cessioni di partecipazioni al capitale di società, concessioni o rimborsi di prestiti, aumenti o diminuzioni di depositi bancari.

[41]Con l’art. 11 l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. L’art. 117, comma 1, prevede invece  che “la potestà legislativa è esercitata dallo Stato nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”.

[42] Su questo punto si veda anche Daniela Mone, “La costituzionalizzazione del pareggio di bilancio ed il potenziale vulnus alla teoria dei controlimiti”, in Rivista AIC, n. 3/2014 (https://www.rivistaaic.it/images/rivista/pdf/3_2014_Mone.pdf).

[43] GIIPS è l’acronimo per indicare i cinque paesi dell’UE ritenuti economicamente più deboli: Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna. Questi sono spesso denotati con l’abbreviazione PIIGS, ritenuta da molti offensiva in quanto rimanda al vocabolo inglese “pigs” (maiali).

[44] Secondo i teorici di questo modello, sviluppato a partire dagli anni ’90 (soprattutto ad opera di economisti italiani come Francesco Giavazzi e Alberto Alesina), le aspettative giocano un ruolo importante. Infatti se i tagli della spesa pubblica sono sufficientemente ampi e persistenti, gli individui, che hanno aspettative razionali, li intenderanno come il segnale di un futuro abbassamento delle imposte. I consumatori si aspetteranno quindi in futuro un reddito più elevato e tenderanno ad aumentare i consumi correnti e futuri. Inoltre se si verifica un miglioramento dei conti pubblici (riduzione del disavanzo e del debito pubblico) i tassi di interesse si ridurranno e ciò stimolerà gli investimenti delle imprese e conseguentemente cresceranno reddito e occupazione. Infine le riforme strutturali, tramite la deflazione interna (riduzione dei salari) serviranno a far recuperare competitività al paese. Per una rassegna su queste teorie si vedano Carmelo Petraglia, Francesco Purificato, “Moneta unica e vincoli sovranazionali alle politiche fiscali nell’Eurozona alla prova della crisi”, in Rivista economica del Mezzogiorno, XXVII, 4, 2013, pp. 1065-1090; Sebastian Dellepiane Avellaneda, “The Political Power of Economic Ideas. The Case of ‘Expansionary Fiscal Contraction’ ”, in British Journal of Politics and International Relations, vol. 17, n. 3, 2014; Suzanne J. Konzelmann, “The political economics of austerity”, in Cambridge Journal of Economics, 38, 2014, pp. 701-41.

[45] Per un’analisi in questo senso si veda Luigi Campiglio, La teoria dell’austerità nel sistema economico europeo, Quaderno n. 77, febbraio 2016, Istituto di Politica economica, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano. Di segno contrario invece Alberto Alesina, Omar Barbiero, Carlo Favero, Francesco Giavazzi, Matteo Paradisi, The Effects of Fiscal Consolidations; Theory and Evidence, Working Paper, 2017. Il dibattito tra i sostenitori dell’austerità e i suoi detrattori è ancora molto acceso e non esistono evidenze empiriche certe. Gran parte della diatriba si è consumata sui valori del moltiplicatore, che misura gli effetti delle politiche di consolidamento fiscale sul reddito. Ad esempio un moltiplicatore uguale a 1,5 vorrebbe dire che un aggiustamento fiscale pari all’1% del PIL provocherebbe una riduzione dello stesso dell’1,5%. Secondo uno studio del FMI il moltiplicatore ha valori superiori a 1 per cui le politiche di austerità sono sicuramente dannose (Olivier Blanchard, Daniel Leigh, Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers, IMF Working Paper 13/1, IMF, Washington, 2013). Secondo altri lavori esso è invece inferiore all’unità per cui gli effetti dell’austerità sarebbero molto meno negativi (Lucyna Gornicka, Christophe Kamps, Gerrit Koester, Nadine Leiner-Killinger, Learning about fiscal multipliers during the European sovereign debt crisis: evidence from a quasi-natural experiment, ECB Working Paper Series, No. 2154, ECB, Frankfurt am Main, 2018).

[46] Luciano Gallino, Il colpo di stato di banche e governi, Einaudi, Torino, 2013.

[47] Sulla povertà in Germania si veda Der Paritätische Gesamtverband, Wer die Armen sind. Der Paritätische Armutsbericht 2018, Berlin, 2018 (il rapporto è scaricabile dal sito del Paritätische Gesamtverband al seguente link: https://www.der-paritaetische.de/fileadmin/user_upload/Schwerpunkte/Armutsbericht/doc/2018_armutsbericht.pdf). È interessante notare che tra coloro che rientrano nella categoria dei poveri, ben il 41% sono persone che hanno un lavoro a tempo pieno (i c.d. working poors), mentre il 25% sono pensionati.

IL BELLICISMO SPINTO DI F.D. ROOSEVELT SECONDO DUE AMERICANI DI RANGO

Charles A. Beard, storico della Columbia University, fu uno degli innovatori del pensiero americano nella fase che precedette il New Deal e gli dette forma teorica. Gli altri innovatori ( sostiene Morton White di Harvard in “La rivolta contro il formalismo”) -furono il filosofo John Deway, il giurista Oliver Wendell Holmes, lo storico- divulgatore James Harvey Robinson, e l’economista e sociologo Thorstein Veblen.
Quando scrisse il suo importante saggio “American Foreign Policy in the Making” (nel 1948 pubblicato in italiano da Longanesi, col titolo “Storia delle Responsabilità”), Beard si impegnò in particolare a scandagliare equivoci e mistificazioni della dialettica tra isolazionisti e interventisti Usa tra le due guerre mondiali. Mise soprattutto in risalto, nelle elezioni presidenziali del novembre 1940, la singolare ma ingannevole affinità delle posizioni programmatiche dei due candidati alla Casa Bianca, Franklin D. Roosevelt (uscente) e Wendell Willkie (repubblicano).

Entrambi i candidati proclamavano di voler tenere gli Stati Uniti fuori del secondo conflitto mondiale. Entrambi garantivano che, se eletti, mai avrebbero mandato gli americani a combattere oltremare. Nella realtà Willkie ribadiva la linea neutralista del suo partito (GOP), che rispecchiava il sentimento allora isolazionista della netta maggioranza degli americani. Invece Roosevelt, che voleva il terzo mandato presidenziale e che parteggiava per la Gran Bretagna -dopo avere parteggiato per la sconfitta Francia- si costringeva a promettere agli americani la stessa pace di Willkie, nei fatti attuando però la linea ‘internazionalista’ del presidente Wilson, linea che nel 1917 aveva portato all’intervento degli Stati Uniti nella Grande Guerra. Nell’Amministrazione Wilson il trentunenne Roosevelt era stato segretario alla Marina, realizzando la forte espansione della flotta.
Nel 1914 aveva tentato di proporre l’immediato intervento in guerra dell’America: Wilson aveva dichiarato quest’ultimo prematuro: non siamo pronti.

Che nel 1940 il pacifismo del presidente ‘incumbent‘ fosse menzognero risultava dalla sua generale solidarietà con la crociata delle democrazie contro i regimi totalitari. Nell’estate aveva già ceduto alla Gran Bretagna, duramente impegnata sui mari, 50 cacciatorpediniere della flotta USA, giustificando la violazione della neutralità ufficiale col vantaggio di acquisire da Londra, per 99 anni, una serie di basi nel Nuovo Continente. Roosevelt aveva preso ad aggirare la neutralità in altri modi pseudo-legali. Presto, con un autentico atto di guerra, avrebbe ordinato alla flotta statunitense di scortare i convogli britannici nell’Atlantico, se necessario attaccando i sottomarini tedeschi (e alcuni italiani) che mettevano a repentaglio i rifornimenti alla Gran Bretagna. E’ noto che il Führer proibì ai comandanti degli U-Boote di rispondere agli attacchi statunitensi. Nell’agosto 1941, ben prima di Pearl Harbor, sarebbe venuta la firma con Churchill, su una corazzata britannica al largo del Newfoundland, della Carta Atlantica, vero documento dell’alleanza di guerra con Londra.

Dunque nell’anno elettorale 1940 Franklin Delano Roosevelt era costretto a mentire: avrebbe tenuto gli Stati Uniti fuori del conflitto, specificamente insistè sull’impegno a non mandare i giovani a combattere all’estero. Sarà Pearl Harbor a provocare la resa del Congresso: gli USA sarebbero entrati in guerra. Ma oggi gli storici non hanno dubbi: furono Roosevelt e il segretario di Stato Cordell Hull a provocare l’attacco alle Hawaii con la loro intransigenza assoluta nello sterile negoziato sul futuro dell’Asia.
Ci sono testimonianze che il presidente non manifestò emozione nell’apprendere dell’attacco nipponico (e che Churchill non nascose gioia per la raggiunta certezza dell’intervento USA). Lo storico Charles A. Beard avrebbe confermato col libro summenzionato e in molte altre pubblicazioni (morì nel 1948) i duri giudizi sul bellicismo di Roosevelt.

Herbert Hoover, il 31° presidente degli Stati Uniti, dedicò gli ultimi tre decenni di vita a denunciare i “tradimenti” (nei confronti dell’America) del suo successore immediato. Nelle definizioni di Hoover, Roosevelt era stato un guerrafondaio spinto, un mentitore senza vergogna, un violatore del retaggio democratico e di una storica consegna di George Washington, un sopraffattore della volontà di pace del popolo. In quanto salvatore dell’Urss -con i giganteschi aiuti che nel 1942, secondo la valutazione del presidente Harry Truman, scongiurarono il sicuro crollo sovietico- Roosevelt, sempre a detta di Hoover, aggiunse a Yalta un altro misfatto: la sua intesa con Stalin condannò i paesi sottoposti all’Armata rossa ai decenni dell’oppressione stalinista/comunista.

A lumeggiare la dedizione di Herbert Hoover a demolire la gloria di Roosevelt esiste un’intera letteratura statunitense, fatta anche di scritti diretti del trentunesimo presidente. Letteratura che attesta la forza dello schieramento isolazionista americano contro le guerre mondiali di Woodrow Wilson e di F.D.Roosevelt: insieme i Due ammantati di democrazia fondarono l’impero planetario degli Stati Uniti, cui il Padre della Patria George Washington aveva lasciato la consegna di rifiutare per sempre i conflitti tra europei. Il secondo, l’uomo del New Deal, fece peggio che un intervento bellico sia pur gigantesco. Deformò lo Spirito americano fino a fare stabilmente degli USA il paese più militarista della storia.

Antonio Massimo Calderazzi

EROICHE MA SENZA FUTURO COME PEARL HARBOR LE PRODEZZE ANTISISMICHE DI TOKYO?

Sono talmente impavidi, i giapponesi, nel prepararsi ad affrontare il rischio lontano di un terremoto catastrofico nell’area allargata della capitale (38 o 40 milioni di abitanti), da costringerci a pensare che essi stiano vivendo il quinto zenit assoluto della loro storia millenaria: un ottantennio dopo che il loro ferreo arcipelago attaccò il colosso americano nelle Hawai semiaffondandone la flotta, egemone del Pacifico. O come centocinquanta anni fa, quando l’imperatore Mutsuhito mise fine ai molti secoli di potere delle dinastie degli ‘shogun’ e aprì l’era delle riforme Meiji, la modernizzazione più vittoriosa della storia. Subito dopo la quale il Sol Levante sconfisse l’esercito dell’Impero cinese e, soprattutto, nel 1904, annientò a Tsushima la flotta russa accorsa dal Baltico per sostenere, con un viaggio di vari mesi, le aspirazioni asiatiche dell’impero zarista.

Oggi il pericolo di un futuro sisma epocale sovrasta il Giappone come minacciava nel 1274 la flotta d’invasione di Qublai Khan, imperatore della Cina. Erano 900 navi e 40 mila guerrieri, ma non riuscirono a sbarcare. Ritornarono sette anni dopo con 4400 navi e 140 mila uomini. Quasi tutti sanno che un tifone -chiamato ‘vento degli Dei’)- annientò gli invasori.
Se nel lontano secolo XIII il popolo nipponico riconobbe che la salvezza era venuta dagli dei, la grande svolta della seconda metà del Novecento -l’esplosione modernizzatrice che immise il Giappone nell’era industriale – coinvolse direttamente le condizioni di lavoro, di vita e di anima della nazione. Una stirpe tanto imbevuta delle glorie della Patria non avrebbe potuto sottrarsi. La modernizzazione ebbe un successo stupefacente.

Il multisecolare isolamento dell’arcipelago finì quasi di colpo nel 1853 quando il commodoro Perry, al comando di una piccola squadra navale americana, si presentò nella baia di Tokyo latore di un messaggio del presidente Usa, accompagnato dalla minaccia di imporre coi cannoni l’apertura di alcuni porti alle navi e al commercio dell’Occidente.
Il governo dello Shogun tentò qualche resistenza, ma presto cedette.
Una reazione patriottica espresse un breve moto di xenofobia, che di fatto non ostacolò ma favorì la completa, entusiastica apertura alle influenze esterne. Risultarono sviluppi fulminei. Salito al trono nel 1867 l’imperatore Mutsuhito, passato alla storia col nome di Meiji, esercitò i poteri che aveva tolto alla dinastia shogunale e riuscì a galvanizzare tutte le forze morali ed economiche. In un tempo incredibilmente breve il Giappone si dette una cultura industriale e il necessario patrimonio di tecniche avanzate.
Mai nel mondo una trasformazione profonda era stata così trionfale.
Sorse una potenza manufatturiera, temibile anche sul piano militare.
Gli allievi avrebbero superato i maestri.

L’8-9 febbraio 1904 una modernissima marina nipponica stupì il mondo con la strepitosa vittoria sulla squadra russa a Tsushima. Per farsi una Marina possente Tokyo aveva puntato sul know-how della Gran Bretagna; per le forze di terra aveva adottato i metodi e le tecniche della Prussia, che nel 1870 aveva sbaragliato la Francia del Secondo Impero. Il vincitore di Tsushima, ammiraglio Heihashiro Togo, si rivelò uno dei maggiori uomini di guerra al mondo. Trentasei anni anni dopo, 7 dicembre 1941, Pearl Harbor fu la più fatale delle sfide della storia nipponica.

Da quasi mezzo secolo l’Impero del Sol Levante non faceva che vincere guerre. Aveva battuto la Cina, ponendo le premesse per la conquista del regno di Corea (oggi diremmo ‘le due Coree’). Aveva sconfitto e umiliato il colosso russo. Negli anni Trenta del Novecento i nipponici avevano conquistato la Manciuria e avevano resistito alle ripetute intimazioni di Washington. Quando, alla fine di uno sterile negoziato diplomatico, il presidente F.D.Roosevelt compì la provocazione bellicista finale decretando l’embargo sulle forniture strategiche al Giappone (prima di tutto quelle petrolifere), i giapponesi sentirono arrivata l’ora suprema: o l’Impero si sottometteva all’egemonia degli USA nel Pacifico, o sfidava il destino. Scelsero il rischio finale: attaccarono Pearl Harbor. Forse sapevano, forse no, che Washington avrebbe stravinto il secondo conflitto mondiale, anche grazie all’arma atomica: sta di fatto che accettarono la prospettiva della catastrofe nazionale. La quale venne. Un ventennio dopo il Paese rinacque prodigiosamente, facendosi leader della competizione tecnologica globale.

Oggi gli ingegneri, gli architetti, i governanti che a Tokyo vogliono abbattere il nemico finale, il Grande Sisma, sono gli stessi lottatori che ottant’anni fa affrontarono il Titano statunitense. Vincere contro la geologia è altrettanto temerario quanto tramortire gli USA nel 1941 e spazzare l’anno dopo dall’Asia il colonialismo europeo. Trionfare nelle prime fasi della crociata antisismica sarà possibile, così come furono possibili le vittorie dell’era Meiji e le smaglianti conquiste del 1941-42.
Ma nessuno sa se i successi iniziali sul terremoto basteranno: i costi materiali e quelli umani saranno proibitivi. E’ verosimile che i progettisti del Sol Levante realizzino le tecniche per fare antisismici i nuovi grattacieli e i nuovi megaedifici; e i vecchi? gli interventi strutturali che consentiranno alle grandi costruzioni di ondeggiare senza crollare saranno più ardui e più costosi che riedificare da zero. Potrebbero venire a mancare sia le ricchezze, sia le volontà.

Nel dicembre 1941 saggezza avrebbe voluto che Tokyo si piegasse ai ricatti di Franklin Delano Roosevelt e del segretario di Stato Cordell Hull.
Fu preferito l’eroismo. Non è certo che contro la Natura l’eroismo basterà. Sarà certa l’ammirazione del mondo.

Antonio Massimo Calderazzi

QUANDO LE POTENZE SI ACCINGEVANO A SPARTIRSI LA CINA

Negli ultimi anni dell’Ottocento sembrava suonata l’ora della fine per l’Impero di Mezzo. Per cominciare, la Gran Bretagna ne dominava l’economia -quasi i tre quarti del commercio e della navigazione- e si era insignorita di regni che erano stati satelliti di Pechino: il Tibet, sottomesso alla Cina nel 1751, e la Birmania. Londra cominciò a prendere quest’ultima nel 1853: la aggiunse al proprio impero nel 1886. Nel 1897 gli inglesi ottennero la rettifica che chiedevano alla frontiera birmana, come pure il diritto di estendere le ferrovie fino allo Yunnan cinese ‘quando fosse arrivato il momento opportuno’. Vincendo due ‘guerre dell’oppio’ la Gran Bretagna umiliò duramente l’Impero Celeste, aprendo una lunga fase di trattati ineguali per i quali i cinesi subivano vari soprusi.

La Francia completava l’impossessamento dei regni dipendenti d’Indocina (Vietnam, Laos, Cambogia); anche se, come scrive lo storico di Harvard, William L. Langer, “sarebbe ingiusto imputare ai francesi di aver dato l’esempio per lo smembramento della Cina (…) Peraltro furono in testa nello strappare concessioni”.

La Russia zarista mirava tra l’altro a costruire un grande porto sul Pacifico, da raggiungere con una ferrovia attraverso Manciuria e altre regioni cinesi. In più aveva l’ambizione di scalzare la Gran Bretagna dal controllo delle risorse economiche dell’Impero Celeste. Nel 1689 Pechino era riuscita a contenere l’aggressività dei russi estromettendoli dal bacino dell’Amur (Heilong Jiang in Cinese, река Амур in Russo).
Il Giappone aveva da poco sgominato la Cina con una guerra per preparare l’impossessamento del regno di Corea, satellite della Cina. L’impossessamento riuscì; Pechino dovette pagare un pesante risarcimento bellico. Il trattato di Shimonoseki decretò il distacco immediato della Corea dalla Cina; in più quest’ultima cedette al Giappone la penisola di Liaotung (Liaodong), la grande isola di Formosa e le Pescadores (Penghu). Conclamata la debolezza della Cina, la Russia ottenne diritti ferroviari in Manciuria; la Germania si assicurò il possesso di Kiaochow (Jiaozhou); la Francia guadagnò Kwan-Chow Wan (Guangzhouwan); la Gran Bretagna si assicurò l’affitto di Weihaiwei (Weihai) e l’allargamento della colonia di Hong Kong.

La Germania fu la meno rapace tra le Potenze intente a depredare l’Impero cinese. E’ quasi certo che nelle stanze romane dove si faceva diplomazia velleitaria e si progettavano imprese coloniali, non mancarono personaggi che farneticavano di anticipare i giorni gloriosi di Tientsin (Tianjin), quando reparti scelti sabaudi avrebbero punito le aspirazioni dei rivoltosi Boxer. Tientsin, oggi vari milioni di abitanti, era il secondo porto della Cina. Fu occupata militarmente da Gran Bretagna e Francia nel 1860; successivamente vi ottennero concessioni territoriali il Giappone, la Germania, la Russia, l’Austria-Ungheria, il Belgio, persino l’Italia. Finché nel 1911-12 la dinastia mancese crollò e Sun Yat Sen (Sun Yi Xian) divenne presidente della neonata Repubblica cinese.

I piani di rapina delle Potenze non erano i mali più gravi del Paese. Esso aveva un bisogno disperato di modernizzarsi, di darsi vaste riforme di struttura (che apparivano impossibili: l’intero sistema era marcio). In più, in quegli anni di pericolo estremo infuriava la corruzione dell’alta burocrazia mandarinale e dei circoli di potere. Di Li Hung Ciang (Li Hong Zhang), una specie di vicerè o di potente maestro di palazzo, si sapeva che fosse divenuto ricchissimo -uno dei patrimoni privati più cospicui al mondo- intascando tangenti anche ai livelli sommi della politica internazionale. Era risaputo in particolare che i vertici diplomatici di San Pietroburgo avevano istituito un fondo segreto (non abbastanza segreto) per guadagnare agli interessi russi sia Li Hung Ciang, sia altri esponenti dell’alto mandarinato. In una specifica occasione i russi offrirono al reggente Li un milione e mezzo di dollari. Anche la dispotica Imperatrice-madre partecipava ai proventi della grande corruzione. Quando il Reggente fece ritorno da una fase di negoziati con le Potenze, Sua Maestà provò ad esigere la sua parte -si parlò di 800 mila dollari- delle ‘dazioni’ straniere.

Il 4 maggio 1895, poco dopo la fine della guerra sino-giapponese, il primo ministro britannico Lord Rosebery ammise in un discorso alla Royal Academy che la questione estremo-orientale, prima di tutto il destino della Cina, era talmente grave (‘troppo complessa per la nostra immaginazione’) che ‘dobbiamo ridimensionarla onde correre ai ripari’.
Il disegno londinese di usare la Cina come difesa contro le vaste ambizioni asiatiche della Russia si rivelava sbagliata. Negli anni 1896-97 San Pietroburgo raggiunse, coll’appoggio di Parigi, il massimo dell’influenza a Pechino. Nessuna potenza le stava alla pari. Dunque un secolo e mezzo fa, più o meno, era la Cina il Malato d’Asia, dal corpo quadruplo di quello del Malato del Levante su cui regnava il Sultano turco.
Le Potenze si preparavano a dividersi l’eredità.

Oggi la repubblica imperiale e ‘comunista’ di Xi è la superpotenza che compete con gli USA. Un suo dittatore ‘vero’ sarebbe onnipotente.
Come non chiederci cosa accadrebbe se uno degli spietati massacratori novecenteschi di popoli -risalendo nel tempo: Hitler, Stalin, Mussolini, i militaristi giapponesi, F.D.Roosevelt, Churchill, Raymond Poincaré che più di ogni altro volle la Grande Guerra, Clemenceau che la allungò di un anno, i pessimi consiglieri dello zar Nicola, i nanogovernanti della Serbia, gli arciduchi e i diplomatici viennesi, gli altri- cosa accadrebbe se uno dei mostri qui elencati risorgesse a Pechino invece che altrove?

A.M.Calderazzi

RIGENERO’ LA RIFORMA LUTERANA IL PIETISMO TEDESCO

Col Concilio di Trento, con la militanza della Compagnia di Gesù, con una successione di encicliche, col lancio di nuovi ordini religiosi, con la proclamazione di altri dogmi, la Chiesa cattolica fece mostra d’essere compatta e maestra: ma è in ritirata da alcuni secoli. Anche la Riforma luterana si trovò di fronte a problemi di armonia interna. Tra le Chiese riformate d’Europa quella d’Inghilterra fu prima a subire un’insurrezione: fu il nascere nello scorcio del secolo XVII del metodismo ad opera di John Wesley e del fratello Charles.

Nella Germania di Lutero il soprassalto delle coscienze si profilò alcuni decenni più tardi. Nel 1660, quasi un secolo e mezzo dopo le 95 tesi affisse dall’agostiniano Martino alla porta della chiesa del castello di Wittenberg, il pastore e teologo Phillip Jakop Spener pubblicò un’opera a carattere utopico intitolata “Pia Desideria” per contestare la dottrina ufficiale del luteranesimo istituzionale, ormai ossificato negli schemi e nelle prassi della confessione di Stato. Le asserzioni teologiche sovrastavano sugli aneliti individuali, dei semplici fedeli come dei pensatori.

I Pia Desideria del pastore Spener invocavano un’esperienza di fede vivificata dalla commozione dell’incontro personale con la Bibbia e con Dio. Fu l’annuncio di una purificazione del luteranesimo, sempre nello spirito della rivolta antiromana del monaco Martino, ma con inclinazioni nuove, meno confessionali/settarie. Comune alle varie correnti del primo Pietismo furono l’enfasi sulla religiosità interiore e mistica, sulla lettura della Bibbia al di là di ogni filtro storico-critico, più ancora sul sentimento del rapporto diretto con Dio.

Il puritanesimo inglese si confrontò con la deviazione innovatrice di William Perkins, in qualche misura assimilabile al Pietismo. Il calvinismo olandese si misurò con le proposte di Willem Teelink. I territori di propagazione del Pietismo furono il Braunschweig, con Johann Arndt (il quale si concentrò a sviluppare le componenti mistiche del messaggio di Lutero, anche richiamandosi ai mistici del Medioevo germanico, a San Bernardo, ad altri mistici cattolici); la città universitaria di Halle, con August Hermann Francke; Francoforte con Ph.J.Spener.

Dalla Germania il Pietismo si diffuse in Svizzera e in Danimarca (dove trovò il sostegno del sovrano). Nei due secoli successivi al Settecento i movimenti di risveglio religioso nel Nord America si collegarono in parte al Pietismo e al Metodismo. Tutto ciò si contrappose frontalmente all’Illuminismo, fatto di ragione e di rifiuto agli impulsi religiosi: anche se il revisionismo avviato da Spener coincideva col vittorioso pensiero venuto dalla Francia (dominò anche il Settecento tedesco) per quel che concerneva la libertà di coscienza, la tolleranza, i diritti dell’individuo.

Va ribadito che l Pietismo si erse contro il dogmatismo della teologia luterana, ormai signora in Germania e nel Nord Europa.
La forza del messaggio di Spener fu, abbiamo visto, nell’accento sulla devozione individuale e familiare, devozione che troverà un’espressione titanica nelle 200 cantate sacre di Johann Sebastian Bach.
La larga diffusione settecentesca del Pietismo fu dovuta al vigore
delle componenti emotive nell’esperienza della fede, nonché agli impulsi contro il sostanziale autoritarismo delle istituzioni riformate e contro la compressione degli aneliti.

Giustamente si rivendica che molti tedeschi illustri aderirono al pietismo , oppure ne furono influenzati o persino formati. Immanuel Kant ricevette un’educazione pietistica, soprattutto per le cure della madre. I genitori di Herman Hesse cercarono di guadagnarlo all’attivismo del movimento; che fu un genitore pietista a sorreggere il cammino spirituale del filosofo Soren Kierkegaard. Si arrivò a ipotizzare che attorno ai trent’anni Otto von Bismarck subì la suggestione, magari non abbastanza durevole, di una parente che professava il Pietismo. E’ giusto sostenere che il Pietismo fu uno dei contributi universali dell’anima tedesca alla civiltà moderna. In ogni caso i pietisti fecero avanzare l’impegno risanatore della Riforma in una congiuntura già attraversata dal sostanziale ateismo della filosofia dei lumi. Il luteranesimo, vittorioso su Roma, soffrì presto del settarismo delle controversie tra teologi. In più avevano preso ad agire i mali delle chiese territoriali, cioè la secolarizzazione indotta dalla coincidenza tra magistero religioso e autorità del principe sovrano.
Proponendo un cristianesimo fatto innanzitutto di fervore del vissuto, il Pietismo motivò quanti non si rassegnavano ai portati e ai vanti del razionalismo. In vista degli apporti e delle influenze del Pietismo su altri pensatori e creatori di terra tedesca- vanno menzionati anche Leibnitz, Lessing, Gellert, Wieland, Thomasius, Klopstock, Herder, Goethe e più ancora Hoelderlin, uno dei grandi astri del cielo poetico germanico- la revisione della svolta luterana va considerata uno dei grandi contributi tedeschi alla civiltà occidentale moderna, in una congiuntura attraversata dall’Illuminismo sostanzialmente ateo. Hoelderlin in particolare prometteva alla sua patria un lirico ritorno degli antichi Dei ellenici, una vicenda da vivere in piena coerenza alla tradizione cristiana e germanica.

L’esigenza di raddrizzare le vie della Riforma espresse, sappiamo, altri movimenti: puritanesimo, metodismo, presbiterismo. Al loro interno, i pietisti tedeschi furono sorretti dalle conquiste del sommesso misticismo medievale, che si usa riassumere nel nome del domenicano Meister Eckart. Agli albori della germanizzazione del Sacro Romano Impero la silenziosa mistica tedesca fu una premonizione di un Pietismo che avrebbe dato forma e nerbo alla letteratura tedesca fino agli esordi della ‘età di Goethe’. Anche l’empito e il canto di Hildegarde von Binden, la religiosa che riusciva a parlare all’imperatore Federico I, anticiparono l’impegno a difendere la fede dal conformismo e dalle compromissioni secolari. In terra tedesca il Pietismo realizzò completamente, come abbiamo visto, la sintesi tra la fede e le conquiste dell’Iluminismo. E il vertice assoluto della spiritualità pietistica fu la musica sacra germanica, riassunta al livello sommo nel nome di Johann Sebastian Bach.
Egli ebbe qualche precursore ma nessun continuatore a lui pari. Manifestazioni insuperate della spiritualità pietistica sono le cantate sacre, le Passioni, i corali, i mottetti, le Messe, gli oratorii di Johann Sebastian.
I titoli delle sue cantate dicono da soli l’intensità e la dolcezza della commozione cristiana. Dicono anche il doloroso rimprovero dell’anima umana nei confronti di un Dio che mancò alla promessa di cancellare il Male e di governare il Creato: alla missione d’essere il Padre. I duecento titoli delle cantate sacre bachiane esprimono sia la fiducia in Dio, sia la dolorosa contestazione di un Pietismo che non si rassegnava al razionalismo irreligioso.

Antonio Massimo Calderazzi

SE 1 ITALIANO SU 2 ATTENDE L’UOMO FORTE LA DEMOCLEPTOCRAZIA CADRA’

Negli ultimi tempi i tentativi dei sicofanti e pennivendoli del Regime, di esigere ancora che i contribuenti finanzino la politica, suonano come rantoli d’agonia. Appaiono rassegnati, i pensatori e i monatti di palazzo, acché la fine si avvicini, i popoli dello Stivale siano gonfi di rancore e di brutti propositi; acché essi popoli inneggino alla cacciata dei Proci oppressori/saccheggiatori dal 1945; che non il sostegno bensì la lapidazione dei politici sia la brama dei cittadini.

Attesta ciò, una volta di più, il mesto Ezio Mauro, massima préfica dei bei tempi che non torneranno. Su ‘Repubblica’ -il Voelkischer Beobachter del compianto banchetto dei partiti- Mauro ha lamentato giorni fa: “Salvini ha decretato lo stato d’eccezione, vorrebbe ‘spezzare l’ordinamento’, ha invitato i parlamentari a ‘alzare il culo’, ‘non è facile rintracciare nella storia della Repubblica una simile dichiarazione di disprezzo di un uomo di governo nei confronti dell’istituzione parlamentare’.
Che sempre Salvini ‘sfidi ad uno ad uno tutti i tabù della Repubblica’, che tenti di abbattere ‘la costrizione delle regole, l’equilibrio dei poteri, i controlli di legittimità, i vincoli costituzionali; che vagheggi di trasformare il Paese in una repubblica presidenziale’.

Il capo-singhiozzatore sul Bengodi che minaccia di non tornare più, sui diritti, sulle istituzioni vilipese, lacrima (sempre Mauro) che “si è scelto di cavalcare il risentimento e la rabbia dei cittadini spiaggiati dall’onda alta della mondializzazione, senza filtrare politicamente questo stato d’animo anzi trasformandolo in odio, ripulsa, rigetto, cioè antipolitica”.
Mauro è terrorizzato che si ripudi “il meccanismo democratico articolato nel libero gioco dei diritti, del diritto, delle istituzioni”. Peggio: si aggiunge la proposta di un potere finalmente pieno (…) nello spirito autocratico annunciato da Putin: la democrazia liberale non è l’unico modello possibile e nemmeno il più efficace, anzi funziona solo in anni di abbondanza delle risorse. E’ la teoria Orban”.

Ora: si illude l’ex-direttore del Voelkischer Beobachter romano, che il futuro Giustiziere risulti Salvini, un politico come gli altri, solo più vicino alla gente. Sarà invece Dracone, il primo e il più severo dei legislatori di Atene. Ci rallegriamo di aver fatto dire all’Appelius democleptocratico ciò che spettava a noi: posto che il più recente rapporto Censis sia attendibile, il 48% degli italiani attende l’Uomo forte; molto più del 48% -il 67%- é la voglia di vendetta nella classe operaia, che un tempo si lasciava guidare dai comunisti, i più sussiegosi tra gli appaltatori del regime sorto nel 1945 e oggi comatoso. Oltre a tutto metà degli elettori non intendono votare; considerano le urne le ‘slot machines’ dell’usurpazione. Se molti tra Alpi e Lilibeo condividono gli istinti politicìdi descritti dal lacrimoso Mauro e asseverati dal Censis, è concepibile che l’Itala Gens tolleri ancora discorsi tipo ‘la politica ha un costo’, ‘inevitabile aggiungere un sussidio legale alla rapina praticata dal 1945’? La realtà è piuttosto che avrà buon gioco quell’Eversore che un giorno proclami: lungi dall’amnistiare i partiti, sciogliamoli e perseguiamone penalmente i capi presenti e passati, più eredi e aventi causa, per lo smisurato danno erariale arrecato allo Stivale in tre quarti di secolo.

Dunque se il rapporto Censis ha suscitato tanto scalpore è in quanto attesta che l’uomo della strada vuole il rovesciamento del sistema, cominciando dalla Costituzione e dalle Istituzioni, soprattutto quelle di vertice. Alcuni osservatori hanno avvertito, oltre all’odio ormai acerrimo contro i politici, anche un dissesto spirituale confinante con un furore metafisico. Ne sarebbero sintomi l’ossessiva dipendenza degli italiani dai cellulari, il crescere del ricorso ai farmaci ansiolitici, altre manifestazioni di infelicità.

Sia chiaro che l’avversione all’oligarchia partitica non è rimpianto del Duce. Con la guerra del 10 giugno 1940 -non col totalitarismo né con le leggi razziali- il Duce condannò per sempre l’Impero coloniale, il Regime, se stesso e la sua memoria. Fino all’impresa etiopica le cose gli andarono bene: gli italiani approvavano. Tra l’altro non ci impose troppo i propri congiunti, a parte qualche grosso favore al genero Galeazzo. Invece col processo di Verona Benito si rivelò sanguinario e spietato, anche con Galeazzo. Così oggi sono pochi coloro che rimpiangono la dittatura ducesca. Coloro che attendono l’Uomo forte aspirano a un congegno che si contrapponga alla Malarepubblica: a un governo molto più coeso, più efficiente, meno succube delle bande partitiche, dei sindacati, delle lobbies. Magari si contenterebbero di un presidenzialismo alla Erdogan/Orban: allora non siamo alla tentazione fascista. Si vorrebbe lo spossessamento delle istituzioni e delle prassi dettate da partiti insolitamente rapaci e corrotti. Il parlamentarismo, nato liberal-notabilesco ed evoluto in progressista, ha funzionato passabilmente solo nelle società prospere da molto tempo e spiccatamente equilibrate, nel senso di ‘calme’. La nostra società non è nè prospera nè calma, dunque i giochi parlamentari vengono rifiutati. Se la democrazia rappresentativa e ladra non ha espresso nulla di meglio che le urne truffaldine e gli andazzi partitici, molti anelano a cancellare brutalmente almeno gli assetti peggiori.

L’alternativa a ciò che abbiamo non è il fascismo.
Per liberarci dell’oligarchia non c’è altro che una democrazia non elettorale ma semidiretta, fatta di pochi cittadini resi ‘sovrani’ dal sorteggio, non da un suffragio universale rivelatosi impotente, in Italia, da almeno un secolo, in Gran Bretagna da almeno due. Però gli usurpatori installati nel 1945 dai quadrimotori angloamericani non si fidino troppo che un nuovo Mussolini non si profili. Un altro Duce, magari guerriero, non è indispensabile per liberarci: la democleptocrazia le ha fatte troppo sconce.

Antonio Massimo Calderazzi

QUANDO SI POTRA’ ABBATTERE LA RAI VERGOGNA NAZIONALE

Quando il viadotto dell’economia comincerà a crollare, e un manipolo di giustizieri capeggiato da Dracone prenderà il potere, quel giorno la demolizione della Rai grassatrice sarà tra le opere da compiere per prime: assieme alla cancellazione della Costituzione manomorta, del Parlamento pessimo quale è, delle urne spacciatrici di falsa democrazia, di altre istituzioni e male azioni del Regime dei cleptopartiti.

La Fondazione Agnelli ha appena pubblicato il suo Rapporto annuale: per risanare e mettere in sicurezza i nostri edifici scolastici occorreranno 200 miliardi, che non abbiamo. Aggiungendo le aree terremotate. le montagne che franano sulle strade, i nuovi sismi nostri e quelli albanesi, l’Ilva, l’Alitalia e 160 ‘tavoli’ di crisi aziendali, gli sperperi irresponsabili come la Rai, il fasto regale del Quirinale, le spese per l’insulso prestigio diplomatico, gli F35 e le spedizioni militari risultano nauseabondi come i personaggi che ne sono responsabili. Nel suo spregevole piccolo, il servizio radiotelevisivo di Stato si guadagna il massimo del vituperio; per questo parliamo di Rai grassatrice (grassazione: rapina a mano armata). I Proci che ci opprimono da tre quarti di secolo hanno saccheggiato lo Stivale innanzitutto attraverso la Rai. La Rai rapinatrice risulterà tra gli errori peggiori che si potevano commettere: errori tragici come la vendita all’ingrosso delle indulgenze in Germania ordinata da papa Leone X. Le indulgenze costarono alla Chiesa la Germania ed altri regni. La camorra italiana dei partiti sarebbe odiata/disprezzata parecchio di meno se i ‘vincitori’ del 1945 non si fossero spartiti la Rai tra le bande: democristiani, comunisti, socialisti.

Quelle bande si sono sformate o boccheggiano, tuttavia la Rai dissangua i contribuenti persino più che alle origini. Il servizio pubblico resta un misfatto altrettanto serio quanto ai giorni aurorali della cleptocrazia.
La Rai paga coi soldi dei contribuenti, e sulla povertà degli incapienti, da 12 a 15 mila persone, all’origine quasi soprattutto figli, parenti e compari dei gerarchi del regime. Si aggiungono 10 o 11 mila collaboratori esterni, dai semplici attrezzisti ai ‘grandi’ presentatori. Quasi tutte le retribuzioni sono eccessive. Molti i favoriti del palazzo che ricevono oltre 240 mila euro: sarebbe il massimo di legge per i servitori di vertice dello Stato. Bianca Berlinguer, un cognome che gronda idealismo e lotte dalla parte del popolo, supera 300 mila euro all’anno. I casi più osceni sono naturalmente Fabio Fazio (2.240.000 euro) e Bruno Vespa (1.930.000, poi tagliato del 30%). Questi ed altri personaggi si considerano eccelsi al punto che nessun limite è concepibile ai loro emolumenti. Ma essi saranno puniti senza pietà quando la crisi economica si aggraverà, non saranno più tempi da fiction, sociologismi, narcisismi e grassazioni Rai.

Allora: quando i giustizieri di Dracone prenderanno il potere, cancelleranno i nove decimi del servizio pubblico, programmi, pretese, dipendenti, finanziamenti. Per un minimo di informazioni e prestazioni essenziali, un decimo basterà. Lo spettacolo e l’intrattenimento -due idrovore da spegnere- li facciano altre emittenti, magari straniere, a loro spese e rischio. Degli ‘approfondimenti’ e delle futilità facenti capo alla cupola dei partiti non avremo più bisogno. Tre quarti di secolo della Rai ci hanno insegnato come faremo a meno della informazione e dell’imbonitura demo-cleptocratiche. I nove decimi dei dipendenti, collaboratori, consulenti e altri convitati del banchetto andranno licenziati o disdettati. I meno pagati tra essi riceveranno un sussidio di sopravvivenza, non superiore alla media delle nostre pensioni basse. Non riusciranno a ricorrere ad alcuna corte internazionale, ad alcun Tar: i giustizieri sapranno fare il loro mestiere.
I beni che eccedano le modeste necessità di una radiotelevisione di Stato saranno avocati: per riparare scuole, strade e ponti.

I giornalisti Rai, oggi almeno 1760 a libro- di cui 210 caporedattori e 300 capiservizio- provino in proprio lo strazio degli ultimi, dei sottoproletari e dei migranti sui quali ingrassano dal 1945. Tra l’altro, disponendo di tanti pennivendoli, la Rai è ultima per le news online. Secondo la classifica Audiweb, Rai News ha 180 mila ‘utenti unici giornalieri’, contro duemilioni 519 mila del Corriere, tre milioni 58 mila di Repubblica. Per la sciagura di perdere un giorno la cuccagna ssssssssssse la prendano coi Padri Costituenti che, nell’impossessarsi di tutto nello Stivale, consegnarono alle bande dei partiti il monopolio radiotelevisivo. Fecero molto male: sbagliarono come Leone X, che credette di poter vendere le indulgenze in Germania.

Antonio Massimo Calderazzi

DOPODOMANI IMPOVERIMENTO PERO’ QUASI FELICE

“Dovremo cambiare stili di vita”. L’imperativo aleggia, come sulle acque lo spirito del Signore, nei cieli delle società industrializzate divoratrici di risorse, oltraggiatrici dell’ambiente, idolatrici costernate di uno sviluppo fuori tempo massimo. Tuttavia: non sarà tanto per le intimazioni ecologistiche che occorrerà cambiare strada, vivere in modi quasi opposti. Sarà soprattutto per le prepotenze del Mercato, ben nota Deità liberista, implacabile come, sotto la regina Vittoria, l’indifferenza degli agiati di fronte alla ‘potato famine’ degli irlandesi. Il Mercato vincerà ancora, beffardo nei confronti dei suoi adoratori delle Borse Valori.
Eppure, vedremo, sarà il mercato a rilanciare in Occidente il collettivismo parasocialista. Tutte le velleità di lotta del sinistrismo tradizionale buono- a – niente saranno schiacciate, i sindacati chiuderanno, ma i ceti privilegiati dimenticheranno la douceur de vivre.

Già trenta e più anni fa un plotone di economisti un po’ futurologi avvertivano dagli Stati Uniti che la Cina avrebbe prodotto “tutto per tutto il mondo”. Avrebbero dovuto precisare ‘non una ma molte Cine, d’Asia d’Africa d’America latina’. E’ sicuro che si ingigantirà il potenziale produttivo dei paesi di nuova o futura industrializzazione.
I dominatori delle nostre analisi congiunturali, i sapienti e gli aruspici delle macroeconomie confuteranno autorevolmente; ma molte altre Ilve spegneranno gli altiforni, altri capannoni di ex-operai in gamba marciranno, di molte boutiques e shopping centers ci libereremo.
La disoccupazione esploderà. Nello Stivale e altrove occorrerà assicurare un assegno (modesto) di sopravvivenza ad alcune decine di milioni senza reddito. Le risorse non ci saranno, le patrimoniali non basteranno: subentrerà la finanza eccezionale, da economia di guerra.

Un paese come il nostro, che nei millenni seppe essere laboratorio e opificio di innovazioni temerarie, anche scellerate, dovrà sperimentare, dare l’esempio, disobbedire in letizia all’Europa, ai Fondi monetari, alle corti planetarie di giustizia. Lo Stivale dovrà essere primo a cancellare i bilanci militari imposti dalla Nato, a umiliare le esigenze delle Istituzioni, a ridurre a quasi niente i costi della diplomazia (certificata superflua e anche un po’ comica nell’età delle avanzate prodigiose).
Il Quirinale sarà il caso limite: dovrà finire la mascalzonata di ex-regge e palazzi monumentali per i capobonzi e i simil-sommi del Vecchiume; sobrie ville un po’ così basteranno. Persino il Santo Welfare dovrà patire, persino la scuola dovrà rinunciare a conquiste come i viaggi dei liceali negli alberghi con stelle e nei treni veloci. All’educazione sessuale penserà la vita.
Le vacche grasse risulteranno finite.

Tuttavia si attuerà il paradosso: le Deità del Mercato passeranno da dispensatrici di consumi superflui e di edonismi a buon mercato ad operatrici del bene, a giustiziere amiche dei poveri, a carnefici dell’inessenziale. Il Mercato che in Occidente mutilerà l’occupazione sarà lo stesso che imperativamente ridurrà i divari sociali, accorcerà le smisurate distanze tra i redditi e le condizioni. Il Mercato farà ciò cui le varie sinistre hanno mancato, tanto sono state e resteranno irrilevanti.
Se una società come la nostra non accetterà la cancellazione attraverso il fisco dei beni e dei privilegi ereditati, se non avocherà la ricchezza non guadagnata o guadagnata male, essa società non sfamerà le moltitudini che non saprà condannare a perire. La ricchezza sarà colpita dove è raggiungibile, nelle classi alte. Esse cercheranno certamente di opporsi espatriando i capitali e le persone, ingaggiando gli avvocati più iniqui, manovrando tra Borse e pozzanghere internazionali. Ma gli assetti giuridici e i codici si potranno squassare a buon titolo: troppi milioni senza lavoro.
I diritti di proprietà saranno sacrificati, anche grazie al ripudio di costituzioni pretenziose e menzognere come la nostra.

Non gemeranno solo i ceti superiori. I doppi redditi rinunceranno alle crociere elitarie. I lavoratori e i pensionati faranno le vacanze alla buona, presso i parenti in campagna, non nei resort di Dalmazia e Mar Rosso.
Più ancora, gli ex-operai risparmieranno sulle partite di calcio, sulle biciclette iperleggere, sugli smartphone, sulle villette a schiera.
A nessun livello le sofferenze e le mortificazioni saranno assassine, quando le varie Cine doppieranno le nostre futili ‘eccellenze’ quali moda e questa o quella disciplina tennistica. Vivere a livelli più bassi non sarà tragico: salvo per i fomentatori dei consumi superflui e dei costumi paraporcini.

Antonio Massimo Calderazzi

IL MAESTRO DEGLI STORICI TEDESCHI SUI MISFATTI DEL NEPOTISMO PAPALE

Leopold von Ranke, iniziatore della scienza storica moderna, si guadagnò ammirazione anche dagli studiosi cattolici per l’imparzialità e il rigoroso vaglio delle fonti che mise nell’opera “Storia dei Papi”, pubblicata in italiano da Sansoni nel 1959.
L’originale tedesco aveva un titolo (“Die römischen Päpsten in die letzten vier Jahrhunderten“) che puntualizzava  l’ambito principale dell’investigazione:  i gravissimi mali del nepotismo papale nei quattro secoli includenti intero il  Settecento.
Il nepotismo sulla scala massima non solo devastò il cattolicesimo, ma divenne un fattore geopolitico: più di un pontefice si sforzava di trasformare il nipote in sovrano di un piccolo stato della Penisola.
In ogni caso i papi affidavano ai parenti, di norma fatti cardinali anche in età adolescenziale, il potere esecutivo nello stato pontificio.
Gli ambasciatori delle grandi potenze cercavano con cospicui doni di guadagnare l’amicizia di un cardinale nipote.

Un oratore al concilio di Basilea (1431-49) teorizzò così la torva morale dei papi del suo tempo: “Non è tanto male se un papa ha dei figli che possono portargli aiuto”.  Da allora questo  concetto è stato alla base delle giustificazioni del nepotismo e di altre condotte vituperevoli dal punto di vista cristiano. Von Ranke ricorda una lettera di Lorenzo dei Medici a Innocenzo VIII, uno dei nepotisti peggiori: “Il papa può chiamare  sua proprietà soltanto l’onore e i benefici che ha fatto ai suoi”.
Sisto IV provò a fondare in Romagna un principato per il nipote Girolamo Riario. Scomunicò i veneziani quando smisero di favorire i disegni del nipote.  In più perseguitò i nemici Colonna  ‘con furore selvaggio, arrivando a far uccidere il protonotario Colonna’.  Con una bolla Sisto IV definì ‘figlio del Maligno’ un personaggio che aveva criticato l’assegnazione della Penitenzieria (dicastero che concedeva dispense) a un nipote.
Calcò spietatamente le orme di questo papa Cesare Borgia, figlio di Alessandro VI: fece uccidere suo fratello, il duca di Gandia, e un cognato.  Ammazzò Peroto, un favorito del padre mentre si stringeva a lui; il sangue spruzzò fin sul volto del Santo Padre.  Il quale ultimo morirà del veleno da lui preparato per uno dei cardinali più ricchi.
Giulio II riuscì a soddisfare le pretese della  sua famiglia sul principato di Urbino. Amava le imprese militari per ingrandire lo Stato della Chiesa al punto di andare egli stesso al  campo, indossando la corazza.
Papa Leone X  (Giovanni dei Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico) prediligeva i piaceri -pur meno orribili di quelli di Alessandro VI- a tal punto che il card. Bibbiena gli scrisse “A noi qui manca solo una corte di dame”.

Quando Adriano di Utrecht, cardinale di Tortosa e precettore di Carlo V, arrivò a Roma come Adriano VI, trovò una cultura pagana trionfante e un mecenatismo che disapprovava: “Sono accadute molte cose abominevoli. Attorno alla Santa Sede tutto si è volto al male. La corruzione si è diffusa dal capo alle membra. Dal papa ai prelati non c’è nessuno, nemmeno uno, che abbia agito bene”. Tentò di abolire certi diritti di Curia che considerava simonia, ma non riuscì: avrebbe danneggiato troppo quanti avevano comprato le cariche.
Sappiamo che  Giulio dei Medici, cugino di Leone X, non arrivò a duca di Milano, però divenne Clemente VII; di lui si disse che fu il più sventurato dei papi: subì il Sacco di Roma da parte dei lanzichenecchi di Georg Frundsberg. Per riportare i  Medici a Firenze si servì degli stessi lanzi che avevano saccheggiato  Roma.

Secondo Ranke, Paolo III (Alessandro Farnese ) fece la sua cosa migliore, appena eletto, accogliendo nel Collegio dei cardinali uomini degni e non troppo lontani dal protestantesimo. Ma, cardinale a 27 anni, e con due figli naturali, fu più mondano di tutti i predecessori.  Iniziò la costruzione di palazzo Farnese perchè amava il fasto. Fece cardinali due nipoti talmente giovani da suscitare le rimostranze dell’Imperatore asburgico.
Rispose che in passato divennero cardinali bambini che erano ancora in culla.
Ranke: “Paolo III predilesse la famiglia più degli altri papi. Intrecciava sempre le questioni generali con gli affari privati.  Occupò Camerino per il  nipote Ottavio, ottenne Novara per il figlio PierLuigi. Combinò le nozze della figlia naturale Margherita e di una nipote Vittoria (quest’ultima con un principe reale di Francia, il duca di Vendome). Cercò di maritare una nipote all’erede della Savoia. Orazio Farnese fu fidanzato con una figlia naturale di Enrico II di Francia. Alla fine Pier Luigi Farnese divenne duca di Parma e Piacenza. In conclusione, Paolo III per innalzare i nipoti si attirò il biasimo universale. Morì nel 1549.
Giulio III che gli successe l’anno dopo non visse abbastanza per ingrandire i parenti Del Monte. Poi Marcello II fu papa per soli ventidue giorni: aveva suscitato grandi speranze facendo qualche economia, progettando riforme della Chiesa, soprattutto vietando ai nipoti di venire a Roma.

Paolo IV Carafa, un rigoroso settantanovenne, promosse a cardinale il nipote Carlo, un brutale militare di cui lo stesso zio disse che aveva immerso il braccio nel sangue fino al gomito, però lo lasciò governare anche gli affari religiosi. Condivise le tendenze mondane che in astratto condannava.
Paolo IV considerava i nipoti strumenti di lotta contro la Spagna.
Quando divennero inutili, li punì duramente per certe loro azioni (ad eccezione di un pronipote cui aveva dato il cappello cardinalizio a 18 anni).  Il successore Pio IV (Giov. Angelo Medici) aiutò in modi legittimi i nipoti Federico e Carlo Borromeo, pur amando lo splendore e le feste della corte. Invece Pio V (Michele Ghislieri) quando era frate domenicano viaggiava sempre a piedi, col sacco sulle spalle. Di lui papa si conoscono altre storie edificanti. Da Inquisitore a Roma fu intransigente: fece processare e condannare l’arcivescovo di Toledo, Carranza, primate di Spagna.
Tenne a bada i parenti.  Cacciò immediatamente il padre di un nipote, che aveva accolto nel Sacro Collegio per l’opportunità ‘tecnica’ di trattare coi principi.  Nel giudizio di von Ranke, con papa Ghislieri la religione dell’innocenza e dell’umiltà, la vera pietà, si fecero persecutrici  verso i protestanti.  Nella guerra di religione in Francia il pontefice impartì l’inaudito ordine ‘non fare prigionieri,  passare  per le armi gli ugonotti catturati’. Non fu provato che sapesse dei preparativi per la Notte di San Bartolomeo, ma è verosimile avrebbe approvato.

Prima di entrare nella Chiesa e di diventare Gregorio XIII il bolognese Ugo Boncompagni aveva avuto un figlio naturale, Giacomo.
Di Sisto V (Silvio Peretti) si disse che combatté il nepotismo, però fece nobile e ricco un nipote che fondò una casa principesca.  Peraltro nello scorcio del Cinquecento la corruzione e il malcostume  avevano preso a scemare alquanto a Roma.
Nel 1621 muore Paolo V Borghese. Da poco eletto, aveva fatto decapitare ‘ per lesa maestà’  il Picconardi, povero autore di un manoscritto contro un altro papa.  Il cardinale nipote Borghese, controllando la maggioranza nel Collegio, fece votare Alessandro Ludovisi (Gregorio XV), un vecchio cadente completamente dominato da un nipote. Con Urbano VIII Barberini riprese in grande il nepotismo, inteso come arricchimento dei familiari più che con intenti dinastico-politici.
Alcuni papi si giustificavano: se non avevano pronunciato  voti di povertà, erano padroni delle eccedenze delle rendite; Ranke stima che in 13 anni Clemente VIII donasse ai parenti oltre un milione in valuta del tempo.
Un cardinale, Scipione Caffarelli Borghese, mise insieme prebende per centocinquantamila scudi annui.  Marco Antonio Borghese ebbe dal papa il principato di Sulmona, più palazzi e ville.  Acquistando un’ottantina di proprietà nella Campagna romana, più altre in zone lontane, i Borghese divennero ricchissimi.  Idem i Barberini: a Roma si disse malinconicamente “Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barberini”.
Carlo, fratello di Urbano VIII, spiegò. “E’ la ricchezza che distingue dal volgo. Non è conveniente che i parenti del papa si trovino in ristrettezze dopo la di lui morte”.

Nel 1640 fu insediata una commissione che si pronunciasse sulla  legittimità dei favoritismi estremi. Sancì che la qualità di sovrano era inseparabile da quella di pontefice, talché il papa poteva donare ai congiunti ciò che economizzava sulle entrate dello Stato. Il generale dei Gesuiti  approvò; così -commenta Ranke- sempre nuove famiglie salivano al rango di dinastie. Tra i Barberini e i Farnese scoppiò una piccola vera guerra, con  molte centinaia di cavalieri e di fanti. Quando papa Urbano fu preso da nuovi scrupoli, i teologi sentenziarono: “Dato che i nipoti di Sua Santità si erano fatti tanti nemici, il Soglio pontificio doveva concedere loro di che conservare la loro posizione dopo la morte del papa”.
Quando essa venne (1644) i  nipoti controllavano 48 cardinali creati dallo Zio.

Eletto nel 1655, Alessandro VII Chigi abbandonò presto il proposito di non volere parenti a Roma; essi scesero in massa e nacque un’altra possente famiglia principesca. Salito al trono Clemente IX (1667) i tesori della Chiesa stavano esaurendosi, quindi le nuove famiglie pontificie fecero un po’ più fatica ad arricchirsi. Però nell’alta società si rafforzò il sentimento di aver diritto ai privilegi e a quelle disponibilità finanziarie  che eccedessero i bisogni della Chiesa secondo la morale tradizionale. Si rafforzò inoltre la concezione temporalistica: Ranke la riferì così: “Una delle istituzioni più savie volute dalla Provvidenza era l’attribuzione al papa di uno Stato, perché la Chiesa conservasse la sua libertà”.
Un paio di secoli più tardi Emil Gregorovius, un altro noto storico tedesco, vide coi suoi occhi passare a Roma la carrozza del principe ‘pontificio’ Boncompagni Lodovisi: era un tiro a sedici, forse addirittura a diciotto cavalli.  Di solito i maggiori sovrani europei non andavano oltre la metà dell’equipaggio che sbalordì Gregorovius.

Conclusione nostra.  Con i princìpi e i codici penali d’oggi il nepotismo porterebbe i papi all’iniezione letale, alla sedia elettrica, al carcere a vita, ‘fine pena mai’.  Troppi secoli di rapina sui beni della Chiesa, che erano soprattutto denari dei poveri di Cristo, oppure ricavato della vendita di  indulgenze che ‘salvavano’ gli agiati, purtroppo anche i miseri, dai tormenti del Purgatorio, forse addirittura dell’Inferno. Nei quattro secoli presi in esame da von Ranke il nepotismo era legale, e ciò non era solo colpa dei pontefici.  Era il risultato di una lunga, incessante degenerazione spirituale del cattolicesimo.
La rivolta luterana della stirpe tedesca rifondò la fede cristiana.

Antonio Massimo Calderazzi

 

 

SECEDERE DALLA NATO. QUALI ALTRI BILANCI NANIZZARE

Nessun paese europeo imboccherà la strada dello svecchiamento politico avanzato, né l’Europa si unirà per tornare grande – moralmente più alta delle tre superpotenze – se non si porrà fine alla dipendenza dagli Stati Uniti, camuffata da alleanza. La coalizione atlantica non è più necessaria: è l’infausto portato di una Guerra Fredda illanguidita trent’anni fa alla caduta del Muro, poi liquidata dalla morte del comunismo e dell’impero sovietico. L’Europa dovrà dichiararsi equidistante rispetto alle superpotenze, stipulare trattati di neutralità e di stretta amicizia con Mosca, Pechino e Washington.

Non sarà tanto per tornare sovrani, liberi di un nostro destino che potrà non essere più quello del liberismo e della democrazia parlamentare, che dovremo emanciparci dagli USA. Sarà per ridurre al minimo assoluto le spese militari, riduzione che l’atlantismo vieta, anzi tenta grottescamente di addossare al Vecchio Continente i sovracosti del bellicismo USA, confermato fallimentare a partire dalla guerra di Corea.
Di fatto gli ipotetici nemici dell’Europa unita saranno poco temibili: per parare le loro minacce basteranno gli arsenali attuali, senza un singolo cacciabombardiere o sommergibile d’attacco in più. Le società europee saranno costrette a nanizzare i bilanci militari: sempre più la concorrenza dei paesi neo-industriali imporrà di rinunciare alla difesa, alla diplomazia, al prestigio nazionale e istituzionale, all’esportazione di messaggi e di modelli, ad altre attività e velleità del tempo passato.
La priorità schiacciante andrà al Welfare di base, a garantire un minimo di pane e di sanità a tutti, all’occorrenza comprimendo le libertà e i diritti. Perché le attività economiche non si spengano, sopraffatte dai vantaggi competitivi altrui, le mani pubbliche dovranno sopperire, sostenere, soccorrere. Le mani pubbliche saranno chiamate ad assegnare a grandi masse piccoli redditi alimentari, anche in assenza di salari e di stipendi. Venendo meno i mercati, indebolendosi le attività produttive e di ricerca delle imprese, solo il denaro del contribuente assicurerà, a livelli modesti, la sopravvivenza, la salute e pochi altri bisogni fondamentali. Nelle società molto avanzate la crescità sarà sempre più lenta, fino ad annullarsi di fronte alla decrescita.

Le risorse per fare tutto ciò che un tempo faceva il mercato non verranno ai governi da incrementi del prelievo fiscale, prelievo non aggravabile in condizioni normali, bensì dai tagli alla spesa pubblica non tassativa: la difesa, la diplomazia tradizionale (quasi sempre inutile nell’era della comunicazione istantanea), il prestigio. L’obbligatorio fasto delle grandi istituzioni diverrà un ricordo del passato. Le residenze monumentali – il caso limite sarà il Quirinale – andranno vendute sul mercato, perché producano introiti invece che costi. Non sarà alcun dramma se statisti e ministri viaggeranno in classe turistica. Il dramma verrà dall’esplodere della disoccupazione per la chiusura p.es. delle industrie delle armi e delle forniture militari; tutti gli esuberi dovranno ricevere (modesti) sussidi di sopravvivenza, e i costi si faranno mostruosi.

Affrancarsi da Washington, dunque, perchè i governi europei possano ridurre anche di nove decimi i bilanci militari e gli altri stanziamenti non essenziali. Nella prospettiva di non pochi anni, la modernizzazione degli apparati bellici va cancellata fino all’ipotetico emergere di situazioni pericolose. Gli armamenti attuali sono adeguati ad ogni minaccia prevedibile: il presente potenziale militare dell’assieme dei paesi europei raggiunge già la capacità di ‘overkill’.
Esso potenziale andrà automaticamente rafforzandosi a costo zero, man mano che nascerà l’apparato comune europeo di difesa, liberato dagli oneri atlantici e capace di realizzare economie di scala.

Ciò premesso, nulla sarà meno accettabile che svenare gli europei per mantenere in ambiti non militari i palazzi, i cerimoniali e i personali onde perpetuare le pratiche ereditate dal passato. Non ha più giustificazione p.es. la rete di ambasciate e di altri organismi di rappresentanza all’interno dell’Unione Europea. Va sostituita da semplici meccanismi di collegamento tra burocrazie. Risulterà oscena l’attuale competizione tra sedi diplomatiche per occasioni mondane insulse come le ricorrenze di feste nazionali, le visite di stato, gli offensivi genetliaci di regine e di presidenti, le feste e i balli in onore di sportivi e di creatori di moda. Dovranno scendere fortemente anche i costi diplomatici all’esterno dell’Unione europea, nonché quelli richiesti da una vasta congerie di organismi multilaterali, più spesso che no quasi inutili.

In un quadro di inarrestabile espansione delle funzioni pubbliche irrinunciabili, gli Stati che non sapranno trovare nuove risorse miliardarie non avranno scelta. Dovranno tagliare spietatamente la spesa, cominciando da quella inutile e dannosa: le armi, gli eserciti, la diplomazia, il prestigio, i costi della politica e delle istituzioni, più i programmi senza numero di cui non si potranno provare i benefici contabili a breve. Dovranno diventare passibili di impeachment quei capi di Stato e di governo, più i massimi responsabili dell’Esecutivo, che ometteranno gli atti necessari alla cancellazione delle spese non indispensabili. Dovranno espiare in modi diversi dalla deposizione coloro che, sfuggiti all’impeachment durante le loro cariche, saranno riconosciuti colpevoli dei comportamenti dichiarati illegali. Per esempio, in Italia dovranno rispondere di omissione di atti dovuti, nonché di grave danno erariale, gli ex-presidenti della repubblica che non si sono opposti a risiedere nel Quirinale e che non hanno agito per abbassare il fasto e i costi delle loro corti. Dovranno rispondere civilmente dei danni erariali anche gli eredi degli ex-primi cittadini. Ai livelli più alti, non combattere gli sprechi dovrà divenire reato, da perseguire penalmente.

Antonio Massimo Calderazzi

SARA’ INTERMINABILE IL CREPUSCOLO DEGLI DEI GERMANICI?

Nell’aprile del 1990 mi fu chiesto, in un luogo dell’Ontario confinante coll’Upstate dello stato del New York (Ontario dove la gente è poco sensibile ai problemi degli altri continenti) come vivevamo in Europa l’evento della riunificazione tedesca, dell’annessione a Bonn dell’Est comunista: “Non potrebbe succedere di tutto?  Un Reich tornato egemone non tenterebbe almeno di riprendersi la Slesia, Danzica, il Sudetenland?”.  Risposi in termini vaghi.  Non mi aspettavo questa premonizione di destino in uno dei contesti meno nevrotici del pianeta. Poche settimane dopo provai a dare una risposta più riflettuta in una nota per “Prudentialetter”, trimestrale di una grande compagnia d’assicurazione; titolo “Grande Germania: quale Germania?”.

Al momento che accadde la riunificazione, ultimo tornante della storia tedesca, poté far sorgere attese magari ossessive in chi meditasse sui drammi del secolo aperto dalla funesta conferenza di Versailles.
Già allora il veterano di fanteria Adolf Hitler prese a caricarsi d’odio e di satanica creatività.  Nel Primo conflitto mondiale la Germania non fu più sanguinaria delle altre potenze (compresa l’Italia di Cadorna). Nei due secoli che precedettero la Grande Guerra la stirpe tedesca, divisa in una moltitudine di stati, aveva goduto di una reputazione che risaliva a Tacito, secondo il quale niente sorpassava l’eticità dei Germani. ‘Probo come un prussiano’ si usava dire nel secolo XVIII: ma anche ‘probo come un sassone, come un renano, come un turingio’. Le ferocie dell’esercito del Kaiser in Belgio e in altri paesi occupati furono soprattutto un’invenzione della propaganda alleata. Le crudeltà del tempo di Hitler non saranno mai più cancellate, e certo coinvolsero troppi tedeschi.  Ma nel 1945 l’umanità fece bene a non marchiare per sempre la razza di Arminio e di Lutero. L’umanità sapeva di tante altre crudeltà dei millenni, tra le ultime quelle di Stalin, del terrorismo, delle pulizie etniche, degli scannamenti tribali, delle foibe, dei crimini partigiani. Persino del Vincitore Buono, Dwight Eisenhower, sappiamo che in ultimo trattò senza pietà i prigionieri tedeschi.

Oggi che la Germania ha pienamente espiato, siamo certi che l’appartenenza all’Unione europea protegggerrà i Laender tedeschi da tentazioni demoniache. Ma il pericolo è che questa Germania dei trionfi materiali e dei sopravventi gestionali venda la primogenitura che le spetta. Essa è la nazione che dovrà condurre l’Europa a divenire pari agli imperi statunitense, cinese e russo, e rispetto ad essi assai più nobile.
Tra i popoli d’Europa quello germanico si affermò primo, abbattendo l’impero di Roma, poi assumendone l’eredità. La sua leadership finì presto, con la fine del Medio Evo: altre nazioni, più immeritevoli, si divisero il mondo moderno. Eppure dalla sfera germanica sono venuti a favore del mondo alcuni dei massimi impulsi, dalla Riforma al grande pensiero filosofico, ai messaggi vertiginosi della musica.  La componente germanica ha più volte guidato il moto della civiltà umana, persino attraverso i ‘cattivi’ come Nietzsche o come Ernst Junger, quest’ultimo uno dei più odiati tra i pensatori moderni in quanto eroe e cantore della guerra, oltre che dell’anelito verso una forma superiore dello spirito. Se tutto ciò sembrò annunciare il nazionalsocialismo, si ricordi che Junger rifiutò le profferte di Hitler con tanta durezza che, a quanto si dice, Goebbels e Himmler chiesero contro di lui l’ergastolo.  Il Führer non permise, e fu il solo privilegio assegnato dal nazismo a questo aristocratico profeta di una Morte dionisiaca.

Divenuta più ricca e più ragionevole, oggi la Germania  sembra non emettere luce nuova, quasi sia un pianeta invecchiato. Appare aver dimenticato la veemenza ideale del passato.  Crea più eccellenze materiali che idee.  Ciò poteva ancora andare per le istanze non smisurate della Repubblica di Bonn.  Ma oggi il  paese di Wagner e di Hölderlin è sfidato a una missione  -fare dell’Europa il Sacro Romano Impero del terzo millennio- che non ha confronti coi compiti di altre nazioni, per possenti che siano o siano state. E’ possibile uno sprigionarsi di genio germanico che ringiovanisca e migliori il Vecchio Continente, dunque il mondo.
La resurrezione dell’energia tedesca, nel dopoguerra, fu miracolosa.
Lo scatto con cui la Bundesrepublik si prese la Germania orientale fu felino: si predicava gradualità, invece Bonn volle tutto e subito, senza esitare di fronte al costo. La parità tra i due marchi attestò non solo riflessi fulminei, anche ‘classe’, ossia accettazione degli obblighi della grandezza.
Il Sacro romano imperatore (tedesco) non era il capo di uno Stato materialmente onnipossente, era un principe che aveva più dignità e più doveri degli altri prìncipi.  La DDR andava recuperata a qualunque prezzo: qui nacquero i più grandi del passato, compreso Lutero.

Mille volte meglio se quel poco di valido che resta dell’esperienza comunista dei Laender orientali -Brandeburgo, Mecklenburgo con Schwerin, Sassonia, Turingia- aiuterà i tedeschi tutti a resistere all’omologazione capitalista e iperconsumista del numinoso paese  di Goethe e di Schiller.
Sarà un antivirus assoluto contro la degenerazione che sta uccidendo la troppo breve grandezza degli Stati Uniti. L’Ovest della Germania rischiò di americanizzarsi nel profondo, ma il Geist tedesco è sereno e immortale: vivificherà l’Europa rifatta Sacro Romano Impero.

Antonio Massimo Calderazzi

‘QUEI’ CARDINALI, PRINCIPI DI UNA CHIESA DEGENERATA AL CRIMINE DEL NEPOTISMO

Ora che papa Bergoglio ha creato sedici nuovi cardinali, che può fare un cattolico dilaniato dal rimpianto di una Chiesa nata dal Vangelo e poi guastatasi,  se non ripiegarsi sui tradimenti dei vertici della massima tra le potenze spirituali della storia?  Sedici cardinali in più (magari persone degne), laddove abolire i cardinali dovrà essere in futuro una delle opere di redenzione della Chiesa attaccata dall’irrilevanza, sempre più minacciata dalla fine. Senza dubbio abolire i cappelli rossi non sarà la più urgente tra tali opere. Ben più vitale sarà ripudiare la continuità, rifiutare un retaggio millenario nel quale il male ha superato il bene.
Ben più vitale sarà abbandonare Roma, chiudere il Vaticano e i palazzi delle alte gerarchie onde ricominciare dal poco, come dal nulla cominciarono i Discepoli.
Ben più importante sarà vendere i tesori artistici e i pacchetti azionari, per sfamare i miseri del mondo.  Eppure, cancellare un po’ in anticipo il Sacro Collegio, una delle miriadi di superfetazioni della storia ecclesiastica, non sarebbe un segno di speranza?

Aver fatto nuovi cardinali significa confermare la vocazione temporale dell’Alta Gerarchia, quella per cui il papa, quali che fossero le sue nequizie, si diceva sovrano del mondo cristiano, superiore a tutti i sovrani (però nessuno sa quanti papi sono nelle fiamme dell’Inferno).
Oggi la Chiesa di Roma è in ritirata su tutti i fronti. Di conseguenza si aggrappa alle posizioni, magari molto deboli, conquistate in passato nel Terzo Mondo dalle missioni, dalle imposizioni di conquista, da altre forme di espansionismo romano. Sempre meno protagonista nel contesto che fu cristiano ed oggi è laico, la Chiesa si asserraglia nelle ex- colonie: dove però signoreggiano o competono altre religioni. E dove, di necessità, il Vaticano deve trovare intese e subire compromessi coi poteri locali, quasi sempre disonorevoli.  In queste condizioni, assegnare un cardinalato a paesi di altri continenti è anche una mossa di potere, oppure diplomatica: così come lo è, spesso, proclamare un nuovo santo. Di norma, un nuovo santo promuove i fini terreni, anche legittimi, di un ordine religioso o di un diverso ambito ecclesiastico. In proposito, c’è chi opina che anche negare, o ritardare, la porpora ad arcivescovi importanti -in Italia, Milano Torino Firenze Palermo- sia oggi una strategia di aggiornamento, fermi restando gli indirizzi temporalistici.

Non si usa più come una volta assalire il ruolo, l’operato e pure  i costumi dei cardinali.  Negli ultimi tempi non pochi tra essi hanno bene agito per la rigenerazione della Chiesa, apportando energia e prestigio.  Ma su come ancora erano molti cardinali di curia in tempi già moderni, a valle della rivoluzione francese e di Napoleone, valgano le constatazioni di Stendhal, che tra il 1828 e il ’29 visse a Roma da osservatore smaliziato sì, non però troppo anticlericale.  Nelle sue “Passeggiate romane” riconosce che i tempi luridi della Curia rinascimentale sono passati” e che “oggi i cardinali sono poveri.  La profonda immoralità che nel Sacro Collegio regnava ancora nell’anno 1800 è a poco a poco sparita”. Tuttavia scrive pure (la ‘povertà’ dei cardinali è un fatto relativo): “A Roma fioriscono tante corti -degne per sfarzo a quelle dei parenti del re- quanti sono i cardinali”.

Nello Stato pontificio dell’epoca di Stendhal -poco dopo di Napoleone- retto a monarchia assoluta, “tutto il potere è detenuto dai cardinali. Però non ci sono più porporati feroci come Ippolito d’Este, che fece strappare gli occhi, in sua presenza, al  fratello naturale Giulio d’Este, per una questione di donne”. Se ciò fu terribile  -notiamo noi- non meno orrendo fu il nepotismo, il crimine millenario che infamò la Chiesa dall’inizio della degenerazione costantiniana al sec. XIX.
Ancora nel Novecento papa Pacelli fece principe un suo fratello, o diversamente congiunto. A metà dell’Ottocento il grande storico Emil Gregorovius vide passare a Roma lo sfarzoso equipaggio del principe Buoncompagni Ludovisi, della famiglia fatta ricchissima dal parente Gregorio XIII: era una carrozza a  sedici cavalli, laddove i re non superavano di solito otto cavalli. A quell’epoca nelle grandi città dell’India si raccoglievano ogni mattina i cadaveri dei miserabili che vivevano sulle strade; del resto i contadini dell’Agro Romano, quasi interamente posseduto dalla grande nobiltà pontificia, erano i più miseri d’Italia.
E’ facile immaginare l’indigenza dei sottoproletari ai giorni del tiro  a sedici del principe, tiro pagato col denaro che gli agiati lasciavano ‘ai poveri di Dio’ per salvarsi l’anima.  Il crimine del grande nepotismo papale va giudicato tra i più gravi in assoluto.

Stendhal rievocò le brutture dei conclavi dove i cardinali erano supposti di scegliere un nuovo papa ‘illuminati dallo Spirito Santo’.
Il conclave adunato nel 1492, alla morte di Innocenzo VIII  (lo scrittore francese precisò che nella vita intera il defunto “aveva coltivato solo l’erotismo”). In quel conclave votarono 23 cardinali, e ciascuno di essi giurò che se diventava papa non avrebbe creato nuovi cardinali senza il consenso degli altri 22;  ciò per non assottigliare il privilegio degli elettori del papa: monetizzare il voto.  Stendhal sul passato lontano: “Tutti i cardinali godevano di immense ricchezze. Tra loro la fede scarseggiava, era comune l’ateismo (…). Il card.Rodrigo Borgia, nipote di Callisto III, prima di entrare in conclave assommava le rendite di tre arcivescovati, di vari vescovati, e di un gran numero di benefici ecclesiastici.  Il cardinale Sforza, fratello di Ludovico il Moro, votò per il cardinale Borgia dietro la promessa di una carica altissima, che gli avrebbe fruttato forti rendite. I cardinali meno agiati furono comprati direttamente per contanti; p.es. il  patriarca di Venezia ricevè centomila ducati.  Il card. Orsini ottenne il palazzo romano di Rodrigo Borgia,  con tutto il mobilio”. Anche i cardinali esercitavano il nepotismo.

I cardinali creati da papa Bergoglio saranno probabilmente arcangeli di virtù, confrontati a quasi tutti quelli del nepotismo colossale, delle tiare e dei cappelli rossi comprati dal denaro, del mecenatismo artistico a danno dei miserabili, di molte altre colpe.  La storia meno vicina di molti, troppi  ‘principi della Chiesa’ non potrebbe essere peggiore.  Si salvano, e vanno ammirati, i pochi che furono uomini di pensiero e di studio, o i grandi operatori della carità. Tuttavia era giusto, quest’anno, crearne altri sedici?  Lo si è fatto per rendere più facile la vittoria nel conclave prossimo di un ‘Santo Padre’ di tendenza?  Il risultato, in ogni caso, è di fare più deludente l’operato di un pontefice che il mondo intero aveva accolto con un’esplo-sione di gioia,  nel nome delle ‘rivoluzioni’ che avrebbe compiuto.

Antonio Massimo Calderazzi

AGGRAVO’ LE STRAGI DEGLI ARMENI IL TERRORISMO DELLA MINORANZA GUERRIGLIERA

Si usa datare il genocidio turco all’ultimo decennio del secolo XIX, e si fanno ascendere le vittime a cifre gigantesche, anche oltre un milione di morti. Eppure pochi anni prima il popolo armeno non accennava a desiderare l’indipendenza, nemmeno durante il regno sanguinario del sultano Abdul Hamid.  A contrastare la colpevolizzazione esclusiva dei dominatori turchi valgano un paio di capitoli dell’opera “The diplomacy of imperialism” di William L. Langer, storico di Harvard, pubblicata nel 1935 dall’editore Alfred A. Knopf.  Ne volle la traduzione italiana, nel 1942, l’illustre Federico Chabod, nella collana che dirigeva per il milanese ISPI (Istituto italiano per gli studi di politica internazionale), dove chi scrive fu in passato vice responsabile delle ricerche.

Avverte Langer nella sua Prefazione: ” Poche questioni di  storia recente vengono male interpretate quanto quella dei cosiddetti (sic) massacri degli armeni. Servendomi del materiale armeno, ritengo di essere riuscito a dare, per la prima volta al mondo, un resoconto obiettivo del movimento  rivoluzionario armeno”.  La ricostruzione di Langer muove “dai famosi massacri avvenuti a Sassun nell’autunno del 1894 (…) Può darsi che la popolazione armena nei domini del Sultano raggiungesse all’epoca circa un milione di persone, persino un milione e mezzo.  In nessun vilayet (provincia) della Turchia gli armeni costituivano la maggioranza, nemmeno nelle sei provincie chiamate comunemente Armenia (…) I curdi, musulmani che disprezzavano i cristiani, si sentivano in diritto di sfruttare gli armeni cui erano mescolati. Di norma gli armeni non tentavano nemmeno di reagire. I viaggiatori che visitavano le loro zone erano impressionati dalla loro remissività, addirittura servilità. Tuttavia la pace era precaria, troppo spesso punteggiata da saccheggi e massacri. Così era stato nei secoli. Il governo turco era impotente: per pacificare il paese sarebbe occorso un grande esercito. Date le circostanze la Sublime Porta si accordava come meglio poteva coi potenti capi curdi.  Dal punto di vista dello sviluppo politico nazionale, le grosse colonie armene di Costantinopoli e di altre città occidentali contavano assai più delle travagliate comunità contadine che vivevano nelle montagne dell’Anatolia orientale; una buona metà degli armeni di Turchia viveva fuori dei vilayet.

Ma tra gli armeni, come tra vari popoli dei Balcani, si era verificata nell’Ottocento una rinascita culturale, ” Il movimento era solo un aspetto dell’influenza europea in Turchia.  Come altri popoli in arretrato, gli armeni furono presi da una vera mania dell’istruzione. Nel 1866 vi erano nella sola capitale del’impero 46 scuole armene. I giovani che potevano andavano a completare gli studi all’estero, a Parigi specialmente, e tornavano imbevuti di socialismo e di indipendenza. Tuttavia non vi era ancora l’idea di staccarsi dall’impero. Si poteva dire che i turchi riponessero una fiducia quasi illimitata negli armeni. Il fermento nazionalista non si era propagato alle provincie. Nel 1857 l’abate del monastero Varak a Van, Khrimian Hairig, iniziò a pubblicare un primo giornale armeno. Ma i suoi sforzi non furono affatto apprezzati dagli armeni della capitale. Sembra che alcuni assoldarono un curdo per tentare di assassinare l’indesiderato agitatore; che invece divenne il capo di tutta la comunità religiosa armena”.

Ancora il luminare di Harvard: “L’assieme delle riforme invocate al Sultano, e poco o niente realizzate, non soddisfaceva i nazionalisti. Del resto la loro compagine non era unita. Il suo capo, Nazarbek, fu espulso, accusato di spendere troppo per la promozione del socialismo, nonchè di esaltare  imprese irredentistiche di scarsa importanza.  Fu cancellato quanto di socialismo era nel programma nazionalista armeno. Cominciò ad agire una Federazione sostanzialmente terroristica (Dashnagtzoution), un cui manifesto proclamò: ‘Non deporremo le armi. Abbiamo una guerra santa da combattere. Siamo rivoluzionari e questa è la nostra ultima parola’.  Verso la metà di giugno del 1896 a Van i nazionalisti armeni uccisero molti curdi, col solito risultato di un massacro  nella popolazione innocente.  Risposta dei guerriglieri:  “Coloro che muoiono sono martiri della Patria”. L’incaricato d’affari britannico descrisse  come criminali i partigiani armeni. Le rappresaglie non tardarono. Solo nella capitale 5 o 6 mila armeni persero la vita”. Per Langer, ” Continuando la condotta  idiota e criminale dei rivoluzionari era improbabile che i torbidi cessassero; non vi era piano di riforme che soddisfacesse gli indipendentisti.  Si erano concentrati in gran numero in Persia, non lontano dalla frontiera turca, e compivano ogni sforzo per fomentare un rivolta antiturca, ciò per provocare un nuovo spargimento di sangue armeno. Un console britannico che visitò il campo persiano riferì di circa 1500 miliziani armeni che vivevano lì a spalle dei locali. Affermò che quanto meno i capi delle bande erano sconsiderati e irresponsabili.  I rivoluzionari, così facili a sacrificare gli altri, semplicemente approfittavano  dell’attenzione alla questione armena delle nazioni cristiane. Peraltro queste ultime si astenevano dall’intervenire:  ogni volta che lo avevano fatto, i massacri o le rappresaglie turche si aggravavano.  A poco a poco gli stessi ribelli dovettero rendersi conto che l’Europa ne aveva abbastanza di loro. Della questione armena si parlò sempre meno. Alla fine del 1897 la burrasca appariva quietata”.  Invece l’indipendentismo violento continuò finché l’avvento al potere in Turchia dei Giovani Turchi portò alla rappresaglia estrema. La popolazione civile pagò con un numero altissimo di morti per i crimini della minoranza partigiana. La diaspora armena si ingrossò: chi potè si mise in salvo in Europa o negli Stati Uniti”.

Ricapitolando, con parole nostre: i massacri si aggravarono nel 1905, opera soprattutto dei curdi al servizio dei turchi. Proseguirono nel 1909 in Cilicia
ad Adana e nel nord della Siria. Fu stimato un milione di morti solo tra l’estate 1915 e il gennaio 1922. Risalta allora la verità del giudizio del luminare di Harvard, riferito all’inizio di queste righe: i turchi furono implacabili e feroci con gli armeni, ma è certo che turbe di uomini, donne, vecchi e bambini scontarono con la vita la militanza ‘patriottica’ dei partigiani. Più o meno come a Marzabotto, e come a Oradour.

Antonio Massimo Calderazzi

ARRIVA LA DEMOCRAZIA SENZA ELEZIONI – SARA’ SELETTIVA E RANDOMCRATICA

Sotto un titolo insignificante (‘Votare non è un gioco’) l’editoriale del Corriere 2 settembre firmato Angelo Panebianco elenca alcune dolorose constatazioni che per l’immobilismo costituzional-conservatore dell’A. sono devastanti.
La prima: “Non c’è stato un momento, in tutta la sua storia, in cui la democrazia rappresentativa abbia subito attacchi come nella fase attuale, non solo in Italia”.
La seconda: “Il Parlamento è oggetto di derisione e disprezzo”.
La terza: “Stiamo squalificando in un colpo solo Parlamento, elezioni, principio rappresentativo”.
Quarta: “Si sono fatti molti ragionamenti tesi a rafforzare, in chiave antiparlamentare, il ruolo del referendum popolare”.
Quinta: “A certe condizioni la proposta di ridurre il numero dei parlamentari può essere una buona idea nel quadro di una complessiva revisione costituzionale.  Altrimenti è solo un attacco, simbolico e pratico, alla democrazia rappresentativa.  In nome ovviamente della democrazia diretta, alla quale la Rete ha offerto opportunità storicamente inedite”.

Dalla democrazia diretta imposta dal futuro il prof. Panebianco teme  “cittadini disinformati che dicono la loro su cose di cui nulla sanno, manipolati dal primo demagogo che passa”. Egli vuole il contrario del principio ‘uno vale uno’, e  ‘di ciò che da quel principio consegue: i ‘ ludi elettronici’.

Tuttavia sbaglia  Panebianco a sminuire quelle che chiama ‘certe proposte che circolano fra gli studiosi occidentali’.  Esse  significano una cosa precisa e determinante: fra gli studiosi occidentali non ci sono quasi più difensori (come lui e come Giovanni Sartori, lo scomparso teologo del  ‘doppio turno alla francese ‘)  del parlamentarismo/partitismo/professionismo dei politici a vita.  Invece proliferano le proposte e le ipotesi di democrazia diretta le quali escludano che uno valga uno.  Le preoccupazioni di Panebianco hanno perso fondamento.

Una delle opzioni di democrazia diretta-ma-selettiva è stata formulata nell’anno 2000 da chi scrive, di concerto con una ‘unità di ricerca sulla randomcrazia’: un gruppo di giovani italiani e canadesi.
Quell’anno  compilarono un  ‘Dossier sulla tecnocrazia selettiva’, titolato ‘Il Pericle elettronico,  sottotitolato “Materiali anglo-americani sulla superfluità dei politici professionisti. La soluzione randomcratica: una Nuova Polis sovrana di supercittadini scelti a turno dal sorteggio”.
Il profilo randomcratico  del dossier fu il particolare contributo di un giovane ingegnere, oggi cattedratico in un’importante università di Olanda. Produsse idee il tecnico pugliese Gabriele Stecchi.

La democrazia diretta sarà l’opposto della sovranità “di  tutti gli aventi diritto”,  cioè dell’intera Anagrafe.  L’Anagrafe farà altro.
Abolite le elezioni, spariranno gli ‘aventi diritto ad eleggere’.  Nascerà un corpo politico ristretto , una nuova Polis sovrana, p.es. mezzo milione di italiani, fatta di “cittadini attivi” o supercittadini, selezionati dal sorteggio per un turno di sovranità -p.es. una volta all’anno- SE saranno in possesso di qualificazioni oggettive fissate dalla legge: chi proverà una laurea, oppure avere esercitato un’attività legale per abbastanza anni.
Naturalmente  saranno sorteggiati coloro che faranno risultare qualificazioni superiori al minimo.

In conclusione saranno scelti random come supercittadini le persone che risulteranno ‘migliori’ degli altri iscritti all’anagrafe. La democrazia dei migliori, visto che la democrazia dei tutti (dogma delle sinistre buone a niente) ha avuto come risultato che i ricchi sono più ricchi di prima.

Inevitabilmente saranno escluse vaste categorie: la maggioranza dei lavoratori manuali dipendenti, delle  casalinghe, degli inattivi, dei pensionati, degli studenti che non hanno completato gli studi, degli sportivi di mestiere, di coloro che svolgono attività non dimostrabili come socialmente utili.  Mezzo milione, non 60 milioni, di cittadini sovrani. Queste ed altre esclusioni non faranno danno se non a quanti assegnano i loro voti in cambio di contropartite.  Ai giovani non in possesso di particolari qualifiche basterà impegnarsi per conseguire queste ultime al più presto.  Nel frattempo troveranno compensi, p.es. ludici, al fatto che la nuova Polis ateniese non potrà non essere fatta di piccoli numeri.  Le decine di milioni di votanti non sono una Polis, sono una massa soggetta alle manipolazioni dei politici di mestiere. La Nuova Polis nascerà quando sarà fatta dei pochi, i migliori.

Che le società avanzate si tengano ancora un congegno di delega concepito nel secolo XVIII è un enigma, un’apoteosi dell’irrazionale.
Andiamo su Marte, creiamo la vita in laboratorio, pratichiamo la comunicazione istantanea e planetaria, diamo uno smartphone alle moltitudini, ma affidiamo il governo dei tutti ai furfanti espressi dalle urne e dai partiti. Anche gli avversari dell’innovazione, i misoneisti alla Solaro della Margarita, ammettono che la tecnopolitica selettiva cancellerà il vecchiume degli ordinamenti imposti dal passato e ribaditi dalle Costituzioni come la nostra, redatta dai giuristi dell’oligarchia pervenuta al potere grazie al crimine bellico del Duce, il 10 giugno 1940.

Antonio Massimo Calderazzi

GIOVANNI MAGNIFICO VANTO PUGLIESE COME G. CONTE E COME ALDO MORO

Nei giorni che vedono confermato al pugliese Giuseppe Conte il rango di uomo di Stato, sia o no egli destinato a governare a lungo, è giusto additare un’altra figura di primo piano, anch’essa espressa dalla Puglia: peraltro con meriti scientifici molto superiori a quelli dell’accademico oggi a Palazzo Chigi.  Si tratta dell’economista Giovanni Magnifico, nato o fiorito a Bari.  Nel declinare del Novecento ci fu una fase in cui la stampa più importante e qualificata d’Europa e del mondo anglosassone, e più ancora la letteratura economica, davano grande risalto ai contributi alla teoria monetaria di Magnifico, membro del vertice della Banca d’Italia. Magnifico era forse il più noto tra i monetaristi italiani Nulla di simile può vantare, a livello internazionale, l’attuale presidente del Consiglio (come del resto lo stesso Aldo Moro, prima di assurgere alla gloria e al martirio).

Giovanni Magnifico si rivelò negli anni Cinquanta come vincitore del prestigioso riconoscimento assegnato dall’Istituto d’emissione a un giovane economista, nel nome di Bonaldo Stringher, primo governatore della Banca centrale.  Entrato autorevolmente nell’Istituto, Magnifico raggiunse l’alta posizione di consigliere, proiettato verso gli incarichi più alti. Al di là dei conseguimenti di carriera -il Nostro pervenne alla presidenza di una banca milanese- sono da sottolineare la sua reputazione internazionale e i molti rapporti con le personalità che dominavano la scienza monetaria occidentale. Chi scrive ebbe l’onore di conoscere Magnifico alla vigilia di un suo trasferimento negli Stati Uniti. Sempre chi scrive dovette più tardi a Magnifico la presentazione a Robert Mundell, cattedratico alla Columbia University, il quale contava tra i propri discepoli alcuni tra i principali esponenti della scienza monetaria statunitense. Tutti sanno che Mundell è pervenuto al premio Nobel per l’economia, ma in più occasioni egli ebbe a dichiarare a chi scrive l’alto apprezzamento che sentiva di dovere all’acuto studioso venuto dalla Puglia. Tra l’altro Mundell mi disse queste cose nel raccoglimento della sua storica villa senese, che era stata una rocca rinascimentale.

La Puglia aveva dato allo Stivale anche un predecessore purtroppo importante di Magnifico, di Aldo Moro e di Conte: il malaugurato Antonio Salandra, presidente del Consiglio nel 1915, quando un destino infausto volle vincente il leader dell’ala conservatrice e guerrafondaia del partito liberale,  su Giolitti che tentava di sventare il nostro intervento nella Grande Guerra.  Affiancato dal ministro degli Esteri Sidney Sonnino, Salandra impegnò l’Italia a entrare nel conflitto a fianco di Gran Bretagna e Francia. I due governanti della mala sorte fecero ciò che fecero nella cupidigia di conquistare territori e colonie. I seicentomila morti che soffrimmo non bastarono a farci conseguire gli obiettivi additati dall’imperialista Salandra, nato a Troia provincia di Foggia.  Invece furono sufficienti a provocare l’avvento di Mussolini e la catastrofe del Secondo conflitto mondiale. Salandra fu il figlio degenere di quella che era stata la Secunda Regio nell’impero di Ottaviano Augusto e, a fine vita, la terra prediletta di Federico II, imperatore svevo.  A Foggia lo Svevo tenne corte magnifica in un palazzo oggi distrutto. La vicina Lucera si erge oggi a testimonianza dello splendore dello Svevo.

L’elenco delle pubblicazioni di Magnifico è troppo lungo e irto per questa sede.  Citiamo di passaggio “Il sistema europeo di banche centrali. Problemi di transizione e di gestione”, edito nel 1990 dalle Edizioni Scientifiche Italiane. Nell’opera “Squilibri finanziari e spiragli di soluzione”, Luiss 2008, Magnifico individua nella normativa europea sulle finanze pubbliche nazionali alcune carenze e i possibili miglioramenti.  Per esempio, il deficit eccessivo è trattato allo stesso modo in contingenze di segno opposto. L’ambito di riflessione è sempre l’economia dell’intera area europea. Magnifico propone un’agenzia di raccordo tra i gestori dei debiti pubblici nazionali.

I meriti scientifici di Giovanni Magnifico e quelli ideali di Aldo Moro hanno onorato la Puglia; il governo di Giuseppe Conte potrà forse onorarla, a compenso delle sciagure inflitte da Antonio Salandra: il quale ultimo lamentò nelle Memorie di non essere stato insignito di un titolo nobiliare, dopo avere tanto beneficato la Patria!

Antonio Massimo Calderazzi

IN QUANTO UNA GUERRA IN PIU’, RIPUDIARE LA RESISTENZA

Un libro di Aldo Cazzullo, il bardo del volenteroso ottimismo da Centocinquantesimo anniversario, si intitola “Viva l’Italia”.
Fin qui, non molto da obiettare (a parte che molti di noi riluttiamo a inneggiare con l’Autore: assai discussa è la reputazione della Saturnia Tellus) . Però, sotto il titolo figura la seguente asserzione: “Risorgimento e Resistenza, perché dobbiamo essere orgogliosi della Nostra Nazione”.

E’ d’obbligo la confutazione: il Risorgimento è una cosa, la Resistenza è un’altra, di fatto opposta. La Resistenza fu la guerra voluta da una fazione contro tedeschi e fascisti. Una guerra in più, dopo i criminali bellicismi del nostro secolo XX: Vittorio Emanuele III, Salandra, Sonnino, Cadorna, Mussolini, persino Giolitti per la Libia. Una guerra in più, dopo che le decine di milioni di caduti di due conflitti mondiali ci avevano forzati a non volere più alcuna guerra. Nessuna in assoluto. Avevamo capito: no alle motivazioni ideologiche, no ad ogni altra motivazione, patriottismo compreso.
Le patrie erano costate in un secolo molte decine di milioni di caduti.

Allora la Resistenza, in quanto una guerra in più, è da rifiutare in toto.
Chi volle la Resistenza volle innumerevoli nuovi morti e nuovi drammi, dopo quelli del 1914-45. Non si osi più dichiarare efferati i crimini dei germanici e dei repubblichini, legittimi e sacrosanti i crimini della guerriglia. Questi ultimi furono atti di una guerra mossa da una schiera bellicista. Le rappresaglie tedesche furono sempre provocate da attentati ed esecuzioni dei partigiani. Non ci furono rappresaglie dove mancarono gli attentati e le esecuzioni.
Tutti gli eserciti occupatori della storia ricorsero a rappresaglie per difendersi da guerriglieri che si confondevano nelle popolazioni e se ne facevano scudo, mai offrendo se stessi per risparmiare gli innocenti.
Gli attentatori di via Rasella si misero in salvo e incassarono premi; pagarono i massacrati delle Fosse Ardeatine.
Si guardarono efficacemente dai guerriglieri solo i vincitori del passato molto lontano -tra gli altri, i vincitori dell’Antico Testamento- i quali a volte spegnevano TUTTI i vinti.

Il “Viva l’Italia” di Aldo Cazzullo è, tra le altre cose, un lungo elenco di eroismi partigiani; nessun accenno ai mitra e al tritolo di una parte di tali eroi.
Ipotizzo che nel foro della sua coscienza il Nostro si vergogni di tale omissione integrale, oggi che le ideologie istigatrici della guerriglia partigiana sono rovinosamente fallite (l’ispirazione comunista), oppure sono in caduta libera (l’ispirazione liberaldemocratica, parlamentarista e/o patriottarda dei partigiani non comunisti).
Il fascismo che volle le sue guerre fu esecrabile e vergognoso.
Per la guerra supplementare del 1944-45 l’antifascismo fu altrettanto esecrabile e vergognoso.

Quanto al precetto d’essere ‘orgogliosi della nostra Nazione’, come non ricordare che le istituzioni e le prassi del Settantaquattrennio -malate di corruzione, malcostume e partitocrazia- hanno composto un regime tra i più disonorevoli del mondo occidentale?
Per tacere sul dettaglio che la repubblica nata sinistroide è sempre asservita a Washington. E che i suoi bonzi più alti non si vergognano di tenere corte sontuosa nella reggia costruita col denaro dei poveri dai papi meno cristiani della storia. Poi abitarono il Quirinale, prima dei nostri presidenti, quei sovrani sabaudi che la Resistenza fu supposta di combattere.
Muoia l’Italia che entusiasma Cazzullo.

Antonio Massimo Calderazzi